ELEGIA DI MADONNA FIAMMETTA, di Giovanni Boccaccio - pagina 4
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Giove medesimo, il quale regge il cielo, costrignendolo costui, si vestì minor forma di sé.
Egli alcuna volta in forma di candido uccello movendo l'ali diede voci più dolci che 'l moriente cigno; e altra volta, divenuto giovenco e poste alla sua fronte corna, mugghiò per li campi, e i suoi dossi umiliò alli giuochi virginei, e per li fraterni regni con le fesse unghie, imitando oficio di remi, con forte petto vietando il profondo, godé della sua rapina.
Quello che per Semelè nella propria forma facesse, quello che per Almena mutato in Anfitrione, quello che per Calisto mutato in Diana, o per Danae divenuto oro già fece, non diciamo, ché sarebbe troppo lungo.
E il fiero iddio delle armi, la cui rossezza ancora spaventa li giganti, sotto la sua potenza temperò li suoi aspri effetti, e divenne amante.
E il costumato al fuoco fabro di Giove, e facitore delle trisulche folgori, da quel di costui più possente fu cotto.
E noi similmente, ancora che madre gli siamo, non ce ne siamo potuta guardare, sì come le nostre lagrime fecero aperto nella morte d'Adone.
Ma perché ci fatichiamo noi in tante parole? Niuna deità è nel cielo da costui non ferita, se non Diana: questa sola, ne' boschi dilettandosi, l'ha fuggito, la quale, secondo l'oppinione d'alcuno, non fuggito, ma piuttosto nascoso.
Ma se tu forse gli essempli del cielo incredula schifi e cerchi chi del mondo gli abbia sentiti, tanti sono, che da cui cominciare appena ci occorre; ma tanto ti diciamo veramente, che tutti sono stati valorosi.
Rimirisi primamente al fortissimo figliuolo di Almena, il quale, poste giù le saette e la minaccevole le pelle del gran leone, sostenne d'acconciarsi alle dita i verdi smeraldi, e di dar legge alli rozzi capelli, e con quella mano, con la quale poco innanzi portato avea la dura mazza e ucciso il grande Anteo e tirato lo infernale cane, trasse le fila della lana data da Jole dietro al procedente fuso, e gli omeri, sopra li quali l'alto cielo s'era posato mutando spalla Atlante, furono in prima dalle braccia di Jole premuti, e poi coperti, per piacerle, di sottili vestimenti di porpora.
Che fece Parìs per costui, che Elena, che Clitemestra, e che Egisto, tutto il mondo il conosce; e similmente di Achille, di Silla, di Adriana, di Leandro, di Didone, e di più molti, non dico, ché non bisogna.
Santo è questo fuoco, e molto potente, credimi.
Udito hai il cielo e la terra soggiogata dal mio figliuolo negl'iddii e negli uomini; ma che dirai tu ancora delle sue forze, estendentisi negli animali irrazionali, così celesti come terreni? Per costui la tortora il suo maschio séguita, e le nostre colombe alli suoi colombi vanno dietro con caldissima affezione, e nessun altro n'è che dalla maniera di questi fugga alcuna volta; e ne' boschi li timidi cervi, fatti tra sé feroci quando costui li tocca, per le disiderate cervie combattono, e, mugghiando, delli costui caldi mostrano segnali; e i pessimi cinghiari, divenendo per ardore spumosi, aguzzano gli eburnei denti; e i leoni africani, da amore tocchi, vibrano i colli.
Ma, lasciando le selve, dico che li dardi del nostro figliuolo ancora nelle fredde acque sentono le greggie de' marini iddii, e de' correnti fiumi.
Né crediamo che occulto ti sia, quale testimonianza già Nettunno, Glauco e Alfeo e altri assai n'abbiano renduta, non potendo con le loro umide acque, non che spegnere, ma solamente alleviare la costui fiamma; la quale, ancora già sopra terra e nell'acque saputa da ciascuno, se ne venne penetrando la terra e infino al re dell'oscure paludi si fe' sentire.
Adunque il cielo, la terra, il mare, lo 'nferno per esperienza conoscono le sue armi; e acciò che io in brievi parole ogni cosa comprenda della potenza di costui, dico che ogni cosa alla natura suggiace, e da lei niuna potenza è libera, ed essa medesima è sotto Amore.
Quando costui il comanda, gli antichi odii periscono, e le vecchie ire e le novelle dànno luogo alli suoi fuochi; e ultimamente, tanto si distende il suo potere, che alcuna volta le matrigne fa graziose a' figliastri, che è non piccola maraviglia.
Dunque che cerchi? Che dubiti? Che mattamente fuggi? Se tanti iddii, tanti uomini, tanti animali, da questo son vinti, tu d'essere vinta da lui ti vergognerai? Tu non sai che ti fare.
Se tu forse di sottometterti a costui aspetti riprensione, ella non ci dee potere cadere, perciò che mille falli maggiori, e il seguire ciò che gli altri più di te eccellenti hanno fatto, te, come poco avendo fallito e meno potente che li già detti, renderanno scusata.
Ma se queste parole non ti muovono, e pure resistere vorrai, pensa la tua virtù non simile a quella di Giove, né in senno potere aggiugnere Febo, né in ricchezze Giunone, né noi in bellezze; e tutti siamo vinti.
Dunque tu sola credi vincere? Tu se' ingannata, e ultimamente pur perderai.
Bastiti quello che per innanzi a tutto il mondo è bastato, né ti faccia a ciò tiepida il dire: "Io ho marito, e le sante leggi e la promessa fede mi vietano queste cose"; però che argomenti vanissimi sono contro alla costui virtù.
Elli, sì come più forte, l'altrui leggi non curando annullisce, e dà le sue.
Pasife similmente avea marito, e Fedra, e noi ancora quando amammo.
Essi medesimi mariti amano le più volte avendo moglie: riguarda Giasone, Teseo, il forte Ettore e Ulisse.
Dunque non si fa loro ingiuria, se per quelle leggi che essi trattano altrui, sono trattati essi; a loro niuna prerogativa più che alle donne è conceduta, e però abandona gli sciocchi pensieri, e sicura ama, come hai cominciato.
Ecco, se tu al potente Amore non vuoi suggiacere, fuggire ti conviene; e dove fuggirai tu ch'egli non ti séguiti e non ti giunga? Egli ha in ogni luogo iguale potenza: dovunque tu vai, ne' suoi regni dimori, ne' quali alcuno non gli si può nascondere, quando gli piace il ferirlo.
