DONNA MIMMA, di Luigi Pirandello - pagina 17
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Noi intanto non abbiamo nulla da fare...
parlo franco io.
Assecondiamo la natura: questo il nostro compito, ecco! Da un momento all'altro potrebbe determinarsi una crisi benefica.
S'accostò al letto e consultò il polso del giacente.
- I polsi si mantengono.
Applicheremo più tardi due carte senapate ai piedi.
Me l'hanno lasciato detto i miei colleghi.
Non mi prendo nessuna libertà, io.
Il Bax era all'inizio della carriera, e però costretto a codiare un po' l'uno, un po' l'altro dei medici più accontati, tutti - s'intende - asini per lui.
Mah! Riteneva una fortuna l'essere stato chiamato in quell'occasione, al letto d'uno in vista come il Naldi; gli conferiva una certa importanza e l'avrebbe rialzato nel concetto di tanta gente che affluiva d'ora in ora a visitar l'infermo, cui egli per ciò assisteva col massimo zelo.
Nel vederlo così faccente attorno al letto, nessuno (egli credeva) avrebbe sospettato che gli altri medici curanti lo avessero chiamato unicamente perché lo sapevano resistentissimo al sonno.
- Sentite, eh? Ma se lo supponevo io! - diceva frattanto Filippo Deodati nell'altra stanza.
- Ma che colpo apoplettico d'Egitto! Possibile, così, un colpo? È caso d'embolia.
Un caso d'embolia cerebrale, bello e buono, di quelli genuini...
tipico, via!
- Com'hai detto? - domandarono alcuni.
- Embolia? Che significa? - domandarono altri.
- Eh, dal greco...
embolé...
perdio, me ne ricordo ancora dal liceo.
Quando la circolazione del sangue non si svolge più regolarmente, perché il cuore, capite, è indebolito, che avviene? avviene che nel cuore si formano certi...
grumi di sangue...
grumi, grumi....
Qualche volta uno di questi grumi si stacca dal cuore, capite? e gira...
Oh! Fino a tanto che incontra vasi capaci, questo grumo, naturalmente, passa; ma quando poi arriva al cervello dove i vasi sono più fini d'un capello...
eh, allora...
embolé: interponimento...
- mi spiego? - avviene l'arresto e il colpo.
Gli ascoltatori si guardarono l'un l'altro negli occhi senza fiatare, come colpiti tutti dall'oscura minaccia di quel male.
Un piccolo grumo! Si stacca...
gira...
e poi...
embolé, interponimento...
Da che dipende la vita d'un uomo! Può accadere a tutti un caso simile.
E ciascuno pensò di nuovo a sé, alle condizioni della sua salute, guardando con crudeltà quelli tra gli astanti che si sapevano di salute cagionevole.
Uno tra questi, dalle spalle in capo, quasi senza collo, sempre acceso in volto, più miope del Deodati, sospirò agitando sotto gli sguardi dei radunati più volte di seguito le palpebre dietro le lenti che gli rimpicciolivano gli occhi.
- Intanto, - seguitò il Deodati, - se l'arresto non si risolve prima delle ventiquattr'ore, la parte cerebrale non nudrita degenera, capite? e avviene il rammollimento.
- Povero Gaspare! - esclamò con angoscia intensa, esasperata, l'uomo miope senza collo.
E l'ometto calvo, panciutello, osservò, facendo rincorrere i pollici delle manocce pelose, che lì, sul ventre, poteva facilmente intrecciarsele.
- Che processo crudele di causa e d'effetti! Il bimbo morto del Cilento si chiama dietro un uomo qua, padre di sei altri bambini.
L'osservazione piacque, e tutti i presenti scossero malinconicamente il capo.
- Sei? Dica sette! - corresse uno.
- La povera moglie è incinta di nuovo.
Poi si guardò attorno e domandò:
- Non si potrebbe avere un bicchier d'acqua? Che sete!
- Pensare, - sospirò Guido Póntina, - che a quest'ora sarebbe laggiù in campagna, tra la sua famiglia, in mezzo ai suoi contadini, come tutti gli altri giorni.
Maledetto il momento che gli venne in mente di salire in paese quest'oggi! Perché, sentite: è vero purtroppo e non si nega ch'era continuamente sotto la minaccia di...
di questo grumo che dice Deodati; ma probabilmente, probabilissimamente, senza la causa determinante di queste due ore di sole, tra le scosse e gli sbalzi del baroccino...
- Eh, ma se voi del municipio, - lo interruppe il Deodati a questo punto, - non ci volete pensare a riparar lo stradone!
- Come no? - rispose vivamente il Póntina.
- Ci s'è pensato!
- Sì! Avete fatto scaricare i mucchi del brecciale, per dar modo ai ragazzi di fare alle sassate.
Chi li stende? Debbono stendersi da sé?
- Basta, certamente, - interloquì per metter pace l'ometto calvo, - il povero Naldi avrebbe potuto vivere due, tre, cinque, magari dieci anni ancora!
- Si sa! Certo! È così! - approvarono a bassa voce alcuni.
- Contradizioni inesplicabili! - esclamò il Deodati.
- Ma già...
è inutile! La fatalità.
Si ha un bel guardarsi di tutto e aver cura timorosa e meticolosa della propria salute: arriva il giorno destinato, e addio.
L'uomo miope, senza collo, a questa osservazione si alzò; sbuffò forte, approvando col capo; non ne poteva più; e andò ad affacciarsi al balcone.
Gli pareva che tutti, parlando del Naldi, leggessero la condanna a lui.
Eppure non se ne andava; restava lì, come se qualcuno ve lo costringesse.
Altri del crocchio si opposero all'osservazione del Deodati, e allora venne fuori, intercalata d'aneddoti personali, la vita del Naldi in quegli ultimi anni, da che egli cioè, guarito miracolosamente d'una polmonite, s'era ritirato in campagna con la famiglia, per consiglio dei medici, i quali gli avevano assolutamente proibito d'attendere agli affari.
Per qualche tempo il Naldi, sì, aveva seguito la prescrizione, vivendo come un patriarca in mezzo alla numerosa famiglia e ai contadini, curando scrupolosamente la salute.
