EROS, di Giovanni Verga - pagina 19
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«Ho dimenticato il mio portafoglio nientemeno! Quel che vuol dire far le cose troppo in furia!» E saltò a terra d'un balzo, ma mise un buon quarto d'ora a tornare.
La contessa era piú impaziente di lui.
«Vai al galoppo!» ordinò ella al cocchiere.
Il conte si buttò in fondo al legno e si mise a fumare.
La moglie sosteneva da sola il dialogo, con certa vivacità inquieta e nervosa, sporgendosi di tanto in tanto fuori dello sportello.
Suo marito limitavasi ad evitare che il fumo del sigaro le desse noia, e a volgere qualche volta il capo verso di lei, per farle dei cenni affermativi.
«Il signor capitano è partito da venti minuti;» venne a dire il domestico.
«Alla buon'ora!» disse Armandi con gaiezza.
«Ci perdo una caccia, ma ci guadagno il piacere di passare la sera con voi.»
Ella lo ringraziò con un pallido sorriso, e tornarono indietro.
Questa volta anche la contessa s'era buttata in fondo al legno, avvolgendosi nel suo scialle, taceva e sembrava alquanto preoccupata.
Giunti alla villa, saltò a terra per la prima con vivacità, e montò bruscamente i pochi scalini; il marito però la prevenne nello schiudere l'usciale, e la precedette nelle sue stanze.
«Perché avete lasciato acceso quel lume?» disse bruscamente l'Armandi alla cameriera.
«Non m'avete ordinato di spegnerlo.»
«Siete una stupida! Andate!»
«Via, via, non andate in collera» soggiunse il marito.
«Infine che male c'e?»
Ella si strappò i guanti, li buttò sul canapè, e rimosse due o tre oggetti con impazienza.
«Vi disturbo forse...»
«Vi pare?...
tutt'altro!» gli rispose saettando uno sguardo sull'orologio.
«Davvero! sembra che il vostro orologio abbia piú giudizio del mio!» disse Armandi regolando il suo su quel del salotto; «sono in ritardo di una buona mezz'ora.»
E sedendo accanto alla moglie:
«Volete regalarmi un po' di musica?»
«Non sono proprio in vena, mio caro...
Ma se lo desiderate assolutamente...» soggiunse con un sorriso abbattuto.
«Assolutamente?...
Ma no! Desidero quel che vi fa piacere.»
Ella inchinò leggermente il capo, e si mise a guardare qua e là in atto sbadato.
Il silenzio cominciava a divenire penoso.
«Volete che vi legga qualche cosa?» domandò Armandi.
«Fate.»
E si mise ad ascoltare, colla fronte sulla palma, all'ombra della ventola, saettando alla sfuggita sguardi rapidi e sfolgoranti su di lui.
Egli non se ne avvedeva, leggeva colla sua bella voce chiara e limpida, e voltava tranquillamente le pagine.
Tutt'a un tratto la contessa si alzò quasi soffocasse.
«Cos'avete?» domandò il marito levando gli occhi dal libro.
«Nulla...
continuate» rispose lei tornando a sedere.
«È inutile, giacché non v'interessa.»
E chiuse il volume.
La contessa rimase alcuni istanti col capo fra le mani.
Armandi continuava a sfogliare i disegni di mode.
Finalmente ella si alzò di botto, bianca come cera, e gli disse stendendogli la mano malferma:
«Non mi sento bene.
Buona notte...»
Il conte si alzò anche lui, le prese la mano senza dir motto, e la tenne fra le sue; ella incominciò a fissarlo negli occhi con una certa inquietudine.
L'orologio suonava i dodici colpi della mezzanotte; i muscoli del viso della donna ebbero un lieve tremito, poi si allentarono rilasciati, e affascinata dal pericolo, perdendo la testa, si volse verso il balcone che dava sulla terrazza con un movimento invincibile, e tentò di svincolarsi dal marito che le stringeva sempre le mani con amorevole violenza.
«Fermatevi!» diss'egli con voce breve.
Rimasero a guardarsi due o tre secondi.
La donna si lasciò cadere lentamente sul canapè.
Armandi andò ad aprire il valigino che aveva fatto posare sulla tavola, e ne trasse un paio di pistole da viaggio.
La moglie, fuori di sé, si alzò per gridare, per far non so che cosa, e rimase atterrita, pietrificata sotto lo sguardo fermo e minaccioso di lui.
«Silenzio!» le disse con voce sorda.
«Se fate un passo, se mettete un grido, ve l'uccido come un cane!»
Andò risolutamente verso il balcone, l'aprí, e si trovò faccia a faccia con Alberti.
I due uomini non dissero una parola, non fecero un gesto.
Il conte, piú pallido di Alberto, avea la pistola in pugno e il dito sul grilletto.
Finalmente disse interrottamente:
«Marchese Alberti...
potrei uccidervi come un ladro stanotte, o passarvi la spada pel cuore domani...
Ma non voglio farlo...
non lo posso...
Un giorno forse ne saprete il perché...
e saprete anche che siamo pari!»
Prima che Alberto avesse potuto rimettersi dalla sorpresa, egli aveva chiuso il balcone.
XXXVIII
Alberti passò una notte orribile.
Avea visto, attraverso i vetri di quel balcone, la donna che amava alla follía, accasciata sul canapè, colla testa fra le mani - ella non avea fatto un passo verso di lui, non avea messo un grido - egli non avea potuto stendere le braccia per soccorrerla, o per rapirla alla gelosia del suo rivale - questo soltanto bastava a delineare la situazione reciproca con una terribile eloquenza.
L'amore di lui esaltavasi al pericolo di lei, al pensiero delle lagrime che non poteva vedere.
Fece i piú insensati progetti; andò cento volte a spiare le finestre di quella casa.
Il domani seppe che marito e moglie erano partiti all'alba, non si sapeva per dove.
Il giovane ardeva di seguirla, ma dove? Fece tutto quello ch'era possibile di fare per aver notizie di lei; poi sperò ch'ella gli avrebbe scritto; poi s'accasciò.
A poco a poco incominciò a pensare a lei con una dolcezza melanconica, fantasticando sul castello solitario dove il geloso marito l'avea probabilmente rinchiusa, sulle lagrime ch'ella avea dovuto versare, sui ricordi mesti e cari che doveano tornarle alla mente mentre fissava i begli occhi alle stelle...
E tutto ciò sarebbe stato possibile forse; ma Armandi conosceva troppo il mondo e le donne per contribuire a fare esaltare colla solitudine la passioncella della moglie.
Dopo una breve spiegazione, fatta con garbo e da gente ammodo, entrambi avevano finito per andar d'accordo che quanto ci fosse di meglio a fare era d'andare a Baden.
La contessa, dopo quella scossa inaspettata, erasi mostrata quasi riconoscente verso il marito del suo spirito conciliativo e da canto suo s'era prestata lealmente a riparare il male fatto.
Passato il primo sbigottimento, il suo amore, chiamiamolo pur cosí, avea guardato la cosa dal lato mondano, e avea fatto giudizio.
Intanto il tempo scorreva sul rancore del marito, sulla melanconia della moglie, e sull'immaginazione di Alberto, come se si fosse incaricato di poter far riunire nuovamente e senza inconvenienti queste tre persone nel medesimo salotto, a centellinare il caffè, ciarlando tranquillamente di mode o di politica.
Alberti dopo alcuni mesi avea ripreso le abitudini di una volta.
Al principio dell'inverno seppe da un amico che tornava da Baden come l'Armandi fosse stata la piú bella, la piú elegante, la piú allegra signora che si fosse trovata ai bagni.
Il baccanale della babele europea estiva faceva crollare in uno scoppio di risa il melanconico castello di carte, dove la sua fantasia abbrunata avea rinchiuso i sospiri della bella, mentre egli dondolavasi sulla poltrona fumando il sigaro.
Il suo funesto spirito d'analisi ebbe campo di fargli fare delle lunghe meditazioni, amare, irritanti, che ferivano non solo le sue illusioni giovanili, ma anche il suo amor proprio.
Coll'inverno erano ritornate le rondinelle dell'alta società, ed Alberti seppe che la contessa era andata a Torino col marito.
A quella notizia, al sapersela cotanto vicina, sentí divampare in fondo al cuore, non diremo l'amore, ma il desiderio, la curiosità, una certa ostinazione dispettosa e andò e la rivide.
Com'era cambiata! non al fisico - la contessa era sempre giovane e bella; ma il contegno di lei, cosí strano, cosí indifferente, ricominciava a montargli la testa o a fargliela perdere del tutto.
Però l'Armandi non era tal donna da perdere la sua, quando non voleva, o da farsi trascinare pei capelli in una situazione imbarazzante.
Finalmente gli rispose dandogli appuntamento in uno dei piú remoti viali del Valentino.
Allorché il giovane la vide discendere dal fiacre da nolo, sentí battersi il cuore come una volta, piú forte di una volta forse.
Ella gli venne incontro un po' esitante, e gli stese la mano.
«Volete che montiamo in carrozza?» le domandò.
«No.»
«Perché non rimandate il vostro legno in tal caso?»
«Lasciatelo lí.»
Alberto tacque, e presentí tutto quello che ella dovea dirgli con la sua voce pacata.
Fecero alcuni passi in silenzio.
L'Armandi non s'era accorta del braccio che offrivale il giovane.
«Sentite, Alberto» gli disse alfine «dobbiamo dimenticare.»
Ei sentí scoppiargli in cuore, montargli alla testa, affogargli la voce nella gola, tutto ciò che avea sofferto, temuto e sperato per lei.
Non disse motto, non le rivolse uno sguardo.
- Ella gli strinse la mano.
«È necessario!» soggiunse.
«Lo volete?»
«È necessario.
Mio marito mi ha perdonato, ma sa tutto...
Cosa volete che faccia?...» Successe una breve pausa.
«A che pensate?» diss'ella.
«Penso che veramente non dovete amarmi piú, se l'ultima volta che mi vedete potete aver il coraggio di dirmi addio in presenza del vostro fiaccheraio, per impedirmi che almeno vi lasci scorgere le mie lagrime.»
«Come siete ingiusto!»
«È vero, perdonatemi...
Soffro tanto!» esclamò tristamente e scuotendole le mani.
Ella non rispose, e voltò indietro per ritornare lentamente verso il fiacre che l'aspettava.
«Vi domando un ultimo sacrificio: lasciate Torino.»
«Non vi basta che rinunzi a vedervi?»
«E mio marito?»
«Ebbene, partirò.»
La contessa continuava ad andare innanzi.
«Volete proprio che vi dica addio dinanzi al cocchiere?» mormorò il giovane con tutta l'amarezza che gli rodeva il cuore.
Ella si fermò, voltandosi appena verso di lui, gli strinse la mano, e senza rialzare il velo gli disse:
«Addio!»
Le labbra del giovane tremavano senza che potessero profferire una sola parola.
La vide allontanarsi lentamente, e montare in carrozza.
Poi si asciugò di nascosto una lagrima - l'ultima.
Il giorno dopo partí davvero, per un altero rispetto della sua parola, o per un dispettoso amor proprio.
Il vedere rompere con tanta indifferenza tali legami l'avea ferito profondamente; ma avea tanto amato quella donna, e tanto diversamente dalle altre, che fra loro parevagli dovesse sussistere sempre un vincolo indissolubile; il suo dolore avea certa voluttà che gli piaceva assaporare andando a seppellirsi in campagna - ma la sua campagna era troppo vicina a Milano, e gli amici non tardarono ad andare a farvi una partita di caccia - per distrarlo.
Cosí seppe dopo qualche tempo quello che non avrebbe dovuto sapere: il colonnello Marteni, nell'assenza del conte Armandi, che era in Germania con una missione diplomatica, comprometteva un pochino la contessa, e la contessa si lasciava compromettere.
Alberto corse a Torino, e colla ingiusta e malsana curiosità del geloso riescí a convincersi davvero che il colonnello era precisamente quello che dicesi un successore in tutte le regole.
Allora andò a cercare del colonnello Marteni.
Lo trovò che faceva colazione.
Il colonnello, al ricevere il suo biglietto di visita, si era rammentato di lui, forse un po' troppo, e l'invitò a prender posto alla tavola, da vecchio amico.
Alberto rifiutò freddamente, dicendo che lo scopo della sua visita non permettevagli di fermarsi a lungo.
L'altro si fece serio, vuotò il bicchiere che aveva offerto, e levò il capo come per ascoltare con maggior attenzione.
«Non avremo bisogno di molte parole per intenderci», disse Alberti.
«Ella è soldato e gentiluomo, e troverà la cosa perfettamente naturale.
Noi siamo rivali; non occorre fare il nome della donna che amiamo o che abbiamo amato.
Son venuto per cercare di comune accordo un pretesto per liquidare la faccenda fra di noi, senza che sia compromesso il nome di quella persona.»
Il colonnello parve riflettere alquanto.
«Anzitutto» rispose «mi permetta una domanda: Lei è dalla parte di chi ama, oppure dalla parte di chi ha amato?»
«Cotesto non preme sapere.»
«Domando scusa, preme moltissimo.»
«Signore, sembrami che divaghiamo!» disse Alberti con una sfumatura d'ironia provocante.
Marteni conservò la piú perfetta calma.
«Scusi, avrei dovuto incominciare da un'altra domanda: Ella crede che io le debba qualche cosa...
perché sono il suo...
successore?»
«Signore!...»
«Caro marchese, sono ufficiale nei carabinieri, e come tale un po' soldato, e un po' legale; ragioniamo adunque, poiché a bucarsi la pelle c'è sempre tempo.
Se lei è convinto che io le debba una riparazione soltanto perché son venuto dopo di lei, vorrei sapere chi di noi due avrebbe piú diritto di sfidar l'altro? Ella, perché io sono arrivato ultimo, oppure io perché lei mi ha preceduto?»
«Cotesto è invertire singolarmente la quistione.»
«Semplifichi, rettifichi pure; son qui ad ascoltare.»
«Non son venuto a dirle, né ho bisogno di dirle, quali siano le mie opinioni su quella signora; e sembrami che non occorrano tante parole fra due gentiluomini per bucarsi la pelle, come lei dice.»
«Caro marchese, non ha rettificato nulla, e si aggrappa alla provocazione come uno che non abbia migliori ragioni da metter fuori.
Ma io ho piú anni di lei, sono soldato, ho due medaglie, di quelle che danno il diritto di esser sempre calmo, e posso permettermi di credere che occorrano proprio tutte le possibili spiegazioni fra due uomini di cuore, prima di mettere mano ai ferri, soprattutto allorché sono seduti, come noi, dinanzi ad una buona tavola.
Ella viene a sfidarmi per amor proprio, per dispetto, piuttosto che per gelosia; senza pensare che colloca il suo amor proprio prima del mio, che avrei lo stesso diritto.
