ELEGIA DI MADONNA FIAMMETTA, di Giovanni Boccaccio - pagina 25
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La palida faccia cominciò a riprendere il perduto colore, e la partita grassezza cominciò a ritornare, e le lagrime, del tutto andate via, se ne portarono con loro il purpureo cerchio fatto d'intorno agli occhi miei; e gli occhi nel debito luogo tornati riebbero intera la luce loro, e le guance per lo lagrimare divenute aspre si ritornarono nella pristina loro morbidezza; e li nostri capelli, avvegna che subitamente aurei non tornassero, nondimeno l'ordine usato ripresero; e li cari e preziosi vestimenti, lungamente senza essere stati adoperati, m'adornarono.
Che più? Io con meco insieme rinnovai ogni cosa, e nella prima bellezza e stato quasi mi ridussi tutta, tanto che le vicine donne, e li parenti, e il caro marito n'ebbero ammirazione, e ciascheduno in sé disse: "Quale spirazione ha di costei tratta la lunga tristizia e malinconia, la quale né per prieghi, né per conforti mai per addietro da lei si poté cacciar via? Questo non è meno che gran fatto"; e con tutto il maravigliare n'erano lietissimi.
La nostra casa lungamente stata trista per la mia tribulazione, tutta meco ritornò lieta; e così come il mio cuore era mutato, così tutte le cose di triste in liete pareva che si mutassero.
Li giorni, che più che l'usato mi pareano lunghi, per la presa speranza della futura tornata di Panfilo, trapassavano con passo lento; né più volte furono li primi da me contati, che fossero quelli, ne' quali io alcuna volta in me raccolta, alle preterite tristizie pensando e agli avuti pensieri, sommamente in me li dannava, così dicendo:
"Oh quanto male per addietro ho pensato del caro amante, e come perfidamente ho dannate le sue dimoranze, e follemente ho creduto a chi lui essere d'altra donna che mio m'ha detto alcuna volta! Maladette sieno le loro bugie! O Iddio, come possono gli uomini con così aperto viso mentire? Ma certo dalla mia parte ciascuna di queste cose era da fare con più pensato consiglio che io non faceva.
Io doveva contrappesare la fede del mio amante tante volte a me promessa, e con tante lagrime e così affettuosamente, e l'amore il quale egli mi portava e porta, con le parole di coloro li quali senza alcuno saramento parlavano, e non curantisi d'avere più investigato, di quello che essi parlavano, che solamente il loro primo e superficiale parere.
Il che assai manifestamente appare: l'uno veggendo entrare una novella sposa nella casa di Panfilo, però che altro giovane di lui in quella non conosceva, non considerando alla biasimevole lascivia de' vecchi, sua la credette, e così ne disse, a che assai appare lui poco di noi curarsi; l'altro, però che forse alcuna volta o riguardarlo, o motteggiare il vide ad alcuna bella donna, la quale per avventura era o sua parente o onestamente dimestica, sua la credette, e così con semplici parole affermandolo, gliele credetti.
Oh se io avessi queste cose debitamente considerate, quante lagrime, quanti sospiri, e quanto dolore sarebbe da me stato lontano!
Ma qual cosa possono gl'innamorati dirittamente fare? Come gli émpiti vengono, così si muovono le nostre menti.
Gli amanti credono ogni cosa, però che amore è cosa sollecita e piena di paura.
Essi, per usanza continua, sempre s'adattano gli accidenti nocivi, e, molto disideranti, ogni cosa credono possibile ad essere contraria a' loro disii, e alle seconde prestano lenta fede.
Ma io sono da essere scusata, però che io pregai sempre gl'iddii che me de' miei disii facessero mentitrice.
Ecco che le mie preghiere sono state udite: egli ancora non saprà queste cose; le quali se pure le sapesse, che altro se ne potrà per lui dire, se non "Ferventemente m'amava costei"? E gli dovrà essere caro sapere le mie angoscie, e li corsi pericoli, però che essi gli fieno verissimo argomento della mia fede.
E appena che io dubiti che egli ad altro fine sia dimorato cotanto, se non per provare se con forte animo, senza cambiarlo, lui ho potuto aspettare.
Ecco che fortemente l'ho aspettato: dunque di quinci, sentendo egli con quanta fatica e lagrime e pensieri atteso l'abbia, nascerà amore e non altro.
O Iddio, quando sarà che egli venuto mi vegga, e io lui? O Iddio che vedi tutte le cose, potrò io temperare l'ardente mio disio d'abbracciarlo in presenza d'ogni uomo, come io primieramente il vedrò? Certo appena che io il creda.
O Iddio, quando sarà che io, nelle mie braccia tenendolo stretto, gli renda li baci, i quali egli nel suo partire diede al mio tramortito viso senza riaverli? Certo l'agurio preso da me del non potergli dire addio è stato vero, e bene m'hanno in quello gl'iddii mostrata la sua futura tornata.
O Iddio, quando sarà che io le mie lagrime e le mie angoscie gli possa dire, e ascoltare le cagioni della sua lunga dimoranza? Vivrò io tanto? Appena che io il creda.
Deh, venga tosto quel giorno, però che la morte, molto da me per addietro non solamente chiamata, ma cercata, ora mi spaventa: la quale, se possibile è che alcuno priego alle sue orecchie pervenga, la priego che, da me lontanandosi, col mio Panfilo li miei giovini anni in allegrezza lasci trascorrere.
Io era sollecita che niuno giorno passasse che io della tornata di Panfilo non sentissi vera novella, e più volte la cara balia sollecitai a ritrovare il giovine nunziatore della lieta novella, acciò che con più fermezza si facesse accertare di ciò che detto m'avea, ed ella il fece non una volta sola, ma molte, e tuttavia secondo li procedenti tempi più prossimana tornata mi nunziava.
Io non solamente il tempo promesso aspettava, ma precorrendo innanzi, imaginava possibile lui essere venuto, e infinite volte il giorno, ora alle mie finestre, ora alla porta correva, in giù e in su riguardando per la lunga via, se io lui venire vedessi; né per quella di lontano vedeva alcuno uomo venire, che io non imaginassi possibile essere esso, e quello con disiderio aspettava infino a tanto che, fattomisi vicino, lui conosceva non essere desso; di che alquanto meco rimanendo confusa, agli altri, se alcuno ne veniva, attendeva, e ora questo e ora quello trapassando mi tenevano sospesa; e se forse io richiamata dentro in casa, o per altra cagione, da me v'andava, come da infiniti cani fossi nell'anima addentata mi stimolavano centomilia pensieri dicendo: "Deh! forse passa egli testé, o è passato mentre che tu a riguardare non se' stata: ritorna".
