EROS, di Giovanni Verga - pagina 24
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«Se avessimo un bimbo!» gli diceva sottovoce, e celandogli in seno il viso infuocato.
Ei chinava il capo e stava zitto; una volta rispose con quel sorriso tutto suo:
«Hai voluto tentare il cielo, lo vedi, Adele mia!»
In quel tempo Gemmati era ritornato a Firenze da un lungo viaggio scientifico, e Adele avea dato scherzando al marito quella notizia raccolta nelle conversazioni dove si facevano le lodi del giovane scienziato.
«Bisogna scappar via da Firenze adesso?» domandò ridendo.
«Bisogna invitarlo a pranzo domani, e farmi perdonare i torti che ho verso di lui.»
Gemmati avea perdonato quei torti, noti oppur no, con una di quelle strette di mano che armonizzavano col suo viso aperto e leale.
Avea riveduto Adele senza finta semplicità, senza riserbatezza affettata.
Dopo la prima stretta di mano, tutti tre sentirono che non avevano piú nulla a nascondersi, nulla a rimproverarsi, e respirarono liberamente.
«Sai che sono stato geloso di te!» gli disse Alberto allorché furono soli un momento.
«Non sarebbe stata la prima volta» rispose Gemmati ridendo.
«Ti rammenti della figliuola del barbiere a Prato? e adesso, alla fine dei conti, mi tocca d'esser geloso io di te! Sei felice?» aggiunse vedendo rientrare la marchesa.
«Sí» rispose Alberto con una certa vivacità.
Gemmati avea mille cose da raccontare dei suoi viaggi, e il suo dire era pieno di brio e d'interesse.
La sera trascorse come un lampo, in una dolce e tranquilla intimità, e fece venire nel discorso il ricordo delle piú belle sere di Belmonte.
Gemmati s'era fatto un bell'uomo, dai lineamenti energici e virili; sembrava avesse acquistato in una vita attiva ed operosa tutto quello che Alberti aveva sciupato nella sua molle e tempestosa.
Il marchese l'avea forse contemplato con cotesto sentimento, mentre Gemmati discorreva con sua moglie, e quando se ne fu andato, Adele disse:
«È sempre giovane, n'è vero, Alberto?»
La salute della marchesa Alberti era sempre delicata, in estate i medici le prescrivevano di fuggire Firenze.
Ella soleva andare a Montecatini, a Viareggio, o a Livorno.
Quell'anno fu scelto Livorno.
«Vieni anche tu?» aveva domandato Alberto a Gemmati.
«Non posso.
Ho speso tutto il mio poco avere nei viaggi, e adesso bisogna che metta giudizio.
Comincio a farmi una discreta clientela.
Sai come siamo noi altri medici, specialmente in principio di carriera? Non potrei lasciar Firenze per una settimana, senza mandare a monte quel che ho fatto sinora.»
Livorno quell'anno era una stazione alla moda.
Gli alberghi e le ville rigurgitavano di forestieri.
Giammai l'Ardenza e i Cavalleggeri erano stati piú affollati di equipaggi eleganti.
Il giorno stesso che la marchesa Alberti prendeva stanza nell'appartamento fissato preventivamente per telegrafo all'albergo della Gran Brettagna, giungeva da Berna nell'albergo istesso una di quelle coppie di zingari del gran mondo che scorazzavano per tutte le stazioni d'Europa segnate dalla moda - il principe e la principessa Metelliani.
La principessa era abituata ad arrivar da per tutto come una regina, ed a stendere senza contrasto il suo ventaglio come uno scettro.
Ella fu dunque ferita nel piú vivo dell'amor proprio incontrando a Livorno una rivale preferita, incensata, corteggiata piú di lei, e che per giunta non sembrava curarsi del suo trionfo, o godevaselo disinvoltamente, come cosa dovutale naturalmente - e chi poi? quella medesima donnina che ella aveva sempre eclissato col solo riflesso dei suoi biondi capelli! - quella figurina pallida, magra, tutta occhi, la quale non aveva cotesti occhi che per suo marito, e che tutti quegli imbecilli dell'Ardenza e dei Cavalleggieri adoravano da lontano come tanti Don Chisciotti.
- Quel cencio stesso di marito glielo aveva lasciato lei, quando non avea saputo piú che farsene.
Se non si fosse trattato che di lui, ella avrebbe continuato ad essere la migliore amica di Adele, e del resto - a parte il principe, che nell'esistenza di Velleda non avea giammai contato altro che come principe - l'antico suo amante era davvero divenuto un cencio d'uomo.
Ma adesso gliene voleva anche perché quel tal marito cencio o no, che essa le aveva regalato, il quale l'avea tanto amata, lei, la bella Manfredini! che anch'essa avea forse amato - forse - si fosse consolato proprio con quella Adele! si fosse consolato talmente da non caderle ai piedi la prima volta che l'avea riveduta da Pancaldi! - lei, la superba beltà che portava una corona di principessa! Se Adele le avesse rubato quella corona, non le avrebbe fatto maggior dispetto.