Bastiti solamente, o giovine, che di non abominevole fuoco, come Mirra, Semiramìs, Biblìs, Canace e Cleopatra fece, ti molesti.
Niuna cosa nuova dal nostro figliuolo verso te sarà operata: egli ha così leggi, come qualunque altro iddio, alle quali seguire tu non se' prima, né d'essere ultima dei avere speranza.
Se forse al presente ti credi sola, vanamente credi.
Lasciamo stare l'altro mondo, che tutto n'è pieno: ma la tua città solamente rimira, la quale infinite compagne ti può mostrare; e ricorditi che niuna cosa fatta da tanti, meritamente si può dire sconcia.
Séguita adunque noi, e la molto riguardata bellezza con la deità nostra vera ringrazia, la quale del numero delle semplici, a conoscere il diletto de' nostri doni, t'abbiamo tirata.
Deh, donne pietose, se Amore felicemente adempia i vostri disii, che doveva io, e che potea rispondere a tante e tali parole, e di tale dèa, se non: "Sia come ti piace"? Adunque dico che ella già tacea, quando io, le sue parole avendo nello 'ntelletto raccolte, fra me piene d'infinite scuse sentendole, e lei già conoscendo, a ciò fare mi disposi.
E subitamente del letto levatami, e poste con umile cuore le ginocchia in terra, così temorosa incominciai:
"O singulare bellezza ed etterna, o deità celeste, o unica donna della mia mente, la cui potenza sente più fiera chi più si difende, perdona alla semplice resistenza fatta da me contro all'armi del tuo figliuolo, non conosciuto, e di me sia come ti piace, e, come prometti, a luogo e tempo merita la mia fede, acciò che io, di te tra l'altre lodandomi, cresca il numero de' tuoi sudditi senza fine".
Queste parole aveva io appena dette, quando ella del luogo dove stava mossasi, verso me venne, e con ferventissimo disio nel sembiante, abbracciandomi, mi baciò la fronte.
Poi, quale il falso Ascanio, nella bocca a Didone alitando, accese l'occulte fiamme, cotale a me in bocca spirando fece li primi disii più focosi, com'io sentii.
E aperto alquanto il drappo purpureo, nelle sue braccia tra le dilicate mammelle, l'effigie dell'amato giovine, ravvolta nel sottile pallio, con sollecitudini alle mie non dissimili, mi fece vedere, e così disse:
"O giovine donna, riguarda costui: non Lissa, non Geta, non Birria, né loro pari t'abbiamo per amante donato: egli è per ogni cosa degno d'essere da qualunque dèa amato; te più che se medesimo, sì come noi abbiamo voluto, ama, e amerà sempre; e però lieta e sicura nel suo amore t'abandona.
Li tuoi prieghi hanno con pietà tocchi li nostri orecchi sì come degni, e però spera che secondo l'opera senza fallo merito prenderai".
E quinci senza più dire sùbita si tolse agli occhi miei.
Ohimè misera! che io non dubito che, le cose seguite mirando, non Venere costei che m'apparve, ma Tesifone fosse piuttosto, la quale posti più giù gli spaventevoli crini non altramente che Giunone la chiarezza della sua deità, e vestita la splendida forma, quale quella si vestì la senile, così mi si fece vedere come essa a Semelè, simigliante consiglio di distruzione ultima, qual fece ella, porgendomi; il quale io miseramente credendo, o pietosissima fede, o reverenda vergogna, o castità santissima, delle oneste donne unico e caro tesoro, mi fu cagione di cacciarvi.
Ma perdonatemi, se penitenzia data al peccatore può, sostenuta, perdono alcuna volta impetrare.
Poi che del mio cospetto si fu partita la dea, io ne' suoi piaceri con tutto l'animo rimasi disposta; e come che ogn'altro senno mi togliesse la passione furiosa che io sostenea, non so per quale mio merito, solo un bene di molti perduti mi fu lasciato, cioè il conoscere che rade volte, o non mai, fu ad amore palese conceduto felice fine.
E però, tra gli altri miei più sommi pensieri, quanto che egli mi fosse gravissimo a fare, disposi di non preporre alla ragione il volere recare a fine cotal disio.
E certo, quanto che io molte volte fossi per diversi accidenti fortissimamente costretta, pure tanto di grazia mi fu conceduto, che senza trapassare il segno, virilmente sostenendo l'affanno passai.
E in verità ancora durano le forze a tal consiglio, però che quantunque io scriva cose verissime, sotto sì fatto ordine l'ho disposte che, eccetto colui che così come io le sa, essendo di tutte cagione, niuno altro, per quantunque avesse acuto l'avvedimento, potrebbe chi io mi fossi conoscere.
E io lui priego, se mai per avventura questo libretto alle mani gli perviene, che egli, per quello amore il quale già mi portò, che celi quello che a lui né utile né onore può, manifestandol, tornare.
E s'egli m'ha tolto, senza averlo io meritato, sé, non mi voglia tòrre quello onore, il quale avvegna che io ingiustamente porti, esso come sé, volendo, non mi potrebbe rendere giammai.
Cotale proponimento adunque servando, e sotto grave peso di sofferenza domando li miei disii volonterosissimi di mostrarsi, m'ingegnai con occultissimi atti, quando tempo mi fu conceduto, d'accendere il giovine in quelle medesime fiamme ove io ardea, e di farlo cauto come io era.
E in verità in ciò non mi fu luogo lunga fatica, però che, se ne' sembianti vera testimonianza della qualità del cuore si comprende, io in poco tempo conobbi al mio disiderio esser seguito l'effetto; e non solamente dell'amoroso ardore, ma ancora di cautela perfetta il vidi pieno; il che sommamente mi fu a grado.
Esso con intera considerazione, vago di servare il mio onore, e d'adempiere, quando i luoghi e i tempi il concedessero, li suoi disii, credo non senza gravissima pena, usando molta arte, s'ingegnò d'avere la familiarità di qualunque m'era parente, e ultimamente del mio marito; la quale non solamente ebbe, ma ancora con tanta grazia la possedette, che a niuno niuna cosa era a grado, se non tanto quanto con lui la comunicava.
Quanto questo mi piacesse, credo che senza scriverlo il conosciate: e chi sarebbe quella sì stolta, che non credesse che sommamente da questa familiarità nacque il potermi alcuna volta, e io a lui, in publico favellare?
