ELEGIA DI MADONNA FIAMMETTA, di Giovanni Boccaccio - pagina 5
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Né a questo contento stando, s'ingegnò, per figura parlando, e d'insegnarmi a tale modo parlare, e di farmi più certa de' suoi disii, me Fiammetta, e sé Panfilo nominando.
Ohimè! quante volte già in mia presenza e de' miei più cari, caldo di festa e di cibo e d'amore, fingendo Fiammetta e Panfilo essere stati greci, narrò egli come io di lui, ed esso di me primamente stati eravamo presi, quanti accidenti poi n'erano seguitati, e a' luoghi e alle persone pertinenti alla novella dando convenevoli nomi! Certo io ne risi più volte, e non meno della sua sagacità che della semplicità degli ascoltanti; e tal volta fu che io temetti che troppo caldo non trasportasse la lingua disavvedutamente dove essa andare non voleva; ma egli, più savio che io non pensava, astutissimamente si guardava dal falso latino.
O pietosissime donne, che non insegna Amore a' suoi suggetti, e a che non li fa egli abili ad imparare? Io, semplicissima giovine e appena potente a disciogliere la lingua nelle materiali e semplici cose tra le mie compagne, con tanta affezione li modi del parlare di costui raccolsi, che in brieve spazio io avrei di fingere e di parlare passato ogni poeta; e poche cose furono alle quali, udita la sua posizione, io con una finta novella non dessi risposta dicevole.
Cose assai, secondo il mio parere, malagevoli ad imprendere, e molto più ad operare ad una giovine, ho raccontate, ma tutte piccolissime, e di niuno peso parrebbero, scrivendo io, se la materia presente il richiedesse, con quanta sottile esperienza fosse per noi provata la fede d'una mia familiarissima serva, alla quale diliberammo di commettere il nascoso fuoco ancora a niun'altra persona palese, considerando che lungamente senza gravissimo affanno, non essendovi alcuno mezzo, non si poteva servare.
Oltre a questo sarebbe lungo il raccontare quanti e quali consigli e per lui e per me a varie cose fossero presi; forse, non che per altrui operati, ma appena ch'io creda che pensati giammai; le quali tutte, ancora che io al presente in mio detrimento le conosca operate, non però mi duole d'averle sapute.
Se io, o donne, non erro imaginando, egli non fu piccola la fermezza degli animi nostri, se con intera mente si guarda quanto difficile cosa sia due amorose menti, e di due giovini, sostenere un lungo tempo che esse, o d'una parte o d'un'altra, da soperchi disii sospinte, della ragionevole via non trabocchino; anzi fu bene tanta e tale, che li più forti uomini, ciò facendo, laude degna e alta ne acquisterieno.
Ma la mia penna, meno onesta che vaga, s'apparecchia di scrivere quegli ultimi termini d'amore, a' quali a niuno è conceduto il potere, né con disio né con opera, andare più oltre.
Ma in prima che io a ciò pervenga, quanto più supplicemente posso la vostra pietà invoco, e quella amorosa forza, la quale ne' vostri teneri petti stando, a cotale fine tira li vostri disii, e priegole che, se 'l mio parlare vi par grave (dell'opera non dico, ché so che, se a ciò state non sete già, d'esservi disiate), che esse prontissime in voi surgano alla mia scusa.
E tu, o onesta vergogna, tardi da me conosciuta, perdonami; e alquanto ti priego che qui presti luogo alle timide donne, acciò che, da te non minacciate, sicure di me leggano ciò che di sé, amando, disiano.
L'uno giorno all'altro dopo traevano con isperanza sollecita li suoi e miei disii; e ciò ciascuno agramente portava, avvegna che l'uno il dimostrasse all'altro occultamente parlando, e l'altro all'uno di ciò si mostrasse schifo oltremodo, sì come voi medesime, le quali forse forza cercate a ciò che più vi sarebbe a grado, sapete che sogliono le donne amate fare.
Esso adunque, in ciò poco alle mie parole credevole, luogo e tempo convenevole riguardato, più in ciò che gli avvenne avventurato che savio, e con più ardire che ingegno, ebbe da me quello che io, sì come egli, benché del contrario infignessimi, disiava.
Certo, se questa fosse la cagione per la quale io l'amassi, io confesserei che ogni volta che ciò nella memoria mi tornasse, mi fosse dolore a niuno altro simile; ma in ciò mi sia Iddio testimonio che cotale accidente fu ed è cagione menomissima dell'amore che io gli porto; non pertanto niego che ciò, e ora e allora, non mi fosse carissimo.
E chi sarebbe quella sì poco savia, che una cosa che amasse non volesse, anzi che lontana, vicina? e quanto maggiore fosse l'amore più sentirsela appresso? Dico adunque che, dopo cotale avvenimento, da me avanti non che saputo, ma pur pensato, non una volta, ma molte con sommo piacere, e la fortuna e il nostro senno ci consolò lungo tempo a tale partito, avvegna che a me ora in brieve più che alcuno vento fuggitosi mi si mostri.
Ma mentre che questi così lieti tempi passavano, sì come Amore veramente può dire, il quale solo testimonio ne posso dare alcuna volta non fu senza tema a me licito il suo venire, che egli per occulto modo non fosse meco.
Oh, quanto gli era la mia camera cara, e come lieta essa lui vedeva volontieri! Io lui conobbi ad essa più reverente che ad alcuno tempio.
Ohimè! quanti piacevoli baci, quanti amorosi abbracciari, quante notti ragionando graziose più che il chiaro giorno senza sonno passate, quanti altri diletti cari ad ogni amante in quella avemmo ne' lieti tempi! O santissima vergogna, durissimo freno alle vaghe menti, perché non ti parti tu pregandotene io? Perché ritieni tu la mia penna a dimostrare gli avuti beni, acciò che, mostrati interamente, le seguite infelicità avessero forza maggiore di porre per me pietà negli amorosi petti? Ohimè! che tu mi offendi, credendomi forse giovare; io disiderava di dire più cose, ma tu non mi lasci.
Quelle adunque alle quali tanto di privilegio ha la natura prestato, che per le dette possano quelle che si tacciono comprendere, all'altre non così savie il manifestino.
Né alcuna me, quasi non conoscente di tanto, stolta dica, ché assai bene conosco che più sarebbe il tacere stato onesto, che ciò manifestare che è scritto; ma chi può resistere ad Amore, quando egli con tutte le sue forze operando, s'oppone? Io a questo punto più volte lasciai la penna e più volte, da lui infestata, la ripresi; e ultimamente a colui al quale io ne' principii non seppi, libera ancora, resistere, convenne che io, serva, obbedissi.
Egli mi mostrò altrettanto li diletti nascosi valere, quanto li tesori sotto la terra occultati.
Ma perché mi diletto io tanto intorno a queste parole? Io dico che io allora più volte ringraziai la santa dèa promettitrice e datrice di que' diletti.
Oh, quante volte io li suoi altari visitai con incensi, coronata delle sue fronde, e quante volte biasimai li consigli della vecchia balia! E oltre a questo, lieta sopra tutte l'altre compagne, scherniva li loro amori, quello ne' miei parlari biasimando, che più nell'animo mi era caro, fra me sovente dicendo: "Niuna è amata come io, né ama giovine degno come io amo, né con tanta festa coglie gli amorosi frutti come colgo io".
Io, brievemente, aveva il mondo per nulla, e con la testa mi parea il cielo toccare, e nulla mancare a me al sommo colmo della beatitudine tenere, reputava, se non solamente in aperto dimostrare la cagione della mia gioia, estimando meco medesima che così a ciascuna persona, come a me, dovesse piacere quello che a me piaceva.
Ma tu, o vergogna, dall'una parte, e tu, paura, dall'altra, mi riteneste, minacciandomi l'una d'etterna infamia, e l'altra di perdere ciò che nemica fortuna mi tolse poi.
