DUECENTO SONETTI, di Giuseppe Gioachino Belli - pagina 7
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Ad un occhio un po'esperto sarà tuttavia agevole discernere la mano del maestro da quella degli scolari.
Le poche edizioni che io conosco di questi sonetti politici, sono incomplete e scorrettissime, per una vergognosa negligenza de' raccoglitori.
Non v'ha dubbio che, mancando gli autografi, e bisognando fidarsi alla tradizione orale, è affatto impossibile ridurli alla vera lezione; ma le piccole diversità di forma (se non si stampano, come s'è fatto sinora, con versi storpiati o difettosi di senso) non alterano punto la sostanza: anzi talvolta possono offrire una lezione che in qualche punto superi di naturalezza l'originale; perchè il popolo, accentando e variando i versi a modo suo, li ha fatti più consonanti al proprio linguaggio e al proprio genio.
E valga questo esempio.
Uno de' sonetti più popolari del Belli, è quello che va comunemente sotto il titolo Er dovere od anche Er zervitore umbro, il quale, perchè non politico, fu pubblicato colla guida dell'autografo nella raccolta del Salviucci.
Ora a me sembra che la variante popolare sia più bella dell'originale.
Giudichi il lettore:
L'IMMASCIATA BBUFFA.(1)
(Ediz.
Salviucci; vol.
4, pag.
294.)
Cosa me n'ho da intenne(2) io de l'usanze
De stì conti e mmarchesi e ccavajjeri?
Io ar zervizzio sce so'(3) entrato jjeri,
Pe' ttirà ll'acqua e ppe' scopà le stanze.
È vvenut'uno co' ddu' bbaffi neri,
Longhi come du' remi de paranze,(4)
Disce:- So' ir cacciator di monzù(5) Ffranze,
Che mi manna(6) a pportà li su'doveri.
-
Dico:- Ebbè, ddate cqua.
- Ddisce:- Che ccosa?
Dico:- Che! sti doveri che pportate.
Nun me s'è mmesso a rrìde,(7) in faccia, Rosa?(8)
Guardate llì cche pezzo d'inzolente!
Che ne so de st'usanze sminchionate,(9)
Che sti lôro doveri nun zo' ggnente?(10)
(1) L'ambasciata ridicola.
- (2) Da intendere.
- (3) Ci sono.
- (4) Paranze o paranzelle, barche da pesca.
- (5) Monsieur.
- (6) Manda.
- (7) Ridere.
- (8) È il nome della serva, a cui fa il racconto.
- (9) Stravaganti.
- (10) Non sono niente.
ER DOVERE o ER ZERVITORE UMBRO.
(Variante popolare.)
Come vôi che m'intenna de l'usanze
De sti conti, mmarchesi e ccavajjeri?
Io ar zervizzio sce so' entrato jjeri,
Pe' llavà i piatti e ppe' scopà le stanze.
N'omone arto(1) co' ddu' bbaffi neri,
Longhi come du' remi de paranze,
Disce:- So' ir cacciator di monzù Ffranze,
Che mi manna a pportà lì su doveri.(2) -
Dico:- Ebbè, ddate cqua.
- Ddisce:- Che ccosa?
Je dico:- Li doveri che pportate.
-
E nun me fa 'na risataccia, eh Rosa?
Ma gguarda sì cche omaccio impertinente!
So un ca..o de st'usanze scojjonate,
Che li doveri lôro nun zo' ggnente!
(1) Alto.
- (2) Il servo cerca di contraffarre il parlare affettato del messo: ir, di, mi, a vece di er, de, me, sono goffe ricercatezze di que' popolani, che, studiandosi di scansare il dialetto, non parlano bene né questo né la lingua illustre.
Questi sonetti politici, oltre all'essere al pari degli altri un capolavoro d'arte, sono anche una vigorosa manifestazione del pensiero italiano, e quindi un documento prezioso per la storia de' nostri tempi.
Se negli altri si trova dipinta con pennello maestro la vita intima del popolo di Roma, in questi si rivela la lotta da lui durata nella prima metà del nostro secolo centro il Governo papale.
Quelli possono giovare all'etografo; questi allo storico.
Tutti poi hanno uguale importanza, se si considera che racchiudono gli elementi di un intero dialetto, e di un dialetto che viene secondo a quello che meritò l'onore di diventar lingua comune.
A questi sonetti dovrà attingere, come a fonte sincera ed inesauribile, chi voglia compilare un vocabolario dell'uso romanesco: il quale bisognerà pure che entri come terzo elemento nel Dizionario universale della lingua italiana, almeno per quella parte di locuzioni che mancano al fiorentino e agli altri dialetti toscani.
Imperocchè così consigliano di fare la situazione e la importanza politica, di Roma, la pronuncia romana per comune consenso migliore della toscana, e quel fare largo dignitoso e magnifico, che si sente nel dialetto romanesco, il quale, secondo il Gioberti, tiene da vantaggio del latino; mentre la semplicità, la discioltura, il brio del toscano risentono del greco; così che, a parere di molti, i due dialetti si completano a vicenda, e sono entrambi elemento indispensabile a far perfetto il linguaggio e lo stile italiano.(43)
Per questi ed altri rispetti, ho fede che la presente raccolta non riesca sgradita agl'Italiani(44).
Darò ora ragione del modo tenuto nel compilarla.
VIII.
In questo volume si trovano tutti i sonetti del Belli conservati dalla tradizione popolare, e insieme i migliori di quelli che vanno comunemente sotto il suo nome, ma che sono d'altri.
Io li ho raccolti quasi tutti dalla bocca di persone che li udirono più volte dallo stesso autore, ed ho in pari tempo tenuto conto di quelle varianti; che mi parevano risponder meglio al carattere del dialetto romanesco.
Perciò non trascurai di consultare anche molte e molte delle raccoltine manoscritte, che ne corrono per tutta Italia, e che sono più o meno spropositate.
Chi ebbe in mano qualcuna di queste raccolte, si meraviglierà forse vedendo che nel nostro volume spesso un intero sonetto è affatto mutato.
Ma la sua meraviglia cesserà, se ripensi che questi sonetti, col passare per mille bocche e col venire trascritti da chi poca o nessuna conoscenza aveva del vernacolo romanesco, dovevano di necessità riuscirne storpiati maledettamente.
Tale è la sorte di tutti i poeti, che acquistarono, come il nostro, una popolarità straordinaria.
La lezione che io presento, se non è sempre la vera, è certo la migliore che se ne conosca.
Quanto al modo di scriverli, mi sono studiato di imitare, colla maggiore esattezza possibile, l'ortografia dell'autore, riscontrando pazientemente ogni parola sugli altri sonetti dell'edizione del Salviucci.
Taluni (non escluso qualche romano) avrebbero voluto che usassi un'ortografia più semplice, che si accostasse maggiormente a quella della lingua comune; massime perchè, dicevano essi, le diversità che sono tra questa e il dialetto romanesco, vanno oggi giorno più scomparendo.
Altri mi consigliavano la stessa cosa, perchè, a loro avviso, certe inflessioni, certe consonanti appena accennate nella pronuncia, non si possono far intendere co' segni dell'alfabeto comune il che in altre parole varrebbe che il nostro Poeta sbagliò nel modo di scrittura di quel dialetto.
Io non reputai conveniente di seguire questo consiglio, che pur mi avrebbe risparmiato una fatica lunga e noiosa; ma ringrazio que' cortesi che me lo diedero, per avermi così pòrto occasione di liberarmi da ogni futura molestia, coll'esporre qui le ragioni, che m'indussero a tenermi strettamente all'ortografia dell'autore.
E per rispondere alla prima obiezione, non ricorderò che in regola generale i dialetti si scrivono come sono, o si lasciano dove stanno; ma dirò bene, che se il dialetto romanesco accenna già di voler scomparire fondendosi nella lingua comune, questo fatto pare a me una ragione di più per iscriverlo oggi fedelmente com'è, affine di tramandarlo nella sua genuina immagine a' posteri, i quali altrimenti non potrebbero conoscere quello ch'ei si fosse realmente.
In quanto alla seconda, riconosco di buon grado che ha sè molto di vero: e per fermo, chi pronunziasse giusta il valore che hanno nella lingua comune, alcuni modi ortografici usati dal Belli, com'è per un esempio lo sc, farebbe quasi una caricatura della retta pronunzia romana; ma non è meno vero, che non sarebbe più esatto chi mettesse la sola c al posto dello sc.
Costui taglierebbe, non iscioglierebbe il nodo.
Insomma quando si scrive un dialetto coll'alfabeto della lingua illustre (che val quanto dire scrivere una lingua co' segni di un'altra), i modi ortografici hanno necessariamente un valore relativo alla pronunzia del dialetto; e per evitare, come meglio si può, lo sconcio che altri li pigli nel loro valore comune, non c'è che il mezzo di mettere sull'avviso i lettori con appositi avvertimenti.
E questo io l'ho fatto, a quando a quando nelle note, e più particolarmente nelle avvertenze intorno al dialetto, premesse a' sonetti, le quali ho prima sottoposto all'approvazione di due giudici competentissimi, il professore Ferdinando Santini e il deputato Giuseppe Checchetelli, che per questo lavoro mi furono larghi di amichevoli conforti e di aiuto efficace.
A queste considerazioni generali debbono aggiungersene alcune speciali al caso nostro.
E in primo luogo, se per consentimento dell'universale il Belli è sinora (e tutto fa credere che rimarrà sempre) il primo scrittore del dialetto romanesco, e se egli adottò costantemente per lo spazio di cinquant'anni quella ortografia, noi dobbiamo credere ch'ella sia la più adatta a significare il carattere speciale di quel dialetto: lo dobbiamo credere, almeno fino a tanto che non sorga un santo Padre colla barba più lunga, che ci dimostri il contrario.
Dovendo poi entrare nel presente volume anche un centinaio e più di sonetti non politici, scelti nell'edizione romana che fu fatta col riscontro dell'originale; e non potendosi, senza offendere ogni legge di letteraria convenienza, mutarne l'ortografia, era pur necessario di uniformarvi anche quella de' sonetti politici, se non si voleva fare una brutta stonazione.
Nella prima edizioncella ch'io pubblicai di una trentina di questi sonetti (45), c'era qualche doppia consonante soverchia nel principio di alcune parole; ma ora, questo ed altri piccoli difetti li ho emendati, e posso affermare con sicurezza, che se avessimo gli autografi, si vedrebbero scritti con una ortografia identica a quella da me adottata.
Cosicchè, per dirla alla buona, l'asino è stato legato proprio dove voleva il padrone: e tale è appunto l'obbligo di un raccoglitore di scritti altrui.
Le note a' sonetti conservati dalla tradizione popolare, son tutte mie.
Prevedo che sembreranno troppe a chi ha un po' di pratica del dialetto, e poche a chi non ne conosce punto; ma questo è lo Scilla e Cariddi, in cui si rompono il capo tutti i chiosatori; quindi non saprei che farci.
Le note a' sonetti non politici, scelti nell'edizione del Salviucci, sono in parte dell'autore e in parte di me, che le ho messe dove mancavano affatto, e dove mi parevano insufficienti.
In questi sonetti, la Censura romana, spigoiistra ed ipocrita secondo il costume, aveva tolto molte parole innocenti, come buggiarone, perdio, cazzotto, ecc., sostituendovi buzzarone, pebbìo, cacchiotto, ecc., che non sono del popolo, ma di quei santificetur che si scandolezzano molto delle parole e niente delle azioni disoneste.
Io ho rimesso le parole popolari nella loro integrità di forma.
Nel fine del volume, quasi in appendice, mi è sembrato opportuno di mettere anche alcuni sonetti italiani del nostro autore, non perchè abbiano in se stessi un gran pregio e possano reggere al confronto di quelli in dialetto, ma perchè sono molto popolari.
Di altre piccole cose spettanti al modo tenuto nel compilare questo volume, il lettore discreto scoprirà da sè la ragione.
SONETTI
CONSERVATI DALLA TRADIZIONE POPOLARE
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AVVERTENZE
INTORNO ALL'ORTOGRAFIA E ALLA PRONUNZIA
DEL DIALETTO ROMANESCO
La consonante raddoppiata in principio di parola, indica che deve pronunziarsi con forza.
Quando il senso lo permette, si appoggia la prima delle due consonanti sulla voce finale della parola antecedente: per esempio: a ppietà si pronunzia ap-pie-tà; tu ssentirai, tus-sen-ti-rai; ma cche ddiavolo, mac-ched-dia-vo-lo; ecc.
Le sillabe scia, sci, scio, sciu, e particolarmente sce che s'incontra spessissimo, quando stanno in vece di cia, ci, cio, ciu, ce, come in camiscia (camicia), calisci (calici), voscione (vocione), sciuco (ciuco, piccolo), disce (dice), filisce (felice), e simili, devono pronunziarsi con uno strisciamento piano ed uguale in tutta la sillaba, non con quel colpo aspro che si suol dar loro nella lingua comune, com'è, per esempio, quando leggiamo: floscio, fascio; nè tampoco così dolce che somigli al g francese.