Ma già parendogli tempo da procedere a più sottili cose, ora con uno, ora con un altro, quando vedeva che io e udire potessi e intenderlo, parlava cose, per le quali io, volonterosissima d'imparare, conobbi che non solamente favellando si poteva l'affezione dimostrare ad altrui e la risposta pigliarne, ma eziandio con atti diversi e delle mani e del viso si poteva fare; e ciò piacendomi molto, con tanto avvedimento il compresi che né egli a me, né io a lui, significare voleva alcuna cosa, che assai convenevolmente l'uno l'altro non intendesse.
Né a questo contento stando, s'ingegnò, per figura parlando, e d'insegnarmi a tale modo parlare, e di farmi più certa de' suoi disii, me Fiammetta, e sé Panfilo nominando.
Ohimè! quante volte già in mia presenza e de' miei più cari, caldo di festa e di cibo e d'amore, fingendo Fiammetta e Panfilo essere stati greci, narrò egli come io di lui, ed esso di me primamente stati eravamo presi, quanti accidenti poi n'erano seguitati, e a' luoghi e alle persone pertinenti alla novella dando convenevoli nomi! Certo io ne risi più volte, e non meno della sua sagacità che della semplicità degli ascoltanti; e tal volta fu che io temetti che troppo caldo non trasportasse la lingua disavvedutamente dove essa andare non voleva; ma egli, più savio che io non pensava, astutissimamente si guardava dal falso latino.
O pietosissime donne, che non insegna Amore a' suoi suggetti, e a che non li fa egli abili ad imparare? Io, semplicissima giovine e appena potente a disciogliere la lingua nelle materiali e semplici cose tra le mie compagne, con tanta affezione li modi del parlare di costui raccolsi, che in brieve spazio io avrei di fingere e di parlare passato ogni poeta; e poche cose furono alle quali, udita la sua posizione, io con una finta novella non dessi risposta dicevole.
Cose assai, secondo il mio parere, malagevoli ad imprendere, e molto più ad operare ad una giovine, ho raccontate, ma tutte piccolissime, e di niuno peso parrebbero, scrivendo io, se la materia presente il richiedesse, con quanta sottile esperienza fosse per noi provata la fede d'una mia familiarissima serva, alla quale diliberammo di commettere il nascoso fuoco ancora a niun'altra persona palese, considerando che lungamente senza gravissimo affanno, non essendovi alcuno mezzo, non si poteva servare.
Oltre a questo sarebbe lungo il raccontare quanti e quali consigli e per lui e per me a varie cose fossero presi; forse, non che per altrui operati, ma appena ch'io creda che pensati giammai; le quali tutte, ancora che io al presente in mio detrimento le conosca operate, non però mi duole d'averle sapute.
Se io, o donne, non erro imaginando, egli non fu piccola la fermezza degli animi nostri, se con intera mente si guarda quanto difficile cosa sia due amorose menti, e di due giovini, sostenere un lungo tempo che esse, o d'una parte o d'un'altra, da soperchi disii sospinte, della ragionevole via non trabocchino; anzi fu bene tanta e tale, che li più forti uomini, ciò facendo, laude degna e alta ne acquisterieno.
Ma la mia penna, meno onesta che vaga, s'apparecchia di scrivere quegli ultimi termini d'amore, a' quali a niuno è conceduto il potere, né con disio né con opera, andare più oltre.
Ma in prima che io a ciò pervenga, quanto più supplicemente posso la vostra pietà invoco, e quella amorosa forza, la quale ne' vostri teneri petti stando, a cotale fine tira li vostri disii, e priegole che, se 'l mio parlare vi par grave (dell'opera non dico, ché so che, se a ciò state non sete già, d'esservi disiate), che esse prontissime in voi surgano alla mia scusa.
E tu, o onesta vergogna, tardi da me conosciuta, perdonami; e alquanto ti priego che qui presti luogo alle timide donne, acciò che, da te non minacciate, sicure di me leggano ciò che di sé, amando, disiano.
L'uno giorno all'altro dopo traevano con isperanza sollecita li suoi e miei disii; e ciò ciascuno agramente portava, avvegna che l'uno il dimostrasse all'altro occultamente parlando, e l'altro all'uno di ciò si mostrasse schifo oltremodo, sì come voi medesime, le quali forse forza cercate a ciò che più vi sarebbe a grado, sapete che sogliono le donne amate fare.
Esso adunque, in ciò poco alle mie parole credevole, luogo e tempo convenevole riguardato, più in ciò che gli avvenne avventurato che savio, e con più ardire che ingegno, ebbe da me quello che io, sì come egli, benché del contrario infignessimi, disiava.
Certo, se questa fosse la cagione per la quale io l'amassi, io confesserei che ogni volta che ciò nella memoria mi tornasse, mi fosse dolore a niuno altro simile; ma in ciò mi sia Iddio testimonio che cotale accidente fu ed è cagione menomissima dell'amore che io gli porto; non pertanto niego che ciò, e ora e allora, non mi fosse carissimo.
E chi sarebbe quella sì poco savia, che una cosa che amasse non volesse, anzi che lontana, vicina? e quanto maggiore fosse l'amore più sentirsela appresso? Dico adunque che, dopo cotale avvenimento, da me avanti non che saputo, ma pur pensato, non una volta, ma molte con sommo piacere, e la fortuna e il nostro senno ci consolò lungo tempo a tale partito, avvegna che a me ora in brieve più che alcuno vento fuggitosi mi si mostri.
Ma mentre che questi così lieti tempi passavano, sì come Amore veramente può dire, il quale solo testimonio ne posso dare alcuna volta non fu senza tema a me licito il suo venire, che egli per occulto modo non fosse meco.
Oh, quanto gli era la mia camera cara, e come lieta essa lui vedeva volontieri! Io lui conobbi ad essa più reverente che ad alcuno tempio.
Ohimè! quanti piacevoli baci, quanti amorosi abbracciari, quante notti ragionando graziose più che il chiaro giorno senza sonno passate, quanti altri diletti cari ad ogni amante in quella avemmo ne' lieti tempi! O santissima vergogna, durissimo freno alle vaghe menti, perché non ti parti tu pregandotene io? Perché ritieni tu la mia penna a dimostrare gli avuti beni, acciò che, mostrati interamente, le seguite infelicità avessero forza maggiore di porre per me pietà negli amorosi petti? Ohimè! che tu mi offendi, credendomi forse giovare; io disiderava di dire più cose, ma tu non mi lasci.
Quelle adunque alle quali tanto di privilegio ha la natura prestato, che per le dette possano quelle che si tacciono comprendere, all'altre non così savie il manifestino.