L'indispettiva anche l'indifferenza serena di quella rivale innamorata soltanto del marito - fierezza, noncuranza, civetteria che fossero, irritavano, ferivano, umiliavano il suo orgoglio, la sua vanità, la sua civetteria.
Se ci avesse pensato, avrebbe voluto colpire quella rivale nel solo lato che mostrava vulnerabile, in quel tal cencio di marito che ella - la vinta d'oggi - le avea buttato fra i piedi come una limosina.
Del resto coteste due rivali appartenevano alla medesima società, erano state amiche, sapevano vivere abbastanza per non dar spettacolo dei loro intimi sentimenti ai curiosi, agli invidiosi, alla folla, e per stringersi la mano, sin dalla prima volta, col piú grazioso sorriso.
Velleda e Alberto s'incontrarono, si salutarono, si rivolsero la parola al modo stesso, colla medesima disinvoltura.
Ella disse che avevano finito come avevano incominciato - e realmente non era malcontenta che avessero finito a quel modo.
Le due amiche e rivali dimoravano nello stesso albergo, al medesimo piano, uscio contro uscio, si vedevano sovente, s'incontravano tutti i giorni alla medesima passeggiata e agli stessi ritrovi.
Una sera che da Pancaldi s'era organizzata in parecchi una gran cena, alla quale Adele aveva brillato piú del solito, e la principessa era stata piú del solito uggita, mentre l'allegra comitiva usciva in massa a fare una passeggiata al chiaro di luna, Velleda, senza saper come, s'era trovata l'ultima e vicina ad Alberti.
Essa gli rivolse un'occhiata singolare, e quindi gli disse mettendoglisi risolutamente al lato:
«Alla fin fine...
davvero...
perché non mi dareste il braccio?»
E avevano incominciato a discorrere di questo o di quello; poi nel separarsi gli avea detto con quel medesimo tono:
«Vedete che noi si sta meglio in questo modo...
che in quell'altro.»
E da quel giorno s'era messa a far la corte ad Alberto.
Alberto se n'era avvisto, e ne provava una segreta soddisfazione, un po' per istinto di vecchio leone che vuol provare ancora le zanne, ma principalmente per uno strano sentimento che riferivasi a sua moglie.
Era geloso senza osare di confessarlo all'Adele e a sé stesso, e provava una singolare civetteria mascolina a far intravvedere alla moglie, e a provar a sé medesimo, che egli era sempre preferito a tutti quei ganimedi che gli davano uggia.
Non gli dispiaceva anche che sua moglie temesse un pochino per lui, giacché egli temeva per lei, e voleva metterle ai piedi anche lui qualcosa, una di quelle preferenze che lusingano tanto l'amor proprio di una donna.
Adele avea cominciato ad accorgersi anch'essa del tiro che intendeva giocarle la Metelliani; ma rifuggiva dai lamenti, dalle osservazioni, dalle scene, per alterezza naturale, o per timore di quel marito che le imponeva soggezione, e s'era chiusa nella sua dignità di moglie con tal dispettuccio che sembrava disinvoltura.
Intanto le cose andavano perché la Metelliani le spingeva, perché Alberto, senza dare positivamente una mano, chiudeva gli occhi e lasciava andare - e lasciava andare anche per un falso timore di sembrare ridicolo se avesse fatto il puritano - e andavano infine perché Adele non faceva nulla perché non andassero.
Un giorno Alberti, arrivando un po' tardi allo stabilimento dei bagni, incontrò la principessa.
«Vostra moglie è lí» gli disse lei con una lieve tinta di motteggio, indicando sul mare una barchetta carica di ombrellini di paglia e di veli svolazzanti.
«Volete che andiamo a raggiungerla?»
Il marchese rispose qualche parola a caso, e le sedette accanto.
Dopo alcuni momenti le domandò perché non fosse andata anche lei.
«Potrei dirvi perché vi aspettavo, ma non voglio lusingarvi.
Ho corso tanto sui piroscafi, che il mare mi fa uggia persin dalla barchetta.
Anche voi avete molto viaggiato, so.»
E si misero a parlar di viaggi.
«Chi ce l'avrebbe detto che dovevamo correr tanto per riunirci...
da Pancaldi!» diss'ella ridendo.
Gli aveva detto codesto in un certo modo, e con tale accento da ricordargli perfettamente il punto dal quale erano pur partiti per correre - e gliel'aveva fatto rivedere in cosifatta maniera, che Alberto era rimasto taciturno.
«Non promettevate di riescir cosí buon marito, davvero!» gli disse poco dopo con uno sbalzo capriccioso del pensiero.
Alberto rispose al complimento ironico con un ironico chinar di capo.
«Schiettamente...
senz'ombra di lusinga...
se avessi potuto prevederlo...
non mi chiamerei forse Metelliani.»
«Vedete che qualche volta torna meglio non prevedere!»
«Marchesa Alberti è un bel nome anch'esso.
E poi tutti vi chiamano il marito modello.