Le parlo da uomo di cuore e da uomo d'onore - come le propongo di stringere la mano che stendo.
Ora, se coteste ragioni non le bastano, e cerca proprio un pretesto, mi dica che questo bicchier di vino che le offro è cattivo, e io le getto la bottiglia alla testa e mi metto a sua disposizione.»
Alberti alzò lentamente il bicchiere, e bevve.
«Bravo cosí!» esclamò Marteni stringendogli calorosamente la mano.
«Un'ultima parola, colonnello...
Da quanto tempo...
Ella è il mio successore?...»
«Ah! Questo poi....»
«Era per farci su le mie riflessioni» rispose Alberti con un amaro sorriso.
«Senza implicarci menomanente quella signora, in parola d'onore!»
«Le ho detto già troppo, perché ella è molto giovane...
Ma mi lasci il mio segreto...
professionale» finí Marteni ridendo.
«Grazie!» rispose Alberto dopo un po' di esitazione.
XXXIX
Erano trascorsi parecchi anni, ed Alberti aveva ricominciato a far la vita di prima, peggio di prima, abusando di tutto, esagerando il male, che cercava egli medesimo, calunniando il bene che non poteva raggiungere per fiacchezza di carattere, incallendosi in uno scetticismo di parata perché non conosceva altre donne all'infuori di quelle che alimentavano la sua vanità o i suoi piaceri - vanitose e capricciose come lui - e perché non aveva altri amici, all'infuori di quelli coi quali s'era battuto per un'amante o per una partita di giuoco.
Possedeva tutte le disgrazie: l'immaginazione calda, l'indole fiacca, il cuore sensibilissimo, ma non temprato da affetti domestici, ed una certa agiatezza che gli permetteva di vedere la vita da un lato solo.
Cotesta vita era stata occupata soltanto d'ozio, e faticosa di piaceri.
A ventott'anni sentivasi isolato, stanco, senza scopo, senza emozioni che non fossero malsane, senza entusiasmo, senza domani.
Provava momenti di debolezza e di scoraggiamento indicibili; ma si vergognava di confessarli.
Nel baccano di una festa o di un bagordo pensava con abbattimento che il giorno dopo si sarebbe divertito al modo istesso.
Spesso, la notte, ritornando stanco a casa, invidiava il suo cocchiere o il suo cameriere che stavano ad aspettarlo, pur non sapendo farsi idea del come si potesse vivere nella loro condizione.
Del resto faceva la vita che facevano gli altri, beveva, giuocava, schermiva e fumava piú degli altri.
Era un po' pallido la mattina, e avea il polso un po' agitato la sera; nulla di piú.
Di tanto in tanto i ricordi della sua prima giovinezza, che sembravagli tanto lontana, gli alitavano sul cuore, come i soffi della brezza marina in una calda notte d'estate; ei li assaporava tacitamente, coll'occhio socchiuso e il sigaro in bocca, vi lasciava vagare il pensiero e riposare il cuore, e allorché scuotevasi di soprassalto, anche un po' vergognoso, il mondo che piú lo sorprendeva, che sembravagli piú falso, era quello in cui viveva.
In una di coteste situazioni di spirito, Selene gli s'era trovata fra i piedi, o fra le braccia.
Ei le avea proposto di andare a vivere assieme in campagna, come se ella avesse potuto ridargli il vergine trasporto con cui s'era innamorato persin di una ballerina; le propose sul serio una capanna e il suo cuore.
La ragazza, che si rammentava di qual fibra fosse quel cuore, rispose cu-cu! Egli soggiunse che la capanna sarebbe stata tappezzata di seta, e la rapí all'impresario e ad una mezza dozzina d'amanti, ancora vestita da baiadera.
I loro amici dissero ch'erano ubbriachi tutt'e due.
Giunti, mandò un biglietto di condoglianza.
«Mio caro,» gli disse Alberti la prima volta che lo rivide, «se quella ragazza mi piace, perché non dovrei amarla? Credi che valga di piú la tua marchesa sol perché è ricca? Selene non possiede che le sue scarpette di raso, ed ha bisogno di quattrini come una bella damigella ha bisogno di uno sposo, o una bella dama ha bisogno di un amante nulla piú, nulla meno - ella non è né signorina, né marchesa, non è altro che bella, ed è quindi naturalissimo che io gliene dia dei quattrini.»
«Tutto ciò va benissimo; non è di cotesto che intendo parlare.
Fai quel che vuoi, rovinati pure, nessuno troverà a ridire; ma lasciala al suo posto, o piuttosto mettila al posto in cui deve stare.
Compra per lei dei cavalli, dei gioielli, ma non andare a farti ridicolo coll'amore campestre! Che diavolo! sei uomo di spirito.
Cosa vuoi fare colla Selene per tutto il santo giorno, dopo che le avrai detto in tutti i toni che le vuoi bene?»
«La vita che faccio mi stanca...
mi annoia mortalmente...
Voglio cambiare...»
«Povera Selene!» borbottò Giunti.
La povera Selene amava il bel biondino come poteva, quanto poteva; ma era abituata a ridere e a folleggiare, e quell'amante che la teneva a distanza, e che cercava l'x dell'amore, le rendeva l'orizzonte piú uggioso delle grigie nubi d'inverno.
Il marchese Alberti avea perduto il suo vecchio Toni, ed avea per cameriere un giovanotto.
Qualche tempo dopo s'accorse che era anche un bel giovanotto, scoprendo che gli faceva l'onore di essergli rivale fortunato.
Allorché ne ebbe le prove incontestabili, chiamò la Selene e le disse:
«Di' un po', ti piace Cesare? Non starmi ad arrossire, bambina! qui non siamo sul teatro.
È un bell'uomo, me ne sono accorto e non ti do torto, no, in parola d'onore...
fosse biondo come me...
tanto tanto!...
potrei forse avere il diritto d'essere geloso...
Ma che diavolo! avresti dovuto prevenirmi! Potevo correre il rischio di prendere a calci il mio rivale.
Vuoi sposarlo, di'? Non mi far la grulla.
Non sono in collera, ti dico, ma capisci che non posso fare le spese del mio rivale, né lasciarti sulla strada.
Ti do in dote quel che avevo promesso di darti in cambio del tuo amor fido, ma ti condanno a sposarlo e perdonami se mi troverai severo.»
Dopo questa tirata partí per un lungo viaggio, recando seco le sue malsane abitudini, ed i germi funesti di uno scetticismo che, in mezzo a gente la quale si occupava di lui soltanto per vendergli dei piaceri, lontano dai luoghi cari per memorie, non poteva far altro che peggiorare.
Invecchiò precocemente, correndo pel mondo come l'Ebreo Errante, spinto da non so quale inquietudine fatale che l'incalzava sempre dappertutto, non vedendo e non cercando altro dei diversi costumi che il lato peggiore.
Visse tanti lunghissimi anni senza alcun sentimento schietto, senza alcuno degli affetti piú intimi, che si abituò a credere fosse un disgraziato privilegio quel cuore che sentivasi battere in petto alle lontane reminiscenze.
In questo tempo lo zio Forlani era morto, lasciando Adele orfana e sola.
Costei, per accondiscendere all'insistente desiderio del padre, il quale le proponeva di sposar Gemmati, avea detto di sí; ma all'ultimo momento, con la lealtà che formava il fondo del suo carattere, era scesa un bel mattino a trovar Gemmati che passeggiava in giardino, e gli avea detto:
«Amico mio, io ho amato mio cugino Alberto, lo sapete; che cosa pensereste di me se vi sposassi?»
Gemmati tacque un momento.
«L'amate ancora?» le dimandò poi.
«...Sí.»
«Anch'io v'amavo, perché voi siete un angelo!» esclamò tristamente Gemmati; «e rinunziare a voi è dura cosa!...
Ma è necessario, non è vero?»
Ella chinò il capo.
«Come meritate di esser felice! Se quello sciagurato avesse un carattere meno fiacco!...»
Cosí s'erano lasciati, stringendosi la mano, come due cuori onesti e leali che s'intendono in una sola parola.
Egli non le aveva detto quanto gli costasse il sacrificio che dovea fare ed avea accettato un posto di medico a bordo di un bastimento che faceva lunghi viaggi di circumnavigazione.
Il signor Forlani avea lasciato la figliuola ricchissima, e le amiche di lei non si davano pace vedendo che essa, cosí ricca e bella, rifiutava tutti i partiti che facevano la caccia a lei e alla sua dote.
Adele portava il lutto del suo cuore nobilmente e fieramente, senza una debolezza e senza un lamento.
Del cugino, che non si curava menomamente di lei, avea saputo vita e miracoli, ma non avea detto una parola, ed era rimasta pallida e muta.
S'era informata spesso di lui dalle amiche piú discrete, con pudica e delicata riserbatezza, e quando non ne avea avuto piú notizie, s'era chiusa dignitosamente nella sua tristezza, senza farne trapelar nulla al di fuori.
La sua bellezza intanto s'era sviluppata: era un genere di bellezza fantastica, delicata, flessuosa, elegante, alquanto pallida e diafana, con magnifici capelli neri, mani candide su cui il guanto adattavasi con certe pieghe e certo garbo aristocratico, e grand'occhi turchini, un poco incavati, accerchiati da un solco color perla, scintillanti di tal luce che avrebbe potuto dirsi fatale, se giammai fosse stata destinata ad incontrarsi con Alberto.
Ella portava alta la testa leggiadra nei saloni fiorentini, e con un sorriso distratto e uno sguardo profondo che l'avevano fatta soprannominare Elisabetta d'Inghilterra.
XL
Dopo vent'anni che non s'erano piú visti Alberto e sua cugina s'incontrarono a Firenze, spinti dal turbine della fatalità.
Era il primo giorno delle corse.
Le Cascine brulicavano di spettatori; il cielo era azzurro, il sole frastagliavasi fra i rami; i veli, le ciarpe, le piume svolazzavano; il prato stendevasi come un'immensa tavola di bigliardo, screziato dai vivi colori dei fantini che caracollavano; i cavalli nitrivano, si udivano gai accenti in tutti i dialetti d'Italia, si vedevano dei fiori dappertutto, ai cappelli, sui vestiti, nelle carrozze, alle testiere dei cavalli - c'era un profumo di giovinezza, di festa, e di primavera che inebbriava.
Adele era a cavallo presso la calèche di una sua amica di Viareggio, la Rigalli, e rispondeva al saluto delle sue numerose conoscenze inchinando graziosamente il capo; mentre discorreva passava il guanto sulla criniera della sua cavalla; cosí com'era, col suo amazzone nero, e nel suo grazioso atteggiamento, era assai leggiadra; la calèche era ovattata, riboccante di fiori, coi jockey ricamati e incipriati, immobili come statue, i cavalli irrequieti, dall'occhio e dal garretto teso.
Una folla di curiosi s'era fermata vicino a quel bel gruppo.
«Oh, chi vedo!» esclamò tutt'a un tratto la signora Rigalli «non è il marchese Alberti quel laggiú, che ci arriva dall'India a cavallo del suo baio?»
Adele si volse di soprassalto, e divenne bianca come il suo colletto di tela.
Alberti si avanzava al passo.
Il cavallo era impaziente, colle narici rosse, sbuffava, mordeva il freno bianco di schiuma, e lo scuoteva con bruschi movimenti.
Il cavaliere era calmo, serio, freddo, e avea la mano di ferro; volgeva gli occhi sulla folla sbadatamente, col sigaro in bocca, e avea l'occhio smorto, il pallore cadaverico, e l'impassibilità quasi fosca.
Guardava quella festa come un defunto avrebbe potuto guardarla dalla tomba.
Passando vicino alla calèche volse gli occhi a caso, la Rigalli lo chiamò col piú grazioso sorriso, ed ei si trovò a faccia a faccia con Adele.
Una fiamma rapida come un lampo passò per la prima volta dopo tanti anni su quelle pallide guance.
Intanto la Rigalli diceva all'Adele:
«Mi permette che le presenti il marchese Alberti?»
«Vuol presentarmi mio cugino?» rispose Adele, ch'era divenuta calma e sorridente con un supremo sforzo di volontà e stese ad Alberto il pomo del frustino attraverso la calèche, come se gli stendesse la mano.
«È proprio un cugino d'America dunque!»
«Son quelli i benvenuti.
Da dove ci piovete, cugino?»
«Da Calcutta.»
«Son piú di dieci anni che non lo si vede piú! Cosa avete fatto tutto questo tempo?»
«L'ho passato in ferrovia e in vapore, cugina mia.»
«Vi siete divertito?»
«Ma...
assai.»
La calèche si mosse al piccolo trotto; la signora Rigalli si fece promettere una visita dal marchese, e i due cugini si trovarono accanto, in mezzo al gran viale.
«Volete permettermi di accompagnarvi, cugina?» disse Alberto.
«Volentieri.»
Ei voltò le briglie, e si mise al passo, accanto a lei, seguiti dal groom di Adele a distanza.
«Come trovate Firenze?» domandò lei.
«Piú bella che mai.»
«Vi fermerete parecchio?»
«Non lo so io stesso.»
«Raccontatemi qualche cosa dei vostri viaggi.»
«Cosa volete che vi racconti?»
«Ma...
quel che avete visto.»
«Ho visto, su per giú, delle vie Calzaiuoli, degli Arni, e delle colline di San Miniato dappertutto, in grande, in piccolo, e in microscopico; e dei fiorentini gialli, rossi, e neri, che dicono giuraddio un po' diversamente di noi altri.»
«E le donne?» domandò ridendo Adele.
«E le donne...
quali le hanno fatte gli uomini.»
«Non so se devo ringraziarvi del complimento, cugino.»
«Ringraziatemene, cugina, ché me lo merito.»
Adele salutò una bella giovinetta che passava in phaéton al fianco di un signore elegante.
«Conoscete quella signora?» gli domandò.
«No.»
«È Cecilia, la figliuola del conte Armandi, adesso maritata Livoretti.»
Sul viso di Alberto passò una nube rapidissima.
«Sono un uomo dell'altro mondo, cugina mia, abbiate la bontà di mettermi al corrente.
E della contessa cosa mi dite?»
«È sul lago di Como da due anni a piangere la morte del marito.»
«Oh!...
E della principessa Metelliani?»
« È a Roma, presidentessa di non so qual Congregazione di Carità...
Vi sorprende?»
«No.»
Fecero un centinaio di passi senza dir altro.
«Sapete che ci rivediamo in un modo singolare?» disse Alberti tutt'a un tratto.
«Singolare o no, son lieta di vedervi.»
Ei la fissò di un lungo sguardo, e poscia:
«Avete molto spirito!»
Ella chinò lievemente il capo.
«Cugina mia» domandò Alberti all'improvviso «che cosa direste se vi facessi la corte?»