E così ritornava, e poi mi levava, e da capo mi ritornava a vedere, poco altro tempo mettendo in mezzo che ad andare dalla finestra alla porta, e dalla porta alla finestra.
Oh misera me! quanta fatica per quello che mai avvenire non doveva, d'ora in ora aspettando, sostenni!
Ma poi che venne il giorno stato detto alla mia balia che egli dovea venire, il quale essa più volte m'avea predetto, non altramente che Almena alla fama del suo venturo Anfitrione m'adornai, e con maestrissima mano niuna parte in me lasciai senza bellezza nell'essere suo; e appena mi pote' ritenere d'andare a' marini liti, acciò che io lui più tosto potessi vedere, nunziandosi fermamente quelle galee giugnere sopra le quali la mia balia era stata accertata lui dovere venire; ma meco pensando: "La prima cosa la quale egli farà sarà ch'egli mi verrà a vedere", per questo adunque raffrenai il caldo disio.
Ma egli, sì come io imaginava, non veniva: ond'io oltremodo mi cominciai a maravigliare, e nel mezzo dell'allegrezza mi sursero nella mente varie dubitazioni, le quali non leggiermente furono vinte da' lieti pensieri.
Rimandai adunque dopo alquanto la vecchia a sapere che di lui fosse, e se venuto fosse o no; la quale andatavi, per quel che a me paresse più pigramente che mai, per la qual cosa io più volte maladissi la sua tarda vecchiezza.
Ma dopo alquanto spazio ella a me ritornò con tristo viso e lento passo.
Ohimè! che quando io la vidi, appena vita rimase nel tristo petto, e sùbito pensai non morto nel cammino, o infermo venuto fosse l'amante.
Il mio viso mutò mille colori in un punto, e fattami incontro alla pigra vecchia dissi:
"Di' tosto: che novelle rechi tu? Vive l'amante mio?
Ella non mutò il passo né rispose alcuna cosa, ma postasi nella prima giunta a sedere, mi riguardava nel viso; ma io già tutta come novella fronda agitata dal vento tremava, e appena le lagrime ritenente, messemi le mani nel petto, dissi:
"Se tu non di' tosto che vuole significare il tristo viso che porti, niuna parte de' nostri vestimenti rimarrà salda.
Quale cagione ti tiene tacita, se non rea? Non la celare più, manifestala, mentre che io spero peggio.
Vive il nostro Panfilo?
Ella, stimolata dalle mie parole, con voce sommessa, mirando la terra disse:
"Vive.
"Dunque" diss'io allora "perché non di' tosto quale accidente l'occupi? Perché sospesa mi tieni in mille mali? E` egli d'infermità occupato? O quale accidente il ritiene che egli a vedermi della galea smontato non viene?
Ed ella disse:
"Non so se infermità o altro accidente l'occupa.
"Dunque" diss'io "non l'hai tu veduto, o forse non è venuto?
Ella allora disse:
"Veramente l'ho io veduto, ed è venuto, ma non quello che noi attendevamo.
Allora diss'io:
"E chi t'ha fatta certa che quegli che è venuto non sia desso? Vedestil tu altra volta, o ora con occhio chiaro il rimirasti?
"Veramente" disse ella "io nol vidi altra volta costui, che io sappia; ma ora, a lui venuta, da quello giovine menata che della sua tornata m'aveva prima parlato, dicendogli egli che io più volte di lui avea dimandato, mi dimandò che dimandassi; al quale io risposi la sua salute; e dimandatolo io come il vecchio padre stesse, e in che stato l'altre cose sue fossero, e quale era stata la cagione di sì lunga dimora dopo la sua partita, rispose sé padre mai non avere conosciuto, però che postumo era, e che le sue cose, degl'iddii grazia, tutte prosperamente stavano, e che mai più quivi non era dimorato e ora intendeva di dimorarci poco.
Queste cose mi fecero maravigliare, e dubitando non fossi gabbata, dimandai del suo nome, il quale egli semplicemente mi disse; il quale io non udii prima, che da somiglianza di nome me con teco conobbi ingannata.
Udite io queste cose, il lume fuggì agli occhi miei e ogni spirito sensitivo per paura di morte se n'andò via, e appena, sopra le scale cadendo là dove io era, tanta forza rimase in tutto il corpo che mi bastasse a dire "Ohimè!".
La misera vecchia piagnendo, e l'altre servigiali della casa chiamate, me per morta nella trista camera sopra il mio letto portarono, e quivi con acque fredde rivocando gli smarriti spiriti, per lungo spazio credendo e non credendo me viva guardarono; ma poi che le perdute forze tornarono, dopo molte lagrime e sospiri, un'altra volta dimandai la dolente balia se così era come avea detto.
E oltre a ciò, ricordandomi quanto cauto essere solesse Panfilo, dubitando non egli si celasse dalla balia, con la quale mai non aveva parlato, aggiunsi che le fattezze di quel Panfilo, col quale ella era stata in ragionamento, mi dichiarasse.
Ed essa primieramente con saramento affermandomi così essere come detto aveva, ordinatamente e la statura e le fattezze de' membri, e massimamente quelle del viso e l'abito di colui mi dimostrò; li quali intera fede mi fecero così essere come la vecchia diceva.
Per che, cacciata d'ogni speranza, rientrai ne' primi guai, e levata, quasi furiosa, le liete robe mi trassi, e li cari ornamenti riposi, e gli ordinati capelli con inimica mano trassi dell'ordine loro, e senza niuno conforto a piagnere cominciai duramente, e con amare parole biasimare la fallita speranza e li non veri pensieri avuti dell'iniquo amante, e in brieve tutta nelle prime miserie tornai, e troppo più fervente disio di morte ebbi che prima; né da quella sarei fuggita, come già feci, se non che la speranza del futuro viaggio da ciò con forza non piccola mi ritenne.
Capitolo VIII.
Nel quale Madonna Fiammetta le pene sue con quelle di molte antiche donne commensurando, le sue maggiori che alcune altre essere dimostra, e poi finalmente a' suoi lamenti conchiude.
Sono adunque, o pietosissime donne, rimasa in cotale via, qual voi potete nelle cose udite presumere; e tanto opera più verso me che l'usato il mio ingrato signore, che quanto più vede la speranza da me fuggire, tanto più con disiderii soffiando nelle sue fiamme, le fa maggiori; le quali come crescono, così le mie tribulazioni s'aumentano; ed esse mai da unguento debito non essendo allenite, più ognora inaspriscono e, più aspre, più affliggono la trista mente.
