DUECENTO SONETTI, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 5
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Un mio amico ha scritto che il vero stato dell'amore è il concubinato: perchè a me non sarà lecito dire che la veste più vera e naturale del pensiero è il dialetto? Fra tante, ci può stare anche questa.
Il dialetto romanesco non abbonda di voci originali, come parecchi altri dialetti d'Italia; ma può riguardarsi come una corruzione del toscano, ricchissima di traslati arditi e vivaci, di vocaboli composti alla maniera greca, di modi proverbiali arguti, di similitudini spesso bizzarre, ma sempre efficaci, e finalmente di spropositi che danno luogo ad ambiguità e controsensi ridicolissimi.
Pochi barbarismi, e quasi tutti regalo delle invasioni francesi.
La maggior parte del metaforico è cavata da analogie di fatti e di persone e di luoghi reali, e perciò si muta cogli anni, a mano a mano che le vecchie metafore cedono il posto alle nuove.
E poichè la lingua è sempre lo specchio dell'anima di un popolo, nel vernacolo romanesco si riflette limpidamente il bernoccolo satirico de' figli di Quirino, e frasi, traslati, proverbi, similitudini, sono epigrammi: tutto il dialetto, starei per dire, è una satira.
- Se oggi andate da un vetturino di piazza per contrattare una scarrozzata in campagna, e gli profferite una ricompensa che a lui sembri meschina, vi risponde seriamente: Non pòzzumus! Codesto è traslato e satira ad un tempo.
- Ai genitori che si dolgono di un giovine che sedusse la loro figlia, il padre o la madre del seduttore rispondono: Chi nun vô er cane, tienghi la cagna!
Io non mi dimenticherò mai d'un fatto che mi accadde, quando da giovinetto dimoravo a Roma.
Passando per una viuzza, m'imbattei in due ragazzi, che si picchiavano maledettamente; sostai per curiosità: la lotta durò un pezzetto indecisa; ma alla fine uno de' due piccoli atleti fu messo sotto dall'altro, che, profittando del sopravvento, gli dava giù a campane doppie.
A tal vista, per quell'istinto che abbiamo tutti di ripigliarla pe' deboli e per gli oppressi, non potei tenermi: corsi e suonai alla lesta tre o quattro pugni sulle spalle dell'indiscreto ragazzo, il quale, vedendo sopraggiunto quell'inaspettato rinforzo nemico, se la diede a gambe, anche prima che l'altro si fosse rialzato da terra.
Fra me e me già godeva la compiacenza di aver fatto un'opera buona, quando il mio difeso, rialzatosi e raccolto il cappello, dopo avermi squadrato da capo a piedi, mi disse con accento tra grave e stizzoso: "Bêr fìo! sapete che c'è scritto su la porta der curato? Chi s'impiccia, môre ammazzato!"
Per chi ne fosse al tutto ignaro, ecco un piccolo saggio di parole composte, traslati e spropositi del vernacolo romanesco.(31) - Uno spavaldo lo chiamano ammazza-sette; un susurrone, capo-d'abisso; uno storto, cianchette-a-zzêta.
Per ischernire un soldato, lo chiamano er-zor tajja-calli; a una donna maligna e maldicente danno lo strano appellativo di squacqueraquajjasquícquera; e ad esprimere la meraviglia o il dolore, servonsi d'una esclamazione composta in un modo tutto nuovo: Cristoggesummaria! D'un bestemmiatore dicono che se biastima er pastèco (pax tecum) e lla lelujja (alleluja); di un mangiatore, che ha er male de la lupa; di un pauroso, che manna in funtana li carzoni; d'un ammalato incurabile dicono che nu' la rippezza, nu' la ricconta, e che è arrivato ar profiscissce.
Un morto che si nominava Girolamo, lo chiamano er zor Girolimo requiesca; un servitore che va dietro il cocchio del padrone, un uditor-de-rota; un carceriere, un zervo de Pilato.
D'una vecchia sdentata dicono che in ner parlà, er naso je fa converzazzione cor barbozzo.
La giubba de' giorni di lavoro è la giacchetta che nun zènte (sente) messa; i miei figli, er zangue mio; le scarpe rotte, le scarpe che rideno; e il danaro riposto si chiama con un traslato biblico er mammone.
- Ma gli spropositi tengono il primo luogo.
Chiamano brodomedico il protomedico; indiggestione, la digestione; legabbile, il legale; Qui-e-llì, il Chilì; massima der zangue, la massa del sangue; radica d'arteria, la radica d'altea; incarcato d'Astra, l'incaricato d'Austria; Rabbia-petrella, l'Arabia petrea; poscritto, il coscritto; omaccio l'omaggio; ccrisse, la crisi; grobbo arrostatico, il globo areostatico; medico culista, il medico oculista; potenze alleatiche, le potenze alleate; sêtte indemogratiche che vônno l'arcanìa, le sétte democratiche che vogliono l'anarchia.
- Nè più fortunati sono i nomi propri di persona.
Il principe Federico di Saxe-Gotha, lo chiamavano er duca Sassocotto; e Poniatowskj, er principe Piggnatosta; Giano quadrifronte diventa Giano quattrofronne (ossia, quattro fronde); Cecilia Metella, Sciscilia Minestrella; Dante Allighieri, Dant'Argéri; e quando vogliono dire che un pittore è bravo assai, lo paragonano a Raffaelle Bonaroto.
Tutti codesti spropositi ed altri molti che ne potrei citare, escono dalla bocca del popolano di Roma colla massima serietà, anzi come voci elette e peregrine, perchè la plebe romana è ignorante al pari d'ogn'altra, ma prosuntuosa in grado superlativo.
Pel trasteverino, che ha piena la testa di confuse tradizioni sulla passata grandezza del suo paese; che vede le pompe asiatiche della Corte romana, e una moltitudine immensa e sempre nuova di forastieri fermarsi attonita davanti a' monumenti antichi e poi inginocchiarsi al cospetto del papa; per lui che non sa nulla della magnificenza delle moderne metropoli, Roma è ancora il caput mundi, l'urbs, la città unica.
E però, dotato com'è d'un ingegno naturale non ordinario, egli si stima un gran che, pel solo motivo che è romano de Roma,(32) e tiene per gente dappoco tutti quelli che non nacquero all'ombra della gran cupola.
Chiama provinciali (per lui sinonimo di zotici) i nativi delle altre città d'Italia, sieno pur Napoli, Firenze o Torino; e tratta con loro dall'alto al basso.
Non fa nessuna stima del papa, e ne dice ira di Dio in ogni occasione opportuna; ma guai se un forastiero ardisce sparlarne in sua presenza! Egli allora diventa un papista fanatico più di Ravaillac, ed è capace di metter mano al coltellaccio; perchè i panni sporchi vuol lavarseli da sè a casa propria, e perchè chi non è romano de Roma non può aver voce in capitolo.
Bestemmia, e, in modi novissimi, da mane a sera; ma va alla messa puntualmente tutte le domeniche e le altre feste comandate.
Ha i suoi bravi dubbi sulla esistenza di Dio, ma crede al diavolo, alle streghe, agli spiriti, meglio che se li avesse toccati con mano(33).
Porta nella stessa tasca coltello e corona(34).
Ognun vede che siffatti contrasti offrono una ricca sorgente di ridicolo; il vernacolo romanesco è, come ho tentato di mostrare, pieno di sale e di vivacità; quindi soggetto e lingua adattati pel poeta satirico.
E di questo s'accorse Giuseppe Gioachino Belli, che aveva ingegno satirico elettissimo; e si propose di ritrarre col dialetto il carattere e la vita della plebe romana, nelle loro più spiccate manifestazioni.
Bisognava dipingere a quadretti, come i Fiamminghi; e però scelse il sonetto, la cui brevità offre modo di allogarvi piccole scene.
Ma udiamo dallo stesso Belli il suo intendimento.
"Io ho deliberato" egli dice "di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma.
In lei sta, certo, un tipo d'originalità; e la sua lingua, i suoi concetti, l'indole, il costume, gli usi, le pratiche, i lumi, le credenze, i pregiudizi....
tuttociò insomma che la riguarda, ritiene un'impronta che assai per avventura si distingue da qualunque altro carattere di popolo....
Questo disegno così colorito, checchè ne sia del soggetto, non trova lavoro da confronto che lo abbia preceduto....
Esporre le frasi del romano, quali dalla bocca del romano escono tuttodì, senza ornamento, senza alterazione veruna, senza pure inversioni di sintassi o troncamenti di licenza, eccetto quelli che il parlator romanesco usi egli stesso, insomma cavare una regola dal caso e una grammatica dall'uso, ecco il mio scopo....