Adunque, sì come piacque ad Amore, in cotal guisa più tempo, senza avere invidia ad alcuna donna, lieta amando vissi, e assai contenta, non pensando che il diletto il quale io aliora con ampissimo cuore prendea, fosse radice e pianta nel futuro di miseria, sì come io al presente senza frutto miseramente conosco.
Capitolo II.
Nel quale Madonna Fiammetta descrive la cagione del dipartire del suo amante da lei; e la partita di lui; e 'l dolore che a lei ne seguitò nel partire.
Mentre che io, o carissime donne, in così lieta e graziosa vita, sì come di sopra è descritta, menava i giorni miei, poco alle cose future pensando, la nemica fortuna a me di nascoso temperava li suoi veleni, e me con animosità continua, non conoscendolo io, seguitava.
Né bastandole d'avermi, di donna di me medesima, fatta serva d'Amore, veggendo che dilettevole già m'era cotal servire, con più pungente ortica s'ingegnò d'affliggere l'anima mia.
E venuto il tempo da lei aspettato, m'apparecchiò, sì come appresso udirete, li suoi assenzii, i quali a me mal mio grado convenuti gustare, la mia allegrezza in tristizia e 'l dolce riso in amaro pianto mutarono.
Le quali cose, non che sostenendole, ma pur pensando di doverle altrui scrivendo mostrare, tanta di me stessa compassione m'assalisce che, quasi ogni forza togliendomi, e infinite lagrime agli occhi recandomi, appena il mio proposito lascia ad effetto producere; il quale, quantunque male io possa, pur m'ingegnerò di fornire.
Noi, egli e io, come caso venne, essendo il tempo per piove e per freddo noioso, nella mia camera, menando la tacita notte le sue più lunghe dimore, riposando nel ricchissimo letto insieme dimoravamo; e già Venere, da noi molto faticata, quasi vinta ci dava luogo, e uno lume grandissimo in una parte della camera acceso gli occhi suoi della mia bellezza faceva lieti, e i miei similmente faceva della sua.
Li quali, mentre che di quella, parlando io cose varie, essi soperchia dolcezza beveano, quasi d'essa inebriata la luce loro, non so come per piccolo spazio da ingannevole sonno vinti, toltemi le parole, stettero chiusi.
Il quale così soave da me passando, come era entrato, del caro amante ramarichevoli mormorii sentirono li miei orecchi, e sùbito della sua sanità in varii pensieri messa, volli dire: "Che ti senti?".
Ma vinta da nuovo consiglio mi tacqui, e con occhio acutissimo, e con orecchie sottili, lui nell'altra parte del nostro letto rivolto, cautamente mirandolo per alcuno spazio l'ascoltai.
Ma nulla delle sue voci presero gli orecchi miei, benché lui in singhiozzi di gravissimo pianto affannato e il viso parimente e il petto bagnato di lagrime conoscessi.
Ohimè! quali voci mi sarieno sufficienti ad esprimere quale in tale aspetto, la cagione ignorando, l'anima mia divenisse mirandolo? E' mi corsero mille pensieri che la mente in uno momento, e quasi tutti terminavano in uno, cioè che egli, amando altra donna, contra voglia dimorasse in tal modo.
Le mie parole furono più volte infino alle labbra per domandarlo qual fosse la sua noia; ma, dubitando che vergogna non gli porgesse l'esser da me trovato piagnendo, si ritraevano indietro; e similmente trassi gli occhi più volte da riguardarlo, acciò che le calde lagrime cadenti da quelli, venendo sopra di lui, non gli dessero materia di sentire ch'egli fosse da me veduto.
Oh quanti modi, impaziente, pensai da operare, acciò che egli desta mi sentisse non averlo sentito, e a niuno m'accordava! Ma ultimamente, vinta dal disio di sapere la cagione del suo pianto, acciò che egli a me si volgesse, quali coloro che ne' sogni o da caduta, o da bestia crudele, o da altro spaventati, subitamente pavidi si riscuotono, il sogno e il sonno ad un'ora rompendo, cotale sùbita con voce pavida mi riscossi, l'uno de' miei bracci gittando sopra li suoi omeri.
E certo l'inganno ebbe luogo, perciò che egli, lasciando le lagrime, con infinta letizia sùbito a me si volse, e disse, con voce pietosa:
"O anima mia bella, che temesti? "
Al quale io senza intervallo risposi:
"Parevami che io ti perdessi".
Ohimè! che le mie parole, non so da che spirito pinte fuori, furono del futuro e agurio e verissime annunziatrici, come io ora veggio.
Ma egli rispose:
"O carissima giovine, morte, non altri potrà che tu mi perda operare".
E queste parole senza mezzo seguì un gran sospiro; del quale non fu sì tosto, da me, che de' primi pianti disiderava saper la cagione, dimandato, che le abondanti lagrime da' suoi occhi, come da due fontane, cominciarono a scaturire, e il mal rasciutto petto di lui a bagnare con maggiore abondanza; e me in greve doglia e già lagrimante tenne per lungo spazio sospesa, sì l'impediva il singhiozzo del pianto, anzi che alle mie molte dimande potesse rispondere.
Ma poi che libero alquanto dall'émpito si sentio, con voce spesso rotta dal pianto, così mi rispose:
"O a me carissima donna e da me amata sopra tutte le cose, sì come gli effetti aperto ti possono mostrare, se i miei pianti meritano fede alcuna, credere puoi non senza cagione amara con tanta abondanza spandano lagrime gli occhi miei, qualora nella memoria mi torna quello che ora, in tanta gioia con teco stando, mi vi tornò, e cioè solamente il pensare che di me far due non posso, com'io vorrei, acciò che ad Amore e alla debita pietà ad un'ora satisfare potessi qui dimorando, e là dove necessità strettissima mi tira per forza, andando.
Dunque non potendosi, in afflizione gravissima il mio cuore misero ne dimora, sì come colui che da una parte traendo pietà, è fuori delle tue braccia tirato, e dall'altra in quelle con somma forza da Amore ritenuto".
Queste parole m'entrarono nel misero cuore con amaritudine mai non sentita, e ancora che bene non fossero prese dallo intelletto, nondimeno quanto più di quelle ricevevano le orecchie attente a' danni loro, tanto più in lagrime convertendosi m'uscivano per gli occhi, lasciando nel cuore il loro effetto nemico.
Questa fu la prima ora, che io sentii dolori al mio piacer più nimichevoli; questa fu quell'ora, che senza modo lagrime mi fece spandere, mai prima da me simili non sparte; le quali niuna sua parola, né conforto, di che assai era fornito, poteva ristringere.
Ma poi che per lungo spazio ebbi pianto amaramente, quanto potei ancora il pregai che più chiaro qual pietà il traeva delle mie braccia mi dimostrasse; onde egli, non ristando però di piangere, così mi disse:
"La inevitabile morte, ultimo fine delle cose nostre, di più figliuoli nuovamente me solo ha lasciato al padre mio, il quale d'anni pieno e senza sposa, solo d'alcuno mio fratello sollecito a' suoi conforti rimaso, senza speranza alcuna di più averne, me a consolazione di lui, il quale egli già sono più anni passati non vide, richiama a rivederlo.
Alla qual cosa fuggire per non lasciarti, già sono più mesi, varie maniere di scuse ho trovate; e ultimamente non accettandone alcuna, per la mia puerizia nel suo grembo teneramente allevata, per l'amore da lui verso di me continuamente portato e per quello che a lui portar debbo, per la debita ubidienza filiale, e per qualunque altra cosa più grave puote, continuo mi scongiura che a rivedere lo vada.
E oltre a ciò da amici e da parenti con prieghi solenni me ne fa stimolare, dicendo in fine sé la misera anima cacciare del corpo sconsolata, se me non vede.
Ohimè, quanto sono le naturali leggi forti! Io non ho potuto fare, né posso, che nel molto amore che io ti porto non abbia trovato luogo questa pietà; onde, avendo in me, con licenza di te, diliberato d'andare a rivederlo, e con lui dimorare a consolazione sua alcuno piccolo spazio di tempo, non sappiendo come senza te viver mi possa, di tal cosa ricordandomi tuttavia, meritamente piango".