S'era finanche provvisto d'una piccola farmacia e d'una bibliotechina medica, con l'ajuto delle quali s'era dilettato di tanto in tanto, a un bisogno, a far da medico alla moglie, ai figliuoli, ai contadini suoi dipendenti, là a Val Mazzara.
- Che aria!
- E la villa, l'avete veduta? con quel magnifico pergolato.
- Era il suo orgoglio, quel pergolato!
- Dovette pagarla cara, quella terra, no?
- Ma no, che cara! Gliela vendette il Lopez, affogato, prima di fallire.
È che lui poi ci ha speso tanto.
- Gran lavoratore!
In quest'ultimo anno, difatti, contento della recuperata salute, aveva ripreso a lavorare, a cavalcare per mezze giornate per recarsi alle zolfare di sua proprietà; e a chi lo richiamava ai consigli dei medici, mostrava sotto la camicia una pelle di coniglio sul petto.
- E ne tengo un'altra dietro, a guardia delle spalle, - diceva.
- Appena sudo, mi cambio.
Ohè, sei figliuoli ho; non posso star mica dentro uno scaffale!
Con quella pelle di coniglio addosso si sentiva ormai invulnerabile, come se si fosse munito d'una corazza contro la morte, e questa superstiziosa fiducia lo rendeva imprudente e quasi felice.
- E intanto, in un attimo - concluse l'ometto calvo.
- Chi sa a quanti contadini avrà lasciato detto stamane, prima di partire: «Per far questo o quest'altro, aspettate il mio ritorno».
Il Póntina approvò col capo, soddisfatto che si fosse tratta tanta materia di discorso da un'idea manifestata prima da lui.
Due o tre consultarono l'orologio.
Era l'ora della cena pei più; ma nessuno avrebbe voluto andar via.
La catastrofe poteva essere imminente.
Entrò nella stanza, un momento, il dottor Bax, e tutti si voltarono a guardarlo.
Il piccolo De Petri, atteggiato di mestizia, gli domandò:
- A che siamo?
Il Bax aprì le braccia in risposta, chiudendo gli occhi e traendo un gran sospiro.
- Ma c'è tempo?
- Signor mio, non si può dire!
- Su per giù...
- Nulla, nulla, - rispose il giovane medico, infastidito.
- Da un momento all'altro può sopravvenire la paralisi cardiaca.
Se non sopravviene, ne avremo a lungo.
«Non chiamerei questo medico, neppure in punto di morte!» disse tra sé il De Petri stizzito.
Alcuni si mossero per andar via: non potevano farne a meno: erano attesi in casa per la cena.
Ma, prima d'andarsene, vollero rivedere il moribondo, ed entrarono nel salotto, col cappello in mano, in punta di piedi.
Contemplarono un pezzo in silenzio il giacente, a cui il nipote introduceva tra le labbra, cautamente un cucchiajo a metà pieno d'una mistura rosea.
Il moribondo continuava a rantolar sordamente, facendo gorgogliar la mistura nella gola, come se si divertisse a fare un gargarismo.
Ritornarono poco dopo, per la visita serale, i tre medici curanti.
A uno a uno, appena arrivati, consultarono a lungo i polsi del colpito, prima il destro, poi il sinistro, tra il silenzio sgomento degli astanti che spiavano ogni loro movimento, come in attesa d'un responso fatale, inappellabile.
Il giovane dottor Bax riferiva in breve a bassa voce ai tre colleghi, che dimostravano di non prestargli ascolto, lo stato dell'infermo durante la loro assenza.
- Zitto, collega: va bene! - disse, seccato, il più vecchio dei tre, e tirò giù il lenzuolo per osservare il petto e il ventre del moribondo agitati continuamente, per lo stento della respirazione, da conati quasi serpentini.
Quella vista angosciò così gli astanti che molti distrassero lo sguardo da quel ventre illuminato da una candela sorretta da un infermiere.
Un altro dei medici, magro, rigido, impassibile, posò le dita nodose sull'attaccatura del collo, a sinistra, ove lenta e forte pulsava visibilmente l'arteria poi tutta la mano, sul cuore.
Il terzo si mise a solleticar con un dito la pianta del piede destro, paralitico, per accertarsi se non vi permanesse ancora un ultimo resto di sensibilità.
Il medico magro rigido disse a uno degli infermieri:
- Avvicinate la candela.
E con due dita sollevò la palpebra dell'occhio destro già spento.
Poi, tutti e tre, seguiti dal giovane dottor Bax, si recarono al balcone, e vi sedettero al fresco a confabulare.
Dopo alcuni minuti uno d'essi s'alzò e, accostandosi alla mensola, trasse dall'astuccio una siringhetta, la pulì, la provò due volte facendone sprillare un po' d'acqua; poi la riempì di caffeina e s'appressò al letto.
- La candela!
- Dottore, dottore, perché prolungar così lo strazio di questa agonia? - gemette affannosamente lo zio canonico, impallidito alla vista dello strumento.
- È nostro dovere, reverendo, - rispose asciutto asciutto il medico, scoprendo la gamba del giacente.
- Ma lasciamo fare a Dio...
- insisté con voce piagnucolosa il canonico.
Il medico, senza dargli retta, cacciò l'ago nella gamba insensibile; e l'altro chiuse gli occhi per non vedere.
Poco dopo, lasciate al Bax alcune prescrizioni per la notte, i tre medici andarono via, seguiti da quasi tutti i visitatori.
Rimasero nel salotto i due infermieri e il canonico.
Ardeva sulla mensola una candela, la cui fiamma era continuamente agitata dalla brezza serale che entrava dal balcone.
Il volto del moribondo, al debole lume tremolante, pareva annerito sui bianchi guanciali.
I peli dei baffi rossicci sembravano appiccicati sul labbro, come quelli d'una maschera.
Sotto i baffi, dalla bocca aperta, un po' storta a destra, il rantolo usciva angoscioso e, sotto il lenzuolo, era palese l'orrenda fatica del ventre e del petto per la respirazione.
I due infermieri sedevano in ombra, silenziosi, alla sponda del letto: uno suzzava con un bioccolo di bambagia dalle gote del giacente l'acqua che sgocciolava dalla vescica di ghiaccio; l'altro reggeva su le ginocchia un cuscino, sul quale il moribondo allungava, per ritrarla subito dopo irrequietamente, la gamba illesa.
