DUECENTO SONETTI, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 3
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Talvolta la satira si fa lecito di penetrare nel santuario delle pareti domestiche.
Ciò non è bene; ma tuttavia non possiamo astenerci dal recarne un curioso esempio.
Un buon diavolo di avvocato condusse in moglie una giovane un po' cervellina.
Per un capriccio del caso, egli si chiamava Cesare, ed ella Roma.
Il giorno delle nozze, l'avvocato trovò sulla porta di casa questo avvertimento:
CAVE, CÆSAR, NE ROMA TUA RESPUBLICA FIAT.
Ei non era uomo da perdersi per così poco: staccò il cartellino, e ce ne mise un altro con questa risposta:
STULTE! CÆSAR IMPERAT.
Il satirico, che in furberia poteva dar dei punti al diavolo, vedendo quella risposta, vi scrisse sotto:
IMPERAT?...
ERGO CORONATUS EST!
L'avvocato non fiatò più.
Allorchè, nel 1853, il celebre areonauta bolognese Piana morì per aria assiderato, il luttuoso caso fornì argomento a una satira, della quale non ricordo che pochi versi.
Il Piana era andato personalmente dal Santo Padre a chiedergli il permesso di volar nel pallone, e Pio IX, concedendoglielo, aveva voluto per soprammercato impartirgli la benedizione apostolica.
È noto che Pio IX ha fama di jettatore per eccellenza: ebbene, la satira diceva così:
Morì per l'aere l'infelice Piana,
Lottando con libeccio e tramontana.
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Ma già si prevedea un destin fatale.
Per l'alzata di Pio, che ha sempre male!
Il Papa fu dolente della morte del Piana, e certo dovette risaper della satira; perocchè pochi anni dopo, una signora chiese il permesso di fare un'ascensione, e le fu ricisamente niegato.
Allora essa domandò che almeno le si desse facoltà di metter nel pallone una bestia qualunque - ben inteso che non portasse chierica; - e questo le fu concesso.
La scelta cadde sopra una povera pecora, che fece la sua ascensione tra gli schiamazzi di una pazza moltitudine.
Il pallone ricadde presso gli orti farnesiani, e il giorno vegnente, sui muri di quella contrada si trovò scritto a lettere cubitali:
Quest'anno è volata la pecora; st'altr'anno volerà il pastore.
Predizione che non si è, pur troppo, avverata!
Quando nel 1857 Pio IX andò a fare il famoso viaggio per gli Stati felicissimi, all'atto della partenza, mentre saliva in carrozza, il grande elemosiniere di Corte - vecchio monsignore, secentista per la pelle - gli diresse queste parole:- "Beatissimo padre! Voi partite bello e splendido come il sole che risplende in questa bella giornata, ed io vi auguro che torniate vegeto e grasso come la luna." - "Che aritorna a quarti a quarti!" soggiunse nell'orecchio a' compagni un trasteverino che per curiosità si trovava lì presso.
Arrivato a Sinigaglia o a Bologna, il Papa ricevette colla posta di Roma una lettera, nella quale era scritto: "Santo Padre!" e poi seguiva, senz'altro, il numero 610, che letto cifra per cifra, significa: "Sei uno zero." Dicono che Pio IX; solito a ridere delle pasquinate, indovinando quel complimento, facesse un po' la brutta cera.
Nella Piazza di sant'Eustacchio, sopra un casotto dove la sera dell'Epifania si vendevano pupazzi pei bimbi, si videro scritte queste parole: "La ville de Paris."
Anche l'anagramma vanta a Roma i suoi cultori.
La parola cardinali, per esempio, fu da tempo immemorabile voltata a significare ladri cani.
Le iniziali R.
C.
A., poste sulla insegna di una prenditoria del lotto, e che significano Reverenda Camera Apostolica, vennero interpretate: Rubate, canaglia, allegramente.
Durante la effimera Repubblica del '49, nella farmacia di un tal Peretti stava un bel pappagallo, ammaestrato a dir villanie ai preti, quando li vedeva passare.
Dopo la restaurazione del Governo pontificio, il povero animale fu catturato, e non se ne seppe più nuova.
È probabile che finisse anche lui vittima delle feroci repressioni del Triumvirato rosso.(15) Circolò allora una satira intitolata: Il Pappagallo di Peretti mandato in esilio dalla Commissione governativa; satira che fu letta avidamente, e che, non ostante la soverchia prolissità e la trascuratezza della forma, è bella per molti passi in cui è toccata la vera corda del ridicolo, e per un affetto vivo e direi quasi disperato sulle sventure d'Italia.
Leggendola, ti accorgi subito che non fu scritta da un poeta laureato; e perciò la riferisco quasi per intero, a comprovare sempre più quel che ho detto in principio, che cioè a Roma si nasce coll'epigramma sulle labbra.
La satira comincia così:
O dei volatili
Pinto drappello,
Odi la storia
D'un tuo fratello.
Nella romulea
Città beata,
Dal suo Pontefice
Infranciosata,
Era bellissimo
Un pappagallo,
Bianco, porpureo
E verde e giallo.
Presso d'un chimico
Laboratorio,
Cantava i scandali
Del fu Gregorio.
Era satirico
Motteggiatore,
E de' retrogradi
Persecutore.