Si avverta che la c si muta in sc, quando è in luogo dove non si richiede che venga raddoppiata.
Così dirai: È ttroppo sciuco, ma dovrai dire altresì: È cciuco.
Dopo una consonante, al posto dell's si trova sempre una z, che si pronuncia forte; ma quando la z non istà per s, ritiene la regolare pronuncia italiana.
Vi si dice un zero dolcemente, ma si dirà conzonante, un zole, er zole colla z ben aspra.
Si o ssi vale se congiunzione condizionale; se o sse, e dopo una consonante ze, vale si affisso.
Al posto del gl c'è sempre la doppia j, che a prima giunta può parere soverchia (fijji, figli); ma non lo è perchè scrivendosi a mo' d'esempio con una sola j la parola fiji, i non Romani sarebbero indotti a leggerla con un suono dolce e rapido, quasi fosse una sola sillaba, come nell'italiano guajo, e non col suono forte de' Romaneschi, che la pronunziano in due tempi distinti : fij-ji.
S'oda un verso del Belli:
"Desiderà li fijji, eh, sora Ghita?"
È d'avvertire, che il popolo romano per figlio, oltre che fijjo, usa anche fîo, massime quando parla con ischerno come quando dice: Eh! bbér fîo, come dicesse: Eh! Signorino!
Nun e il suo troncamento nu' valgono non.
Pe' o ppe' è sempre troncamento di per; co' o cco', di con.
Al posto degli articoli i e gli, i Romaneschi mettono costantemente li.
In ner, che talvolta, secondo i capricci dell'eufonia, muta in in der, vale nel, e fa al plurale in de li (nelli).
In ne lo e in de lo tengono il posto di nello, e fanno al plurale in ne li, in de li (negli).
In ne la e in de la valgono nella, e fanno al plurale, in de le (nelle).
Ched'è o chedè (che il Belli scrive quasi sempre ch'edè) vale che cos'è.
È forse una corruzione del quid est latino; oppure è fatto per ragion d'armonia, come quando noi per o congiunzione, seguendovi una parola che cominci per vocale, facciamo od.
Si sono contrassegnati coll'accento grave o acuto (a seconda che la voce è larga o stretta) que' troncamenti d'infiniti, che i Romaneschi pronunziano accentati sull'ultima vocale, come parlà (parlare), avé (avere), sentì (sentire), ecc.; e coll'apostrofo quelli che sogliono pronunziare coll'accento sulla penultima, come êsse' (essere), véde' (vedere), vìve' (vivere), ecc.
- Si noti pure che i Romani per l'infinito vedere talora fanno véde', e tal altra vedé, a capriccio: Sémo annati a vvedé la festa, e vvoi nu' lla volete véde'?
Abbiamo contrassegnato coll'accento acuto, o col grave, le vocali e ed o, soltanto nel caso che la loro pronunzia debba essere l'opposto della comune, o se ne discosti sensibilmente.
L'accento circonflesso, come ogn'altro segno ortografico, compie nel dialetto romanesco gli stessi uffici che nella lingua comune, e le vocali da esso contrassegnate devono pronunziarsi larghe, ma non mai allungate o doppie, come talvolta usano i Francesi.
Gioverà anche di avvertire che davanti a' verbi che cominciando colla sillaba ri, significano ripetizione di azione, i Romaneschi aggiungono quasi sempre un'a: aritorno (ritorno), aripete (ripete), arisponne (risponde).
SONETTI
CONSERVATI DALLA TRADIZIONE POPOLARE
I.
LI GIUDII.(1)
(1825?)
-
In cuesto io penzo come penzi tu:
Io l'odio li giudii peggio de te; (2)
Perché nun zo'(3) cattolichi, e pperchè
Mésseno(4) in crosce er Redentor Gesù.
Ma ripescanno poi dar tetto in giù(5)
Drento la legge vecchia de Mosè,
Disce er Giudio che cquarche ccosa sc'è
Pe' scusà le su' dodici tribbù.
Infatti, (disce lui) Cristo partì
Da casa sua e sse ne venne cqua,
Co' l'idea de quer zanto venardì.(6)
Duncue, (seguita a ddì' Bbaruccabbà(7))
Subbito che(8) llui venne pe' morì,(9)
Quarchiduno l'aveva d'ammazzà!
(1) Con questo sonetto il Poeta vuole vendicare le persecuzioni crudeli e le umiliazioni fatte patire dai cattolici di Roma agl'Israeliti.
La satira è terribile, perché va armata da un sillogismo stringente, e perché tocca un punto capitale della dottrina cattolica.
- Nell'edizione Salviucci (vol.
II, pag.
396), v'ha un altro sonetto del Belli, intitolato L'omaccio (l'omaggio) de l'Ebbrei.
Eccone l'argomento.
Il primo giorno di carnovale, er Cacamme, specie di giudice della Sinagoga, va al Campidoglio a fare omaggio di sudditanza e a giurare ubbidienza alle leggi del Senato e del popolo romano, davanti ai tre Conservatori o magistrati municipali di Roma.
Il più anziano di questi, quando l'Ebreo ha recitato la solita formola, - Arza una scianca (gamba) e jj'arisponne: Andate.
- Anticamente non faceva soltanto l'atto, ma gli posava un piede sul collo, o gli affibbiava proprio un calcio ner chitarrino.
E tanta umiliazione era pure un fiore di grazia per que' poveri Ebrei; dacchè col sottoporsi ad essa e collo sborso d'una grossa somma, avevano ottenuto che il Municipio vietasse al popolaccio di andare in carnevale di saccheggiare il ghetto e a perpetrarvi impunemente ogni nefandezza, barbara usanza che fu tollerata per tutto il medio evo.
In altro sonetto (vol.
III, 310), il nostro Poeta accennava pure all'obbligo imposto un tempo agli Israeliti, di portare sul cappello un cenciolino, affinchè si potessero subito e dovunque riconoscerli fra la turba degl'incirconcisi.
Egli insomma prediligeva questo tema doloroso, massimamente perché (crediamo noi) nell'anno trentesimoterzo dell'età sua vide ricominciarsi da Leone XII una bestiale persecuzione contro gli Ebrei.
Codesto papa, che fu una brutta caricatura di Sisto V, ritolse a que' disgraziati ogni diritto di proprietà, obbligandoli a vendere entro un determinato tempo quello che già possedevano; ordinò che venissero chiusi nei ghetti con muraglie e portoni; li affidò alle paterne cure del Santo Ufficio; e non pago di tutto questo, volle anche richiamare in vigore a carico loro molte barbare usanze medioevali, tra cui quella iniquissima del calcio.
- (2) Più che non li odi tu.
- (3) Sono.
- (4) Méssero.
- (5) Ripescare dal tetto in giù, vale guardar la cosa più addentro, più profondamente.
- (6) Intendi: col proposito di morire per la redenzione del genere umano.
- (7) Nome volgare dato agli Ebrei, ma particolamente a' rabbini.
Credo sia una corruzione di certe parole ebraiche che il rabbino canta nella Sinagoga.
- (8) Dacchè.
- (9) Variante: Subbito che cce venne pe' morì.
II.
ER DEPOSITO DE PAPA LEONE.
(1829)
-
In ner vedè(1) cquer zasso bbuggiarone
Lì avanti(2) a la Madonna de l'Archetto,(3)
Che lo pòrteno a un studio d'architetto,(4)
Pe' ffa' er deposito a ppapa Leone
Un villano che stava sur cantone
A ccavallo ar zomaro:- Eppuro, (ha detto)
Ce scommetto sta bbestia, ce scommetto,
Si nun vale ppiù llui(5) che sto pietrone.
-
No (jj'ha risposto allora un omo grasso);(6)
Frater caro, scommetti quanto vôi,(7)
Ma pper adesso, no, vvale ppiù er zasso
Lassa che ssia finito, frater caro;
Lassa che ssia finito, e allora poi
Valerà d'avantaggio er tu' somaro.
-
(1) Nel vedere.
- (2) Variante: Accanto.
- (3) Chiesa di Roma.
- (4) Architetto e scultore sono una stessa cosa pel popolano di Roma, che non la guarda tanto nel sottile, e sa che chi fece la Cupola fece anche il Mosè.
- (5) Il somaro: sarebbe stato innaturale il dir lei, riferendolo a bestia.
Su questa preziosa sgrammaticatura così mi scriveva l'egregio amico prof.
Santini: "Per rispetto alla grammatica, dovrebbe dir lei, perchè questo relativo riferisce a bestia.
Ma quel lei, più grammaticale, sarebbe meno estetico e men logico.
Perocchè il lettore tiene già piantata in capo l'idea mascolina di somaro; nè gli si è tolta via per la parola bestia, sotto la quale è pur sempre chiusa l'idea del prode animale; e però pensando tuttavia al somaro, quel lei verrebbe come una stonatura in orchestra, e forse il lettore non saprebbe a chi riferirlo, almeno a prima giunta.
Questa è la ragione del bellissimo fatale monstrum, quæ di Orazio, riferito a Cleopatra.
E il popolo ch'è più logico dei puri gramatici sempre, dice sempre così in simili casi." - (6) Variante: No, (jj'ha risposto un omo grasso grasso.) - (7) Vuoi.
III.
LA RRIVULUZZIONE DER 31.
-
Più cce se penza e mmeno se pô ignótte',(1)
Ch'er zanto Padre ha dd'abbozzà,(2) perdio!,
Co' sti porcacci fijji de miggnotte,
Che lo tràtteno(3) peggio d'un giudìo.
Stasse a mme a commannà, bbrutte marmotte!,
Ve vorrebbe fa' vvéde' chi sso' io:
'Na scommunica, e annateve a fa' fótte'!
Ma ste cose, si, pproprio a ttempo mio!
Sémo o nun zémo?(4) Fa pparà dde nero
La cchiesa de San Pietro, indeggnamente;
Metti le torce ggialle, chiama er crêro,(5)
Furmina,(6) come usava anticamente:
E allora vederemo si ddavero
Mòreno(7) tutti cuanti d'accidente.(8)
(1) Inghiottire, mandar giù: detto metaforicamente per tollerare.
- (2) Abbozzare è voce viva anche in Toscana, e vale: Astenersi dal prendere vendetta di offese ricevute, dissimulare.
- (3) Trattano.
- (4) Siamo o non siamo? - (5) Clero.
- (6) Fulmina, scomunica.
- (7) Muoiono.
- (8) Dicono che questo sonetto sia del Pistrucci.
IV.
'NA PAVURA DE PAPA GRIGORIO.(1)
(1831)
-
L'antra sera ar quartiere a la Reale,(2)
A ssan Pietro, le scento sentinelle
Strillôrno(3) all'arme!, e a lo strillà dde cuelle
Er tammùrro(4) batté la ggenerale.
Pènzete er Papa!...(5) Bbutta l'orinale,(6)
In camiscia, e ssi e nno co' le ciafrelle,(7)
Va a li vetri...(8) e cche vede, Raffaelle?(9)
Passà fra cquattro torcie er Principale.(10)
Cor naso mezzo drento e mmezzo fôra,(11)
(Chè ttanto inzino a llì lu' sce s'arrischia(12))
- Oh! (disce) bbuggiarà; pproprio a cquest'ora! -(13)
Povero Papa! è ttanto scacarcione,
Chè ssi 'na rondinella passa e ffischia,(14)
La pijja pe' 'na palla de cannone!
(1) Questo sonetto fu scritto quando i moti liberali del '31 non essendo ancora del tutto repressi, Gregorio XVI temeva ad ogn'istante una rivoluzione dentro Roma, e faceva rafforzare il posto di guardia al Vaticano.
- (2) Così si chiama il quartiere di piazza Rusticucci, presso San Pietro.
- (3) Strillarono.
- (4) Tamburo.
- (5) Pènsati il Papa: Figurati lo spavento del Papa! La variante popolare è non meno rapida ed efficace: Hai visto er Papa?...
- (6) Perchè allora andava al letto.
- (7) Ciabatte.
- (8) Alla fenestra.
- (9) Nome della persona a cui si fa il racconto.
- (10) Il Sacramento: metafora tolta dai padroni di bottega, che in Roma si chiamano principali.
- (11) Gregorio XVI aveva un naso di grandezza straordinaria, e i Romani lo chiamavano: er zor Grigorio der peparone.
- (12) Lui ci si arrischia.
- (13) Variante: Fa: - Bbuggiarallo! mo, ppropio a cquestora! - (14) Stupenda la variante popolare: Er Papa poveromo! è un po' cacone, E ssi ppassa 'na rondine che ffisschia, ecc.
V.
L'INCONTRO COR PADRONE VECCHIO.(1)
(1° ottobre 1831.)
-
Sor Conte...