E qui si tacque.
Se alcuna di voi fu mai, o donne a cui io parlo, alla quale, ferventemente amando, tale caso avvenisse, colei sola spero che possa conoscere quale allora fosse la mia tristizia; all'altre non curo di dimostrarlo, però che così come ogn'altro essemplo che il detto, così ogni parlare ci sarebbe scarso.
Io dico sommariamente che, udendo io queste parole, l'anima mia cercò di fuggire da me, e senza dubbio credo fuggita sariesi, se non che essa di colui nelle braccia cui più amava si sentiva stare; ma nondimeno paurosa rimasa, e occupata da greve doglia, lungamente mi tolse il poter dire alcuna cosa.
Ma poi che per alquanto spazio si fu assuefatta a sostenere il mai più non sentito dolore, a' miseri spiriti rendé le paurose forze, e gli occhi, rigidi divenuti, ebbero copia di lagrime e la lingua di dire alcuna parola.
Per che, al signore della mia vita rivolta, così li dissi:
"O ultima speranza della mia mente, entrino le mie parole nella tua anima con forza di mutare il proposito, acciò che, se così m'ami come dimostri, e la tua vita e la mia cacciate non sieno dal tristo mondo prima che venga il dì segnato.
Tu, da pietà tirato e da amore, in dubbio poni le cose future; ma certo, se le tue parole per addietro sono state vere, con le quali me da te essere stata amata non una volta, ma molte hai affermato, niun'altra pietà a questa potenza dee potere resistere, né mentre ch'io vivo, altrove tirarti; e odi perché.
Egli t'è manifesto, se tu séguiti quello che parli, in quanto dubbio tu lasci la vita mia, la quale appena per addietro s'è sostenuta quel giorno che io non t'ho potuto vedere; dunque puoi esser certo che, cessandoti tu, ogni allegrezza da me si partirà.
E ora bastasse questo! Ma chi dubita che ogni tristizia mi sopravverrà, la quale, forse, e senza forse, mi ucciderà? Ben dei tu oramai conoscere quanta forza sia nelle tenere giovini a potere così avversi casi con forte animo sostenere.
Se forse vuogli dire che io per addietro, amando saviamente e con forza, gli sostenni maggiori, certo io il consento in parte, ma la cagione era molto diversa da questa: la mia speranza posta nel mio volere mi faceva lieve quello che ora nell'altrui mi graverà.
Chi mi negava, quando il disio m'avesse pure oltre ad ogni misura costretta, che io te, così di me come io di te innamorato, non avessi potuto avere? Certo nessuno; quello che, essendomi tu lontano, non m'avverrà.
Oltre a ciò, io allora non sapeva, più che per vista, chi tu ti fossi, benché io t'estimassi da molto; ma ora io il conosco, e sento per opera che tu se' d'avere troppo più caro che non mi mostrava allora il mio imaginare, e se' divenuto mio con quella certezza che gli amanti possono essere dalle donne tenuti loro.
E chi dubita che egli non sia molto maggiore dolore il perdere ciò che altri tiene, che quello che egli spera di tenere, ancora che la speranza debba riuscire vera? E però, bene considerando, assai aperta si vede la morte mia.
Dunque, la pietà del vecchio padre preposta a quella che di me dei avere mi sarà di morte cagione, e tu non amatore, ma nemico, se così fai.
Deh, vorrai tu, o potrail fare, pur che io il consenta, i pochi anni al vecchio padre servati, a' molti, che ancora a me ragionevolmente si debbono, anteporre? Ohimè! che iniqua pietà sarà questa? E` egli tua credenza, o Panfilo, che niuna persona, sia di te quantunque egli vuole o puote per parentado di sangue o per amistà congiunta, t'ami sì come io t'amo? Male credi, se di sì credi: veramente niuno t'ama così come io.
Dunque, se io più t'amo, più pietà merito, e perciò degnamente antiponmi, e di me essendo pietoso, di ogni altra pietà ti dispoglia che offenda questa, e senza te lascia riposare il tuo padre; e così come, tu non con lui, lungamente è vivuto, se gli piace, per innanzi si viva, e se non, muoiasi.
Egli è fuggito molti anni al mortal colpo, s'io odo il vero, e più ci è vivuto che non si conviene; e se egli con fatica vive, come i vecchi fanno, sarà vie maggior pietà di te verso lui lasciarlo morire, che più in lui con la tua presenza prolungare la fatichevole vita.
Ma me, che guari senza te vivuta non sono, né vivere saprei senza te, si conviene aiutare, la quale, giovanissima ancora, con teco aspetto molti anni di vivere lieti.
Deh, se la tua andata quello nel tuo padre dovesse operare che in Esone i medicamenti di Medea operarono, io direi la tua pietà giusta, e comanderei che s'adempiesse, ancora che duro mi fosse; ma non sarà cotale, né potrebbe essere, e tu il sai.
Or ecco, se a te, forse più che io non credo crudele, di me, la quale per tua elezione, non isforzato, hai amata e ami, sì poco ti cale, che tu vogli pure al mio amore preporre la pietà perduta del vecchio padre, il quale è tale quale il ti diè la fortuna, almeno di te medesimo t'incresca più che di me o di lui, il quale, se i tuoi sembianti in prima, e poi le tue parole non m'hanno ingannata, più morto che vivo ti se' mostrato, quale ora, per accidente, senza vedermi hai trapassata; e ora a sì lunga dimora, chente richiede la mal venuta pietà, senza vedermi ti credi potere dimorare? Deh, per Dio, attentamente riguarda, e vedi te possibile a morte ricevere (se per lungo dolore avviene che l'uomo si muoia, come io intendo) per l'altrui vita, di questa andata, la quale che a te sia durissima le tue lagrime e del tuo cuore il movimento, il quale nell'ansio petto senza ordine battere ti sento, dimostrano; e se morte non te ne segue, vita piggiore che morte non te ne falla.
Ohimè! che lo innamorato mio cuore insieme dalla pietà che a me medesima porto, e da quella che per te sento è ad un'ora costretto.
Per che io ti priego che tu sì sciocco non sii che, movendoti a pietà d'alcuna persona, e sia chi vuole, tu vogli te a grave pericolo di te medesimo sottoporre.
Pensa che chi sé non ama, niuna cosa possiede.
Tuo padre, di cui tu se' ora pietoso, non ti diede al mondo perché tu stesso divenissi cagione di tortene.
E chi dubita che, se a lui fosse la nostra condizione licito di scoprire, che egli, essendo savio, non dicesse piuttosto: "Rimanti" che "Vieni"? E se a ciò discrezione non lo inducesse, egli ve lo inducerebbe pietà; e questo credo che assai ti sia manifesto.
Dunque fa' ragione che quel giudicio che egli darebbe, se la nostra causa sapesse, che egli l'abbia saputa e dato, e per la sua medesima sentenza lascia stare questa andata, a me e a te parimente dannosa.
Certo, carissimo signor mio, assai possenti cagioni sono le già dette da doverle seguire, e rimanerti, considerando ancora dove tu vai; ché, posto che colà vadi ove nascesti, luogo naturalmente oltre ad ogni altro amato da ciascuno, nondimeno, per quello che io abbia già da te udito, egli t'è per accidente noioso, però che, sì come tu medesimo già dicesti, la tua città è piena di voci pompose e di pusillanimi fatti, serva non a mille leggi, ma a tanti pareri quanti v'ha uomini, e tutta in arme, e in guerra, così cittadina come forestiera, fremisce, di superba, avara e invidiosa gente fornita, e piena di innumerabili sollecitudini: cose tutte male all'animo tuo conformi.
E quella che di lasciare t'apparecchi so che conosci lieta, pacifica, abondevole, magnifica, e sotto ad un solo re: le quali cose, se io alcuna conoscenza ho di te, assai ti sono gradevoli; e oltre a tutte le cose contate, ci sono io, la quale tu in altra parte non troverai.
Dunque, lascia l'angosciosa proposta, e, mutando consiglio, alla tua vita e alla mia insieme, rimanendo, provvedi; io te ne priego.