Vedea canonici,
Frati e piovani?...
Gridava subito
"Razza di cani!"
Un dì battendosi
Vita per vita,
Beccò la chierica
D'un gesuita.
Siccome indigeno
Americano,
Era fierissimo
Repubblicano;
Quindi in sua stridula
Lingua nativa,
Alla Repubblica
Cantava evviva.
Ma ecco, un bacchettone va e riferisce al Triumvirato rosso che il pappagallo ha dato dell'apostata a papa Mastai.
Le eminenze, sorprese del novissimo caso e dell'audacia della bestia,
Cospetto! (esclamano)
Anche gli augelli
In questo secolo
Sono rubelli?
È un sacrilegio
Con malefizio:
Bisogna chiuderlo
Al sant'Uffizio.
è bestia eretica,
Indemoniata,
In cna Domini,
Scomunicata.
-
Ma cessato questo primo bollore di collera, le eminenze si accorgono d'aver detto spropositi:
Ah! no, alle bestie
Non istà bene
Dar la scomunica
In bulla cna.
-
- Ebben (ripiglia
Il Della Genga),
Ad un rimedio
Dunque si venga:
Vada in esilio
Fuor degli stati,
A far combriccole
Cogli emigrati -
- In Christo Domino
Cari fratelli,
(Rispose il bambolo
Di Vannicelli),
Io per l'ergastolo
Ho più passione;
Questo volatile
È un demagogo;
Senza giudizio,
Si danni al rogo.
-
- Non è più l'epoca
D'esser severi
(Disse il patrizio
Mistico Altieri
Questa è politica
Punizione! -
E qui la trïade
Dissenziente
Ai voti appellasi
Inimantinente.
Fu per l'esilio
La maggioranza,
D'appello o grazia
Senza speranza.
E a questo punto il poeta compiange la sorte del povero pappagallo, il quale non troverà un lembo di terra che lo accolga nella sventura.
"Se tu vai in Austria, gli dice, ti rinchiudono nello Spielbergo.
In Inghilterra, son tutti mercanti e ti venderebbero per pochi soldi.
In Ispagna, c'è donna Isabella, che ama gli uccelli, è vero, ma senza favella.
Se torni in America, i tuoi compagni ti fischiano.
Dunque, dove si va? Ah! ecco, è trovata! In Francia.
Ma che! tu ridi? Orsù, ascoltami:
Di': per qual crimine
Ti dan lo sfratto?
Per le tue chiacchiere,
Per nessun fatto.
Ebben, tal genere
Di crimenlese
É proprio il genio
Di quel paese.
Colà, di chiacchiere
E cicalate
Si fa commercio,
E son pagate.
Thiers, il celebre,
Con che s'aiuta?
Colla linguaccia
Che s'è venduta!
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E i capocomici
Dell'Assemblea
Non fanno vendita
Di panacèa?
Là v'è commedia
Ogni momento,
Sotto il bel titolo
Di parlamento.
Chi più sofistica
Ha più ragione,
E chi più strepita
È un Cicerone.
Là le bestie fanno fortuna, e ve n'ha di tutte le razze:
Bestie che rodono
Tozzo plebeo;
Bestie che vestono
Da generali;
Bestie che gracchiano
Da curiali;
Bestie che nacquero
Presso del soglio;
Bestie che rubano
Il portafoglio.
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E non è l'ultimo
In tal corteggio
L'eminentissimo
Duca di Reggio.
Di Roma il lauro
Porta sul fronte,
Generalissimo
Rinoceronte.
E de' suoi militi
Alla presenza
Legge il chirografo
Dell'indulgenza
Che il gran Pontefice
Scrisse a que' bravi
Che combatterono
Per le sue chiavi.
Bestie che ingrassano
Nell'Eliseo;
Oh! dolce premio
Di sacre mani,
Per un esercito
Di sagrestani!
Ma la grossissima
Bestia potente,
Della Repubblica
È il Presidente.
Bestia cattolica,
Belligerante,
Nella politica
È un elefante.
Ei scrive lettere,
Détta messaggi;
Ma ci si nettano
Ministri e paggi.
Vorrebbe l'aquila
Di quel divino...
Ma un teschio d'asino
Gli sta vicino.
Cerca la celebre
Spada fatale,
Ma stringe il manico
Dell'orinale!
Va dunque, mio pappagallo; chè là, fra tante bestie, farai fortuna tu pure:
Vanne, e salutami
La grande armata,
Che già s'esercita
Alla parata.
Saluta i poveri
Nostri emigrati
E i democratici
Perseguitati.
E, se d'Italia
Parlar ti lice,
Narra lo strazio
Dell'infelice!
Di'...
ma deh! lascia,
Per carità!
Neppur un'anima
T'ascolterà.
Narra l'infamia
Di Rostolano,(16)
Che a feccia d'uomini
Diede la mano:
E de' suoi militi
Narra lo scempio,
Ridotti ad essere
Sgherri del tempio.
Di' ch'essi baciano
I delatori,
E il pan dividono
Coi monsignori;
Là v'è politica
Senza ragione,
E babilonica Confusione.(17)
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Nel luglio 1860, fece chiasso una satira contro il generale Lamoricière buon'anima.
Tutti ne sapevano a memoria qualche brano, e l'andavano ripetendo nei luoghi degli amichevoli convegni.