Né alcuna me, quasi non conoscente di tanto, stolta dica, ché assai bene conosco che più sarebbe il tacere stato onesto, che ciò manifestare che è scritto; ma chi può resistere ad Amore, quando egli con tutte le sue forze operando, s'oppone? Io a questo punto più volte lasciai la penna e più volte, da lui infestata, la ripresi; e ultimamente a colui al quale io ne' principii non seppi, libera ancora, resistere, convenne che io, serva, obbedissi.
Egli mi mostrò altrettanto li diletti nascosi valere, quanto li tesori sotto la terra occultati.
Ma perché mi diletto io tanto intorno a queste parole? Io dico che io allora più volte ringraziai la santa dèa promettitrice e datrice di que' diletti.
Oh, quante volte io li suoi altari visitai con incensi, coronata delle sue fronde, e quante volte biasimai li consigli della vecchia balia! E oltre a questo, lieta sopra tutte l'altre compagne, scherniva li loro amori, quello ne' miei parlari biasimando, che più nell'animo mi era caro, fra me sovente dicendo: "Niuna è amata come io, né ama giovine degno come io amo, né con tanta festa coglie gli amorosi frutti come colgo io".
Io, brievemente, aveva il mondo per nulla, e con la testa mi parea il cielo toccare, e nulla mancare a me al sommo colmo della beatitudine tenere, reputava, se non solamente in aperto dimostrare la cagione della mia gioia, estimando meco medesima che così a ciascuna persona, come a me, dovesse piacere quello che a me piaceva.
Ma tu, o vergogna, dall'una parte, e tu, paura, dall'altra, mi riteneste, minacciandomi l'una d'etterna infamia, e l'altra di perdere ciò che nemica fortuna mi tolse poi.
Adunque, sì come piacque ad Amore, in cotal guisa più tempo, senza avere invidia ad alcuna donna, lieta amando vissi, e assai contenta, non pensando che il diletto il quale io aliora con ampissimo cuore prendea, fosse radice e pianta nel futuro di miseria, sì come io al presente senza frutto miseramente conosco.
Capitolo II.
Nel quale Madonna Fiammetta descrive la cagione del dipartire del suo amante da lei; e la partita di lui; e 'l dolore che a lei ne seguitò nel partire.
Mentre che io, o carissime donne, in così lieta e graziosa vita, sì come di sopra è descritta, menava i giorni miei, poco alle cose future pensando, la nemica fortuna a me di nascoso temperava li suoi veleni, e me con animosità continua, non conoscendolo io, seguitava.
Né bastandole d'avermi, di donna di me medesima, fatta serva d'Amore, veggendo che dilettevole già m'era cotal servire, con più pungente ortica s'ingegnò d'affliggere l'anima mia.
E venuto il tempo da lei aspettato, m'apparecchiò, sì come appresso udirete, li suoi assenzii, i quali a me mal mio grado convenuti gustare, la mia allegrezza in tristizia e 'l dolce riso in amaro pianto mutarono.
Le quali cose, non che sostenendole, ma pur pensando di doverle altrui scrivendo mostrare, tanta di me stessa compassione m'assalisce che, quasi ogni forza togliendomi, e infinite lagrime agli occhi recandomi, appena il mio proposito lascia ad effetto producere; il quale, quantunque male io possa, pur m'ingegnerò di fornire.
Noi, egli e io, come caso venne, essendo il tempo per piove e per freddo noioso, nella mia camera, menando la tacita notte le sue più lunghe dimore, riposando nel ricchissimo letto insieme dimoravamo; e già Venere, da noi molto faticata, quasi vinta ci dava luogo, e uno lume grandissimo in una parte della camera acceso gli occhi suoi della mia bellezza faceva lieti, e i miei similmente faceva della sua.
Li quali, mentre che di quella, parlando io cose varie, essi soperchia dolcezza beveano, quasi d'essa inebriata la luce loro, non so come per piccolo spazio da ingannevole sonno vinti, toltemi le parole, stettero chiusi.
Il quale così soave da me passando, come era entrato, del caro amante ramarichevoli mormorii sentirono li miei orecchi, e sùbito della sua sanità in varii pensieri messa, volli dire: "Che ti senti?".
Ma vinta da nuovo consiglio mi tacqui, e con occhio acutissimo, e con orecchie sottili, lui nell'altra parte del nostro letto rivolto, cautamente mirandolo per alcuno spazio l'ascoltai.
Ma nulla delle sue voci presero gli orecchi miei, benché lui in singhiozzi di gravissimo pianto affannato e il viso parimente e il petto bagnato di lagrime conoscessi.
Ohimè! quali voci mi sarieno sufficienti ad esprimere quale in tale aspetto, la cagione ignorando, l'anima mia divenisse mirandolo? E' mi corsero mille pensieri che la mente in uno momento, e quasi tutti terminavano in uno, cioè che egli, amando altra donna, contra voglia dimorasse in tal modo.
Le mie parole furono più volte infino alle labbra per domandarlo qual fosse la sua noia; ma, dubitando che vergogna non gli porgesse l'esser da me trovato piagnendo, si ritraevano indietro; e similmente trassi gli occhi più volte da riguardarlo, acciò che le calde lagrime cadenti da quelli, venendo sopra di lui, non gli dessero materia di sentire ch'egli fosse da me veduto.
Oh quanti modi, impaziente, pensai da operare, acciò che egli desta mi sentisse non averlo sentito, e a niuno m'accordava! Ma ultimamente, vinta dal disio di sapere la cagione del suo pianto, acciò che egli a me si volgesse, quali coloro che ne' sogni o da caduta, o da bestia crudele, o da altro spaventati, subitamente pavidi si riscuotono, il sogno e il sonno ad un'ora rompendo, cotale sùbita con voce pavida mi riscossi, l'uno de' miei bracci gittando sopra li suoi omeri.
E certo l'inganno ebbe luogo, perciò che egli, lasciando le lagrime, con infinta letizia sùbito a me si volse, e disse, con voce pietosa:
"O anima mia bella, che temesti? "
Al quale io senza intervallo risposi:
"Parevami che io ti perdessi".
Ohimè! che le mie parole, non so da che spirito pinte fuori, furono del futuro e agurio e verissime annunziatrici, come io ora veggio.
Ma egli rispose:
"O carissima giovine, morte, non altri potrà che tu mi perda operare".
