EROS, di Giovanni Verga - pagina 11
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Alcune altre volte era lei che sorprendeva gli sguardi d'Alberto rivolti verso De Marchi, colla febbrile ammirazione dell'invidia.
De Marchi era un rivale formidabile, bello, altolocato, elegante e spiritoso - il povero innamorato soffriva la piú crudele gelosia; quella che umilia ed annichila.
Un lunedí che c'era piú gente del solito in casa Manfredini, Alberto si trovò un momento solo vicino a Velleda sull'uscio del giardino, e si misero a parlare dell'ultima opera della Pergola, e delle corse che s'erano fatte alle Cascine.
Da qualche tempo fra di loro correvano le buone relazioni di gente completamente indifferente.
Velleda perciò non si mosse, e seguitava a discorrere tranquillamente e piú a lungo del solito, canticchiava fra i denti i motivi di cui si rammentava, e faceva strider la sabbia sotto il suo stivalino irrequieto, gli domandava come si chiamasse il cavallo che avea vinto alle corse, e a quanto ascendesse il primo premio.
Alberti rispondeva un po' distratto, come gli avveniva spesso ma a proposito.
«Le piacciono anche a lei le corse?» gli domandò Velleda.
«Non voglio che sposiate De Marchi!» rispose ad un tratto bruscamente Alberti afferrandole le mani.
Ella gli piantò gli occhi in faccia, e stette a fissarlo in tal modo, colle braccia rigidamente tese.
Non aggiunsero una parola - rimasero guardandosi.
- A poco a poco gli occhi di lei si velarono, il viso si fece smorto, e le braccia si allentarono.
Poi si svincolò con uno sforzo disperato e rientrò come fuggendo.
XXIII
Dopo alcuni giorni incominciò a susurrarsi dietro il ventaglio che il matrimonio della signorina Manfredini avea inciampato in gravi difficoltà d'interesse.
De Marchi era partito per Napoli, allo scopo di facilitare le pratiche presso la sua famiglia; la ragazza si faceva vedere di rado; la mamma era piú seria del solito, e mostravasi amabilissima colle amiche piú maldicenti.
Alberto e Velleda non s'erano piú detta una sola parola.
Ella non aveva piú la rigida alterezza di una volta, la fermezza dello sguardo, la sicurezza dell'intonazione.
Avea un'aria di vinta.
Dinanzi a lui ammutoliva, e chinava gli occhi.
Una sera che passeggiando in giardino egli le prese la mano, gliela lasciò.
Cosí gli s'abbandonava.
La contessa Armandi era divenuta intima di casa Manfredini; però mostrava non aver perdonato ad Alberto la visita che non le avea fatto, e che poscia ella non gli avea permesso di farle.
Del resto era capricciosissima, e per vendicarsi sembrava aver adottato il sistema di fargli perdere la tramontana.
Ora era ironica, impertinente, motteggiatrice, sdegnosa; ora si faceva accompagnare al piano, o in carrozza, e lo lasciava sempre alla sua porta dicendogli: «Sin qui!».
Una sera che al villino Flora la conversazione era stata piú scucita, e la mamma Manfredini si era mostrata piú preoccupata del solito, l'Armandi disse ad Alberto sortendo:
«A proposito, perché non sposa lei Velleda?»
Alberto ricevette la domanda come una stoccata in pieno.
L'Armandi non gli diede il tempo di rispondere, e soggiunse subito gaiamente:
«Quell'altro sarebbe un matrimonio sbagliato.
La signorina Manfredini non è ricca, e la famiglia dello sposo non l'accetta volentieri.
Fortuna che la bambina abbia piú giudizio della madre, la quale s'è incaponita dietro quel miraggio, e ci penserà due volte prima di dir di sí! Ci vuol altro!»
«Lei però ha detto ardon gl'incensi!»
«Ho detto gl'incensi, non ho detto le tede!» rispose la contessa col suo risolino ironico.
E montò in carrozza.
Alberto rimase pensieroso.
Il giorno dopo Velleda lo interrogò due o tre volte collo sguardo - ei mostravasi annuvolato.
- Poi andò a sedere in un canto, senza fargli una sola domanda.
Alberti si avvicinò, sedette accanto a lei e si misero a sfogliare dei libri e dei giornali.
Dopo un lungo silenzio le disse a voce bassa:
«Sapete che fra breve tornerà il signor De Marchi da Napoli?»
Velleda gli fissò gli occhi in viso, si strinse nelle spalle, e non rispose.
Il giovane le strinse la mano di nascosto, e riprese.
«Perdonatemi tutto ciò che ho detto in quella sera...
Sono stato matto...
o qualcosa di peggio!»
La fanciulla all'ombra della ventola, non staccava da lui quello sguardo luminoso, tenace, incisivo; ma non aprí bocca; egli si fece pallido, esitò, le strinse la mano con forza, e balbettò:
«Sposatelo.»
Velleda rimase zitta, immobile, bianca; infine lasciò cadere lentamente questa parola:
«Perché?»
«Perché io non prenderò mai moglie.»
Una vampa di fuoco corse pel viso della giovinetta, poscia impallidí, ritirò dolcemente la mano, rimase alcuni istanti collo sguardo fiso dinanzi a sé, col sopracciglio aggrottato, e infine disse con un tono di voce che non sarebbesi potuto indovinare se fosse altero o indifferente:
«Che m'importa?»
Alberto si aspettava la sorpresa, l'indignazione, la collera, e rimase sbalordito da quella risposta.
Piú pallido di lei, e colla voce tremante, le disse:
«Come dovete odiarmi!»
Ella, senza levare gli occhi, lasciò cadere mollemente la sua mano in quella di lui.
«Ascoltatemi, Velleda!» esclamò Alberto con accento commosso.
«Vi amo in modo che non saprei dire.
Nella mia testa c'è qualcosa di guasto, e il dubbio mi rode come un verme velenoso.
Ho bisogno di esser convinto che mi amiate per me, senza secondi fini, e che mi sacrifichiate tutto...
tutto, intendete?...
Perdonatemi! Allorché questo dubbio fatale è entrato in me...
o ci è stato messo con una parola...
avrei voluto fuggirvi...
e non ho potuto.
Voi sola potete darmene il coraggio disperato.
Cosa volete che faccia?»
«Noi non potremmo amarci altrimenti!» rispose Velleda dopo aver riflettuto un istante.
«Meglio cosí! Adesso anch'io posso dirvi che vi amo!»
XXIV
Un amore cosí romanzesco dovea sedurre l'immaginazione del giovane fantastico.
Le sue passioni eterne erano state cosí passeggiere, le sue impressioni cosí vivaci e mutabili, che allorquando avea sentito il bisogno di aver fiducia nel sentimento che riempiva tutto il suo essere, era divenuto inquieto.
L'amore di quella strana fanciulla che gli sacrificava le piú legittime esigenze, e il suo avvenire e il rivale piú terribile, lusingava ad un tempo la vanità e il cuore di lui, e insieme il sofisma.
Ei vi si abbandonò con ebbrezza, senza esaminare dove potesse condurlo, senza discutere se fosse possibile cosí come mostravasi.
I due giovani si vedevano spesso; ora regolarmente, ed ora a caso - è vero che aiutavano parecchio il caso.
- Il cavallo di Alberto non sapeva passeggiare che fuori di Porta Romaria, e la signorina Velleda faceva quello che non aveva mai fatto, l'aspettava alla finestra, o sotto le acacie del giardino.
Allorquando erano insieme si dicevano ben poco, discorrevano degli argomenti piú comuni, che per loro avevano cent'altri significati; i loro occhi si incontravano di rado, le loro mani non s'incontravano mai.
La contessa Manfredini aveva l'aria di fiutare il vento.
De Marchi era ritornato da Napoli, e la sua prima visita era stata per il villino Flora.
Le trattative pel matrimonio non erano molto avanzate.
certuni dicevano anzi che avevano fatto un passo indietro, ma gli interessati erano tutte persone ammodo, e sapevano continuare le loro relazioni in modo da non dar pretesti agli indiscreti ed ai curiosi; tanto piú che degli impegni seri non ne erano mai stati presi officialmente.
In uno degli ultimi ricevimenti di casa Manfredini, De Marchi erasi mostrato piú premuroso e galante del solito.
Alberti, rincantucciato in un angolo, soffriva in silenzio.
Velleda stava servendo il tè, e passandogli accanto lo vide cosí pallido e contraffatto.
«Che avete?» gli domandò.
Ei le lanciò un'occhiata febbrile.
Velleda passò oltre.
Alberto la seguí con avido sguardo.
La vide passare accanto a De Marchi, che stava appoggiato allo stipite di un uscio, colla mano nascosta nel gilé, colla lente incastrata nell'occhio, bello e sardonico.
Alberto non poté udire che cosa colui le avesse detto inchinandosi verso di lei; ma lo vide sorridere, e anch'essa sorrise ed arrossí leggermente.
Nell'angolo dov'era Alberto si udí un rumore di porcellana che rompevasi; nessuno se ne accorse, o ci abbadò: la signora piú vicina non volse nemmeno il capo; soltanto Velleda, dall'altra estremità della sala, volse un'occhiata cosí rapida e sfolgorante verso quel rumore, che De Marchi s'aggiustò la lente sull'occhio e guardò anche lui.
La signorina Manfredini continuò a sgusciare fra la folla, briosa e gentile.
Infine passò accanto ad Alberto, senza una nube sulla fronte, senza volgere gli occhi su di lui, e gli gettò sommessamente questa parola:
«Seguitemi.»
Alberti andò dietro di lei nell'altra sala, e, temendo di far scorgere la sua agitazione, si mise a guardare con grande attenzione il giuoco che non capiva.
Poco dopo si trovò vicino Velleda, disinvolta, scherzando coi giuocatori e con coloro che stavano a veder giuocare.
Avvedendosi di Alberto gli disse: «Non fuma?» e andò a prendergli un sigaro da un astuccio intagliato.
«Passate di là senza farvi scorgere» soggiunse cosí piano che appena egli poté udirla.
Quell'altra stanza era un piccolo gabinetto da lavoro che metteva da una parte nella camera della madre, e dall'altra in quella della signorina Manfredini.
C'era un grande scrittoio fra due finestre, un canapè di faccia, e un piccolo tavolino accanto: fra il canapé e lo scrittoio aprivasi l'uscio della camera di Velleda.
La stanza era poco illuminata da una sola lucerna a ventola posata sul tavolino.
Alberto aspettò alcuni istanti, inquieto, coll'occhio e l'orecchio tesi; il cicaleccio della conversazione; e le esclamazioni dei giuocatori si udivano distintamente, di tanto in tanto il fruscío di una veste passava attraverso l'uscio socchiuso.
Tutto ad un tratto apparve Velleda, camminando sulla punta dei piedi con passo rapido e risoluto, e gli prese la mano.
Ma nel medesimo istante lo fermò, col braccio teso, e rimase immobile, ansiosa, atterrita, guardando l'uscio dal quale era entrata.
Spinse bruscamente Alberto nella sua camera, ed ebbe appena il tempo di chiuderne l'uscio.
Tutto questo accadde in un lampo.
«Cosa fai qui?» domandò la contessa Manfredini entrando.
«A momenti mi si stacca un bottone dal guanto...»
«Sei pallida.»
«Non mi sento bene.»
«So tutto...
Ho visto il marchese Alberti...»
«Mamma!...»
«L'ho visto attraverso lo specchio, ti dico, quando ha lasciato cadere la tazza...
Non mancò di fare uno scandalo...
Costui vuol comprometterti ad ogni costo!»
La giovanetta fu sublime per presenza di spirito, ed ebbe uno di quei tratti d'audacia che hanno soltanto le donne.
«Ci ascoltano, mamma!» esclamò con accento supplichevole.
La contessa volse uno sguardo furtivo verso la stanza accanto dove giocavasi, ed uscí.
Velleda, pallida, strema di forze, e piú bella che mai, entrò risolutamente dov'era Alberto.
«Ebbene?» gli disse fermandoglisi dinanzi.
Egli aveva tutto udito.
«Perdonatemi!» mormorò.
«Ero geloso.»
«Di chi?»
«Di colui!...»
«Sareste qui se aveste il diritto di essere geloso?» rispose ella semplicemente.
Il giovane volse attorno uno sguardo commosso, quasi reverente, come se il profumo verginale di quella cameretta avesse qualcosa d'augusto, e le cadde ai piedi.
«È vero!...
Cosa avete fatto, Velleda!...»
«Ho fatto la sola cosa che potesse provarvi come vi ami; ~ rispose la giovanetta, senza una sola vibrazione nella voce.
Alberto osò allacciarla colle braccia, e accostarle alla fronte le labbra tremanti.
Ella socchiuse gli occhi, e si abbandonò mollemente.
Ad un tratto trasalí, lo respinse con vivacità.
e stette ad ascoltare.
«Mio Dio!» esclamò.
In un lampo raffermò il viso e lo sguardo, uscí con un movimento felino, e si trovò a faccia a faccia colla madre e colla contessa Armandi.
«La contessa non si sente bene» disse la Manfredini.
«Hai qualche cordiale nella tua camera?»
«Nulla, mamma!» rispose Velleda con insolita vivacità.
L'Armandi s'era buttata sul canapè, e malgrado il suo gran male sembrava stesse assai meglio della ragazza ch'era pallida come un cencio.
Ella avea rivolto un'occhiata rapida e penetrante su di Velleda, e s'era scusata alla meglio.
«Qualcosa troverò» disse la Manfredini dopo aver saettato alla sfuggita uno sguardo acuto sulla figliuola.
«Andrò io, mamma!» esclamò costei, di cui l'angoscia acuta tradivasi nell'accento.
Ma prima che ella potesse gettarsi dinanzi all'uscio, la madre era entrata precipitosamente.
L'Armandi prese la mano della fanciulla, per ringraziarla, senza distogliere gli occhi da quelli di lei.
La contessa Manfredini ritornò quasi subito, perfettamente calma, tenendo in mano una boccettina che faceva odorare alla contessa.
La madre e la figlia non si rivolsero uno sguardo.
Il rimedio parve giovare immensamente alla contessa, e dopo cinque minuti ella ritornava in sala al braccio della signora Manfredini.
Velleda si fermò ancora un po' dinanzi allo specchio per aggiustare qualche piccolo disordine della sua toeletta, senza neppur volgere gli occhi sullo specchio.
Ella accompagnò con un lungo sguardo attraverso lo specchio le due signore, e allorché fu certa di essere sola, si precipitò nella sua camera, e la scorse in una sola occhiata.
Non c'era nessuno.
Corse alla finestra, alta un primo piano dal suolo, e la trovò socchiusa, soffocò un grido, e cadde sui ginocchi.
Il giorno dopo, alle quattro, il marchese Alberti presentavasi alla contessa Manfredini, e le chiedeva la mano di madamigella Velleda.
