DONNA MIMMA, di Luigi Pirandello - pagina 4
...
.
O che non ha preso il diploma all'Università come la Piemontesa, lei? Dopo due anni di studii...
e che studii! I capelli bianchi ci ha fatto, ecco qua, in due anni, che prima di partire per Palermo li aveva ancora neri.
Studii, che il signor dottore, adesso, se si vuol provare un poco a competere con lei, glielo farà vedere che non è più il caso di metterla nel sacco con quelle sue parole turchine, perché le sa dire anche lei adesso, e meglio di lui, le parole turchine.
Il cappello? Ma che stupidaggine di teste piccole di paese! Viene di diritto e di conseguenza il cappello dopo due anni di studi all'Università.
Tutte lì, quelle che studiavano con lei, lo portavano; e anche lei, dunque, per forza.
La professione dell'ostrè...
no, te...
trètica, la professione dell'ostrètica, adesso, c'è poca differenza con quella del dottore.
Gli stessi studii, quasi.
E i dottori non vanno mica col berretto per via! Ma perché sarebbe allora andata a Palermo? perchè avrebbe studiato due anni all'Università? perché avrebbe preso il diploma, se non per mettersi in tutto a paro, di studi e di stato, con la Piemontesa diplomata dall'Università di Torino?
Trasecola donna Mimma, si fa di tutti i colori appena viene a sapere che la Piemontesa, lei, non porta più il cappello, ora, ma scialle e il fazzoletto.
- Ah sì? se l'è levato? porta il «manto» e il fazzoletto celeste.
E che fa? che dice? Ah, che i bambini li comperano a Palermo? Con la lettiga? Ah, traditora! Ah, infame! Ma dunque, per levare il pane a lei di bocca, a lei, il pane? Assassina! Per entrare in grazia della gente ignorante del paese? Infame! Infame! E la gente...
come! si piglia da lei quet'impostura? da lei che prima andava dicendo ch'eran tutte sciocchezze e falsi pudori? Ma allora, se questa spudorata doveva ridursi a far la mammana in paese così, come per trentacinque anni naturalmente l'aveva fatto lei, perché costringerla a partire per Palermo, a studiare due anni all'Università, e prendere il diploma? Solo per aver tempo di rubarle il posto, ecco perché! levarle il pane di bocca, mettendosi a far come lei, vestendosi come lei, dicendo le stesse cose che prima diceva lei! infame! assassina! impostora e traditora! Ah che cosa...
ah Dio, che cosa...
che cosa...
Ha tutto il sangue alla testa, donna Mimma; piange di rabbia; si storce le mani, ancora col cappellone in capo; pesta un piede; il cappellone le va di traverso; ed ecco, per la prima volta, le scappa di bocca una parolaccia sconcia: no, non se lo leverà più lei, no, per sfida, ora, questo cappello: qua, qua in capo! Se quella se l'è levato, lei se l'è messo e lo terrà! Il diploma ce l'ha; a Palermo c'è stata; s'è ammazzata due anni a studiare: Ora si metterà a far lei qua in paese, non più la comaretta, la mammanuccia, ma l'Ostrètica diplomata dalla Regia Università di Palermo.
Povera donna Mimma, dice ostrètica, così su le furie facendo le volte per la stanzuccia della sua casa, dove tutti gli oggetti par che la guardino sbigottiti perché s'aspettavano d'esser salutati con gioja e carezzati da lei dopo due anni d'assenza.
Donna Mimma non ha occhi per loro; dice che vorrà vederla in faccia, quella lì (e giù un'altra parolaccia sconcia), se avrà il coraggio di parlare davanti a lei di lettighe d'avorio e di comperare i bambini; e or ora, senza neppur riposarsi un minuto, si vuol mettere in giro, da tutte le signore del paese, - così, così col cappello in capo, sissignori! - per vedere se anche loro avranno il coraggio, ora ch'ella è ritornata col diploma, di cangiarle la faccia per quella fruscola lì!
Esce di casa; ma appena per via, subito di nuovo la maraviglia, le risa della gente, i lazzi dei monellacci impertinenti e ingrati, che si sono scordati di chi li ha accolti prima nel mondo, ajutando la mamma a metterli alla luce.
- Musi di cane! Cazzarellini! Ah, figli di...
Le tirano bucce, sassolini sul cappellone, la accompagnano con rumori sguajati, saltarellandole intorno.
- Donna Mimma? Oh guarda! - dicono le signore, restando allo spettacolo che si para loro davanti, buffo e compassionevole, perché donna Mimma con quel suo cappellone di traverso e gli occhi ovati rossi di pianto e di rabbia, vuole - così conciata - apparir loro come l'ombra del rimorso, e in quegli occhi rossi di pianto e di rabbia ha un rimprovero per loro pieno di profondo accoramento, quasi che a Palermo a studiare la avessero mandata loro, per forza, e loro la avessero fatta ritornare da Palermo con quel cappellone che, essendo il frutto naturale, quantunque spropositato, di due anni di studio all'Università, rappresenta il tradimento che loro signore le hanno fatto.
Tradimento sì, tradimento, signore mie, tradimento perché, se volevate la mammana come donna Mimma era prima, una mammana col fazzoletto in capo e lo scialle, che raccontasse ai vostri bimbi la favola della lettiga e dei fratellini comperati a Palermo coi denari di papà, non dovevate permettere che il fazzoletto di seta celeste e lo scialle di donna Mimma e le vecchie favole di lei fossero usurpati da questa sfrontata continentale che prima, venendo dall'Università col cappello anche lei, li aveva derisi in donna Mimma; dovevate dirle: «No, cara: tu hai obbligato donna Mimma a studiare due anni a Palermo, a mettersi là il cappello anche lei per non esser derisa dalle fraschette sfrontate come te, e tu ora qua te lo levi? e ti metti il fazzoletto e lo scialle e ti metti a raccontare la favola della lettiga, per prendere il posto di quella che hai mandato via a studiare? Ma questa è per te un'impostura! per quella, invece, vestire così, parlare così, era naturale! No, cara, tu ora fai a donna Mimma un tradimento, e come l'hai derisa tu, prima, col fazzoletto e lo scialle e la vecchia favola della lettiga, la farai deridere dagli altri, ora, col cappellone e la scienza ostetrica appresa all'Università».
Così, signore miei dovevate dire a codesta Piemontesa.
