DONNA MIMMA, di Luigi Pirandello - pagina 8
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Dichiarandosi dopo tanti anni, il male insidioso ch'era frutto dello scompiglio e delle follie vergognose in cui s'era avvoltolato per vendicarsi dell'infedeltà della moglie, lo aveva acchiappato e attanagliato in quel modo orribile alla nuca, la quale difatti aveva, così dura e scoperta, un che d'osceno.
Gli occhi, pur fissi in quel loro spasimo acuto, avevano ancora tanta luce, che nessuno poteva pensare che l'intelligenza in lui si fosse spenta.
Ma facevano paura, quegli occhi.
E i clienti uno dopo l'altro, abbandonarono lo studio, dov'egli, puntuale ogni mattina, seguitò tuttavia ad aspettarli, seduto alla scrivania ormai sgombra di carte, guardando la bussola di panno verde ingiallito, che non s'apriva più.
All'ora solita, chiuso lo studio, si recava a passeggiare nel viale solitario, all'uscita della città, da cui si godeva una gran veduta di poggi e di vallate.
Dove quel viale svoltava per proseguire sulla costa un po' più sporgente della collina accanto, c'era una panchina a ridosso d'un cipresso.
Il viale era tutto d'alberelli nuovi e freschi.
Quel cipresso vi era come estraneo e solo.
Perdute le scaglie, era divenuto per la vecchiaja una gigantesca pertica, liscia e morta, con un pennacchio appena in cima, come una spazzola da lumi.
Nessuno mai andava a sedere sulla piccola panchina a ridosso di quel vecchio cipresso malauguroso.
Vi andava a sedere il Cimino, per ore e ore, immobile, come un lugubre fantoccio che qualcuno per burla avesse posato lì.
Fu un poco prima di sera, ma già quasi a bujo.
Stando egli a sedere su quella panchina, si vide passar davanti per il viale deserto il Papìa con una mano protesa come a parar l'ombra e l'altra che cercava col bastone la via.
Lo chiamò.
La panchina, pur con tanto aperto davanti, aveva quel che di racchiuso fa l'ombra della sera attorno a ogni cosa che ancora si riesca a vedere.
Quegli, mezzo cieco, sentendosi chiamare, s'accostò e si protese a guardare: lo riconobbe e, come se un brivido gli passasse per le carni, stolzò e subito si mise a piangere con lo stomaco, sussultando; si abbatté sulla panchina, e i singhiozzi che non riuscivano ad arrivargli alla gola, s'appalesarono soltanto in un fiottar fitto del naso.
Non si dissero nulla.
Sentendolo piangere, l'altro che non poteva voltare la testa, allungò una mano e gliela batté pian piano più volte su una gamba.
E rimasero così, appajati nell'atroce miseria da tutto il male che s'erano fatto e da cui nasceva, forse per un solo momento, quella disperata pietà che non li poteva più in nessun modo consolare.
IL GATTO, UN CARDELLINO E LE STELLE
Una pietra.
Un'altra pietra.
L'uomo passa e le vede accanto.
Ma che sa questa pietra della pietra accanto? E della zana, l'acqua che vi scorre dentro? L'uomo vede l'acqua e la zana; vi sente scorrer l'acqua e arriva finanche a immaginare che quell'acqua confidi, passando, chi sa che segreti alla zana.
Ah che notte di stelle sui tetti di questo povero paesello tra i monti! A guardare il cielo da questi tetti si potrebbe giurare che le stelle questa notte non vedano altro, così vivamente vi sfavillano sopra.
E le stelle ignorano anche la terra.
Quei monti? Ma possibile non sappiano che sono di questo paesello che sta in mezzo a loro da quasi mill'anni? Tutti sanno come si chiamano.
Monte Corno, Monte Moro; ed essi non saprebbero neppure d'esser monti? E allora anche la più vecchia casa di questo paesello ignorerebbe d'esser sorta qui, di far cantone qua a questa via che è la più antica di tutte le vie? È mai possibile?
E allora?
Allora credete pure, se vi piace, che le stelle non vedano altro che i tetti del vostro paesello tra i monti.
Io ho conosciuto due vecchi nonni che avevano un cardellino.
La domanda, come i tondi occhietti vivaci di quel cardellino vedessero le loro facce, la gabbia, la casa con tutti i vecchi arredi, e che cosa la testa di quel cardellino potesse pensare di tutte le cure e amorevolezze di cui lo facevano segno, non s'era mai certamente affacciata ai due vecchi nonni, tanto eran sicuri che, quando il cardellino veniva a posarsi sulla spalla dell'uno o dell'altra e si metteva a pinzar loro il collo grinzoso o il lobo dell'orecchio esso sapeva benissimo che quella su cui si posava era una spalla e quello che pinzava un lobo d'orecchio, e che la spalla e l'orecchio eran quelli di lui e non quelli di lei.
Possibile che non li conoscesse entrambi? che lui era il nonno e lei la nonna? e che non sapesse che tutti e due lo amavano tanto perché era stato il cardellino della nipotina morta, la quale lo aveva così bene ammaestrato; a venir sulla spalla, a bezzicare così l'orecchia, a svolare per casa fuori della gabbia?
Nella gabbia, sospesa tra le tende al palchetto della finestra, stava la notte soltanto, e, di giorno, nei brevi momenti che si recava a beccare il suo miglio e a bere con molti inchini smorfiosi una gocciolina d'acqua.
Era insomma come la sua reggia, la gabbia, e la casa era il suo vasto regno.
E spesso sul paralume della lampada a sospensione nella sala da pranzo o sulla spalliera del seggiolone del nonno andava a prodigare i suoi gorgheggi e anche...
- si sa, un cardellino!
- Sudicione! - lo sgridava la vecchia nonna, come gliela vedeva fare.
E correva con lo strofinaccio sempre pronto a ripulire, come se per casa ci fosse un bambino da cui ancora non si potesse pretendere il giudizio di far certe cose con regola e al loro posto.
E si ricordava intanto di lei, la vecchia nonna, della nipotina si ricordava, che quel servizio lì, povero amore, per più d'un anno gliel'aveva fatto fare, finché poi, da brava...
- Ti ricordi, eh?
E il vecchio - ricordarsi? se la vedeva ancora lì per casa, piccina piccina, così! E tentennava a lungo il capo.
Erano rimasti soli, loro due vecchi soli con quell'orfanella cresciuta da piccola in casa, che doveva esser la gioja della loro vecchiaja; e invece, a quindici anni...
Ma era rimasto vivo di lei - trilli e ali - il ricordo, in quel cardellino.
E dire che dapprima non ci avevan pensato! Nell'abisso di disperazione in cui erano piombati, dopo la sciagura, potevano mai pensare a un cardellino? Ma su le loro spalle curve, sussultanti all'impeto dei singhiozzi, lui, il cardellino, - lui, lui - era venuto da sé a posarsi lieve, movendo la testolina di qua e di là, poi aveva allungato il collo, e una beccatina, di dietro, all'orecchio, come per dire che...
sì, era una cosa viva di lei; viva, viva ancora, e che aveva ancora bisogno delle loro cure, dello stesso amore che avevano avuto per lei.
Ah con qual tremore lo aveva preso, il vecchio, nella sua grossa mano e mostrato alla sua vecchia, singhiozzando! Che baci su quel capino, su quel beccuccio! Ma non voleva esser preso, lui, imprigionato in quella mano; armeggiava con le zampine, con la testina; pinzava in risposta ai baci dei due vecchi.
La vecchia nonna era certa certissima che con quei gorgheggi il cardellino chiamava ancora la sua padroncina, e che svolando di qua, di là per le stanze, la cercava, la cercava senza requie, non sapendo darsi pace di non trovarla più; e che eran tutti discorsi per lei, quei lunghi gorgheggi lì; domande, proprio domande che meglio di così, con le parole, non si sarebbero potute fare; domande ripetute tre, quattro volte di seguito, che attendevano una risposta e dimostravan la stizza di non riceverla.
Ma come, se poi era anche certo, certissimo che il cardellino sapeva della morte? Se sapeva, chi chiamava? da chi attendeva risposta a quelle domande che meglio di così, con le parole, non si sarebbero potute fare?
Oh Dio mio, cardellino era infine! Ora la chiamava, ora la piangeva.
Si poteva forse mettere in dubbio che in quel momento lì, per esempio, così tutto rinchioccito sul regoletto della gabbia, col capino rientrato e il beccuccio in su e gli occhietti semichiusi pensasse a lei morta? Certi pigolii brevi, sommessi, lasciava andare di tratto in tratto in quei momenti, che eran la prova più evidente che pensava a lei e la piangeva e si lamentava.
Erano uno strazio quei pigolii.
Il vecchio nonno non diceva di no alla sua vecchia.
N'era così certo anche lui! Pur non di meno, saliva pian piano su la seggiola, come per bisbigliar davvicino qualche parolina di conforto a quella povera animuccia in pena, e intanto, quasi senza voler vedere lui stesso quello che faceva, riapriva lo sportellino a scatto della gabbia che s'era richiuso.
- Ecco che scappa! ecco che scappa, il birichino! - esclamava il vecchio, voltandosi sulla sedia a seguirlo con gli occhi ridenti, le due mani aperte davanti al volto come a pararlo.
E allora nonno e nonna litigavano.
Litigavano perché tante e tante volte glielo aveva detto lei, che lo lasciasse stare quand'era così, che non andasse a frastornarlo dalla sua pena.
Ecco, lo sentiva ora?
- Canta, - diceva il vecchio.
- Ma che canta! - rimbeccava lei con una scrollata di spalle.
- Te ne sta dicendo di cotte e di crude! Arrabbiatissimo è!
E accorreva a calmarlo.
Ma che calmare! Scattava via di qua, di là, proprio impermalito; e con ragione, perché gli doveva parere di non esser considerato in quei momenti lì.
E il bello era che il nonno, non solo si pigliava tutti quei rimbrotti senza dire alla nonna che lo sportellino a scatto della gabbiola era chiuso e che forse il cardellino pigolava così lamentosamente per questo, ma piangeva sentendo parlare a quel modo la sua vecchia correndo appresso al cardellino, piangeva e riconosceva tra sé, crollando il capo tra le lagrime:
- Poverino, ha ragione...
poverino, ha ragione...
non si sente considerato!
Lo sapeva bene infatti, il nonno, che cosa volesse dire non sentirsi considerati.
Tutti e due, poveri vecchi, non eran considerati da nessuno ed erano messi alla berlina, perché non vivevano più d'altro ormai che di quel cardellino, e perché si condannavano a star perpetuamente con tutte le finestre chiuse; e lui anche, il vecchio nonno, a non metter più il naso fuori della porta, perché era vecchio sì e piangeva lì in casa come un bambino, ma oh! mosche sul naso non se n'era fatte posar mai, e se qualcuno, per via, avesse avuto la cattiva ispirazione di farsi beffe di lui, la vita (ma che prezzo ormai aveva più la vita per lui?) come niente, come niente se la sarebbe giocata.
Sissignori, per quel cardellino lì, se qualcuno avesse avuto la cattiva ispirazione di dirgli qualche cosa.
Tre volte, in gioventù, era stato proprio a un pelo...
là, o la vita o la libertà! Ah, ci metteva poco lui a perder la vista degli occhi!
Ogni qual volta questi propositi violenti gli s'accendevano nel sangue, s'alzava il vecchio nonno, spesso col cardellino su la spalla, e andava a guatare con occhi truci dai vetri della finestra le finestre delle case dirimpetto.
Che fossero case, quelle lì dirimpetto; che quelle fossero finestre, coi vetri intelajati, le ringhierine, i vasi di fiori e tutto; che quelli su fossero tetti con fumajuoli, tegole, grondaje, non poteva mica dubitare il vecchio nonno che sapeva anche a chi appartenevano, e chi vi stava, e come ci si viveva.
Il guajo è che non gli s'affacciava per nulla alla mente la domanda, che cosa fossero invece per il cardellino che gli stava accoccolato su la spalla, quella sua casa e quelle altre case dirimpetto; e anche là per quel magnifico gattone bianco soriano che se ne stava tutto aggruppato sul davanzale di quella finestra dirimpetto, con gli occhi chiusi a crogiolarsi al sole.
Finestre? vetri? tetti? tegole? casa mia? casa tua? Per quel gattone bianco lì che dormiva al sole, casa mia? casa tua? Ma se poteva entrarci, tutte erano sue! Case? Che case! Posti dove si poteva rubare; posti dove si poteva dormire più o meno comodamente; o fingere anche di dormire.
Credevano davvero quei due vecchi nonni che tenendo sempre chiuse le finestre e chiusa la porta di casa, un gatto, volendo, non potesse trovare un'altra via per entrare a mangiarsi quel cardellino lì?