Le mie parole in molta quantità le sue lagrime aveano cresciute, delle quali co' baci mescolate assai ne bevvi.
Ma egli dopo molti sospiri così mi rispose:
"O sommo bene dell'anima mia, senza niuno fallo vere conosco le tue parole, e ogni pericolo in quelle narrato m'è manifesto; ma acciò che io, non come io vorrei, ma come la necessità presente richiede, brievemente risponda, ti dico che il potere con un corto affanno solvere un debito grande, credo da te mi si debbia concedere.
Pensar dei ed esser certa che, benché la pietà del vecchio padre mi strìnga assai e debitamente, non meno, ma molto più, quella di noi medesimi mi costrigne; la quale, se licita fosse a discoprire, scusato mi parrebbe essere, presumendo che, non che da mio padre solo, ma ancora da qualunque altro fosse giudicato quel che dicesti; e lascerei il vecchio padre, senza vedermi, morire.
Ma convenendo questa pietà essere occulta, senza quella palese adempiere, non veggio come senza gravissima riprensione e infamia far lo potessi.
Alla quale riprensione fuggire, adempiendo il mio dovere, tre o quattro mesi ci torrà di diletto fortuna; dopo li quali, anzi innanzi che compiuti siano, senza fallo mi rivedrai nel tuo cospetto tornato, a me come te medesima rallegrare.
E se il luogo al quale io vo è così spiacevole come fai (ché è così a rispetto di questo, essendoci tu), ciò ti dee essere molto a grado, pensando che, dove altra cagione a partirmi quindi non mi movesse, per forza le qualità del luogo al mio animo avverse me ne farebbono partire e qui tornare.
Dunque concedasi questo da te, che io vada; e come per addietro ne' miei onori e utili se' stata sollecita, così ora in questo divieni paziente, acciò che io, conoscendo a te gravissimo l'accidente, più sicuro per innanzi mi renda, che in qualunque caso ti sia l'onor mio quant'io stato caro".
Egli avea detto, e tacevasi, quando io così ricominciai a parlare:
"Assai chiaro conosco ciò che fermato nell'animo non pieghevole porti, e appena mi pare che in quello raccogliere vogli pensando di quante e quali sollecitudini l'anima mia lasci piena da me lontanandoti; la quale niuno giorno, niuna notte, niuna ora sarà senza mille paure: io starò in continuo dubbio della tua vita, la quale io priego Iddio che sopra i miei dì la distenda quanto tu vuoi.
Deh, perché con soperchio parlare mi voglio io stendere dicendole ad una ad una? Egli non ha, brievemente, il mare tante arene, né il cielo stelle, quante cose dubbiose e di pericolo piene possono tutto dì intervenire a' viventi; le quali tutte, partendoti tu, senza dubbio spaventandomi m'offenderanno.
Ohimè! trista la vita mia! Io mi vergogno di dirti quello che nella mia mente mi viene; ma però che quasi possibile per le cose udite mi pare, costretta tel pur dirò.
Or se tu ne' tuoi paesi, ne' quali io ho udito più volte essere quantità infinita di belle donne e vaghe, atte bene ad amare e ad essere amate, una ne vedessi che ti piacesse, e me dimenticassi per quella, qual vita sarebbe la mia? Deh! se così m'ami come dimostri, pensalo come faresti tu se io per altrui ti cambiassi! La qual cosa non sarà mai: certo io con le mie mani, anzi che ciò avvenisse, m'ucciderei.
Ma lasciamo stare questo, e di quello che noi non disideriamo che avvenga, non tentiamo con tristo annunzio gl'iddii.
Se a te pur fermo giace nell'animo il partire, con ciò sia cosa che niun'altra cosa mi piaccia, se non piacerti, a ciò volere di necessità mi conviene disporre.
Tuttavia, se essere può, io ti priego che in questo tu séguiti il mio volere, cioè in dare alla tua andata alcuno indugio, nel quale io, imaginando il tuo partire, con continuo pensiero possa apparare a sofferire d'essere senza te.
E certo questo non ti deve essere grave: il tempo medesimo, il quale ora la stagione mena malvagio, m'è favorevole.
Non vedi tu il cielo pieno d'oscurità, continuo minacciante gravissime pestilenze alla terra con acque, con nevi, con venti e con ispaventevoli tuoni? E come tu dei sapere, ora per le continue piove ogni piccolo rivo è divenuto un grande e possente fiume.
Chi è colui che sì poco se medesimo ami, che in così fatto tempo si metta a camminare? Dunque, in questo fa il mio piacere; il quale se far non vuogli, fa il tuo dovere: lascia i dubbiosi tempi passare, e aspetta il nuovo, nel quale e tu meglio e con meno pericolo andrai, e io, già co' tristi pensieri costumata più pazientemente aspetterò la tua tornata".
A queste parole egli non indugiò la risposta, ma disse:
"Carissima giovine, l'angosciose pene e le sollecitudini varie nelle quali io contro a mio piacere ti lascio, e meco senza dubbio ne porto l'une e l'altre, mitighi la lieta speranza della futura tornata; né di quello che così qui come altrove, quando tempo sarà, mi dee giungere, cioè la morte, è senno d'averne pensiero, né de' futuri accidenti a nuocere possibili e a giovare: ovunque l'ira e la grazia di Dio coglie l'uomo, quivi e il bene e il male, senza potere altro, gli conviene sostenere.
Adunque queste cose senza badarci, nelle mani di lui, meglio di noi consapevole de' nostri bisogni, le lascia stare, e a lui con prieghi solamente addimanda che vengano buone.
Che mai di niuna donna io sia altro che di Fiammetta, appena, pure se io il volessi, il potrebbe fare Giove, con sì fatta catena ha il mio cuore Amore legato sotto la tua signoria.
E di ciò ti rendi sicura, che prima la terra porterà le stelle, e il cielo arato da' buoi producerà le mature biade, che Panfilo sia d'altra donna che tuo.
L'allungare di spazio che chiedi alla mia partita, se io il credessi a te e a me utile, più volontieri che tu nol chiedi il farei; ma tanto quanto quello fosse più lungo, cotanto il nostro dolore sarebbe maggiore.
Io, ora partendomi, prima sarò tornato, che quello spazio sia compiuto il quale chiedi per apparare a sofferire; e quella noia in questo mezzo avrai, non essendoci io, che avresti pensando al mio dovermi partire.
E alla malvagità del tempo, sì come altra volta uso di sostenerne, prenderò io salutevole rimedio; il quale volesse Iddio che così ritornando già l'operassi come partendomi il saprò operare.
E perciò con forte animo ti disponi a ciò che, quando pure far si conviene, è meglio sùbito operando passare, che con tristizia e paura di farlo aspettare".
Le mie lagrime quasi nel mio parlare allentate altra risposta attendendo, udendo quella, crebbero in molti doppii; e sopra il suo petto posata la grave testa, lungamente dimorai senza più dirgli, e varie cose nell'animo rivolgendo, né affermare sapea, né negare ciò che e' diceva.
Ma ohimè! chi avrebbe a quelle parole risposto se non: "Fa quel che ti piace, torni tu tosto"? Niuna credo.
E io, non senza gravissima doglia e molte lagrime, dopo lungo indugio così gli risposi, aggiungendogli che gran cosa, se egli viva mi trovasse nel suo tornare, senza dubbio sarebbe.
Queste parole dette, l'uno confortato dall'altro, rasciugammo le lagrime, e a quelle ponemmo sosta per quella notte.
E servato l'usato modo, anzi la sua partita, che pochi giorni fu poi, me più volte venne a rivedere; benché assai d'abito e di volere trasmutata dal primo mi rivedesse.
Ma venuta quella notte la quale dovea essere l'ultima de' miei beni, con ragionamenti varii non senza molte lagrime trapassammo; la quale, ancora che per la stagione del tempo fosse delle più lunghe, brevissima mi parve che trapassasse.
