ELEGIA DI MADONNA FIAMMETTA, di Giovanni Boccaccio - pagina 27
...
.
Che poterono più gl'iddii, il mondo e la fortuna contro a costei? Certo nulla mi pare: cerchisi tutto lo 'nferno, appena che in esso tanta miseria si trovi.
Ogni parte d'angoscia provò, e così di colpa.
Niuna sarebbe che giudicasse la mia potere a questa aggiugnere; e certo io direi che così fosse se ella non fosse amorosa.
Chi dubita che costei, sé e la sua casa e il marito degni dell'ira degl'iddii conoscendo, non reputasse li suoi accidenti degni? Certo niuno che lei senta discreta.
Se ella fu pazza, vie meno li suoi danni conobbe, li quali non conoscendo, non le dolevano.
E chi sé degno conosce del male che egli sostiene, senza noia, o con poca, il comporta.
Ma io mai non commisi cosa onde giustamente verso me si potessero o dovessero turbare gl'iddii: continuamente gli ho onorati, e con vittime sempre la loro grazia ho cercata, né sono di quelli stata dispregiatrice, come già furono li Tebani.
Bene potrebbe forse dire alcuna: "Come di' tu non avere meritata ogni pena né mai avere fallito? Or non hai tu rotte le sante leggi e con adultero giovine violato il matrimoniale letto?" Certo sì.
Ma, se bene si guarderà, questo fallo solo è in me, il quale però non merita queste pene, ché pensare si dee me tenera giovine non potere resistere a quello che gl'iddii e li robusti uomini non poterono.
E in questo io non sono prima, né sarò ultima, né sono sola, anzi quasi tutte quelle del mondo ho in compagnia, e le leggi contro alle quali io ho commesso, sogliono perdonare alla multitudine.
Similmente la mia colpa è occultissima, la qual cosa gran parte dee della vendetta sottrarre.
E oltre a tutto questo, posto che gl'iddii pure debitamente contro a me crucciati fossero, e vendetta del mio fallo cercassero, non saria da commettere il pigliar la vendetta a colui che del peccato m'è stato cagione.
Io non so chi mi condusse a rompere le sante leggi, o Amore o la forma di Panfilo: qualunque si fosse, l'uno e l'altro avea maggiori forze a tormentarmi aspramente, sì che già questo non m'avvenne per lo fallo commesso, anzi è un dolore nuovo e diviso dagli altri, più aspramente che alcuno tormentante il suo sostenitore; il quale ancora se per lo peccato commesso mel dessero gl'iddii, essi fariano contro al loro diritto giudicio e usato costume, ché essi non compenserieno col peccato la pena; la quale, se a' peccati di Giocasta si mira e alla pena data, e al mio e alla pena che io soffero si guarda, ella poco punita, e io di soperchio sarò conosciuta.
Né a questo s'appicchi alcuna, dicendo a lei privato il regno, i figliuoli e il marito, e ultimamente la propria persona essere stato, e a me solamente l'amante.
Certo io il confesso; ma la fortuna con questo amante trasse ogni felicità, e ciò che forse alla vista degli uomini m'è felice rimaso, è il contrario, però che il marito, le ricchezze, li parenti e l'altre cose tutte mi sono gravissimo peso, e contrarie al mio disio; le quali se come l'amante mi tolse m'avesse tolte, a fornire il mio disio mi rimaneva apertissima via, la quale io avrei usata; e se fornire non l'avessi potuta, mille generazioni di morte m'erano presenti a potere usare per termine de' miei guai.
Dunque più gravi le pene mie che alcuna delle predette meritamente giudico.
Ecuba appresso vegnente nella mia mente, oltre modo mi pare dolorosa, la quale sola rimase a vedere le dolenti reliquie scampate di sì gran regno, di sì mirabile città, di sì fatto marito, di tanti figliuoli, di tante figliuole e così belle, di tante nuore, di tanti nipoti e di così grande ricchezza, di tanta eccellenza, di tanti tagliati re, di così crudeli opere, e dello sperso popolo troiano, de' caduti templi, de' fuggiti iddii, vecchia mirandole; e nella memoria riducendo chi fosse il potente Ettore, chi Troiolo, chi Deifebo e chi Polidoro, chi gli altri e come miseramente tutti li vedesse morire; tornandosi a mente il sangue del suo marito, poco avanti reverendo e da temere da tutto il mondo, spandere nel tristo grembo, e l'avere veduta Troia d'altissimi palagi e di nobile popolo piena, accesa di greco fuoco e abbattuta tutta; e oltre a ciò il misero sacrificio fatto da Pirro della sua Pulissena, con quanta tristizia si dee pensare che il riguardasse? Certo con molta.