Su un quadricello presso la mensola sorgeva un uccellaccio imbalsamato, dal collo e dalle zampe esili e lunghissime, il quale pareva guardasse spaventato, con gli occhi di vetro, gli attori muti di quella lugubre scena.
A piè del letto, il canonico, curvo, le braccia appoggiate sulle gambe, le mani intrecciate, pregava con gli occhi chiusi, e sotto le palpebre, a tratti, si vedeva quasi fervere la muta preghiera.
Il trapunto della leggera cortina del balcone si disegnava lieve sulla blanda e chiara suffusione del chiarore lunare: alito di deliziosa frescura.
Il dottor Bax rientrò nel salotto, e notò subito che lo stento della respirazione cresceva di momento in momento.
Già il volto del Naldi aveva assunto il caratteristico aspetto cianotico: la bocca aperta sprofondava, e tra le ciglia appena schiuse e alle narici un che di muffito o di fuligginoso.
- Tenete sempre la vescica un po' a manca, così, - disse a bassa voce agli infermieri.
Questi lo guardarono, come per domandargli se dicesse sul serio.
Un piacere e nient'altro poteva essere, stare a guardare il moribondo con quella specie di berretto, a tocco di giudice, anziché dritto, sulle ventitré.
Ma già - si capiva - tanto per dire qualche cosa...
E infatti il dottor Bax, sapendo bene che non c'era più altro da fare, si recò al balcone.
Di lì, appoggiato alla ringhierina di ferro, contemplò a lungo l'ampia vallata che sotto il colle su cui sorge la città s'allarga degradando fino al mare laggiù in fondo rischiarato quella sera dalla luna.
Compreso dal mistero della morte, contemplò in alto gli astri impalliditi dal chiaror lunare.
Ma nessuna relazione, veramente, agli occhi suoi tra quel cielo e quell'anima che agonizzava crudelmente dentro la stanza.
Favole! Il Naldi sarebbe finito tutto laggiù...
E cercò con gli occhi, in un punto noto della vallata, la macchia fosca dei cipressi del camposanto.
Laggiù...
laggiù...
tutto e per sempre.
E, nella sincerità ancora illusa della sua giovinezza, immaginò, attraverso gli stenti superati per procacciarsi quella professione di medico il suo compito in mezzo agli uomini: alleviare le sofferenze, allontanare la morte, l'orrenda fine, laggiù.
Fu scosso, a un tratto, da un borbottio sommesso dentro la stanza.
Un prete nottante, dall'abito frusto, leggeva con un pajo di rozzi occhiali sul naso, curvo sul moribondo, in un vecchio e unto libricciuolo, intercalando frequentemente nella lettura ora un Pater ora un'Ave, che i due infermieri e il canonico ripetevano a bassa voce.
Terminata la preghiera, il prete, dagli occhi impassibili, s'infrociò una grossa presa di tabacco.
Era stato chiamato per la notte come «ricordante» al capezzale del moribondo.
Notava con soddisfazione che aveva ben poco da fare, poiché questo non era più in sensi.
Di tanto in tanto una preghiera per accompagnare il trapasso, e sufficit.
Si scosse con una mano un po' di tabacco dal petto, poi si rassettò la tonaca sulle gambe, poi si guardò le unghie e soffiò per il caldo.
- Caldo...
ah, caldo...
- Non si respira, - disse uno degli infermieri.
Il dottor Bax rientrò dal balcone; guardò accigliato il prete che rispose allo sguardo con un sorriso triste e vano, e uscì dal salotto.
Attraversando la sala d'ingresso, scorse nella parete a sinistra un uscio, a cui finora non aveva badato.
L'uscio era socchiuso.
Intravide una camera illuminata debolmente, in cui erano raccolte alcune donne in silenzio.
Ne usciva in quel momento Carlo Naldi con in mano una tazza di brodo.
- Dottore, venga, - disse il Naldi.
- Provi lei a farle prendere questo po' di brodo.
- Io? a chi? - domandò, confuso, il Bax.
- A mia cognata.
- Ah, la moglie: è di là?
- Sì, venga.
Il Bax s'era sentito sempre a disagio in presenza delle donne; tuttavia, costretto, entrò premuroso:
- Dov'è? dov'è?
La moglie del moribondo sedeva su un seggiolone, con un gomito appoggiato sul bracciuolo e la faccia nascosta in un fazzoletto.
Al richiamo insistente del dottore, mostrò il volto lungo, cereo, smunto.
Pareva movesse con pena le palpebre: non aveva più forza neanche di piangere.
Gli occhi le andarono all'uscio della camera rimasto aperto, e subito immaginò che il marito fosse morto e che già se lo fossero portato via, in chiesa.
Rassicurata, si lasciò piegare dalla voce estranea del medico a mandar giù qualche sorso di brodo, ma subito reclinò il volto sul fazzoletto, come se stesse per rigettarlo, e allungò l'altra mano per allontanare la tazza.
Nondimeno, il dottor Bax uscì dalla camera molto soddisfatto di sé, quasi convulso, e appena nella saletta d'ingresso si fermò perplesso, un tratto, a grattarsi la fronte, come per rendersi conto di quella sua soddisfazione, di cui non vedeva bene il perché.
A sera inoltrata si riunirono di nuovo nell'altra stanza quasi tutti i visitatori del giorno.
Alcuni, tra i celibi, si proponevano di rimaner l'intera notte colà, dato che il Naldi non fosse morto prima di giorno; gli altri si sarebbero trattenuti fino al più tardi possibile: e chi sa, forse avrebbero assistito anche loro alla morte, che pareva dovesse avvenire da un momento all'altro.
Del resto, fuori, in città, non si sarebbe trovato modo di passar la serata.
All'avvocato Filippo Deodati avvenne di poter rifare il racconto della visita del Naldi al Cilento, col particolare saliente del bicchier d'acqua, a un nuovo visitatore, il quale, arrivato la sera stessa da un paese vicino, era accorso alla notizia così come si trovava, con gli stivaloni, il fucile appeso alla spalla e la cartuccera al ventre.