- In grazia, chi?...
- Vostr'accellenza
Che! nun m'ariffigura?...
- Non m'inganno...
-
- Taccagna.
- Ah, sì: e di dove? - Da Fiorenza.
-
Che siete stato a farvi? - Er contrabbanno.
-
Buono! Ed or? - Servo er Papa.
- In quale essenza? -
- De sordato.
- E da quanto? - Eh, mmuffalanno.(2) -
In qual'armi servite? - Culiscenza,(3)
Reggimento Zamboni, ar zu' commanno.
-
Cioè? - Guardia-d'onor-de-pulizzia.
-
- Corpo di Bacco a fè.
- Ma cce se maggna.
-
Dunque, siete contento.
- Eh, ttiro via.
-
Dove state? - A Marittimo-e-Ccampagna.(4) -
Ma ora? - Sto in promesso(5) a casa mia.
-
Ed abitate sempre...
- A la Cuccagna.(6) -
Addio, dunque, Taccagna.
-
Vorrìa bascià la mano...
- Oh! un militare!
Nol permetterò mai.
- Come ve pare.
-
(1) Questo sonetto, stampato già nell'edizione romana, è una satira contro le truppe raccogliticce, di cui il Governo pontificio si valse a reprimere nel '31 i moti liberali delle Romagne.
I Cacciatori a piedi ed a cavallo che lo Zamboni raccolse a Ferrara, dall'ultima feccia delle plebi, "operarono (scrive il Farini) assassinii e tumulti a Bologna, a Lugo, a Ravenna, dovunque andarono; ed i cittadini sgomentati accoglievano gli Austriaci in qualità di protettori, ed in qualche luogo li chiamavano ed invitavano." (Lo Stato romano dal 1815 al 1850: vol I, cap.
V.) - (2) Mo fa lanno: è un anno.
- (3) Con licenza: frase di rispetto verso l'antico padrone, come quell'ar zu' commanno che viene sotto, e che i servitori cacciano in qualunque discorso.
Ma siccome culiscenza vale anche con rispetto parlando, così qui fa ridere, perchè veramente nomina poi una cosa non pulita, qual era il Reggimento Zamboni.
- (4) Marittima e Campagna: provincia al sud-est di Roma.
- (5) In permesso.
- (6) Così è detta una estremità della piazza Navona.
VI.
LI PUNTI D'ORO.(1)
(27 dicembre 1832)
-
Ccusí vviengheno a ddí'(2) li ggiacubbini
Ar gran zommo pontescife Grigorio:
- Che tte fai de li stati papalini
Dove la vita tua pare un mortorio?
Va,(3) e tt'upriremo palazzi e ggiardini,
T'arzeremo una statua d'avorio,
Te daremo un mijjone de zecchini,
Te faremo stà ssempre in rifettorio.(4) -
Ma er Papa, a sta bbellissima protesta
De palazzi, de statua e mmijjone
Je dà st'arispostina lesta lesta:
- Vojantri me pijjate pe' ccojjone.
Io sempr'ho inteso ch'è mmejjo êsse testa
D'aliscetta che coda de sturione.(5) -
(1) Ponti d'oro a chi fugge: proverbio.
In Roma però dicono punti, non già perchè in questa maniera si pronunci il vocabolo ponti, ma perchè così dicono.
- (2) Così vengono a dire: così press'a poco dicono.
- (3) Va via.
- (4) Refettorio.
Giova qui ricordare che Gregorio XVI era stato frate, ed aveva fama di mangiatore e bevitore straordinario.
- (5) Proverbio.
VII.
ER GIUCATOR DE PALLONE.(1)
(31 gennaio 1833)
-
Ar Bervedé cc'è ppoco.(2) Er Papa vola,
Che ppe' vvolate(3) manco Ggentiloni.(4)
Ma in partita è ttareffe,(5) e ffa cciriola,(6)
Ché li falli so' assai piú de li bbôni.(7)
Che sserve che nnoi poveri cojjoni
Je seggnamo le cacce?(8) A cquella scôla
De mannà ssempre a sguincio(9) li palloni,
Si ll'impatti è, pper dio, grasso che ccola.(10)
Ggiuchi a ppassa-e-rripassa, o ccor cordino,(11)
Dà llui solo l'inviti e le risposte,(12)
E vvô sta' ssempre lui sur trappolino.(13)
Cuann'è all'onore poi,(14) fa ccerte poste,(15)
Scerte finte,(16) c'a ess'io Tuzzuloncino,(17)
Je darebbe er bracciale in de le coste.
Ne le partite toste,(18)
O mossce,(19) lui s'ingeggna, (nun ridete!)
Cor vadi e vvienghi, e cquale la volete.(20)
Tira sempre a la rete(21)
Cuann'è in battuta, e nnun fa mmai un arzo
O rribbatti de primo o dde risbarzo.(22)
Ar chiamà,(23) cchiama farzo;
E ssi er quinisci(24) penne(25) da la tua,
Procura de tornà ssempre a le dua.(26)
Ha una regola sua
Oggni tanto de dà' ffôra una messa,(27)
Pe' ffàtte ariddoppià la tu' scommessa:
E cco' sta jjoja(28) fessa,
Qualunque cosa er cacciarolo(29) canti,
Cce dàne er farzamento(30) a ttutti cuanti.
(1) Sotto il velo allegorico delle astuzie usate nel gioco del pallone, si adombrano in questo sonetto gl'infingimenti e le male arti di Gregorio XVI.
- Fu stampato nell'edizione romana, sostituendo nel primo verso il nome di Tosto, giocator di pallone, a quello di Papa, e mutando parecchie altre parole.
- Le note son tutte dell'autore.
- (2) Manca poco al vedersi gli effetti.
Notisi che quel modo proverbiale è tolto dal Belvedere, luogo sotto al Museo Vaticano, dove fino agli ultimi anni si giuocava al pallone.
- (3) Volare, volate, cioè iattanze, sfoggio di vane promesse.
Al giuoco di pallone si dice volare e far volate il mandare di prima battuta i palloni oltre i termini estremi della palestra.
- (4) Rinomato giuocator di battuta, o battitore.
- (5) Fallace.
- (6) Far ciriola: intendersi segretamente cogli avversarii in fraude di chi è con lui o tiene dalla sua.
- (7) Dicesi fallo o buono, secondochè il pallone trapassi o no le linee che limitano o partono l'arena.
- (8) Le cacce sono quei punti, sui quali un giuocatore di rimando ha arrestato in qualunque modo un pallone; si che non trascorra più lungi: ciò che egli si sforza di eseguire il meno discosto che può dalla battuta di dove egli stesso è obbligato ad oltrepassare quel segno, onde vincere quel giuoco.
Segnar le cacce significa notare gli altrui mancamenti.
- (9) A sghembo.
- (10) È, cioè, il maggior de' successi.
- (11) Il giuoco a passa-e-ripassa è quello in cui si conviene di non dovere che oltrepassare la linea media della palestra.
Quello poi col cordino consiste nel superare una corda attaccata in alto e attraversante l'arena in sito e direzione parallela alla detta linea media.
- (12) L'invito è una specie di scommessa fra giuocatori, che vinta o perduta da ciascuna delle parti avversarie, le raddoppia il successo favorevole o contrario della partita.
- La risposta è l'accettazione o il rifiuto dell'invito, con certe regole che qui sarebbe inopportuno e lungo il riferire.
- (13) Tavolato inclinato, dal quale discende il battitore nel battere, onde il colpo prenda più vigore dall'urto del corpo in discesa.
- (14) All'onore: così gridasi dal chiamatore o cacciarolo al principiarsi dell'ultima partita.
- (15) Poste: palloni colpiti in aria, prima cioè che abbino toccato terra: ciò che sarebbe di balzo.
- (16) Finte: astuzie di giuoco.
- (17) Tuzzoloncino: giuocatore rinomato per la sua forza, e detto Tuzzoloncino da tuzzare o percuotere.
- (18) Partite di dura prova.
- (19) Il rovescio della nota 18.
- (20) Formule d'invito o accettazione, di che vedi la nota 12.
- (21) In fondo all'arena è un palchettone coperto da una rete che difende gli spettatori.
Chi percuote in quella, o al disopra indeterminatamente, fa volata.
Vedi la nota 3.
- (22) Vedi la nota 15.
- (23) Il chiamare è dire ad alta voce il numero de' punti de' quali si è in guadagno.
- (24) Il quindici, ossia una quarta parte della partita, che si divide in quindici, trenta, quaranta e cinquanta.
Ciascuno di questi quattro numeri dicesi un quindici.
- (25) Pende: inclina.
- (26) Quando entrambi gli avversari, fatti nella partita pari guadagni, sono giunti egualmente a 40, cioè al terzo quindici, si torna alle due, cioè si retrocede al punto anteriore, cioè al trenta, vale a dire si torna a passar due volte per quel grado, onde la partita abbia più probabilità di eventi, e non termini di un sol colpo al 50, che n'è il fine.
- (27) Messa: posta pecuniaria delle scommesse.
- (28) Joia, cosa lunga e noiosa.
- (29) Il chiamatore del giuoco.
- (30) Falsamento: canzonatura.
VIII.
ER ZERVITORE DE MONZIGGNOR TESORIERE.
(1833)
-
Ma ssai c'ha riccontato oggi er padrone?
Che avenno inteso er gran ebbreo Roscilli(1)
C'ar monte sce ballaveno li grilli,(2)
Ha ddato ar Papa in prestito un mijjone.
Accusí 'gnuno avrà la su' penzione,
E nun ze(3) sentiranno tanti li strilli;
Chè a sto paese cqui, tutto er busilli
Sta in ner campà a lo scrocco e ffa' orazzione.
È proprio un gran miracolo de Ddio,
Che pe' sspìgne' la Cchiesa a ssarvamento,
Abbi toccato er core d'un giudìo.
Er Papa ha fatto espóne er Zacramento,
Pe' rringrazzià Ggesú bbenigno e ppïo,
Che ccià(4) ssarvato ar zessantun pe' ccento!(5)
(1) Rotschild.
- (2) Per intendere la satira mordace di questo verso, bisogna sapere che a Roma v'è un Monte detto de' depositi (annesso a quello di pietà), che riceve danaro in deposito senza pagarci interessi, anzi esigendo una tenue ricompensa dai depositatori, ad ogni richiesta de' quali si obbliga di restituirlo.
Il Governo pontificio, morale com'è, fece più volte tabula rasa nella cassa di codesto sacro istituto, ed è facile immaginare lo scandalo che ne nacque.
Sce ballaveno li grilli (ci ballavano i grilli) significa, appunto che era piazza pulita: equivale alla frase italiana ci ballavano i topi.
- (3) Si.
- (4) Ci ha.
- (5) Gl'interventi stranieri, lo arruolamento e l'ordinamento delle truppe svizzere, le commissioni militari, le polizie costarono enormi spese, durante tutto il regno di Gregorio: si fecero prestiti rovinosi, uno de' quali con Rotschild al 65 per cento; e quantunque le tasse crescessero, si ebbe una deficienza annua di cinque in seicentomila scudi almeno; ed il debito pubblico, regnante Gregorio, crebbe di ventisette milioni di scudi.
L'amministrazione del Tosti tesoriere fu un vero disastro.
Nessuno accusa di inonestà lui rimasto povero, ma tutti lo rendono in colpa di inesperienza e scioperataggine: l'erario impoverì: il disordine crebbe: molti in Roma traricchirono per usure, per appalti pubblici, per lavori fatti dal Tosti, come dicono, economicamente.
Di un decennio della sua amministrazione non si è mai potuto fare e dare un vero rendiconto.
Un Galli computista della reverenda Camera arruffò cifre, e diede ad intendere di averlo compiuto; ma la fu polvere gettata negli occhi.
(Farini: Lo Stato romano dall'anno 1815 al 1850, vol.
I, cap.
XI.) In tale condizione di cose, s'immagini ognuno quale effetto producesse questo sonetto del Belli.
IX.
ER PRESTITO.(1)
(1833)
-
Ma eh? Gessummaria! che monno tristo!
Si sse(2) vedesse fa' a li ggiacubbini,
Va bbè;(3) ma er Papa ha da pijjà cutrini
Da un omo c'ha ammazzato Ggèsucristo!
Uh! rriarzasse la testa Papa Sisto,
Ch'empí zzeppo Castello(4) de zecchini:
Ve direbbe:- Ah ppretacci malandrini!
C'era bbisogno de sto bbell'acquisto?
Nun ciavete perdìo tanta de zecca,
Da cugnà mmille piastre 'ggni minuto,
Senza fàlli(5) vení fin da la Mecca?(6)
E cco' ttutto sto scannalo futtuto,
Maneggiate a ssan Pietro la bbattecca,(7)
Pe' bbuggiarà la ggente senza sputo! -
(1) Questo sonetto allude, come l'antecedente, al prestito rovinoso contratto dal Governo pontificio con Rotschild; ma ci mancano testimonianze che sia del Belli.