Non ve l'abbiate a male: è una bellissima cosa essere innamorato della propria moglie..
È vero che siete innamorato di vostra moglie? Sapete che avrei quasi il diritto di essere gelosa io? Vediamo, Alberto, cosa direste se fossi gelosa di vostra moglie?»
Alberto si dibatteva ancora contro il fascino di lei.
«Vi direi che avete torto» rispose freddamente e alteramente.
Ella si levò da sedere.
«Francamente, se non fossi quella che sono vorrei essere...
M'accompagnate sino alla mia carrozza?»
Alberti s'inchinò, le porse il braccio, e s'avviarono.
Dopo alcuni passi: «Verrete al ballo di stasera?» domandò la principessa.
«Non so.»
«Ci sarà anche la vostra Adele.»
«In tal caso verrò per accompagnarvi lei» rispose egli con calma, e senza mostrare di aver sentito la puntura.
«Andrete pure al concerto delle quattro? Lei non manca mai.»
«Essa sa che fuggo i concerti, e me ne dispenserà.»
La principessa rizzò il capo, e fissò gli occhi nel vuoto corrugando le ciglia.
«Sicché alle quattro sarete libero?» domandò dopo un istante, con quel medesimo sorriso.
«Liberissimo.»
«Ho intenzione di fare una gita sino a Montenero» riprese ella con vivacità.
«La giornata è freschissima.
Volete venire con me alle quattro? Andremo a cavallo.
Domandatene il permesso a vostra moglie.
Volete che glielo domandi io?»
«Mia moglie sarà lietissima.»
Ella si fermò, gli lanciò uno sguardo, scosse i capelli ancora profumati dal bagno con un brusco movimento del capo, e con intonazione singolare:
«Davvero? Dunque verrete?»
«Ma sí.»
«Non avete paura?»
«Paura di che?»
«Ma...
che so io?...»
E lo fissò in viso ridendo stranamente.
«Proprio? Non temete che...
la fatalità...
È singolare!»
«Io sono incredulo.»
«Ah! Venite dunque ad incontrarmi alle quattro ai Cavalleggieri.»
Egli s'inchinò senza rispondere.
«Proprio? Verrete?»
«Certo.»
«È che temevo...
Scusate: non ce l'avete piú con me?»
«Non ce l'ho avuta mai.»
«Mai?»
«Mai.»
«Arrivederci dunque.»
XLVI
Alberto rimase tutto sconvolto, col capo vertiginoso, con degli ardori improvvisi che gli scorrevano per le vene, ed evitò gli sguardi della moglie quand'ella saltò dalla barca appoggiandosi alla mano di lui.
Il marchese avea ordinato il suo cavallo per le tre e mezzo.
Verso quell'ora Adele, dopo essersi abbigliata, usciva per andare al concerto, e incontrò il marito nel salotto - la camera e lo spogliatoio della marchesa erano separati dalle stanze del marito da quel salotto.
- Alberto leggeva o fingeva di leggere.
«Oh, non sei andato?» gli disse.
«No, vengo con te.
Vuoi?»
«Volentieri.
Non ti annoierai però?»
«Tutt'altro.»
Al concerto c'era tutto il mondo elegante, all'infuori della principessa Metelliani.
Marito e moglie erano rientrati in casa verso le sei, quando si udí nel corridoio che separava il loro appartamento da quello dei Metelliani il fruscío dell'amazzone della principessa che ritornava dalla sua passeggiata.
A pranzo Alberti fu un po' distratto, e faceva degli sforzi visibili per non lasciar scorgere la sua preoccupazione; quando fu l'ora d'andare al ballo pregò la moglie che lo dispensasse d'accompagnarla.
«Perché non vieni?»
«Sono stanco, ho qualche lettera da scrivere, e del resto sai che non mi diverto molto.»
«Ci rinunzierei anch'io, se non mi fossi impegnata ad andare colla Lina.»
«No, vai, divertiti pure, anche un poco per me.»
La marchesa partí; un quarto d'ora dopo si udí anche la carrozza della Metelliani che andava.
Allora Alberti respirò liberamente.
Passò nel suo stanzino da studio e si mise a leggere per ingannare il tempo, aspettando la moglie, ed anche per distrarsi alquanto.
A misura che andava calmandosi quello stato d'agitazione in cui era stato tutto il giorno, dopo la prima vertigine, attraverso le idee che andavagli suscitando la lettura, ritornava con una strana intermittenza, il pensiero che lo preoccupava dippiú.
In certi momenti chiudeva gli occhi, e scorgeva Velleda come l'avea vista il mattino.
Tutt'a un tratto udí un passo rapido e leggiero nel salotto, l'uscio fu aperto bruscamente, ed entrò la principessa.
Era in abito da ballo, avvolta in una leggiera mantellina, splendida di bellezza.
«Vostra moglie vi ha proibito di venire?» domandò con un sardonico sorriso.
Alberto la guardava ancora sorpreso, senza rispondere.
«Vi siete pentito, dite?»
«Sí.»