Costui non sapeva ancora accordarsi bene al contegno degli altri, parlava un po' troppo forte, mostrava ancor troppo viva la sorpresa, l'afflizione, l'ansia di sapere, in mezzo agli altri che si tenevano silenziosi e circospetti, rispondendo alle sue domande o con un moto degli occhi o con un sospiro.
Appena entrato nel salotto, alla vista del moribondo, il nuovo visitatore s'era impuntato per istintivo orrore; poi, pian piano, s'era accostato al letto, osservando paurosamente il Naldi.
- Perché fa così? - domandò a un infermiere.
Il moribondo, sempre più angosciato, agitava senza requie la mano sinistra illesa; riusciva talvolta a sollevare e a trarsi giù dal petto il lembo rimboccato del lenzuolo; tal'altra, non riuscendovi, levava il braccio a vuoto, con l'indice e il pollice della mano convulsa congiunti, quasi in atto di spaventosa minaccia.
Il nuovo visitatore n'era rimasto atterrito.
- Perché fa così? - domandò di nuovo.
- Vuol togliersi la vescica dal capo, - rispose l'infermiere.
- Ma che! Non gli dar retta! - interloquì Filippo Deodati.
- Movimenti riflessi.
- Se l'è già tolta due volte! - insisté l'infermiere.
Il Deodati lo guardò con aria di commiserazione.
- E che importa? Movimenti riflessi.
Non sa più quel che si faccia.
Ha già perduto i centri frenici; è evidente.
A prestare un po' d'attenzione ci s'accorge che fa tre movimenti soli, costantemente gli stessi.
E pareva, nel dar questi schiarimenti, assaporasse uno di quei piaceri che avvengono proprio di rado, almeno dal modo con cui accarezzava con la voce quei termini di scienza: «movimenti riflessi», «centri frenici».
Entrò, in quella, a tempesta, il piccolo De Petri, annunziando:
- Il deputato! Il deputato! L'onorevole Delfante!
E corse nell'altra stanza a ripetere l'annunzio:
- L'onorevole Delfante.
L'ho visto io dalla finestra.
Carlo Naldi posò il sigaro e accorse nella saletta, seguito da molti altri, per accogliere il deputato:
- Dov'è? dov'è?
L'onorevole Delfante era già entrato nel salotto coi due che l'accompagnavano, il consigliere delegato della Prefettura e il funzionante sindaco.
Al suo arrivo i due infermieri sorsero in piedi, a capo scoperto, come davanti a un re, e anche il prete s'alzò e si trasse indietro.
La vista del moribondo, al debole lume tremolante della candela, era divenuta insostenibile: quel corpo gigantesco, a cui la morte teneva adunghiato il cervello, si contorceva orribilmente nella lotta incosciente, tremenda, delle ultime forze - e respirava ancora!
Non di meno, l'onorevole Delfante, con le ciglia aggrottate, le mani dietro la schiena, sostenne a lungo lo strazio di quello spettacolo.
Strinse forte la mano a Carlo Naldi, senza dir nulla, e si volse di nuovo a contemplare il giacente, ch'era stato suo amico d'infanzia e compagno di scuola.
Tra le mille seccature le ansie, le smanie dell'ambizione, ecco l'immagine di un'improvvisa morte! E scosse amaramente il capo, con gli angoli della bocca contratti in giù.
- Che siamo! - mormorò, e uscì, a capo chino, dalla camera del moribondo, per recarsi nell'altra stanza, seguito da quasi tutti i presenti a quella scena.
Eran tutti inorgogliti di quella degnazione dell'onorevole deputato, e beati della fortuna d'averlo lì con loro.
Gli fu porto da sedere nel balcone, al fresco, e molti gli si strinsero attorno, in silenzio.
Quindi, prima uno, poi un altro, gli rivolsero qualche domanda a bassa voce, alla quale egli non seppe tenersi dal rispondere.
Poco dopo la conversazione navigava per l'agitato mare della politica, dietro la sconquassata nave ministeriale, di cui il Delfante era fedele pompilo seguace, non per convinzione, ma per misero tornaconto.
Il fratello del moribondo si teneva discosto, seduto su una poltroncina: gli faceva male un dente, e fumava per stordire il dolore.
Alcuni, vedendolo fumare, pensaron d'accendere il sigaro anche loro.
Soltanto il piccolo De Petri era in gran pensiero.
Si doveva sì o no ordinare la cassa da morto? Nessuno ci pensava, e intanto...
Dove diavolo s'era cacciato quello sciocco presuntuoso del dottor Bax? E gli abiti per l'ultima vestizione? Al povero Naldi toccava anche di morire fuori della propria casa! Bisognava mandar qualcuno a cercare questi abiti.
E un altro pensiero ancora: gli annunzi funebri, a stampa.
- Se non ci si pensa prima a queste cose...
- diceva piano a tutti il piccolo De Petri.
S'era portato con sé il registro degli elettori del Comune, e sul tavolinetto, insieme col giovine biondo molto pallido, passava in rassegna e segnava col lapis il nome di coloro a cui si doveva inviare la partecipazione di morte del Naldi.
In quella cernita la sua lingua maledica trovò quasi la pietra da affilarsi.
E, di tanto in tanto, a qualche nome, diceva:
- No, a questo cornuto, no!
E, a qualche altro:
- No, a questo ladro, neppure!
L'onorevole Delfante sciolse finalmente la seduta; rientrò nella stanza e strinse di nuovo la mano a Carlo Naldi:
- Coraggio, fratello mio!
Prima d'andarsene, volle rivedere il moribondo.
E al dottor Bax che gli stava accanto, domandò:
- Se domani tornassi, lo troverei?
- Agonia lunga, - rispose il Bax.
- Ma fino a domani forse no!
- Speriamo! - sospirò l'onorevole Delfante.
- Ormai la morte è cessazione di pena.
E andò via, tirandosi dietro gran parte dei visitatori.
Dopo la mezzanotte, eran soltanto in sei, oltre i parenti, il prete e il dottor Bax.
I parenti s'erano riuniti nell'altra stanza, attorno alla moglie del moribondo.