Il numero poetico e la rima debbono uscire come per accidente dall'accozzamento in apparenza casuale di libere frasi e correnti parole non iscomposte, non corrette, nè modellate, nè acconciate con modo differente da quello che ci manda il testimonio delle orecchie, attalchè i versi gettati con somigliante artificio non paiano quasi suscitare impressioni, ma risvegliare reminiscenze.
E dove con tal corredo di colori nativi io giunga a dipingere la morale, la civile e la religiosa vita del nostro popolo di Roma, avrò, credo, offerto un quadro di genere non al tutto dispregevole da chi non guardi le cose attraverso la lente del pregiudizio.(35)"
Per venire a capo del suo divisamento, il Belli teneva un modo curioso, ma naturale.
Si arrischiava fra le più umili classi del popolo, negli omnibus, nelle chiese, nelle taverne, ne' teatri, e in quelle vie più remote, dove i popolani, sentendosi come a casa propria, non badano a star sui convenevoli e si rivelano per quel che sono.
Era insomma un pittore che ricavava i suoi bozzetti dal vero.
Alla sera, tornato a casa, coloriva in tanti sonetti le scene che aveva vedute; e il giorno seguente li comunicava agli amici, che subito l'imparavano a memoria, e come i rapsodi dell'antica Grecia, li andavano recitando negli allegri ritrovi.
Così senza esser stampati, i sonetti del Belli diventavano popolarissimi, e d'una popolarità vera, perchè spontanea, non comprata a un tanto alla riga sulle quarte pagine de' giornali.
V.
Un critico di professione, arrivato a questo punto, metterebbe fuori Dio sa quante parole sesquipedali, per dimostrare dove stia il bello poetico di codesti sonetti.
Io andrò per la più corta, e dirò:- Signor lettore, conoscete il dialetto e il popolo di Roma?
No.
- Dunque voi, leggendo i sonetti del Belli, vi trovate nel caso di chi osserva un ritratto, senza conoscerne l'originale: può giudicare del colorito, del disegno e d'altri accessori, ma non della prima dote, che è la verosimiglianza.
- Ora supponiamo per un momento che voi andaste a Roma (con patto che ci andaste da voi, senza aspettare che vi ci conduca il Governo italiano).
Passando per una via qualunque della nostra Capitale di diritto, v'imbattete in una povera accattona, e affrettate il passo per ischivarla.
Ella se ne accorge, capisce il vostro debole, è già sicura del fatto suo: vi si affila dietro con un bimbo sul braccio sinistro e con due più grandicelli attaccati alla vesta, che la seguono a stento, non passibus æquis direbbe Virgilio; e tendendovi la destra e articolando le parole con prestezza e querula petulanza, vi recita questa litania, finchè non l'abbiate accontentata:
Bbenefattore mio, che la Madonna
L'accompagni e lo scampi da ogni male,
Dia quarche ccosa a sta povera donna
Co' ttre fijji e 'l marito a lo spedale.
Me la dà? me la dà? ddica, eh? rrisponna:
Ste crature so' ignude tal'e cquale
Ch'el bambino la notte de Natale
Dormimo sott'a un banco a la Ritonna.(1)
Anime sante!(2) se movessi un cane
A ppietà! Armeno ce se movi lei,
Me facci prenne un bocconcin de pane.
Signore mio, ma ppropio me la merito
Sinnò, davero nu' lo seccherei
Dio lo conzoli e jje ne renni merito.
(1) Presso il Pantheon, chiamato volgarmente la Rotonda, veggonsi de' banchi di venditori di commestibili, aperti solo sul davanti in modo da potere offerire un ricovero.
(2) Sottintendi del Purgatorio.
È un esclamazione di dolore.
Codesto, signor lettore, è un sonetto del nostro Belli, scritto in vettura dall'Osteria del fosso alla Storta, il 13 novembre 1832.(36) E quale è il suo massimo pregio? Quello stesso d'un ritratto: la perfetta verosimiglianza.
La poverella avrebbe detto niente più e niente meno di quelle parole; il poeta le ha ordinate, le ha costrette in quattordici versi, ma senza stirarle o snaturarle, e facendo uscire la rima da una combinazione tutta spontanea.
Ecco il magistero del Belli.
E questa può chiamarsi poesia? A me pare di sì, poichè i critici dicono che anche nella riproduzione del reale v'è creazione fantastica, dovendo il poeta ricreare coll'immaginazione le cose udite o vedute.
Quasi tutti i sonetti del Belli rappresentano una piccola scena, di cui è sempre protagonista un popolano; e però le osservazioni fatte sul sonetto della poverella, valgono per tutti gli altri, che sono ugualmente pregevoli.
Ma meglio che isolati, giova riguardarli come parti di un tutto armonico, come altrettante scene di uno stesso dramma, il quale - potrebbe intitolarsi Carattere e vita della plebe romana.
E perciò mi astengo dal recare in mezzo altri esempî, tanto più che il lettore, voltando poche pagine, può veder da sè il fatto suo.
VI.
Ma nella sua giovinezza il Belli mirò anche a più alto scopo, che non fosse quello di ritrarre la vita e il carattere del popolo romano.
Egli era conoscitore profondo di quel complicato organismo, che si chiama Governo de' papi; e con una serie di sonetti satirici ne mise a nudo e ne flagellò senza pietà le vergogne e le infamie.
Dal papa all'abatucolo, dall'inquisitore al birro, dalla Curia alla sacristia, dalla scomunica all'indulgenza, il Belli versò a piene mani il ridicolo su tutti e su tutto.
Parecchi de' suoi sonetti politici hanno perduto il pregio fatto loro dalla opportunità; e per gustarli oggi, bisogna riportarsi coll'immaginazione al tempo e alle occasioni in cui furono scritti; ma la maggior parte sono opportuni adesso, come lo erano cinquant'anni fa; perocchè il Papato è al presente quello che era allora, che fu e sarà sempre, la cancrena d'Italia.
I poeti satirici sono dimenticati dal popolo, quando il nemico da essi combattuto è stato interamente sconfitto.
In altre parole: la satira è un'arma, che si spezza nella ferita.
Quindi è che, essendo caduti tutti i Tiberî in diciottesimo flagellati dal Giusti, il culto popolare di questo poeta va scemandosi a poco a poco, nella stessa misura con cui s'impallidisce nella mente dell'universale la ricordanza degli uomini e de' fatti che furono argomento alle sue satire.
E quando siffatta ricordanza, non vivrà più che nelle storie, il Giusti sarà del tutto confinato nelle biblioteche e nelle scuole.
Il Belli, al contrario, è poeta vivo e militante oggi, come mezzo secolo addietro; e lo sarà finchè duri la Roma de' Papi.
Le sue satire sono avidamente cercate e corrono per mille e mille bocche, perchè servono ancora a combattere il grande inimico d'Italia.
Insomma, il Poeta toscano ha raggiunto il vertice, e adesso discende; il romano, all'opposto, cammina tuttora sopra una linea ascendente Per questo lato, il Belli merita, non meno del Giusti, un posto onorevole tra quegli scrittori, che da Dante a Mazzini precorsero al nostro risorgimento nazionale.
Anzi, i nomi de' due satirici andranno alla posterità accoppiati, come quelli che nel fecondo agitarsi del pensiero italiano contro i tirannelli di casa e l'oppressione straniera, a cominciare dal 1815 fino al '48, rappresentano la parte più acre della lotta, e fanno presentire allo storico che se gli spiriti sono tanto esacerbati da inalzare il sarcasmo al sublime, la rivoluzione di popolo non tarderà molto a scoppiare.
Gli è ben vero che il Belli, qualche tempo dopo il 1831, mutò d'opinione, e dicono facesse ogni suo potere per ritirare tutte le copie manoscritte delle sue satire che circolavano per Roma; ma ciò non iscema di un ette il suo merito davanti alla critica, la quale ha l'obbligo di dividere lo scrittore dall'uomo.
Il caso del Belli non è come quello di Orazio e di Sallustio, e di quasi tutti gli scrittori del secolo d'Augusto, che parlavano bene e ruspavano male nel medesimo tempo.
Il nostro Poeta fu sempre onesto e sempre logico con sè stesso: finchè credette il Papato una piaga sociale, gli scrisse contro; quando lo credette un bene, se ne fece paladino.
È il caso di una conversione bella e buona, e la critica non può entrare nel santuario della coscienza.