O se davvero vi piace di più, ora, la mammana «civile» che vi sappia spiegar tutto bene, punto per punto, come si fanno e come si possono anche non fare i figliuoli, obbligate allora la Piemontesa a rimettersi il cappello, per non far deridere donna Mimma che come un medico ha studiato e col cappello è ritornata!
Ma voi vi stringete nelle spalle, signore mie, e fate intendere a donna Mimma che ormai non sapete come comportarvi con l'altra che già vi ha assistito una volta e bene, proprio bene, sì...
e che per la prossima assistenza vi trovate già impegnate...
e, quanto all'avvenire, per non compromettervi, dite di sperare in Dio che basta, ora, questa croce per voi, d'aver altri figliuoli.
Donna Mimma piange; vorrebbe consolarsi un poco almeno coi bambini, e per farli accostare si toglie dal capo lo spauracchio di quel cappellaccio nero; ma inutilmente.
Non la riconoscono più, i bambini.
- Ma come? - dice donna Mimma piangendo.
- Tu Flavietta, che mi guardavi prima con codesti occhi d'amore; tu, Ninì mio, ma come? non vi ricordate più di me? di donna Mimma? Sono andata io, io a comperarvi a Palermo coi denari di papà; io, con la lettiga d'avorio, figlietti miei, venite qua!
I bimbi non vogliono accostarsi; restano scontrosi, ostili a guardarla da lontano, a guardarle quel cappellaccio nero su le ginocchia; e donna Mimma, allora, dopo essersi provata a lungo ad asciugarsi il pianto dagli occhi e dalle guance, alla fine, vedendo che non ci riesce e che anzi fa peggio, se lo rimette in capo quel cappellaccio e se ne va.
Ma non è solo per questo cappellaccio nero, come donna Mimma pensa, che tutto il paesello le si è voltato contro.
Se non fosse per la stizza e il dispetto, potrebbe buttarlo via donna Mimma, il cappellaccio; ma la scienza? Ahimè, la scienza che le strappò dal capo il bel fazzoletto di seta celeste e le impose invece codesto cappellaccio nero; la scienza appresa tardi e male; la scienza che le ha tolto la vista e le ha dato gli occhiali; la scienza che le ha imbrogliato tutta l'esperienza di trentacinque anni; la scienza che le è costata due anni di martirio alla sua età; la scienza, no, non potrà più buttarla via, donna Mimma; e questo è il vero male, il male irreparabile! Perché si dà il caso, ora, che una vicina, sposa da appena un anno e già sul punto d'esser mamma, non trova questa sera nelle quattro stanzette della sua casa un punto, un punto solo, dove quietar la smania da cui si sente soffocare; va sul terrazzino, guarda...
no, si sente lei guardata stranamente da tutte le stelle che sfavillano in cielo; e se lo sente acuto nelle carni come un formicolio di brividi, tutto questo pungere di stelle; e comincia a gemere e a gridare che non ne può più! Si può aspettare; le dicono che si può aspettare fino a domani; ma lei dice di no, dice che, se dura così, prima che venga domani, lei sarà morta, e allora, poiché l'altra, la Piemontesa, è occupata altrove e ha mandato a dire che proprio gliene duole ma questa notte non può venire; giacché ora sono in due nel paesello a far questo mestiere, via, si può provare a chiamare donna Mimma.
Eh? che? donna Mimma? e che è donna Mimma? uno straccio per turare i buchi? Lei non vuol fare da «sostituta» a quell'altra là! Ma alla fine s'arrende alle preghiere, si pianta prima pian piano il cappello in capo, e va.
Ahimè, è possibile che non colga ora questa occasione donna Mimma per dimostrare che ha studiato due anni all'Università come quell'altra, e che sa fare ora come quell'altra, meglio di quell'altra, con tutte quante le regole della scienza e i precetti dell'igiene? Disgraziata! Le vuol mostrare tutte a una a una queste regole della scienza; tutti a uno a uno li vuole applicare questi precetti dell'igiene; tanto mostrare, tanto applicare, che a un certo punto bisogna mandare a precipizio per l'altra, per la Piemontesa, e anche per il medico ora, se si vuol salvare questa povera mamma e la creaturina, che rischiano di morire impedite, soffocate, strozzate da tutte quelle regole e da tutti quei precetti.
E ora per donna Mimma è finita davvero.
Dopo questa prova, nessuno - ed è giusto - vorrà più saperne di lei.
Invelenita contro tutto il paese, col cappellaccio in capo, ogni giorno ella scende in piazza, ora, a fare una scenata davanti la farmacia, dando dell'asino al dottore e della sgualdrinella a quella ladra Piemontesa che è venuta a rubarle il pane.
C'è chi dice che s'è data al vino, perché dopo queste scenate, ritornando a casa, donna Mimma piange, piange inconsolabilmente; e questo, come si sa, è un certo effetto che il vino suol fare.
La Piemontesina, intanto, col fazzoletto di seta celeste in capo e il lungo scialle d'indiana stretto intorno alla svelta personcina, corre da una casa all'altra, con gli occhi a terra, modesti, e lancia di tanto in tanto di traverso una guardatina maliziosa e un sorrisetto che le scopre su le due guance le fossette.
Dice con rammarico ch'è un vero peccato che donna Mimma si sia ridotta così, perché dal ritorno di lei in paese ella sperava un sollievo; ma sì, un sollievo, visto che questi benedetti papà siciliani troppi, troppi denari hanno, da spendere in figliuoli, e notte e giorno senza requie la fanno viaggiare in lettiga.
L'ABITO NUOVO
L'abito che quel povero Crispucci indossava da tempo immemorabile, nessuno riusciva più a considerarlo come una cosa soprammessa al suo corpo, una cosa che si potesse cambiare.
Agli occhi di tutti egli era ormai in quel suo abito, come un vecchio cane randagio nel suo pelame stinto e strappato.
Per questa ragione, l'avvocato Boccanera, suo principale, non aveva mai pensato di potergli regalare uno dei tanti suoi abiti smessi ancora in buono stato.
Così com'era, gli serviva a meraviglia; scrivano e galoppino a centoventi lire al mese.
Quel giorno, il signor avvocato Boccanera stava a tenergli un interminabile e amorevole discorso.
Di solito, bastava che gli dicesse, con un certo ammiccamento degli occhi: - Crispucci, eh? - e Crispucci intendeva tutto.
In quel momento, però, davanti la scrivania, tutto ripiegato e scivolante come un'S, le due lunghe braccia da scimmia ciondoloni, pareva che non capisse più nulla.