Nella stanza di questo i due infermieri accanto al letto dormicchiavano, e il prete, per non imitarli infornava tabacco: aveva posato sul guanciale allato alla testa del giacente un piccolo crocifisso, sicuro che questo al morente, per la notte, poteva bastare.
Gli altri, nell'altra stanza, presso il balcone, comodamente sdrajati, conversavano fra loro fumando.
Una disputa s'era accesa tra il Bax e l'avvocato Filippo Deodati intorno ad alcuni strani fenomeni spiritici esperimentati in quei giorni da un cultore fanatico di questa nuova sollecitudine intellettuale - come l'avvocato Deodati la definiva.
- Ciarlatanerie! - esclamò a un certo punto il Bax.
- Naturalissimo che tu dica così! - rispose con un sorrisetto il Deodati.
- Anch'io, per altro, son quasi della tua opinione.
Tuttavia penso, chi sa! è presunzione certo ritenere che l'uomo, con questi suoi cinque limitatissimi sensi e la povera intelligenza che gliene risulta...
possa...
dico, possa percepire...
e concepire tutta quanta la natura.
Chi sa quant'altre sue leggi, quant'altre sue forze e vie ci restano ignote.
E chi sa se veramente...
dico non si riesca a stabilire...
quasi un sesto senso...
mediante il quale non si rivelino a noi...
senza tuttavia riflettersi su la nostra coscienza (e perciò, badate, paurosamente) fenomeni inaccessibili nello stato normale.
- Già! - fece il Bax.
- I tavolini giranti e parlanti.
Sesto senso? Autosuggestione, caro mio!
- Eppure! - sospirò il Deodati, che guardava ancora in giro gli amici per coglier l'effetto delle sue prime parole.
- Eppure...
ecco: io vorrei spiegarmi il perché di certe nostre paure...
sì, dico...
la paura, per esempio, che ci fanno i morti.
Andresti tu, poniamo, domani o quando che sarà, a dormir solo, di notte, accanto alla cassa mortuaria del nostro povero Naldi, dentro la cattedrale, dove fosse soltanto un lampadino acceso, pendente dall'altissima volta, tra le grandi ombre, oppresso dalla poderosa solenne vacuità di quell'interno sacro? Oh Dio, il silenzio, immagina! e un topo che roda il legno d'un confessionale o d'una panca...
giù, in fondo, sotto la cantoria.
- Dei morti, - disse con calma il Bax, - ho avuto paura anch'io che a buon conto, ohè, medico sono e di morti n'ho visti, come potete figurarvi!
- E tagliati.
- Anche.
Veramente allora ero studente.
Tu sai che mi son sempre levato all'ora dei galli.
Basta, - «Matteo» - mi avevano detto la sera avanti alcuni miei colleghi, - «tu che sei mattiniero, domattina di buon'ora và ad accaparrarti con Bartolo alla Sala Anatomica un buon pezzo da studiare: testa e busto».
Bartolo era il bidello della Sala.
Che tipo, se l'aveste conosciuto! Parlava coi cadaveri; nettava a perfezione i teschi e se li vendeva cinque lire l'uno.
Cinque lire, una testa d'uomo! È vero che, molte, vanno anche assai meno.
Basta.
State a sentire, che vi racconterò come un morto mi spense la candela.
- La candela?
- La candela, sì.
Accettai l'incarico dei miei compagni; e il giorno appresso, poco dopo le quattro, mi recai alla Sala.
Il cancello, davanti al giardino che circonda il basso edificio, era aperto, o meglio, accostato: segno che i becchini avevano già portato il carico alla Sala.
Bartolo si vestiva nella stanzetta a sinistra dell'androne, la quale ha una finestra prospiciente il giardino.
Io vidi, entrando, il lume attraverso le stecche della persiana.
Contemporaneamente, Bartolo udì lo scalpiccio dei miei passi sulla ghaja del vialetto.
«Chi è là?» «Io, Bax.» «Ah, entri pure!» «Abbiamo di già?» «Abbiamo, sissignore.
Ma la sala è al bujo.
Abbia pazienza un momentino: son bell'e vestito.» «Fà pure con comodo.
Ho con me la candela.» Entrai.
Non ero mai entrato solo, a quell'ora, nella Sala.
Paura no, ma vi assicuro che una certa inquietudine nervosa me la sentivo addosso, attraversando quelle stanze in fila, silenziose, rintronanti, prima di giungere alla sala in fondo.
Guardavo fiso la fiamma della mia candela, che riparavo con una mano per non veder l'ombra del mio corpo fuggente lungo le pareti e sul pavimento.
I becchini avevano lasciato aperto l'uscio.
Sei casse erano posate su le lastre di marmo dei tavolini.
I cadaveri giungevano a noi dalle chiese, ancor vestiti, e tante volte anche coi fiori dentro.
Un mio compagno, tra parentesi, non si faceva scrupolo di mettersi qualcuno di quei fiori all'occhiello o di comporne qualche mazzolino che poi regalava apposta alle belle donnine: - «Amore e morte!» - diceva lui.
Basta.
Reggevo con una mano la candela; con l'altra scoperchiavo cautamente le casse e guardavo dentro.
Chi arriva prima, si sceglie il meglio.
Io cercavo un bel collo, un buon torace.
Apro la prima cassa.
Un vecchio.
Apro la seconda.
Una vecchia.
Apro la terza.
Un vecchio.
Mannaggia! Faccio per sollevare il coperchio della quarta e - ffff! - un soffio, che mi spegne la candela.
Getto un grido, lascio il coperchio; la candela mi cade di mano.
«Bartolo! Bartolo!» grido, atterrito, nel bujo.
Bartolo accorre col lume e mi trova...
pensateci voi! i capelli irti sulla fronte, gli occhi fuori del capo.
«Ch'è stato?» «Ah, Bartolo! Apri quella cassa!» Bartolo apre, guarda dentro, poi guarda me: «Ebbene?» mi fa.
«Una bella ragazza.» Prendo animo e guardo dietro le sue spalle.
«È morta?» Bartolo si mette a ridere.
«No, viva...» «Non scherzare! M'ha spento la candela!» «Che ha fatto? Le ha spento la candela? Vuol dire che non voleva esser veduta da un giovanotto così coricata.