Tutt'al più, ella può tentare di spiegarsi il fatto: ed io lo tenterò, perchè c'è chi nega persino che il Belli sia stato mai liberale, e chi attribuisce la conversione di lui a secondi fini di privato interesse, indegni d'un'anima onesta(37).
Il nostro Poeta appartiene alla schiera di quei liberali, che trascinati dalla fiumana della Rivoluzione francese, si diedero a combattere il Papato, in cui vedevano il più potente ostacolo al civile progresso.
Essi probabilmente non credevano al Papa e agli attributi sovrannaturali di lui; ma avevano la fortuna invidiabile di credere fermamente in Dio.
Lo scetticismo della nuova letteratura, causa ed effetto ad un tempo della grande Rivoluzione, aveva appena appena sfiorato le loro coscienze.
Odiavano i preti, ma andavano a confessarsi: condizione equivoca, fatta loro dai tempi poco maturi alle nuove idee, e che li portò poi ad aver paura dell'ombra propria.
Pertanto, finchè videro attraverso la lente delle loro convinzioni religiose, che la Provvidenza favoriva il primo Napoleone e le riforme liberali con danno manifesto del Papato, se ne stettero fermi nella loro opinione; ma quando ad un tratto la scena si mutò, vennero, cioè, le restaurazioni del 1815, e poi la discordia tra' liberali, e i moti italiani del '21 e del '31 miseramente soffocati nel sangue; e le recriminazioni codarde, le accuse reciproche, l'onta e il danno di tutti; allora si persuasero d'essere stati in errore sino a quel giorno: credettero che la Provvidenza fosse davvero col Papato, il quale era uscito salvo e trionfante da quella paurosa burrasca; si pentirono e rinnegarono, ma nobilmente, a viso aperto, la loro antica fede.
Prima il papa e poi Dio; prima il papa e poi l'Italia, la cui indipendenza volevano sì, ma di buon accordo col papa, perocchè tutti i tentativi per ottenerla, fatti senza di lui e contro di lui, erano andati falliti.
A codesta scuola di neoguelfi, che oggi è ridotta a pochi avanzi fossili, appartennero allora, come ognun sa, molti illustri del tempo, non pochi de' quali, disingannati da dura sperienza, si rimutarono poi d'opinione, convenendo nell'idea del Machiavello propugnata da' Mazziniani, che coi papi non si faceva l'Italia, e sono adesso altolocati e venerati fra noi.
Il Belli non si rimutò; ma noi non dobbiamo adoperare due pesi e due misure, biasimando chi volle onestamente convertirsi ad una seconda fede politica e morire in quella, solo perchè codesta fede non è la nostra.
Egli s'era legato in amicizia coi gesuiti Bresciani, Taparelli d'Azeglio, Pellico, Curci, Rossi, e Giganti, che era anche suo confessore: cattivi arnesi quanto si vuole, se si considerano come membri della Compagnia; ma tutti, più o meno, egregi uomini, se si pigliano individualmente.
Costoro lo comprendevano, lo stimavano, lo amavano: è quindi facile immaginare quanto potessero sull'anima sua, che si trovò così rinchiusa in una cerchia di ferro, senza neppure avvedersene.
Nel 1846, parve per un momento che si risvegliasse in lui l'antico uomo.
Gli eruppero dal cuore, riboccante di sdegno per le turpitudini del polititicato di Gregorio, quei due famosi sonetti: "Papa Grigorio è stato un po'scontento" e "Fr:...a! a cche ttempi semo, sor Cremente;" ma poi si quietò subito, anzi furono quelli gli ultimi strali lanciati da lui contro il Papato.
Per noi sono preziosissimi: essi ci provano che la conversione del Poeta era stata sincera, dacchè egli conservava ancora tutta l'indipendenza del suo nobile carattere, non temendo di sfidare l'ira dei Sanfedisti (o Gregoriani, come li chiamavano allora), i quali erano tanto potenti, da spaventarne lo stesso Pio IX, l'idolo d'Italia.
e del mondo, e da imporglisi poi nel modo che tutti sanno.
Il mutamento del Belli deve dunque attribuirsi ai tempi e al luogo in cui nacque e operò, agli uomini che lo circuirono, e non già a basse mire di vile interesse, ch'ei mai non ebbe; perocchè possedeva del proprio tanto da campare agiatamente la vita, e teneva per norma il "Vivitur exiguo melius" di Claudiano.(38)
Del resto, ei non riuscì a rimangiarsi come Saturno le proprie creature.
Le sue satire erano troppo note e troppo care a' Romani, perchè si potesse d'un tratto farle dimenticare.
La freccia era uscita dall'arco, nè valeva il richiamarla; però che essa aveva ferito nel cuore del Papato.
Il poeta se ne avvide, e nella sua timorata coscienza di cattolico n'ebbe grave e angoscioso rimorso.
Dai fatti del 1848 e '49, non solo si tenne in disparte, ma se ne afflisse moltissimo, e temendo che suo figlio Ciro venisse per legge ascritto al corpo mobile della guardia civica, lo fece precipitosamente ammogliare.
Dal nuovo trionfo del Governo pontificio il Belli ebbe cagione di riconfermarsi anche meglio nella sua fede, e si ascrisse alla Società di san Vincenzo de' Paoli;(39) nè pago di questo, per far quasi ammenda de' giovanili trascorsi, dettò poesie di argomento religioso, e in difesa de' gesuiti, sermoni ed epistole contro le idee moderne;(40) tradusse gl'Inni del Breviario romano, e, pubblicandoli, li dedicava a Pio IX;(41) finchè logorato dalle fatiche e dagli anni e da domestiche sciagure, moriva improvvisamente il giorno 21 dicembre del 1863.
Moriva il poeta, quasi ripudiando le sue migliori creature, quelle finissime satire politiche, le quali, opprimendo col ridicolo il Governo papale, avevano posto il loro autore nel novero di que' pochi eletti, che fecero dell'arte non vano trastullo, ma terribile arme per combattere i nemici della civiltà e della patria.
Negli ultimi anni s'era fatto increscioso a sè e ad altrui: egli sosteneva una lotta terribile con l'antico sè stesso, il quale si ridestava in lui prepotente, poichè l'Italia risorgeva a nuova libertà, a nuova vita, a nuove e non fallaci speranze, e il Papato accennava oramai a certa e non tarda rovina.
Dicono che vicino a morire raccomandasse come sua ultima volontà, quasi a pena di maledizione, che il figlio nè altri de' suoi osassero pubblicare i sonetti politici; ma che nello stesso tempo li lasciasse aggiustati magnificamente di note e preparatissimi per la stampa, proibendo pur di bruciarli.
Poveretto! Nella tempesta che gl'infuriava nell'anima, tentava di salvare almeno, come il naufrago Camoens, il parto prediletto della sua mente.
E noi, davanti alle angoscie di questa nobile vittima, dobbiamo inchinarci e commiserare.
Il popolo romano prese la tutela di queste satire reiette dal padre loro; le fece cosa propria, poi che in esse udiva un'eco della sua coscienza, uno sfogo e una protesta contro la tirannia che l'opprime.
E noi possiamo rispettare l'ultima volontà del poeta, considerando queste satire come creazione diretta del popolo romano, dal quale, alla fin fine, egli aveva attinto inspirazione e pensieri.(42)
VII.
Ciò che abbiamo detto de' sonetti che dipingono il carattere e la vita della plebe romana, vale anche per i satirici, che hanno la stessa forma e gli stessi pregî di quelli.
È sempre un popolano che figura sulla scena, giudicando secondo le sue vedute la natura e gli atti del governo temporale e spirituale dei papi.
Dobbiamo solo avvertire che ne' sonetti satirici l'autore non ha badato, come negli altri, a schivare le molte scurrilità del vernacolo romanesco.
Questi sonetti sono proprio un frutto proibito ai ragazzi (pei quali d'altronde non furono scritti); ma vincono di naturalezza tutti gli altri, perchè appunto ritraggono più al vivo il linguaggio e l'indole del popoletto di Roma, che non si cura molto di misurar le parole.
L'oscenità della forma non porta però seco l'oscenità di concetto, e s'ingannerebbe assai chi mettesse in fascio queste satire colle sozzure del Casti.
Anche in que' sonetti (e sono più di un centinaio), che ritraggono con vivaci colori i turpi scaltrimenti delle male femmine, le coperte lascivie de' chierici e le immondizie dei postriboli, si sente che il Poeta vuol far ridere, ma per castigare i costumi, non mai per adescare al vizio.