«Alla buon'ora!»
La principessa non osservava che Alberti s'era bensí levato in piedi, ma non l'invitava a sedere.
Andò risolutamente verso la poltrona ch'egli aveva lasciato, e vi si adagiò da padrona.
«Perché non siete venuto neppure al ballo? Per timore d'incontrarmi?»
E siccome egli non rispondeva, soggiunse:
«Avete fatto una bella cosa, marchese Alberti!»
Dopo un istante di lotta penosa ei disse risolutamente:
«Io vi ho perdonato...
perdonatemi!»
«Ah! m'avete perdonato? Che cosa, di grazia?»
«Lo sconvolgimento che avete gettato nella mia mente, il turbamento che m'avete fatto provare accanto a mia moglie...
il rossore che son costretto a subire dinanzi a voi.
Tutto ciò non vi pare abbastanza?»
«No!» esclamò dessa con accento indefinibile.
«C'è qualcosa di piú...
o di peggio, come volete...
che io mi sia gettata alla vostra testa, che voi ne abbiate forse riso con vostra moglie, e che io sia qui!...
Cosa vi sembra di cotesto, marchese?»
Ei guardava stupefatto quella bellezza imperiosa, fremente di corruccio e di civetteria dispettosa di cui le braccia nude spiccavano a loro insaputa sul bruno velluto della poltrona.
«Cosa credete che possa fare una donna in tali condizioni»
Alberto chinò gli occhi dinanzi a quegli occhi sfolgoranti.
«Per fortuna che sono una donna di spirito, - avete detto, - e anche voi...
- e non ho bisogno di domandarvi se siete certo che il vostro amor proprio non v'abbia giocato un brutto tiro.
- Addio, Alberto; giacché volete il mio perdono, ve lo do con tutt'e due le mani.
Non dite nulla a vostra moglie.
Che cosa penserebbe se sapesse che sono stata qui, proprio qui, dopo la mezzanotte, io, la vostra antica amante?...
Poiché ci siamo amati, non è cosí? - Ma, davvero!...
avrebbe torto, davvero!»
S'era rizzata in tutta la bellezza della sua elegante persona, ironica, provocante, motteggevole, colle spalle marmoree, e il seno superbo, la veste sinuosa, come cosa animata anch'essa è seduttrice e stava per andarsene.
- Egli che non avea detto piú una parola, le prese con impeto una mano, poi l'altra.
Ella, afferrata da quella stretta, gittò indietro tutta la sua persona fremente.
La principessa aprí l'uscio con un colpo secco e nervoso; gettò ad Alberto una stretta di mano senza voltarsi, ed attraversò il salotto rapidamente.
Alberto ritornando dall'accompagnarla ancora confuso e sossopra, vide del lume in camera della moglie.
Rimase un istante ritto in mezzo al salotto, turbato, sorpreso, esitante, poscia picchiò timidamente all'uscio ch'era soltanto socchiuso.
Trovò Adele dinanzi allo specchio, in atto di disfarsi i capelli senza l'aiuto della cameriera, pallida, turbata anch'essa.
- Udendo entrare Alberto si volse trasalendo.
«Sei tornata...
diggià!...» diss'egli evitando di guardarla.
Chinò gli occhi anche lei.
«Sí» rispose dolcemente.
«Da quanto?»
«Da poco...
da mezz'ora...»
Egli fece qualche passo per la camera.
«Volete che partiamo domani?» domandò poscia.
Ella chinò il capo.
Il marito uscí.
XLVII
Qual notte terribile per la povera Adele! Non solo avea ricevuto una acerba ferita al cuore ed all'amor proprio, ma tutto l'edificio della sua felicità crollava; quell'uomo ch'era tutto per lei le sfuggiva, travolto nel turbine di quelle passioni ch'erano state cosí formidabili per lui, e che lo rendevano formidabile agli altri.
Ella non avea pianto, non s'era lamentata; il domani s'era levata com'era andata a letto la sera senza chiuder occhio, pallida, febbricitante, e avea fatto con calma i preparativi per la partenza.
Lungo il viaggio scambiarono una dozzina di parole, parole indifferenti, dette con accento pacato, evitando di guardarsi, parole di ghiaccio che mettevano del ghiaccio tra di loro.
Ella sentivasi stringere il cuore, e procurava di metterci almeno una certa dolcezza; quella dignitosa rassegnazione sembrava che andasse a colpire in faccia Alberto, il quale sentiva l'abisso sprofondarsi gradatamente fra di loro: lo sentiva alla sua propria freddezza, a quel non so che d'impacciato, di timido ed altero che c'era, a sua insaputa, nelle sue stesse parole.
Cento volte, in quella notte dolorosa anche per lui, era stato sul punto di correre a buttarsi ai piedi di Adele, e chiederle perdono; ma gliene era mancato il coraggio per una fatale delicatezza, per un falso pudore, per una singolare rettitudine della colpa.
