ELEGIA DI MADONNA FIAMMETTA, di Giovanni Boccaccio - pagina 28
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Vengonmi ancora nella mente talvolta le pietose lagrime di Licurgo e della sua casa, meritamente avute del morto Archemoro, e con queste quelle della dolente Atalanta madre di Partenopeo morto ne' tebani campi; e sì proprie a me con li loro effetti s'accostano e sì mi si fanno conoscere, che appena più sapere le potrei, se io non le provassi, come già da me un'altra volta provate furono.
Dico che di tanta mestizia sono piene, che più non potrebbero, ma ciascune con tanta gloria sono in etterno ritratte, che quasi liete si potriano dire: quelle di Licurgo con le notabili essequie onorate da sette re e da infiniti giuochi fatti da loro, e quelle d'Atalanta dalla laudevole vita e morte vittoriosa del figliuolo.
A me non è niuna cosa che le mie lagrime bene impiegate faccia contente, però che se questo fosse, là dove io più che alcuna mi chiamo dogliosa, e sono, forse al contrario affermare m'accosterei.
Mostranmisi ancora le lunghe fatiche d'Ulisse, e li mortali pericoli, e gli strabocchevoli fatti essere a lui non senza gravissime angoscie d'animo intervenute; ma in me ripetute più volte, le mie fanno più gravi estimare; e udite perché.
Egli prima e principalmente, uomo, dunque di natura più forte a sostenere di me tenera giovine; egli robusto e fiero, sempre negli affanni e ne' pericoli usato, quasi naturato fra loro, allora che egli faticava gli pareva avere sommo riposo; ma io nella mia camera tra le morbide cose dilicata e usa di trastullarmi col lascivo amore, ogni piccola pena m'è grave molto; egli da Nettuno stimolato e in varie parti portato, e da Eolo similmente le sue fatiche ricevette; ma io sono infestata dal sollecito Amore, da signore il quale già molestò e vinse coloro che infestarono Ulisse; e se a lui erano imminenti li mortali pericoli, egli li andava cercando; e chi si può ramaricare, se egli trova quello che cerca? Ma io misera volontieri viverei quieta, se io potessi; e quelli fuggirei, se ad essi non fossi sospinta.
Oltre a ciò, egli non temeva la morte, e però sicuramente si metteva nelle sue forze, ma io la temo, e da doglia sforzata, alcuna volta non senza speranza di grave doglia corsi verso lei.
Egli ancora della sua fatica e pericoli sperava etterna gloria e fama, ma io delle mie vituperio temo e infamia, se avvenisse che si scoprissero.
Sì che già non avanzano le sue le mie, anzi sono dalle mie molto le sue avanzate; e in tanto più, in quanto di lui molto più che non fu se ne scrive, ma le mie sono molto più che io non posso contare.
Dopo tutti questi, quasi da se medesimi riservati, come molto gravi mi si fanno sentire i guai d'Isifile, di Medea, d'Oenone e d'Adriana, le lagrime delle quali e i dolori assai con le mie simiglianti le giudico; però che ciascuna di queste, dal suo amante ingannata, così come io, sparse lagrime, gittò sospiri, e amarissime pene senza frutto sostenne; le quali, avvegna che, come è detto, sì come io si dolessero, pure ebbero termine con giusta vendetta le lagrime loro, la qual cosa ancora non hanno le mie.
Isifile avvegna che molto avesse onorato Giasone, e suo per debita legge se lo avesse obligato, veggendolsi da Medea tolto, come io posso, ragionevolmente si poté dolere; ma la provvidenza degl'iddii con occhio giusto guardante ad ogni cosa, se non a miei danni, le rendé gran parte della disiderata letizia, però che ella vide Medea, che Giasone le aveva tolto, da Giasone per Creusa abandonata.
Certo io non dico che la mia miseria finisse, se questo vedessi a colei avvenire che m'ha tolto il mio Panfilo, eccetto se io non fossi già colei che gliel togliessi, ma ben dico che gran parte mancherebbe di quella.
Medea similmente si rallegrò di vendetta, posto che essa così crudele divenisse contro di sé, come contro lo 'ngrato amante, uccidendo li comuni figliuoli in presenza di lui, ardendo li reali ostieri con la nuova donna.
Oenone ancora, lungamente dolutasi, alla fine sentì l'infedele e disleale amante avere sostenuta meritamente pena delle rotte leggi, e la sua terra per la mal mutata donna vide in fiamme consumarsi miseramente.
Ma certo io amo meglio li miei dolori che cotal vendetta del mio.