XXV
Il marchese era un orso campagnuolo, avea trentaduemila lire di entrata, e il matrimonio fu presto combinato.
«Lo sapevo!» esclamò l'Armandi, con un sorriso mordente, quando le diedero la notizia.
E soggiunse, forse per addolcire o spiegare quell'affermazione singolare:
«Quel giovane ha la bosse del matrimonio.»
La sera stessa, mentre stava per andarsene, disse ad Alberto:
«Ve l'avevo detto che avreste finito per sposarla voi.
Siete fatti l'uno per l'altra.»
E gli volse le spalle.
Partendo non si accorse del saluto di lui, e non gli rispose; ad un tratto, tornando indietro, e stendendogli la mano:
«A proposito, le mie felicitazioni» gli disse.
Velleda amava moltissimo il suo fidanzato; ma l'amava com'ella poteva amare, con molta riservatezza, e un po' freddamente in apparenza.
Alberto invidiava a lei l'inalterabile disinvoltura e il dominio di sé stessa.
L'elettricità di cui era carica l'anima ardente di lei, celavasi sotto un esteriore glaciale, e scoppiettava solamente in qualche lampo degli occhi, o nella reticenza di un sorriso, o in una stretta di mano piú lunga del solito, mentre si separavano sull'uscio: che metteva nel giardino.
Quel pudore elegante aveva la sua leggiadría.
La signora Manfredini sembrava la vera amante di Alberti; lo lisciava, lo carezzava, lo adulava, se lo teneva attaccato ai panni, e gli accordava l'onore di offrirle il braccio molto spesso, assai piú spesso ch'egli non avrebbe desiderato.
Qualcheduno degli amici di casa avea domandato quale delle due Manfredini sposasse il marchese Alberti.
Il matrimonio era stato fissato pel settembre.
Le signore Manfredini sarebbero andate in giugno a Livorno, e Alberti dovea andare a raggiungerle, dopo aver fatto una corsa pei suoi poderi, e date le disposizioni per certi restauri che occorrevano ad una villetta sul lago di Como, che lo zio Bartolomeo avea salvato dal naufragio delle sostanze paterne, e nella quale gli sposi dovevano andare a passare l'autunno.
In quel tempo a Firenze non si parlava che di un gran signore romano, giunto di fresco, il quale s'era fatto vedere alle Cascine in un superbo equipaggio.
Il principe Don Ferdinando Metelliani era un omiciattolo dieci o dodici volte milionario, che troneggiava dai quattro cuscini del suo phaéton come un Apollo brutto.
La folla agitavasi al suo passaggio come uno sciame di formiche sorprese dal piede di un villano, lo invidiava, lo ammirava, lo derideva, lo deificava; tutti gli occhi volgevansi verso il suo cocchio lucente; il nome di lui, la sua ricchezza, la sua età, i suoi vizi, correvano sulle bocche di tutti; le piú belle e le piú schive guardavano con maggior attenzione che non sogliono accordare ad un semplice mortale, cotesto scimmiotto che le fissava insolentemente, e buffava loro il fumo in viso del suo avana, e lo trovavano schicche perché spingeva i suoi quattro cavalli sulla folla come se si sentisse abbastanza ricco per pagare le ossa che avrebbe rotto.
Il principe discendeva da quel patriziato romano che aveva cinque secoli di esistenza allorquando la piú antica nobiltà d'Europa arava la terra o serviva nelle sue legioni; era ufficiale delle Guardie Nobili, e cotesto soldato, discendente da una famiglia che aveva condotto alla vittoria parecchie generazioni dei padroni del mondo, s'era rifiutato a battersi in duello; avea quarant'anni, e avea sciupati tutti i godimenti della vita; ascoltava messa tutti i giorni, si comunicava due volte al mese, gettava l'oro sotto le ciabatte delle cortigiane, e avea fatto rinchiudere la sua unica sorella in un monastero per non darle una dote.
- Sopra tutto ciò due milioni di scudi.
Il principe Metelliani frequentava la migliore società di Firenze, e avea conosciuto la signora Manfredini all'Ambasciata di Napoli; l'altera bellezza di Velleda avea colpito
il dissoluto patrizio, e soltanto dinanzi a lei, che non gli volgeva uno sguardo, egli aveva chinato la testa pelata e superba; s'era incaponito con ostinazione da uomo onnipotente a far la corte alla sola donna che non la facesse a lui.
La signorina Manfredini era troppo orgogliosa per accorgersene, e allorché vide la prima nube sulla fronte di Alberto, ella aggrottò il sopracciglio.
- Una volta che il principe s'era mostrato piú galante del consueto, ella, con un cenno impercettibile, chiamò il suo fidanzato, che ronzava lí presso, e lo presentò a Don Ferdinando.
Quei due uomini si scambiarono un saluto d'antipatia cordiale.
Ma la contessa Manfredini civettava col Metelliani in luogo della figliuola.
Allorché entrava in una sala al braccio di lui, o allorquando poteva presentarlo alle sue amiche, sembrava raggiante, ed era arrivata a chiamarlo semplicemente Don Ferdinando.
- Don Ferdinando lasciava fare graziosamente.
La figliuola al contrario conservava una serenità olimpica; soltanto allorché le donne piú nobili, piú belle, piú eleganti, si abbassavano a mendicare l'attenzione di quell'omiciattolo, che non sembrava curarsi d'altri all'infuori di lei, le sue rosee narici si gonfiavano appena.
Di tanto in tanto era distratta, o pensierosa; qualche volta Alberto la sorprendeva fissando su di lui uno strano sguardo, come se lo vedesse per la prima volta, e stesse esaminandolo tacitamente.
Essa non avea mai voluto dirgliene il perché, e finiva sempre motteggiandolo.
Gli amici di casa Manfredini avevano combinato una gita, e naturalmente la madre e la figlia erano della partita; siccome Alberti, vivendo ancora da scapolo, non avea che due cavalli, dei quali uno da sella, il principe Metelliani avea messo la sua carrozza a disposizione delle signore Manfredini.
Questa circostanza avea fatto nascere un piccolo diverbio con Alberto che era un po' geloso del principe, senza che volesse confessarlo; ma la contessa avea spiegato nella lotta tutta la sua vanità di mondana, tutta la sua prepotenza di suocera, e avea vinto.
Velleda s'era acconciata alla vittoria colla superba indifferenza che le era particolare.
Al ritorno la lunga fila delle carrozze, con in testa la sfolgorante daumont delle Manfredini, avea fatto un giro per le Cascine, e allo svoltar del piazzone il principe era venuto loro incontro a cavallo.
Allorché Velleda, distesa mollemente nella superba calèche, volse uno sguardo su quell'immensa piazza affollata, e vide tutti gli occhi fissarsi sui magnifici cavalli, sulle ricche livree di quell'uomo che stava dinanzi a lei col cappello in mano, il seno le si gonfiò con violenza.
Alberti ebbe il torto di congedarsi un po' bruscamente quella sera.
Velleda gli aveva detto, piú freddamente del solito:
«Avete un carattere singolare davvero!»
Quand'egli si allontano, l'accompagnò con uno sguardo carico di pensieri; poi alzò leggermente le spalle.
Il domani stavano per uscire in carrozza - carrozza da rimessa - e vedendo il suo fidanzato ancora imbronciato, Velleda gli disse ridendo, mentre si abbottonava il guanto:
«Orsú!...
Sareste capace d'ingelosirvi del Metelliani?»
«No!» rispose Alberto con un po' di superbietta appunto da geloso.
«Alla buon'ora!» diss'ella; ma non rise piú.
XXVI
Al cominciar della primavera la contessa Armandi era partita per la campagna, e non s'era piú fatta vedere in casa Manfredini; soltanto era ritornata in giugno per due o tre giorni a Firenze, prima di andare ai bagni; ma il caso avea fatto sí che non si fosse piú incontrata con Alberto.
La signora Manfredini, senza saper perché, avea rimandato alla seconda quindicina del mese la partenza per Livorno, e perciò anche Alberti avea rimandato la sua.
Velleda non faceva la menoma osservazione, però era divenuta bisbetica, capricciosa, lunatica, e qualche volta anche dura ed ingiusta verso il suo fidanzato.
La madre prendeva le parti della figliuola, e faceva prevedere una suocera coi fiocchi, o piuttosto con gli artigli.
Allora Velleda avea dei momenti di affezione piú espansiva del solito, quasi dei pentimenti, che col suo carattere sembravano piú straordinari.
Alberto avea tal'altra idea di Velleda, che avrebbe creduto oltraggiarla mortalmente se avesse confessato gli ingiustificabili ma invincibili assalti di gelosia che l'assalivano di tanto in tanto.
Il Metelliani era cosí attempato, e cosí poco seducente, che egli non avrebbe giammai creduto possibile un pensiero di Velleda per quell'uomo.
Don Ferdinando era divenuto intanto uno dei piú assidui frequentatori del villino Flora.
La signora Manfredini trovava sempre modo di far cadere nel discorso questo fatto, e Velleda non poteva fare a meno di esserne lusingata internamente, poiché Don Ferdinando era l'idolo della società, e le piú nobili dame erano gelose di cotesta preferenza.
Metelliani possedeva quella disinvoltura da gran signore, che adattasi egualmente alla impertinenza e alle belle maniere; l'omaggio rispettoso di quell'uomo superbo e sprezzante verso tutti gli altri, dovea lusingare enormemente l'amor proprio della fanciulla vanitosa; ella avea finito per ringraziarnelo con una parola graziosa, con un sorriso, con un'occhiata, sempre però accompagnati da quell'ombrosa riservatezza che era la sua piú bella attrattiva.
Alberti soffriva come un dannato, arrossiva e indispettivasi contro sé stesso, ma senza potersi vincere.
Volere o non volere, era lui solo che in mezzo a tanti sorrisi rappresentasse la parte di uggioso, e la mamma Manfredini glielo faceva intendere in tutti i modi; la figliuola, ch'era superbetta, si mordeva le labbra senza dir nulla.
«Vi sareste pentito d'avermi data la vostra parola?» gli domandò un giorno, smettendo di giocare colla cagnetta.
«Io!...
come?..
Ma perché mi dite ciò?...» Velleda si mise ad inseguire cosí pazzamente Gemma pei viali del giardino che Alberto non poté aggiungere altro, e non osò buttarsi ai piedi di lei.
Siccome il Metelliani non trascurava occasione per dimostrare la sua premurosa amicizia verso le signore Manfredini, avea insistito per avere l'onore di accompagnarle all'ultima festa a Pitti.
Le signore avevano accettato.
Passando in mezzo a quella folla di uniformi, di decorazioni, di grandezze mondane, appoggiata al braccio di quell'uomo di cui il nome correva sulle bocche di tutti, che portava la testa alta nella casa del Granduca, Velleda sentí qualche cosa di mai provato, che le fece rialzare il capo con un impercettibile movimento, come se avesse voluto gettarsi sulle spalle a guisa di manto reale il ricco volume dei suoi capelli.
Ella volse sul principe un'occhiata rapida e sfolgorante, nella quale sembrarono riflettersi lo scintillío delle decorazioni e dei ricami dell'uniforme di lui.
Che brutta sera pel povero Alberti, il quale dovette subirsi la mamma, e vide la sua fidanzata sempre a distanza che si abbandonava con radiosa spensieratezza al piacere di esser corteggiata! Ei procurò di avvicinarsi alla contessa Armandi, per non rimaner né solo né colla suocera; ma anche la contessa gli volse le spalle - però senza che se ne fosse accorta, di certo - poiché incontrandolo poco dopo si mostrò amabilissima, prese il braccio di lui, e si mise a girare per le sale.
Dopo aver chiacchierato un bel pezzo d'argomenti diversi gli domandò con accento singolare:
«Si diverte?»
La domanda era semplicissima, ma Alberto si trovò imbarazzato a rispondere: «M'accorgo» disse alfine «che non son fatto per cotesti divertimenti.»
«Cosa vuole! Qualche volta bisogna sacrificarsi per gli altri.
Velleda ci si diverte tanto! cotesto non è un piacere per lei?»
«Sí» rispose egli secco secco.
La contessa ebbe uno di quegli scoppi di ilarità che la rendevano formidabile; sicché Alberto si fece di porpora.
Ma tosto ella, per dimostrargli in certo modo la vera causa di quel riso a doppio indirizzo, soggiunse:
«Quel povero Metelliani m'ha l'aria di un rajà indiano, cosí camuffato e carico di brillanti.»
Alberto saettò sul rajà romano uno sguardo che l'Armandi sorprese.
«Senza adulazione, sa ch'è un bel trionfo il suo?» gli disse.
«Non dipenderebbe che da Velleda di vedersi deporre ai piedi tutti quei ninnoli, e di aversi la corona di principessa allo sportello della carrozza!...»
«Se le fossi grato di una simile preferenza mi parrebbe di insultare la mia fidanzata» rispose Alberto, cercando di adattarsi all'aria scherzosa dell'Armandi, ma con troppa vivacità.
La contessa gli piantò in viso uno sguardo acuto e un sorriso incredulo, e gli disse tranquillamente:
«Ella è geloso!»
«Io?...
di colui!...»
«Superbo!...»
E si mise a solfeggiare col ventaglio la musica che suonavasi.
«Ta...
ta...
ta...
Vogliamo sederci qui?»
Cambiò discorso e si misero a guardare il via vai della folla.
Poco dopo passavano la contessina Manfredini e il principe Metelliani.
L'Armandi non aveva detto una sola parola, ma troncò a mezzo la frase incominciata, e li seguí semplicemente collo sguardo.
Velleda rivolse loro da lungi un grazioso cenno del capo.
«Verrà anche lei a Livorno?» domandò l'Armandi al principe.
«Sí.»
«Ma la Toscana se lo ruba addirittura!»
«Non domando di meglio che d'essere rubato, bella con tessa.»
Ella scoppiò a ridere ironicamente, ma si fece rossa.
«S'accomodi!» gli disse, volgendo a mezzo le spalle.
Anche Alberto s'era fatto di fiamma in viso; lanciò a Don Ferdinando uno sguardo provocatore, e gli disse colla voce leggermente tremante:
«È singolare però che ella cerchi da un pezzo!»
Velleda si morse le labbra, e colse il primo pretesto per allontanarsi.
«Cosa avete fatto, malaccorto!» esclamò l'Armandi allorché furono soli.
«Vi siete perduto!»
«Come?...
Perché?...»
«Avete fornito a Velleda le armi che ella cercava!...
Lasciamoci, lasciamoci!»
Le signore Manfredini partirono com'erano venute, insieme ad Alberti.
Velleda parlò poco, e smontando di carrozza gli porse la mano come al solito.
Ei la lasciò un po' bruscamente.
Il giorno dopo, andando al villino Flora, gli fu detto che le signore erano in giardino; ma ci trovò soltanto Velleda, che stava passando in rivista i suoi fiori.