Apriva di tratto in tratto la bocca, ma non per parlare.
Era una contrazione delle guance, o piuttosto, come un'increspatura di tutta la faccia gialliccia, che, scoprendogli i denti, poteva parere una smorfia, così di scherno come di spasimo; ma forse era soltanto un segno d'attenzione.
- Dunque, caro Crispucci, tutto considerato, vi consiglio di partire.
Sarà per me un guajo serio; ma partite.
Avrò pazienza per una quindicina di giorni.
Eh, almeno quindici giorni vi ci vorranno per tutte le pratiche da sbrigare e le formalità.
E anche perché, mi figuro, venderete tutto.
Crispucci aprì le braccia, con gli occhi biavi fissi nel vuoto.
- Eh sì, vendere, vi conviene vendere.
Gioje, abiti, mobili.
Il grosso è nelle gioje.
Così a occhio, dalla descrizione dell'inventario, ci sarà da cavarne da centocinquanta a duecento mila lire; forse più.
C'è anche un vezzo di perle.
Quanto agli abiti (voi capite) non li potrà certo indossare la vostra figliuola.
Chi sa che abiti saranno! Ma ne caverete poco, non vi fate illusioni.
Gli abiti si svendono, anche se ricchissimi.
Forse dalle pellicce (pare ce ne sia una collezione) sapendo fare, qualche cosa caverete.
Oh, badate: per le gioje, sarebbe bene che appuraste da quali negozianti furono acquistate.
Forse lo vedrete dagli astucci.
Vi avverto che i brillanti sono molto cresciuti di prezzo.
E qui nell'elenco ce ne son segnati parecchi.
Ecco: una spilla...
un'altra spilla...
anello...
anello...
un bracciale...
un altro anello...
ancora un anello...
una spilla...
bracciale...
bracciale...
Parecchi come vedete.
A questo punto Crispucci alzò una mano.
Segno che voleva parlare.
Le rarissime volte che gli avveniva, ne dava l'avviso così.
E questo segno della mano era accompagnato da un'altra increspatura della faccia ch'esprimeva lo stento e la pena di tirar su la voce da quell'abisso di silenzio in cui la sua anima era da tanto tempo sprofondata.
- Po...
potrei, - disse, - farmi ardito...
uno di...
uno di questi anelli...
alla sua signora?
- Ma no, che dite, caro Crispucci? - scattò il signor avvocato.
- La mia signora, vi pare? uno di quegli anelli!
Crispucci abbassò la mano; accennò di sì più volte col capo.
- Mi scusi.
- Ma no, anzi vi ringrazio.
Piangete? No, via, via, caro Crispucci! Non ho voluto offendervi! Su, su.
Lo so, lo comprendo è per voi una cosa molto triste; ma pensate che non accettate per voi codesta eredità: voi non siete solo, avete una figliuola, a cui non sarà facile trovar marito, senza una buona dote, che ora...
Eh, lo so! è a un prezzo ben duro! Ma i denari son denari, caro Crispucci, e fanno chiudere gli occhi su tante cose.
Avete anche la madre.
Non avete molta salute, e...
Crispucci, che aveva approvato col capo le precedenti considerazioni del signor avvocato, a questa su la sua salute, sgranò gli occhi con un piglio scontroso.
S'inchinò; si mosse per uscire.
- E non prendete le carte? - gli disse l'avvocato, porgendogliele di su la scrivania.
Crispucci tornò indietro, asciugandosi gli occhi con un sudicio fazzoletto, e prese quelle carte.
- Dunque partite domani?
- Signor avvocato, - rispose Crispucci, guardandolo, come deciso a dire una cosa che gli faceva tremare il mento; ma s'arrestò, lottò un pezzo per ricacciare indietro, nell'abisso di silenzio, quel che stava per dire; alzò un poco le spalle, aprì un poco le braccia e andò via.
Stava per dire: «Parto, se vossignoria accetta per la sua signora un anellino di questa mia eredità!».
Di là, agli altri scritturali dello studio che da tre giorni si spassavano a torturarlo, punzecchiandolo con fredda ferocia, aveva promesso, digrignando i denti, a chi una veste di seta per la moglie, a chi un cappello con le piume per la figliuola, a chi un manicotto per la fidanzata.
- Magari!
- E qualche camicia fina, velata e ricamata, aperta davanti, per tua sorella?
- Magari!
Voleva che di quella eredità tutti, con lui, fossero insozzati.
Leggendo nell'inventario la descrizione del ricchissimo guardaroba della defunta, e di quel che contenevano di biancheria gli armadii e i cassettoni, s'era figurato di poterne vestire tutte le donne della città.
Se un resto di ragione non lo avesse trattenuto, si sarebbe fermato per via a prendere per il petto i passanti e a dir loro:
«Mia moglie era così e così; è crepata or ora a Napoli; m'ha lasciato questo e quest'altro; volete per vostra moglie, per vostra sorella, per le vostre figliuole, una mezza dozzina di calze di seta, su fino alla coscia, finissime, traforate?».
Un giovanotto spelato, dalla faccia itterica, che aveva la malinconia di voler parere elegante, si sentiva finir lo stomaco da tre giorni, in quella stanza degli scritturali, a tali profferte.
Era da una settimana soltanto nello studio, e più che da scrivano faceva da galoppino; ma voleva conservare la sua dignità; non parlava quasi mai, anche perché nessuno gli rivolgeva la parola; si contentava d'accennare un sorrisetto vano a fior di labbra, non privo d'un certo sprezzo lieve lieve, ascoltando i discorsi degli altri, e tirava fuori dalle maniche troppo corte o ricacciava indietro con mossettine sapienti i polsini ingialliti.
Quel giorno, appena Crispucci uscì dalla stanza del signor avvocato, prese dall'attaccapanni il cappello e il bastone per andargli dietro, mentre gli altri scrivani, ridendo, gridavano dall'alto della scala:
- Crispucci, ricordati! La camicia per mia sorella!
- La veste di seta per mia moglie!
- Il manicotto per la mia fidanzata!
- La piuma di struzzo per la mia figliuola!
Per istrada lo investì, con la faccia più scolorita che mai dalla bile:
- Ma perché fate tante sciocchezze? Perché seminate la roba così? Porterà scritta forse in qualche parte la provenienza? Vi tocca una fortuna come questa, e non sapete profittarne.
Siete impazzito?
Crispucci si fermò un momento a guatarlo di traverso.
- Fortuna, sì! - ribatté quello.
