DONNA MIMMA, di Luigi Pirandello - pagina 3
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Egli ha già - (su, attente, attente! al posto!) - egli ha già parlato a lungo - (silenzio, perdio! al posto!) - ha già parlato a lungo del fenomeno della gestazione, dall'inizio al parto; ha già parlato a lungo della legge della correlazione organica; ora parla dei diametri fetali, nella lezione scorsa ha trattato di quello fronte-occipitale e del biscromiale; tratterà oggi del diametro bisiliaco.
Che ne capirà lei? Va bene, la pratica.
Ma che cos'è la pratica? Ecco, attente! attente! (e il professor Torresi si tira il neo peloso su la guancia, che amore!): conoscenza implicita, la pratica.
E può bastare? No, che non può bastare.
La conoscenza, perché basti, bisogna che da implicita divenga esplicita, cioè, venga fuori, venga fuori, così che si possa a parte a parte veder chiara e in ogni parte distinguere, definire, quasi toccar con mano, ma con mano veggente, ecco! O altrimenti, ogni conoscenza non sarà mai sapere.
Questione di nomi? di terminologia? No, il nome è la cosa.
Il nome è il concetto in noi d'ogni cosa posta fuori di noi.
Senza il nome non si ha il concetto, e la cosa resta in noi come cieca, non definita, non distinta.
Dopo questa spiegazione, che lascia allocchita tutta la scolaresca, il professor Torresi si rivolge a donna Mimma e comincia a interrogarla.
Donna Mimma lo guarda sbigottita.
Crede che parli turco.
Costretta a rispondere, provoca in quelle quarantadue diavole così fragorose risate, che il professor Torresi vede in pericolo il suo prestigio di domatore.
Grida, pesta sulla cattedra per richiamarle al silenzio, alla disciplina.
Donna Mimma piange.
Quando nell'aula si rifà il silenzio, il professore, indignato, fa una strapazzata, come se non avesse riso anche lui; poi si volta a donna Mimma e le grida che è una vergogna presentarsi a scuola in tale stato d'ignoranza, è una vergogna, ora, far lì la ragazzina alla sua età, con quel pianto.
Su, su, inutile piangere!
Donna Mimma ne conviene, dice di sì col capo, si asciuga gli occhi; se ne vorrebbe andare.
Il professore la obbliga a rimanere.
- Sedete lì! E state a sentire!
Ma che sentire! Non capisce nulla.
Credeva di saper tutto, dopo trentacinque anni di professione e invece s'accorge di non saper nulla, proprio nulla.
- A poco a poco, non disperate! - la conforta il professore alla fine della lezione.
- Non disperate, a poco a poco, - le ripetono le compagne ora impietosite dal pianto.
Ma a mano a mano che quella famosa conoscenza implicita di cui il professor Torresi ha parlato, le diviene esplicita, donna Mimma - veder più chiaro? altro che veder più chiaro! - non riesce a vedere più nulla.
Scomposta, sminuzzata, l'idea della cosa, come prima la aveva in sé, intera e compatta, ora le si confonde, smarrita in tanti animi particolari, ciascuno dei quali ha un nome curioso, difficile, che ella non sa nemmeno pronunziare.
Come ritenerli a memoria tutti quei nomi? Ci si prova con tanta pazienza, la sera, nella sua misera cameretta d'affitto, sillabando sul manuale, curva davanti al tavolinetto su cui arde un lumino a petrolio.
- Bi-bis-cro-bis-crom-i-a-biscromia-bis-cromiale.
E riconosce, sì, a poco a poco, a scuola, riconosce con viva sorpresa a uno a uno, dopo molti stenti, tutti quei particolari, e scatta in comiche esclamazioni:
- Ma questo...
Gesù, si chiama così?
La ragione di distinguerlo, però, di definirlo così, con quel nome, non la vede.
Il professore gliela fa vedere; la costringe a vederla; ma allora quel particolare le si stacca ancora più dall'insieme: le s'impone come una cosa che stia a sé; e siccome son tanti e tanti quei particolari, donna Mimma ci si perde; non si raccapezza più.
È una pietà vederla alle lezioni d'Ostetricia pratica, nella casa di maternità, quando il professore la chiama a una lezione di prova.
Tutte le compagne la aspettano lì a quella prova, perché lì ella è adesso nel campo della sua lunga esperienza.
Ma sì! Il professore non vuole che ella faccia quello che sa fare, ma che dica quello che non sa dire; e se si tratta di fare e non di dire, non la lascia mica fare a suo modo, come per tant'anni ha fatto, che sempre le è andata bene; ma secondo i precetti e le regole della scienza, come punto per punto egli li ha insegnati; e allora donna Mimma, se si butta a fare, è sgridata perché non osserva appuntino quei precetti e quelle regole; e se invece si trattiene e si sforza di badare a ogni precetto e a ogni regola, ecco, è sgridata perché si smarrisce e si confonde e non riesce più a far nulla a dovere, con sveltezza e precisione sicura.
