EROS, di Giovanni Verga - pagina 14
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Egli perdeva sempre.
Infine, come se quell'imperturbabilità calcolata gli avesse fatto perdere la testa, si alzò, buttò con piglio insolente sul tavolino il denaro, e disse a Don Ferdinando:
«Ella mi ha domandato se credessi all'amore.
Adesso che siamo soli le dico che ci credo quando invece di guadagnarci qualcosa ci si rimette - come credo all'onestà del giuocatore quando non vince sempre.»
E rimase ritto dall'altro lato del tavolino, provocando ancora coll'attitudine.
Il principe alzò finalmente gli occhi su di lui, si lisciò la barbetta, e rispose freddamente:
«Io ho centoventimila scudi di rendita, caro signore.»
Si alzò anche lui, e gli volse le spalle.
Alberto sentí una mano tremante che l'afferrava pel braccio.
«M'aveva promesso!» gli disse l'Armandi, pallida anche essa.
Ei si passò una mano sulla fronte, come per mettere a sesto le sue idee.
«Ha ragione!...
Le chiedo perdono! Non so dove abbia la testa!»
Rimasero silenziosi tutt'e due ritti presso la finestra.
L'ultima carrozza, ch'era quella delle Manfredini, passò la porta.
Alberto si celò il viso fra le mani e scoppiò in pianto.
«Soffrite anche voi!...
finalmente!...» proruppe l'Armandi con accento intraducibile.
Alberto rimase sbalordito da quella esplosione violenta di un sentimento inesplicabile che quella donna avea celato sotto la frivolezza, che irrompeva pieno di collera e di lagrime.
Egli le afferrò le mani, e la guardò alcuni istanti con mille confusi sentimenti negli occhi ardenti di lagrime.
«Voi!» esclamò.
La fiamma dell'orgoglio asciugò in un lampo gli occhi di lei.
«No!» disse ella corrucciata e con impeto.
«V'ingannate!»
Egli non l'ascoltava: avea la tempesta nell'anima.
Ella strappò con violenza le mani da quelle di lui, si rizzò in tutta l'altezza della sua bella persona, e rimase un momento cogli occhi chiusi, premendosi il petto colle mani.
«Alberto!» disse quasi pacatamente.
«Sappiate che non sono una bimba!»
Alberto levò il capo, la guardò stralunato, quasi non comprendesse quello che avveniva al di fuori di lui, e poi balbettò:
«Perdonatemi!...
son pazzo...»
E quindi proruppe con amarezza disperata:
«Sí, son pazzo...
guardate!»
«Lasciamoci amici» disse la contessa dopo una breve pausa, «amici schietti.»
XXVIII
Non erano ancora le otto del mattino, e Alberto stava già per uscire di casa, allorché Toni venne a dirgli che una persona, la quale dovea parlargli di cosa che premeva, l'aspettava in legno alla porta.
Alberto vide rincantucciata nell'angolo del fiacre una signora velata.
Com'egli fu seduto, l'Armandi gli disse con animata concisione:
«Cosa pensa di fare?»
«Nulla»
«Nulla è troppo poco! Stava già per uscire alle otto di mattina! Avevo dunque ragione di essere inquieta!»
«Ebbene» riprese dopo un breve silenzio «mi dica la verità...
vuol battersi?»
Alberti chinò il capo senza rispondere.
«Il principe Metelliani è religiosissimo, e non usa battersi.
Cosa potrebbe fare per costringervelo? Schiaffeggiarlo? ei ricorrerà ai tribunali e per vendicarsi lo farà insultar mortalmente da un suo domestico che sarà lietissimo di buscarsi una discreta mancia andando in prigione pel suo padrone.
Non faccia follíe, per carità! Non gioveranno a nulla.»
«È vero.» rispose Alberti in tono breve.
«Abbiamo detto di essere amici schietti, ed ho perciò il diritto di darle dei consigli.
Anzitutto perché si batterebbe? per dispetto o per gelosia?»
«Non lo so...» rispose il giovane dopo una pausa.
«Non lo sa?...
diggià!» diss'ella con un gaio sorriso, «alla buon'ora!»
Andavano pel gran viale delle Cascine.
L'aria era ancor fresca, il cielo azzurro, e i grandi alberi si elevavano dai due lati come immense muraglie di verdura.
Per lungo tratto Alberto e la contessa rimasero silenziosi, guardando distrattamente i boschetti.
Infine il giovane rivolse due o tre occhiate furtive su di lei, e disse esitando:
«M'ha perdonato davvero?»
«Che cosa?...» domandò ella saettandogli uno sguardo penetrante.
Egli ammutolí; ma la contessa, senza dargli il tempo di aprir bocca, aggiunse con uno scoppio di riso civettuolo:
«Ah!...
Non ci pensavo piú!»
L'Armandi, malgrado la bizzarria del suo carattere, s'era mostrata, come avea promesso, amica schietta e vera d'Alberti nell'uggioso periodo che aveva seguito la rottura di lui colla Manfredini.
Egli andava a trovarla piú spesso, e distraevasi chiacchierando con lei di cose indifferenti e sfogando l'umor nero.
La contessa possedeva la rara qualità di saper ascoltare.
Piú di una volta il giovane avea sorpreso sé stesso in muta contemplazione di quella mano fina e aristocratica che carezzava indolentemente il nastro della gorgierina, o gli sgonfietti del fisciò, e almanaccava dove l'avesse vista un'altra volta.
L'Armandi partiva anch'essa pei bagni, e a poco a poco Alberto aveva finito per andarla a trovare quasi ogni giorno.
Alla vigilia della partenza entrambi s'erano fermati piú a lungo del solito sul terrazzino a contemplare gli ultimi raggi del sole che moriva.
Alberto era taciturno, ed anche la contessa aveva parlato pochissimo.
«Non è punto allegro stasera!» diss'ella come per scacciare la tristezza che invadeva anche lei.
«Si fermerà lungo tempo ai bagni?»
«Dipenderà da mio marito; ma poi andremo sul lago di Como.»
Ei chinò il capo e rimase zitto.
Anch'essa divenne astratta.
Poi gli disse abbassando la voce, senza che ne sapesse il perché ella medesima:
«Veramente...
le rincresce ch'io parta?»
«Sí» rispose Alberto senza alzare il capo.
La contessa ammutolí di nuovo.
Infine ella gli prese la mano, e gli disse dolcemente con voce commossa:
«Io non vi amo, non posso amarvi, e non vi amerò giammai.
Dopo quel ch'è stato fra di noi non possiamo esser altro che amici.
Volete?»
Ei strinse la mano ch'ella gli porgeva, senza avere il coraggio di dire una sola parola.
Il giorno dopo Alberti era andato a dire addio alla contessa.
Nel momento di lasciarsi ella gli domandò:
«Verrà a trovarmi sul lago?»
«Sí.»
«Non manchi.
Venga verso la metà di settembre.»
E dopo alcuni istanti:
«Adesso cosa farà? Rimarrà a Firenze tutta l'estate?»
«Non lo so.»
«Vada in campagna, ai bagni - viaggi.
Ella ha bisogno di distrarsi, dia retta alla sua amica...
E soprattutto cerchi d'innamorarsi, ma con giudizio, veh! tanto da non perderci la testa...
Addio.»
XXIX
La contessa avea promesso ad Alberto di scrivergli; ma non ne avea fatto nulla.
Ella fu alcun poco sorpresa e, diciamolo pure, anche indispettita, di non veder giungere nessuna lettera del marchesino.
Questi, dall'altro lato, incaponivasi a non scriverle, perché ella non s'era curata di mandargli un sol rigo - ed entrambi, senza avvedersene, si tenevano il broncio, proprio come due innamorati.
La donna combatteva anche colla curiosità di figlia d'Eva, e fu vinta la prima.
"Amico mio - gli scrisse - è morto? è vivo? dov'è? Poiché i giornali non recano notizia di lei, permetterà alla sua amica che se ne informi direttamente.
Ha dunque seguito il mio consiglio? Innamorato diggià? O s'è fatto trappista? Promise di venirmi a trovare sul lago verso la metà di settembre, e siamo già alla fine."
Al ricevere questa lettera Alberto s'era rammentato dei dolci e melanconici tramonti sull'Arno, quando la contessa gli stava accanto pensierosa; ma leggendone il contenuto cadde dal settimo cielo, e come un fanciullo che era, ebbe la temerità di voler lottare sul medesimo terreno e colle armi medesime con chi era piú forte di lui.
Rispose:
"Ho seguito i suoi consigli: ho viaggiato! sono a Milano, e mi diverto mezzo mondo.
Sono innamorato con giudizio di una bella tosa che avevo conosciuta ad un veglione della Pergola, e che rividi qui in una certa cena che un mio amico - ho molti amici - il quale prende moglie, ci dava per farla finita colle follie.
Si chiama Selene - l'amata - (bel nome da palcoscenico, n'è vero?) ballerina al regio teatro della Scala, prima quadriglia, marcia in punta di piedi come niente fosse, e ci vogliamo un bene da non dire.
Vedendomi, ella mi riconobbe subito, e fece un oh! che ci rendeva amici vecchi.
Mi chiama Biondino.
La nostra amicizia è stata facile e pronta, ed è per questo senza una nube.
Ella vede dunque, amica mia, che non c'è nulla da temere per la mia testa.
Noi non ci strappiamo i capelli, non abbiamo piú il meschino geloso da sfidare, o il piú piccolo balcone da scalare; non c'è la piú innocente lagrima, neppur l'ombra di una vera e grande passione...
Ma tant'è, si campa lo stesso.
La mia Selene è molto bella - nient'altro - e mi dice molte cose gentili alla sua maniera - fra le altre che mi vorrebbe bene, fossi anche povero come Giobbe, e che il mio portamonete non ci ha nulla a vedere nella mia felicità.
Io le credo sulla parola, e l'ho divezzata dalla birra.
Ella m'insegna un po' di meneghino, cosí ci perfezioniamo a vicenda.
Alcune volte, è vero, rimane a fissarmi con tanto d'occhi spalancati - ha occhioni magnifici - come se le stessi a parlar turco; ma sarà perché non capisce bene il mio toscano, o perché l'annoio colle mie fantasie -ma le son fantasie e passeranno.
A proposito di fantasie, sa? la contessina Manfredini è andata a Castellamare col principe Metelliani - e la mamma, ben inteso.
- Son passati per Firenze.
Tutti dicevano colà che ci ritornerà o principessa o morta.
"Conclusione: Se mi facessi trappista non avrei torto?"
La contessa stava per rispondere con una lettera che incominciava: "Ella è proprio sulla via di farsi trappista!".
Ma si pentí e stracciò il foglio.
Alberto, che cuocevasi d'avere una risposta, dopo due giorni non seppe piú continuare la sua parte, e scrisse:
"Contessa mia, non so davvero perché, ma son triste come un mortorio; quella povera ragazza non ci ha colpa, ma io nemmeno.
Ho deciso di cambiar aria, ed ho bisogno che Ella mi sgridi e mi consigli come un ragazzo che sono.
Mi rammento che costà, sulle rive del Lario, ci dev'essere una certa mia villetta, la quale era destinata ad essere il mio nido nuziale.
Scaccio la paura delle nozze, e vengo a rannicchiarmi domani stesso: ne avremo 30 del mese.
Giacché è scritto che le mie visite debbano giungere sempre in ritardo, vorrà permettermi di presentarmi a lei domani nella serata?".
Leggendo quella lettera la contessa sorrise, e poi si fece seria.
Rilesse due o tre volte le poche righe, consultò il calendario, si mise al tavolino per iscrivere, e infine chiuse la lettera nel cassetto, e si alzò.
XXX
La giornata era stata calda e burrascosa, ma la sera era incantevole.
La luna sorgeva dietro i monti, alcune bianche nuvolette erano ancor disseminate pel cielo, il lago sembrava color d'acciaio, solcato qua e là da bianche strisce luminose; di quando in quando, a lunghi intervalli, un soffio di fresca brezza faceva stormire gli alberi e fiottare le acque sommessamente.
La contessa Armandi avea passato una di quelle giornate bisbetiche nelle quali avrebbe dato non so che cosa per poter dire che aveva l'emicrania: s'era sentita stanca, inquieta, nervosa, uggita; s'era aggirata pel salotto, si era guardata nello specchio, s'era messa alla finestra, poi avea cominciato a leggere, avea buttato il libro da banda e s'era appoggiata all'étagère, a guardare sbadigliando la lancetta dell'orologio, ed era rimasta a guardarla mezz'ora senza accorgersene.
Infine aprí il pianoforte, e si mise a suonare, dapprima svogliatamente.
Ad un tratto udí gente al cancello; allora fece un movimento.
«Il marchese Alberti» annunziò il domestico.
La contessa assentí del capo, senza voltarsi, e continuò a suonare.
Alberto entrò, si accostò al piano, e si mise dietro a lei; ella lo salutò con un cenno del capo, senza volger gli occhi su di lui, animandosi contro una difficoltà di Schubert.
Infine smise bruscamente di suonare, e si alzò.
«Che peccato!» esclamò Alberto.
«Continui, la prego!»
«No, mi annoia...
Come sta?»
«Benissimo; ma ella non sta bene.»
«Io? s'inganna.
Com'è venuto?»
«In barca, dal lago.
Ho sentito la sua musica accostandomi alla villa, e avrei fatto meglio standomene ad ascoltare laggiú...»
«Avrebbe fatto peggio, perché m'annoiavo orribilmente.
Le piace quel pezzo?»
«Moltissimo.»
«Lo suoni adunque.»
«Volentieri, se lo desidera.»
«Non per me!» diss'ella voltandogli le spalle.
«Per chi, allora?»
«Ma...
per coloro che sono sul lago...
pei pescatori.»
Alberto era rimasto immobile; indi le si avvicinò e andò a sedere presso di lei, che s'era messa sul canapè, scartabellando un libro nuovo.»
«Cos'ha?» le domandò piano, dopo avere atteso inutilmente ch'ella levasse gli occhi.
«Nulla.
Cosa mi trova? È stata una brutta giornataccia, ecco tutto.»
«E son venuto in un brutto momentaccio?»
«Al contrario, l'aspettavo.»
«Cosa legge?»
«Una sciocchezza» e buttò via il libro: «suoni qualcosa, dunque!»
«Cosa desidera che suoni?
«Quel che vuole...
Quell'Addio di Schubert.»
«Ma se non le piace...»
Ella si strinse nelle spalle con un movimento inimitabile.
Alberti si mise al piano.
L'Armandi s'appoggiò al leggio, poi incominciò a leggere della musica, infine andò a riprendere il libro che avea buttato via.
Alberti si volse, smise di suonare, e stette alcuni minuti cogli occhi fissi su di lei, il gomito appoggiato al pianoforte e la fronte sulla mano.
Ad un tratto si alzò, e si avvicinò al canapè.
«Avete finito?» domandò l'Armandi levando gli occhi con sorpresa su di lui.