La ragazza lo salutò freddamente, continuò a discorrere per un cinque minuti col giardiniere di cardenie e di magnolie, rispondendo con monosillabi alle domande di Alberto, e poscia s'incamminò lentamente verso casa, precedendolo, di qualche passo.
Prima di giungere all'uscio, si fermò su due piedi, e gli disse, voltandosi verso di lui:
«Alberti, vi prego di ripigliarvi la vostra parola.»
Egli rimase un istante sbalordito.
«Perché?» balbettò.
«Non ci abbassiamo entrambi con spiegazioni superflue, voi sapete il perché assai meglio di me.
Siete liberissimo di seguire le vostre inclinazioni, ma vi prego di rispettarmi tanto da non farmene spettatrice.
Lasciamoci tranquillamente, da gente ammodo, da buoni amici, sinché vi è tempo.
Alberto non diceva una parola, e rimaneva come di sasso; fissando lei che giocherellava in aria distratta coi fiori che aveva colto.
«Sentite, Velleda!» esclamò quindi con uno slancio d'affetto; «vorrei poter baciare la sabbia che calpestate!...
Grazie!...»
La contessina lo guardò attonita.
«Di che?...»
«Siete gelosa!...
Dunque mi amate ancora!»
Velleda aggrottò il sopracciglio e parve un istante turbata ed esitante.
«Chi v'ha detto ch'io sia gelosa?» rispose poscia alteramente.
«Ma dunque?...
Ma perché?...
Ma allora perché volete lasciarmi?»
Dopo alcuni istanti la giovanetta rialzò il capo che teneva chino, e rispose lentamente:
«Perché non ci conveniamo...
Ci siamo sbagliati.
Rimediamoci, finché siamo in tempo.»
«E il rimediarci non vi costerà nulla?» domandò Alberto pallido come cera.
«Nulla!» diss'ella dopo alcuni istanti.
«Rimediamoci allora!»
Fecero alcuni passi in silenzio.
«Noi partiremo doman l'altro per Livorno» riprese Velleda con voce calma.
«Questa sera andremo in casa Armandi e domani faremo le ultime visite di congedo; quindi saremo occupatissime sino al momento della partenza; cosí potremo far tacere le ciarle degli indiscreti, per adesso.
Durante la stagione dei bagni avremo poi tutto il tempo per disporre le cose nel modo piú conveniente...»
Alberto s'inchinò in silenzio.
«È inutile che riveda vostra madre?» le domandò.
«È inutile; sa tutto.»
Ella gli stese mollemente la mano, sfiorò appena quella di lui, ed entrò in casa.
«Povera Adele!» mormorò Alberto, come se allora soltanto indovinasse quel che avea dovuto soffrire la povera cugina, quando il piú acuto dolore della vita l'aveva addentata.
XXVII
Il marchese Alberti trovò a casa sua un biglietto di partecipazione delle prossime nozze dell'amico Gemmati colla cugina Forlani.
"Alcune volte il caso ha una logica singolare!" egli pensò
Il suo vecchio domestico venne a recargli il lume verso le otto, quantunque egli non l'avesse domandato, e gli chiese discretamente se si sentisse male, e se volesse desinare in casa.
«No» rispose Alberto.
«Sai, Toni? l'Adele si marita! Sposa Gemmati!»
La contessa Armandi abitava un bellissimo appartamento a Porta San Gallo e siccome ci aveva un giardino annesso, riceveva ancora, malgrado che la stagione fosse inoltrata di molto.
Alberto verso le dieci andò a Porta San Gallo, e fece rimettere il suo biglietto di visita alla contessa.
Ella venne ad incontrarlo all'uscio della sala.
Era troppo gran dama per fargli nessuna domanda; ma era troppo donna per resistere alla tentazione di lanciargli la sua unghiata.
«Che fortuna!...
finalmente!» gli disse stendendogli la mano.
Alberto sembrava calmo, ed aveva un sorriso nervoso che poteva passare per disinvolto.
Sedendole accanto sul canapè, la ringraziò di aver tolto la consegna che gli vietava di passare la porta di lei.
«Non mi ringrazi, ché non ci ho nessun merito...» rispose l'Armandi piantandogli in volto come punti interrogativi gli occhi e il sorriso.
Era ancor troppo presto, e la contessa ed Alberti stettero soli una mezz'ora a discorrere di cose indifferenti.
«E le signore Manfredini?» domandò sbadatamente l'Armandi.
«Verranno piú tardi...
probabilmente.»
La contessa lasciò passare quel probabilmente, e cambiò discorso.
A poco a poco incominciarono a venire gli amici di casa, e l'Armandi presentava il marchese Alberti come se fosse arrivato dall'Australia.
La conversazione si fece generale.
Verso le undici entrarono le Manfredini coll'inseparabile Don Ferdinando.
La contessa, alzandosi per andarle a ricevere, strinse furtivamente la mano ad Alberto, e gli sussurrò sottovoce queste parole:
«Giudizio, mi raccomando!»
Velleda possedeva una perfetta disinvoltura, e sebbene la presenza inaspettata di Alberti in casa Armandi dovesse sorprenderla, non ne mostrò nulla.
Metelliani sembrava raggiante; la contessa Manfredini era maestosa.
Alcuni si erano messi a giocare; una bella signora bionda canticchiava, provando della musica al piano, sottovoce; il crocchio principale era fra le due finestre della sala, presso il canapè, dove si trovarono l'Armandi, le due Manfredini, Don Ferdinando ed Alberto.
Si facevano molte parole, perché quasi tutti gli attori di quella scena avevano una preoccupazione da nascondere.
Alberto faceva pompa di una gaiezza febbrile che scoppiettava in paradossi e in epigrammi.
Velleda, dopo avergli lanciato di nascosto due o tre occhiate fra sorpresa e curiosa, avea preso parte alla conversazione col brio che le era solito.
L'Armandi, a guisa di abile capo d'orchestra, dirigeva la rappresentazione, e dava il tono alla conversazione generale.
In quel tempo non facevasi che parlare a Firenze di una povera ragazza, la quale si era asfissiata col carbone, perché volevano costringerla a sposare un tale, mentre amava un altro.
La novità di quel genere di morte, la morte dei poveri di borsa e d'animo, avea messo in moda quell'argomento: nei saloni aristocratici se ne discorreva molto, e le signore vi sciorinavano sopra il loro sentimentalismo profumato.
La sola Armandi avea indovinato esser quello un argomento scabroso, e cercava di cambiar discorso; ma Alberto vi si attaccava con avida ostinazione, come se si sentisse forte su quel terreno, e sfoggiava a proposito un cinismo provocante.
«Scommetto che il fidanzato proposto a questa ragazza non era ricco» diss'egli.
«Perché?» domandò imprudentemente la signora Manfredini.
«Perché se fosse stato ricco la ragazza si sarebbe rassegnata a sposarlo, invece di suicidarsi.»
«Che orrore!» esclamarono le signore agitando il ventaglio.
«Signore mie, noi non possiamo giudicare su di ciò colle idee nostre.
Quella era una povera popolana...»
«E per questo?...
Non poteva amare?...» interruppe Don Ferdinando, che trovavasi nel quarto d'ora di tenerezza.
Alberto gli rise in faccia insolentemente.
«O che ci ha a fare l'amore con cotesto?...»
Le signore erano imbarazzate, compresa l'Armandi, che non sapeva qual contegno prendere.
La signora Manfredini s'era fatta rossa come un tacchino; ma la figliuola era rimasta perfettamente padrona di sé, facendosi vento però con un poco d'animazione.
Ella sola ebbe il coraggio di lottare colle medesime armi, contro quel disperato che ubbriacavasi di epigrammi.
«Ha notizia di sua cugina Adele?» gli domandò tranquillamente, come per sviare il discorso.
«Mia cugina sta benissimo, e sposa il mio amico Gemmati» rispose Alberti collo stesso tono.
«Ella dunque non crede all'amore!» insisté Metelliani con cocciutaggine presuntuosa e cercando di comprometterlo agli occhi di Velleda, poiché anch'egli era geloso di Alberto.
Questi gli piantò gli occhi negli occhi; e rispose ironicamente:
«L'argomento comincia ad annoiare coteste signore.
Vogliamo fare una partita a carte piuttosto?»
Il principe parve esitare: ma infine inchinò il capo e lo precedette al tavolino.
Mentre Alberti lo seguiva l'Armandi gli disse piano:
«Alberto!»
Egli non s'avvide dell'accento turbato e della parola confidenziale; la rassicurò con un sorriso stentato, e passò nell'altra sala.
I due giuocatori sedettero di faccia.
L'Armandi, inquieta, venne ad appoggiarsi alla spalliera di una seggiola, mostrando prendere un grande interesse alla partita.
Velleda non si tradiva; ma era inquieta anch'essa, e ronzava per la sala da gioco con un'irrequietezza che non sapeva padroneggiare.
I due avversari, seduti in modo che quasi si toccavano, non alzavano gli occhi dalle carte; si mostravano completamente assorti nel giuoco, e al lume delle candele sembravano pallidi.
Alberti giocava come un uomo che ha la febbre, o che perde sulla parola.
I suoi occhi fissavansi di tanto in tanto scintillanti sul volto del principe, che rimaneva impassibile, e all'ombra della ventola pareva di marmo.
Metelliani era troppo uomo di mondo per dare ad Alberti il menomo pretesto ad una provocazione.
Giuocava freddamente, da gran signore, ed era fortunato come un milionario.
Tutt'e due non dicevano che le sole parole indispensabili, il principe con la sua flemma inalterabile.
Alberto armandole di tutte le punte dell'epigramma, senza che riescisse a far balenare gli occhi del suo avversario, o far imporporare il suo volto.
Egli perdeva sempre.
Infine, come se quell'imperturbabilità calcolata gli avesse fatto perdere la testa, si alzò, buttò con piglio insolente sul tavolino il denaro, e disse a Don Ferdinando:
«Ella mi ha domandato se credessi all'amore.
Adesso che siamo soli le dico che ci credo quando invece di guadagnarci qualcosa ci si rimette - come credo all'onestà del giuocatore quando non vince sempre.»
E rimase ritto dall'altro lato del tavolino, provocando ancora coll'attitudine.
Il principe alzò finalmente gli occhi su di lui, si lisciò la barbetta, e rispose freddamente:
«Io ho centoventimila scudi di rendita, caro signore.»
Si alzò anche lui, e gli volse le spalle.
Alberto sentí una mano tremante che l'afferrava pel braccio.
«M'aveva promesso!» gli disse l'Armandi, pallida anche essa.
Ei si passò una mano sulla fronte, come per mettere a sesto le sue idee.
«Ha ragione!...
Le chiedo perdono! Non so dove abbia la testa!»
Rimasero silenziosi tutt'e due ritti presso la finestra.
L'ultima carrozza, ch'era quella delle Manfredini, passò la porta.
Alberto si celò il viso fra le mani e scoppiò in pianto.
«Soffrite anche voi!...
finalmente!...» proruppe l'Armandi con accento intraducibile.
Alberto rimase sbalordito da quella esplosione violenta di un sentimento inesplicabile che quella donna avea celato sotto la frivolezza, che irrompeva pieno di collera e di lagrime.
Egli le afferrò le mani, e la guardò alcuni istanti con mille confusi sentimenti negli occhi ardenti di lagrime.
«Voi!» esclamò.
La fiamma dell'orgoglio asciugò in un lampo gli occhi di lei.
«No!» disse ella corrucciata e con impeto.
«V'ingannate!»
Egli non l'ascoltava: avea la tempesta nell'anima.
Ella strappò con violenza le mani da quelle di lui, si rizzò in tutta l'altezza della sua bella persona, e rimase un momento cogli occhi chiusi, premendosi il petto colle mani.
«Alberto!» disse quasi pacatamente.
«Sappiate che non sono una bimba!»
Alberto levò il capo, la guardò stralunato, quasi non comprendesse quello che avveniva al di fuori di lui, e poi balbettò:
«Perdonatemi!...
son pazzo...»
E quindi proruppe con amarezza disperata:
«Sí, son pazzo...
guardate!»
«Lasciamoci amici» disse la contessa dopo una breve pausa, «amici schietti.»
XXVIII
Non erano ancora le otto del mattino, e Alberto stava già per uscire di casa, allorché Toni venne a dirgli che una persona, la quale dovea parlargli di cosa che premeva, l'aspettava in legno alla porta.
Alberto vide rincantucciata nell'angolo del fiacre una signora velata.
Com'egli fu seduto, l'Armandi gli disse con animata concisione:
«Cosa pensa di fare?»
«Nulla»
«Nulla è troppo poco! Stava già per uscire alle otto di mattina! Avevo dunque ragione di essere inquieta!»
«Ebbene» riprese dopo un breve silenzio «mi dica la verità...
vuol battersi?»
Alberti chinò il capo senza rispondere.
«Il principe Metelliani è religiosissimo, e non usa battersi.
Cosa potrebbe fare per costringervelo? Schiaffeggiarlo? ei ricorrerà ai tribunali e per vendicarsi lo farà insultar mortalmente da un suo domestico che sarà lietissimo di buscarsi una discreta mancia andando in prigione pel suo padrone.
Non faccia follíe, per carità! Non gioveranno a nulla.»
«È vero.» rispose Alberti in tono breve.
«Abbiamo detto di essere amici schietti, ed ho perciò il diritto di darle dei consigli.
Anzitutto perché si batterebbe? per dispetto o per gelosia?»
«Non lo so...» rispose il giovane dopo una pausa.
«Non lo sa?...
diggià!» diss'ella con un gaio sorriso, «alla buon'ora!»
Andavano pel gran viale delle Cascine.
L'aria era ancor fresca, il cielo azzurro, e i grandi alberi si elevavano dai due lati come immense muraglie di verdura.
Per lungo tratto Alberto e la contessa rimasero silenziosi, guardando distrattamente i boschetti.
Infine il giovane rivolse due o tre occhiate furtive su di lei, e disse esitando:
«M'ha perdonato davvero?»
«Che cosa?...» domandò ella saettandogli uno sguardo penetrante.
Egli ammutolí; ma la contessa, senza dargli il tempo di aprir bocca, aggiunse con uno scoppio di riso civettuolo:
«Ah!...
Non ci pensavo piú!»
L'Armandi, malgrado la bizzarria del suo carattere, s'era mostrata, come avea promesso, amica schietta e vera d'Alberti nell'uggioso periodo che aveva seguito la rottura di lui colla Manfredini.
Egli andava a trovarla piú spesso, e distraevasi chiacchierando con lei di cose indifferenti e sfogando l'umor nero.
La contessa possedeva la rara qualità di saper ascoltare.
Piú di una volta il giovane avea sorpreso sé stesso in muta contemplazione di quella mano fina e aristocratica che carezzava indolentemente il nastro della gorgierina, o gli sgonfietti del fisciò, e almanaccava dove l'avesse vista un'altra volta.
