DISCORSI SOPRA LA PRIMA DECA DI TITO LIVIO, di Niccolo' Machiavelli - pagina 46
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Vero è che quelle del veneno sono più pericolose, per essere più incerte, perché non si ha commodità per ognuno; e bisogna conferirlo con chi la ha, e questa necessità del conferire ti fa pericolo.
Dipoi, per molte cagioni, uno beveraggio di veleno non può essere mortale: come intervenne a quelli che ammazzarono Commodo, che, avendo quello ributtato il veleno che gli avevano dato, furono forzati a strangolarlo, se vollono che morisse.
Non hanno, pertanto, i principi il maggiore nimico che la congiura: perché, fatta che è una congiura loro contro, o la gli ammazza, o la gli infama.
Perché, se la riesce, e' muoiono; se la si scuopre, e loro ammazzino i congiurati, si crede sempre che la sia stata invenzione di quel principe, per isfogare l'avarizia e la crudeltà sua contro al sangue e la roba di quegli che egli ha morti.
Non voglio però mancare di avvertire quel principe o quella republica contro a chi fosse congiurato, che abbino avvertenza, quando una congiura si manifesta loro, innanzi che facciano impresa di vendicarla, cercare ed intendere molto bene la qualità di essa, e misurino bene le condizioni de' congiurati e le loro; e quando la truovino grossa e potente, non la scuoprino mai, infino a tanto che si siano preparati con forze sufficienti ad opprimerla: altrimenti facendo, scoprirebbono la loro rovina.
Però, debbono con ogni industria dissimularla; perché i congiurati, veggendosi scoperti, cacciati da necessità, operano sanza rispetto.
In esemplo ci sono i Romani; i quali, avendo lasciate due legioni di soldati a guardia de' Capovani contro ai Sanniti, come altrove dicemo, congiurarono quelli capi delle legioni insieme di opprimere i Capovani: la quale cosa intesasi a Roma, commissono a Rutilio nuovo Consolo che vi provvedesse; il quale, per addormentare i congiurati, pubblicò come il Senato aveva raffermo le stanze alle legioni capovane.
Il che credendosi quelli soldati, e parendo loro avere tempo ad esequire il disegno loro, non cercarono di accelerare la cosa; e così stettono infino che cominciarono a vedere che il Consolo gli separava l'uno dall'altro: la quale cosa generò in loro sospetto, fece che si scopersono e mandarono ad esecuzione la voglia loro.
Né può essere questo maggiore esemplo nell'una e nell'altra parte: perché per questo si vede, quanto gli uomini sono lenti nelle cose dove credono avere tempo, e quanto e' sono presti dove la necessità gli caccia.
Né può uno principe o una republica, che vuole differire lo scoprire una congiura a suo vantaggio, usare termine migliore che offerire, di prossimo, occasione con arte ai congiurati acciocché, aspettando quella, o parendo loro avere tempo, diano tempo a quello o a quella a gastigarli.
Chi ha fatto altrimenti, ha accelerato la sua rovina: come fece il duca di Atene, e Guglielmo de' Pazzi.
Il duca, diventato tiranno di Firenze, ed intendendo esserli congiurato contro, fece, sanza esaminare altrimenti la cosa, pigliare uno de' congiurati: il che fece subito pigliare l'armi agli altri; e torgli lo stato.
Guglielmo, sendo commessario in Val di Chiana nel 1501, ed avendo inteso come in Arezzo era una congiura in favore de' Vitelli per tôrre quella terra ai Fiorentini, subito se n'andò in quella città, e sanza pensare alle forze de' congiurati o alle sue, e, sanza prepararsi di alcuna forza, con il consiglio del vescovo suo figliuolo, fece pigliare uno de' congiurati: dopo la quale presura, gli altri subito presono l'armi, e tolsono la terra ai Fiorentini; e Guglielmo, di commessario, diventò prigione.
Ma quando le congiure sono deboli, si possono e debbono sanza rispetto opprimerle.
Non è ancora da imitare in alcuno modo due termini usati, quasi contrari l'uno all'altro, l'uno dal prenominato duca di Atene, il quale, per mostrare di credere di avere la benivolenza de' cittadini fiorentini, fece morire uno che gli manifestò una congiura; l'altro da Dione siragusano, il quale, per tentare l'animo di alcuno che elli aveva a sospetto, consentì a Callippo, nel quale ei confidava, che mostrasse di farli una congiura contro.
E tutti a due questi capitorono male: perché l'uno tolse l'animo agli accusatori, e dettelo a chi volesse congiurare, l'altro dette la via facile alla morte sua, anzi fu elli proprio capo della sua congiura; come per isperienza gl'intervenne, perché Callippo, potendo sanza rispetto praticare contro a Dione, praticò tanto che gli tolse lo stato e la vita.
7
Donde nasce che le mutazioni
dalla libertà alla servitù, e dalla servitù
alla libertà, alcuna ne è sanza sangue,
alcuna ne è piena.
Dubiterà forse alcuno donde nasca che molte mutazioni, che si fanno dalla vita libera alla tirannica, e per contrario, alcuna se ne faccia con sangue, alcuna sanza; perché, come per le istorie si comprende, in simili variazioni alcuna volta sono stati morti infiniti uomini, alcuna volta non è stato ingiurato alcuno: come intervenne nella mutazione che fe' Roma dai Re a' Consoli, dove non furono cacciati altri che i Tarquinii, fuora della offensione di qualunque altro.
Il che depende da questo: perché quello stato che si muta, nacque con violenza, o no: e perché, quando e' nasce con violenza, conviene nasca con ingiuria di molti, è necessario poi, nella rovina sua, che gl'ingiuriati si voglino vendicare; e da questo desiderio di vendetta nasce il sangue e la morte degli uomini.
Ma quando quello stato è causato da uno comune consenso d'una universalità che lo ha fatto grande, non ha cagione poi, quando rovina detta universalità, di offendere altri che il capo.
E di questa sorte fu lo stato di Roma, e la cacciata de' Tarquinii; come fu ancora in Firenze lo stato de' Medici, che poi nelle rovine loro, nel 1494, non furono offesi altri che loro.
E così tali mutazioni non vengono ad essere molto pericolose: ma sono bene pericolosissime quelle che sono fatte da quegli che si hanno a vendicare; le quali furono sempre mai di sorte, da fare, non che altro, sbigottire chi le legge.
E perché di questi esempli ne sono piene le istorie, io le voglio lasciare indietro.
8
Chi vuole alterare una republica,
debbe considerare il suggetto di quella.
Egli si è di sopra discorso, come uno tristo cittadino non può male operare in una republica che non sia corrotta: la quale conclusione si fortifica, oltre alle ragioni che allora si dissono, con lo esemplo di Spurio Cassio e di Manlio Capitolino.
Il quale Spurio, essendo uomo ambizioso, e volendo pigliare autorità istraordinaria in Roma, e guadagnarsi la plebe con il fargli molti beneficii, come era dividergli quegli campi che i Romani avevano tolto agli Ernici; fu scoperta dai Padri questa sua ambizione, ed in tanto recata a sospetto, che, parlando egli al popolo, ed offerendo di darli quelli danari che si erano ritratti dei grani che il publico aveva fatti venire di Sicilia, al tutto gli recusò, parendo a quello che Spurio volessi dare loro il prezzo della loro libertà.
Ma se tale popolo fusse stato corrotto, non arebbe recusato detto prezzo, e gli arebbe aperta alla tirannide quella via che gli chiuse.
Fa molto maggiore essemplo di questo, Manlio Capitolino: perché mediante costui si vede quanta virtù d'animo e di corpo, quante buone opere fatte in favore della patria, cancella dipoi una brutta cupidità di regnare: la quale, come si vede, nacque in costui per la invidia che lui aveva degli onori erano fatti a Cammillo; e venne in tanta cecità di mente, che, non pensando al modo del vivere della città, non esaminando il suggetto, quale esso aveva, non atto a ricevere ancora trista forma, si misse a fare tumulti in Roma contro al Senato e contro alle leggi patrie.
Dove si conosce la perfezione di quella città, e la bontà della materia sua: perché nel caso suo nessuno della Nobilità, come che fossero agrissimi difensori l'uno dell'altro, si mosse a favorirlo; nessuno de' parenti fece impresa in suo favore: e con gli altri accusati solevano comparire, sordidati, vestiti di nero, tutti mesti per accattare misericordia in favore dello accusato, e con Manlio non se ne vide alcuno.
I Tribuni della plebe, che solevano sempre favorire le cose che pareva venissono in beneficio del popolo; e quanto erano più contro a' nobili, tanto più le tiravano innanzi; in questo caso si unirono co' nobili, per opprimere una comune peste.
Il popolo di Roma desiderosissimo dell'utile proprio, ed amatore delle cose che venivano contro alla Nobilità, avvenga che facesse a Manlio assai favori, nondimeno, come i Tribuni lo citarono, e che rimessono la causa sua al giudicio del popolo, quel popolo, diventato di difensore giudice, sanza rispetto alcuno lo condannò a morte.
Pertanto io non credo che sia esemplo in questa istoria, più atto a mostrare la bontà di tutti gli ordini di quella Republica, quanto è questo; veggendo che nessuno di quella città si mosse a difendere uno cittadino pieno d'ogni virtù, e che publicamente e privatamente aveva fatte moltissime opere laudabili.
Perché in tutti loro poté più lo amore della patria che alcuno altro rispetto; e considerarono molto più a' pericoli presenti che da lui dependevano che a' meriti passati: tanto che con la morte sua e' si liberarono.
E Tito Livio dice: «Hunc exitum habuit vir, nisi in libera civitate natus esset, memorabilis».
Dove sono da considerare due cose: l'una, che per altri modi si ha a cercare gloria in una città corrotta, che in una che ancora viva politicamente; l'altra (che è quasi quel medesimo che la prima), che gli uomini nel procedere loro, è tanto più nelle azioni grandi, debbono considerare i tempi, e accommodarsi a quegli.
E coloro che, per cattiva elezione o per naturale inclinazione, si discordono dai tempi, vivono, il più delle volte, infelici, ed hanno cattivo esito le azioni loro, al contrario l'hanno quegli che si concordano col tempo.
E sanza dubbio, per le parole preallegate dello istorico, si può conchiudere, che, se Manlio fusse nato ne' tempi di Mario e di Silla, dove già la materia era corrotta e dove esso arebbe potuto imprimere la forma dell'ambizione sua, arebbe avuti quegli medesimi séguiti e successi che Mario e Silla, e gli altri poi, che, dopo loro, alla tirannide aspirarono.
Così medesimamente, se Silla e Mario fussono stati ne' tempi di Manlio, sarebbero stati, in tra le prime loro imprese, oppressi.
Perché un uomo può bene cominciare con suoi modi e con suoi tristi termini a corrompere uno popolo di una città, ma gli è impossibile che la vita d'uno basti a corromperla in modo che egli medesimo ne possa trarre frutto; e quando bene e' fussi possibile, con lunghezza di tempo, che lo facesse, sarebbe impossibile, quanto al modo del procedere degli uomini, che sono impazienti, e non possono lungamente differire una loro passione.
Appresso, s'ingannano nelle cose loro, ed in quelle, massime, che desiderono assai; talché, o per poca pazienza o per ingannarsene, entrerebbero in impresa contro a tempo, e capiterebbono male.
Però è bisogno, a volere pigliare autorità in una republica e mettervi trista forma, trovare la materia disordinata dal tempo, e che, a poco a poco, e di generazione in generazione, si sia condotta al disordine: la quale vi si conduce di necessità, quando la non sia, come di sopra si discorse, spesso rinfrescata di buoni esempli, o con nuove leggi ritirata verso i principii suoi.
Sarebbe, dunque, stato Manlio uno uomo raro e memorabile, se e' fussi nato in una città corrotta.
E però debbeno i cittadini che nelle republiche fanno alcuna impresa o in favore della libertà o in favore della tirannide, considerare il suggetto che eglino hanno, e giudicare da quello la difficultà delle imprese loro.
Perché tanto è difficile e pericoloso volere fare libero uno popolo che voglia vivere servo, quanto è volere fare servo uno popolo che voglia vivere libero.
E perché di sopra si dice, che gli uomini nell'operare debbono considerare le qualità de' tempi e procedere secondo quegli, ne parlereno a lungo nel sequente capitolo.
9
Come conviene variare co' tempi
volendo sempre avere buona fortuna.
Io ho considerato più volte come la cagione della trista e della buona fortuna degli uomini è riscontrare il modo del procedere suo con i tempi: perché e' si vede che gli uomini nelle opere loro procedono, alcuni con impeto, alcuni con rispetto e con cauzione.
E perché nell'uno e nell'altro di questi modi si passano e' termini convenienti, non si potendo osservare la vera via, nell'uno e nell'altro si erra.
Ma quello viene ad errare meno, ed avere la fortuna prospera, che riscontra, come ho detto, con il suo modo il tempo, e sempre mai si procede, secondo ti sforza la natura.
Ciascuno sa come Fabio Massimo procedeva con lo esercito suo rispettivamente e cautamente, discosto da ogni impeto e da ogni audacia romana, e la buona fortuna fece che questo suo modo riscontrò bene con i tempi.
Perché, sendo venuto Annibale in Italia, giovane e con una fortuna fresca, ed avendo già rotto il popolo romano due volte; ed essendo quella republica priva quasi della sua buona milizia, e sbigottita; non potette sortire migliore fortuna, che avere uno capitano il quale, con la sua tardità e cauzione, tenessi a bada il nimico.
Né ancora Fabio potette riscontrare tempi più convenienti a' modi suoi: di che ne nacque che fu glorioso.
E che Fabio facessi questo per natura, e non per elezione, si vide, che, volendo Scipione passare in Affrica con quegli eserciti per ultimare la guerra, Fabio la contradisse assai, come quello che non si poteva spiccare da' suoi modi e dalla consuetudine sua; talché, se fusse stato a lui Annibale sarebbe ancora in Italia; come quello che non si avvedeva che gli erano mutati i tempi, e che bisognava mutare modo di guerra.
E se Fabio fusse stato re di Roma, poteva facilmente perdere quella guerra; perché non arebbe saputo variare, col procedere suo, secondo che variavono i tempi: ma essendo nato in una republica dove erano diversi cittadini e diversi umori, come la ebbe Fabio, che fu ottimo ne' tempi debiti a sostenere la guerra, così ebbe poi Scipione, ne' tempi atti a vincerla.
Quinci nasce che una republica ha maggiore vita, ed ha più lungamente buona fortuna, che uno principato, perché la può meglio accomodarsi alla diversità de' temporali, per la diversità de' cittadini che sono in quella, che non può uno principe.
Perché un uomo che sia consueto a procedere in uno modo, non si muta mai, come è detto; e conviene di necessità che, quando e' si mutano i tempi disformi a quel suo modo, che rovini.
Piero Soderini, altre volte preallegato, procedeva in tutte le cose sue con umanità e pazienza.