Eh, poverina, di' un po', è vero?» E, così dicendo, agitò più volte una mano cerea del cadavere.
Bisognava sentire le sue risate, perché prima le diceva, e poi ci rideva sopra: le sue risate, là, tra tutte quelle casse, mentre l'alba cominciava a stenebrare appena, scialba, umidiccia, l'ampia Sala, a cui tutti i disinfettanti non riescono a togliere quell'orrendo tanfo di mucido.
- Ma quel soffio? - domandarono due o tre a questo punto, costernati.
- Gas! - rispose Bax con un gesto di noncuranza, e rise allegramente.
Uno degli infermieri, con gli occhi rossi dal sonno interrotto, venne cempennante ad annunziare che il moribondo era gelato dai piedi al petto e bagnato di sudor freddo.
- Ma respira ancora?
- Sissignore, ma venga a vedere però: pare strozzato.
Credo che ci siamo.
Il prete e l'altro infermiere, svegliati anch'essi di soprassalto, s'erano buttati in ginocchio e avevano subito attaccato con la lingua ancora imbrogliata la litania.
Entrò il Bax con gli amici rimasti a vegliare; alcuni s'inginocchiarono; il Deodati rimase in piedi col Bax, che s'accostò al moribondo per toccargli la fronte, se era gelata.
Il piccolo De Petri restò nell'altra stanza, intento ancora a scegliere i nomi dal registro degli elettori.
- Sancta Dei Genitrix,
- Ora pro nobis.
- Sancta Virgo Virginum,
- Ora pro nobis.
Tranne il prete, tutti tenevano gli occhi fissi al moribondo.
Ecco come si muore! Domani, entro una cassa, e poi sotterra, per sempre! Per il Naldi era finita; e così sarebbe stato per tutti: su quel letto, un giorno, ciascuno - gelido, immobile - e intorno, la preghiera dei fedeli, il pianto dei parenti.
Dopo la fronte il dottor Bax venne a toccare i piedi del moribondo, poi le gambe, le cosce, il ventre, per sentire dov'era già arrivato il gelo della morte.
Ma il Naldi respirava, respirava ancora: pareva singhiozzasse, così il rantolo gli scoteva la testa.
Nel silenzio della casa scoppiarono pianti.
L'uscio su la saletta fu aperto di furia.
Entrò nel salotto il fratello Carlo, a cui la commozione agitava convulsamente il mento e le palpebre.
Subito il Bax accorse per trattenerlo sulla soglia.
- Mi lasci, mi lasci, - disse Carlo Naldi, ma, in quella, un empito di pianto gli scoppiò di sotto il fazzoletto; e allora si ritrasse da sé per non interrompere la preghiera.
Poco dopo, il giacente fu scosso una, due, tre volte, a brevi intervalli, da un conato rapido, serpentino; il rantolo si cangiò in ringhio e l'ultimo fu strozzato a mezzo dalla morte.
Gli astanti, che avevano seguito atterriti quell'estrema convulsione, fissavano ora immobili il cadavere.
- Finito, - fece a bassa voce il dottor Bax.
Il volto del Naldi si mutò rapidamente: da paonazzo diventò prima terreo, poi pallido.
Il piccolo De Petri accorse:
- Prima vestirlo! - disse agli infermieri.
- Poi si farà vedere ai parenti.
Prima vestirlo! Gli abiti? Sono di là.
Aspettate.
Ci ho pensato io.
- Senza fretta! senza fretta! - ammonì il dottor Bax.
- Lasciate prima rassettare il cadavere.
- Intanto, come si fa? - riprese il De Petri.
- Il signor Carlo vuole assolutamente che si facciano venire i figli del povero Gaspare, almeno i due maggiori, dice, perché vedano il padre.
- Ma no, perché? - osservò il Deodati, tutto compunto.
- Perché, poveri ragazzi?
- È la volontà dello zio.
Io, per me, non lo farei! Ma insomma, chi va? chi corre?
- Bisognerà svegliarli a quest'ora, poveri piccini! Non sanno nulla, - seguitò afflittissimo il Deodati.
- Condurli qua, a un simile spettacolo! Con che cuore? Io non capisco.
M'opporrei!
- Vado io, - s'offerse uno degli infermieri.
Già rompeva l'alba, e la prima luce entrava squallida dal balcone spalancato a rischiarar torbidamente quella camera, in cui per uno perdurava la notte senza fine.
I due fanciulli, il maggiore di dodici anni, l'altro di dieci, arrivarono quando il padre era già vestito e impalato sul letto.
Pallidi ancora di sonno, i due poveri piccini guardavano il padre con occhi sbarrati dal pauroso stupore, e non piangevano; si misero a piangere quando la madre irruppe e si buttò sul cadavere, disperatamente, senza gridare, vibrando tutta dal pianto soffocato con violenza, là, sull'ampio petto esanime del marito.
Il prete s'accostò afflitto per persuaderla a lasciare il cadavere.
- Via, via, signora, coraggio! Per i suoi bambini, coraggio!
Ma ella si teneva avvinghiata a quel petto.
- La volontà di Dio, signora! - aggiunse il prete.
- No, Dio no! - gridò Carlo Naldi, stringendo un braccio al prete.
- Dio non può voler questo! Lasci star Dio!
Il prete volse gli occhi al cielo e sospirò; mentre la vedova, a quelle parole, si mise a piangere forte insieme ai figliuoli.
- C'è di buono, - faceva intanto notare il piccolo De Petri al Deodati, - che non restano male, quanto a...
È sempre qualche cosa, nella tremenda sventura.
- Certo, certo.
Intanto, scappiamo! - gli rispose il Deodati.
- Casco dal sonno.
Me la svigno zitto zitto.
- Te felice! - sospirò il De Petri.
- Io non posso.
Sono di casa.
- Levami una curiosità, ora che ci penso: il Cilento non s'è visto, dov'è? dove s'è cacciato?
- È alloggiato con la famiglia in una casa qua, del vicinato.
Poveraccio, ha il suo dolore, per la morte del figliuolo; non gli è bastato l'animo d'assistere anche a quello degli altri.
Il Deodati, poco dopo, se la svignò insieme con gli altri rimasti a vegliare.