- Fortuna prima e fortuna adesso! Prima, per esservene liberato tant'anni fa, quando vi scappò di casa.
- Te ne sei informato?
- Me ne sono informato.
Ebbene? Che noje, che impicci che fastidi ne aveste più? Ora è morta; e non vi sembra un'altra fortuna? Perdio! Non solo perché è morta, ma anche perché di stato vi farà cangiare!
Crispucci si fermò a guatarlo di nuovo.
- T'hanno detto forse che ho una figliuola da maritare?
- Vi parlo così per questo!
- Ah! Franco.
- Franchissimo.
- E vuoi che pigli l'eredità?
- Sareste un pazzo a non farlo! Duecentomila lire!
- E con duecentomila lire, vorresti che dessi la figliuola a te?
- Perché no?
- Perché, se mai, con duecentomila lire, potrei comprare una vergogna meno sporca della tua.
- Oh, voi m'offendete!
- No.
Ti stimo.
Tu stimi me, io stimo te.
Per una vergogna come la tua non darei più di tremila lire.
- Tre?
- Cinque, va là! e un po' di biancheria.
Hai una sorella anche tu? Tre camìce di seta anche a lei, aperte davanti! Se le vuoi, te le do.
E lo piantò lì, in mezzo alla strada.
A casa non disse una parola né alla madre né alla figliuola.
Del resto, non aveva mai ammesso, da sedici anni, dal giorno della sciagura in poi, nessun discorso che non si riferisse ai bisogni momentanei della vita.
Se l'una o l'altra accennava minimamente a qualche considerazione estranea a questi bisogni, si voltava a guardarle con tali occhi, che subito la voce moriva loro sulle labbra.
Il giorno appresso partì per Napoli, lasciandole non solo nell'incertezza più angosciosa sul conto di quella eredità, ma anche in una grande costernazione, se - Dio liberi - commettesse qualche grossa pazzia.
Le donne del vicinato fomentavano questa costernazione, riferendo e commentando tutte le stranezze commesse da Crispucci in quei tre giorni.
Qualcuna, con rosea e fresca ingenuità, alludendo alla defunta, domandava:
- Ma com'è ch'era tanto ricca?
E un'altra:
- Ho sentito dire che si chiamava Margherita.
La biancheria intanto, dicono che è cifrata R e B.
- E B? No, R e C, - correggeva un'altra - Rosa Clairon, ho sentito dire.
- Ah, guarda, Clairon...
Cantava?
- Pare di no.
- Ma sì che cantava! Ultimamente no, più.
Ma prima cantava.
- Rosa Clairon, sì...
mi pare.
La figliuola, a questi discorsi, guardava la vecchia nonna con un lustro di febbre negli occhi affossati, e una fiamma fosca sulle guance magre.
La vecchia nonna, con la grossa faccia gialla, sebacea, quasi spaccata da profonde rughe rigide e precise, s'aggiustava sul naso gli occhialoni che, dopo l'operazione della cateratta, le rendevano mostruosamente grandi e vani gli occhi tra le rade ciglia lunghe come antenne d'insetto, e rispondeva con sordi grugniti a tutte quelle ingenuità delle vicine.
Molte delle quali sostenevano con calore, che via, in fin dei conti, non solo non era da stimar pazzo, ma forse neppure da biasimare quel povero signor Crispucci, se voleva che nessuno di quegli abiti, nessun capo di quella biancheria toccasse le carni immacolate della sua figliuola.
Meglio darli via, se non voleva svenderli.
Naturalmente, come vicine di casa, credevano di poter pretendere che, a preferenza, fossero distribuiti tra loro.
Almeno qualche regaluccio, via! Chi sa che fiume di sete gaje e lucenti, che spume di merletti, tra rive di morbidi velluti e ciuffi di bianche piume di cappelli, sarebbero entrati fra qualche giorno nello squallore di quella stamberga.
Solo a pensarci, ne avevano tutte gli occhi piccoli piccoli.
E Fina, la figliuola, ascoltandole e vedendole così inebriate, si storceva le mani sotto il grembiule, e alla fine scattava in piedi e andava via.
- Povera figliuola, - sospirava allora qualcuna.
- È la pena.
E un'altra domandava alla nonna:
- Credete che il padre la farà vestir di nero?
La vecchia rispondeva con un altro grugnito, per significare che non ne sapeva nulla.
- Ma certo! Le tocca!
- È infine la madre.
- Se accetta l'eredità!
- Ma vedrete che prenderà il lutto anche lui.
- No no, lui no.
- Se accetta l'eredità!
La vecchia si agitava sulla seggiola, come Fina si agitava sul letto, di là.
Perché questo era il dubbio smanioso: che egli accettasse l'eredità.
Tutte e due, di nascosto, al primo annunzio della morte, s'erano recate dal signor avvocato Boccanera, spaventate dalle furie con cui Crispucci aveva accolto la notizia di quell'eredità, e lo avevano scongiurato a mani giunte di persuaderlo a non commettere le pazzie minacciate.
Come sarebbe rimasta, alla morte di lui, quella povera figliuola, che non aveva avuto mai, mai un momento di bene da che era nata? Egli metteva in bilancia un'eredità di disonore e una eredità d'orgoglio: l'orgoglio d'una miseria onesta.
Ma perché pesare con questa bilancia la fortuna che toccava alla povera figliuola? Era stata messa al mondo senza volerlo, quella poverina, e finora con tante amarezze aveva scontato il disonore della madre; doveva ora per giunta essere sacrificata anche all'orgoglio del padre?
Durò un'eternità - diciotto giorni - l'angoscia di questo dubbio.
Neppure un rigo di lettera in quei diciotto giorni.
Finalmente, una sera, per la lunga scala erta e angusta le due donne intesero un tramestio affannoso.
Erano i facchini della stazione che portavano su, tra ceste e bauli, undici pesanti colli.
A piè della scala, Crispucci aspettò che i facchini andassero a deporre il carico nel suo appartamento al quarto piano; li pagò; quando la scala ritornò quieta, prese a salire adagio adagio.
La madre e la figliuola lo attendevano trepidanti sul pianerottolo, col lume in mano.
Alla fine lo videro apparire, a capo chino, con un cappello nuovo, verdastro, insaccato in un abito nuovo, peloso, color tabacco, comprato certo bell'e fatto a Napoli in qualche magazzino popolare.
I calzoni lunghi gli strascicavano oltre i tacchi delle scarpe pur nuove; la giacca gli sgonfiava da collo.