E non era poi troppo pretendere che il gatto sapesse che quel cardellino lì era tutta la vita di quei due vecchi nonni perché era stato della nipotina morta che lo aveva così bene ammaestrato a svolar per casa fuori della gabbia? e che sapesse che il vecchio nonno, una volta che lo aveva sorpreso dietro una delle finestre a spiare tutto intento attraverso i vetri chiusi il volo spensierato di quel cardellino per la stanza, era andato furente ad ammonir la padrona che guai, guai se un'altra volta lo avesse sorpreso lì? Lì? quando? come? La padrona...
i nonni...
la finestra...
il cardellino?
E così, un giorno, se lo mangiò - ma sì, quel cardellino che per lui poteva anche essere un altro - se lo mangiò entrando in casa dei due vecchi, chi sa come, chi sa donde.
La nonna - era quasi sera - intese appena, di là, come un piccolo squittio, un lamento; il nonno accorse, intravide una cosa bianca che s'avventava scappando per la cucina e, per terra, sparse, alcune piccole piume del petto, le più tenere, che, mossa l'aria al suo entrare, si scossero lievi, lì sul pavimento.
Che grido! E trattenuto invano dalla sua vecchia, s'armò, corse come un pazzo in casa della vicina.
No, non la vicina, il gatto, il gatto voleva uccidere il vecchio, là, sotto gli occhi di lei; e sparò nella saletta da pranzo, come lo vide lì quieto a seder sulla credenza, sparò una, due tre volte, fracassando le stoviglie, finché non accorse, armato anche lui, il figlio della vicina, che sparò sul vecchio.
Una tragedia.
Fra grida e pianti il nonno fu trasportato moribondo, ferito al petto, alla sua casa, alla sua vecchia.
Il figlio della vicina era fuggito per le campagne.
La rovina in due case; lo scompiglio in tutto il paesello per tutta una notte.
E il gatto mica se lo ricordava, un momento dopo, che s'era mangiato il cardellino, un qualunque cardellino; e mica aveva capito che il vecchio aveva sparato contro di lui.
Aveva fatto un bel balzo, al botto, era scappato via e ora - eccolo là - se ne stava tranquillo, così tutto bianco sul tetto nero a guardare le stelle che dalla cupa profondità della notte interlunare - si può essere certissimi - non vedevano affatto i poveri tetti di quel paesello tra i monti, ma così vivamente vi sfavillavano sopra che si poteva quasi giurare non vedessero altro, quella notte.
LA VENDETTA DEL CANE
Senza sapere né come né perché, Jaco Naca s'era trovato un bel giorno padrone di tutta la poggiata a solatio sotto la città, da cui si godeva la veduta magnifica dell'aperta campagna svariata di poggi e di valli e di piani, col mare in fondo, lontano, dopo tanto verde, azzurro nella linea dell'orizzonte.
Un signore forestiere, con una gamba di legno che gli cigolava a ogni passo, gli s'era presentato, tre anni addietro, tutto in sudore, in un podere nella vallatella di Sant'Anna infetta dalla malaria, ov'egli stava in qualità di garzone, ingiallito dalle febbri, coi brividi per le ossa e le orecchie ronzanti dal chinino; e gli aveva annunziato che da minuziose ricerche negli archivi era venuto a sapere che quella poggiata lì, creduta finora senza padrone, apparteneva a lui: se gliene voleva vendere una parte, per certi suoi disegni ancora in aria, gliel'avrebbe pagata secondo la stima d'un perito.
Rocce erano, nient'altro; con, qua e là, qualche ciuffo d'erba, ma a cui neppure le pecore, passando, avrebbero dato una strappata.
Intristito dal veleno lento del male che gli aveva disfatto il fegato e consunto le carni, Jaco Naca quasi non aveva provato né meraviglia né piacere per quella sua ventura, e aveva ceduto a quello zoppo forestiere gran parte di quelle rocce per una manciata di soldi.
Ma quando poi, in meno d'un anno, aveva veduto levarsi lassù due villini, uno più grazioso dell'altro, con terrazze di marmo e verande coperte di vetri colorati, come non s'erano mai viste da quelle parti: una vera galanteria! e ciascuno con un bel giardinetto fiorito e adorno di chioschi e di vasche dalla parte che guardava la città, e con orto e pergolato dalla parte che guardava la campagna e il mare; sentendo vantar da tutti, con ammirazione e con invidia, l'accorgimento di quel segnato lì, venuto chi sa da dove, che certo in pochi anni col fitto dei dodici quartierini ammobigliati in un luogo così ameno si sarebbe rifatto della spesa e costituito una bella rendita; s'era sentito gabbato e frodato: l'accidia cupa, di bestia malata, con cui per tanto tempo aveva sopportato miseria e malanni, gli s'era cangiata d'improvviso in un'acredine rabbiosa, per cui tra smanie violente e lagrime d'esasperazione, pestando i piedi mordendosi le mani, strappandosi i capelli, s'era messo a gridar giustizia e vendetta contro quel ladro gabbamondo.
Purtroppo è vero che, a voler scansare un male, tante volte, si rischia d'intoppare in un male peggiore.
Quello zoppo forestiere, per non aver più la molestia di quelle scomposte recriminazioni, sconsigliatamente s'era indotto a porger sottomano a Jaco Naca qualche giunta al prezzo della vendita: poco; ma Jaco Naca, naturalmente, aveva sospettato che quella giunta gli fosse porta così sottomano perché colui non si riteneva ben sicuro del suo diritto e volesse placarlo; gli avvocati non ci sono per nulla; era ricorso ai tribunali.
E intanto che quei pochi quattrinucci della vendita se n'andavano in carta bollata tra rinvii e appelli, s'era dato con rabbioso accanimento a coltivare il residuo della sua proprietà, il fondo del valloncello sotto quelle rocce, ove le piogge, scorrendo in grossi rigagnoli su lo scabro e ripido declivio della poggiata, avevano depositato un po' di terra.
Lo avevano allora paragonato a un cane balordo che, dopo essersi lasciato strappar di bocca un bel cosciotto di montone ora rabbiosamente si rompesse i denti su l'osso abbandonato da chi s'era goduta la polpa.
Un po' d'ortaglia stenta, una ventina di non meno stenti frutici di mandorlo che parevano ancora sterpi tra i sassi, erano sorti laggiù nel valloncello angusto come una fossa, in quei due anni d'accanito lavoro; mentre lassù, aerei davanti allo spettacolo di tutta la campagna e del mare, i due leggiadri villini splendevano al sole, abitati da gente ricca, che Jaco Naca naturalmente s'immaginava anche felice.
Felice, non foss'altro, del suo danno e della sua miseria.
E per far dispetto a questa gente e vendicarsi almeno così del forestiere, quando non aveva potuto più altro, aveva trascinato laggiù nella fossa un grosso cane da guardia; lo aveva legato a una corta catena confitta per terra, lasciato lì, giorno e notte, morto di fame, di sete e di freddo.
- Grida per me!
Di giorno, quand'egli stava attorno all'orto a zappettare, divorato dal rancore, con gli occhi truci nel terreo giallore della faccia, il cane per paura stava zitto.
Steso per terra, col muso allungato su le due zampe davanti, al più, sollevava gli occhi e traeva qualche sospiro o un lungo sbadiglio mugolante, fino a slogarsi le mascelle, in attesa di qualche tozzo di pane ch'egli ogni tanto gli tirava come un sasso, divertendosi anche talvolta a vederlo smaniare, se il tozzo ruzzolava più là di quanto teneva la catena.
Ma la sera, appena rimasta sola laggiù, e poi per tutta la nottata, la povera bestia si dava a guaire, a uggiolare, a sguagnolare, così forte e con tanta intensità di doglia e tali implorazioni d'ajuto e di pietà, che tutti gl'inquilini delle due ville si svegliavano e non potevano più riprender sonno.
Da un piano all'altro, dall'uno all'altro quartierino, nel silenzio della notte, si sentivano i borbottii, gli sbuffi, le imprecazioni, le smanie di tutta quella gente svegliata nel meglio del sonno; i richiami e i pianti dei bimbi impauriti, il tonfo dei passi a piedi scalzi o lo strisciar delle ciabatte delle mamme accorrenti.
Era mai possibile seguitare così? E da ogni parte eran piovuti reclami al proprietario, il quale, dopo aver tentato più volte e sempre invano, con le buone e con le cattive, d'ottenere da quel tristo che finisse d'infliggere il martirio alla povera bestia, aveva dato il consiglio di rivolgere al municipio un'istanza firmata da tutti gl'inquilini.
Ma anche quell'istanza non aveva approdato a nulla.
Correva, dai villini al posto ove il cane stava incatenato, la distanza voluta dai regolamenti: se poi, per la bassura di quel valloncello e per l'altezza dei due villini, i guaiti pareva giungessero da sotto le finestre, Jaco Naca non ci aveva colpa: egli non poteva insegnare al cane ad abbajare in un modo più grazioso per gli orecchi di quei signori; se il cane abbajava, faceva il suo mestiere; non era vero ch'egli non gli desse da mangiare; gliene dava quanto poteva; di levarlo di catena non era neanche da parlarne, perché, sciolto, il cane se ne sarebbe tornato a casa, e lui lì aveva da guardarsi quei suoi beneficii che gli costavano sudori di sangue.
Quattro sterpi? Eh, non a tutti toccava la ventura d'arricchirsi in un batter d'occhio alle spalle d'un povero ignorante!
- Niente, dunque? Non c'era da far niente?
E una notte di quelle, che il cane s'era dato a mugolare alla gelida luna di gennajo più angosciosamente che mai, all'improvviso, una finestra s'era aperta con fracasso nel primo dei due villini, e due fucilate n'eran partite, con tremendo rimbombo, a breve intervallo.
Tutto il silenzio della notte era come sobbalzato due volte con la campagna e il mare, sconvolgendo ogni cosa; e in quel generale sconvolgimento, urla, gridi disperati! Era il cane che aveva subito cangiato il mugolìo in un latrato furibondo, e tant'altri cani delle campagne vicine e lontane s'erano dati anch'essi a latrare a lungo, a lungo.
Tra il frastuono, un'altra finestra s'era schiusa nel secondo villino, e una voce irata di donna e una vocetta squillante di bimba non meno irata, avevano gridato verso quell'altra finestra da cui erano partite le fucilate:
- Bella prodezza! Contro la povera bestia incatenata!
- Brutto cattivo!
- Se ha coraggio, contro il padrone dovrebbe tirare!
- Brutto cattivo!
- Non le basta che stia lì quella povera bestia a soffrire il freddo, la fame, la sete? Anche ammazzata? Che prodezza! Che cuore!
- Brutto cattivo!
E la finestra s'era richiusa con impeto d'indignazione.
Aperta era rimasta quell'altra, ove l'inquilino, che forse s'aspettava l'approvazione di tutti i vicini, ecco che, ancor vibrante della violenza commessa, si aveva in cambio la sferzata di quell'irosa e mordace protesta femminile.
Ah sì? ah sì e per più di mezz'ora, lì seminudo, al gelo della notte, come un pazzo, costui aveva imprecato non tanto alla maledettissima bestia che da un mese non lo lasciava dormire, quanto alla facile pietà di certe signore che, potendo a piacer loro dormire di giorno, possono perdere senza danno il sonno della notte, con la soddisfazione per giunta...
eh già, con la soddisfazione di sperimentar la tenerezza del proprio cuore, compatendo le bestie che tolgono il riposo a chi si rompe l'anima a lavorare dalla mattina alla sera.
E l'anima diceva, per non dire altra cosa.
I commenti, nei due villini, durarono a lungo quella notte; s'accesero in tutte le famiglie vivacissime discussioni tra chi dava ragione all'inquilino che aveva sparato, e chi alla signora che aveva preso le difese del cane.
Tutti erano d'accordo che quel cane era insopportabile; ma anche d'accordo ch'esso meritava compassione per il modo crudele con cui era trattato dal padrone.
Se non che, la crudeltà di costui non era soltanto contro la bestia, era anche contro tutti coloro a cui, per via di essa, toglieva il riposo della notte.
Crudeltà voluta; vendetta meditata e dichiarata.
Ora, la compassione per la povera bestia faceva indubbiamente il giuoco di quel manigoldo; il quale, tenendola così a catena e morta di fame e di sete e di freddo, pareva sfidasse tutti, dicendo:
- Se avete coraggio, per giunta, ammazzatela.
Ebbene, bisognava ammazzarla, bisognava vincere la compassione e ammazzarla, per non darla vinta a quel manigoldo!
Ammazzarla? E non si sarebbe fatta allora scontare iniquamente alla povera bestia la colpa del padrone? Bella giustizia! Una crudeltà sopra la crudeltà, e doppiamente ingiusta, perché si riconosceva che la bestia non solo non aveva colpa ma anzi aveva ragione di lagnarsi così! La doppia crudeltà di quel tristaccio si sarebbe rivolta tutta contro la bestia, se anche quelli che non potevano dormire si mettevano contro di essa e la uccidevano! D'altra parte, però, se non c'era altro mezzo d'impedire che colui martoriasse tutti?
