ELEGIA DI MADONNA FIAMMETTA, di Giovanni Boccaccio - pagina 20
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O sommo Giove, contro a me giustamente adirato, tuona e con tostissima mano in me le tue saette discendi; o sacra Giunone, le cui santissime leggi io sceleratissima giovine ho corrotte, véndicati; o caspie rupi, lacerate il tristo corpo; o rapidi uccelli, o feroci animali, divorate quello; o cavalli crudelissimi dividitori dell'innocente Ipolito, me nocente giovine squartate; o pietoso marito, volgi nel petto mio con debita ira la spada tua, e con molto sangue la pessima anima di te ingannatrice ne caccia fuori.
Niuna pietà, niuna misericordia in me sia usata, poiché la fede debita al santo letto posposi all'amore di strano giovine.
O più che altra iniqua femina di questi e d'ogni maggiori supplicii degna, qual furia ti si parò davanti agli occhi casti, il dì che prima Panfilo ti piacque? Dove abandonasti tu la pietà debita alle sante leggi del matrimonio? Dove la castità, sommo onore delle donne, cacciasti allora che per Panfilo il tuo marito abandonasti? Ove è ora verso te la pietà dell'amato giovine? Ove li conforti da lui dati a te nella tua miseria si trovano? Egli nel seno d'un'altra giovine lieto trascorre il fuggevole tempo, né di te si cura; e a ragione e meritamente così ti doveva avvenire, e a te e a qualunque altra li legittimi amori pospone alli libidinosi.
Il tuo marito, più debito ad offenderti che ad altro, s'ingegna di confortarti, e colui che ti doveria confortare, non cura d'offenderti.
Ohimè! or non era egli bello come Panfilo? Certo sì.
Le sue virtù, la sua nobiltà e qualunque altra cosa non avanzavano molto quelle di Panfilo? Or chi ne dubita? Dunque perché lui per altrui abandonasti? Qual cecità, quale traccutanza, quale peccato, quale iniquità vi ti condusse? Ohimè! che io medesima nol conosco.
Solamente le cose liberamente possedute sogliono essere reputate vili, quantunque elle sieno molto care; e quelle che con malagevolezza s'hanno, ancora che vilissime sieno, sono carissime reputate.
La troppa copia del mio marito, a me da dovere essere cara, m'ingannò, e io, forse potente a resistere, quello che io non feci miseramente piango; anzi senza forse era potente, se io voluto avessi, pensando a quello che gl'iddii e dormendo e vigilando m'aveano mostrato la notte, e la mattina precedente alla mia ruina.
Ma ora che da amare, per ch'io voglia, non mi posso partire, conosco qual fosse la serpe che me sotto il sinistro lato trafisse, e piena si partì del mio sangue; e similmente veggo quello che la corona caduta del tristo capo volle significare: ma tardi mi giugne questo avvedimento.
Gl'iddii forse a purgare alcuna ira contra me concreata, pentuti de' dimostrati segni, di quelli mi tolsero la conoscenza, non potendo indietro tornarli, altresì come Apollo all'amata Cassandra, dopo la data divinità tolse l'essere creduta: laond'io, in miseria costituta non senza ragionevole colore, consumo la mia vita.
E così dolendomi e voltandomi e rivoltandomi per lo letto, quasi tutta la notte passai senza potere alcuno sonno pigliare, il quale, se forse pure entrava nel tristo petto, sì debole in quello dimorava, che ogni piccolo mutamento l'avrebbe rotto; e come che egli ancora fievole fosse, senza fiere battaglie nelle sue dimostrazioni alla mia mente non dimorava con meco.
E questo non solamente quella notte, della quale di sopra parlo, m'avvenne, ma prima molte volte, e poi quasi continuamente m'è avvenuto; per che iguale tempesta, vegghiando e dormendo, sente e ha sentito l'anima tuttavia.
Non tolsero le notturne querele luogo alle diurne, anzi, quasi come del dolermi scusata, per le bugie dette al mio marito, quasi da quella notte innanzi non mi sono ridottata di piagnere e di dolermi in publico molte volte.
Ma pure venuta la mattina la fida nutrice, alla quale niuna parte de' danni miei era nascosa, però che essa era stata la prima che nel mio viso aveva gli amorosi stimoli conosciuti e ancora in esso aveva i casi futuri imaginati, veggendomi quando detto mi fu Panfilo avere altra donna, di me dubitando e istantissima a' miei beni, come prima il mio marito della camera uscì, così v'entrò; e me veggendo per l'angoscie della notte preterita quasi semiviva ancora giacere, con parole diverse si cominciò ad ingegnare di mitigare li furiosi mali, e in braccio recatamisi, con la tremante mano m'asciugava il tristo viso, movendo ad ora ad ora cotali parole:
"Giovine, oltremodo m'affliggono li tuoi mali, e più m'affliggerebbero, se davanti non te ne avessi fatta avvedere; ma tu, più volonterosa che savia, lasciando li miei consigli, seguisti li tuoi piaceri, onde al fine debito a cotali falli con dolente viso ti veggo venuta.
Ma però che sempre, solo che altri voglia, mentre si vive si può ciascuno da malvagio camino dipartire e al buono ritornare, mi sarebbe caro che tu omai gli occhi alla tua mente dalle tenebre di questo iniquo tiranno occupati svelassi, e loro della verità rendessi la luce chiara.
Chi egli sia, assai li brievi diletti e li lunghi affanni che per lui hai sostenuti e sostieni ti possono fare manifesto.
Tu, sì come giovine, più la volontà seguitante che la ragione, amasti, e amando, quel fine che da amore si può disiare, prendesti; e, come già è detto, brieve diletto essere il conoscesti, né più avanti che quello che avuto n'hai, mai avere né disiare se ne puote.
E se egli pure avvenisse che 'l tuo Panfilo nelle tue braccia tornasse, non altramente che l'usato diletto ne sentiresti.
Li ferventi disiderii sogliono essere nelle cose nuove, nelle quali molte volte sperandosi che quello bene sia nascoso, il quale forse non v'è, fanno con noia sostenere il fervente disio, ma le conosciute più temperatamente si sogliono disiderare; ma tu troppo nel disordinato appetito trascorsa e tutta dispostati al perire, fai il contrario.
Sogliono le discrete persone, trovandosi ne' faticosi luoghi e pieni di dubbii tirarsi indietro, volendo anzi avere la fatica, la quale infino al luogo hanno spesa dove già pervenuti s'avveggono, perduta, e ritornare sicuri, che, più avanti andando, mettersi a rischio di guadagnare la morte.
Segui adunque tu, mentre che tu puoi, cotale essemplo, e più ora temperata che tu non suoli, metti la ragione innanzi alla volontà, e te medesima saviamente cava de' pericoli e dell'angoscie, nelle quali mattamente ti se' lasciata trascorrere.
La fortuna a te benivola, se con sano occhio riguarderai, non t'ha richiusa la via di dietro, né occupata sì che, bene discernendo ancora le tue pedate, non possi per quelle tornare là onde tu ti movesti, ed essere quella Fiammetta che tu ti solevi.
La tua fama è intera, né da alcuna cosa da te stata fatta è nelle menti delle genti commaculata, la quale essendo corrotta, a molte giovini fu già cagione di cadere nell'infima parte de' mali.
Non volere più procedere, acciò che tu non guasti quello che la fortuna t'ha riservato; confòrtati, e teco medesima pensa di non avere veduto mai Panfilo, o che 'l tuo marito sia desso.
La fantasia s'adatta ad ogni cosa, e le buone imaginazioni sostengono leggiermente d'essere trattate.
Sola questa via ti può rendere lieta; la qual cosa tu dei sommamente disiderare, se cotanto l'angoscie t'offendono, quanto gli atti e le tue parole dimostrano.
Queste parole, o simiglianti, non una volta ma molte, senza rispondervi alcuna cosa, ascoltai io con grave animo, e avvegna che io oltremodo turbata fossi, nondimeno vere le conosceva; ma la materia, mal disposta ancora, senza alcuna utilità le riceveva; anzi, ora in una parte e ora in un'altra voltandomi, avvenne alcuna volta che, da impetuosa ira commossa, non guardandomi dalla presenza della mia balia, con voce oltre alla donnesca gravezza rabbiosa, e con pianto oltre ad ogni altro grandissimo così dissi:
"O Tesifone, infernale furia, o Megera, o Aletto, stimolatrici delle dolenti anime, dirizzate li feroci crini, e le paurose idre con ira accendete a nuovi spaventamenti, e veloci nell'iniqua camera entrate della malvagia donna, e ne' suoi congiugnimenti con l'involato amante accendete le misere facelline, e quelle intorno al dilicato letto portate in segno di funesto agurio a' pessimi amanti! O qualunque altro popolo delle nere case di Dite, o iddii degl'immortali regni di Stige, siate presenti qui, e co' vostri tristi ramarichii porgete paura ad essi infedeli.
O misero gufo, canta sopra l'infelice tetto! E voi, o Arpie, date segno di futuro danno! O ombre infernali, o etterno Caos, o tenebre d'ogni luce nemiche, occupate l'adultere case, sì che gl'iniqui occhi non godano d'alcuna luce; e li vostri odii, o vendicatrici delle scelerate cose, entrino negli animi acconci a' mutamenti, e impetuosa guerra generate fra loro!
Appresso questo, gittato un ardente sospiro, aggiunsi alle rotte parole:
"O iniquissima donna, qualunque tu se', da me non conosciuta, tu ora l'amante, il quale io lungamente ho aspettato, possiedi, e io misera languisco a lui lontana.
Tu delle mie fatiche possiedi il guiderdone, e io vacua senza frutto dimoro de' seminati prieghi.
Io ho porte l'orazioni e gl'incensi agl'iddii per la prosperità di colui il quale furtivamente tu mi dovevi sottrarre, e quelle furono udite per utile di te.
Or ecco, io non so con quale arte né come tu me gli abbi tratta del cuore e messavi te, ma pure so che così è; ma così ne possi tu tosto rimanere contenta, come tu n'hai me lasciata.
E se forse a lui la terza volta innamorarsi è malagevole, gl'iddii non altramente dividano il vostro amore che quel della greca donna e del giudice d'Ida divisero, o quel del giovine abideo dalla sua dolente Ero, o de' miseri figliuoli d'Eolo, volgendosi contro di te l'aspro giudicio, ed egli rimanendo salvo.
O pessima femina, tu dovevi bene, la sua faccia mirando, pensare che egli senza donna non era; dunque, se ciò pensasti, che so che 'l pensasti, con quale animo procedesti a tòrre quel che d'altrui era? Certo con nemico animo, avviso; e io sempre come nemica e occupatrice de' miei beni ti seguirò e sempre, mentre ci viverò, mi nutricherò della speranza della tua morte; la quale io non comune priego che sia come l'altre, ma, posta in luogo di pesante piombo o di pietra nella concava fionda, tu sia intra li nemici gittata, né al tuo lacerato corpo sia dato o fuoco o sepultura, ma, diviso e sbranato, sazii gli agognanti cani, li quali io priego che, poi che consumate avranno le molli polpe, delle tue ossa commettano asprissime zuffe, acciò che, rapinosamente rodendole, te di rapina dilettata in vita dimostrino.
Niuno giorno, niuna notte, niuna ora sarà la mia bocca senza esser piena delle tue maladizioni, né a questo mai si porrà fine: prima si tufferà la celestiale Orsa in Oceano, e la rapace onda della ciciliana Cariddi starà ferma, e taceranno li cani di Silla, e nell'Ionio mare surgeranno le mature biade, e l'oscura notte darà nelle tenebre luce, e l'acqua con le fiamme, e la morte con la vita, e il mare co' venti saranno concordi con somma fede; anzi, mentre che Gange durerà tiepido e l'Istro freddo, e li monti porteranno le querce, e li campi li morbidi paschi, con teco avrò battaglie.
Né finirà la morte questa ira, anzi tra li morti spiriti seguitandoti, con quelle ingiurie che di là s'adoperano m'ingegnerò di noiarti.
E se tu forse a me sopravvivi, quale che si sia della mia morte il modo, dovunque il misero spirito se n'andrà, di quindi a forza m'ingegnerò di scioglierlo, e in te entrando, furiosa ti farò divenire non altramente che sieno le vergini dopo il ricevuto Apollo; o vegnendo nel tuo cospetto, vegghiando, orribile mi vedrai, e ne' sonni spaventevole sovente ti desterò nelle tacite notti; e, brievemente, ciò che tu farai, continuamente volerò dinanzi agli occhi tuoi, e lamentandomi di questa ingiuria, te in niuna parte lascerò quieta; e così, mentre viverai, da cotal furia, me operante, sarai stimolata, e, morta, poi di piggiori cose ti sarò cagione.
Ohimè misera! In che si stendono le mie parole? Io ti minaccio, e tu mi nuoci, e il mio amante tenendoti, quello delle minacciate offese ti curi che gli altissimi re de' meno possenti uomini.
Ohimè! ora fosse a me lo 'ngegno di Dedalo, o li carri di Medea, acciò che per quello aggiugnendo ali alle mie spalle, o per l'aere portata, subitamente dove tu gli amorosi furti nascondi mi ritrovassi! Oh quante e quali parole al falso giovine e a te, rubatrice degli altrui beni, direi con viso turbato e minaccevole! Oh con quanta villania i vostri falli riprenderei! E poi che te e lui delle commesse colpe vergognosi avessi renduti, senza alcuno freno o indugio procederei alla vendetta, e li tuoi capelli con le proprie mani pigliandoli e laniandoli forte, te ora qua e ora là tirando per quelli, davanti al perfido amante sazierei le mie ire, e con essi tutti li vestimenti ti straccerei.
Né questo mi basterebbe, anzi, con tagliente unghia il viso piaciuto agli occhi falsi arerei in molte parti, lasciando etterni segnali in quello delle mie vendette; e il misero corpo tutto con li bramosi denti lacererei, il quale poi lasciando a colui che ora ti lusinga a medicare, lieta ricercherei le triste case.
Mentre che io queste parole dico, con gli occhi sfavillanti e co' denti serrati, e con le pugna strette, quasi a' fatti fossi, dimoro, e pare che parte della disiata vendetta mi rechino; ma la vecchia balia quasi piagnendo mi dice:
"O figliuola, posci che tu conosci la fiera tirannia dello iddio che ti molesta, tempera te medesima, e li tuoi pianti raffrena; e se la debita pietà di te stessa a ciò non ti muove, muovati il tuo onore, al quale nuova vergogna d'antica colpa potrebbe nascere di leggieri; o almeno taci, non forse il tuo marito senta le triste cose, e per doppia cagione meritevolmente si dolga del fatto tuo.