Oggi parrà una freddura a chi non si riporti coll'animo a que' giorni d'ira, di speranza e di trepidazione.
Eccola:
A LAMORICIÈRE.
Secura all'egida
Del grande intrigo,
Pescato al Mincio,
Fritto a Zurigo,
L'Italia in fieri,
Dall'Arno al Po,
Mandava a rotoli
Lo statu quo.
Tolti al benefico
Protettorato
Dell'illustrissimo
Signor Croato,
I nuovi popoli,
Ormai padroni
Di dire al pubblico
Le lor ragioni;
Stracciando il codice
Del gius divino
Ad un sacrilego
Re giacobino
S'immaginarono
D'offrire in dono
Di tre legittimi
Sovrani il trono.
Se incompatibili
Fra lor pur sono,
Come pretendesi,
L'altare e il trono;
Nel bivio orribile
Dovean, mi pare,
Anzi che il soglio
Minar l'altare;
E il buon Pontefice,
Serbando illesa
La parte solida
Della sua Chiesa,
Non sconcertavasi
L'umor sereno
Per un eretico
Di più o di meno
Ma perchè l'avido
Re subalpino,
In barba a' lasciti
Di san Pipino,
S'è messo in animo,
Povero allocco,
Di far l'Italia
Tutta d'un tocco;
Il Re-Pontefice,
A fin che il santo
Dogma del quindici
Non vada infranto,
Nella sua collera
Diede di mano
All'armi emerite
Del Vaticano.
Fu tutta polvere
Bruciata al vento!
Il sacro fulmine,
Scoppiato a stento,
Fe' come un razzo
Artificiale:
Molto fracasso
E verun male.
Visto che l'empia
Sïon non crolla
Sotto le scariche
Della sua Bolla;
Visto che i reprobi
Farsi un esercito
Tutto terreno,
E l'economica
Del ciel caterva
Serbòlla in pectore
Come riserva.
Tedeschi, Svizzeri
Belgi e Spagnuoli
S'urtan, s'affollano
Ne'sacri ruoli;
Commosso a' gemiti
Del Papa-re,
Tira la sciabola
Perfin Noè.(20)
Ma in mezzo al balsamo
Che versa Iddio
Sul beatissimo
Cuore di Pio,
Un pensier torbido
Ahi! lo molesta
A tante braccia
Manca la testa.
Via, non affliggerti,
O santo Padre,
S'ancora acefale
Son le tue squadre:
Fede e coraggio,
Coraggio e fede,
Dio le tue angustie
Vede e provvede.
De' campi d'Affrica
Noto campione,
Disceso al règime
Della pensione,
Sotto le tegole
D'un quinto piano
Marciva un pseudo-
Repubblicano.
O fondi pubblici,
Crescete a Vienna.
Rotta dal turbine,
Ritorna in squero
La venerabile
Barca di Piero;
Più non pericola
Il roman soglio
L'oca già vigila
In Campidoglio.
Vieni, spes unica
Del Padre santo:
Calma il suo spirito,
Tergi il suo pianto;
Vieni, coordina,
Addestra all'armi
L'orda babelica
De' suoi gendarmi.
Un dì per opera
Dell'uom divino,
L'acqua, oh miracolo!,
Cangiòssi in vino
Ma tu, corbezzoli!,
Quanto più bravo,
Muti un austriaco
In un zuavo.
Va, dunque, visita
Pesaro e Ancona
Col fiero vescovo
Di Carcassona;(22)
Fa campi, edifica
Ridotti e forti,
E alfin sguinzaglia
Le tue coorti.
Se l'empia a sperdere
Oste d'Ammone
Un pezzo d'asino
"Su dunque, impavidi!
Dai chiusi valli
Si scaraventino
Fanti e cavalli,
E il sacro intuonino
Inno guerriero:
Morte all'Italia,
Viva san Piero.
Viva il collegio
Cardinalizio,
Viva la fiaccola
Del Sant'Uffizio;
Viva la chierica,
Viva la tiara,
Viva il battesimo
Dato a Mortara!
Che val se irrompono
Da tutt'i lati
Quanti ha l'Italia
Armi ed armati?
Fuoco alla miccia
Avanti...
Urrah!
Les Italiens
Ne se battent pas.
Il suon terribile
Di questi accenti
Scuote gli esotici
Tuoi reggimenti,
Che in coro mugghiano
Avanti...
Avanti,
In tutt'i diapason
Del Mezzofanti.(24)
Già mugge il turbine
Della battaglia,
Già i bronzi eruttano
Palle e mitraglia,
E le sacrileghe
Orde rubelle
Il sangue versano
A catinelle.
Già veggo il diavolo
A cappellate
Insaccar l'anime
La cifra a crescere
Degli altri santi?
Queste serbandoti
Glorie modeste,
Io vorrei fondere
L'alte tue geste
In una statua
D'aureo metallo
Col monte Pincio
Nè basta; a crescere
D'un buon boccone
La mensa olimpica
Del re ghiottone,
Empî! Allungarono
Le mani ladre
Sul patrimonio
Del Santo Padre.
E per difendere
L'atto nefando,
Con san Crisostomo(18)
Vanno esclamando
"Che col dominio
Spirituale
Non dee confondersi
Il temporale."
