DUECENTO SONETTI, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 2
...
.
Questo compare è Marforio, antica statua rappresentante l'Oceano, o come altri vogliono il fiume Nar, o il Reno, posta oggi nel cortile del Museo Capitolino o di Augusto.
- Fu dissotterrata nell'antico Foro di Marte, Martis Forum, donde la corruzione popolare di Mar-forio.
Perché Pasquino potesse rispondere argutamente aveva bisogno d'essere interrogato; e il popolo affidò quest'ufficio a Marforio.
Non bastando lui, entrano in iscena i pertichini, come l'abate Luigi e madama Lucrezia, avanzi anch'essi di statue antiche.
Ma il vero demone tentatore che sa solleticare a meraviglia lo spirito caustico di Pasquino, è Marforio.
Egli interroga, Pasquino risponde.
Andrebbe tuttavia errato chi credesse che Marforio si trovi vicino al suo vecchio compare.
Essi, è vero, sono amici da quattro secoli, ma neppure si videro mai.
Infatti Marforio, dopo che fu disseppellito, giacque lungo tempo dietro il Campidoglio, sul principio della via che da lui prese nome, e ne fa testimonianza la seguente iscrizione, che si legge sulla facciata di una casetta:
HIC ALIQUANDO INSIGNE
MARMOREUM SIMULACRUM FUIT,
QUOD VULGUS OB MARTIS FORUM
MARFORIUM
NUNCUPAVIT;
IN CAPITOLIUM UBI NUNC EST
TRANSLATUM.
La casetta, e il Museo dove Marforio fu trasportato, sono vicinissimi fra di loro; ma distano entrambi un buon miglio dalla residenza di Pasquino.
Gli è quindi fuori di dubbio che i due amici non si conoscono di persona; epperò non si può supporre che ne' loro dialoghi le domande venissero affisse su Marforio e le risposte su Pasquino: sembra invece che domande e risposte si affiggessero un tempo sopra quest'ultimo; poichè, sin da quando ci fu collocato all'angolo del palazzo Orsini (oggi Braschi), essendo il luogo centrale e frequentato, i capi-rione vi appiccicavano su i manifesti municipali, gli avvisi sacri, le bolle, le indulgenze e simili: e quindi è ben naturale che anche il popolo vi affiggesse le sue proteste contro il Municipio e contro i preti.
È così che il povero Pasquino, sparuto e allampanato, porta per tutto il corpo i segni onorati delle durate battaglie; mentre Marforio si mantiene allegroccio e pastricciano, che è un piacere a vederlo.
Coll'andar del tempo, quando l'esser colto nell'atto di affiggere una pasquinata, poteva costare una mano, si cominciò a tenere un modo più comodo e meno pericoloso.
- L'autore della satira esce di buon mattino, e fingendo di averla trovata affissa qua o colà, la dice al primo sfaccendato che incontra per via: di tal modo, in capo a ventiquattr'ore, la satira è volata di bocca in bocca per tutta Roma.
Ecco alcuni saggi delle conversazioni de' due vecchi compari.
Ne' primordi dell'invasione de' Francesi rivoluzionari capitanati dal Berthier; quando il vincitore d'Arcole e di Rivoli bruttava la bella fama di guerriero, facendo spogliare questa Italia sua patria de' codici più preziosi e de' capilavori dell'arte, unica gloria, unico bene che omai le fosse rimasto in tante fortunose vicende; quando insomma il giovane Bonaparte provava coi fatti che la parola repubblica nel vocabolario francese è sinonimo di ladronaia, e che la libertà di tanto è pregevole a casa propria, in quanto può servire a portar la schiavitù e la desolazione a casa altrui; il compare Marforio domandava sonnecchiando a Pasquino: "Pasquino! che tempo fa?" E quello rispondeva: "Uh! fa un tempo da ladri!" E pochi giorni dopo, domandava ancora: "Pasquino! è vero che i Francesi so' tutti ladri?" - "Tutti, no; ma bona-parte."
Quando papa Clemente XI spediva ad Urbino sua patria delle grosse somme di danaro, Marforio domandava:
"Che fai, Pasquino?"
"Eh! guardo Roma, chè non vada a Urbino."