- Piano, piano, signori, - era sopravvenuto ad ammonire il proprietario dei due villini, la mattina dopo, con la sua gamba di legno cigolante.
- Per amor di Dio, piano, signori!
Ammazzare il cane a un contadino siciliano? Ma si guardassero bene dal rifar la prova! Ammazzare il cane a un contadino siciliano voleva dire farsi ammazzare senza remissione.
Che aveva da perdere colui? Bastava guardarlo in faccia per capire che, con la rabbia che aveva in corpo, non avrebbe esitato a commettere un delitto.
Poco dopo, infatti, Jaco Naca, con la faccia più gialla del solito e col fucile appeso alla spalla, s'era presentato davanti ai due villini e, rivolgendosi a tutte le finestre dell'uno e dell'altro, poiché non gli avevano saputo indicare da quale propriamente fossero partite le fucilate, aveva masticato la sua minaccia, sfidando che si facesse avanti chi aveva osato attentare al suo cane.
Tutte le finestre eran rimaste chiuse; soltanto quella dell'inquilina che aveva preso le difese del cane e ch'era la giovine vedova dell'intendente delle finanze, signora Crinelli, s'era aperta, e la bambina dalla voce squillante, la piccola Rorò, unica figlia della signora, s'era lanciata alla ringhiera col visino in fiamme e gli occhioni sfavillanti per gridare a colui il fatto suo, scotendo i folti ricci neri della tonda testolina ardita.
Jaco Naca, in prima, sentendo schiudere quella finestra, s'era tratto di furia il fucile dalla spalla; ma poi, vedendo comparire una bambina, era rimasto con un laido ghigno sulle labbra ad ascoltarne la fiera invettiva, e alla fine con acre mutria le aveva domandato:
- Chi ti manda, papà? Digli che venga fuori lui: tu sei piccina!
Da quel giorno, la violenza dei sentimenti in contrasto nell'animo di quella gente, da un canto arrabbiata per il sonno perduto, dall'altro indotta per la misera condizione di quel povero cane a una pietà subito respinta dall'irritazione fierissima verso quel villanzone che se ne faceva un'arma contro di loro, non solo turbò la delizia di abitare in quei due villini tanto ammirati, ma inasprì talmente le relazioni degli inquilini tra loro che, di dispetto in dispetto, presto si venne a una guerra dichiarata, specialmente tra quei due che per i primi avevano manifestato gli opposti sentimenti: la vedova Crinelli e l'ispettore scolastico cavalier Barsi, che aveva sparato.
Si malignava sotto sotto, che la nimicizia tra i due non era soltanto a causa del cane, e che il cavalier Barsi ispettore scolastico sarebbe stato felicissimo di perdere il sonno della notte, se la giovane vedova dell'intendente delle finanze avesse avuto per lui un pochino pochino della compassione che aveva per il cane.
Si ricordava che il cavalier Barsi, nonostante la ripugnanza che la giovane vedova aveva sempre dimostrato per quella sua figura tozza e sguajata, per quei suoi modi appiccicaticci come l'unto delle sue pomate, s'era ostinato a corteggiarla, pur senza speranza, quasi per farle dispetto, quasi per il gusto di farsi mortificare e punzecchiare a sangue non solo dalla giovane vedova, ma anche dalla figlietta di lei, da quella piccola Rorò che guardava tutti con gli occhioni scontrosi, come se credesse di trovarsi in un mondo ordinato apposta per l'infelicità della sua bella mammina, la quale soffriva sempre di tutto e piangeva spesso, pareva di nulla, silenziosamente.
Quanta invidia, quanta gelosia e quanto dispetto entravano nell'odio del cavalier Barsi ispettore scolastico per quel cane?
Ora, ogni notte, sentendo i mugolii della povera bestia, mamma e figliuola, abbracciate strette strette nel letto come a resistere insieme allo strazio di quei lunghi lagni, stavano nell'aspettativa piena di terrore, che la finestra del villino accanto si schiudesse e che, con la complicità delle tenebre, altre fucilate ne partissero.
- Mamma, oh mamma, - gemeva la bimba tutta tremante - ora gli spara! Senti come grida? Ora lo ammazza!
- Ma no, stà tranquilla, - cercava di confortarla la mammina, - stà tranquilla, cara, che non lo ammazzerà! Ha tanta paura del villano! Non hai visto che non ha osato d'affacciarsi alla finestra? Se egli ammazza il cane, il villano ammazzerà lui.
Stà tranquilla!
Ma Rorò non riusciva a tranquillarsi.
Già da un pezzo, della sofferenza di quella bestia pareva si fosse fatta una fissazione.
Stava tutto il giorno a guardarla dalla finestra giù nel valloncello, e si struggeva di pietà per essa.
Avrebbe voluto scendere laggiù a confortarla, a carezzarla, a recarle da mangiare e da bere, e più volte, nei giorni che il villano non c'era, lo aveva chiesto in grazia alla mamma.
Ma questa, per paura che quel tristo sopravvenisse, o per timore che la piccina scivolasse giù per il declivio roccioso, non gliel'aveva mai concesso.
Glielo concesse alla fine, per far dispetto al Barsi, dopo l'attentato di quella notte.
Sul tramonto, quando vide andar via con la zappa in collo Jaco Naca, pose in mano a Rorò per le quattro cocche un tovagliolo pieno di tozzi di pane e con gli avanzi del desinare, e le raccomandò di star bene attenta a non mettere in fallo i piedini, scendendo per la poggiata.
Ella si sarebbe affacciata alla finestra a sorvegliarla.
S'affacciarono con lei tanti e tant'altri inquilini ad ammirare la coraggiosa Rorò che scendeva in quel triste fossato a soccorrere la bestia.
S'affacciò anche il Barsi alla sua, e seguì con gli occhi la bimba, crollando il capo e stropicciandosi le gote raschiose con una mano sulla bocca.
Non era un'aperta sfida a lui tutta quella carità ostentata? Ebbene: egli la avrebbe raccolta, quella sfida.
Aveva comperato la mattina una certa pasta avvelenata da buttare al cane, una di quelle notti, per liberarsene zitto zitto.
Gliel'avrebbe buttata quella notte stessa.
Intanto rimase lì a godersi fino all'ultimo lo spettacolo di quella carità e tutte le amorose esortazioni di quella mammina che gridava dalla finestra alla sua piccola di non accostarsi troppo alla bestia, che poteva morderla, non conoscendola.
Il cane abbajava, difatti, vedendo appressarsi la bimba e, trattenuto dalla catena, balzava in qua e in là, minacciosamente.
Ma Rorò, col tovagliolo stretto per le quattro cocche nel pugno, andava innanzi sicura e fiduciosa che quello, or ora, certamente, avrebbe compreso la sua carità.
Ecco, già al primo richiamo scodinzolava, pur seguitando ad abbajare; e ora, al primo tozzo di pane, non abbajava più.
Oh poverino, poverino, con che voracità ingojava i tozzi uno dopo l'altro! Ma ora, ora veniva il meglio...
E Rorò, senza la minima apprensione, stese con le due manine la carta coi resti del desinare sotto il muso del cane che, dopo aver mangiato e leccato a lungo la carta, guardò la bimba, dapprima quasi meravigliato, poi con affettuosa riconoscenza.
Quante carezze non gli fece allora Rorò, a mano a mano sempre più rinfrancata e felice della sua confidenza corrisposta: quante parole di pietà non gli disse; arrivò finanche a baciarlo sul capo, provandosi ad abbracciarlo mentre di lassù la mamma, sorridendo e con le lagrime agli occhi, le gridava che tornasse su.
Ma il cane ora avrebbe voluto ruzzare con la bimba: s'acquattava, poi springava smorfiosamente, senza badare agli strattoni della catena, e si storcignava tutto, guaendo, ma di gioja.
Non doveva pensare Rorò, quella notte, che il cane se ne stesse tranquillo perché lei gli aveva recato da mangiare e lo aveva confortato con le sue carezze? Una sola volta, per poco, a una cert'ora, s'intesero i suoi latrati; poi, più nulla.
Certo il cane, sazio e contento, dormiva.
Dormiva, e lasciava dormire.
- Mamma, - disse Rorò, felice del rimedio finalmente trovato.
- Domattina, di nuovo, mamma, è vero?
- Sì, sì, - le rispose la mamma, non comprendendo bene, nel sonno.
E la mattina dopo, il primo pensiero di Rorò fu d'affacciarsi a vedere il cane che non s'era inteso tutta la notte.
Eccolo là: steso di fianco per terra, con le quattro zampe diritte, stirate, come dormiva bene! E nel valloncello non c'era nessuno: pareva ci fosse soltanto il gran silenzio che, per la prima volta, quella notte, non era stato turbato.
Insieme con Rorò e con la mammina, gli altri inquilini guardavano anch'essi stupiti quel silenzio di laggiù e quel cane che dormiva ancora, lì disteso, a quel modo.
Era dunque vero che il pane, le carezze della bimba avevano fatto il miracolo di lasciar dormire tutti e anche la povera bestia?
Solo la finestra del Barsi restava chiusa.
E poiché il villano ancora non si vedeva laggiù, e forse per quel giorno, come spesso avveniva, non si sarebbe veduto, parecchi degli inquilini persuasero la signora Crinelli ad arrendersi al desiderio di Rorò di recare al cane - com'ella diceva - la colazione.
- Ma bada, piano, - la ammonì la mamma.
- E poi su, senza indugiarti, eh?
Seguitò a dirglielo dalla finestra, mentre la bimba scendeva con passetti lesti, ma cauti, tenendo la testina bassa e sorridendo tra sé per la festa che s'aspettava dal suo grosso amico che dormiva ancora.
Giù, sotto la roccia, tutto raggruppato come una belva in agguato, era intanto Jaco Naca, col fucile.
La bimba, svoltando, se lo trovò di faccia, all'improvviso, vicinissimo; ebbe appena il tempo di guardarlo con gli occhi spaventati: rintronò la fucilata, e la bimba cadde riversa, tra gli urli della madre e degli altri inquilini, che videro con raccapriccio rotolare il corpicciuolo giù per il pendio, fin presso al cane rimasto là, inerte, con le quattro zampe stirate.
RONDONE E RONDINELLA
Chi fosse Rondone e chi Rondinella né lo so io veramente, né in quel paesello di montagna, dove ogni estate venivano a fare il nido per tre mesi, lo sa nessuno.
La signorina dell'ufficio postale giura di non essere riuscita in tanti anni a cavare un suono umano, mettendo insieme i k, le h, i w e tutti gli f del cognome di lui e del cognome di lei, nelle rarissime lettere che ricevevano.
Ma quand'anche la signorina dell'ufficio postale fosse riuscita a compitare quei due cognomi, che se ne saprebbe di più?
Meglio così, penso io.
Meglio chiamarli Rondone e Rondinella, come tutti li chiamavano in quel paesello di montagna: Rondone e Rondinella, non solo perché ritornavano ogni anno, d'estate, non si sa donde, al vecchio nido; non solo perché andavano, o meglio, svolavano irrequieti dalla mattina alla sera per tutto il tempo che durava il loro soggiorno colà; ma anche per un'altra ragione un po' meno poetica.
Forse nessuno in quel paesello avrebbe mai pensato di chiamarli così, se quel signore straniero, il primo anno, non fosse venuto con un lungo farsetto nero di saja, dalle code svolazzanti, e in calzoni bianchi; e anche se, cercando una casetta appartata per la villeggiatura, non avesse scelto la villetta del medico e sindaco del paese, piccola piccola, come un nido di rondine, su in cima al greppo detto della Bastìa, tra i castagni.
Piccola piccola, quella villetta, e tanto grosso lui, quel signore straniero! Oh, un pezzo d'omone sanguigno, con gli occhiali d'oro e la barba nera, che gl'invadeva arruffata e prepotente le guance, quasi fin sotto gli occhi, pur senza dargli alcun'aria fosca o truce, perché gli spirava anzi da tutto il corpo vigoroso una cordialità franca e ridente.
Con la testa alta sul torace erculeo pareva fosse sempre sul punto di lanciarsi, con impeto d'anima infantile, a qualche richiamo misterioso, lontano, che lui solo intendeva: o su in vetta al monte, o giù nella valle sterminata, ora da una parte ora dall'altra.
Ne ritornava, sudato, infocato, anelante e sorridente, o con una conchiglietta fossile in un pugno, o con un fiorellino in bocca, come se proprio quella conchiglietta o quel fiorellino lo avessero chiamato all'improvviso da miglia e miglia lontano, su dal monte o giù dalla valle.
E vedendolo andar così, con quel farsetto nero e quei calzoni bianchi, come non chiamarlo Rondone?
La Rondinella era arrivata, il primo anno, circa quindici giorni dopo di lui, quand'egli aveva già trovato e apparecchiato il nido lassù, tra i castagni.
Era arrivata improvvisamente, senza che egli ne sapesse nulla, e aveva molto stentato a far capire che cercava di quel signore straniero, e voleva esser guidata alla casa di lui.