Forse il Crisostomo
Avrà ragione:
Ma nel pericolo
D'una quistione,
Potean, servendosi
D'un mezzo accorto,
Salvare i cavoli
A un tempo e l'orto.
Scomunicati
Mangiano e bevono
Come prelati;
Pensò che il provvido
Metodo antico;
A' dì che corrono,
Non vale un fico;
E che a decidere
L'ardua quistione,
Meglio che il canone,
Giova il cannone.
Ed ecco un sùbito
Grido di guerra
Dall'ime viscere
Scuote la terra:
Monsignor d'Òrleans
Sulla gran-cassa,
Sbuffando, predica
La leva in massa.
All'apostolico
Suon de' baiocchi,
I sacri militi
Scendono a fiocchi
In lor le belliche
Fiamme ravviva
D'altre Perugie
La prospettiva.
Potea benissimo
Di Dio il Vicario
Sparmiar nel critico
Caso l'erario,
Chiamando d'Angeli
Una legione,
Col solo incomodo
D'un'orazione;
Ma fatto il calcolo
Così all'ingrosso,
Che, grazie al fervido
Slancio ortodosso,
Le pie limosine
Saldan l'ingaggio,
E il Lloyd austriaco
Provvede al viaggio;
Trovò più comodo,
Per ora almeno,
Ne' dì che furono,
Tinto il cervello
Di certe massime
Di Jon Russello,
Colpì d'anatema
La grand'impresa
Ch'a' vecchi cardini
Tornò la Chiesa.(19)
Ma dopo il celebre
Colpo di Stato,
Di Dio la grazia
Gli scese allato;
E visto in pratica
Qual magro pane
Fruttin le fisime
Repubblicane,
Curvò lo spirito
Alla morale
Del santo foglio
Pagatoriale;
E, l'onta a tergere
Dell'ex-peccato,
Sublime apostata,
Si fe' crociato.
Viva lo scettico
Scudo romano,
Che metamorfosa
Bruto in Sejano,
E il bonnet frigio
Del quarantotto,
Nella calottola
Di don Margotto.
Il nuovo esercito
Ha omai la testa:
Campane ed organi,
Suonate a festa;
Ballate, o vescovi.
Là sulla Senna;
Bastò a Sansone,
Che non può vincere
L'eroe d'Algeri
Con un esercito
D'asini interi?
Che se l'elettrico
Del patrio amore
A' tuoi satelliti
Non scalda il core,
Su! galvanizzali,
Poveri grami,
Colle cantaridi
De' tuoi proclami.
"La democratica
Idra infernale(21)
Tira a sconvolgere
L'ordin sociale
Fuoco alla miccia,
Avanti...
Urrah!
Papa è sinonimo
Di civiltà.
Sol perchè in tenebre
L'orbe non cada,
Snudo la ruggine
Della mia spada,
E un'altra medito
Nuova Farsalia
Per questi barbari
Turchi d'Italia.
Putti, coraggio!...(23)
Dal Vaticano
L'almo Pontefice
Su voi la mano
Stende, e vi smoccola
Giù dal balcone
La sua apostolica
Benedizione...
Scomunicate,
E i nostri martiri,
D'un tiro solo,
Lassù fra gli angeli
Spiccare il volo.
Putti, coraggio!
Datevi drento
Sangue d'eretici,
Sangue d'armento;
Su! Massacrateli
Senza pietà:
Papa è sinonimo
Di civiltà
Così, dal sudicio
Limo deterso
Questo bell'angolo
Dell'universo,
Strappato all'unghie
Della rivolta,
Ritorni in floribus
Un'altra volta.
Tornino i Principi
Diseredati
Alla legittima
De' loro stati;
Tornino i popoli
Al solvo al quiesco,
Sotto la ferula
Del buon Tedesco.
E a te benefico
Genio immortale,
Che nuovo Cerbero
Del Quirinale,
Ringhiando vigili
Papa e Papato,
Qual degno premio
Ti fia serbato?
Forse a' tuoi meriti
Pronta giustizia
Farà la porpora
Cardinalizia?
Nel calendario
Forse porranti,
Per piedestallo
E sotto, a lettere
Da cartellone,
Vi farei incidere
Quest'iscrizione
Sub Antonellico
Pii noni imperio,
Posuit Ecclesia
Lamoricerio.
L'autore di codesta satira è ignoto: ma è senza dubbio romano, e la somiglianza dello stile fa supporre che sia quello stesso della Satira del Pappagallo.
- Questo nascondersi degli autori ha per cagione principale il pericolo cui andrebbero incontro rivelandosi; ma dipende anche in parte da una certa ritrosia che hanno tutti i Romani dal far pompa del loro genio satirico, che per essi è cosa comune e naturale.
A Roma la satira non è un oggetto di lusso, ma un'arma come qualunque altra per ferire il Papato; perciò nessuno se ne fa bello, allo stesso modo che il soldato, se non è un imbecille, non fa mostra della sua spada, e quasi non s'accorge d'averla a fianco.
Il dispotismo politico e religioso ha imbastardito a Roma l'eloquenza, la lirica, il romanzo, la drammatica, la storia e ogni altro genere di letteratura;(25) ma ha fornito largo pascolo alla satira, ed ha fatto dei Romani il popolo più satirico del mondo(26); tanto più satirico d'ogni altro popolo, per quanto il Papato è peggiore d'ogni altro governo.