Circa il 1656, papa Alessandro VII doveva consacrare la nuova chiesa della Pace, e dinanzi alla porta gli fu eretto un arco trionfale, su cui leggevasi la seguente iscrizione:
ORIETUR IN DIEBUS NOSTRIS JUSTITIA ET ABUNDANTIA PACIS.
Nella notte precedente il giorno della consacrazione, Pasquino aggiunse un M in capo a quelle parole.
Nessuno si avvide dello scherzo, e al mattino venne il papa, e lesse con poca sua compiacenza:
MORIETUR IN DIEBUS NOSTRIS JUSTITIA ET ABUNDANTIA PACIS.
Quando questo papa Alessandro passò a migliore o peggior vita, Marforio domandò a Pasquino: "Che ha detto er papa prima de morì?"
E Pasquino quella volta rispose latinamente, che il papa aveva detto:
MAXIMA DE SE IPSO;
PLURIMA DE PARENTIBUS;
PRAVA DE PRINCIPIBUS;
TURPIA DE CARDINALIBUS;
PAUCA DE ECCLESIA;
DE DEO NIHIL.
Nel 1862, il giorno di san Pietro, corse voce che alcune pareti della Basilica vaticana, per difetto di arazzi, fossero state coperte alla meglio con carta colorata.
In quell'anno s'era parlato molto della probabile partenza del papa da Roma, se questa città si fosse rivendicata all'Italia.
Marforio ingenuamente domandava a Pasquino: "È vero ch'er papa fa fagotto?" - "E certo (rispondeva Pasquino), nun vedi che ha incartato San Pietro?"
Qualche volta Marforio fa lo spiritoso anche lui; e non è meraviglia che da tanti anni, bazzicando con Pasquino, gli si sia appiccato un po' del suo spirito satirico.
Un bel giorno domanda al compare:
"Amico! indóve vai così de fuga?"
"Lasceme annà, che ho da fa' un viaggio lungo, gnente de meno che ho d'arrivà a Babilonia!"
"E allora férmete, chè se' arrivato!"
Si vede che Marforio non riesce ad essere originale.
Egli aveva letto e fatto suo quel verso di Petrarca: "Già Roma, or Babilonia falsa e ria," e l'altro: "L'avara Babilonia ha colmo il sacco," ecc.
Versi che dovrebbero ammonire i nostri neoguelfi, perocchè se a' tempi del canonico don Francesco Petrarca, vale a dire cinque secoli addietro, il Papato era una Babilonia avara, falsa e ria, e tale si mantiene anche oggi, è vano omai lo sperare che la gran bestia muti pelo.
Durante l'assedio di Roma del 1849, era Marforio che voleva andarsene a fare un viaggio; ma Pasquino lo sconsigliava: "Fijjo bello, e indóve passi? Pe' terra ce so' li Francesi; pe' mare ce so' li Tedeschi; per aria ce so' li preti!"
Abbiamo anche parecchi evangelii secundum Pasquillum, colla loro vulgata, fatta da nuovi san Girolami; non approvata, è vero, dal Concilio di Trento, ma approvata dal comune consentimento del popolo.
Eccone uno:
EVANGELIUM
SECUNDUM PASQUILLUM.
LIBER GENERATIONIS ANTI-CHRISTI FILII DIABOLI.
(Evangelio secondo Fasquino.
La genealogia dell'Anticristo figlio del diavolo.)
"Il diavolo concepì il papa, il papa la bolla, la bolla la cera, la cera il piombo, il piombo l'indulgenza.
"L'indulgenza concepì la carena,(10) questa la quadragena,(11) che fu madre della simonia ed avola della superstizione:
"La simonia partorì il cardinale e fratelli, durante e dopo la prigionia di Babilonia.
"Il cardinale ingenerò il cortigiano, il cortigiano il vescovo papista, il vescovo papista il suffragrante ed il prebendario, che ebbero la pensione per figlia.
"Questa diede luce alla decima, che partorì l'oppressione del villano.
"L'oppressione del villano ingenerò l'ira, e l'ira l'insurrezione, nella quale si rivelò il figlio dell'iniquità, che si chiama l'Anticristo.(12)"
Spesso Pasquino e Marforio sono lasciati da banda, e la satira vien fuori in forma libera, senza dialogo.