Ma brieve fu la sua doglia; ché la debole e vecchia mente, non potendo ciò sostenere, in lei smarritasi, la rendé pazza, sì come il suo latrare per li campi fe' manifesto.
Ma io con più ferma e più sostenente memoria che non mi bisogna, a mio danno, continuo rimango nel tristo senno, e più discerno le cagioni da dolermi; per che, più lungamente perseverando in male, come io fo, estimo quello, quantunque leggiero sia, da parere molto più grave, sì come più volte ho già detto, che il gravissimo il quale in brieve tempo si finisce e termina.
Sofonisba, mescolata tra l'avversità del vedovatico e le letizie delle nozze, in un medesimo momento di tempo dolente e lieta, prigione e sposa, spogliata del regno e rivestitane, e ultimamente in queste medesime brievi permutazioni bevente il veleno, piena di noiosa angoscia m'apparisce.
Videsi costei reina altissima dei Numidi; quindi, andando avversamente le cose de' suoi parenti, vide preso Siface suo marito, e prigione divenire di Massinissa re, e ad un'ora caduta del regno, e prigione del nemico nel mezzo dell'armi, facendolasi Massinissa moglie, in quello restituita.
Oh, con quanto sdegno d'animo si dee credere che ella queste mutabili cose mirasse, né sicura dalla volubile fortuna, con tristo cuore celebrasse le nuove nozze! Il che il suo ardito finire assai chiaro dimostra; però che non essendo dopo le sue sponsalizie ancora uno dì naturale valicato, appena credendosi ella rimanere nel reggimento e seco di ciò combattente, non accostandosi ancora al suo animo il nuovo amore di Massinissa, come l'antico di Siface, ricevette dal servo, mandato dal nuovo sposo, con ardita mano lo stemperato veleno, e quello, premesse sdegnose parole, senza paura bevve, poco appresso rendendo lo spirito.
Oh, quanto amara si puote immaginare che stata saria la vita di costei, se spazio avesse avuto di pensare! La quale però tra le poco dolenti è da porre, considerando che la morte quasi prevenne alla sua tristizia, dove ella a me ha prestato tempo lunghissimo, e presta oltre a mia voglia, e presterà, per farla maggiore.
Dietro a questa, così piena di tristizia come fu, mi si para Cornelia, la quale la fortuna avea tanto levata in alto, che prima di Crasso, e poi moglie del magno Pompeo, il cui valore quasi sommo principato in Roma avea acquistato, si vide; la quale prima di Roma, poi di tutta Italia quasi in fuga, rivolgendo la fortuna le cose, col marito da Cesare seguitato miseramente uscì, e dopo molti casi in Lesbo lasciata da lui, quivi lui medesimo sconfitto in Tessaglia, e le sue forze dal suo avversario abbattute, ricevette.
E oltre a tutto questo, lui ancora con isperanza di rintegrare la sua potenza nel conquistato Oriente, il mare solcando, ne' regni d'Egitto arrivato, da lui medesimo conceduti al giovine re, seguitò, e quivi il suo busto senza capo infestato dalle marine onde vide.
Le quali cose ciascuna per sé, e tutte insieme, dobbiamo pensare che senza comparazione afflissero l'anima sua; ma li sani consigli dell'Uticense Catone, e la perduta speranza di più riaver Pompeo, lei in piccolo tempo di molto poco renderono dogliosa, là dove io, vanamente sperando, né da me potendo questa speranza cacciare, senza alcuno consiglio o conforto, fuor che della vecchia mia balia consapevole de' miei mali, nella quale io conosco più fede che senno, perché spesso credendomi dare alle mie pene rimedio, m'accresce doglia, dimoro piagnendo.
Sono ancora molti che crederebbero Cleopatras reina d'Egitto pena intollerabile e oltre alla mia assai maggiore avere sofferta, però che prima veggendosi col fratello insieme regnante e di ricchezza abondante, e da questo in prigione messa, senza modo si crede dolente; ma questo dolore futura speranza di quel che avvenne l'aiutò agevolmente a portare.
Ma poi di prigione uscita e divenuta di Cesare amica, e da lui poi abandonata, sono chi pensano ciò da lei con gravissimo affanno essere passato, non riguardando essere corta noia d'amore in colui, o in colei, il quale a diletto si può tòrre ad uno e darsi ad uno altro, come essa mostrò spesse volte di potere.