Domandarle perdono di che? Di averla tradita vilmente per una donna che non stimava punto? Di aver dimenticato in un istante l'amore di lei, la fiducia ch'ella aveva in lui, il loro passato, i giorni, i mesi interi d'intimità, di casto abbandono, d'espansione, d'identificazione completa d'idee, di sentimenti? Di essersi posto sotto i piedi tutto ciò per dei capelli biondi e delle spalle che gli si erano gettate alla faccia? Di averla insultata volgarmente all'uscio istesso delle sue stanze? Ma il domandarle cotesto perdono non sarebbe stato un altro insulto? Non sarebbe stato come domandarle una sanzione disonorevole per entrambi, un confessarsi piú basso della colpa? D'ora innanzi avrebbe potuto piú dirle che l'amava tuttora, che non avea mai cessato d'amarla - ed era vero - senza sentirsi montare i rossori al viso? E avrebbe potuto credere ch'ella avesse obbliato, e l'amasse ancora, senza dubitare che mentisse anche lei? Quando si cade bisogna almeno aver la forza di non dare del viso nel fango.
Giunti a Firenze, mise in campo degli affari, e partí per la campagna.
Cosí toglievasi pel momento al supplizio di comparirle dinanzi in quelle ore che solevano passare insieme.
Ella sentiva un gran dolore, una gran timidezza di fronte a quell'uomo, un gran timore di contrariarlo, e non fece la menoma osservazione.
Alberti avea detto che sarebbe mancato una settimana o due, e mancò tre mesi.
In questo tempo Adele s'era ammalata, assai piú gravemente di quel che sospettasse ella medesima, e gliene aveva scritto come di una passeggiera indisposizione.
Egli informavasi di lei tutti i giorni per telegrafo, ma non ritornava.
Del resto le notizie che riceveva erano sempre piú rassicuranti: la marchesa sembrava intieramente guarita.
D'allora in poi il marchese scriveva spesso alla moglie, e spesso riceveva sue lettere.
Per lo piú erano lettere insignificanti - o significanti troppo - non contenenti altro che le fredde formule della cortesia coniugale, rispettose e asciutte da parte di lui, timide e riservate da parte di lei.
Di tanto in tanto un pensiero serpeggiava (è questa la parola adatta, poiché era un serpe) per la mente di Alberto.
Che cosa sarebbe divenuto di quel tesoro di affetto che c'era nella sua Adele, adesso che per sua colpa era stato distolto violentemente da lui? Dove sarebbesi rivolto, su chi e in qual modo? Allora arrischiavasi ad insinuare nelle lettere qualche frase che prestavasi ad un'interpretazione affettuosa, e cercava nelle risposte di Adele il riflesso del sentimento che provava.
Gemmati, avendo saputo che la marchesa Alberti era ritornata da Livorno, sebben non si fosse fatta viva, era andato a farle visita, ed era rimasto colpito dall'alterazione profonda che scorgevasi nell'aspetto di lei.
Dopo alcuni giorni Adele s'era ammalata davvero, Gemmati l'avea assistita come sorella o come una figlia, e, pur dissimulando la gravità del male, aveva insistito perché ne fosse informato Alberto.
I pretesti dapprima, e poi le ripulse ostinate della marchesa, l'avevano sorpreso, e non avea tardato ad accorgersi che qualcosa di grosso doveva esserci stato.
Conoscendo Alberto intimamente, egli fu sgomentato piú di quanto lo fosse Adele istessa.
Prima di cedere al gran bisogno che sentiva di sfogarsi, di esser confortata, di appoggiarsi ad una mano amica, Adele avea molto combattuto, per delicatezza, per un sentimento di dignità, di rispetto e di amore verso il marito; ma a poco a poco qualcosa erale sfuggita lentamente.
Gemmati avea capito il resto, e d'allora in poi erasi mostrato piú riservato, e piú discretamente affettuoso.
Andava a trovarla di sovente, poiché sentiva che il darle occasione di parlar di lui le faceva bene, e che quel povero cuore tremante e malato aveva bisogno di esser rinfrancato da una voce amica.
Le diceva poche parole, di quelle che sapeva giovarle, o stava zitto, ascoltando pazientemente i suoi discorsi scuciti e febbrili, o il suo silenzio eloquente.
Ella avea finito per fargli leggere le lettere di Alberto, cosí fredde, cosí compassate, e gli dimandava dei consigli o delle lusinghe.
Mostravasi cosí contenta allorché Gemmati dicevale che Alberto sarebbe ritornato ad amarla, ch'egli ripetevale spesso.
L'amico le faceva piú bene del medico.
Ella guarí infatti, o sembrò esser guarita.
Finalmente una sera piovosa, verso gli ultimi di ottobre, Alberto ritornò a Firenze, e arrivò a casa sua quasi all'improvviso.
Al suo annunzio Adele s'era rizzata di botto in piedi; tutto il sangue le era corso al viso, e vedendolo entrare era ricaduta tremante sulla poltrona, mentre il rossore e il pallore si alternavano rapidamente sulle sue guancie.