Sopra il predetto Alessandro VII, cardinal Ghigi da Siena, fu scritto il seguente epitaffio:
Quel che sen giace in questa tomba oscura,
Già nacque in Siena povero compagno;
Gli diè nome di Fabio il sacro bagno,
E d'empio e scellerato la natura.
Entrò con pochi soldi in prelatura,
E vita fe' da monsignor sparagno;
Fu fatto papa, e d'Alessandro magno
Si pose il nome, sì, non la bravura.
Che non fe', che non disse, al trono alzato?...
Parlò sempre da santo, oprò da tristo;
Entrò da Pietro, ed uscì da Pilato.
Fe' di tant'alme al negro regno acquisto,
Che saper non si può s'egli sia stato
Del diavolo Vicario, oppur di Cristo.(13)
Quando non so qual papa mise o aggravò l'imposta sul tabacco, un bel mattino fu trovato scritto sul muro del palazzo pontificio il versetto 25 del cap.
XIII del libro di Giobbe: "Contra folium, quod vento rapitur, obstendis potentiam tuam, et stipulam siccam persequeris?" - Il papa, informato della satira, ordinò che non si cancellassero quelle parole, e disse che sarebbe stato lietissimo di conoscerne l'autore, che certo doveva esser uomo di buon ingegno.
Codesto desiderio del papa fu soddisfatto, perché, poco dopo, si trovò che il versetto era stato firmato dal vero autore: Job.
- Allora il papa fece spargere voce che avrebbe concesso un grosso premio al satirico, se si fosse rivelato; ma quello, ricordandosi forse del brutto giuoco fatto all'autore della pasquinata contro la sorella di Sisto V, andò di notte, e accanto alla firma di Job, scrisse: gratis.
E così il buon papa dovette crepare colla voglia in corpo.
La Censura romana, come tutti sanno, ha fatto sempre uno strazio, tanto crudele quanto ridicolo, delle opere destinate alla scena.
Il conte Giovanni Giraud, poeta satirico e commediografo di non poco valore, vedendo i suoi drammi fatti segno costantemente agli scrupoli ipocriti di un abate revisore pedante e cocciuto, si vendicò indirizzandogli il seguente sonetto, che divenne molto popolare:
ALL'ABATE PIETRO SOMAI
REVISORE TEATRALE.
[1825?]
Del sommo Pietro, Adamo del Papato,
Puoi dirti, Abate mio, fratel cugino
Abbietto nacque Pietro, e tal sei nato;
Pietro pescò nell'acqua, e tu nel vino.
Peccò colla fantesca di Pilato
E ne pianse col gallo mattutino;
Tu, colla serva tua quand'hai peccato,
N'hai pianto col cerusico vicino.
Pietro irato fe'strazio agli aggressori
D'un solo orecchio; ma tu sempre, il credi,
Ambo gli orecchi strazi agli uditori.
Giunto alfin Pietro ove tu presto arrivi,
Pose nel luogo della testa i piedi:
E com'egli mori, così tu vivi.
Allorquando morì Pio VIII, che aveva pontificato soli venti mesi, una satira lo proponeva a modello al nuovo papa, e finiva così:
Se imitar nol saprete in tutto il resto,
Imitatelo almeno in morir presto!
Un anno, per la festa di sant'Ignazio di Lojola, i padri gesuiti eressero nella loro chiesa un altare veramente splendido.
Sopra la statua d'argento rappresentante il Santo, si vedeva il solito Padreterno di stucco.
Un pasticcetto co' li guanti, uscendo di chiesa, disse ad una signora: "Vada, vada al Gesù: c'è la statua di sant'Ignazio d'argento e un altare tanto bello, che lo stesso Padreterno n'è rimasto di stucco."
Un tal padre Lorini, in una sua predica aveva spiegato agli uditori come il fuoco del Purgatorio non sia vero, ma simbolico.
Pare che questo modo di pascere le pecorelle non andasse a genio a' guardiani superiori del gregge, e che perciò toccasse al frate una bella lavata di capo.