Né dubito che ad esse secondo il loro còrso seguendo, che già esse alla mia morte da me tanto per addietro disiderata con dicevole modo avessero aperta la via; ma avendo io ferma speranza posta di dovere, come già dissi, nel futuro viaggio rivedere colui che di ciò m'è cagione, non di mitigarle m'ingegno, ma piuttosto di sostenerle.
Alla qual cosa fare solo un modo possibile ho trovato intra gli altri, il quale è le mie pene con quelle di coloro che sono dolorosi passati commensurare, e in ciò mi seguitano due acconci: l'uno è che sola nelle miserie non mi veggio né prima, come già confortandomi la mia nutrice mi disse; l'altro è che, secondo il mio giudicio, compensata ogni cosa degli altrui affanni, li miei ogni altri trapassare di gran lunga dilibero; il che a non piccola gloria mi reco, potendo dire che io sola sia colei, che viva abbia sostenute più crudeli pene che alcuna altra.
E con questa gloria, fuggita sì come somma miseria da ognuno e da me, se io potessi, al presente in cotale guisa quale udirete il tempo malinconosa trapasso.
Dico adunque che ne' miei dolori affannata gli altrui ricercando, primieramente gli amori della figliuola d'Inaco, la quale io morbida e vezzosa donzella primieramente figuro, quindi la sua felicità, sentendosi amata da Giove, con meco penso: la qual cosa ad ogni donna per sommo bene senza dubbio dovria essere assai; quindi lei trasmutata in vacca e guardata da Argo ad instanzia di Giunone rimirandola, in grandissima ansietà oltremodo essere la credo.
E certo io giudico li suoi dolori li miei in molto avanzare, se ella non avesse avuto continuamente a sua protezione l'amante iddio.
E chi dubita, se io il mio amante avessi aiutatore ne' danni miei, o pure di me pietoso, che pena niuna mi fosse grave? Oltre a ciò il fine di costei fa le sue passate fatiche levissime, però che, morto Argo, con grave corpo leggierissimamente trasportata in Egitto, e, quivi in propria forma tornata e maritata ad Osiri, felicissima reina si vide.
Certo se io potessi sperare pure nella mia vecchiezza rivedere mio il mio Panfilo, io direi le mie pene non essere da mescolare con quelle di questa donna; ma solo Iddio il sa se essere dee, come che io con isperanza falsa me stessa di ciò inganni.
Appresso costei, mi si para davanti l'amor della sventurata Biblìs, la quale ogni suo bene mi pare vederli lasciare, e seguitare il non pieghevole Cauno.
E con questa insieme considero la scelerata Mirra, la quale, dopo li suoi mal goduti amori, fuggendo la morte dall'adirato padre minacciatale, in quella, misera, incappò.
Veggio ancora la dolorosa Canace, a cui, dopo il miserabile parto mal conceputo, niuna altra cosa che 'l morir fu conceduto; e meco stessa pensando bene all'angoscia di ciascheduna, senza niuno dubbio grandissima la discerno, avvegna che abominevoli fossero li loro amori.
Ma se bene considero, io le veggo finite, o per finire in corto spazio, però che Mirra nell'albero del suo nome, avendo gl'iddii secondi al suo disio, senza alcuno indugio fuggendo, fu permutata, né più (posto che egli sempre lagrimi, sì come ella, allora che mutò forma, faceva) alcuna delle sue pene sente; e così come la cagione da dolersi le venne, così quella le giunse che le tolse la doglia.
Biblìs similmente, secondo che alcuno dice, col capestro le terminò senza indugio, avvegna che altri tenga che ella, per beneficio delle ninfe pietose de' suoi danni, in fonte, ancora il suo nome servante, si convertisse; e questo avvenne, come conobbe a sé da Cauno negato del tutto il suo piacere.
Che dunque dirò, mostrando la mia pena molto maggiore che quella di queste donne, se non che la brevità della loro è dalla mia molto lunga avanzata?
Considerate adunque costoro, mi viene la pietà dello sfortunato Piramo e della sua Tisbe, a' quali io porto non poca compassione, imaginandoli giovinetti, e con affanno lungamente avere amato, ed essendo per congiugnere i loro disii, perdere se medesimi.
Oh, quanto è da credere che con amara doglia fosse il giovinetto trafitto nella tacita notte, sopra la chiara fontana appiè del gelso trovando li vestimenti della sua Tisbe laniati da salvatica fiera e sanguinosi, per li quali segnali egli meritamente lei divorata comprese! Certo l'uccidere se medesimo il dimostra.
Poi, in me rivolgendo i pensieri della misera Tisbe guardante davanti da sé il suo amante pieno di sangue, e ancora con poca vita palpitante, quelli e le sue lagrime sento, e sì le conosco cocenti, che appena altre più che quelle, fuori che le mie, mi si lascia credere che cuocano, però che questi due, sì come li già detti, nel cominciare de' loro dolori quelli terminarono.
Oh, felici anime le loro, se così nell'altro mondo s'ama come in questo! Niuna pena di quello si potrà adeguare al diletto della loro etterna compagnia.
Vienmi poi innanzi, con molta più forza che alcuno altro, il dolore dell'abandonata Dido, però che più al mio simigliante il conosco quasi che altro alcuno.
Io imagino lei edificante Cartagine, e con somma pompa dare leggi nel tempio di Giunone a' suoi popoli, e quivi benignamente ricevere il forestiere Enea naufrago, ed essere presa della sua forma, e sé e le sue cose rimettere nell'arbitrio del troiano duca; il quale, avendo le reali delizie usate al suo piacere, e lei di giorno in giorno più accesa del suo amore, abandonatala si diparte.
Oh quanto senza comparazione mi si mostra miserevole, mirando lei riguardante il mare pieno di legni del fuggente amante! Ma ultimamente, più impaziente che dolorosa la tengo, considerando alla sua morte.
E certo io nel primo partire di Panfilo sentii per mio avviso quel medesimo dolore, che nella partita di Enea; così avessero allora gl'iddii voluto che io poco sofferente mi fossi subitamente uccisa! Almeno, sì come lei, sarei stata fuori delle mie pene, le quali poi continuamente sono diventate maggiori.