Gemmati osservava con occhio inquieto cotesti sintomi, e rimaneva preoccupato.
Alberti fu sorpreso dall'accoglienza che gli faceva, e parve arrestarsi un istante sull'uscio, e saettare uno sguardo rapido e profondo sulla moglie e su Gemmati.
Poi era andato a stringerle la mano, l'aveva stretta anche al suo amico e s'era messo a sedere e a discorrere di quel che avea fatto e di cose indifferenti con aria distratta.
Anche Gemmati erasi mostrato un po' freddo verso l'amico, di cui il suo leale carattere non poteva scusare la condotta.
L'arrivo di Alberto evidentemente avea gettato del ghiaccio nel discorso, che andava scucito e alla meglio.
Dopo circa un quarto d'ora Alberto protestò una grande stanchezza e si ritirò.
L'indomani andò a trovare la moglie, e s'informò piú minutamente della salute di lei.
«E Gemmati ..
lo vedi spesso?»
«Sí.»
«Ah!» e parlò d'altro.
Le disse della ubertosa vendemmia, e della Sassosa, la famosa Sassosa, e dei miglioramenti fatti, delle disposizioni date, delle occupazioni piacevoli che avea trovato in campagna.
«E tu?» le domandò.
«Come hai passato il tuo tempo?»
«Ma...
bene.»
«Sei molto pallida, sai! Devi esser stata piú male di quel che m'hai scritto.»
«Adesso sto meglio.»
«E Gemmati è il tuo medico?»
«Sí.»
«Dicono che sia un bravo medico.
È stato sempre un uomo d'ingegno.»
«È verissimo, in pochi mesi qui a Firenze s'è fatta una bellissima riputazione.»
«E dei clienti?»
«Molti.»
«Devi essergli doppiamente grata in tal caso della sua assiduità...» Ella levò timidamente gli occhi sul viso marmoreo di lui.
«Però trovo strano...
davvero!...
ch'egli non m'abbia avvisato della gravità della tua malattia...
molto strano!» disse Alberto andandosene.
Adele era rimasta confusa, sgomenta, trepidante.
In mezzo a tutto questo vago turbamento insinuavasi, come un raggio di sole fra le tristi nebbie della sua anima, la speranza che in quel cuore di sasso fosse ancora qualcosa di vivo che agitavasi per lei.
D'allora in poi ella s'arrischiò timidamente a far scorgere anche a lui qualcosa di quel suo nuovo sentimento, di quella deliziosa speranza.
Alberto volgeva uno sguardo sorpreso, penetrante, pensieroso su di lei a quelle commoventi esitazioni, a quegli slanci repressi, che tremolavano nello sguardo o vibravano nella voce o avvampavano nei rossori subitanei del suo viso.
Aveva anch'egli di quelle esitazioni, di quelle distrazioni - il ghiaccio si liquefaceva, il dubbio si dileguava.
Anch'egli sorprendevasi a stare piú lungamente del solito accanto a lei dopo il desinare, e a non cercare piú con tanta fatica i soggetti piú comuni per la sterile e penosa conversazione di quelle ore, o a non essere piú impacciato se il silenzio li sorprendeva tutt'e due, cogli occhi fissi sulla fiamma del camino.
In certi momenti il cuore davagli come uno sbalzo in petto, la parola gli moriva sulle labbra, e volgea su di lei gli occhi distratti e profondi.
Una sera, dopo aver preso il caffè, erano rimasti piú a lungo del consueto accanto al fuoco, ella come assorta in quel silenzio e deliziosamente turbata, egli astratto, stuzzicando i tizzoni colle molle.
Da qualche tempo le rare parole erano finite anch'esse; marito e moglie non avevano piú bisogno di parlarsi, non rimaneva loro che stringersi quelle mani le quali piú di una volta si erano stese l'una verso l'altra, allorché fu suonata una visita, ed il domestico annunziò Gemmati.
Alberto si scosse, si alzò bruscamente, e fece due o tre passi scostandosi dalla moglie con vivacità.
Poi tornò indietro.
Il suo volto avea ripreso la solita maschera di marmo.
Ella a quel movimento del marito s'era fatta di brace.
«Fate entrare» disse il marchese, poiché sua moglie non dava alcun ordine.
«Ti faccio fuggire?» gli domandò Gemmati stendendogli la mano.
«Al contrario» rispose Alberti, senza avvedersi del gesto e tornando a sedere sulla poltroncina.
«Ecco!»
Il discorso si avviò su cose indifferenti.
Malgrado la gran forza di dissimulazione che possedeva Alberto, balenava di tratto in tratto nelle sue parole un'ironia dispettosa di sé stesso e d'altrui.
Adele sbalordita dalla luce che si era fatta improvvisamente nella sua mente, taceva spesso, era spesso pensierosa, e sembrava imbarazzata.
Gemmati sentiva l'effetto che aveva prodotto la sua visita, ed era impacciato anche lui, senza saperne troppo egli stesso il perché.
Fra tutti loro Alberto solo mostravasi il piú amaramente disinvolto.