L'Armandi partiva anch'essa pei bagni, e a poco a poco Alberto aveva finito per andarla a trovare quasi ogni giorno.
Alla vigilia della partenza entrambi s'erano fermati piú a lungo del solito sul terrazzino a contemplare gli ultimi raggi del sole che moriva.
Alberto era taciturno, ed anche la contessa aveva parlato pochissimo.
«Non è punto allegro stasera!» diss'ella come per scacciare la tristezza che invadeva anche lei.
«Si fermerà lungo tempo ai bagni?»
«Dipenderà da mio marito; ma poi andremo sul lago di Como.»
Ei chinò il capo e rimase zitto.
Anch'essa divenne astratta.
Poi gli disse abbassando la voce, senza che ne sapesse il perché ella medesima:
«Veramente...
le rincresce ch'io parta?»
«Sí» rispose Alberto senza alzare il capo.
La contessa ammutolí di nuovo.
Infine ella gli prese la mano, e gli disse dolcemente con voce commossa:
«Io non vi amo, non posso amarvi, e non vi amerò giammai.
Dopo quel ch'è stato fra di noi non possiamo esser altro che amici.
Volete?»
Ei strinse la mano ch'ella gli porgeva, senza avere il coraggio di dire una sola parola.
Il giorno dopo Alberti era andato a dire addio alla contessa.
Nel momento di lasciarsi ella gli domandò:
«Verrà a trovarmi sul lago?»
«Sí.»
«Non manchi.
Venga verso la metà di settembre.»
E dopo alcuni istanti:
«Adesso cosa farà? Rimarrà a Firenze tutta l'estate?»
«Non lo so.»
«Vada in campagna, ai bagni - viaggi.
Ella ha bisogno di distrarsi, dia retta alla sua amica...
E soprattutto cerchi d'innamorarsi, ma con giudizio, veh! tanto da non perderci la testa...
Addio.»
XXIX
La contessa avea promesso ad Alberto di scrivergli; ma non ne avea fatto nulla.
Ella fu alcun poco sorpresa e, diciamolo pure, anche indispettita, di non veder giungere nessuna lettera del marchesino.
Questi, dall'altro lato, incaponivasi a non scriverle, perché ella non s'era curata di mandargli un sol rigo - ed entrambi, senza avvedersene, si tenevano il broncio, proprio come due innamorati.
La donna combatteva anche colla curiosità di figlia d'Eva, e fu vinta la prima.
"Amico mio - gli scrisse - è morto? è vivo? dov'è? Poiché i giornali non recano notizia di lei, permetterà alla sua amica che se ne informi direttamente.
Ha dunque seguito il mio consiglio? Innamorato diggià? O s'è fatto trappista? Promise di venirmi a trovare sul lago verso la metà di settembre, e siamo già alla fine."
Al ricevere questa lettera Alberto s'era rammentato dei dolci e melanconici tramonti sull'Arno, quando la contessa gli stava accanto pensierosa; ma leggendone il contenuto cadde dal settimo cielo, e come un fanciullo che era, ebbe la temerità di voler lottare sul medesimo terreno e colle armi medesime con chi era piú forte di lui.
Rispose:
"Ho seguito i suoi consigli: ho viaggiato! sono a Milano, e mi diverto mezzo mondo.
Sono innamorato con giudizio di una bella tosa che avevo conosciuta ad un veglione della Pergola, e che rividi qui in una certa cena che un mio amico - ho molti amici - il quale prende moglie, ci dava per farla finita colle follie.
Si chiama Selene - l'amata - (bel nome da palcoscenico, n'è vero?) ballerina al regio teatro della Scala, prima quadriglia, marcia in punta di piedi come niente fosse, e ci vogliamo un bene da non dire.
Vedendomi, ella mi riconobbe subito, e fece un oh! che ci rendeva amici vecchi.
Mi chiama Biondino.
La nostra amicizia è stata facile e pronta, ed è per questo senza una nube.
Ella vede dunque, amica mia, che non c'è nulla da temere per la mia testa.
Noi non ci strappiamo i capelli, non abbiamo piú il meschino geloso da sfidare, o il piú piccolo balcone da scalare; non c'è la piú innocente lagrima, neppur l'ombra di una vera e grande passione...
Ma tant'è, si campa lo stesso.
La mia Selene è molto bella - nient'altro - e mi dice molte cose gentili alla sua maniera - fra le altre che mi vorrebbe bene, fossi anche povero come Giobbe, e che il mio portamonete non ci ha nulla a vedere nella mia felicità.
Io le credo sulla parola, e l'ho divezzata dalla birra.
Ella m'insegna un po' di meneghino, cosí ci perfezioniamo a vicenda.
Alcune volte, è vero, rimane a fissarmi con tanto d'occhi spalancati - ha occhioni magnifici - come se le stessi a parlar turco; ma sarà perché non capisce bene il mio toscano, o perché l'annoio colle mie fantasie -ma le son fantasie e passeranno.
A proposito di fantasie, sa? la contessina Manfredini è andata a Castellamare col principe Metelliani - e la mamma, ben inteso.
- Son passati per Firenze.
Tutti dicevano colà che ci ritornerà o principessa o morta.
"Conclusione: Se mi facessi trappista non avrei torto?"
La contessa stava per rispondere con una lettera che incominciava: "Ella è proprio sulla via di farsi trappista!".
Ma si pentí e stracciò il foglio.
Alberto, che cuocevasi d'avere una risposta, dopo due giorni non seppe piú continuare la sua parte, e scrisse:
"Contessa mia, non so davvero perché, ma son triste come un mortorio; quella povera ragazza non ci ha colpa, ma io nemmeno.
Ho deciso di cambiar aria, ed ho bisogno che Ella mi sgridi e mi consigli come un ragazzo che sono.
Mi rammento che costà, sulle rive del Lario, ci dev'essere una certa mia villetta, la quale era destinata ad essere il mio nido nuziale.
Scaccio la paura delle nozze, e vengo a rannicchiarmi domani stesso: ne avremo 30 del mese.
Giacché è scritto che le mie visite debbano giungere sempre in ritardo, vorrà permettermi di presentarmi a lei domani nella serata?".
Leggendo quella lettera la contessa sorrise, e poi si fece seria.
Rilesse due o tre volte le poche righe, consultò il calendario, si mise al tavolino per iscrivere, e infine chiuse la lettera nel cassetto, e si alzò.
XXX
La giornata era stata calda e burrascosa, ma la sera era incantevole.
La luna sorgeva dietro i monti, alcune bianche nuvolette erano ancor disseminate pel cielo, il lago sembrava color d'acciaio, solcato qua e là da bianche strisce luminose; di quando in quando, a lunghi intervalli, un soffio di fresca brezza faceva stormire gli alberi e fiottare le acque sommessamente.
La contessa Armandi avea passato una di quelle giornate bisbetiche nelle quali avrebbe dato non so che cosa per poter dire che aveva l'emicrania: s'era sentita stanca, inquieta, nervosa, uggita; s'era aggirata pel salotto, si era guardata nello specchio, s'era messa alla finestra, poi avea cominciato a leggere, avea buttato il libro da banda e s'era appoggiata all'étagère, a guardare sbadigliando la lancetta dell'orologio, ed era rimasta a guardarla mezz'ora senza accorgersene.
Infine aprí il pianoforte, e si mise a suonare, dapprima svogliatamente.
Ad un tratto udí gente al cancello; allora fece un movimento.
«Il marchese Alberti» annunziò il domestico.
La contessa assentí del capo, senza voltarsi, e continuò a suonare.
Alberto entrò, si accostò al piano, e si mise dietro a lei; ella lo salutò con un cenno del capo, senza volger gli occhi su di lui, animandosi contro una difficoltà di Schubert.
Infine smise bruscamente di suonare, e si alzò.
«Che peccato!» esclamò Alberto.
«Continui, la prego!»
«No, mi annoia...
Come sta?»
«Benissimo; ma ella non sta bene.»
«Io? s'inganna.
Com'è venuto?»
«In barca, dal lago.
Ho sentito la sua musica accostandomi alla villa, e avrei fatto meglio standomene ad ascoltare laggiú...»
«Avrebbe fatto peggio, perché m'annoiavo orribilmente.
Le piace quel pezzo?»
«Moltissimo.»
«Lo suoni adunque.»
«Volentieri, se lo desidera.»
«Non per me!» diss'ella voltandogli le spalle.
«Per chi, allora?»
«Ma...
per coloro che sono sul lago...
pei pescatori.»
Alberto era rimasto immobile; indi le si avvicinò e andò a sedere presso di lei, che s'era messa sul canapè, scartabellando un libro nuovo.»
«Cos'ha?» le domandò piano, dopo avere atteso inutilmente ch'ella levasse gli occhi.
«Nulla.
Cosa mi trova? È stata una brutta giornataccia, ecco tutto.»
«E son venuto in un brutto momentaccio?»
«Al contrario, l'aspettavo.»
«Cosa legge?»
«Una sciocchezza» e buttò via il libro: «suoni qualcosa, dunque!»
«Cosa desidera che suoni?
«Quel che vuole...
Quell'Addio di Schubert.»
«Ma se non le piace...»
Ella si strinse nelle spalle con un movimento inimitabile.
Alberti si mise al piano.
L'Armandi s'appoggiò al leggio, poi incominciò a leggere della musica, infine andò a riprendere il libro che avea buttato via.
Alberti si volse, smise di suonare, e stette alcuni minuti cogli occhi fissi su di lei, il gomito appoggiato al pianoforte e la fronte sulla mano.
Ad un tratto si alzò, e si avvicinò al canapè.
«Avete finito?» domandò l'Armandi levando gli occhi con sorpresa su di lui.
«Sí, non se n'era accorta?».
Ella sorrise, e chiuse il libro.
«Cosa fa a Bellagio? c'è molta gente? si diverte? si annoia?»
«Sí» rispose Alberto sbadatamente.
L'Armandi gli rivolse uno sguardo fra il distratto e il penetrante, e si diede da fare per rassettare gli oggetti che erano sulla tavola.
«La sera è bella?» domandò poscia senza pensare a quel che diceva.
Ei volse gli occhi alla finestra spalancata, che incorniciava il piú bel chiaro di luna, e rispose:
«Bellissima.»
«È stato sul lago, oggi?»
«Son venuto in barca, gliel'ho detto.»
Il discorso, privo d'alimento, cadde del tutto.
La contessa si guardava attorno, come cercando un pretesto per rompere quel silenzio.
«Sul tavolino ci son dei sigari» gli disse «fumi pure, siamo in campagna.»
«Grazie.»
«Mi racconti che c'è di nuovo? Cosa si dice da quelle parti?»
«Si dice che i bigatti vanno benone.»
«Ah! Avremo della seta a buon mercato dunque?»
«Certamente!»
«Che fortuna!»
Improvvisamente l'uscio s'aprí, ed entrò correndo una graziosa bambina di quasi cinque anni, che andò a buttarsi nelle braccia della contessa.
«Adagio, cara!» esclamò la madre baciandola.
«Cosa dirà il signore di una bimba che entra cosí all'impazzata?»
La bambina si volse a guardare il signore coi grandi occhi timidi e curiosi.
Alberto le disse cingendola colle braccia:
«Mi permette che le dia un bel bacio, signorina?»
La bambina seria seria acconsenti col capo, e sporse la guancia rosea.
«Com'è bella, e come le somiglia!» disse Alberto baciandola.
La contessa suonò un po' vivamente, e consegnò la figlia alla governante.
«Perché rimandarla?...» domandò Alberto, sorpreso da quel brusco congedo.
«È tardi per lei, sono quasi le dieci» rispose ella secco secco.
Alberti si alzò.
«Ma io non sono una ragazzina!» disse ridendo la contessa, e ritirò la mano che egli le stringeva per andarsene.
«Son venuto in un cattivo momento davvero!»
«No.»
«Non la disturbo?»
«Parli, taccia, legga, suoni, ma non mi lasci sola con la mia noia, ché sarei capace di buttarmi nel lago» diss'ella col medesimo sorriso.
«Tanto meglio!»
L'Armandi gli rivolse una tacita interrogazione, e si appoggiò alla spalliera del canapè, contemplando i disegni della ventola.
Successe un lungo silenzio.
«E la sua ballerina?» domandò quasi sbadatamente.
«Sta benissimo» rispose Alberti senza levare gli occhi dall'album.
E tacquero nuovamente.
Tutt'a un tratto Alberti le piantò gli occhi in viso e domandò:
«Perché mi domanda della mia ballerina?»
«Cosí...
per parlare di qualche cosa...»
Ei chiuse l'album, si alzò, andò a vedere l'ora che segnava l'orologio, e tornò a sedersi senza aprir bocca.
La contessa l'avea seguito collo sguardo, e s'era fatta pensierosa.
Alla sua volta gli piantò gli occhi in faccia anche lei, e gli disse:
«Perché le rincresce che le parli della sua ballerina?»
«Non mi rincresce» rispose Alberti un po' bruscamente.
«Ho bisogno di rammentarle i nostri patti?» riprese l'Armandi dopo una lieve esitazione.
«Non siamo piú amici come prima? Non ho piú il diritto d'interessarmi a lei? di darle dei consigli all'occorrenza? Ella è giovane e pieno di cuore - troppo, forse.
- Non le ho detto che quella ragazza le conviene, giacché non è pericolosa per la sua immaginazione?»
«Grazie.»
Successe un lungo silenzio.
«M'ascolti» riprese infine la contessa, mentre Alberti stava a capo chino.
«Le ho parlato sempre con tanta schiettezza, che non le ho lasciato nemmeno il diritto di essere ingiusto.
Sa che non l'amo, e che non l'amerò giammai, ma che le voglio un gran bene - in un altro modo - e che la sua amicizia mi è carissima.
Però il giorno in cui ella mi amerà sarà un gran male, ci pensi! Se avrò un amante lo dirò a lei per primo - nient'altro - per provarle la schiettezza dei miei sentimenti, e costringerla a rimanere quello che desidero ch'ella sia per me.
Le basta? Potrà promettermi di mantenere sempre dentro cotesti limiti le nostre relazioni? Ella è un uomo d'onore - parta o rimanga.»
Alberto rimase alcuni istanti silenzioso.
Poscia rispose:
«Ha ragione.»
La contessa gli strinse la mano.
«Stasera sono stata bisbetica, e forse anche cattiva» riprese gaiamente.
«È affar di nervi; mi perdoni, amico mio.
Vuole che le suoni qualche pezzo per ricompensarlo della noia?»
«Sí» rispose egli distratto.
L'Armandi si mise al piano, e suonò lungamente senza interrompersi.
Alberti sembrava ascoltasse attentamente, silenziosamente, e quand'ella si alzò, un po' stanca, non aprí nemmen bocca per ringraziarla.