Cammin facendo, s'imbatterono in parecchi amici, tra i più mattinieri, che si recavano in casa del Cilento.
- Finito! Finito! - annunziarono.
- Ah sì? Morto? Quando? - domandarono quelli, delusi.
- Adesso, poco fa.
- Perbacco! Se venivamo un po' prima...
Voi l'avete veduto? Com'è morto?
- Ah, terribile, miei cari! - rispose il Deodati.
- S'è contorto, scrollato tre volte, come un serpe.
Poi s'è cangiato subito in volto; è diventato terreo, poi come di cera.
Andate, andate: ci sarà da fare.
I parenti son rimasti soli.
Noi caschiamo dal sonno: abbiamo vegliato tutta la notte.
Andate, andate.
Quei mattinieri fecero le viste d'andare.
Ma arrivati a un certo punto, si confessarono a vicenda di non aver cuore d'assistere allo strazio della vedova e degli altri parenti.
Qualcuno manifestò il timore di riuscire importuno; altri, l'inutilità della loro presenza.
Così nessuno andò.
Alcuni ritornarono a casa per rimettersi a dormire; altri vollero trar profitto dall'essersi levati così per tempo, facendosi una bella passeggiata per il viale all'uscita del paese, prima che il sole s'infocasse.
- Ah, come si respira bene di mattina! Valgono più per la salute due passi fatti così di buon'ora, che camminare poi tutto il giorno in preda alle brighe quotidiane.
I PENSIONATI DELLA MEMORIA
Bella fortuna, la vostra! Accompagnare i morti al camposanto e ritornarvene a casa, magari con una gran tristezza nell'anima e un gran vuoto nel cuore, se il morto vi era caro; e se no, con la soddisfazione d'aver compiuto un dovere increscioso e desiderosi di dissipare, rientrando nelle cure e nel tramenio della vita, la costernazione e l'ambascia che il pensiero e lo spettacolo della morte incutono sempre.
Tutti, a ogni modo, con un senso di sollievo, perché, anche per i parenti più intimi, il morto - diciamo la verità - con quella gelida immobile durezza impassibilmente opposta a tutte le cure che ce ne diamo, a tutto il pianto che gli facciamo attorno, è un orribile ingombro, di cui lo stesso cordoglio - per quanto accenni e tenti di volersene ancora disperatamente gravare - anela in fondo in fondo a liberarsi.
E ve ne liberate, voi, almeno di quest'orribile ingombro materiale, andando a lasciare i vostri morti al camposanto.
Sarà una pena, sarà un fastidio; ma poi vedete sciogliersi il mortorio; calare il feretro nella fossa; là, e addio.
Finito.
Vi sembra poca fortuna?
A me, tutti i morti che accompagno al camposanto, mi ritornano indietro.
Fanno finta d'esser morti, dentro la cassa.
O forse veramente sono morti per sé.
Ma non per me, vi prego di credere! Quando tutto per voi è finito, per me non è finito niente.
Se ne rivengono meco, tutti, a casa mia.
Ho la casa piena.
Voi credete di morti? Ma che morti! Sono tutti vivi.
Vivi, come me, come voi; più di prima.
Soltanto - questo sì - sono disillusi.
Perché - riflettete bene: che cosa può esser morto di loro? Quella realtà ch'essi diedero, e non sempre uguale, a se stessi, alla vita.
Oh, una realtà molto relativa, vi prego di credere.
Non era la vostra; non era la mia.
Io e voi, infatti, vediamo, sentiamo e pensiamo, ciascuno a modo nostro noi stessi e la vita.
Il che vuol dire, che a noi stessi e alla vita diamo ciascuno a modo nostro una realtà: la projettiamo fuori e crediamo che, così com'è nostra, debba essere anche di tutti; e allegramente ci viviamo in mezzo e ci camminiamo sicuri, il bastone in mano, il sigaro in bocca.
Ah, signori miei, non ve ne fidate troppo! Basta appena un soffio a portarsela via, codesta vostra realtà! Ma non vedete che vi cangia dentro di continuo? Cangia, appena cominciate a vedere, a sentire, a pensare un tantino diversamente di poc'anzi; sicché ciò che poc'anzi era per voi la realtà, v'accorgete adesso ch'era invece un'illusione.
Ma pure, ahimè, c'è forse altra realtà fuori di questa illusione? E che cos'altro è dunque la morte se non la disillusione totale?
Però, ecco, se sono tanti poveri disillusi i morti, per l'illusione che si fecero di se medesimi e della vita; per quella che me ne faccio io ancora, possono aver la consolazione di viver sempre, finché vivo io.
E se n'approfittano! V'assicuro che se n'approfittano.
Guardate.
Ho conosciuto, più di vent'anni fa, a Bonn sul Reno, un certo signor Herbst.
Herbst vuol dire autunno; ma il signor Herbst era anche d'inverno, di primavera e d'estate, cappellajo, e aveva bottega in un angolo della Piazza del Mercato, presso la Beethoven-Halle.
Vedo quel canto della piazza, come se vi fossi ancora, di sera; ne respiro gli odori misti esalanti dalle botteghe illuminate, odori grassi; e vedo i lumi accesi anche davanti la vetrina del signor Herbst, il quale se ne sta su la soglia della bottega con le gambe aperte e le mani in tasca.
Mi vede passare, inchina la testa e mi augura, con la special cantilena del dialetto renano:
- Gute Nacht, Herr Doktor.
Sono trascorsi più di vent'anni.
Ne aveva, a dir poco, cinquantotto il signor Herbst, allora.
Ebbene, forse a quest'ora sarà morto.
Ma sarà morto per sé, non per me, vi prego di credere.
Ed è inutile, proprio inutile che mi diciate che siete stati di recente a Bonn sul Reno e che nell'angolo della Marktplatz accanto alla Beethoven-Halle non avete trovato traccia né del signor Herbst né della sua bottega di cappellajo.
Che ci avete trovato invece? Un'altra realtà, è vero? E credete che sia più vera di quella che ci lasciai io vent'anni fa? Ripassate, caro signore, di qui ad altri vent'anni, e vedrete che ne sarà di questa che ci avete lasciato voi adesso.
