DONNA MIMMA, di Luigi Pirandello - pagina 19
...
...
giù, in fondo, sotto la cantoria.
- Dei morti, - disse con calma il Bax, - ho avuto paura anch'io che a buon conto, ohè, medico sono e di morti n'ho visti, come potete figurarvi!
- E tagliati.
- Anche.
Veramente allora ero studente.
Tu sai che mi son sempre levato all'ora dei galli.
Basta, - «Matteo» - mi avevano detto la sera avanti alcuni miei colleghi, - «tu che sei mattiniero, domattina di buon'ora và ad accaparrarti con Bartolo alla Sala Anatomica un buon pezzo da studiare: testa e busto».
Bartolo era il bidello della Sala.
Che tipo, se l'aveste conosciuto! Parlava coi cadaveri; nettava a perfezione i teschi e se li vendeva cinque lire l'uno.
Cinque lire, una testa d'uomo! È vero che, molte, vanno anche assai meno.
Basta.
State a sentire, che vi racconterò come un morto mi spense la candela.
- La candela?
- La candela, sì.
Accettai l'incarico dei miei compagni; e il giorno appresso, poco dopo le quattro, mi recai alla Sala.
Il cancello, davanti al giardino che circonda il basso edificio, era aperto, o meglio, accostato: segno che i becchini avevano già portato il carico alla Sala.
Bartolo si vestiva nella stanzetta a sinistra dell'androne, la quale ha una finestra prospiciente il giardino.
Io vidi, entrando, il lume attraverso le stecche della persiana.
Contemporaneamente, Bartolo udì lo scalpiccio dei miei passi sulla ghaja del vialetto.
«Chi è là?» «Io, Bax.» «Ah, entri pure!» «Abbiamo di già?» «Abbiamo, sissignore.
Ma la sala è al bujo.
Abbia pazienza un momentino: son bell'e vestito.» «Fà pure con comodo.
Ho con me la candela.» Entrai.
Non ero mai entrato solo, a quell'ora, nella Sala.
Paura no, ma vi assicuro che una certa inquietudine nervosa me la sentivo addosso, attraversando quelle stanze in fila, silenziose, rintronanti, prima di giungere alla sala in fondo.
Guardavo fiso la fiamma della mia candela, che riparavo con una mano per non veder l'ombra del mio corpo fuggente lungo le pareti e sul pavimento.
I becchini avevano lasciato aperto l'uscio.
Sei casse erano posate su le lastre di marmo dei tavolini.
I cadaveri giungevano a noi dalle chiese, ancor vestiti, e tante volte anche coi fiori dentro.
Un mio compagno, tra parentesi, non si faceva scrupolo di mettersi qualcuno di quei fiori all'occhiello o di comporne qualche mazzolino che poi regalava apposta alle belle donnine: - «Amore e morte!» - diceva lui.
Basta.
Reggevo con una mano la candela; con l'altra scoperchiavo cautamente le casse e guardavo dentro.
Chi arriva prima, si sceglie il meglio.
Io cercavo un bel collo, un buon torace.
Apro la prima cassa.
Un vecchio.
Apro la seconda.
Una vecchia.
Apro la terza.
Un vecchio.
Mannaggia! Faccio per sollevare il coperchio della quarta e - ffff! - un soffio, che mi spegne la candela.
Getto un grido, lascio il coperchio; la candela mi cade di mano.
«Bartolo! Bartolo!» grido, atterrito, nel bujo.
Bartolo accorre col lume e mi trova...
pensateci voi! i capelli irti sulla fronte, gli occhi fuori del capo.
«Ch'è stato?» «Ah, Bartolo! Apri quella cassa!» Bartolo apre, guarda dentro, poi guarda me: «Ebbene?» mi fa.
«Una bella ragazza.» Prendo animo e guardo dietro le sue spalle.
«È morta?» Bartolo si mette a ridere.
«No, viva...» «Non scherzare! M'ha spento la candela!» «Che ha fatto? Le ha spento la candela? Vuol dire che non voleva esser veduta da un giovanotto così coricata.
Eh, poverina, di' un po', è vero?» E, così dicendo, agitò più volte una mano cerea del cadavere.
Bisognava sentire le sue risate, perché prima le diceva, e poi ci rideva sopra: le sue risate, là, tra tutte quelle casse, mentre l'alba cominciava a stenebrare appena, scialba, umidiccia, l'ampia Sala, a cui tutti i disinfettanti non riescono a togliere quell'orrendo tanfo di mucido.
- Ma quel soffio? - domandarono due o tre a questo punto, costernati.