(2) Se si.
(3) Va bene: sarebbe men male.
(4) Castel sant'Angelo.
(5) Farli.
Il li si riferisce a cutrini, non a piastre.
Per questa ragionevole sgrammaticatura, si veda la nota 5 al Sonetto Er deposito de papa Leone.
(6) Qui Mecca sta per qualunque paese lontano e d'infedeli.
(7) La bacchetta con cui dallo sportello del confessionale i penitenzieri maggiori di San Pietro, e d'altre chiese privilegiate, toccano leggermente la testa ai baciapile che s'inginocchiano davanti a loro, per essere assolti così a buon mercato dai peccati veniali.
X.
DON MICCHELE DE PORTOGALLO.(1)
(1833)
-
Ce mancava pe' nnoi st'antro accidente! -
Doppo fatto ar Brasile er pappagallo,
Riècchete(2) don Pietro a ffa' er reggente,
Pe' rróppe' li cojjoni ar Portogallo
In fónno, a nnoi nun ce n'importa ggnente;
Chè, grazziaddio, noi stamo a culo callo:(3)
L'Ebbreo cce dà cutrini alegramente,
E ssi cce maggna sopra,(4) buggiaràllo!
Io me sento schiattà pe' ddon Micchele.
Je volevo dì':- Ssei troppo bbono!...
Quanno vedi ch'er popolo è infedele,
Nu' sta' a ssentì nè angeli nè ssanti:
Stàmpeje un bell'editto de perdono,
E 'r giorno appresso impicca tutti cuanti.(5) -
(1) Questo famoso sonetto, comunemente attribuito al Belli, è del commediografo Giovanni Giraud romano.
- Per agevolarne l'intelligenza, delineeremo a brevi tratti il quadro storico, di cui don Michele di Braganza fu protagonista.
Giovanni VI, re di Portogallo, dopo la rivoluzione scoppiata a Porto nel 1820, e divampata poi in tutto il regno, dovette mal suo grado giurare la costituzione che i rappresentanti del popolo gli proponevano, e tornato nel 1821 a Lisbona fra le solite acclamazioni, lasciava in qualità di reggente nei possedimenti brasiliani il primogenito suo don Pietro.
Passò appena un anno, che mentre il Re studiava il modo di levarsi d'attorno l'incomodo delle Cortes, i democratici del Brasile, insofferenti della soggezione al Portogallo, gridarono la loro indipendenza, e sapendo il Principe reggente di spiriti liberali, lo incoronarono imperatore.
Re Giovanni protestò e dichiarò guerra al figlio e a' ribelli.
Intanto il secondogenito suo don Michele, d'indole e di principii affatto opposti a quelli del fratello, s'affaccendava d'accordo coll'alto clero, colle corti di giustizia e cogli ordini privilegiati, a buttar esca sul fuoco; affinché i liberali portoghesi pagassero il fio de' ribelli brasiliani.
In conseguenza di tali maneggi, che non potevano essere ignoti al Re, scoppiò nel febbraio del 1823 una rivoluzione in senso reazionario a Villa Real, capitanata da un Conte di Amarante.
Minacciò estendersi anche nelle provincie, ma i costituzionali riuscirono a soffocarla.
Allora la reazione volse i suoi sforzi a corrompere e tirar dalla sua una parte dell'esercito, il che agevolmente le venne fatto.
La notte del 29 maggio, dello stesso anno, il principe don Michele, tacitamente consenziente il padre, usci da Lisbona per Villafranca alla testa del 23° reggimento di fanteria, dando così il segnale della rivolta, che in brev'ora fu seguita da tutto l'esercito.
A' 2 di giugno, le Cortes costrette a separarsi, protestarono solennemente contro il Re spergiuro.
Quasi tutte le corti d'Europa, e prima d'ogni altra, quella pontificia, mandarono congratulazioni e ringraziamenti a don Michele, e il padre lo nominò generalissimo dell'esercito.
Ma se in Portogallo il vento spirava così propizio a' retrivi, la guerra contro il Brasile non procedeva loro seconda: e nell'agosto del 1825, re Giovanni doveva finirla, riconoscendo l'indipendenza di quell'impero.
Morto il Re ai 10 marzo 1826, nel successivo mese il figlio, don Pietro, istigato dai liberali portoghesi, aggiunse al titolo d'imperatore del Brasile quello di Re di Portogallo ed Algarvia; e pubblicata una nuova costituzione, sulle norme di quella spergiurata dal padre, a' 2 maggio abdicava il regno in favore della figlia Maria II da Gloria, ch'era ancora bambina.
La reazione dal canto suo non si stette inoperosa, e nel luglio e ottobre 1827 acclamò re don Michele.
Parecchie corti d'Europa fecero rimostranze a quella di Rio-Janeiro.
Allora don Pietro, per provare col fatto ch'egli aborriva quant'altri mai dalla guerra civile, nominò il fratello luogotenente de' regni portoghesi.
Don Michele accettò, e da Vienna recossi immediatamente a Lisbona, dove prestava giuramento solenne di fedeltà al fratello Pietro IV e alla nipote Maria II, obbligandosi a rimetter questa nel governo, appena fosse giunta all'età maggiore.
L'ebbe anche promessa in isposa e firmò il contratto nuziale.
Ma tutto ciò non lo appagava, e nel prestar giuramento aveva forse, come il padre suo, avvisato al modo di spergiurare.
Infatti, quando tribunali, clero, e nobiltà che incarnavano la reazione, e che in ogni modo la volevano finita co' liberali, lo acclamarono re legittimo di tutto il reame, egli, simulando come tutti i suoi pari, convocò a Lisbona i tre Stati del regno, acciocchè provvedessero alla successione della Corona.
Poi, per recitar bene la sua parte nella vieta commedia, presentòssi alle Cortes senza le insegne reali.
Gli Stati (è inutile il dirlo) lo confermarono re legittimo, sciogliendolo dal giuramento.
Allora il nuovo re, di agnello fatto lupo, ricominciò una feroce persecuzione contro i liberali, fautori di don Pietro.
Il Papa e le Corti d'Europa plaudivano, meno Inghilterra e Francia, che protestarono contro l'usurpazione, richiamando i loro ambasciadori.
In questo mezzo moriva a Roma Leone XII, e don Michele ordinava pubblico lutto e solenni funerali.
Don Pietro, dopo aver abdicato l'Impero brasiliano in favore del figlio, a' 17 aprile 1831 venne alla volta d'Europa contro don Michele, e nel luglio del 1832 sbarcato a Porto con 7000 uomini, dopo varia vicenda di piccola guerra, aiutato efficacemente dai liberali, a' 24 luglio dell'anno successivo, riuscì ad impadronirsi di Lisbona e a mettere la figlia sul trono, sotto la sua reggenza.
Aveva già dichiarato che tratterebbe come ribelli i vescovi eletti da don Michele e riconosciuti dal Papa.
Tenne la parola, e quindi ne nacque un battibecco colla Corte di Roma, la quale favoriva sottomano i Michelisti.
Ma sconfitti costoro alla battaglia di Asseiceira (16 maggio), dieci giorni dopo don Michele capitolava a questi patti: che gli si lasciassero i beni privati, e gli venisse pagata un'annua pensione di 75 mila ducati; egli dal canto suo si obbligava a partir subito e a non più tornare nella Penisola iberica.
Arrivato a Genova, si pentì, e protestò per salvare i suoi pretesi diritti.
Così perdeva pensione e beni privati.
Ma Gregorio XVI gli apriva a Roma le paterne braccia, accogliendolo con que' riguardi dovuti a un caporale della reazione europea, e assegnandogli la bagattella di 1800 scudi al mese, da levarsi dal pubblico erario, il quale dopo i casi del 1831 era venuto in tali angustie, che poco prima si era dovuto contrarre un prestito con Rotschild al 65 per cento (Vedi il sonetto: Er zervitore de Monziggnor tesoriere).
Di tal modo, i sudditi del Papa facevano la penitenza non solo de' propri, ma anche dei peccati de' liberali portoghesi: ed ecco perchè il romanesco di questo sonetto, a prima giunta esclama: Ce mancava pe' nnoi st'antro accidente.
- (2) Rieccoti.
- (3) Comodamente: come chi sta sopra sedia soffice.
- (4) Vedi la nota 1a, sul fine.
- (5) Questo consiglio dato a don Michele, che in parecchie occasioni lo aveva già posto ad effetto, colpiva di rimbalzo la Corte romana, la quale aveva di fresco violata la capitolazione d'Ancona, e permesso che il prode generale Zucchi ed altri patrioti modanesi e romagnoli (che giusta i patti conchiusi col cardinal Benvenuti, dovevano essere amnistiati), venissero presi, mentre emigravano, dagli Austriaci, e poi condotti a Venezia, e là tenuti prigioni, e lo Zucchi condannato a morte da un tribunale militare: compiendosi di tal modo i voti del paterno core di Gregorio XVI, il quale disconobbe l'atto solenne del suo cardinal legato, e volle svellere fin dalle radici la zizzania, affinchè non fosse soffocato il grano eletto.
(Si veda il Manifesto indirizzato da papa Gregorio a suoi dilettissimi sudditi, il 5 aprile 1831.)
XI.
ER PORTOGALLO.
(27 novembre 1832)
-
- Cuanno ho pportato er cuccomo ar caffè,
Mamma, llà un omo stava a ddí' accusí:
"Er Re der portogallo vô mmorì,
P'un bottaccio c'ha ddato in grabbiolè(1)".
Che vvô ddì', mmamma? dite, eh? cche vvô ddì'?
Li portogalli(2) puro ciànno er Re?
Ma allora cuelli che mmaggnamo cqui,
Indóve l'hanno? dite, eh, mamma? eh? -
- Scema, ppiù ccreschi, e ppiù sei scema ppiù:
Er portogallo è un regno che sta llà,
Dove sce regna er Re che ddichi tu.
Ebbè, sto regno tiè sto nome cqua,
Perché in cuelli terreni de llaggiù
De portogalli sce ne so' a ccrepà.(3) -
(1) Veramente don Michele di Braganza si offese molto per una caduta di cocchio.
- (2) Cedri, aranci.
- (3) A crepapelle.
XII.
L'UFFIZZIO DER BOLLO.(1)
(17 febbraio 1833)
-
Presa a Ppiazza de Ssciarra(2) la scipolla
Dall'ortolano, e, llì accanto, er presciutto,
Le paggnottelle e 'r pavolo de strutto,
Annavo(3) a ffa' bbollà la fede a Ttolla;(4)
Quanto m'accosto a un omettino assciutto,
Che stava a ppijjà er Cràcas(5) tra la folla:
- Faccia de grazzia, indov'è cche sse bbolla?(6) -
- Eh, a Rroma, nu' lo sai?, (disce): pe ttutto -.
Doppo, ridenno,(7) m'inzeggnò ll'uffizzio.
Ma ttratanto capischi che ffaccenna?
Che stoccatella a nnostro preggiudizzio?
Ma ssai cche jje diss'io? - Sor coso, intenna,(8)
Ch'è vvero che li preti hanno sto vizzio,
Ma cquer tutti lo lassi in de la penna.
-
(1) Il bollo straordinario della carta.
- (2) Piazza sulla via del Corso, dove si crede che fosse eretto anticamente l'arco trionfale di Claudio per le vittorie sopra la Britannia e le isole Orcadi.
- (3) Andavo.
- (4) Anatolia.
- (5) Il Diario di Roma, chiamato volgarmente Cracas o Cracasse dal nome dell'editore (Si veda la nota 5a al sonetto Pe' la morte de Papa Grigorio.) - (6) Bollare significa in Roma anche il fraudare altrui del danaro.
- (7) Ridendo.
- (8) Intenda.
XIII.
ER RICRAMO.(1)
(1833)
-
Ma a cquer cazzaccio der padron de Rosa
Sabbito a ssera nun je prese er ramo(2)
De portà ar Papa un fojjo(3) de ricramo
Su li guai de la ggente bisoggnosa?
Bê? che arispose er Papa?(4) - "Ma cche ccosa!...
Che mmiseria!...
li zoccoli d'Abbramo?!
Lei puro(5) ha sst'ideaccia stommicosa?(6)
Noi però, ggrazziaddio, sce ne fregamo.(7)
E un'antra vôrta che Llei viè a ppalazzo(8)
Co' ssti sturbi(9) in zaccoccia, signor tale,(10)
Io je so a ddi'(11) che Llei nnun entra un ca..o.(12)
Fino ch'er tesoriere nun ze sstracca
De fa' ddebbiti e vénne'(13) er capitale,
Staremo sempre in d'un ventre di vacca."
(1) Reclamo, ricorso.
- (2) Non gli prese l'estro.
- (3) Foglio.
- (4) È una dimanda fatta dallo stesso narratore, per accrescere efficacia al discorso.