«Sí, non se n'era accorta?».
Ella sorrise, e chiuse il libro.
«Cosa fa a Bellagio? c'è molta gente? si diverte? si annoia?»
«Sí» rispose Alberto sbadatamente.
L'Armandi gli rivolse uno sguardo fra il distratto e il penetrante, e si diede da fare per rassettare gli oggetti che erano sulla tavola.
«La sera è bella?» domandò poscia senza pensare a quel che diceva.
Ei volse gli occhi alla finestra spalancata, che incorniciava il piú bel chiaro di luna, e rispose:
«Bellissima.»
«È stato sul lago, oggi?»
«Son venuto in barca, gliel'ho detto.»
Il discorso, privo d'alimento, cadde del tutto.
La contessa si guardava attorno, come cercando un pretesto per rompere quel silenzio.
«Sul tavolino ci son dei sigari» gli disse «fumi pure, siamo in campagna.»
«Grazie.»
«Mi racconti che c'è di nuovo? Cosa si dice da quelle parti?»
«Si dice che i bigatti vanno benone.»
«Ah! Avremo della seta a buon mercato dunque?»
«Certamente!»
«Che fortuna!»
Improvvisamente l'uscio s'aprí, ed entrò correndo una graziosa bambina di quasi cinque anni, che andò a buttarsi nelle braccia della contessa.
«Adagio, cara!» esclamò la madre baciandola.
«Cosa dirà il signore di una bimba che entra cosí all'impazzata?»
La bambina si volse a guardare il signore coi grandi occhi timidi e curiosi.
Alberto le disse cingendola colle braccia:
«Mi permette che le dia un bel bacio, signorina?»
La bambina seria seria acconsenti col capo, e sporse la guancia rosea.
«Com'è bella, e come le somiglia!» disse Alberto baciandola.
La contessa suonò un po' vivamente, e consegnò la figlia alla governante.
«Perché rimandarla?...» domandò Alberto, sorpreso da quel brusco congedo.
«È tardi per lei, sono quasi le dieci» rispose ella secco secco.
Alberti si alzò.
«Ma io non sono una ragazzina!» disse ridendo la contessa, e ritirò la mano che egli le stringeva per andarsene.
«Son venuto in un cattivo momento davvero!»
«No.»
«Non la disturbo?»
«Parli, taccia, legga, suoni, ma non mi lasci sola con la mia noia, ché sarei capace di buttarmi nel lago» diss'ella col medesimo sorriso.
«Tanto meglio!»
L'Armandi gli rivolse una tacita interrogazione, e si appoggiò alla spalliera del canapè, contemplando i disegni della ventola.
Successe un lungo silenzio.
«E la sua ballerina?» domandò quasi sbadatamente.
«Sta benissimo» rispose Alberti senza levare gli occhi dall'album.
E tacquero nuovamente.
Tutt'a un tratto Alberti le piantò gli occhi in viso e domandò:
«Perché mi domanda della mia ballerina?»
«Cosí...
per parlare di qualche cosa...»
Ei chiuse l'album, si alzò, andò a vedere l'ora che segnava l'orologio, e tornò a sedersi senza aprir bocca.
La contessa l'avea seguito collo sguardo, e s'era fatta pensierosa.
Alla sua volta gli piantò gli occhi in faccia anche lei, e gli disse:
«Perché le rincresce che le parli della sua ballerina?»
«Non mi rincresce» rispose Alberti un po' bruscamente.
«Ho bisogno di rammentarle i nostri patti?» riprese l'Armandi dopo una lieve esitazione.
«Non siamo piú amici come prima? Non ho piú il diritto d'interessarmi a lei? di darle dei consigli all'occorrenza? Ella è giovane e pieno di cuore - troppo, forse.
- Non le ho detto che quella ragazza le conviene, giacché non è pericolosa per la sua immaginazione?»
«Grazie.»
Successe un lungo silenzio.
«M'ascolti» riprese infine la contessa, mentre Alberti stava a capo chino.
«Le ho parlato sempre con tanta schiettezza, che non le ho lasciato nemmeno il diritto di essere ingiusto.
Sa che non l'amo, e che non l'amerò giammai, ma che le voglio un gran bene - in un altro modo - e che la sua amicizia mi è carissima.
Però il giorno in cui ella mi amerà sarà un gran male, ci pensi! Se avrò un amante lo dirò a lei per primo - nient'altro - per provarle la schiettezza dei miei sentimenti, e costringerla a rimanere quello che desidero ch'ella sia per me.
Le basta? Potrà promettermi di mantenere sempre dentro cotesti limiti le nostre relazioni? Ella è un uomo d'onore - parta o rimanga.»
Alberto rimase alcuni istanti silenzioso.
Poscia rispose:
«Ha ragione.»
La contessa gli strinse la mano.
«Stasera sono stata bisbetica, e forse anche cattiva» riprese gaiamente.
«È affar di nervi; mi perdoni, amico mio.
Vuole che le suoni qualche pezzo per ricompensarlo della noia?»
«Sí» rispose egli distratto.
L'Armandi si mise al piano, e suonò lungamente senza interrompersi.
Alberti sembrava ascoltasse attentamente, silenziosamente, e quand'ella si alzò, un po' stanca, non aprí nemmen bocca per ringraziarla.
Lei, seduta nell'angolo piú oscuro, taceva da un pezzo; il silenzio era profondo; di tanto in tanto un soffio di brezza spingeva verso l'interno del salotto le tende del balcone e il profumo dei fiori ch'erano sulla terrazza; dalla finestra aperta vedevasi la superficie del lago incresparsi in strisce argentee.
Infine la contessa si alzò senza dire una parola e andò lentamente sulla terrazza.
Alberti la seguí.
Si appoggiarono alla balaustrata, guardando il lago.
Non si vedeva un lume; mezzanotte suonava lontano.
«Diggià!» mormorò l'Armandi.
Alberto prese il cappello per andarsene.
Ella rispose appena al suo saluto, e non si volse nemmeno per vederlo partire.
Udí vagamente chiudersi l'uscio del vestibolo, e poco dopo i passi di lui nel viale.
«La sua barca è laggiú?» domandò all'improvviso e con vivacità dall'alto della terrazza.
«Sí.»
«Sa remare?»
«Credo di sí.»
«Rimandi il barcaiuolo, e m'aspetti.»
Dopo pochi momenti egli se la vide comparire dinanzi infilandosi i guanti, con un velo sul capo, il viso bianco e serio, gli occhi luccicanti.
«Sa proprio remare?» replicò brevemente e senza volgere gli occhi su di lui.
«Sí, sí.»
Ella saltò nella barca senza aggiungere altro, e sedette a poppa.
La barchetta scivolò sulle acque tranquille, e allorché furono molto lontani dalla sponda Alberto lasciò i remi.
La contessa guardava in silenzio la striscia luminosa che fuggiva dinanzi a loro sulla superficie bruna del lago, e l'acqua che s'increspava scintillante intorno ai remi.
Stava mezzo sdraiata sui cuscini, tenendo il capo un po' arrovesciato indietro sul tappeto che sfiorava le acque, e guardando in alto; di tanto in tanto saettava uno sguardo su di Alberto, che teneva gli occhi rivolti altrove, e non diceva motto.
Il silenzio aveva un fascino voluttuoso; quella pallida luce sembrava versare onde di non so qual nebbia seduttrice, un'ora suonava.
La donna rivolse indolentemente il capo verso il luogo dove echeggiavano ancora gli ultimi rintocchi e tutt'a un tratto, fissando in volto ad Alberto gli occhi luccicanti, e bruscamente, ridendo quasi ironica, gli disse:
«Marchese Alberti, se in questo momento ci fosse anche in voi il conte Armandi, e se una metà del vostro individuo giurasse all'altra metà di non essere l'amante di vostra moglie, lo credereste?»
Alberto rimase sbalordito.
Poi si rizzò di botto, e le disse con voce tremante e soffocata:
«Perché vi trastullate col mio cuore come con un cencio?»
Ella s'era alzata anche lei; si teneva ritta sulla poppa, leggermente pallida, cogli sguardi smarriti, le labbra smorte e sorridenti.
«No, Alberto!...
Dico per ischerzo...» rispose con uno scoppiettío convulso.
Ei le afferrò le mani
«Aspettate!» diss'ella seria, risoluta, e con voce concitata.
«Giuratemi che non è un capriccio il vostro!»
«Oh!...»
Il brusco movimento di lui minacciò di far rovesciare la barchetta.
La contessa vacillò, mise un piccolo grido.
«Non cominciamo dalla fine!» disse.
I primi chiarori dell'alba imbiancavano il cielo quando la barca toccò la sponda.
La luna era smorta, il lago sembrava piú scuro; la contessa era pallida, pensosa, sembrava pentita.
Saltò vivamente sulla riva per non toccare la mano che il giovane le offriva; spinse la barchetta bruscamente col suo stivalino, e s'incamminò a passo lento verso il cancello, guardando con occhi distratti il lume che ardeva ancora nel salotto.
«Addio» gli disse con voce incerta, senza guardarlo, a capo chino.
XXXI
Alberto s'incamminò lentamente andando alla ventura, col sigaro in bocca, il viso pallido, l'occhio ardente e fisso dinanzi a sé, guardando macchinalmente il lago, i monti, la gente che incontrava.
L'aria fresca del mattino facevagli dilatare i polmoni con forza, e sembrava infondergli un'esuberanza di vita.
Il canto degli uccelli, i mille profumi dei campi, i primi raggi del sole lo penetravano vagamente, sottilmente, con un'altra fisonomia, quasi gli appartenessero e fossero al mondo soltanto per lui, incarnandosi confusamente in una immagine fitta nel cervello, nel cuore, dinanzi agli occhi.
Il suo pensiero era inerte e vertiginoso; tutti gli avvenimenti di quella notte si urtavano confusamente nella sua memoria fra di loro, e l'abbagliavano con una specie di luminosa intermittenza.
Non avrebbe saputo esprimere quel che provava, se era felice oppur no, sentiva un gran sbalordimento, un desiderio febbrile, un'immensa gioia tumultuosa, inquieta - e lei, sempre là, dinanzi agli occhi, dentro di sé, dappertutto.
Le vie cominciavano a popolarsi, il lago formicolava di barchette, e Alberti gironzava sempre attorno a quella villa che esercitava un fascino su di lui.
Ella doveva esser lí dietro ogni persiana, ansiosa, bramosa come a cercarlo anche lei cogli occhi, colle reminiscenze, colla fantasticheria.
Contemplava quella terrazza ov'erano stati insieme quella balaustra alla quale ella s'era appoggiata, quella scalinata per la quale era discesa, quel lago sul quale s'era cullata mollemente la loro barchetta, circondata di tenebre discrete, dolci, misteriose.
Tutte quelle cose adesso erano inondate di sole, senza ombre, senza veli, petulanti.
- Udiva dentro di sé quella parola "m'aspetti" - e quel piccolo grido soffocato.
Verso le undici non poté piú resistere al desiderio di rivederla, come se l'avesse lasciata da un secolo, ed andò.
La cameriera gli disse che dormiva.
Ei se lo fece ripetere due volte, quasi non fosse ben sveglio egli pure, e volse le spalle.
Poi tornò indietro, e lasciò per lei il suo biglietto di visita, sul quale scrisse in inglese col lapis:
"Invidio voi che potete dormire."
Andò all'albergo, si buttò sul letto, e dormí due o tre ore un sonno da ubbriaco.
Una lettera di lei venne a svegliarlo di soprassalto.
"Amico mio, - diceva - verrete domani alle quattro? Avrò anche la signora Rigalli, e faremo della musica.
Conto su di voi.
Oggi sono a pranzo dai Corvetti."
Il carattere era elegante, tracciato con mano sicura, la firma era per intero: "Emilia Armandi".
Il povero giovane stette mezz'ora voltando e rivoltando fra le mani quel fogliettino profumato, e rileggendo quelle due righe cosí semplici, cosí chiare, che non riusciva a comprendere.
Ei passò tutto il giorno in una specie di sonnolenza e di sbalordimento, pensando a lei, a che cosa stesse facendo, a che cosa fosse accaduto, al perché gli ordinasse di non vederla sino all'indomani, al come ella potesse aspettare sino a questo domani senza soffrire al par di lui.
Trasaliva al ricordarsi con miracolosa precisione le parole di lei, il tono della sua voce, il profumo dei suoi capelli; stava guardando il lago, quel medesimo lago che cominciava a farsi bruno, e su cui le stelle cominciavano a scintillare.
Fra il disordine delle sue idee ce n'era una piú insistente delle altre: perché ella gli avesse fatto promettere di buttarsi nel lago, e perché poi non gliel'avesse ordinato.
Sapeva che non l'avrebbe obbedita, e che quel tale amore lo rendeva vile?
Il giorno dopo, avviandosi verso le quattro alla villa Armandi, incontrò la signora Rigalli che andava ad imbarcarsi insieme ad un'allegra brigata.
«Non va dalla contessa Armandi?» le domandò con un po' di sorpresa.
«No.
L'Emilia doveva anzi venire con noi, ma stamane m'ha scritto che ha cambiato idea.
Vuol essere dei nostri?»
«Grazie, non posso»; e si allontanò almanaccando perché l'Armandi in un biglietto di tre righe ci avesse cacciato anche la musica e la signora Rigalli.
Trovò la contessa nel suo salotto, sul suo canapè, circondata dai suoi amici e dalle sue amiche; fu accolto col miglior sorriso, e fu presentato agli altri senza il menomo imbarazzo.
Ella era perfettamente padrona di sé, piena di brio e disinvoltura - scherzò anzi coll'aria un po' stralunata di lui - parlò di corse sul lago, di partite di piacere, delle avventure dei bagni.
Un tale domandò del conte Armandi, ch'era ancora a Torino, sebbene la sessione fosse chiusa da un pezzo.
«Verrà quanto prima,» rispose la contessa «appena terminati non so quali lavori di non so qual commissione parlamentare; e rivolgendosi alla signora che aveva al fianco aggiunse sorridendo: «Quella benedetta politica è una rivale pericolosa.»
Alberto ascoltava la sua voce, e guardava le sue belle mani, ornate di larghi manichini di trina, che ella tirava in sú allorché le cadevano lungo il braccio.
Alle ultime parole di lei la fissò in viso; poscia arrossí, senza saper perché, distolse gli occhi, e prese parte alla conversazione con vivacità nervosa, a sbalzi, con lunghe interruzioni che avrebbero grandemente sorpreso tutti coloro che erano presenti se non fossero stati tutti perfettamente ben educati.
«Non va colla signora Rigalli?» domandò ad un tratto.
La contessa gli rivolse un'occhiata tranquilla e rispose:
«No.»
«Mi disse però che contava su di lei...»
«Souvent femme varie!» rispose l'Armandi colla massima disinvoltura, e sorridendo un po'.