Ma non soltanto tutti quei particolari e tutti quei precetti e tutte quelle regole la impacciano così.
Un'altra, e più grave, nell'animo di lei, è la cagione di tutto quell'impaccio.
Ella soffre come d'una violenza orrenda che le sia fatta là dove più gelosamente è custodito per lei il senso della vita; soffre, soffre da non poterne più, allo spettacolo crudo, aperto di quella funzione che ella per tanti anni ha ritenuto sacra - perché in ogni madre la vergogna e i dolori riscattano innanzi a Dio il peccato originale - soffre e vorrebbe anche lì coprirlo quanto più può, coi veli del pudore, quello spettacolo; e invece no, ecco, via tutti quei veli: il professore glieli butta all'aria e li strappa via brutalmente, quei veli che chiama d'ipocrisia e d'ignoranza; e la maltratta e la beffeggia con sconce parolacce, apposta; e quelle quarantadue diavole attorno, ecco, ridono sguajatamente alle beffe, alle parolacce del professore, senza nessun ritegno, senza nessun rispetto per la povera paziente, per quella povera madre meschina, esposta lì intanto, oggetto di studio e d'esperimento.
Avvilita, piena d'onta e d'angoscia, si riduce nella sua cameretta, alla fine delle lezioni, e piange e pensa se non le convenga di lasciare la scuola e di ritornarsene al suo paesello.
Nel lungo esercizio della professione ha messo da parte un buon gruzzoletto, che le potrà bastare per la vecchiaja; se ne starà tranquilla, in riposo, a guardare soddisfatta attorno a sé tutti i bimbi del paese e i più grandicelli, ragazzette e ragazzetti, e i più grandicelli ancora, giovanette e giovanotti, e i loro papà e le loro mamme, tutti, tutti quelli che lei in tanti anni pur seppe portare alla luce, senza precetti e senza regole, da vecchia mammana delle favole, con la lettiga d'avorio.
Ma allora, dovrà darla vinta a quella ragazzaccia che a quest'ora avrà preso certo il suo posto nel paesello, presso ogni famiglia, di prepotenza; restare a guardarla, lì, con le mani in mano? - Ah, no, no! - Qua: vincere l'avvilimento, soffocare l'onta e l'angoscia, per ritornare al paese col suo bravo diploma e gridarlo in faccia a quella sfrontata che le sa anche lei adesso le cose che dicono i professori che un conto sono i misteri di Dio, e un altro conto, l'opera della natura.
Se non che, le sue manine esperte...
Donna Mimma se le rimira pietosamente, attraverso le lagrime.
Saprebbero più muoversi ora, queste manine, come prima? Sono come legate da tutte quelle nuove nozioni scientifiche.
Tremano, le sue manine, e non vedono più.
Il professore ha dato a donna Mimma gli occhiali della scienza, ma le ha fatto perdere, irrimediabilmente, la vista naturale.
E che se ne farà domani donna Mimma degli occhiali, se non ci vede più?
III.
Donna Mimma ritorna.
- Flavietta? Ma sì, madamina, anche lei.
Che s'immagini! A Palermo, come no? con la lettiga d'avorio e i denari di babbo.
Quanti? Eh, più di mille lire!
- No, onze!
- Già, dicevo lire! onze, madamina: più di mille.
Cara, che mi corregge! Tò, un bacio le voglio fare, cara! e un altro...
cara!
Chi parla così? Ma guarda! la Piemontesa: quella che due anni fa pareva un maschiotto in gonnella: giacchetta verde, mani in tasca.
Ha buttato via giacchetta e cappello, si pettina alla paesana e porta in capo, oh, il fazzoletto di seta celeste, annodato largo sotto il mento, e un bellissimo scialle lungo d'indiana, a pizzo e frangiato.
La Piemontesa! E parla di comperare i bambini ora, anche lei, a Palermo, con la lettiga d'avorio e i denari di come? babbo? già, dice babbo lei, perché parla in lingua lei, che s'immagini! e non li dà mica i baci, li fa, e fa furore con codesta sua parlata italiana, vestita così da paesanella: una simpatia!
- Più stretto alla vita lo scialle!
- Sì, così, così!
- E il fazzoletto...
no, più tirato avanti, il fazzoletto.
- E su da capo, così!
- Largo...
un po' più largo, sotto; più aperto...
così, brava!
Ora a terra, modesti, gli occhi per via; e poco male se una guardatina di tanto in tanto scappa di traverso maliziosa, o un sorrisetto scopre su le due guance codeste care fossette.
Che zucchero!
Le signore mamme si sentono chiamar madame ( - Riverisco, madama! - A servirla, madama! - ) e sono tutte contente (poverine, con tanto di pancia!).
Contente che ormai, a trattare con lei, è proprio come se sapessero parlare in lingua anche loro e le avessero familiari tutte le finezze e le «civiltà» del Continente.