Ma cessi Iddio che in me mai tale consolazione possa avvenire! Egli non fu né fia giammai, da colui in fuori di cui io ragionevolmente esser dovrei, chi potesse dire, o possa, che io mai fossi sua, o sia, se non Panfilo; e sua vivo e viverò; né spero che mai alcuno altro amore abbia forza di potermi il suo spegnere della mente.
Oltre a ciò, se ella di Cesare rimase sconsolata nel suo partire, sarebbero, chi non sapesse il vero, di quelli che crederebbero ciò esserle doluto; ma egli non fu così; ché, se essa del suo partire si doleva, d'altra parte con allegrezza avanzante ogni tristizia la racconsolava l'esserle rimaso di lui uno figliuolo e il restituito regno.
Questa letizia ha forza di vincere troppo maggiori doglie che non sono quelle di chi lentamente ama, come io già dissi che ella faceva.
Ma quello che per sua gravissima ed estrema doglia s'aggiugne, è l'essere stata moglie d'Antonio; il quale ella con le sue libidinose lusinghe avea a cittadine guerre incitato contro il fratello; quasi di quelle vittoria sperando, aspirava all'altezza del romano imperio, ma venutale di ciò ad un'ora doppia perdita, cioè quella del morto marito, e della spogliata speranza, lei dolorosissima oltre ad ogni altra femina essere rimasa si crede.
E certo, considerando sì alto intendimento venire meno per una disavventurata battaglia, quale è il dovere essere generale donna di tutto il circuito della terra, senza aggiugnervi il perdere così caro marito, è da credere essere dolorosissima cosa; ma ella a ciò trovò subitamente quella sola medicina che v'era a spegnere il suo dolore, cioè la morte; la quale ancora che rigida fosse, non si distese però in lungo spazio, però che in piccola ora possono per le poppe due serpenti trarre d'un corpo il sangue e la vita.
Oh quante volte io, non minore doglia sentendo di lei, posto che per minore cagione secondo il parere di molti, avrei volontieri fatto il simigliante se io fossi stata lasciata, o pure paura di futura infamia da ciò non m'avesse ritratta!
Con questa e con le predette m'occorrono la eccellenzia di Ciro da Tamiris morto nel sangue; il fuoco e l'acqua di Creso; li ricchi regni di Persio; la magnificenza di Pirro; la potenza di Dario; la crudeltà di Giugurta; la tirannia di Dionisio; l'altezza d'Agamennone, e altri molti.
Tutti da doglie simili alle predette o furono stimolati, o altrui lasciarono sconsolati; li quali similmente furono da sùbiti argomenti aiutati, né lungamente in quelle dimorando, sentirono intera la loro gravezza, come io faccio.
Mentre che io vado agli antichi danni in cotal guisa, quale avanti vedete, nella mia mente cercando per trovare lagrime o fatiche meritamente alle mie simiglianti, acciò che avendo compagni mi dolga meno, mi vengono innanzi quelle di Tieste e di Tereo, li quali amenduni furono misera sepultura de' loro figliuoli.
E senza dubbio io non conosco qual temperanza a' riluttanti figliuoli nelle interiora paterne per uscir fuori, abominando il luogo donde erano entrati, di ritornarvi, ancora dubitando i crudeli morsi, né avendo luogo per altra parte, li ritenne di loro aprire con li taglienti ferri.
Ma questi con ciò che poterono ad un'ora l'odio e il dolore sfogarono, e quasi ne' danni prendevano conforto, sentendo che senza colpa erano tenuti miseri da' loro popoli: quello che a me non avviene.
A me è portata compassione di ciò onde io non ho doglia niuna, né oso scoprire quello onde io mi doglio; la qual cosa se fare osassi, non dubito che, come agli altri dolenti è stato alcuno rimedio, che a me similmente non si trovasse.
Vengonmi ancora nella mente talvolta le pietose lagrime di Licurgo e della sua casa, meritamente avute del morto Archemoro, e con queste quelle della dolente Atalanta madre di Partenopeo morto ne' tebani campi; e sì proprie a me con li loro effetti s'accostano e sì mi si fanno conoscere, che appena più sapere le potrei, se io non le provassi, come già da me un'altra volta provate furono.