Oltre a questi pensieri miserabili mi si para davanti la tristizia della dolente Ero di Sesto, e vedere la mi pare discesa dell'alta torre sopra li marini liti, ne' quali essa era usata di ricevere il faticato Leandro nelle sue braccia, e quivi con gravissimo pianto la mi pare vedere riguardare il morto amante sospinto da uno dalfino, ignudo giacere sopra la rena, e poi essa con li suoi vestimenti asciugare il morto viso della salata acqua, e bagnarlo di molte lagrime.
Ahi! con quanta compassione mi strigne costei nel pensiero! In verità con molta più che nessuna delle donne ancora dette, tanto che talvolta fu che, obliati li miei dolori, de' suoi lagrimai.
E ultimamente alla sua consolazione modo alcuno io non conosco, se non de' due l'uno: o morire, o lui, sì come gli altri morti si fanno, dimenticare.
Qualunque di questi si prende, è il dolore finire; niuna cosa perduta, la quale di riavere non si possa sperare, può lungamente dolere.
Ma cessi Iddio, però, che questo avvenga a me; il che se pure avvenisse, niuno consiglio se non la morte ci piglierei.
Ma mentre che il mio Panfilo vive, la cui vita lunghissima facciano gl'iddii come egli stesso disia, non mi puote quello avvenire, però che, veggendo le mondane cose in continuo moto, sempre mi si lascia credere che egli alcuna volta debba ritornare mio, sì come egli fu altra fiata; ma questa speranza non venendo ad effetto, gravissima fa la mia vita continuamente, e però me di maggior doglia gravata tengo.
Ricordami alcuna volta avere letti li franceschi romanzi, a' quali se fede alcuna si puote attribuire, Tristano e Isotta oltre ad ogni altro amante essersi amati, e con diletto mescolato a molte avversità avere la loro età più giovine essercitata dobbiamo credere; li quali, però che molto amandosi insieme vennero ad un fine, non pare che si creda che senza grandissima doglia e dell'uno e dell'altro li mondani diletti abandonassero: il che agevolmente si può concedere, se essi con credenza si partirono del mondo, che altrove questi diletti non si potessero avere; ma se questa oppinione ebbero d'essere altrove, come di qua erano, piuttosto a loro nel loro morire letizia si dee credere che tristizia la ricevuta morte, la quale, benché da molti sia fierissima e dura tenuta, non credo che sia così.
E che certezza di doglia puote uno rendere, testimoniando cosa che egli non provò mai? Certo niuna.
Nelle braccia di Tristano era la morte di sé e della sua donna: se quando strinse gli fosse doluto, egli avrebbe aperte le braccia, e saria cessato il dolore.
E oltre a ciò, diciamo pure che gravissima sia ragionevolmente: che gravezza diremo noi che possa essere in cosa che non avvenga se non una volta, e quella occupi pochissimo spazio di tempo? Certo niuna.
Finirono adunque Isotta e Tristano ad un'ora li diletti e le doglie, ma a me molto tempo in doglia incomparabile è sopra gli avuti diletti avanzato.
Aggiugne ancora il mio pensiero al numero delle predette la misera Fedra, la quale, col suo mal consigliato furore, fu cagione di crudelissima morte a colui il quale ella più che se medesima amava.
E certo io non so quello che a lei si seguì di cotale fallo, ma certa sono, se a me mai avvenisse, niuna altra cosa che rapinosa morte il purgherebbe; ma se essa pure in vita si sostenne così come già dissi, agevolmente il mise in oblio, come mettere si sogliono le cose morte.
E oltre a ciò con costei accompagno la doglia che sentì Laudomia, e quella di Deifile e d'Argìa e di Evannes e di Deianira e d'altre molte, le quali o da morte o da necessaria dimenticanza furono racconsolate.
E che può cuocere il fuoco, o il caldo ferro, o li fonduti metalli a chi dentro subitamente vi tuffa il dito, e sùbito fuori nel trae? Senza dubbio credo che molto, ma nulla è a rispetto di chi per lungo spazio vi sta dentro con tutto il corpo; il che a quante ne ho di sopra in pene discritte, si può dire il simigliante essere incontrato nelle loro doglie, là dove io in esse sono stata e sto continuamente.
Sono state le predette noie amorose; ma, oltre a queste, lagrime non meno triste mi si parano davanti, mosse da miserabili e inoppinati assalti della fortuna, se quello è vero che egli sia generazione di sommo infortunio l'essere stato felice.
E queste sono quelle di Giocasta, d'Ecuba, di Sofonisba, di Cornelia e di Cleopatras.
Oh quanta miseria, bene investigando di Giocasta gli avvenimenti, vedremo noi avvenuta tutta a lei pertinente ne' giorni suoi, possibile a turbare ogni forte animo! Ella, giovine maritata a Laio re tebano, il primo suo parto convenne che alle fiere mandasse a divorare, credendo per quello il misero padre fuggire quello che li cieli con còrso infallibile gli apprestavano.
Oh chente dolore dobbiamo pensare che questo fosse, e maggiore pensando il grado di colei che mandava! Ella poi da' portanti il tristo figliuolo certificata di ciò che fatto aveano, lui reputando morto, dopo certo tempo da colui medesimo cui ella avea partorito le fu il marito miseramente ucciso, e del non conosciuto figliuolo divenne sposa, e generògli quattro figliuoli; e così madre e moglie ad un'ora del patricida si vide, e 'l riconobbe poi che egli, del regno e degli occhi privatosi insiememente, la sua colpa fece palese.
Chente l'animo di lei già d'anni piena allora fosse, essendo più di riposo vaga che di angoscia? Pensare si può che fosse dolorosissimo; ma la sua fortuna, ancora non perdonante, più guai aggiunse alla sua miseria.
Ella vide con patti tra' due figliuoli del regnare diviso il tempo, poi al non servante fratello nella città rinchiuso vide dintorno gran parte di Grecia sotto sette re, e ultimamente l'uno l'altro de' due figliuoli, dopo molte battaglie e incendii, vide uccidere, e sotto altro reggimento, scacciato il marito figliuolo, vide cadere le mura antiche della sua terra edificate al suono della cetara d'Anfione, e perire il regno suo; e impiccatasi, in forse lasciò le figliuole di vituperevole vita.
Che poterono più gl'iddii, il mondo e la fortuna contro a costei? Certo nulla mi pare: cerchisi tutto lo 'nferno, appena che in esso tanta miseria si trovi.
Ogni parte d'angoscia provò, e così di colpa.
Niuna sarebbe che giudicasse la mia potere a questa aggiugnere; e certo io direi che così fosse se ella non fosse amorosa.