XXXII
Infine i visitatori se ne andarono a poco a poco.
Alberti e l'Armandi rimasero soli, seduti l'uno accanto all'altra, e, per alcuni istanti, silenziosi.
La contessa s'alzò all'improvviso, si allontanò bruscamente da lui, diede un'occhiata incerta all'intorno, poi gli venne incontro risolutamente facendo frusciare i lembi del vestito con un sibilo di serpente irritato, e gli si piantò in faccia.
«Cosa avete? Dite infine! parlate!» esclamò corrucciata.
«Nulla, cosa volete che abbia?» rispose egli con durezza.
Le labbra della donna tremarono convulsamente, e s'agitarono due o tre volte come per parlare.
Ma ad un tratto scoppiò in un accento indescrivibile, coprendosi il viso colle mani:
«Ah! come mi punite!»
Ei s'alzò, le prese le mani che gli sfuggirono, e rimase alcun tempo senza trovar parola.
«Che vi ho fatto?» balbettò infine.
«Nulla m'avete fatto!» esclamò l'Armandi sdegnosamente.
Alberto le prese nuovamente la mano.
Stavolta ella gliel'abbandonò senza accorgersene; teneva gli occhi fitti sul tappeto, torva, accigliata.
Tutt'a un tratto gli disse con voce breve e concitata, fissandogli in faccia uno sguardo lucido e freddo come l'acciaio:
«Perché siete venuto? Cinque minuti prima di legarmi a voi mi sarei piuttosto buttata nel lago se avessi potuto immaginarlo! Ora avete il diritto di dubitarne!»
Alberto si fece rosso e pallido.
«Non mi amate?» le disse allentando la mano.
«Che cosa pensereste adesso di me se non vi amassi?» gli rispose sorridendo di un riso che faceva rilevare il labbro superiore con un'espressione d'amarezza intraducibile.
«Ma non avrei voluto essere vostra amante...
Ve lo giuro per mia figlia...
per mia figlia!» replicò con forza, guardandolo alteramente negli occhi, e scuotendogli la mano, nell'osservare un impenetrabile movimento di lui.
«Voi m'avete preferito a un'altra donna, ed io ero orgogliosa...» E chinando il capo con sarcastica e fiera rassegnazione: «Adesso vedete che non lo sono piú».
Si abbandonò sulla poltrona e nascose il viso nel fazzoletto, senza muoversi piú, senza dire una parola, cosí altera e sdegnosa che Alberto non osò scostare una punta di quel fazzoletto.
«Cosa v'ho fatto?» replicò alfine giungendo le mani «Non vedete come soffro? come vi amo? come ho sofferto per non avervi potuto vedere?...
Avete letto il mio biglietto?»
«Sí...
e la mia cameriera prima di me.»
«Ho scritto per questo in inglese...»
«Avreste dovuto scrivere in camaldolese: sarebbe stato meno sospetto, e meno compromettente.»
Ella parlava piano, con calma, con accento di rassegnazione ironica, col viso dimesso, e le mani incrociate sulle ginocchia.
«Ho avuto torto!» rispose Alberto alquanto indispettito, «perdonatemi.
Vi amavo, avevo perduto la testa Non pensavo alle convenienze, al mondo, ai domestici...
Avevo bisogno di pensare a voi....
di fare qualche cosa per voi...
Non avevo altro da dirvi...»
«Nemmeno che avreste fatto della musica colla signora Rigalli, onde non compromettervi col vostro scritto...
Non è cosí?» interruppe la donna.
«Oh!»
«Perché arrossite d'avermelo rimproverato mezz'ora fa: Avevate ragione!» riprese ella colla medesima calma nella parola, nell'accento, nella fisonomia e nell'atteggiamento.
«Il vostro amore è schietto, franco, e sincero.
Io ho parlato dinanzi a voi di mio marito, e non ho arrossito In presenza di coloro che mi ascoltavano.
Ho mentito l'indifferenza e la disinvoltura, ho mentito verso di voi, verso i miei doveri, e verso il mondo; avete il diritto di pensare che vi abbia mentito anche quando vi ho detto che vi amo! Mezz'ora fa mi avete guardata in faccia stupefatto due o tre volte, e avete arrossito per me, vi ho visto.
Voi non ci avete colpa.
Son moglie, son madre, ho dei doveri sociali e son la vostra amante: è impossibile conciliare tutto quello che ci è di contraddittorio nel mio stato senza mentire.
Io mi sono umiliata ai vostri occhi facendo il sacrificio del mio orgoglio e della mia delicatezza dinanzi a voi, per voi.
Non vi faccio un rimprovero.
È colpa vostra se avete tutto per voi, la franchezza, la lealtà, la delicatezza l'onore, e, a salvaguardia di tutto ciò, la vostra spada? Voi avete tutto quello che io mi son messo sotto i piedi...
per voi.»
A queste ultime parole il sarcasmo scoppiò nell'accento vibrato, sibilante, nel sorriso amaro e nelle calde lagrime che ella asciugava dispettosamente prima ancora che spuntassero sull'orbita.
Ciascuna di quelle parole, ciascuno di quegli accenti andavano a colpire sul viso Alberti, il quale stava zitto, immobile, arrossendo e impallidendo a vicenda come se si sentisse schiaffeggiare dalla propria coscienza.
«Perché m'avete amato?» domandò alfine con voce fremente e soffocata.
L'Armandi alzò su di lui gli occhi ardenti di lagrime e di collera, come smemorata, e non rispose.
«Perché non mi scacciate?» replicò Alberti.
Un'espressione indefinibile, un non so che di attonito, d'ansioso, d'irato, di vendicativo, d'innamorato e di pauroso, lampeggiò nello sguardo della contessa.
Ella stette alcun tempo senza dir nulla; poi arrovesciò il capo all'indietro sulla spalliera della poltrona, con un movimento felino, e colle mani intrecciate dietro la nuca, colle larghe maniche cadenti per le candide braccia, rispose mollemente, guardando il soffitto:
«Avete ragione.
Il meglio sarà non vederci piú.»
Alberto rimase immobile, guardandola.
Ad un tratto si precipitò su di lei come un leone innamorato, l'afferrò per la vita, senza dire una parola, e la sollevò sulle braccia.
Ella piantò gli occhi scintillanti come armi omicide in quel viso pallido e stravolto, tenendosi discosta da lui con tutta la forza della sue braccia irrigidite, e all'improvviso gli si avventò al collo, e lo baciò rabbiosamente.
XXXIII
A Bellagio il marchese Alberti aveva la riputazione d'essere alquanto originale, e infatti menava tal vita da giustificare cotesta riputazione.
Non si faceva vedere da nessuno per delle settimane intiere, e poi tutt'a un tratto mischiavasi a tutti i crocchi, prendeva parte a ogni divertimento, mostravasi assetato di piaceri, montava spesso a cavallo, faceva delle corse da numida, o dormiva per ventiquattr'ore, e lo s'incontrava a scorrazzare per i sentieruoli piú deserti ad ore da poeti, o passava le notti ad un giuoco d'inferno, perdendo delle grosse somme, colla stessa indifferenza con cui vinceva.
Le signore chiudevano un occhio sulle stranezze di lui perché egli li aveva molto belli tutt'e due, era giovane e ricco, e qualche volta anche grazioso ed amabile.
Quel po' di corteccia ruvida che gli rimaneva attaccata, e di cui s'ingegnavano a gara di mondarlo, davagli anch'essa una certa agreste attrattiva - dicevano.
Egli aveva i migliori cavalli, gli amici piú simpatici, ed una volta pregò due di costoro d'andare a sfidare un tale, il quale aveagli detto che aveva anche la piú bella amante.
I due amici cominciarono dal ridere, ma per rabbonirlo dovettero finire col dirgli che non era proprio il caso di prendere in mala parte un complimento di cui molti altri sarebbero stati lusingatissimi.
Alberto erasi incaponito che quel complimento fosse ingiurioso per la riputazione della dama.
Il piú intimo dei due, quegli che desinava piú spesso con lui e che gli doveva di piú, lo tirò alquanto in disparte e gli disse:
«Caro mio, sei ben sicuro d'essere stato il primo amante di quella dama?...
Be'...
Non c'è di che arrossire...
Lasciamola lí piuttosto.
Un duello la comprometterebbe infinitamente dippiú.
Andiamo a cena e dormiamoci sopra.»
La contessa riceveva Alberti frequentemente di giorno, anche quando non c'era per tutti gli altri, e di sera, allorché faceva della musica: il marchese era distinto pianista e l'Armandi amava la musica appassionatamente - ognuno lo sapeva.
Alberti la vedeva in tutte le riunioni, in tutte le partite di campagna, e in tutte le traversate sul lago; era con lei sovente a cavallo o in carrozza, da solo o in numerosa compagnia, stava con disinvoltura nel salotto di lei, l'accompagnava al piano, e faceva il galante colle amiche di lei; sapeva condursi con garbo, rispettava le esigenze sociali, e piegava il capo con grazia alle piccole ipocrisie.
Ella invece stava in mezzo a questi scogli colla testa alta, con aristocratica disinvoltura, dominando tutto ciò che non poteva elevare sino a lei; ingentiliva Alberto, lo perfezionava, stava a discorrere con lui accanto al piano, o presso il tavolino da lavoro, o si faceva accompagnare in giardino, dandogli l'ombrellino da portarle, e si lasciava baciare il guanto - sicché tutte le volte che gli permetteva di strapparle quel guanto, o lo precedeva sotto i folti alberi del boschetto, sorridente, esitante, guardandosi intorno nel raccogliere le pieghe del vestito, e camminando in punta di piedi, a lui sembrava che il cielo si spalancasse a due battenti.
- Giammai non aveva voluto piú andare una sola volta sul lago con lui.
Si approssimava il ritorno del conte Armandi; Alberti lo sapeva vagamente, ma non aveva mai osato domandarne alla contessa, ed ella non gliene avea mai parlato.
Un venerdí ch'era andato da lei per combinare una gita sul lago, e gli avevano detto che sarebbe ritornata a momenti, s'era messo al piano per ingannare il tempo, e scorreva della musica che la sera innanzi le avea mandato egli stesso.
Infatti udí aprir l'uscio del salotto, e si alzò credendo fosse lei.
Invece era la bambina, che giungeva correndo prima della madre, e vedendo Alberto s'era fermata sull'uscio.
«Le faccio paura, signorina?» disse Alberto.
In quel momento entrò anche la contessa; gli stese la mano, buttando l'ombrellino sul tavolo, e togliendo alla figlia il largo cappello di paglia.
«Come sei rossa!» le disse baciandola.
«Vai dalla Tilde.»
La bimba gli rese il bacio, e prima d'andarsene offrí anche ad Alberto la guancia vermiglia.
Egli l'accarezzò sui capelli.
La madre tirò a sé bruscamente la figliuola, la baciò di nuovo, con singolare vivacità, e l'accompagnò sino all'uscio.
«Perché non avete baciato la mia bambina?» gli domandò tornando indietro.
Alberti tardò un istante a rispondere; ma ella, senza dargliene il tempo, andò al piano, e prese il fascicolo ch'era sul leggio.
«Vi ringrazio della musica» aggiunse senza voltarsi e sfogliandola.
«Ci ho dato un'occhiata ieri stesso.
È proprio bella.»
E tornò lentamente verso il canapè, senza levare gli occhi dalla carta, sedette, e spiegò il quaderno sui ginocchi.
«Avete fatto una lunga passeggiata?» domandò Alberti.
V'ho fatto aspettare? Scusatemi.
Ero andato ad incontrare Armandi.
Invece ricevo una lettera che rimanda la sua venuta a domani.»
«Ah!»
«Volete essere dei nostri a pranzo domani?»
«Grazie.»
«Rifiutate?» diss'ella facendosi un po' rossa.
«Sí.»
«Non se ne parli altro.»
Suonò il campanello, e si fece recare il cestellino da ricamo
«Si fermerà molto tempo il conte?» domandò Alberto giuocherellando col gomitolo.
«Un mese circa, sin che andremo a Belmonte, poscia sarà a Torino per la riapertura della Camera.»
Alberto chinò la fronte sulla palma, e dopo una breve pausa disse plano:
«Sicché...
non ci vedremo sino a giugno?»
«Come volete che vi riveda senza presentarvi a mio marito?»
«È vero.»
Il silenzio che seguí avea alcunché d'imbarazzante.
La contessa, tutta intenta al suo ricamo, riprese alfine:
«Iersera so che avete fatto una grossa perdita al giuoco.
Ho il diritto di parlarvene, perché sono la vostra migliore amica.
Ciò è irragionevole, mio caro.»
«Avrei anche potuto vincere.
Sono sfortunato, ecco tutto;» rispose Alberto seccamente
«Ebbene, abbiate giudizio anche per la fortuna che vi manca: non giuocate.»
«Lo volete?»
«Ve ne prego.»
«Non giuocherò.»
Ella chinò il capo.
«Che bel lavoro!» disse Alberto poco dopo.
«Vi piace?»
«Moltissimo.
È un lavoro per uomo?»
«Sí.»
«E...
senza essere indiscreto?»
«Nessuna indiscrezione, mio caro;» rispose l'Armandi sorridendo; «anzi quel che c'è di piú legittimo: è per mio marito.»
«Oh!...
proprio un regalo di nozze!» diss'egli sorridendo a denti stretti.
La contessa sorrise senza alzare gli occhi dal ricamo, e arrossí lievemente.
Ei cavò l'orologio e si alzò.
«Addio» gli disse l'Armandi stendendogli una mano, mentre coll'altra contava i punti del disegno.
Alberto le strappò il ricamo, e lo stracciò.
«Marchese Alberti!» esclamò l'Armandi rizzando il capo, altera, corrucciata e imponente.
Il marchese fece barcollando due o tre passi verso l'uscio, si arrestò sulla soglia, ed esclamò torcendosi le mani:
«Ah! come son vile!»
«No, siete pazzo!»
Gli volse le spalle, andando verso la finestra; e poscia, volgendosi vivamente verso di lui:
«Anche geloso di mio marito?»
Alberto impallidí.
«Tanto meglio!» esclamò la contessa con un sorriso irritato.
«Perché?...
perché volete ad ogni costo che io stringa la mano di quell'uomo?» disse Alberti con accento brusco.
Ella lo fissò un istante con occhi di sfida e di collera.
«Perché vi ho dato il mio onore, e voglio che voi mi diate il vostro!»
XXXIV
Alberto partí la sera stessa per Milano, e andò a cadere come una bomba dalla Selene.
«Non è in casa» gli dissero.
Era il tocco della mezzanotte; egli andò al Circolo, e vi passò il resto della notte.
Il giorno dopo s'era levato da poco, allorquando Selene entrò come una spiritata, sbattendo gli usci, e cantarellando.
«To! eri tu, biondino? Sei venuto a cercarmi iersera? Sei tornato? Scusami se non mi hai trovata in casa; ero andata al Carcano.»