Prosperò egli e la sua patria, mentre che i tempi furono conformi al modo del procedere suo: ma come e' vennero dipoi tempi dove e' bisognava rompere la pazienza e la umiltà, non lo seppe fare; talché insieme con la sua patria rovinò.
Papa Iulio II procedette in tutto il tempo del suo pontificato con impeto e con furia; e perché gli tempi l'accompagnarono bene gli riuscirono le sua imprese tutte.
Ma se fossero venuti altri tempi che avessono ricerco altro consiglio, di necessità rovinava; perché no arebbe mutato né modo né ordine nel maneggiarsi.
E che noi non ci possiamo mutare, ne sono cagioni due cose: l'una, che noi non ci possiamo opporre a quello che ci inclina la natura; l'altra, che, avendo uno con uno modo di procedere prosperato assai, non è possibile persuadergli che possa fare bene a procedere altrimenti: donde ne nasce che in uno uomo la fortuna varia, perché ella varia i tempi, ed elli non varia i modi.
Nascene ancora le rovine delle cittadi, per non si variare gli ordini delle republiche co' tempi; come lungamente di sopra discorremo: ma sono più tarde, perché le penono più a variare, perché bisogna che venghino tempi che commuovino tutta la republica, a che uno solo, col variare il modo del procedere, non basta.
E perché noi abbiamo fatto menzione di Fabio Massimo che tenne a bada Annibale, mi pare da discorrere nel capitolo sequente, se uno capitano, volendo fare la giornata in ogni modo col nimico, può essere impedito, da quello, che non lo faccia.
10
Che uno capitano
non può fuggire la giornata,
quando l'avversario la vuol fare
in ogni modo.
«Cneus Sulpitius dictator adversus Gallos bellum trahebat, nolens se fortunae committere adversus hostem, quem tempus deteriorem in dies, et locus alienus, faceret».
Quando e' séguita uno errore, dove tutti gli uomini o la maggiore parte s'ingannino, io non credo che sia male molte volte riprovarlo.
Pertanto, come che io abbia di sopra più volte mostro quanto le azioni circa le cose grandi sieno disformi a quelle delli antichi tempi, nondimeno non mi pare superfluo al presente replicarlo.
Perché, se in alcuna parte si devia dagli antichi ordini si devia massime nelle azioni militari, dove al presente non è osservata alcuna di quelle cose che dagli antichi erano stimate assai.
Ed è nato questo inconveniente, perché le republiche ed i principi hanno imposta questa cura ad altrui; e per fuggire i pericoli si sono discostati da questo esercizio: e se pure si vede qualche volta uno re de' tempi nostri andare in persona, non si crede, però, che da lui nasca altri modi che meritino più laude.
Perché quello esercizio, quando pure lo fanno, lo fanno a pompa, e non per alcuna altra laudabile cagione.
Pure, questi fanno minori errori rivedendo i loro eserciti qualche volta in viso, tenendo a presso di loro il titolo dello imperio, che non fanno le republiche, e massime le italiane; le quali, fidandosi d'altrui, né s'intendendo in alcuna cosa di quello che appartenga alla guerra; e, dall'altro canto, volendo, per parere d'essere loro il principe, deliberarne, fanno in tale deliberazione mille errori.
E benché di alcuno ne abbi discorso altrove, voglio al presente non ne tacere uno importantissimo.
Quando questi principi oziosi, o republiche effeminate, mandono fuora uno loro capitano, la più savia commissione che paia loro dargli, è quando gl'impongono che per alcuno modo venga a giornata, anzi, sopra ogni cosa, si guardi dalla zuffa; e parendo loro, in questo, imitare la prudenza di Fabio Massimo, che, differendo il combattere, salvò lo stato ai Romani, non intendono che, la maggiore parte delle volte, questa commissione è nulla o è dannosa.
Per che si debbe pigliare questa conclusione: che uno capitano, che voglia stare alla campagna, non può fuggire la giornata, qualunque volta il nemico la vuole fare in ogni modo.
E non è altro questa commissione che dire: fa' la giornata a posta del nimico, e non a tua.
Perché a volere stare in campagna, e non fare la giornata, non ci è altro rimedio sicuro che porsi cinquanta miglia almeno discosto al nimico; e di poi tenere buone spie, che, venendo quello verso di te, tu abbi tempo a discostarti.
Uno altro partito ci è; inchiudersi in una città.
E l'uno e l'altro di questi due partiti è dannosissimo.
Nel primo si lascia in preda il paese suo al nimico; ed uno principe valente vorrà più tosto tentare la fortuna della zuffa, che allungare la guerra con tanto danno de' sudditi.
Nel secondo partito è la perdita manifesta; perché e' conviene che, riducendoti con uno esercito in una città, tu venga ad essere assediato, ed in poco tempo patire fame, e venire a dedizione.
Talché fuggire la giornata, per queste due vie, è dannosissimo.
Il modo che tenne Fabio Massimo, di stare ne' luoghi forti, è buono quando tu hai sì virtuoso esercito, che il nimico non abbia ardire di venirti a trovare dentro a' tuoi vantaggi.
Né si può dire che Fabio fuggissi la giornata, ma più tosto che la volessi fare a suo vantaggio.
Perché, se Annibale fusse ito a trovarlo, Fabio l'arebbe aspettato, e fatto la giornata seco: ma Annibale non ardì mai di combattere con lui a modo di quello.
Tanto che la giornata fu fuggita così da Annibale come da Fabio: ma se uno di loro l'avessi voluta fare in ogni modo, l'altro non vi aveva se non uno de' tre rimedi; i due sopradetti, o fuggirsi.
E che questo che io dico sia vero, si vede manifestamente con mille esempli, e massime nella guerra che i Romani feciono con Filippo di Macedonia, padre di Perse: perché Filippo, sendo assaltato dai Romani, deliberò non venire alla zuffa; e, per non vi venire, volle fare prima come aveva fatto Fabio Massimo in Italia; e si pose con il suo esercito sopra la sommità d'uno monte, dove si afforzò assai, giudicando ch'e' Romani non avessero ardire di andare a trovarlo.
Ma, andativi e combattutolo, lo cacciarono di quel monte; ed egli, non potendo resistere, si fuggì con la maggiore parte delle genti.
E quel che lo salvò che non fu consumato in tutto, fu la iniquità del paese, qual fece che i Romani non poterono seguirlo.
Filippo, adunque, non volendo azzuffarsi, ed essendosi posto con il campo presso a' Romani, si ebbe a fuggire; ed avendo conosciuto per questa isperienza, come, non volendo combattere, non gli bastava stare sopra i monti, e nelle terre non volendo rinchiudersi, deliberò pigliare l'altro modo, di stare discosto molte miglia al campo romano.
Donde, se i Romani erano in una provincia, e' se ne andava nell'altra, e così sempre, donde i Romani partivano esso entrava.
E veggendo, alla fine, come nello allungare la guerra per questa via, le sue condizioni peggioravano, e che i suoi suggetti ora da lui ora dai nimici erano oppressi, deliberò di tentare la fortuna della zuffa; e così venne con i Romani ad una giornata giusta.
È utile adunque non combattere, quando gli eserciti hanno queste condizioni che aveva lo esercito di Fabio, e che ora ha quello di Gneo Sulpizio, cioè avere uno esercito sì buono, che il nimico non ardisca venirti a trovare drento alle fortezze tue; e che il nimico sia in casa tua sanza avere preso molto piè, dove e' patisca necessità del vivere.
Ed è in questo caso il partito utile, per le ragioni che dice Tito Livio: «nolens se fortunae committere adversus hostem, quem tempus deteriorem in dies, et locus alienus, faceret».
Ma in ogni altro termine non si può fuggire giornata, se non con tuo disonore e pericolo.
Perché fuggirsi, come fece Filippo, è come essere rotto; e con più vergogna, quanto meno si è fatto pruova della tua virtù.
E se a lui riuscì salvarsi, non riuscirebbe ad uno altro che non fussi aiutato dal paese come egli.
Che Annibale non fussi maestro di guerra, alcuno mai non lo dirà ed essendo allo incontro di Scipione in Affrica, s'egli avessi veduto vantaggio in allungare la guerra, ei lo arebbe fatto; e per avventura, sendo lui buono capitano, ed avendo buono esercito, lo arebbe potuto fare, come fece Fabio in Italia: ma non lo avendo fatto, si debbe credere che qualche cagione importante lo movessi.
Perché uno principe che abbi uno esercito messo insieme, e vegga che per difetto di danari o d'amici e' non può tenere lungamente tale esercito, è matto al tutto se non tenta la fortuna innanzi che tale esercito si abbia a risolvere: perché, aspettando e' perde il certo; tentando, potrebbe vincere.
Un'altra cosa ci è ancora da stimare assai: la quale è che si debbe, eziandio perdendo, volere acquistare gloria; e più gloria si ha, ad essere vinto per forza, che per altro inconveniente che ti abbi fatto perdere.
Sì che Annibale doveva essere constretto da queste necessità.
E dall'altro canto, Scipione, quando Annibale avessi differita la giornata, e non gli fusse bastato l'animo irlo a trovare ne' luoghi forti, non pativa, per avere di già vinto Siface ed acquistato tante terre in Affrica, che vi poteva stare sicuro e con commodità come in Italia.
Il che non interveniva ad Annibale, quando era all'incontro di Fabio; né a questi Franciosi, che erano allo incontro di Sulpizio.
Tanto meno ancora può fuggire la giornata colui che con lo esercito assalta il paese altrui; perché, se vuole entrare nel paese del nimico, gli conviene, quando il nimico se gli facci incontro, azzuffarsi seco, e se si pone a campo ad una terra, si obliga tanto più alla zuffa: come ne' tempi nostri intervenne al duca Carlo di Borgogna, che, sendo accampato a Moratto, terra de' Svizzeri, fu da' Svizzeri assaltato e rotto, e come intervenne allo esercito di Francia, che, campeggiando Novara, fu medesimamente da' Svizzeri rotto.
11
Che chi ha a fare con assai,
ancora che sia inferiore,
pure che possa sostenere gli primi impeti,
vince.
La potenza de' Tribuni della plebe nella città di Roma fu grande; e fu necessaria, come molte volte da noi è stato discorso, perché altrimenti non si sarebbe potuto porre freno all'ambizione della Nobilità, la quale arebbe molto tempo innanzi corrotta quella republica, che la non si corroppe.
Nondimeno, perché in ogni cosa, come altre volte si è detto, è nascoso qualche proprio male, che fa surgere nuovi accidenti, è necessario a questo con nuovi ordini provvedere.
Essendo, pertanto, divenuta l'autorità tribunizia insolente, e formidabile alla Nobilità e a tutta Roma, e' ne sarebbe nato qualche inconveniente, dannoso alla libertà romana, se da Appio Claudio non fosse stato mostro il modo con il quale si avevano a difendere contro all'ambizione de' Tribuni: il quale fu che trovarono sempre infra loro qualcuno che fussi, o pauroso, o corrottibile, o amatore del comune bene; talmente che lo disponevano ad opporsi alla volontà di quegli altri, che volessono tirare innanzi alcuna deliberazione contro alla volontà del Senato.
Il quale rimedio fu un grande temperamento a tanta autorità, e per molti tempi giovò a Roma.
La quale cosa mi ha fatto considerare che, qualunche volta e' sono molti potenti uniti contro a un altro potente ancora che tutti insieme siano molto più potenti di quello, nondimanco si debbe sempre sperare più in quel solo e men gagliardo che in quelli assai, ancora che gagliardissimi.
Perché, lasciando stare tutte quelle cose delle quali uno solo si può, più che molti, prevalere (che sono infinite), sempre occorrerà questo: che potrà, usando un poco d'industria, disunire gli assai; e quel corpo, ch'era gagliardo, fare debole.
Io non voglio in questo addurre antichi esempli, che ce ne sarebbono assai; ma voglio mi bastino i moderni, seguiti ne' tempi nostri.
Congiurò nel 1483 tutta Italia contro ai Viniziani; e poiché loro al tutto erano persi, e non potevano stare più con lo esercito in campagna, corruppono il signor Lodovico che governava Milano, e per tale corrozione feciono uno accordo, nel quale non solamente riebbono le terre perse ma usurparono parte dello stato di Ferrara.
E così coloro che perdevano nella guerra, restarono superiori nella pace.
Pochi anni sono, congiurò contro a Francia tutto il mondo: nondimeno, avanti che si vedesse il fine della guerra, Spagna si ribellò da' confederati, e fece accordo seco; in modo che gli altri confederati furono constretti, poco dipoi, ad accordarsi ancora essi.
Talché, sanza dubbio, si debbe sempre mai fare giudicio, quando e' si vede una guerra mossa da molti contro ad uno, che quello uno abbia a restare superiore, quando sia di tale virtù, che possa sostenere i primi impeti, e col temporeggiarsi aspettare tempo.
Perché, quando ei non fosse così, porterebbe mille pericoli: come intervenne a' Viniziani nell'otto, i quali, se avessero potuto temporeggiare con lo esercito francioso, ed avere tempo a guadagnarsi alcuno di quegli che gli erano collegati contro, averiano fuggita quella rovina; ma, non avendo virtuose armi da potere temporeggiare il nimico, e per questo non avendo avuto tempo a separarne alcuno, rovinarono.
Per che si vide che il Papa, riavuto ch'egli ebbe le cose sue, si fece loro amico, e così Spagna: e molto volentieri l'uno e l'altro di questi due principi arebbero salvato loro lo stato di Lombardia contro a Francia, per non la fare sì grande in Italia, se gli avessono potuto.
Potevano, dunque, i Viniziani dare parte per salvare il resto: il che se loro avessono fatto in tempo che paressi che la non fussi stata necessità, ed innanzi ai moti della guerra, era savissimo partito; ma in su' moti era vituperoso, e per avventura di poco profitto.
Ma, innanzi a tali moti, pochi in Vinegia de' cittadini potevano vedere il pericolo, pochissimi vedere il rimedio, e nessuno consigliarlo.
Ma, per tornare al principio di questo discorso, conchiudo: che così come il Senato romano ebbe rimedio per la salute della patria contro all'ambizione de' Tribuni, per essere molti, così arà rimedio qualunque principe che sia assaltato da molti, qualunque volta ei saprà con prudenza usare termini convenienti a disgiungerli.
12
Come uno capitano prudente
debbe imporre ogni necessità
di combattere a' suoi soldati,
e, a quegli degli inimici, torla.
Altre volte abbiamo discorso quanto sia utile alle umane azioni la necessità, ed a quale gloria siano sute condutte da quella; e, come da alcuni morali filosofi è stato scritto, le mani e la lingua degli uomini, duoi nobilissimi instrumenti a nobilitarlo, non arebbero operato perfettamente, né condotte le opere umane a quella altezza si veggono condotte, se dalla necessità non fussoro spinte.
Sendo conosciuta, adunque, dagli antichi capitani degli eserciti la virtù di tale necessità, e quanto per quella gli animi de' soldati diventavono ostinati al combattere; facevano ogni opera perché i soldati loro fussero constretti da quella; e, dall'altra parte, usavono ogni industria perché gli nimici se ne liberassero: e per questo molte volte apersono al nimico quella via che loro gli potevano chiudere; ed a' suoi soldati propri chiusono quella che potevano lasciare aperta.