E queste parole senza mezzo seguì un gran sospiro; del quale non fu sì tosto, da me, che de' primi pianti disiderava saper la cagione, dimandato, che le abondanti lagrime da' suoi occhi, come da due fontane, cominciarono a scaturire, e il mal rasciutto petto di lui a bagnare con maggiore abondanza; e me in greve doglia e già lagrimante tenne per lungo spazio sospesa, sì l'impediva il singhiozzo del pianto, anzi che alle mie molte dimande potesse rispondere.
Ma poi che libero alquanto dall'émpito si sentio, con voce spesso rotta dal pianto, così mi rispose:
"O a me carissima donna e da me amata sopra tutte le cose, sì come gli effetti aperto ti possono mostrare, se i miei pianti meritano fede alcuna, credere puoi non senza cagione amara con tanta abondanza spandano lagrime gli occhi miei, qualora nella memoria mi torna quello che ora, in tanta gioia con teco stando, mi vi tornò, e cioè solamente il pensare che di me far due non posso, com'io vorrei, acciò che ad Amore e alla debita pietà ad un'ora satisfare potessi qui dimorando, e là dove necessità strettissima mi tira per forza, andando.
Dunque non potendosi, in afflizione gravissima il mio cuore misero ne dimora, sì come colui che da una parte traendo pietà, è fuori delle tue braccia tirato, e dall'altra in quelle con somma forza da Amore ritenuto".
Queste parole m'entrarono nel misero cuore con amaritudine mai non sentita, e ancora che bene non fossero prese dallo intelletto, nondimeno quanto più di quelle ricevevano le orecchie attente a' danni loro, tanto più in lagrime convertendosi m'uscivano per gli occhi, lasciando nel cuore il loro effetto nemico.
Questa fu la prima ora, che io sentii dolori al mio piacer più nimichevoli; questa fu quell'ora, che senza modo lagrime mi fece spandere, mai prima da me simili non sparte; le quali niuna sua parola, né conforto, di che assai era fornito, poteva ristringere.
Ma poi che per lungo spazio ebbi pianto amaramente, quanto potei ancora il pregai che più chiaro qual pietà il traeva delle mie braccia mi dimostrasse; onde egli, non ristando però di piangere, così mi disse:
"La inevitabile morte, ultimo fine delle cose nostre, di più figliuoli nuovamente me solo ha lasciato al padre mio, il quale d'anni pieno e senza sposa, solo d'alcuno mio fratello sollecito a' suoi conforti rimaso, senza speranza alcuna di più averne, me a consolazione di lui, il quale egli già sono più anni passati non vide, richiama a rivederlo.
Alla qual cosa fuggire per non lasciarti, già sono più mesi, varie maniere di scuse ho trovate; e ultimamente non accettandone alcuna, per la mia puerizia nel suo grembo teneramente allevata, per l'amore da lui verso di me continuamente portato e per quello che a lui portar debbo, per la debita ubidienza filiale, e per qualunque altra cosa più grave puote, continuo mi scongiura che a rivedere lo vada.
E oltre a ciò da amici e da parenti con prieghi solenni me ne fa stimolare, dicendo in fine sé la misera anima cacciare del corpo sconsolata, se me non vede.
Ohimè, quanto sono le naturali leggi forti! Io non ho potuto fare, né posso, che nel molto amore che io ti porto non abbia trovato luogo questa pietà; onde, avendo in me, con licenza di te, diliberato d'andare a rivederlo, e con lui dimorare a consolazione sua alcuno piccolo spazio di tempo, non sappiendo come senza te viver mi possa, di tal cosa ricordandomi tuttavia, meritamente piango".
E qui si tacque.
Se alcuna di voi fu mai, o donne a cui io parlo, alla quale, ferventemente amando, tale caso avvenisse, colei sola spero che possa conoscere quale allora fosse la mia tristizia; all'altre non curo di dimostrarlo, però che così come ogn'altro essemplo che il detto, così ogni parlare ci sarebbe scarso.
Io dico sommariamente che, udendo io queste parole, l'anima mia cercò di fuggire da me, e senza dubbio credo fuggita sariesi, se non che essa di colui nelle braccia cui più amava si sentiva stare; ma nondimeno paurosa rimasa, e occupata da greve doglia, lungamente mi tolse il poter dire alcuna cosa.
Ma poi che per alquanto spazio si fu assuefatta a sostenere il mai più non sentito dolore, a' miseri spiriti rendé le paurose forze, e gli occhi, rigidi divenuti, ebbero copia di lagrime e la lingua di dire alcuna parola.
Per che, al signore della mia vita rivolta, così li dissi:
"O ultima speranza della mia mente, entrino le mie parole nella tua anima con forza di mutare il proposito, acciò che, se così m'ami come dimostri, e la tua vita e la mia cacciate non sieno dal tristo mondo prima che venga il dì segnato.
Tu, da pietà tirato e da amore, in dubbio poni le cose future; ma certo, se le tue parole per addietro sono state vere, con le quali me da te essere stata amata non una volta, ma molte hai affermato, niun'altra pietà a questa potenza dee potere resistere, né mentre ch'io vivo, altrove tirarti; e odi perché.
Egli t'è manifesto, se tu séguiti quello che parli, in quanto dubbio tu lasci la vita mia, la quale appena per addietro s'è sostenuta quel giorno che io non t'ho potuto vedere; dunque puoi esser certo che, cessandoti tu, ogni allegrezza da me si partirà.
E ora bastasse questo! Ma chi dubita che ogni tristizia mi sopravverrà, la quale, forse, e senza forse, mi ucciderà? Ben dei tu oramai conoscere quanta forza sia nelle tenere giovini a potere così avversi casi con forte animo sostenere.
Se forse vuogli dire che io per addietro, amando saviamente e con forza, gli sostenni maggiori, certo io il consento in parte, ma la cagione era molto diversa da questa: la mia speranza posta nel mio volere mi faceva lieve quello che ora nell'altrui mi graverà.
Chi mi negava, quando il disio m'avesse pure oltre ad ogni misura costretta, che io te, così di me come io di te innamorato, non avessi potuto avere? Certo nessuno; quello che, essendomi tu lontano, non m'avverrà.
Oltre a ciò, io allora non sapeva, più che per vista, chi tu ti fossi, benché io t'estimassi da molto; ma ora io il conosco, e sento per opera che tu se' d'avere troppo più caro che non mi mostrava allora il mio imaginare, e se' divenuto mio con quella certezza che gli amanti possono essere dalle donne tenuti loro.
E chi dubita che egli non sia molto maggiore dolore il perdere ciò che altri tiene, che quello che egli spera di tenere, ancora che la speranza debba riuscire vera? E però, bene considerando, assai aperta si vede la morte mia.