- Gas! - rispose Bax con un gesto di noncuranza, e rise allegramente.
Uno degli infermieri, con gli occhi rossi dal sonno interrotto, venne cempennante ad annunziare che il moribondo era gelato dai piedi al petto e bagnato di sudor freddo.
- Ma respira ancora?
- Sissignore, ma venga a vedere però: pare strozzato.
Credo che ci siamo.
Il prete e l'altro infermiere, svegliati anch'essi di soprassalto, s'erano buttati in ginocchio e avevano subito attaccato con la lingua ancora imbrogliata la litania.
Entrò il Bax con gli amici rimasti a vegliare; alcuni s'inginocchiarono; il Deodati rimase in piedi col Bax, che s'accostò al moribondo per toccargli la fronte, se era gelata.
Il piccolo De Petri restò nell'altra stanza, intento ancora a scegliere i nomi dal registro degli elettori.
- Sancta Dei Genitrix,
- Ora pro nobis.
- Sancta Virgo Virginum,
- Ora pro nobis.
Tranne il prete, tutti tenevano gli occhi fissi al moribondo.
Ecco come si muore! Domani, entro una cassa, e poi sotterra, per sempre! Per il Naldi era finita; e così sarebbe stato per tutti: su quel letto, un giorno, ciascuno - gelido, immobile - e intorno, la preghiera dei fedeli, il pianto dei parenti.
Dopo la fronte il dottor Bax venne a toccare i piedi del moribondo, poi le gambe, le cosce, il ventre, per sentire dov'era già arrivato il gelo della morte.
Ma il Naldi respirava, respirava ancora: pareva singhiozzasse, così il rantolo gli scoteva la testa.
Nel silenzio della casa scoppiarono pianti.
L'uscio su la saletta fu aperto di furia.
Entrò nel salotto il fratello Carlo, a cui la commozione agitava convulsamente il mento e le palpebre.
Subito il Bax accorse per trattenerlo sulla soglia.
- Mi lasci, mi lasci, - disse Carlo Naldi, ma, in quella, un empito di pianto gli scoppiò di sotto il fazzoletto; e allora si ritrasse da sé per non interrompere la preghiera.
Poco dopo, il giacente fu scosso una, due, tre volte, a brevi intervalli, da un conato rapido, serpentino; il rantolo si cangiò in ringhio e l'ultimo fu strozzato a mezzo dalla morte.
Gli astanti, che avevano seguito atterriti quell'estrema convulsione, fissavano ora immobili il cadavere.
- Finito, - fece a bassa voce il dottor Bax.
Il volto del Naldi si mutò rapidamente: da paonazzo diventò prima terreo, poi pallido.
Il piccolo De Petri accorse:
- Prima vestirlo! - disse agli infermieri.
- Poi si farà vedere ai parenti.
Prima vestirlo! Gli abiti? Sono di là.
Aspettate.
Ci ho pensato io.
- Senza fretta! senza fretta! - ammonì il dottor Bax.
- Lasciate prima rassettare il cadavere.
- Intanto, come si fa? - riprese il De Petri.
- Il signor Carlo vuole assolutamente che si facciano venire i figli del povero Gaspare, almeno i due maggiori, dice, perché vedano il padre.
- Ma no, perché? - osservò il Deodati, tutto compunto.
- Perché, poveri ragazzi?
- È la volontà dello zio.
Io, per me, non lo farei! Ma insomma, chi va? chi corre?
- Bisognerà svegliarli a quest'ora, poveri piccini! Non sanno nulla, - seguitò afflittissimo il Deodati.
- Condurli qua, a un simile spettacolo! Con che cuore? Io non capisco.
M'opporrei!
- Vado io, - s'offerse uno degli infermieri.
Già rompeva l'alba, e la prima luce entrava squallida dal balcone spalancato a rischiarar torbidamente quella camera, in cui per uno perdurava la notte senza fine.
I due fanciulli, il maggiore di dodici anni, l'altro di dieci, arrivarono quando il padre era già vestito e impalato sul letto.
Pallidi ancora di sonno, i due poveri piccini guardavano il padre con occhi sbarrati dal pauroso stupore, e non piangevano; si misero a piangere quando la madre irruppe e si buttò sul cadavere, disperatamente, senza gridare, vibrando tutta dal pianto soffocato con violenza, là, sull'ampio petto esanime del marito.
Il prete s'accostò afflitto per persuaderla a lasciare il cadavere.
- Via, via, signora, coraggio! Per i suoi bambini, coraggio!
Ma ella si teneva avvinghiata a quel petto.