Questa parte della poesia del Belli, della quale diamo qui pochi saggi, meriterebbe per più rispetti di venir pubblicata separatamente.
Come accade a tutti gl'ingegni originali, scrittori od artisti, il Belli creò in Roma una scuola ed ebbe un gran numero d'imitatori più o meno felici; sicchè molte satire che vanno sotto il suo nome, in verità non sono sua creazione diretta.
Ad un occhio un po'esperto sarà tuttavia agevole discernere la mano del maestro da quella degli scolari.
Le poche edizioni che io conosco di questi sonetti politici, sono incomplete e scorrettissime, per una vergognosa negligenza de' raccoglitori.
Non v'ha dubbio che, mancando gli autografi, e bisognando fidarsi alla tradizione orale, è affatto impossibile ridurli alla vera lezione; ma le piccole diversità di forma (se non si stampano, come s'è fatto sinora, con versi storpiati o difettosi di senso) non alterano punto la sostanza: anzi talvolta possono offrire una lezione che in qualche punto superi di naturalezza l'originale; perchè il popolo, accentando e variando i versi a modo suo, li ha fatti più consonanti al proprio linguaggio e al proprio genio.
E valga questo esempio.
Uno de' sonetti più popolari del Belli, è quello che va comunemente sotto il titolo Er dovere od anche Er zervitore umbro, il quale, perchè non politico, fu pubblicato colla guida dell'autografo nella raccolta del Salviucci.
Ora a me sembra che la variante popolare sia più bella dell'originale.
Giudichi il lettore:
L'IMMASCIATA BBUFFA.(1)
(Ediz.
Salviucci; vol.
4, pag.
294.)
Cosa me n'ho da intenne(2) io de l'usanze
De stì conti e mmarchesi e ccavajjeri?
Io ar zervizzio sce so'(3) entrato jjeri,
Pe' ttirà ll'acqua e ppe' scopà le stanze.
È vvenut'uno co' ddu' bbaffi neri,
Longhi come du' remi de paranze,(4)
Disce:- So' ir cacciator di monzù(5) Ffranze,
Che mi manna(6) a pportà li su'doveri.
-
Dico:- Ebbè, ddate cqua.
- Ddisce:- Che ccosa?
Dico:- Che! sti doveri che pportate.
Nun me s'è mmesso a rrìde,(7) in faccia, Rosa?(8)
Guardate llì cche pezzo d'inzolente!
Che ne so de st'usanze sminchionate,(9)
Che sti lôro doveri nun zo' ggnente?(10)
(1) L'ambasciata ridicola.
- (2) Da intendere.
- (3) Ci sono.
- (4) Paranze o paranzelle, barche da pesca.
- (5) Monsieur.
- (6) Manda.
- (7) Ridere.
- (8) È il nome della serva, a cui fa il racconto.
- (9) Stravaganti.
- (10) Non sono niente.
ER DOVERE o ER ZERVITORE UMBRO.
(Variante popolare.)
Come vôi che m'intenna de l'usanze
De sti conti, mmarchesi e ccavajjeri?
Io ar zervizzio sce so' entrato jjeri,
Pe' llavà i piatti e ppe' scopà le stanze.
N'omone arto(1) co' ddu' bbaffi neri,
Longhi come du' remi de paranze,
Disce:- So' ir cacciator di monzù Ffranze,
Che mi manna a pportà lì su doveri.(2) -
Dico:- Ebbè, ddate cqua.
- Ddisce:- Che ccosa?
Je dico:- Li doveri che pportate.
-
E nun me fa 'na risataccia, eh Rosa?
Ma gguarda sì cche omaccio impertinente!
So un ca..o de st'usanze scojjonate,
Che li doveri lôro nun zo' ggnente!
(1) Alto.
- (2) Il servo cerca di contraffarre il parlare affettato del messo: ir, di, mi, a vece di er, de, me, sono goffe ricercatezze di que' popolani, che, studiandosi di scansare il dialetto, non parlano bene né questo né la lingua illustre.
Questi sonetti politici, oltre all'essere al pari degli altri un capolavoro d'arte, sono anche una vigorosa manifestazione del pensiero italiano, e quindi un documento prezioso per la storia de' nostri tempi.
Se negli altri si trova dipinta con pennello maestro la vita intima del popolo di Roma, in questi si rivela la lotta da lui durata nella prima metà del nostro secolo centro il Governo papale.
Quelli possono giovare all'etografo; questi allo storico.
Tutti poi hanno uguale importanza, se si considera che racchiudono gli elementi di un intero dialetto, e di un dialetto che viene secondo a quello che meritò l'onore di diventar lingua comune.
A questi sonetti dovrà attingere, come a fonte sincera ed inesauribile, chi voglia compilare un vocabolario dell'uso romanesco: il quale bisognerà pure che entri come terzo elemento nel Dizionario universale della lingua italiana, almeno per quella parte di locuzioni che mancano al fiorentino e agli altri dialetti toscani.
Imperocchè così consigliano di fare la situazione e la importanza politica, di Roma, la pronuncia romana per comune consenso migliore della toscana, e quel fare largo dignitoso e magnifico, che si sente nel dialetto romanesco, il quale, secondo il Gioberti, tiene da vantaggio del latino; mentre la semplicità, la discioltura, il brio del toscano risentono del greco; così che, a parere di molti, i due dialetti si completano a vicenda, e sono entrambi elemento indispensabile a far perfetto il linguaggio e lo stile italiano.(43)
Per questi ed altri rispetti, ho fede che la presente raccolta non riesca sgradita agl'Italiani(44).
Darò ora ragione del modo tenuto nel compilarla.
VIII.
In questo volume si trovano tutti i sonetti del Belli conservati dalla tradizione popolare, e insieme i migliori di quelli che vanno comunemente sotto il suo nome, ma che sono d'altri.
Io li ho raccolti quasi tutti dalla bocca di persone che li udirono più volte dallo stesso autore, ed ho in pari tempo tenuto conto di quelle varianti; che mi parevano risponder meglio al carattere del dialetto romanesco.
Perciò non trascurai di consultare anche molte e molte delle raccoltine manoscritte, che ne corrono per tutta Italia, e che sono più o meno spropositate.
Chi ebbe in mano qualcuna di queste raccolte, si meraviglierà forse vedendo che nel nostro volume spesso un intero sonetto è affatto mutato.
Ma la sua meraviglia cesserà, se ripensi che questi sonetti, col passare per mille bocche e col venire trascritti da chi poca o nessuna conoscenza aveva del vernacolo romanesco, dovevano di necessità riuscirne storpiati maledettamente.
Tale è la sorte di tutti i poeti, che acquistarono, come il nostro, una popolarità straordinaria.
La lezione che io presento, se non è sempre la vera, è certo la migliore che se ne conosca.
Quanto al modo di scriverli, mi sono studiato di imitare, colla maggiore esattezza possibile, l'ortografia dell'autore, riscontrando pazientemente ogni parola sugli altri sonetti dell'edizione del Salviucci.
Taluni (non escluso qualche romano) avrebbero voluto che usassi un'ortografia più semplice, che si accostasse maggiormente a quella della lingua comune; massime perchè, dicevano essi, le diversità che sono tra questa e il dialetto romanesco, vanno oggi giorno più scomparendo.
Altri mi consigliavano la stessa cosa, perchè, a loro avviso, certe inflessioni, certe consonanti appena accennate nella pronuncia, non si possono far intendere co' segni dell'alfabeto comune il che in altre parole varrebbe che il nostro Poeta sbagliò nel modo di scrittura di quel dialetto.
Io non reputai conveniente di seguire questo consiglio, che pur mi avrebbe risparmiato una fatica lunga e noiosa; ma ringrazio que' cortesi che me lo diedero, per avermi così pòrto occasione di liberarmi da ogni futura molestia, coll'esporre qui le ragioni, che m'indussero a tenermi strettamente all'ortografia dell'autore.
E per rispondere alla prima obiezione, non ricorderò che in regola generale i dialetti si scrivono come sono, o si lasciano dove stanno; ma dirò bene, che se il dialetto romanesco accenna già di voler scomparire fondendosi nella lingua comune, questo fatto pare a me una ragione di più per iscriverlo oggi fedelmente com'è, affine di tramandarlo nella sua genuina immagine a' posteri, i quali altrimenti non potrebbero conoscere quello ch'ei si fosse realmente.