Quello, adunque, che desidera o che una città si defenda ostinatamente, o che uno esercito in campagna ostinatamente combatta, debbe, sopra ogni altra cosa, ingegnarsi di mettere, ne' petti di chi ha a combattere, tale necessità.
Onde uno capitano prudente, che avesse a andare ad una espugnazione d'una città, debbe misurare la facilità o la difficultà dello espugnarla, dal conoscere e considerare quale necessità constringa gli abitatori di quella a difendersi: e quando vi truovi assai necessità che gli constringa alla difesa, giudichi la espugnazione difficile; altrimenti, la giudichi facile.
Quinci nasce che le terre, dopo la rebellione, sono più difficili ad acquistare, che le non sono nel primo acquisto; perché, nel principio, non avendo cagione di temere di pena, per non avere offeso, si arrendono facilmente; ma parendo loro, sendosi dipoi ribellate, avere offeso, e per questo temendo la pena, diventono difficili ad essere espugnate.
Nasce ancora tale ostinazione da e' naturali odii che hanno i principi vicini, e le republiche vicine, l'uno con l'altro: il che procede da ambizione di dominare e gelosia del loro stato, massimamente se le sono republiche, come interviene in Toscana; la quale gara e contenzione ha fatto e farà sempre difficile la espugnazione l'una dell'altra.
Pertanto, chi considera bene i vicini della città di Firenze ed i vicini della città di Vinegia, non si maraviglierà, come molti fanno, che Firenze abbia più speso nelle guerre, ed acquistato meno di Vinegia: perché tutto nasce da non avere avuto i Viniziani le terre vicine sì ostinate alla difesa, quanto ha avuto Firenze; per essere state tutte le cittadi finitime a Vinegia use a vivere sotto uno principe, e non libere; e quegli che sono consueti a servire, stimono molte volte poco il mutare padrone, anzi molte volte lo desiderano.
Talché Vinegia, benché abbia avuto i vicini più potenti che Firenze, per avere trovato le terre meno ostinate, le ha potuto più tosto vincere, che non ha fatto quella sendo circundata da tutte città libere.
Debbe adunque uno capitano, per tornare al primo discorso, quando egli assalta una terra, con ogni diligenza ingegnarsi di levare, a' difensori di quella, tale necessità, e, per consequenzia, tale ostinazione; promettendo perdono, se gli hanno paura della pena; e se gli avessono paura della libertà, mostrare di non andare contro al comune bene, ma contro a pochi ambiziosi della città; la quale cosa molte volte ha facilitato le imprese e le espugnazioni delle terre.
E benché simili colori sieno facilmente conosciuti, e massime dagli uomini prudenti; nondimeno vi sono spesso ingannati i popoli, i quali, cupidi della presente pace, chiuggono gli occhi a qualunque altro laccio che sotto le larghe promesse si tendesse.
E per questa via infinite città sono diventate serve: come intervenne a Firenze ne' prossimi tempi; e come intervenne a Crasso ed allo esercito suo: il quale, come che conoscesse le vane promesse de' Parti, le quali erano fatte per tôrre via la necessità a' suoi soldati del difendersi, non per tanto non potette tenergli ostinati, accecati dalle offerte della pace che erano fatte loro da' loro inimici; come si vede particularmente leggendo la vita di quello.
Dico pertanto, che avendo i Sanniti, fuora delle convenzioni dello accordo, per l'ambizione di pochi, corso e predato sopra i campi de' confederati romani; ed avendo dipoi mandati imbasciadori a Roma a chiedere pace, offerendo di ristituire le cose predate, e di dare prigioni gli autori de' tumulti e della preda; furono ributtati dai Romani.
E ritornati in Sannio sanza speranza di accordo, Claudio Ponzio, capitano allora dello esercito de' Sanniti, con una sua notabile orazione mostrò come i Romani volevono in ogni modo guerra, e, benché per loro si desiderasse la pace, necessità gli faceva seguire la guerra dicendo queste parole: «Iustum est bellum quibus necessarium, et pia arma quibus nisi in armis spes est»; sopra la quale necessità egli fondò con gli suoi soldati la speranza della vittoria.
E per non avere a tornare più sopra questa materia, mi pare di addurci quelli esempli romani che sono più degni di notazione.
Era Gaio Manilio con lo esercito, all'incontro de' Veienti; ed essendo parte dello esercito veientano entrato dentro agli steccati di Manilio, corse Manilio con una banda al soccorso di quegli; e perché i Veienti non potessino salvarsi, occupò tutti gli aditi del campo; donde veggendosi i Veienti rinchiusi, cominciarono a combattere con tanta rabbia, che gli ammazzarono Manilio; ed arebbero tutto il resto de' Romani oppressi, se dalla prudenza d'uno Tribuno non fusse stato loro aperta la via ad andarsene.
Dove si vede come, mentre la necessità costrinse i Veienti a combattere, e' combatterono ferocissimamente; ma quando viddero aperta la via, pensarono più a fuggire che a combattere.
Erano entrati i Volsci e gli Equi con gli eserciti loro ne' confini romani.
Mandossi loro allo incontro i Consoli.
Talché, nel travagliare la zuffa, lo esercito de' Volsci, del quale era capo Vezio Messio, si trovò, ad un tratto, rinchiuso intra gli steccati suoi, occupati dai Romani, e l'altro esercito romano; e veggendo come gli bisognava o morire o farsi la via con il ferro, disse a' suoi soldati queste parole: «Ite mecum; non murus nec vallum, armati armatis obstant; virtute pares, quae ultimum ac maximum telum est, necessitate superiores estis».
Sì che questa necessità è chiamata da Tito Livio «ultimum ac maximum telum».
Cammillo, prudentissimo di tutti i capitani romani, sendo già dentro nella città de' Veienti con il suo esercito, per facilitare il pigliare quella, e tôrre ai nimici una ultima necessità di difendersi, comandò, in modo che i Veienti udirono, che nessuno offendessi quegli che fussono disarmati; talché, gittate l'armi in terra, si prese quella città quasi sanza sangue.
Il quale modo fu dipoi da molti capitani osservato.
13
Dove sia più da confidare,
o in uno buono capitano
che abbia lo esercito debole,
o in uno buono esercito che abbia
il capitano debole.
Essendo diventato Coriolano esule di Roma, se n'andò ai Volsci; dove contratto uno esercito per vendicarsi contro ai suoi cittadini, se ne venne a Roma; donde dipoi si partì, più per la piatà della sua madre, che per le forze de' Romani.
Sopra il quale luogo Tito Livio dice, essersi per questo conosciuto, come la Republica romana crebbe più per la virtù de' capitani che de' soldati; considerato come i Volsci per lo addietro erano stati vinti, e solo poi avevano vinto che Coriolano fu loro capitano.
E benché Livio tenga tale opinione, nondimeno si vede in molti luoghi della sua istoria la virtù de' soldati sanza capitano avere fatto maravigliose pruove, ed essere stati più ordinati e più feroci dopo la morte de' Consoli loro, che innanzi che morissono: come occorse nello esercito che i Romani avevano in Ispagna sotto gli Scipioni; il quale, morti i due capitani, poté, con la virtù sua, non solamente salvare sé stesso, ma vincere il nimico, e conservare quella provincia alla Republica.
Talché, discorrendo tutto, si troverrà molti esempli, dove solo la virtù de' soldati arà vinta la giornata; e molti altri, dove solo la virtù de' capitani arà fatto il medesimo effetto: in modo che si può giudicare, l'uno abbia bisogno dell'altro, e l'altro dell'uno.
Ècci bene da considerare, prima, quale sia più da temere, o d'uno buono esercito male capitanato, o d'uno buono capitano accompagnato da cattivo esercito.
E seguendo in questo la opinione di Cesare, si debbe estimare poco l'uno e l'altro.
Perché, andando egli in Ispagna contro a Afranio e Petreio, che avevano uno ottimo esercito, disse che gli stimava poco, «quia ibat ad exercitum sine duce», mostrando la debolezza de' capitani.
Al contrario, quando andò in Tessaglia contro a Pompeio, disse: «Vado ad ducem sine exercitu».
Puossi considerare un'altra cosa: a quale è più facile, o ad uno buono capitano fare uno buono esercito, o ad uno buono esercito fare uno buono capitano.
Sopra che dico che tale questione pare decisa: perché più facilmente molti buoni troverranno o instruiranno uno, tanto che diventi buono, che non farà uno molti.
Lucullo, quando fu mandato contro a Mitridate, era al tutto inesperto della guerra; nondimanco quel buono esercito, dove era assai capi ottimi, lo feciono tosto uno buono capitano.
Armorono i Romani, per difetto di uomini, assai servi, e gli dieno ad esercitare a Sempronio Gracco, il quale in poco tempo fece uno buon esercito.
Pelopida ed Epaminonda, come altrove dicemo, poi che gli ebbono tratta Tebe loro patria della servitù degli Spartani, in poco tempo fecero, de' contadini tebani, soldati ottimi, che poterono non solamente sostenere la milizia spartana ma vincerla.
Sì che la cosa è pari, perché l'uno buono può trovare l'altro.
Nondimeno uno esercito buono sanza capo buono suole diventare insolente e pericoloso; come diventò lo esercito di Macedonia dopo la morte di Alessandro, e come erano i soldati veterani nelle guerre civili.
Tanto che io credo che sia più da confidare assai in uno capitano che abbi tempo ad instruire uomini e commodità di armargli, che in uno esercito insolente con uno capo tumultuario fatto da lui.
Però è da addoppiare la gloria e la laude a quelli capitani che, non solamente hanno avuto a vincere il nimico, ma, prima che venghino alle mani con quello, è convenuto loro instruire lo esercito loro, e farlo buono: perché in questi si mostra doppia virtù, e tanto rada, che, se tale ferità fosse stata data a molti, ne sarebbono stimati e riputati meno assai che non sono.
14
Le invenzioni nuove,
che appariscono nel mezzo della zuffa,
e le voci nuove che si odino,
quali effetti facciano.
Di quanto momento sia ne' conflitti e nelle zuffe uno nuovo accidente che nasca per cosa che di nuovo si vegga o oda, si dimostra in assai luoghi: e massime per questo esemplo che occorse nella zuffa che i Romani fecero con i Volsci: dove Quinzio, veggendo inclinare uno de' corni del suo esercito, cominciò a gridare forte, che gli stessono saldi perché l'altro corno dello esercito era vittorioso: con la quale parola avendo dato animo ai suoi e sbigottimento a' nimici, vinse.
E se tali voci in uno esercito bene ordinato fanno effetti grandi, in uno tumultuario e male ordinato gli fanno grandissimi, perché il tutto è mosso da simile vento.
Io ne voglio addurre uno esemplo notabile, occorso ne' tempi nostri.
Era la città di Perugia, pochi anni sono, divisa in due parti, Oddi e Baglioni.
Questi regnavano; quelli altri erano esuli: i quali avendo, mediante loro amici, ragunato esercito, e ridottisi in alcuna loro terra propinqua a Perugia, con il favore della parte, una notte entrarono in quella città, e, sanza essere iscoperti, se ne venivano per pigliare la piazza.
E perché quella città in su tutti i canti delle vie ha catene che la tengono sbarrata, avevano le genti oddesche, davanti, uno che con una mazza di ferro rompea i serrami di quelle, acciocché i cavagli potessero passare; e restandogli a rompere solo quella che sboccava in piazza, ed essendo già levato il romore all'armi, ed essendo colui che rompeva oppresso dalla turba che gli veniva dietro, né potendo per questo alzare bene le braccia per rompere; per potersi maneggiare, gli venne detto: - Fatevi indietro! - la quale voce andando di grado in grado dicendo «addietro!», cominciò a fare fuggire gli ultimi, e di mano in mano gli altri, con tanta furia, che per loro medesimi si ruppono: e così restò vano il disegno degli Oddi, per cagione di sì debole accidente.
Dove è da considerare che, non tanto gli ordini in uno esercito sono necessari per potere ordinatamente combattere quanto perché ogni minimo accidenti non ti disordini.
Perché, non per altro le moltitudini popolari sono disutili per la guerra, se non perché ogni romore ogni voce, ogni strepito, gli altera e fagli fuggire.
E però uno buono capitano in tra gli altri suoi ordini debbe ordinare chi sono quegli che abbino a pigliare la sua voce e rimetterla ad altri, ed assuefare gli suoi soldati che non credino se non a quelli; e gli suoi capitani, che non dichino se non quel che da lui è commesso; perché, non osservata bene questa parte, si è visto molte volte avere fatti disordini grandissimi.
Quanto al vedere cose nuove, debbe ogni capitano ingegnarsi di farne apparire alcuna, mentre che gli eserciti sono alle mani, che dia animo a' suoi e tolgalo agli inimici; perché, intra gli accidenti che ti diano la vittoria, questo è efficacissimo.
Di che se ne può addurre per testimone Caio Sulpizio, dittatore romano; il quale venendo a giornata con i Franciosi, armò tutti i saccomanni e gente vile del campo; e quegli fatti salire sopra i muli ed altri somieri con armi ed insegne da parere gente a cavallo, gli messe sotto le insegne, dietro ad uno colle, e comandò che, ad uno segno dato, nel tempo che la zuffa fosse più gagliarda, si scoprissono e mostrassinsi a' nimici.
La quale cosa così ordinata e fatta, dette tanto terrore ai Franciosi, che perderono la giornata.
E però uno buono capitano debbe fare due cose: l'una, di vedere, con alcune di queste nuove invenzioni, di sbigottire il nimico; l'altra, di stare preparato che, essendo fatte dal nimico contro di lui, le possa scoprire, e fargliene tornare vane.
Come fece il re d'India a Semiramis; la quale, veggendo come quel re aveva buono numero di elefanti, per isbigottirlo, e per mostrargli che ancora essa n'era copiosa, ne formò assai con cuoia di bufoli e di vacche, e, quegli messi sopra i cammegli, gli mandò davanti; ma conosciuto da il re lo inganno, le tornò quel suo disegno, non solamente vano, ma dannoso.
Era Mamerco, dittatore, contro ai Fidenati, i quali, per isbigottire lo esercito romano, ordinarono che, in su l'ardore della zuffa, uscisse fuori di Fidene numero di soldati con fuochi in su le lance, acciocché i Romani, occupati dalla novità della cosa, rompessono intra loro gli ordini.
Sopra che è da notare, che, quando tali invenzioni hanno più del vero che del fitto, si può bene allora rappresentarle agli uomini, perché, avendo assai del gagliardo, non si può scoprire così presto la debolezza loro: ma quando le hanno più del fitto che del vero, è bene, o non le fare o, faccendole, tenerle discosto, di qualità che le non possino essere così presto scoperte; come fece Caio Sulpizio de' mulattieri.