Ogni anno la Rondinella arrivava due o tre giorni dopo, e sempre così, all'improvviso.
Un anno solo, arrivò un giorno prima di lui.
Il che dimostra chiaramente che tra loro non c'era intesa, e che qualche grave ostacolo dovesse impedir loro d'aver notizia l'uno dell'altra.
Certo, come dai bolli postali su le lettere si ricavava, abitavano nel loro paese in due città diverse.
Sorse sin da principio il sospetto ch'ella fosse maritata, e che ogni anno, lasciata libera per tre mesi, venisse là a trovar l'amante, a cui non poteva neanche dar l'annunzio del giorno preciso dell'arrivo.
Ma come conciliare questi impedimenti e tanto rigor di sorveglianza su lei con la libertà intera, di cui ella poi godeva nei tre mesi estivi in Italia?
Forse i medici avevano detto al marito che la Rondinella aveva bisogno di sole; e il marito accordava ogni anno quei tre mesi di vacanza, ignaro che la Rondinella, oltre che di sole, anzi più che di sole, andava in Italia a far cura d'amore.
Era piccola e diafana, come fatta d'aria; con limpidi occhi azzurri, ombreggiati da lunghissime ciglia: occhi timidi e quasi sbigottiti, nel gracile visino.
Pareva che un soffio la dovesse portar via, o che, a toccarla appena appena, si dovesse spezzare.
A immaginarla tra le braccia di quel pezzo d'omone impetuoso, si provava quasi sgomento.
Ma tra le braccia di quell'omone, che nella villetta lassù l'attendeva impaziente, con un fremito di belva intenerita, ella, così piccola e gracile, correva ogni anno a gettarsi felice, senza nessuna paura, non che di spezzarsi, ma neppur di farsi male un pochino.
Sapeva tutta la dolcezza di quella forza, tutta la leggerezza sicura e tenace di quell'impeto, e s'abbandonava a lui perdutamente.
Ogni anno, per il paese, l'arrivo di Rondinella era una festa.
Così almeno credeva Rondinella.
La festa, certo, era dentro di lei, e naturalmente la vedeva per tutto, fuori.
Ma sì, come no? Tutte le vecchie casette, che il tempo aveva vestite d'una sua particolar patina rugginosa, aprivano le finestre al suo arrivo, rideva l'acqua delle fontanelle, gli uccelli parevano impazziti dalla gioja.
Rondinella, certo, intendeva meglio i discorsi degli uccelli, che quelli della gente del paese.
Anzi questi non li intendeva affatto.
Quelli degli uccelli pareva proprio di sì, perché sorrideva tutta contenta e si voltava di qua e di là al cinguettio dei passeri saltellanti tra i rami delle alte querce di scorta all'erto stradone, che saliva da Orte al borgo montano.
La vettura, carica di valige e di sacchetti, andava adagio, e il vetturino non poteva fare a meno di voltarsi indietro di tratto in tratto a sorridere alla piccola Rondinella, che ritornava al nido come ogni anno, e a farle cenno con le mani, che lui già c'era, il suo Rondone: sì, lassù, da tre giorni; c'era, c'era.
Rondinella alzava gli occhi al monte ancora lontano, su cui i castagni, ove non batteva il sole, s'invaporavan d'azzurro, e forzava gli occhi a scoprire lassù lassù il puntino roseo della villetta.
Non la scopriva ancora; ma ecco là il castello antico, ferrigno, che domina il borgo; ed ecco più giù l'ospizio dei vecchi mendicanti, che hanno accanto il cimitero, e stanno lì come a fare anticamera, in attesa che la signora morte li riceva.
Appiè del borgo, incombente su lo stradone serpeggiante, il boschetto delle nere elci maestose dava a Rondinella, ogni volta che vi passava sotto, un senso di freddo e quasi di sgomento.
Ma durava poco.
Subito dopo, passato quel boschetto, si scopriva su la Bastìa la villetta.
Come vivessero entrambi lassù, nessuno sapeva veramente; ma era facile immaginarlo.
Una vecchia serva andava a far la pulizia, ogni mattina, quand'essi scappavan via dal nido e si davano a svolare, come portati da una gioja ebbra, di qua e di là, instancabili, o su al monte, o giù nella valle, per le campagne, per i paeselli vicini.
C'è chi dice d'aver veduto qualche volta Rondone regger su le braccia, come una bambina, la sua Rondinella.
Tutti nel paese sorridevano lieti nel vederli passare in quella gioja viva d'amore, quando, stanchi delle lunghe corse, venivan per i pasti alla trattoria.
S'eran già tutti abituati a vederli, e sentivano che un'attrattiva, un godimento sarebbero mancati al paese, se quel Rondone e quella Rondinella non fossero ritornati qualche estate al loro nido lassù.
Il medico non pensava ad affittare ad altri la villetta, sicuro ormai, dopo tanti anni, che quei due non sarebbero mancati.
Sul finire del settembre, prima partiva lei; due o tre giorni dopo partiva lui.
Ma gli ultimi giorni avanti la partenza, non uscivano più dal nido neppure per un momento.
Si capiva che dovevan prepararsi al distacco per tutt'un anno, tenersi stretti così, a lungo, prima di separarsi per tutt'un anno.
Si sarebbero riveduti? Avrebbe potuto lei, così piccola e gracile, resistere al gelo di tanti mesi senza il fuoco di quell'amore, senza più il sostegno della grande forza di lui? Forse sarebbe morta, durante l'inverno; forse egli, l'estate ventura, ritornando al vecchio nido, l'avrebbe attesa invano.
L'estate veniva, il Rondone arrivava e aspettava con trepidazione uno, due, tre giorni; al terzo giorno ecco la Rondinella, ma d'anno in anno sempre più gracile e diafana, con gli occhi sempre più timidi e sbigottiti.
Finché, la settima estate...
No, non mancò lei.
Lei venne, tardi.
Mancò lui; e fu dapprima per tutto il paese una gran delusione.
- Ma come, non viene? Non è ancora venuto? verrà più tardi.
Il medico, assediato da queste domande, si stringeva nelle spalle.
Che poteva saperne? Era dolente anche lui, che mancasse al paese il lieto spettacolo del Rondone e della Rondinella innamorati, ma era anche seccato più d'un po', che la villetta gli fosse rimasta sfitta.
- A fidarsi...
- Ma certo qualcosa gli sarà accaduta.
- Che sia morto?
- O che sia morta lei, piuttosto?
- O che il marito abbia scoperto...
E tutti guardavano con pena la rosea villetta, il nido deserto, su in cima alla Bastìa, tra i castagni.
Passò il giugno, passò il luglio, stava per passare anche l'agosto, quando all'improvviso corse per tutto il paese la notizia:
- Arrivano! arrivano!
- Insieme, tutti e due, Rondone e Rondinella?
- Insieme, tutti e due!
Corse il medico, corsero tutti quelli che stavan seduti nella farmacia, e i villeggianti dal caffè su la piazza; ma fu una nuova delusione e più grande della prima.
Nella vettura, venuta su da Orte a passo a passo, c'era sì la Rondinella (c'era, per modo di dire!), ma accanto a lei non c'era mica il Rondone.
Un altro c'era, un omacciotto biondo, dalla faccia quadra, placido e duro.
Forse il marito.
Ma no, che forse! Non poteva essere che il marito, colui! La legalità, pareva, fatta persona.
E, legalità, pareva dicesse ogni sguardo degli occhi ovati dietro gli occhiali; legalità, ogni atto, ogni gesto; legalità, legalità, ogni passo, appena egli smontò dalla vettura e si fece innanzi al medico, che era anche il sindaco, per pregarlo, in francese, se poteva di grazia fargli avere una barella per trasportare una povera inferma, incapace di reggersi sulle gambe, a una certa villetta, sita - come gli era stato detto - in un luogo...
- Ma sì, lo so bene: la villetta è mia!
- No, prego, signore: sita, mi è stato detto ed io ripeto, in un luogo troppo alto, perché una vettura vi possa salire.
Ah, gli occhi di Rondinella come chiaramente dicevano intanto dalla vettura, ch'ella moriva per quell'uomo composto e rispettabile, che sapeva parlare così esatto e compito! Essi soli, quegli occhi, vivevano ancora, e non più timidi ormai, ma lustri dalla gioja d'aver potuto rivedere quei luoghi, e lustri anche d'una certa malizietta nuova, insegnata loro (troppo tardi!) dalla morte ahimè troppo vicina.
«Ridete, ridete tutti, ridete forte a coro, accanto a me,» diceva quella malizietta dagli occhi a tutta la gente che guardava attorno alla vettura, costernata e quasi smarrita nella pena, «ridete forte di quest'uomo composto e rispettabile, che sa parlare così esatto e compito! Egli mi fa morire, con la sua rispettabilità, con la sua quadrata esattezza scrupolosa! Ma non ve ne affliggete, vi prego, poiché ho potuto ottener la grazia di morir qua; vendicatemi piuttosto ridendo forte di lui.
Io ne posso rider piano e ormai per poco e così con gli occhi soltanto.
Vedete la vostra Rondinella come s'è ridotta? Dacché volava, deve andare in barella, ora, alla villetta lassù.»
«E il Rondone? il tuo Rondone?» chiedevano ansiosi a quegli occhi gli occhi della gente attorno alla vettura.
«Che ce n'è del tuo Rondone, che non è venuto? Non è venuto perché tu sei così? O tu sei così, perché egli è morto?»
Gli occhi di Rondinella forse intendevano queste domande ansiose; ma le labbra non potevano rispondere.
E gli occhi allora si chiudevano con pena.
Con gli occhi chiusi, Rondinella pareva morta.
Certo qualche cosa doveva essere accaduta; ma che cosa, nessuno lo sa.
Supposizioni, se ne possono far tante, e si può anche facilmente inventare.
Certo è questo: che Rondinella venne a morir sola nella villetta lassù; e di Rondone non si è saputo più nulla.
QUANDO SI COMPRENDE
I passeggeri arrivati da Roma col treno notturno alla stazione di Fabriano dovettero aspettar l'alba per proseguire in un lento trenino sgangherato il loro viaggio su per le Marche.
All'alba, in una lercia vettura di seconda classe, nella quale avevano già preso posto cinque viaggiatori, fu portata quasi di peso una signora così abbandonata nel cordoglio che non si reggeva più in piedi.
Lo squallor crudo della prima luce, nell'angustia opprimente di quella sudicia vettura intanfata di fumo, fece apparire come un incubo ai cinque viaggiatori che avevano passato insonne la notte, tutto quel viluppo di panni, goffo e pietoso, issato con sbuffi e gemiti su dalla banchina e poi su dal montatojo.
Gli sbuffi e i gemiti che accompagnavano e quasi sostenevano, da dietro, lo stento, erano del marito, che alla fine spuntò, gracile e sparuto, pallido come un morto, ma con gli occhietti vivi vivi, aguzzi nel pallore.
L'afflizione di veder la moglie in quello stato non gl'impediva tuttavia di mostrarsi, pur nel grave imbarazzo, cerimonioso; ma lo sforzo fatto lo aveva anche, evidentemente, un po' stizzito, forse per timore di non aver dato prova davanti a quei cinque viaggiatori di bastante forza a sorreggere e introdurre nella vettura il pesante fardello di quella moglie.
Preso posto, però, dopo aver porto scusa e ringraziamenti ai compagni di viaggio che si erano scostati per far subito posto alla signora sofferente, poté mostrarsi cerimonioso e premuroso anche con lei e le rassettò le vesti addosso e il bavero della mantiglia che le era salito sul naso.
- Stai bene, cara?
La moglie, non solo non gli rispose, ma con ira si tirò su di nuovo la mantiglia - più su, fino a nascondersi tutta la faccia.
Egli allora sorrise afflitto; poi sospirò:
- Eh...
mondo!
E volle spiegare ai compagni di viaggio che la moglie era da compatire perché si trovava in quello stato per l'improvvisa e imminente partenza dell'unico figliuolo per la guerra.
Disse che da vent'anni non vivevano più che per quell'unico figliuolo.
Per non lasciarlo solo, l'anno avanti, dovendo egli intraprendere gli studii universitari, s'erano trasferiti da Sulmona a Roma.
Scoppiata la guerra, il figliuolo, chiamato sotto le armi, s'era iscritto al corso accelerato degli allievi ufficiali; dopo tre mesi, nominato sottotenente di fanteria e assegnato al 12° reggimento, brigata Casale, era andato a raggiungere il deposito a Macerata, assicurando loro che sarebbe rimasto colà almeno un mese e mezzo per l'istruzione delle reclute; ma ecco che, invece, dopo tre soli giorni lo mandavano al fronte.
Avevano ricevuto a Roma il giorno avanti un telegramma che annunziava questa partenza a tradimento.
E si recavano a salutarlo, a vederlo partire.