E finchè Roma non si sia rivendicata in libertà, la satira politica continuerà a prosperarvi; perciocchè un governo come quello de' papi troverà sempre coscienze sdegnose che gli si ribelleranno, e che, non potendo altrimenti, faran prova di finirlo col ridicolo.
Pasquino non può morire che col Papato!
III.
Da quanto abbiamo discorso fin qui, si può logicamente dedurre che per guadagnarsi il nome di poeta satirico in Roma, dove tanti sono i maestri di finissima satira, bisogna aver toccato il sommo dell'arte.
E questo può dirsi di Giuseppe Gioachino Belli, i sonetti del quale s'odono sulle bocche di tutti i Romani, e formano anche oggi, come quarant'anni fa, la delizia delle loro conversazioni.
È una prova un po'empirica, se vogliamo, ma la più certa che possa darsi del valore di questo poeta.
Egli nacque a Roma nel settembre del 1791, e rimasto in tenera età orfano del padre, dovette sul più bello abbandonare le scuole, per darsi a qualche occupazione lucrosa, dacchè un suo zio, che l'ospitava, pare non avesse modo o volontà di mantenerlo.
Fu scrivano-apprendista nella computisteria del principe Rospigliosi, e in quella delli Spogli ecclesiastici; poi segretario del principe Poniatowski, dalla casa del quale uscì per ritirarsi in un convento di Cappuccini, dove più liberamente potè attendere agli studi letterari, consacrando tuttavia una parte del suo tempo a dar lezioni private di grammatica italiana, di geografia, di aritmetica, e persino all'umile ufficio di copista di scritture forensi, affine di procacciarsi quel tanto che gli bisognava per pagar la dozzina a' frati, e provvedersi di libri e di vestiario.
In quel tempo all'incirca, anche il Parini (che sempre aveva vissuto meschinamente, e dicono facesse anch'egli l'amanuense) versava nelle maggiori strettezze, e scriveva quel Capitolo, diventato poi famoso, in cui pregando il canonico Agudio a prestargli dieci zecchini, esclama:
Ch'io possa morire,
Se ora trovomi avere al mio comando
Un par di soldi sol, nonchè due lire.
Limosina di messe Dio sa quando
Io ne potrò toccare, e non c'è un cane
Che mi tolga al mio stato miserando.
La mia povera madre non ha pane
Se non da me, ed io non ho danaro
Da mantenerla almeno per domane.
Versi che fanno piangere, perchè al certo furono scritti piangendo.
E poco prima del Parini e del Belli, Gian Giacomo Rousseau aveva copiato musica per campare la vita.
Dalla rivoluzione del 1789 al trattato del 1815, fu un avvicendarsi di fatti così grandi e così strani, un succedersi così rapido di speranze e disinganni, e direi quasi una fantasmagoria storica tanto bizzarra, che chi visse quel solo breve periodo, poteva già dire di averne vedute più assai di Matusalemme.
In tempi così burrascosi, i cervelli un po' deboli per natura perdono facilmente la bussola, e mal reggendo agli scotimenti subitàni, finiscono per diventar pancotto; ma i cervelli robusti, nella lotta che durano per rendersi ragione di quanto avviene intorno a loro, s'aguzzano e s'ingagliardiscono maggiormente, e v'acquistano tesori di esperienza.
E sotto questo rispetto, il Belli fu fortunato.
Da fanciullo egli udì raccontare e forse novellare della grande Rivoluzione, e poi sotto ai suoi occhi (proprio negli anni in cui le forti impressioni lasciano nell'anima un'impronta indelebile) vide svolgersi tutto quel dramma meraviglioso che ha per protagonista il primo Napoleone; e fu spettatore, e fors'anco dal canto suo attore, della lotta gigantesca che s'andava combattendo tra il medio e il nuovo evo.
Le libere idee che dalla Francia irrompevano in Italia, per quanto si tirassero dietro un brutto codazzo di crudeltà e di ruberie, dovevano far breccia nell'anima ardente di lui ch'era allora sul fiore degli anni.
Quando s'è giovani, il cuore ha un palpito per ogni cosa nuova che abbia un lato generoso; si può esser sognatori, fanatici, rompicolli e peggio, ma codini, no, grazie a Dio! Il codinismo è una delle tante malattie che vengono in groppa agli anni, e que' pochi fanciulloni castrati de' nostri giorni sono rare e compassionevoli eccezioni.
Roma a que' tempi era quasi in pieno medio-evo basti dire che vi si continuava a dare nel pubblico Corso il tormento della corda,(27) e si tollerava ancora la barbara costumanza di evirare i bambini, per farli poi adulti cantare in chiave di soprano nella Cappella Sistina; non ostante che un papa, Clemente IV, verso il 1266, avesse fulminato la scomunica contro gli autori d'una speculazione tanto ladra e snaturata.
- Un po' di Censura e di Sant'Ufficio provvedevano a mantener fitte le tenebre; quindi la nova luce che veniva d'oltr'Alpi, doveva maggiormente commovere chi viveva laggiù.