Allora al ricordato sposo pensando, da nuova pietà mossa, più forte piango, e nell'anima volgendo la rotta fede e le male servate leggi, così dico alla mia balia:
"O fidissima compagna delle nostre fatiche, di poco si può dolere il mio marito.
Colui che fu del nostro peccato cagione, di quello è stato agrissimo purgatore; io ho ricevuto e ricevo secondo i meriti il guiderdone.
Niuna pena mi poteva il marito dare maggiore, che quella che m'ha porta l'amante: sola la morte, se la morte è penosa come si dice, mi puote il marito per pena accrescere.
Venga adunque, e déalami: ella non mi fia pena, anzi diletto, però che io la disidero, e più dalla sua mano che dalla mia mi fia graziosa.
Se egli non la mi dà, o ella da sé non viene, il mio ingegno da sé la troverà, però che io per quella spero ogni mia doglia finire.
Lo 'nferno, de' miseri suppremo supplicio, in qualunque luogo ha in sé più cocente, non ha pena alla mia simigliante.
Tizio ci è porto per gravissimo essemplo di pena dagli antichi autori, dicenti a lui sempre essere pizzicato dagli avoltoi il ricrescente fegato, e certo io non la stimo piccola, ma non è alla mia simigliante; ché se a colui avoltoi pizzicano il fegato, a me continuo squarciano il cuore cento milia sollecitudini più forti che alcuno rostro d'uccello.
Tantalo similmente dicono tra l'acque e li frutti morirsi di fame e di sete; certo e io, posta nel mezzo di tutte le mondane delizie, con affettuoso appetito il mio amante disiderando, né potendolo avere, tal pena sostengo quale egli, anzi maggiore, però che egli con alcuna speranza delle vicine onde e de' propinqui pomi pure si crede alcuna volta potere saziare, ma io ora del tutto disperata di ciò che a mia consolazione sperava, e più amando che mai colui che nell'altrui forza con suo volere è ritenuto, tutta di sé m'ha fatta di speranza rimanere di fuori.
E ancora il misero Issione nella fiera ruota voltato non sente doglia sì fatta, che alla mia si possa agguagliare: io, in continuo movimento da furiosa rabbia per gli avversarii fati rivolta, patisco più pena di lui assai.
E se le figliuole di Danao ne' forati vasi con vana fatica continuo versano acque credendoli empiere, e io con gli occhi, tirate dal tristo cuore, sempre lagrime verso.
Perché ad una ad una le infernali pene mi fatico io di raccontare? Con ciò sia cosa che in me maggior pena tutta insieme si trova, che quelle in diviso o congiunte non sono.
E se altro in me più che in loro d'angoscia non fosse, se non che a me conviene tenere occulti li miei dolori, o almeno la cagione d'essi, là dove essi con voci altissime e con atti conformi alle loro doglie li possono mostrare, si sarieno le mie pene maggiori che le loro da giudicare.
Ohimè! quanto più fieramente cuoce il fuoco ristretto, che quello il quale per ampio luogo manda le fiamme sue! E quanto è grave cosa e di guai piena il non potere nelle sue doglie spandere alcuna voce, o dire la nociva cagione, ma convenirle sotto lieto viso nascondere solo nel cuore! Dunque non doglia, ma piuttosto di doglia alleggiamento mi sarebbe la morte.
Venga adunque il caro marito, e sé ad un'ora vendichi, e me cacci di doglia; apra il suo coltello il mio misero petto, e fuori la dolente anima, amore e le mie pene ad un'ora ne tragga con molto sangue; e il cuore, di queste cose ritenitore, sì come ingannatore principale e ricettatore de' suoi nemici, laceri come merita la commessa nequizia.
Dappoi che la vecchia balia me tacita del parlare e nel profondo delle lagrime vide, così con voce sommessa mi cominciò a dire:
"O cara figliuola, che è quello che tu favelli? Le tue parole sono vane, e pessimi sono gl'intendimenti.
Io in questo mondo vecchissima molte cose ho vedute, e gli amori di molte donne senza dubbio ho conosciuti; e ancora che io tra 'l numero di voi da mettere non sia, non per tanto io pur già conobbi gli amorosi veleni, li quali così vengono gravi, e molto più tal fiata, alle menome genti come alle più possenti, in quanto più alle indigenti sono chiuse le vie a' loro piaceri, che a coloro che con le ricchezze le possono trovare per l'ozio loro, né quello che tu quasi impossibile e tanto a te penoso favelli, non udii, né sentii mai essere duro come ne porgi.
Il quale dolore, pure posto che gravissimo sia, non è però da consumarsene come fai, e quindi cercare la morte, la quale tu più adirata che consigliata domandi.
Bene conosco io che la rabbia dalla focosa ira stimolata è cieca, e non cura di coprirsi, né freno alcuno sostiene, né teme morte, anzi essa medesima da se stessa sospinta, si fa contro alle mortali punte dell'acute spade, la quale, se alquanto raffreddare fia lasciata, non dubito che l'accesa follia saria manifesta al raffreddato.
E però, figliuola, sostieni il tuo grave impeto, e dà luogo al furore, e alquanto nota le mie parole; e negli essempli da me detti ferma l'animo tuo.
Tu ti duoli con gravi ramarichii, se io ho bene le tue parole raccolte, dell'amato giovine da te dipartito e della rotta fede, e d'Amore e della nuova donna, e in questo dolerti niuna pena alla tua reputi iguale; e certo, se tu savia sarai come io disidero, a tutte queste cose con effetto raccogliendo le mie parole, prenderai tu utile medicina.
Il giovine, il quale tu ami, senza dubbio secondo l'amorose leggi, come tu lui, te dee amare; ma se egli nol fa, fa male, ma niuna cosa a farlo il può costrignere.
Ciascheduno il beneficio della sua libertà, com gli pare, può usare.
Se tu fortemente ami lui, tanto che di ciò pena intollerabile sostieni, egli di ciò non t'ha colpa, né giustamente di lui ti puoi dolere: tu stessa di ciò ti se' principalissima cagione.
Amore, ancora che potentissimo signore sia, e incomparabili le sue forze, non però, te invita, ti poteva il giovine pignere nella mente: il tuo senno e gli oziosi pensieri di questo amore ti furono principio; al quale se tu vigorosamente ti fossi opposta, tutto questo non avvenia, ma, libera, lui e ogni altro averesti potuto schernire, come tu di' che egli di te non curantesi ti schernisce.
Egli adunque t'è bisogno, poi la tua libertà gli sommettesti, di reggerti secondo li suoi piaceri: piacegli ora di stare a te lontano; a te similemente senza ramaricarti si conviene che egli piaccia.
Se egli intera fede lagrimando ti diede, e di tornare impromise, non cosa nuova, ma antichissima usanza fe' degli amanti: questi sono de' costumi che s'usano nella corte del tuo iddio.
Ma se egli attenuta non te l'ha, niuno giudice si trovò mai che di ciò tenesse ragione, né di ciò più si puote che dire: "Male ha fatto", e darsi pace, sappiendo che a lui sia da fare, se mai a tal partito la fortuna tel desse, a quale ella ha te a lui conceduta.
Egli ancora non è il primo che questo fa, né tu la prima a cui avviene.
Giasone si partì di Lemnos d'Isifile, e tornò in Tessaglia di Medea; Parìs si partì di Oenone delle selve d'Ida, e ritornò a Troia di Elena; Teseo si partì di Creti di Adriana, e giunse ad Attene di Fedra: né però Isifile, o Oenone, o Adriana s'uccisero, ma posponendo li vani pensieri, misero in oblio li falsi amanti.
Amore, come io di sopra ti dissi, niuna ingiuria ti fa o t'ha fatta, più che tu t'abbi voluto pigliare.
Egli usa il suo arco e le sue saette senza provedimento alcuno, sì come noi tutto giorno veggiamo; e deeti per manifesti e infiniti essempli la sua maniera essere chiara, che niuno meritamente di cosa che gli avvenga per lui, non si dovria di lui ma di sé condolere.
Egli fanciullo lascivo, ignudo e cieco, volta e gitta, e non sa modo rimuoverlo, è anzi piuttosto un perdersi le parole.
La nuova donna, dal tuo amante presa, forse da lei preso il tuo amante, alla quale tu con tante ingiurie minacci, forse non con sua colpa l'ha fatto suo, ma egli forse di lei con improntitudine è divenuto, e come tu a' prieghi di lui non potesti resistere, per avventura né ella medesima, forse non meno di te pieghevole, li poté senza pietà sostenere.
Se egli così sa piagnere, come narri, quando gli piace, sieti manifesto le lagrime e la bellezza congiunte avere grandissime forze.
E oltre a ciò, poniamo pure che la gentil donna con le sue parole e atti l'abbia irretito: così s'usa oggi nel mondo, che ciascuna persona cerca il suo vantaggio, e senza altrui riguardare, quando il trova sel piglia comunque puote.
La buona donna, non forse meno di te savia in queste cose, lui destro alla milizia di Venere conoscendo, sel recò a sé.
E chi tiene te che tu non possi fare il simigliante d'un altro? La qual cosa non lodo, ma pure, se più non si puote e di seguire Amore se' costretta, ove tu la tua libertà da colui vogli ritrarre, ché potrai, infiniti giovini ci sono più di lui degni, per quello che io creda, che volontieri a te diverranno suggetti: il diletto de' quali così lui trarrà della tua mente, come la nuova donna ha forse te della sua tratta.
Di queste fedi promesse e giuramenti fatti intra gli amanti, Giove se ne ride quando si rompono; e chi tratta altrui secondo che egli è trattato, forse non falla soperchio, anzi usa il mondo secondo li modi altrui.
Il servare fede a chi a te la rompe, è oggi reputata mattezza, e lo 'nganno compensare con lo 'nganno si dice sommo sapere.
Medea da Giasone abbandonata si prese Egeo, e Adriana da Teseo lasciata si guadagnò Bacco per suo marito, e così li loro pianti mutarono in allegrezza.
Dunque più pazientemente le tue pene sostieni, poiché meritamente più d'altrui che di te non t'hai a dolere, e a quelle trovansi molti modi a lasciarle, quando vorrai, considerando ancora che già ne furono sostenute per altre delle sì gravi, e trapassate.
Che dirai tu di Deianira essere abbandonata per Iole da Ercule, e Fillis da Demofonte, e Penelope da Ulisse per Circe? Tutte queste furono più gravi che le tue pene, in quanto così o più era fervente l'amore, e se si considera il modo e gli uomini più notabili e le donne; e pure si sostennero.
Dunque, a queste cose non se' sola né prima, e quelle alle quali l'uomo ha compagnia, appena possono essere importabili o gravi, come tu le dimostri.
E però rallégrati e le vane sollecitudini caccia, e del tuo marito dubita; al quale forse se questo pervenisse agli orecchi, posto, come tu di', che nulla più oltre te ne potesse per pena dare che la morte, quella medesima, con ciò sia cosa che più che una volta non si muoia, si dee, quando l'uomo può, pigliare la migliore.
Pensa, se quella come adirata dimandi ti seguisse, di questo di quanta infamia ed etterna vergogna rimarrebbe la tua memoria fregiata.
Egli si vogliono le cose del mondo così apparare ad usare come mobili; e per innanzi né tu né niuno in esse molto si confidi se vengono prospere, né nell'avverse prostrato delle migliori si disperi.
Cloto mescola queste cose con quelle, e vieta che la fortuna sia stabile, e ciascuno fato rivolge; niuno ebbe mai gl'iddii sì favorevoli che nel futuro li potesse obligare; Iddio le nostre cose, da' peccati incitato, con turbazione rovescia; la Fortuna similmente teme li forti, e avvilisce li timidi.
Ora è tempo da provare se in te ha luogo niuna virtù, avvegna che a quella in niuno tempo si possa tòrre luogo, ma le prosperità la ricuoprono assai spesso.
La speranza ancora ha questa maniera, che ella nelle cose afflitte non mostra alcuna via: e però chi niuna cosa puote sperare, di nulla si disperi.
Noi siamo agitati da' fati; e credimi che non di leggieri si possono con sollecitudine mutare le cose apparecchiate da loro.
Ciò che noi generazione mortale facciamo e sosteniamo, quasi la maggior parte viene da' cieli; Lachesis serva alla sua rocca la decreta legge, e ogni cosa mena per limitata via: il primo dì ci diede lo stremo, né è licito d'avere le avvenute cose rivolte in altro corso.
L'avere voluto il mobile ordine tenere nocque già a molti, e a molti ancora l'averlo temuto; però che mentre essi li loro fati temono, già a quelli sono pervenuti.
Adunque lascia li dolori li quali volontaria hai eletti, e vivi lieta negl'iddii sperando, e opera bene, però che spesso avvenne già che qualora l'uomo più alla felicità si crede lontano, allora in quella con disavveduto passo è entrato.
Molte navi, correndo felicemente per gli alti mari, già ruppero all'entrata de' salvi porti; e così alcune, di salute disperate del tutto, salve in quelli alla fine si ritrovarono.
E io ho già veduti molti alberi, dalle fiammifere folgori di Giove percossi, ivi a pochi tempi pieni di verdi frondi; e alcuni, con sollecitudine riguardati, da non conosciuto accidente essersi secchi.
La fortuna dà varie vie, e così come ella di noia t'è stata cagione, così, se sperando la tua vita nutrichi, ti sarà similmente di gioia.
Non una sola volta ma molte usò verso me la savia balia cotali parole, credendosi da me potere cacciare li dolori, e l'ansietà riservate solamente alla morte; ma di quelle poco o nulla toccava con frutto l'occupata mente, e la maggior parte perduta si smarria tra l'aure, e il mio male di giorno in giorno più comprendea la dolente anima; per che spesso supina sopra il ricco letto col viso tra le braccia nascoso, nella mente varie cose e grandi rivolgea.
Io dirò crudelissime cose, e quasi da non dovere essere credute da donna essere pensate, se avvenire per addietro così fatte, o maggiori, non si fossero vedute.