«La direi la cosa piú naturale di questo mondo.»
«Dopo quel ch'è stato fra di noi?»
«Appunto per quello.»
La sua cavalla fece uno sbalzo, e s'inarcò tutta fremente sotto la mano ferma dell'amazzone.
«Siete forte!» le disse Alberto.
«Cora è docile» rispose lei accarezzandola sul collo.
Tacquero.
Andavano al piccolo trotto per uno dei viali al di là del piazzone.
Il sole, che tramontava come un gran disco infuocato, lo inondava per tutta la sua lunghezza di pulviscoli dorati.
Alcune nuvole un po' alte sull'orizzonte disegnavansi come larghi sprazzi di porpora e d'oro.
«Che bel tramonto!» disse Adele per rompere quel silenzio.
Alberto levò il capo, e soggiunse sbadatamente:
«Par d'essere a Belmonte.»
«Avete buona memoria, cugino!» disse Adele con singolare sorriso.
Alberti volle rispondere a quel sorriso.
«È la memoria del cuore, cugina mia.»
«Comincereste a farmi la corte?»
«Non avete detto che sarebbe la cosa piú naturale?»
«Cugino mio, cosa pensereste di me se vi permettessi d farmela?» domandò Adele alla sua volta, seria seria
«Avete ragione» rispose Alberto brevemente.
I viali cominciavano a velarsi d'ombra.
Ella guardò di Sottecchi quell'uomo singolare.
«Siete stata felice qualche volta?» domandò Alberti come rispondendo ad una lunga meditazione.
«...Sí» disse Adele dopo una lieve esitazione.
«Per quanto si può esserlo...
E voi?»
«Io mi son divertito» rispose lui con accento glaciale.
Discorrevano a sbalzi, con lunghe interruzioni, come rispondendo ai pensieri che andavano svolgendosi per la loro singolare situazione.
Il marchese di tanto in tanto gettava un lungo sguardo sulla cugina, che cavalcava calma e sicura.
«Non serbate rancore, cugina?» domandò alfine.
«No.»
«Che peccato!»
«E voi, cugino?»
«Io non credo averne il diritto in nessun caso...
poiché nessuno ha torto a questo mondo!»
«Teoria comoda!»
Ei si rizzò sulle staffe con fredda ed altera serietà:
«Cugina mia, quando m'avete detto che non potevate permettermi di farvi la corte, io vi ho dato ragione!»
C'era tal tranquilla amarezza, tale accento di convinzione nel suo scetticismo, che il seno di Adele gonfiavasi violentemente di tanto in tanto.
Egli respirava con forza, a lunghi intervalli.
Cavalcavano in silenzio e a capo chino.
«Vi ringrazio per quest'ora che non avevo piú provato da vent'anni» disse alfine con voce sorda quell'uomo il quale non si commoveva piú.
Ella alzò il capo sgomenta quasi cercando da dove venisse quella voce che la faceva trasalire.
«Torniamo indietro!» disse brevemente.
Oltrepassarono il groom che s'era fermato anch'esso, e lo lasciarono molto indietro.
Nessuno di loro due osò rompere per qualche tempo il silenzio che seguí.
Il passo dei cavalli era sonoro; la luna incominciava a sorgere e ad insinuarsi fra gli alberi, strisciando sul bianco viale; a poco a poco i cavalli s'erano accostati e andavano fiutandosi.
Alberto prese la mano della cugina, che le cadeva lungo il vestito.
«Lasciatemi...» diss'ella dolcemente.
«Perdonatemi!» rispose Alberto con voce sorda.
«È la vostra ora!»
«Lasciatemi» ripeté Adele con tanta maggior vivacità per quanto sentivasi divenir piú debole.
«Ora è troppo tardi.»
«Vostro marito?»
«Chi?» diss'ella con voce che lo fece trasalire.
«Gemmati!...»
Ella tirò bruscamente le redini, e si rizzò sulla sella, pallida, immobile, con occhi scintillanti.
«Io mi chiamo ancora Adele Forlani!» esclamò con voce estinta, ma colla fronte alta.
Il marchese ammutolí.
«Mi credevate maritata?» riprese ella dopo alcuni istanti.
«E parlavate in tal modo alla moglie del vostro migliore amico!...»
Ei non rispose.
«Come siete divenuto, Alberto!» esclamò essa celandosi il viso fra le mani.
«Vi faccio orrore?»
«No...
mi fate pietà»
Andavano rasentando gli alberi per non starsi vicini.
«Quanto avete dovuto soffrire per essere cosí cambiato!» diss'ella alfine.
«Lo credete?» mormorò Alberti con un strano sorriso.
«Sí! Tutte le sante credenze che c'erano nel vostro cuore non si sbarbicano senza dolore.
Quando mi avete abbandonata per Velleda, quando vi siete invaghito dell'Armandi, quando avete fatto piangere e avete pianto, c'era ancora qualche cosa in voi.
Adesso non ci avete piú nulla.
I vostri occhi asciutti mi fanno paura!»
«E voi?» diss'egli con voce che sembrava uscire di sotterra «credete ancora a qualche cosa?»
«Credo a ciò che fa battere il mio cuore.»
Egli sorrise.
«Ciecamente?»
«Non posso dubitare di quel che sento.»
«Io vi ho ingannata a vent'anni!»
«Io sono stata per morirne.
Come volete che potessi dubitare del sentimento che mi faceva tanto soffrire?»
Alberti non rispose immediatamente.
Poi le piantò gli occhi in viso e domandò:
«Voi siete bella, giovane e ricca; come va che non vi siete maritata?»
«Ho sempre rifiutato.»
«Per chi?»
«Per voi.»
«Mi amavate?»
«Sí.»
«Anche dopo?»
«Sí.»
Ei rimase pensieroso.
«Cugina mia» disse ad un tratto, con tutt'altro accento e con satanica disinvoltura «io non ho piú capelli, né illusioni; ho quarant'anni e trenta mila franchi di debiti.»
Dapprima Adele rimase come fulminata, cogli occhi sbarrati, quasi ad afferrare il senso di quelle parole che non poteva capire.
Tutt'a un tratto si fece rossa come se Alberto l'avesse percossa in viso col frustino.
«Ah!» gridò, «Ah!»
E fuggí di carriera
.
XLI
Dopo alcuni giorni Alberti si presentò all'anticamera di sua cugina, e le fece recapitare il seguente biglietto:
"Ho bisogno di vedervi e di parlarvi.
So di avervi fatto un affronto mortale, e son venuto alla vostra porta affinché possiate farmi scacciare, se volete."
Il domestico ritornò dicendo:
«Passi.»
Egli entrò, un po' turbato, ma con passo fermo.
Adele stava presso il camino, sebbene la primavera fosse di molto inoltrata, coi piedi posati su di uno sgabelletto.
Era un po' pallida anch'essa, e come vide il cugino impallidí maggiormente.
Alberto le strinse la mano e si assise di faccia a lei.
«Adele» le disse con calma «ho quaranta anni, e trenta mila franchi di debiti.
Volete esser mia moglie?»
«No.»
Sul volto di lui passò un fosco sorriso.
«Ma se avessi una figliuola bella, ingenua, pura, con tutti i tesori del cuore e dello spirito, ve la darei in moglie.»
Dapprima ei le lanciò uno sguardo di sorpresa; ma poscia, in un altro tono:
«Disgraziatamente non l'avete!»
«Lasciate quel cattivo sorriso che fa male a voi e a me!...
Perché siete dunque venuto, Alberto?»
Egli esitò alquanto.
«Non lo so» disse alfine.
«È la prima volta che non basto a me stesso.»
Quelle parole sembrarono colpire la donna; gli lanciò uno sguardo rapidissimo, e si fece rossa.
Poscia ripeté dolcemente:
«Se avessi una figliuola ve la darei; ella vi metterebbe in cuore la sua fede, il suo affetto, i suoi santi entusiasmi, vi rinfrancherebbe lo spirito, vi farebbe rinascere.»
«Non esitereste a dare la figliuola vostra...
a me?»
«No.»
«Ora che sono cosí cambiato?» aggiunse con un sorriso ironico.
«Appunto perché siete cosí!»
Ei le fissò gli occhi negli occhi.
«Perché non fate voi codesto?»
«Io non ho piú sedici anni, non ho piú la fede...
e fra di noi c'è un triste passato.»
«Sia!» diss'egli.
E si mise ad attizzare il fuoco.
Rimasero silenziosi lungamente.
Adele stendeva verso la fiamma le sue mani pallide e di tanto in tanto Alberto vi fissava uno sguardo distratto.
«Cugina» disse dopo alcuni minuti «se fossi giovane e bello, e avessi pure i torti che ho verso di voi, mi amereste?»
«Perché mi fate questa domanda, Alberto?» rispose Adele rizzandosi sulla poltrona.
«Per sapere alfine in che stia codesto amore» mormorò lui sordamente.
Adele ricadde all'indietro sulla spalliera della seggiola, e rimase alcun tempo senza aggiunger motto.
«Quanto avete dovuto soffrire!» esclamò poscia.
«Io ho goduto della vita» rispose egli.
Lei gli volse uno sguardo fra attonito e dolente.
Il cugino teneva la fronte fra le mani, parlava con amara e tranquilla convinzione, ma evitava di incontrare gli occhi di lei.
«Ho letto chiaro nella natura umana come in uno specchio: la maggior parte dei nostri dolori ce li fabbrichiamo da per noi: avveleniamo la festa della nostra giovinezza esagerando e complicando i piaceri dell'amore sino a farne risultare dei dolori, e intorbidiamo la serenità della nostra vecchiaia coi fantasmi di un'altra vita che nessuno conosce.
Ecco il risultato della nostra civiltà.
Ho visto dei selvaggi scotennarsi per la donna o per il ventre, ma fra di loro non ci sono né suicidi, né spleen.
Tutta la scienza della vita sta nel semplificare le umane passioni, e nel ridurle alle proporzioni naturali.
- Ho regolato su questa verità la mia condotta...
Ecco come non ho piú sofferto.»
«Oh!» diss'ella con immenso sgomento.
«Oh!»
«Siete stata piú felice di me, cugina?» domandò Alberto con ironico sorriso.
Adele, pallida, come trasognata, gli rivolse un'occhiata paurosa: «No! voi non credete a ciò che dite!»
«È vero!» rispose Alberto con voce sorda, chinando il capo «e per la prima volta!...
Mi avete fatto dubitare anche di cotesto, voi! M'avete fatto un gran male!»
«Ammogliatevi!» gli disse Adele, osando stringere finalmente la mano fredda di lui.
«La famiglia vi salverebbe...
So quel che vuol dire essere soli al mondo! Se potessi, col sacrificio della mia vita, mettervi qualcosa in cuore, vi giuro che lo farei.»
Ei la guardò in modo singolare, a lungo, senza aprir bocca.
«Cugina mia!» disse dopo una lunga esitazione «io non ho quasi conosciuto mio padre; mia madre non ebbe nemmeno il tempo di abbracciarmi prima di morire; una volta fui sorpreso da un marito che avrebbe avuto il diritto e il dovere di uccidermi come un cane...
Sapete cosa mi disse quell'uomo? "che mi risparmiava perché ero figlio della marchesa Alberti!..."»
Adele si celò il viso fra le mani.
«Addio!» diss'egli alfine
«Ve ne andate?»
«Sí.»
«Cosa farete?»
«Quel che ho fatto.»
«Non avete nessuno scopo?»
«Non vi pare uno scopo il viver come meglio si può?»
«Non siete nemmeno ambizioso?»
«Cosa potrebbe ricompensarmi della pena che mi darei per esserlo?»
«Che ci avete dunque dinanzi a voi, nel vostro avvenire?»
«Nulla.»
A quella parola ella trasalí, e si alzò risolutamente.
«Alberto se acconsentissi ad esser vostra moglie, credereste che vi amo davvero?»
Ei rimase stupefatto.
«Se ci credete» ripigliò Adele stendendogli la mano.
«Stringetela son vostra.»
XLII
Il matrimonio fu celebrato in ottobre.
Alberti si prestò a quelle pratiche che esigevano gli usi e le convenienze con perfetta compiacenza.
In questa occasione molti suoi conoscenti, che non sapevano piú nulla di lui, lo rividero.
Ei piegava il capo con una tinta di galanteria a tutto quello che Adele trovava necessario, o semplicemente conveniente - fossero anche stati dei pregiudizi - la schiettezza delle convinzioni di lei glieli rendevano rispettabili, ci credesse o no.
Adele, al contrario, mettevaci il giulivo entusiasmo di chi è felice - un tal riverbero del suo affetto vergine e schietto; amava il cugino francamente, senza reticenze, senza dubbi, a cuore aperto, abbandonandogli con spensierata generosità tutti i tesori che per lui avea accumulato in segreto nel suo cuore.
Alberto fece tutto quello che fanno gli altri, colla massima semplicità, senza esitazione.
Andò in chiesa, serio e rispettoso, almeno al vedere, e allorché Adele gli mise la mano nella sua, e udí che si univa a lui per sempre con un fil di voce, e la vide dolcemente commossa, anche quell'uomo si turbò alquanto, e con lieve tremito strinse nella sua la mano che tremava.
Dopo la cerimonia religiosa partirono per Belmonte.
Il marchese avea preso un coupé riservato sino a Pistoia, e allorché furono in vagone, e Adele si fu assisa, chiuse i vetri della parte dov'era lei, tirò le tendine, le mise il plaid sotto i piedi, le rese con delicatezza paterna tutte quelle piccole cure, poi le si assise di faccia, le prese le mani, e le disse dolcemente, sorridendo con certa solennità:
«Vi saluto, marchesa Alberti.»
Era commossa anche lei, ed un po' turbata, guardava fuori lo sportello pudibonda del suo imbarazzo, e si lasciava stringere le mani con un abbandono affettuoso.
Aveva un bel vestito grigio, un cappellino di paglia, dei lunghi guanti di Svezia, ed il suo viso delicato sembrava piú pallido attraverso il velo azzurro.
Pareva che Alberto non potesse saziarsi di contemplare quella donna leggiadra che ormai gli apparteneva - ella, senza vederlo, sentiva quello sguardo, e ne era tutta penetrata.
Ad un certo punto, sempre col viso allo sportello, posò una mano su quelle di lui.
«Non vi faccio paura?» le chiese Alberto dolcemente.
Ella raccolse le sue vesti, andò a sedere a fianco di lui, e senza rispondergli direttamente si misero a discorrere di mille argomenti comuni, di ricordi, che per loro avevano significati reconditi, e racchiudevano non so quali misteriose attrattive.