Ma sì, perché si sa, via, che in Continente usa così, usa cosà...
E poi, che è niente la soddisfazione di vedersi spiegare tutto, punto per punto, come da un medico, coi termini precisi della scienza che non possono offendere, perché la natura, Dio mio, sarà brutta, ma è così; Dio l'ha fatta così; e meglio saperle come sono, le cose, per regolarsi, guardarsi a un bisogno, e poi anche, alle strette, ma almeno conoscere di che e perché si soffre.
Volere di Dio, sì certo; lo dice la Santa Scrittura: «tu donna partorirai con gran dolore», ma si manca forse di rispetto a Dio studiando la sapienza delle sue disposizioni? L'ignoranza di donna Mimma, poveretta, si contentava del volere di Dio e basta.
Questa qua, ora, rispetta Dio lo stesso e poi, per giunta, spiega tutto, come Dio l'ha voluta e disposta, la croce della maternità.
Dal canto loro i bambini, a sentirsi raccontare con ben altra voce e ben altre maniere la favola meravigliosa dei notturni viaggi a Palermo con la lettiga d'avorio e i cavalli bianchi sotto la luna, restano a bocca aperta, perché - raccontata così - è proprio come se fosse loro letta o che la leggessero loro da sé in un bel libro di fiabe, di cui la fata, eccola qua, balzata viva davanti a loro, da poterla toccare: questa fata bella che in lettiga sotto la luna ci va davvero, se davvero porta loro da Palermo le sorelline nuove, i nuovi fratellini.
La mirano; quasi la adorano, dicono:
- No: brutta, donna Mimma! non la vogliamo più!
Ma il guajo è che non la vogliono più, ora, neppur loro, le donne del popolo, perché donna Mimma con esse, roba di massa, si sbrigava senza tante cerimonie, le trattava come se non avessero diritto di lagnarsi delle doglie, e anche spesso, se s'andava per le lunghe, era capace di lasciarle per correre premurosa a dar pazienza a qualche signora, anch'essa soprapparto; mentre questa qua - oh amore di figlia; tutta bella, bella di faccia e di cuore! - gentile, paziente anche con loro, senza differenza che se una signora manda subito subito a chiamarla, risponde con garbo ma senza esitare che così subito no, perché ha per le mani una poveretta e non la può lasciare; proprio così! tante volte! E dire poi, una ragazza che non li ha mai provati finora questi dolori che cosa sono, saperli così bene compatire e cercare d'alleviarli in tutte, signore e poverette, allo stesso modo! E via il cappello e via tutte le frasche e le arie di signora con cui era venuta, per acconciarsi come loro, da poveretta, con lo scialle e il fazzoletto in capo, che le sta un amore!
Invece, donna Mimma...
che? col cappello? ma sì, correte, correte a vederla! è arrivata or ora da Palermo, col cappello, con un cappellone grosso così, Madonna santa, che pare una bertuccia, di quelle che ballano sugli organetti alla fiera! Tutta la gente è scasata a vederla; tutti i ragazzi di strada l'hanno accompagnata a casa battendo i cocci, come dietro alla nonna di carnevale.
- Ma come, il cappello, davvero?
Il cappello, sì.
O che non ha preso il diploma all'Università come la Piemontesa, lei? Dopo due anni di studii...
e che studii! I capelli bianchi ci ha fatto, ecco qua, in due anni, che prima di partire per Palermo li aveva ancora neri.
Studii, che il signor dottore, adesso, se si vuol provare un poco a competere con lei, glielo farà vedere che non è più il caso di metterla nel sacco con quelle sue parole turchine, perché le sa dire anche lei adesso, e meglio di lui, le parole turchine.
Il cappello? Ma che stupidaggine di teste piccole di paese! Viene di diritto e di conseguenza il cappello dopo due anni di studi all'Università.
Tutte lì, quelle che studiavano con lei, lo portavano; e anche lei, dunque, per forza.
La professione dell'ostrè...
no, te...
trètica, la professione dell'ostrètica, adesso, c'è poca differenza con quella del dottore.
Gli stessi studii, quasi.
E i dottori non vanno mica col berretto per via! Ma perché sarebbe allora andata a Palermo? perchè avrebbe studiato due anni all'Università? perché avrebbe preso il diploma, se non per mettersi in tutto a paro, di studi e di stato, con la Piemontesa diplomata dall'Università di Torino?
Trasecola donna Mimma, si fa di tutti i colori appena viene a sapere che la Piemontesa, lei, non porta più il cappello, ora, ma scialle e il fazzoletto.
- Ah sì? se l'è levato? porta il «manto» e il fazzoletto celeste.