La moglie sotto la mantiglia s'agitò, si restrinse, si contorse, rugliò anche più volte come una belva, esasperata da quella lunga spiegazione del marito, il quale, non comprendendo che nessun compatimento speciale poteva venir loro per un caso che capitava a tanti, forse a tutti, avrebbe anzi suscitato irritazione e sdegno in quei cinque viaggiatori che non si mostravano abbattuti e vinti come lei nel cordoglio, pur avendo anch'essi probabilmente uno o più figliuoli alla guerra.
Ma forse il marito parlava apposta e dava quei ragguagli del figlio unico e della partenza improvvisa dopo tre soli giorni, ecc., perché gli altri ripetessero a lei con dura freddezza tutte quelle parole ch'egli andava dicendo da alcuni mesi, cioè da quando il figliuolo era sotto le armi; e non tanto per confortarla e confortarsi, quanto per persuaderla dispettosamente a una rassegnazione per lei impossibile.
Difatti quelli accolsero freddamente la spiegazione.
Uno disse:
- Ma ringrazii Dio, caro signore, che parta soltanto adesso il suo figliuolo! Il mio è già su dal primo giorno della guerra.
Ed è stato ferito, sa? già due volte.
Per fortuna, una volta al braccio, una volta alla gamba, leggermente.
Un mese di licenza, e via di nuovo al fronte.
Un altro disse:
- Ce n'ho due, io.
E tre nipoti.
- Eh, ma un figlio unico...
- si provò a far considerare il marito.
- Non è vero, non lo dica! - lo interruppe quello sgarbatamente.
- S'avvizia un figlio unico; non si ama mica di più! Un pezzo di pane, quando s'hanno più figliuoli, tanto a ciascuno, va bene; ma non l'amore paterno; a ciascun figliuolo un padre dà tutto quello di cui è capace.
E s'io peno adesso, non peno metà per l'uno, metà per l'altro; peno per due.
- È vero, sì, quest'è vero, - ammise con un sorriso timido, pietoso e impacciato, il marito.
- Ma guardi...
(siamo a discorso, adesso, e facciamo tutti gli scongiuri) ma ponga il caso...
non il suo, per carità, egregio signore...
il caso d'un padre ch'abbia più figliuoli alla guerra: ne perde (non sia mai!) uno, gli resta l'altro almeno!
- Già, sì; e l'obbligo di vivere per quest'altro, - affermò subito, accigliato, quello.
- Il che vuol dire che se a lei...
non diciamo a lei, a un padre che abbia un solo figliuolo, capita il caso che questo gli muoja, se della vita lui non sa più che farsene, morto il figliuolo, se la può togliere, e addio; mentr'io, capisce? bisogna che me la tenga io, la vita, per l'altro che mi resta; e il caso peggiore dunque è sempre il mio!
- Ma che discorsi! - scattò a questo punto un altro viaggiatore, grasso e sanguigno, guardando in giro coi grossi occhi chiari acquosi e venati di sangue.
Ansimava, e pareva gli dovessero schizzar fuori, quegli occhi, dalla interna violenza affannosa d'una vitalità esuberante, che il corpaccio disfatto non riusciva più a contenere.
Si pose una manona sformata davanti la bocca, come assalito improvvisamente dal pensiero dei due denti che gli mancavano; ma poi, tanto non ci pensò più e seguitò a dire, sdegnato:
- O che i figliuoli li facciamo per noi?
Gli altri si sporsero a guardarlo, costernati.
Il primo, quello che aveva il figlio al fronte fin dal primo giorno della guerra, sospirò:
- Eh, per la patria, già...
- Eh, - rifece il viaggiatore grasso, - caro signore, se lei dice così, per la patria, può parere una smorfia!
Figlio mio, t'ho partorito
per la patria e non per me...
Storie! Quando? Ci pensa lei alla patria, quando le nasce un figliuolo? Roba da ridere! I figliuoli vengono, non perché lei li voglia, ma perché debbono venire; e si pigliano la vita; non solo la loro, ma anche la nostra si pigliano.
Questa è la verità.
E siamo noi per loro; mica loro per noi.
E quand'hanno vent'anni...
ma pensi un po', sono tali e quali eravamo io e lei quand'avevamo vent'anni.
C'era nostra madre; c'era nostro padre; ma c'erano anche tant'altre cose, i vizii, la ragazza, le cravatte nuove, le illusioni, le sigarette, e anche la patria, già, a vent'anni, quando non avevamo figliuoli; la patria che, se ci avesse chiamati, dica un po', non sarebbe stata per noi sopra a nostro padre, sopra a nostra madre? Ne abbiamo cinquanta, sessanta, ora, caro lei: e c'è pure la patria, sì; ma dentro di noi, per forza, c'è anche più forte l'affetto per i nostri figliuoli.
Chi di noi, potendo, non andrebbe, non vorrebbe andare a combattere invece del proprio figliuolo? Ma tutti! E non vogliamo considerare adesso il sentimento dei nostri figliuoli a vent'anni? dei nostri figliuoli che per forza, venuto il momento, debbono sentire per la patria un affetto più grande che per noi? Parlo, s'intende, dei buoni figliuoli, e dico per forza, perché davanti alla patria, per essi, diventiamo figliuoli anche noi, figliuoli vecchi che non possono più muoversi e debbono restarsene a casa.
Se la patria c'è, se è una necessità naturale la patria, come il pane che ciascuno per forza deve mangiare se non vuol morir di fame, bisogna che qualcuno vada a difenderla, venuto il momento.
E vanno essi, a vent'anni, vanno perché debbono andare e non vogliono lagrime.
Non ne vogliono perché, anche se muojono, muojono infiammati e contenti.
(Parlo sempre, s'intende, dei buoni figliuoli!) Ora, quando si muore contenti, senz'aver veduto tutte le brutture, le noje, le miserie di questa vitaccia che avanza, le amarezze delle disillusioni, o che vogliamo di più? Bisogna non piangere, ridere...
o come piango io, sissignori, contento, perché mio figlio m'ha mandato a dire che la sua vita - la sua, capite? quella che noi dobbiamo vedere in loro, e non la nostra - la sua vita lui se l'era spesa come meglio non avrebbe potuto, e che è morto contento, e che io non stessi a vestirmi di nero, come difatti lor signori vedono che non mi sono vestito.
Scosse, così dicendo, la giacca chiara, per mostrarla; le labbra livide sui denti mancanti gli tremavano; gli occhi, quasi liquefatti, gli sgocciolavano; e terminò con due scatti di riso che potevano anche esser singhiozzi.
- Ecco...
ecco.
Da tre mesi quella madre, lì nascosta sotto la mantiglia, cercava in tutto ciò che il marito e gli altri le dicevano per confortarla e indurla a rassegnarsi, una parola, una parola sola che, nella sordità del suo cupo dolore, le destasse un'eco, le facesse intendere come possibile per una madre la rassegnazione a mandare il figlio, non già alla morte, ma solo a un probabile rischio di vita.
Non ne aveva trovata una, mai, tra le tante e tante che le erano state dette.
Aveva ritenuto perciò che gli altri parlavano, potevano parlare a lei così, di rassegnazione e di conforto, solo perché non sentivano ciò che sentiva lei.
Le parole di questo viaggiatore, adesso, la stordirono, la sbalordirono.
Tutt'a un tratto comprese che non già gli altri non sentivano ciò che ella sentiva; ma lei, al contrario, non riusciva a sentire qualcosa che tutti gli altri sentivano e per cui potevano rassegnarsi, non solo alla partenza, ma ecco, anche alla morte del proprio figliuolo.
Levò il capo, si tirò su dall'angolo della vettura ad ascoltare le risposte che quel viaggiatore dava alle interrogazioni dei compagni sul quando, sul come gli fosse morto quel figliuolo, e trasecolò, le parve d'esser piombata in un mondo ch'ella non conosceva, in cui s'affacciava ora per la prima volta, sentendo che tutti gli altri non solo capivano, ma ammiravano anzi quel vecchio e si congratulavano con lui che poteva parlare così della morte del figliuolo.
Se non che, all'improvviso, vide dipingersi sul volto di quei cinque viaggiatori lo stesso sbalordimento che doveva esser sul suo, allorquando, proprio senza che ella lo volesse, come se veramente non avesse ancora inteso né compreso nulla, saltò su a domandare a quel vecchio:
- Ma dunque...
dunque il suo figliuolo è morto?
Il vecchio si voltò a guardarla con quegli occhi atroci, smisuratamente sbarrati.
La guardò, la guardò e tutt'a un tratto, a sua volta, come se soltanto adesso, a quella domanda incongruente, a quella meraviglia fuor di posto, comprendesse che alla fine, in quel punto, il suo figliuolo era veramente morto per lui, s'arruffò, si contraffece, trasse a precipizio il fazzoletto dalla tasca e, tra lo stupore e la commozione di tutti, scoppiò in acuti, strazianti, irrefrenabili singhiozzi.
UN CAVALLO NELLA LUNA
Di settembre, su quell'altipiano d'aride argille azzurre, strapiombante franoso sul mare africano, la campagna già riarsa dalle rabbie dei lunghi soli estivi, era triste: ancor tutta irta di stoppie annerite, con radi mandorli e qualche ceppo centenario d'olivo saraceno qua e là.
Tuttavia fu stabilito che i due sposi vi passassero almeno i primi giorni della luna di miele, in considerazione dello sposo.
Il pranzo di nozze, preparato in una sala dell'antica villa solitaria, non fu davvero una festa per i convitati.
Nessuno di essi riuscì a vincere l'impaccio, ch'era piuttosto sbigottimento, per l'aspetto e il contegno di quel giovanotto grasso, appena ventenne, dal volto infocato, che guardava qua e là coi piccoli occhi neri, lustri, da pazzo, e non intendeva più nulla, e non mangiava e non beveva e diventava di punto in punto più pavonazzo, quasi nero.
Si sapeva che, preso d'un amor forsennato, per colei che ora gli sedeva accanto, sposa, aveva fatto pazzie, fino al punto di tentare di uccidersi: lui, ricchissimo, unico erede dell'antico casato dei Berardi, per una che, dopo tutto, non era altro che la figlia d'un colonnello di fanteria, venuto col reggimento da un anno in Sicilia.
Ma il signor colonnello, mal prevenuto contro gli abitanti dell'isola, non avrebbe voluto accondiscendere a quelle nozze, per non lasciare là, come tra selvaggi, la figliuola.
Lo sbigottimento per l'aspetto e il contegno dello sposo cresceva nei convitati, quanto più essi avvertivano il contrasto con l'aria della giovanissima sposa.
Era una vera bambina ancora, vispa, fresca, aliena: e pareva si scrollasse sempre d'addosso ogni pensiero fastidioso con certi scatti d'una vivacità piena di grazia, ingenua e furba nello stesso tempo.
Furba però, come d'una birichina ancora ignara di tutto.
Orfana, cresciuta fin dall'infanzia senza mamma, appariva infatti chiaramente che andava a nozze affatto impreparata.
Tutti, a un certo punto, finito il pranzo, risero e si sentirono gelare a un'esclamazione di lei, rivolta allo sposo:
- Oh Dio, Nino, ma perché fai codesti occhi piccoli piccoli? Lasciami...
no, scotti! Perché ti scottano così le mani? Senti, senti, papà, come gli scottano le mani.
Che abbia la febbre?
Tra le spine, il colonnello affrettò la partenza dei convitati dalla campagna.
Ma sì, per togliere quello spettacolo che gli pareva indecente.
Presero tutti posto in sei vetture.
Quella dove il colonnello sedette accanto alla madre dello sposo, anch'essa vedova, andando a passo per il viale, rimase un po' indietro, perché i due sposi, lei di qua, lui di là, con una mano nella mano del padre e della madre, vollero seguirla per un tratto a piedi, fino all'imboccatura dello stradone che conduceva alla città lontana.
Qua il colonnello si chinò a baciar sul capo la figliuola; tossì, borbottò:
- Addio, Nino.
- Addio, Ida, - rise di là la madre dello sposo; e la carrozza s'avviò di buon trotto per raggiungere le altre dei convitati.
I due sposi rimasero per un pezzo a seguirla con gli occhi.
La seguì la sola Ida veramente, perché Nino non vide nulla, non sentì nulla, con gli occhi fissi alla sposa rimasta lì, sola con lui finalmente, tutta, tutta sua.
Ma che? Piangeva?
- Il babbo, - disse Ida, agitando con la mano il fazzoletto in saluto.
- Là, vedi? Anche lui...
- Ma tu no, Ida...
Ida mia...
- balbettò, singhiozzò quasi, Nino, facendo per abbracciarla, tutto tremante.
Ida lo scostò.
- No, lasciami, ti prego.
- Voglio asciugarti gli occhi...
- Ma no, caro, grazie: me li asciugo da me.
Nino rimase lì, goffo, a guardarla, con un viso pietoso, la bocca semiaperta.
Ida finì d'asciugarsi gli occhi; poi:
- Ma che hai? - gli domandò.
- Tu tremi tutto.
Dio, no, Nino: non mi star davanti così! Mi fai ridere.