E già il giorno, agli amanti nemico, cominciato aveva a tòrre la luce alle stelle; del quale vegnente poi che 'l segno venne alle mie orecchie, strettissimamente lui abbracciai, e così dissi:
"O dolce signor mio, chi mi ti toglie? Quale iddio con tanta forza la sua ira verso di me adopera che, me vivente, si dica: "Panfilo non è là dove la sua Fiammetta dimora"? Ohimè! che io non so ora ove ne vai tu.
Quando sarà che io più ti debba abbracciare? Io dubito che non mai.
Io non so ciò che il cuore miseramente indovinando mi si va dicendo".
E così amaramente piagnendo, e riconfortata da lui, più volte il baciai.
Ma dopo molti stretti abbracciari ciascuno pigro a levarsi, la luce del nuovo giorno strignendoci, pur ci levammo.
E apparecchiandosi egli già di darmi li baci estremi, prima lagrimando cotali parole gli cominciai:
"Signor mio, ecco tu te ne vai, e in brieve la tornata prometti; facciami di ciò, se ti piace, la tua fede sicura, sì che io, a me non parendo invano pigliare le tue parole, di ciò prenda, quasi come di futura fermezza, alcuno conforto aspettando".
Allora egli le sue lagrime con le mie mescolando, al mio collo, credo per la fatica dell'animo, grave pendendo, con debole voce disse:
"Donna, io ti giuro per lo luminoso Apollo, il quale ora surge oltre a' nostri disii con velocissimo passo, di più tostana partita dando cagione, e li cui raggi io attendo per guida, e per quello indissolubile amore che io ti porto, e per quella pietà che ora da te mi divide, che il quarto mese non uscirà che, concedendolo Iddio, tu mi vedrai qui tornato".
E quindi, presa con la sua destra la mia destra mano, a quella parte si volse, dove le sacre imagini dei nostri iddii figurate vedeansi, e disse:
"O santissimi iddii, igualmente del cielo governatori e della terra, siate testimoni alla presente promessione, e alla fede data dalla mia destra; e tu, Amore, di queste cose consapevole, sii presente; e tu, o bellissima camera, a me più a grado che 'l cielo agl'iddii, così come testimonia secreta de' nostri disii se' stata, così similemente guarda le dette parole; alle quali, se io per difetto di me vengo meno, cotale verso di me l'ira d'Iddio si dimostri, quale quella di Cerere in Erisitone, o di Diana in Atteone, o in Semelè di Giunone apparve già nel passato".
E questo detto, me con volontà somma abbracciò ultimamente dicendo "Addio!" con rotta voce.
Poi che egli così ebbe parlato, io misera, vinta dall'angoscioso pianto, appena li pote' rispondere alcuna cosa; ma pure isforzandomi, tremanti parole pinsi fuori della trista bocca in cotale forma:
"La fede a' miei orecchi promessa, e data alla mia destra mano dalla tua, fermi Giove in cielo con quello effetto che Inachide fece li prieghi di Teletusa, e in terra, come io disidero e come tu chiedi, la faccia intera".
E accompagnato lui infino alla porta del nostro palagio, volendo dire "Addio!", sùbito fu la parola tolta alla mia lingua, e il cielo agli occhi miei.
E quale succisa rosa negli aperti campi infra le verdi fronde sentendo i solari raggi cade perdendo il suo colore, cotale semiviva caddi nelle braccia della mia serva; e dopo non piccolo spazio, aiutata da lei fedelissima, con freddi liquori rivocata al tristo mondo, mi risentii; e sperando ancora d'essere alla mia porta, quale il furioso toro, ricevuto il mortal colpo, furibondo si leva saltando, cotale io stordita levandomi, appena ancora veggendo, corsi, e con le braccia aperte la mia serva abbracciai credendo prendere il mio signore, e con fioca voce e rotta dal pianto in mille partì dissi:
"O anima mia, addio".
La serva tacque, conoscendo il mio errore; ma io poi, ricevuta veduta più libera, il mio avere fallito sentendo, appena un'altra volta in simile smarrimento non caddi.
Il giorno era già chiaro per ogni parte, onde io nella mia camera senza il mio Panfilo veggendomi, e intorno mirandomi per ispazio lunghissimo, come ciò avvenuto si fosse ignorando, la serva dimandai che di lui avvenuto fosse, a cui ella piagnendo rispose:
"Già è gran pezza che egli, qui nelle sue braccia recatavi, da voi il sopravvegnente giorno con lagrime infinite a forza il divise.
A cui io dissi:
"Dunque si è egli pure partito?"
"Sì" rispose la serva.
Cui io ancora seguendo addimandai:
"Or con che aspetto si partì? Con grave?"
A cui ella rispose:
"Niuno mai più dolente ne vidi".
Poi seguitai:
"Quali furono gli atti suoi? E che parole disse nella partenza?"
Ed ella rispose:
"Voi quasi morta nelle mie braccia rimasa, vagando la vostra anima non so dove, egli vi si recò, tosto che tale vi vide, nelle sue teneramente; e con la sua mano nel vostro petto cercato se con voi fosse la paurosa anima, e trovatala forte battendo, piagnendo, cento volte e più agli ultimi baci credo vi richiamasse.
Ma poi che voi immobile non altramente che marmo vide, qui vi recò, e, dubitando di peggio, lagrimando più volte bagnò il vostro viso, dicendo: "O sommi iddii, se nella mia partenza peccato alcuno si contiene, venga sopra di me il giudicio, non sopra la non colpevole donna.
Rendete a' luoghi suoi la smarrita anima, sì che di questo ultimo bene, cioè di vedermi nella mia partita e di darmi gli ultimi baci dicendo addio, ed ella e io siamo consolati".
Ma poi che vide voi non risentirvi, quasi senza consiglio, ignorando che farsi, pianamente in sul letto posatavi, quali le marine onde, da' venti e dalla pioggia sospinte, ora innanzi vengono e quando addietro si tornano, cotale da voi partendosi infino in sul limitare dell'uscio della camera pigramente andando, mirava per le finestre il minacciante cielo nemico alla sua dimora; e quindi subitamente verso voi ritornava, da capo chiamandovi e aggiungendo lagrime e baci al vostro viso.
Ma poi che così ebbe fatto più volte, vedendo che più lunga non poteva essere con voi la sua dimora, abbracciandovi disse: "O dolcissima donna, unica speranza del tristo cuore, la quale io, a forza partendomi, lascio in dubbia vita, Iddio ti renda il perduto conforto, e te a me tanto servi che insieme felici ancora ci possiamo rivedere, sì come sconsolati ne divide l'amara partenza".
E così come le parole diceva, così continuamente piagneva forte, tanto che i singhiozzi del suo pianto più volte mi fecero paura che non che da' nostri di casa, ma che da' vicini sentiti non fossero.
Ma poi, più non potendo dimorare per la nemica chiarezza sopravvegnente, con maggiore abondanza di lagrime disse "Addio!", e quasi a forza tirato, percotendo forte il piede nel limitar dell'uscio, uscì delle nostre case.
Onde uscito, appena si saria detto che egli potesse andare, anzi ad ogni passo volgendosi, quasi pareva sperasse che, voi risentita, io il dovessi chiamare a rivedervi".
Tacque allora quella; e io, o donne, quale voi potete pensare, cotale dolendomi della partita del caro amante, sconsolata rimasi piagnendo.
Capitolo III.
Nel quale si dimostra chenti e quali fossero di questa donna i pensieri e l'opera, trascorrendo il tempo a lei dal suo amante promesso di ritornare.
Quale voi avete di sopra udito, o donne, cotale, dipartito il mio Panfilo, rimasi, e più giorni con lagrime di tal partenza mi dolsi, né altro era nella mia bocca, benché tacitamente fosse, che: "O Panfilo mio, come può egli essere che tu m'abbi lasciata?".
Certo intra le lagrime mi dava tal nome, ricordandolo, alcuno conforto.
Niuna parte della mia camera era che io con disiderosissimo occhio non riguardassi, fra me dicendo: "Qui sedette il mio Panfilo, qui giacque, quivi mi promise di tornare tosto, quivi il baciai io".