Chi dubita che costei, sé e la sua casa e il marito degni dell'ira degl'iddii conoscendo, non reputasse li suoi accidenti degni? Certo niuno che lei senta discreta.
Se ella fu pazza, vie meno li suoi danni conobbe, li quali non conoscendo, non le dolevano.
E chi sé degno conosce del male che egli sostiene, senza noia, o con poca, il comporta.
Ma io mai non commisi cosa onde giustamente verso me si potessero o dovessero turbare gl'iddii: continuamente gli ho onorati, e con vittime sempre la loro grazia ho cercata, né sono di quelli stata dispregiatrice, come già furono li Tebani.
Bene potrebbe forse dire alcuna: "Come di' tu non avere meritata ogni pena né mai avere fallito? Or non hai tu rotte le sante leggi e con adultero giovine violato il matrimoniale letto?" Certo sì.
Ma, se bene si guarderà, questo fallo solo è in me, il quale però non merita queste pene, ché pensare si dee me tenera giovine non potere resistere a quello che gl'iddii e li robusti uomini non poterono.
E in questo io non sono prima, né sarò ultima, né sono sola, anzi quasi tutte quelle del mondo ho in compagnia, e le leggi contro alle quali io ho commesso, sogliono perdonare alla multitudine.
Similmente la mia colpa è occultissima, la qual cosa gran parte dee della vendetta sottrarre.
E oltre a tutto questo, posto che gl'iddii pure debitamente contro a me crucciati fossero, e vendetta del mio fallo cercassero, non saria da commettere il pigliar la vendetta a colui che del peccato m'è stato cagione.
Io non so chi mi condusse a rompere le sante leggi, o Amore o la forma di Panfilo: qualunque si fosse, l'uno e l'altro avea maggiori forze a tormentarmi aspramente, sì che già questo non m'avvenne per lo fallo commesso, anzi è un dolore nuovo e diviso dagli altri, più aspramente che alcuno tormentante il suo sostenitore; il quale ancora se per lo peccato commesso mel dessero gl'iddii, essi fariano contro al loro diritto giudicio e usato costume, ché essi non compenserieno col peccato la pena; la quale, se a' peccati di Giocasta si mira e alla pena data, e al mio e alla pena che io soffero si guarda, ella poco punita, e io di soperchio sarò conosciuta.
Né a questo s'appicchi alcuna, dicendo a lei privato il regno, i figliuoli e il marito, e ultimamente la propria persona essere stato, e a me solamente l'amante.
Certo io il confesso; ma la fortuna con questo amante trasse ogni felicità, e ciò che forse alla vista degli uomini m'è felice rimaso, è il contrario, però che il marito, le ricchezze, li parenti e l'altre cose tutte mi sono gravissimo peso, e contrarie al mio disio; le quali se come l'amante mi tolse m'avesse tolte, a fornire il mio disio mi rimaneva apertissima via, la quale io avrei usata; e se fornire non l'avessi potuta, mille generazioni di morte m'erano presenti a potere usare per termine de' miei guai.
Dunque più gravi le pene mie che alcuna delle predette meritamente giudico.
Ecuba appresso vegnente nella mia mente, oltre modo mi pare dolorosa, la quale sola rimase a vedere le dolenti reliquie scampate di sì gran regno, di sì mirabile città, di sì fatto marito, di tanti figliuoli, di tante figliuole e così belle, di tante nuore, di tanti nipoti e di così grande ricchezza, di tanta eccellenza, di tanti tagliati re, di così crudeli opere, e dello sperso popolo troiano, de' caduti templi, de' fuggiti iddii, vecchia mirandole; e nella memoria riducendo chi fosse il potente Ettore, chi Troiolo, chi Deifebo e chi Polidoro, chi gli altri e come miseramente tutti li vedesse morire; tornandosi a mente il sangue del suo marito, poco avanti reverendo e da temere da tutto il mondo, spandere nel tristo grembo, e l'avere veduta Troia d'altissimi palagi e di nobile popolo piena, accesa di greco fuoco e abbattuta tutta; e oltre a ciò il misero sacrificio fatto da Pirro della sua Pulissena, con quanta tristizia si dee pensare che il riguardasse? Certo con molta.
Ma brieve fu la sua doglia; ché la debole e vecchia mente, non potendo ciò sostenere, in lei smarritasi, la rendé pazza, sì come il suo latrare per li campi fe' manifesto.
Ma io con più ferma e più sostenente memoria che non mi bisogna, a mio danno, continuo rimango nel tristo senno, e più discerno le cagioni da dolermi; per che, più lungamente perseverando in male, come io fo, estimo quello, quantunque leggiero sia, da parere molto più grave, sì come più volte ho già detto, che il gravissimo il quale in brieve tempo si finisce e termina.
Sofonisba, mescolata tra l'avversità del vedovatico e le letizie delle nozze, in un medesimo momento di tempo dolente e lieta, prigione e sposa, spogliata del regno e rivestitane, e ultimamente in queste medesime brievi permutazioni bevente il veleno, piena di noiosa angoscia m'apparisce.
Videsi costei reina altissima dei Numidi; quindi, andando avversamente le cose de' suoi parenti, vide preso Siface suo marito, e prigione divenire di Massinissa re, e ad un'ora caduta del regno, e prigione del nemico nel mezzo dell'armi, facendolasi Massinissa moglie, in quello restituita.
Oh, con quanto sdegno d'animo si dee credere che ella queste mutabili cose mirasse, né sicura dalla volubile fortuna, con tristo cuore celebrasse le nuove nozze! Il che il suo ardito finire assai chiaro dimostra; però che non essendo dopo le sue sponsalizie ancora uno dì naturale valicato, appena credendosi ella rimanere nel reggimento e seco di ciò combattente, non accostandosi ancora al suo animo il nuovo amore di Massinissa, come l'antico di Siface, ricevette dal servo, mandato dal nuovo sposo, con ardita mano lo stemperato veleno, e quello, premesse sdegnose parole, senza paura bevve, poco appresso rendendo lo spirito.
Oh, quanto amara si puote immaginare che stata saria la vita di costei, se spazio avesse avuto di pensare! La quale però tra le poco dolenti è da porre, considerando che la morte quasi prevenne alla sua tristizia, dove ella a me ha prestato tempo lunghissimo, e presta oltre a mia voglia, e presterà, per farla maggiore.