Lei, seduta nell'angolo piú oscuro, taceva da un pezzo; il silenzio era profondo; di tanto in tanto un soffio di brezza spingeva verso l'interno del salotto le tende del balcone e il profumo dei fiori ch'erano sulla terrazza; dalla finestra aperta vedevasi la superficie del lago incresparsi in strisce argentee.
Infine la contessa si alzò senza dire una parola e andò lentamente sulla terrazza.
Alberti la seguí.
Si appoggiarono alla balaustrata, guardando il lago.
Non si vedeva un lume; mezzanotte suonava lontano.
«Diggià!» mormorò l'Armandi.
Alberto prese il cappello per andarsene.
Ella rispose appena al suo saluto, e non si volse nemmeno per vederlo partire.
Udí vagamente chiudersi l'uscio del vestibolo, e poco dopo i passi di lui nel viale.
«La sua barca è laggiú?» domandò all'improvviso e con vivacità dall'alto della terrazza.
«Sí.»
«Sa remare?»
«Credo di sí.»
«Rimandi il barcaiuolo, e m'aspetti.»
Dopo pochi momenti egli se la vide comparire dinanzi infilandosi i guanti, con un velo sul capo, il viso bianco e serio, gli occhi luccicanti.
«Sa proprio remare?» replicò brevemente e senza volgere gli occhi su di lui.
«Sí, sí.»
Ella saltò nella barca senza aggiungere altro, e sedette a poppa.
La barchetta scivolò sulle acque tranquille, e allorché furono molto lontani dalla sponda Alberto lasciò i remi.
La contessa guardava in silenzio la striscia luminosa che fuggiva dinanzi a loro sulla superficie bruna del lago, e l'acqua che s'increspava scintillante intorno ai remi.
Stava mezzo sdraiata sui cuscini, tenendo il capo un po' arrovesciato indietro sul tappeto che sfiorava le acque, e guardando in alto; di tanto in tanto saettava uno sguardo su di Alberto, che teneva gli occhi rivolti altrove, e non diceva motto.
Il silenzio aveva un fascino voluttuoso; quella pallida luce sembrava versare onde di non so qual nebbia seduttrice, un'ora suonava.
La donna rivolse indolentemente il capo verso il luogo dove echeggiavano ancora gli ultimi rintocchi e tutt'a un tratto, fissando in volto ad Alberto gli occhi luccicanti, e bruscamente, ridendo quasi ironica, gli disse:
«Marchese Alberti, se in questo momento ci fosse anche in voi il conte Armandi, e se una metà del vostro individuo giurasse all'altra metà di non essere l'amante di vostra moglie, lo credereste?»
Alberto rimase sbalordito.
Poi si rizzò di botto, e le disse con voce tremante e soffocata:
«Perché vi trastullate col mio cuore come con un cencio?»
Ella s'era alzata anche lei; si teneva ritta sulla poppa, leggermente pallida, cogli sguardi smarriti, le labbra smorte e sorridenti.
«No, Alberto!...
Dico per ischerzo...» rispose con uno scoppiettío convulso.
Ei le afferrò le mani
«Aspettate!» diss'ella seria, risoluta, e con voce concitata.
«Giuratemi che non è un capriccio il vostro!»
«Oh!...»
Il brusco movimento di lui minacciò di far rovesciare la barchetta.
La contessa vacillò, mise un piccolo grido.
«Non cominciamo dalla fine!» disse.
I primi chiarori dell'alba imbiancavano il cielo quando la barca toccò la sponda.
La luna era smorta, il lago sembrava piú scuro; la contessa era pallida, pensosa, sembrava pentita.
Saltò vivamente sulla riva per non toccare la mano che il giovane le offriva; spinse la barchetta bruscamente col suo stivalino, e s'incamminò a passo lento verso il cancello, guardando con occhi distratti il lume che ardeva ancora nel salotto.
«Addio» gli disse con voce incerta, senza guardarlo, a capo chino.
XXXI
Alberto s'incamminò lentamente andando alla ventura, col sigaro in bocca, il viso pallido, l'occhio ardente e fisso dinanzi a sé, guardando macchinalmente il lago, i monti, la gente che incontrava.
L'aria fresca del mattino facevagli dilatare i polmoni con forza, e sembrava infondergli un'esuberanza di vita.
Il canto degli uccelli, i mille profumi dei campi, i primi raggi del sole lo penetravano vagamente, sottilmente, con un'altra fisonomia, quasi gli appartenessero e fossero al mondo soltanto per lui, incarnandosi confusamente in una immagine fitta nel cervello, nel cuore, dinanzi agli occhi.
Il suo pensiero era inerte e vertiginoso; tutti gli avvenimenti di quella notte si urtavano confusamente nella sua memoria fra di loro, e l'abbagliavano con una specie di luminosa intermittenza.
Non avrebbe saputo esprimere quel che provava, se era felice oppur no, sentiva un gran sbalordimento, un desiderio febbrile, un'immensa gioia tumultuosa, inquieta - e lei, sempre là, dinanzi agli occhi, dentro di sé, dappertutto.
Le vie cominciavano a popolarsi, il lago formicolava di barchette, e Alberti gironzava sempre attorno a quella villa che esercitava un fascino su di lui.
Ella doveva esser lí dietro ogni persiana, ansiosa, bramosa come a cercarlo anche lei cogli occhi, colle reminiscenze, colla fantasticheria.
Contemplava quella terrazza ov'erano stati insieme quella balaustra alla quale ella s'era appoggiata, quella scalinata per la quale era discesa, quel lago sul quale s'era cullata mollemente la loro barchetta, circondata di tenebre discrete, dolci, misteriose.
Tutte quelle cose adesso erano inondate di sole, senza ombre, senza veli, petulanti.
- Udiva dentro di sé quella parola "m'aspetti" - e quel piccolo grido soffocato.
Verso le undici non poté piú resistere al desiderio di rivederla, come se l'avesse lasciata da un secolo, ed andò.
La cameriera gli disse che dormiva.
Ei se lo fece ripetere due volte, quasi non fosse ben sveglio egli pure, e volse le spalle.
Poi tornò indietro, e lasciò per lei il suo biglietto di visita, sul quale scrisse in inglese col lapis:
"Invidio voi che potete dormire."
Andò all'albergo, si buttò sul letto, e dormí due o tre ore un sonno da ubbriaco.
Una lettera di lei venne a svegliarlo di soprassalto.
"Amico mio, - diceva - verrete domani alle quattro? Avrò anche la signora Rigalli, e faremo della musica.
Conto su di voi.
Oggi sono a pranzo dai Corvetti."
Il carattere era elegante, tracciato con mano sicura, la firma era per intero: "Emilia Armandi".
Il povero giovane stette mezz'ora voltando e rivoltando fra le mani quel fogliettino profumato, e rileggendo quelle due righe cosí semplici, cosí chiare, che non riusciva a comprendere.
Ei passò tutto il giorno in una specie di sonnolenza e di sbalordimento, pensando a lei, a che cosa stesse facendo, a che cosa fosse accaduto, al perché gli ordinasse di non vederla sino all'indomani, al come ella potesse aspettare sino a questo domani senza soffrire al par di lui.
Trasaliva al ricordarsi con miracolosa precisione le parole di lei, il tono della sua voce, il profumo dei suoi capelli; stava guardando il lago, quel medesimo lago che cominciava a farsi bruno, e su cui le stelle cominciavano a scintillare.
Fra il disordine delle sue idee ce n'era una piú insistente delle altre: perché ella gli avesse fatto promettere di buttarsi nel lago, e perché poi non gliel'avesse ordinato.
Sapeva che non l'avrebbe obbedita, e che quel tale amore lo rendeva vile?
Il giorno dopo, avviandosi verso le quattro alla villa Armandi, incontrò la signora Rigalli che andava ad imbarcarsi insieme ad un'allegra brigata.
«Non va dalla contessa Armandi?» le domandò con un po' di sorpresa.
«No.
L'Emilia doveva anzi venire con noi, ma stamane m'ha scritto che ha cambiato idea.
Vuol essere dei nostri?»
«Grazie, non posso»; e si allontanò almanaccando perché l'Armandi in un biglietto di tre righe ci avesse cacciato anche la musica e la signora Rigalli.
Trovò la contessa nel suo salotto, sul suo canapè, circondata dai suoi amici e dalle sue amiche; fu accolto col miglior sorriso, e fu presentato agli altri senza il menomo imbarazzo.
Ella era perfettamente padrona di sé, piena di brio e disinvoltura - scherzò anzi coll'aria un po' stralunata di lui - parlò di corse sul lago, di partite di piacere, delle avventure dei bagni.
Un tale domandò del conte Armandi, ch'era ancora a Torino, sebbene la sessione fosse chiusa da un pezzo.
«Verrà quanto prima,» rispose la contessa «appena terminati non so quali lavori di non so qual commissione parlamentare; e rivolgendosi alla signora che aveva al fianco aggiunse sorridendo: «Quella benedetta politica è una rivale pericolosa.»
Alberto ascoltava la sua voce, e guardava le sue belle mani, ornate di larghi manichini di trina, che ella tirava in sú allorché le cadevano lungo il braccio.
Alle ultime parole di lei la fissò in viso; poscia arrossí, senza saper perché, distolse gli occhi, e prese parte alla conversazione con vivacità nervosa, a sbalzi, con lunghe interruzioni che avrebbero grandemente sorpreso tutti coloro che erano presenti se non fossero stati tutti perfettamente ben educati.
«Non va colla signora Rigalli?» domandò ad un tratto.
La contessa gli rivolse un'occhiata tranquilla e rispose:
«No.»
«Mi disse però che contava su di lei...»
«Souvent femme varie!» rispose l'Armandi colla massima disinvoltura, e sorridendo un po'.
XXXII
Infine i visitatori se ne andarono a poco a poco.
Alberti e l'Armandi rimasero soli, seduti l'uno accanto all'altra, e, per alcuni istanti, silenziosi.
La contessa s'alzò all'improvviso, si allontanò bruscamente da lui, diede un'occhiata incerta all'intorno, poi gli venne incontro risolutamente facendo frusciare i lembi del vestito con un sibilo di serpente irritato, e gli si piantò in faccia.
«Cosa avete? Dite infine! parlate!» esclamò corrucciata.
«Nulla, cosa volete che abbia?» rispose egli con durezza.
Le labbra della donna tremarono convulsamente, e s'agitarono due o tre volte come per parlare.
Ma ad un tratto scoppiò in un accento indescrivibile, coprendosi il viso colle mani:
«Ah! come mi punite!»
Ei s'alzò, le prese le mani che gli sfuggirono, e rimase alcun tempo senza trovar parola.
«Che vi ho fatto?» balbettò infine.
«Nulla m'avete fatto!» esclamò l'Armandi sdegnosamente.
Alberto le prese nuovamente la mano.
Stavolta ella gliel'abbandonò senza accorgersene; teneva gli occhi fitti sul tappeto, torva, accigliata.
Tutt'a un tratto gli disse con voce breve e concitata, fissandogli in faccia uno sguardo lucido e freddo come l'acciaio:
«Perché siete venuto? Cinque minuti prima di legarmi a voi mi sarei piuttosto buttata nel lago se avessi potuto immaginarlo! Ora avete il diritto di dubitarne!»
Alberto si fece rosso e pallido.
«Non mi amate?» le disse allentando la mano.
«Che cosa pensereste adesso di me se non vi amassi?» gli rispose sorridendo di un riso che faceva rilevare il labbro superiore con un'espressione d'amarezza intraducibile.
«Ma non avrei voluto essere vostra amante...
Ve lo giuro per mia figlia...
per mia figlia!» replicò con forza, guardandolo alteramente negli occhi, e scuotendogli la mano, nell'osservare un impenetrabile movimento di lui.
«Voi m'avete preferito a un'altra donna, ed io ero orgogliosa...» E chinando il capo con sarcastica e fiera rassegnazione: «Adesso vedete che non lo sono piú».
Si abbandonò sulla poltrona e nascose il viso nel fazzoletto, senza muoversi piú, senza dire una parola, cosí altera e sdegnosa che Alberto non osò scostare una punta di quel fazzoletto.
«Cosa v'ho fatto?» replicò alfine giungendo le mani «Non vedete come soffro? come vi amo? come ho sofferto per non avervi potuto vedere?...
Avete letto il mio biglietto?»
«Sí...
e la mia cameriera prima di me.»
«Ho scritto per questo in inglese...»
«Avreste dovuto scrivere in camaldolese: sarebbe stato meno sospetto, e meno compromettente.»
Ella parlava piano, con calma, con accento di rassegnazione ironica, col viso dimesso, e le mani incrociate sulle ginocchia.
«Ho avuto torto!» rispose Alberto alquanto indispettito, «perdonatemi.
Vi amavo, avevo perduto la testa Non pensavo alle convenienze, al mondo, ai domestici...
Avevo bisogno di pensare a voi....
di fare qualche cosa per voi...
Non avevo altro da dirvi...»
«Nemmeno che avreste fatto della musica colla signora Rigalli, onde non compromettervi col vostro scritto...
Non è cosí?» interruppe la donna.
«Oh!»
«Perché arrossite d'avermelo rimproverato mezz'ora fa: Avevate ragione!» riprese ella colla medesima calma nella parola, nell'accento, nella fisonomia e nell'atteggiamento.
«Il vostro amore è schietto, franco, e sincero.
Io ho parlato dinanzi a voi di mio marito, e non ho arrossito In presenza di coloro che mi ascoltavano.
Ho mentito l'indifferenza e la disinvoltura, ho mentito verso di voi, verso i miei doveri, e verso il mondo; avete il diritto di pensare che vi abbia mentito anche quando vi ho detto che vi amo! Mezz'ora fa mi avete guardata in faccia stupefatto due o tre volte, e avete arrossito per me, vi ho visto.
Voi non ci avete colpa.
Son moglie, son madre, ho dei doveri sociali e son la vostra amante: è impossibile conciliare tutto quello che ci è di contraddittorio nel mio stato senza mentire.
Io mi sono umiliata ai vostri occhi facendo il sacrificio del mio orgoglio e della mia delicatezza dinanzi a voi, per voi.
Non vi faccio un rimprovero.
È colpa vostra se avete tutto per voi, la franchezza, la lealtà, la delicatezza l'onore, e, a salvaguardia di tutto ciò, la vostra spada? Voi avete tutto quello che io mi son messo sotto i piedi...
per voi.»
A queste ultime parole il sarcasmo scoppiò nell'accento vibrato, sibilante, nel sorriso amaro e nelle calde lagrime che ella asciugava dispettosamente prima ancora che spuntassero sull'orbita.
Ciascuna di quelle parole, ciascuno di quegli accenti andavano a colpire sul viso Alberti, il quale stava zitto, immobile, arrossendo e impallidendo a vicenda come se si sentisse schiaffeggiare dalla propria coscienza.
«Perché m'avete amato?» domandò alfine con voce fremente e soffocata.
L'Armandi alzò su di lui gli occhi ardenti di lagrime e di collera, come smemorata, e non rispose.