- La volontà di Dio, signora! - aggiunse il prete.
- No, Dio no! - gridò Carlo Naldi, stringendo un braccio al prete.
- Dio non può voler questo! Lasci star Dio!
Il prete volse gli occhi al cielo e sospirò; mentre la vedova, a quelle parole, si mise a piangere forte insieme ai figliuoli.
- C'è di buono, - faceva intanto notare il piccolo De Petri al Deodati, - che non restano male, quanto a...
È sempre qualche cosa, nella tremenda sventura.
- Certo, certo.
Intanto, scappiamo! - gli rispose il Deodati.
- Casco dal sonno.
Me la svigno zitto zitto.
- Te felice! - sospirò il De Petri.
- Io non posso.
Sono di casa.
- Levami una curiosità, ora che ci penso: il Cilento non s'è visto, dov'è? dove s'è cacciato?
- È alloggiato con la famiglia in una casa qua, del vicinato.
Poveraccio, ha il suo dolore, per la morte del figliuolo; non gli è bastato l'animo d'assistere anche a quello degli altri.
Il Deodati, poco dopo, se la svignò insieme con gli altri rimasti a vegliare.
Cammin facendo, s'imbatterono in parecchi amici, tra i più mattinieri, che si recavano in casa del Cilento.
- Finito! Finito! - annunziarono.
- Ah sì? Morto? Quando? - domandarono quelli, delusi.
- Adesso, poco fa.
- Perbacco! Se venivamo un po' prima...
Voi l'avete veduto? Com'è morto?
- Ah, terribile, miei cari! - rispose il Deodati.
- S'è contorto, scrollato tre volte, come un serpe.
Poi s'è cangiato subito in volto; è diventato terreo, poi come di cera.
Andate, andate: ci sarà da fare.
I parenti son rimasti soli.
Noi caschiamo dal sonno: abbiamo vegliato tutta la notte.
Andate, andate.
Quei mattinieri fecero le viste d'andare.
Ma arrivati a un certo punto, si confessarono a vicenda di non aver cuore d'assistere allo strazio della vedova e degli altri parenti.
Qualcuno manifestò il timore di riuscire importuno; altri, l'inutilità della loro presenza.
Così nessuno andò.
Alcuni ritornarono a casa per rimettersi a dormire; altri vollero trar profitto dall'essersi levati così per tempo, facendosi una bella passeggiata per il viale all'uscita del paese, prima che il sole s'infocasse.
- Ah, come si respira bene di mattina! Valgono più per la salute due passi fatti così di buon'ora, che camminare poi tutto il giorno in preda alle brighe quotidiane.
I PENSIONATI DELLA MEMORIA
Bella fortuna, la vostra! Accompagnare i morti al camposanto e ritornarvene a casa, magari con una gran tristezza nell'anima e un gran vuoto nel cuore, se il morto vi era caro; e se no, con la soddisfazione d'aver compiuto un dovere increscioso e desiderosi di dissipare, rientrando nelle cure e nel tramenio della vita, la costernazione e l'ambascia che il pensiero e lo spettacolo della morte incutono sempre.
Tutti, a ogni modo, con un senso di sollievo, perché, anche per i parenti più intimi, il morto - diciamo la verità - con quella gelida immobile durezza impassibilmente opposta a tutte le cure che ce ne diamo, a tutto il pianto che gli facciamo attorno, è un orribile ingombro, di cui lo stesso cordoglio - per quanto accenni e tenti di volersene ancora disperatamente gravare - anela in fondo in fondo a liberarsi.
E ve ne liberate, voi, almeno di quest'orribile ingombro materiale, andando a lasciare i vostri morti al camposanto.
Sarà una pena, sarà un fastidio; ma poi vedete sciogliersi il mortorio; calare il feretro nella fossa; là, e addio.
Finito.
Vi sembra poca fortuna?
A me, tutti i morti che accompagno al camposanto, mi ritornano indietro.
Fanno finta d'esser morti, dentro la cassa.
O forse veramente sono morti per sé.
Ma non per me, vi prego di credere! Quando tutto per voi è finito, per me non è finito niente.
Se ne rivengono meco, tutti, a casa mia.
Ho la casa piena.
Voi credete di morti? Ma che morti! Sono tutti vivi.
Vivi, come me, come voi; più di prima.
Soltanto - questo sì - sono disillusi.
Perché - riflettete bene: che cosa può esser morto di loro? Quella realtà ch'essi diedero, e non sempre uguale, a se stessi, alla vita.
Oh, una realtà molto relativa, vi prego di credere.
Non era la vostra; non era la mia.