Dietro a questa, così piena di tristizia come fu, mi si para Cornelia, la quale la fortuna avea tanto levata in alto, che prima di Crasso, e poi moglie del magno Pompeo, il cui valore quasi sommo principato in Roma avea acquistato, si vide; la quale prima di Roma, poi di tutta Italia quasi in fuga, rivolgendo la fortuna le cose, col marito da Cesare seguitato miseramente uscì, e dopo molti casi in Lesbo lasciata da lui, quivi lui medesimo sconfitto in Tessaglia, e le sue forze dal suo avversario abbattute, ricevette.
E oltre a tutto questo, lui ancora con isperanza di rintegrare la sua potenza nel conquistato Oriente, il mare solcando, ne' regni d'Egitto arrivato, da lui medesimo conceduti al giovine re, seguitò, e quivi il suo busto senza capo infestato dalle marine onde vide.
Le quali cose ciascuna per sé, e tutte insieme, dobbiamo pensare che senza comparazione afflissero l'anima sua; ma li sani consigli dell'Uticense Catone, e la perduta speranza di più riaver Pompeo, lei in piccolo tempo di molto poco renderono dogliosa, là dove io, vanamente sperando, né da me potendo questa speranza cacciare, senza alcuno consiglio o conforto, fuor che della vecchia mia balia consapevole de' miei mali, nella quale io conosco più fede che senno, perché spesso credendomi dare alle mie pene rimedio, m'accresce doglia, dimoro piagnendo.
Sono ancora molti che crederebbero Cleopatras reina d'Egitto pena intollerabile e oltre alla mia assai maggiore avere sofferta, però che prima veggendosi col fratello insieme regnante e di ricchezza abondante, e da questo in prigione messa, senza modo si crede dolente; ma questo dolore futura speranza di quel che avvenne l'aiutò agevolmente a portare.
Ma poi di prigione uscita e divenuta di Cesare amica, e da lui poi abandonata, sono chi pensano ciò da lei con gravissimo affanno essere passato, non riguardando essere corta noia d'amore in colui, o in colei, il quale a diletto si può tòrre ad uno e darsi ad uno altro, come essa mostrò spesse volte di potere.
Ma cessi Iddio che in me mai tale consolazione possa avvenire! Egli non fu né fia giammai, da colui in fuori di cui io ragionevolmente esser dovrei, chi potesse dire, o possa, che io mai fossi sua, o sia, se non Panfilo; e sua vivo e viverò; né spero che mai alcuno altro amore abbia forza di potermi il suo spegnere della mente.
Oltre a ciò, se ella di Cesare rimase sconsolata nel suo partire, sarebbero, chi non sapesse il vero, di quelli che crederebbero ciò esserle doluto; ma egli non fu così; ché, se essa del suo partire si doleva, d'altra parte con allegrezza avanzante ogni tristizia la racconsolava l'esserle rimaso di lui uno figliuolo e il restituito regno.
Questa letizia ha forza di vincere troppo maggiori doglie che non sono quelle di chi lentamente ama, come io già dissi che ella faceva.
Ma quello che per sua gravissima ed estrema doglia s'aggiugne, è l'essere stata moglie d'Antonio; il quale ella con le sue libidinose lusinghe avea a cittadine guerre incitato contro il fratello; quasi di quelle vittoria sperando, aspirava all'altezza del romano imperio, ma venutale di ciò ad un'ora doppia perdita, cioè quella del morto marito, e della spogliata speranza, lei dolorosissima oltre ad ogni altra femina essere rimasa si crede.
E certo, considerando sì alto intendimento venire meno per una disavventurata battaglia, quale è il dovere essere generale donna di tutto il circuito della terra, senza aggiugnervi il perdere così caro marito, è da credere essere dolorosissima cosa; ma ella a ciò trovò subitamente quella sola medicina che v'era a spegnere il suo dolore, cioè la morte; la quale ancora che rigida fosse, non si distese però in lungo spazio, però che in piccola ora possono per le poppe due serpenti trarre d'un corpo il sangue e la vita.
Oh quante volte io, non minore doglia sentendo di lei, posto che per minore cagione secondo il parere di molti, avrei volontieri fatto il simigliante se io fossi stata lasciata, o pure paura di futura infamia da ciò non m'avesse ritratta!
Con questa e con le predette m'occorrono la eccellenzia di Ciro da Tamiris morto nel sangue; il fuoco e l'acqua di Creso; li ricchi regni di Persio; la magnificenza di Pirro; la potenza di Dario; la crudeltà di Giugurta; la tirannia di Dionisio; l'altezza d'Agamennone, e altri molti.
Tutti da doglie simili alle predette o furono stimolati, o altrui lasciarono sconsolati; li quali similmente furono da sùbiti argomenti aiutati, né lungamente in quelle dimorando, sentirono intera la loro gravezza, come io faccio.
Mentre che io vado agli antichi danni in cotal guisa, quale avanti vedete, nella mia mente cercando per trovare lagrime o fatiche meritamente alle mie simiglianti, acciò che avendo compagni mi dolga meno, mi vengono innanzi quelle di Tieste e di Tereo, li quali amenduni furono misera sepultura de' loro figliuoli.
E senza dubbio io non conosco qual temperanza a' riluttanti figliuoli nelle interiora paterne per uscir fuori, abominando il luogo donde erano entrati, di ritornarvi, ancora dubitando i crudeli morsi, né avendo luogo per altra parte, li ritenne di loro aprire con li taglienti ferri.
Ma questi con ciò che poterono ad un'ora l'odio e il dolore sfogarono, e quasi ne' danni prendevano conforto, sentendo che senza colpa erano tenuti miseri da' loro popoli: quello che a me non avviene.
A me è portata compassione di ciò onde io non ho doglia niuna, né oso scoprire quello onde io mi doglio; la qual cosa se fare osassi, non dubito che, come agli altri dolenti è stato alcuno rimedio, che a me similmente non si trovasse.
Vengonmi ancora nella mente talvolta le pietose lagrime di Licurgo e della sua casa, meritamente avute del morto Archemoro, e con queste quelle della dolente Atalanta madre di Partenopeo morto ne' tebani campi; e sì proprie a me con li loro effetti s'accostano e sì mi si fanno conoscere, che appena più sapere le potrei, se io non le provassi, come già da me un'altra volta provate furono.
Dico che di tanta mestizia sono piene, che più non potrebbero, ma ciascune con tanta gloria sono in etterno ritratte, che quasi liete si potriano dire: quelle di Licurgo con le notabili essequie onorate da sette re e da infiniti giuochi fatti da loro, e quelle d'Atalanta dalla laudevole vita e morte vittoriosa del figliuolo.