Essendo io nel cuore vinta da incomparabile doglia, sentendomi dal mio amante, disperata, lontana, così fra me a dire cominciai:
"Ecco, quella cagione che la sidonia Elissa ebbe d'abandonare il mondo, quella medesima m'ha Panfilo donata, e molto piggiore.
A lui piace che io, abandonate queste, nuove regioni cerchi; e io, poiché suggetta gli sono, farò quello che gli piace, e al mio amore e al commesso male e all'offeso marito ad un'ora satisfarò degnamente; e se agli spiriti sciolti dalla corporal carcere e al nuovo mondo è alcuna libertà, senza alcuno indugio con lui mi ricongiugnerò, e dove il corpo mio esser non puote, l'anima vi starà in quella vece.
Ecco, adunque morrò, e questa crudeltà, volendo l'aspre pene fuggire, si conviene di usare a me in me stessa, però che niuna altra mano potrebbe sì essere crudele, che degnamente quella che io ho meritata operasse.
Prenderò adunque senza indugio la morte, la quale, ancora che oscurissima cosa sia a pensare, più graziosa l'aspetto che la dolente vita".
E poi che io ultimamente fui in questo proponimento diliberata, fra me cominciai a cercare quale dovesse de' mille modi esser l'uno che mi togliesse di vita: e prima m'occorsero ne' pensieri li ferri, a molti di quella stati cagione, tornandomi a mente la già detta Elissa partita di vita per quelli.
Dopo questo mi si parò davanti la morte di Biblis e d'Amata, il modo delle quali s'offeriva a finire la mia vita; ma io, più tenera della mia fama che di me stessa, e temendo più il modo del morire che la morte, parendomi l'uno pieno d'infamia, e l'altro di crudeltà soperchia nel ragionare delle genti, mi fu cagione di schifare e l'uno e l'altro.
Poi imaginai di voler fare sì come fecero li Saguntini o gli Abidei, gli uni tementi Annibale cartaginese e gli altri Filippo macedonico, li quali le loro cose e se medesimi alle fiamme commisero; ma veggendo in questo del caro marito, non colpevole ne' miei mali, gravissimo danno, come gli altri precedenti modi avea rifiutati, così e questo ancora rifiutai.
Vennermi poi nel pensiero li velenosi sughi, li quali per addietro a Socrate e a Sofonisba e ad Annibale e a molti altri prencipi l'ultimo giorno segnarono, e questi assai a' miei piaceri si confecero; ma veggendo che a cercare d'averli tempo si convenia interporre, e dubitando non in quel mezzo si mutasse il mio proponimento, di cercare altra maniera imaginai, e pensato mi venne di volere...
come molti già fecero, rendere il tristo spirito: dubitando d'impedimento, ché 'l vedea, ad altra specie di pensiero trapassai.
E questa cagion medesima gli accesi carboni di Porzia mi fece lasciare: ma venutami nella mente la morte d'Ino e di Melicerte, e similmente quella di Erisitone, il bisognarvi lungo spazio all'una ad andare, all'altra ad aspettare, me le fece lasciare, imaginando dell'ultima il dolore lungamente nutricare i corpi.
Ma oltre tutti questi modi, m'occorse la morte di Pernice caduto dell'altissima arce cretense, e questo solo modo mi piacque di seguitare per infallibile morte e vòta d'ogni infamia, fra me dicendo:
"Io dell'alte parti della mia casa gittandomi, il corpo rotto in cento parti, per tutte e cento renderà l'infelice anima maculata e rotta a' tristi iddii, né fia chi quinci pensi crudeltà o furore in me stato di morte, anzi a fortunoso caso imputandolo, spandendo pietose lagrime per me, la fortuna maladiranno".
Questa diliberazione nell'animo mio ebbe luogo, e sommamente mi piacque di seguitarla, pensando in me grandissima pietà usare, se forte spietata contro a me divenissi.
Già era il pensier fermo, né altra cosa aspettava che tempo, quando un freddo sùbito entrato per le mie ossa, tutta mi fece tremare, il quale con seco recò parole così dicenti:
"O misera, che pensi tu di fare? Vuo' tu per ira e per corruccio divenire nulla? Or se tu fossi pure ora per morire da infermità grave costretta, non ti dovresti tu ingegnare di vivere, acciò che almeno una volta innanzi la morte tua tu potessi vedere Panfilo? Non pensi tu che morta nol potrai vedere, né la pietà di lui verso te niuna cosa potrà operare? Che valse a Fillis non paziente la tarda tornata di Demofonte? Essa fiorendo senza alcuno diletto sentì la venuta sua, la quale se sostenere avesse potuto, donna, non albero l'averia ricevuto.
Vivi adunque, ché egli pure tornerà qui alcuna volta, o amante o nemico che egli ci torni; e quale che egli d'animo ci torni, tu pur l'amerai, e per avventura il potrai vedere, e farlo pietoso de' casi tuoi: egli non è di quercia, o di grotta, o di dura pietra scoppiato, né bevve latte di tigre o di quale altro più fiero animale, né ha cuore di diamante o d'acciaio, che egli a quelli non sia pietoso e pieghevole; ma se pure da pietà non fia vinto, vivendo tu, allora di morire più licito ti sarà.
Tu hai oltre ad uno anno senza lui sostenuta la trista vita; bene la puoi ancora sostenere oltre ad uno altro.
In niuno tempo falla la morte a chi la vuole: ella fia così presta, e molto meglio allora che ella non è ora; e potraine andare con isperanza che egli alcuna lagrima, quantunque nemico e crudele sia, porgerà alla tua morte.
Ritira adunque indietro il troppo sùbito consiglio, però che chi di consigliare s'affretta, si studia di pentere.
Questo che tu vuoi fare, non è cosa che pentimento ne possa seguire, e, se egli ne pur seguisse, da poterla indietro tornare".
Così da queste cose l'anima occupata, il proponimento sùbito lungamente in libra tenne; ma stimolandomi Megera con aspre doglie, vinsi di seguire il proposto, e tacitamente pensai di mandarlo ad effetto; e con benigne parole alla mia balia, che già tacea, nel tristo viso mostrai infinto conforto, alla quale, acciò che quindi si dipartisse, dissi:
"Ecco, carissima madre, li tuoi parlari verissimi con utile frutto luogo nel petto mio hanno trovato, ma acciò che 'l cieco furore esca della pazza anima, alquanto di qui ti cessa, e me di dormire disiderosa al sonno lascia".
Ella sagacissima, e quasi de' miei intendimenti indovina, il mio dormire loda, e da me dilungatasi alquanto per lo ricevuto comandamento, della camera uscire non volle in niuno modo.
Ma io, per non farla del mio intendimento sospetta, oltre al mio piacere sostenni la sua dimora, imaginando che, dopo alquanto, quieta veggendomi, si dovesse partire.
Fingo adunque con riposo tacito il pensato inganno; nel quale, benché di fuori niuna cosa appaia, così nell'ore le quali a me ultime dovere essere pensava, fra me dogliosa dicea cotali parole:
"O misera Fiammetta, o più che altra dolorosissima donna, ecco che 'l tuo dì è venuto! Oggi, poi che dell'alto palagio ti sarai gittata in terra, e l'anima avrà lasciato il rotto corpo, terminate fieno le lagrime tue, li sospiri, l'angoscie e li disiri, e ad un'ora te e il tuo Panfilo libero farai della promessa fede.
Oggi avrai da lui li meritati abbracciari; oggi le militari insegne d'Amore copriranno il corpo tuo con disonesto strazio oggi il tuo spirito il vedrà; oggi conoscerai per cui t'abbia abandonata; oggi a forza pietoso il farai; oggi comincerai le vendette della nemica donna.
Ma, o iddii, se in voi niuna pietà si trova, negli ultimi miei prieghi siatemi graziosi: fate la mia morte senza infamia passare tra le genti.
Se in quella alcuno peccato, prendendola, si commette, ecco che di quello la satisfazione è presente, cioè che io muoio senza osare manifestare la cagione, la quale cosa non piccola consolazione mi sarebbe, se io credessi, ciò dicendo, passare senza biasimo.
Fatela ancora con pazienza sostenere al caro marito, il cui amore se io debitamente avessi guardato, ancora lieta senza porgervi questi prieghi, di vivere chiederei.
Ma io, sì come femina mal conoscente del ricevuto bene, e come l'altre sempre il peggio pigliando, ora questo guiderdone me ne dono.
O Atropos, per lo tuo infallibile colpo a tutto il mondo, umilmente ti priego che il cadente corpo guidi nelle tue forze, e con non troppa angoscia l'anima sciogli dalle fila della tua Lachesis; e tu, o Mercurio, di quella ricevitore, io ti priego per quell'amor che già ti cosse, e per lo mio sangue, il quale io da ora offero a te, che tu benignamente la guidi a' luoghi a lei disposti dalla tua discrezione, né sì aspri glieli apparecchi, che lievi reputi i mali avuti".
Queste cose così fra me dette, Tesifone stette dinanzi agli occhi miei, e con non intendevole mormorio, e con minaccevole aspetto mi fe' pavida di piggiore vita che la preterita.
Ma poi, con più sciolta favella dicendo: "Niuna cosa una sola volta provata non può essere grave", il turbato animo alla morte infiammò con più focoso disio.
Per che, veggendo io che ancora non si partia la vecchia balia, dubitando non troppo aspettare, me apparecchiata a morire indietro traesse il proposto, o che accidente via nol togliesse, stese le braccia sopra il mio letto quasi abbracciandolo, dissi piagnendo:
"O letto, rimanti con Dio, il quale io priego che alla seguente donna, più che a me non t'ha fatto, ti facci grazioso.
Poi, gli occhi rivolti per la camera, la quale più mai non sperava vedere, presa da dolore sùbito il cielo perdei, e quasi palpando, e presa da non so che tremito mi volli levare, ma le membra vinte da paura orribile non mi sostennero; anzi ricaddi, e non solo una, ma tre fiate sopra il mio viso, e in me fierissima battaglia sentiva tra li paurosi spiriti e l'adirata anima, li quali lei volente fuggire a forza teneano.
Ma pure l'anima vincendo, e da me la fredda paura cacciando, tutta di focoso dolore m'accesi, e riebbi le forze.
E già nel viso del colore palido della morte dipinta, impetuosamente su mi levai, e, quale il forte toro ricevuto il mortal colpo furioso in qua e in là saltella, sé percotendo, cotale dinanzi agli occhi miei errando Tesifone, del letto, non conoscendo gl'impeti miei, come baccata mi gittai in terra, e dietro alla furia correndo, verso le scale saglienti alla somma parte delle mie case mi dirizzai; e già fuori della camera trista saltata, forte piagnendo, con disordinato sguardo tutte le parti della casa mirando, con voce rotta e fioca dissi:
"O casa, male a me felice, rimani etterna, e la mia caduta fa manifesta all'amante, se egli torna; e tu, o caro marito, confòrtati e per innanzi cerca d'una più savia Fiammetta.
O care sorelle, o parenti, o qualunque altre compagne e amiche, o servitrici fedeli, rimanete con la grazia degl'iddii.
Io rabbiosa intendeva con tutte le parole al tristo còrso, ma la vecchia balia, non altramente che chi dal sonno a' furori è escitato, lasciato della rocca lo studio, sùbito stupefatta questo veggendo, levò li gravissimi membri, e gridando, come poteva mi cominciò a seguire.
Ella con voce appena da me creduta diceva:
"O figliuola, ove corri? Qual furia ti sospigne? E` questo il frutto che tu dicevi che le mie parole in te aveano di preso conforto messo? Ove vai tu? Aspettami.
Poi con voci ancora maggiori gridava:
"O giovini, venite, occupate la pazza donna, e ritenete li suoi furori.
Il suo romore era nulla, e molto meno il grave corso.
A me parea che fossero ali cresciute, e più veloce che alcuna aura correva alla mia morte.
Ma li non pensati casi, sì a' buoni come a' rei proponimenti opponentisi, furono cagione che io sia viva: però che li miei panni lunghissimi, e al mio intendimento nemici, non potendo con la loro lunghezza raffrenare il mio còrso, ad uno forcuto legno, mentre io correva, non so come, s'avvilupparono, e la mia impetuosa fuga fermarono, né per tirare che io facessi, di sé parte alcuna lasciarono; per che, mentre io tentava di riaverli, la grave balia mi sopraggiunse, alla quale io con viso tinto mi ricorda che io dissi con alto grido:
"O misera vecchia, fuggi di qui, se la vita t'è cara! Tu ti credi aiutarmi, e offendimi; lasciami usare il mortale oficio ora a ciò disposta con somma voglia; però che niuna altra cosa fa chi colui di morire impedisce che disidera di morire, se non che egli l'uccide: tu di me diventi micidiale, credendomi tòrre dalla morte, e come nemica tenti di prolungare i danni miei.
La lingua gridava, e il cuore ardeva d'ira, e le mani per la fretta credendosi sviluppare, avviluppavano; né prima a me occorse il rimedio dello spogliarmi, che sopraggiunta dalla gridante balia, come ella potea così da lei era impedita; ma la sua forza in me già sviluppata niente valeva, se le giovini serve al colei grido da ogni parte non fossero còrse, e me avessero ritenuta; delle mani delle quali più volte con guizzi diversi e con forze maggiori mi credetti ritrarre, ma, vinta da loro, stanchissima fui nella camera, la quale mai più vedere non credeva, menata.
Ohimè! quante volte loro dissi con piagnevole voce:
"O vilissime serve, quale ardire è questo, che vi concede che la vostra donna da voi violentemente sia presa? Qual furia, o misere, v'ha spirate? E tu, o iniqua nutrice del misero corpo, futuro essemplo di tutti li dolori, perché all'ultimo disio m'hai impedita? Ora non sai tu ch'egli mi sarebbe maggior grazia comandarmi la morte che da quella difendermi? Lascia la misera impresa da me adempiere, e me di me a mio senno lascia fare, se così m'ami come io credo; e se così se' pietosa come dimostri, adopera la tua pietà in salvare la dubbia fama, che dopo me di me rimarrà, però che in questo in che tu ora m'impedisci, la tua fatica fia vana.
Credimi tu potere tòrre gli acuti ferri, nelle punte de' quali consiste il mio disio, o li dolenti lacci, o le mortali erbe o il fuoco? Che profitto adopera questa tua cura? Prolunga un poco la dolorosa vita, e forse alla morte, che ora senza infamia mi veniva, indugiata, aggiungerà vergogna.