Ei parlava poco, e l'ascoltava intento, con una certa avidità, come se stesse analizzando minutamente, con affetto gli avvolgimenti di quelle trecce, l'alitare di quel velo, le balze di quel vestito, le trine di quei polsini, i rossori improvvisi e irragionevoli che salivano al viso di lei, e che egli sentivasi dolcemente scorrere nelle vene.
Ad un tratto:
«Vorrei tornare ai miei vent'anni!» disse collo sguardo fiso nel vuoto.
La locomotiva fermavasi sbuffante.
«Diggià!» esclamò lei.
«No, siamo a Prato.»
«Oh!...
lasciami vedere!»
E si misero l'uno accanto all'altro presso lo sportello a guardar la campagna - ei con un sentimento che non avea provato da lungo tempo.
Tutto ciò che vedevasi era verde ed azzurro.
Adele, colle mani appoggiate alla manopola, gli diceva sommessamente qualche parola insignificante, come se stesse a parlargli di un gran segreto.
Il nastro del suo cappellino svolazzava di tanto in tanto sul viso ad Alberto.
Sembrava che i polmoni di lui si dilatassero avidamente, onde abbeverarsi di tutte quelle vergini sensazioni che gli erano quasi sconosciute.
«Non vi faccio paura...
proprio?» domandò quasi timidamente e a voce bassa.
Adele cercò di nascosto la mano di lui, e la strinse a lungo, mentre il conduttore verificava i biglietti.
Anche quel non so che di furtivo che vi era in tanta schiettezza faceva una potente impressione su di Alberto.
Ei le prese le mani, serio serio, e guardandola negli occhi:
«Adele mia, quel prete m'ha stregato.»
Adele s'era fatta seria anch'essa.
«Stregato o no, son contento, e non saprei spiegarti il sentimento che mi lega a te.
Non è solo amore il mio: sembrami che tu faccia parte di me, della mia casa, del mio nome.
Tu sei la continuazione di mia madre, e mi è dolce chiamarti col suo nome.
Ho amato in tutti i modi, ma non ho provato mai nulla di ciò che provo adesso.
Sembrami che noi ci apparteniamo per qualche cosa che è in noi e al di fuori di noi - il mondo, la legge, gli uomini, Dio, che so?...
Se mai avessi a dubitare di quel che sento adesso, vorrei morire.»
A poco a poco le era caduto ai piedi, e parlava con tale accento di calma e salda convinzione, che le lagrime spuntarono nell'orbita di Adele.
Ella piegossi dolcemente verso di lui, gli cinse il collo delle sue braccia, e reclinò mollemente il capo sul capo di Alberto.
XLIII
I due sposi andarono a nascondere la loro felicità a Belmonte - quella di lui però era un po' chiusa, esistante, ombrosa, e avea sempre una tinta di melanconia; quella di Adele era franca ed espansiva.
Alberto non avea piú rivisto quei luoghi da oltre vent'anni, e ciascun ricordo, ciascuna novella impressione che passava su quell'anima esulcerata, malgrado il grande imperio ch'egli aveva su se stesso, lo faceva trasalire; Adele se ne avvedeva, e si sentiva piú strettamente, piú intimamente legata a lui appunto per tutto quel bene ch'essa facevagli.
Erano sempre insieme, in carrozza, a cavallo, o a passeggiare pei dintorni.
Alberti, quell'uomo tormentato dalla febbre del movimento, perseguitato dalla noia dappertutto, aveva passato delle lunghe ore deliziose, guardando accanto a lei la pioggia che sgocciolava sui vetri, o la fiamma che crepitava nel camino.
Ogni piccola cosa avea una fisonomia nuova, serena, festosa.
Le occupazioni piú comuni avevano un'attrattiva delicata.
Egli era andato con lei a rintracciare a passo a passo i luoghi che racchiudevano i ricordi della loro prima giovinezza: quel banco dove avevano provato il primo imbarazzo stando seduti accanto, quella ringhiera appoggiati alla quale avevano litigato e avevano fatto pace per la prima volta, quell'albero dal quale egli aveva còlto i primi fiori per lei e dicevano: "Ti rammenti?".
A volte questi ti rammenti racchiudevano un dolce rimprovero che adesso lo penetrava sino all'intimo e gli era caro.
Li cercava anzi quasi a far risaltare colle ombre il raggio festoso che splendeva su di loro adesso.
Ridevano e si abbracciavano.
Se qualche cosa avea cambiato aspetto, se un albero era caduto, se il banco era Zoppicante, se il giardiniere avea disposto altrimenti l'aiuola, erano delle vere perdite, e dicevano: - Era piú bello allora, n'è vero?
Con una nobile franchezza, e come se il fallo non valesse il pentimento, Alberto aveva mostrato all'Adele quel viale dove avea parlato l'ultima volta con Velleda, e le avea messo la mano nella mano e gli occhi negli occhi.
Adele avea chinato il capo cercando di riderne, impallidendo, arrossendo, e non gli avea detto quante volte si fosse fermata piangendo in quel medesimo viale.
«Come tutto ciò è lontano!» diceva Alberto.
Ella, dopo lunghe esitazioni, gli avea fatto vedere tutti i ricordi che avea conservato di lui religiosamente: il bottone del guanto che gli avea rimesso la sera ch'erano andati a villa Armandi, il fiore disseccato ch'ei avea lasciato cadersi dall'occhiello, la corteccia d'albero ch'egli avea staccato col temperino, il foglio spiegazzato su cui s'erano divertiti a schizzare degli sgorbi e delle caricature, seduti al medesimo tavolino, sotto la medesima lucerna, mentre la pioggia scrosciava allegramente sui vetri.
Egli, che avea buttato dalla finestra al vento di cento città, o sulla cenere di cento caminetti, le lettere d'eterno amore di donne che aveano messo in giuoco la loro vita e quella di lui per un capriccio, non arrivava a comprendere del tutto la tenacità di quel sentimento che rendeva preziosi quegli oggetti insignificanti.
- Tra di loro due che s'amavano tanto, ch'erano cosí intimamente legati, c'era sempre un abisso che egli non osava confessare a sé stesso, e che ella non voleva vedere, e per non vederlo chiudeva gli occhi.
L'ottica delle loro idee era immensamente diversa: il cuore della donna, giovane, fresco, ricco, era lieto d'amare, s'attaccava alla felicità, ci credeva senza esitazioni, ci si abbandonava con fiducia.
Alberto non possedeva piú né cotesta fede, né cotesto entusiasmo, né cotesta serenità; la vita che avea menato avea alterato profondamente il suo modo di vedere e di giudicare; avea osservato e studiato le passioni in sé e negli altri, ma non le avea mai combattute, e, disgraziatamente per lui, non le avea visto combattere.
Il sentimento del giusto e del dovere restava quindi per lui una formula astratta, poco meno di un'illusione.
In tali disposizioni d'animo, e alla sua età, l'amore era perciò una debolezza - e l'amore istesso rendeva il suo scetticismo un'infermità piuttosto che una corazza.
Sentiva rigermogliare dentro di sé quei sentimenti sui quali avea messo i piedi, ma che nondimeno avevano turbata la serenità epicurea dei suoi piaceri, ora che li trovava freschi e rigogliosi nella donna a cui sentiva il bisogno di identificarsi.
Però al vedere cotesti sentimenti cosí diversi in sé e in lei nello sviluppo e negli effetti, in sentirli agitarsi penosamente nel suo animo, piuttosto che rinvigorirsi, ne provava un grande sconforto, un dubbio piú amaro.
La fede d'Adele - quella che per lui era la cecità - rivelavasi cosí salda ed intera, che trovavasi costretto ad ammirarla, ad invidiarla quasi, senza poterla dividere.
Istintivamente sentivasi inferiore a lei di tutta quella triste scienza del mondo e del male, che aveva acquistato.
Fosse pudore, timidezza, o alterigia, c'era sempre in lui qualcosa di chiuso, anche nei momenti in cui abbandonava il capo sui ginocchi di lei come un fanciullo.
Adesso, al contrario, possedeva l'ingenua curiosità di chi non ha nulla da nascondere, e gli faceva delle domande cui egli rispondeva evasivamente, sorridendole come ad una bambina, o abbuiandosi alquanto.
Quella serenità un po' nebbiosa, quella specie di mistero che intravedevasi in fondo ai sentimenti piú espansivi di lui era un'altra attrattiva per l'innocenza di Adele - pericolosa attrattiva.
Ella indovinava nell'uomo amato delle ferite che era lieta di sanare, delle ritrose debolezze che lusingavano gli istinti materni e protettori della donna; l'altera riserbatezza con cui il marito celavale agli occhi di lei, davagli un carattere di dignità e di forza, un che di superiore a mo' di Lucifero.
Cento curiose domande, che le erano venute sulle labbra, erano spirate dinanzi al sorriso calmo, velato e impenetrabile di quell'uomo.
«Che cosa vuoi saperne tu, bambina mia?» le diceva egli.
Ed ella che avea la pretesa di non essere piú una bambina, gli faceva il broncio proprio da bimba.
Anche Alberto aveva le sue curiosità - curiosità malsane curiosità avide, interessate, vitali, adesso che Adele era tutta per lui: sentiva il bisogno di apprendere come si sviluppassero le passioni in mezzo a tanto candore, qual forma assumessero, e quanta importanza ci avessero.
«E tu» le aveva domandato sorridendo a fior di labbra «non hai amato altri?»
Ella, che gli teneva ancora il broncio, rispose col dispettuccio dei sedici anni.
«Sí, ho amato Gemmati.»
«Proprio?» domandò Alberto ridendo.
Erano appoggiati a quella tale balaustrata, un dolce e tiepido giorno di novembre.
Le foglie ingiallite si correvano dietro pei viali, il torrente rigonfio s'era fatto brontolone, e le nuvolette facevano capolino sulle cime degli Appennini, proprio come allora.
Ella gli cinse il collo col braccio, e rispose:
«No, gli ho voluto bene soltanto.»
«Cosa vuol dire voler bene soltanto?»
«Vuol dire stare a discorrere volentieri con quel tale di ciò che piú ci preme o ci addolora, e trovare un gran sollievo nel sentirsi stringere la mano quando si ha il cuor grosso.»
«La sa, signora mia, che cotesto io lo chiamo amore bell'e buono?»
«Davvero?...
o come va dunque che pensassi in quel momento ad un altro...
ch'era anche un gran cattivaccio?...».
Ei se la strinse al seno, forte forte.
- Adele si era fatta dolcemente melanconica.
«Quante volte siamo stati qui, come adesso! Che brutti giorni!...
Cos'hai?»
«Nulla.»
«Se sapessi che nobile cuore! e com'è degno della tua amicizia Gemmati! Quando gli dissi che t'amavo sempre...
e che a sposarci bisognava non pensarci piú, non esitò, non fece un'osservazione, non disse una parola; chinò il capo, e allorché partí avea le lagrime agli occhi senza che se ne avvedesse.
Io pure che avevo tanto sofferto, e che sentivo come egli dovesse soffrire, avevo gli occhi umidi...
Ma che hai, ti dico?...
Hai torto, vedi!»
«Lo so.
Ma non me ne parlare mai piú, Adele!»
Ella chinò il capo, si fece rossa, e poi sorridendogli fra maliziosa e giuliva:
«Preferiresti che facessi come te?»
«Come faccio io?»
«Ma...
Io non ho nulla a nasconderti...
Invece se tu mi narrassi la metà di quello che non mi vuoi dire!...»
«Non è la stessa cosa, Adele mia» disse Alberto secco secco.
XLIV
Alberti sarebbe volentieri rimasto a Belmonte tutto l'inverno, ed anche tutto l'anno, Quella vita calma e serena, circoscritta in un orizzonte limitato, confacevasi alla stanchezza dell'animo suo, e al bisogno che provava di rinascere in quell'amore cosí nuovo, senza che altre immagini del passato potessero venire a turbare il suo pensiero ed a mettere in pericolo quell'intimità che gli faceva tanto bene.
Ma Adele temeva di stancare l'ombrosa e mobilissima fantasia del marito mostrandosi a lui sempre dentro la stessa cornice, e sotto il medesimo aspetto.
- Nel piú puro amor di donna, e forse anche in quello dell'uomo, c'è sempre un po' di civetteria.
- La moglie voleva legare a sé piú strettamente, indissolubilmente il marito, giovandosi di tutti i vantaggi che il mondo dà ad una bella donna, facendoglisi vedere piú ricercata, se non piú bella.
Alla donna sorrideva forse il pensiero di mettere ai piedi dell'uomo amato la sua eleganza di gran signora, ed anche, perché no? i suoi trionfi di mondana.
Alberti, temendo di mostrarsi egoista non fece alcuna osservazione, e ad inverno già inoltrato tornarono a Firenze.
La marchesa Alberti era leggiadra, la sua felicità irradiava come un'aureola seduttrice su di lei.
Ella prese con perfetta disinvoltura il primo posto nei saloni fiorentini.
Alberti era stato un uomo elegante, adesso era un marito perfetto.
Accompagnava qualche volta la moglie nelle prime visite, tanto da non dar nell'occhio, e dal canto suo ricominciò a fare press'a poco la vita che facevano tutti i suoi amici.
Si faceva vedere un momento nei saloni che frequentava la moglie, o andava a trovarla nel suo palco per presentarle qualche amico.
Sua moglie era sempre assediata da una folla di cortigiani - egli avrebbe trovato assai strano che fosse stato altrimenti, poiché cosí facevano tutti, cosí aveva fatto egli stesso - ma intanto ne soffriva segretamente, e doveva fare sforzi penosi per dissimulare le unghie d'acciaio che gli laceravano il cuore e gli facevano balenare in viso la collera, o sulle labbra il sarcasmo.
Piuttosto che tradirsi si sarebbe ucciso; ma senza essere precisamente geloso, senza aver perduto una briciola della illimitata fiducia che riponeva nella moglie, provava un gran dispetto vedendola corteggiata.
Sapeva che corteggiare vuol dire insidiare, eppure sarebbe stato quasi ridicolo che sua moglie non lo fosse, ed egli era costretto a stringer la mano a quei suoi buoni amici che cercavano di rubargli il suo tesoro, e soffriva tutte le punizioni di quella logica mondana in nome della quale aveva fatto soffrire egli pure.
Ne soffriva piú degli altri perché era piú orgoglioso e piú corrotto, piú diffidente e piú innamorato.
Marito e moglie non erano piú sempre insieme come a Belmonte.
Avevano adesso cento occupazioni diverse che li allontanavano inesorabilmente per delle ore parecchie, e subivano senza avvedersene la tirannia della società in cui vivevano.
Adele, che amava sempre a cuore aperto, era felicissima di deporre ai piedi di quel sarcastico ed altero signor marito le corone che riportava la sua vanità di donna, e vedendolo sorridere non sospettava nemmeno quanto egli soffrisse senza che un sol muscolo della sua fisonomia si contraesse; lo vedeva sempre gentile ed amoroso; lo vedeva disinvolto e di buon umore fra i suoi amici; lo vedeva elegante, corteggiato ed invidiato; non scorgeva una nube sulla sua fronte, e lo credeva felice.