Fatto sta, che sulla porta della chiesa dove predicava il Lorini, venne affisso un sonetto, che noi raccogliemmo mutilato com'è dalla bocca di un sartore.
A' versi che mancano supplisca la immaginazione de' lettori: ex ungue, leonem!
Senza neppur di fuoco una scintilla
Ci pingesti, o Lorini, il Purgatorio
Dicesti, quasi in cella o romitorio
Starsi colà ogn'anima tranquilla.
Perdio! se fai cosi, come si strilla!
Addio messe, addio esequie, addio mortorio!
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
E non sai tu che il fuoco de' purganti,
Sorgente di dovizie al sacerdozio,
Fa bollir la marmitta a tutti quanti?
Deh, per pietà! dismetti un tal negozio,
E lascia come pria che gl'ignoranti
Ci mantengano i vizi in grembo all'ozio.
Sotto il pontificato di Gregorio XVI, mentre era tesoriere il Tosti, e si facevano i prestiti con Rotschild al 65 per cento,(14) il Governo sciupò una grossa somma di danaro per costruire una enorme fabbrica presso il porto di Ripetta, sulla sinistra del Tevere.
Non piacque il disegno, e le male lingue dissero che l'architetto Camporesi ci aveva messo da parte un buon gruzzolo di pecunia.
Checchè ne sia di questo, comparve una incisione rappresentante il Tevere che portava su le spalle il nuovo edifizio, e sotto v'erano scritte le parole del Salmo 128: "Supra dorsum meum fabricaverunt peccatores;" e poichè al primitivo disegno della fabbrica fu aggiunto un altro braccio, rieccoti il padre Tebro a proseguire collo stesso versetto: "et prolongaverunt iniquitatem suam."
Talvolta la satira si fa lecito di penetrare nel santuario delle pareti domestiche.
Ciò non è bene; ma tuttavia non possiamo astenerci dal recarne un curioso esempio.
Un buon diavolo di avvocato condusse in moglie una giovane un po' cervellina.
Per un capriccio del caso, egli si chiamava Cesare, ed ella Roma.
Il giorno delle nozze, l'avvocato trovò sulla porta di casa questo avvertimento:
CAVE, CÆSAR, NE ROMA TUA RESPUBLICA FIAT.
Ei non era uomo da perdersi per così poco: staccò il cartellino, e ce ne mise un altro con questa risposta:
STULTE! CÆSAR IMPERAT.
Il satirico, che in furberia poteva dar dei punti al diavolo, vedendo quella risposta, vi scrisse sotto:
IMPERAT?...
ERGO CORONATUS EST!
L'avvocato non fiatò più.
Allorchè, nel 1853, il celebre areonauta bolognese Piana morì per aria assiderato, il luttuoso caso fornì argomento a una satira, della quale non ricordo che pochi versi.
Il Piana era andato personalmente dal Santo Padre a chiedergli il permesso di volar nel pallone, e Pio IX, concedendoglielo, aveva voluto per soprammercato impartirgli la benedizione apostolica.
È noto che Pio IX ha fama di jettatore per eccellenza: ebbene, la satira diceva così:
Morì per l'aere l'infelice Piana,
Lottando con libeccio e tramontana.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
Ma già si prevedea un destin fatale.
Per l'alzata di Pio, che ha sempre male!
Il Papa fu dolente della morte del Piana, e certo dovette risaper della satira; perocchè pochi anni dopo, una signora chiese il permesso di fare un'ascensione, e le fu ricisamente niegato.
Allora essa domandò che almeno le si desse facoltà di metter nel pallone una bestia qualunque - ben inteso che non portasse chierica; - e questo le fu concesso.
La scelta cadde sopra una povera pecora, che fece la sua ascensione tra gli schiamazzi di una pazza moltitudine.
Il pallone ricadde presso gli orti farnesiani, e il giorno vegnente, sui muri di quella contrada si trovò scritto a lettere cubitali:
Quest'anno è volata la pecora; st'altr'anno volerà il pastore.
Predizione che non si è, pur troppo, avverata!