E non la finisco più, bada, se mi metto a ridere.
Aspetta, ti sveglio.
Gli posò lievemente le mani sulle tempie e gli soffiò su gli occhi.
Al tocco di quelle dita, all'alito di quelle labbra, egli si sentì mancar le gambe; fu per cadere in ginocchio; ma lei lo sostenne, scoppiando in una risata fragorosa:
- Su lo stradone? Sei matto? Andiamo, andiamo! Là, guarda: a quella collinetta là! Si vedranno ancora le carrozze.
Andiamo a vedere!
E lo trascinò via per un braccio, impetuosamente.
Da tutta la campagna intorno, ove tante erbe e tante cose sparse da tempo erano seccate, vaporava nella calura quasi un alido antico, denso, che si mescolava coi tepori grassi del fimo fermentante in piccoli mucchi sui maggesi, e con le fragranze acute dei mentastri ancor vivi e delle salvie.
Quell'alito denso, quei grassi tepori, queste fragranze pungenti, li avvertiva lui solo.
Ida dietro le spesse siepi di fichidindia, tra gli irti ciuffi giallicci delle stoppie bruciate, sentiva, invece, correndo, come strillavano gaje al sole le calandre, e come, nell'afa dei piani, nel silenzio attonito, sonava da lontane aje, auguroso, il canto di qualche gallo; si sentiva investire, ogni tanto, dal fresco respiro refrigerante che veniva dal mare prossimo a commuover le foglie stanche, già diradate e ingiallite, dei mandorli, e quelle fitte, aguzze e cinerulee degli olivi.
Raggiunsero presto la collinetta; ma egli non si reggeva più, quasi cascava a pezzi, dalla corsa; volle sedere; tentò di far sedere anche lei, lì accanto, tirandola per la vita.
Ma Ida si schermì:
- Lasciami guardare, prima.
Cominciava a essere inquieta, entro di sé.
Non voleva mostrarlo.
Irritata da certe curiose ostinazioni di lui, non sapeva, non voleva star ferma; voleva fuggire ancora, allontanarsi ancora; scuoterlo, distrarlo e distrarsi anche lei, finché durava il giorno.
Di là dalla collina si stendeva una pianura sterminata, in un mare di stoppie, nel quale serpeggiavano qua e là le nere vestigia della debbiatura, e qua e là anche rompeva l'irto giallore qualche cespo di cappero o di liquirizia.
Laggiù laggiù, quasi all'altra riva lontana di quel vasto mare giallo, si scorgevano i tetti d'un casale tra alte pioppe nere.
Ebbene, Ida propose al marito d'arrivare fin là, fino a quel casale.
Quanto ci avrebbero messo? Un'ora, poco più.
Erano appena le cinque.
Là, nella villa, i servi dovevano ancora sparecchiare.
Prima di sera sarebbero stati di ritorno.
Cercò d'opporsi Nino, ma ella lo tirò su per le mani, lo fece sorgere in piedi, e poi via di corsa per il breve pendio di quella collinetta e quindi per quel mare di stoppie, agile e svelta come una cerbiatta.
Egli, non facendo a tempo a seguirla, sempre più rosso, e come intronato, sudato, ansava, correndo, la chiamava, voleva una mano:
- Almeno la mano! almeno la mano! - andava gridando.
A un tratto ella si fermò dando un grido.
Le si era levato davanti uno stormo di corvi, gracchiando.
Più là, steso per terra, era un cavallo morto.
Morto? No, no, non era morto: aveva gli occhi aperti.
Dio, che occhi! Uno scheletro, era.
E quelle costole! quei fianchi!
Nino sopravvenne, stronfiando, arrangolato:
- Andiamo...
subito, via! Ritorniamo indietro!
- È vivo, guarda! - gridò Ida, con ribrezzo e pietà.
- Leva la testa...
Dio, che occhi! guarda, Nino!
- Ma sì, - fece lui, ancora ansimante.
- Son venuti a buttarlo qua.
Lascia; andiamocene! Che gusto? Non senti che già l'aria...
- E quei corvi? - esclamò lei con un brivido d'orrore.
- Quei corvi se lo mangiano vivo?
- Ma, Ida, per carità! - pregò lui a mani giunte.
- Nino, basta! - gli gridò allora lei, al colmo della stizza nel vederlo così supplice e melenso.
- Rispondi: se lo mangiano vivo?
- Che vuoi che sappia io, come se lo mangiano.
Aspetteranno...
- Che muoja qui, di fame, di sete? - riprese ella, col volto tutto strizzato dalla compassione e dall'orrore.
- Perché è vecchio? perché non serve più? Ah, povera bestia! che infamia! che infamia! Ma che cuore hanno codesti villani? che cuore avete voi qua?
- Scusami, - diss'egli, alterandosi, - tu senti tanta pietà per una bestia...
- Non dovrei sentirne?
- Ma non ne senti per me!
- E che sei bestia tu? che stai morendo forse di fame e di sete, tu, buttato in mezzo alle stoppie? Senti...
oh guarda i corvi, Nino, su...
guarda...
fanno la ruota.
Oh che cosa orribile, infame, mostruosa.
Guarda...
oh, povera bestia...
prova a rizzarsi! Nino, si muove...
forse può ancora camminare...
Nino, su, ajutiamola...
smuoviti!
- Ma che vuoi che gli faccia io? - proruppe egli, esasperato.
- Me lo posso trascinare dietro? caricarmelo su le spalle? Ci mancava il cavallo, ci mancava! Come vuoi che cammini? Non vedi che è mezzo morto?
- E se gli facessimo portare da mangiare?
- E da bere, anche!
- Oh, come sei cattivo, Nino! - disse Ida con le lagrime agli occhi.
E si chinò, vincendo il ribrezzo, a carezzare con la mano, appena appena, la testa del cavallo che s'era tirato su a stento da terra, ginocchioni su le due zampe davanti, mostrando pur nell'avvilimento di quella sua miseria infinita un ultimo resto, nel collo e nell'aria del capo, della sua nobile bellezza.
Nino, fosse per il sangue rimescolato, fosse per il dispetto acerrimo, o fosse per la corsa e per il sudore, si sentì all'improvviso abbrezzare, stolzò e si mise a battere i denti, con un tremore strano di tutto il corpo; si tirò su istintivamente il bavero della giacca e, con le mani in tasca, cupo, raffagottato, disperato, andò a sedere discosto, su una pietra.
Il sole era già tramontato.
Si udivano da lontano le sonagliere di qualche carro che passava laggiù per lo stradone.
Perché batteva i denti così? Eppure la fronte gli scottava e il sangue gli frizzava per le vene e le orecchie gli rombavano.
Gli pareva che sonassero tante campane lontane.
Tutta quell'ansia, quello spasimo d'attesa, la freddezza capricciosa di lei, quell'ultima corsa, e quel cavallo ora, quel maledetto cavallo...
oh Dio, era un sogno? un incubo nel sogno? era la febbre? Forse un malanno peggiore.
Sì! Che bujo, Dio, che bujo! O gli s'era anche intorbidata la vista? E non poteva parlare, non poteva gridare.
La chiamava: «Ida! Ida!» ma la voce non gli usciva più dalla gola arsa e quasi insugherita.
Dov'era Ida? Che faceva?
Era scappata al lontano casale a chiedere ajuto per quel cavallo, senza pensare che proprio i contadini di là avevano trascinato qua la bestia moribonda.
Egli rimase lì, solo, a sedere sulla pietra, tutto in preda a quel tremore crescente; e, curvo, tenendosi tutto ristretto in sé, come un grosso gufo appollajato, intravide a un tratto una cosa che gli parve...
ma sì, giusta, ora, per quanto atroce, per quanto come una visione d'altro mondo.
La luna.
Una gran luna che sorgeva lenta da quel mare giallo di stoppie.
E, nera, in quell'enorme disco di rame vaporoso, la testa inteschiata di quel cavallo che attendeva ancora col collo proteso; che avrebbe atteso sempre, forse, così nero stagliato su quel disco di rame, mentre i corvi, facendo la ruota, gracchiavano alti nel cielo.
Quando Ida, disillusa, sdegnata, sperduta per la pianura, gridando: - Nino! Nino! - ritornò, la luna s'era già alzata; il cavallo s'era riabbattuto, come morto; e Nino...
- dov'era Nino? Oh, eccolo là, per terra anche lui.
Si era addormentato là?
Corse a lui.
Lo trovò che rantolava, con la faccia anche lui a terra, quasi nera, gli occhi gonfi serrati, congestionato.
- Oh Dio!
E si guardò attorno, quasi svanita; aprì le mani, ove teneva alcune fave secche portate da quel casale per darle a mangiare al cavallo; guardò la luna, poi il cavallo, poi qua per terra quest'uomo come morto anche lui; si sentì mancare, assalita improvvisamente dal dubbio che tutto quello che vedeva non fosse vero; e fuggì atterrita verso la villa, chiamando a gran voce il padre, il padre che se la portasse via, oh Dio! via da quell'uomo che rantolava...
chi sa perché! via da quel cavallo, via da sotto quella luna pazza, via da sotto quei corvi che gracchiavano nel cielo...
via, via, via...
RESTI MORTALI
Disperazione dei nipoti, che pur gli dovevano volere un gran bene se, dopo che s'era spogliato per loro di tutto il suo, ancora avevano tanta sopportazione di lui, il signor Federico Biobin (zio Fifo, come lo chiamavano) si alzava col lume, e subito, zitto zitto, piccolino com'era di statura, col testoncino a pera che gli lustrava, calvo fino alla nuca, una ventina di duri peluzzi ritinti, dieci per parte drizzati sul musetto da topo, si metteva a frugolare per casa, sorsando, soffiando, dando smusatine, come per tenere in continuo esercizio d'esplorazione il naso puntuto, le labbra armate di quei venti spunzoncini; finché all'improvviso tutta la casa non sobbalzava dal sonno o per un rovinio di scodelle dalla piattaja in cucina o di casse che crollavano a catafascio nel ripostiglio.
Accorrevano tutti, chi in camicia, chi in pigiama, chi in sottana.
- Zio, che hai fatto? che è stato?
Dava le risposte più inaspettate:
- Niente: sento puzza di mobili vecchi.
Ma come se tutto quel fracasso non l'avesse fatto lui e non l'avesse nemmeno sentito, e placido e un po' seccato parlasse ancora dal silenzio che c'era prima nella casa.
Non lasciava giorno, senza che ne facesse una.
E il bello si era che i fastidi che dava, i dispetti che faceva, per cui le budella ai nipoti, alle serve, si ritorcevano dentro come una fune, lui li chiamava servizi.
Capace di stare giornate sane in cucina a ritagliare e tentar d'incollare striscioline di carta per medicare un vetro rotto della finestra a usciale che dava su una specie di ballatojo, dov'era puzzolentissimo il casottino del cesso.
La cuoca si dannava.
- Ma lei che sente la puzza dei mobili vecchi, o non la sente codesta del cesso?
Non la sentiva, quella; e seguitava, sorsando, soffiando, smusando, a tentare d'incollare quelle striscioline di carta.
E ora eccolo giù in giardino, infuriato contro un'ala del cancello che, interrata, non voleva più andare né avanti né indietro.
Illividito dalla congestione e con le vene del cranio che gli scoppiavano, dava certe scrollate che le braccia, appena i ferri del cancello brandivano in contrasto, pareva gli si dovessero staccar nette dal busto.
I nipoti gli gridavano dalle finestre:
- Smettila, zio! Non vedi che non s'apre?
- La smetto? O io l'apro, o ci crepo!
Non l'apriva e non ci crepava: veniva su, tutto slogato, in un bagno di sudore, presentando le manine ridotte una pietà, perché gli fossero unte d'olio e fasciate.
Quando poi era stanco di farne ai suoi di casa, usciva e si metteva a far dispetti alla gente per via: per esempio, certe giornate che pioveva a dirotto, andando a pigliarsi apposta sull'ombrello lo sgrondo di tutte le case, con un'aria così parlante di farlo per dispetto, che veniva la tentazione a chi gli passava accanto di strapparlo per un braccio accosto al muro.
Il piacere maligno, che sotto sotto ne provava, gli faceva arricciare agli angoli il labbro con tutti quei suoi venti peluzzi irti, quasi in un digrignamento appena percettibile, di cagnolino bizzoso.
L'ultimo fu quello della spolverina grigia d'alpagà, comperata per veste da camera, quando i nipoti, ridendo della compera, gli fecero notare ch'era una spolverina da viaggio, quella.
- Da viaggio? E allora parto!
- Parti? Dove vai?
- A Bergamo, da Ernesto, a salutarlo prima che vada a Genova a imbarcarsi per l'America.
Non ci fu verso di rimuoverlo più da quel ticchio di partire lì per lì.
Anzi, che la sua visita per quel povero Ernesto dovesse essere un gravissimo imbarazzo piuttosto che un piacere nel trambusto in cui doveva trovarsi alla vigilia di salpar per l'America: ragione di più.