In quanto alla seconda, riconosco di buon grado che ha sè molto di vero: e per fermo, chi pronunziasse giusta il valore che hanno nella lingua comune, alcuni modi ortografici usati dal Belli, com'è per un esempio lo sc, farebbe quasi una caricatura della retta pronunzia romana; ma non è meno vero, che non sarebbe più esatto chi mettesse la sola c al posto dello sc.
Costui taglierebbe, non iscioglierebbe il nodo.
Insomma quando si scrive un dialetto coll'alfabeto della lingua illustre (che val quanto dire scrivere una lingua co' segni di un'altra), i modi ortografici hanno necessariamente un valore relativo alla pronunzia del dialetto; e per evitare, come meglio si può, lo sconcio che altri li pigli nel loro valore comune, non c'è che il mezzo di mettere sull'avviso i lettori con appositi avvertimenti.
E questo io l'ho fatto, a quando a quando nelle note, e più particolarmente nelle avvertenze intorno al dialetto, premesse a' sonetti, le quali ho prima sottoposto all'approvazione di due giudici competentissimi, il professore Ferdinando Santini e il deputato Giuseppe Checchetelli, che per questo lavoro mi furono larghi di amichevoli conforti e di aiuto efficace.
A queste considerazioni generali debbono aggiungersene alcune speciali al caso nostro.
E in primo luogo, se per consentimento dell'universale il Belli è sinora (e tutto fa credere che rimarrà sempre) il primo scrittore del dialetto romanesco, e se egli adottò costantemente per lo spazio di cinquant'anni quella ortografia, noi dobbiamo credere ch'ella sia la più adatta a significare il carattere speciale di quel dialetto: lo dobbiamo credere, almeno fino a tanto che non sorga un santo Padre colla barba più lunga, che ci dimostri il contrario.
Dovendo poi entrare nel presente volume anche un centinaio e più di sonetti non politici, scelti nell'edizione romana che fu fatta col riscontro dell'originale; e non potendosi, senza offendere ogni legge di letteraria convenienza, mutarne l'ortografia, era pur necessario di uniformarvi anche quella de' sonetti politici, se non si voleva fare una brutta stonazione.
Nella prima edizioncella ch'io pubblicai di una trentina di questi sonetti (45), c'era qualche doppia consonante soverchia nel principio di alcune parole; ma ora, questo ed altri piccoli difetti li ho emendati, e posso affermare con sicurezza, che se avessimo gli autografi, si vedrebbero scritti con una ortografia identica a quella da me adottata.
Cosicchè, per dirla alla buona, l'asino è stato legato proprio dove voleva il padrone: e tale è appunto l'obbligo di un raccoglitore di scritti altrui.
Le note a' sonetti conservati dalla tradizione popolare, son tutte mie.
Prevedo che sembreranno troppe a chi ha un po' di pratica del dialetto, e poche a chi non ne conosce punto; ma questo è lo Scilla e Cariddi, in cui si rompono il capo tutti i chiosatori; quindi non saprei che farci.
Le note a' sonetti non politici, scelti nell'edizione del Salviucci, sono in parte dell'autore e in parte di me, che le ho messe dove mancavano affatto, e dove mi parevano insufficienti.
In questi sonetti, la Censura romana, spigoiistra ed ipocrita secondo il costume, aveva tolto molte parole innocenti, come buggiarone, perdio, cazzotto, ecc., sostituendovi buzzarone, pebbìo, cacchiotto, ecc., che non sono del popolo, ma di quei santificetur che si scandolezzano molto delle parole e niente delle azioni disoneste.
Io ho rimesso le parole popolari nella loro integrità di forma.
Nel fine del volume, quasi in appendice, mi è sembrato opportuno di mettere anche alcuni sonetti italiani del nostro autore, non perchè abbiano in se stessi un gran pregio e possano reggere al confronto di quelli in dialetto, ma perchè sono molto popolari.
Di altre piccole cose spettanti al modo tenuto nel compilare questo volume, il lettore discreto scoprirà da sè la ragione.
SONETTI
CONSERVATI DALLA TRADIZIONE POPOLARE
-
AVVERTENZE
INTORNO ALL'ORTOGRAFIA E ALLA PRONUNZIA
DEL DIALETTO ROMANESCO
La consonante raddoppiata in principio di parola, indica che deve pronunziarsi con forza.
Quando il senso lo permette, si appoggia la prima delle due consonanti sulla voce finale della parola antecedente: per esempio: a ppietà si pronunzia ap-pie-tà; tu ssentirai, tus-sen-ti-rai; ma cche ddiavolo, mac-ched-dia-vo-lo; ecc.
Le sillabe scia, sci, scio, sciu, e particolarmente sce che s'incontra spessissimo, quando stanno in vece di cia, ci, cio, ciu, ce, come in camiscia (camicia), calisci (calici), voscione (vocione), sciuco (ciuco, piccolo), disce (dice), filisce (felice), e simili, devono pronunziarsi con uno strisciamento piano ed uguale in tutta la sillaba, non con quel colpo aspro che si suol dar loro nella lingua comune, com'è, per esempio, quando leggiamo: floscio, fascio; nè tampoco così dolce che somigli al g francese.
Si avverta che la c si muta in sc, quando è in luogo dove non si richiede che venga raddoppiata.
Così dirai: È ttroppo sciuco, ma dovrai dire altresì: È cciuco.
Dopo una consonante, al posto dell's si trova sempre una z, che si pronuncia forte; ma quando la z non istà per s, ritiene la regolare pronuncia italiana.
Vi si dice un zero dolcemente, ma si dirà conzonante, un zole, er zole colla z ben aspra.
Si o ssi vale se congiunzione condizionale; se o sse, e dopo una consonante ze, vale si affisso.
Al posto del gl c'è sempre la doppia j, che a prima giunta può parere soverchia (fijji, figli); ma non lo è perchè scrivendosi a mo' d'esempio con una sola j la parola fiji, i non Romani sarebbero indotti a leggerla con un suono dolce e rapido, quasi fosse una sola sillaba, come nell'italiano guajo, e non col suono forte de' Romaneschi, che la pronunziano in due tempi distinti : fij-ji.
S'oda un verso del Belli:
"Desiderà li fijji, eh, sora Ghita?"
È d'avvertire, che il popolo romano per figlio, oltre che fijjo, usa anche fîo, massime quando parla con ischerno come quando dice: Eh! bbér fîo, come dicesse: Eh! Signorino!
Nun e il suo troncamento nu' valgono non.
Pe' o ppe' è sempre troncamento di per; co' o cco', di con.
Al posto degli articoli i e gli, i Romaneschi mettono costantemente li.
In ner, che talvolta, secondo i capricci dell'eufonia, muta in in der, vale nel, e fa al plurale in de li (nelli).
In ne lo e in de lo tengono il posto di nello, e fanno al plurale in ne li, in de li (negli).
In ne la e in de la valgono nella, e fanno al plurale, in de le (nelle).
Ched'è o chedè (che il Belli scrive quasi sempre ch'edè) vale che cos'è.
È forse una corruzione del quid est latino; oppure è fatto per ragion d'armonia, come quando noi per o congiunzione, seguendovi una parola che cominci per vocale, facciamo od.
Si sono contrassegnati coll'accento grave o acuto (a seconda che la voce è larga o stretta) que' troncamenti d'infiniti, che i Romaneschi pronunziano accentati sull'ultima vocale, come parlà (parlare), avé (avere), sentì (sentire), ecc.; e coll'apostrofo quelli che sogliono pronunziare coll'accento sulla penultima, come êsse' (essere), véde' (vedere), vìve' (vivere), ecc.
- Si noti pure che i Romani per l'infinito vedere talora fanno véde', e tal altra vedé, a capriccio: Sémo annati a vvedé la festa, e vvoi nu' lla volete véde'?
Abbiamo contrassegnato coll'accento acuto, o col grave, le vocali e ed o, soltanto nel caso che la loro pronunzia debba essere l'opposto della comune, o se ne discosti sensibilmente.
L'accento circonflesso, come ogn'altro segno ortografico, compie nel dialetto romanesco gli stessi uffici che nella lingua comune, e le vocali da esso contrassegnate devono pronunziarsi larghe, ma non mai allungate o doppie, come talvolta usano i Francesi.
Gioverà anche di avvertire che davanti a' verbi che cominciando colla sillaba ri, significano ripetizione di azione, i Romaneschi aggiungono quasi sempre un'a: aritorno (ritorno), aripete (ripete), arisponne (risponde).
SONETTI
CONSERVATI DALLA TRADIZIONE POPOLARE
I.
LI GIUDII.(1)
(1825?)