Tu, o misera, non la mi potrai per guardia tòrre, però che la morte è in ogni luogo, e consiste in tutte le cose, ed eziandio ne' vitali argomenti fu già trovata: dunque, lasciami morire prima che più divenendo dolente che io mi sia, con più feroce animo la domandi.
Io, mentre che queste parole miseramente diceva, non teneva le mie mani in riposo, ma ora questa ora quella serva rabbiosamente pigliando, a quale levate le treccie tutta la testa pelava, e a quale ficcando le unghie nel viso, miseramente graffiandola, la faceva filare sangue, e ad alcuna mi ricorda che io tutti i poveri vestimenti in dosso le squarciai.
Ma ohimè! che né la vecchia balia né le lacerate serve ad alcuna cosa mi rispondevano, anzi piagnendo in me usavano pietoso oficio.
Io allora più mi sforzava vincerle con parole, ma nulla valeano; per che con romore a gridare cominciai:
"O mani inique e possenti ad ogni male, voi, ornatrici della mia bellezza, foste gran cagione di farmi tale che io fossi disiderata da colui il quale io più amo: dunque, poiché male del vostro oficio m'è seguito, in guiderdone di ciò ora l'empia crudeltà usate nel vostro corpo, laceratelo, apritelo, e quindi la crudele anima e inespugnabile ne traete con molto sangue.
Tirate fuori il cuore ferito dal cieco Amore; e poiché tolti vi sono i ferri, lui con le vostre unghie, sì come di tutti i vostri mali cagione principale, senza alcuna pietà laniate.
Ohimè! che le mie voci mi minacciavano li disiderati mali, e comandavanlo alle volonterose mani ad eseguire; ma le preste fanti m'impedirono, tenendole contro a mia voglia.
Poi la trista balia e importuna con dolenti voci incominciò cotali parole:
"O cara figliuola, io ti priego per questo misero seno onde tu li primi alimenti traesti, che con umiliata mente alquante mie poche parole m'ascolti.
Io non cercherò in quelle di torti che tu non ti dolghi, o che forse la degna ira che a questo furore t'accende, tu la cacci da te, o per dimoranza la rompi, o con rimesso petto e piacevole la sostenghi; ma quello solo che vita ti sarà e onore, riducerò alla smarrita memoria.
Egli si conviene a te, famosa giovine di tanta virtù quanta tu se', il non stare soggetta al dolore, né come vinta dare le spalle a' mali.
Egli non è virtù il chiedere la morte, come se la vita si temesse, come tu fai, ma a' sopravvegnenti mali contrastare, né a quelli davanti fuggire, è virtù somma.
Chi li suoi fati abbatteo, e li beni della sua vita da sé gittò e divise, sì come tu hai fatto, non so perché uopo gli si sia di cercare morte, né so perché la domandi: l'una e l'altra è volontà di timido.
Dunque se tu te in somma miseria porre desideri, non cercare la morte per quella, però che essa è ultima cacciatrice di quella; fuga questo furore dalla tua mente, per lo quale ad un'ora d'avere e di perdere mi pare che cerchi l'amante.
Credi tu, nulla divenendo, acquistarlo?
Io non risposi alcuna cosa; ma intanto il romore si sparse per la spaziosa casa e per la contrada circunvicina, e non altramente che all'urlare d'un lupo si sogliono tutti i circustanti in uno convenire, corsero quivi li servidori d'ogni parte, e tutti dolenti dimandavano che ciò fosse.
Ma già era stato vietato da me a chi 'l sapeva di dirlo, per che con menzogna ricoprendo l'orribile accidente, satisfatti erano.
Corsevi il caro marito, e corsonvi le sorelle e li cari parenti e gli amici, ed egualmente tutti da uno inganno occupati, là dove io era iniqua, pietosa fui reputata; e ciascuno dopo molte lagrime la mia vita riprese così dolente, ingegnandosi appresso di confortarmi.
Ohimè! Che quinci avvenne che alcuni me stimolata da alcuna furia credettero, e me quasi furiosa guardavano! Ma altri più pietosi la mia mansuetudine riguardando, dolore, sì come era, stimandolo, di ciò che quelli dicevano si fecero beffe, portandomi compassione.
E così visitata da molti, più giorni stupefatta rimasi, e sotto discreta custodia della sagace balia fui tacitamente guardata.
Niuna ira è sì focosa che per passamento di tempo freddissima non divenga.
Io alcuni giorni così dimorata come io disegno, mi riconobbi, e manifestamente le parole della savia balia vidi vere, e certo io la mia passata follia piansi amaramente.
Ma posto che il mio furore nel tempo si consumasse e ritornasse nulla, il mio amore per questo non ebbe alcun mutamento, anzi mi pur rimase la malinconia usata negli altri accidenti d'avere, e gravemente portava l'essere stata per altra donna abandonata; e spesse volte sopra ciò con la discreta balia ebbi consiglio, volendo modo trovare per lo quale a me rivocassi l'amante.
E alcuna volta proponemmo con lettere pietosissime i miei casi dolenti narranti, e altra volta più utile essere pensammo che per savio messaggio con viva voce gli annunziassimo li miei mali; e certo che, ancora che vecchia fosse la balia, e il camino lungo e malvagio, per me si volle disporre ad andarvi.
Ma bene riguardando ogni cosa, le lettere, quantunque fossero state pietose, efficaci non reputammo a rispetto de' presenti e nuovi amori; sì che per perdute le giudicammo, avvegna che con tutto questo pure ne scrivessi alcuna, che quello uscimento ebbe che divisammo.
Il mandarvi la balia chiaramente conobbi lei non viva potere a lui pervenire, né ad altrui da fidarsene reputai; sí che frivoli furono li primi avvisi, e solamente nell'animo mi rimase niuna via esserci a riaverlo, se non se io per lui andassi; alla qual cosa fare diversi modi per la mente m'occorsero, li quali ultimamente furono per cagioni legittime annullati dalla mia balia.
Io pensai alcuna volta di prendere abito peregrino con alcuna fida compagna, e in quello cercare li suoi paesi; e benché questo mi paresse possibile, non per tanto in esso pericolo grandissimo conobbi del mio onore, sapendo come le viandanti peregrine, alle quali alcuna forma si vede, sieno sovente ne' camini trattati dagli scedanti; e oltre a questo, me al caro marito sentendo obligata, senza lui non vidi come essere potesse l'andata o senza sua licenza, la quale da sperare non era giammai; per la qual cosa questo pensiero come vano abandonai; e subitamente in un altro non poco malizioso mi trasportai, e fatto mi credetti ch'ei venisse, e sarebbe, se alcuno caso avvenuto non fosse; ma nel futuro spero non mancherà, solo che io viva.
Io mi infinsi d'avere in queste mie predette avversità, se Iddio mi traesse di quelle, fatto alcuno vóto, il quale volendo fornire, con giusta cagione poteva e posso volere passare per lo mezzo della terra del mio amante; per la quale passando, non mi mancava cagione di lui volere e dover vedere, e a quello rivocare per che io andava.
E certo, come io dico, io lo scopersi al caro marito, il quale a ciò fornire sé lietamente offerse, ma tempo a ciò competente, come è detto, disse volea che attendessi.
Ma l'indugio a me gravissimo, e temendolo vizioso, mi fu cagione d'entrare in altri avvisi, e tutti mi vennero meno, fuori solamente d'Ecate le mirabili cose, delle quali, acciò che a' paurosi spiriti sicurissima mi commettessi, più volte con diverse persone, vantatisi ciò sapere operare, ebbi ragionamenti; e alcune di trasportarmi subitamente impromettendomi, altre di sciogliere la sua mente da ogni altro amore e nel mio ritornarlo, altre dicendo di rendere a me la pristina libertà, volendo io d'alcune di queste all'effetto venire, più di parole che d'opere le trovai piene; onde non una volta, rimasi da loro nella mia speranza confusa, e, per lo migliore, senza più a queste cose pensare, mi diedi ad aspettare il tempo congruo dal mio caro marito promesso a fornire il vóto fittizio.
Capitolo VII.
Nel quale Madonna Fiammetta dimostra come, essendo un altro Panfilo, non il suo, tornato là dove ella era, ed essendole detto, prese vana letizia, e ultimamente, ritrovando lui non esser desso, nella prima tristizia si ritornò.
Continuavansi le mie angoscie non ostante la speranza del futuro viaggio, e il cielo con movimento continuo seco menando il sole, l'uno dì dopo l'altro traeva senza intervallo, e me in affanni e in amore non iscemante, un più lungo tempo che io non volea mi tenne la vana speranza.
E già quello Toro che trasportò Europa tenea Feboonon la sua luce, e li giorni alle notti togliendo luogo, di brevissimi, grandissimi diveniano; e il florigero Zefiro sopravvenuto, col suo lene e pacifico soffiamento aveva le impetuose guerre di Borea poste in pace, e cacciati del frigido aere li caliginosi tempi e dall'altezze de' monti le candide nevi, e, li guazzosi prati rasciutti delle cadute piove, ogni cosa d'erbe e di fiori avea rifatta bella; e la bianchezza per la soprastante freddura del verno venuta negli alberi era da verde vesta ricoperta in ogni parte; ed era già in ogni luogo quella stagione, nella quale la lieta primavera graziosamente spande in ciascun luogo le sue ricchezze, e che la terra di varii fiori, di viole e di rose quasi stellata, di bellezza contrasta col cielo ottavo, e ogni prato teneva Narcisso, e la madre di Bacco già aveva della sua pregnezza cominciato a mostrar segni, e più che l'usato gravava il compagno olmo, già da sé ancora divenuto più grave per la presa vesta; Driope e le misere sirocchie di Fetone mostravano similmente letizia, cacciato il misero abito del canuto verno; li gai uccelli s'udivano con dilettevole voce per ogni parte, e Cerere negli aperti campi lieta venìa nuova con li frutti suoi.
E oltre a queste cose, il mio crudel signore più focosi faceva li suoi dardi sentire nelle vaghe menti, onde li giovini e le vaghe donzelle, ciascuno secondo la sua qualità ornato, s'ingegnava di piacere all'amata cosa.
Le liete feste rallegravano ciascuna parte della nostra città, più copiosa di quelle che non fu mai l'alma Roma, e li teatri ripieni di canti e di suoni invitavano a quella letizia ciascuno amante.
Li giovini quando sopra li correnti cavalli con le fiere armi giostravano, e quando circundati da sonanti sonagli armeggiavano, quando con ammaestrata mano lieti mostravano come gli ardenti cavalli con ispumante freno si debbano reggere.
Le giovini donne, vaghe di queste cose, inghirlandate delle nuove frondi, lieti sguardi porgevano a' loro amanti, ora dall'alte finestre e quando dalle basse porte, e quale con nuovo dono, e tale con sembiante, e tale con parole confortava il suo del suo amore.
Ma me sola solitaria parte teneva quasi romita, e sconsolata per la fallita speranza, de' lieti tempi avea noia.
Niuna cosa mi piaceva, nulla festa mi poteva rallegrare, né conforto porgere pensiero né parola; niuna verde fronda, niuno fiore, niuna lieta cosa toccavano le mie mani, né con lieto occhio le riguardava.
Io era divenuta dell'altrui letizie invidiosa, e con sommo disiderio appetiva che ciascuna donna così fosse da Amore e dalla Fortuna trattata come io era.
Ohimè! con quanta consolazione più volte già mi ricorda d'avere udite le miserie e le disavventure degli amanti nuovamente avvenute!
Ma mentre che in questa disposizione mi tenevano dispettosa gl'iddii, la Fortuna ingannevole, la quale alcuna volta per affliggere con maggior doglia li miseri loro nel mezzo dell'avversità quasi mutata si mostra con lieto viso, acciò che essi più abandonandosi a lei caggiano maggiore stoscio cessando la sua letizia (li quali, se come folli s'appoggiano allora ad essa, cotali abbattuti si trovano, quale il misero Icaro nel mezzo del camino, presa troppa fidanza nelle sue ali, salito all'alte cose, da quelle nell'acque cadde del suo nome ancora segnate); questa, me sentendo di quelli, non contenta de' dati mali apparecchiandomi peggio, con falsa letizia indietro trasse le cose avverse e il suo corruccio, acciò che, più movendosi di lontano, non altramente che facciano li montoni africani per dare maggiore percossa, più m'offendesse; e in questa maniera con vana allegrezza alquanto diede sosta alle mie doglie.
Essendo già per ogni mese promesso troppo più di quattro dimorato il poco fedele amante, avvenne che un giorno, dimorando io ne' pianti usati, la vecchia balia, con passo più spesso che la sua età non prestava tutta nel vizzo viso di sudore molle, entrò nella camera nella quale io era, e postasi a sedere, battendole forte il petto, negli occhi lieta, più volte cominciò a parlare; ma l'ansietà del polmone procedente ogni volta nel mezzo le rompea le parole.
Alla quale io piena di maraviglia dissi:
"O cara nutrice, che fatica è questa che t'ha così presa? Qual cosa disideri tu di dire con tanta fretta, che prima l'affannato spirito non lasci posare? E` ella lieta o dolente? Apparecchiomi io di fuggire o di morire, o che debbo fare? Il tuo viso alquanto, non so di che né per che, rinverdisce la mia speranza, ma le cose lungamente state contrarie mi porgono quella paura di peggio che ne' miseri suole capére.
Di' adunque tosto, non mi tenere più sospesa: qual fu la cagione della tua rattezza? Dimmi se lieto Iddio, o infernal furia, qui t'ha sospinta".
Allora la vecchia, ancora appena riavuta la lena, intrarompendo le mie parole, assai più lieta disse:
"O dolce figliuola, rallégrati, niuna paura è ne' nostri detti; gitta via ogni dolore, e la lasciata letizia ripiglia: il tuo amante torna".
Questa parola entrata nell'animo mio sùbita allegrezza vi mise, sì come li miei occhi mostrarono; ma la miseria usata in brieve la tolse via e nol credetti, anzi piagnendo dissi:
"O cara balia, per li tuoi molti anni e per li tuoi vecchi membri, li quali omai l'etterno riposo domandano, non ischernire me misera, li cui dolori in parte dovrebbero essere tuoi.
Prima torneranno li fiumi alle fonti, ed Espero recherà il chiaro giorno, e Febea co' raggi del suo fratello darà luce la notte, che torni lo 'ngrato amante.