«Perché non mi scacciate?» replicò Alberti.
Un'espressione indefinibile, un non so che di attonito, d'ansioso, d'irato, di vendicativo, d'innamorato e di pauroso, lampeggiò nello sguardo della contessa.
Ella stette alcun tempo senza dir nulla; poi arrovesciò il capo all'indietro sulla spalliera della poltrona, con un movimento felino, e colle mani intrecciate dietro la nuca, colle larghe maniche cadenti per le candide braccia, rispose mollemente, guardando il soffitto:
«Avete ragione.
Il meglio sarà non vederci piú.»
Alberto rimase immobile, guardandola.
Ad un tratto si precipitò su di lei come un leone innamorato, l'afferrò per la vita, senza dire una parola, e la sollevò sulle braccia.
Ella piantò gli occhi scintillanti come armi omicide in quel viso pallido e stravolto, tenendosi discosta da lui con tutta la forza della sue braccia irrigidite, e all'improvviso gli si avventò al collo, e lo baciò rabbiosamente.
XXXIII
A Bellagio il marchese Alberti aveva la riputazione d'essere alquanto originale, e infatti menava tal vita da giustificare cotesta riputazione.
Non si faceva vedere da nessuno per delle settimane intiere, e poi tutt'a un tratto mischiavasi a tutti i crocchi, prendeva parte a ogni divertimento, mostravasi assetato di piaceri, montava spesso a cavallo, faceva delle corse da numida, o dormiva per ventiquattr'ore, e lo s'incontrava a scorrazzare per i sentieruoli piú deserti ad ore da poeti, o passava le notti ad un giuoco d'inferno, perdendo delle grosse somme, colla stessa indifferenza con cui vinceva.
Le signore chiudevano un occhio sulle stranezze di lui perché egli li aveva molto belli tutt'e due, era giovane e ricco, e qualche volta anche grazioso ed amabile.
Quel po' di corteccia ruvida che gli rimaneva attaccata, e di cui s'ingegnavano a gara di mondarlo, davagli anch'essa una certa agreste attrattiva - dicevano.
Egli aveva i migliori cavalli, gli amici piú simpatici, ed una volta pregò due di costoro d'andare a sfidare un tale, il quale aveagli detto che aveva anche la piú bella amante.
I due amici cominciarono dal ridere, ma per rabbonirlo dovettero finire col dirgli che non era proprio il caso di prendere in mala parte un complimento di cui molti altri sarebbero stati lusingatissimi.
Alberto erasi incaponito che quel complimento fosse ingiurioso per la riputazione della dama.
Il piú intimo dei due, quegli che desinava piú spesso con lui e che gli doveva di piú, lo tirò alquanto in disparte e gli disse:
«Caro mio, sei ben sicuro d'essere stato il primo amante di quella dama?...
Be'...
Non c'è di che arrossire...
Lasciamola lí piuttosto.
Un duello la comprometterebbe infinitamente dippiú.
Andiamo a cena e dormiamoci sopra.»
La contessa riceveva Alberti frequentemente di giorno, anche quando non c'era per tutti gli altri, e di sera, allorché faceva della musica: il marchese era distinto pianista e l'Armandi amava la musica appassionatamente - ognuno lo sapeva.
Alberti la vedeva in tutte le riunioni, in tutte le partite di campagna, e in tutte le traversate sul lago; era con lei sovente a cavallo o in carrozza, da solo o in numerosa compagnia, stava con disinvoltura nel salotto di lei, l'accompagnava al piano, e faceva il galante colle amiche di lei; sapeva condursi con garbo, rispettava le esigenze sociali, e piegava il capo con grazia alle piccole ipocrisie.
Ella invece stava in mezzo a questi scogli colla testa alta, con aristocratica disinvoltura, dominando tutto ciò che non poteva elevare sino a lei; ingentiliva Alberto, lo perfezionava, stava a discorrere con lui accanto al piano, o presso il tavolino da lavoro, o si faceva accompagnare in giardino, dandogli l'ombrellino da portarle, e si lasciava baciare il guanto - sicché tutte le volte che gli permetteva di strapparle quel guanto, o lo precedeva sotto i folti alberi del boschetto, sorridente, esitante, guardandosi intorno nel raccogliere le pieghe del vestito, e camminando in punta di piedi, a lui sembrava che il cielo si spalancasse a due battenti.
- Giammai non aveva voluto piú andare una sola volta sul lago con lui.
Si approssimava il ritorno del conte Armandi; Alberti lo sapeva vagamente, ma non aveva mai osato domandarne alla contessa, ed ella non gliene avea mai parlato.
Un venerdí ch'era andato da lei per combinare una gita sul lago, e gli avevano detto che sarebbe ritornata a momenti, s'era messo al piano per ingannare il tempo, e scorreva della musica che la sera innanzi le avea mandato egli stesso.
Infatti udí aprir l'uscio del salotto, e si alzò credendo fosse lei.
Invece era la bambina, che giungeva correndo prima della madre, e vedendo Alberto s'era fermata sull'uscio.
«Le faccio paura, signorina?» disse Alberto.
In quel momento entrò anche la contessa; gli stese la mano, buttando l'ombrellino sul tavolo, e togliendo alla figlia il largo cappello di paglia.
«Come sei rossa!» le disse baciandola.
«Vai dalla Tilde.»
La bimba gli rese il bacio, e prima d'andarsene offrí anche ad Alberto la guancia vermiglia.
Egli l'accarezzò sui capelli.
La madre tirò a sé bruscamente la figliuola, la baciò di nuovo, con singolare vivacità, e l'accompagnò sino all'uscio.
«Perché non avete baciato la mia bambina?» gli domandò tornando indietro.
Alberti tardò un istante a rispondere; ma ella, senza dargliene il tempo, andò al piano, e prese il fascicolo ch'era sul leggio.
«Vi ringrazio della musica» aggiunse senza voltarsi e sfogliandola.
«Ci ho dato un'occhiata ieri stesso.
È proprio bella.»
E tornò lentamente verso il canapè, senza levare gli occhi dalla carta, sedette, e spiegò il quaderno sui ginocchi.
«Avete fatto una lunga passeggiata?» domandò Alberti.
V'ho fatto aspettare? Scusatemi.
Ero andato ad incontrare Armandi.
Invece ricevo una lettera che rimanda la sua venuta a domani.»
«Ah!»
«Volete essere dei nostri a pranzo domani?»
«Grazie.»
«Rifiutate?» diss'ella facendosi un po' rossa.
«Sí.»
«Non se ne parli altro.»
Suonò il campanello, e si fece recare il cestellino da ricamo
«Si fermerà molto tempo il conte?» domandò Alberto giuocherellando col gomitolo.
«Un mese circa, sin che andremo a Belmonte, poscia sarà a Torino per la riapertura della Camera.»
Alberto chinò la fronte sulla palma, e dopo una breve pausa disse plano:
«Sicché...
non ci vedremo sino a giugno?»
«Come volete che vi riveda senza presentarvi a mio marito?»
«È vero.»
Il silenzio che seguí avea alcunché d'imbarazzante.
La contessa, tutta intenta al suo ricamo, riprese alfine:
«Iersera so che avete fatto una grossa perdita al giuoco.
Ho il diritto di parlarvene, perché sono la vostra migliore amica.
Ciò è irragionevole, mio caro.»
«Avrei anche potuto vincere.
Sono sfortunato, ecco tutto;» rispose Alberto seccamente
«Ebbene, abbiate giudizio anche per la fortuna che vi manca: non giuocate.»
«Lo volete?»
«Ve ne prego.»
«Non giuocherò.»
Ella chinò il capo.
«Che bel lavoro!» disse Alberto poco dopo.
«Vi piace?»
«Moltissimo.
È un lavoro per uomo?»
«Sí.»
«E...
senza essere indiscreto?»
«Nessuna indiscrezione, mio caro;» rispose l'Armandi sorridendo; «anzi quel che c'è di piú legittimo: è per mio marito.»
«Oh!...
proprio un regalo di nozze!» diss'egli sorridendo a denti stretti.
La contessa sorrise senza alzare gli occhi dal ricamo, e arrossí lievemente.
Ei cavò l'orologio e si alzò.
«Addio» gli disse l'Armandi stendendogli una mano, mentre coll'altra contava i punti del disegno.
Alberto le strappò il ricamo, e lo stracciò.
«Marchese Alberti!» esclamò l'Armandi rizzando il capo, altera, corrucciata e imponente.
Il marchese fece barcollando due o tre passi verso l'uscio, si arrestò sulla soglia, ed esclamò torcendosi le mani:
«Ah! come son vile!»
«No, siete pazzo!»
Gli volse le spalle, andando verso la finestra; e poscia, volgendosi vivamente verso di lui:
«Anche geloso di mio marito?»
Alberto impallidí.
«Tanto meglio!» esclamò la contessa con un sorriso irritato.
«Perché?...
perché volete ad ogni costo che io stringa la mano di quell'uomo?» disse Alberti con accento brusco.
Ella lo fissò un istante con occhi di sfida e di collera.
«Perché vi ho dato il mio onore, e voglio che voi mi diate il vostro!»
XXXIV
Alberto partí la sera stessa per Milano, e andò a cadere come una bomba dalla Selene.
«Non è in casa» gli dissero.
Era il tocco della mezzanotte; egli andò al Circolo, e vi passò il resto della notte.
Il giorno dopo s'era levato da poco, allorquando Selene entrò come una spiritata, sbattendo gli usci, e cantarellando.
«To! eri tu, biondino? Sei venuto a cercarmi iersera? Sei tornato? Scusami se non mi hai trovata in casa; ero andata al Carcano.»
«Al tocco?»
«Sí, dopo s'era andati a cena colla Irma, sai, l'Irma, la bruna, la conosci? ci pagava una cena scicche perché era il giorno della sua festa.
Come stai?»
«Sto benissimo, grazie.»
«Vieni dal lago? Cosa m'hai portato dal lago?»
«T'ho portato un braccialetto.»
«Bello? Fammelo vedere.
Dov'è?»
«Da Bigatti.
Se hai furia puoi andare a prenderlo.»
Scrisse su un bigliettino di visita due righe pel gioielliere che la conosceva benissimo, e glielo diede.
Ella volle gettargli le braccia al collo.
«Grazie, non occorre...» diss'egli scostandola.
La povera Selene se n'andò mogia mogia.
Alberti ordinò al cameriere di dir sempre che non era in casa tutte le volte che ella venisse a cercarlo.
Andò al Corso, alla sala d'armi, al Circolo; giuocò, rivide i suoi amici, e prese parte alle loro cene e a tutti i loro passatempi.
Frelli, il nestore emerito della brigata, l'avea preso sotto la sua protezione.
«È di buona razza e di buona tempra» diceva.
Il nestore aveva quarantasette anni, due gran dame che se lo disputavano, ed un'amante per la quale gettava il denaro a due mani.
Gli amici di Alberto erano tutti bravi giovanotti - borsa aperta, cuore a prova di spada, e scilinguagnolo un po' sciolto.
Nella loro allegria, nella loro conversazione, nei loro bagordi, c'era un profumo di gaiezza, di spirito, e di cordialità giovanile che inebbriava i piú sobri.
Una delle piú belle sere di luglio Alberti era uscito dal Circolo, insieme a due amici coi quali avea desinato; avea la pupilla alquanto dilatata, è vero, ma le gambe piú ferme e la lingua piú sciolta degli altri.
Andarono sui bastioni in carrozza, ciarlando, fumando e ridendo ad alta voce.
L'aria era rinfrescata da un lieve venticello che veniva dalle Alpi; dai giardini venivano di tanto in tanto vigorosi profumi, incontravasi solamente qualche coppia che passeggiava lentamente, discorrendo sottovoce, e dileguavasi sotto gli alberi dei viali, o qualche brougham che andava a piccolo trotto il cavallo fiutando la polvere e il cocchiere contando le stelle nascenti.
Alberti a poco a poco era divenuto silenzioso, s'era buttato in fondo al legno, e avea lasciato spegnere il sigaro.
Ad un tratto fece fermare la carrozza, salutò gli amici, s'avviò a piedi pel corso, fermò il primo fiacre che incontrò e si fece portare dalla Selene.
«Oh!» esclamò costei vedendoselo comparire dinanzi, e rimanendo con una mano sul battente dell'uscio, con grand'occhi attoniti.
«Non t'aspettavo piú.»
Ei si chinò sulla candela, e accese un altro sigaro.
«T'hanno detto che sono venuta a cercarti?»
«Sí.»
Selene andò in furia a prendere il biglietto che Alberti le aveva dato per Bigatti, e lo stracciò in cento pezzi.
«Allora ecco il tuo braccialetto! Non lo voglio.»
«Come sei bella cosí in collera!» rispose Alberti dopo averla fissata alcuni secondi senza batter ciglio.
«Sei innamorato? Cos'hai, sei innamorato?»
Ei non rispose.
«Sei in collera con la tua bella, di'?»
Alberto scrollò le spalle e disse freddamente:
«Vuoi che me ne vada?»
«Sí, sí, vattene!» e poscia, afferrandolo con impeto per un braccio: «No! non te ne andare!».
E rimase a guardarlo avidamente, tenendolo sempre pel braccio, e gli occhi le si velarono.
«Come fa a non amarti, cotesta superbiosa?»
Gli gettò le braccia al collo.
Ei che stava per partire tranquillamente, allorché sentí avvinghiarsi da quelle braccia dimenticò la contessa.
Uscí dopo mezz'ora, fosco, stralunato, dispettoso - la povera ragazza non ebbe il coraggio di trattenerlo.
Andò a Como col primo treno; passò la giornata sul lago, e la sera, a notte fatta, s'avviò a piedi verso la villa.
Tutto era buio, soltanto alla finestra della camera della contessa c'era lume.
Quel lume l'accecava, l'affascinava, gli trafiggeva il cuore come una punta di ferro arroventato.
Ei non avrebbe osato ridire tutti i pensieri che gli tempestavano in mente: c'era una specie di gelosia acre, che avea un pudore singolare.
Avrebbe ucciso la contessa con le sue mani piuttosto che rimproverarle le torture che ella gli faceva soffrire in quel momento - e stette ad assaporarle ad una ad una, sin quando quel lume si spense.
L'indomani le scrisse: "Mi volete a desinare oggi?" Gli fu risposto con un invito del conte e della contessa Armandi.
XXXV
Il conte Armandi era un uomo politico, gentiluomo sino alla punta delle unghie, dignitoso, serio, freddo, ed uomo di mondo: avea la riputazione d'aver corso la cavallina in gioventú, la qual cosa gli avea lasciato una elegante piacevolezza di maniere ed una lieve tendenza all'epicureismo che gli andava come un guanto.
Ei stava a Torino durante le sessioni parlamentari, e il resto dell'anno viaggiava, e andava ai bagni, dove riunivasi la chiesuola de' suoi amici politici.