Dunque, la pietà del vecchio padre preposta a quella che di me dei avere mi sarà di morte cagione, e tu non amatore, ma nemico, se così fai.
Deh, vorrai tu, o potrail fare, pur che io il consenta, i pochi anni al vecchio padre servati, a' molti, che ancora a me ragionevolmente si debbono, anteporre? Ohimè! che iniqua pietà sarà questa? E` egli tua credenza, o Panfilo, che niuna persona, sia di te quantunque egli vuole o puote per parentado di sangue o per amistà congiunta, t'ami sì come io t'amo? Male credi, se di sì credi: veramente niuno t'ama così come io.
Dunque, se io più t'amo, più pietà merito, e perciò degnamente antiponmi, e di me essendo pietoso, di ogni altra pietà ti dispoglia che offenda questa, e senza te lascia riposare il tuo padre; e così come, tu non con lui, lungamente è vivuto, se gli piace, per innanzi si viva, e se non, muoiasi.
Egli è fuggito molti anni al mortal colpo, s'io odo il vero, e più ci è vivuto che non si conviene; e se egli con fatica vive, come i vecchi fanno, sarà vie maggior pietà di te verso lui lasciarlo morire, che più in lui con la tua presenza prolungare la fatichevole vita.
Ma me, che guari senza te vivuta non sono, né vivere saprei senza te, si conviene aiutare, la quale, giovanissima ancora, con teco aspetto molti anni di vivere lieti.
Deh, se la tua andata quello nel tuo padre dovesse operare che in Esone i medicamenti di Medea operarono, io direi la tua pietà giusta, e comanderei che s'adempiesse, ancora che duro mi fosse; ma non sarà cotale, né potrebbe essere, e tu il sai.
Or ecco, se a te, forse più che io non credo crudele, di me, la quale per tua elezione, non isforzato, hai amata e ami, sì poco ti cale, che tu vogli pure al mio amore preporre la pietà perduta del vecchio padre, il quale è tale quale il ti diè la fortuna, almeno di te medesimo t'incresca più che di me o di lui, il quale, se i tuoi sembianti in prima, e poi le tue parole non m'hanno ingannata, più morto che vivo ti se' mostrato, quale ora, per accidente, senza vedermi hai trapassata; e ora a sì lunga dimora, chente richiede la mal venuta pietà, senza vedermi ti credi potere dimorare? Deh, per Dio, attentamente riguarda, e vedi te possibile a morte ricevere (se per lungo dolore avviene che l'uomo si muoia, come io intendo) per l'altrui vita, di questa andata, la quale che a te sia durissima le tue lagrime e del tuo cuore il movimento, il quale nell'ansio petto senza ordine battere ti sento, dimostrano; e se morte non te ne segue, vita piggiore che morte non te ne falla.
Ohimè! che lo innamorato mio cuore insieme dalla pietà che a me medesima porto, e da quella che per te sento è ad un'ora costretto.
Per che io ti priego che tu sì sciocco non sii che, movendoti a pietà d'alcuna persona, e sia chi vuole, tu vogli te a grave pericolo di te medesimo sottoporre.
Pensa che chi sé non ama, niuna cosa possiede.
Tuo padre, di cui tu se' ora pietoso, non ti diede al mondo perché tu stesso divenissi cagione di tortene.
E chi dubita che, se a lui fosse la nostra condizione licito di scoprire, che egli, essendo savio, non dicesse piuttosto: "Rimanti" che "Vieni"? E se a ciò discrezione non lo inducesse, egli ve lo inducerebbe pietà; e questo credo che assai ti sia manifesto.
Dunque fa' ragione che quel giudicio che egli darebbe, se la nostra causa sapesse, che egli l'abbia saputa e dato, e per la sua medesima sentenza lascia stare questa andata, a me e a te parimente dannosa.
Certo, carissimo signor mio, assai possenti cagioni sono le già dette da doverle seguire, e rimanerti, considerando ancora dove tu vai; ché, posto che colà vadi ove nascesti, luogo naturalmente oltre ad ogni altro amato da ciascuno, nondimeno, per quello che io abbia già da te udito, egli t'è per accidente noioso, però che, sì come tu medesimo già dicesti, la tua città è piena di voci pompose e di pusillanimi fatti, serva non a mille leggi, ma a tanti pareri quanti v'ha uomini, e tutta in arme, e in guerra, così cittadina come forestiera, fremisce, di superba, avara e invidiosa gente fornita, e piena di innumerabili sollecitudini: cose tutte male all'animo tuo conformi.
E quella che di lasciare t'apparecchi so che conosci lieta, pacifica, abondevole, magnifica, e sotto ad un solo re: le quali cose, se io alcuna conoscenza ho di te, assai ti sono gradevoli; e oltre a tutte le cose contate, ci sono io, la quale tu in altra parte non troverai.
Dunque, lascia l'angosciosa proposta, e, mutando consiglio, alla tua vita e alla mia insieme, rimanendo, provvedi; io te ne priego.
Le mie parole in molta quantità le sue lagrime aveano cresciute, delle quali co' baci mescolate assai ne bevvi.
Ma egli dopo molti sospiri così mi rispose:
"O sommo bene dell'anima mia, senza niuno fallo vere conosco le tue parole, e ogni pericolo in quelle narrato m'è manifesto; ma acciò che io, non come io vorrei, ma come la necessità presente richiede, brievemente risponda, ti dico che il potere con un corto affanno solvere un debito grande, credo da te mi si debbia concedere.
Pensar dei ed esser certa che, benché la pietà del vecchio padre mi strìnga assai e debitamente, non meno, ma molto più, quella di noi medesimi mi costrigne; la quale, se licita fosse a discoprire, scusato mi parrebbe essere, presumendo che, non che da mio padre solo, ma ancora da qualunque altro fosse giudicato quel che dicesti; e lascerei il vecchio padre, senza vedermi, morire.
Ma convenendo questa pietà essere occulta, senza quella palese adempiere, non veggio come senza gravissima riprensione e infamia far lo potessi.
Alla quale riprensione fuggire, adempiendo il mio dovere, tre o quattro mesi ci torrà di diletto fortuna; dopo li quali, anzi innanzi che compiuti siano, senza fallo mi rivedrai nel tuo cospetto tornato, a me come te medesima rallegrare.
E se il luogo al quale io vo è così spiacevole come fai (ché è così a rispetto di questo, essendoci tu), ciò ti dee essere molto a grado, pensando che, dove altra cagione a partirmi quindi non mi movesse, per forza le qualità del luogo al mio animo avverse me ne farebbono partire e qui tornare.