Dico che di tanta mestizia sono piene, che più non potrebbero, ma ciascune con tanta gloria sono in etterno ritratte, che quasi liete si potriano dire: quelle di Licurgo con le notabili essequie onorate da sette re e da infiniti giuochi fatti da loro, e quelle d'Atalanta dalla laudevole vita e morte vittoriosa del figliuolo.
A me non è niuna cosa che le mie lagrime bene impiegate faccia contente, però che se questo fosse, là dove io più che alcuna mi chiamo dogliosa, e sono, forse al contrario affermare m'accosterei.
Mostranmisi ancora le lunghe fatiche d'Ulisse, e li mortali pericoli, e gli strabocchevoli fatti essere a lui non senza gravissime angoscie d'animo intervenute; ma in me ripetute più volte, le mie fanno più gravi estimare; e udite perché.
Egli prima e principalmente, uomo, dunque di natura più forte a sostenere di me tenera giovine; egli robusto e fiero, sempre negli affanni e ne' pericoli usato, quasi naturato fra loro, allora che egli faticava gli pareva avere sommo riposo; ma io nella mia camera tra le morbide cose dilicata e usa di trastullarmi col lascivo amore, ogni piccola pena m'è grave molto; egli da Nettuno stimolato e in varie parti portato, e da Eolo similmente le sue fatiche ricevette; ma io sono infestata dal sollecito Amore, da signore il quale già molestò e vinse coloro che infestarono Ulisse; e se a lui erano imminenti li mortali pericoli, egli li andava cercando; e chi si può ramaricare, se egli trova quello che cerca? Ma io misera volontieri viverei quieta, se io potessi; e quelli fuggirei, se ad essi non fossi sospinta.
Oltre a ciò, egli non temeva la morte, e però sicuramente si metteva nelle sue forze, ma io la temo, e da doglia sforzata, alcuna volta non senza speranza di grave doglia corsi verso lei.
Egli ancora della sua fatica e pericoli sperava etterna gloria e fama, ma io delle mie vituperio temo e infamia, se avvenisse che si scoprissero.
Sì che già non avanzano le sue le mie, anzi sono dalle mie molto le sue avanzate; e in tanto più, in quanto di lui molto più che non fu se ne scrive, ma le mie sono molto più che io non posso contare.
Dopo tutti questi, quasi da se medesimi riservati, come molto gravi mi si fanno sentire i guai d'Isifile, di Medea, d'Oenone e d'Adriana, le lagrime delle quali e i dolori assai con le mie simiglianti le giudico; però che ciascuna di queste, dal suo amante ingannata, così come io, sparse lagrime, gittò sospiri, e amarissime pene senza frutto sostenne; le quali, avvegna che, come è detto, sì come io si dolessero, pure ebbero termine con giusta vendetta le lagrime loro, la qual cosa ancora non hanno le mie.
Isifile avvegna che molto avesse onorato Giasone, e suo per debita legge se lo avesse obligato, veggendolsi da Medea tolto, come io posso, ragionevolmente si poté dolere; ma la provvidenza degl'iddii con occhio giusto guardante ad ogni cosa, se non a miei danni, le rendé gran parte della disiderata letizia, però che ella vide Medea, che Giasone le aveva tolto, da Giasone per Creusa abandonata.
Certo io non dico che la mia miseria finisse, se questo vedessi a colei avvenire che m'ha tolto il mio Panfilo, eccetto se io non fossi già colei che gliel togliessi, ma ben dico che gran parte mancherebbe di quella.
Medea similmente si rallegrò di vendetta, posto che essa così crudele divenisse contro di sé, come contro lo 'ngrato amante, uccidendo li comuni figliuoli in presenza di lui, ardendo li reali ostieri con la nuova donna.
Oenone ancora, lungamente dolutasi, alla fine sentì l'infedele e disleale amante avere sostenuta meritamente pena delle rotte leggi, e la sua terra per la mal mutata donna vide in fiamme consumarsi miseramente.
Ma certo io amo meglio li miei dolori che cotal vendetta del mio.
Adriana ancora, divenuta moglie di Bacco, vide dal cielo furiosa Fedra dell'amor del figliastro, la quale prima era stata consenziente al suo abandonamento nell'isola per divenire di Teseo.
Sì che, ogni cosa pensata, io sola tra le misere mi trovo ottenere il principato, e più non posso.