E che fa? che dice? Ah, che i bambini li comperano a Palermo? Con la lettiga? Ah, traditora! Ah, infame! Ma dunque, per levare il pane a lei di bocca, a lei, il pane? Assassina! Per entrare in grazia della gente ignorante del paese? Infame! Infame! E la gente...
come! si piglia da lei quet'impostura? da lei che prima andava dicendo ch'eran tutte sciocchezze e falsi pudori? Ma allora, se questa spudorata doveva ridursi a far la mammana in paese così, come per trentacinque anni naturalmente l'aveva fatto lei, perché costringerla a partire per Palermo, a studiare due anni all'Università, e prendere il diploma? Solo per aver tempo di rubarle il posto, ecco perché! levarle il pane di bocca, mettendosi a far come lei, vestendosi come lei, dicendo le stesse cose che prima diceva lei! infame! assassina! impostora e traditora! Ah che cosa...
ah Dio, che cosa...
che cosa...
Ha tutto il sangue alla testa, donna Mimma; piange di rabbia; si storce le mani, ancora col cappellone in capo; pesta un piede; il cappellone le va di traverso; ed ecco, per la prima volta, le scappa di bocca una parolaccia sconcia: no, non se lo leverà più lei, no, per sfida, ora, questo cappello: qua, qua in capo! Se quella se l'è levato, lei se l'è messo e lo terrà! Il diploma ce l'ha; a Palermo c'è stata; s'è ammazzata due anni a studiare: Ora si metterà a far lei qua in paese, non più la comaretta, la mammanuccia, ma l'Ostrètica diplomata dalla Regia Università di Palermo.
Povera donna Mimma, dice ostrètica, così su le furie facendo le volte per la stanzuccia della sua casa, dove tutti gli oggetti par che la guardino sbigottiti perché s'aspettavano d'esser salutati con gioja e carezzati da lei dopo due anni d'assenza.
Donna Mimma non ha occhi per loro; dice che vorrà vederla in faccia, quella lì (e giù un'altra parolaccia sconcia), se avrà il coraggio di parlare davanti a lei di lettighe d'avorio e di comperare i bambini; e or ora, senza neppur riposarsi un minuto, si vuol mettere in giro, da tutte le signore del paese, - così, così col cappello in capo, sissignori! - per vedere se anche loro avranno il coraggio, ora ch'ella è ritornata col diploma, di cangiarle la faccia per quella fruscola lì!
Esce di casa; ma appena per via, subito di nuovo la maraviglia, le risa della gente, i lazzi dei monellacci impertinenti e ingrati, che si sono scordati di chi li ha accolti prima nel mondo, ajutando la mamma a metterli alla luce.
- Musi di cane! Cazzarellini! Ah, figli di...
Le tirano bucce, sassolini sul cappellone, la accompagnano con rumori sguajati, saltarellandole intorno.
- Donna Mimma? Oh guarda! - dicono le signore, restando allo spettacolo che si para loro davanti, buffo e compassionevole, perché donna Mimma con quel suo cappellone di traverso e gli occhi ovati rossi di pianto e di rabbia, vuole - così conciata - apparir loro come l'ombra del rimorso, e in quegli occhi rossi di pianto e di rabbia ha un rimprovero per loro pieno di profondo accoramento, quasi che a Palermo a studiare la avessero mandata loro, per forza, e loro la avessero fatta ritornare da Palermo con quel cappellone che, essendo il frutto naturale, quantunque spropositato, di due anni di studio all'Università, rappresenta il tradimento che loro signore le hanno fatto.
Tradimento sì, tradimento, signore mie, tradimento perché, se volevate la mammana come donna Mimma era prima, una mammana col fazzoletto in capo e lo scialle, che raccontasse ai vostri bimbi la favola della lettiga e dei fratellini comperati a Palermo coi denari di papà, non dovevate permettere che il fazzoletto di seta celeste e lo scialle di donna Mimma e le vecchie favole di lei fossero usurpati da questa sfrontata continentale che prima, venendo dall'Università col cappello anche lei, li aveva derisi in donna Mimma; dovevate dirle: «No, cara: tu hai obbligato donna Mimma a studiare due anni a Palermo, a mettersi là il cappello anche lei per non esser derisa dalle fraschette sfrontate come te, e tu ora qua te lo levi? e ti metti il fazzoletto e lo scialle e ti metti a raccontare la favola della lettiga, per prendere il posto di quella che hai mandato via a studiare? Ma questa è per te un'impostura! per quella, invece, vestire così, parlare così, era naturale! No, cara, tu ora fai a donna Mimma un tradimento, e come l'hai derisa tu, prima, col fazzoletto e lo scialle e la vecchia favola della lettiga, la farai deridere dagli altri, ora, col cappellone e la scienza ostetrica appresa all'Università».
Così, signore miei dovevate dire a codesta Piemontesa.
O se davvero vi piace di più, ora, la mammana «civile» che vi sappia spiegar tutto bene, punto per punto, come si fanno e come si possono anche non fare i figliuoli, obbligate allora la Piemontesa a rimettersi il cappello, per non far deridere donna Mimma che come un medico ha studiato e col cappello è ritornata!