Io e voi, infatti, vediamo, sentiamo e pensiamo, ciascuno a modo nostro noi stessi e la vita.
Il che vuol dire, che a noi stessi e alla vita diamo ciascuno a modo nostro una realtà: la projettiamo fuori e crediamo che, così com'è nostra, debba essere anche di tutti; e allegramente ci viviamo in mezzo e ci camminiamo sicuri, il bastone in mano, il sigaro in bocca.
Ah, signori miei, non ve ne fidate troppo! Basta appena un soffio a portarsela via, codesta vostra realtà! Ma non vedete che vi cangia dentro di continuo? Cangia, appena cominciate a vedere, a sentire, a pensare un tantino diversamente di poc'anzi; sicché ciò che poc'anzi era per voi la realtà, v'accorgete adesso ch'era invece un'illusione.
Ma pure, ahimè, c'è forse altra realtà fuori di questa illusione? E che cos'altro è dunque la morte se non la disillusione totale?
Però, ecco, se sono tanti poveri disillusi i morti, per l'illusione che si fecero di se medesimi e della vita; per quella che me ne faccio io ancora, possono aver la consolazione di viver sempre, finché vivo io.
E se n'approfittano! V'assicuro che se n'approfittano.
Guardate.
Ho conosciuto, più di vent'anni fa, a Bonn sul Reno, un certo signor Herbst.
Herbst vuol dire autunno; ma il signor Herbst era anche d'inverno, di primavera e d'estate, cappellajo, e aveva bottega in un angolo della Piazza del Mercato, presso la Beethoven-Halle.
Vedo quel canto della piazza, come se vi fossi ancora, di sera; ne respiro gli odori misti esalanti dalle botteghe illuminate, odori grassi; e vedo i lumi accesi anche davanti la vetrina del signor Herbst, il quale se ne sta su la soglia della bottega con le gambe aperte e le mani in tasca.
Mi vede passare, inchina la testa e mi augura, con la special cantilena del dialetto renano:
- Gute Nacht, Herr Doktor.
Sono trascorsi più di vent'anni.
Ne aveva, a dir poco, cinquantotto il signor Herbst, allora.
Ebbene, forse a quest'ora sarà morto.
Ma sarà morto per sé, non per me, vi prego di credere.
Ed è inutile, proprio inutile che mi diciate che siete stati di recente a Bonn sul Reno e che nell'angolo della Marktplatz accanto alla Beethoven-Halle non avete trovato traccia né del signor Herbst né della sua bottega di cappellajo.
Che ci avete trovato invece? Un'altra realtà, è vero? E credete che sia più vera di quella che ci lasciai io vent'anni fa? Ripassate, caro signore, di qui ad altri vent'anni, e vedrete che ne sarà di questa che ci avete lasciato voi adesso.
Quale realtà? Ma credete forse che la mia di vent'anni fa, col signor Herbst su la soglia della sua bottega, le gambe aperte e le mani in tasca, sia quella stessa che si faceva di sé e della sua bottega e della Piazza del Mercato, lui, il signor Herbst? Ma chi sa il signor Herbst come vedeva se stesso e la sua bottega e quella piazza!
No, no, cari signori: quella era una realtà mia, unicamente mia, che non può cangiare né perire, finché io vivrò, e che potrà anche vivere eterna, se io avrò la forza d'eternarla in qualche pagina, o almeno, via, per altri cento milioni d'anni, secondo i calcoli fatti or ora in America circa la durata della vita umana sulla Terra.
Ora, com'è per me del signor Herbst tanto lontano, se a quest'ora è morto; così è dei tanti morti che vado ad accompagnare al camposanto e che se ne vanno anch'essi per conto loro assai più lontano e chi sa dove.
La realtà loro è svanita; ma quale? quella ch'essi davano a se medesimi.
E che potevo saperne io, di quella loro realtà? Che ne sapete voi? Io so quella che davo ad essi per conto mio.
Illusione la mia e la loro.
Ma se essi, poveri morti, si sono totalmente disillusi della loro, l'illusione mia ancora vive ed è così forte che io, ripeto, dopo averli accompagnati al camposanto, me li vedo ritornare indietro, tutti, tali e quali: pian piano, fuori della cassa, accanto a me.
- Ma perché, - voi dite, - non se ne ritornano alle loro case, invece di venirsene a casa vostra?
Oh bella! ma perché non hanno mica una realtà per sé, da potersene andare dove loro piace.
La realtà non è mai per sé.
Ed essi l'hanno, ora, per me, e con me dunque per forza se ne debbono venire.