Perché, quando vi è dentro debolezza, appressandosi, le si scuoprono tosto, e ti fanno danno, e non favore; come fero gli elefanti a Semiramis, e ai Fidenati i fuochi: i quali benché nel principio turbassono un poco lo esercito, nondimeno, come e' sopravenne il Dittatore, e cominciò a gridargli, dicendo che non si vergognavano a fuggire il fumo come le pecchie, e che dovessono rivoltarsi a loro; gridando: «Suis flammis delete Fidenas, quas vestris beneficiis placare non potuistis»; tornò quello trovato ai Fidenati inutile, e restarono perditori della zuffa.
15
Che uno e non molti
sieno preposti ad uno esercito,
e come i più comandatori offendono.
Essendosi ribellati i Fidenati, ed avendo morto quella colonia che i Romani avevano mandata in Fidene, crearono i Romani, per rimediare a questo insulto, quattro Tribuni con potestà consolare de' quali lasciatone uno alla guardia di Roma, ne mandarono tre contro ai Fidenati ed i Veienti: i quali, per essere divisi infra loro e disuniti, ne riportarono disonore, e non danno: perché, del disonore, ne furono cagione loro; del non ricevere danno, ne fu cagione la virtù de' soldati.
Donde i Romani, veggendo questo disordine, ricorsono alla creazione del Dittatore, acciocché un solo riordinasse quello che tre avevano disordinato.
Donde si conosce la inutilità di molti comandadori in uno esercito, o in una terra che si abbia a difendere; e Tito Livio non lo può più chiaramente dire che con le infrascritte parole: «Tres Tribuni potestate consulari documento fuere, quam plurium imperium bello inutile esset, tendendo ad sua quisque consilia, cum alii aliud videretur, aperuerunt ad occasionem locum hosti».
E benché questo sia assai esemplo a provare il disordine che fanno nella guerra i più comandatori, ne voglio addurre alcuno altro, e moderno ed antico, per maggiore dichiarazione della cosa.
Nel 1500, dopo la ripresa che fece il re di Francia Luigi XII, di Milano, mandò le sue genti a Pisa per ristituirla ai Fiorentini; dove furono mandati commessari Giovambatista Ridolfi e Luca di Antonio degli Albizi.
E perché Giovambatista era uomo di riputazione, e di più tempo, Luca al tutto lasciava governare ogni cosa a lui: e s'egli non dimostrava la sua ambizione con opporsegli, la dimostrava col tacere, e con lo straccurare e vilipendere ogni cosa, in modo che non aiutava le azioni del campo né con l'opere né con il consiglio, come se fusse stato uomo di nessuno momento.
Ma si vide poi tutto il contrario; quando Giovambatista, per certo accidente seguito, se n'ebbe a tornare a Firenze; dove Luca, rimasto solo, dimostrò quanto con l'animo, con la industria e col consiglio, valeva: le quali tutte cose, mentre vi fu la compagnia, erano perdute.
Voglio di nuovo addurre, in confermazione di questo, parole di Tito Livio; il quale, referendo come, essendo mandato da' Romani contro agli Equi Quinzio ed Agrippa suo collega, Agrippa volle che tutta l'amministrazione della guerra fosse appresso a Quinzio, e' dice: «Saluberrimum in administratione magnarum rerum est, summam imperii apud unum esse».
Il che è contrario a quello che oggi fanno queste nostre republiche e principi di mandare ne' luoghi, per amministrargli meglio, più d'uno commessario e più d'uno capo: il che fa una inestimabile confusione.
E se si cercassi le cagioni della rovina degli eserciti italiani e franciosi ne' nostri tempi, si troveria la potissima essere stata questa.
E puossi conchiudere veramente, come egli è meglio mandare in una ispedizione uno uomo solo di comunale prudenzia, che due valentissimi uomini insieme con la medesima autorità.
16
Che la vera virtù si va
ne' tempi difficili, a trovare;
e ne' tempi facili, non gli uomini virtuosi,
ma quegli che per ricchezze
o per parentado hanno più grazia.
Egli fu sempre, e sempre sarà, che gli uomini grandi e rari in una republica, ne' tempi pacifichi, sono negletti; perché, per la invidia che si ha tirato dietro la riputazione che la virtù d'essi ha dato loro, si truova in tali tempi assai cittadini che vogliono, non che essere loro equali, ma essere loro superiori.
E di questo ne è uno luogo buono in Tucidide, istorico greco; il quale mostra come, sendo la republica ateniese rimasa superiore in la guerra peloponnesiaca, ed avendo frenato l'orgoglio degli Spartani, e quasi sottomessa tutta l'altra Grecia, salse in tanta riputazione che la disegnò di occupare la Sicilia.
Venne questa impresa in disputa in Atene.
Alcibiade e qualche altro cittadino consigliavano che la si facesse, come quelli che, pensando poco al bene publico, pensavono all'onore loro, disegnando essere capi di tale impresa.
Ma Nicia, che era il primo intra i reputati di Atene, la dissuadeva; e la maggiore ragione che, nel concionare al popolo, perché gli fusse prestato fede, adducesse, fu questa: che, consigliando esso che non si facesse questa guerra, e' consigliava cosa che non faceva per lui; perché, stando Atene in pace, sapeva come vi era infiniti cittadini che gli volevano andare innanzi; ma, faccendosi guerra, sapeva che nessuno cittadino gli sarebbe superiore o equale.
Vedesi, pertanto, adunque, come nelle republiche è questo disordine, di fare poca stima de' valenti uomini, ne' tempi quieti.
La quale cosa gli fa indegnare in due modi: l'uno per vedersi mancare del grado loro; l'altro, per vedersi fare compagni e superiori uomini indegni e di manco sofficienza di loro.
Il quale disordine nelle republiche ha causato di molte rovine; perché quegli cittadini che immeritamente si veggono disprezzare, e conoscono che e' ne sono cagione i tempi facili e non pericolosi, s'ingegnano di turbargli, movendo nuove guerre in pregiudicio della republica.
E pensando quali potessono essere e' rimedi, ce ne truovo due: l'uno, mantenere i cittadini poveri, acciocché con le ricchezze sanza virtù e' non potessino corrompere né loro né altri, l'altro, di ordinarsi in modo alla guerra, che sempre si potesse fare guerra, e sempre si avesse bisogno di cittadini riputati, come e' Romani ne' suoi primi tempi.
Perché, tenendo fuori quella città sempre eserciti, sempre vi era luogo alla virtù degli uomini; né si poteva tôrre il grado a uno che lo meritasse, e darlo ad uno che non lo meritasse: perché, se pure lo faceva qualche volta, per errore o per provare, ne seguiva tosto tanto suo disordine e pericolo, che la ritornava subito nella vera via.
Ma le altre republiche, che non sono ordinate come quella, e che fanno solo guerra quando la necessità le costringe, non si possono difendere da tale inconveniente: anzi sempre v'incorreranno dentro; e sempre ne nascerà disordine, quando quello cittadino, negletto e virtuoso, sia vendicativo, ed abbia nella città qualche riputazione e aderenzia.
E la città di Roma uno tempo fece difesa; ma a quella ancora, poiché l'ebbe vinto Cartagine ed Antioco (come altrove si disse), non temendo più le guerre, pareva potere commettere gli eserciti a qualunque la voleva; non riguardando tanto alla virtù, quanto alle altre qualità che gli dessono grazia nel popolo.
Perché si vide che Paulo Emilio ebbe più volte la ripulsa nel consolato, né fu prima fatto consolo che surgesse la guerra macedonica; la quale giudicandosi pericolosa, di consenso di tutta la città fu commessa a lui.
Sendo nella nostra città di Firenze seguite dopo il 1494 di molte guerre, ed avendo fatto i cittadini fiorentini tutti una cattiva pruova, si riscontrò a sorte la città in uno che mostrò come si aveva a comandare agli eserciti; il quale fu Antonio Giacomini.
E mentre che si ebbe a fare guerre pericolose, tutta l'ambizione degli altri cittadini cessò, e nella elezione del commessario e capo degli eserciti non aveva competitore alcuno; ma come si ebbe a fare una guerra dove non era alcuno dubbio, ed assai onore e grado, e' vi trovò tanti competitori, che, avendosi ad eleggere tre commessari per campeggiare Pisa, e' fu lasciato indietro.
E benché e' non si vedesse evidentemente che male ne seguisse al publico per non vi avere mandato Antonio, nondimeno se ne potette fare facilissima coniettura; perché, non avendo più i Pisani da defendersi né da vivere, se vi fusse stato Antonio, sarebbero stati tanto innanzi stretti, che si sarebbero dati a discrezione de' Fiorentini.
Ma, sendo loro assediati da capi che non sapevano né stringergli né sforzargli, furono tanto intrattenuti che la città di Firenze gli comperò, dove la gli poteva avere a forza.
Convenne che tale sdegno potesse assai in Antonio; e bisognava ch'e' fussi bene paziente e buono, a non disiderare di vendicarsene, o con la rovina della città, potendo, o con l'ingiuria di alcuno particulare cittadino.
Da che si debbe una republica guardare; come nel seguente capitolo si discorrerà.
17
Che non si offenda uno,
e poi quel medesimo si mandi
in amministrazione e governo
d'importanza.
Debbe una republica assai considerare di non preporre alcuno ad alcuna importante amministrazione, al quale sia stato fatto da altri alcuna notabile ingiuria.
Claudio Nerone, il quale si partì dallo esercito che lui aveva a fronte ad Annibale, e con parte d'esso ne andò nella Marca, a trovare l'altro Consolo per combattere con Asdrubale avanti ch'e' si congiugnesse con Annibale, s'era trovato per lo addietro in Ispagna a fronte di Asdrubale, ed avendolo serrato in luogo con lo esercito, che bisognava o che Asdrubale combattesse con suo disavvantaggio o si morisse di fame, fu da Asdrubale astutamente tanto intrattenuto con certe pratiche d'accordo, che gli uscì di sotto, e tolsegli quella occasione di oppressarlo.
La quale cosa, saputa a Roma, gli dette carico grande appresso a il Senato ed al popolo; e di lui fu parlato inonestamente per tutta quella città, non sanza suo grande disonore e disdegno.
Ma, sendo poi fatto Consolo, e mandato allo incontro di Annibale, prese il soprascritto partito, il quale fu pericolosissimo, talmente che Roma stette tutta dubbia e sollevata infino a tanto che vennono le nuove della rotta di Asdrubale.
Ed essendo poi domandato Claudio, per quale cagione avesse preso sì pericoloso partito, dove sanza una estrema necessità egli aveva giucato quasi la libertà di Roma; rispose che lo aveva fatto perché sapeva che, se gli riusciva, riacquistava quella gloria che si aveva perduta in Ispagna; e se non gli riusciva, e che questo suo partito avesse avuto contrario fine, sapeva come e' si vendicava contro a quella città ed a quegli cittadini che lo avevano tanto ingratamente ed indiscretamente offeso.
E quando queste passioni di tali offese possono tanto in uno cittadino romano, e in quegli tempi che Roma ancora era incorrotta, si debbe pensare quanto elle possano in uno cittadino d'un'altra città che non sia fatta come era allora quella.
E perché a simili disordini che nascano nelle republiche non si può dare certo rimedio, ne seguita che gli è impossibile ordinare una republica perpetua, perché per mille inopinate vie si causa la sua rovina.
18
Nessuna cosa è più degna d'uno capitano,
che presentire i partiti del nimico.
Diceva Epaminonda tebano, nessuna cosa essere più necessaria e più utile ad uno capitano, che conoscere le diliberazioni e' partiti del nimico.
E perché tale cognizione è difficile, merita tanto più laude quello che adopera in modo che le coniettura.
E non tanto è difficile intendere i disegni del nimico, ch'egli è qualche volta difficile intendere le azioni sue; e non tanto le azioni che per lui si fanno discosto, quanto le presenti e le propinque.
Perché molte volte è accaduto che, sendo durata una zuffa infino a notte, chi ha vinto crede avere perduto, e chi ha perduto crede avere vinto.
Il quale errore ha fatto diliberare cose contrarie alla salute di colui che ha diliberato: come intervenne a Bruto e Cassio, i quali per questo errore perderono la guerra; perché, avendo vinto Bruto dal corno suo, credette Cassio, che aveva perduto, che tutto lo esercito fusse rotto; e disperatosi, per questo errore, della salute, ammazzò sé stesso.
Ne' nostri tempi, nella giornata che fece in Lombardia, a Santa Cecilia, Francesco re di Francia, con i Svizzeri, sopravvenendo la notte, credettero, quella parte de' Svizzeri che erano rimasti interi, avere vinto, non sappiendo di quegli che erano stati rotti e morti: il quale errore fece che loro medesimi non si salvarono, aspettando di ricombattere la mattina con tanto loro disavantaggio; e fecero anche errare, e per tale errore presso che rovinare, lo esercito del Papa e di Ispagna, il quale, in su la falsa nuova della vittoria, passò il Po, e, se procedeva troppo innanzi, restava prigione de' Franciosi che erano vittoriosi.
Questo simile errore occorse ne' campi romani e in quegli degli Equi.
Dove, sendo Sempronio consolo con lo esercito allo incontro degl'inimici, ed appiccandosi la zuffa, si travagliò quella giornata infino a sera, con varia fortuna dell'uno e dell'altro: e venuta la notte, sendo l'uno e l'altro esercito mezzo rotto, non ritornò alcuno di loro ne' suoi alloggiamenti; anzi ciascuno si ritrasse ne' prossimi colli, dove credevano essere più sicuri; e lo esercito romano si divise in due parti: l'una ne andò col Console; l'altra, con uno Tempanio centurione, per la virtù del quale lo esercito romano quel giorno non era stato rotto interamente.
Venuta la mattina, il Consolo romano, sanza intendere altro de' nimici, si tirò verso Roma; il simile fece lo esercito degli Equi: perché ciascuno di questi credeva che il nimico avesse vinto, e però ciascuno si ritrasse sanza curare di lasciare i suoi alloggiamenti in preda.
Accadde che Tempanio, ch'era con il resto dello esercito romano, ritirandosi ancora esso, intese, da certi feriti degli Equi, come i capitani loro s'erano partiti, ed avevano abbandonati gli alloggiamenti: donde che egli, in su questa nuova, se n'entrò negli alloggiamenti romani, e salvogli; e dipoi saccheggiò quegli degli Equi, e se ne tornò a Roma vittorioso.
La quale vittoria come si vede, consisté solo in chi prima di loro intese i disordini del nimico.
Dove si debbe notare, come e' può spesso occorrere che due eserciti, che siano a fronte l'uno dell'altro, siano nel medesimo disordine, e patischino le medesime necessità; e che quello resti poi vincitore che è il primo ad intendere le necessità dello altro.
Io voglio dare di questo uno esemplo domestico e moderno.
Nel 1498, quando i Fiorentini avevano uno esercito grosso in quel di Pisa, e stringevano forte quella città; della quale avendo i Viniziani presa la protezione, non veggendo altro modo a salvarla, diliberarono di divertire quella guerra, assaltando da un'altra banda il dominio di Firenze; e, fatto uno esercito potente, entrarono per la Val di Lamona, ed occuparono il borgo di Marradi, ed assediarono la rocca di Castiglione, che è in sul colle di sopra.