«Al tocco?»
«Sí, dopo s'era andati a cena colla Irma, sai, l'Irma, la bruna, la conosci? ci pagava una cena scicche perché era il giorno della sua festa.
Come stai?»
«Sto benissimo, grazie.»
«Vieni dal lago? Cosa m'hai portato dal lago?»
«T'ho portato un braccialetto.»
«Bello? Fammelo vedere.
Dov'è?»
«Da Bigatti.
Se hai furia puoi andare a prenderlo.»
Scrisse su un bigliettino di visita due righe pel gioielliere che la conosceva benissimo, e glielo diede.
Ella volle gettargli le braccia al collo.
«Grazie, non occorre...» diss'egli scostandola.
La povera Selene se n'andò mogia mogia.
Alberti ordinò al cameriere di dir sempre che non era in casa tutte le volte che ella venisse a cercarlo.
Andò al Corso, alla sala d'armi, al Circolo; giuocò, rivide i suoi amici, e prese parte alle loro cene e a tutti i loro passatempi.
Frelli, il nestore emerito della brigata, l'avea preso sotto la sua protezione.
«È di buona razza e di buona tempra» diceva.
Il nestore aveva quarantasette anni, due gran dame che se lo disputavano, ed un'amante per la quale gettava il denaro a due mani.
Gli amici di Alberto erano tutti bravi giovanotti - borsa aperta, cuore a prova di spada, e scilinguagnolo un po' sciolto.
Nella loro allegria, nella loro conversazione, nei loro bagordi, c'era un profumo di gaiezza, di spirito, e di cordialità giovanile che inebbriava i piú sobri.
Una delle piú belle sere di luglio Alberti era uscito dal Circolo, insieme a due amici coi quali avea desinato; avea la pupilla alquanto dilatata, è vero, ma le gambe piú ferme e la lingua piú sciolta degli altri.
Andarono sui bastioni in carrozza, ciarlando, fumando e ridendo ad alta voce.
L'aria era rinfrescata da un lieve venticello che veniva dalle Alpi; dai giardini venivano di tanto in tanto vigorosi profumi, incontravasi solamente qualche coppia che passeggiava lentamente, discorrendo sottovoce, e dileguavasi sotto gli alberi dei viali, o qualche brougham che andava a piccolo trotto il cavallo fiutando la polvere e il cocchiere contando le stelle nascenti.
Alberti a poco a poco era divenuto silenzioso, s'era buttato in fondo al legno, e avea lasciato spegnere il sigaro.
Ad un tratto fece fermare la carrozza, salutò gli amici, s'avviò a piedi pel corso, fermò il primo fiacre che incontrò e si fece portare dalla Selene.
«Oh!» esclamò costei vedendoselo comparire dinanzi, e rimanendo con una mano sul battente dell'uscio, con grand'occhi attoniti.
«Non t'aspettavo piú.»
Ei si chinò sulla candela, e accese un altro sigaro.
«T'hanno detto che sono venuta a cercarti?»
«Sí.»
Selene andò in furia a prendere il biglietto che Alberti le aveva dato per Bigatti, e lo stracciò in cento pezzi.
«Allora ecco il tuo braccialetto! Non lo voglio.»
«Come sei bella cosí in collera!» rispose Alberti dopo averla fissata alcuni secondi senza batter ciglio.
«Sei innamorato? Cos'hai, sei innamorato?»
Ei non rispose.
«Sei in collera con la tua bella, di'?»
Alberto scrollò le spalle e disse freddamente:
«Vuoi che me ne vada?»
«Sí, sí, vattene!» e poscia, afferrandolo con impeto per un braccio: «No! non te ne andare!».
E rimase a guardarlo avidamente, tenendolo sempre pel braccio, e gli occhi le si velarono.
«Come fa a non amarti, cotesta superbiosa?»
Gli gettò le braccia al collo.
Ei che stava per partire tranquillamente, allorché sentí avvinghiarsi da quelle braccia dimenticò la contessa.
Uscí dopo mezz'ora, fosco, stralunato, dispettoso - la povera ragazza non ebbe il coraggio di trattenerlo.
Andò a Como col primo treno; passò la giornata sul lago, e la sera, a notte fatta, s'avviò a piedi verso la villa.
Tutto era buio, soltanto alla finestra della camera della contessa c'era lume.
Quel lume l'accecava, l'affascinava, gli trafiggeva il cuore come una punta di ferro arroventato.
Ei non avrebbe osato ridire tutti i pensieri che gli tempestavano in mente: c'era una specie di gelosia acre, che avea un pudore singolare.
Avrebbe ucciso la contessa con le sue mani piuttosto che rimproverarle le torture che ella gli faceva soffrire in quel momento - e stette ad assaporarle ad una ad una, sin quando quel lume si spense.
L'indomani le scrisse: "Mi volete a desinare oggi?" Gli fu risposto con un invito del conte e della contessa Armandi.
XXXV
Il conte Armandi era un uomo politico, gentiluomo sino alla punta delle unghie, dignitoso, serio, freddo, ed uomo di mondo: avea la riputazione d'aver corso la cavallina in gioventú, la qual cosa gli avea lasciato una elegante piacevolezza di maniere ed una lieve tendenza all'epicureismo che gli andava come un guanto.
Ei stava a Torino durante le sessioni parlamentari, e il resto dell'anno viaggiava, e andava ai bagni, dove riunivasi la chiesuola de' suoi amici politici.
Quando Alberti entrò nel salotto la contessa non c'era; ma il marito accolse il nuovo invitato come una vecchia conoscenza, e gli parlò del fu marchese, ch'era stato suo amico, e della marchesa, ch'era detta a Milano la bella toscana.
La contessa si fece un poco aspettare, sicché fu quasi il conte che dovette presentare Alberto alla moglie.
«Mia cara Emilia, vi son grato d'avermi fatto riannodare una vecchia conoscenza di famiglia.»
«Finalmente!» diss'ella ad Alberto stendendogli la mano.
Come furono riuniti i tre o quattro amici che desinavano in casa Armandi, la contessa prese il braccio dell'ultimo venuto, il colonnello Marteni, e passò nella sala da pranzo.
Alberto sedette accanto alla signora Rigalli, che stavolta era venuta davvero.
Il colonnello Marteni, dei carabinieri piemontesi, era un bellissimo uomo, con una larga cicatrice che gli attraversava mezza la fronte, e con due nastri turchini all'occhiello del suo abito da borghese; egli era amico personale del conte Armandi, che l'aveva indotto a venire a passare il suo mese di permesso sul lago di Como.
Il colonnello faceva galantemente onore alla tavola, ai suoi ospiti, e alla sua dama, con galanteria un po' soldatesca.
Le signore andavano matte per quel bel militare che s'era acquistato a Custoza ed a Goito i suoi nastri e la sua cicatrice, e ne parlavano tanto che il Marteni, da uomo di spirito, avea cercato due o tre volte di cambiar discorso, ed infine s'era salvato colla contessa, andando a prendere il caffè nel salotto.
La contessa in tutta la sera non avea rivolto che pochissime volte gli sguardi e la parola ad Alberti.
I commensali avevano seguito in sala la prima coppia e s'erano fermati in diversi gruppi.
Alberto era andato sulla terrazza; il conte Armandi discorreva con altri due presso il camino; la signora Rigalli assediava il suo militare sul canapè; la contessa era accanto alla tavola: dopo alcuni minuti di quelle ciarle scucite che avviano la conversazione, volse attorno una rapida occhiata, versò del caffè in una chicchera, e andò difilata verso la terrazza.
Alberto stava colle spalle appoggiate alla balaustrata, e vedendo comparir l'Armandi nel vano luminoso del balcone, si rizzò di soprassalto; ella gli afferrò la mano e gli disse sottovoce, rapidamente, con accento intraducibile:
«Vi ringrazio.
Adesso non v'è cosa che non farei per voi.»
Ei le afferrò la mano, fissandola.
- Cosí rimasero alcuni istanti zitti e palpitanti.
«Lo sapete che mio marito mi ucciderebbe?...
Volete che mi faccia uccidere? Volete che mi perda per voi?» diss'ella sorridente.
«Volete?»
In quel momento il conte avea finito di discorrere col suo interlocutore, e avvicinavasi alla terrazza.
Scostò la tenda, si fermò un po' sulla soglia per abituare i suoi occhi alle tenebre, e scambiò qualche parola con Alberti.
La contessa rientrò centellando tranquillamente il suo caffè, col piú spensierato sorriso in viso.
Passando vicino alla signora.
Rigalli e al Marteni, disse ridendo:
«Schiettamente, cara Virginia, vorreste essere un uomo celebre, glorioso, decorato?»
«Ma...
se non fossi quel che sono...
vorrei esserlo!»
«Idee false, amica mia, una delle tante ingiustizie sociali! Non c'è che una donna capace di far quello che il colonnello non oserebbe di fare, nemmeno colla speranza di una terza medaglia, per...»
Sedette sulla poltrona favorita, appoggiando il capo alla spalliera, e bevendo il caffè con una specie di voluttà, d'orgoglio e di trionfo.
«Per che cosa?» domandò il Marteni.
«Per una cosa da nulla, per un capriccio...
per una tazza di caffè...» rispose l'Armandi con uno scoppio di risa.
«Prenda la mia ch'è vuota, Marteni.»
Gli invitati se n'erano andati a poco a poco.
Alberti era rimasto a discorrere coll'Armandi presso l'uscio.
«Verrà domani?» gli domandò la contessa, cogliendo giusto quel momento.
«Venga alle quattro.
Ci ho della musica nuova.»
XXXVI
Il conte Armandi era uscito verso le tre; la musica gli piaceva al Regio, o alla Scala, con accompagnamento di ballerine, e aveva il buon gusto di stare nel salotto della moglie soltanto allorché ella non riceveva.
Era dunque montato a cavallo, ed era andato a desinare alla villa di un suo amico.
Andava tranquillamente di passo, col sigaro in bocca, piegandosi sulle staffe per osservar da buon cavallerizzo la levata del cavallo, e compiacendosi nell'atteggiarlo come fosse al maneggio.
La giornata era bella, rinfrescata da una piacevole brezzolina che faceva sventolare la banderuola di segnale posta da un lato della via che stavasi riparando.
Il cavallo del conte ebbe un ghiribizzo alla vista di quella banderuola rossa che svolazzavagli dinanzi agli occhi, ricalcitrò, e passò sbuffando, guardandola torvo, con le narici fumanti, e contrastando alla mano.
Armandi volle assicurarlo: cavallo e cavaliere si incaponirono, s'imbizzarrirono, sbrigliando, impennandosi, spronando, e rinculando verso quella parte della strada ch'era tutta sossopra e sparsa di buche, quasi il cavaliere avesse il proposito deliberato di rompersi il collo; tutt'a un tratto il cavallo mise un piede in falso, cadde, tentò generosamente di rialzarsi con isforzi disperati, e infine, vinto dal dolore, si rovesciò senza mettere un nitrito, da bravo.
Armandi era saltato abilmente in piedi fuor delle staffe, e cercò rianimare colla briglia e colla voce il povero animale che aveva l'angoscia negli occhi, sollevava il capo e ricadeva.
«Povero Falco!» disse il conte.
Infine, vedendo che non c'era proprio nulla da fare raccomandò il cavallo ferito agli operai che lavoravano sulla strada, promettendo di mandar subito dei soccorsi, e invece di tornare a piedi per la via fatta, che sarebbe stata troppo lunga, scese sulla riva in cerca di un battello, e si fece condurre per acqua alla sua villa.
La villa dalla parte del lago avea un cancello che aprivasi sul molo microscopico dov'erano ormeggiate le due barchette del conte.
Un centinaio di passi piú in lá era la casetta del giardiniere, addossata al muro di cinta, tappezzata di gelsomini, e di cui il tetto rosso faceva un bel vedere sul verde cupo dei grandi alberi del boschetto.
Il conte andò a picchiare sui vetri della finestra col pomo del suo frustino, e si fece aprire il cancello, rimandò il giardiniere, e s'avviò pel viale che menava alla terrazza.
Camminava lentamente, e di tanto in tanto fermavasi come per stare in ascolto, e alzava gli occhi verso le finestre del salotto.
Il viale, prima di mettere alla scalinata della terrazza, serpeggiava attorno ad una gran vasca ombreggiata da magnifiche piante acquatiche, e biforcavasi per mettere in un sentieruolo che conduceva alle scuderie, passando dinanzi ad una capanna rustica ch'era chiusa da lungo tempo.
Il conte s'era avviato pel sentieruolo, teneva gli occhi fissi sulla capanna abbandonata o sulle scuderie, cercando di veder qualcuno da mandare in soccorso pel povero Falco.
Ei passò accanto ad un padiglione di bosso e di mortella, tenuto con somma cura, aperto da quattro arcate, ornato di sedili e di statue, dinanzi al quale il sentieruolo svoltava bruscamente per salire l'erta verso la capanna.
Alberti era giunto all'ora fissata.
La contessa l'aspettava: ei le s'appressò rapidamente, le baciò la mano, e le disse con voce breve:
«Vostro marito?»
«Uscito.»
«Tornerà presto?»
«Desinerà fuori di casa.»
«Come siete bella!» esclamò.
Ella si svincolò dalle mani che le stringevano i polsi, e andò a tirare il cordone del campanello.
«Lasciate aperto quell'uscio» ordinò al domestico «fa troppo caldo.»
«Non m'amate piú?» le disse Alberto sottovoce, rispondendo all'occhiata timida e come di scusa ch'ella gli rivolse tornando a sedersi presso di lui.
La contessa chinò la fronte nella mano.
Dopo un istante rispose con voce commossa:
«Se vi amo!»
«Mi amate in un modo singolare davvero!»
«Singolare davvero! Sono una matta! Non so dov'abbia la testa in certi momenti...
Stanotte non ho chiuso occhio pensando alla follía che ho fatto ieri sera!...»
«Perdonatemi!...
Se sapeste!....
Perdonatemi!...»
Si parlarono a voce bassa, quasi senza guardarsi, padroneggiandosi perché i loro volti rimanessero impassibili, acciò qualche specchio indiscreto non li tradisse alla curiosità del domestico che stava nell'altra stanza.
Quelle passioni ardenti, che sibilavano come il soffio del vapore imprigionato sotto quella maschera d'indifferenza, aveano qualcosa d'irresistibile.
La contessa s'alzò, andò ad aprire le persiane e si mise a guardar fuori.
«C'è un'arietta fresca che ristora» disse dopo alcuni istanti.
«In giardino si deve star benissimo.
Andiamo?»
Alberto la segui.
Ella precedeva di qualche passo, coll'andatura svogliata, dimenando un po' il braccio, e tenendo l'ombrellino sulla spalla.
Si vedeva il suo busto piegarsi e inarcarsi con graziosa elasticità sotto il tessuto leggero che gonfiavasi e increspavasi alternativamente.