A me non è niuna cosa che le mie lagrime bene impiegate faccia contente, però che se questo fosse, là dove io più che alcuna mi chiamo dogliosa, e sono, forse al contrario affermare m'accosterei.
Mostranmisi ancora le lunghe fatiche d'Ulisse, e li mortali pericoli, e gli strabocchevoli fatti essere a lui non senza gravissime angoscie d'animo intervenute; ma in me ripetute più volte, le mie fanno più gravi estimare; e udite perché.
Egli prima e principalmente, uomo, dunque di natura più forte a sostenere di me tenera giovine; egli robusto e fiero, sempre negli affanni e ne' pericoli usato, quasi naturato fra loro, allora che egli faticava gli pareva avere sommo riposo; ma io nella mia camera tra le morbide cose dilicata e usa di trastullarmi col lascivo amore, ogni piccola pena m'è grave molto; egli da Nettuno stimolato e in varie parti portato, e da Eolo similmente le sue fatiche ricevette; ma io sono infestata dal sollecito Amore, da signore il quale già molestò e vinse coloro che infestarono Ulisse; e se a lui erano imminenti li mortali pericoli, egli li andava cercando; e chi si può ramaricare, se egli trova quello che cerca? Ma io misera volontieri viverei quieta, se io potessi; e quelli fuggirei, se ad essi non fossi sospinta.
Oltre a ciò, egli non temeva la morte, e però sicuramente si metteva nelle sue forze, ma io la temo, e da doglia sforzata, alcuna volta non senza speranza di grave doglia corsi verso lei.
Egli ancora della sua fatica e pericoli sperava etterna gloria e fama, ma io delle mie vituperio temo e infamia, se avvenisse che si scoprissero.
Sì che già non avanzano le sue le mie, anzi sono dalle mie molto le sue avanzate; e in tanto più, in quanto di lui molto più che non fu se ne scrive, ma le mie sono molto più che io non posso contare.
Dopo tutti questi, quasi da se medesimi riservati, come molto gravi mi si fanno sentire i guai d'Isifile, di Medea, d'Oenone e d'Adriana, le lagrime delle quali e i dolori assai con le mie simiglianti le giudico; però che ciascuna di queste, dal suo amante ingannata, così come io, sparse lagrime, gittò sospiri, e amarissime pene senza frutto sostenne; le quali, avvegna che, come è detto, sì come io si dolessero, pure ebbero termine con giusta vendetta le lagrime loro, la qual cosa ancora non hanno le mie.
Isifile avvegna che molto avesse onorato Giasone, e suo per debita legge se lo avesse obligato, veggendolsi da Medea tolto, come io posso, ragionevolmente si poté dolere; ma la provvidenza degl'iddii con occhio giusto guardante ad ogni cosa, se non a miei danni, le rendé gran parte della disiderata letizia, però che ella vide Medea, che Giasone le aveva tolto, da Giasone per Creusa abandonata.
Certo io non dico che la mia miseria finisse, se questo vedessi a colei avvenire che m'ha tolto il mio Panfilo, eccetto se io non fossi già colei che gliel togliessi, ma ben dico che gran parte mancherebbe di quella.
Medea similmente si rallegrò di vendetta, posto che essa così crudele divenisse contro di sé, come contro lo 'ngrato amante, uccidendo li comuni figliuoli in presenza di lui, ardendo li reali ostieri con la nuova donna.
Oenone ancora, lungamente dolutasi, alla fine sentì l'infedele e disleale amante avere sostenuta meritamente pena delle rotte leggi, e la sua terra per la mal mutata donna vide in fiamme consumarsi miseramente.
Ma certo io amo meglio li miei dolori che cotal vendetta del mio.
Adriana ancora, divenuta moglie di Bacco, vide dal cielo furiosa Fedra dell'amor del figliastro, la quale prima era stata consenziente al suo abandonamento nell'isola per divenire di Teseo.
Sì che, ogni cosa pensata, io sola tra le misere mi trovo ottenere il principato, e più non posso.
Ma se forse, o donne, li miei argomenti frivoli già tenete, e ciechi come da cieca amante li reputate, l'altrui lagrime più che le miei infelici estimando, quest'uno solo e ultimo a tutti gli altri dea supplimento: se chi porta invidia è più misero che colui a cui la porta, io sono di tutti li predetti de' loro accidenti, meno miseri che li miei reputandoli, invidiosa.
Ecco, adunque, o donne, che per gli antichi inganni della Fortuna io sono misera; e oltre a questo, essa, non altramente che come la lucerna vicina al suo spegnersi suole alcuna vampa piena di luce maggiore che l'usato gittare, ha fatto; però che, dandomi in apparenza alcuno rifrigerio, me poi nelle separate lagrime ritornante, ha miserissima fatta.
E acciò che io, proposta ogni altra comparazione, con una sola m'ingegni di farvi certe de' nuovi mali, v'affermo con quella gravità che le misere mie pari possono maggiore affermare, cotanto essere le mie pene al presente più gravi, che esse avanti la vana letizia fosero, quanto più le febbri sogliono, con egual caldo o freddo vegnendo, offendere li ricaduti inferni che le primiere.
E perciò che accumulazione di pene, ma non di nuove parole, vi potrei dare, essendo alquanto di voi diventata pietosa, per non darvi più tedio in più lunga dimoranza traendo le vostre lagrime, s'alcuna di voi forse leggendo n'ha sparte o spande, e per non ispendere il tempo, che me a lagrimare richiama, in più parole, di tacere omai dilibero, faccendovi manifesto non essere altra comparazione dal mio narrare verissimo a quello che io sento, che sia dal fuoco dipinto a quello che veramente arde.
Al quale io priego Iddio, che per li vostri prieghi, o per li miei, sopra quello salutevole acqua mandi, o con trista morte di me, o con lieta tornata di Panfilo.
Capitolo IX.
Nel quale Madonna Fiammetta parla al libro suo, imponendogli in che abito, e quando e a cui egli debba andare, e da cui guardarsi; e fa fine.
O piccolo mio libretto, tratto quasi della sepultura della tua donna, ecco, sì come a me piace, la tua fine è venuta con più sollecito piede che quella de' nostri danni; adunque, tale quale tu se' dalle mie mani scritto, e in più parti dalle mie lagrime offeso, dinanzi dalle innamorate donne ti presenta: esse, pietà guidandoti, sì come io fermissimamente spero, ti vedranno volontieri, se Amore non ha mutate leggi poi che noi misera divenimmo.