Quando nel 1857 Pio IX andò a fare il famoso viaggio per gli Stati felicissimi, all'atto della partenza, mentre saliva in carrozza, il grande elemosiniere di Corte - vecchio monsignore, secentista per la pelle - gli diresse queste parole:- "Beatissimo padre! Voi partite bello e splendido come il sole che risplende in questa bella giornata, ed io vi auguro che torniate vegeto e grasso come la luna." - "Che aritorna a quarti a quarti!" soggiunse nell'orecchio a' compagni un trasteverino che per curiosità si trovava lì presso.
Arrivato a Sinigaglia o a Bologna, il Papa ricevette colla posta di Roma una lettera, nella quale era scritto: "Santo Padre!" e poi seguiva, senz'altro, il numero 610, che letto cifra per cifra, significa: "Sei uno zero." Dicono che Pio IX; solito a ridere delle pasquinate, indovinando quel complimento, facesse un po' la brutta cera.
Nella Piazza di sant'Eustacchio, sopra un casotto dove la sera dell'Epifania si vendevano pupazzi pei bimbi, si videro scritte queste parole: "La ville de Paris."
Anche l'anagramma vanta a Roma i suoi cultori.
La parola cardinali, per esempio, fu da tempo immemorabile voltata a significare ladri cani.
Le iniziali R.
C.
A., poste sulla insegna di una prenditoria del lotto, e che significano Reverenda Camera Apostolica, vennero interpretate: Rubate, canaglia, allegramente.
Durante la effimera Repubblica del '49, nella farmacia di un tal Peretti stava un bel pappagallo, ammaestrato a dir villanie ai preti, quando li vedeva passare.
Dopo la restaurazione del Governo pontificio, il povero animale fu catturato, e non se ne seppe più nuova.
È probabile che finisse anche lui vittima delle feroci repressioni del Triumvirato rosso.(15) Circolò allora una satira intitolata: Il Pappagallo di Peretti mandato in esilio dalla Commissione governativa; satira che fu letta avidamente, e che, non ostante la soverchia prolissità e la trascuratezza della forma, è bella per molti passi in cui è toccata la vera corda del ridicolo, e per un affetto vivo e direi quasi disperato sulle sventure d'Italia.
Leggendola, ti accorgi subito che non fu scritta da un poeta laureato; e perciò la riferisco quasi per intero, a comprovare sempre più quel che ho detto in principio, che cioè a Roma si nasce coll'epigramma sulle labbra.
La satira comincia così:
Pinto drappello,
Odi la storia
D'un tuo fratello.
Nella romulea
Città beata,
Dal suo Pontefice
Infranciosata,
Era bellissimo
Un pappagallo,
Bianco, porpureo
E verde e giallo.
Presso d'un chimico
Laboratorio,
Cantava i scandali
Del fu Gregorio.
Era satirico
Motteggiatore,
E de' retrogradi
Persecutore.
Vedea canonici,
Frati e piovani?...
Gridava subito
"Razza di cani!"
Un dì battendosi
Vita per vita,
Beccò la chierica
D'un gesuita.
Siccome indigeno
Americano,
Era fierissimo
Repubblicano;
Quindi in sua stridula
Lingua nativa,
Alla Repubblica
Cantava evviva.
Ma ecco, un bacchettone va e riferisce al Triumvirato rosso che il pappagallo ha dato dell'apostata a papa Mastai.
Le eminenze, sorprese del novissimo caso e dell'audacia della bestia,
Cospetto! (esclamano)
Anche gli augelli
In questo secolo
Sono rubelli?
È un sacrilegio
Con malefizio:
Bisogna chiuderlo
Al sant'Uffizio.
è bestia eretica,
Indemoniata,
In cna Domini,
Scomunicata.
-
Ma cessato questo primo bollore di collera, le eminenze si accorgono d'aver detto spropositi:
Ah! no, alle bestie
Non istà bene
Dar la scomunica
In bulla cna.
-
- Ebben (ripiglia
Il Della Genga),
Ad un rimedio
Dunque si venga:
Vada in esilio
Fuor degli stati,
A far combriccole
Cogli emigrati -
- In Christo Domino
Cari fratelli,
(Rispose il bambolo
Di Vannicelli),
Io per l'ergastolo
Ho più passione;
Questo volatile
È un demagogo;
Senza giudizio,
Si danni al rogo.