L'essere stato costretto ad abbandonare le scuole, dopo avervi appreso quel tanto che basta per dare l'aìre al giovine che sente nell'animo l'inclinazione allo studio, deve reputarsi buona ventura del Belli; perchè così si avvezzò per tempo a studiare da sè, che sarà sempre l'unico modo di farsi uomo e non pappagallo; e doppia ventura fu per lui la miseria, madre provvidamente austera di grandi uomini e di grandi nazioni.
Fu dessa che privandolo fin da giovinetto d'ogni comodità della vita, lo spinse al lavoro, e cagionandogli dolori ineffabili, gli aprì il cuore a' nobili affetti; e ponendolo a contatto con ogni classe di persone, gli sviluppò quella naturale tendenza allo studio minuto degli uomini e delle cose, che doveva poi essere il carattere più spiccato del suo ingegno.
Tant'è: senz'aver goduto e dolorato molto; senza aver letto molte pagine, e belle e brutte, di quel gran libraccio che si chiama mondo, non si diventa scrittori di qualche valore.
A questo riguardo, i poveri son più fortunati dei ricchi, e il Belli per propria esperienza, in un'epistola al pittore bolognese Cesare Masini, scriveva:
Fra pompe ed ozi; che sol cerca e prezza,
Credi, Cesare mio, che assai di rado
Consigliera di studî è la ricchezza.
Il giovinetto, il sai, quanto a malgrado
Pieghi a' travagli, sì che poi rimane
Di qua dal fiume per terror del guado.
Né il ricco ha presso da sera e da mane
La sollecita madre che gli dica:
- Studia, figliuolo mio, buscati il pane.
-
Mal per onor si adusa alla fatica
Ventre satollo; in sugli aviti campi
Il grande ha il poverel che lo nutrica.(28)
Divenuto marito d'una ricca e giovine vedova che s'era invaghita di lui, il nostro poeta ebbe agio di dedicarsi tutto agli studi prediletti; si perfezionò nella conoscenza del latino, dell'inglese e del francese; scrisse un gran numero di poesie italiane(29) e più di duemila sonetti(30) in dialetto romanesco, nei quali fece suo il linguaggio e il genio satiro del popolo romano; così che riusciva ad un tempo scrittore di dialetto da porsi allato al Meli, al Porta e al Brofferio, e poeta satirico non secondo a nessuno per lo scopo civile cui mirava con una parte de' suoi sonetti.
IV.
I dialetti, per rispetto alla lingua che dicono illustre, sono come le donne di campagna per rispetto alle signore di città.
In queste trovi studio di acconciature, grazia affettata, civetteria, languore, isterismo, belletto; in quelle, nessun ornamento, molta rozzezza, ma vigore, semplicità e colorito naturale.
Un mio amico ha scritto che il vero stato dell'amore è il concubinato: perchè a me non sarà lecito dire che la veste più vera e naturale del pensiero è il dialetto? Fra tante, ci può stare anche questa.
Il dialetto romanesco non abbonda di voci originali, come parecchi altri dialetti d'Italia; ma può riguardarsi come una corruzione del toscano, ricchissima di traslati arditi e vivaci, di vocaboli composti alla maniera greca, di modi proverbiali arguti, di similitudini spesso bizzarre, ma sempre efficaci, e finalmente di spropositi che danno luogo ad ambiguità e controsensi ridicolissimi.
Pochi barbarismi, e quasi tutti regalo delle invasioni francesi.
La maggior parte del metaforico è cavata da analogie di fatti e di persone e di luoghi reali, e perciò si muta cogli anni, a mano a mano che le vecchie metafore cedono il posto alle nuove.
E poichè la lingua è sempre lo specchio dell'anima di un popolo, nel vernacolo romanesco si riflette limpidamente il bernoccolo satirico de' figli di Quirino, e frasi, traslati, proverbi, similitudini, sono epigrammi: tutto il dialetto, starei per dire, è una satira.
- Se oggi andate da un vetturino di piazza per contrattare una scarrozzata in campagna, e gli profferite una ricompensa che a lui sembri meschina, vi risponde seriamente: Non pòzzumus! Codesto è traslato e satira ad un tempo.
- Ai genitori che si dolgono di un giovine che sedusse la loro figlia, il padre o la madre del seduttore rispondono: Chi nun vô er cane, tienghi la cagna!
Io non mi dimenticherò mai d'un fatto che mi accadde, quando da giovinetto dimoravo a Roma.
Passando per una viuzza, m'imbattei in due ragazzi, che si picchiavano maledettamente; sostai per curiosità: la lotta durò un pezzetto indecisa; ma alla fine uno de' due piccoli atleti fu messo sotto dall'altro, che, profittando del sopravvento, gli dava giù a campane doppie.
A tal vista, per quell'istinto che abbiamo tutti di ripigliarla pe' deboli e per gli oppressi, non potei tenermi: corsi e suonai alla lesta tre o quattro pugni sulle spalle dell'indiscreto ragazzo, il quale, vedendo sopraggiunto quell'inaspettato rinforzo nemico, se la diede a gambe, anche prima che l'altro si fosse rialzato da terra.
Fra me e me già godeva la compiacenza di aver fatto un'opera buona, quando il mio difeso, rialzatosi e raccolto il cappello, dopo avermi squadrato da capo a piedi, mi disse con accento tra grave e stizzoso: "Bêr fìo! sapete che c'è scritto su la porta der curato? Chi s'impiccia, môre ammazzato!"