Essi s'incontravano sovente all'ora della colazione, e quasi sempre a pranzo.
Dinanzi ai domestici si trattavano col calma ed affettuosa dimestichezza; l'etichetta coniugale non costava loro il menomo sacrificio, perché entrambi erano perfettamente ben educati.
A volte stavano a discorrere prendendo il caffè sino all'ora che la moglie andava ad abbigliarsi per la sera ed il marito andava a fumare il suo sigaro al Circolo.
Egli l'accompagnava sino alla soglia delle sue stanze, e si lasciavano con una stretta di mano.
Spesso la sera accadeva ad Alberto di aspettare.
Adele seduto accanto al fuoco col capo fra le mani.
Lo specchio del camino non diceva a lei quali nubi fossero passate su quella fronte.
Udendo il fruscio della sua veste e vedendola entrare bella e radiosa, facevasi trovare sorridente egli pure, si alzava e andava a toccare le mani e le labbra che ella gli porgeva.
Allora sedevano accanto al fuoco narrandosi i casi insignificanti del dí, e le storielle piccanti o ridicole della sera.
Alcune volte il marito gettava uno sguardo distratto o imbarazzato sulle sue belle spalle nude che arrossivano, ed ella chinava gli occhi senza vedere che anche lui li teneva fitti sul tappeto - e non sereni come i suoi.
«Come sei bella!» le diceva talvolta Alberto con una certa risolutezza.
Ella sorrideva.
«Quanti te l'avranno detto stasera!»
Ella faceva una graziosa spallata.
«Vorrei essere giovane e bello come te!...» soggiungeva Alberto con un sorriso dl cui stentava a dissimulare la tristezza.
«Perché?» domandava Adele un po' inquieta.
Egli tardava a rispondere.
«Vuoi che ritorniamo a Belmonte?»
«Sei felice almeno, Adele mia?»
«Tanto!» e lo abbracciava per dirgli che lo era per lui.
«E tu?»
«Io...
sí! sí!»
Alcune volte Alberti era piú triste del solito, però senza motivo.
Saettava alla sfuggita sulla moglie, quasi inavvedutamente, uno sguardo scrutatore; impallidiva o arrossiva senza vederlo se per caso Adele sembrava piú melanconica, o piú allegra, o piú pensosa del consueto.
Non osava rivolgerle la piú lontana domanda; indispettivasi contro sé stesso, e le chiedeva tacitamente perdono di non so quali sospetti baciandola con effusione.
Pensava spesso a Belmonte con melanconica dolcezza, e si rimproverava il suo egoismo.
Il suo triste passato gli si rizzava dinanzi come il fantasma della pena del taglione.
XLV
La contessa Armandi era ritornata a Firenze sin dal principio dell'inverno, e per consiglio dei medici, per obbligo di condizione, per svago, per far piacere alla figliuola, avea dovuto ricominciar a veder gente, e a farsi vedere.
Cosí non tardò molto ad incontrare Alberti.
La contessa era sempre una donna di spirito, e non avea pensato a rimettere al pari dei denti, gli artigli che le erano cascati.
Ella abbracciò Adele come la sua migliore amica, vide Alberti come se si fossero lasciati il giorno innanzi - e gli disse anche:
«Ci vuole un bel coraggio per dirle che son proprio l'Armandi di vent'anni fa, non è vero? Gli amici che invecchiano lontano non dovrebbero rivedersi giammai.
Anche lei è cambiato, sa?»
«E tu hai amato quella donna.» gli disse Adele fra motteggevole ed imbronciata, allorché furono a casa, ritti dinanzi allo specchio del camino - ei ci si era guardato a lungo per la prima volta.
Ci aveva pensato anche lui, ed era un po' lunatico quella sera; Adele aveva tentato dissipar la tenne nube.
Egli sorrise dolcemente, ancora pensoso e le disse:
«Chissà se fra qualche anno non penserai la stessa cosa di me?»
«Cattivo! oh, cattivo!» esclamò con impeto la moglie buttandoglisi al collo.
Quelle due parole dell'Armandi avevano però gettato un gran turbamento nel cuore di Alberto.
Tutte le follíe del passato gli sfilavano dinanzi, ironiche, motteggiatrici, assurde, ridicole; prendevano la fisonomia di quella amante, già appassita, e coi capelli grigi; ei fu costretto a domandarsi quali sarebbero stati adesso i suoi sentimenti se l'Armandi, invece di lasciarlo come un guanto rotto in un viale del Valentino, avesse sempre continuato ad amarlo; se la gratitudine, il dovere, l'onore, lo legassero ancora a quella donna! Tutto quello che aveva sentito per lei se ne sarebbe dunque andato con gli anni e colla bellezza, poiché non sarebbe rimasto altro legame che il dovere, o peggio l'abitudine.
Allora avea gettato gli occhi sullo specchio, e il suo pensiero era corso di lancio ad Adele.
Anch'egli era cambiato, molto cambiato! Quel dubbio, quella timidità quell'inquietudine che agitavasi confusamente in lui da un pezzo, l'Armandi l'avea formulato nettamente colle sue parole e coi suoi capelli grigi; si sentiva piú cambiato dentro di sé che all'esteriore; la stanchezza fisica influiva sulla prostrazione morale; tutti i suoi sentimenti avevano alcun che di fiacco, d'incerto, di sfiduciato, all'infuori di quel solo che qualche volta era un tormento - e Adele era ancora piena di giovinezza e di beltà! - Il suo fatale spirito d'analisti lo spingeva a tristi deduzioni; sembravagli che il nuovo sentimento il quale riempiva tutto il suo cuore fosse un effetto di quella medesima stanchezza fisica e morale, fosse quel bisogno di ritemprarsi che c'è nell'umana natura.
Il suo amore era dunque l'egoismo del cuore, che invecchiando s'attacca a qualche cosa! Ma Adele che era giovane e ricca d'affetto?...
tutto quello che aveva attratto o suscitato gli ardori della giovinezza di lui non doveva attrarre o suscitare adesso quelli di lei, sedurla, farle comprendere a qual uomo avesse ella legato la sua giovinezza? Avrebbe rinunziato a lei piuttosto che sapersela legata da un sentimento qualsiasi che non fosse stato puro amore.
Il suo affetto per la moglie diveniva piú intenso, meno espansivo, assai piú timido e ombroso.
Adele si avvedeva qualche volta di ciò che passava pel capo del marito come una nube tempestosa.
Indovinava il turbamento che sconvolgeva di tratto in tratto quell'anima, e non sapeva a che attribuirlo.
Anch'essa divenne inquieta, timorosa e alquanto schiva alle volte.
Temeva che gli spiriti irrequieti del marito si risvegliassero, e che egli stesso, combattendosi per debito d'onest'uomo, non potesse fare a meno di rimpiangere segretamente la libertà perduta, e la vita avventurosa di una volta.
Anch'ella perciò era divenuta un po' melanconica, e qualche volta anche dispettosa.
Avrebbe voluto mettere la sordina alle memorie che turbavano la mente del marito, come poteva mettergli le mani sugli occhi se voleva, per impedirgli di vedere le belle donne delle quali era gelosa - e poi per una tal superbietta di donna, ed anche per ambizioncella di moglie, avrebbe voluto scaricare su qualcuno, un caro qualcuno di là da venire, la responsabilità di quella missione.
«Se avessimo un bimbo!» gli diceva sottovoce, e celandogli in seno il viso infuocato.
Ei chinava il capo e stava zitto; una volta rispose con quel sorriso tutto suo:
«Hai voluto tentare il cielo, lo vedi, Adele mia!»
In quel tempo Gemmati era ritornato a Firenze da un lungo viaggio scientifico, e Adele avea dato scherzando al marito quella notizia raccolta nelle conversazioni dove si facevano le lodi del giovane scienziato.
«Bisogna scappar via da Firenze adesso?» domandò ridendo.
«Bisogna invitarlo a pranzo domani, e farmi perdonare i torti che ho verso di lui.»
Gemmati avea perdonato quei torti, noti oppur no, con una di quelle strette di mano che armonizzavano col suo viso aperto e leale.
Avea riveduto Adele senza finta semplicità, senza riserbatezza affettata.
Dopo la prima stretta di mano, tutti tre sentirono che non avevano piú nulla a nascondersi, nulla a rimproverarsi, e respirarono liberamente.
«Sai che sono stato geloso di te!» gli disse Alberto allorché furono soli un momento.
«Non sarebbe stata la prima volta» rispose Gemmati ridendo.
«Ti rammenti della figliuola del barbiere a Prato? e adesso, alla fine dei conti, mi tocca d'esser geloso io di te! Sei felice?» aggiunse vedendo rientrare la marchesa.
«Sí» rispose Alberto con una certa vivacità.
Gemmati avea mille cose da raccontare dei suoi viaggi, e il suo dire era pieno di brio e d'interesse.
La sera trascorse come un lampo, in una dolce e tranquilla intimità, e fece venire nel discorso il ricordo delle piú belle sere di Belmonte.
Gemmati s'era fatto un bell'uomo, dai lineamenti energici e virili; sembrava avesse acquistato in una vita attiva ed operosa tutto quello che Alberti aveva sciupato nella sua molle e tempestosa.
Il marchese l'avea forse contemplato con cotesto sentimento, mentre Gemmati discorreva con sua moglie, e quando se ne fu andato, Adele disse:
«È sempre giovane, n'è vero, Alberto?»
La salute della marchesa Alberti era sempre delicata, in estate i medici le prescrivevano di fuggire Firenze.
Ella soleva andare a Montecatini, a Viareggio, o a Livorno.
Quell'anno fu scelto Livorno.
«Vieni anche tu?» aveva domandato Alberto a Gemmati.
«Non posso.
Ho speso tutto il mio poco avere nei viaggi, e adesso bisogna che metta giudizio.
Comincio a farmi una discreta clientela.
Sai come siamo noi altri medici, specialmente in principio di carriera? Non potrei lasciar Firenze per una settimana, senza mandare a monte quel che ho fatto sinora.»
Livorno quell'anno era una stazione alla moda.
Gli alberghi e le ville rigurgitavano di forestieri.
Giammai l'Ardenza e i Cavalleggeri erano stati piú affollati di equipaggi eleganti.
Il giorno stesso che la marchesa Alberti prendeva stanza nell'appartamento fissato preventivamente per telegrafo all'albergo della Gran Brettagna, giungeva da Berna nell'albergo istesso una di quelle coppie di zingari del gran mondo che scorazzavano per tutte le stazioni d'Europa segnate dalla moda - il principe e la principessa Metelliani.
La principessa era abituata ad arrivar da per tutto come una regina, ed a stendere senza contrasto il suo ventaglio come uno scettro.
Ella fu dunque ferita nel piú vivo dell'amor proprio incontrando a Livorno una rivale preferita, incensata, corteggiata piú di lei, e che per giunta non sembrava curarsi del suo trionfo, o godevaselo disinvoltamente, come cosa dovutale naturalmente - e chi poi? quella medesima donnina che ella aveva sempre eclissato col solo riflesso dei suoi biondi capelli! - quella figurina pallida, magra, tutta occhi, la quale non aveva cotesti occhi che per suo marito, e che tutti quegli imbecilli dell'Ardenza e dei Cavalleggieri adoravano da lontano come tanti Don Chisciotti.
- Quel cencio stesso di marito glielo aveva lasciato lei, quando non avea saputo piú che farsene.
Se non si fosse trattato che di lui, ella avrebbe continuato ad essere la migliore amica di Adele, e del resto - a parte il principe, che nell'esistenza di Velleda non avea giammai contato altro che come principe - l'antico suo amante era davvero divenuto un cencio d'uomo.
Ma adesso gliene voleva anche perché quel tal marito cencio o no, che essa le aveva regalato, il quale l'avea tanto amata, lei, la bella Manfredini! che anch'essa avea forse amato - forse - si fosse consolato proprio con quella Adele! si fosse consolato talmente da non caderle ai piedi la prima volta che l'avea riveduta da Pancaldi! - lei, la superba beltà che portava una corona di principessa! Se Adele le avesse rubato quella corona, non le avrebbe fatto maggior dispetto.
L'indispettiva anche l'indifferenza serena di quella rivale innamorata soltanto del marito - fierezza, noncuranza, civetteria che fossero, irritavano, ferivano, umiliavano il suo orgoglio, la sua vanità, la sua civetteria.
Se ci avesse pensato, avrebbe voluto colpire quella rivale nel solo lato che mostrava vulnerabile, in quel tal cencio di marito che ella - la vinta d'oggi - le avea buttato fra i piedi come una limosina.
Del resto coteste due rivali appartenevano alla medesima società, erano state amiche, sapevano vivere abbastanza per non dar spettacolo dei loro intimi sentimenti ai curiosi, agli invidiosi, alla folla, e per stringersi la mano, sin dalla prima volta, col piú grazioso sorriso.
Velleda e Alberto s'incontrarono, si salutarono, si rivolsero la parola al modo stesso, colla medesima disinvoltura.
Ella disse che avevano finito come avevano incominciato - e realmente non era malcontenta che avessero finito a quel modo.
Le due amiche e rivali dimoravano nello stesso albergo, al medesimo piano, uscio contro uscio, si vedevano sovente, s'incontravano tutti i giorni alla medesima passeggiata e agli stessi ritrovi.
Una sera che da Pancaldi s'era organizzata in parecchi una gran cena, alla quale Adele aveva brillato piú del solito, e la principessa era stata piú del solito uggita, mentre l'allegra comitiva usciva in massa a fare una passeggiata al chiaro di luna, Velleda, senza saper come, s'era trovata l'ultima e vicina ad Alberti.
Essa gli rivolse un'occhiata singolare, e quindi gli disse mettendoglisi risolutamente al lato:
«Alla fin fine...
davvero...
perché non mi dareste il braccio?»
E avevano incominciato a discorrere di questo o di quello; poi nel separarsi gli avea detto con quel medesimo tono:
«Vedete che noi si sta meglio in questo modo...
che in quell'altro.»
E da quel giorno s'era messa a far la corte ad Alberto.
Alberto se n'era avvisto, e ne provava una segreta soddisfazione, un po' per istinto di vecchio leone che vuol provare ancora le zanne, ma principalmente per uno strano sentimento che riferivasi a sua moglie.
Era geloso senza osare di confessarlo all'Adele e a sé stesso, e provava una singolare civetteria mascolina a far intravvedere alla moglie, e a provar a sé medesimo, che egli era sempre preferito a tutti quei ganimedi che gli davano uggia.