-
In cuesto io penzo come penzi tu:
Io l'odio li giudii peggio de te; (2)
Perché nun zo'(3) cattolichi, e pperchè
Mésseno(4) in crosce er Redentor Gesù.
Ma ripescanno poi dar tetto in giù(5)
Drento la legge vecchia de Mosè,
Disce er Giudio che cquarche ccosa sc'è
Pe' scusà le su' dodici tribbù.
Infatti, (disce lui) Cristo partì
Da casa sua e sse ne venne cqua,
Co' l'idea de quer zanto venardì.(6)
Duncue, (seguita a ddì' Bbaruccabbà(7))
Subbito che(8) llui venne pe' morì,(9)
Quarchiduno l'aveva d'ammazzà!
(1) Con questo sonetto il Poeta vuole vendicare le persecuzioni crudeli e le umiliazioni fatte patire dai cattolici di Roma agl'Israeliti.
La satira è terribile, perché va armata da un sillogismo stringente, e perché tocca un punto capitale della dottrina cattolica.
- Nell'edizione Salviucci (vol.
II, pag.
396), v'ha un altro sonetto del Belli, intitolato L'omaccio (l'omaggio) de l'Ebbrei.
Eccone l'argomento.
Il primo giorno di carnovale, er Cacamme, specie di giudice della Sinagoga, va al Campidoglio a fare omaggio di sudditanza e a giurare ubbidienza alle leggi del Senato e del popolo romano, davanti ai tre Conservatori o magistrati municipali di Roma.
Il più anziano di questi, quando l'Ebreo ha recitato la solita formola, - Arza una scianca (gamba) e jj'arisponne: Andate.
- Anticamente non faceva soltanto l'atto, ma gli posava un piede sul collo, o gli affibbiava proprio un calcio ner chitarrino.
E tanta umiliazione era pure un fiore di grazia per que' poveri Ebrei; dacchè col sottoporsi ad essa e collo sborso d'una grossa somma, avevano ottenuto che il Municipio vietasse al popolaccio di andare in carnevale di saccheggiare il ghetto e a perpetrarvi impunemente ogni nefandezza, barbara usanza che fu tollerata per tutto il medio evo.
In altro sonetto (vol.
III, 310), il nostro Poeta accennava pure all'obbligo imposto un tempo agli Israeliti, di portare sul cappello un cenciolino, affinchè si potessero subito e dovunque riconoscerli fra la turba degl'incirconcisi.
Egli insomma prediligeva questo tema doloroso, massimamente perché (crediamo noi) nell'anno trentesimoterzo dell'età sua vide ricominciarsi da Leone XII una bestiale persecuzione contro gli Ebrei.
Codesto papa, che fu una brutta caricatura di Sisto V, ritolse a que' disgraziati ogni diritto di proprietà, obbligandoli a vendere entro un determinato tempo quello che già possedevano; ordinò che venissero chiusi nei ghetti con muraglie e portoni; li affidò alle paterne cure del Santo Ufficio; e non pago di tutto questo, volle anche richiamare in vigore a carico loro molte barbare usanze medioevali, tra cui quella iniquissima del calcio.
- (2) Più che non li odi tu.
- (3) Sono.
- (4) Méssero.
- (5) Ripescare dal tetto in giù, vale guardar la cosa più addentro, più profondamente.
- (6) Intendi: col proposito di morire per la redenzione del genere umano.
- (7) Nome volgare dato agli Ebrei, ma particolamente a' rabbini.
Credo sia una corruzione di certe parole ebraiche che il rabbino canta nella Sinagoga.
- (8) Dacchè.
- (9) Variante: Subbito che cce venne pe' morì.
II.
ER DEPOSITO DE PAPA LEONE.
(1829)
-
In ner vedè(1) cquer zasso bbuggiarone
Lì avanti(2) a la Madonna de l'Archetto,(3)
Che lo pòrteno a un studio d'architetto,(4)
Pe' ffa' er deposito a ppapa Leone
Un villano che stava sur cantone
A ccavallo ar zomaro:- Eppuro, (ha detto)
Ce scommetto sta bbestia, ce scommetto,
Si nun vale ppiù llui(5) che sto pietrone.
-
No (jj'ha risposto allora un omo grasso);(6)
Frater caro, scommetti quanto vôi,(7)
Ma pper adesso, no, vvale ppiù er zasso
Lassa che ssia finito, frater caro;
Lassa che ssia finito, e allora poi
Valerà d'avantaggio er tu' somaro.
-
(1) Nel vedere.
- (2) Variante: Accanto.
- (3) Chiesa di Roma.
- (4) Architetto e scultore sono una stessa cosa pel popolano di Roma, che non la guarda tanto nel sottile, e sa che chi fece la Cupola fece anche il Mosè.
- (5) Il somaro: sarebbe stato innaturale il dir lei, riferendolo a bestia.
Su questa preziosa sgrammaticatura così mi scriveva l'egregio amico prof.
Santini: "Per rispetto alla grammatica, dovrebbe dir lei, perchè questo relativo riferisce a bestia.
Ma quel lei, più grammaticale, sarebbe meno estetico e men logico.
Perocchè il lettore tiene già piantata in capo l'idea mascolina di somaro; nè gli si è tolta via per la parola bestia, sotto la quale è pur sempre chiusa l'idea del prode animale; e però pensando tuttavia al somaro, quel lei verrebbe come una stonatura in orchestra, e forse il lettore non saprebbe a chi riferirlo, almeno a prima giunta.
Questa è la ragione del bellissimo fatale monstrum, quæ di Orazio, riferito a Cleopatra.
E il popolo ch'è più logico dei puri gramatici sempre, dice sempre così in simili casi." - (6) Variante: No, (jj'ha risposto un omo grasso grasso.) - (7) Vuoi.
III.
LA RRIVULUZZIONE DER 31.
-
Più cce se penza e mmeno se pô ignótte',(1)
Ch'er zanto Padre ha dd'abbozzà,(2) perdio!,
Co' sti porcacci fijji de miggnotte,
Che lo tràtteno(3) peggio d'un giudìo.
Stasse a mme a commannà, bbrutte marmotte!,
Ve vorrebbe fa' vvéde' chi sso' io:
'Na scommunica, e annateve a fa' fótte'!
Ma ste cose, si, pproprio a ttempo mio!
Sémo o nun zémo?(4) Fa pparà dde nero
La cchiesa de San Pietro, indeggnamente;
Metti le torce ggialle, chiama er crêro,(5)
Furmina,(6) come usava anticamente:
E allora vederemo si ddavero
Mòreno(7) tutti cuanti d'accidente.(8)
(1) Inghiottire, mandar giù: detto metaforicamente per tollerare.
- (2) Abbozzare è voce viva anche in Toscana, e vale: Astenersi dal prendere vendetta di offese ricevute, dissimulare.
- (3) Trattano.
- (4) Siamo o non siamo? - (5) Clero.
- (6) Fulmina, scomunica.
- (7) Muoiono.
- (8) Dicono che questo sonetto sia del Pistrucci.
IV.
'NA PAVURA DE PAPA GRIGORIO.(1)
(1831)
-
L'antra sera ar quartiere a la Reale,(2)
A ssan Pietro, le scento sentinelle
Strillôrno(3) all'arme!, e a lo strillà dde cuelle
Er tammùrro(4) batté la ggenerale.
Pènzete er Papa!...(5) Bbutta l'orinale,(6)
In camiscia, e ssi e nno co' le ciafrelle,(7)
Va a li vetri...(8) e cche vede, Raffaelle?(9)
Passà fra cquattro torcie er Principale.(10)
Cor naso mezzo drento e mmezzo fôra,(11)
(Chè ttanto inzino a llì lu' sce s'arrischia(12))
- Oh! (disce) bbuggiarà; pproprio a cquest'ora! -(13)
Povero Papa! è ttanto scacarcione,
Chè ssi 'na rondinella passa e ffischia,(14)
La pijja pe' 'na palla de cannone!
(1) Questo sonetto fu scritto quando i moti liberali del '31 non essendo ancora del tutto repressi, Gregorio XVI temeva ad ogn'istante una rivoluzione dentro Roma, e faceva rafforzare il posto di guardia al Vaticano.
- (2) Così si chiama il quartiere di piazza Rusticucci, presso San Pietro.
- (3) Strillarono.
- (4) Tamburo.
- (5) Pènsati il Papa: Figurati lo spavento del Papa! La variante popolare è non meno rapida ed efficace: Hai visto er Papa?...
- (6) Perchè allora andava al letto.
- (7) Ciabatte.
- (8) Alla fenestra.