Per chi ne fosse al tutto ignaro, ecco un piccolo saggio di parole composte, traslati e spropositi del vernacolo romanesco.(31) - Uno spavaldo lo chiamano ammazza-sette; un susurrone, capo-d'abisso; uno storto, cianchette-a-zzêta.
Per ischernire un soldato, lo chiamano er-zor tajja-calli; a una donna maligna e maldicente danno lo strano appellativo di squacqueraquajjasquícquera; e ad esprimere la meraviglia o il dolore, servonsi d'una esclamazione composta in un modo tutto nuovo: Cristoggesummaria! D'un bestemmiatore dicono che se biastima er pastèco (pax tecum) e lla lelujja (alleluja); di un mangiatore, che ha er male de la lupa; di un pauroso, che manna in funtana li carzoni; d'un ammalato incurabile dicono che nu' la rippezza, nu' la ricconta, e che è arrivato ar profiscissce.
Un morto che si nominava Girolamo, lo chiamano er zor Girolimo requiesca; un servitore che va dietro il cocchio del padrone, un uditor-de-rota; un carceriere, un zervo de Pilato.
D'una vecchia sdentata dicono che in ner parlà, er naso je fa converzazzione cor barbozzo.
La giubba de' giorni di lavoro è la giacchetta che nun zènte (sente) messa; i miei figli, er zangue mio; le scarpe rotte, le scarpe che rideno; e il danaro riposto si chiama con un traslato biblico er mammone.
- Ma gli spropositi tengono il primo luogo.
Chiamano brodomedico il protomedico; indiggestione, la digestione; legabbile, il legale; Qui-e-llì, il Chilì; massima der zangue, la massa del sangue; radica d'arteria, la radica d'altea; incarcato d'Astra, l'incaricato d'Austria; Rabbia-petrella, l'Arabia petrea; poscritto, il coscritto; omaccio l'omaggio; ccrisse, la crisi; grobbo arrostatico, il globo areostatico; medico culista, il medico oculista; potenze alleatiche, le potenze alleate; sêtte indemogratiche che vônno l'arcanìa, le sétte democratiche che vogliono l'anarchia.
- Nè più fortunati sono i nomi propri di persona.
Il principe Federico di Saxe-Gotha, lo chiamavano er duca Sassocotto; e Poniatowskj, er principe Piggnatosta; Giano quadrifronte diventa Giano quattrofronne (ossia, quattro fronde); Cecilia Metella, Sciscilia Minestrella; Dante Allighieri, Dant'Argéri; e quando vogliono dire che un pittore è bravo assai, lo paragonano a Raffaelle Bonaroto.
Tutti codesti spropositi ed altri molti che ne potrei citare, escono dalla bocca del popolano di Roma colla massima serietà, anzi come voci elette e peregrine, perchè la plebe romana è ignorante al pari d'ogn'altra, ma prosuntuosa in grado superlativo.
Pel trasteverino, che ha piena la testa di confuse tradizioni sulla passata grandezza del suo paese; che vede le pompe asiatiche della Corte romana, e una moltitudine immensa e sempre nuova di forastieri fermarsi attonita davanti a' monumenti antichi e poi inginocchiarsi al cospetto del papa; per lui che non sa nulla della magnificenza delle moderne metropoli, Roma è ancora il caput mundi, l'urbs, la città unica.
E però, dotato com'è d'un ingegno naturale non ordinario, egli si stima un gran che, pel solo motivo che è romano de Roma,(32) e tiene per gente dappoco tutti quelli che non nacquero all'ombra della gran cupola.
Chiama provinciali (per lui sinonimo di zotici) i nativi delle altre città d'Italia, sieno pur Napoli, Firenze o Torino; e tratta con loro dall'alto al basso.
Non fa nessuna stima del papa, e ne dice ira di Dio in ogni occasione opportuna; ma guai se un forastiero ardisce sparlarne in sua presenza! Egli allora diventa un papista fanatico più di Ravaillac, ed è capace di metter mano al coltellaccio; perchè i panni sporchi vuol lavarseli da sè a casa propria, e perchè chi non è romano de Roma non può aver voce in capitolo.
Bestemmia, e, in modi novissimi, da mane a sera; ma va alla messa puntualmente tutte le domeniche e le altre feste comandate.
Ha i suoi bravi dubbi sulla esistenza di Dio, ma crede al diavolo, alle streghe, agli spiriti, meglio che se li avesse toccati con mano(33).
Porta nella stessa tasca coltello e corona(34).
Ognun vede che siffatti contrasti offrono una ricca sorgente di ridicolo; il vernacolo romanesco è, come ho tentato di mostrare, pieno di sale e di vivacità; quindi soggetto e lingua adattati pel poeta satirico.
E di questo s'accorse Giuseppe Gioachino Belli, che aveva ingegno satirico elettissimo; e si propose di ritrarre col dialetto il carattere e la vita della plebe romana, nelle loro più spiccate manifestazioni.
Bisognava dipingere a quadretti, come i Fiamminghi; e però scelse il sonetto, la cui brevità offre modo di allogarvi piccole scene.
Ma udiamo dallo stesso Belli il suo intendimento.
"Io ho deliberato" egli dice "di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma.