Si fermava agli sbocchi dei viali, mettevasi sugli occhi, per guardar lontano, la mano che al sole sembrava di un roseo trasparente, poscia s'avviava risolutamente, con vaga spensieratezza: il viale si arrampicava sull'erta serpeggiando; la contessa arrestavasi di tanto in tanto per ripigliar fiato, e voltavasi verso di Alberto per dirgli qualche parola.
Ad un certo punto gli stese, senza voltarsi, la mano: ei la baciò.
«Cosa volete che faccia per provarvi quanto vi ami?» gli disse risolutamente.
«Datemi la chiave del cancello che mette sul lago.»
Ella si voltò, lo fissò seria seria, e scosse il capo due o tre volte.
«Vedete!» disse Alberto amaramente.
La contessa gli strinse la mano, conducendolo con dolce violenza; svoltò l'angolo del viale che saliva alla capanna abbandonata, ed entrò nel padiglione.
Stava ritta sotto l'arco fiorito, guardando il lago che luccicava in fondo al panorama, e colle mani appoggiate al bastone dell'ombrellino.
Il venticello faceva svolazzare il suo vestito e glielo modellava adosso.
«Vorreste vivere con me, laggiú, in Isvizzera, a Londra, o a Parigi?» gli disse ridendo.
Ei le afferrò la mano con impeto.
«E voi lo fareste?...»
«Se lo potessi...»
«Oh, allora...
Ma non bisogna chieder troppo neanche all'amore.»
La contessa gli piantò in faccia uno sguardo profondo e pensieroso.
Alberti l'evitò, come se tutte le contraddizioni che c'erano nello stato di quella donna gli saltassero agli occhi.
Sentí che il suo stesso silenzio glielo rinfacciava, e dovette ricorrere al paradosso per giustificar lei e sé stesso.
Ella ascoltava avidamente, piú convinta di lui, affascinata da quella falsa eloquenza della passione; sorrise e gli disse:
«Cotesta è la teoria del frutto proibito...»
«Credete?» domandò dopo un voluttuoso silenzio.
Era seduta mollemente, un po' piegata verso di lui, tenendogli le mani, ombreggiata dai folti ramoscelli, e tutta profumo.
Ei la guardò avidamente.
«Sí!» le disse con un bacio.
«Zitto!» esclamò l'Armandi trasalendo e facendosi pallida.
«Vien gente!»
Si udí scricchiolare la sabbia del sentieruolo che incrociavasi col viale pel quale erano venuti.
«Vostro marito!» esclamò Alberti con voce sorda, e facendole schermo istintivamente del suo corpo.
La donna s'avviticchiò all'amante, e gli nascose il viso in petto con un voluttuoso terrore.
Stettero alcuni istanti immobili, nascosti nell'angolo piú oscuro, trattenendo il respiro coi due cuori che battevano l'un sull'altro.
Si udirono i passi avvicinarsi lentamente, passare accanto al padiglione, e allontanarsi a poco a poco.
La contessa rialzava il capo timidamente, e per la prima volta mise un respiro.
I due amanti si guardarono, pallidi come cera, gli occhi di lei si velarono, e si abbandonò dolcemente nelle braccia di Alberto.
«Emilia...
per l'amor di Dio! Fatevi animo, via!...»
Ella non lo lasciava, e fissavalo con occhi nuotanti in un languore delizioso, come se il pericolo, l'ansietà, la paura avessero dato non so qual divorante ed irritante attrattiva al desiderio, alla colpa, all'uomo amato.
Rimase in quella specie d'estasi col capo appoggiato alla spalla di lui, colla bocca socchiusa, pallida, spaventata e sorridente.
«Andiamo, andiamo, Emilia!»
Emilia si rizzò vacillante, si fregò un po' gli occhi, distese mollemente le braccia con un movimento di tigre, lo guardò con occhi addormentati, e gli disse:
«Passate sotto la mia finestra...
vi butterò la chiave...
Domani a mezzanotte...
se vedete lume nel salotto...
sarà segno di sí...
Vattene! vattene!»
Il conte Armandi sembrava alquanto turbato allorché entrò nella stanza della moglie.
La contessa gli rivolse un'occhiata alla sfuggita.
«Sapete l'accidente di quel povero Falco?» diss'egli.
«S'è rotta una gamba!»
All'entrare del marito la contessa s'era allontanata bruscamente dalla finestra.
«Ma dove? come?...
E voi?» domandò.
«Sulla strada maestra, proprio come in questa stanza.
Non saprei dire io stesso come sia avvenuto.
Povero Falco! Sono stato alla scuderia per mandare tutti i possibili soccorsi, ma pur troppo temo sieno inutili...
Io sto benissimo, come vedete...
Ma voi, cos'avete? Siete un po' pallida anche voi!»
«Quest'accidente...»
«Che volete farci? Non ne parliamo altro.
Cosa avete fatto di bello?»
«Ma lo vedete!» disse la moglie mostrandogli il ricamo che avea in mano.
«Il marchese Alberti non è venuto?»
«Sí».
«Avete fatto della musica?»
«Pochissimo; non mi sentivo bene.
Ho un po' di mal di capo...»
«È partito adesso il marchese?»
.«Mezz'ora fa.»
«Oh! ma non è lui...
laggiú?» disse il conte dalla finestra.
«Da dove diavolo viene dunque con questo sole?»
La contessa si fece alla finestra anche lei, sorridente e curiosa, gettò un'occhiata al di fuori, si strinse nelle spalle, poi tornò a sedersi.
«Passeggiare con questo bel sole!...
che follía...»
«Avrà fatto qualche visita nelle vicinanze» disse invece il conte.
XXXVII
Armandi dovea partire insieme al suo amico Marteni per un convegno di caccia.
L'ora della partenza era stata fissata per le dieci di sera.
Il conte avea siffattamente assicurato che sarebbe stato puntuale, che aveva detto al suo amico di andarsene pur da solo se egli avesse tardato piú di cinque minuti, giacché cotesto sarebbe stato segno di essergli sopraggiunto qualche affare o impedimento imprevisto.
Egli aveva preso il caffè nel salotto della moglie, ed era stato a chiacchierare tranquillamente con lei sino all'ora della partenza, fumando il sigaro, e leggendo qualche brano dei giornali di mode ch'erano sulla tavola.
La moglie lavorava accanto a lui, e chinava la testa vicino alla sua per guardare insieme le incisioni del giornale.
Di quando in quando volgeva gli occhi sull'orologio, e diceva sorridendo al marito che non avrebbe fatto a tempo.
Finalmente il conte si alzò, ordinò la carrozza e strinse la mano alla moglie.
«Quando ritornerete?» domandò costei.
«Doman l'altro o giovedí al piú tardi.»
«Buon viaggio.»
Armandi s'affacciò alla finestra per vedere se la carrozza fosse pronta; guardò il cielo stellato, e disse alla moglie:
«La sera è magnifica, volete farmi il piacere di accompagnarmi sin da Marteni?»
«Volentieri, ma temo di farvi ritardar troppo.»
«Abbiamo tempo d'avanzo» diss'egli «il vostro orologio va di galoppo.
Metterete qualche cosa sulle spalle, ecco tutto.»
La Armandi mostrò una certa premura nell'accondiscendere al cortese desiderio del marito; questi la ringraziò, le offerse il braccio; e montò con lei in carrozza.
«Perdio!» esclamò al momento di partire.
«Ho dimenticato il mio portafoglio nientemeno! Quel che vuol dire far le cose troppo in furia!» E saltò a terra d'un balzo, ma mise un buon quarto d'ora a tornare.
La contessa era piú impaziente di lui.
«Vai al galoppo!» ordinò ella al cocchiere.
Il conte si buttò in fondo al legno e si mise a fumare.
La moglie sosteneva da sola il dialogo, con certa vivacità inquieta e nervosa, sporgendosi di tanto in tanto fuori dello sportello.
Suo marito limitavasi ad evitare che il fumo del sigaro le desse noia, e a volgere qualche volta il capo verso di lei, per farle dei cenni affermativi.
«Il signor capitano è partito da venti minuti;» venne a dire il domestico.
«Alla buon'ora!» disse Armandi con gaiezza.
«Ci perdo una caccia, ma ci guadagno il piacere di passare la sera con voi.»
Ella lo ringraziò con un pallido sorriso, e tornarono indietro.
Questa volta anche la contessa s'era buttata in fondo al legno, avvolgendosi nel suo scialle, taceva e sembrava alquanto preoccupata.
Giunti alla villa, saltò a terra per la prima con vivacità, e montò bruscamente i pochi scalini; il marito però la prevenne nello schiudere l'usciale, e la precedette nelle sue stanze.
«Perché avete lasciato acceso quel lume?» disse bruscamente l'Armandi alla cameriera.
«Non m'avete ordinato di spegnerlo.»
«Siete una stupida! Andate!»
«Via, via, non andate in collera» soggiunse il marito.
«Infine che male c'e?»
Ella si strappò i guanti, li buttò sul canapè, e rimosse due o tre oggetti con impazienza.
«Vi disturbo forse...»
«Vi pare?...
tutt'altro!» gli rispose saettando uno sguardo sull'orologio.
«Davvero! sembra che il vostro orologio abbia piú giudizio del mio!» disse Armandi regolando il suo su quel del salotto; «sono in ritardo di una buona mezz'ora.»
E sedendo accanto alla moglie:
«Volete regalarmi un po' di musica?»
«Non sono proprio in vena, mio caro...
Ma se lo desiderate assolutamente...» soggiunse con un sorriso abbattuto.
«Assolutamente?...
Ma no! Desidero quel che vi fa piacere.»
Ella inchinò leggermente il capo, e si mise a guardare qua e là in atto sbadato.
Il silenzio cominciava a divenire penoso.
«Volete che vi legga qualche cosa?» domandò Armandi.
«Fate.»
E si mise ad ascoltare, colla fronte sulla palma, all'ombra della ventola, saettando alla sfuggita sguardi rapidi e sfolgoranti su di lui.
Egli non se ne avvedeva, leggeva colla sua bella voce chiara e limpida, e voltava tranquillamente le pagine.
Tutt'a un tratto la contessa si alzò quasi soffocasse.
«Cos'avete?» domandò il marito levando gli occhi dal libro.
«Nulla...
continuate» rispose lei tornando a sedere.
«È inutile, giacché non v'interessa.»
E chiuse il volume.
La contessa rimase alcuni istanti col capo fra le mani.
Armandi continuava a sfogliare i disegni di mode.
Finalmente ella si alzò di botto, bianca come cera, e gli disse stendendogli la mano malferma:
«Non mi sento bene.
Buona notte...»
Il conte si alzò anche lui, le prese la mano senza dir motto, e la tenne fra le sue; ella incominciò a fissarlo negli occhi con una certa inquietudine.
L'orologio suonava i dodici colpi della mezzanotte; i muscoli del viso della donna ebbero un lieve tremito, poi si allentarono rilasciati, e affascinata dal pericolo, perdendo la testa, si volse verso il balcone che dava sulla terrazza con un movimento invincibile, e tentò di svincolarsi dal marito che le stringeva sempre le mani con amorevole violenza.
«Fermatevi!» diss'egli con voce breve.
Rimasero a guardarsi due o tre secondi.
La donna si lasciò cadere lentamente sul canapè.
Armandi andò ad aprire il valigino che aveva fatto posare sulla tavola, e ne trasse un paio di pistole da viaggio.
La moglie, fuori di sé, si alzò per gridare, per far non so che cosa, e rimase atterrita, pietrificata sotto lo sguardo fermo e minaccioso di lui.
«Silenzio!» le disse con voce sorda.
«Se fate un passo, se mettete un grido, ve l'uccido come un cane!»
Andò risolutamente verso il balcone, l'aprí, e si trovò faccia a faccia con Alberti.
I due uomini non dissero una parola, non fecero un gesto.
Il conte, piú pallido di Alberto, avea la pistola in pugno e il dito sul grilletto.
Finalmente disse interrottamente:
«Marchese Alberti...
potrei uccidervi come un ladro stanotte, o passarvi la spada pel cuore domani...
Ma non voglio farlo...
non lo posso...
Un giorno forse ne saprete il perché...
e saprete anche che siamo pari!»
Prima che Alberto avesse potuto rimettersi dalla sorpresa, egli aveva chiuso il balcone.
XXXVIII
Alberti passò una notte orribile.
Avea visto, attraverso i vetri di quel balcone, la donna che amava alla follía, accasciata sul canapè, colla testa fra le mani - ella non avea fatto un passo verso di lui, non avea messo un grido - egli non avea potuto stendere le braccia per soccorrerla, o per rapirla alla gelosia del suo rivale - questo soltanto bastava a delineare la situazione reciproca con una terribile eloquenza.
L'amore di lui esaltavasi al pericolo di lei, al pensiero delle lagrime che non poteva vedere.
Fece i piú insensati progetti; andò cento volte a spiare le finestre di quella casa.
Il domani seppe che marito e moglie erano partiti all'alba, non si sapeva per dove.
Il giovane ardeva di seguirla, ma dove? Fece tutto quello ch'era possibile di fare per aver notizie di lei; poi sperò ch'ella gli avrebbe scritto; poi s'accasciò.
A poco a poco incominciò a pensare a lei con una dolcezza melanconica, fantasticando sul castello solitario dove il geloso marito l'avea probabilmente rinchiusa, sulle lagrime ch'ella avea dovuto versare, sui ricordi mesti e cari che doveano tornarle alla mente mentre fissava i begli occhi alle stelle...
E tutto ciò sarebbe stato possibile forse; ma Armandi conosceva troppo il mondo e le donne per contribuire a fare esaltare colla solitudine la passioncella della moglie.
Dopo una breve spiegazione, fatta con garbo e da gente ammodo, entrambi avevano finito per andar d'accordo che quanto ci fosse di meglio a fare era d'andare a Baden.
La contessa, dopo quella scossa inaspettata, erasi mostrata quasi riconoscente verso il marito del suo spirito conciliativo e da canto suo s'era prestata lealmente a riparare il male fatto.
Passato il primo sbigottimento, il suo amore, chiamiamolo pur cosí, avea guardato la cosa dal lato mondano, e avea fatto giudizio.
Intanto il tempo scorreva sul rancore del marito, sulla melanconia della moglie, e sull'immaginazione di Alberto, come se si fosse incaricato di poter far riunire nuovamente e senza inconvenienti queste tre persone nel medesimo salotto, a centellinare il caffè, ciarlando tranquillamente di mode o di politica.
Alberti dopo alcuni mesi avea ripreso le abitudini di una volta.
Al principio dell'inverno seppe da un amico che tornava da Baden come l'Armandi fosse stata la piú bella, la piú elegante, la piú allegra signora che si fosse trovata ai bagni.
Il baccanale della babele europea estiva faceva crollare in uno scoppio di risa il melanconico castello di carte, dove la sua fantasia abbrunata avea rinchiuso i sospiri della bella, mentre egli dondolavasi sulla poltrona fumando il sigaro.