Non gli dispiaceva anche che sua moglie temesse un pochino per lui, giacché egli temeva per lei, e voleva metterle ai piedi anche lui qualcosa, una di quelle preferenze che lusingano tanto l'amor proprio di una donna.
Adele avea cominciato ad accorgersi anch'essa del tiro che intendeva giocarle la Metelliani; ma rifuggiva dai lamenti, dalle osservazioni, dalle scene, per alterezza naturale, o per timore di quel marito che le imponeva soggezione, e s'era chiusa nella sua dignità di moglie con tal dispettuccio che sembrava disinvoltura.
Intanto le cose andavano perché la Metelliani le spingeva, perché Alberto, senza dare positivamente una mano, chiudeva gli occhi e lasciava andare - e lasciava andare anche per un falso timore di sembrare ridicolo se avesse fatto il puritano - e andavano infine perché Adele non faceva nulla perché non andassero.
Un giorno Alberti, arrivando un po' tardi allo stabilimento dei bagni, incontrò la principessa.
«Vostra moglie è lí» gli disse lei con una lieve tinta di motteggio, indicando sul mare una barchetta carica di ombrellini di paglia e di veli svolazzanti.
«Volete che andiamo a raggiungerla?»
Il marchese rispose qualche parola a caso, e le sedette accanto.
Dopo alcuni momenti le domandò perché non fosse andata anche lei.
«Potrei dirvi perché vi aspettavo, ma non voglio lusingarvi.
Ho corso tanto sui piroscafi, che il mare mi fa uggia persin dalla barchetta.
Anche voi avete molto viaggiato, so.»
E si misero a parlar di viaggi.
«Chi ce l'avrebbe detto che dovevamo correr tanto per riunirci...
da Pancaldi!» diss'ella ridendo.
Gli aveva detto codesto in un certo modo, e con tale accento da ricordargli perfettamente il punto dal quale erano pur partiti per correre - e gliel'aveva fatto rivedere in cosifatta maniera, che Alberto era rimasto taciturno.
«Non promettevate di riescir cosí buon marito, davvero!» gli disse poco dopo con uno sbalzo capriccioso del pensiero.
Alberto rispose al complimento ironico con un ironico chinar di capo.
«Schiettamente...
senz'ombra di lusinga...
se avessi potuto prevederlo...
non mi chiamerei forse Metelliani.»
«Vedete che qualche volta torna meglio non prevedere!»
«Marchesa Alberti è un bel nome anch'esso.
E poi tutti vi chiamano il marito modello.
Non ve l'abbiate a male: è una bellissima cosa essere innamorato della propria moglie..
È vero che siete innamorato di vostra moglie? Sapete che avrei quasi il diritto di essere gelosa io? Vediamo, Alberto, cosa direste se fossi gelosa di vostra moglie?»
Alberto si dibatteva ancora contro il fascino di lei.
«Vi direi che avete torto» rispose freddamente e alteramente.
Ella si levò da sedere.
«Francamente, se non fossi quella che sono vorrei essere...
M'accompagnate sino alla mia carrozza?»
Alberti s'inchinò, le porse il braccio, e s'avviarono.
Dopo alcuni passi: «Verrete al ballo di stasera?» domandò la principessa.
«Non so.»
«Ci sarà anche la vostra Adele.»
«In tal caso verrò per accompagnarvi lei» rispose egli con calma, e senza mostrare di aver sentito la puntura.
«Andrete pure al concerto delle quattro? Lei non manca mai.»
«Essa sa che fuggo i concerti, e me ne dispenserà.»
La principessa rizzò il capo, e fissò gli occhi nel vuoto corrugando le ciglia.
«Sicché alle quattro sarete libero?» domandò dopo un istante, con quel medesimo sorriso.
«Liberissimo.»
«Ho intenzione di fare una gita sino a Montenero» riprese ella con vivacità.
«La giornata è freschissima.
Volete venire con me alle quattro? Andremo a cavallo.
Domandatene il permesso a vostra moglie.
Volete che glielo domandi io?»
«Mia moglie sarà lietissima.»
Ella si fermò, gli lanciò uno sguardo, scosse i capelli ancora profumati dal bagno con un brusco movimento del capo, e con intonazione singolare:
«Davvero? Dunque verrete?»
«Ma sí.»
«Non avete paura?»
«Paura di che?»
«Ma...
che so io?...»
E lo fissò in viso ridendo stranamente.
«Proprio? Non temete che...
la fatalità...
È singolare!»
«Io sono incredulo.»
«Ah! Venite dunque ad incontrarmi alle quattro ai Cavalleggieri.»
Egli s'inchinò senza rispondere.
«Proprio? Verrete?»
«Certo.»
«È che temevo...
Scusate: non ce l'avete piú con me?»
«Non ce l'ho avuta mai.»
«Mai?»
«Mai.»
«Arrivederci dunque.»
XLVI
Alberto rimase tutto sconvolto, col capo vertiginoso, con degli ardori improvvisi che gli scorrevano per le vene, ed evitò gli sguardi della moglie quand'ella saltò dalla barca appoggiandosi alla mano di lui.
Il marchese avea ordinato il suo cavallo per le tre e mezzo.
Verso quell'ora Adele, dopo essersi abbigliata, usciva per andare al concerto, e incontrò il marito nel salotto - la camera e lo spogliatoio della marchesa erano separati dalle stanze del marito da quel salotto.
- Alberto leggeva o fingeva di leggere.
«Oh, non sei andato?» gli disse.
«No, vengo con te.
Vuoi?»
«Volentieri.
Non ti annoierai però?»
«Tutt'altro.»
Al concerto c'era tutto il mondo elegante, all'infuori della principessa Metelliani.
Marito e moglie erano rientrati in casa verso le sei, quando si udí nel corridoio che separava il loro appartamento da quello dei Metelliani il fruscío dell'amazzone della principessa che ritornava dalla sua passeggiata.
A pranzo Alberti fu un po' distratto, e faceva degli sforzi visibili per non lasciar scorgere la sua preoccupazione; quando fu l'ora d'andare al ballo pregò la moglie che lo dispensasse d'accompagnarla.
«Perché non vieni?»
«Sono stanco, ho qualche lettera da scrivere, e del resto sai che non mi diverto molto.»
«Ci rinunzierei anch'io, se non mi fossi impegnata ad andare colla Lina.»
«No, vai, divertiti pure, anche un poco per me.»
La marchesa partí; un quarto d'ora dopo si udí anche la carrozza della Metelliani che andava.
Allora Alberti respirò liberamente.
Passò nel suo stanzino da studio e si mise a leggere per ingannare il tempo, aspettando la moglie, ed anche per distrarsi alquanto.
A misura che andava calmandosi quello stato d'agitazione in cui era stato tutto il giorno, dopo la prima vertigine, attraverso le idee che andavagli suscitando la lettura, ritornava con una strana intermittenza, il pensiero che lo preoccupava dippiú.
In certi momenti chiudeva gli occhi, e scorgeva Velleda come l'avea vista il mattino.
Tutt'a un tratto udí un passo rapido e leggiero nel salotto, l'uscio fu aperto bruscamente, ed entrò la principessa.
Era in abito da ballo, avvolta in una leggiera mantellina, splendida di bellezza.
«Vostra moglie vi ha proibito di venire?» domandò con un sardonico sorriso.
Alberto la guardava ancora sorpreso, senza rispondere.
«Vi siete pentito, dite?»
«Sí.»
«Alla buon'ora!»
La principessa non osservava che Alberti s'era bensí levato in piedi, ma non l'invitava a sedere.
Andò risolutamente verso la poltrona ch'egli aveva lasciato, e vi si adagiò da padrona.
«Perché non siete venuto neppure al ballo? Per timore d'incontrarmi?»
E siccome egli non rispondeva, soggiunse:
«Avete fatto una bella cosa, marchese Alberti!»
Dopo un istante di lotta penosa ei disse risolutamente:
«Io vi ho perdonato...
perdonatemi!»
«Ah! m'avete perdonato? Che cosa, di grazia?»
«Lo sconvolgimento che avete gettato nella mia mente, il turbamento che m'avete fatto provare accanto a mia moglie...
il rossore che son costretto a subire dinanzi a voi.
Tutto ciò non vi pare abbastanza?»
«No!» esclamò dessa con accento indefinibile.
«C'è qualcosa di piú...
o di peggio, come volete...
che io mi sia gettata alla vostra testa, che voi ne abbiate forse riso con vostra moglie, e che io sia qui!...
Cosa vi sembra di cotesto, marchese?»
Ei guardava stupefatto quella bellezza imperiosa, fremente di corruccio e di civetteria dispettosa di cui le braccia nude spiccavano a loro insaputa sul bruno velluto della poltrona.
«Cosa credete che possa fare una donna in tali condizioni»
Alberto chinò gli occhi dinanzi a quegli occhi sfolgoranti.
«Per fortuna che sono una donna di spirito, - avete detto, - e anche voi...
- e non ho bisogno di domandarvi se siete certo che il vostro amor proprio non v'abbia giocato un brutto tiro.
- Addio, Alberto; giacché volete il mio perdono, ve lo do con tutt'e due le mani.
Non dite nulla a vostra moglie.
Che cosa penserebbe se sapesse che sono stata qui, proprio qui, dopo la mezzanotte, io, la vostra antica amante?...
Poiché ci siamo amati, non è cosí? - Ma, davvero!...
avrebbe torto, davvero!»
S'era rizzata in tutta la bellezza della sua elegante persona, ironica, provocante, motteggevole, colle spalle marmoree, e il seno superbo, la veste sinuosa, come cosa animata anch'essa è seduttrice e stava per andarsene.
- Egli che non avea detto piú una parola, le prese con impeto una mano, poi l'altra.
Ella, afferrata da quella stretta, gittò indietro tutta la sua persona fremente.
La principessa aprí l'uscio con un colpo secco e nervoso; gettò ad Alberto una stretta di mano senza voltarsi, ed attraversò il salotto rapidamente.
Alberto ritornando dall'accompagnarla ancora confuso e sossopra, vide del lume in camera della moglie.
Rimase un istante ritto in mezzo al salotto, turbato, sorpreso, esitante, poscia picchiò timidamente all'uscio ch'era soltanto socchiuso.
Trovò Adele dinanzi allo specchio, in atto di disfarsi i capelli senza l'aiuto della cameriera, pallida, turbata anch'essa.
- Udendo entrare Alberto si volse trasalendo.
«Sei tornata...
diggià!...» diss'egli evitando di guardarla.
Chinò gli occhi anche lei.
«Sí» rispose dolcemente.
«Da quanto?»
«Da poco...
da mezz'ora...»
Egli fece qualche passo per la camera.
«Volete che partiamo domani?» domandò poscia.
Ella chinò il capo.
Il marito uscí.
XLVII
Qual notte terribile per la povera Adele! Non solo avea ricevuto una acerba ferita al cuore ed all'amor proprio, ma tutto l'edificio della sua felicità crollava; quell'uomo ch'era tutto per lei le sfuggiva, travolto nel turbine di quelle passioni ch'erano state cosí formidabili per lui, e che lo rendevano formidabile agli altri.
Ella non avea pianto, non s'era lamentata; il domani s'era levata com'era andata a letto la sera senza chiuder occhio, pallida, febbricitante, e avea fatto con calma i preparativi per la partenza.
Lungo il viaggio scambiarono una dozzina di parole, parole indifferenti, dette con accento pacato, evitando di guardarsi, parole di ghiaccio che mettevano del ghiaccio tra di loro.
Ella sentivasi stringere il cuore, e procurava di metterci almeno una certa dolcezza; quella dignitosa rassegnazione sembrava che andasse a colpire in faccia Alberto, il quale sentiva l'abisso sprofondarsi gradatamente fra di loro: lo sentiva alla sua propria freddezza, a quel non so che d'impacciato, di timido ed altero che c'era, a sua insaputa, nelle sue stesse parole.
Cento volte, in quella notte dolorosa anche per lui, era stato sul punto di correre a buttarsi ai piedi di Adele, e chiederle perdono; ma gliene era mancato il coraggio per una fatale delicatezza, per un falso pudore, per una singolare rettitudine della colpa.
Domandarle perdono di che? Di averla tradita vilmente per una donna che non stimava punto? Di aver dimenticato in un istante l'amore di lei, la fiducia ch'ella aveva in lui, il loro passato, i giorni, i mesi interi d'intimità, di casto abbandono, d'espansione, d'identificazione completa d'idee, di sentimenti? Di essersi posto sotto i piedi tutto ciò per dei capelli biondi e delle spalle che gli si erano gettate alla faccia? Di averla insultata volgarmente all'uscio istesso delle sue stanze? Ma il domandarle cotesto perdono non sarebbe stato un altro insulto? Non sarebbe stato come domandarle una sanzione disonorevole per entrambi, un confessarsi piú basso della colpa? D'ora innanzi avrebbe potuto piú dirle che l'amava tuttora, che non avea mai cessato d'amarla - ed era vero - senza sentirsi montare i rossori al viso? E avrebbe potuto credere ch'ella avesse obbliato, e l'amasse ancora, senza dubitare che mentisse anche lei? Quando si cade bisogna almeno aver la forza di non dare del viso nel fango.
Giunti a Firenze, mise in campo degli affari, e partí per la campagna.
Cosí toglievasi pel momento al supplizio di comparirle dinanzi in quelle ore che solevano passare insieme.
Ella sentiva un gran dolore, una gran timidezza di fronte a quell'uomo, un gran timore di contrariarlo, e non fece la menoma osservazione.
Alberti avea detto che sarebbe mancato una settimana o due, e mancò tre mesi.
In questo tempo Adele s'era ammalata, assai piú gravemente di quel che sospettasse ella medesima, e gliene aveva scritto come di una passeggiera indisposizione.
Egli informavasi di lei tutti i giorni per telegrafo, ma non ritornava.
Del resto le notizie che riceveva erano sempre piú rassicuranti: la marchesa sembrava intieramente guarita.
D'allora in poi il marchese scriveva spesso alla moglie, e spesso riceveva sue lettere.
Per lo piú erano lettere insignificanti - o significanti troppo - non contenenti altro che le fredde formule della cortesia coniugale, rispettose e asciutte da parte di lui, timide e riservate da parte di lei.
Di tanto in tanto un pensiero serpeggiava (è questa la parola adatta, poiché era un serpe) per la mente di Alberto.
Che cosa sarebbe divenuto di quel tesoro di affetto che c'era nella sua Adele, adesso che per sua colpa era stato distolto violentemente da lui? Dove sarebbesi rivolto, su chi e in qual modo? Allora arrischiavasi ad insinuare nelle lettere qualche frase che prestavasi ad un'interpretazione affettuosa, e cercava nelle risposte di Adele il riflesso del sentimento che provava.