Né l'una né l'altra delle due donne ardì di muovere una domanda.
Quell'abito parlava da sé.
Soltanto la figliuola, nel vederlo diretto alla sua stanza, prima che ne richiudesse l'uscio, gli chiese:
- Hai cenato, papà?
Crispucci, dalla soglia, voltò la faccia, e con una smorfia nuova di riso e una nuova voce rispose:
- Wagon-restaurant.
IL CAPRETTO NERO
Senza dubbio il signor Charles Trockley ha ragione.
Sono anzi disposto ad ammettere che il signor Charles Trockley non può aver torto mai, perché la ragione e lui sono una cosa sola.
Ogni mossa, ogni sguardo, ogni parola del signor Charles Trockley sono così rigidi e precisi, così ponderati e sicuri, che chiunque, senz'altro, deve riconoscere che non è possibile che il signor Charles Trockley, in qual si voglia caso, per ogni questione che gli sia posta, o incidente che gli occorra, stia dalla parte del torto.
Io e lui, per portare un esempio, siamo nati lo stesso anno, lo stesso mese e quasi lo stesso giorno; lui, in Inghilterra, io in Sicilia.
Oggi, quindici di giugno, egli compie quarantotto anni; quarantotto ne compirò io il giorno ventotto.
Bene: quant'anni avremo, lui il quindici, e io il ventotto di giugno dell'anno venturo? Il signor Trockley non si perde; non esita un minuto; con sicura fermezza sostiene che il quindici e il ventotto di giugno dell'anno venturo lui e io avremo un anno di più, vale a dire quarantanove.
È possibile dar torto al signor Charles Trockley?
Il tempo non passa ugualmente per tutti.
Io potrei avere da un sol giorno, da un'ora sola più danno, che non lui da dieci anni passati nella rigorosa disciplina del suo benessere; potrei vivere, per il deplorevole disordine del mio spirito, durante quest'anno, più d'una intera vita.
Il mio corpo, più debole e assai meno curato del suo, si è poi, in questi quarantotto anni, logorato quanto certamente non si logorerà in settanta quello del signor Trockley.
Tanto vero ch'egli, pur coi capelli tutti bianchi d'argento, non ha ancora nel volto di gambero cotto la minima ruga, e può ancora tirare di scherma ogni mattina con giovanile agilità.
Ebbene, che importa? Tutte queste considerazioni, ideali e di fatto, sono per il signor Charles Trockley oziose e lontanissime dalla ragione.
La ragione dice al signor Charles Trockley che io e lui, a conti fatti, il quindici e il ventotto di giugno dell'anno venturo avremo un anno di più, vale a dire quarantanove.
Premesso questo, udite che cosa è accaduto di recente al signor Charles Trockley e provatevi, se vi riesce, a dargli torto.
Lo scorso aprile, seguendo il solito itinerario tracciato dal Baedeker per un viaggio in Italia, Miss Ethel Holloway, giovanissima e vivacissima figlia di Sir W.
H.
Holloway, ricchissimo e autorevolissimo Pari d'Inghilterra, capitò in Sicilia, a Girgenti, per visitarvi i maravigliosi avanzi dell'antica città dorica.
Allettata dall'incantevole piaggia tutta in quel mese fiorita del bianco fiore dei mandorli al caldo soffio del mare africano pensò di fermarsi più d'un giorno nel grande Hôtel des Temples che sorge fuori dell'erta e misera cittaduzza d'oggi, nell'aperta, campagna, in luogo amenissimo.
Da ventidue anni il signor Charles Trockley è vice-console d'Inghilterra a Girgenti, e da ventidue anni, ogni giorno, sul tramonto, si reca a piedi, col suo passo elastico e misurato, dalla città alta sul colle alle rovine dei Tempii akragantini, aerei e maestosi su l'aspro ciglione che arresta il declivio della collina accanto, la collina akrea, su cui sorse un tempo, fastosa di marmi, l'antica città da Pindaro esaltata come bellissima tra le città mortali.
Dicevano gli antichi che gli Akragantini mangiavano ogni giorno come se dovessero morire il giorno dopo, e costruivano le loro case come se non dovessero morir mai.
Poco ora mangiano, perché grande è la miseria nella città e nelle campagne, e delle case della città antica, dopo tante guerre e sette incendii e altrettanti saccheggi, non resta più traccia.
Sorge al posto di esse un bosco di mandorli e d'olivi saraceni, detto perciò il Bosco della Cìvita.
E i chiomati olivi cinerulei s'avanzano in teoria fin sotto alle colonne dei Tempii maestosi e par che preghino pace per quei clivi abbandonati.
Sotto il ciglione scorre, quando può, il fiume Akragas che Pindaro glorificò come ricco di greggi.
Qualche greggiola di capre, attraversa tuttavia il letto sassoso del fiume: s'inerpica sul ciglione roccioso e viene a stendersi e a rugumare il magro pascolo all'ombra solenne dell'antico tempio della Concordia, integro ancora.
Il caprajo, bestiale e sonnolento come un arabo, si sdraja anche lui sui gradini del pronao dirupati e trae qualche suono lamentoso dal suo zufolo di canna.
Al signor Charles Trockley questa intrusione delle capre nel tempio è sembrata sempre un'orribile profanazione; e innumerevoli volte ne ha fatto formale denunzia ai custodi dei monumenti, senza ottener mai altra risposta che un sorriso di filosofica indulgenza e un'alzata di spalle.
Con veri fremiti d'indignazione il signor Charles Trockley di questi sorrisi e di queste alzate di spalle s'è lagnato con me che qualche volta lo accompagno in quella sua quotidiana passeggiata.
Avviene spesso che, o nel tempio della Concordia, o in quello più su di Hera Lacinia, o nell'altro detto volgarmente dei Giganti, il signor Trockley s'imbatta in comitive di suoi compatriotti, venute a visitare le rovine.
E a tutti egli fa notare, con quell'indignazione che il tempo e l'abitudine non hanno ancora per nulla placato o affievolito, la profanazione di quelle capre sdrajate e rugumanti all'ombra delle colonne.
Ma non tutti gl'inglesi visitatori, per dir la verità, condividono l'indignazione del signor Trockley.
A molti anzi sembra non privo d'una certa poesia il riposo di quelle capre nei Tempii, rimasti come sono ormai solitari in mezzo al grande e smemorato abbandono della campagna.
Più d'uno, con molto scandalo del signor Trockley, di quella vista si mostra anzi lietissimo e ammirato.