E, brievemente, ciascuno luogo m'era caro.
Io alcuna volta meco medesima fingeva lui dovere ancora, indietro tornando, venirmi a vedere, e quasi come se venuto fosse, gli occhi all'uscio della mia camera rivolgeva, e rimanendo dal mio consapevole imaginamento beffata, così ne rimaneva crucciosa come se con verità fossi stata ingannata.
Io più volte per cacciare da me i non utili riguardamenti cominciai molte cose a voler fare; ma vinta da nuove imaginazioni, quelle lasciava stare.
Il misero cuore con non usato battimento continuamente m'infestava.
Io mi ricordava di molte cose, le quali io gli vorrei aver dette, e quelle che dette gli aveva, e le sue ripetendo con meco stessa; e in tal maniera, non fermando l'animo a nulla cosa, più giorni mi stetti dogliosa.
Poi che la doglia gravissima per la nuova partenza incominciò per interposizione di tempo alquanto ad allenare, a me incominciarono a venire più fermi pensieri; e venuti, se medesimi con ragioni verisimili difendevano.
Egli, non dopo molti dì dimorando io nella mia camera sola, m'avvenne ch'io con meco a dir cominciai: "Ecco, ora l'amante è partito, e vassene; e tu, misera, non che dire addio, ma rendergli i baci dati al morto viso o vederlo nel suo partire non potesti; la quale cosa egli forse tenendo a mente, se alcuno caso noioso gli avviene, della tua taciturnità malo agurio prendendo, forse di te si biasimerà".
Questo pensiero mi fu nel principio nell'animo molto grave, ma nuovo consiglio da me il rimosse, perciò che meco pensando dissi: "Di qui non dee biasimo alcuno cadere, perciò che egli, savio, piuttosto il mio avvenimento prenderà in agurio felice, dicendo: "Ella non disse addio, sì come si suol dire a quelli, i quali o per lungamente dimorare o per non tornare si sogliono partire d'altrui; ma tacendo, me seco quasi reputando d'avere, brevissimo spazio disegnò alla mia dimora".
E così, me con meco racconsolata, lascio questo andare, intrando in altri.
Alcun'altra volta con più gravezza mi venne pensato lui avere il piè percosso nel limitare dell'uscio della nostra camera, sì come la fedele serva m'avea ridetto; e ricordandomi che a niuno altro segnale Laudomia prese tanta fermezza, quanta a così fatto del non redituro Protesilao, già molte volte ne piansi, quello medesimo di ciò sperando che n'è avvenuto.
Ma, non capendomi allora nell'animo che avvenire mi dovesse, quasi vani cotali pensieri imaginai da dover lasciare andar via.
I quali però non si partiano a mia posta, ma talvolta altri sopravvegnendone, questi m'uscivano di mente, pensando a già venuti, i quali tanti e tali erano, che di quelli il numero, non che altro, graverebbe a ricordarsi.
Egli non mi venne una volta sola nell'animo l'avere già letto ne' versi di Ovidio che le fatiche traevano a' giovini amore delle menti, anzi mi veniva tante quante volte io mi ricordava lui essere in camino.
E sentendo quello non piccolo affanno, e massimamente a chi è di riposo uso, o il fa contro voglia, forte meco dubitava in prima non quello avesse forza di torlomi, e appresso non la invita fatica né il noioso tempo gli fosse cagione d'infermità, o di peggio.
E in questo molto mi ricorda più che negli altri dimorare occupata, benché sovente io e dalle sue medesime lagrime da me vedute, e dalle mie fatiche, le quali mai non mutarono la mia fermezza, argomentai non potere essere vero, che per sì piccolo affanno si spegnesse amore così grande, sperando ancora che la sua giovine età e la discrezione da altro accidente noioso me 'l guarderebbero.
Così adunque a me opponendo, e rispondendo, e solvendo, trapassai tanti giorni, che non che lui alla sua patria pervenuto pensai solamente, ma ancora ne fui per sua lettera fatta certa.
La quale essendo a me per molte cagioni graziosissima, lui ardere come mai mi fece palese, e con maggiori promesse vivificò la mia speranza del suo tornare.
Da questa ora innanzi, partiti i primi pensieri, nuovi in luogo di quelli subitamente ne nacquero.
Io alcuna volta diceva: "Ora Panfilo unico figliuolo al vecchio padre, da lui, il quale già è molti anni nol vide, con grandissima festa ricevuto, non che egli di me si ricordi, ma io credo che egli maledice i mesi i quali qui con diverse cagioni per amor di me si ritenne; e ricevendo onore ora da questo amico e ora da quell'altro, biasima forse me, che altro che amarlo non sapea quando c'era.
E gli animi pieni di festa sono atti a potere essere tolti d'uno luogo, e obligarsi in un altro.
Deh, ora potrebbe egli essere che io in così fatta maniera il perdessi? Certo appena che io il possa credere.
Iddio cessi che questo avvenga; e come egli ha me tenuta e tiene, tra' miei parenti e nella mia città, sua, così lui tra' suoi e nella sua conservi mio".
Ohimè! con quante lagrime erano mescolate queste parole, e con quante più sarebbero state, se vero avessi creduto ciò che esse medesime vero indovinavano! Avvegna che quelle che allora non vennero, io poi in molti doppii l'abbia sparte invano.
Oltre a cotal ragionare, l'anima, spesse volte conoscitrice de' suoi futuri mali, presa da non so che paura, tremava forte; la qual paura più volte in cotal pensiero si risolvette: "Panfilo ora nella sua città, piena di templi eccellentissimi e per molte e grandissime feste pomposi, visita quelli, li quali senza niuno dubbio trova di donne pieni, le quali sì come io ho molte fiate udito, ancora che bellissime sieno, di leggiadria e di vaghezza tutte l'altre trapassano, né alcune ne sono con tanti lacciuoli da pigliare animi, quanti loro.
Deh, chi può essere sì forte guardiano di se medesimo, dove tante cose concorrono, che, posto che egli pure non voglia, egli non sia almeno per forza preso alcuna volta? E io medesima fui per forza presa.
E oltre a ciò le cose nuove sogliono più che l'altre piacere.
Adunque è leggier cosa che egli a loro nuovo ed esse a lui, e possa ad alcuna piacere, e a lui similmente alcuna piacerne".
Ohimè! quanto m'era grave cotale imaginare, il quale, che egli non dovesse avvenire, appena poteva da me cacciare, dicendo: "Or come potrebbe Panfilo, che te più che sé ama, ricevere nel cuore da te occupato un altro amore? Non sai tu qui alcuna essere stata ben degna di lui, la quale con maggior forza che con quella degli occhi s'ingegnò d'entrarvi, né vi poté onde trovare? Certo appena, non essendo egli tuo sì come egli è, trapassando ancora qualunque donne si sono di bellezza e d'arte le dèe, che egli così tosto, come tu di', innamorare si potesse.
E oltre a questo, come credi tu che egli la fede a te promessa volesse rompere per alcun'altra? Egli nol farebbe giammai; e similemente nella sua discrezione ti dei fidare.
Tu dei ragionevolmente pensare che egli non è sì poco savio, che egli non conosca che mattamente fa chi lascia quel ch'egli ha, per acquistare quello che non ha; se già quello che lasciasse non fosse piccolissima cosa per acquistare una grandissima, e di ciò speranza avere infallibile; il che in questo non può avvenire, però che se tu hai il vero udito, tu saresti nel numero delle belle nella sua terra, la quale niuna più ricca di te ne tiene o gentile; e oltre a questo, cui troverebbe egli, che sì l'amasse come tu l'ami? Esso, sì come in ciò esperto, conosce quanta fatica sia il disporre una donna, che di nuovo piaccia, a farsi amare, le quali, ancora che amino, il che di rado avviene, sempre il contrario mostrano di ciò che disiano.
Egli, quando pure te non amasse, intorno a molte cose da altri suoi fatti impedito, non potrebbe ora vacare a dimesticare novelle donne; e però di ciò non pensare, ma tieni per certa regola, che quanto tu ami, cotanto se' amata".