Quando Alberti entrò nel salotto la contessa non c'era; ma il marito accolse il nuovo invitato come una vecchia conoscenza, e gli parlò del fu marchese, ch'era stato suo amico, e della marchesa, ch'era detta a Milano la bella toscana.
La contessa si fece un poco aspettare, sicché fu quasi il conte che dovette presentare Alberto alla moglie.
«Mia cara Emilia, vi son grato d'avermi fatto riannodare una vecchia conoscenza di famiglia.»
«Finalmente!» diss'ella ad Alberto stendendogli la mano.
Come furono riuniti i tre o quattro amici che desinavano in casa Armandi, la contessa prese il braccio dell'ultimo venuto, il colonnello Marteni, e passò nella sala da pranzo.
Alberto sedette accanto alla signora Rigalli, che stavolta era venuta davvero.
Il colonnello Marteni, dei carabinieri piemontesi, era un bellissimo uomo, con una larga cicatrice che gli attraversava mezza la fronte, e con due nastri turchini all'occhiello del suo abito da borghese; egli era amico personale del conte Armandi, che l'aveva indotto a venire a passare il suo mese di permesso sul lago di Como.
Il colonnello faceva galantemente onore alla tavola, ai suoi ospiti, e alla sua dama, con galanteria un po' soldatesca.
Le signore andavano matte per quel bel militare che s'era acquistato a Custoza ed a Goito i suoi nastri e la sua cicatrice, e ne parlavano tanto che il Marteni, da uomo di spirito, avea cercato due o tre volte di cambiar discorso, ed infine s'era salvato colla contessa, andando a prendere il caffè nel salotto.
La contessa in tutta la sera non avea rivolto che pochissime volte gli sguardi e la parola ad Alberti.
I commensali avevano seguito in sala la prima coppia e s'erano fermati in diversi gruppi.
Alberto era andato sulla terrazza; il conte Armandi discorreva con altri due presso il camino; la signora Rigalli assediava il suo militare sul canapè; la contessa era accanto alla tavola: dopo alcuni minuti di quelle ciarle scucite che avviano la conversazione, volse attorno una rapida occhiata, versò del caffè in una chicchera, e andò difilata verso la terrazza.
Alberto stava colle spalle appoggiate alla balaustrata, e vedendo comparir l'Armandi nel vano luminoso del balcone, si rizzò di soprassalto; ella gli afferrò la mano e gli disse sottovoce, rapidamente, con accento intraducibile:
«Vi ringrazio.
Adesso non v'è cosa che non farei per voi.»
Ei le afferrò la mano, fissandola.
- Cosí rimasero alcuni istanti zitti e palpitanti.
«Lo sapete che mio marito mi ucciderebbe?...
Volete che mi faccia uccidere? Volete che mi perda per voi?» diss'ella sorridente.
«Volete?»
In quel momento il conte avea finito di discorrere col suo interlocutore, e avvicinavasi alla terrazza.
Scostò la tenda, si fermò un po' sulla soglia per abituare i suoi occhi alle tenebre, e scambiò qualche parola con Alberti.
La contessa rientrò centellando tranquillamente il suo caffè, col piú spensierato sorriso in viso.
Passando vicino alla signora.
Rigalli e al Marteni, disse ridendo:
«Schiettamente, cara Virginia, vorreste essere un uomo celebre, glorioso, decorato?»
«Ma...
se non fossi quel che sono...
vorrei esserlo!»
«Idee false, amica mia, una delle tante ingiustizie sociali! Non c'è che una donna capace di far quello che il colonnello non oserebbe di fare, nemmeno colla speranza di una terza medaglia, per...»
Sedette sulla poltrona favorita, appoggiando il capo alla spalliera, e bevendo il caffè con una specie di voluttà, d'orgoglio e di trionfo.
«Per che cosa?» domandò il Marteni.
«Per una cosa da nulla, per un capriccio...
per una tazza di caffè...» rispose l'Armandi con uno scoppio di risa.
«Prenda la mia ch'è vuota, Marteni.»
Gli invitati se n'erano andati a poco a poco.
Alberti era rimasto a discorrere coll'Armandi presso l'uscio.
«Verrà domani?» gli domandò la contessa, cogliendo giusto quel momento.
«Venga alle quattro.
Ci ho della musica nuova.»
XXXVI
Il conte Armandi era uscito verso le tre; la musica gli piaceva al Regio, o alla Scala, con accompagnamento di ballerine, e aveva il buon gusto di stare nel salotto della moglie soltanto allorché ella non riceveva.
Era dunque montato a cavallo, ed era andato a desinare alla villa di un suo amico.
Andava tranquillamente di passo, col sigaro in bocca, piegandosi sulle staffe per osservar da buon cavallerizzo la levata del cavallo, e compiacendosi nell'atteggiarlo come fosse al maneggio.
La giornata era bella, rinfrescata da una piacevole brezzolina che faceva sventolare la banderuola di segnale posta da un lato della via che stavasi riparando.
Il cavallo del conte ebbe un ghiribizzo alla vista di quella banderuola rossa che svolazzavagli dinanzi agli occhi, ricalcitrò, e passò sbuffando, guardandola torvo, con le narici fumanti, e contrastando alla mano.
Armandi volle assicurarlo: cavallo e cavaliere si incaponirono, s'imbizzarrirono, sbrigliando, impennandosi, spronando, e rinculando verso quella parte della strada ch'era tutta sossopra e sparsa di buche, quasi il cavaliere avesse il proposito deliberato di rompersi il collo; tutt'a un tratto il cavallo mise un piede in falso, cadde, tentò generosamente di rialzarsi con isforzi disperati, e infine, vinto dal dolore, si rovesciò senza mettere un nitrito, da bravo.
Armandi era saltato abilmente in piedi fuor delle staffe, e cercò rianimare colla briglia e colla voce il povero animale che aveva l'angoscia negli occhi, sollevava il capo e ricadeva.
«Povero Falco!» disse il conte.
Infine, vedendo che non c'era proprio nulla da fare raccomandò il cavallo ferito agli operai che lavoravano sulla strada, promettendo di mandar subito dei soccorsi, e invece di tornare a piedi per la via fatta, che sarebbe stata troppo lunga, scese sulla riva in cerca di un battello, e si fece condurre per acqua alla sua villa.
La villa dalla parte del lago avea un cancello che aprivasi sul molo microscopico dov'erano ormeggiate le due barchette del conte.
Un centinaio di passi piú in lá era la casetta del giardiniere, addossata al muro di cinta, tappezzata di gelsomini, e di cui il tetto rosso faceva un bel vedere sul verde cupo dei grandi alberi del boschetto.
Il conte andò a picchiare sui vetri della finestra col pomo del suo frustino, e si fece aprire il cancello, rimandò il giardiniere, e s'avviò pel viale che menava alla terrazza.
Camminava lentamente, e di tanto in tanto fermavasi come per stare in ascolto, e alzava gli occhi verso le finestre del salotto.
Il viale, prima di mettere alla scalinata della terrazza, serpeggiava attorno ad una gran vasca ombreggiata da magnifiche piante acquatiche, e biforcavasi per mettere in un sentieruolo che conduceva alle scuderie, passando dinanzi ad una capanna rustica ch'era chiusa da lungo tempo.
Il conte s'era avviato pel sentieruolo, teneva gli occhi fissi sulla capanna abbandonata o sulle scuderie, cercando di veder qualcuno da mandare in soccorso pel povero Falco.
Ei passò accanto ad un padiglione di bosso e di mortella, tenuto con somma cura, aperto da quattro arcate, ornato di sedili e di statue, dinanzi al quale il sentieruolo svoltava bruscamente per salire l'erta verso la capanna.
Alberti era giunto all'ora fissata.
La contessa l'aspettava: ei le s'appressò rapidamente, le baciò la mano, e le disse con voce breve:
«Vostro marito?»
«Uscito.»
«Tornerà presto?»
«Desinerà fuori di casa.»
«Come siete bella!» esclamò.
Ella si svincolò dalle mani che le stringevano i polsi, e andò a tirare il cordone del campanello.
«Lasciate aperto quell'uscio» ordinò al domestico «fa troppo caldo.»
«Non m'amate piú?» le disse Alberto sottovoce, rispondendo all'occhiata timida e come di scusa ch'ella gli rivolse tornando a sedersi presso di lui.
La contessa chinò la fronte nella mano.
Dopo un istante rispose con voce commossa:
«Se vi amo!»
«Mi amate in un modo singolare davvero!»
«Singolare davvero! Sono una matta! Non so dov'abbia la testa in certi momenti...
Stanotte non ho chiuso occhio pensando alla follía che ho fatto ieri sera!...»
«Perdonatemi!...
Se sapeste!....
Perdonatemi!...»
Si parlarono a voce bassa, quasi senza guardarsi, padroneggiandosi perché i loro volti rimanessero impassibili, acciò qualche specchio indiscreto non li tradisse alla curiosità del domestico che stava nell'altra stanza.
Quelle passioni ardenti, che sibilavano come il soffio del vapore imprigionato sotto quella maschera d'indifferenza, aveano qualcosa d'irresistibile.
La contessa s'alzò, andò ad aprire le persiane e si mise a guardar fuori.
«C'è un'arietta fresca che ristora» disse dopo alcuni istanti.
«In giardino si deve star benissimo.
Andiamo?»
Alberto la segui.
Ella precedeva di qualche passo, coll'andatura svogliata, dimenando un po' il braccio, e tenendo l'ombrellino sulla spalla.
Si vedeva il suo busto piegarsi e inarcarsi con graziosa elasticità sotto il tessuto leggero che gonfiavasi e increspavasi alternativamente.
Si fermava agli sbocchi dei viali, mettevasi sugli occhi, per guardar lontano, la mano che al sole sembrava di un roseo trasparente, poscia s'avviava risolutamente, con vaga spensieratezza: il viale si arrampicava sull'erta serpeggiando; la contessa arrestavasi di tanto in tanto per ripigliar fiato, e voltavasi verso di Alberto per dirgli qualche parola.
Ad un certo punto gli stese, senza voltarsi, la mano: ei la baciò.
«Cosa volete che faccia per provarvi quanto vi ami?» gli disse risolutamente.
«Datemi la chiave del cancello che mette sul lago.»
Ella si voltò, lo fissò seria seria, e scosse il capo due o tre volte.
«Vedete!» disse Alberto amaramente.
La contessa gli strinse la mano, conducendolo con dolce violenza; svoltò l'angolo del viale che saliva alla capanna abbandonata, ed entrò nel padiglione.
Stava ritta sotto l'arco fiorito, guardando il lago che luccicava in fondo al panorama, e colle mani appoggiate al bastone dell'ombrellino.
Il venticello faceva svolazzare il suo vestito e glielo modellava adosso.
«Vorreste vivere con me, laggiú, in Isvizzera, a Londra, o a Parigi?» gli disse ridendo.
Ei le afferrò la mano con impeto.
«E voi lo fareste?...»
«Se lo potessi...»
«Oh, allora...
Ma non bisogna chieder troppo neanche all'amore.»
La contessa gli piantò in faccia uno sguardo profondo e pensieroso.
Alberti l'evitò, come se tutte le contraddizioni che c'erano nello stato di quella donna gli saltassero agli occhi.
Sentí che il suo stesso silenzio glielo rinfacciava, e dovette ricorrere al paradosso per giustificar lei e sé stesso.
Ella ascoltava avidamente, piú convinta di lui, affascinata da quella falsa eloquenza della passione; sorrise e gli disse:
«Cotesta è la teoria del frutto proibito...»
«Credete?» domandò dopo un voluttuoso silenzio.
Era seduta mollemente, un po' piegata verso di lui, tenendogli le mani, ombreggiata dai folti ramoscelli, e tutta profumo.
Ei la guardò avidamente.
«Sí!» le disse con un bacio.
«Zitto!» esclamò l'Armandi trasalendo e facendosi pallida.
«Vien gente!»
Si udí scricchiolare la sabbia del sentieruolo che incrociavasi col viale pel quale erano venuti.
«Vostro marito!» esclamò Alberti con voce sorda, e facendole schermo istintivamente del suo corpo.
La donna s'avviticchiò all'amante, e gli nascose il viso in petto con un voluttuoso terrore.
Stettero alcuni istanti immobili, nascosti nell'angolo piú oscuro, trattenendo il respiro coi due cuori che battevano l'un sull'altro.
Si udirono i passi avvicinarsi lentamente, passare accanto al padiglione, e allontanarsi a poco a poco.
La contessa rialzava il capo timidamente, e per la prima volta mise un respiro.
I due amanti si guardarono, pallidi come cera, gli occhi di lei si velarono, e si abbandonò dolcemente nelle braccia di Alberto.
«Emilia...
per l'amor di Dio! Fatevi animo, via!...»
Ella non lo lasciava, e fissavalo con occhi nuotanti in un languore delizioso, come se il pericolo, l'ansietà, la paura avessero dato non so qual divorante ed irritante attrattiva al desiderio, alla colpa, all'uomo amato.
Rimase in quella specie d'estasi col capo appoggiato alla spalla di lui, colla bocca socchiusa, pallida, spaventata e sorridente.
«Andiamo, andiamo, Emilia!»
Emilia si rizzò vacillante, si fregò un po' gli occhi, distese mollemente le braccia con un movimento di tigre, lo guardò con occhi addormentati, e gli disse:
«Passate sotto la mia finestra...
vi butterò la chiave...
Domani a mezzanotte...
se vedete lume nel salotto...
sarà segno di sí...
Vattene! vattene!»
Il conte Armandi sembrava alquanto turbato allorché entrò nella stanza della moglie.
La contessa gli rivolse un'occhiata alla sfuggita.
«Sapete l'accidente di quel povero Falco?» diss'egli.
«S'è rotta una gamba!»
All'entrare del marito la contessa s'era allontanata bruscamente dalla finestra.
«Ma dove? come?...
E voi?» domandò.
«Sulla strada maestra, proprio come in questa stanza.
Non saprei dire io stesso come sia avvenuto.
Povero Falco! Sono stato alla scuderia per mandare tutti i possibili soccorsi, ma pur troppo temo sieno inutili...
Io sto benissimo, come vedete...
Ma voi, cos'avete? Siete un po' pallida anche voi!»
«Quest'accidente...»
«Che volete farci? Non ne parliamo altro.
Cosa avete fatto di bello?»
«Ma lo vedete!» disse la moglie mostrandogli il ricamo che avea in mano.
«Il marchese Alberti non è venuto?»
«Sí».
«Avete fatto della musica?»
«Pochissimo; non mi sentivo bene.
Ho un po' di mal di capo...»
«È partito adesso il marchese?»
.«Mezz'ora fa.»
«Oh! ma non è lui...
laggiú?» disse il conte dalla finestra.
«Da dove diavolo viene dunque con questo sole?»