Ma voi vi stringete nelle spalle, signore mie, e fate intendere a donna Mimma che ormai non sapete come comportarvi con l'altra che già vi ha assistito una volta e bene, proprio bene, sì...
e che per la prossima assistenza vi trovate già impegnate...
e, quanto all'avvenire, per non compromettervi, dite di sperare in Dio che basta, ora, questa croce per voi, d'aver altri figliuoli.
Donna Mimma piange; vorrebbe consolarsi un poco almeno coi bambini, e per farli accostare si toglie dal capo lo spauracchio di quel cappellaccio nero; ma inutilmente.
Non la riconoscono più, i bambini.
- Ma come? - dice donna Mimma piangendo.
- Tu Flavietta, che mi guardavi prima con codesti occhi d'amore; tu, Ninì mio, ma come? non vi ricordate più di me? di donna Mimma? Sono andata io, io a comperarvi a Palermo coi denari di papà; io, con la lettiga d'avorio, figlietti miei, venite qua!
I bimbi non vogliono accostarsi; restano scontrosi, ostili a guardarla da lontano, a guardarle quel cappellaccio nero su le ginocchia; e donna Mimma, allora, dopo essersi provata a lungo ad asciugarsi il pianto dagli occhi e dalle guance, alla fine, vedendo che non ci riesce e che anzi fa peggio, se lo rimette in capo quel cappellaccio e se ne va.
Ma non è solo per questo cappellaccio nero, come donna Mimma pensa, che tutto il paesello le si è voltato contro.
Se non fosse per la stizza e il dispetto, potrebbe buttarlo via donna Mimma, il cappellaccio; ma la scienza? Ahimè, la scienza che le strappò dal capo il bel fazzoletto di seta celeste e le impose invece codesto cappellaccio nero; la scienza appresa tardi e male; la scienza che le ha tolto la vista e le ha dato gli occhiali; la scienza che le ha imbrogliato tutta l'esperienza di trentacinque anni; la scienza che le è costata due anni di martirio alla sua età; la scienza, no, non potrà più buttarla via, donna Mimma; e questo è il vero male, il male irreparabile! Perché si dà il caso, ora, che una vicina, sposa da appena un anno e già sul punto d'esser mamma, non trova questa sera nelle quattro stanzette della sua casa un punto, un punto solo, dove quietar la smania da cui si sente soffocare; va sul terrazzino, guarda...
no, si sente lei guardata stranamente da tutte le stelle che sfavillano in cielo; e se lo sente acuto nelle carni come un formicolio di brividi, tutto questo pungere di stelle; e comincia a gemere e a gridare che non ne può più! Si può aspettare; le dicono che si può aspettare fino a domani; ma lei dice di no, dice che, se dura così, prima che venga domani, lei sarà morta, e allora, poiché l'altra, la Piemontesa, è occupata altrove e ha mandato a dire che proprio gliene duole ma questa notte non può venire; giacché ora sono in due nel paesello a far questo mestiere, via, si può provare a chiamare donna Mimma.
Eh? che? donna Mimma? e che è donna Mimma? uno straccio per turare i buchi? Lei non vuol fare da «sostituta» a quell'altra là! Ma alla fine s'arrende alle preghiere, si pianta prima pian piano il cappello in capo, e va.
Ahimè, è possibile che non colga ora questa occasione donna Mimma per dimostrare che ha studiato due anni all'Università come quell'altra, e che sa fare ora come quell'altra, meglio di quell'altra, con tutte quante le regole della scienza e i precetti dell'igiene? Disgraziata! Le vuol mostrare tutte a una a una queste regole della scienza; tutti a uno a uno li vuole applicare questi precetti dell'igiene; tanto mostrare, tanto applicare, che a un certo punto bisogna mandare a precipizio per l'altra, per la Piemontesa, e anche per il medico ora, se si vuol salvare questa povera mamma e la creaturina, che rischiano di morire impedite, soffocate, strozzate da tutte quelle regole e da tutti quei precetti.
E ora per donna Mimma è finita davvero.
Dopo questa prova, nessuno - ed è giusto - vorrà più saperne di lei.
Invelenita contro tutto il paese, col cappellaccio in capo, ogni giorno ella scende in piazza, ora, a fare una scenata davanti la farmacia, dando dell'asino al dottore e della sgualdrinella a quella ladra Piemontesa che è venuta a rubarle il pane.
C'è chi dice che s'è data al vino, perché dopo queste scenate, ritornando a casa, donna Mimma piange, piange inconsolabilmente; e questo, come si sa, è un certo effetto che il vino suol fare.
La Piemontesina, intanto, col fazzoletto di seta celeste in capo e il lungo scialle d'indiana stretto intorno alla svelta personcina, corre da una casa all'altra, con gli occhi a terra, modesti, e lancia di tanto in tanto di traverso una guardatina maliziosa e un sorrisetto che le scopre su le due guance le fossette.