Come accade qualche volta, a furia di cercar di stordire la preoccupazione comune col divagare sugli argomenti piú disparati, il discorso era sdrucciolato sul terreno scottante della cronaca galante, e parlavasi di un duello famoso nel quale un marito aveva avuto la peggio: duello che allora faceva le spese della conversazione in tutti i ritrovi della città.
«Ah» disse Alberto alzando le spalle.
«Il giudizio di Dio!»
Adele lo guardò in viso.
Gemmati aggiunse ridendo:
«Sei tu che parli cosí?»
«Perché no?» rispose Alberto serio serio, dopo un istante di riflessione.
«Alla fin fine, se l'onore non ha un fondamento naturale, è una convenzione sociale anch'esso...
una cosa falsa...»
«Ne sei convinto?» gli domandò Gemmati, ironico a sua volta.
«Perfettamente» rispose Alberti con calma.
Dopo che Gemmati se ne fu andato, Alberti rimase ancora soprappensieri poi si accomiatò dalla moglie.
Vedendolo uscire, Adele fu due o tre volte per buttargli piangendo le braccia al collo e dirgli: "Oh, Alberto!...".
Ma le parole, lo sguardo, il sorriso, la fisonomia del marito le agghiacciarono il sangue nelle vene.
Al domani la colazione fra marito e moglie fu silenziosa.
Si scambiarono appena le parole indispensabili di cortesia, e tosto alzato da tavola Alberti disse alla moglie:
«Non vai stasera al ballo di casa Rossi?»
«No» rispose Adele pensierosa.
«Non vai in nessun luogo!...
È singolare!»
«Se lo desideri...»
«Non desidero nulla.
Sembrami sconveniente cotesto stare rintanata in casa..
appena appena compatibile ad una innamorata Tu cominci a render ridicola la nostra luna di miele, mia cara...
E sai bene che non ci ho colpa.»
Ed uscí.
XLVIII
Adele rimase sbalordita, il sangue le avvampò al viso, e corse in furia nelle sue stanze.
Alberto era uscito, róso anche lui dalla febbre, dal dispetto, dalle furie.
Andò a caso, quasi senza vederci, e tornò sui suoi passi, spinto da una smania invincibile.
Allora fece una cosa che egli stesso avrebbe creduto impossibile: si mise a spiar la moglie.
La marchesa aveva scritto un bigliettino corto corto a Gemmati, dicendogli che aveva bisogno di parlargli.
Gemmati venne durante la sera, inquieto per quella letterina secca e asciutta che non diceva nulla e lasciava indovinare molto.
Trovò Adele cogli occhi luccicanti insolitamente, ma pallida e disfatta, e toccandole la mano: «Voi avete la febbre!» esclamò.
Ella non l'udí.
Dopo un istante di esitazione, gli disse risolutamente:
«Amico mio...
bisogna che non ci vediamo piú.»
«Perché?»
Adele si fece rossa, con un'aria di pudico trionfo.
«Mio marito è geloso!»
«Di me?»
«Di chi potrebbe esserlo?» diss'ella abbassando gli occhi e la voce, come se una favilla di quei misteri che a nostra insaputa si nascondono fra le tenebre dell'anima scintillasse improvvisamente alla superficie.
«E voi...
siete contenta ch'egli sia geloso?» domandò Gemmati sottovoce.
«Sí!» rispose dolcemente la donna con l'egoismo degli innamorati; e un sorriso la irradiò.
«Che volete che faccia?»
«Evitiamo di vederci.»
«Cosa penserà Alberti?...
che m'abbiate prevenuto!...»
«È vero!...»
«Quell'anima fiacca e malata dubiterà sempre...
Forse sarebbe peggio...
Bisogna fare qualcosa dippiú.»
«Cosa?»
Dopo un breve silenzio ei le disse timidamente:
«Mi sarete grata di quel che farò per voi?»
Ella gli strinse la mano, e chinò gli occhi.
Rimasero un istante assorti.
In quel momento entrò Alberto.
Adele ritirò vivamente la mano.
Il marchese li guardò appena.
Vide Gemmati commosso, e delle tracce di lagrime negli occhi di sua moglie; sedette.
«Sono venuto a dirti addio» disse Gemmati rompendo pel primo quel silenzio glaciale.
«Parti?»
«Sí.»
«Per dove?»
«Vado a Napoli.»
Adele impallidí.
«A Napoli c'è il colèra!» disse con vivacità.
«Son medico, ed ho degli importanti studi da fare sul colèra.»
«E ti fermerai...
molto tempo?»
«Mi stabilirò colà.»
«E la tua clientela di Firenze?»
«Me ne farò un'altra laggiú...»
La marchesa non aveva piú aperto bocca.
Gemmati, senza nessuna esagerazione, le disse addio con semplicità.
Alberti l'accompagnò sull'uscio, e gli strinse la mano proprio all'inglese.
«Tardi o no, è una bella azione che fa Gemmati!» disse tornando a sedere presso la moglie immobile e bianca come una statua.