Ohimè! quanto falsamente argomentava, fatta sofistica contro al vero! Ma con tutto il mio argomentare mai non mi pote' dell'animo cacciare la miserabile gelosia, entratavi per giunta degli altri miei danni.
Ma pure, quasi veramente arguissi, alquanto alleviata, a mio potere da tale pensiero mi scostava.
Carissime donne, acciò ch'io non metta il tempo in raccontare ciascuno mio pensiero, quali le mie opere più sollecite fossero ascolterete; né di ciò piglierete ammirazione, se furono nuove, perciò che non quali io l'avrei volute, ma quali Amore le mi dava, seguire le mi conveniva.
Egli trapassavano poche mattine che io, levata, non salissi nella più eccelsa parte della mia casa, e quindi non altramente che li marinari, sopra la gabbia del loro legno saliti, speculano se scoglio o terra vicina scorgono che gli impedisse, riguardo tutto il cielo; poi verso l'oriente fermata, considero quanto il sole, sopra l'orizonte levato, abbia del nuovo giorno passato; e tanto quanto io il veggio più innalzato, cotanto diceva più il termine avvicinarsi della tornata di Panfilo.
E quasi con diletto quello molte volte rimirava salire; né discernendolo, ora alla mia ombra fatta minore, e quando dallo spazio del suo corpo alla terra fatto maggiore, di lui la salita quantità estimava, e meco stessa diceva lui più pigramente che mai andare, e più dare a' giorni di spazio nel Capricorno che nel Cancro dar non solea; e così similmente lui al mezzo cerchio salito, dicea a diletto starsi a riguardare le terre, e quantunque egli velocemente si calasse all'occaso, sì mi parea tardo.
Il quale, poi che, tolta al nostro mondo la luce sua, alle stelle la loro lasciava mostrare, io contenta molte volte meco i dì trapassati annoverando, quello con gli altri passati con una piccola pietra segnava, non altramente che gli antichi, i lieti dalli dolenti spartendo, con bianche e con nere petruzze solevano fare.
Oh quante volte già mi ricorda che anzi tempo io la vi giunsi, parendomi tanto del termine dato scemare, quanto più tosto l'aggiungeva al trapassato, ora le petruzze per li passati segnate, e ora quelle, che per quelli che erano a passare stavano, annoverando, benché di ciascune ottimamente il numero nella mente avessi; ma quasi ogni volta sperava l'une cresciute e l'altre dover trovare scemate.
Così il disio mi trasportava volonterosa alla fine del tempo dato.
Usata adunque questa sollecitudine vana, il più delle volte nella mia camera mi tornava, e quivi più volontieri sola che accompagnata.
Per fuggire i pensieri nocevoli, quando sola mi vi trovava, aprendo uno mio forziere, di quello molte cose già state sue ad una ad una traeva, e quelle, con quello disiderio ch'io soleva già lui riguardare, le mirava, e miratele, appena le lagrime ritenute, sospirando le baciava; e quasi come se intelligenti creature state fossero, le dimandava: "Quando ci fia il signor nostro?".
Quindi, riposte queste, infinite sue lettere a me da lui mandate traeva fuori, e quelle quasi tutte leggendo, quasi con lui parendomi ragionare, sentiva non poco conforto.
E molte volte fu che io, la mia serva chiamata, varii parlamenti con lei tenni di lui, ora dimandandola qual fosse la sua speranza della tornata di Panfilo, ora dimandandola quello che di lui le paresse, e talvolta se di lui avesse udito alcuna cosa.
Alle quali cose essa, o per piacermi, o pure secondo il suo parere il vero rispondendomi, non poco mi consolava; e così molte volte gran parte del dì trapassava con poca noia.
Non meno che le già dette cose, o pietose donne, m'era caro il visitare li templi, e il sedere alla mia porta con le mie compagne, dove spesso da ragionamenti varii alquanto erano da me rimosse le mie sollecitudini infinite.
Nelli quali luoghi stando, più volte m'avvenne che io vidi di quelli giovini quali io molte volte con Panfilo avea veduti; né mai che io gli vedessi avvenia che io tra loro non mirassi, quasi tra essi dovessi Panfilo rivedere.
Oh quante volte io fui in ciò avvedutamente ingannata! E come, ancora che ingannata fossi, mi giovava di loro vedere! Li quali, se il loro aspetto non mi mentiva, io gli vedea della mia compassione medesima pieni, e quasi del loro compagno rimasi soli, mi pareano non così lieti come soleano.
Oh, che voler fu più volte il mio di dimandarli che fosse del loro compagno, se la ragione non m'avesse tenuta! Ma certo la fortuna in ciò alcuna volta mi fu benigna, ché, non credendo essi di lui in alcuno luogo essere da me intesi, dissero la sua tornata essere vicina.
Quanto ciò mi piacesse, invano mi faticherei ad esprimerlo.
E in questa maniera, con cotali pensieri e con così fatte opere e con molte altre a queste simili m'ingegnava di trapassare li giorni, a me nella loro piccolezza gravosi, la notte appetendo, non perché io a me più utile la sentissi, ma perché, venuta, meno era del tempo a trapassare.
Poi che 'l dì, le sue ore finite, era dalla notte occupato, nuove sollecitudini le più volte mi s'apprestavano.
Io dalla mia puerizia nelle notturne tenebre paurosa, accompagnata da Amore era divenuta sicura; e sentendo già nella mia casa ciascuno riposare, sola alcuna volta là onde la mattina il sole montante avea veduto, me ne saliva, e quale Arunte tra' bianchi marmi de' monti Lucani i corpi celesti e i loro moti speculava, cotale io la notte lunghissime ore traente, sentendo alli miei sonni le varie sollecitudini essere nemiche, da quella parte il cielo mirava, e i suoi moti più ch'altri veloci, meco tardissimi reputava.
E alcuna volta vòlti gli occhi attenti alla cornuta luna, non che alla sua ritondità corresse, ma più acuta l'una notte che l'altra la giudicava, tanto era più il mio disio ardente che tosto le quattro volte si consumassero, che veloce il còrso suo.
Oh quante volte, ancora che freddissima luce porgesse, la rimirai io a diletto lunga fiata, imaginando che così in essa fossero allora gli occhi del mio Panfilo fissi come i miei! Il quale io ora non dubito che, essendogli io già uscita di mente, non che egli alla luna mirasse, ma solo un pensiero non avendone, forse nel suo letto si riposava.
E ricordami che io, della lentezza del corso di lei crucciandomi, con varii suoni, seguendo gli antichi errori, aiutai i corsi di lei alla sua ritondità pervenire; alla quale poi che pervenuta era, quasi contenta dello intero suo lume, alle nuove corna non pareva che di tornare si curasse, ma pigra nella sua ritondità dimorava, avvegna che io di ciò l'avessi quasi in me medesima talvolta per iscusata, più grazioso reputando lo stare con la sua madre, che negli oscuri regni del suo marito tornare.
Ma bene mi ricorda che spesso già le voci in prieghi per li suoi agevolamenti usate io le rivolsi in minacce, dicendo:
"O Febea, mala guiderdonatrice de' ricevuti servigi, io con pietosi prieghi le tue fatiche m'ingegno di menomare, ma tu con pigre dimoranze le mie non ti curi d'accrescere.
E però, se più a' bisogni del mio aiuto cornuta ritorni, me così allora sentirai pigra, come io ora te discerno.
Or non sai tu, che quanto più tosto quattro volte cornuta, e altrettante tonda t'avrai mostrata, cotanto più tosto il mio Panfilo tornerammi? Il quale tornato, così tarda o veloce come ti piace corri per li tuoi cerchi".
Certo quella demenza medesima che me a fare cotali prieghi induceva, quella stessa tolse sì me a me, che ella mi fece parere alcuna volta che essa, temorosa delle mie minacce, s'avacciasse nel còrso suo a' miei piaceri; e altre volte, quasi non curantesi di me, più che l'usato parea che tardasse.