- (9) Nome della persona a cui si fa il racconto.
- (10) Il Sacramento: metafora tolta dai padroni di bottega, che in Roma si chiamano principali.
- (11) Gregorio XVI aveva un naso di grandezza straordinaria, e i Romani lo chiamavano: er zor Grigorio der peparone.
- (12) Lui ci si arrischia.
- (13) Variante: Fa: - Bbuggiarallo! mo, ppropio a cquestora! - (14) Stupenda la variante popolare: Er Papa poveromo! è un po' cacone, E ssi ppassa 'na rondine che ffisschia, ecc.
V.
L'INCONTRO COR PADRONE VECCHIO.(1)
(1° ottobre 1831.)
-
Sor Conte...
- In grazia, chi?...
- Vostr'accellenza
Che! nun m'ariffigura?...
- Non m'inganno...
-
- Taccagna.
- Ah, sì: e di dove? - Da Fiorenza.
-
Che siete stato a farvi? - Er contrabbanno.
-
Buono! Ed or? - Servo er Papa.
- In quale essenza? -
- De sordato.
- E da quanto? - Eh, mmuffalanno.(2) -
In qual'armi servite? - Culiscenza,(3)
Reggimento Zamboni, ar zu' commanno.
-
Cioè? - Guardia-d'onor-de-pulizzia.
-
- Corpo di Bacco a fè.
- Ma cce se maggna.
-
Dunque, siete contento.
- Eh, ttiro via.
-
Dove state? - A Marittimo-e-Ccampagna.(4) -
Ma ora? - Sto in promesso(5) a casa mia.
-
Ed abitate sempre...
- A la Cuccagna.(6) -
Addio, dunque, Taccagna.
-
Vorrìa bascià la mano...
- Oh! un militare!
Nol permetterò mai.
- Come ve pare.
-
(1) Questo sonetto, stampato già nell'edizione romana, è una satira contro le truppe raccogliticce, di cui il Governo pontificio si valse a reprimere nel '31 i moti liberali delle Romagne.
I Cacciatori a piedi ed a cavallo che lo Zamboni raccolse a Ferrara, dall'ultima feccia delle plebi, "operarono (scrive il Farini) assassinii e tumulti a Bologna, a Lugo, a Ravenna, dovunque andarono; ed i cittadini sgomentati accoglievano gli Austriaci in qualità di protettori, ed in qualche luogo li chiamavano ed invitavano." (Lo Stato romano dal 1815 al 1850: vol I, cap.
V.) - (2) Mo fa lanno: è un anno.
- (3) Con licenza: frase di rispetto verso l'antico padrone, come quell'ar zu' commanno che viene sotto, e che i servitori cacciano in qualunque discorso.
Ma siccome culiscenza vale anche con rispetto parlando, così qui fa ridere, perchè veramente nomina poi una cosa non pulita, qual era il Reggimento Zamboni.
- (4) Marittima e Campagna: provincia al sud-est di Roma.
- (5) In permesso.
- (6) Così è detta una estremità della piazza Navona.
VI.
LI PUNTI D'ORO.(1)
(27 dicembre 1832)
-
Ccusí vviengheno a ddí'(2) li ggiacubbini
Ar gran zommo pontescife Grigorio:
- Che tte fai de li stati papalini
Dove la vita tua pare un mortorio?
Va,(3) e tt'upriremo palazzi e ggiardini,
T'arzeremo una statua d'avorio,
Te daremo un mijjone de zecchini,
Te faremo stà ssempre in rifettorio.(4) -
Ma er Papa, a sta bbellissima protesta
De palazzi, de statua e mmijjone
Je dà st'arispostina lesta lesta:
- Vojantri me pijjate pe' ccojjone.
Io sempr'ho inteso ch'è mmejjo êsse testa
D'aliscetta che coda de sturione.(5) -
(1) Ponti d'oro a chi fugge: proverbio.
In Roma però dicono punti, non già perchè in questa maniera si pronunci il vocabolo ponti, ma perchè così dicono.
- (2) Così vengono a dire: così press'a poco dicono.
- (3) Va via.
- (4) Refettorio.
Giova qui ricordare che Gregorio XVI era stato frate, ed aveva fama di mangiatore e bevitore straordinario.
- (5) Proverbio.
VII.
ER GIUCATOR DE PALLONE.(1)
(31 gennaio 1833)
-
Ar Bervedé cc'è ppoco.(2) Er Papa vola,
Che ppe' vvolate(3) manco Ggentiloni.(4)
Ma in partita è ttareffe,(5) e ffa cciriola,(6)
Ché li falli so' assai piú de li bbôni.(7)
Che sserve che nnoi poveri cojjoni
Je seggnamo le cacce?(8) A cquella scôla
De mannà ssempre a sguincio(9) li palloni,
Si ll'impatti è, pper dio, grasso che ccola.(10)
Ggiuchi a ppassa-e-rripassa, o ccor cordino,(11)
Dà llui solo l'inviti e le risposte,(12)
E vvô sta' ssempre lui sur trappolino.(13)
Cuann'è all'onore poi,(14) fa ccerte poste,(15)
Scerte finte,(16) c'a ess'io Tuzzuloncino,(17)
Je darebbe er bracciale in de le coste.
Ne le partite toste,(18)
O mossce,(19) lui s'ingeggna, (nun ridete!)
Cor vadi e vvienghi, e cquale la volete.(20)
Tira sempre a la rete(21)
Cuann'è in battuta, e nnun fa mmai un arzo
O rribbatti de primo o dde risbarzo.(22)
Ar chiamà,(23) cchiama farzo;
E ssi er quinisci(24) penne(25) da la tua,
Procura de tornà ssempre a le dua.(26)
Ha una regola sua
Oggni tanto de dà' ffôra una messa,(27)
Pe' ffàtte ariddoppià la tu' scommessa:
E cco' sta jjoja(28) fessa,
Qualunque cosa er cacciarolo(29) canti,
Cce dàne er farzamento(30) a ttutti cuanti.
(1) Sotto il velo allegorico delle astuzie usate nel gioco del pallone, si adombrano in questo sonetto gl'infingimenti e le male arti di Gregorio XVI.
- Fu stampato nell'edizione romana, sostituendo nel primo verso il nome di Tosto, giocator di pallone, a quello di Papa, e mutando parecchie altre parole.
- Le note son tutte dell'autore.
- (2) Manca poco al vedersi gli effetti.
Notisi che quel modo proverbiale è tolto dal Belvedere, luogo sotto al Museo Vaticano, dove fino agli ultimi anni si giuocava al pallone.
- (3) Volare, volate, cioè iattanze, sfoggio di vane promesse.
Al giuoco di pallone si dice volare e far volate il mandare di prima battuta i palloni oltre i termini estremi della palestra.
- (4) Rinomato giuocator di battuta, o battitore.
- (5) Fallace.
- (6) Far ciriola: intendersi segretamente cogli avversarii in fraude di chi è con lui o tiene dalla sua.
- (7) Dicesi fallo o buono, secondochè il pallone trapassi o no le linee che limitano o partono l'arena.
- (8) Le cacce sono quei punti, sui quali un giuocatore di rimando ha arrestato in qualunque modo un pallone; si che non trascorra più lungi: ciò che egli si sforza di eseguire il meno discosto che può dalla battuta di dove egli stesso è obbligato ad oltrepassare quel segno, onde vincere quel giuoco.
Segnar le cacce significa notare gli altrui mancamenti.
- (9) A sghembo.
- (10) È, cioè, il maggior de' successi.
- (11) Il giuoco a passa-e-ripassa è quello in cui si conviene di non dovere che oltrepassare la linea media della palestra.
Quello poi col cordino consiste nel superare una corda attaccata in alto e attraversante l'arena in sito e direzione parallela alla detta linea media.
- (12) L'invito è una specie di scommessa fra giuocatori, che vinta o perduta da ciascuna delle parti avversarie, le raddoppia il successo favorevole o contrario della partita.
- La risposta è l'accettazione o il rifiuto dell'invito, con certe regole che qui sarebbe inopportuno e lungo il riferire.
- (13) Tavolato inclinato, dal quale discende il battitore nel battere, onde il colpo prenda più vigore dall'urto del corpo in discesa.
- (14) All'onore: così gridasi dal chiamatore o cacciarolo al principiarsi dell'ultima partita.
- (15) Poste: palloni colpiti in aria, prima cioè che abbino toccato terra: ciò che sarebbe di balzo.
- (16) Finte: astuzie di giuoco.