Il suo funesto spirito d'analisi ebbe campo di fargli fare delle lunghe meditazioni, amare, irritanti, che ferivano non solo le sue illusioni giovanili, ma anche il suo amor proprio.
Coll'inverno erano ritornate le rondinelle dell'alta società, ed Alberti seppe che la contessa era andata a Torino col marito.
A quella notizia, al sapersela cotanto vicina, sentí divampare in fondo al cuore, non diremo l'amore, ma il desiderio, la curiosità, una certa ostinazione dispettosa e andò e la rivide.
Com'era cambiata! non al fisico - la contessa era sempre giovane e bella; ma il contegno di lei, cosí strano, cosí indifferente, ricominciava a montargli la testa o a fargliela perdere del tutto.
Però l'Armandi non era tal donna da perdere la sua, quando non voleva, o da farsi trascinare pei capelli in una situazione imbarazzante.
Finalmente gli rispose dandogli appuntamento in uno dei piú remoti viali del Valentino.
Allorché il giovane la vide discendere dal fiacre da nolo, sentí battersi il cuore come una volta, piú forte di una volta forse.
Ella gli venne incontro un po' esitante, e gli stese la mano.
«Volete che montiamo in carrozza?» le domandò.
«No.»
«Perché non rimandate il vostro legno in tal caso?»
«Lasciatelo lí.»
Alberto tacque, e presentí tutto quello che ella dovea dirgli con la sua voce pacata.
Fecero alcuni passi in silenzio.
L'Armandi non s'era accorta del braccio che offrivale il giovane.
«Sentite, Alberto» gli disse alfine «dobbiamo dimenticare.»
Ei sentí scoppiargli in cuore, montargli alla testa, affogargli la voce nella gola, tutto ciò che avea sofferto, temuto e sperato per lei.
Non disse motto, non le rivolse uno sguardo.
- Ella gli strinse la mano.
«È necessario!» soggiunse.
«Lo volete?»
«È necessario.
Mio marito mi ha perdonato, ma sa tutto...
Cosa volete che faccia?...» Successe una breve pausa.
«A che pensate?» diss'ella.
«Penso che veramente non dovete amarmi piú, se l'ultima volta che mi vedete potete aver il coraggio di dirmi addio in presenza del vostro fiaccheraio, per impedirmi che almeno vi lasci scorgere le mie lagrime.»
«Come siete ingiusto!»
«È vero, perdonatemi...
Soffro tanto!» esclamò tristamente e scuotendole le mani.
Ella non rispose, e voltò indietro per ritornare lentamente verso il fiacre che l'aspettava.
«Vi domando un ultimo sacrificio: lasciate Torino.»
«Non vi basta che rinunzi a vedervi?»
«E mio marito?»
«Ebbene, partirò.»
La contessa continuava ad andare innanzi.
«Volete proprio che vi dica addio dinanzi al cocchiere?» mormorò il giovane con tutta l'amarezza che gli rodeva il cuore.
Ella si fermò, voltandosi appena verso di lui, gli strinse la mano, e senza rialzare il velo gli disse:
«Addio!»
Le labbra del giovane tremavano senza che potessero profferire una sola parola.
La vide allontanarsi lentamente, e montare in carrozza.
Poi si asciugò di nascosto una lagrima - l'ultima.
Il giorno dopo partí davvero, per un altero rispetto della sua parola, o per un dispettoso amor proprio.
Il vedere rompere con tanta indifferenza tali legami l'avea ferito profondamente; ma avea tanto amato quella donna, e tanto diversamente dalle altre, che fra loro parevagli dovesse sussistere sempre un vincolo indissolubile; il suo dolore avea certa voluttà che gli piaceva assaporare andando a seppellirsi in campagna - ma la sua campagna era troppo vicina a Milano, e gli amici non tardarono ad andare a farvi una partita di caccia - per distrarlo.
Cosí seppe dopo qualche tempo quello che non avrebbe dovuto sapere: il colonnello Marteni, nell'assenza del conte Armandi, che era in Germania con una missione diplomatica, comprometteva un pochino la contessa, e la contessa si lasciava compromettere.
Alberto corse a Torino, e colla ingiusta e malsana curiosità del geloso riescí a convincersi davvero che il colonnello era precisamente quello che dicesi un successore in tutte le regole.
Allora andò a cercare del colonnello Marteni.
Lo trovò che faceva colazione.
Il colonnello, al ricevere il suo biglietto di visita, si era rammentato di lui, forse un po' troppo, e l'invitò a prender posto alla tavola, da vecchio amico.
Alberto rifiutò freddamente, dicendo che lo scopo della sua visita non permettevagli di fermarsi a lungo.
L'altro si fece serio, vuotò il bicchiere che aveva offerto, e levò il capo come per ascoltare con maggior attenzione.
«Non avremo bisogno di molte parole per intenderci», disse Alberti.
«Ella è soldato e gentiluomo, e troverà la cosa perfettamente naturale.
Noi siamo rivali; non occorre fare il nome della donna che amiamo o che abbiamo amato.
Son venuto per cercare di comune accordo un pretesto per liquidare la faccenda fra di noi, senza che sia compromesso il nome di quella persona.»
Il colonnello parve riflettere alquanto.
«Anzitutto» rispose «mi permetta una domanda: Lei è dalla parte di chi ama, oppure dalla parte di chi ha amato?»
«Cotesto non preme sapere.»
«Domando scusa, preme moltissimo.»
«Signore, sembrami che divaghiamo!» disse Alberti con una sfumatura d'ironia provocante.
Marteni conservò la piú perfetta calma.
«Scusi, avrei dovuto incominciare da un'altra domanda: Ella crede che io le debba qualche cosa...
perché sono il suo...
successore?»
«Signore!...»
«Caro marchese, sono ufficiale nei carabinieri, e come tale un po' soldato, e un po' legale; ragioniamo adunque, poiché a bucarsi la pelle c'è sempre tempo.
Se lei è convinto che io le debba una riparazione soltanto perché son venuto dopo di lei, vorrei sapere chi di noi due avrebbe piú diritto di sfidar l'altro? Ella, perché io sono arrivato ultimo, oppure io perché lei mi ha preceduto?»
«Cotesto è invertire singolarmente la quistione.»
«Semplifichi, rettifichi pure; son qui ad ascoltare.»
«Non son venuto a dirle, né ho bisogno di dirle, quali siano le mie opinioni su quella signora; e sembrami che non occorrano tante parole fra due gentiluomini per bucarsi la pelle, come lei dice.»
«Caro marchese, non ha rettificato nulla, e si aggrappa alla provocazione come uno che non abbia migliori ragioni da metter fuori.
Ma io ho piú anni di lei, sono soldato, ho due medaglie, di quelle che danno il diritto di esser sempre calmo, e posso permettermi di credere che occorrano proprio tutte le possibili spiegazioni fra due uomini di cuore, prima di mettere mano ai ferri, soprattutto allorché sono seduti, come noi, dinanzi ad una buona tavola.
Ella viene a sfidarmi per amor proprio, per dispetto, piuttosto che per gelosia; senza pensare che colloca il suo amor proprio prima del mio, che avrei lo stesso diritto.
Le parlo da uomo di cuore e da uomo d'onore - come le propongo di stringere la mano che stendo.
Ora, se coteste ragioni non le bastano, e cerca proprio un pretesto, mi dica che questo bicchier di vino che le offro è cattivo, e io le getto la bottiglia alla testa e mi metto a sua disposizione.»
Alberti alzò lentamente il bicchiere, e bevve.
«Bravo cosí!» esclamò Marteni stringendogli calorosamente la mano.
«Un'ultima parola, colonnello...
Da quanto tempo...
Ella è il mio successore?...»
«Ah! Questo poi....»
«Era per farci su le mie riflessioni» rispose Alberti con un amaro sorriso.
«Senza implicarci menomanente quella signora, in parola d'onore!»
«Le ho detto già troppo, perché ella è molto giovane...
Ma mi lasci il mio segreto...
professionale» finí Marteni ridendo.
«Grazie!» rispose Alberto dopo un po' di esitazione.
XXXIX
Erano trascorsi parecchi anni, ed Alberti aveva ricominciato a far la vita di prima, peggio di prima, abusando di tutto, esagerando il male, che cercava egli medesimo, calunniando il bene che non poteva raggiungere per fiacchezza di carattere, incallendosi in uno scetticismo di parata perché non conosceva altre donne all'infuori di quelle che alimentavano la sua vanità o i suoi piaceri - vanitose e capricciose come lui - e perché non aveva altri amici, all'infuori di quelli coi quali s'era battuto per un'amante o per una partita di giuoco.
Possedeva tutte le disgrazie: l'immaginazione calda, l'indole fiacca, il cuore sensibilissimo, ma non temprato da affetti domestici, ed una certa agiatezza che gli permetteva di vedere la vita da un lato solo.
Cotesta vita era stata occupata soltanto d'ozio, e faticosa di piaceri.
A ventott'anni sentivasi isolato, stanco, senza scopo, senza emozioni che non fossero malsane, senza entusiasmo, senza domani.
Provava momenti di debolezza e di scoraggiamento indicibili; ma si vergognava di confessarli.
Nel baccano di una festa o di un bagordo pensava con abbattimento che il giorno dopo si sarebbe divertito al modo istesso.
Spesso, la notte, ritornando stanco a casa, invidiava il suo cocchiere o il suo cameriere che stavano ad aspettarlo, pur non sapendo farsi idea del come si potesse vivere nella loro condizione.
Del resto faceva la vita che facevano gli altri, beveva, giuocava, schermiva e fumava piú degli altri.
Era un po' pallido la mattina, e avea il polso un po' agitato la sera; nulla di piú.
Di tanto in tanto i ricordi della sua prima giovinezza, che sembravagli tanto lontana, gli alitavano sul cuore, come i soffi della brezza marina in una calda notte d'estate; ei li assaporava tacitamente, coll'occhio socchiuso e il sigaro in bocca, vi lasciava vagare il pensiero e riposare il cuore, e allorché scuotevasi di soprassalto, anche un po' vergognoso, il mondo che piú lo sorprendeva, che sembravagli piú falso, era quello in cui viveva.
In una di coteste situazioni di spirito, Selene gli s'era trovata fra i piedi, o fra le braccia.
Ei le avea proposto di andare a vivere assieme in campagna, come se ella avesse potuto ridargli il vergine trasporto con cui s'era innamorato persin di una ballerina; le propose sul serio una capanna e il suo cuore.
La ragazza, che si rammentava di qual fibra fosse quel cuore, rispose cu-cu! Egli soggiunse che la capanna sarebbe stata tappezzata di seta, e la rapí all'impresario e ad una mezza dozzina d'amanti, ancora vestita da baiadera.
I loro amici dissero ch'erano ubbriachi tutt'e due.
Giunti, mandò un biglietto di condoglianza.
«Mio caro,» gli disse Alberti la prima volta che lo rivide, «se quella ragazza mi piace, perché non dovrei amarla? Credi che valga di piú la tua marchesa sol perché è ricca? Selene non possiede che le sue scarpette di raso, ed ha bisogno di quattrini come una bella damigella ha bisogno di uno sposo, o una bella dama ha bisogno di un amante nulla piú, nulla meno - ella non è né signorina, né marchesa, non è altro che bella, ed è quindi naturalissimo che io gliene dia dei quattrini.»
«Tutto ciò va benissimo; non è di cotesto che intendo parlare.
Fai quel che vuoi, rovinati pure, nessuno troverà a ridire; ma lasciala al suo posto, o piuttosto mettila al posto in cui deve stare.
Compra per lei dei cavalli, dei gioielli, ma non andare a farti ridicolo coll'amore campestre! Che diavolo! sei uomo di spirito.
Cosa vuoi fare colla Selene per tutto il santo giorno, dopo che le avrai detto in tutti i toni che le vuoi bene?»
«La vita che faccio mi stanca...
mi annoia mortalmente...
Voglio cambiare...»
«Povera Selene!» borbottò Giunti.
La povera Selene amava il bel biondino come poteva, quanto poteva; ma era abituata a ridere e a folleggiare, e quell'amante che la teneva a distanza, e che cercava l'x dell'amore, le rendeva l'orizzonte piú uggioso delle grigie nubi d'inverno.
Il marchese Alberti avea perduto il suo vecchio Toni, ed avea per cameriere un giovanotto.
Qualche tempo dopo s'accorse che era anche un bel giovanotto, scoprendo che gli faceva l'onore di essergli rivale fortunato.
Allorché ne ebbe le prove incontestabili, chiamò la Selene e le disse:
«Di' un po', ti piace Cesare? Non starmi ad arrossire, bambina! qui non siamo sul teatro.
È un bell'uomo, me ne sono accorto e non ti do torto, no, in parola d'onore...
fosse biondo come me...
tanto tanto!...
potrei forse avere il diritto d'essere geloso...
Ma che diavolo! avresti dovuto prevenirmi! Potevo correre il rischio di prendere a calci il mio rivale.
Vuoi sposarlo, di'? Non mi far la grulla.
Non sono in collera, ti dico, ma capisci che non posso fare le spese del mio rivale, né lasciarti sulla strada.
Ti do in dote quel che avevo promesso di darti in cambio del tuo amor fido, ma ti condanno a sposarlo e perdonami se mi troverai severo.»
Dopo questa tirata partí per un lungo viaggio, recando seco le sue malsane abitudini, ed i germi funesti di uno scetticismo che, in mezzo a gente la quale si occupava di lui soltanto per vendergli dei piaceri, lontano dai luoghi cari per memorie, non poteva far altro che peggiorare.
Invecchiò precocemente, correndo pel mondo come l'Ebreo Errante, spinto da non so quale inquietudine fatale che l'incalzava sempre dappertutto, non vedendo e non cercando altro dei diversi costumi che il lato peggiore.
Visse tanti lunghissimi anni senza alcun sentimento schietto, senza alcuno degli affetti piú intimi, che si abituò a credere fosse un disgraziato privilegio quel cuore che sentivasi battere in petto alle lontane reminiscenze.
In questo tempo lo zio Forlani era morto, lasciando Adele orfana e sola.
Costei, per accondiscendere all'insistente desiderio del padre, il quale le proponeva di sposar Gemmati, avea detto di sí; ma all'ultimo momento, con la lealtà che formava il fondo del suo carattere, era scesa un bel mattino a trovar Gemmati che passeggiava in giardino, e gli avea detto:
«Amico mio, io ho amato mio cugino Alberto, lo sapete; che cosa pensereste di me se vi sposassi?»
Gemmati tacque un momento.
«L'amate ancora?» le dimandò poi.
«...Sí.»
«Anch'io v'amavo, perché voi siete un angelo!» esclamò tristamente Gemmati; «e rinunziare a voi è dura cosa!...
Ma è necessario, non è vero?»
Ella chinò il capo.