Dice con rammarico ch'è un vero peccato che donna Mimma si sia ridotta così, perché dal ritorno di lei in paese ella sperava un sollievo; ma sì, un sollievo, visto che questi benedetti papà siciliani troppi, troppi denari hanno, da spendere in figliuoli, e notte e giorno senza requie la fanno viaggiare in lettiga.
L'ABITO NUOVO
L'abito che quel povero Crispucci indossava da tempo immemorabile, nessuno riusciva più a considerarlo come una cosa soprammessa al suo corpo, una cosa che si potesse cambiare.
Agli occhi di tutti egli era ormai in quel suo abito, come un vecchio cane randagio nel suo pelame stinto e strappato.
Per questa ragione, l'avvocato Boccanera, suo principale, non aveva mai pensato di potergli regalare uno dei tanti suoi abiti smessi ancora in buono stato.
Così com'era, gli serviva a meraviglia; scrivano e galoppino a centoventi lire al mese.
Quel giorno, il signor avvocato Boccanera stava a tenergli un interminabile e amorevole discorso.
Di solito, bastava che gli dicesse, con un certo ammiccamento degli occhi: - Crispucci, eh? - e Crispucci intendeva tutto.
In quel momento, però, davanti la scrivania, tutto ripiegato e scivolante come un'S, le due lunghe braccia da scimmia ciondoloni, pareva che non capisse più nulla.
Apriva di tratto in tratto la bocca, ma non per parlare.
Era una contrazione delle guance, o piuttosto, come un'increspatura di tutta la faccia gialliccia, che, scoprendogli i denti, poteva parere una smorfia, così di scherno come di spasimo; ma forse era soltanto un segno d'attenzione.
- Dunque, caro Crispucci, tutto considerato, vi consiglio di partire.
Sarà per me un guajo serio; ma partite.
Avrò pazienza per una quindicina di giorni.
Eh, almeno quindici giorni vi ci vorranno per tutte le pratiche da sbrigare e le formalità.
E anche perché, mi figuro, venderete tutto.
Crispucci aprì le braccia, con gli occhi biavi fissi nel vuoto.
- Eh sì, vendere, vi conviene vendere.
Gioje, abiti, mobili.
Il grosso è nelle gioje.
Così a occhio, dalla descrizione dell'inventario, ci sarà da cavarne da centocinquanta a duecento mila lire; forse più.
C'è anche un vezzo di perle.
Quanto agli abiti (voi capite) non li potrà certo indossare la vostra figliuola.
Chi sa che abiti saranno! Ma ne caverete poco, non vi fate illusioni.
Gli abiti si svendono, anche se ricchissimi.
Forse dalle pellicce (pare ce ne sia una collezione) sapendo fare, qualche cosa caverete.
Oh, badate: per le gioje, sarebbe bene che appuraste da quali negozianti furono acquistate.
Forse lo vedrete dagli astucci.
Vi avverto che i brillanti sono molto cresciuti di prezzo.
E qui nell'elenco ce ne son segnati parecchi.
Ecco: una spilla...
un'altra spilla...
anello...
anello...
un bracciale...
un altro anello...
ancora un anello...
una spilla...
bracciale...
bracciale...
Parecchi come vedete.
A questo punto Crispucci alzò una mano.
Segno che voleva parlare.
Le rarissime volte che gli avveniva, ne dava l'avviso così.
E questo segno della mano era accompagnato da un'altra increspatura della faccia ch'esprimeva lo stento e la pena di tirar su la voce da quell'abisso di silenzio in cui la sua anima era da tanto tempo sprofondata.
- Po...
potrei, - disse, - farmi ardito...
uno di...
uno di questi anelli...
alla sua signora?
- Ma no, che dite, caro Crispucci? - scattò il signor avvocato.
- La mia signora, vi pare? uno di quegli anelli!
Crispucci abbassò la mano; accennò di sì più volte col capo.
- Mi scusi.
- Ma no, anzi vi ringrazio.
Piangete? No, via, via, caro Crispucci! Non ho voluto offendervi! Su, su.
Lo so, lo comprendo è per voi una cosa molto triste; ma pensate che non accettate per voi codesta eredità: voi non siete solo, avete una figliuola, a cui non sarà facile trovar marito, senza una buona dote, che ora...
Eh, lo so! è a un prezzo ben duro! Ma i denari son denari, caro Crispucci, e fanno chiudere gli occhi su tante cose.
Avete anche la madre.
Non avete molta salute, e...
Crispucci, che aveva approvato col capo le precedenti considerazioni del signor avvocato, a questa su la sua salute, sgranò gli occhi con un piglio scontroso.
S'inchinò; si mosse per uscire.
- E non prendete le carte? - gli disse l'avvocato, porgendogliele di su la scrivania.