Il che sentendo i Fiorentini, diliberarono soccorrere Marradi, e non diminuire le forze avevano in quel di Pisa; e fatte nuove fanterie, ed ordinate nuove genti a cavallo, le mandarono a quella volta: delle quali ne furono capi Iacopo IV d'Appiano, signore di Piombino, ed il conte Rinuccio da Marciano.
Sendosi adunque, condotte queste genti in su il colle sopra Marradi, si levarono i nimici d'intorno a Castiglione, e ridussersi tutti nel borgo.
Ed essendo stato l'uno e l'altro di questi due eserciti a fronte qualche giorno, pativa l'uno e l'altro assai e di vettovaglie e d'ogni altra cosa necessaria: e non avendo ardire l'uno d'affrontare l'altro, né sappiendo i disordini l'uno dell'altro, deliberarono in una sera medesima l'uno e l'altro di levare gli alloggiamenti la mattina vegnente, e ritirarsi in dietro; il Viniziano verso Bersighella e Faenza, il Fiorentino verso Casaglia e il Mugello.
Venuta adunque la mattina, ed avendo ciascuno de' campi incominciato ad avviare i suoi impedimenti; a caso una donna si partì del borgo di Marradi, e venne verso il campo fiorentino, sicura per la vecchiezza e per la povertà, desiderosa di vedere certi suoi che erano in quel campo: dalla quale intendendo i capitani delle genti fiorentine, come il campo viniziano partiva, si fecero, in su questa nuova, gagliardi; e mutato consiglio, come se gli avessono disalloggiati i nimici, ne andarono sopra di loro, e scrissero a Firenze avergli ributtati e vinta la guerra.
La quale vittoria non nacque da altro che dallo avere inteso prima dei nimici come e' se n'andavano: la quale notizia, se fusse prima venuta dall'altra parte, arebbe fatto contro a' nostri il medesimo effetto.
19
Se a reggere una moltitudine
è più necessario l'ossequio che la pena.
Era la Republica romana sollevata per le inimicizie de' nobili e de' plebei: nondimeno, soprastando loro la guerra, mandarono fuori con gli eserciti Quinzio ed Appio Claudio.
Appio, per essere crudele e rozzo nel comandare, fu male ubidito da' suoi, tanto che quasi rotto si fuggì della sua provincia; Quinzio, per essere benigno e di umano ingegno ebbe i suoi soldati ubbidienti, e riportonne la vittoria.
Donde e' pare che e' sia meglio, a governare una moltitudine, essere umano che superbo, pietoso che crudele.
Nondimeno, Cornelio Tacito, al quale molti altri scrittori acconsentano in una sua sentenza conchiude il contrario, quando ait: «In multitudine regenda plus poena quam obsequium valet».
E considerando come si possa salvare l'una e l'altra di queste opinioni dico: o che tu hai a reggere uomini che ti sono per l'ordinario compagni, o uomini che ti sono sempre suggetti.
Quando ti sono compagni, non si può interamente usare la pena, né quella severità di che ragiona Cornelio; e perché la plebe romana aveva in Roma equale imperio con la Nobilità, non poteva uno, che ne diventava principe a tempo, con crudeltà e rozzezza maneggiarla.
E molte volte si vide che migliore frutto fecero i capitani romani che si facevano amare dagli eserciti, e che con ossequio gli maneggiavano, che quegli che si facevano istraordinariamente temere; se già e' non erano accompagnati da una eccessiva virtù, come fu Manlio Torquato.
Ma chi comanda a' sudditi, de' quali ragiona Cornelio, acciocché non doventino insolenti, e che per troppa tua facilità non ti calpestino, debbe volgersi più tosto alla pena che all'ossequio.
Ma questa anche debbe essere in modo moderata, che si fugga l'odio; perché farsi odiare non tornò mai bene ad alcuno principe.
Il modo del fuggirlo è lasciare stare la roba de' sudditi: perché del sangue, quando non vi sia sotto ascosa la rapina, nessuno principe ne è desideroso, se non necessitato, e questa necessità viene rade volte; ma, sendovi mescolata la rapina viene sempre, né mancano mai le cagioni ed il desiderio di spargerlo; come in altro trattato sopra questa materia si è largamente discorso.
Meritò adunque, più laude Quinzio che Appio, e la sentenza di Cornelio, dentro ai termini suoi, e non ne' casi osservati di Appio, merita d'essere approvata.
E perché noi abbiamo parlato della pena e dell'ossequio non mi pare superfluo mostrare, come uno esemplo di umanità poté appresso i Falisci più che l'armi.
20
Uno esemplo di umanità
appresso i Falisci
potette più che ogni forza romana.
Essendo Cammillo con lo esercito intorno alla città de' Falisci, e quella assediando, uno maestro di scuola de' più nobili fanciulli di quella città, pensando di gratificarsi Cammillo ed il popolo romano, sotto colore di esercizio uscendo con quegli fuori della terra, gli condusse tutti nel campo innanzi a Cammillo, e presentandogli, disse, come, mediante loro quella terra si darebbe nelle sue mani.
Il quale presente non solamente non fu accettato da Cammillo; ma, fatto spogliare quel maestro, e legatogli le mani di dietro, e dato a ciascuno di quegli fanciulli una verga in mano, lo fece da quegli con di molte battiture accompagnare nella terra.
La quale cosa intesa da quegli cittadini, piacque tanto loro la umanità ed integrità di Cammillo, che, sanza volere più difendersi, diliberarono di darli la terra.
Dove è da considerare, con questo vero esemplo, quanto qualche volta possa più negli animi degli uomini uno atto umano e pieno di carità, che uno atto feroce e violento; e come molte volte quelle provincie e quelle città che le armi, gl'instrumenti bellici ed ogni altra umana forza non ha potuto aprire, uno esemplo di umanità e di piatà, di castità o di liberalità, ha aperte.
Di che ne sono nelle istorie, oltre a questo, molti altri esempli.
E vedesi come l'armi romane non potevano cacciare Pirro d'Italia, e ne lo cacciò la liberalità di Fabrizio, quando gli manifestò l'offerta che aveva fatta ai Romani quello suo familiare, di avvelenarlo.
Vedesi ancora, come a Scipione Affricano non dette tanta riputazione in Ispagna la espugnazione di Cartagine Nuova, quanto gli dette quello esemplo di castità, di avere renduto la moglie, giovane, bella, ed intatta al suo marito; la fama della quale azione gli fece amica tutta la Ispagna.
Vedesi ancora, questa parte quanto la sia desiderata da' popoli negli uomini grandi, e quanto sia laudata dagli scrittori; e da quegli che descrivano la vita de' principi, e da quegli che ordinano come ei debbano vivere.
Intra i quali Senofonte si affatica assai in dimostrare quanti onori, quante vittorie, quanta buona fama arrecasse a Ciro lo essere umano ed affabile, e non dare alcuno esemplo di sé, né di superbo, né di crudele, né di lussurioso né di nessuno altro vizio che macchi la vita degli uomini.
Pure nondimeno, veggendo Annibale, con modi contrari a questi, avere conseguito gran fama e gran vittorie, mi pare da discorrere, nel seguente capitolo, donde questo nasca.
21
Donde nacque che Annibale,
con diverso modo di procedere
da Scipione
fece quelli medesimi effetti in Italia
che quello in Ispagna.
Io estimo che alcuni si potrebbono maravigliare veggendo come qualche capitano, nonostante ch'egli abbia tenuto contraria vita, abbia nondimeno fatti simili effetti a coloro che sono vissuti nel modo soprascritto: talché pare che la cagione delle vittorie non dependa dalle predette cause; anzi pare che quelli modi non ti rechino né più forza né più fortuna, potendosi per contrari modi acquistare gloria e riputazione.
E per non mi partire dagli uomini soprascritti, e per chiarire meglio quello che io ho voluto dire, dico come e' si vede Scipione entrare in Ispagna, e con quella sua umanità e piatà subito farsi amica quella provincia, ed adorare ed ammirare da' popoli.
Vedesi, allo incontro, entrare Annibale in Italia, e con modi tutti contrari, cioè con crudeltà, violenza e rapina ed ogni ragione infideltà, fare il medesimo effetto che aveva fatto Scipione in Ispagna; perché, a Annibale, si ribellarono tutte le città d'Italia, tutti i popoli lo seguirono.
E pensando donde questa cosa possa nascere, ci si vede dentro più ragioni.
La prima è, che gli uomini sono desiderosi di cose nuove; in tanto che così disiderano il più delle volte novità quegli che stanno bene, come quegli che stanno male: perché, come altra volta si disse, ed è il vero, gli uomini si stuccono nel bene, e nel male si affliggano.
Fa, adunque, questo desiderio aprire le porte a ciascuno che in una provincia si fa capo d'una innovazione; e s'egli è forestiero, gli corrono dietro; s'egli è provinciale, gli sono intorno, augumentanlo e favorisconlo: talmenteché, in qualunque modo elli proceda, gli riesce il fare progressi grandi in quegli luoghi.
Oltre a questo, gli uomini sono spinti da due cose principali; o dallo amore, o dal timore: talché, così gli comanda chi si fa amare, come lui che si fa temere; anzi, il più delle volte è più seguito e più ubbidito chi si fa temere che chi si fa amare.
Importa, pertanto, poco ad uno capitano, per qualunque di queste vie e' si cammini, pure che sia uomo virtuoso, e che quella virtù lo faccia riputato intra gli uomini.
Perché, quando la è grande, come la fu in Annibale ed in Scipione, ella cancella tutti quegli errori che si fanno per farsi troppo amare o per farsi troppo temere.
Perché dall'uno e dall'altro di questi due modi possono nascere inconvenienti grandi, ed atti a fare rovinare uno principe: perché colui che troppo desidera essere amato, ogni poco che si parte dalla vera via, diventa disprezzabile: quell'altro che desidera troppo di essere temuto, ogni poco ch'egli eccede il modo, diventa odioso.
E tenere la via del mezzo non si può appunto, perché la nostra natura non ce lo consente: ma è necessario queste cose che eccedono mitigare con una eccessiva virtù, come faceva Annibale e Scipione.
Nondimeno si vide come l'uno e l'altro furono offesi da questi loro modi di vivere, e così furono esaltati.
La esaltazione di tutti a due si è detta.
L'offesa, quanto a Scipione, fu che gli suoi soldati in Ispagna se gli ribellarono, insieme con parte de' suoi amici: la quale cosa non nacque da altro che da non lo temere; perché gli uomini sono tanto inquieti, che, ogni poco di porta che si apra loro all'ambizione, dimenticano subito ogni amore che gli avessero posto al principe per la umanità sua; come fecero i soldati ed amici predetti: tanto che Scipione, per rimediare a questo inconveniente, fu costretto usare parte di quella crudeltà che elli aveva fuggita.
Quanto ad Annibale, non ci è esemplo alcuno particulare, dove quella sua crudeltà e poca fede gli nocesse: ma si può bene presupporre che Napoli, e molte altre terre che stettero in fede del popolo romano, stessero per paura di quella.
Viddesi bene questo che quel suo modo di vivere impio, lo fece più odioso al popolo romano, che alcuno altro inimico che avesse mai quella Republica: in modo che, dove a Pirro mentre che egli era con lo esercito in Italia, manifestarono quello che lo voleva avvelenare, ad Annibale mai, ancora che disarmato e disperso, perdonarono, tanto che lo fecioro morire.
Nacquene, adunque, ad Annibale, per essere tenuto impio e rompitore di fede e crudele, queste incommodità; ma gliene risultò allo incontro una commodità grandissima, la quale è ammirata da tutti gli scrittori: che, nel suo esercito, ancoraché composto di varie generazioni di uomini, non nacque mai alcuna dissensione, né infra loro medesimi, né contro di lui.
Il che non potette dirivare da altro, che dal terrore che nasceva dalla persona sua: il quale era tanto grande, mescolato con la riputazione che gli dava la sua virtù, che teneva i suoi soldati quieti ed uniti.
Conchiudo, dunque, come e' non importa molto in quale modo uno capitano si proceda, pure che in esso sia virtù grande che condisca bene l'uno e l'altro modo di vivere: perché, come è detto, nell'uno e nell'altro è difetto e pericolo, quando da una virtù istraordinaria non sia corretto.
E se Annibale e Scipione, l'uno con cose laudabili, l'altro con detestabili, feciono il medesimo effetto; non mi pare da lasciare indietro il discorrere ancora di due cittadini romani, che conseguirono con diversi modi, ma tutti a due laudabili, una medesima gloria.
22
Come la durezza di Manlio Torquato
e la comità di Valerio Corvino
acquistò a ciascuno la medesima gloria.
E' furno in Roma in uno medesimo tempo due capitani eccellenti, Manlio Torquato e Valerio Corvino; i quali, di pari virtù, di pari trionfi e gloria, vissono in Roma, e ciascuno di loro, in quanto si apparteneva al nimico, con pari virtù l'acquistarono, ma quanto si apparteneva agli eserciti ed agl'intrattenimenti de' soldati, diversissimamente procederono: perché Manlio con ogni generazione di severità sanza intermettere a' suoi soldati o fatica o pena, gli comandava: Valerio, dall'altra parte, con ogni modo e termine umano, e pieno di una familiare domestichezza, gl'intratteneva.
Per che si vide, che, per avere l'ubbidienza de' soldati, l'uno ammazzò il figliuolo, e l'altro non offese mai alcuno.
Nondimeno, in tanta diversità di procedere, ciascuno fece il medesimo frutto, e contro a' nimici ed in favore della republica e suo.
Perché nessuno soldato non mai o detrattò la zuffa o si ribellò da loro o fu, in alcuna parte, discrepante dalla voglia di quegli; quantunque gl'imperi di Manlio fussero sì aspri, che tutti gli altri imperi che eccedevano il modo, erano chiamati «manliana imperia».
Dove è da considerare, prima, donde nacque che Manlio fu costretto procedere sì rigidamente; l'altro, donde avvenne che Valerio potette procedere sì umanamente l'altro, quale cagione fe' che questi diversi modi facessero il medesimo effetto; ed in ultimo, quale sia di loro meglio, e, imitare, più utile.
Se alcuno considera bene la natura di Manlio d'allora che Tito Livio ne comincia a fare menzione, lo vedrà uomo fortissimo, pietoso verso il padre e verso la patria, e reverentissimo a' suoi maggiori.
Queste cose si conoscono dalla morte di quel Francioso, dalla difesa del padre contro al Tribuno; e come, avanti ch'egli andasse alla zuffa del Francioso, e' n'andò al Consolo con queste parole: «Iniussu tuo adversus hostem nunquam pugnabo, non si certam victoriam videam».
Venendo, dunque, un uomo così fatto a grado che comandi, desidera di trovare tutti gli uomini simili a sé; e l'animo suo forte gli fa comandare cose forti; e quel medesimo, comandate che le sono, vuole si osservino.