«Come meritate di esser felice! Se quello sciagurato avesse un carattere meno fiacco!...»
Cosí s'erano lasciati, stringendosi la mano, come due cuori onesti e leali che s'intendono in una sola parola.
Egli non le aveva detto quanto gli costasse il sacrificio che dovea fare ed avea accettato un posto di medico a bordo di un bastimento che faceva lunghi viaggi di circumnavigazione.
Il signor Forlani avea lasciato la figliuola ricchissima, e le amiche di lei non si davano pace vedendo che essa, cosí ricca e bella, rifiutava tutti i partiti che facevano la caccia a lei e alla sua dote.
Adele portava il lutto del suo cuore nobilmente e fieramente, senza una debolezza e senza un lamento.
Del cugino, che non si curava menomamente di lei, avea saputo vita e miracoli, ma non avea detto una parola, ed era rimasta pallida e muta.
S'era informata spesso di lui dalle amiche piú discrete, con pudica e delicata riserbatezza, e quando non ne avea avuto piú notizie, s'era chiusa dignitosamente nella sua tristezza, senza farne trapelar nulla al di fuori.
La sua bellezza intanto s'era sviluppata: era un genere di bellezza fantastica, delicata, flessuosa, elegante, alquanto pallida e diafana, con magnifici capelli neri, mani candide su cui il guanto adattavasi con certe pieghe e certo garbo aristocratico, e grand'occhi turchini, un poco incavati, accerchiati da un solco color perla, scintillanti di tal luce che avrebbe potuto dirsi fatale, se giammai fosse stata destinata ad incontrarsi con Alberto.
Ella portava alta la testa leggiadra nei saloni fiorentini, e con un sorriso distratto e uno sguardo profondo che l'avevano fatta soprannominare Elisabetta d'Inghilterra.
XL
Dopo vent'anni che non s'erano piú visti Alberto e sua cugina s'incontrarono a Firenze, spinti dal turbine della fatalità.
Era il primo giorno delle corse.
Le Cascine brulicavano di spettatori; il cielo era azzurro, il sole frastagliavasi fra i rami; i veli, le ciarpe, le piume svolazzavano; il prato stendevasi come un'immensa tavola di bigliardo, screziato dai vivi colori dei fantini che caracollavano; i cavalli nitrivano, si udivano gai accenti in tutti i dialetti d'Italia, si vedevano dei fiori dappertutto, ai cappelli, sui vestiti, nelle carrozze, alle testiere dei cavalli - c'era un profumo di giovinezza, di festa, e di primavera che inebbriava.
Adele era a cavallo presso la calèche di una sua amica di Viareggio, la Rigalli, e rispondeva al saluto delle sue numerose conoscenze inchinando graziosamente il capo; mentre discorreva passava il guanto sulla criniera della sua cavalla; cosí com'era, col suo amazzone nero, e nel suo grazioso atteggiamento, era assai leggiadra; la calèche era ovattata, riboccante di fiori, coi jockey ricamati e incipriati, immobili come statue, i cavalli irrequieti, dall'occhio e dal garretto teso.
Una folla di curiosi s'era fermata vicino a quel bel gruppo.
«Oh, chi vedo!» esclamò tutt'a un tratto la signora Rigalli «non è il marchese Alberti quel laggiú, che ci arriva dall'India a cavallo del suo baio?»
Adele si volse di soprassalto, e divenne bianca come il suo colletto di tela.
Alberti si avanzava al passo.
Il cavallo era impaziente, colle narici rosse, sbuffava, mordeva il freno bianco di schiuma, e lo scuoteva con bruschi movimenti.
Il cavaliere era calmo, serio, freddo, e avea la mano di ferro; volgeva gli occhi sulla folla sbadatamente, col sigaro in bocca, e avea l'occhio smorto, il pallore cadaverico, e l'impassibilità quasi fosca.
Guardava quella festa come un defunto avrebbe potuto guardarla dalla tomba.
Passando vicino alla calèche volse gli occhi a caso, la Rigalli lo chiamò col piú grazioso sorriso, ed ei si trovò a faccia a faccia con Adele.
Una fiamma rapida come un lampo passò per la prima volta dopo tanti anni su quelle pallide guance.
Intanto la Rigalli diceva all'Adele:
«Mi permette che le presenti il marchese Alberti?»
«Vuol presentarmi mio cugino?» rispose Adele, ch'era divenuta calma e sorridente con un supremo sforzo di volontà e stese ad Alberto il pomo del frustino attraverso la calèche, come se gli stendesse la mano.
«È proprio un cugino d'America dunque!»
«Son quelli i benvenuti.
Da dove ci piovete, cugino?»
«Da Calcutta.»
«Son piú di dieci anni che non lo si vede piú! Cosa avete fatto tutto questo tempo?»
«L'ho passato in ferrovia e in vapore, cugina mia.»
«Vi siete divertito?»
«Ma...
assai.»
La calèche si mosse al piccolo trotto; la signora Rigalli si fece promettere una visita dal marchese, e i due cugini si trovarono accanto, in mezzo al gran viale.
«Volete permettermi di accompagnarvi, cugina?» disse Alberto.
«Volentieri.»
Ei voltò le briglie, e si mise al passo, accanto a lei, seguiti dal groom di Adele a distanza.
«Come trovate Firenze?» domandò lei.
«Piú bella che mai.»
«Vi fermerete parecchio?»
«Non lo so io stesso.»
«Raccontatemi qualche cosa dei vostri viaggi.»
«Cosa volete che vi racconti?»
«Ma...
quel che avete visto.»
«Ho visto, su per giú, delle vie Calzaiuoli, degli Arni, e delle colline di San Miniato dappertutto, in grande, in piccolo, e in microscopico; e dei fiorentini gialli, rossi, e neri, che dicono giuraddio un po' diversamente di noi altri.»
«E le donne?» domandò ridendo Adele.
«E le donne...
quali le hanno fatte gli uomini.»
«Non so se devo ringraziarvi del complimento, cugino.»
«Ringraziatemene, cugina, ché me lo merito.»
Adele salutò una bella giovinetta che passava in phaéton al fianco di un signore elegante.
«Conoscete quella signora?» gli domandò.
«No.»
«È Cecilia, la figliuola del conte Armandi, adesso maritata Livoretti.»
Sul viso di Alberto passò una nube rapidissima.
«Sono un uomo dell'altro mondo, cugina mia, abbiate la bontà di mettermi al corrente.
E della contessa cosa mi dite?»
«È sul lago di Como da due anni a piangere la morte del marito.»
«Oh!...
E della principessa Metelliani?»
« È a Roma, presidentessa di non so qual Congregazione di Carità...
Vi sorprende?»
«No.»
Fecero un centinaio di passi senza dir altro.
«Sapete che ci rivediamo in un modo singolare?» disse Alberti tutt'a un tratto.
«Singolare o no, son lieta di vedervi.»
Ei la fissò di un lungo sguardo, e poscia:
«Avete molto spirito!»
Ella chinò lievemente il capo.
«Cugina mia» domandò Alberti all'improvviso «che cosa direste se vi facessi la corte?»
«La direi la cosa piú naturale di questo mondo.»
«Dopo quel ch'è stato fra di noi?»
«Appunto per quello.»
La sua cavalla fece uno sbalzo, e s'inarcò tutta fremente sotto la mano ferma dell'amazzone.
«Siete forte!» le disse Alberto.
«Cora è docile» rispose lei accarezzandola sul collo.
Tacquero.
Andavano al piccolo trotto per uno dei viali al di là del piazzone.
Il sole, che tramontava come un gran disco infuocato, lo inondava per tutta la sua lunghezza di pulviscoli dorati.
Alcune nuvole un po' alte sull'orizzonte disegnavansi come larghi sprazzi di porpora e d'oro.
«Che bel tramonto!» disse Adele per rompere quel silenzio.
Alberto levò il capo, e soggiunse sbadatamente:
«Par d'essere a Belmonte.»
«Avete buona memoria, cugino!» disse Adele con singolare sorriso.
Alberti volle rispondere a quel sorriso.
«È la memoria del cuore, cugina mia.»
«Comincereste a farmi la corte?»
«Non avete detto che sarebbe la cosa piú naturale?»
«Cugino mio, cosa pensereste di me se vi permettessi d farmela?» domandò Adele alla sua volta, seria seria
«Avete ragione» rispose Alberto brevemente.
I viali cominciavano a velarsi d'ombra.
Ella guardò di Sottecchi quell'uomo singolare.
«Siete stata felice qualche volta?» domandò Alberti come rispondendo ad una lunga meditazione.
«...Sí» disse Adele dopo una lieve esitazione.
«Per quanto si può esserlo...
E voi?»
«Io mi son divertito» rispose lui con accento glaciale.
Discorrevano a sbalzi, con lunghe interruzioni, come rispondendo ai pensieri che andavano svolgendosi per la loro singolare situazione.
Il marchese di tanto in tanto gettava un lungo sguardo sulla cugina, che cavalcava calma e sicura.
«Non serbate rancore, cugina?» domandò alfine.
«No.»
«Che peccato!»
«E voi, cugino?»
«Io non credo averne il diritto in nessun caso...
poiché nessuno ha torto a questo mondo!»
«Teoria comoda!»
Ei si rizzò sulle staffe con fredda ed altera serietà:
«Cugina mia, quando m'avete detto che non potevate permettermi di farvi la corte, io vi ho dato ragione!»
C'era tal tranquilla amarezza, tale accento di convinzione nel suo scetticismo, che il seno di Adele gonfiavasi violentemente di tanto in tanto.
Egli respirava con forza, a lunghi intervalli.
Cavalcavano in silenzio e a capo chino.
«Vi ringrazio per quest'ora che non avevo piú provato da vent'anni» disse alfine con voce sorda quell'uomo il quale non si commoveva piú.
Ella alzò il capo sgomenta quasi cercando da dove venisse quella voce che la faceva trasalire.
«Torniamo indietro!» disse brevemente.
Oltrepassarono il groom che s'era fermato anch'esso, e lo lasciarono molto indietro.
Nessuno di loro due osò rompere per qualche tempo il silenzio che seguí.
Il passo dei cavalli era sonoro; la luna incominciava a sorgere e ad insinuarsi fra gli alberi, strisciando sul bianco viale; a poco a poco i cavalli s'erano accostati e andavano fiutandosi.
Alberto prese la mano della cugina, che le cadeva lungo il vestito.
«Lasciatemi...» diss'ella dolcemente.
«Perdonatemi!» rispose Alberto con voce sorda.
«È la vostra ora!»
«Lasciatemi» ripeté Adele con tanta maggior vivacità per quanto sentivasi divenir piú debole.
«Ora è troppo tardi.»
«Vostro marito?»
«Chi?» diss'ella con voce che lo fece trasalire.
«Gemmati!...»
Ella tirò bruscamente le redini, e si rizzò sulla sella, pallida, immobile, con occhi scintillanti.
«Io mi chiamo ancora Adele Forlani!» esclamò con voce estinta, ma colla fronte alta.
Il marchese ammutolí.
«Mi credevate maritata?» riprese ella dopo alcuni istanti.
«E parlavate in tal modo alla moglie del vostro migliore amico!...»
Ei non rispose.
«Come siete divenuto, Alberto!» esclamò essa celandosi il viso fra le mani.
«Vi faccio orrore?»
«No...
mi fate pietà»
Andavano rasentando gli alberi per non starsi vicini.
«Quanto avete dovuto soffrire per essere cosí cambiato!» diss'ella alfine.
«Lo credete?» mormorò Alberti con un strano sorriso.
«Sí! Tutte le sante credenze che c'erano nel vostro cuore non si sbarbicano senza dolore.
Quando mi avete abbandonata per Velleda, quando vi siete invaghito dell'Armandi, quando avete fatto piangere e avete pianto, c'era ancora qualche cosa in voi.
Adesso non ci avete piú nulla.
I vostri occhi asciutti mi fanno paura!»
«E voi?» diss'egli con voce che sembrava uscire di sotterra «credete ancora a qualche cosa?»
«Credo a ciò che fa battere il mio cuore.»
Egli sorrise.
«Ciecamente?»
«Non posso dubitare di quel che sento.»
«Io vi ho ingannata a vent'anni!»
«Io sono stata per morirne.
Come volete che potessi dubitare del sentimento che mi faceva tanto soffrire?»
Alberti non rispose immediatamente.
Poi le piantò gli occhi in viso e domandò:
«Voi siete bella, giovane e ricca; come va che non vi siete maritata?»
«Ho sempre rifiutato.»
«Per chi?»
«Per voi.»
«Mi amavate?»
«Sí.»
«Anche dopo?»
«Sí.»
Ei rimase pensieroso.
«Cugina mia» disse ad un tratto, con tutt'altro accento e con satanica disinvoltura «io non ho piú capelli, né illusioni; ho quarant'anni e trenta mila franchi di debiti.»
Dapprima Adele rimase come fulminata, cogli occhi sbarrati, quasi ad afferrare il senso di quelle parole che non poteva capire.
Tutt'a un tratto si fece rossa come se Alberto l'avesse percossa in viso col frustino.
«Ah!» gridò, «Ah!»
E fuggí di carriera
.
XLI
Dopo alcuni giorni Alberti si presentò all'anticamera di sua cugina, e le fece recapitare il seguente biglietto:
"Ho bisogno di vedervi e di parlarvi.
So di avervi fatto un affronto mortale, e son venuto alla vostra porta affinché possiate farmi scacciare, se volete."
Il domestico ritornò dicendo:
«Passi.»
Egli entrò, un po' turbato, ma con passo fermo.
Adele stava presso il camino, sebbene la primavera fosse di molto inoltrata, coi piedi posati su di uno sgabelletto.
Era un po' pallida anch'essa, e come vide il cugino impallidí maggiormente.
Alberto le strinse la mano e si assise di faccia a lei.
«Adele» le disse con calma «ho quaranta anni, e trenta mila franchi di debiti.
Volete esser mia moglie?»
«No.»
Sul volto di lui passò un fosco sorriso.
«Ma se avessi una figliuola bella, ingenua, pura, con tutti i tesori del cuore e dello spirito, ve la darei in moglie.»
Dapprima ei le lanciò uno sguardo di sorpresa; ma poscia, in un altro tono:
«Disgraziatamente non l'avete!»
«Lasciate quel cattivo sorriso che fa male a voi e a me!...
Perché siete dunque venuto, Alberto?»
Egli esitò alquanto.
«Non lo so» disse alfine.
«È la prima volta che non basto a me stesso.»
Quelle parole sembrarono colpire la donna; gli lanciò uno sguardo rapidissimo, e si fece rossa.
Poscia ripeté dolcemente:
«Se avessi una figliuola ve la darei; ella vi metterebbe in cuore la sua fede, il suo affetto, i suoi santi entusiasmi, vi rinfrancherebbe lo spirito, vi farebbe rinascere.»
«Non esitereste a dare la figliuola vostra...
a me?»