Dunque concedasi questo da te, che io vada; e come per addietro ne' miei onori e utili se' stata sollecita, così ora in questo divieni paziente, acciò che io, conoscendo a te gravissimo l'accidente, più sicuro per innanzi mi renda, che in qualunque caso ti sia l'onor mio quant'io stato caro".
Egli avea detto, e tacevasi, quando io così ricominciai a parlare:
"Assai chiaro conosco ciò che fermato nell'animo non pieghevole porti, e appena mi pare che in quello raccogliere vogli pensando di quante e quali sollecitudini l'anima mia lasci piena da me lontanandoti; la quale niuno giorno, niuna notte, niuna ora sarà senza mille paure: io starò in continuo dubbio della tua vita, la quale io priego Iddio che sopra i miei dì la distenda quanto tu vuoi.
Deh, perché con soperchio parlare mi voglio io stendere dicendole ad una ad una? Egli non ha, brievemente, il mare tante arene, né il cielo stelle, quante cose dubbiose e di pericolo piene possono tutto dì intervenire a' viventi; le quali tutte, partendoti tu, senza dubbio spaventandomi m'offenderanno.
Ohimè! trista la vita mia! Io mi vergogno di dirti quello che nella mia mente mi viene; ma però che quasi possibile per le cose udite mi pare, costretta tel pur dirò.
Or se tu ne' tuoi paesi, ne' quali io ho udito più volte essere quantità infinita di belle donne e vaghe, atte bene ad amare e ad essere amate, una ne vedessi che ti piacesse, e me dimenticassi per quella, qual vita sarebbe la mia? Deh! se così m'ami come dimostri, pensalo come faresti tu se io per altrui ti cambiassi! La qual cosa non sarà mai: certo io con le mie mani, anzi che ciò avvenisse, m'ucciderei.
Ma lasciamo stare questo, e di quello che noi non disideriamo che avvenga, non tentiamo con tristo annunzio gl'iddii.
Se a te pur fermo giace nell'animo il partire, con ciò sia cosa che niun'altra cosa mi piaccia, se non piacerti, a ciò volere di necessità mi conviene disporre.
Tuttavia, se essere può, io ti priego che in questo tu séguiti il mio volere, cioè in dare alla tua andata alcuno indugio, nel quale io, imaginando il tuo partire, con continuo pensiero possa apparare a sofferire d'essere senza te.
E certo questo non ti deve essere grave: il tempo medesimo, il quale ora la stagione mena malvagio, m'è favorevole.
Non vedi tu il cielo pieno d'oscurità, continuo minacciante gravissime pestilenze alla terra con acque, con nevi, con venti e con ispaventevoli tuoni? E come tu dei sapere, ora per le continue piove ogni piccolo rivo è divenuto un grande e possente fiume.
Chi è colui che sì poco se medesimo ami, che in così fatto tempo si metta a camminare? Dunque, in questo fa il mio piacere; il quale se far non vuogli, fa il tuo dovere: lascia i dubbiosi tempi passare, e aspetta il nuovo, nel quale e tu meglio e con meno pericolo andrai, e io, già co' tristi pensieri costumata più pazientemente aspetterò la tua tornata".
A queste parole egli non indugiò la risposta, ma disse:
"Carissima giovine, l'angosciose pene e le sollecitudini varie nelle quali io contro a mio piacere ti lascio, e meco senza dubbio ne porto l'une e l'altre, mitighi la lieta speranza della futura tornata; né di quello che così qui come altrove, quando tempo sarà, mi dee giungere, cioè la morte, è senno d'averne pensiero, né de' futuri accidenti a nuocere possibili e a giovare: ovunque l'ira e la grazia di Dio coglie l'uomo, quivi e il bene e il male, senza potere altro, gli conviene sostenere.
Adunque queste cose senza badarci, nelle mani di lui, meglio di noi consapevole de' nostri bisogni, le lascia stare, e a lui con prieghi solamente addimanda che vengano buone.
Che mai di niuna donna io sia altro che di Fiammetta, appena, pure se io il volessi, il potrebbe fare Giove, con sì fatta catena ha il mio cuore Amore legato sotto la tua signoria.
E di ciò ti rendi sicura, che prima la terra porterà le stelle, e il cielo arato da' buoi producerà le mature biade, che Panfilo sia d'altra donna che tuo.
L'allungare di spazio che chiedi alla mia partita, se io il credessi a te e a me utile, più volontieri che tu nol chiedi il farei; ma tanto quanto quello fosse più lungo, cotanto il nostro dolore sarebbe maggiore.
Io, ora partendomi, prima sarò tornato, che quello spazio sia compiuto il quale chiedi per apparare a sofferire; e quella noia in questo mezzo avrai, non essendoci io, che avresti pensando al mio dovermi partire.
E alla malvagità del tempo, sì come altra volta uso di sostenerne, prenderò io salutevole rimedio; il quale volesse Iddio che così ritornando già l'operassi come partendomi il saprò operare.
E perciò con forte animo ti disponi a ciò che, quando pure far si conviene, è meglio sùbito operando passare, che con tristizia e paura di farlo aspettare".
Le mie lagrime quasi nel mio parlare allentate altra risposta attendendo, udendo quella, crebbero in molti doppii; e sopra il suo petto posata la grave testa, lungamente dimorai senza più dirgli, e varie cose nell'animo rivolgendo, né affermare sapea, né negare ciò che e' diceva.
Ma ohimè! chi avrebbe a quelle parole risposto se non: "Fa quel che ti piace, torni tu tosto"? Niuna credo.
E io, non senza gravissima doglia e molte lagrime, dopo lungo indugio così gli risposi, aggiungendogli che gran cosa, se egli viva mi trovasse nel suo tornare, senza dubbio sarebbe.
Queste parole dette, l'uno confortato dall'altro, rasciugammo le lagrime, e a quelle ponemmo sosta per quella notte.
E servato l'usato modo, anzi la sua partita, che pochi giorni fu poi, me più volte venne a rivedere; benché assai d'abito e di volere trasmutata dal primo mi rivedesse.
Ma venuta quella notte la quale dovea essere l'ultima de' miei beni, con ragionamenti varii non senza molte lagrime trapassammo; la quale, ancora che per la stagione del tempo fosse delle più lunghe, brevissima mi parve che trapassasse.