Ed è una regola verissima, che, quando si comanda cose aspre, conviene con asprezza farle osservare; altrimenti, te ne troverresti ingannato.
Dove è da notare, che a volere essere ubbidito, è necessario saper comandare: e coloro sanno comandare, che fanno comparazione dalle qualità loro a quelle di chi ha ad ubbidire; e quando vi veggono proporzione, allora comandino; quando sproporzione, se ne astenghino.
E però diceva un uomo prudente, che, a tenere una republica, con violenza, conveniva fusse proporzione da chi sforzava a quel che era sforzato.
E qualunque volta questa proporzione vi era, si poteva credere che quella violenza fusse durabile; ma quando il violentato fusse più forte che il violentante, si poteva dubitare che ogni giorno quella violenza cessasse.
Ma tornando al discorso nostro, dico che, a comandare le cose forti, conviene essere forte; e quello che è di questa fortezza e che le comanda, non può poi con dolcezza farle osservare.
Ma chi non è di questa fortezza d'animo, si debbe guardare dagl'imperi istraordinari, e negli ordinari può usare la sua umanità.
Perché le punizioni ordinarie non sono imputate al principe, ma alle leggi ed a quegli ordini.
Debbesi, dunque, credere che Manlio fusse costretto procedere sì rigidamente dagli straordinari suoi imperi, a' quali lo inclinava la sua natura: i quali sono utili in una republica, perché e' riducono gli ordini di quella verso il principio loro, e nella sua antica virtù.
E se una republica fusse sì felice, ch'ella avesse spesso, come di sopra dicemo, chi con lo esemplo suo le rinnovasse le leggi; e non solo la ritenesse che la non corresse alla rovina, ma la ritirasse indietro; la sarebbe perpetua.
Sì che Manlio fu uno di quelli che con l'asprezza de' suoi imperi ritenne la disciplina militare in Roma; costretto prima dalla natura sua, dipoi dal desiderio aveva, si osservasse quello che il suo naturale appetito gli aveva fatto ordinare.
Dall'altro canto, Valerio potette procedere umanamente, come colui a cui bastava si osservassono le cose consuete osservarsi negli eserciti romani.
La quale consuetudine, perché era buona, bastava ad onorarlo; e non era faticosa a osservarla, e non necessitava Valerio a punire i transgressori: sì perché non ve n'era; sì perché, quando e' ve ne fosse stati, imputavano, come è detto, la punizione loro agli ordini e non alla crudeltà del principe.
In modo che, Valerio poteva fare nascere da lui ogni umanità, dalla quale ei potesse acquistare grado con i soldati, e la contentezza loro.
Donde nacque che, avendo l'uno e l'altro la medesima ubbidienza, potettono, diversamente operando, fare il medesimo effetto.
Possono quelli che volessero imitare costoro, cadere in quelli vizi di dispregio e di odio che io dico, di sopra, di Annibale e di Scipione: il che si fugge con una virtù eccessiva che sia in te, e non altrimenti.
Resta ora a considerare quale di questi modi di procedere sia più laudabile.
Il che credo sia disputabile, perché gli scrittori lodano l'uno modo e l'altro.
Nondimeno, quegli che scrivono come uno principe si abbia a governare, si accostano più a Valerio che a Manlio; e Senofonte, preallegato da me, dando di molti esempli della umanità di Ciro, si conforma assai con quello che dice di Valerio, Tito Livio.
Perché, essendo fatto Consolo contro ai Sanniti, e venendo il dì che doveva combattere, parlò a' suoi soldati con quella umanità con la quale ei si governava; e dopo tale parlare, Tito Livio dice quelle parole: «Non alias militi familiarior dux fuit, inter infimos milites omnia haud gravate mundia obeundo.
In ludo praeterea militari, cum velocitatis viriumque inter se aequales certamina ineunt, comiter facilis vincere ac vinci vultu eodem; nec quemquam aspernari parem qui se offerret; factis benignus pro re; dictis haud minus libertatis alienae, quam suae dignitatis memor; et (quo nihil popularius est) quibus artibus petierat magistratus, iisdem gerebat».
Parla medesimamente, di Manlio, Tito Livio onorevolmente, mostrando che la sua severità nella morte del figliuolo fece tanto ubbidiente lo esercito al Consolo, che fu cagione della vittoria che il popolo romano ebbe contro ai Latini; ed in tanto procede in laudarlo, che, dopo tale vittoria, descritto ch'egli ha tutto l'ordine di quella zuffa, e mostri tutti i pericoli che il popolo romano vi corse, e le difficultà che vi furono a vincere fa questa conclusione: che solo la virtù di Manlio dette quella vittoria ai Romani.
E faccendo comparazione delle forze dell'uno e dell'altro esercito, afferma come quella parte arebbe vinto che avesse avuto per consolo Manlio.
Talché considerato tutto quello che gli scrittori ne parlano, sarebbe difficile giudicarne.
Nondimeno, per non lasciare questa parte indecisa, dico come in uno cittadino che viva sotto le leggi d'una republica, credo sia più laudabile e meno pericoloso il procedere di Manlio: perché questo modo tutto è in favore del publico, e non risguarda in alcuna parte all'ambizione privata; perché tale modo non si può acquistare partigiani, mostrandosi sempre aspro a ciascuno, ed amando solo il bene commune; perché chi fa questo, non si acquista particulari amici, quali noi chiamiamo, come di sopra si disse, partigiani.
Talmenteché, simile modo di procedere non può essere più utile né più disiderabile in una republica; non mancando in quello la utilità publica, e non vi potendo essere alcun sospetto della potenza privata.
Ma nel modo del procedere di Valerio è il contrario: perché, se bene in quanto al publico si fanno e' medesimi effetti, nondimeno vi surgono molte dubitazioni per la particulare benivolenza che colui si acquista con i soldati, da fare in uno lungo imperio cattivi effetti contro alla libertà.
E se in Publicola questi cattivi effetti non nacquono, ne fu cagione non essere ancora gli animi de' Romani corrotti, e quello non essere stato lungamente e continovamente al governo loro.
Ma se noi abbiamo a considerare uno principe, come considera Senofonte, noi ci accostereno al tutto a Valerio, e lasceremo Manlio perché uno principe debbe cercare ne' soldati e ne' sudditi l'ubbidienza e lo amore.
La ubbidienza gli dà lo essere osservatore degli ordini e lo essere tenuto virtuoso; lo amore gli dà l'affabilità, l'umanità, la piatà, e l'altre parti che erano in Valerio, e che Senofonte scrive essere in Ciro.
Perché lo essere uno principe bene voluto particularmente, ed avere lo esercito suo partigiano, si conforma con tutte l'altre parti dello stato suo: ma in uno cittadino che abbia lo esercito suo partigiano, non si conforma già questa parte con l'altre sue parti, che lo hanno a fare vivere sotto le leggi ed ubidire ai magistrati.
Leggesi intra le cose antiche della Republica viniziana, come, essendo le galee viniziane tornate in Vinegia, e venendo certa differenza intra quegli delle galee ed il popolo, donde si venne al tumulto ed all'armi, né si potendo la cosa quietare né per forza di ministri né per riverenza di cittadini né timore de' magistrati; subito a quelli marinai apparve innanzi uno gentiluomo che era, l'anno davanti, stato capitano loro, per amore di quello si partirono, e lasciarono la zuffa.
La quale ubbidienza generò tanta suspizione al Senato, che, poco tempo dipoi, i Viniziani, o per prigione o per morte, se ne assicurarono.
Conchiudo pertanto, il procedere di Valerio essere utile in uno principe e pernizioso in uno cittadino; non solamente alla patria, ma a sé a lei, perché quelli modi preparano la via alla tirannide; a sé, perché in sospettando la sua città del modo del procedere suo è costretta assicurarsene con suo danno.
E così, per il contrario, affermo il procedere di Manlio in uno principe essere dannoso, ed in uno cittadino utile, e massime alla patria: ed ancora rade volte offende; se già questo odio che ti reca la tua severità, non è accresciuto da sospetto che l'altre tue virtù per la gran riputazione ti arrecassono: come, di sotto, di Cammillo si discorrerà.
23
Per quale cagione Cammillo
fusse cacciato di Roma.
Noi abbiamo conchiuso di sopra, come, procedendo come Valerio, si nuoce alla patria ed a sé; e, procedendo come Manlio, si giova alla patria, e nuocesi qualche volta a sé.
Il che si pruova assai bene per lo esemplo di Cammillo, il quale nel procedere suo simigliava più tosto Manlio che Valerio.
Donde Tito Livio, parlando di lui, dice, come «eius virtutem milites oderant, et mirabantur».
Quello che lo faceva tenere maraviglioso era la sollicitudine, la prudenza, la grandezza dello animo, il buon ordine che lui servava nello adoperarsi, e nel comandare agli eserciti: quello che lo faceva odiare, era essere più severo nel gastigargli che liberale nel rimunerargli.
E Tito Livio ne adduce di questo odio queste cagioni: la prima, che i danari che si trassono de' beni de' Veienti che si venderono, esso gli applicò al publico, e non gli divise con la preda: l'altra, che nel trionfo ei fece tirare il suo carro trionfale da quattro cavagli bianchi, dove essi dissero che per la superbia e' si era voluto agguagliare al Sole: la terza, che ei fece voto di dare a Apolline la decima parte della preda de' Veienti, la quale, volendo sodisfare al voto, si aveva a trarre delle mani de' soldati che l'avevano di già occupata.
Dove si notano bene e facilmente quelle cose che fanno uno principe odioso appresso il popolo; delle quali la principale è privarlo d'uno utile.
La quale è cosa d'importanza assai, perché le cose che hanno in sé utilità, quando l'uomo n'è privo, non le dimentica mai, ed ogni minima necessità te ne fa ricordare; e perché le necessità vengono ogni giorno, tu te ne ricordi ogni giorno.
L'altra cosa è lo apparire superbo ed enfiato; il che non può essere più odioso a' popoli, e massime a' liberi.
E benché da quella superbia e da quel fasto non ne nascesse loro alcuna incommodità, nondimeno hanno in odio chi l'usa: da che uno principe si debbe guardare come da uno scoglio: perché tirarsi odio addosso senza suo profitto, è al tutto partito temerario e poco prudente.
24
La prolungazione degl'imperii
fece serva Roma.
Se si considera bene il procedere della Republica romana, si vedrà due cose essere state cagione della risoluzione di quella Republica: l'una furon le contenzioni che nacquono dalla legge agraria; l'altra, la prolungazione degli imperii: le quali cose se fussono state conosciute bene da principio, e fattovi i debiti rimedi, sarebbe stato il vivere libero più lungo, e per avventura più quieto.
E benché, quanto alla prolungazione dello imperio, non si vegga che in Roma nascessi mai alcuno tumulto; nondimeno si vide in fatto, quanto nocé alla città quella autorità che i cittadini per tali diliberazioni presono.
E se gli altri cittadini a chi era prorogato il magistrato, fussono stati savi e buoni come fu Lucio Quinzio, non si sarebbe incorso in questo inconveniente.
La bontà del quale è di uno esemplo notabile, perché, essendosi fatto intra la Plebe ed il Senato convenzione d'accordo, ed avendo la Plebe prolungato in uno anno lo imperio ai Tribuni, giudicandogli atti a potere resistere all'ambizione de' nobili, volle il Senato, per gara della Plebe e per non parere da meno di lei, prolungare il consolato a Lucio Quinzio: il quale al tutto negò questa diliberazione, dicendo che i cattivi esempli si voleva cercare di spegnergli, non di accrescergli con uno altro più cattivo esemplo, e volle si facessono nuovi Consoli.
La quale bontà e prudenza se fosse stata in tutti i cittadini romani, non arebbe lasciata introdurre quella consuetudine di prolungare i magistrati, e da quelli non si sarebbe venuto alla prolungazione delli imperii: la quale cosa, col tempo, rovinò quella Republica.
Il primo a chi fu prorogato lo imperio, fu a Publio Philone; il quale essendo a campo alla città di Palepoli, e venendo la fine del suo consolato, e parendo al Senato ch'egli avesse in mano quella vittoria, non gli mandarono il successore, ma lo fecero Proconsolo; talché fu il primo Proconsolo.
La quale cosa, ancora che mossa dal Senato per utilità publica, fu quella che con il tempo fece serva Roma.
Perché, quanto più i Romani si discostarono con le armi, tanto più parve loro tale prorogazione necessaria, e più la usarono.
La quale cosa fece due inconvenienti: l'uno, che meno numero di uomini si esercitarono negl'imperii, e si venne per questo a ristringere la riputazione in pochi: l'altro, che, stando uno cittadino assai tempo comandatore d'uno esercito, se lo guadagnava e facevaselo partigiano; perché quello esercito col tempo dimenticava il Senato e riconosceva quello capo.
Per questo Silla e Mario poterono trovare soldati che contro al bene publico gli seguitassono: per questo, Cesare potette occupare la patria.
Che se mai i Romani non avessono prolungati i magistrati e gli imperii, se non venivano sì tosto a tanta potenza, e se fussono stati più tardi gli acquisti loro, sarebbono ancora più tardi venuti nella servitù.
25
Della povertà di Cincinnato
e di molti cittadini romani.
Noi abbiamo ragionato altrove come la più utile cosa che si ordini in uno vivere libero è che si mantenghino i cittadini poveri.
E benché in Roma non apparisca quale ordine fusse quello che facesse questo effetto, avendo, massime, la legge agraria avuta tanta oppugnazione; nondimeno per esperienza si vide, che, dopo quattrocento anni che Roma era stata edificata, vi era una grandissima povertà; né si può credere che altro ordine maggiore facesse questo effetto, che vedere come per la povertà non ti era impedita la via a qualunque grado ed a qualunque onore, e come e' si andava a trovare la virtù in qualunque casa l'abitasse.
Il quale modo di vivere faceva manco desiderabili le ricchezze.
Questo si vede manifesto; perché, sendo Minuzio consolo assediato con lo esercito suo dagli Equi, si empié di paura Roma, che quello esercito non si perdesse; tanto che ricorsero a creare il Dittatore, ultimo rimedio nelle loro cose afflitte.
E crearono Lucio Quinzio Cincinnato, il quale allora si trovava nella sua piccola villa, la quale lavorava di sua mano.
La quale cosa con parole auree e celebrata da Tito Livio, dicendo: «Operae pretium est audire, qui omnia prae divitiis humana spernunt, neque honori magno locum, neque virtuti putant esse, nisi effusae affluant opes».
Arava Cincinnato la sua piccola villa, la quale non trapassava il termine di quattro iugeri quando da Roma vennero i Legati del Senato a significargli la elezione della sua dittatura, a mostrargli in quale pericolo si trovava la romana Republica.
Egli, presa la sua toga, venuto in Roma e ragunato uno esercito ne andò a liberare Minuzio, ed avendo rotti e spogliati i nimici, e liberato quello, non volle che lo esercito assediato fusse partecipe della preda, dicendogli queste parole: - Io non voglio che tu participi della preda di coloro de' quali tu se' stato per essere preda; - e privò Minuzio del consolato, e fecelo Legato, dicendogli: - Starai in questo grado tanto, che tu impari a sapere essere Consolo -.