-
- Non è più l'epoca
D'esser severi
(Disse il patrizio
Mistico Altieri
Questa è politica
Punizione! -
E qui la trïade
Dissenziente
Ai voti appellasi
Inimantinente.
Fu per l'esilio
La maggioranza,
D'appello o grazia
Senza speranza.
E a questo punto il poeta compiange la sorte del povero pappagallo, il quale non troverà un lembo di terra che lo accolga nella sventura.
"Se tu vai in Austria, gli dice, ti rinchiudono nello Spielbergo.
In Inghilterra, son tutti mercanti e ti venderebbero per pochi soldi.
In Ispagna, c'è donna Isabella, che ama gli uccelli, è vero, ma senza favella.
Se torni in America, i tuoi compagni ti fischiano.
Dunque, dove si va? Ah! ecco, è trovata! In Francia.
Ma che! tu ridi? Orsù, ascoltami:
Di': per qual crimine
Ti dan lo sfratto?
Per le tue chiacchiere,
Per nessun fatto.
Ebben, tal genere
Di crimenlese
É proprio il genio
Di quel paese.
Colà, di chiacchiere
E cicalate
Si fa commercio,
E son pagate.
Thiers, il celebre,
Con che s'aiuta?
Colla linguaccia
Che s'è venduta!
.
.
.
.
.
.
.
.
.
E i capocomici
Dell'Assemblea
Non fanno vendita
Di panacèa?
Là v'è commedia
Ogni momento,
Sotto il bel titolo
Di parlamento.
Chi più sofistica
Ha più ragione,
E chi più strepita
È un Cicerone.
Là le bestie fanno fortuna, e ve n'ha di tutte le razze:
Bestie che rodono
Tozzo plebeo;
Bestie che vestono
Da generali;
Bestie che gracchiano
Da curiali;
Bestie che nacquero
Presso del soglio;
Bestie che rubano
Il portafoglio.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
E non è l'ultimo
In tal corteggio
L'eminentissimo
Duca di Reggio.
Di Roma il lauro
Porta sul fronte,
Generalissimo
Rinoceronte.
E de' suoi militi
Alla presenza
Legge il chirografo
Dell'indulgenza
Che il gran Pontefice
Scrisse a que' bravi
Che combatterono
Per le sue chiavi.
Bestie che ingrassano
Nell'Eliseo;
Oh! dolce premio
Di sacre mani,
Per un esercito
Di sagrestani!
Ma la grossissima
Bestia potente,
Della Repubblica
È il Presidente.
Bestia cattolica,
Belligerante,
Nella politica
È un elefante.
Ei scrive lettere,
Détta messaggi;
Ma ci si nettano
Ministri e paggi.
Vorrebbe l'aquila
Di quel divino...
Ma un teschio d'asino
Gli sta vicino.
Cerca la celebre
Spada fatale,
Ma stringe il manico
Dell'orinale!
Va dunque, mio pappagallo; chè là, fra tante bestie, farai fortuna tu pure:
Vanne, e salutami
La grande armata,
Che già s'esercita
Alla parata.
Saluta i poveri
Nostri emigrati
E i democratici
Perseguitati.
E, se d'Italia
Parlar ti lice,
Narra lo strazio
Dell'infelice!
Di'...
ma deh! lascia,
Per carità!
Neppur un'anima
T'ascolterà.
Narra l'infamia
Di Rostolano,(16)
Che a feccia d'uomini
Diede la mano:
E de' suoi militi
Narra lo scempio,
Ridotti ad essere
Sgherri del tempio.
Di' ch'essi baciano
I delatori,
E il pan dividono
Coi monsignori;
Là v'è politica
Senza ragione,
E babilonica Confusione.(17)
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
Nel luglio 1860, fece chiasso una satira contro il generale Lamoricière buon'anima.
Tutti ne sapevano a memoria qualche brano, e l'andavano ripetendo nei luoghi degli amichevoli convegni.
Oggi parrà una freddura a chi non si riporti coll'animo a que' giorni d'ira, di speranza e di trepidazione.
Eccola:
A LAMORICIÈRE.
Secura all'egida
Del grande intrigo,
Pescato al Mincio,
Fritto a Zurigo,
L'Italia in fieri,
Dall'Arno al Po,
Mandava a rotoli
Lo statu quo.