Né ti sia in questo abito così vile come io ti mando, vergogna d'andare a ciascheduna, quantunque ella sia grande, pure che essa te avere non ricusi.
A te non si richiede abito altramente fatto, posto che io pure dare tel volessi.
Tu dei essere contento di mostrarti simigliante al tempo mio, il quale, essendo infelicissimo, te di miseria veste, come fa me; e però non ti sia cura d'alcuno ornamento, sì come gli altri sogliono avere, cioè di nobili coverte di colori varii tinte e ornate, o di pulita tonditura, o di leggiadri minii, o di gran titoli; queste cose non si convengono a' gravi pianti, li quali tu porti; lascia e queste e li larghi spazii e li lieti inchiostri e l'impomiciate carte a' libri felici; a te si conviene d'andare rabbuffato con isparte chiome, e macchiato e di squallore pieno, là dove io ti mando, e co' miei infortunii negli animi di quelle che ti leggeranno destare la santa pietà.
La quale se avviene che per te di sé ne' bellissimi visi mostri segnali, incontanente di ciò rendi merito qual tu puoi.
E io né tu non siamo sì dalla fortuna avvallati, che essi non sieno grandissimi in noi da poter dare; né questi sono però altri, se non quelli li quali essa a niuno misero può tòrre, cioè essemplo di sé donare a quelli che sono felici, acciò che essi pongano modo a' loro beni, e fuggano di divenire simili a noi; il quale, sì come tu puoi, sì fatto dimostra di me, che, se savie sono, ne' loro amori savissime ad ovviare agli occulti inganni de' giovini diventino per paura de' nostri mali.
Va adunque: io non so qual passo si convenga a te piuttosto, o sollecito o quieto, né so quali partì prima da te sieno da essere cercate, né so come tu sarai né da cui ricevuto.
Così come la fortuna ti pigne, così procedi: il tuo corso non può essere guari ordinato.
A te occulta il nuvoloso tempo ogni stella, le quali se pure tutte paressero, niuno argomento t'ha l'impetuosa fortuna lasciato a tua salute; e perciò in qua e in là ributtato, come nave senza temone e senza vela dall'onde gittata, così t'abandona, e come li luoghi richieggiono, così usa varii li consigli.
Se tu forse alle mani d'alcuna pervieni, la quale sì felici usi li suoi amori che le nostre angoscie schernisca, e per folle forse riprendane, umile sostieni li gabbi fatti, li quali menomissima parte sono de' nostri mali, e a lei la fortuna essere mobile torna a mente, per la qual cosa noi lieta, e lei come noi potrebbe rendere in brieve, e risa e beffe per beffe le renderemmo.
E se tu alcuna troverai che, leggendoti, li suoi occhi asciutti non tenga, ma dolente e pietosa de' nostri mali con le sue lagrime multiplichi le tue macchie, quelle in te, sì come santissime, con le mie raccogli, e più pietoso e afflitto mostrandoti, umile priega che per me prieghi colui il quale che egli, forse da più degna bocca che la nostra pregato, e più ad altrui pieghevole che a noi, allevii le nostre angoscie.
E io, chiunque ella fia, priego da ora con quella voce che a' miseri più essaudevole è data, che ella mai a tali miserie non pervenga, e che sempre le sieno gl'iddii placabili e benigni, e li suoi amori secondo li suoi disii felici produca per lunghi tempi.
Ma se per avventura tra l'amorosa turba delle vaghe donne, delle mani d'una in altra cambiandoti, pervieni a quelle dell'inimica donna usurpatrice de' nostri beni, come di luogo iniquo fuggi incontanente, né parte di te non mostrare agli occhi ladri, acciò che ella la seconda volta, sentendo le nostre pene, non si rallegri d'averci nociuto.
Ma se pure avviene che essa per forza ti tenga, e pure ti voglia vedere, per modo ti mostra, che non risa, ma lagrime le vengano de' nostri danni, e a conscienza tornando, ci renda il nostro amante.
Oh quanto felice pietà sarebbe questa, e come fruttuosa la tua fatica!
Gli occhi degli uomini fuggi, da' quali se pure se' veduto di': "O generazione ingrata e detrattrice delle semplici donne, non si convengono a voi di vedere le cose pie".
Ma se a colui che è de' nostri mali radice pervieni, sgridalo dalla lunga e di': "O tu, più rigido che alcuna quercia, fuggi di qui, e noi con le tue mani non violare: la tua rotta fede è di tutto ciò che io porto cagione; ma se con umana mente leggere mi vuogli, forse riconoscendo il fallo commesso contro a colei, che, tornando tu ad essa, di perdonarti disidera, vedimi; ma se ciò fare non vuogli, non si conviene a te di vedere le lagrime che date hai, e specialmente se d'accrescerle dimori nel volere primo".
E se forse alcuna donna delle tue parole rozzamente composte si maraviglia, di' che quelle ne mandi via, però che li parlari ornati richieggiono gli animi chiari e li tempi sereni e tranquilli.
E però piuttosto dirai che prenda ammirazione come a quel poco che narri disordinato, bastò lo 'ntelletto e la mano, considerando che dall'una parte amore e dall'altra gelosia con varie trafitte in continua battaglia tengono il dolente animo, e in nebuloso tempo favoreggiandogli la contraria fortuna.
Tu puoi da ogni aguato andar sicuro, sì come io credo, però che nulla invidia te morderà con acuto dente; ma se pure più misero di te si trovasse, che no 'l credo, il quale quasi a te come a più beato di sé la portasse, làsciati mordere.
Io non so bene qual parte di te nuova offesa possa ricevere, sì per tutto dalle percosse della fortuna ti veggio essere lacerato.
Egli non ti può guari offendere, né farti d'alto tornare in basso luogo, sì è infimo quello ove dimori.
E posto ancora che non bastasse alla Fortuna d'averci con la superficie della terra congiunti, e ancora sotto quella cercasse di sotterrarci, sì siamo nell'avversità anticati, che con quelle spalle con le quali le maggiori cose abbiamo sostenute e sosteniamo, sosterremo le minori: e però entra dove ella vuole.
Vivi adunque: nullo ti può di questo privare; ed essemplo etterno a' felici e a' miseri dimora dell'angoscie della tua donna.
QUI FINISCE IL LIBRO
CHIAMATO ELEGIA DELLA NOBILE MADONNA
FIAMMETTA, MANDATO DA LEI A TUTTE
LE DONNE INNAMORATE.
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