Ma se forse, o donne, li miei argomenti frivoli già tenete, e ciechi come da cieca amante li reputate, l'altrui lagrime più che le miei infelici estimando, quest'uno solo e ultimo a tutti gli altri dea supplimento: se chi porta invidia è più misero che colui a cui la porta, io sono di tutti li predetti de' loro accidenti, meno miseri che li miei reputandoli, invidiosa.
Ecco, adunque, o donne, che per gli antichi inganni della Fortuna io sono misera; e oltre a questo, essa, non altramente che come la lucerna vicina al suo spegnersi suole alcuna vampa piena di luce maggiore che l'usato gittare, ha fatto; però che, dandomi in apparenza alcuno rifrigerio, me poi nelle separate lagrime ritornante, ha miserissima fatta.
E acciò che io, proposta ogni altra comparazione, con una sola m'ingegni di farvi certe de' nuovi mali, v'affermo con quella gravità che le misere mie pari possono maggiore affermare, cotanto essere le mie pene al presente più gravi, che esse avanti la vana letizia fosero, quanto più le febbri sogliono, con egual caldo o freddo vegnendo, offendere li ricaduti inferni che le primiere.
E perciò che accumulazione di pene, ma non di nuove parole, vi potrei dare, essendo alquanto di voi diventata pietosa, per non darvi più tedio in più lunga dimoranza traendo le vostre lagrime, s'alcuna di voi forse leggendo n'ha sparte o spande, e per non ispendere il tempo, che me a lagrimare richiama, in più parole, di tacere omai dilibero, faccendovi manifesto non essere altra comparazione dal mio narrare verissimo a quello che io sento, che sia dal fuoco dipinto a quello che veramente arde.
Al quale io priego Iddio, che per li vostri prieghi, o per li miei, sopra quello salutevole acqua mandi, o con trista morte di me, o con lieta tornata di Panfilo.
Capitolo IX.
Nel quale Madonna Fiammetta parla al libro suo, imponendogli in che abito, e quando e a cui egli debba andare, e da cui guardarsi; e fa fine.
O piccolo mio libretto, tratto quasi della sepultura della tua donna, ecco, sì come a me piace, la tua fine è venuta con più sollecito piede che quella de' nostri danni; adunque, tale quale tu se' dalle mie mani scritto, e in più parti dalle mie lagrime offeso, dinanzi dalle innamorate donne ti presenta: esse, pietà guidandoti, sì come io fermissimamente spero, ti vedranno volontieri, se Amore non ha mutate leggi poi che noi misera divenimmo.
Né ti sia in questo abito così vile come io ti mando, vergogna d'andare a ciascheduna, quantunque ella sia grande, pure che essa te avere non ricusi.
A te non si richiede abito altramente fatto, posto che io pure dare tel volessi.
Tu dei essere contento di mostrarti simigliante al tempo mio, il quale, essendo infelicissimo, te di miseria veste, come fa me; e però non ti sia cura d'alcuno ornamento, sì come gli altri sogliono avere, cioè di nobili coverte di colori varii tinte e ornate, o di pulita tonditura, o di leggiadri minii, o di gran titoli; queste cose non si convengono a' gravi pianti, li quali tu porti; lascia e queste e li larghi spazii e li lieti inchiostri e l'impomiciate carte a' libri felici; a te si conviene d'andare rabbuffato con isparte chiome, e macchiato e di squallore pieno, là dove io ti mando, e co' miei infortunii negli animi di quelle che ti leggeranno destare la santa pietà.
La quale se avviene che per te di sé ne' bellissimi visi mostri segnali, incontanente di ciò rendi merito qual tu puoi.
E io né tu non siamo sì dalla fortuna avvallati, che essi non sieno grandissimi in noi da poter dare; né questi sono però altri, se non quelli li quali essa a niuno misero può tòrre, cioè essemplo di sé donare a quelli che sono felici, acciò che essi pongano modo a' loro beni, e fuggano di divenire simili a noi; il quale, sì come tu puoi, sì fatto dimostra di me, che, se savie sono, ne' loro amori savissime ad ovviare agli occulti inganni de' giovini diventino per paura de' nostri mali.
Va adunque: io non so qual passo si convenga a te piuttosto, o sollecito o quieto, né so quali partì prima da te sieno da essere cercate, né so come tu sarai né da cui ricevuto.
Così come la fortuna ti pigne, così procedi: il tuo corso non può essere guari ordinato.
A te occulta il nuvoloso tempo ogni stella, le quali se pure tutte paressero, niuno argomento t'ha l'impetuosa fortuna lasciato a tua salute; e perciò in qua e in là ributtato, come nave senza temone e senza vela dall'onde gittata, così t'abandona, e come li luoghi richieggiono, così usa varii li consigli.