Chi non sa che egli ora ne' lieti tempi, con altra donna, più amando che mai si rallegra? Ove che egli fosse ora, si tornerebbe egli a lei, non che egli da lei si partisse per venir qua".
Ma ella sùbito seguitò:
"O Fiammetta, se gl'iddii lieta ricevano l'anima di questo vecchio corpo, la tua balia di niente ti mente; né si conviene alla mia età omai andare di così fatte cose nessuna persona gabbando, e te massimamente, la quale io amo sopra tutte le cose".
"Adunque, - dissi io - come è ciò pervenuto alle tue orecchie, e onde il sai? Dillo tosto, acciò che, se verisimile mi parrà, io mi rallegri della lieta novella".
E levatami del luogo ove io stava, già più lieta m'appressai alla vecchia, ed ella disse:
"Io, sollecita alli fatti familiari, questa mattina sopra li salati liti, quelli esseguendo, andava con lento passo, e intenta sopra quelli dimorando con le reni al mare rivolta, uno giovine d'una barca saltato, sì come io vidi poi, disavvedutamente portato dall'impeto del suo salto, me urtò gravemente; per che io contra di lui gl'iddii scongiurando, crucciosa rivoltami contra lui per dolermi della ricevuta ingiuria, egli con parole umili subitamente mi chiese perdono.
Io il riguardai, e nel viso e nell'abito del paese del tuo Panfilo lo stimai, e dimandailo":
"Giovine, se Iddio bene ti dia, dimmi, vieni tu di paese lontano?"
"Sì, donna" rispose.
Allora diss'io: "Deh, dimmi donde, s'egli è licito".
Ed egli: "Delle parti d'Etruria, e della più nobile città di quella vengo, e quindi sono".
Come io udii questo, d'una patria col tuo Panfilo il conobbi, e dimandailo se egli il conosceva, e che di lui era; e quegli rispose di sì, e di lui molto bene mi narrò, e oltre a ciò disse che egli con lui ne sarebbe venuto, se alcuno piccolo impedimento non l'avesse tenuto, ma che senza fallo in pochi dì qua sarebbe.
In questo mezzo, mentre queste parole avevamo, li compagni del giovine tutti in terra scesi con le loro cose, ed egli con esso loro, si partirono.
Io, lasciato ogni altro affare, con tostissimo passo, appena tanto vivere credendomi che io te 'l dicessi, qui ne venni ansando, come vedesti, e però lieta dimora, e caccia la tua tristizia.
Presila allora, e con lietissimo cuore baciai la vecchia fronte, e con dubbioso animo poi più volte la scongiurai e dimandai da capo se questa novella vera fosse, disiderando che non il contrario dicesse, e dubitando che non m'ingannasse; ma poi che più volte sé dire il vero con più giuramenti m'ebbe affermato, benché 'l sì e 'l no, credendolo, nel capo mi vacillasse, lieta con cotali voci gl'iddii ringraziai:
"O superno Giove, de' cieli rettore solennissimo, o luminoso Apollo a cui niente s'occulta, o graziosa Venere pietosa de' tuoi suggetti, o santo fanciullo portante li cari dardi, laudati siate voi.
Veramente chi in voi sperando persevera, non può perire a lungo andare.
Ecco che per la grazia di voi, non per li meriti miei, il mio Panfilo torna; il quale io non vedrò prima che li vostri altari, stati per addietro incitati da li miei ferventissimi prieghi e bagnati d'amare lagrime, d'accettevoli incensi saranno onorati, dandoli io.
E a te, o Fortuna, pietosa tornata de' miei danni, la promessa imagine testante li tuoi beneficii donerò di presente.
Priegovi nonpertanto con quella umiltà e divozione che più vi puote essaudevoli rendere, che voi ogni accidente possibile a sturbare la proposta tornata del mio Panfilo sturbiate e togliate via, e lui sano e senza impedimento qui produciate, come egli fu mai".
Finita l'orazione, non altramente che falcone uscito di cappello plaudendomi, così a dire cominciai:
"O amorosi petti, lungamente da' mali indeboliti, omai ponete giù le sollecite cure, poscia che 'l caro amante di noi ricordantesi torna come promise.
Fuggasi il dolore, la paura e la grave vergogna nell'afflitte cose abondante, né come per addietro la fortuna v'abbia guidati vi venga in pensiero, anzi cacciate via le nebbie de' crudeli fati, e ogni sembiante del misero tempo da voi si parta, e torni il lieto viso al presente bene, e la vecchia Fiammetta della rinnovata anima del tutto si spogli fuori".
Mentre che io cotali parole lieta fra me dicea, il cuore divenne dubbio, e non so onde né come tutta m'occupasse una sùbita tiepidezza, che indietro tirò la volontà presta a rallegrarsi; per che quasi smarrita rimasi nel mezzo del mio parlare.
Ohimè! che questo vizio propriamente li miseri séguita, cioè il non potere mai credere alle cose liete; e avvegna che la felice fortuna ritorni, nonpertanto agli afflitti incresce di rallegrarsi, e quasi sognare credendosi, quella, come non fosse, usano mollemente; per che io fra me quasi come attonita cominciai:
"Chi mi richiama o vieta dalla cominciata allegrezza? Non torna egli il mio Panfilo? Certo sì: dunque chi mi comanda di piagnere? Da niuna parte m'è ora giunta di tristizia cagione; ora adunque chi mi vieta d'adornarmi di nuovi fiori e delle ricche robe? Ohimè! che io non so, e pur vietato m'è, né so da chi".
E così stando, quasi in me non fossi, intra li miei errori, non volendo io, da' miei occhi caddero lagrime, e in mezzo le voci mie venne l'usato pianto: così il lungamente afflitto petto ancora amava gli assuefatti lagrimari.
La mente mia, quasi del futuro indovina, col pianto, di ciò che avvenire doveva mandò fuori aperti segni, per li quali io ora veramente conosco allora a' navicanti grandissima tempesta essere apparecchiata, quando senza vento enfiano li mari tranquilli; ma pure, vaga di vincere quello che l'anima non voleva, dissi:
"O misera, quali annunzii, quali émpeti, non bisognandoti, venturi t'infigni? Presta la credula mente a' beni venuti: che che questo sia che tu t'annunzi, tardi temi e senza profitto".
Adunque, da questo ragionare innanzi io mi diedi sopra la cominciata letizia, e li tristi pensieri, come potei, da me cacciai; e sollecitata la cara balia che intenta stesse della tornata del nostro amante, trasmutai li tristi vestimenti in lieti, e di me cominciai ad avere cura, acciò che da lui tornato per afflitto viso rifiutata non fossi.
La palida faccia cominciò a riprendere il perduto colore, e la partita grassezza cominciò a ritornare, e le lagrime, del tutto andate via, se ne portarono con loro il purpureo cerchio fatto d'intorno agli occhi miei; e gli occhi nel debito luogo tornati riebbero intera la luce loro, e le guance per lo lagrimare divenute aspre si ritornarono nella pristina loro morbidezza; e li nostri capelli, avvegna che subitamente aurei non tornassero, nondimeno l'ordine usato ripresero; e li cari e preziosi vestimenti, lungamente senza essere stati adoperati, m'adornarono.
Che più? Io con meco insieme rinnovai ogni cosa, e nella prima bellezza e stato quasi mi ridussi tutta, tanto che le vicine donne, e li parenti, e il caro marito n'ebbero ammirazione, e ciascheduno in sé disse: "Quale spirazione ha di costei tratta la lunga tristizia e malinconia, la quale né per prieghi, né per conforti mai per addietro da lei si poté cacciar via? Questo non è meno che gran fatto"; e con tutto il maravigliare n'erano lietissimi.
La nostra casa lungamente stata trista per la mia tribulazione, tutta meco ritornò lieta; e così come il mio cuore era mutato, così tutte le cose di triste in liete pareva che si mutassero.
Li giorni, che più che l'usato mi pareano lunghi, per la presa speranza della futura tornata di Panfilo, trapassavano con passo lento; né più volte furono li primi da me contati, che fossero quelli, ne' quali io alcuna volta in me raccolta, alle preterite tristizie pensando e agli avuti pensieri, sommamente in me li dannava, così dicendo:
"Oh quanto male per addietro ho pensato del caro amante, e come perfidamente ho dannate le sue dimoranze, e follemente ho creduto a chi lui essere d'altra donna che mio m'ha detto alcuna volta! Maladette sieno le loro bugie! O Iddio, come possono gli uomini con così aperto viso mentire? Ma certo dalla mia parte ciascuna di queste cose era da fare con più pensato consiglio che io non faceva.
Io doveva contrappesare la fede del mio amante tante volte a me promessa, e con tante lagrime e così affettuosamente, e l'amore il quale egli mi portava e porta, con le parole di coloro li quali senza alcuno saramento parlavano, e non curantisi d'avere più investigato, di quello che essi parlavano, che solamente il loro primo e superficiale parere.
Il che assai manifestamente appare: l'uno veggendo entrare una novella sposa nella casa di Panfilo, però che altro giovane di lui in quella non conosceva, non considerando alla biasimevole lascivia de' vecchi, sua la credette, e così ne disse, a che assai appare lui poco di noi curarsi; l'altro, però che forse alcuna volta o riguardarlo, o motteggiare il vide ad alcuna bella donna, la quale per avventura era o sua parente o onestamente dimestica, sua la credette, e così con semplici parole affermandolo, gliele credetti.
Oh se io avessi queste cose debitamente considerate, quante lagrime, quanti sospiri, e quanto dolore sarebbe da me stato lontano!
Ma qual cosa possono gl'innamorati dirittamente fare? Come gli émpiti vengono, così si muovono le nostre menti.
Gli amanti credono ogni cosa, però che amore è cosa sollecita e piena di paura.
Essi, per usanza continua, sempre s'adattano gli accidenti nocivi, e, molto disideranti, ogni cosa credono possibile ad essere contraria a' loro disii, e alle seconde prestano lenta fede.
Ma io sono da essere scusata, però che io pregai sempre gl'iddii che me de' miei disii facessero mentitrice.
Ecco che le mie preghiere sono state udite: egli ancora non saprà queste cose; le quali se pure le sapesse, che altro se ne potrà per lui dire, se non "Ferventemente m'amava costei"? E gli dovrà essere caro sapere le mie angoscie, e li corsi pericoli, però che essi gli fieno verissimo argomento della mia fede.
E appena che io dubiti che egli ad altro fine sia dimorato cotanto, se non per provare se con forte animo, senza cambiarlo, lui ho potuto aspettare.
Ecco che fortemente l'ho aspettato: dunque di quinci, sentendo egli con quanta fatica e lagrime e pensieri atteso l'abbia, nascerà amore e non altro.
O Iddio, quando sarà che egli venuto mi vegga, e io lui? O Iddio che vedi tutte le cose, potrò io temperare l'ardente mio disio d'abbracciarlo in presenza d'ogni uomo, come io primieramente il vedrò? Certo appena che io il creda.
O Iddio, quando sarà che io, nelle mie braccia tenendolo stretto, gli renda li baci, i quali egli nel suo partire diede al mio tramortito viso senza riaverli? Certo l'agurio preso da me del non potergli dire addio è stato vero, e bene m'hanno in quello gl'iddii mostrata la sua futura tornata.
O Iddio, quando sarà che io le mie lagrime e le mie angoscie gli possa dire, e ascoltare le cagioni della sua lunga dimoranza? Vivrò io tanto? Appena che io il creda.
Deh, venga tosto quel giorno, però che la morte, molto da me per addietro non solamente chiamata, ma cercata, ora mi spaventa: la quale, se possibile è che alcuno priego alle sue orecchie pervenga, la priego che, da me lontanandosi, col mio Panfilo li miei giovini anni in allegrezza lasci trascorrere.
Io era sollecita che niuno giorno passasse che io della tornata di Panfilo non sentissi vera novella, e più volte la cara balia sollecitai a ritrovare il giovine nunziatore della lieta novella, acciò che con più fermezza si facesse accertare di ciò che detto m'avea, ed ella il fece non una volta sola, ma molte, e tuttavia secondo li procedenti tempi più prossimana tornata mi nunziava.
Io non solamente il tempo promesso aspettava, ma precorrendo innanzi, imaginava possibile lui essere venuto, e infinite volte il giorno, ora alle mie finestre, ora alla porta correva, in giù e in su riguardando per la lunga via, se io lui venire vedessi; né per quella di lontano vedeva alcuno uomo venire, che io non imaginassi possibile essere esso, e quello con disiderio aspettava infino a tanto che, fattomisi vicino, lui conosceva non essere desso; di che alquanto meco rimanendo confusa, agli altri, se alcuno ne veniva, attendeva, e ora questo e ora quello trapassando mi tenevano sospesa; e se forse io richiamata dentro in casa, o per altra cagione, da me v'andava, come da infiniti cani fossi nell'anima addentata mi stimolavano centomilia pensieri dicendo: "Deh! forse passa egli testé, o è passato mentre che tu a riguardare non se' stata: ritorna".
E così ritornava, e poi mi levava, e da capo mi ritornava a vedere, poco altro tempo mettendo in mezzo che ad andare dalla finestra alla porta, e dalla porta alla finestra.
Oh misera me! quanta fatica per quello che mai avvenire non doveva, d'ora in ora aspettando, sostenni!
Ma poi che venne il giorno stato detto alla mia balia che egli dovea venire, il quale essa più volte m'avea predetto, non altramente che Almena alla fama del suo venturo Anfitrione m'adornai, e con maestrissima mano niuna parte in me lasciai senza bellezza nell'essere suo; e appena mi pote' ritenere d'andare a' marini liti, acciò che io lui più tosto potessi vedere, nunziandosi fermamente quelle galee giugnere sopra le quali la mia balia era stata accertata lui dovere venire; ma meco pensando: "La prima cosa la quale egli farà sarà ch'egli mi verrà a vedere", per questo adunque raffrenai il caldo disio.
Ma egli, sì come io imaginava, non veniva: ond'io oltremodo mi cominciai a maravigliare, e nel mezzo dell'allegrezza mi sursero nella mente varie dubitazioni, le quali non leggiermente furono vinte da' lieti pensieri.
Rimandai adunque dopo alquanto la vecchia a sapere che di lui fosse, e se venuto fosse o no; la quale andatavi, per quel che a me paresse più pigramente che mai, per la qual cosa io più volte maladissi la sua tarda vecchiezza.