«No.»
«Ora che sono cosí cambiato?» aggiunse con un sorriso ironico.
«Appunto perché siete cosí!»
Ei le fissò gli occhi negli occhi.
«Perché non fate voi codesto?»
«Io non ho piú sedici anni, non ho piú la fede...
e fra di noi c'è un triste passato.»
«Sia!» diss'egli.
E si mise ad attizzare il fuoco.
Rimasero silenziosi lungamente.
Adele stendeva verso la fiamma le sue mani pallide e di tanto in tanto Alberto vi fissava uno sguardo distratto.
«Cugina» disse dopo alcuni minuti «se fossi giovane e bello, e avessi pure i torti che ho verso di voi, mi amereste?»
«Perché mi fate questa domanda, Alberto?» rispose Adele rizzandosi sulla poltrona.
«Per sapere alfine in che stia codesto amore» mormorò lui sordamente.
Adele ricadde all'indietro sulla spalliera della seggiola, e rimase alcun tempo senza aggiunger motto.
«Quanto avete dovuto soffrire!» esclamò poscia.
«Io ho goduto della vita» rispose egli.
Lei gli volse uno sguardo fra attonito e dolente.
Il cugino teneva la fronte fra le mani, parlava con amara e tranquilla convinzione, ma evitava di incontrare gli occhi di lei.
«Ho letto chiaro nella natura umana come in uno specchio: la maggior parte dei nostri dolori ce li fabbrichiamo da per noi: avveleniamo la festa della nostra giovinezza esagerando e complicando i piaceri dell'amore sino a farne risultare dei dolori, e intorbidiamo la serenità della nostra vecchiaia coi fantasmi di un'altra vita che nessuno conosce.
Ecco il risultato della nostra civiltà.
Ho visto dei selvaggi scotennarsi per la donna o per il ventre, ma fra di loro non ci sono né suicidi, né spleen.
Tutta la scienza della vita sta nel semplificare le umane passioni, e nel ridurle alle proporzioni naturali.
- Ho regolato su questa verità la mia condotta...
Ecco come non ho piú sofferto.»
«Oh!» diss'ella con immenso sgomento.
«Oh!»
«Siete stata piú felice di me, cugina?» domandò Alberto con ironico sorriso.
Adele, pallida, come trasognata, gli rivolse un'occhiata paurosa: «No! voi non credete a ciò che dite!»
«È vero!» rispose Alberto con voce sorda, chinando il capo «e per la prima volta!...
Mi avete fatto dubitare anche di cotesto, voi! M'avete fatto un gran male!»
«Ammogliatevi!» gli disse Adele, osando stringere finalmente la mano fredda di lui.
«La famiglia vi salverebbe...
So quel che vuol dire essere soli al mondo! Se potessi, col sacrificio della mia vita, mettervi qualcosa in cuore, vi giuro che lo farei.»
Ei la guardò in modo singolare, a lungo, senza aprir bocca.
«Cugina mia!» disse dopo una lunga esitazione «io non ho quasi conosciuto mio padre; mia madre non ebbe nemmeno il tempo di abbracciarmi prima di morire; una volta fui sorpreso da un marito che avrebbe avuto il diritto e il dovere di uccidermi come un cane...
Sapete cosa mi disse quell'uomo? "che mi risparmiava perché ero figlio della marchesa Alberti!..."»
Adele si celò il viso fra le mani.
«Addio!» diss'egli alfine
«Ve ne andate?»
«Sí.»
«Cosa farete?»
«Quel che ho fatto.»
«Non avete nessuno scopo?»
«Non vi pare uno scopo il viver come meglio si può?»
«Non siete nemmeno ambizioso?»
«Cosa potrebbe ricompensarmi della pena che mi darei per esserlo?»
«Che ci avete dunque dinanzi a voi, nel vostro avvenire?»
«Nulla.»
A quella parola ella trasalí, e si alzò risolutamente.
«Alberto se acconsentissi ad esser vostra moglie, credereste che vi amo davvero?»
Ei rimase stupefatto.
«Se ci credete» ripigliò Adele stendendogli la mano.
«Stringetela son vostra.»
XLII
Il matrimonio fu celebrato in ottobre.
Alberti si prestò a quelle pratiche che esigevano gli usi e le convenienze con perfetta compiacenza.
In questa occasione molti suoi conoscenti, che non sapevano piú nulla di lui, lo rividero.
Ei piegava il capo con una tinta di galanteria a tutto quello che Adele trovava necessario, o semplicemente conveniente - fossero anche stati dei pregiudizi - la schiettezza delle convinzioni di lei glieli rendevano rispettabili, ci credesse o no.
Adele, al contrario, mettevaci il giulivo entusiasmo di chi è felice - un tal riverbero del suo affetto vergine e schietto; amava il cugino francamente, senza reticenze, senza dubbi, a cuore aperto, abbandonandogli con spensierata generosità tutti i tesori che per lui avea accumulato in segreto nel suo cuore.
Alberto fece tutto quello che fanno gli altri, colla massima semplicità, senza esitazione.
Andò in chiesa, serio e rispettoso, almeno al vedere, e allorché Adele gli mise la mano nella sua, e udí che si univa a lui per sempre con un fil di voce, e la vide dolcemente commossa, anche quell'uomo si turbò alquanto, e con lieve tremito strinse nella sua la mano che tremava.
Dopo la cerimonia religiosa partirono per Belmonte.
Il marchese avea preso un coupé riservato sino a Pistoia, e allorché furono in vagone, e Adele si fu assisa, chiuse i vetri della parte dov'era lei, tirò le tendine, le mise il plaid sotto i piedi, le rese con delicatezza paterna tutte quelle piccole cure, poi le si assise di faccia, le prese le mani, e le disse dolcemente, sorridendo con certa solennità:
«Vi saluto, marchesa Alberti.»
Era commossa anche lei, ed un po' turbata, guardava fuori lo sportello pudibonda del suo imbarazzo, e si lasciava stringere le mani con un abbandono affettuoso.
Aveva un bel vestito grigio, un cappellino di paglia, dei lunghi guanti di Svezia, ed il suo viso delicato sembrava piú pallido attraverso il velo azzurro.
Pareva che Alberto non potesse saziarsi di contemplare quella donna leggiadra che ormai gli apparteneva - ella, senza vederlo, sentiva quello sguardo, e ne era tutta penetrata.
Ad un certo punto, sempre col viso allo sportello, posò una mano su quelle di lui.
«Non vi faccio paura?» le chiese Alberto dolcemente.
Ella raccolse le sue vesti, andò a sedere a fianco di lui, e senza rispondergli direttamente si misero a discorrere di mille argomenti comuni, di ricordi, che per loro avevano significati reconditi, e racchiudevano non so quali misteriose attrattive.
Ei parlava poco, e l'ascoltava intento, con una certa avidità, come se stesse analizzando minutamente, con affetto gli avvolgimenti di quelle trecce, l'alitare di quel velo, le balze di quel vestito, le trine di quei polsini, i rossori improvvisi e irragionevoli che salivano al viso di lei, e che egli sentivasi dolcemente scorrere nelle vene.
Ad un tratto:
«Vorrei tornare ai miei vent'anni!» disse collo sguardo fiso nel vuoto.
La locomotiva fermavasi sbuffante.
«Diggià!» esclamò lei.
«No, siamo a Prato.»
«Oh!...
lasciami vedere!»
E si misero l'uno accanto all'altro presso lo sportello a guardar la campagna - ei con un sentimento che non avea provato da lungo tempo.
Tutto ciò che vedevasi era verde ed azzurro.
Adele, colle mani appoggiate alla manopola, gli diceva sommessamente qualche parola insignificante, come se stesse a parlargli di un gran segreto.
Il nastro del suo cappellino svolazzava di tanto in tanto sul viso ad Alberto.
Sembrava che i polmoni di lui si dilatassero avidamente, onde abbeverarsi di tutte quelle vergini sensazioni che gli erano quasi sconosciute.
«Non vi faccio paura...
proprio?» domandò quasi timidamente e a voce bassa.
Adele cercò di nascosto la mano di lui, e la strinse a lungo, mentre il conduttore verificava i biglietti.
Anche quel non so che di furtivo che vi era in tanta schiettezza faceva una potente impressione su di Alberto.
Ei le prese le mani, serio serio, e guardandola negli occhi:
«Adele mia, quel prete m'ha stregato.»
Adele s'era fatta seria anch'essa.
«Stregato o no, son contento, e non saprei spiegarti il sentimento che mi lega a te.
Non è solo amore il mio: sembrami che tu faccia parte di me, della mia casa, del mio nome.
Tu sei la continuazione di mia madre, e mi è dolce chiamarti col suo nome.
Ho amato in tutti i modi, ma non ho provato mai nulla di ciò che provo adesso.
Sembrami che noi ci apparteniamo per qualche cosa che è in noi e al di fuori di noi - il mondo, la legge, gli uomini, Dio, che so?...
Se mai avessi a dubitare di quel che sento adesso, vorrei morire.»
A poco a poco le era caduto ai piedi, e parlava con tale accento di calma e salda convinzione, che le lagrime spuntarono nell'orbita di Adele.
Ella piegossi dolcemente verso di lui, gli cinse il collo delle sue braccia, e reclinò mollemente il capo sul capo di Alberto.
XLIII
I due sposi andarono a nascondere la loro felicità a Belmonte - quella di lui però era un po' chiusa, esistante, ombrosa, e avea sempre una tinta di melanconia; quella di Adele era franca ed espansiva.
Alberto non avea piú rivisto quei luoghi da oltre vent'anni, e ciascun ricordo, ciascuna novella impressione che passava su quell'anima esulcerata, malgrado il grande imperio ch'egli aveva su se stesso, lo faceva trasalire; Adele se ne avvedeva, e si sentiva piú strettamente, piú intimamente legata a lui appunto per tutto quel bene ch'essa facevagli.
Erano sempre insieme, in carrozza, a cavallo, o a passeggiare pei dintorni.
Alberti, quell'uomo tormentato dalla febbre del movimento, perseguitato dalla noia dappertutto, aveva passato delle lunghe ore deliziose, guardando accanto a lei la pioggia che sgocciolava sui vetri, o la fiamma che crepitava nel camino.
Ogni piccola cosa avea una fisonomia nuova, serena, festosa.
Le occupazioni piú comuni avevano un'attrattiva delicata.
Egli era andato con lei a rintracciare a passo a passo i luoghi che racchiudevano i ricordi della loro prima giovinezza: quel banco dove avevano provato il primo imbarazzo stando seduti accanto, quella ringhiera appoggiati alla quale avevano litigato e avevano fatto pace per la prima volta, quell'albero dal quale egli aveva còlto i primi fiori per lei e dicevano: "Ti rammenti?".
A volte questi ti rammenti racchiudevano un dolce rimprovero che adesso lo penetrava sino all'intimo e gli era caro.
Li cercava anzi quasi a far risaltare colle ombre il raggio festoso che splendeva su di loro adesso.
Ridevano e si abbracciavano.
Se qualche cosa avea cambiato aspetto, se un albero era caduto, se il banco era Zoppicante, se il giardiniere avea disposto altrimenti l'aiuola, erano delle vere perdite, e dicevano: - Era piú bello allora, n'è vero?
Con una nobile franchezza, e come se il fallo non valesse il pentimento, Alberto aveva mostrato all'Adele quel viale dove avea parlato l'ultima volta con Velleda, e le avea messo la mano nella mano e gli occhi negli occhi.
Adele avea chinato il capo cercando di riderne, impallidendo, arrossendo, e non gli avea detto quante volte si fosse fermata piangendo in quel medesimo viale.
«Come tutto ciò è lontano!» diceva Alberto.
Ella, dopo lunghe esitazioni, gli avea fatto vedere tutti i ricordi che avea conservato di lui religiosamente: il bottone del guanto che gli avea rimesso la sera ch'erano andati a villa Armandi, il fiore disseccato ch'ei avea lasciato cadersi dall'occhiello, la corteccia d'albero ch'egli avea staccato col temperino, il foglio spiegazzato su cui s'erano divertiti a schizzare degli sgorbi e delle caricature, seduti al medesimo tavolino, sotto la medesima lucerna, mentre la pioggia scrosciava allegramente sui vetri.
Egli, che avea buttato dalla finestra al vento di cento città, o sulla cenere di cento caminetti, le lettere d'eterno amore di donne che aveano messo in giuoco la loro vita e quella di lui per un capriccio, non arrivava a comprendere del tutto la tenacità di quel sentimento che rendeva preziosi quegli oggetti insignificanti.
- Tra di loro due che s'amavano tanto, ch'erano cosí intimamente legati, c'era sempre un abisso che egli non osava confessare a sé stesso, e che ella non voleva vedere, e per non vederlo chiudeva gli occhi.
L'ottica delle loro idee era immensamente diversa: il cuore della donna, giovane, fresco, ricco, era lieto d'amare, s'attaccava alla felicità, ci credeva senza esitazioni, ci si abbandonava con fiducia.
Alberto non possedeva piú né cotesta fede, né cotesto entusiasmo, né cotesta serenità; la vita che avea menato avea alterato profondamente il suo modo di vedere e di giudicare; avea osservato e studiato le passioni in sé e negli altri, ma non le avea mai combattute, e, disgraziatamente per lui, non le avea visto combattere.
Il sentimento del giusto e del dovere restava quindi per lui una formula astratta, poco meno di un'illusione.
In tali disposizioni d'animo, e alla sua età, l'amore era perciò una debolezza - e l'amore istesso rendeva il suo scetticismo un'infermità piuttosto che una corazza.
Sentiva rigermogliare dentro di sé quei sentimenti sui quali avea messo i piedi, ma che nondimeno avevano turbata la serenità epicurea dei suoi piaceri, ora che li trovava freschi e rigogliosi nella donna a cui sentiva il bisogno di identificarsi.
Però al vedere cotesti sentimenti cosí diversi in sé e in lei nello sviluppo e negli effetti, in sentirli agitarsi penosamente nel suo animo, piuttosto che rinvigorirsi, ne provava un grande sconforto, un dubbio piú amaro.
La fede d'Adele - quella che per lui era la cecità - rivelavasi cosí salda ed intera, che trovavasi costretto ad ammirarla, ad invidiarla quasi, senza poterla dividere.
Istintivamente sentivasi inferiore a lei di tutta quella triste scienza del mondo e del male, che aveva acquistato.
Fosse pudore, timidezza, o alterigia, c'era sempre in lui qualcosa di chiuso, anche nei momenti in cui abbandonava il capo sui ginocchi di lei come un fanciullo.
Adesso, al contrario, possedeva l'ingenua curiosità di chi non ha nulla da nascondere, e gli faceva delle domande cui egli rispondeva evasivamente, sorridendole come ad una bambina, o abbuiandosi alquanto.
Quella serenità un po' nebbiosa, quella specie di mistero che intravedevasi in fondo ai sentimenti piú espansivi