E già il giorno, agli amanti nemico, cominciato aveva a tòrre la luce alle stelle; del quale vegnente poi che 'l segno venne alle mie orecchie, strettissimamente lui abbracciai, e così dissi:
"O dolce signor mio, chi mi ti toglie? Quale iddio con tanta forza la sua ira verso di me adopera che, me vivente, si dica: "Panfilo non è là dove la sua Fiammetta dimora"? Ohimè! che io non so ora ove ne vai tu.
Quando sarà che io più ti debba abbracciare? Io dubito che non mai.
Io non so ciò che il cuore miseramente indovinando mi si va dicendo".
E così amaramente piagnendo, e riconfortata da lui, più volte il baciai.
Ma dopo molti stretti abbracciari ciascuno pigro a levarsi, la luce del nuovo giorno strignendoci, pur ci levammo.
E apparecchiandosi egli già di darmi li baci estremi, prima lagrimando cotali parole gli cominciai:
"Signor mio, ecco tu te ne vai, e in brieve la tornata prometti; facciami di ciò, se ti piace, la tua fede sicura, sì che io, a me non parendo invano pigliare le tue parole, di ciò prenda, quasi come di futura fermezza, alcuno conforto aspettando".
Allora egli le sue lagrime con le mie mescolando, al mio collo, credo per la fatica dell'animo, grave pendendo, con debole voce disse:
"Donna, io ti giuro per lo luminoso Apollo, il quale ora surge oltre a' nostri disii con velocissimo passo, di più tostana partita dando cagione, e li cui raggi io attendo per guida, e per quello indissolubile amore che io ti porto, e per quella pietà che ora da te mi divide, che il quarto mese non uscirà che, concedendolo Iddio, tu mi vedrai qui tornato".
E quindi, presa con la sua destra la mia destra mano, a quella parte si volse, dove le sacre imagini dei nostri iddii figurate vedeansi, e disse:
"O santissimi iddii, igualmente del cielo governatori e della terra, siate testimoni alla presente promessione, e alla fede data dalla mia destra; e tu, Amore, di queste cose consapevole, sii presente; e tu, o bellissima camera, a me più a grado che 'l cielo agl'iddii, così come testimonia secreta de' nostri disii se' stata, così similemente guarda le dette parole; alle quali, se io per difetto di me vengo meno, cotale verso di me l'ira d'Iddio si dimostri, quale quella di Cerere in Erisitone, o di Diana in Atteone, o in Semelè di Giunone apparve già nel passato".
E questo detto, me con volontà somma abbracciò ultimamente dicendo "Addio!" con rotta voce.
Poi che egli così ebbe parlato, io misera, vinta dall'angoscioso pianto, appena li pote' rispondere alcuna cosa; ma pure isforzandomi, tremanti parole pinsi fuori della trista bocca in cotale forma:
"La fede a' miei orecchi promessa, e data alla mia destra mano dalla tua, fermi Giove in cielo con quello effetto che Inachide fece li prieghi di Teletusa, e in terra, come io disidero e come tu chiedi, la faccia intera".
E accompagnato lui infino alla porta del nostro palagio, volendo dire "Addio!", sùbito fu la parola tolta alla mia lingua, e il cielo agli occhi miei.
E quale succisa rosa negli aperti campi infra le verdi fronde sentendo i solari raggi cade perdendo il suo colore, cotale semiviva caddi nelle braccia della mia serva; e dopo non piccolo spazio, aiutata da lei fedelissima, con freddi liquori rivocata al tristo mondo, mi risentii; e sperando ancora d'essere alla mia porta, quale il furioso toro, ricevuto il mortal colpo, furibondo si leva saltando, cotale io stordita levandomi, appena ancora veggendo, corsi, e con le braccia aperte la mia serva abbracciai credendo prendere il mio signore, e con fioca voce e rotta dal pianto in mille partì dissi:
"O anima mia, addio".
La serva tacque, conoscendo il mio errore; ma io poi, ricevuta veduta più libera, il mio avere fallito sentendo, appena un'altra volta in simile smarrimento non caddi.
Il giorno era già chiaro per ogni parte, onde io nella mia camera senza il mio Panfilo veggendomi, e intorno mirandomi per ispazio lunghissimo, come ciò avvenuto si fosse ignorando, la serva dimandai che di lui avvenuto fosse, a cui ella piagnendo rispose:
"Già è gran pezza che egli, qui nelle sue braccia recatavi, da voi il sopravvegnente giorno con lagrime infinite a forza il divise.
A cui io dissi:
"Dunque si è egli pure partito?"
"Sì" rispose la serva.
Cui io ancora seguendo addimandai:
"Or con che aspetto si partì? Con grave?"
A cui ella rispose:
"Niuno mai più dolente ne vidi".
Poi seguitai:
"Quali furono gli atti suoi? E che parole disse nella partenza?"
Ed ella rispose:
"Voi quasi morta nelle mie braccia rimasa, vagando la vostra anima non so dove, egli vi si recò, tosto che tale vi vide, nelle sue teneramente; e con la sua mano nel vostro petto cercato se con voi fosse la paurosa anima, e trovatala forte battendo, piagnendo, cento volte e più agli ultimi baci credo vi richiamasse.
Ma poi che voi immobile non altramente che marmo vide, qui vi recò, e, dubitando di peggio, lagrimando più volte bagnò il vostro viso, dicendo: "O sommi iddii, se nella mia partenza peccato alcuno si contiene, venga sopra di me il giudicio, non sopra la non colpevole donna.
Rendete a' luoghi suoi la smarrita anima, sì che di questo ultimo bene, cioè di vedermi nella mia partita e di darmi gli ultimi baci dicendo addio, ed ella e io siamo consolati".
Ma poi che vide voi non risentirvi, quasi senza consiglio, ignorando che farsi, pianamente in sul letto posatavi, quali le marine onde, da' venti e dalla pioggia sospinte, ora innanzi vengono e quando addietro si tornano, cotale da voi partendosi infino in sul limitare dell'uscio della camera pigramente andando, mirava per le finestre il minacciante cielo nemico alla sua dimora; e quindi subitamente verso voi ritornava, da capo chiamandovi e aggiungendo lagrime e baci al vostro viso.
Ma poi che così ebbe fatto più volte, vedendo che più lunga non poteva essere con voi la sua dimora, abbracciandovi disse: "O dolcissima donna, unica speranza del tristo cuore, la quale io, a forza partendomi, lascio in dubbia vita, Iddio ti renda il perduto conforto, e te a me tanto servi che insieme felici ancora ci possiamo rivedere, sì come sconsolati ne divide l'amara partenza".
E così come le
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