Questo riguardarla sovente ma sì nota del suo andamento rendeo, che ella né di corpo piena o vòta in alcuna parte era del cielo o con qualunque stella congiunta, che io non avessi il tempo della notte passato e l'avvenire giudicato dirittamente; similemente l'una e l'altra Orsa, se essa non fosse paruta, per lunga notizia me ne facevano certa.
Deh, chi crederebbe che Amore m'avesse potuto mostrare astrologia, arte da solennissimi ingegni e non da menti occupate dal suo furore?
Quando il cielo, d'oscurissimi nuvoli pieno, trascorso da varii e sonanti venti, per ogni parte questa veduta mi toglieva, alcuna volta, se altro affare non mi occorreva, ragunate le mie fanti con meco nella mia camera, e raccontava e facea raccontare storie diverse, le quali quanto più erano di lungi dal vero, come il più così fatte genti le dicono, cotanto parea che avessero maggior forza a cacciare i sospiri e a recare festa a me ascoltante, la quale alcuna volta, con tutta la malinconia, di quelle lietissimamente risi.
E se questo forse per cagione legittima non potea essere, in libri diversi ricercando l'altrui miserie e quelle alle mie conformando, quasi accompagnata sentendomi, con meno noia il tempo passava.
Né so qual più grazioso mi fosse, o vedere i tempi trascorrere, o trovarli, in altro essendo stata occupata, essere trascorsi.
Ma poi che le operazioni predette e altre me aveano per lungo spazio tenuta occupata, quasi a forza, assai bene conoscendo che invano ancora me n'andava a dormire, anzi piuttosto a giacere per dormire.
E nel mio letto dimorando sola, e da niuno romore impedita, quasi tutti i preteriti pensieri del dì mi venivano nella mente, e mal mio grado con molti più argomenti e pro e contra mi si faceano ripetere; e molte volte volli entrare in altri, e rade furono quelle che io il potessi ottenere; ma pure alcuna volta, loro a forza lasciati, giacendo in quella parte ove il mio Panfilo era giaciuto, quasi sentendo di lui alcuno odore, mi pareva essere contenta, e lui tra me medesima chiamava e, quasi mi dovesse udire, il pregava che tosto tornasse.
Poi lui imaginava tornato, e meco fingendolo, molte cose gli dicea, e di molte il dimandava, e io stessa in suo luogo mi rispondea; e alcuna volta m'avvenne che io in cotali pensieri m'addormentai.
E certo il sonno m'era alcuna volta più grazioso che la vigilia, perciò che quello che io con meco falsamente vegghiando fingeva, esso, se durato fosse, non altramente che vero mel concedeva.
Egli mi pareva alcuna volta, lui tornato, vagare in giardini bellissimi, di frondi, di fiori e di frutti varii adorni, con lui insieme quasi d'ogni temenza rimoti, come già facemmo; e quivi lui per la mano tenendo, ed esso me, farmi ogni suo accidente contare; e molte volte, avanti che 'l suo dire avesse fornito, mi parea baciandolo rompergli le parole, e quasi appena vero parendomi ciò che io vedea, diceva: "Deh, è egli vero che tu sii tornato? Certo sì è, io ti pur tengo".
E quindi da capo il baciava.
Altra volta mi pareva essere con lui sopra i marini liti in lieta festa, e tal fu che io affermai meco medesima, dicendo: "Ora pur non sogno io d'averlo nelle mie braccia".
Oh, quanto m'era discaro, quando ciò m'avveniva, che 'l sonno da me si partisse! Il quale partendosi, sempre seco se ne portava ciò che senza sua fatica m'avea prestato; e ancora ch'io ne rimanessi malinconiosa assai, non per tanto tutto il dì seguente, bene sperando, contentissima dimorava, disiderando che tosto la notte tornasse, acciò ch'io, dormendo, quello avessi che vegghiando aver non poteva.
E benché così grazioso alcuna volta mi fosse il sonno, nondimeno non sofferse egli che io cotale dolcezza senza amaritudine mescolata sentissi, perciò che furono assai di quelle volte che egli il mi parea vedere in vilissimi vestimenti vestito, tutto non so di che macchie oscurissime maculato, palido e pauroso, e come se cacciato fosse, inverso me gridare: "Aiutami!".
Altre, mi pareva udir parlare a più persone della sua morte; e tal volta fu ch'io mel vidi morto davanti, e in altre molte e varie forme a me spiacenti.
Il che niuna volta avvenne, che il sonno avesse maggiori le forze che il dolore; e subitamente risvegliata, e la vanità del mio sogno conoscendo, quasi contenta d'avere sognato, ringraziava Iddio; non che io turbata non rimanessi, temendo non le cose vedute, se non tutte, almeno in parte fossero vere o figure di vere.
Né mai, quantunque io meco dicessi, e da altrui udissi vani essere i sogni, di ciò non era contenta, se io di lui non sapea novelle, delle quali io astutissimamente era divenuta sollecita dimandatrice.
In cotal guisa, quale udito avete, i giorni e le notti trapassava aspettando.
Vero è che, avvicinandosi il tempo della promessa tornata, io estimai che utile consiglio fosse il vivere lieta, acciò che le mie bellezze, alquanto smarrite per l'avuto dolore, ritornassero ne' loro luoghi acciò che egli tornando, io essendo sformata non gli potessi spiacere.
E questo mi fu assai agevole a fare, però che per il già essermi negli affanni adusata, quelli con pochissima fatica portava, e oltre a ciò la propinqua speranza del promesso tornare con non usata letizia ogni dì mi si faceva più sentire.
Io le feste non poco intralasciate, dando di ciò al sozzo tempo cagione, venendone il nuovo, ricominciai ad usare; né prima l'animo, da gravissime amaritudini ristretto, si cominciò in lieta vita ad ampliare, ch'io più bella che mai ritornai; e li cari vestimenti e li preziosi ornamenti, non altramente che il cavaliere per la futura battaglia risarcisce le sue forti armi dove bisogna, li feci belli, acciò che in quelli più ornata paressi nel suo tornare, il quale io invano e ingannata aspettava.
Adunque, sì come gli atti si tramutarono, così si fecero i miei pensieri.
A me il non averlo nel suo partir veduto, né il tristo agurio del piè percosso, né le sostenute fatiche di lui, né li dolori ricevuti, né la nemica gelosia più nella mente venivano, anzi già forse a otto dì alla sua promessa vicina, fra me diceva:
"Ora al mio Panfilo rincresce l'essere a me stato lontano, e sentendo il tempo vicino a ciò che promise, di tornar s'apparecchia; e forse ora, lasciato il vecchio padre, è nel camino".
Oh quanto m'era cotal ragionare caro, e quanto sopr'esso volontieri mi volgeva, molte volte entrando in pensiero con che atto a lui più grazioso mi dovessi ripresentare! Ohimè! quante volte dissi:
"Egli fia nella sua tornata da me centomilia volte abbracciato, e i miei baci multiplicheranno in tanta quantità, che niuna parola intera lasceranno della sua bocca uscire; e in cento doppii renderò quelli che esso, senza riceverne nullo, diede al tramortito viso.
E nel pensiero più volte dubitai di non poter raffrenare l'ardente disio d'abbracciarlo, quando prima il vedessi innanzi a qualunque persona.
Ma a queste cose provvidero gl'iddii per modo a me noievole più che troppo.
Io ancora, nella mia camera stando, quante volte in quella alcuna persona entrava, tante credeva che venuta mi fosse a dire: "Panfilo è venuto".
Io non udiva voce alcuna in alcuno luogo, che io con gli orecchi levati non le raccogliessi tutte, pensando che di lui tornato dovessero dire.
Io mi levai, credo, più di cento volte già da sedere correndo alla finestra, quasi d'altro sollecita, in giù e 'n su rimirando, avendo prima a me medesima pensando scioccamente fatto credere: "Egli è possibile che Panfilo ora venuto ti venga a vedere".
E vano ritrovando il mio avvis
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