E che il medico gli avesse ordinato di star tranquillo e non strapazzarsi per la sclerosi cardiaca di cui era affetto: ragione di più, anche questa.
Voleva morire! Ma come, a Bergamo? morire a Bergamo, mentre Ernesto vi spiantava la casa? Sissignori, morire a Bergamo, nella casa spiantata.
Partì con quella spolverina grigia; e purtroppo la minaccia di quel pericolo che i nipoti di Roma, senza punto crederci, gli avevano fatto balenare per trattenerlo, s'avverò.
La notizia fulminea della morte di zio Fifo lo stesso giorno che arrivò a Bergamo, lasciò quasi basiti i nipoti di Roma per il fatto che, pur senza crederci, l'avevano preveduta; e che, pur avendola preveduta, per quel non crederci, avessero lasciato partire lo zio.
Di quest'ultimo dispetto ai nipoti lontani e dell'altro ancor più acerbo al nipote vicino, là a Bergamo, zio Fifo, in mezzo alla confusione della casa tutta sossopra per lo sgombero, stecchito sul lettino di ferro, con la sua brava spolverina grigia da cui spuntavano i due piedini giunti, più che soddisfatto, pareva ora felicissimo.
Tra gli altri mobili della camera scostati dalle pareti e fuori di posto, comodissimo comodissimo ci stava lui, su quel lettino di ferro che nessuno, finché ci stava lui, avrebbe potuto toccare, coi quattro ceri accesi, due da capo, due da piedi; le manine intrecciate sul ventre che gli s'era un po' gonfiato.
Pareva proprio che sorridesse, sornione, con gli occhi chiusi e quei venti spunzoncini ancora drizzati sul musetto da topo.
Difatti, il compito di venire a morire a Bergamo per maggior ristoro del nipote Ernesto in partenza per l'America, lui lo aveva assolto; ora toccava agli altri quello di rimuoverlo di lì, o per seppellirlo nel cimitero di Bergamo o per rispedirlo a Roma se lo volevano là nella tomba di famiglia.
Stimò più sbrigativo il nipote Ernesto rispedirlo a Roma e lasciare ai cugini la cura e il resto delle spese per i funerali all'arrivo: aveva i minuti contati; sarebbe arrivato a Genova appena in tempo per imbarcarsi.
Malauguratamente però, nel fare la spedizione, credette che l'uso della frase «resti mortali» invece della cruda parola «cadavere» fosse lecito, com'era certo più gentile e pietoso; e se ne volle servire, forse a compensare il povero zio di tutte le imprecazioni che gli aveva scagliate per esser venuto a buttarglisi morto tra i piedi in un frangente come quello.
Ora ai nipoti di Roma venuti alla stazione a ricevere il feretro con molte corone di fiori e un magnifico carro funebre di prima classe a quattro cavalli e più d'un centinajo d'amici e conoscenti e rappresentanze di sodalizi con labari e bandiere e il parroco per la benedizione alla salma e due belle file di monache e chierici con le candele in mano; appunto per l'uso gentile e pietoso di quella frase, l'ufficiale di dogana presentò una bolletta gravata da una multa di parecchie migliaja di lire.
- Multa? E perché?
- Falso in denunzia.
- Falso? Che falso?
- Ma credono lor signori, che si possa impunemente denunziare un feretro come resti mortali? I resti mortali sono un conto: un mucchietto d'ossa e di cenere in una cassettina di latta; e pagano per tali, secondo una loro tariffa.
Un feretro è un altro conto.
Per quanto piccolo, bisogna che paghi come feretro.
Altra tariffa.
Protestarono i nipoti che intenzione di frode nel cugino Ernesto non poteva esserci stata; ma, anche ammesso e non concesso che ci fosse stata, la multa, se mai, doveva pagarla chi aveva spedito e non chi riceveva.
Erano pronti a pagare il di più della spesa, secondo la tariffa, trattandosi realmente di un feretro e non di resti mortali (benché la distinzione potesse parere a prima giunta sofistica); ma, a ogni modo, la multa no, no e no.
Non avevano nessuna colpa, loro.
Il cugino Ernesto era partito per l'America, e responsabile dello sbaglio (non diciamo frode, per carità!) restava allora l'ufficio di spedizione alla dogana di Bergamo che s'era ricevuto a occhi chiusi e aveva «inoltrato» come resti mortali un feretro intero.
Per placare il capo-stazione chiamato a dare man forte all'ufficiale di dogana, i nipoti si mostrarono disposti a scusare, del resto, anche l'ufficio di spedizione della dogana di Bergamo, informando che il cugino Ernesto doveva aver spedito in quei giorni chi sa quanti colli, per cui sapendosi in città ch'egli era sul punto di lasciare l'Italia per sempre, quell'ufficiale di dogana, addetto alla spedizione, facilmente aveva potuto supporre che spedisse anche i resti mortali di qualche parente sepolto da tempo nel cimitero di Bergamo, per non lasciarli colà.
La colpa, in questo caso, si riduceva soltanto a una mancata verifica.
Gli volevano far pagare la multa per questo? Ecco, ma a lui sempre, la multa, se mai; mica a loro che non c'entravano né punto né poco.
Mentre così si discuteva nell'ufficio di dogana, fuori nello spiazzale quelli ch'eran venuti per l'accompagnamento funebre vestiti di nero e in tubino, s'erano ritratti e impalati in fila, gomito a gomito, a ridosso al muro, per ripararsi da un terribile sole d'agosto, prossimo al meriggio.
C'era a mala pena, lungo quel muro, un filo d'ombra che non arrivava a riparare fino alla punta neanche i piedi; e davanti, tutte le cose, a quella vampa di sole, abbarbagliavano.
Così tutti impalati, con gli occhi fuori del capo, guardavano l'enorme carro funebre, rimasto in mezzo allo spiazzale, là, ferocemente nero e dorato, e pareva ne avessero un formidabile incubo, come di quelle monache che se ne stavano impassibili, a occhi bassi, così infagottate in quelle loro tonache di pesantissimo panno marrone, con quel cappuccetto nero a capanna in capo, tutte bene appettate sotto il modestino bianco insaldato, e le candele accese in mano.
Dio, quelle candele, la cui fiamma nel sole non si vedeva, e se ne vedeva invece il fumighio tremolante! Ma che avveniva? Perché non portavano il feretro? Che s'aspettava? Alcuni, più impazienti, andarono a sentire; poi a poco a poco, tutti, tranne il cocchiere sul carro funebre, le monache, i chierici e i portatori dei labari e delle bandiere, entrarono nel fresco delizioso dell'ufficio della dogana, ch'era un alto e vasto magazzino ingombro tutt'intorno alle pareti di casse rammontate e di balle e di colli.
Vi rintronavano i gridi della contesa tra i nipoti del morto da una parte, e il capo-stazione e gli ufficiali di dogana dall'altra.
Gli animi s'erano accesi.
Il capo-stazione era irremovibile: o pagare la multa, o niente feretro! Il maggiore dei nipoti, furibondo, minacciava che glielo avrebbero lasciato lì.
Non era mica merce, un morto, che si potesse rivendere all'asta! Volevano vedere che cosa il capo-stazione se ne farebbe! E il capo-stazione sghignazzava e rispondeva che, chiestane licenza a chi di dovere, lo avrebbe mandato a seppellire con due facchini; e che poi a far pagare le spese e la tariffa e la multa ci avrebbero pensato con comodo gli uscieri.
Un fremito d'indignazione accolse questa risposta e allora l'altro nipote, confortato dal consenso di tutti, lo diffidò dal farlo: avrebbe chiamato responsabile l'amministrazione dei danni morali e materiali, perché non era mica un cane il loro zio da esser mandato a seppellire in quel modo; c'erano là centinaja di persone venute a rendergli i meritati onori funebri, labari e bandiere di sodalizi, un carro di prima classe, un santo sacerdote, monache e chierici con più di quaranta candele!
E i due nipoti, rossi come gamberi, con le camice bianche che, nello scompiglio dell'esagitazione, strabuzzavano loro dalle maniche nere e perfino di sotto il panciotto, tutti tremanti per lo sfogo violento e piangenti dalla rabbia, furono condotti via.
Ora quell'incubo di carro funebre che se n'andava vuoto e traballante, diretto alla rimessa, e quelle monache e quei chierici che capovolgevano le candele per smorzarle in terra, diedero a tutti, anche ai nipoti, in quell'animazione insolita, un senso di leggerezza, come se zio Fifo, mandato a monte il funerale, non fosse più morto.
Ma si poteva veramente dir morto zio Fifo, se seguitava a fare con tanta pervicacia ciò che aveva sempre fatto in vita: dispetti a tutti?
So bene che non s'è mai dato il caso che un morto si sia staccate le mani dal petto per cacciarsi una mosca dal naso; ma per zio Fifo riparato dalla doppia cassa di zinco e di noce, là sotto gli occhi del capo-stazione rimasto solo nel magazzino della dogana a grattarsi la testa, mi par proprio lecito immaginare che se le sia staccate davvero, quelle sue gracili manine dal petto, per darsi contentone una bella stropicciatina.
PAURA D'ESSER FELICE
Prima che Fabio Feroni, non più assistito dal senno antico, si fosse indotto a prender moglie, per lunghi anni, mentre gli altri cercavano un po' di svago dalle consuete fatiche o in qualche passeggiata o nei caffè, da uomo solitario com'era allora, aveva trovato il suo spasso nel terrazzino della vecchia casa di scapolo, ove, tra tanti vasi di fiori, eran pur mosche assai e ragni e formiche e altri insetti, della cui vita s'interessava con amore e curiosità.
Soprattutto si spassava assistendo agli sforzi sconnessi d'una vecchia tartaruga, la quale da parecchi anni s'ostinava, testarda e dura, a salire il primo dei tre gradini per cui da quel terrazzo si andava alla saletta da pranzo.
«Chi sa», aveva pensato più volte il Feroni, «chi sa quali delizie s'immagina di trovare in quella saletta, se da tant'anni dura questa sua ostinazione.»
Riuscita con sommo stento a superare l'alzata dello scalino, quando già poneva su l'orlo della pedata le zampette sbieche e raspava disperatamente per tirarsi su, tutt'a un tratto perdeva l'equilibrio, ricadeva giù riversa su la scaglia rocciosa.
Più d'una volta il Feroni, pur sicuro che essa, se alla fine avesse superato il primo, poi il secondo, poi il terzo scalino, fatto un giro nella saletta da pranzo, avrebbe voluto ritornare giù al battuto del terrazzo, l'aveva presa e delicatamente posata sul primo scalino, premiando così la vana ostinazione di tanti anni.
Ma aveva con maraviglia sperimentato che la tartaruga, o per paura o per diffidenza, non aveva voluto mai profittare di quell'ajuto inatteso e, ritratte la testa e le zampe dentro la scaglia, se n'era per un gran pezzo rimasta lì come pietra, e poi, pian piano voltandosi, s'era rifatta all'orlo dello scalino, dando segni non dubbii di volerne discendere.
E allora egli l'aveva rimessa giù; ed ecco poco dopo la tartaruga riprender l'eterna fatica di salir da sé quel primo scalino.
- Che bestia! - aveva esclamato il Feroni, la prima volta.
Ma poi, riflettendoci meglio, s'era accorto d'aver detto bestia a una bestia, come si dice bestia a un uomo.
Infatti, le aveva detto bestia, non già perché in tanti e tanti anni di prova essa ancora non aveva saputo farsi capace che, essendo troppo alta l'alzata di quello scalino, per forza, nell'aderirvi tutta verticalmente, avrebbe dovuto a un punto perder l'equilibrio e cader riversa; ma perché, ajutata da lui, aveva rifiutato l'ajuto.
Che seguiva però da questa riflessione? Che, dicendo in questo senso bestia a un uomo, si viene a fare alle bestie una gravissima ingiuria, perché si viene a scambiare per stupidità quella che invece è probità in loro o prudenza istintiva.
Bestia, si dice a un uomo che non accetta l'ajuto, perché non par lecito pregiare in un uomo quella che nelle bestie è probità.
Tutto questo in generale.
Il Feroni poi aveva ragioni sue particolari di recarsi a dispetto quella probità, o prudenza che fosse, della vecchia tartaruga, e per un po' si compiaceva delle ridicole e disperate spinte ch'essa tirava nel vuoto così riversa, e alla fine, stanco di vederla soffrire, le soleva allungare un solennissimo calcio.
Mai, mai nessuno che avesse voluto dare a lui una mano in tutti i suoi sforzi per salire.
E tuttavia, neppure di questo si sarebbe in fondo doluto molto Fabio Feroni, conoscendo le aspre difficoltà dell'esistenza e l'egoismo che ne deriva agli uomini, se nella vita non gli fosse toccato di fare un'altra ben più triste esperienza, per la quale gli pareva d'aver quasi acquistato un diritto, se non proprio all'aiuto, almeno alla commiserazione altrui.