Variante: Che jj'arispose er Papa? - (5) Pure.
- (6) Stomacosa.
- (7) Il popolo ha trasposto i versi delle due quartine: ma il sonetto ci guadagna in forza e naturalezza.
Variante: Noi, pe' ggrazzia de Ddio, sce ne fregamo.
- (8) Variante: E ssi Llei 'n' antra vôrta viè a ppalazzo.
- (9) Disturbi in zaccoccia chiama il foglio di reclamo; nota la vivacità del traslato, che fa di questo verso un vero capolavoro.
- (10) Il Papa non conoscendo il padrone della Rosa, lo chiama per dispregio signor tale.
- (11) Gli so dire.
- (12) Variante: Io je so a ddi' che cqui nun z'entra un ca..o.
- (13) Vendere.
XIV.
ER PARLÀ CCHIARO.
(1834)
-
Oh, vvolete sentìlla(1) a la bbadiale,(2)
E cche vv'uprimo(3) er core schietto schietto?
Che vvoi fussivo un brutto capitale(4)
Ggià l'avémio maggnato(5) da un pezzetto.
Quer che ppo' adesso masticamo male,(6)
È cch'una scerta mmaschera(7) scià(8) ddetto
Che vv'ingeggnate puro cor zoffietto,(9)
Pe' ffa' un giorno la fine de le scecale.(10)
O sii caluggna(11) o nno, cquesto(12) io nun c'entro.
Er cert'è cch'un brigante com'e vvoi,
Quanno che vva a soffià sta in ner zu' scentro.(13)
O ssii caluggna o nno, vvisscere mie,
Questo ve pôzzo assicurà, cche a nnoi
Nun ce va a ssangue er zangue de le spie.
(1) Sentirla.
- (2) Alla badiale, qui per chiara.
- (3) Apriamo.
- (4) Brutto capitale: brutto suggetto.
- (5) Avevamo mangiato; l'avevamo compreso.
- (6) Masticar male: patire a malincuore.
- (7) Persona occulta.
- (8) Ci ha.
- (9) Ingegnarsi col soffietto: fare la spia.
Ricorda i versi del Gingillino di Giusti: "E di più ci è stato detto che lavori di soffietto." - (10) La fin delle cicale, che cantano cantano e poi crepano.
Modo proverbiale.
- (11) Calunnia.
- (12) Intendi: in questo.
- (13) Centro.
XV.
ER GOVERNO DE LI GGIACUBBINI
(5 aprile 1834)
-
Iddio ne guardi, Iddio ne guardi, Checca,
Toccassi(1) a ccommannà a li ggiacubbini:
Vederessi(2) una razza d'assassini
Peggio assai de li Turchi de la Mecca.
Pe' aringrassasse(3) la panzaccia secca,
Assetata e affamata de quadrini,
Vederessi mannà cco' li facchini
Li càlisci de Ddio tutti a la zecca.
Vederessi sta manica de ladri
Raschià ddrent'a le Chiese der Ziggnore
L'oro da le cornisce de li quadri.
Vederessi strappà senza rosore(4)
Li fijji da le bbraccia de li padri,
Che ssaria mejjo de strappàjje er core.(5)
(1) Toccasse.
- (2) Vedresti.
- (3) Ringrassarsi.
- (4) Rossore.
- (5) Tutto il sonetto ritrae fedelmente l'opinione, che aveva de' liberali il popolino imboccato e sobillato dai Sanfedisti.
XVI.
ER LEGGNO PRIVILEGGIATO.(1)
(9 aprile 1834)
-
Largo, sor militare cacarella:(2)
Uprimo(3) er passo, aló,(4) ssor tajja-calli:
Chè sti nostri colori ner'e ggialli
Nun conoscheno un ca..o sentinella.
Sò Ccasa-d'Austria,(5) so', ddio serenella!(6)
Dich'e abbadat'a vvoi,(7) bbrutti vassalli,
Perch'io co' sta carrozza e sti cavalli
Pôzzo entrà, ccasomai, puro in Cappella.(8)
E ddoman'a mmatina, sor dottore,
Ciariparlamo(9) poi co' ssu' Eccellenza
Davant'a Monziggnor Governatore.
Guardate llí ssi(10) cche cquajja-lommarda(11)
Da soverchià er cucchier(12) d'una Potenza,
E nun portà rispetto a la cuccarda!(13)
(1) I cocchi degli ambasciatori, ed alcuni altri, godono a Roma il privilegio di passare in ogni momento e per ogni verso dove tutti gli altri debbono osservare delle regole.
(2) Nome di sprezzo, per dare ad alcuno del fanciullo.
(3) Apriamo.
(4) Voce storpiata dal francese allons.
(5) Sono Casa-d'Austria.
I cocchieri e i servitori de' grandi si attribuiscono senza complimenti i nomi de' loro padroni.
Siccome poi a Roma è costume d'indicare i diversi diplomatici col nome della potenza che rappresentano, dicendosi: sono stato da Francia; c'era Russia; è venuto Austria, ecco il perchè un cocchiere può divenire addirittura casa-d'Austria.
(6) Esclamazione.
(7) E, dico, badate a voi.
(8) S'intende la cappella papale, e quel casomai vale un però contro i nostri preti, i quali volevano meglio esser servi umilissimi dell'Austria, che liberi cittadini di nazione indipendente.
(9) Ci riparliamo: cioè "Renderete conto a sua Eccellenza il mio padrone, davanti a monsignor Governatore di Roma." (10) Se.
(11) Quaglia-lombarda: escremento umano.
(12) Cocchiere.
(13) Coccarda, o, come direbbe un purista, nappa.
XVII.
LA BBATTAJJA DE GGEDEONE.
(8 dicembre 1834)
-
Li trescento ggiudìi de Ggedeone
Se n'aggnédeno,(1) dunque, a ffila a ffila
Armati inzin all'occhi d'una pila,
D'una fiaccola drento, e d'un trombone.
Arrivati poi llà, ccome che sfila
La truppa de li bballi a Ttordinone,
Girônno(2) tante vôrte in priscissione,
Che de trescento parzeno(3) tremila.
Quanno tutú, ttutú, lle pile rotte,
Torce all'aria, trescento ritornelli,(4)
E li nimmichi ggiú ccom'e rricotte.
E mmo ttutti st'eserciti cojjoni
Invesce d'annà in guerra com'e cquelli,
Se metteno(5) a spregà ttanti cannoni!
(1) Se ne andarono.
- (2) Girarono.
- (3) Parvero - (4) Il grido ripetuto ad un tempo dai trecento uomini: La spada del Signore, e di Gedeone.
- (5) Si mettono.
XVIII.
ER PAPA A LI SCAVI.(1)
(15 marzo 1836)
-
- Bbene! -, disceva er Papa in quer mascello(2)
De li du' scavi de Campo-vaccino:-
Bbêr bùscio!(3) bbella fossa! bbêr grottino!
Bbelli sti serci!(4) tutto quanto bbello!
E gguardate un po' llì cquer capitello,
Si(5) mmejjo lo pô ffa' uno scarpellino!
E gguardate un po' cqui sto peperino
Si(5) nun pare una pietra de fornello! -
E ttratanto ch'er Papa in mezzo a ccento
Antiquarî che staveno pe' ccorte,(6)
Asternava(7) er zu' savio sintimento,
La ggente, mezzo piano e mmezzo forte,
Disceva:- Ah! sto siggnore ha un gran talento!
Ah, un Papa de sto tajjo è una gran zòrte!(8) -
(1) Questo sonetto fu pubblicato nell'edizione del Salviucci (vol.
IV, pag.
276), sostituendo la parola Duca a Papa.
- (2) In quel macello.
- (3) Bel buco.
- (4) Questi selci.
- (5) Se.
- (6) Per fargli corte.
- (7) Esternava.
- (8) Sorte.
- Il papa era Gregorio XVI, col quale il grande Poeta romano aveva una cordiale antipatia.
XIX.
LE TRUPPE DE ROMA.
(1837)
-
Che rrabbia è de sentì sti forestieri
De tremmonti,(1) che, ssenz'êsse'(2) romani,
Arriven'oggi ar Popolo,(3) e ddomani
Ne sanno ppiù de li romani veri.
Vedi, dua de sti bbrutti sciarlatani
Pe' la ppiù ccurta l'ho ssentiti jjeri
Dí'(4) mmale de li nostri bberzajjeri,(5)
Civichi, Capotori6 e Zzampoggnani.(7)
Disce: "Futtre! aver nixe dissciprina".
Nun ze chiama aprí bbocca e ddàjje fiato
Er parlà a sta maggnera,(8) eh Caterina?
S'informino, canajja sscemunita!
La dissciprina, cqui, 'ggni bbôn zordato(9)
Va a ddàssela(10) 'ggni sera ar Caravita.(11)
(1) D'oltremonti.
- (2) Senza essere.
- (3) La Porta del popolo, per cui si entra in Roma dal Nord.
- (4) Dire.
- (5) Bersaglieri.
- (6) Capitori: truppa capitolina, composta di artieri di Roma.
- (7) Zambognani: del reggimento Zamboni.
- (8) A questa maniera.
- (9) Soldato.
- (10) Darsela.
- (11) Oratorio notturno dei Gesuiti.
XX.
ER CIVICO DE CORATA.(1)
(1837)
-
Stamo(2) immezz'a 'na macchia, Caterina,
E nnò in d'una scittà ddrent'a le mura.
T'abbasti a ddí' cch'a Ssan Bonaventura
Me sciassartònno(3) a mmé jjer'a mmatina.
Pavura io?! de che! Ppe' cristallina!
Un omo solo m'ha da fa' ppavura?
M'aveva da pijjà senza muntura
Lui, e ppoi ne volevo una duzzina.
Quanno me venne pe' investí, me venne,(4)
Io pe' la rabbia me sce fesce(5) rosso;
Ma ccosa vôi!(6) nun me potei difènne'.(7)
E archibbuscio, e ssciabbola, e bbainetta!...
Co' sta bbattajjerìa(8) d'impicci addosso,
Com'avevo da fa', ssi'(9) bbenedetta?(10)
(1) Coraggioso.
- (2) Stiamo.
- (3) Mi ci assaltarono.
- (4) La variante popolare è più naturale: Quanno me venne p'assartà, me venne.
- (5) Mi ci feci.
- (6) Vuoi.
- (7) Difendere.
- (8) Con questa batteria, quantità.
- (9) Che tu sia, ec.
- (10) Questo sonetto fu pubblicato nella raccolta del Salviucci (vol.
IV, pag.
357), e porta la data del 25 Aprile 1837; laonde è chiaro che si riferisce alla guardia civica di quel tempo, e non a quella del 1848, come comunemente si crede.
Il Belli, secondo che noi abbiamo dimostrato, si tenne nel più assoluto riserbo durante gli avvenimenti del '48 e del '49.
Tuttavia è probabile che questo sonetto tornasse alla mente dei più, nel vedere la grave uniforme della guardia civica del 1848.
XXI.
ER CIVICO DE GUARDIA.(1)
-
Chi evviva? Chivvalà? Pss, ssor grostino,(2)
Nun ze risponne ppiù a la sentinella?
Voi volete finí dde bévve' vino.
Ve dico chivvalà, Ddio serenella!(3)
Chi evviva?...
ah, ssete voi, mastro Grespino?
Che! ve puzzeno sane le bbudella?
Eh, ssi avevo la pietra all'acciarino
Un antro po' vve la fascevo bbella!
Cuanno la guardia dar zu' posto v'urla,
Risponnete: si nno, vvienissi l'orco,
Cquà sse tira de netto, e nnun ze bburla.
Ma Ddioguardi lo schioppo me fa ffôco,
Co' sto vostro sta' zitto eh nun ve córco?
Bella cazzata de morí ppe' ggioco!
(1) Questo sonetto e l'altro che viene dopo, già stampati nell'edizione romana, furono scritti nel 1831, e li mettiamo qui come in appendice al Civico de corata.
A far poi conoscere che razza di milizia civica fosse quella che il Belli metteva tanto spietatamente in ridicolo, gioverà leggere un passo del manifesto indirizzato da papa Gregorio a' suoi dilettissimi sudditi, il dì 5 aprile 1831, appena li Austriaci ebbero soffocati i primi moti liberali delle Romagne.
Ecco le parole del Papa: "Ma se colla sincerità di riconoscenza la più viva ravvisiamo nell'Imperiale Reale Esercito Austriaco quelle elette schiere di Prodi, alle quali volle Dio riservato il trionfo sopra la perversità de' rivoltosi, e con esso l'onore di rendere i suoi Stati alla Santa Sede, coronando con sì felice successo gl'impulsi incessanti di quella Religione purissima, che forma il più bell'elogio dell'Augusto e Potente loro Signore Francesco I, al quale indelebile gratitudine ci legherà perpetuamente; gloria sia pure e lode a quegli onorati cittadini, che riunitisi premurosi in Milizia Civica vegliarono indefessi sotto le armi, e fra i travagli di servizio il più stretto, alla salvezza della nostra persona, ed alla quiete di questa Città." - (2) Nome di spregio.