Adriana ancora, divenuta moglie di Bacco, vide dal cielo furiosa Fedra dell'amor del figliastro, la quale prima era stata consenziente al suo abandonamento nell'isola per divenire di Teseo.
Sì che, ogni cosa pensata, io sola tra le misere mi trovo ottenere il principato, e più non posso.
Ma se forse, o donne, li miei argomenti frivoli già tenete, e ciechi come da cieca amante li reputate, l'altrui lagrime più che le miei infelici estimando, quest'uno solo e ultimo a tutti gli altri dea supplimento: se chi porta invidia è più misero che colui a cui la porta, io sono di tutti li predetti de' loro accidenti, meno miseri che li miei reputandoli, invidiosa.
Ecco, adunque, o donne, che per gli antichi inganni della Fortuna io sono misera; e oltre a questo, essa, non altramente che come la lucerna vicina al suo spegnersi suole alcuna vampa piena di luce maggiore che l'usato gittare, ha fatto; però che, dandomi in apparenza alcuno rifrigerio, me poi nelle separate lagrime ritornante, ha miserissima fatta.
E acciò che io, proposta ogni altra comparazione, con una sola m'ingegni di farvi certe de' nuovi mali, v'affermo con quella gravità che le misere mie pari possono maggiore affermare, cotanto essere le mie pene al presente più gravi, che esse avanti la vana letizia fosero, quanto più le febbri sogliono, con egual caldo o freddo vegnendo, offendere li ricaduti inferni che le primiere.
E perciò che accumulazione di pene, ma non di nuove parole, vi potrei dare, essendo alquanto di voi diventata pietosa, per non darvi più tedio in più lunga dimoranza traendo le vostre lagrime, s'alcuna di voi forse leggendo n'ha sparte o spande, e per non ispendere il tempo, che me a lagrimare richiama, in più parole, di tacere omai dilibero, faccendovi manifesto non essere altra comparazione dal mio narrare verissimo a quello che io sento, che sia dal fuoco dipinto a quello che veramente arde.
Al quale io priego Iddio, che per li vostri prieghi, o per li miei, sopra quello salutevole acqua mandi, o con trista morte di me, o con lieta tornata di Panfilo.
Capitolo IX.
Nel quale Madonna Fiammetta parla al libro suo, imponendogli in che abito, e quando e a cui egli debba andare, e da cui guardarsi; e fa fine.
O piccolo mio libretto, tratto quasi della sepultura della tua donna, ecco, sì come a me piace, la tua fine è venuta con più sollecito piede che quella de' nostri danni; adunque, tale quale tu se' dalle mie mani scritto, e in più parti dalle mie lagrime offeso, dinanzi dalle innamorate donne ti presenta: esse, pietà guidandoti, sì come io fermissimamente spero, ti vedranno volontieri, se Amore non ha mutate leggi poi che noi misera divenimmo.
Né ti sia in questo abito così vile come io ti mando, vergogna d'andare a ciascheduna, quantunque ella sia grande, pure che essa te avere non ricusi.
A te non si richiede abito altramente fatto, posto che io pure dare tel volessi.
Tu dei essere contento di mostrarti simigliante al tempo mio, il quale, essendo infelicissimo, te di miseria veste, come fa me; e però non ti sia cura d'alcuno ornamento, sì come gli altri sogliono avere, cioè di nobili coverte di colori varii tinte e ornate, o di pulita tonditura, o di leggiadri minii, o di gran titoli; queste cose non si convengono a' gravi pianti, li quali tu porti; lascia e queste e li larghi spazii e li lieti inchiostri e l'impomiciate carte a' libri felici; a te si conviene d'andare rabbuffato con isparte chiome, e macchiato e di squallore pieno, là dove io ti mando, e co' miei infortunii negli animi di quelle che ti leggeranno destare la santa pietà.
La quale se avviene che per te di sé ne' bellissimi visi mostri segnali, incontanente di ciò rendi merito qual tu puoi.
E io né tu non siamo sì dalla fortuna avvallati, che essi non sieno grandissimi in noi da poter dare; né questi sono però altri, se non quelli li quali essa a niuno misero può tòrre, cioè essemplo di sé donare a quelli che sono felici, acciò che essi pongano modo a' loro beni, e fuggano di divenire simili a noi; il quale, sì come tu puoi, sì fatto dimostra di me, che, se savie sono, ne' loro amori savissime ad ovviare agli occulti inganni de' giovini diventino per paura de' nostri mali.
Va adunque: io non so qual passo si convenga a te piuttosto, o sollecito o quieto, né so quali partì prima da te sieno da essere cercate, né so come tu sarai né da cui ricevuto.