Ma dopo alquanto spazio ella a me ritornò con tristo viso e lento passo.
Ohimè! che quando io la vidi, appena vita rimase nel tristo petto, e sùbito pensai non morto nel cammino, o infermo venuto fosse l'amante.
Il mio viso mutò mille colori in un punto, e fattami incontro alla pigra vecchia dissi:
"Di' tosto: che novelle rechi tu? Vive l'amante mio?
Ella non mutò il passo né rispose alcuna cosa, ma postasi nella prima giunta a sedere, mi riguardava nel viso; ma io già tutta come novella fronda agitata dal vento tremava, e appena le lagrime ritenente, messemi le mani nel petto, dissi:
"Se tu non di' tosto che vuole significare il tristo viso che porti, niuna parte de' nostri vestimenti rimarrà salda.
Quale cagione ti tiene tacita, se non rea? Non la celare più, manifestala, mentre che io spero peggio.
Vive il nostro Panfilo?
Ella, stimolata dalle mie parole, con voce sommessa, mirando la terra disse:
"Vive.
"Dunque" diss'io allora "perché non di' tosto quale accidente l'occupi? Perché sospesa mi tieni in mille mali? E` egli d'infermità occupato? O quale accidente il ritiene che egli a vedermi della galea smontato non viene?
Ed ella disse:
"Non so se infermità o altro accidente l'occupa.
"Dunque" diss'io "non l'hai tu veduto, o forse non è venuto?
Ella allora disse:
"Veramente l'ho io veduto, ed è venuto, ma non quello che noi attendevamo.
Allora diss'io:
"E chi t'ha fatta certa che quegli che è venuto non sia desso? Vedestil tu altra volta, o ora con occhio chiaro il rimirasti?
"Veramente" disse ella "io nol vidi altra volta costui, che io sappia; ma ora, a lui venuta, da quello giovine menata che della sua tornata m'aveva prima parlato, dicendogli egli che io più volte di lui avea dimandato, mi dimandò che dimandassi; al quale io risposi la sua salute; e dimandatolo io come il vecchio padre stesse, e in che stato l'altre cose sue fossero, e quale era stata la cagione di sì lunga dimora dopo la sua partita, rispose sé padre mai non avere conosciuto, però che postumo era, e che le sue cose, degl'iddii grazia, tutte prosperamente stavano, e che mai più quivi non era dimorato e ora intendeva di dimorarci poco.
Queste cose mi fecero maravigliare, e dubitando non fossi gabbata, dimandai del suo nome, il quale egli semplicemente mi disse; il quale io non udii prima, che da somiglianza di nome me con teco conobbi ingannata.
Udite io queste cose, il lume fuggì agli occhi miei e ogni spirito sensitivo per paura di morte se n'andò via, e appena, sopra le scale cadendo là dove io era, tanta forza rimase in tutto il corpo che mi bastasse a dire "Ohimè!".
La misera vecchia piagnendo, e l'altre servigiali della casa chiamate, me per morta nella trista camera sopra il mio letto portarono, e quivi con acque fredde rivocando gli smarriti spiriti, per lungo spazio credendo e non credendo me viva guardarono; ma poi che le perdute forze tornarono, dopo molte lagrime e sospiri, un'altra volta dimandai la dolente balia se così era come avea detto.
E oltre a ciò, ricordandomi quanto cauto essere solesse Panfilo, dubitando non egli si celasse dalla balia, con la quale mai non aveva parlato, aggiunsi che le fattezze di quel Panfilo, col quale ella era stata in ragionamento, mi dichiarasse.
Ed essa primieramente con saramento affermandomi così essere come detto aveva, ordinatamente e la statura e le fattezze de' membri, e massimamente quelle del viso e l'abito di colui mi dimostrò; li quali intera fede mi fecero così essere come la vecchia diceva.
Per che, cacciata d'ogni speranza, rientrai ne' primi guai, e levata, quasi furiosa, le liete robe mi trassi, e li cari ornamenti riposi, e gli ordinati capelli con inimica mano trassi dell'ordine loro, e senza niuno conforto a piagnere cominciai duramente, e con amare parole biasimare la fallita speranza e li non veri pensieri avuti dell'iniquo amante, e in brieve tutta nelle prime miserie tornai, e troppo più fervente disio di morte ebbi che prima; né da quella sarei fuggita, come già feci, se non che la speranza del futuro viaggio da ciò con forza non piccola mi ritenne.
Capitolo VIII.
Nel quale Madonna Fiammetta le pene sue con quelle di molte antiche donne commensurando, le sue maggiori che alcune altre essere dimostra, e poi finalmente a' suoi lamenti conchiude.
Sono adunque, o pietosissime donne, rimasa in cotale via, qual voi potete nelle cose udite presumere; e tanto opera più verso me che l'usato il mio ingrato signore, che quanto più vede la speranza da me fuggire, tanto più con disiderii soffiando nelle sue fiamme, le fa maggiori; le quali come crescono, così le mie tribulazioni s'aumentano; ed esse mai da unguento debito non essendo allenite, più ognora inaspriscono e, più aspre, più affliggono la trista mente.
Né dubito che ad esse secondo il loro còrso seguendo, che già esse alla mia morte da me tanto per addietro disiderata con dicevole modo avessero aperta la via; ma avendo io ferma speranza posta di dovere, come già dissi, nel futuro viaggio rivedere colui che di ciò m'è cagione, non di mitigarle m'ingegno, ma piuttosto di sostenerle.
Alla qual cosa fare solo un modo possibile ho trovato intra gli altri, il quale è le mie pene con quelle di coloro che sono dolorosi passati commensurare, e in ciò mi seguitano due acconci: l'uno è che sola nelle miserie non mi veggio né prima, come già confortandomi la mia nutrice mi disse; l'altro è che, secondo il mio giudicio, compensata ogni cosa degli altrui affanni, li miei ogni altri trapassare di gran lunga dilibero; il che a non piccola gloria mi reco, potendo dire che io sola sia colei, che viva abbia sostenute più crudeli pene che alcuna altra.
E con questa gloria, fuggita sì come somma miseria da ognuno e da me, se io potessi, al presente in cotale guisa quale udirete il tempo malinconosa trapasso.
Dico adunque che ne' miei dolori affannata gli altrui ricercando, primieramente gli amori della figliuola d'Inaco, la quale io morbida e vezzosa donzella primieramente figuro, quindi la sua felicità, sentendosi amata da Giove, con meco penso: la qual cosa ad ogni donna per sommo bene senza dubbio dovria essere assai; quindi lei trasmutata in vacca e guardata da Argo ad instanzia di Giunone rimirandola, in grandissima ansietà oltremodo essere la credo.
E certo io giudico li suoi dolori li miei in molto avanzare, se ella non avesse avuto continuamente a sua protezione l'amante iddio.
E chi dubita, se io il mio amante avessi aiutatore ne' danni miei, o pure di me pietoso, che pena niuna mi fosse grave? Oltre a ciò il fine di costei fa le sue passate fatiche levissime, però che, morto Argo, con grave corpo leggierissimamente trasportata in Egitto, e, quivi in propria forma tornata e maritata ad Osiri, felicissima reina si vide.
Certo se io potessi sperare pure nella mia vecchiezza rivedere mio il mio Panfilo, io direi le mie pene non essere da mescolare con quelle di questa donna; ma solo Iddio il sa se essere dee, come che io con isperanza falsa me stessa di ciò inganni.
Appresso costei, mi si para davanti l'amor della sventurata Biblìs, la quale ogni suo bene mi pare vederli lasciare, e seguitare il non pieghevole Cauno.
E con questa insieme considero la scelerata Mirra, la quale, dopo li suoi mal goduti amori, fuggendo la morte dall'adirato padre minacciatale, in quella, misera, incappò.
Veggio ancora la dolorosa Canace, a cui, dopo il miserabile parto mal conceputo, niuna altra cosa che 'l morir fu conceduto; e meco stessa pensando bene all'angoscia di ciascheduna, senza niuno dubbio grandissima la discerno, avvegna che abominevoli fossero li loro amori.
Ma se bene considero, io le veggo finite, o per finire in corto spazio, però che Mirra nell'albero del suo nome, avendo gl'iddii secondi al suo disio, senza alcuno indugio fuggendo, fu permutata, né più (posto che egli sempre lagrimi, sì come ella, allora che mutò forma, faceva) alcuna delle sue pene sente; e così come la cagione da dolersi le venne, così quella le giunse che le tolse la doglia.
Biblìs similmente, secondo che alcuno dice, col capestro le terminò senza indugio, avvegna che altri tenga che ella, per beneficio delle ninfe pietose de' suoi danni, in fonte, ancora il suo nome servante, si convertisse; e questo avvenne, come conobbe a sé da Cauno negato del tutto il suo piacere.
Che dunque dirò, mostrando la mia pena molto maggiore che quella di queste donne, se non che la brevità della loro è dalla mia molto lunga avanzata?
Considerate adunque costoro, mi viene la pietà dello sfortunato Piramo e della sua Tisbe, a' quali io porto non poca compassione, imaginandoli giovinetti, e con affanno lungamente avere amato, ed essendo per congiugnere i loro disii, perdere se medesimi.
Oh, quanto è da credere che con amara doglia fosse il giovinetto trafitto nella tacita notte, sopra la chiara fontana appiè del gelso trovando li vestimenti della sua Tisbe laniati da salvatica fiera e sanguinosi, per li quali segnali egli meritamente lei divorata comprese! Certo l'uccidere se medesimo il dimostra.
Poi, in me rivolgendo i pensieri della misera Tisbe guardante davanti da sé il suo amante pieno di sangue, e ancora con poca vita palpitante, quelli e le sue lagrime sento, e sì le conosco cocenti, che appena altre più che quelle, fuori che le mie, mi si lascia credere che cuocano, però che questi due, sì come li già detti, nel cominciare de' loro dolori quelli terminarono.
Oh, felici anime le loro, se così nell'altro mondo s'ama come in questo! Niuna pena di quello si potrà adeguare al diletto della loro etterna compagnia.
Vienmi poi innanzi, con molta più forza che alcuno altro, il dolore dell'abandonata Dido, però che più al mio simigliante il conosco quasi che altro alcuno.
Io imagino lei edificante Cartagine, e con somma pompa dare leggi nel tempio di Giunone a' suoi popoli, e quivi benignamente ricevere il forestiere Enea naufrago, ed essere presa della sua forma, e sé e le sue cose rimettere nell'arbitrio del troiano duca; il quale, avendo le reali delizie usate al suo piacere, e lei di giorno in giorno più accesa del suo amore, abandonatala si diparte.
Oh quanto senza comparazione mi si mostra miserevole, mirando lei riguardante il mare pieno di legni del fuggente amante! Ma ultimamente, più impaziente che dolorosa la tengo, considerando alla sua morte.
E certo io nel primo partire di Panfilo sentii per mio avviso quel medesimo dolore, che nella partita di Enea; così avessero allora gl'iddii voluto che io poco sofferente mi fossi subitamente uccisa! Almeno, sì come lei, sarei stata fuori delle mie pene, le quali poi continuamente sono diventate maggiori.
Oltre a questi pensieri miserabili mi si para davanti la tristizia della dolente Ero di Sesto, e vedere la mi pare discesa dell'alta torre sopra li marini liti, ne' quali essa era usata di ricevere il faticato Leandro nelle sue braccia, e quivi con gravissimo pianto la mi pare vedere riguardare il morto amante sospinto da uno dalfino, ignudo giacere sopra la rena, e poi essa con li suoi vestimenti asciugare il morto viso della salata acqua, e bagnarlo di molte lagrime.
Ahi! con quanta compassione mi strigne costei nel pensiero! In verità con molta più che nessuna delle donne ancora dette, tanto che talvolta fu che, obliati li miei dolori, de' suoi lagrimai.
E ultimamente alla sua consolazione modo alcuno io non conosco, se non de' due l'uno: o morire, o lui, sì come gli altri morti si fanno, dimenticare.
Qualunque di questi si prende, è il dolore finire; niuna cosa perduta, la quale di riavere non si possa sperare, può lungamente dolere.
Ma cessi Iddio, però, che questo avvenga a me; il che se pure avvenisse, niuno consiglio se non la morte ci piglierei.
Ma mentre che il mio Panfilo vive, la cui vita lunghissima facciano gl'iddii come egli stesso disia, non mi puote quello avvenire, però che, veggendo le mondane cose in continuo moto, sempre mi si lascia credere che egli alcuna volta debba ritornare mio, sì come egli fu altra fiata; ma questa speranza non venendo ad effetto, gravissima fa la mia vita continuamente, e però me di maggior doglia gravata tengo.
Ricordami alcuna volta avere letti li franceschi romanzi, a' quali se fede alcuna si puote attribuire, Tristano e Isotta oltre ad ogni altro amante essersi amati, e con diletto mescolato a molte avversità avere la loro età più giovine essercitata dobbiamo credere; li quali, però che molto amandosi insieme vennero ad un fine, non pare che si creda che senza grandissima doglia e dell'uno e dell'altro li mondani diletti abandonassero: il che agevolmente si può concedere, se essi con credenza si partirono del mondo, che altrove questi diletti non si potessero avere; ma se questa oppinione ebbero d'essere altrove, come di qua erano, piuttosto a loro nel loro morire letizia si dee credere che tristizia la ricevuta morte, la quale, benché da molti sia fierissima e dura tenuta, non credo che sia così.
E che certezza di doglia puote uno rendere, testimoniando cosa che egli non provò mai? Certo niuna.
Nelle braccia di Tristano era la morte di sé e della sua donna: se quando strinse gli fosse doluto, egli avrebbe aperte le braccia, e saria cessato il dolore.
E oltre a ciò, diciamo pure che gravissima sia ragionevolmente: che gravezza diremo noi che possa essere in cosa che non avvenga se non una volta, e quella occupi pochissimo spazio di tempo? Certo niuna.
Finirono adunque Isotta e Tristano ad un'ora li diletti e le doglie, ma a me molto tempo in doglia incomparabile è sopra gli avuti diletti avanzato.
Aggiugne ancora il mio pensiero al numero delle predette la misera Fedra, la quale, col suo mal consigliato furore, fu cagione di crudelissima morte a colui il quale ella più che se medesima amava.