Se tu forse alle mani d'alcuna pervieni, la quale sì felici usi li suoi amori che le nostre angoscie schernisca, e per folle forse riprendane, umile sostieni li gabbi fatti, li quali menomissima parte sono de' nostri mali, e a lei la fortuna essere mobile torna a mente, per la qual cosa noi lieta, e lei come noi potrebbe rendere in brieve, e risa e beffe per beffe le renderemmo.
E se tu alcuna troverai che, leggendoti, li suoi occhi asciutti non tenga, ma dolente e pietosa de' nostri mali con le sue lagrime multiplichi le tue macchie, quelle in te, sì come santissime, con le mie raccogli, e più pietoso e afflitto mostrandoti, umile priega che per me prieghi colui il quale che egli, forse da più degna bocca che la nostra pregato, e più ad altrui pieghevole che a noi, allevii le nostre angoscie.
E io, chiunque ella fia, priego da ora con quella voce che a' miseri più essaudevole è data, che ella mai a tali miserie non pervenga, e che sempre le sieno gl'iddii placabili e benigni, e li suoi amori secondo li suoi disii felici produca per lunghi tempi.
Ma se per avventura tra l'amorosa turba delle vaghe donne, delle mani d'una in altra cambiandoti, pervieni a quelle dell'inimica donna usurpatrice de' nostri beni, come di luogo iniquo fuggi incontanente, né parte di te non mostrare agli occhi ladri, acciò che ella la seconda volta, sentendo le nostre pene, non si rallegri d'averci nociuto.
Ma se pure avviene che essa per forza ti tenga, e pure ti voglia vedere, per modo ti mostra, che non risa, ma lagrime le vengano de' nostri danni, e a conscienza tornando, ci renda il nostro amante.
Oh quanto felice pietà sarebbe questa, e come fruttuosa la tua fatica!
Gli occhi degli uomini fuggi, da' quali se pure se' veduto di': "O generazione ingrata e detrattrice delle semplici donne, non si convengono a voi di vedere le cose pie".
Ma se a colui che è de' nostri mali radice pervieni, sgridalo dalla lunga e di': "O tu, più rigido che alcuna quercia, fuggi di qui, e noi con le tue mani non violare: la tua rotta fede è di tutto ciò che io porto cagione; ma se con umana mente leggere mi vuogli, forse riconoscendo il fallo commesso contro a colei, che, tornando tu ad essa, di perdonarti disidera, vedimi; ma se ciò fare non vuogli, non si conviene a te di vedere le lagrime che date hai, e specialmente se d'accrescerle dimori nel volere primo".
E se forse alcuna donna delle tue parole rozzamente composte si maraviglia, di' che quelle ne mandi via, però che li parlari ornati richieggiono gli animi chiari e li tempi sereni e tranquilli.
E però piuttosto dirai che prenda ammirazione come a quel poco che narri disordinato, bastò lo 'ntelletto e la mano, considerando che dall'una parte amore e dall'altra gelosia con varie trafitte in continua battaglia tengono il dolente animo, e in nebuloso tempo favoreggiandogli la contraria fortuna.
Tu puoi da ogni aguato andar sicuro, sì come io credo, però che nulla invidia te morderà con acuto dente; ma se pure più misero di te si trovasse, che no 'l credo, il quale quasi a te come a più beato di sé la portasse, làsciati mordere.
Io non so bene qual parte di te nuova offesa possa ricevere, sì per tutto dalle percosse della fortuna ti veggio essere lacerato.
Egli non ti può guari offendere, né farti d'alto tornare in basso luogo, sì è infimo quello ove dimori.
E posto ancora che non bastasse alla Fortuna d'averci con la superficie della terra congiunti, e ancora sotto quella cercasse di sotterrarci, sì siamo nell'avversità anticati, che con quelle spalle con le quali le maggiori cose abbiamo sostenute e sosteniamo, sosterremo le minori: e però entra dove ella vuole.
Vivi adunque: nullo ti può di questo privare; ed essemplo etterno a' felici e a' miseri dimora dell'angoscie della tua donna.
QUI FINISCE IL LIBRO
CHIAMATO ELEGIA DELLA NOBILE MADONNA
FIAMMETTA, MANDATO DA LEI A TUTTE
LE DONNE INNAMORATE.
...
[Pagina successiva]