Più di tutti lieta e ammirata se ne mostrò, lo scorso aprile, la giovanissima e vivacissima Miss Ethel Holloway.
Anzi, mentre l'indignato vice-console stava a darle alcune preziose notizie archeologiche, di cui né il Baedeker né altra guida hanno ancor fatto tesoro, Miss Ethel Holloway commise l'indelicatezza di voltargli le spalle improvvisamente per correr dietro a un grazioso capretto nero, nato da pochi giorni, che tra le capre sdraiate springava qua e là come se per aria attorno gli danzassero tanti moscerini di luce, e poi di quei suoi salti arditi e scomposti pareva restasse lui stesso sbigottito, ché ancora ogni lieve rumore, ogni alito d'aria, ogni piccola ombra, nello spettacolo per lui tuttora incerto della vita, lo facevano rabbrividire e fremer tutto di timidità.
Quel giorno, io ero col signor Trockley, e se molto mi compiacqui della gioja di quella piccola Miss, così di subito innamorata del capretto nero, da volerlo a ogni costo comperare; molto anche mi dolsi di quanto toccò a soffrire al povero signor Charles Trockley.
- Comperare il capretto?
- Sì, sì! comperare subito! subito!
E fremeva tutta anche lei, la piccola Miss, come quella cara bestiolina nera; forse non supponendo neppur lontanamente che non avrebbe potuto fare un dispetto maggiore al signor Trockley, che quelle bestie odia da tanto tempo ferocemente.
Invano il signor Trockley si provò a sconsigliarla, a farle considerare tutti gl'impicci che le sarebbero venuti da quella compera: dovette cedere alla fine e, per rispetto al padre di lei, accostarsi al selvaggio caprajo per trattar l'acquisto del capretto nero.
Miss Ethel Holloway, sborsato il denaro della compera, disse al signor Trockley che avrebbe affidato il suo capretto al direttore dell'Hôtel des Temples, e che poi, appena ritornata a Londra, avrebbe telegrafato perché la cara bestiolina, pagate tutte le spese, le fosse al più presto recapitata; e se ne tornò in carrozza all'albergo, col capretto belante e guizzante tra le braccia.
Vidi, incontro al sole che tramontava fra un mirabile frastaglio di nuvole fantastiche, tutte accese sul mare che ne splendeva sotto come uno smisurato specchio d'oro, vidi nella carrozza nera quella bionda giovinetta gracile e fervida allontanarsi infusa nel nembo di luce sfolgorante; e quasi mi parve un sogno.
Poi compresi che, avendo potuto, pur tanto lontana dalla sua patria, dagli aspetti e dagli affetti consueti della sua vita, concepir subito un desiderio così vivo, un così vivo affetto per un piccolo capretto nero, ella non doveva avere neppure un briciolo di quella solida ragione, che con tanta gravità governa gli atti, i pensieri, i passi e le parole del signor Charles Trockley.
E che cosa aveva allora al posto della ragione la piccola Miss Ethel Holloway?
Nient'altro che la stupidaggine, sostiene il signor Charles Trockley con un furore a stento contenuto, che quasi quasi fa pena, in un uomo come lui, sempre così compassato.
La ragione del furore è nei fatti che son seguiti alla compera di quel capretto nero.
Miss Ethel Holloway partì il giorno dopo da Girgenti.
Dalla Sicilia doveva passare in Grecia, dalla Grecia, in Egitto; dall'Egitto nelle Indie.
È miracolo che, arrivata sana e salva a Londra su la fine di novembre, dopo circa otto mesi e dopo tante avventure che certamente le saranno occorse in un così lungo viaggio, si sia ancora ricordata del capretto nero comperato un giorno lontano tra le rovine dei Tempii akragantini in Sicilia.
Appena arrivata, secondo il convenuto, scrisse per riaverlo al signor Charles Trockley.
L'Hôtel des Temples si chiude ogni anno alla metà di giugno per riaprirsi ai primi di novembre.
Il direttore, a cui Miss Ethel Holloway aveva affidato il capretto, alla metà di giugno, partendo, lo aveva a sua volta affidato al custode dell'albergo, ma senz'alcuna raccomandazione, mostrandosi anzi seccato più d'un po' del fastidio che gli aveva dato e seguitava a dargli quella bestiola.
Il custode aspettò di giorno in giorno che il vice-console signor Trockley, per come il direttore gli aveva detto, venisse a prendersi il capretto per spedirlo in Inghilterra, poi, non vedendo comparir nessuno, pensò bene, per liberarsene, di darlo in consegna a quello stesso caprajo che lo aveva venduto alla Miss, promettendoglielo in dono se questa, come pareva, non si fosse più curata di riaverlo, o un compenso per la custodia e la pastura, nel caso che il vice-console fosse venuto a chiederlo.
Quando, dopo circa otto mesi, arrivò da Londra la lettera di Miss Ethel Holloway, tanto il direttore dell'Hôtel des Temples, quanto il custode, quanto il caprajo si trovarono in un mare di confusione; il primo per aver affidato il capretto al custode; il custode per averlo affidato al caprajo, e questi per averlo a sua volta dato in consegna a un altro caprajo con le stesse promesse fatte a lui dal custode.
Di questo secondo caprajo non s'avevano più notizie.
Le ricerche durarono più d'un mese.
Alla fine, un bel giorno, il signor Charles Trockley si vide presentare nella sede del vice-consolato in Girgenti un orribile bestione cornuto, fetido, dal vello stinto rossigno strappato e tutto incrostato di sterco e di mota, il quale, con rochi, profondi e tremuli belati, a testa bassa, minacciosamente, pareva domandasse che cosa si volesse da lui, ridotto per necessità di cose in quello stato, in un luogo così strano dalle sue consuetudini.
Ebbene, il signor Charles Trockley, secondo il solito suo, non si sgomentò minimamente a una tale apparizione; non tentennò un momento: fece il conto del tempo trascorso, dai primi d'aprile agli ultimi di dicembre, e concluse che, ragionevolmente, il grazioso capretto nero d'allora poteva esser benissimo quest'immondo bestione d'adesso.
E senza neppure un'ombra d'esitazione rispose alla Miss, che subito gliel'avrebbe mandato da Porto Empedocle col primo vapore mercantile inglese di ritorno in Inghilterra.
Appese al collo di quell'orribile bestia un cartellino con l'indirizzo di Miss Ethel Holloway e ordinò che fosse trasportata alla marina.