Quale realtà? Ma credete forse che la mia di vent'anni fa, col signor Herbst su la soglia della sua bottega, le gambe aperte e le mani in tasca, sia quella stessa che si faceva di sé e della sua bottega e della Piazza del Mercato, lui, il signor Herbst? Ma chi sa il signor Herbst come vedeva se stesso e la sua bottega e quella piazza!
No, no, cari signori: quella era una realtà mia, unicamente mia, che non può cangiare né perire, finché io vivrò, e che potrà anche vivere eterna, se io avrò la forza d'eternarla in qualche pagina, o almeno, via, per altri cento milioni d'anni, secondo i calcoli fatti or ora in America circa la durata della vita umana sulla Terra.
Ora, com'è per me del signor Herbst tanto lontano, se a quest'ora è morto; così è dei tanti morti che vado ad accompagnare al camposanto e che se ne vanno anch'essi per conto loro assai più lontano e chi sa dove.
La realtà loro è svanita; ma quale? quella ch'essi davano a se medesimi.
E che potevo saperne io, di quella loro realtà? Che ne sapete voi? Io so quella che davo ad essi per conto mio.
Illusione la mia e la loro.
Ma se essi, poveri morti, si sono totalmente disillusi della loro, l'illusione mia ancora vive ed è così forte che io, ripeto, dopo averli accompagnati al camposanto, me li vedo ritornare indietro, tutti, tali e quali: pian piano, fuori della cassa, accanto a me.
- Ma perché, - voi dite, - non se ne ritornano alle loro case, invece di venirsene a casa vostra?
Oh bella! ma perché non hanno mica una realtà per sé, da potersene andare dove loro piace.
La realtà non è mai per sé.
Ed essi l'hanno, ora, per me, e con me dunque per forza se ne debbono venire.
Poveri pensionati della memoria, la disillusione loro m'accora indicibilmente.
Dapprima, cioè appena terminata l'ultima rappresentazione (dico dopo l'accompagnamento funebre) quando rinvengon fuori dal feretro per ritornarsene con me a piedi dal camposanto, hanno una certa balda vivacità sprezzante, come di chi si sia scrollato con poco onore, è vero, e a costo di perder tutto, un gran peso d'addosso.
Pure, rimasti come peggio non si potrebbe, vogliono rifiatare.
Eh sì! almeno, via, un bel respiro di sollievo.
Tante ore, lì, rigidi, immobili, impalati su un letto, a fare i morti.
Vogliono sgranchirsi: girano e rigirano il collo; alzano ora questa ora quella spalla; stirano, storcono, dimenano le braccia; vogliono muover le gambe speditamente e anche mi lasciano di qualche passo indietro.
Ma non possono mica allontanarsi troppo.
Sanno bene d'esser legati a me, d'aver ormai in me soltanto la loro realtà, o illusione di vita, che fa proprio lo stesso.
Altri - parenti - qualche amico - li piangono, li rimpiangono, ricordano questo o quel loro tratto, soffrono della loro perdita; ma questo pianto, questo rimpianto, questo ricordo, questa sofferenza sono per una realtà che fu, ch'essi credono svanita col morto, perché non hanno mai riflettuto sul valore di questa realtà.
Tutto è per loro l'esserci o il non esserci d'un corpo.
Basterebbe a consolarli il credere che questo corpo non c'è più, non perché sia già sotterra, ma perché è partito, in viaggio, e ritornerà chi sa quando.
Su, lasciate tutto com'è: la camera pronta per il suo ritorno; il letto rifatto, con la coperta un po' rimboccata e la camicia da notte distesa; la candela e la scatola dei fiammiferi sul comodino; le pantofole davanti la poltrona, a piè del letto.
- È partito.
Ritornerà.
Basterebbe questo.
Sareste consolati.
Perché? Perché voi date una realtà per sé a quel corpo, che invece, per sé, non ne ha nessuna.
Tanto vero che - morto - si disgrega, svanisce.
- Ah, ecco, - esclamate voi ora.
- Morto! Tu dici che, morto, si disgrega; ma quando era vivo? Aveva una realtà!
Cari miei, torniamo daccapo? Ma sì, quella realtà ch'egli si dava e che voi gli davate.
E non abbiamo provato ch'era un'illusione? La realtà ch'egli si dava, voi non la sapete, non potete saperla perché era in lui e fuori di voi; voi sapete quella che gli davate voi.
E non potete forse dargliela ancora, senza vedere il suo corpo? Ma sì! tanto vero, che subito vi consolereste, se poteste crederlo partito, in viaggio.
Dite di no? E non seguitaste forse a dargliela tante volte, sapendolo realmente partito, in viaggio? E non è forse quella stessa che io do da lontano al signor Herbst, che non so se per sé sia vivo o morto?
Via, via! sapete perché voi piangete, invece? Per un'altra ragione piangete, cari miei, che non supponete neppur lontanamente.
Voi piangete perché il morto, lui, non può più dare a voi una realtà.
Vi fanno paura i suoi occhi chiusi, che non vi possono più vedere; quelle sue mani dure gelide, che non vi possono più toccare.
Non vi potete dar pace per quella sua assoluta insensibilità.
Dunque, proprio perché egli, il morto, non vi sente più.
Il che vuol dire che vi è caduto con lui, per la vostra illusione, un sostegno, un conforto: la reciprocità dell'illusione.
Quand'egli era partito, in viaggio, voi, sua moglie, dicevate:
- Se egli da lontano mi pensa, io sono viva per lui.
E questo vi sosteneva e vi confortava.
Ora ch'egli è morto, voi non dite più:
- Io non sono più viva per lui!
Dite invece:
- Egli non è più vivo per me!
Ma sì ch'egli è vivo per voi! Vivo per quel tanto che può esser vivo, cioè per quel tanto di realtà che voi gli avete dato.
La verità è che voi gli deste sempre una realtà molto labile, una realtà tutta fatta per voi, per l'illusione della vostra vita, e niente o ben poco per quella di lui.
Ed ecco perché i morti se ne vengono da me, ora.
E con me - poveri pensionati della memoria - amaramente ragionano su le vane illusioni della vita, di cui essi al tutto si sono disillusi, di cui non posso ancora disilludermi al tutto anch'io, benché come loro le riconosca vane.
- FINE -
...
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