Gemmati, avendo saputo che la marchesa Alberti era ritornata da Livorno, sebben non si fosse fatta viva, era andato a farle visita, ed era rimasto colpito dall'alterazione profonda che scorgevasi nell'aspetto di lei.
Dopo alcuni giorni Adele s'era ammalata davvero, Gemmati l'avea assistita come sorella o come una figlia, e, pur dissimulando la gravità del male, aveva insistito perché ne fosse informato Alberto.
I pretesti dapprima, e poi le ripulse ostinate della marchesa, l'avevano sorpreso, e non avea tardato ad accorgersi che qualcosa di grosso doveva esserci stato.
Conoscendo Alberto intimamente, egli fu sgomentato piú di quanto lo fosse Adele istessa.
Prima di cedere al gran bisogno che sentiva di sfogarsi, di esser confortata, di appoggiarsi ad una mano amica, Adele avea molto combattuto, per delicatezza, per un sentimento di dignità, di rispetto e di amore verso il marito; ma a poco a poco qualcosa erale sfuggita lentamente.
Gemmati avea capito il resto, e d'allora in poi erasi mostrato piú riservato, e piú discretamente affettuoso.
Andava a trovarla di sovente, poiché sentiva che il darle occasione di parlar di lui le faceva bene, e che quel povero cuore tremante e malato aveva bisogno di esser rinfrancato da una voce amica.
Le diceva poche parole, di quelle che sapeva giovarle, o stava zitto, ascoltando pazientemente i suoi discorsi scuciti e febbrili, o il suo silenzio eloquente.
Ella avea finito per fargli leggere le lettere di Alberto, cosí fredde, cosí compassate, e gli dimandava dei consigli o delle lusinghe.
Mostravasi cosí contenta allorché Gemmati dicevale che Alberto sarebbe ritornato ad amarla, ch'egli ripetevale spesso.
L'amico le faceva piú bene del medico.
Ella guarí infatti, o sembrò esser guarita.
Finalmente una sera piovosa, verso gli ultimi di ottobre, Alberto ritornò a Firenze, e arrivò a casa sua quasi all'improvviso.
Al suo annunzio Adele s'era rizzata di botto in piedi; tutto il sangue le era corso al viso, e vedendolo entrare era ricaduta tremante sulla poltrona, mentre il rossore e il pallore si alternavano rapidamente sulle sue guancie.
Gemmati osservava con occhio inquieto cotesti sintomi, e rimaneva preoccupato.
Alberti fu sorpreso dall'accoglienza che gli faceva, e parve arrestarsi un istante sull'uscio, e saettare uno sguardo rapido e profondo sulla moglie e su Gemmati.
Poi era andato a stringerle la mano, l'aveva stretta anche al suo amico e s'era messo a sedere e a discorrere di quel che avea fatto e di cose indifferenti con aria distratta.
Anche Gemmati erasi mostrato un po' freddo verso l'amico, di cui il suo leale carattere non poteva scusare la condotta.
L'arrivo di Alberto evidentemente avea gettato del ghiaccio nel discorso, che andava scucito e alla meglio.
Dopo circa un quarto d'ora Alberto protestò una grande stanchezza e si ritirò.
L'indomani andò a trovare la moglie, e s'informò piú minutamente della salute di lei.
«E Gemmati ..
lo vedi spesso?»
«Sí.»
«Ah!» e parlò d'altro.
Le disse della ubertosa vendemmia, e della Sassosa, la famosa Sassosa, e dei miglioramenti fatti, delle disposizioni date, delle occupazioni piacevoli che avea trovato in campagna.
«E tu?» le domandò.
«Come hai passato il tuo tempo?»
«Ma...
bene.»
«Sei molto pallida, sai! Devi esser stata piú male di quel che m'hai scritto.»
«Adesso sto meglio.»
«E Gemmati è il tuo medico?»
«Sí.»
«Dicono che sia un bravo medico.
È stato sempre un uomo d'ingegno.»
«È verissimo, in pochi mesi qui a Firenze s'è fatta una bellissima riputazione.»
«E dei clienti?»
«Molti.»
«Devi essergli doppiamente grata in tal caso della sua assiduità...» Ella levò timidamente gli occhi sul viso marmoreo di lui.
«Però trovo strano...
davvero!...
ch'egli non m'abbia avvisato della gravità della tua malattia...
molto strano!» disse Alberto andandosene.
Adele era rimasta confusa, sgomenta, trepidante.
In mezzo a tutto questo vago turbamento insinuavasi, come un raggio di sole fra le tristi nebbie della sua anima, la speranza che in quel cuore di sasso fosse ancora qualcosa di vivo che agitavasi per lei.
D'allora in poi ella s'arrischiò timidamente a far scorgere anche a lui qualcosa di quel suo nuovo sentimento, di quella deliziosa speranza.
Alberto volgeva uno sguardo sorpreso, penetrante, pensieroso su di lei a quelle commoventi esitazioni, a quegli slanci repressi, che tremolavano nello sguardo o vibravano nella voce o avvampavano nei rossori subitanei del suo viso.
Aveva anch'egli di quelle esitazioni, di quelle distrazioni - il ghiaccio si liquefaceva, il dubbio si dileguava.
Anch'egli sorprendevasi a stare piú lungamente del solito accanto a lei dopo il desinare, e a non cercare piú con tanta fatica i soggetti piú comuni per la sterile e penosa conversazione di quelle ore, o a non essere piú impacciato se il silenzio li sorprendeva tutt'e due, cogli occhi fissi sulla fiamma del camino.
In certi momenti il cuore davagli come uno sbalzo in petto, la parola gli moriva sulle labbra, e volgea su di lei gli occhi distratti e profondi.
Una sera, dopo aver preso il caffè, erano rimasti piú a lungo del consueto accanto al fuoco, ella come assorta in quel silenzio e deliziosamente turbata, egli astratto, stuzzicando i tizzoni colle molle.
Da qualche tempo le rare parole erano finite anch'esse; marito e moglie non avevano piú bisogno di parlarsi, non rimaneva loro che stringersi quelle mani le quali piú di una volta si erano stese l'una verso l'altra, allorché fu suonata una visita, ed il domestico annunziò Gemmati.
Alberto si scosse, si alzò bruscamente, e fece due o tre passi scostandosi dalla moglie con vivacità.
Poi tornò indietro.
Il suo volto avea ripreso la solita maschera di marmo.
Ella a quel movimento del marito s'era fatta di brace.
«Fate entrare» disse il marchese, poiché sua moglie non dava alcun ordine.
«Ti faccio fuggire?» gli domandò Gemmati stendendogli la mano.
«Al contrario» rispose Alberti, senza avvedersi del gesto e tornando a sedere sulla poltroncina.
«Ecco!»
Il discorso si avviò su cose indifferenti.
Malgrado la gran forza di dissimulazione che possedeva Alberto, balenava di tratto in tratto nelle sue parole un'ironia dispettosa di sé stesso e d'altrui.
Adele sbalordita dalla luce che si era fatta improvvisamente nella sua mente, taceva spesso, era spesso pensierosa, e sembrava imbarazzata.
Gemmati sentiva l'effetto che aveva prodotto la sua visita, ed era impacciato anche lui, senza saperne troppo egli stesso il perché.
Fra tutti loro Alberto solo mostravasi il piú amaramente disinvolto.
Come accade qualche volta, a furia di cercar di stordire la preoccupazione comune col divagare sugli argomenti piú disparati, il discorso era sdrucciolato sul terreno scottante della cronaca galante, e parlavasi di un duello famoso nel quale un marito aveva avuto la peggio: duello che allora faceva le spese della conversazione in tutti i ritrovi della città.
«Ah» disse Alberto alzando le spalle.
«Il giudizio di Dio!»
Adele lo guardò in viso.
Gemmati aggiunse ridendo:
«Sei tu che parli cosí?»
«Perché no?» rispose Alberto serio serio, dopo un istante di riflessione.
«Alla fin fine, se l'onore non ha un fondamento naturale, è una convenzione sociale anch'esso...
una cosa falsa...»
«Ne sei convinto?» gli domandò Gemmati, ironico a sua volta.
«Perfettamente» rispose Alberti con calma.
Dopo che Gemmati se ne fu andato, Alberti rimase ancora soprappensieri poi si accomiatò dalla moglie.
Vedendolo uscire, Adele fu due o tre volte per buttargli piangendo le braccia al collo e dirgli: "Oh, Alberto!...".
Ma le parole, lo sguardo, il sorriso, la fisonomia del marito le agghiacciarono il sangue nelle vene.
Al domani la colazione fra marito e moglie fu silenziosa.
Si scambiarono appena le parole indispensabili di cortesia, e tosto alzato da tavola Alberti disse alla moglie:
«Non vai stasera al ballo di casa Rossi?»
«No» rispose Adele pensierosa.
«Non vai in nessun luogo!...
È singolare!»
«Se lo desideri...»
«Non desidero nulla.
Sembrami sconveniente cotesto stare rintanata in casa..
appena appena compatibile ad una innamorata Tu cominci a render ridicola la nostra luna di miele, mia cara...
E sai bene che non ci ho colpa.»
Ed uscí.
XLVIII
Adele rimase sbalordita, il sangue le avvampò al viso, e corse in furia nelle sue stanze.
Alberto era uscito, róso anche lui dalla febbre, dal dispetto, dalle furie.
Andò a caso, quasi senza vederci, e tornò sui suoi passi, spinto da una smania invincibile.
Allora fece una cosa che egli stesso avrebbe creduto impossibile: si mise a spiar la moglie.
La marchesa aveva scritto un bigliettino corto corto a Gemmati, dicendogli che aveva bisogno di parlargli.
Gemmati venne durante la sera, inquieto per quella letterina secca e asciutta che non diceva nulla e lasciava indovinare molto.
Trovò Adele cogli occhi luccicanti insolitamente, ma pallida e disfatta, e toccandole la mano: «Voi avete la febbre!» esclamò.
Ella non l'udí.
Dopo un istante di esitazione, gli disse risolutamente:
«Amico mio...
bisogna che non ci vediamo piú.»
«Perché?»
Adele si fece rossa, con un'aria di pudico trionfo.
«Mio marito è geloso!»
«Di me?»
«Di chi potrebbe esserlo?» diss'ella abbassando gli occhi e la voce, come se una favilla di quei misteri che a nostra insaputa si nascondono fra le tenebre dell'anima scintillasse improvvisamente alla superficie.
«E voi...
siete contenta ch'egli sia geloso?» domandò Gemmati sottovoce.
«Sí!» rispose dolcemente la donna con l'egoismo degli innamorati; e un sorriso la irradiò.
«Che volete che faccia?»
«Evitiamo di vederci.»
«Cosa penserà Alberti?...
che m'abbiate prevenuto!...»
«È vero!...»
«Quell'anima fiacca e malata dubiterà sempre...
Forse sarebbe peggio...
Bisogna fare qualcosa dippiú.»
«Cosa?»
Dopo un breve silenzio ei le disse timidamente:
«Mi sarete grata di quel che farò per voi?»
Ella gli strinse la mano, e chinò gli occhi.
Rimasero un istante assorti.
In quel momento entrò Alberto.
Adele ritirò vivamente la mano.
Il marchese li guardò appena.
Vide Gemmati commosso, e delle tracce di lagrime negli occhi di sua moglie; sedette.
«Sono venuto a dirti addio» disse Gemmati rompendo pel primo quel silenzio glaciale.
«Parti?»
«Sí.»
«Per dove?»
«Vado a Napoli.»
Adele impallidí.
«A Napoli c'è il colèra!» disse con vivacità.
«Son medico, ed ho degli importanti studi da fare sul colèra.»
«E ti fermerai...
molto tempo?»
«Mi stabilirò colà.»
«E la tua clientela di Firenze?»
«Me ne farò un'altra laggiú...»
La marchesa non aveva piú aperto bocca.
Gemmati, senza nessuna esagerazione, le disse addio con semplicità.
Alberti l'accompagnò sull'uscio, e gli strinse la mano proprio all'inglese.
«Tardi o no, è una bella azione che fa Gemmati!» disse tornando a sedere presso la moglie immobile e bianca come una statua.
Ella levò gli occhi su di lui quasi non avesse ben capito.
«E a proposito di partenza...
sono venuto a dire...
che parto anch'io.»
Adele, seguitando a fissarlo con occhi spalancati, attoniti, impietrati dal dolore, balbettò:
«Per sempre?»
«Chi ha detto che sia per sempre? Non vado a consacrarmi ai colerosi io...
Ho risoluto di viaggiare un po'.»
«Oh! Alberto!» esclamò la derelitta con voce sorda, lasciandosi cadere sulle ginocchia.
Ei la sollevò con mano ferma.
«Non abbassatevi!» le disse freddamente «e non abbassate me!»
La poveretta rimase pietrificata da quello sguardo incisivo, duro, inesorabile, e sentí l'abisso ch'erasi sprofondato fra di loro.
Non s'erano piú detta una parola, e le prime notizie del marchese erano venute da Monaco.
Frattanto Adele era ricaduta piú gravemente inferma.
Al principio della primavera, lusingata da un'apparenza di convalescenza, era partita per Belmonte.
Il marito, che non aveva mancato di chieder notizie di lei, aveva approvato la risoluzione, ed avea promesso che appena di ritorno in Italia, sarebbe andato a trovarla.
Intanto non ritornava, e il male di Adele, dopo parecchi miglioramenti fittizi, s'era dichiarato in tutta la sua gravità.
Ella moriva del male che le avea rapito la madre.
Il vecchio medico, che la conosceva da bambina, cominciò a farle capire che non intendeva addossarsi da solo la responsabilità di una cura tanto difficile, e chiese un consulto.
La marchesa non disse né sí né no; rimase meditabonda, e nessuno seppe mai quel ch'ella facesse nelle lunghe ore che chiudevasi nella sua camera.
Finalmente rispose al dottore che insisteva pel consulto:
«Parmi che si dovrebbe domandare il parere di mio marito...»
Il buon dottore non seppe capire il timido desiderio che avea l'inferma di richiamare Alberto con quel pretesto, e di averselo vicino in quegli ultimi dolorosi giorni di prova.
Egli se ne andò tentennando il capo, e borbottando: «Purché non si faccia aspettare anche la risposta...»
Ella aspettava! Il male intanto la divorava rapidamente, e ben tosto le forze le mancarono.
Piú volte, non vedendo giungere alcuna lettera del marito, si mise a scrivergli, e non ne ebbe il coraggio.
Piú tardi non n'ebbe nemmen la forza.
Allora fu assalita da una paura indicibile, e per la prima volta lasciò scappar le lagrime al cospetto del medico.
«Non sarebbe tempo di avvisare mio marito?...»
«Credevo che avesse già scritto...
e mi stupisco davvero!...