- (3) Esclamazione comunissima.
XXII.
ER CIVICO AR QUARTIERE.
-
Buggiaràlle, perdio, chi ll'ha inventate
St'armacciacce da fôco bbuggiarone,
Che ggià de scerto furno aritrovate
Co' un po' de patto-tascito a Pprutone.
Sor zargente, nun fâmo(1) castronate:
Cuanno che mme mettete de piantone,
O ccapateme(2) l'arme scaricate,
O ar piuppiù ssenza porvere ar focone.
Cortello santo! Armanco nun è quello
Vipera da vortàsse(3) ar ciarlatano!(4)
Pe' mmé, vviva la faccia der cortello!...
Lo scanzate quer buggero, eh sor Pavolo?
Nun ze pô mmai sapé co' st'arme in mano!
E ppô a le vôrte caricàlle er diavolo.
(1) Facciamo.
- (2) Capatemi: sceglietemi: dal latino capere, che aveva anche il significato di scegliere.
- (3) Voltarsi.
- (4) Modo proverbiale.
XXIII.
ER CONGRESSO TOSTO.(1)
(2 ottobre 1835)
-
Tutti quanti a Ppalazzo lo vederno.(2)
Un gran ministro d'una gran Potenza(3)
Venne a Rroma a pparlà cco' ssu' Eminenza
Er Zegretar-de-Stato de l'isterno.
Er Cardinale preparò un quinterno
De carta bbianca, eppoi je diede udienza;
E cce tenne una gran circonferenza(4)
Sopra a ttutti l'affari der governo.
Tra llôro se(5) trattò dder piú e der meno;
E scannajjòrno(6) l'ummido e l'asciutto,
Er callo e 'r freddo, er nuvolo e 'r zereno.
Arfine er Cardinale uprí la porta,
Discenno:(7)- Evviva, è combinato tutto:
Ne parleremo mejjo un'antra vôrta.(8) -
(1) Il congresso importante.
- (2) Lo videro.
- (3) Il conte di Rigny, Ministro della marina di Francia.
- (4) Conferenza.
- (5) Si.
- (6) Scandagliarono.
- (7) Dicendo.
- (8) Un'altra volta.
XXIV.
LA RISPOSTA DER GIUDICE PROCESSANTE.
(1835)
-
L'unniscèsima vôrta ch'io sciaggnéde,(1)
Ebbe(2) arfine la grazzia de l'udienza;
E cche vôi!(3) ner trovàmmeje(4) in presenza,
Fui llì llì cquasi pe' bbasciàjje er piede.
Poi je disse:(5)- Lustrissimo, Eccellenza,
Nassce de cqui ffin qui, ccome pô vvéde'(6)
Dar momoriale, che ppô ffàjje fede(7)
De la ggiustizzia a scàpito innoscenza.(8) -
Lui stava quieto, e io:- Dov'è er dilitto?
C'ha ffatto er fijjo mio? Fôra le prove:
Nun parlo bbene? - E lui se stava zitto.
Ner mejjo der discorzo, er carzolaro
Venne a pportàjje un par de scarpe nove,
E mme mannòrno(9) via com'un zomaro.
(1) Che ci andai.
- (2) Ebbi.
- (3) Vuoi.
- (4) Nel trovarmigli.
- (5) Gli dissi.
- (6) Può vedere.
- (7) Può fargli fede.
- (8) Ex capite innoceatiæ.
- (9) Mi mandarono.
XXV.
LE GABBELLE DE LI TURCHI.
(1836)
-
Un tar munzú Ccacò, cch'è un omo pratico,
E Ddio solo lo sa cquanti n'ha spesi
Pe' vviaggià ddrent'ar reggno musurmatico,
Dove nun ce commànneno Francesi;
Ricconta che in sti bbarberi paesi
'Ggni sei mesi sc'è un uso sbuggenzatico,(1)
Che sse paga sei mesi de testatico
Pe' pprologà(2) la vita antri sei mesi.
Dunque, disce er Francese, che ssiccome
Ar re che li governa indeggnamente(3)
Nun j'amanca de turco antro ch'er nome,
C'è ggran speranza che jje vienghi(4) in testa
De métte' sopra er fiato de la gente
'Na gabbella turchina uguale a cquesta.
(1) Sgarbato, incitativo.
- (2) Per prorogare.
- (3) Espressione ironica di tal quale umiltà, di cui si fa molto uso.
- (4) Gli venga.
XXVI.
L'INCONTRO DER BECCAMORTO.
(21 gennaio 1843)
-
- Padron Zanti...(1) me sbajjo? - Oh ssor Pasquale! -
Filiscia(2) notte.
- Grazzie: bbôna sera.
-
Che n'è de tu' fratello? - Sta in galera.
-
Poveraccio! E ttu' mojje? - A lo spedale.
-
Vanno bbene l'affari? - Ah! vvanno male.
-
E da quanno? - Dar tempo del collèra.
-
Ma ssento vojji aritornà.(3) - Se spera.
-
Me l'ha ddetto un dottore.
- E a me un spezziale.
-
Quanti sta sittimana? - Eh! appena dua.
-
E ll'antra?(4) - S'annò llisscio.(5) - E ll'antra avanti? -
Uno, madètta(6) l'animaccia sua! -
E ttu mmuta parrocchia.
- È tempo perzo.(7) -
Ma er curato che ddisce, padron Zanti? -
Disce quer che ddich'io: sémo a traverzo.(8) -
(1) Colla z aspra, come in prezzo.
Sante, nome proprio.
- (2) Felice.
- (3) Sento che voglia ritornare.
La variante popolare è più naturale: Disce che vojji aritornà.
- (4) E l'altra? - (5) Si andò liscio: non si fece nulla.
Metafora tolta dal gergo del giuoco delle boccie.
- (6) Maledetta.
La variante popolare ha mannàggia.
- (7) Perduto.
- (8) Siamo a traverso.
XXVII.
ER TESTAMENTO DE PAPA GRIGORIO.
(1846)
-
Papa Grigorio è stato un po' scontento;
Ma ppe' vvisscere poi, ma ppe' bbôn core,
Ch'avesse in petto un cor da imperatore,
Ce l'ha fatto vedé ner testamento.
Nu' lo sentite, povero siggnore!,
Si cche ccojjoneria d'oro e dd'argento
Ha mmannato sopr'acqua e ssopr'a vvento(1)
A li nipoti sua, pe' ffàsse onore?
Eppoi doppo sc'è(2) ll'antro contentino(3)
De tutte le mijjara ch'ha llassato
Tra bbajjocchelle(4) e robba, a Ghetanino.(5)
E 'r credenziere? (Mica sò ccarote!)
Ventiseimila scudi ha gguadaggnato,
Sortanto a vvetro de bbottijje vôte.(6)
(1) Come dicesse: per mare e per terra: con una rapidità quasi diabolica; essendo che la frase è tolta dalla nota formula di scongiuro delle streghe al diavolo: "Sopr'acqua e sopra vento, portami alla Noce di Benevento." - (2) C'è.
- (3) L'altra bagattella, detto ironicamente.
- (4) Danari.
- (5) Gaetano Moroni, la moglie del quale si diceva per Roma avesse segreti negozii col Papa.
- (6) È noto che Gregorio XVI aveva l'abitudine di alzare un po' troppo il gomito.
XXVIII.
PE' LA MORTE DE PAPA GRIGORIO.(1)
(1846)
-
Fr...a! a cche ttempi sémo, sor Cremente!
Se nega er zole!(2) Basti a ddì', cche cc'era,
Doppo morto Suarfa(3) l'antra sera,
Chi ha detto: "A Rroma nun j'importa ggnente!"
E lo sciamanno(4) ar braccio der tenente?
E in der Cracàsse(5) la striscetta nera?
E Pallacorda ch'ha ffatto moschiera?(6)
E ar pallone(7) che ppiù nun ce va ggente?
E li tammùrri cor farajoletto?(8)
E le tromme che ssòneno a scorregge?(9)
Ce vô deppiù pp'addimostrà l'affetto!?
Ma pperò, ffa er dolore meno amaro
Er penzà che pp'er papa che s'elegge
Sce so' ttanti Grigorii ar piantinaro!(10)
(1) A meglio intendere questo sonetto, giova ricordare che il Governo pontificio, quando muore il papa, impone un lutto ufficiale non solamente a' suoi impiegati, ma anche a' fedelissimi sudditi.
Ordina la chiusura di tutti i teatri (senza credersi obbligato per questo a compensar dei danni gl'impresari): sospende per parecchi giorni ogni altro pubblico divertimento, e fa suonare a morto tutte le campane dello Stato.
- S'immagini ognuno il parapiglia che succede, se un papa si fa lecito di morire durante il carnevale! Allora sì che i sudditi, e particolarmente le sudditesse, lo piangono di cuore.
- Leone XII morì appunto sul più bello del carnevale, e i Romani, non potendo divertirsi altrimenti, sfogarono la stizza con questo epigramma:
"Tre dispetti ci hai fatto, o Padre santo:
Accettare il papato, viver tanto,
Morir di carneval per esser pianto."
- (2) Nota la vivacità e l'efficacia di codesta frase.
- (3) Suarfa, detto anche Sualfa dalle persone meno idiote, è il nome con cui per ispregio si designano tutte le autorità abborrite, e sta in luogo di Sua Maestà, Sua Altezza, Sua Eccellenza, e simili.
Qui significa il Papa.
Può darsi che questo vocabolo abbia una qualche parentela coll'Alfa, prima lettera dell'alfabeto, presa nel senso di anteriore a tutti, soprastante, principale.
- (4) Il lutto: e più spesso dicono sciamanno a uno straccio grande o piccolo, a uno scialle malandato, e simili.
Donde le voci: sciamannato (sconcio negli abiti e nella persona), sciamannone e sciamannarsi, proprie anche della lingua comune.
- (5) Fin dal 1716, si chiamò comunemente Cràcas, e dai popolani Cracàsse il Diario ordinario d'Ungheria, dal nome di Luca Antonio Cracas, o Chracas, che ne fu il fondatore, e che lo pubblicava coi tipi del fratello Giovanni Francesco Cracas, il quale teneva stamperia presso san Marco al Corso.
- Scopo di cotesto giornaletto era allora di ripubblicare le notizie che ufficialmente riceveva da Vienna intorno alla guerra di Ungheria, che si combatteva dal principe Eugenio di Savoia per l'imperatore Carlo VI, contro Acmet III.
Il primo numero, in piccolissima forma, uscì il 5 agosto 1716.
Finita la guerra, continuò le sue pubblicazioni col titolo di Diario di Avvisi, e pare che sin d'allora diventasse giornale ufficiale del Governo.
Nel 1808 prese il nome di Diario di Roma.
Col primo numero del 1837 comparì in foglio grande.
Nel 1849, il Governo repubblicano lo intitolò Monitore Romano, per far la scimmia ai Francesi.
Pio IX, dopo il ritorno da Gaeta, lo ribattezzò col nome di Giornale di Roma, che serba tuttavia.
Pare anche che per un certo tempo si chiamasse Gazzetta di Roma.
Ma il popoletto non tenne conto di tutti questi battesimi, e lo chiamò sempre, e lo chiama anche oggi Cràcas o Cracàsse.
Di tal guisa, quel buon uomo di Luca Antonio passa alla posterità collo scappellotto; e sempre bisognerà sciorinare tutti questi cenci d'erudizione, per far capire come il verso di Belli: "E in der Cracàsse la striscetta nera?" significhi: "E la striscia nera messa per la morte del Papa nel giornale ufficiale?" Non sarà inopportuno lo avvertire che il popolo chiamò, e chiama tuttora, Cràcas, anche una specie d'Almanacco statistico-amministrativo, che sotto il titolo di Notizie annuali di Roma, si cominciò a pubblicare dalla Tipografia Cracas.
- (6) Il Teatro Metastasio, che, come tutti gli altri, si chiuse per lutto legale; quindi il popolo diceva: ha fatto moschiera, ha fatto mosca, ossia: "ha fatto silenzio, ha taciuto." Fate mosca, per fate silenzio, lo dicono anche i meno idioti.
Moschiera per mosca si dice però solo in senso traslato come qui, non sempre.
- (7) Al giuoco del pallone all'Anfiteatro di Corèa; ora più spesso a Campovaccino.
- (8) Coperti di gramaglia.
Farajoletto è il mantellino lungo nero, che portano i preti sopra il soprabito.
- (9) Anche i trombettieri della soldatesca pontificia avevano, per la morte del papa, una suonata funebre, a lenti e lunghi squilli, come per imitare voci gementi e lamentevoli.