Aveva fatto suo Maestro de' cavagli Lucio Tarquinio, il quale per la povertà militava a piede.
Notasi, come è detto, l'onore che si faceva in Roma alla povertà; e come a un uomo buono e valente, quale era Cincinnato, quattro iugeri di terra bastavano a nutrirlo.
La quale povertà si vede come era ancora ne' tempi di Marco Regolo; perché, sendo in Affrica con gli eserciti, domandò licenza al Senato per potere tornare a custodire la sua villa, la quale gli era guasta da' suoi lavoratori.
Dove si vede due cose notabilissime: l'una, la povertà, e come vi stavano dentro contenti, e come e' bastava a quelli cittadini trarre della guerra onore, e l'utile tutto lasciavano al publico.
Perché, s'egli avessero pensato d'arricchire della guerra, gli sarebbe dato poca briga che i suoi campi fussono stati guasti.
L'altra è considerare la generosità dell'animo di quelli cittadini, i quali, preposti ad uno esercito, saliva la grandezza dello animo loro sopra ogni principe, non stimavono i re, non le republiche; non gli sbigottiva né spaventava cosa alcuna; e tornati dipoi privati, diventavano parchi, umili, curatori delle piccole facultà loro, ubbidienti a' magistrati, reverenti alli loro maggiori: talché pare impossibile che uno medesimo animo patisca tale mutazione.
Durò questa povertà ancora infino a' tempi di Paulo Emilio, che furono quasi gli ultimi felici tempi di quella Republica, dove uno cittadino, che col trionfo suo arricchì Roma, nondimeno mantenne povero sé.
Ed in tanto si stimava ancora la povertà, che Paulo, nell'onorare chi si era portato bene nella guerra, donò a uno suo genero una tazza d'ariento, il quale fu il primo ariento che fusse nella sua casa.
Potrebbesi, con un lungo parlare, mostrare quanto migliori frutti produca la povertà che la ricchezza, e come l'una ha onorato le città, le provincie, le sétte, e l'altra le ha rovinate; se questa materia non fusse stata molte volte da altri uomini celebrata.
26
Come per cagione di femine
si rovina uno stato.
Nacque nella città d'Ardea intra i patrizi e gli plebei una sedizione per cagione d'uno parentado: dove, avendosi a maritare una femina ricca, la domandarono parimente uno plebeo ed uno nobile; e non avendo quella padre, i tutori la volevono congiugnere al plebeo, la madre al nobile: di che nacque tanto tumulto, che si venne alle armi; dove tutta la Nobilità si armò in favore del nobile, e tutta la plebe in favore del plebeo.
Talché, essendo superata la plebe, si uscì d'Ardea, e mandò a' Volsci per aiuto: i nobili mandarono a Roma.
Furono prima i Volsci, e, giunti intorno ad Ardea, si accamparono.
Sopravvennono i Romani, e rinchiusono i Volsci infra la terra e loro; tanto che gli costrinsono, essendo stretti dalla fame, a darsi a discrezione.
Ed entrati i Romani in Ardea, e morti tutti i capi della sedizione, composono le cose di quella città.
Sono in questo testo più cose da notare.
Prima, si vede come le donne sono state cagioni di molte rovine, ed hanno fatti gran danni a quegli che governano una città, ed hanno causato di molte divisioni in quelle: e, come si è veduto in questa nostra istoria, lo eccesso fatto contro a Lucrezia tolse lo stato ai Tarquinii; quell'altro, fatto contro a Virginia, privò i Dieci dell'autorità loro.
Ed Aristotile, intra le prime cause che mette della rovina de' tiranni, è lo avere ingiuriato altrui per conto delle donne, o con stuprarle, o con violarle, o con rompere i matrimonii; come di questa parte, nel capitolo dove noi trattamo delle congiure, largamente si parlò.
Dico, adunque, come i principi assoluti ed i governatori delle republiche non hanno a tenere poco conto di questa parte; ma debbono considerare i disordini che per tale accidente possono nascere, e rimediarvi in tempo che il rimedio non sia con danno e vituperio dello stato loro o della loro republica: come intervenne agli Ardeati; i quali, per avere lasciato crescere quella gara intra i loro cittadini, si condussero a dividersi infra loro; e, volendo riunirsi, ebbono a mandare per soccorsi esterni: il che è uno grande principio d'una propinqua servitù.
Ma veniamo allo altro notabile, del modo del riunire le città; del quale nel futuro capitolo parlereno.
27
Come e' si ha ad unire una città divisa;
e come e' non è vera quella opinione,
che, a tenere le città,
bisogni tenerle divise.
Per lo esemplo de' Consoli romani che riconciliorono insieme gli Ardeati, si nota il modo come si debbe comporre una città divisa: il quale non è altro, né altrimenti si debbe medicare, che ammazzare i capi de' tumulti, perché gli è necessario pigliare uno de' tre modi: o ammazzargli, come feciono costoro; o rimuovergli della città; o fare loro fare pace insieme, sotto oblighi di non si offendere.
Di questi tre modi, questo ultimo è più dannoso, meno certo e più inutile.
Perché gli è impossibile, dove sia corso assai sangue, o altre simili ingiurie, che una pace, fatta per forza, duri, riveggendosi ogni dì insieme in viso; ed è difficile che si astenghino dallo ingiuriare l'uno l'altro, potendo nascere infra loro ogni dì, per la conversazione, nuove cagioni di querele.
Sopra che non si può dare il migliore esemplo che la città di Pistoia.
Era divisa quella città, come è ancora, quindici anni sono, in Panciatichi e Cancellieri; ma allora era in sull'armi, ed oggi le ha posate.
E dopo molte dispute infra loro vennono al sangue, alla rovina delle case, al predarsi la roba, e ad ogni altro termine di nimico.
Ed i Fiorentini, che gli avevano a comporre, sempre vi usarono quel terzo modo; e sempre ne nacque maggiori tumulti e maggiori scandali: tanto che, stracchi, e' si venne al secondo modo, di rimuovere i capi delle parti; de' quali alcuni messono in prigione alcuni altri confinarono in vari luoghi: tanto che l'accordo fatto potette stare, ed è stato infino a oggi.
Ma sanza dubbio più sicuro saria stato il primo.
Ma perché simili esecuzioni hanno il grande ed il generoso, una republica debole non le sa fare, ed ènne tanto discosto, che a fatica la si conduce al rimedio secondo.
E questi sono di quegli errori che io dissi nel principio, che fanno i principi de' nostri tempi, che hanno a giudicare le cose grandi; perché doverrebbono volere udire come si sono governati coloro che hanno avuto a giudicare anticamente simili casi.
Ma la debolezza de' presenti uomini, causata dalla debole educazione loro e dalla poca notizia delle cose, fa che si giudicano i giudicii antichi, parte inumani, parte impossibili.
Ed hanno certe loro moderne opinioni, discosto al tutto dal vero, come è quella che dicevano e' savi della nostra città, un tempo fa: che bisognava tenere Pistoia con le parti, e Pisa con le fortezze; e non si avveggono, quanto l'una e l'altra di queste due cose è inutile.
Io voglio lasciare le fortezze, perché di sopra ne parlamo a lungo; e voglio discorrere la inutilità che si trae del tenere le terre, che tu hai in governo, divise.
In prima, egli è impossibile che tu ti mantenga tutte a due quelle parti amiche, o principe o republica che le governi.
Perché dalla natura è dato agli uomini pigliare parte in qualunque cosa divisa, e piacergli più questa che quella.
Talché, avendo una parte di quella terra male contenta, fa che, la prima guerra che viene, te la perdi; perché gli è impossibile guardare una città che abbia e' nimici fuori e dentro.
Se la è una republica che la governi, non ci è il più bel modo a fare cattivi i tuoi cittadini ed a fare dividere la tua città, che avere in governo una città divisa; perché ciascuna parte cerca di avere favori, e ciascuna si fa amici con varie corruttele: talché ne nasce due grandissimi inconvenienti; l'uno, che tu non ti gli fai mai amici, per non gli potere governare bene, variando il governo spesso, ora con l'uno, ora con l'altro omore; l'altro, che tale studio di parte divide di necessità la tua republica.
Ed il Biondo, parlando de' Fiorentini e de' Pistolesi, ne fa fede, dicendo: «Mentre che i Fiorentini disegnavono di riunire Pistoia, divisono sé medesimi».
Pertanto, si può facilmente considerare il male che da questa divisione nasca.
Nel 1502, quando si perdé Arezzo, e tutto Val di Tevere e Val di Chiana, occupatoci dai Vitelli e dal duca Valentino, venne un monsignor di Lant, mandato dal re di Francia a fare ristituire ai Fiorentini tutte quelle terre perdute; e trovando Lant in ogni castello uomini che, nel vicitarlo, dicevano che erano della parte di Marzocco, biasimò assai questa divisione: dicendo, che, se in Francia uno di quegli sudditi del re dicesse di essere della parte del re, sarebbe gastigato, perché tale voce non significherebbe altro, se non che in quella terra fusse gente inimica del re, e quel re vuole che le terre tutte sieno sue amiche, unite e sanza parte.
Ma tutti questi modi e queste opinioni diverse dalla verità, nascono dalla debolezza di chi è signore; i quali, veggendo di non potere tenere gli stati con forza e con virtù, si voltono a simili industrie: le quali qualche volta ne' tempi quieti giovano qualche cosa, ma, come e' vengono le avversità ed i tempi forti, le mostrano la fallacia loro.
28
Che si debbe por mente
alle opere de' cittadini,
perché molte volte sotto una opera pia
si nasconde uno principio di tirannide.
Essendo la città di Roma aggravata dalla fame, e non bastando le provisioni publiche a cessarla, prese animo uno Spurio Melio, essendo assai ricco, secondo quegli tempi, di fare provisione privatamente di frumento, e pascerne col suo grado la plebe.
Per la quale cosa, egli ebbe tanto concorso di popolo in suo favore, che il Senato, pensando all' inconveniente che di quella sua liberalità poteva nascere, per opprimerla avanti che la pigliasse più forze, gli creò uno Dittatore addosso, e fecelo morire.
Qui è da notare, come molte volte le opere che paiono pie e da non le potere ragionevolmente dannare, diventono crudeli, e per una republica sono pericolosissime, quando le non siano a buona ora corrette.
E per discorrere questa cosa più particularmente, dico che una republica sanza i cittadini riputati non può stare, né può governarsi in alcuno modo bene.
Dall'altro canto, la riputazione de' cittadini è cagione della tirannide delle republiche.
E volendo regolare questa cosa, bisogna ordinarsi talmente, che i cittadini siano riputati, di riputazione che giovi, e non nuoca, alla città ed alla libertà di quella.
E però si debbe esaminare i modi con i quali e' pigliano riputazione; che sono in effetto due: o publici o privati.
I modi publici sono, quando uno, consigliando bene, operando meglio, in beneficio comune, acquista riputazione.
A questo onore si debba aprire la via ai cittadini, e preporre premii ed ai consigli ed alle opere, talché se ne abbiano ad onorare e sodisfare.
E quando queste riputazioni, prese per queste vie, siano stiette e semplici, non saranno mai pericolose: ma quando le sono prese per vie private, che è l'altro modo preallegato, sono pericolosissime ed in tutto nocive.
Le vie private sono, faccendo beneficio a questo ed a quello altro privato, col prestargli danari, maritargli le figliuole, difenderlo dai magistrati, e faccendogli simili privati favori, i quali si fanno gli uomini partigiani, e danno animo, a chi è così favorito, di potere corrompere il publico e sforzare le leggi.
Debbe, pertanto, una republica bene ordinata aprire le vie come è detto, a chi cerca favori per vie publiche, e chiuderle a chi li cerca per vie private, come si vede che fece Roma perché in premio di chi operava bene per il publico, ordinò i trionfi, e tutti gli altri onori che la dava ai suoi cittadini, ed in danno di chi sotto vari colori per vie private cercava di farsi grande, ordinò l'accuse; e quando queste non bastassero, per essere accecato il popolo da una spezie di falso bene, ordinò il Dittatore, il quale con il braccio regio facesse ritornare dentro al segno chi ne fosse uscito, come la fece per punire Spurio Melio.
Ed una che di queste cose si lasci impunita, è atta a rovinare una republica; perché difficilmente con quello esemplo si riduce dipoi in la vera via.
29
Che gli peccati de' popoli
nascono dai principi.
Non si dolghino i principi di alcuno peccato che facciono i popoli ch'egli abbiano in governo; perché tali peccati conviene che naschino o per la sua negligenza, o per essere lui macchiato di simili errori.
E chi discorrerà i popoli che ne' nostri tempi sono stati tenuti pieni di ruberie e di simili peccati, vedrà che sarà al tutto nato da quegli che gli governavano, che erano di simile natura.
La Romagna, innanzi che in quella fussono spenti da papa Alessandro VI quegli signori che la comandavano, era un esempio d'ogni sceleratissima vita, perché quivi si vedeva per ogni leggiere cagione seguire occisioni e rapine grandissime.
Il che nasceva dalla tristitia di quelli principi; non dalla natura trista degli uomini, come loro dicevano.
Perché, sendo quegli principi poveri, e volendo vivere da ricchi, erano necessitati volgersi a molte rapine, e quelle per vari modi usare.
Ed intra l'altre disoneste vie che tenevano, e' facevano leggi, e proibivono alcuna azione; dipoi erano i primi che davano cagione della inosservanza di esse, né mai punivano gli inosservanti, se non poi, quando vedevano assai essere incorsi in simile pregiudizio; ed allora si voltavano alla punizione, non per zelo della legge fatta, ma per cupidità di riscuotere la pena.
Donde nasceva molti inconvenienti, e sopra tutto, questo, che i popoli s'impoverivano, e non si correggevano; e quegli che erano impoveriti, s'ingegnavano, contro a' meno potenti di loro, prevalersi.
Donde surgevano tutti quelli mali che di sopra si dicano, de' quali era cagione il principe.
E che questo sia vero, lo mostra Tito Livio quando e' narra che, portando i Legati romani il dono della preda de' Veienti ad Apolline, furono presi da' corsali di Lipari in Sicilia, e condotti in quella terra: ed inteso Timasiteo, loro principe, che dono era questo, dove gli andava e chi lo mandava, si portò, quantunque nato a Lipari, come uomo romano, e mostrò al popolo quanto era impio occupare simile dono; tanto che, con il consenso dello universale, ne lasciò andare i Legati con tutte le cose loro.
E le parole dello istorico sono queste: «Timasitheus multitudinem religione implevit, quae semper regenti est similis».
E Lorenzo de' Medici, a confermazione di questa sentenza, dice:
E quel che fa 'l signor, fanno poi molti;
Che nel signor son tutti gli occhi volti.
30
A uno cittadino
che voglia nella sua republica
fare di sua autorità alcuna opera buona,
è necessario, prima, spegnere l'invidia:
e come, vedendo il nimico,
si ha a ordinare la difesa d'una città.