Qui, lui stesso, mettendo a grave repentaglio la sua dignità, si tirò dietro con una fune la bestia restia per la banchina del molo, seguito da una frotta di monellacci; la imbarcò sul vapore in partenza, e se ne ritornò a Girgenti, sicurissimo d'aver adempiuto scrupolosamente all'impegno che s'era assunto, non tanto per la deplorevole leggerezza di Miss Ethel Holloway, quanto per il rispetto dovuto al padre di lei.
Ieri, il signor Charles Trockley è venuto a trovarmi in casa in tali condizioni d'animo e di corpo, che subito, costernatissimo, io mi son lanciato a sorreggerlo, a farlo sedere, a fargli recare un bicchier d'acqua.
- Per amor di Dio, signor Trockley, che vi è accaduto?
Non potendo ancora parlare, il signor Trockley ha tratto di tasca una lettera e me l'ha porta.
Era di Sir H.
W.
Holloway, Pari d'Inghilterra, e conteneva una filza di gagliarde insolenze al signor Trockley per l'affronto che questi aveva osato fare alla figliuola Miss Ethel, mandandole quella bestia immonda e spaventosa.
Questo, in ringraziamento di tutti i disturbi, che il povero signor Trockley s'è presi.
Ma che si aspettava dunque quella stupidissima Miss Ethel Holloway? Si aspettava che, a circa undici mesi dalla compera, le arrivasse a Londra quello stesso capretto nero che springava piccolo e lucido, tutto fremente di timidezza tra le colonne dell'antico Tempio greco in Sicilia? Possibile? Il signor Charles Trockley non se ne può dar pace.
Nel vedermelo davanti in quello stato, io ho preso a confortarlo del mio meglio, riconoscendo con lui che veramente quella Miss Ethel Holloway dev'essere una creatura, non solo capricciosissima, ma oltre ogni dire irragionevole.
- Stupida! stupida! stupida!
- Diciamo meglio irragionevole, caro signor Trockley, amico mio.
Ma vedete, - (mi son permesso d'aggiungere timidamente) - ella, andata via lo scorso aprile con negli occhi e nell'anima l'immagine graziosa di quel capretto nero, non poteva, siamo giusti, far buon viso (così irragionevole com'è evidentemente) alla ragione che voi, signor Trockley, le avete posta davanti all'improvviso con quel caprone mostruoso che le avete mandato.
- Ma dunque? - mi ha domandato, rizzandosi e guardandomi con occhio nemico, il signor Trockley.
- Che avrei dovuto fare, dunque, secondo voi?
- Non vorrei, signor Trockley, - mi sono affrettato a rispondergli imbarazzato, - non vorrei sembrarvi anch'io irragionevole come la piccola Miss del vostro paese lontano, ma al posto vostro, signor Trockley, sapete che avrei fatto io? O avrei risposto a Miss Ethel Holloway che il grazioso capretto nero era morto per il desiderio de' suoi baci e delle sue carezze; o avrei comperato un altro capretto nero, piccolo piccolo e lucido, simile in tutto a quello da lei comperato lo scorso aprile e gliel'avrei mandato, sicurissimo che Miss Ethel Holloway non avrebbe affatto pensato che il suo capretto non poteva per undici mesi essersi conservato così tal quale.
Seguito con ciò, come vedete, a riconoscere che Miss Ethel Holloway è la creatura più irragionevole di questo mondo e che la ragione sta intera e tutta dalla parte vostra, come sempre, caro signor Trockley, amico mio.
SEDILE SOTTO UN VECCHIO CIPRESSO
Era stato, nel suo miglior tempo (come tanti ancora lo ricordavano), uno di quegli uomini che non si sa mai perché siano così: ti guardano con certi occhi; ti scoppiano a ridere in faccia all'improvviso senza motivo; o ti voltano le spalle lasciandoti in asso lì per lì.
Per quanto pratichi con loro, non riesci mai a imparare che diavolo covino nel fondo; sempre distratti e come assenti; benché poi, quando meno te l'aspetti, li vedi montare sulle furie per certe cose da nulla, di cui non avresti mai supposto che si potessero accorgere: o, peggio, resti quasi avvilito per conto loro, venendo a sapere dopo qualche tempo che, per futilissimi motivi da te neanche avvertiti, ti han serbato di nascosto un profondo e velenosissimo rancore, mentre li vedi fiduciosi accordar la loro simpatia e la loro stima a cert'altri, dai quali pur sanno d'aver ricevuto male davvero, un mese addietro.
Strambo e un po' ridicolo era anche nella figura e nel portamento.
Le gambe, già sottili per sé, strette in quei calzoncini da cavallerizzo, parevano due stecchi; e su quelle gambe la giacca, sempre a due petti, gli segnava così preciso il busto, che sembrava uno di quei torsi avvitati su un gambo a tre piedi che si vedono nelle botteghe d'abiti bell'e fatti.
Su quel busto, il testoncino, ritto sul collo stralungo; baffetti a punta, e due occhietti acuti e vivaci d'uccello, che gli sbattevano continuamente.
A vederlo così, e sapendo ch'era uno dei primi avvocati del paese, ciascuno avrebbe voluto raffigurarselo altrimenti.
L'avvocato Lino Cimino rompeva subito sul viso a quei delusi una delle sue solite risate.
Qualche amico, di quelli che gli volevano bene veramente, aveva più volte tentato di fargli notare che non stava, per un uomo come lui, far certi atti, dir certe cose, dare in pascolo senza ritegno ai maligni certe segrete afflizioni della sua vita famigliare.
Ma sì! A far le spese della maldicenza generale pareva provasse un'oscena voluttà; come per esempio quando si metteva con gesti sguajati e sconce parole a gridar vendetta al cielo perché la moglie gli aveva messo al mondo una dopo l'altra quattro figlie femmine; quasi gliel'avesse fatto apposta per dimostrare che lui - perdio, lui! - non era capace di generare un maschio.
Escandescenze che trattenevano dal fargli altri richiami per l'afflizione che davano.
Pareva incredibile che potesse affogare in tali meschinità volgari un uomo di tanto valore, che commoveva e sbalordiva tutti quando l'estro, parlando, gli s'accendeva, o quando, nei ragionamenti sui casi della vita, sapeva trovar certe considerazioni che subito, i più oscuri e confusi, diventavano chiari e perspicui agli occhi di chi stava ad ascoltarlo.
La sua casa, intanto, era un inferno per le continue scenate con la moglie, che rischiavano ogni volta di buttare all'aria la famiglia.