A tale suonata il popolo trovò per similitudine (Ahi! parlo, o taccio?) il suono dei peti, che diconsi comunemente scorregge quando son rumorose, e loffe quando escono a chetichella.
- (10) Piantinaro, da piantine, piccole piante, equivale al latino viridarium, al toscano piantonaio, e all'umbro pàstine.
Con ciò è chiarito il significato sarcastico dell'ultima terzina: "Ogni cardinale è una certa pianta, cui per diventare albero come fu Gregorio, non manca che di venir trapiantata sulla sedia papale.
Laonde consoliamoci della morte di Gregorio, perchè il nuovo papa, chiunque esso sia, gli rassomiglierà perfettamente."
XXIX.
L'ANIMA DE PAPA GRIGORIO.(1)
(1846)
-
Stese appena le scianche(2) er zor Grigorio,
Che l'anima jj'uscì dar peparone,(3)
E senza toccà manco er Purgatorio,
Annò der Paradiso in der portone.
- Ah(4) Pietro! - Oh! M'arillegro e me ne grorio.(5)
Opri tu, ch'hai le chiave e ssei er padrone.
-
Èccheme,(6) e ffàmme strada ar rifettorio.(7) -
Bè? opri! - Ah Pietro mio, nun jje la fône! -
Va là, riprova.
- Gnente! - Ar buscio drento
C'è cquarche cosa? - Gnente! - Hai bbè sgrullato?(8) -
Sine: e nun z'opre! - Dàlle qua un momento.
-
Tièlle.
- Ruzze, e la mappa nun cunvina!...(9)
Che strumenti so' cquesti ch'hai portato? -
Oh bbuggiarà! le chiave de cantina.
-
(1) Questo sonetto, divenuto popolarissimo in grazia della vivacità della chiusa, la quale gli copre parecchi difetti, non è del Belli.
Ad intendere la satira che racchiude, gioverà ricordare che Gregorio XVI aveva fama di uomo cui piacesse mangiar bene e bever meglio.
- (2) Gambe.
- (3) Naso grosso.
- (4) Esclamazione vocativa che tiene il luogo di o, e che si pronunzia molto aperta.
- (5) Il romanesco vero avrebbe detto grolio.
- (6) Eccomi; cioè: eccomi pronto ad aprire.
- (7) Gregorio era stato frate.
- (8) Sgrullare vale sbattere.
Si sgrullano i panni impolverati, i tovaglioli, ecc., e così le chiavi femine, per farne uscire quel che potesse essersi introdotto nel buco.
- (9) Combina.
XXX.
SÌCCHE ITURE ADDÀSTRA.(1)
-
Er chirichetto appena attonzurato,(2)
Penza a ordinàsse prete, si ha ccervello;
Er prete penza a ddiventà pprelato;
Er prelato, se sa,(3) penza ar cappello.
Er cardinale, si ttu vvôi sapéllo,(4)
Penza 'ggnisempre (5) d'arivà ar papato:
Er papa, dar zu' canto, poverello,
Penza a ggòde'(6) la pacchia(7) ch'ha ttrovato.
Su l'esempio de st'ottime perzone,(8)
'Ggni giudisce, impiegato, o militare
Penza a le su' mesate e a le penzione.
Chi pianta l'arbero, penza a li frutti.(9)
Qua inzomma, pe' rristriggnere l'affare,(10)
Oggnuno penza a ssè, Ddio penza a ttutti.
(1) Sic itur ad astra! - (2) Tonsurato.
- (3) Si sa: è noto.
- (4) Se tu vuoi saperlo.
- (5) Ogni sempre.
- (6) Godere.
- (7) Pacchia, "lieto vivere, il mangiare e ber bene senza pensieri." Così il Fanfani, nel Vocabolario dell'uso toscano: e aggiunge che è voce di uso comune per molti luoghi di Toscana.
- (8) Variante: Su l'esempio de tutte ste perzone.
- (9) Questo verso è un modo proverbiale, e v'hanno testimonianze non dubbie che fu proprio messo così dall'autore.
Dalla maniera di pronunziarlo dipende il far meno sensibile il difetto di accento.
- (10) Ristriggnere l'affare vale: Restringere, far breve il discorso.
A proposito di questa frase, l'egregio amico prof.
F.
Santini mi scriveva: "Il popolo romano non compie mai nel discorso l'infinito dei verbi, salvo quando vuol parlare con affettazione satirica, con un'aria di caricatura.
Quindi a queste parole pe' rristriggnere l'affare, dobbiamo immaginarci di vedere il popolano, che sollevando meglio la persona, e aggrottando le ciglia, per conciliarsi meglio l'attenzione di chi lo ascolta, comincia a mentire un linguaggio dottorale per isputare una grande sentenza; della quale egli stesso si ride in segreto."
XXXI.
LI COLLARINI.
-
Quanno avevo da métte quer rigazzo
Pe' cchirico a Ssan Chirico e Ggiuditta,(1)
Fesci(2) ar barettinaro:- Padron Titta!
Ciavete(3) un collarino da strapazzo?(4) -
Lui opre la vetrina de man dritta,
E mme dà un collarino pavonazzo.
Dico:- Eh sto coso, nun me serv'a un ca..o:
Lo vojjo nero, sor faccia affritta.(5) -
Nero? Sapete mo quanto ve costa!?
Neri, a sti tempi, indóve li trovate?
Li neri, mo, bbisoggna fàlli apposta.
Mo nun ze(6) fanno ppiù de sto colore,
Perché adesso oggn'abbate, appena è abbate,
È abbate ippisi-fatto(7) e mmonziggnore.
-
(1) San Quirico e Giuditta, chiesa di Roma.
- (2) Dissi.
- (3) Ci avete.
- (4) Da portarsi ogni giorno, da non tenersi da conto.
- (5) Afflitta.
- (6) Si.
- (7) Ipso facto.
XXXII.
ER CARDINALE VERO.
-
Naturarmente(1) è ccosa naturale,
E bbasta a ddajje 'na squadrata addosso,(2)
Pe' ppoi descìde'(3) da tutto cuer rosso,
Che ssu' Eminenza è ppropio un cardinale.
E ggnisuno sarà ttanto stivale
Da scannajjà 'na bbruggna inzin'all'osso,
Pe' ppoi sartà cco' ssicurezza er fosso,
E ddescìde': è er tar frutto o er frutto tale.(4)
Fin che ddunque ha er color de peparoni,
E scarrozza a ssan Pietro in Vaticano,
È un cardinal co' ttanti de(5) cojjoni.
Metteje(6) poi 'na mazzarella in mano,
Dàjje 'na camisciòla(7) e ddu' scarponi,
E allora te dirò: "quest'è un villano".
(1) Naturalmente.
- (2) Basta dargli un'occhiata.
- (3) Decidere.
- (4) Ecco il senso della seconda quartina: "Nessuno sarà tanto sciocco (stivale), da volere esaminar minutamente (scandagliare) una prugna sino al nòcciolo (osso), per poi giudicare con sicurezza (sartà co' sicurezza er fosso), e decidere: è il tale o tal altro frutto; potendo bene riconoscerlo a prima vista dalla forma esteriore." - (5) Con tanto di.
- (6) Mettigli.
- (7) Chiamano camisciòla una sorta di giacchettina, tanto corta, che arriva appena alla cintura.
Un tempo la portavano non solo i villani, ma anche tutti i romaneschi veri: ora è andata in disuso insieme con que' brutti calzoni a campana, stretti al ginocchio e larghi a' piedi.
XXXIII.
ER RITRATTO DER CARDINALE.
-
Da cuer pittore (ggiù ppe' lo stradale
Fra ssant'Iggnazzio e 'r Culleggio romano),
Che pe' arme(1) e rritratti è 'n artiggiano,
Ch'in tutta Roma nun ze dà(2) ll'uguale;
Jeri sce stava in mostra un cardinale,
E sse scopriva un bôn mijjo lontano
Da la mozzetta de scarlatto, e in mano
Er zolito spappié(3) der mormoriale.(4)
Io m'accosto ar pittore e lo saluto;
Dico:- Perché sto coso senza testa? -
Disce:- Je ll'ho rraschiata e jje la muto.
-
Allora un pasticcetto(5) co' li guanti
Disce: Lo lassi sta senza di questa,
Perché accusì si rassomijja a ttanti!
(1) Armi: stemmi gentilizi.
- (2) Si trova.
- (3) Dal francese papier.
- Su questa parola, l'ottimo amico mio prof.
F.
Santini, mi mandava le seguenti avvertenze: "Non faccia meraviglia di trovare dove scritto papié o pappié, e dove spappié.
Il popolo romano aggiunge e toglie lettere a modo suo, secondo che voglia dar più o meno aria di caricatura alle cose.
Qui alla caricatura, in quell's, v'è aggiunto anche il dispregio, che per essere gustato nella sua intierezza, bisognerebbe fosse veduto in bocca di uno di quel popolo, nell'atto che lo pronunzia; e sentito quell'empiere della bocca, e ripercotere dell'aria fra gli organi gutturali e nasali, e l'allungare d'una vocale, secondo che più o meno si voglia schernire o gli uomini o le cose.
Così nessuno potrà mai significare con avvertimenti o annotazioni la pronunzia di quel moecco per baiocco; nè lo strisciare del ce segnato dal Belli; col sce, il quale sce porta nella pronunzia usata da noi italiani, un suono duro, che è ben altro da quello strisciare piano e corrente, senza appoggiatura, de' romaneschi." - (4) È vero che cardinali e papi si fanno per lo più ritrattare con un memoriale in mano: ridicola usanza, che mostra in costoro la boria di far pompa della propria grandezza.
Certo non la pensava così, Chi disse che quando si benefica, la mano sinistra non deve vedere ciò che fa la destra; ma i preti, anche in effige, hanno trovato modo di rinnegare il Vangelo.
- (5) Zerbinotto.
XXXIV.
LA SONNAMBULA.(1)
-
Io che sso' vecchio e ssempre ho visto, fijja,
Come vanno le cose de sto monno,
Io, co' sti casi, nun me sce confonno;
E nun me fanno un ca..o maravijja.
Questa è 'na mmalatia che a cchi jje pijja,
Lo fa ddiscùrre',(2) e nun je roppe(3) er zonno;
E cce so' ttanti che, ddormenno pônno(4)
Fa' 'ggni faccenna e ccamminà le mijja.
Dunque nun c'è ggnisuna inconcrudenza,(5)
Si sta regazza, in ner pijjàjje(6) er male,
Parla e rrisponne(7) come 'na sentenza.(8)
Io ho sservito tant'anni un cardinale,
Che in oggni venardì che ddava udienza,
Risponneva dormenno tal'e cquale!
(1) Un vecchio avendo condotta la figlia al teatro, dove si rappresentava la Sonnambula, tornando a casa, cerca di spiegare alla ragazza il fenomeno del sonnambulismo.
La gravità che assume, fa un ridicolo contrasto cogli spropositi che dice; e tutto il sonetto è d'una naturalezza veramente meravigliosa.
Molti lo stimano il capolavoro di Belli.
- (2) Variante: Nun je dà frebbe.
- (3) Rompe.
- (4) Possono.
- (5) Inconcludenza: non c' è niente di strano.
- (6) Nel pigliarle: quando la prende il male.
- (7) "Dicono risponne e arìsponne.
Queste varianti del dialetto romanesco mi pare che possano accennare a quello sparire e confondersi che da trent'anni va facendo il dialetto stesso con la lingua nobile; giacchè alcuna di esse varianti si va raccostando alle regole; e dove prima nessun Trasteverino avrebbe detto risponne in luogo del paesano arisponne, ora dallo stesso risponne, che è ben frequente, il popolo passa molto spesso al risponde.
Con lo smettersi di quella brutta giacchettina, chiamata da loro camisciòla, e dei bruttissimi calzoni a campana, i Romani hanno cominciato a scordare il dialetto.
E il Belli venne a tempo per levargli l'unico monumento degno di restare." (Da una lettera dell'amico Santini).
- (8) Variante: Che sta rigazza in ner pijjàjje er male, Parli e risponna come 'na sentenza.
XXXV.
ER CONCRAVE DE ROMA.
-
Er Concrave de Roma, mastro Checco,
Tu lo chiami er pretorio de Pilato.(1)
Senti mo in che maggnéra(2) io l'ho spiegato,
E ccojjóneme poi si nun ciazzecco.(3)
A mme ttutto st'imbrojjo ingarbujjato
Me pare un gioco-lisscio(4) secco secco;
Ché cqua ttutto lo studio è dd'annà ar lecco,
Là ttutto er giro è dd'arrivà ar Papato.
Duncue 'gni eminentissimo è 'na bboccia,
Che ss'ingeggna(5) cqua e llà, cor piommo o senza,(6)
De ficcàcce, si ppô, la su' capoccia.(7)
Finchè cc'è posto de passà ffra er mucchio,
Se prova de fa' er tiro e cce se penza;
Sinnò sse zompa e ss'aricorre ar trucchio.(8)
(1) Dove Gesù udì la sentenza di morte.