Intendendo il Senato romano come la Toscana tutta aveva fatto nuovo deletto per venire a' danni di Roma; e come i Latini e gli Ernici, stati per lo addietro amici del Popolo romano, si erano accostati con i Volsci, perpetui inimici di Roma; giudicò questa guerra dovere essere pericolosa.
E trovandosi Cammillo tribuno di potestà consolare, pensò che si potesse fare sanza creare il Dittatore, quando gli altri Tribuni suoi collegi volessono cedergli la somma dello imperio.
Il che detti Tribuni fecero volontariamente: «Nec quicquam (dice Tito Livio) de maiestate sua detractum credebant, quod maiestati eius concessissent».
Onde Cammillo, presa a parole questa ubbidienza, comandò che si scrivesse tre eserciti.
Del primo volle essere capo lui, per ire contro a' Toscani.
Del secondo fece capo Quinto Servilio, il quale volle stesse propinquo a Roma, per ostare ai Latini ed agli Ernici, se si movessono.
Al terzo esercito prepose Lucio Quinzio, il quale scrisse per tenere guardata la città e difese le porte e la curia, in ogni caso che nascesse.
Oltre a di questo, ordinò che Orazio, uno de' suoi collegi, provedesse l'armi ed il frumento e l'altre cose che richieggono i tempi della guerra.
Prepose Cornelio, ancora, suo collega, al Senato ed al publico consiglio, acciocché potesse consigliare le azioni che giornalmente si avevano a fare ed esequire: in modo furono quegli Tribuni, in quelli tempi, per la salute della patria, disposti a comandare ed a ubbidire.
Notasi per questo testo, quello che faccia uno uomo buono e savio, e di quanto bene sia cagione, e quanto utile e' possa fare alla sua patria, quando, mediante la sua bontà e virtù, egli ha spenta la invidia; la quale è molte volte cagione che gli uomini non possono operare bene, non permettendo detta invidia che gli abbino quella autorità la quale è necessaria avere nelle cose d'importanza.
Spegnesi questa invidia in due modi.
O per qualche accidente forte e difficile, dove ciascuno, veggendosi perire, posposta ogni ambizione, corre volontariamente ad ubbidire a colui che crede che con la sua virtù lo possa liberare: come intervenne a Cammillo, il quale avendo dato di sé tanti saggi di uomo eccellentissimo, ed essendo stato tre volte Dittatore, ed avendo amministrato sempre quel grado ad utile publico, e non a propria utilità aveva fatto che gli uomini non temevano della grandezza sua; e per esser tanto grande e tanto riputato, non stimavano cosa vergognosa essere inferiori a lui (e però dice Tito Livio saviamente quelle parole «Nec quicquam» ecc.) in un altro modo si spegne l'invidia quando, o per violenza o per ordine naturale, muoiono coloro che sono stati tuoi concorrenti nel venire a qualche riputazione ed a qualche grandezza; quali, veggendoti riputato più di loro, è impossibile che mai acquieschino, e stieno pazienti.
E quando e' sono uomini che siano usi a vivere in una città corrotta, dove la educazione non abbia fatto in loro alcuna bontà, è impossibile che per accidente alcuno, mai si ridichino; e per ottenere la voglia loro, e satisfare alla loro perversità d'animo sarebbero contenti vedere la rovina della loro patria.
A vincere questa invidia non ci è altro rimedio che la morte di coloro che l'hanno; e quando la fortuna è tanto propizia a quell'uomo virtuoso, che si muoiano ordinariamente, diventa, sanza scandalo, glorioso, quando sanza ostacolo e sanza offesa e' può mostrare la sua virtù; ma quando e' non abbi questa ventura, gli conviene pensare per ogni via a torsegli dinanzi; e prima che e' facci cosa alcuna, gli bisogna tenere modi che vinca questa difficultà.
E chi legge la Bibbia sensatamente, vedrà Moisè essere stato forzato, a volere che le sue leggi e che i suoi ordini andassero innanzi, ad ammazzare infiniti uomini, i quali, non mossi da altro che dalla invidia, si opponevano a' disegni suoi.
Questa necessità conosceva benissimo frate Girolamo Savonerola; conoscevala ancora Piero Soderini, gonfaloniere di Firenze.
L'uno non potette vincerla, per non avere autorità a poterlo fare (che fu il frate), e per non essere inteso bene da coloro che lo seguitavano, che ne arebbero avuto autorità.
Nonpertanto per lui non rimase, e le sue prediche sono piene di accuse de' savi del mondo e d'invettive contro a loro: perché chiamava così questi invidi, e quegli che si opponevano agli ordini suoi.
Quell'altro credeva, col tempo, con la bontà, con la fortuna sua, col benificare alcuno, spegnere questa invidia; vedendosi di assai fresca età, e con tanti nuovi favori che gli arrecava el modo del suo procedere, che credeva potere superare quelli tanti che per invidia se gli opponevano, sanza alcuno scandolo, violenza e tumulto: e non sapeva che il tempo non si può aspettare, la bontà non basta, la fortuna varia, e la malignità non truova dono che la plachi.
Tanto che l'uno e l'altro di questi due rovinarono, e la rovina loro fu causata da non avere saputo o potuto vincere questa invidia.
L'altro notabile è l'ordine che Cammillo dette, dentro e fuori, per la salute di Roma.
E veramente, non sanza cagione gli istorici buoni, come è questo nostro, mettono particularmente e distintamente certi casi, acciocché i posteri imparino come gli abbino in simili accidenti difendersi.
E debbesi in questo testo notare, che non è la più pericolosa né la più inutile difesa, che quella che si fa tumultuariamente e sanza ordine.
E questo si mostra per quello terzo esercito che Cammillo fece scrivere per lasciarlo, in Roma, a guardia della città: perché molti arebbero giudicato e giudicherebbero questa parte superflua, sendo quel popolo, per l'ordinario, armato e bellicoso; e per questo, che non bisognasse di scriverlo altrimenti, ma bastasse farlo armare quando il bisogno venisse.
Ma Cammillo, e qualunque fusse savio come era esso, la giudica altrimenti; perché non permette mai che una moltitudine pigli l'arme, se non con certo ordine e certo modo.
E però, in su questo esemplo, uno che sia preposto a guardia d'una città, debba fuggire come uno scoglio il fare armare gli uomini tumultuosamente; ma debba avere prima scritti e scelti quegli che voglia si armino, chi gli abbino ad ubbidire, dove a convenire, dove a andare; e, quegli che non sono scritti, comandare che stieno ciascuno alle case sue, a guardia di quelle.
Coloro che terranno questo ordine in una città assaltata, facilmente si potranno difendere: chi farà altrimenti, non imiterà Cammillo, e non si difenderà.
31
Le republiche forti
e gli uomini eccellenti
ritengono in ogni fortuna
il medesimo animo
e la loro medesima dignità.
Intra l'altre magnifiche cose che 'l nostro istorico fa dire e fare a Cammillo, per mostrare come debbe essere fatto un uomo eccellente, gli mette in bocca queste parole: «Nec mihi dictatura animos fecit, nec exilium ademit».
Per le quali si vede, come gli uomini grandi sono sempre in ogni fortuna quelli medesimi; e se la varia, ora con esaltarli, ora con opprimerli, quegli non variano, ma tengono sempre lo animo fermo, ed in tale modo congiunto con il modo del vivere loro, che facilmente si conosce per ciascuno, la fortuna non avere potenza sopra di loro.
Altrimenti si governano gli uomini deboli perché invaniscono ed inebriano nella buona fortuna, attribuendo tutto il bene che gli hanno a quella virtù che non conobbono mai.
D'onde nasce che diventano insopportabili ed odiosi a tutti coloro che gli hanno intorno.
Da che poi depende la subita variazione della sorte; la quale come veggono in viso, caggiono subito nell'altro difetto, e diventano vili ed abietti.
Di qui nasce che i principi così fatti pensano nelle avversità più a fuggirsi che a difendersi, come quelli che, per avere male usata la buona fortuna, sono ad ogni difesa impreparati.
Questa virtù, e questo vizio, che io dico trovarsi in un uomo solo, si truova ancora in una republica, ed in esemplo ci sono i Romani ed i Viniziani.
Quelli primi, nessuna cattiva sorte gli fece mai diventare abietti né nessuna buona fortuna gli fece mai essere insolenti; come si vide manifestamente dopo la rotta ch'egli ebbero a Canne, e dopo la vittoria ch'egli ebbero contro a Antioco; perché, per quella rotta, ancora che gravissima per essere stata la terza, non invilirono mai; e mandarono fuori eserciti; non vollono riscattare i loro prigioni contro agli ordini loro; non mandarono ad Annibale o a Cartagine a chiedere pace: ma, lasciate stare tutte queste cose abiette indietro, pensarono sempre alla guerra armando, per carestia di uomini, i vecchi ed i servi loro.
La quale cosa conosciuta da Annone cartaginese, come di sopra si disse, mostrò a quel Senato quanto poco conto si aveva a tenere della rotta di Canne.
E così si vide come i tempi difficili non gli sbigottivono, né gli rendevono umili.
Dall'altra parte, i tempi prosperi non gli facevano insolenti: perché, mandando Antioco oratori a Scipione, a chiedere accordo, avanti che fussono venuti alla giornata, e ch'egli avesse perduto Scipione gli dette certe condizioni della pace; quali erano, che si ritirasse dentro alla Soria, ed il resto lasciasse nello arbitrio del Popolo romano.
Il quale accordo recusando Antioco, e venendo alla giornata, e perdendola, rimandò imbasciadori a Scipione, con commissione che pigliassero tutte quelle condizioni erano date loro dal vincitore: alli quali non propose altri patti che quegli si avesse offerti innanzi che vincesse; soggiugnendo queste parole: «Quod Romani, si vincuntur, non minuuntur animis; nec, si vincunt, insolescere solent».
Al contrario appunto di questo si è veduto fare ai Viniziani: i quali nella buona fortuna, parendo loro aversela guadagnata con quella virtù che non avevano, erano venuti a tanta insolenza che chiamavano il re di Francia figliuolo di San Marco; non stimavano la Chiesa; non capivano in modo alcuno in Italia; ed eronsi presupposti nello animo di avere a fare una monarchia simile alla romana.
Dipoi, come la buona sorte gli abbandonò e ch'egli ebbono una mezza rotta a Vailà, dal re di Francia, perderono non solamente tutto lo stato loro per ribellione, ma buona parte ne dettero al papa ed al re di Spagna per viltà ed abiezione d'animo; ed in tanto invilirono, che mandarono imbasciadori allo imperadore a farsi tributari, scrissono al papa lettere piene di viltà e di sommissione per muoverlo a compassione.
Alla quale infelicità pervennono in quattro giorni, e dopo una mezza rotta: perché, avendo combattuto il loro esercito, nel ritirarsi venne a combattere ed essere oppresso circa la metà, in modo che, l'uno de' Provveditori, che si salvò, arrivò a Verona con più di venticinquemila soldati, intr'a piè ed a cavallo.
Talmenteché, se a Vinegia e negli ordini loro fosse stata alcuna qualità di virtù, facilmente si potevano rifare, e rimostrare di nuovo il viso alla fortuna, ed essere a tempo o a vincere o a perdere più gloriosamente, o ad avere accordo più onorevole.
Ma la viltà dello animo loro, causata dalla qualità de' loro ordini non buoni nelle cose della guerra, gli fece ad un tratto perdere lo stato e l'animo.
E sempre interverrà così a qualunque si governa come loro.
Perché questo diventare insolente nella buona fortuna ed abietto nella cattiva, nasce dal modo del procedere tuo, e dalla educazione nella quale ti se' nutrito: la quale, quando è debole e vana, ti rende simile a sé; quando è stata altrimenti, ti rende anche d'un'altra sorte; e, faccendoti migliore conoscitore del mondo, ti fa meno rallegrare del bene, e meno rattristare del male.
E quello che si dice d'uno solo, si dice di molti che vivono in una republica medesima; i quali si fanno di quella perfezione, che ha il modo del vivere di quella.
E benché altra volta si sia detto come il fondamento di tutti gli stati è la buona milizia; e come, dove non è questa, non possono essere né leggi buone né alcuna altra cosa buona, non mi pare superfluo riplicarlo: perché ad ogni punto nel leggere questa istoria si vede apparire questa necessità; e si vede come la milizia non puoté essere buona, se la non è esercitata; e come la non si può esercitare, se la non è composta di tuoi sudditi.
Perché sempre non si sta in guerra, né si può starvi.
Però conviene poterla esercitare a tempo di pace; e con altri che con sudditi non si può fare questo esercizio, rispetto alla spesa.
Era Cammillo andato, come di sopra dicemo, con lo esercito contro ai Toscani; ed avendo i suoi soldati veduto la grandezza dello esercito de' nimici, si erano tutti sbigottiti, parendo loro essere tanto inferiori da non potere sostenere l'impeto di quegli.
E pervenendo questa mala disposizione del campo agli orecchi di Cammillo, si mostrò fuora, ed andando parlando per il campo a questi e quelli soldati, trasse loro del capo questa opinione; e nello ultimo, sanza ordinare altrimenti il campo, disse: «Quod quisque didicit, aut consuevit, faciet».
E chi considera bene questo termine, e le parole disse loro, per inanimirli ad ire contro a' nimici, considerasi come e' non si poteva né dire né fare fare alcuna di quelle cose a uno esercito che prima non fosse stato ordinato ed esercitato ed in pace ed in guerra.
Perché di quegli soldati che non hanno imparato a fare cosa alcuna, non può uno capitano fidarsi, e credere che faccino alcuna cosa che stia bene; e se gli comandasse uno nuovo Annibale, vi rovinerebbe sotto.
Perché, non potendo uno capitano essere, mentre si fa la giornata, in ogni parte; se non ha prima in ogni parte ordinato di potere avere uomini che abbino lo spirito suo e bene gli ordini e modi del procedere suo, conviene di necessità che ci rovini.
Se, adunque, una città sarà armata ed ordinata come Roma; e che ogni dì ai suoi cittadini, ed in particulare ed in publico, tocchi a fare isperienza e della virtù loro, e della potenza della fortuna; interverrà sempre che in ogni condizione di tempo ei fiano del medesimo animo, e manterranno la medesima loro degnità: ma quando e' fiano disarmati, e che si appoggeranno solo agl'impeti della fortuna e non alla propria virtù, varieranno col variare di quella, e daranno sempre, di loro, esemplo tale che hanno dato i Viniziani.
32
Quali modi hanno tenuti alcuni
a turbare una pace.
Essendosi ribellate dal Popolo romano Circei e Velitre, due sue colonie, sotto speranza di essere difese dai Latini, ed essendo di poi i Latini, vinti, e mancando di quella speranza, consigliavano assai cittadini che si dovesse mandare a Roma oratori a raccomandarsi al Senato: il quale partito fu turbato da coloro che erano stati autori della ribellione; i quali temevano che tutta la pena non si voltasse sopra le teste loro.