Crispucci tornò indietro, asciugandosi gli occhi con un sudicio fazzoletto, e prese quelle carte.
- Dunque partite domani?
- Signor avvocato, - rispose Crispucci, guardandolo, come deciso a dire una cosa che gli faceva tremare il mento; ma s'arrestò, lottò un pezzo per ricacciare indietro, nell'abisso di silenzio, quel che stava per dire; alzò un poco le spalle, aprì un poco le braccia e andò via.
Stava per dire: «Parto, se vossignoria accetta per la sua signora un anellino di questa mia eredità!».
Di là, agli altri scritturali dello studio che da tre giorni si spassavano a torturarlo, punzecchiandolo con fredda ferocia, aveva promesso, digrignando i denti, a chi una veste di seta per la moglie, a chi un cappello con le piume per la figliuola, a chi un manicotto per la fidanzata.
- Magari!
- E qualche camicia fina, velata e ricamata, aperta davanti, per tua sorella?
- Magari!
Voleva che di quella eredità tutti, con lui, fossero insozzati.
Leggendo nell'inventario la descrizione del ricchissimo guardaroba della defunta, e di quel che contenevano di biancheria gli armadii e i cassettoni, s'era figurato di poterne vestire tutte le donne della città.
Se un resto di ragione non lo avesse trattenuto, si sarebbe fermato per via a prendere per il petto i passanti e a dir loro:
«Mia moglie era così e così; è crepata or ora a Napoli; m'ha lasciato questo e quest'altro; volete per vostra moglie, per vostra sorella, per le vostre figliuole, una mezza dozzina di calze di seta, su fino alla coscia, finissime, traforate?».
Un giovanotto spelato, dalla faccia itterica, che aveva la malinconia di voler parere elegante, si sentiva finir lo stomaco da tre giorni, in quella stanza degli scritturali, a tali profferte.
Era da una settimana soltanto nello studio, e più che da scrivano faceva da galoppino; ma voleva conservare la sua dignità; non parlava quasi mai, anche perché nessuno gli rivolgeva la parola; si contentava d'accennare un sorrisetto vano a fior di labbra, non privo d'un certo sprezzo lieve lieve, ascoltando i discorsi degli altri, e tirava fuori dalle maniche troppo corte o ricacciava indietro con mossettine sapienti i polsini ingialliti.
Quel giorno, appena Crispucci uscì dalla stanza del signor avvocato, prese dall'attaccapanni il cappello e il bastone per andargli dietro, mentre gli altri scrivani, ridendo, gridavano dall'alto della scala:
- Crispucci, ricordati! La camicia per mia sorella!
- La veste di seta per mia moglie!
- Il manicotto per la mia fidanzata!
- La piuma di struzzo per la mia figliuola!
Per istrada lo investì, con la faccia più scolorita che mai dalla bile:
- Ma perché fate tante sciocchezze? Perché seminate la roba così? Porterà scritta forse in qualche parte la provenienza? Vi tocca una fortuna come questa, e non sapete profittarne.
Siete impazzito?
Crispucci si fermò un momento a guatarlo di traverso.
- Fortuna, sì! - ribatté quello.
- Fortuna prima e fortuna adesso! Prima, per esservene liberato tant'anni fa, quando vi scappò di casa.
- Te ne sei informato?
- Me ne sono informato.
Ebbene? Che noje, che impicci che fastidi ne aveste più? Ora è morta; e non vi sembra un'altra fortuna? Perdio! Non solo perché è morta, ma anche perché di stato vi farà cangiare!
Crispucci si fermò a guatarlo di nuovo.
- T'hanno detto forse che ho una figliuola da maritare?
- Vi parlo così per questo!
- Ah! Franco.
- Franchissimo.
- E vuoi che pigli l'eredità?
- Sareste un pazzo a non farlo! Duecentomila lire!
- E con duecentomila lire, vorresti che dessi la figliuola a te?
- Perché no?
- Perché, se mai, con duecentomila lire, potrei comprare una vergogna meno sporca della tua.
- Oh, voi m'offendete!
- No.
Ti stimo.
Tu stimi me, io stimo te.
Per una vergogna come la tua non darei più di tremila lire.
- Tre?
- Cinque, va là! e un po' di biancheria.
Hai una sorella anche tu? Tre camìce di seta anche a lei, aperte davanti! Se le vuoi, te le do.
E lo piantò lì, in mezzo alla strada.
A casa non disse una parola né alla madre né alla figliuola.
Del resto, non aveva mai ammesso, da sedici anni, dal giorno della sciagura in poi, nessun discorso che non si riferisse ai bisogni momentanei della vita.
Se l'una o l'altra accennava minimamente a qualche considerazione estranea a questi bisogni, si voltava a guardarle con tali occhi, che subito la voce moriva loro sulle labbra.
Il giorno appresso partì per Napoli, lasciandole non solo nell'incertezza più angosciosa sul conto di quella eredità, ma anche in una grande costernazione, se - Dio liberi - commettesse qualche grossa pazzia.