Tolti al benefico
Protettorato
Dell'illustrissimo
Signor Croato,
I nuovi popoli,
Ormai padroni
Di dire al pubblico
Le lor ragioni;
Stracciando il codice
Del gius divino
Ad un sacrilego
Re giacobino
S'immaginarono
D'offrire in dono
Di tre legittimi
Sovrani il trono.
Se incompatibili
Fra lor pur sono,
Come pretendesi,
L'altare e il trono;
Nel bivio orribile
Dovean, mi pare,
Anzi che il soglio
Minar l'altare;
E il buon Pontefice,
Serbando illesa
La parte solida
Della sua Chiesa,
Non sconcertavasi
L'umor sereno
Per un eretico
Di più o di meno
Ma perchè l'avido
Re subalpino,
In barba a' lasciti
Di san Pipino,
S'è messo in animo,
Povero allocco,
Di far l'Italia
Tutta d'un tocco;
Il Re-Pontefice,
A fin che il santo
Dogma del quindici
Non vada infranto,
Nella sua collera
Diede di mano
All'armi emerite
Del Vaticano.
Fu tutta polvere
Bruciata al vento!
Il sacro fulmine,
Scoppiato a stento,
Fe' come un razzo
Artificiale:
Molto fracasso
E verun male.
Visto che l'empia
Sïon non crolla
Sotto le scariche
Della sua Bolla;
Visto che i reprobi
Farsi un esercito
Tutto terreno,
E l'economica
Del ciel caterva
Serbòlla in pectore
Come riserva.
Tedeschi, Svizzeri
Belgi e Spagnuoli
S'urtan, s'affollano
Ne'sacri ruoli;
Commosso a' gemiti
Del Papa-re,
Tira la sciabola
Perfin Noè.(20)
Ma in mezzo al balsamo
Che versa Iddio
Sul beatissimo
Cuore di Pio,
Un pensier torbido
Ahi! lo molesta
A tante braccia
Manca la testa.
Via, non affliggerti,
O santo Padre,
S'ancora acefale
Son le tue squadre:
Fede e coraggio,
Coraggio e fede,
Dio le tue angustie
Vede e provvede.
De' campi d'Affrica
Noto campione,
Disceso al règime
Della pensione,
Sotto le tegole
D'un quinto piano
Marciva un pseudo-
Repubblicano.
O fondi pubblici,
Crescete a Vienna.
Rotta dal turbine,
Ritorna in squero
La venerabile
Barca di Piero;
Più non pericola
Il roman soglio
L'oca già vigila
In Campidoglio.
Vieni, spes unica
Del Padre santo:
Calma il suo spirito,
Tergi il suo pianto;
Vieni, coordina,
Addestra all'armi
L'orda babelica
De' suoi gendarmi.
Un dì per opera
Dell'uom divino,
L'acqua, oh miracolo!,
Cangiòssi in vino
Ma tu, corbezzoli!,
Quanto più bravo,
Muti un austriaco
In un zuavo.
Va, dunque, visita
Pesaro e Ancona
Col fiero vescovo
Di Carcassona;(22)
Fa campi, edifica
Ridotti e forti,
E alfin sguinzaglia
Le tue coorti.
Se l'empia a sperdere
Oste d'Ammone
Un pezzo d'asino
"Su dunque, impavidi!
Dai chiusi valli
Si scaraventino
Fanti e cavalli,
E il sacro intuonino
Inno guerriero:
Morte all'Italia,
Viva san Piero.
Viva il collegio
Cardinalizio,
Viva la fiaccola
Del Sant'Uffizio;
Viva la chierica,
Viva la tiara,
Viva il battesimo
Dato a Mortara!
Che val se irrompono
Da tutt'i lati
Quanti ha l'Italia
Armi ed armati?
Fuoco alla miccia
Avanti...
Urrah!
Les Italiens
Ne se battent pas.
Il suon terribile
Di questi accenti
Scuote gli esotici
Tuoi reggimenti,
Che in coro mugghiano
Avanti...
Avanti,
In tutt'i diapason
Del Mezzofanti.(24)
Gi
...
[Pagina successiva]