Poveri pensionati della memoria, la disillusione loro m'accora indicibilmente.
Dapprima, cioè appena terminata l'ultima rappresentazione (dico dopo l'accompagnamento funebre) quando rinvengon fuori dal feretro per ritornarsene con me a piedi dal camposanto, hanno una certa balda vivacità sprezzante, come di chi si sia scrollato con poco onore, è vero, e a costo di perder tutto, un gran peso d'addosso.
Pure, rimasti come peggio non si potrebbe, vogliono rifiatare.
Eh sì! almeno, via, un bel respiro di sollievo.
Tante ore, lì, rigidi, immobili, impalati su un letto, a fare i morti.
Vogliono sgranchirsi: girano e rigirano il collo; alzano ora questa ora quella spalla; stirano, storcono, dimenano le braccia; vogliono muover le gambe speditamente e anche mi lasciano di qualche passo indietro.
Ma non possono mica allontanarsi troppo.
Sanno bene d'esser legati a me, d'aver ormai in me soltanto la loro realtà, o illusione di vita, che fa proprio lo stesso.
Altri - parenti - qualche amico - li piangono, li rimpiangono, ricordano questo o quel loro tratto, soffrono della loro perdita; ma questo pianto, questo rimpianto, questo ricordo, questa sofferenza sono per una realtà che fu, ch'essi credono svanita col morto, perché non hanno mai riflettuto sul valore di questa realtà.
Tutto è per loro l'esserci o il non esserci d'un corpo.
Basterebbe a consolarli il credere che questo corpo non c'è più, non perché sia già sotterra, ma perché è partito, in viaggio, e ritornerà chi sa quando.
Su, lasciate tutto com'è: la camera pronta per il suo ritorno; il letto rifatto, con la coperta un po' rimboccata e la camicia da notte distesa; la candela e la scatola dei fiammiferi sul comodino; le pantofole davanti la poltrona, a piè del letto.
- È partito.
Ritornerà.
Basterebbe questo.
Sareste consolati.
Perché? Perché voi date una realtà per sé a quel corpo, che invece, per sé, non ne ha nessuna.
Tanto vero che - morto - si disgrega, svanisce.
- Ah, ecco, - esclamate voi ora.
- Morto! Tu dici che, morto, si disgrega; ma quando era vivo? Aveva una realtà!
Cari miei, torniamo daccapo? Ma sì, quella realtà ch'egli si dava e che voi gli davate.
E non abbiamo provato ch'era un'illusione? La realtà ch'egli si dava, voi non la sapete, non potete saperla perché era in lui e fuori di voi; voi sapete quella che gli davate voi.
E non potete forse dargliela ancora, senza vedere il suo corpo? Ma sì! tanto vero, che subito vi consolereste, se poteste crederlo partito, in viaggio.
Dite di no? E non seguitaste forse a dargliela tante volte, sapendolo realmente partito, in viaggio? E non è forse quella stessa che io do da lontano al signor Herbst, che non so se per sé sia vivo o morto?
Via, via! sapete perché voi piangete, invece? Per un'altra ragione piangete, cari miei, che non supponete neppur lontanamente.
Voi piangete perché il morto, lui, non può più dare a voi una realtà.
Vi fanno paura i suoi occhi chiusi, che non vi possono più vedere; quelle sue mani dure gelide, che non vi possono più toccare.
Non vi potete dar pace per quella sua assoluta insensibilità.
Dunque, proprio perché egli, il morto, non vi sente più.
Il che vuol dire che vi è caduto con lui, per la vostra illusione, un sostegno, un conforto: la reciprocità dell'illusione.
Quand'egli era partito, in viaggio, voi, sua moglie, dicevate:
- Se egli da lontano mi pensa, io sono viva per lui.
E questo vi sosteneva e vi confortava.
Ora ch'egli è morto, voi non dite più:
- Io non sono più viva per lui!
Dite invece:
- Egli non è più vivo per me!
Ma sì ch'egli è vivo per voi! Vivo per quel tanto che può esser vivo, cioè per quel tanto di realtà che voi gli avete dato.
La verità è che voi gli deste sempre una realtà molto labile, una realtà tutta fatta per voi, per l'illusione della vostra vita, e niente o ben poco per quella di lui.
Ed ecco perché i morti se ne vengono da me, ora.
E con me - poveri pensionati della memoria - amaramente ragionano su le vane illusioni della vita, di cui essi al tutto si sono disillusi, di cui non posso ancora disilludermi al tutto anch'io, benché come loro le riconosca vane.
- FINE -
...
[Pagina successiva]