E l'esperienza era questa: che, ad onta di tutte le sue diligenze, sempre, com'egli era proprio lì lì per raggiunger lo scopo a cui per tanto tempo aveva teso con tutte le forze dell'anima, accorto, paziente e tenace, sempre il caso con lo scatto improvviso d'un saltamartino, s'era divertito a buttarlo riverso a pancia all'aria - proprio come quella tartaruga lì.
Giuoco feroce.
Una ventata, un buffetto, una scrollatina, sul più bello, e giù tutto.
Né era da dire che le sue cadute improvvise meritassero scarsa commiserazione per la modestia delle sue aspirazioni.
Prima di tutto, non sempre, come in questi ultimi tempi, erano state modeste le sue aspirazioni.
Ma poi...
- sì, certo, quanto più dall'alto, tanto più dolorose, le cadute - ma quella d'una formica da uno sterpo alto due palmi non vale agli effetti quella d'un uomo da un campanile? Oltre che la modestia delle aspirazioni, se mai, avrebbe dovuto far giudicare più crudele quel giochetto della sorte.
Bel gusto, difatti, prendersela con una formica, cioè con un poveretto che da anni e anni stenta e s'industria in tutti i modi a tirar su e ad avviare tra ripieghi e ripari un piccolo espediente per migliorare d'un poco la propria condizione; sorprenderlo a un tratto e frustrare in un attimo tutti i sottili accorgimenti, la lunga pena d'una speranza pian pianino condotta quasi per un filo sempre più tenue a ridursi a effetto!
Non sperare più, non più illudersi, non desiderare più nulla; andare innanzi così, in una totale remissione, abbandonato alla discrezione della sorte - l'unica sarebbe stata questa: lo capiva bene Fabio Feroni.
Ma, ahimè, speranze e desiderii e illusioni gli rinascevano, quasi a dispetto, irresistibilmente: erano i germi che la vita stessa gettava e che cadevano anche nel suo terreno, il quale, per quanto indurito dal gelo dell'esperienza, non poteva non accoglierli, impedire che mettessero una pur debole radice e sorgessero pallidi, con timidità sconsolata nell'aria cupa e diaccia della sua sconfidenza.
Tutt'al più, poteva fingere di non accorgersene; o anche dire a se stesso che non era mica vero ch'egli sperava questo, desiderava quest'altro; o che si faceva la più piccola illusione che quella speranza o quel desiderio potessero mai ridursi a effetto.
Tirava via, proprio come se non sperasse né desiderasse più nulla, proprio come se non s'illudesse più per niente; ma pur guardando, quasi con la coda dell'occhio, la speranza, il desiderio, l'illusione soppiatta, e seguendoli serio serio, quasi di nascosto da se stesso.
Quando poi il caso, all'improvviso, immancabilmente, dava a essi il solito sgambetto, egli n'aveva sì un soprassalto, ma fingeva che fosse una scrollatina di spalle e rideva agro e annegava il dolore nella soddisfazione sapor d'acqua di mare di non aver punto sperato, punto desiderato, di non essersi illuso per nientissimo affatto; e che perciò quel demoniaccio del caso questa volta, eh no, questa volta non gliel'aveva fatta davvero!
- Ma si capisce! Ma si capisce! - diceva in questi momenti agli amici, ai conoscenti, suoi compagni d'ufficio, là nella biblioteca ov'era impiegato.
Gli amici lo guardavano senza comprender bene che cosa si dovesse capire.
- Ma non vedete? è caduto il Ministero! - soggiungeva il Feroni.
- E si capisce!
Pareva che lui solo capisse le cose più assurde e inverosimili, da che non sperando più, per così dire, direttamente, ma coltivando per passatempo speranze immaginarie, speranze che avrebbe potuto avere e non aveva, illusioni che avrebbe potuto farsi e non si faceva, s'era messo a scoprire le più strambe relazioni di cause e d'effetti per ogni minimo che; e oggi era la caduta del Ministero, e domani la venuta dello Scià di Persia a Roma, e doman l'altro l'interruzione della corrente elettrica che aveva lasciato al bujo per mezz'ora la città.
Insomma, Fabio Feroni s'era ormai fissato in ciò che egli chiamava lo scatto del saltamartino; e, così fissato, era caduto in preda naturalmente alle più stravaganti superstizioni, che, distornandolo sempre più dalle sue antiche, riposate meditazioni filosofiche, gli avevan fatto commettere più d'una vera e propria stranezza e leggerezze senza fine.
Prese moglie, un bel giorno, lì per lì, come si beve un uovo, per non dar tempo al caso di mandargli tutto a gambe all'aria.
Veramente, egli guardava da un pezzo (al solito, con la coda dell'occhio) quella signorina Molesi, che stava presso la biblioteca: Dreetta Molesi, che più gli pareva bella e piena di grazia e più diceva a tutti ch'era brutta e smorfiosa.
Alla sposina che, avendo una gran fretta anche lei, si lamentava della troppa fretta di lui, disse che aveva già tutto pronto da tempo: la casa, così e così, che ella però non doveva chiedere di visitare avanti, perché gliela riserbava come una bella sorpresa per il giorno delle nozze; e non volle dire neppure in che via fosse, temendo che di nascosto o con la madre o col fratello andasse a visitarla, tentata dalle minuziose descrizioni ch'egli le aveva fatto di tutti i comodi ch'essa offriva e della vista che si godeva dalle finestre, e dei mobili che aveva acquistati e disposti amorosamente nelle varie camerette.
Discusse a lungo con lei sul viaggio di nozze: a Firenze? a Venezia? Ma quando fu sul punto, partì per Napoli, certo d'aver così gabbato il caso: d'averlo cioè spedito a Firenze e a Venezia da un albergo all'altro per guastargli le gioje della luna di miele, mentr'egli se le sarebbe godute, quieto e riparato, a Napoli.
Tanto Dreetta quanto i parenti rimasero storditi di questa improvvisa risoluzione di partire per Napoli, quantunque già un poco avvezzi a simili repentini cambiamenti in lui sia d'umore sia di propositi.
Non s'immaginavano che una ben più grande sorpresa li aspettava al ritorno dal viaggio di nozze.
Dov'era la casetta, il nido già apparecchiato da tempo e descritto con tanta minuzia? Dov'era? Nel sogno che Fabio Feroni destinava, come tutti gli altri, al caso perché si spassasse a distruggerglielo a sua posta con qualcuna delle sue improvvise prodezze.
Là, in due camerette ammobigliate, scelte lì per lì in treno, ritornando da Napoli, tra le tante disponibili negli annunzi d'affitti di un giornale, si vide condotta Dreetta appena giunta a Roma.
L'ira, l'indignazione questa volta ruppero tutti i freni finora imposti dalla buona creanza e dalla poca confidenza.
Dreetta e i parenti gridarono all'inganno, anzi peggio, all'impostura.
Perché mentire così? far vedere una casa apparecchiata di tutto punto, piena di tutti i comodi, perché?
Fabio Feroni, che s'aspettava quello scoppio, attese paziente che le prime furie svaporassero, sorridendo contento di quel suo martirio, e cercandosi con le dita nelle narici qualche peluzzo da tirare.
Dreetta piangeva? i parenti lo ingiuriavano? Era bene, era bene che fosse così, per tutta la gioja ch'egli aveva or ora goduta a Napoli, per tutto l'amore che gli riempiva l'anima.
Era bene che fosse così.
Perché piangeva Dreetta? Per una casa che non c'era? Eh via, poco male! ci sarebbe stata!
E spiegò ai parenti perché non avesse apparecchiato avanti la casetta e perché avesse mentito; spiegò che la sua menzogna, del resto, appariva tale un po' anche per colpa loro, cioè delle troppe domande che gli avevano rivolte quand'egli sul principio aveva dichiarato d'aver tutto pronto da tempo e di voler fare alla sposina una bella sorpresa.
Aveva pronto il denaro, ed eccolo lì; venti mila lire, risparmiate e raccolte in tanti anni e con tanti stenti; e la sorpresa che preparava a Dreetta era questa: di darle in mano quel denaro, perché pensasse lei, lei soltanto, a metter su il nido di suo gusto, come una necessità e non come un sogno.
Ma, per carità! non seguisse ella in nulla e per nulla la descrizione immaginaria che lui gliene aveva fatta un tempo; tutto diverso doveva essere; scegliesse lei con l'ajuto della mamma e del fratello; egli non voleva saperne nulla; perché, se minimamente avesse approvato questa o quella scelta e se ne fosse compiaciuto, addio ogni cosa! E volle infine prevenirli che se speravano ch'egli delle loro compere e dell'assetto della casa e di tutto quanto si dichiarasse contento, se lo levassero pure dal capo, perché fin d'ora, a ogni modo, se ne dichiarava scontento, scontentissimo.
Fosse per questo, fosse per la cordialità dei padroni di casa, buoni vecchi all'antica, marito e moglie con una figliuola nubile, Dreetta non s'affrettò più di comporsi il nido.
Rimasero d'accordo coi padroni di casa, che avrebbero sloggiato alla nascita del primo figliuolo.
Intanto i primi mesi di matrimonio furono un fiume di pianto nascosto per Dreetta, la quale, volendo vivere a modo del marito, ancora non s'era accorta ch'egli diceva tutto il contrario di quello che desiderava.
Fabio Feroni in fondo desiderava tutto ciò che avrebbe potuto far contenta la sposina; ma sapendo che, se avesse manifestato e seguito quei desiderii, il caso li avrebbe subito rovesciati, per prevenirlo, manifestava e seguiva i desiderii contrarii: e la sposina viveva infelice.
Quand'ella infine se n'accorse e cominciò a fare a suo modo, cioè tutt'al contrario di quel che diceva lui, la gratitudine, l'affetto, l'ammirazione di Fabio Feroni per lei raggiunsero il colmo.
Ma il pover'uomo si guardò bene dall'esprimerli; si sentì felice anche lui, e cominciò a tremarne.
Così pieno di gioja, come fare a nasconderla? a dichiararsi scontento?
E guardando la sua piccola Dreetta già incinta, gli occhi gli s'invetravano di lagrime; lagrime di tenerezza e di riconoscenza.
Negli ultimi mesi la moglie, col fratello e la mamma si diede attorno, per metter su la casetta.
La trepidazione di Fabio Feroni divenne in quei giorni più che mai angosciosa.
Sudava freddo a tutte le espressioni di giubilo della sposina, soddisfatta della compera di questo o di quel mobile.
- Vieni a vedere...
vieni a vedere...
- gli diceva Dreetta.
Con tutte e due le mani egli avrebbe voluto turarle la bocca.
La gioja era troppa; quella era anzi la felicità, la vera felicità raggiunta.
Non era possibile che non accadesse da un momento all'altro una disgrazia.
E Fabio Feroni si mise a guardare attorno e avanti e indietro con rapidi sguardi obliqui per scoprire e prevenir l'insidia del caso, l'insidia che poteva annidarsi anche in un granellino di polvere; e si buttava con le mani a terra, gattone, per impedire il passo alla moglie se scorgeva sul pavimento qualche buccia su cui il piedino di lei avrebbe potuto smucciare.
Ecco, forse l'insidia era là, in quella buccia! O forse...
ma sì!, in quella gabbia lì, del canarino...
Già una volta Dreetta era montata su un sediolino, col rischio di cadere, per rimetter la canapuccia nel vasetto.
Via quel canarino! E alle proteste, al pianto di Dreetta, egli, tutt'arruffato, ispido, come un gatto fustigato:
- Per carità, - s'era messo a gridare, - ti prego, lasciami fare! lasciami fare!
E gli occhi sbarrati gli andavano di continuo in qua e in là, con una mobilità e una lucentezza che incutevano paura.
Finché una notte ella non lo sorprese in camicia con una candela in mano, che andava cercando l'insidia del caso entro le tazzine da caffè capovolte e allineate sul palchetto della credenza nella sala da pranzo.
- Fabio, che fai?
E lui, ponendosi un dito su la bocca:
- Ssss...
zitta! Lo scovo! Ti giuro che questa volta lo scovo...
Non me la fa!
Tutt'a un tratto, o fosse un topo, o un soffio d'aria, o uno scarafaggio sui piedi nudi, il fatto è che Fabio Feroni diede un urlo, un balzo, un salto da montone, e s'afferrò con le due mani il ventre gridando che lo aveva lì, lì, il saltamartino, lì dentro, lì dentro lo stomaco! E dalli a springare, a springare in camicia per tutta la casa, poi giù per le scale e poi fuori, per la via deserta, nella notte, urlando, ridendo, mentre Dreetta scarmigliata gridava ajuto dalla finestra.
VISITARE GL'INFERMI
In meno d'un'ora per tutto il paese si sparse la notizia che Gaspare Naldi era stato colpito d'apoplessia in casa del Cilento, suo amico, dal quale s'era recato per condolersi della recente morte del figliuolo.
Tutti, in prima, più che afflizio
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