Ora l'uno ora l'altro degli amici doveva accorrere, chiamato, a rimetter pace; uno segnatamente, a cui egli per quelle sue solite improvvise simpatie aveva subito accordato la più cieca fiducia; questa volta però, a giudizio di tutti, non mal collocata.
Il giovane avvocato Carlo Papìa.
Lo aveva accolto nel suo studio, appena laureato.
Le quattro figliuole, allora bambine, vedendolo accorrere, gli andavano incontro festanti, perché sapevano che di lì a poco, con la sua venuta, il sorriso sarebbe ritornato sulle labbra della madre e anche del padre; e, appena rimessa la pace, volevano andare a spasso con lui; ed era ogni volta una zuffa per accaparrarsi una sua mano: ne volevano una per ciascuna, e lui a disperarsi ridendo e mostrando che ne aveva due sole e che non poteva accontentarle tutt'e quattro.
In paese, vedendolo in mezzo a quelle quattro bambine chiacchierine e affettuose, gli amici gli facevano festa e gli predicevano che presto, così ben protetto ed entrato nelle grazie della famiglia, avrebbe avuto il premio dei lunghi sacrifizi che la sua laurea doveva esser costata ai suoi poveri parenti da un pezzo decaduti.
Ma può un marito impunemente chiamar di mezzo tra sé e la moglie più giovane di lui un altr'uomo anche più giovane della moglie, di piacevole aspetto e di modi graziosi, esercitati a persuadere l'amore e l'accordo? Scoperto il tradimento, l'avvocato Lino Cimino si comportò naturalmente da quello strambo che era.
Incongruenze su incongruenze, una più pazza dell'altra.
Non si vuol negare che è inutile studiarsi di tener segrete certe cose perché non trapelino a nessuno: ad onta d'ogni diligenza ci s'accorge poi per tanti segni che tutti invece sanno e che solo per pietà han finto d'ignorare.
Ma certamente peggio è fare lo scandalo e poi, di fronte alle ultime conseguenze di esso, arrestarsi e rimanere così a mezzo nella vergogna di cui abbiamo voluto da pubblico spettacolo, deludendo col non concluder nulla l'attesa degli spettatori.
Prima scacciò la moglie, senza pensare di vendicarsi anche sopra l'amante, dichiarando anzi davanti a tutti che gli era grato del servizio che gli aveva reso; poi si riprese in casa la moglie, per pietà delle bambine, a patto che non si facesse mai più rivedere da lui; ma la prima volta che incontrò il Papìa per istrada, cavò di tasca la rivoltella e pim! pam! all'impazzata; chi scappò di qua, chi di là; e alla fine il Papìa si ritrovò con una feritina a un braccio, e lui tra due guardie che gli attanagliavano i polsi.
Assolto, si fece costruire un villino a due piani che pareva una carcere; relegò la moglie nel piano di sopra con le bambine; e lui, sotto, per sfregio si portò di notte a dormire anche donnacce da conio: e tant'altre pazzie e vergogne commise che gli avrebbero alienato, oltre la considerazione degli amici, anche tutti i clienti, se il timore d'averlo avversario non li avesse trattenuti dal rivolgersi ad altri.
Sapete quando una smania si mette allo stomaco, di quelle che levano il respiro; per cui non si sa più né come né dove rivoltarsi; e si graffia il letto; si graffierebbero i muri; si urlerebbe se se n'avesse la forza; e tutto, la vista stessa delle cose dà un fastidio intollerabile, e sopra tutto ogni proposta di rimedio che ci venga da coloro che stanno attorno a guardarci, irritati per contagio della nostra esasperazione; e questo è l'unico sollievo, come per uno sfogo che riusciamo a prenderci senza che ci sia stato offerto? Per fortuna dura poco una tale smania.
Ma all'avvocato Lino Cimino, gli si mise allo stomaco, e non gli passò più, per anni e anni.
Con la moglie riammessa in casa e l'amante andato via dal paese tranquillamente dopo l'assoluzione di lui, vana, a parere di tutti, era stata la vendetta, come stolido lo scandalo.
Che la moglie fosse ora tenuta come in prigione, senza poter neanche guardare dai vetri delle finestre sempre chiuse, non bastava.
Non bastava perché, intanto, aveva la compagnia delle bambine (e neanche questo, se vogliamo, era da approvare, non potendo esser buona guida per le figliuole chi s'era dimenticata d'esser madre diventando una cattiva moglie); e poi, in compenso della condanna d'esser privata d'ogni libertà di comparire davanti agli altri, aveva ottenuto almeno d'essersi liberata di lui, pur seguitando a pesargli addosso.
Dal piano di sotto egli se la sentiva camminare sul capo; e tante volte la sentiva anche ridere e cantare.
Aveva, sì, finito di rovinare la famiglia già decaduta dei Papìa e teneva segretamente sotto una persecuzione implacabile il giovine; ma neppur questo gli poteva bastare, perché sapeva che il Papìa s'era allontanato dal paese, non tanto per la sua persecuzione, quanto per non sentirsi sbattere in faccia da tutti continuamente il male che aveva fatto, non già a lui suo benefattore, ma a se stesso e ai suoi, lasciandosi pigliare come un imbecille in quella tresca.
Ora, così essendo (e il Cimino sentiva bene ch'era proprio così), seguitare a pestarlo, gli pareva desse più soddisfazione agli altri che a sé; e quasi quasi avrebbe desiderato che qualcuno, reagendo, si fosse attentato a risollevar quell'imbecille dalla condanna di tutti per rimetterglielo di fronte, a provocare di nuovo, e più acerbo, il suo sdegno, a risuscitare più tremende le sue furie.
Nessuno si mosse; e a poco a poco svaporarono del tutto le furie e lo sdegno.
Del Papìa non s'intese più parlare.
Passarono gli anni; e quando le figliuole, già cresciute, trovarono marito tra i clienti dello studio che se le portarono via, senza festa e mortificate, in questo e in quel paesello della provincia; nessuno pensò più a ciò che dovesse ormai esser la vita per il Cimino, nella casa vuota, con la moglie su, sola; e lui sotto, solo.
Allontanandosi sempre più nel tempo, lo scompiglio cagionatogli da quanto gli era avvenuto, parve si fosse così freddato nello squallore dell'abitudine, che il ricordo stesso, forse, vi stava già come seppellito.
Risaltò, quel ricordo, all'improvviso e inaspettatam
...
[Pagina successiva]