Ma telegraferò oggi stesso...»
«Telegrafare!...» mormorò lei.
Non disse piú nulla, e rimase a guardare il pallido sole di novembre che tramontava sui vetri della finestra.
Disgraziatamente il telegramma del dottore non trovò il marchese a Berlino, dove credevasi che egli fosse; sicché perdette tempo prezioso a corrergli dietro per tutte le piccole città della Germania.
Quando finalmente gli fu ricapitato, Alberto non mise tempo in mezzo e ritornò subito in Italia.
A Firenze trovò un secondo dispaccio firmato dalla moglie.
Era affranto dalla fatica e diluviava; si fece condurre da un treno speciale sino a Pistoia, e da Pistoia, in carrozza, si mise in viaggio per Belmonte.
XLIX
Piovigginava, la campagna era brulla, le ruote della carrozza s'affondavano nella via fangosa che i cavalli salivano a fatica.
Alberto guardava macchinalmente lo sgocciolar della pioggia sui cristalli.
Si udivano lenti i rintocchi dell'avemaria, e di tanto in tanto, a seconda dello svoltare della strada, lo squillare acuto ed ora soffocato di un campanello che sembrava inseguire Alberto da un pezzo.
«E cosí?» domandò aprendo lo sportello bruscamente.
«I cavalli non ne possono piú»
«Ammazzali!»
Ma come se il suono di quella parola l'avesse colpito, gettò un'occhiata sulle povere bestie fumanti e sgocciolanti di pioggia, e si ricacciò in fondo al legno.
I noti alberi che fiancheggiavano la strada sfilavano lentamente attraverso gli sportelli, e lo salutarono mestamente inclinando il capo con sommesso mormorío.
La carrozza oltrepassò il cancello.
Allora il marchese appoggiò il viso al cristallo per vedere una fontana, che cadeva in rovina.
La carrozza svoltò pel viale e si fermò.
«Diggià!» mormorò Alberto.
Nessuno era corso ad aprire lo sportello.
Egli balzò a terra.
La villa sembrava disabitata, tutte le finestre erano chiuse, i rami sfrondati e la pioggia cadeva lenta e monotona.
Il campanello che si era udito per l'erta tornò ad udirsi.
Alberto bussò risolutamente.
Un domestico sconosciuto venne ad aprirgli e gli domandò cosa volesse, come se fosse un estraneo.
Però egli spinse il servitore per le spalle con un far da padrone che non lasciava alcun dubbio ed andò difilato alle stanze di Adele.
Prima ancora di giungervi sentivasi un forte e singolare odore; l'uscio era socchiuso, e non si udiva né parlare, né muoversi nella stanza.
Alberto aprí esitante, e si arrestò sulla soglia.
La camera era quasi buia; di faccia all'uscio ardevano due candele su di un tavolino coperto da una tovaglia bianca; dall'altro lato c'era il letto che sembrava vuoto, bianco come un sepolcro nell'ombra.
Sotto le coperte modellavasi vagamente una forma indecisa, e sul guanciale, appena depresso, spiccavano due folte treccie nere, e sul viso già disfatto gli occhi neri anch'essi, lucenti nella morte.
Su di una piccola tavola accanto al letto c'era un mucchio di piccoli utensili d'argento e di cristallo che luccicavano; di contro al letto, colle spalle all'uscio, vedevasi una poltrona, e una testa interamente canuta che sorpassava la spalliera alla quale appoggiavasi.
Tutte quelle cose stringevano il cuore.
L'inferma, vedendo un'ombra nel vano dell'uscio, volse penosamente il capo, trasalí, e fece un languido movimento per stendere la mano, atteggiando le labbra ad un pallido sorriso.
«Grazie!» mormorò con voce che a lui mise il brivido nelle vene.
«Adele!...
Adele!...»
«Vedi?» diss'ella soltanto.
Ei volse gli occhi su quella tovaglia bianca, come se non l'avesse ancor vista, e la guardò a lungo in tal modo che Adele premette tacitamente la mano che teneva nella sua.
Il medico s'era alzato.
«Il buon dottore!» disse lei.
Alberto gli strinse la mano con forza.
«È la seconda volta che mi vede in questa camera!» gli disse con un singolare sorriso.
«Si rammenta?»
«Molto tempo addietro però!»
«Sí, molto tempo!»
E stette guardando Adele, immobile e bianca nel suo bianco letto.
Di quando in quando faceva scorrere uno sguardo stralunato sulla coperta, quasi cercandovi il corpo di lei che vi si smarriva, e le stringeva convulsamente la mano, come per accertarsi che ella fosse ancor lí, e che quello non fosse un orribile sogno.
Adele respirava con pena; i ricami del suo corsetto sembravano alitare a guisa di farfalle.
Dopo quel lungo sguardo, e un piú lungo silenzio: «Guardami Adele!...» diss'egli alfine.
Adele volse il capo in attitudine stanca.
Ei mise sulla ventola la mano tremante, e la fece girare; allora la luce della candela cadde sul viso dell'inferma.
Ei rimase affascinato.
Non piangeva, non diceva una parola, la guardava fiso al pari di spettro, e le stringeva la mano come se un'altra mano di ferro gli stringesse il cuore.
Sembrava che cogli occhi cercasse avidamente qualche cosa, qualche cosa che non era piú, e faceva balenare la sua ragione.
Ella gli lesse tutto ciò in viso, e due lagrime scorsero lentamente per le sue guance.
«Mi trovi tanto mutata» mormorò essa con un dolce sorriso «che quasi non mi riconosci, è vero?...
E non mi dici nulla!..»
Egli non rispose subito.
Poi, con voce sorda:
«Sí...
Tanto mutata!...
E io pure...
io pure...»
Tutt'a un tratto si udí squillare vicinissimo il campanello che aveva udito lungo la strada.
Il dottore si alzò.
«Son le sonagliere dei cavalli!» si affrettò a dire Alberto senza saper troppo il perché.
Nessuno gli rispose.
Una vecchia domestica entrò pian piano, e posò sulla tavola due vasi di fiori.
«Cosa fate?» domandò Alberto.
La vecchia rimase indecisa, non sapendo che dire.
Adele gli strinse la mano tacitamente.
«Non le faranno male quei fiori in camera?» domandò egli al dottore.
Questi scosse il capo tristamente; Alberto ammutolí.
Lo squillare del campanello, che un momento era taciuto, risuonò nell'anticamera, e sembrava avvicinarsi di stanza in stanza, insieme ad uno scalpiccio di passi e ad un borbottare sommesso.
Alberto istintivamente avea fatto un passo indietro, quasi si sentisse inseguito.
Poi, tutt'a un tratto, strappò la sua mano da quella di Adele, con un movimento istintivo indietreggiò sino in mezzo alla camera, e rimase ritto, pallido, fosco, coll'occhio fisso sull'uscio, affascinato.
Entrò il prete, il sagrestano, due o tre contadini.
Il marchese guardava come in un sogno tutta quella gente che entrava cosí in casa sua, e s'accostava al letto di sua moglie.
Li vedeva muoversi appunto come le immagini di un sogno, taciti, misteriosi, borbottando parole e facendo segni che non capiva.
Adele non parlava, non lo guardava, sembrava impietrita, come sotto un sudario.
Poscia tutta quella gente se ne andò, col medesimo scalpiccio funebre, col medesimo mormorío di parole sommesse, lasciando un odor singolare che non aveva mai sentito.
Adele rimaneva distesa sul letto, colle mani in croce sul petto, gli occhi rivolti adesso verso di lui, e gli sorrideva serenamente.
«Ora lasciatemi confessare con mia moglie!» disse improvvisamente Alberto alle due o tre persone ch'erano presenti.
Rimase lunga ora nascosto tra le cortine del letto, tenendo abbracciato il capo di lei.
Non lo si vide muovere; non si udí un singhiozzo o una parola; nessuno seppe che cosa avesse detto quell'uomo a quella moribonda.
Allorché rialzò il capo, nell'ombra del cortinaggio, era piú pallido di lei, e aveva gli occhi lucenti.
Il dottore gli fece un cenno.
Egli lasciò dolcemente la mano di lei.
Non si udiva altro rumore all'infuori della pioggia che batteva sui vetri.
Ei andò ad appoggiarvi la fronte, guardando nel buio.
Dopo qualche tempo si accostò al medico, e gli domandò sottovoce:
«Ebbene, dottore?»
Il dottore non rispose.
Allora Alberto con la voce ancor piú soffocata:
«Soffrirà molto?»
«No.»
«E...
sarà per stanotte?»
«Domani al piú tardi.»
Ei volse all'orologio uno sguardo incerto.
«Crede che dei dispiaceri...
possano averla uccisa?» domandò poscia.
«Il suo è un male ereditario, di quelli che non perdonano...
I dispiaceri non possono che averne accelerato lo sviluppo...»
«Anche l'assassino non fa che accelerare!...» interruppe Alberto collo stesso accento calmo e profondo, lasciandosi cadere su di una poltrona di faccia al medico.
E rimase cogli occhi fissi su di lei che teneva gli occhi chiusi e sembrava che dormisse.
«Lei deve aver bisogno di riposo» riprese poco dopo il dottore dolcemente.
«Approfitti di questa breve ora in cui essa è calma...»
«E quando non potrò vederla piú?»
Il vecchio chinò il capo.
«Mi pare impossibile che non debba vederla piú!» mormorò poscia Alberto come fra di sé.
E un istante dopo:
«Che cosa diverrà, dottore?»
Costui alzò un dito al cielo.
Alberto vi rivolse gli occhi anche lui, seguendo macchinalmente quel gesto.
Poscia fissando sul medico uno sguardo singolare:
«Lei non è materialista, dottore?»
«Non sono uno scienziato, sono un povero medico di campagna.
Ho assistito a molti momenti simili, ed ho visto molti dolori...»
«Ha visto morire delle persone care?»
«Sí.»
«Dev'esser cosí!» mormorò Alberti, dopo alcuni istanti di meditazione.
E rimase colla fronte fra le mani, e i gomiti sui ginocchi.
Di tanto in tanto l'inferma era agitata da scosse convulsive, e tremava tutta; sembrava tormentata persin nel sonno da un'arcana ambascia.
Allora Alberto levava il capo, fissava su di lei gli occhi ardenti di febbre, e quando la respirazione di lei si faceva piú calma, tornava a chinarli a terra.
Improvvisamente fu scosso da un rantolo, la moribonda cominciò ad agitare il capo sul guanciale e chiamò Alberto con un suono inarticolato.
Egli balzò in piedi, e le prese la mano ch'era fredda come il marmo.
«Dottore!» esclamò con voce concitata.
Il medico prese il polso, e lo lasciò ricadere senza dir nulla.
«Soffre?»
«Per poco...»
La moribonda fissava su di lui gli occhi che si andavano appannando.
Il rantolo si faceva piú soffocato, e l'ambascia piú spasmodica.
«Che lunga notte!» mormorò Alberto asciugandosi il sudore della fronte.
Cominciavano ad udirsi i campanacci delle mandre che andavano al pascolo.
Alberti levò il capo come svegliandosi, e vide confusamente che i vetri delle finestre cominciavano ad imbiancare.
Alla pallida luce dell'alba il viso di Adele sembrava livido.
Essa era supina, immobile, col viso affilato e gli occhi appannati.
«Adele!» mormorò Alberto chinandosi su di lei.
Ella sollevò le palpebre stentatamente.
«Son qui Adele!» ripeté una di quelle frasi insensate che strappa l'angoscia.
Le bianche labbra della poveretta si agitarono.
«Dottore, mi sente!» esclamò Alberto con un'immensa commozione nella voce, interrogando il medico con occhi ansiosi.
Costui chinò i suoi e non rispose.
Alberto chinò il capo
Adele ricominciò a tremare.
Il medico prese per un braccio Alberto e volle condurlo via Ei gli rivolse uno sguardo profondo.
«Non abbiate paura!» disse.
«Paura?» rispose il vecchio stringendosi nelle spalle.
Un brivido corse per tutto il corpo della moribonda.
Alberto prese quasi macchinalmente il crocifisso ch'era a capo del letto, e lo mise fra le mani agghiacciate di lei - il viso si profilò, i muscoli del mento e della bocca si rilasciarono e rimase immobile.
Ei la guardò, si chinò su di lei, si rialzò lento lento, lasciò dolcemente le mani che stringevano ancora le sue, e fece un passo indietro.
Il medico gli prese la destra.
Egli lo guardò trasognato e balbettò:
«Perché?...
Diggià?...
Per sempre?...»
L
Alberto si lasciò condur via dalla camera della morta.
Lungo tutto il giorno stette a guardar dietro i vetri il pergolato spoglio di frondi, il banco rovesciato, e la finestra chiusa, attraverso le cui cortine si vedeva, come una volta, un barlume - funebre barlume stavolta.
Alla chiesuola del camposanto, laggiú nella valletta, si udivano di tanto in tanto dei mesti rintocchi - ei rizzava il capo e guardava nel vuoto.
Verso sera il triste corteo si mise in marcia.
Egli seguivalo a capo scoperto, impenetrabile e tetro come un fantasma.
Le fiammelle dei ceri oscillavano, e le nappe della funebre coltre dondolavano per la ripida discesa.
Alberti ritornò solo dal cimitero, tardi.
Le stelle scintillavano sul suo capo, e la luna incominciava a sorgere dietro i monti.
Ei si fermò sul ciglio della via a contemplare un lume che brillava ancora laggiú accanto alla chiesuola, nell'ombra.
Guardò la luna che sorgeva, le stelle che scintillavano sul suo capo e s'incamminò lentamente verso la villa.
I domestici lo videro attraversare le stanze con passo fermo, pallido e calmo, e dirigersi verso la camera mortuaria.
Quella camera era ancora nel medesimo stato.
Le candele finivano di consumarsi sgocciolando, le finestre erano aperte, i fiori erano ancora sulla tovaglia bianca, il crocifisso a capo del letto, le boccettine sulla piccola tavola.
Il vento entrava a buffi, e faceva svolazzare le cortine del letto.
Egli s'avanzò lentamente ed andò a toccare ad uno ad uno quei fiori, quella tovaglia, quei mobili, ad esaminare le boccettine.
Poscia riempí un gran bicchiere d'acqua, l'accostò alle labbra avidamente, ma lo posò senza bere.
Il letto era intatto, la coperta liscia e distesa, il guanciale non aveva una piega.
Ei stette ritto dinanzi a quel letto lunga pezza, guardandolo con occhi astratti, mise la mano con un gesto malfermo sulla rimboccatura della coperta, esitò, colle dita increspate e contratte, e ad un tratto, bruscamente, risolutamente, tirò in giú la coperta, e cadde pesantemente ai piedi del letto col capo sul cuscino.
Si udí un colpo di pistola.
Fine
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