- (2) Maniera.
- (3) Ci azzecco, c'indovino.
- (4) Chiamano così il giuoco alle boccie, o palle di legno.
- (5) Una variante ha: sse studia.
- (6) Qualche volta usano metter del piombo dentro le palle di legno, per farle più pesanti e più adatte al giuoco.
Qui, col piombo o senza, pare che valga, metaforicamente, in un modo o nell'altro, o forse: coll'inganno o senza.
- (7) Variante: De ficcàcce, si ppôle, la capoccia.
- (8) Il senso proprio dell'ultima terzina è questo: "Finchè c'è posto da passare fra 'l mucchio delle boccie per avvicinarsi al lecco, si prova di fare il tiro, e prima ci si pensa bene; se non c'è posto, si trucchia, cioè si cacciano via le altre boccie colla propria." - Se zompa indica, probabilmente, quel mezzo salto che fa il giocatore, pontando il piede destro e spingendo avanti il sinistro, mentre scaglia la propria boccia contro un'altra.
Trucchio è precisamente il trucciare, che dal popolo dicesi trucchiare: donde abbiamo, nel traslato, trucchiatore e trucchio, per truffatore e truffa: voci usate anche nell'Umbria.
Dopo ciò, è agevole a capirsi la metafora chiusa in questi tre versi.
XXXVI.
L'INCURONAZZIONE DER PAPA.
-
M'aricòrdo(1) quann'ero regazzino
Ch'aggnédi(2) a vvéde l'incuronazzione,
Che ffanno ar Papa sotto ar bardacchino,(3)
A ssan Pietro, lassù nner finestrone.
E mm'aricòrdo puro,(4) Ggiuacchino,
Che cquanno je coprirno(5) er cocciolone,(6)
Io dissi a 'n omo granne llì vvicino:(7)
- E cche jje fanno mo, cco' cquer pilone?(8) -
Lui m'arispose:- Oggi, in de sta(9) festa,
Ar zolito je fanno un comprimento;(10)
E lla raggione ggià sse sa ch'è cquesta:
Che mmo, co' cquelo straccio de strumento,(11)
Che jj'incàrcheno(12) bbene in de la testa,
Je danno, fijjo mio, l'intontimento.
-
(1) Mi ricordo che.
- (2) Andai.
- (3) Baldacchino.
- (4) Pure.
- (5) Coprirono.
- (6) Testa, zucca.
- (7) Che stava vicino a me.
- (8) Con quel pilone: chiama così il triregno per la somiglianza che ha con una grossa pentola, che a Roma dicesi pila, pilone.
- (9) In questa.
- (10) Complimento.
- (11) Co' cquelo straccio de strumento, "con quel grosso negozio" (il triregno).
- (12) Gl'incalcano.
XXXVII.
LA PRIMA BBINIDIZZIONE PAPALE.
-
Dicheno(1) che 'na vôrta(2) un papa novo,
E cche dder monno nun capiva ggnente,
Quanno de su la loggia(3) come un ovo
Vedde la piazza piena a llui presente;
Disce che sse vôrtasse ar maggiordovo,(4)
Strillanno:- Pe' Ddio-padre-onnipotente!
Che ssubbisso de popolo cqui ttrovo!
E ccome fa a mmagnà tutta sta ggente? -
Un cardinale che jje stava accanto,
Je disse co' rrispetto e ddevozzione:
- Uno buggera l'antro, Padre santo.
-
Allora lui, co' ppochi sârti e bbrutti,(5)
Disse, danno la su' bbinidizzione:
- E nnoi, ccusì, lli bbuggiaramo tutti! -
(1) Dicono.
- (2) Una volta.
- (3) La loggia del Vaticano, sulla piazza di San Pietro.
- (4) Maggiordomo.
- (5) Con pochi salti e brutti, cioè alla spiccia, alla lesta.
Credo che questo verso non sia del Belli; ma per quante ricerche abbia fatte, non m'è riuscito di trovare una lezione migliore.
XXXVIII.
L'UCCUPAZZIONE DER PAPA O 'NA VITACCIA DA CANI.
-
Ah! nun fa ggnente er Papa? ah! nun fa ggnente?
Ah! nun fa ggnente lui, brutte marmotte?
Accusí vve pijjàsse 'n accidente,
Com'er Papa fatica e giorno e nnotte!(1)
Chi parla co' Ddio-padre-onnipotente?
Chi assòrve(2) tanti fijji de miggnotte?
Chi vva in carrozza a bbenedì la ggente?
Chi mmanna fôra l'innurgenze a bbótte?(3)
Chi jje li conta li cudrini(4) sui?
Chi l'ajjuta a ccreà li cardinali?
Le gabbelle, perdio!, nu' le fa lui?
E cquell'antra fatica da facchino
De strappà ttutt'er giorno i momoriali,(5)
E bbuttà li a ppezzetti in ner cestino?(6)
(1) Dicono che l'autografo avesse il 2° verso così: Ah! sse chiam'ozzio er suo, brutte marmotte? E il 4°: Pe' cquanto lui fatica e ggiorno e nnotte, ovvero: Come lui se strapazza giorno e nnotte.
- (2) Assolve.
- (3) Variante: E cchi vve manna l'indurgenze a bbótte? - (4) Quattrini.
- (5) Memoriali, suppliche.
- (6) Variante: E bbuttàlli a ppezzetti in ner cestino?
XXXIX.
ER CONCIASTORO.(1)
-
Disce c'a ssentì er Papa in Conciastoro,
Quanno sputa quarc'antro cardinale,
Ce sarebbe da fàcce un carnovale
Da vénne li parchetti a ppeso d'oro.(2)
Principia a inciafrujjà(3) cche ppe' ddecoro
De tutto cuanto er monno univerzale,
Vorrebbe dà' er cappello ar tale e ar tale...
E llì aricconta le prodezze loro.
Ariccontate ste prodezze rare,
Passa a ddí':-Vvenerabbili fratelli!
Je lo volémo dà? cche vve ne pare? -
Detto accusí, ssenz'aspettà cche cquelli
Je mettino la bocca in ne l'affare,
Vôrta(4) er culo, e spidisce li cappelli.
(1) Questo sonetto è storia.
A' primi tempi della Chiesa; il Concistoro de' cardinali aveva grandissima autorità, e si riuniva più volte alla settimana per disbrigare le faccende spirituali non meno che le temporali.
A lungo andare, non v'ha dubbio che il Concistoro avrebbe annullato l'autorità papale, come i magnati polacchi annullarono quella regia, e i patrizi veneti quella del doge; ma i papi se ne accorsero in tempo, e lo esautorarono a poco a poco, spergiurando a modo loro le antiche costituzioni della Chiesa.
Quando oggi si riunisce per l'elezione de' nuovi cardinali, il Papa espone i nomi e i meriti de' candidati, e pronunzia la vecchia formola: "Venerabiles fratres! quid vobis videtur?" ma non aspetta risposta; perchè ha già stabilito a suo piacimento le elezioni, e i cardinali non hanno alcun diritto di opporsi a' suoi voleri.
- (2) Come se si dovesse assistere a uno spettacolo straordinario in teatro.
Una variante dice: È ppropio na commedia, un carnovale, Da pagà li parchetti a ppeso d'oro.
- (3) Inciafrujjare vale imbrogliare, e nel traslato, come qui, "discorrere senza capo nè coda, per dar a vedere lucciole per lanterne." La variante popolare ha: Cumincia a spanpanà che ppe' ddecoro.
- (4) Volta.
XL.
ER DISPOTISMO.(1)
-
C'era 'na vorta un re, che ddar palazzo
Mannò ffôra a li popoli st'editto:
- Io so' io, e vvoi nun zéte(2) un ca..o,
Sori(3) vassalli bbuggiaroni, e zzitto!
Io fo ddritto lo storto, e storto er dritto:
Pôzzo vénneve(4) a ttutti a un tanto er mazzo;(5)
Io, ssi vv'impicco nun ve fo strapazzo,
Chè la vita e la robba io ve l'affitto.
Chi àbbita a sto monno senza er titolo(6)
O de papa, o de re, o dd'imperatore,
Cuello nun pô avé(7) mmai vosce in capitolo.
-
Co st'editto, annò(8) er bojja pe' ccuriero,
A interrogà la ggente in zur tenore,(9)
E arisposeno tutti: È vvero, è vvero!
(1) Il dispotismo.
- (2) Siete.
- (3) Signori.
- (4) Posso vendervi.
- (5) A un tanto al mazzo: come gli zolfanelli; e l'han fatto pur troppo migliaia di volte! - (6) La variante popolare dice: Chi nnasce in cuesto monno senza er titolo.
- (7) Non può avere.
- (8) Andò.
- (9) Sul proposito.
Una variante di questo verso suona cosi: Interroganno tutti in zur tenore.
XLI.
LA COLETTA P'ER TEMPO BBONO!(1)
-
Eppoi se disce(2) un pover'omo è strano!
Ma pperché annàmo(3) a cojjonà li santi?
Io, pe' nnun dàlla(4) vinta a sti bbirbanti,
Vorebbe che ppiovesse un anno sano.(5)
Mo cce vô(6) er zole,(7) e mo la pioggia ar grano;
E tutto come vônno(8) li mercanti:(9)
Er Padreterno, pe' ddà' ggusto a ttanti,
Dovrebbe sta' ccor Barbanera(10) in mano!
Poi cuanno l'hann'avuta a mmodo loro,
T'appòggeno dde posta cuarche mmiffa,(11)
E sse vénneno(12) er grano a ppeso dd'oro.
Dunque: o è 'r Ziggnore che cce dà li guai
O sinnò ciarrimedia(13) la tariffa,(14)
E un po' dde caristia nun manca mai!
(1) La collètta pel tempo buono.
È noto che in tempi di soverchia pioggia o di siccità, i preti costumano questuar danaro per la celebrazione di tridui e d'altre funzioni religiose, affinchè Domineddio mandi un tempo più propizio alle mêssi.
- (2) Si dice che.
- (3) Andiamo.
- (4) Darla.
- (5) Intero.
- (6) Ora ci vuole, ci bisogna.
- (7) Il sole.
- (8) Vogliono.
- (9) Mercanti di campagna, traffichini del bestiame e de' cereali.
- (10) Famoso lunario.
- (11) Ti sballano di botto qualche bugia: per esempio, che il grano si tarla, che la grandine ha fatto guasti, ecc.
- (12) Vendono.
- (13) Ci rimedia, ci ripara.
- (14) La tariffa del prezzo delle grascie.
XLII.
'NA BBONA RAGGIONE.
-
Cor gruggno a la ferrata de la posta
Strillavo:- Arfonzo Ceccarelli - e intanto
Un abbataccio che mme stava accanto,
Me sfraggneva cor gommito 'na costa.
Io me storcevo, e armeno er prete santo
M'avesse detto: nu' l'ho ffatto apposta.
Ggnente: lui llì cco' la su' faccia tosta
M'arepricava(1) er recipe 'gni tanto.
Ie faccio arfine:- Eh ssor abbate, ca..o!...
-
Disce:- Silenzio! - Che ssilenzio, (dico);
Chi ssete voi? - Disce:- So' dde Palazzo!(2) -
Capischi? Se ne venne co' le bbrutte!...
Sò de Palazzo!...
Ma ggià, a Rroma, amico,
Sta raggione che cqui(3) vale pe ttutte.
(1) Mi replicava: tornava ad urtarmi.
- (2) Appartenente al servidorame del Palazzo papale.
Una variante di questa terzina suona così: Je fo a la fine:- Sor abbate, ca..o!...
- Silenzio! (disce).
- Che ssilenzio! (dico): Chi, ssete voi - E llui:- So' dde Palazzo! - (3) Che è qui, cioè detta adesso, quasi volesse dire qui presente, maniera molto popolare anco in Toscana.
XLIII.
LE CORNA RÓDENO.
-
Oh! Stasera, Marianna, nun ciabbozzo!(1)
No, sta scoletta(2) nun me piasce un ca..o!
E cche mm'hai preso proprio pe' un regazzo?
Te credi ch'io nun zo(3) der bagarozzo?(4)
Finisce che jje sfraggno er chiricozzo!(5)
Che sse crede che ssia cuarche ppupazzo?
Si llui sce ruga,(6) per quel Dio, lo strozzo:
Credessi d'annà a Pponte a ffa' er rampazzo.(7)
Varda(8) che ggente, e ssi cche bell'usanza
De fa' ste cose in de la mi' presenza?
E indóve l'ha imparata la creanza?
Bêr modo d'operà, bbella prudenza!
Armeno se n'annasse all'antra stanza,
E sarvasse un tantino l'apparenza!
(1) Ci abbozzo.
- (2) Disturbo che capita ogni giorno, appunto come la scuola.
- (3) So.
- (4) S
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