La contessa si fece alla finestra anche lei, sorridente e curiosa, gettò un'occhiata al di fuori, si strinse nelle spalle, poi tornò a sedersi.
«Passeggiare con questo bel sole!...
che follía...»
«Avrà fatto qualche visita nelle vicinanze» disse invece il conte.
XXXVII
Armandi dovea partire insieme al suo amico Marteni per un convegno di caccia.
L'ora della partenza era stata fissata per le dieci di sera.
Il conte avea siffattamente assicurato che sarebbe stato puntuale, che aveva detto al suo amico di andarsene pur da solo se egli avesse tardato piú di cinque minuti, giacché cotesto sarebbe stato segno di essergli sopraggiunto qualche affare o impedimento imprevisto.
Egli aveva preso il caffè nel salotto della moglie, ed era stato a chiacchierare tranquillamente con lei sino all'ora della partenza, fumando il sigaro, e leggendo qualche brano dei giornali di mode ch'erano sulla tavola.
La moglie lavorava accanto a lui, e chinava la testa vicino alla sua per guardare insieme le incisioni del giornale.
Di quando in quando volgeva gli occhi sull'orologio, e diceva sorridendo al marito che non avrebbe fatto a tempo.
Finalmente il conte si alzò, ordinò la carrozza e strinse la mano alla moglie.
«Quando ritornerete?» domandò costei.
«Doman l'altro o giovedí al piú tardi.»
«Buon viaggio.»
Armandi s'affacciò alla finestra per vedere se la carrozza fosse pronta; guardò il cielo stellato, e disse alla moglie:
«La sera è magnifica, volete farmi il piacere di accompagnarmi sin da Marteni?»
«Volentieri, ma temo di farvi ritardar troppo.»
«Abbiamo tempo d'avanzo» diss'egli «il vostro orologio va di galoppo.
Metterete qualche cosa sulle spalle, ecco tutto.»
La Armandi mostrò una certa premura nell'accondiscendere al cortese desiderio del marito; questi la ringraziò, le offerse il braccio; e montò con lei in carrozza.
«Perdio!» esclamò al momento di partire.
«Ho dimenticato il mio portafoglio nientemeno! Quel che vuol dire far le cose troppo in furia!» E saltò a terra d'un balzo, ma mise un buon quarto d'ora a tornare.
La contessa era piú impaziente di lui.
«Vai al galoppo!» ordinò ella al cocchiere.
Il conte si buttò in fondo al legno e si mise a fumare.
La moglie sosteneva da sola il dialogo, con certa vivacità inquieta e nervosa, sporgendosi di tanto in tanto fuori dello sportello.
Suo marito limitavasi ad evitare che il fumo del sigaro le desse noia, e a volgere qualche volta il capo verso di lei, per farle dei cenni affermativi.
«Il signor capitano è partito da venti minuti;» venne a dire il domestico.
«Alla buon'ora!» disse Armandi con gaiezza.
«Ci perdo una caccia, ma ci guadagno il piacere di passare la sera con voi.»
Ella lo ringraziò con un pallido sorriso, e tornarono indietro.
Questa volta anche la contessa s'era buttata in fondo al legno, avvolgendosi nel suo scialle, taceva e sembrava alquanto preoccupata.
Giunti alla villa, saltò a terra per la prima con vivacità, e montò bruscamente i pochi scalini; il marito però la prevenne nello schiudere l'usciale, e la precedette nelle sue stanze.
«Perché avete lasciato acceso quel lume?» disse bruscamente l'Armandi alla cameriera.
«Non m'avete ordinato di spegnerlo.»
«Siete una stupida! Andate!»
«Via, via, non andate in collera» soggiunse il marito.
«Infine che male c'e?»
Ella si strappò i guanti, li buttò sul canapè, e rimosse due o tre oggetti con impazienza.
«Vi disturbo forse...»
«Vi pare?...
tutt'altro!» gli rispose saettando uno sguardo sull'orologio.
«Davvero! sembra che il vostro orologio abbia piú giudizio del mio!» disse Armandi regolando il suo su quel del salotto; «sono in ritardo di una buona mezz'ora.»
E sedendo accanto alla moglie:
«Volete regalarmi un po' di musica?»
«Non sono proprio in vena, mio caro...
Ma se lo desiderate assolutamente...» soggiunse con un sorriso abbattuto.
«Assolutamente?...
Ma no! Desidero quel che vi fa piacere.»
Ella inchinò leggermente il capo, e si mise a guardare qua e là in atto sbadato.
Il silenzio cominciava a divenire penoso.
«Volete che vi legga qualche cosa?» domandò Armandi.
«Fate.»
E si mise ad ascoltare, colla fronte sulla palma, all'ombra della ventola, saettando alla sfuggita sguardi rapidi e sfolgoranti su di lui.
Egli non se ne avvedeva, leggeva colla sua bella voce chiara e limpida, e voltava tranquillamente le pagine.
Tutt'a un tratto la contessa si alzò quasi soffocasse.
«Cos'avete?» domandò il marito levando gli occhi dal libro.
«Nulla...
continuate» rispose lei tornando a sedere.
«È inutile, giacché non v'interessa.»
E chiuse il volume.
La contessa rimase alcuni istanti col capo fra le mani.
Armandi continuava a sfogliare i disegni di mode.
Finalmente ella si alzò di botto, bianca come cera, e gli disse stendendogli la mano malferma:
«Non mi sento bene.
Buona notte...»
Il conte si alzò anche lui, le prese la mano senza dir motto, e la tenne fra le sue; ella incominciò a fissarlo negli occhi con una certa inquietudine.
L'orologio suonava i dodici colpi della mezzanotte; i muscoli del viso della donna ebbero un lieve tremito, poi si allentarono rilasciati, e affascinata dal pericolo, perdendo la testa, si volse verso il balcone che dava sulla terrazza con un movimento invincibile, e tentò di svincolarsi dal marito che le stringeva sempre le mani con amorevole violenza.
«Fermatevi!» diss'egli con voce breve.
Rimasero a guardarsi due o tre secondi.
La donna si lasciò cadere lentamente sul canapè.
Armandi andò ad aprire il valigino che aveva fatto posare sulla tavola, e ne trasse un paio di pistole da viaggio.
La moglie, fuori di sé, si alzò per gridare, per far non so che cosa, e rimase atterrita, pietrificata sotto lo sguardo fermo e minaccioso di lui.
«Silenzio!» le disse con voce sorda.
«Se fate un passo, se mettete un grido, ve l'uccido come un cane!»
Andò risolutamente verso il balcone, l'aprí, e si trovò faccia a faccia con Alberti.
I due uomini non dissero una parola, non fecero un gesto.
Il conte, piú pallido di Alberto, avea la pistola in pugno e il dito sul grilletto.
Finalmente disse interrottamente:
«Marchese Alberti...
potrei uccidervi come un ladro stanotte, o passarvi la spada pel cuore domani...
Ma non voglio farlo...
non lo posso...
Un giorno forse ne saprete il perché...
e saprete anche che siamo pari!»
Prima che Alberto avesse potuto rimettersi dalla sorpresa, egli aveva chiuso il balcone.
XXXVIII
Alberti passò una notte orribile.
Avea visto, attraverso i vetri di quel balcone, la donna che amava alla follía, accasciata sul canapè, colla testa fra le mani - ella non avea fatto un passo verso di lui, non avea messo un grido - egli non avea potuto stendere le braccia per soccorrerla, o per rapirla alla gelosia del suo rivale - questo soltanto bastava a delineare la situazione reciproca con una terribile eloquenza.
L'amore di lui esaltavasi al pericolo di lei, al pensiero delle lagrime che non poteva vedere.
Fece i piú insensati progetti; andò cento volte a spiare le finestre di quella casa.
Il domani seppe che marito e moglie erano partiti all'alba, non si sapeva per dove.
Il giovane ardeva di seguirla, ma dove? Fece tutto quello ch'era possibile di fare per aver notizie di lei; poi sperò ch'ella gli avrebbe scritto; poi s'accasciò.
A poco a poco incominciò a pensare a lei con una dolcezza melanconica, fantasticando sul castello solitario dove il geloso marito l'avea probabilmente rinchiusa, sulle lagrime ch'ella avea dovuto versare, sui ricordi mesti e cari che doveano tornarle alla mente mentre fissava i begli occhi alle stelle...
E tutto ciò sarebbe stato possibile forse; ma Armandi conosceva troppo il mondo e le donne per contribuire a fare esaltare colla solitudine la passioncella della moglie.
Dopo una breve spiegazione, fatta con garbo e da gente ammodo, entrambi avevano finito per andar d'accordo che quanto ci fosse di meglio a fare era d'andare a Baden.
La contessa, dopo quella scossa inaspettata, erasi mostrata quasi riconoscente verso il marito del suo spirito conciliativo e da canto suo s'era prestata lealmente a riparare il male fatto.
Passato il primo sbigottimento, il suo amore, chiamiamolo pur cosí, avea guardato la cosa dal lato mondano, e avea fatto giudizio.
Intanto il tempo scorreva sul rancore del marito, sulla melanconia della moglie, e sull'immaginazione di Alberto, come se si fosse incaricato di poter far riunire nuovamente e senza inconvenienti queste tre persone nel medesimo salotto, a centellinare il caffè, ciarlando tranquillamente di mode o di politica.
Alberti dopo alcuni mesi avea ripreso le abitudini di una volta.
Al principio dell'inverno seppe da un amico che tornava da Baden come l'Armandi fosse stata la piú bella, la piú elegante, la piú allegra signora che si fosse trovata ai bagni.
Il baccanale della babele europea estiva faceva crollare in uno scoppio di risa il melanconico castello di carte, dove la sua fantasia abbrunata avea rinchiuso i sospiri della bella, mentre egli dondolavasi sulla poltrona fumando il sigaro.
Il suo funesto spirito d'analisi ebbe campo di fargli fare delle lunghe meditazioni, amare, irritanti, che ferivano non solo le sue illusioni giovanili, ma anche il suo amor proprio.
Coll'inverno erano ritornate le rondinelle dell'alta società, ed Alberti seppe che la contessa era andata a Torino col marito.
A quella notizia, al sapersela cotanto vicina, sentí divampare in fondo al cuore, non diremo l'amore, ma il desiderio, la curiosità, una certa ostinazione dispettosa e andò e la rivide.
Com'era cambiata! non al fisico - la contessa era sempre giovane e bella; ma il contegno di lei, cosí strano, cosí indifferente, ricominciava a montargli la testa o a fargliela perdere del tutto.
Però l'Armandi non era tal donna da perdere la sua, quando non voleva, o da farsi trascinare pei capelli in una situazione imbarazzante.
Finalmente gli rispose dandogli appuntamento in uno dei piú remoti viali del Valentino.
Allorché il giovane la vide discendere dal fiacre da nolo, sentí battersi il cuore come una volta, piú forte di una volta forse.
Ella gli venne incontro un po' esitante, e gli stese la mano.
«Volete che montiamo in carrozza?» le domandò.
«No.»
«Perché non rimandate il vostro legno in tal caso?»
«Lasciatelo lí.»
Alberto tacque, e presentí tutto quello che ella dovea dirgli con la sua voce pacata.
Fecero alcuni passi in silenzio.
L'Armandi non s'era accorta del braccio che offrivale il giovane.
«Sentite, Alberto» gli disse alfine «dobbiamo dimenticare.»
Ei sentí scoppiargli in cuore, montargli alla testa, affogargli la voce nella gola, tutto ciò che avea sofferto, temuto e sperato per lei.
Non disse motto, non le rivolse uno sguardo.
- Ella gli strinse la mano.
«È necessario!» soggiunse.
«Lo volete?»
«È necessario.
Mio marito mi ha perdonato, ma sa tutto...
Cosa volete che faccia?...» Successe una breve pausa.
«A che pensate?» diss'ella.
«Penso che veramente non dovete amarmi piú, se l'ultima volta che mi vedete potete aver il coraggio di dirmi addio in presenza del vostro fiaccheraio, per impedirmi che almeno vi lasci scorgere le mie lagrime.»
«Come siete ingiusto!»
«È vero, perdonatemi...
Soffro tanto!» esclamò tristamente e scuotendole le mani.
Ella non rispose, e voltò indietro per ritornare lentamente verso il fiacre che l'aspettava.
«Vi domando un ultimo sacrificio: lasciate Torino.»
«Non vi basta che rinunzi a vedervi?»
«E mio marito?»
«Ebbene, partirò.»
La contessa continuava ad andare innanzi.
«Volete proprio che vi dica addio dinanzi al cocchiere?» mormorò il giovane con tutta l'amarezza che gli rodeva il cuore.
Ella si fermò, voltandosi appena verso di lui, gli strinse la mano, e senza rialzare il velo gli disse:
«Addio!»
Le labbra del giovane tremavano senza che potessero profferire una sola parola.
La vide allontanarsi lentamente, e montare in carrozza.
Poi si asciugò di nascosto una lagrima - l'ultima.
Il giorno dopo partí davvero, per un altero rispetto della sua parola, o per un dispettoso amor proprio.
Il vedere rompere con tanta indifferenza tali legami l'avea ferito profondamente; ma avea tanto amato quella donna, e tanto diversamente dalle altre, che fra loro parevagli dovesse sussistere sempre un vincolo indissolubile; il suo dolore avea certa voluttà che gli piaceva assaporare andando a seppellirsi in campagna - ma la sua campagna era troppo vicina a Milano, e gli amici non tardarono ad andare a farvi una partita di caccia - per distrarlo.
Cosí seppe dopo qualche tempo quello che non avrebbe dovuto sapere: il colonnello Marteni, nell'assenza del conte Armandi, che era in Germania con una missione diplomatica, comprometteva un pochino la contessa, e la contessa si lasciava compromettere.
Alberto corse a Torino, e colla ingiusta e malsana curiosità del geloso riescí a convincersi davvero che il colonnello era precisamente quello che dicesi un successore in tutte le regole.
Allora andò a cercare del colonnello Marteni.
Lo trovò che faceva colazione.
Il colonnello, al ricevere il suo biglietto di visita, si era rammentato di lui, forse un po' troppo, e l'invitò a prender posto alla tavola, da vecchio amico.
Alberto rifiutò freddamente, dicendo che lo scopo della sua visita non permettevagli di fermarsi a lungo.
L'altro si fece serio, vuotò il bicchiere che aveva offerto, e levò il capo come per ascoltare con maggior attenzione.
«Non avremo bisogno di molte parole per intenderci», disse Alberti.
«Ella è soldato e gentiluomo, e troverà la cosa perfettamente naturale.
Noi siamo rivali; non occorre fare il nome della donna che amiamo o che abbiamo amato.
Son venuto per cercare di comune accordo un pretesto per liquidare la faccenda fra di noi, senza che sia compromesso il nome di quella persona.»
Il colonnello parve riflettere alquanto.
«Anzitutto» rispose «mi permetta una domanda: Lei è dalla p