E certo io non so quello che a lei si seguì di cotale fallo, ma certa sono, se a me mai avvenisse, niuna altra cosa che rapinosa morte il purgherebbe; ma se essa pure in vita si sostenne così come già dissi, agevolmente il mise in oblio, come mettere si sogliono le cose morte.
E oltre a ciò con costei accompagno la doglia che sentì Laudomia, e quella di Deifile e d'Argìa e di Evannes e di Deianira e d'altre molte, le quali o da morte o da necessaria dimenticanza furono racconsolate.
E che può cuocere il fuoco, o il caldo ferro, o li fonduti metalli a chi dentro subitamente vi tuffa il dito, e sùbito fuori nel trae? Senza dubbio credo che molto, ma nulla è a rispetto di chi per lungo spazio vi sta dentro con tutto il corpo; il che a quante ne ho di sopra in pene discritte, si può dire il simigliante essere incontrato nelle loro doglie, là dove io in esse sono stata e sto continuamente.
Sono state le predette noie amorose; ma, oltre a queste, lagrime non meno triste mi si parano davanti, mosse da miserabili e inoppinati assalti della fortuna, se quello è vero che egli sia generazione di sommo infortunio l'essere stato felice.
E queste sono quelle di Giocasta, d'Ecuba, di Sofonisba, di Cornelia e di Cleopatras.
Oh quanta miseria, bene investigando di Giocasta gli avvenimenti, vedremo noi avvenuta tutta a lei pertinente ne' giorni suoi, possibile a turbare ogni forte animo! Ella, giovine maritata a Laio re tebano, il primo suo parto convenne che alle fiere mandasse a divorare, credendo per quello il misero padre fuggire quello che li cieli con còrso infallibile gli apprestavano.
Oh chente dolore dobbiamo pensare che questo fosse, e maggiore pensando il grado di colei che mandava! Ella poi da' portanti il tristo figliuolo certificata di ciò che fatto aveano, lui reputando morto, dopo certo tempo da colui medesimo cui ella avea partorito le fu il marito miseramente ucciso, e del non conosciuto figliuolo divenne sposa, e generògli quattro figliuoli; e così madre e moglie ad un'ora del patricida si vide, e 'l riconobbe poi che egli, del regno e degli occhi privatosi insiememente, la sua colpa fece palese.
Chente l'animo di lei già d'anni piena allora fosse, essendo più di riposo vaga che di angoscia? Pensare si può che fosse dolorosissimo; ma la sua fortuna, ancora non perdonante, più guai aggiunse alla sua miseria.
Ella vide con patti tra' due figliuoli del regnare diviso il tempo, poi al non servante fratello nella città rinchiuso vide dintorno gran parte di Grecia sotto sette re, e ultimamente l'uno l'altro de' due figliuoli, dopo molte battaglie e incendii, vide uccidere, e sotto altro reggimento, scacciato il marito figliuolo, vide cadere le mura antiche della sua terra edificate al suono della cetara d'Anfione, e perire il regno suo; e impiccatasi, in forse lasciò le figliuole di vituperevole vita.
Che poterono più gl'iddii, il mondo e la fortuna contro a costei? Certo nulla mi pare: cerchisi tutto lo 'nferno, appena che in esso tanta miseria si trovi.
Ogni parte d'angoscia provò, e così di colpa.
Niuna sarebbe che giudicasse la mia potere a questa aggiugnere; e certo io direi che così fosse se ella non fosse amorosa.
Chi dubita che costei, sé e la sua casa e il marito degni dell'ira degl'iddii conoscendo, non reputasse li suoi accidenti degni? Certo niuno che lei senta discreta.
Se ella fu pazza, vie meno li suoi danni conobbe, li quali non conoscendo, non le dolevano.
E chi sé degno conosce del male che egli sostiene, senza noia, o con poca, il comporta.
Ma io mai non commisi cosa onde giustamente verso me si potessero o dovessero turbare gl'iddii: continuamente gli ho onorati, e con vittime sempre la loro grazia ho cercata, né sono di quelli stata dispregiatrice, come già furono li Tebani.
Bene potrebbe forse dire alcuna: "Come di' tu non avere meritata ogni pena né mai avere fallito? Or non hai tu rotte le sante leggi e con adultero giovine violato il matrimoniale letto?" Certo sì.
Ma, se bene si guarderà, questo fallo solo è in me, il quale però non merita queste pene, ché pensare si dee me tenera giovine non potere resistere a quello che gl'iddii e li robusti uomini non poterono.
E in questo io non sono prima, né sarò ultima, né sono sola, anzi quasi tutte quelle del mondo ho in compagnia, e le leggi contro alle quali io ho commesso, sogliono perdonare alla multitudine.
Similmente la mia colpa è occultissima, la qual cosa gran parte dee della vendetta sottrarre.
E oltre a tutto questo, posto che gl'iddii pure debitamente contro a me crucciati fossero, e vendetta del mio fallo cercassero, non saria da commettere il pigliar la vendetta a colui che del peccato m'è stato cagione.
Io non so chi mi condusse a rompere le sante leggi, o Amore o la forma di Panfilo: qualunque si fosse, l'uno e l'altro avea maggiori forze a tormentarmi aspramente, sì che già questo non m'avvenne per lo fallo commesso, anzi è un dolore nuovo e diviso dagli altri, più aspramente che alcuno tormentante il suo sostenitore; il quale ancora se per lo peccato commesso mel dessero gl'iddii, essi fariano contro al loro diritto giudicio e usato costume, ché essi non compenserieno col peccato la pena; la quale, se a' peccati di Giocasta si mira e alla pena data, e al mio e alla pena che io soffero si guarda, ella poco punita, e io di soperchio sarò conosciuta.
Né a questo s'appicchi alcuna, dicendo a lei privato il regno, i figliuoli e il marito, e ultimamente la propria persona essere stato, e a me solamente l'amante.
Certo io il confesso; ma la fortuna con questo amante trasse ogni felicità, e ciò che forse alla vista degli uomini m'è felice rimaso, è il contrario, però che il marito, le ricchezze, li parenti e l'altre cose tutte mi sono gravissimo peso, e contrarie al mio disio; le quali se come l'amante mi tolse m'avesse tolte, a fornire il mio disio mi rimaneva apertissima via, la quale io avrei usata; e se fornire non l'avessi potuta, mille generazioni di morte m'erano presenti a potere usare per termine de' miei guai.
Dunque più gravi le pene mie che alcuna delle predette meritamente giudico.
Ecuba appresso vegnente nella mia mente, oltre modo mi pare dolorosa, la quale sola rimase a vedere le dolenti reliquie scampate di sì gran regno, di sì mirabile città, di sì fatto marito, di tanti figliuoli, di tante figliuole e così belle, di tante nuore, di tanti nipoti e di così grande ricchezza, di tanta eccellenza, di tanti tagliati re, di così crudeli opere, e dello sperso popolo troiano, de' caduti templi, de' fuggiti iddii, vecchia mirandole; e nella memoria riducendo chi fosse il potente Ettore, chi Troiolo, chi Deifebo e chi Polidoro, chi gli altri e come miseramente tutti li vedesse morire; tornandosi a mente il sangue del suo marito, poco avanti reverendo e da temere da tutto il mondo, spandere nel tristo grembo, e l'avere veduta Troia d'altissimi palagi e di nobile popolo piena, accesa di greco fuoco e abbattuta tutta; e oltre a ciò il misero sacrificio fatto da Pirro della sua Pulissena, con quanta tristizia si dee pensare che il riguardasse? Certo con molta.
Ma brieve fu la sua doglia; ché la debole e vecchia mente, non potendo ciò sostenere, in lei smarritasi, la rendé pazza, sì come il suo latrare per li campi fe' manifesto.
Ma io con più ferma e più sostenente memoria che non mi bisogna, a mio danno, continuo rimango nel tristo senno, e più discerno le cagioni da dolermi; per che, più lungamente perseverando in male, come io fo, estimo quello, quantunque leggiero sia, da parere molto più grave, sì come più volte ho già detto, che il gravissimo il quale in brieve tempo si finisce e termina.
Sofonisba, mescolata tra l'avversità del vedovatico e le letizie delle nozze, in un medesimo momento di tempo dolente e lieta, prigione e sposa, spogliata del regno e rivestitane, e ultimamente in queste medesime brievi permutazioni bevente il veleno, piena di noiosa angoscia m'apparisce.
Videsi costei reina altissima dei Numidi; quindi, andando avversamente le cose de' suoi parenti, vide preso Siface suo marito, e prigione divenire di Massinissa re, e ad un'ora caduta del regno, e prigione del nemico nel mezzo dell'armi, facendolasi Massinissa moglie, in quello restituita.
Oh, con quanto sdegno d'animo si dee credere che ella queste mutabili cose mirasse, né sicura dalla volubile fortuna, con tristo cuore celebrasse le nuove nozze! Il che il suo ardito finire assai chiaro dimostra; però che non essendo dopo le sue sponsalizie ancora uno dì naturale valicato, appena credendosi ella rimanere nel reggimento e seco di ciò combattente, non accostandosi ancora al suo animo il nuovo amore di Massinissa, come l'antico di Siface, ricevette dal servo, mandato dal nuovo sposo, con ardita mano lo stemperato veleno, e quello, premesse sdegnose parole, senza paura bevve, poco appresso rendendo lo spirito.
Oh, quanto amara si puote immaginare che stata saria la vita di costei, se spazio avesse avuto di pensare! La quale però tra le poco dolenti è da porre, considerando che la morte quasi prevenne alla sua tristizia, dove ella a me ha prestato tempo lunghissimo, e presta oltre a mia voglia, e presterà, per farla maggiore.
Dietro a questa, così piena di tristizia come fu, mi si para Cornelia, la quale la fortuna avea tanto levata in alto, che prima di Crasso, e poi moglie del magno Pompeo, il cui valore quasi sommo principato in Roma avea acquistato, si vide; la quale prima di Roma, poi di tutta Italia quasi in fuga, rivolgendo la fortuna le cose, col marito da Cesare seguitato miseramente uscì, e dopo molti casi in Lesbo lasciata da lui, quivi lui medesimo sconfitto in Tessaglia, e le sue forze dal suo avversario abbattute, ricevette.
E oltre a tutto questo, lui ancora con isperanza di rintegrare la sua potenza nel conquistato Oriente, il mare solcando, ne' regni d'Egitto arrivato, da lui medesimo conceduti al giovine re, seguitò, e quivi il suo busto senza capo infestato dalle marine onde vide.
Le quali cose ciascuna per sé, e tutte insieme, dobbiamo pensare che senza comparazione afflissero l'anima sua; ma li sani consigli dell'Uticense Catone, e la perduta speranza di più riaver Pompeo, lei in piccolo tempo di molto poco renderono dogliosa, là dove io, vanamente sperando, né da me potendo questa speranza cacciare, senza alcuno consiglio o conforto, fuor che della vecchia mia balia consapevole de' miei mali, nella quale io conosco più fede che senno, perché spesso credendomi dare alle mie pene rimedio, m'accresce doglia, dimoro piagnendo.
Sono ancora molti che crederebbero Cleopatras reina d'Egitto pena intollerabile e oltre alla mia assai maggiore avere sofferta, però che prima veggendosi col fratello insieme regnante e di ricchezza abondante, e da questo in prigione messa, senza modo si crede dolente; ma questo dolore futura speranza di quel che avvenne l'aiutò agevolmente a portare.
Ma poi di prigione uscita e divenuta di Cesare amica, e da lui poi abandonata, sono chi pensano ciò da lei con gravissimo affanno essere passato, non riguardando essere corta noia d'amore in colui, o in colei, il quale a diletto si può tòrre ad uno e darsi ad uno altro, come essa mostrò spesse volte di potere.
Ma cessi Iddio che in me mai tale consolazione possa avvenire! Egli non fu né fia giammai, da colui in fuori di cui io ragionevolmente esser dovrei, chi potesse dire, o possa, che io mai fossi sua, o sia, se non Panfilo; e sua vivo e viverò; né spero che mai alcuno altro amore abbia forza di potermi il suo spegnere della mente.
Oltre a ciò, se ella di Cesare rimase sconsolata nel suo partire, sarebbero, chi non sapesse il vero, di quelli che crederebbero ciò esserle doluto; ma egli non fu così; ché, se essa del suo partire si doleva, d'altra parte con allegrezza avanzante ogni tristizia la racconsolava l'esserle rimaso di lui uno figliuolo e il restituito regno.
Questa letizia ha forza di vincere troppo maggiori doglie che non sono quelle di chi lentamente ama, come io già dissi che ella faceva.
Ma quello che per sua gravissima ed estrema doglia s'aggiugne, è l'essere stata moglie d'Antonio; il quale ella con le sue libidinose lusinghe avea a cittadine guerre incitato contro il fratello; quasi di quelle vittoria sperando, aspirava all'altezza del romano imperio, ma venutale di ciò ad un'ora doppia perdita, cioè quella del morto marito, e della spogliata speranza, lei dolorosissima oltre ad ogni altra femina essere rimasa si crede.
E certo, considerando sì alto intendimento venire meno per una disavventurata battaglia, quale è il dovere essere generale donna di tutto il circuito della terra, senza aggiugnervi il perdere così caro marito, è da credere essere dolorosissima cosa; ma ella a ciò trovò subitamente quella sola medicina che v'era a spegnere il suo dolore, cioè la morte; la quale ancora che rigida fosse, non si distese però in lungo spazio, però che in piccola ora possono per le poppe due serpenti trarre d'un corpo il sangue e la vita.
Oh quante volte io, non minore doglia sentendo di lei, posto che per minore cagione secondo il parere di molti, avrei volontieri fatto il simigliante se io fossi stata lasciata, o pure paura di futura infamia da ciò non m'avesse ritratta!
Con questa e con le predette m'occorrono la eccellenzia di Ciro da Tamiris morto nel sangue; il fuoco e l'acqua di Creso; li ricchi regni di Persio; la magnificenza di Pirro; la potenza di Dario; la crudeltà di Giugurta; la tirannia di Dionisio; l'altezza d'Agamennone, e altri molti.
Tutti da doglie simili alle predette o furono stimolati, o altrui lasciarono sconsolati; li quali similmente furono da sùbiti argomenti aiutati, né lungamente in quelle dimorando, sentirono intera la loro gravezza, come io faccio.