Così come la fortuna ti pigne, così procedi: il tuo corso non può essere guari ordinato.
A te occulta il nuvoloso tempo ogni stella, le quali se pure tutte paressero, niuno argomento t'ha l'impetuosa fortuna lasciato a tua salute; e perciò in qua e in là ributtato, come nave senza temone e senza vela dall'onde gittata, così t'abandona, e come li luoghi richieggiono, così usa varii li consigli.
Se tu forse alle mani d'alcuna pervieni, la quale sì felici usi li suoi amori che le nostre angoscie schernisca, e per folle forse riprendane, umile sostieni li gabbi fatti, li quali menomissima parte sono de' nostri mali, e a lei la fortuna essere mobile torna a mente, per la qual cosa noi lieta, e lei come noi potrebbe rendere in brieve, e risa e beffe per beffe le renderemmo.
E se tu alcuna troverai che, leggendoti, li suoi occhi asciutti non tenga, ma dolente e pietosa de' nostri mali con le sue lagrime multiplichi le tue macchie, quelle in te, sì come santissime, con le mie raccogli, e più pietoso e afflitto mostrandoti, umile priega che per me prieghi colui il quale che egli, forse da più degna bocca che la nostra pregato, e più ad altrui pieghevole che a noi, allevii le nostre angoscie.
E io, chiunque ella fia, priego da ora con quella voce che a' miseri più essaudevole è data, che ella mai a tali miserie non pervenga, e che sempre le sieno gl'iddii placabili e benigni, e li suoi amori secondo li suoi disii felici produca per lunghi tempi.
Ma se per avventura tra l'amorosa turba delle vaghe donne, delle mani d'una in altra cambiandoti, pervieni a quelle dell'inimica donna usurpatrice de' nostri beni, come di luogo iniquo fuggi incontanente, né parte di te non mostrare agli occhi ladri, acciò che ella la seconda volta, sentendo le nostre pene, non si rallegri d'averci nociuto.
Ma se pure avviene che essa per forza ti tenga, e pure ti voglia vedere, per modo ti mostra, che non risa, ma lagrime le vengano de' nostri danni, e a conscienza tornando, ci renda il nostro amante.
Oh quanto felice pietà sarebbe questa, e come fruttuosa la tua fatica!
Gli occhi degli uomini fuggi, da' quali se pure se' veduto di': "O generazione ingrata e detrattrice delle semplici donne, non si convengono a voi di vedere le cose pie".
Ma se a colui che è de' nostri mali radice pervieni, sgridalo dalla lunga e di': "O tu, più rigido che alcuna quercia, fuggi di qui, e noi con le tue mani non violare: la tua rotta fede è di tutto ciò che io porto cagione; ma se con umana mente leggere mi vuogli, forse riconoscendo il fallo commesso contro a colei, che, tornando tu ad essa, di perdonarti disidera, vedimi; ma se ciò fare non vuogli, non si conviene a te di vedere le lagrime che date hai, e specialmente se d'accrescerle dimori nel volere primo".
E se forse alcuna donna delle tue parole rozzamente composte si maraviglia, di' che quelle ne mandi via, però che li parlari ornati richieggiono gli animi chiari e li tempi sereni e tranquilli.
E però piuttosto dirai che prenda ammirazione come a quel poco che narri disordinato, bastò lo 'ntelletto e la mano, considerando che dall'una parte amore e dall'altra gelosia con varie trafitte in continua battaglia tengono il dolente animo, e in nebuloso tempo favoreggiandogli la contraria fortuna.
Tu puoi da ogni aguato andar sicuro, sì come io credo, però che nulla invidia te morderà con acuto dente; ma se pure più misero di te si trovasse, che no 'l credo, il quale quasi a te come a più beato di sé la portasse, làsciati mordere.
Io non so bene qual parte di te nuova offesa possa ricevere, sì per tutto dalle percosse della fortuna ti veggio essere lacerato.
Egli non ti può guari offendere, né farti d'alto tornare in basso luogo, sì è infimo quello ove dimori.
E posto ancora che non bastasse alla Fortuna d'averci con la superficie della terra congiunti, e ancora sotto quella cercasse di sotterrarci, sì siamo nell'avversità anticati, che con quelle spalle con le quali le maggiori cose abbiamo sostenute e sosteniamo, sosterremo le minori: e però entra dove ella vuole.
QUI FINISCE IL LIBRO
CHIAMATO ELEGIA DELLA NOBILE MADONNA
FIAMMETTA, MANDATO DA LEI A TUTTE
LE DONNE INNAMORATE.
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