- (17) Tuzzoloncino: giuocatore rinomato per la sua forza, e detto Tuzzoloncino da tuzzare o percuotere.
- (18) Partite di dura prova.
- (19) Il rovescio della nota 18.
- (20) Formule d'invito o accettazione, di che vedi la nota 12.
- (21) In fondo all'arena è un palchettone coperto da una rete che difende gli spettatori.
Chi percuote in quella, o al disopra indeterminatamente, fa volata.
Vedi la nota 3.
- (22) Vedi la nota 15.
- (23) Il chiamare è dire ad alta voce il numero de' punti de' quali si è in guadagno.
- (24) Il quindici, ossia una quarta parte della partita, che si divide in quindici, trenta, quaranta e cinquanta.
Ciascuno di questi quattro numeri dicesi un quindici.
- (25) Pende: inclina.
- (26) Quando entrambi gli avversari, fatti nella partita pari guadagni, sono giunti egualmente a 40, cioè al terzo quindici, si torna alle due, cioè si retrocede al punto anteriore, cioè al trenta, vale a dire si torna a passar due volte per quel grado, onde la partita abbia più probabilità di eventi, e non termini di un sol colpo al 50, che n'è il fine.
- (27) Messa: posta pecuniaria delle scommesse.
- (28) Joia, cosa lunga e noiosa.
- (29) Il chiamatore del giuoco.
- (30) Falsamento: canzonatura.
VIII.
ER ZERVITORE DE MONZIGGNOR TESORIERE.
(1833)
-
Ma ssai c'ha riccontato oggi er padrone?
Che avenno inteso er gran ebbreo Roscilli(1)
C'ar monte sce ballaveno li grilli,(2)
Ha ddato ar Papa in prestito un mijjone.
Accusí 'gnuno avrà la su' penzione,
E nun ze(3) sentiranno tanti li strilli;
Chè a sto paese cqui, tutto er busilli
Sta in ner campà a lo scrocco e ffa' orazzione.
È proprio un gran miracolo de Ddio,
Che pe' sspìgne' la Cchiesa a ssarvamento,
Abbi toccato er core d'un giudìo.
Er Papa ha fatto espóne er Zacramento,
Pe' rringrazzià Ggesú bbenigno e ppïo,
Che ccià(4) ssarvato ar zessantun pe' ccento!(5)
(1) Rotschild.
- (2) Per intendere la satira mordace di questo verso, bisogna sapere che a Roma v'è un Monte detto de' depositi (annesso a quello di pietà), che riceve danaro in deposito senza pagarci interessi, anzi esigendo una tenue ricompensa dai depositatori, ad ogni richiesta de' quali si obbliga di restituirlo.
Il Governo pontificio, morale com'è, fece più volte tabula rasa nella cassa di codesto sacro istituto, ed è facile immaginare lo scandalo che ne nacque.
Sce ballaveno li grilli (ci ballavano i grilli) significa, appunto che era piazza pulita: equivale alla frase italiana ci ballavano i topi.
- (3) Si.
- (4) Ci ha.
- (5) Gl'interventi stranieri, lo arruolamento e l'ordinamento delle truppe svizzere, le commissioni militari, le polizie costarono enormi spese, durante tutto il regno di Gregorio: si fecero prestiti rovinosi, uno de' quali con Rotschild al 65 per cento; e quantunque le tasse crescessero, si ebbe una deficienza annua di cinque in seicentomila scudi almeno; ed il debito pubblico, regnante Gregorio, crebbe di ventisette milioni di scudi.
L'amministrazione del Tosti tesoriere fu un vero disastro.
Nessuno accusa di inonestà lui rimasto povero, ma tutti lo rendono in colpa di inesperienza e scioperataggine: l'erario impoverì: il disordine crebbe: molti in Roma traricchirono per usure, per appalti pubblici, per lavori fatti dal Tosti, come dicono, economicamente.
Di un decennio della sua amministrazione non si è mai potuto fare e dare un vero rendiconto.
Un Galli computista della reverenda Camera arruffò cifre, e diede ad intendere di averlo compiuto; ma la fu polvere gettata negli occhi.
(Farini: Lo Stato romano dall'anno 1815 al 1850, vol.
I, cap.
XI.) In tale condizione di cose, s'immagini ognuno quale effetto producesse questo sonetto del Belli.
IX.
ER PRESTITO.(1)
(1833)
-
Ma eh? Gessummaria! che monno tristo!
Si sse(2) vedesse fa' a li ggiacubbini,
Va bbè;(3) ma er Papa ha da pijjà cutrini
Da un omo c'ha ammazzato Ggèsucristo!
Uh! rriarzasse la testa Papa Sisto,
Ch'empí zzeppo Castello(4) de zecchini:
Ve direbbe:- Ah ppretacci malandrini!
C'era bbisogno de sto bbell'acquisto?
Nun ciavete perdìo tanta de zecca,
Da cugnà mmille piastre 'ggni minuto,
Senza fàlli(5) vení fin da la Mecca?(6)
E cco' ttutto sto scannalo futtuto,
Maneggiate a ssan Pietro la bbattecca,(7)
Pe' bbuggiarà la ggente senza sputo! -
(1) Questo sonetto allude, come l'antecedente, al prestito rovinoso contratto dal Governo pontificio con Rotschild; ma ci mancano testimonianze che sia del Belli.
(2) Se si.
(3) Va bene: sarebbe men male.
(4) Castel sant'Angelo.
(5) Farli.
Il li si riferisce a cutrini, non a piastre.
Per questa ragionevole sgrammaticatura, si veda la nota 5 al Sonetto Er deposito de papa Leone.
(6) Qui Mecca sta per qualunque paese lontano e d'infedeli.
(7) La bacchetta con cui dallo sportello del confessionale i penitenzieri maggiori di San Pietro, e d'altre chiese privilegiate, toccano leggermente la testa ai baciapile che s'inginocchiano davanti a loro, per essere assolti così a buon mercato dai peccati veniali.
X.
DON MICCHELE DE PORTOGALLO.(1)
(1833)
-
Ce mancava pe' nnoi st'antro accidente! -
Doppo fatto ar Brasile er pappagallo,
Riècchete(2) don Pietro a ffa' er reggente,
Pe' rróppe' li cojjoni ar Portogallo
In fónno, a nnoi nun ce n'importa ggnente;
Chè, grazziaddio, noi stamo a culo callo:(3)
L'Ebbreo cce dà cutrini alegramente,
E ssi cce maggna sopra,(4) buggiaràllo!
Io me sento schiattà pe' ddon Micchele.
Je volevo dì':- Ssei troppo bbono!...
Quanno vedi ch'er popolo è infedele,
Nu' sta' a ssentì nè angeli nè ssanti:
Stàmpeje un bell'editto de perdono,
E 'r giorno appresso impicca tutti cuanti.(5) -
(1) Questo famoso sonetto, comunemente attribuito al Belli, è del commediografo Giovanni Giraud romano.
- Per agevolarne l'intelligenza, delineeremo a brevi tratti il quadro storico, di cui don Michele di Braganza fu protagonista.
Giovanni VI, re di Portogallo, dopo la rivoluzione scoppiata a Porto nel 1820, e divampata poi in tutto il regno, dovette mal suo grado giurare la costituzione che i rappresentanti del popolo gli proponevano, e tornato nel 1821 a Lisbona fra le solite acclamazioni, lasciava in qualità di reggente nei possedimenti brasiliani il primogenito suo don Pietro.
Passò appena un anno, che mentre il Re studiava il modo di levarsi d'attorno l'incomodo delle Cortes, i democratici del Brasile, insofferenti della soggezione al Portogallo, gridarono la loro indipendenza, e sapendo il Principe reggente di spiriti liberali, lo incoronarono imperatore.
Re Giovanni protestò e dichiarò guerra al figlio e a' ribelli.
Intanto il secondogenito suo don Michele, d'indole e di principii affatto opposti a quelli del fratello, s'affaccendava d'accordo coll'alto clero, colle corti di giustizia e cogli ordini privilegiati, a buttar esca sul fuoco; affinché i liberali portoghesi pagassero il fio de' ribelli brasiliani.
In conseguenza di tali maneggi, che non potevano essere ignoti al Re, scoppiò nel febbraio del 1823 una rivoluzione in senso reazionario a Villa Real, capitanata da un Conte di Amarante.
Minacciò estendersi anche nelle provincie, ma i costituzionali riuscirono a soffocarla.
Allora la reazione volse i suoi sforzi a corrompere e tirar dalla sua una parte dell'esercito, il che agevolmente le venne fatto.
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