Mentre che io vado agli antichi danni in cotal guisa, quale avanti vedete, nella mia mente cercando per trovare lagrime o fatiche meritamente alle mie simiglianti, acciò che avendo compagni mi dolga meno, mi vengono innanzi quelle di Tieste e di Tereo, li quali amenduni furono misera sepultura de' loro figliuoli.
E senza dubbio io non conosco qual temperanza a' riluttanti figliuoli nelle interiora paterne per uscir fuori, abominando il luogo donde erano entrati, di ritornarvi, ancora dubitando i crudeli morsi, né avendo luogo per altra parte, li ritenne di loro aprire con li taglienti ferri.
Ma questi con ciò che poterono ad un'ora l'odio e il dolore sfogarono, e quasi ne' danni prendevano conforto, sentendo che senza colpa erano tenuti miseri da' loro popoli: quello che a me non avviene.
A me è portata compassione di ciò onde io non ho doglia niuna, né oso scoprire quello onde io mi doglio; la qual cosa se fare osassi, non dubito che, come agli altri dolenti è stato alcuno rimedio, che a me similmente non si trovasse.
Vengonmi ancora nella mente talvolta le pietose lagrime di Licurgo e della sua casa, meritamente avute del morto Archemoro, e con queste quelle della dolente Atalanta madre di Partenopeo morto ne' tebani campi; e sì proprie a me con li loro effetti s'accostano e sì mi si fanno conoscere, che appena più sapere le potrei, se io non le provassi, come già da me un'altra volta provate furono.
Dico che di tanta mestizia sono piene, che più non potrebbero, ma ciascune con tanta gloria sono in etterno ritratte, che quasi liete si potriano dire: quelle di Licurgo con le notabili essequie onorate da sette re e da infiniti giuochi fatti da loro, e quelle d'Atalanta dalla laudevole vita e morte vittoriosa del figliuolo.
A me non è niuna cosa che le mie lagrime bene impiegate faccia contente, però che se questo fosse, là dove io più che alcuna mi chiamo dogliosa, e sono, forse al contrario affermare m'accosterei.
Mostranmisi ancora le lunghe fatiche d'Ulisse, e li mortali pericoli, e gli strabocchevoli fatti essere a lui non senza gravissime angoscie d'animo intervenute; ma in me ripetute più volte, le mie fanno più gravi estimare; e udite perché.
Egli prima e principalmente, uomo, dunque di natura più forte a sostenere di me tenera giovine; egli robusto e fiero, sempre negli affanni e ne' pericoli usato, quasi naturato fra loro, allora che egli faticava gli pareva avere sommo riposo; ma io nella mia camera tra le morbide cose dilicata e usa di trastullarmi col lascivo amore, ogni piccola pena m'è grave molto; egli da Nettuno stimolato e in varie parti portato, e da Eolo similmente le sue fatiche ricevette; ma io sono infestata dal sollecito Amore, da signore il quale già molestò e vinse coloro che infestarono Ulisse; e se a lui erano imminenti li mortali pericoli, egli li andava cercando; e chi si può ramaricare, se egli trova quello che cerca? Ma io misera volontieri viverei quieta, se io potessi; e quelli fuggirei, se ad essi non fossi sospinta.
Oltre a ciò, egli non temeva la morte, e però sicuramente si metteva nelle sue forze, ma io la temo, e da doglia sforzata, alcuna volta non senza speranza di grave doglia corsi verso lei.
Egli ancora della sua fatica e pericoli sperava etterna gloria e fama, ma io delle mie vituperio temo e infamia, se avvenisse che si scoprissero.
Sì che già non avanzano le sue le mie, anzi sono dalle mie molto le sue avanzate; e in tanto più, in quanto di lui molto più che non fu se ne scrive, ma le mie sono molto più che io non posso contare.
Dopo tutti questi, quasi da se medesimi riservati, come molto gravi mi si fanno sentire i guai d'Isifile, di Medea, d'Oenone e d'Adriana, le lagrime delle quali e i dolori assai con le mie simiglianti le giudico; però che ciascuna di queste, dal suo amante ingannata, così come io, sparse lagrime, gittò sospiri, e amarissime pene senza frutto sostenne; le quali, avvegna che, come è detto, sì come io si dolessero, pure ebbero termine con giusta vendetta le lagrime loro, la qual cosa ancora non hanno le mie.
Isifile avvegna che molto avesse onorato Giasone, e suo per debita legge se lo avesse obligato, veggendolsi da Medea tolto, come io posso, ragionevolmente si poté dolere; ma la provvidenza degl'iddii con occhio giusto guardante ad ogni cosa, se non a miei danni, le rendé gran parte della disiderata letizia, però che ella vide Medea, che Giasone le aveva tolto, da Giasone per Creusa abandonata.
Certo io non dico che la mia miseria finisse, se questo vedessi a colei avvenire che m'ha tolto il mio Panfilo, eccetto se io non fossi già colei che gliel togliessi, ma ben dico che gran parte mancherebbe di quella.
Medea similmente si rallegrò di vendetta, posto che essa così crudele divenisse contro di sé, come contro lo 'ngrato amante, uccidendo li comuni figliuoli in presenza di lui, ardendo li reali ostieri con la nuova donna.
Oenone ancora, lungamente dolutasi, alla fine sentì l'infedele e disleale amante avere sostenuta meritamente pena delle rotte leggi, e la sua terra per la mal mutata donna vide in fiamme consumarsi miseramente.
Ma certo io amo meglio li miei dolori che cotal vendetta del mio.
Adriana ancora, divenuta moglie di Bacco, vide dal cielo furiosa Fedra dell'amor del figliastro, la quale prima era stata consenziente al suo abandonamento nell'isola per divenire di Teseo.
Sì che, ogni cosa pensata, io sola tra le misere mi trovo ottenere il principato, e più non posso.
Ma se forse, o donne, li miei argomenti frivoli già tenete, e ciechi come da cieca amante li reputate, l'altrui lagrime più che le miei infelici estimando, quest'uno solo e ultimo a tutti gli altri dea supplimento: se chi porta invidia è più misero che colui a cui la porta, io sono di tutti li predetti de' loro accidenti, meno miseri che li miei reputandoli, invidiosa.
Ecco, adunque, o donne, che per gli antichi inganni della Fortuna io sono misera; e oltre a questo, essa, non altramente che come la lucerna vicina al suo spegnersi suole alcuna vampa piena di luce maggiore che l'usato gittare, ha fatto; però che, dandomi in apparenza alcuno rifrigerio, me poi nelle separate lagrime ritornante, ha miserissima fatta.
E acciò che io, proposta ogni altra comparazione, con una sola m'ingegni di farvi certe de' nuovi mali, v'affermo con quella gravità che le misere mie pari possono maggiore affermare, cotanto essere le mie pene al presente più gravi, che esse avanti la vana letizia fosero, quanto più le febbri sogliono, con egual caldo o freddo vegnendo, offendere li ricaduti inferni che le primiere.
E perciò che accumulazione di pene, ma non di nuove parole, vi potrei dare, essendo alquanto di voi diventata pietosa, per non darvi più tedio in più lunga dimoranza traendo le vostre lagrime, s'alcuna di voi forse leggendo n'ha sparte o spande, e per non ispendere il tempo, che me a lagrimare richiama, in più parole, di tacere omai dilibero, faccendovi manifesto non essere altra comparazione dal mio narrare verissimo a quello che io sento, che sia dal fuoco dipinto a quello che veramente arde.
Al quale io priego Iddio, che per li vostri prieghi, o per li miei, sopra quello salutevole acqua mandi, o con trista morte di me, o con lieta tornata di Panfilo.
Capitolo IX.
Nel quale Madonna Fiammetta parla al libro suo, imponendogli in che abito, e quando e a cui egli debba andare, e da cui guardarsi; e fa fine.
O piccolo mio libretto, tratto quasi della sepultura della tua donna, ecco, sì come a me piace, la tua fine è venuta con più sollecito piede che quella de' nostri danni; adunque, tale quale tu se' dalle mie mani scritto, e in più parti dalle mie lagrime offeso, dinanzi dalle innamorate donne ti presenta: esse, pietà guidandoti, sì come io fermissimamente spero, ti vedranno volontieri, se Amore non ha mutate leggi poi che noi misera divenimmo.
Né ti sia in questo abito così vile come io ti mando, vergogna d'andare a ciascheduna, quantunque ella sia grande, pure che essa te avere non ricusi.
A te non si richiede abito altramente fatto, posto che io pure dare tel volessi.
Tu dei essere contento di mostrarti simigliante al tempo mio, il quale, essendo infelicissimo, te di miseria veste, come fa me; e però non ti sia cura d'alcuno ornamento, sì come gli altri sogliono avere, cioè di nobili coverte di colori varii tinte e ornate, o di pulita tonditura, o di leggiadri minii, o di gran titoli; queste cose non si convengono a' gravi pianti, li quali tu porti; lascia e queste e li larghi spazii e li lieti inchiostri e l'impomiciate carte a' libri felici; a te si conviene d'andare rabbuffato con isparte chiome, e macchiato e di squallore pieno, là dove io ti mando, e co' miei infortunii negli animi di quelle che ti leggeranno destare la santa pietà.
La quale se avviene che per te di sé ne' bellissimi visi mostri segnali, incontanente di ciò rendi merito qual tu puoi.
E io né tu non siamo sì dalla fortuna avvallati, che essi non sieno grandissimi in noi da poter dare; né questi sono però altri, se non quelli li quali essa a niuno misero può tòrre, cioè essemplo di sé donare a quelli che sono felici, acciò che essi pongano modo a' loro beni, e fuggano di divenire simili a noi; il quale, sì come tu puoi, sì fatto dimostra di me, che, se savie sono, ne' loro amori savissime ad ovviare agli occulti inganni de' giovini diventino per paura de' nostri mali.
Va adunque: io non so qual passo si convenga a te piuttosto, o sollecito o quieto, né so quali partì prima da te sieno da essere cercate, né so come tu sarai né da cui ricevuto.
Così come la fortuna ti pigne, così procedi: il tuo corso non può essere guari ordinato.
A te occulta il nuvoloso tempo ogni stella, le quali se pure tutte paressero, niuno argomento t'ha l'impetuosa fortuna lasciato a tua salute; e perciò in qua e in là ributtato, come nave senza temone e senza vela dall'onde gittata, così t'abandona, e come li luoghi richieggiono, così usa varii li consigli.
Se tu forse alle mani d'alcuna pervieni, la quale sì felici usi li suoi amori che le nostre angoscie schernisca, e per folle forse riprendane, umile sostieni li gabbi fatti, li quali menomissima parte sono de' nostri mali, e a lei la fortuna essere mobile torna a mente, per la qual cosa noi lieta, e lei come noi potrebbe rendere in brieve, e risa e beffe per beffe le renderemmo.
E se tu alcuna troverai che, leggendoti, li suoi occhi asciutti non tenga, ma dolente e pietosa de' nostri mali con le sue lagrime multiplichi le tue macchie, quelle in te, sì come santissime, con le mie raccogli, e più pietoso e afflitto mostrandoti, umile priega che per me prieghi colui il quale che egli, forse da più degna bocca che la nostra pregato, e più ad altrui pieghevole che a noi, allevii le nostre angoscie.
E io, chiunque ella fia, priego da ora con quella voce che a' miseri più essaudevole è data, che ella mai a tali miserie non pervenga, e che sempre le sieno gl'iddii placabili e benigni, e li suoi amori secondo li suoi disii felici produca per lunghi tempi.
Ma se per avventura tra l'amorosa turba delle vaghe donne, delle mani d'una in altra cambiandoti, pervieni a quelle dell'inimica donna usurpatrice de' nostri beni, come di luogo iniquo fuggi incontanente, né parte di te non mostrare agli occhi ladri, acciò che ella la seconda volta, sentendo le nostre pene, non si rallegri d'averci nociuto.
Ma se pure avviene che essa per forza ti tenga, e pure ti voglia vedere, per modo ti mostra, che non risa, ma lagrime le vengano de' nostri danni, e a conscienza tornando, ci renda il nostro amante.
Oh quanto felice pietà sarebbe questa, e come fruttuosa la tua fatica!
Gli occhi degli uomini fuggi, da' quali se pure se' veduto di': "O generazione ingrata e detrattrice delle semplici donne, non si convengono a voi di vedere le cose pie".
Ma se a colui che è de' nostri mali radice pervieni, sgridalo dalla lunga e di': "O tu, più rigido che alcuna quercia, fuggi di qui, e noi con le tue mani non violare: la tua rotta fede è di tutto ciò che io porto cagione; ma se con umana mente leggere mi vuogli, forse riconoscendo il fallo commesso contro a colei, che, tornando tu ad essa, di perdonarti disidera, vedimi; ma se ciò fare non vuogli, non si conviene a te di vedere le lagrime che date hai, e specialmente se d'accrescerle dimori nel volere primo".
E se forse alcuna donna delle tue parole rozzamente composte si maraviglia, di' che quelle ne mandi via, però che li parlari ornati richieggiono gli animi chiari e li tempi sereni e tranquilli.
E però piuttosto dirai che prenda ammirazione come a quel poco che narri disordinato, bastò lo 'ntelletto e la mano, considerando che dall'una parte amore e dall'altra gelosia con varie trafitte in continua battaglia tengono il dolente animo, e in nebuloso tempo favoreggiandogli la contraria fortuna.
Tu puoi da ogni aguato andar sicuro, sì come io credo, però che nulla invidia te morderà con acuto dente; ma se pure più misero di te si trovasse, che no 'l credo, il quale quasi a te come a più beato di sé la portasse, làsciati mordere.
Io non so bene qual parte di te nuova offesa possa ricevere, sì per tutto dalle percosse della fortuna ti veggio essere lacerato.
Egli non ti può guari offendere, né farti d'alto tornare in basso luogo, sì è infimo quello ove dimori.
E posto ancora che non bastasse alla Fortuna d'averci con la superficie della terra congiunti, e ancora sotto quella cercasse di sotterrarci, sì siamo nell'avversità anticati, che con quelle spalle con le quali le maggiori cose abbiamo sostenute e sosteniamo, sosterremo le minori: e però entra dove ella vuole.
Vivi adunque: nullo ti può di questo privare; ed essemplo etterno a' felici e a' miseri dimora dell'angoscie della tua donna.
QUI FINISCE IL LIBRO
CHIAMATO ELEGIA DELLA NOBILE MADONNA
FIAMMETTA, MANDATO DA LEI A TUTTE
LE DONNE INNAMORATE.
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