In lei sta, certo, un tipo d'originalità; e la sua lingua, i suoi concetti, l'indole, il costume, gli usi, le pratiche, i lumi, le credenze, i pregiudizi....
tuttociò insomma che la riguarda, ritiene un'impronta che assai per avventura si distingue da qualunque altro carattere di popolo....
Questo disegno così colorito, checchè ne sia del soggetto, non trova lavoro da confronto che lo abbia preceduto....
Esporre le frasi del romano, quali dalla bocca del romano escono tuttodì, senza ornamento, senza alterazione veruna, senza pure inversioni di sintassi o troncamenti di licenza, eccetto quelli che il parlator romanesco usi egli stesso, insomma cavare una regola dal caso e una grammatica dall'uso, ecco il mio scopo....
Il numero poetico e la rima debbono uscire come per accidente dall'accozzamento in apparenza casuale di libere frasi e correnti parole non iscomposte, non corrette, nè modellate, nè acconciate con modo differente da quello che ci manda il testimonio delle orecchie, attalchè i versi gettati con somigliante artificio non paiano quasi suscitare impressioni, ma risvegliare reminiscenze.
E dove con tal corredo di colori nativi io giunga a dipingere la morale, la civile e la religiosa vita del nostro popolo di Roma, avrò, credo, offerto un quadro di genere non al tutto dispregevole da chi non guardi le cose attraverso la lente del pregiudizio.(35)"
Per venire a capo del suo divisamento, il Belli teneva un modo curioso, ma naturale.
Si arrischiava fra le più umili classi del popolo, negli omnibus, nelle chiese, nelle taverne, ne' teatri, e in quelle vie più remote, dove i popolani, sentendosi come a casa propria, non badano a star sui convenevoli e si rivelano per quel che sono.
Era insomma un pittore che ricavava i suoi bozzetti dal vero.
Alla sera, tornato a casa, coloriva in tanti sonetti le scene che aveva vedute; e il giorno seguente li comunicava agli amici, che subito l'imparavano a memoria, e come i rapsodi dell'antica Grecia, li andavano recitando negli allegri ritrovi.
Così senza esser stampati, i sonetti del Belli diventavano popolarissimi, e d'una popolarità vera, perchè spontanea, non comprata a un tanto alla riga sulle quarte pagine de' giornali.
V.
Un critico di professione, arrivato a questo punto, metterebbe fuori Dio sa quante parole sesquipedali, per dimostrare dove stia il bello poetico di codesti sonetti.
Io andrò per la più corta, e dirò:- Signor lettore, conoscete il dialetto e il popolo di Roma?
No.
- Dunque voi, leggendo i sonetti del Belli, vi trovate nel caso di chi osserva un ritratto, senza conoscerne l'originale: può giudicare del colorito, del disegno e d'altri accessori, ma non della prima dote, che è la verosimiglianza.
- Ora supponiamo per un momento che voi andaste a Roma (con patto che ci andaste da voi, senza aspettare che vi ci conduca il Governo italiano).
Passando per una via qualunque della nostra Capitale di diritto, v'imbattete in una povera accattona, e affrettate il passo per ischivarla.
Ella se ne accorge, capisce il vostro debole, è già sicura del fatto suo: vi si affila dietro con un bimbo sul braccio sinistro e con due più grandicelli attaccati alla vesta, che la seguono a stento, non passibus æquis direbbe Virgilio; e tendendovi la destra e articolando le parole con prestezza e querula petulanza, vi recita questa litania, finchè non l'abbiate accontentata:
Bbenefattore mio, che la Madonna
L'accompagni e lo scampi da ogni male,
Dia quarche ccosa a sta povera donna
Co' ttre fijji e 'l marito a lo spedale.
Me la dà? me la dà? ddica, eh? rrisponna:
Ste crature so' ignude tal'e cquale
Ch'el bambino la notte de Natale
Dormimo sott'a un banco a la Ritonna.(1)
Anime sante!(2) se movessi un cane
A ppietà! Armeno ce se movi lei,
Me facci prenne un bocconcin de pane.
Signore mio, ma ppropio me la merito
Sinnò, davero nu' lo seccherei
Dio lo conzoli e jje ne renni merito.
(1) Presso il Pantheon, chiamato volgarmente la Rotonda, veggonsi de' banchi di venditori di commestibili, aperti solo sul davanti in modo da potere offerire un ricovero.
(2) Sottintendi del Purgatorio.
È un esclamazione di dolore.
Codesto, signor lettore, è un sonetto del nostro Belli, scritto in vettura dall'Osteria del fosso alla Storta, il 13 novembre 1832.(36) E quale è il suo massimo pregio? Quello stesso d'un ritratto: la perfetta verosimiglianza.
La poverella avrebbe detto niente più e niente meno di quelle parole; il poeta le ha ordinate, le ha costrette in quattordici versi, ma senza stirarle o snaturarle, e facendo uscire la rima da una combinazione tutta spontanea.
Ecco il magistero del Belli.
E questa può chiamarsi poesia? A me pare di sì, poichè i critici dicono che anche nella riproduzione del reale v'è creazione fantastica, dovendo il poeta ricreare coll'immaginazione le cose udite o vedute.
Quasi tutti i sonetti del Belli rappresentano una piccola scena, di cui è sempre protagonista un popolano; e però
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