Le donne del vicinato fomentavano questa costernazione, riferendo e commentando tutte le stranezze commesse da Crispucci in quei tre giorni.
Qualcuna, con rosea e fresca ingenuità, alludendo alla defunta, domandava:
- Ma com'è ch'era tanto ricca?
E un'altra:
- Ho sentito dire che si chiamava Margherita.
La biancheria intanto, dicono che è cifrata R e B.
- E B? No, R e C, - correggeva un'altra - Rosa Clairon, ho sentito dire.
- Ah, guarda, Clairon...
Cantava?
- Pare di no.
- Ma sì che cantava! Ultimamente no, più.
Ma prima cantava.
- Rosa Clairon, sì...
mi pare.
La figliuola, a questi discorsi, guardava la vecchia nonna con un lustro di febbre negli occhi affossati, e una fiamma fosca sulle guance magre.
La vecchia nonna, con la grossa faccia gialla, sebacea, quasi spaccata da profonde rughe rigide e precise, s'aggiustava sul naso gli occhialoni che, dopo l'operazione della cateratta, le rendevano mostruosamente grandi e vani gli occhi tra le rade ciglia lunghe come antenne d'insetto, e rispondeva con sordi grugniti a tutte quelle ingenuità delle vicine.
Molte delle quali sostenevano con calore, che via, in fin dei conti, non solo non era da stimar pazzo, ma forse neppure da biasimare quel povero signor Crispucci, se voleva che nessuno di quegli abiti, nessun capo di quella biancheria toccasse le carni immacolate della sua figliuola.
Meglio darli via, se non voleva svenderli.
Naturalmente, come vicine di casa, credevano di poter pretendere che, a preferenza, fossero distribuiti tra loro.
Almeno qualche regaluccio, via! Chi sa che fiume di sete gaje e lucenti, che spume di merletti, tra rive di morbidi velluti e ciuffi di bianche piume di cappelli, sarebbero entrati fra qualche giorno nello squallore di quella stamberga.
Solo a pensarci, ne avevano tutte gli occhi piccoli piccoli.
E Fina, la figliuola, ascoltandole e vedendole così inebriate, si storceva le mani sotto il grembiule, e alla fine scattava in piedi e andava via.
- Povera figliuola, - sospirava allora qualcuna.
- È la pena.
E un'altra domandava alla nonna:
- Credete che il padre la farà vestir di nero?
La vecchia rispondeva con un altro grugnito, per significare che non ne sapeva nulla.
- Ma certo! Le tocca!
- È infine la madre.
- Se accetta l'eredità!
- Ma vedrete che prenderà il lutto anche lui.
- No no, lui no.
- Se accetta l'eredità!
La vecchia si agitava sulla seggiola, come Fina si agitava sul letto, di là.
Perché questo era il dubbio smanioso: che egli accettasse l'eredità.
Tutte e due, di nascosto, al primo annunzio della morte, s'erano recate dal signor avvocato Boccanera, spaventate dalle furie con cui Crispucci aveva accolto la notizia di quell'eredità, e lo avevano scongiurato a mani giunte di persuaderlo a non commettere le pazzie minacciate.
Come sarebbe rimasta, alla morte di lui, quella povera figliuola, che non aveva avuto mai, mai un momento di bene da che era nata? Egli metteva in bilancia un'eredità di disonore e una eredità d'orgoglio: l'orgoglio d'una miseria onesta.
Ma perché pesare con questa bilancia la fortuna che toccava alla povera figliuola? Era stata messa al mondo senza volerlo, quella poverina, e finora con tante amarezze aveva scontato il disonore della madre; doveva ora per giunta essere sacrificata anche all'orgoglio del padre?
Durò un'eternità - diciotto giorni - l'angoscia di questo dubbio.
Neppure un rigo di lettera in quei diciotto giorni.
Finalmente, una sera, per la lunga scala erta e angusta le due donne intesero un tramestio affannoso.
Erano i facchini della stazione che portavano su, tra ceste e bauli, undici pesanti colli.
A piè della scala, Crispucci aspettò che i facchini andassero a deporre il carico nel suo appartamento al quarto piano; li pagò; quando la scala ritornò quieta, prese a salire adagio adagio.
La madre e la figliuola lo attendevano trepidanti sul pianerottolo, col lume in mano.
Alla fine lo videro apparire, a capo chino, con un cappello nuovo, verdastro, insaccato in un abito nuovo, peloso, color tabacco, comprato certo bell'e fatto a Napoli in qualche magazzino popolare.
I calzoni lunghi gli strascicavano oltre i tacchi delle scarpe pur nuove; la giacca gli sgonfiava da collo.
Né l'una né l'altra delle due donne ardì di muovere una domanda.
Quell'abito parlava da sé.
Soltanto la figliuola, nel vederlo diretto alla sua
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