Ella levò gli occhi su di lui quasi non avesse ben capito.
«E a proposito di partenza...
sono venuto a dire...
che parto anch'io.»
Adele, seguitando a fissarlo con occhi spalancati, attoniti, impietrati dal dolore, balbettò:
«Per sempre?»
«Chi ha detto che sia per sempre? Non vado a consacrarmi ai colerosi io...
Ho risoluto di viaggiare un po'.»
«Oh! Alberto!» esclamò la derelitta con voce sorda, lasciandosi cadere sulle ginocchia.
Ei la sollevò con mano ferma.
«Non abbassatevi!» le disse freddamente «e non abbassate me!»
La poveretta rimase pietrificata da quello sguardo incisivo, duro, inesorabile, e sentí l'abisso ch'erasi sprofondato fra di loro.
Non s'erano piú detta una parola, e le prime notizie del marchese erano venute da Monaco.
Frattanto Adele era ricaduta piú gravemente inferma.
Al principio della primavera, lusingata da un'apparenza di convalescenza, era partita per Belmonte.
Il marito, che non aveva mancato di chieder notizie di lei, aveva approvato la risoluzione, ed avea promesso che appena di ritorno in Italia, sarebbe andato a trovarla.
Intanto non ritornava, e il male di Adele, dopo parecchi miglioramenti fittizi, s'era dichiarato in tutta la sua gravità.
Ella moriva del male che le avea rapito la madre.
Il vecchio medico, che la conosceva da bambina, cominciò a farle capire che non intendeva addossarsi da solo la responsabilità di una cura tanto difficile, e chiese un consulto.
La marchesa non disse né sí né no; rimase meditabonda, e nessuno seppe mai quel ch'ella facesse nelle lunghe ore che chiudevasi nella sua camera.
Finalmente rispose al dottore che insisteva pel consulto:
«Parmi che si dovrebbe domandare il parere di mio marito...»
Il buon dottore non seppe capire il timido desiderio che avea l'inferma di richiamare Alberto con quel pretesto, e di averselo vicino in quegli ultimi dolorosi giorni di prova.
Egli se ne andò tentennando il capo, e borbottando: «Purché non si faccia aspettare anche la risposta...»
Ella aspettava! Il male intanto la divorava rapidamente, e ben tosto le forze le mancarono.
Piú volte, non vedendo giungere alcuna lettera del marito, si mise a scrivergli, e non ne ebbe il coraggio.
Piú tardi non n'ebbe nemmen la forza.
Allora fu assalita da una paura indicibile, e per la prima volta lasciò scappar le lagrime al cospetto del medico.
«Non sarebbe tempo di avvisare mio marito?...»
«Credevo che avesse già scritto...
e mi stupisco davvero!...
Ma telegraferò oggi stesso...»
«Telegrafare!...» mormorò lei.
Non disse piú nulla, e rimase a guardare il pallido sole di novembre che tramontava sui vetri della finestra.
Disgraziatamente il telegramma del dottore non trovò il marchese a Berlino, dove credevasi che egli fosse; sicché perdette tempo prezioso a corrergli dietro per tutte le piccole città della Germania.
Quando finalmente gli fu ricapitato, Alberto non mise tempo in mezzo e ritornò subito in Italia.
A Firenze trovò un secondo dispaccio firmato dalla moglie.
Era affranto dalla fatica e diluviava; si fece condurre da un treno speciale sino a Pistoia, e da Pistoia, in carrozza, si mise in viaggio per Belmonte.
XLIX
Piovigginava, la campagna era brulla, le ruote della carrozza s'affondavano nella via fangosa che i cavalli salivano a fatica.
Alberto guardava macchinalmente lo sgocciolar della pioggia sui cristalli.
Si udivano lenti i rintocchi dell'avemaria, e di tanto in tanto, a seconda dello svoltare della strada, lo squillare acuto ed ora soffocato di un campanello che sembrava inseguire Alberto da un pezzo.
«E cosí?» domandò aprendo lo sportello bruscamente.
«I cavalli non ne possono piú»
«Ammazzali!»
Ma come se il suono di quella parola l'avesse colpito, gettò un'occhiata sulle povere bestie fumanti e sgocciolanti di pioggia, e si ricacciò in fondo al legno.
I noti alberi che fiancheggiavano la strada sfilavano lentamente attraverso gli sportelli, e lo salutarono mestamente inclinando il capo con sommesso mormorío.
La carrozza oltrepassò il cancello.
Allora il marchese appoggiò il viso al cristallo per vedere una fontana, che cadeva in rovina.
La carrozza svoltò pel viale e si fermò.
«Diggià!» mormorò Alberto.
Nessuno era corso ad aprire lo sportello.
Egli balzò a terra.
La villa sembrava disabitata, tutte le finestre erano chiuse, i rami sfrondati e la pioggia cadeva lenta e monotona.
Il campanello che si era udito per l'erta tornò ad udirsi.
Alberto bussò risolutamente.
Un domestico sconosciuto venne ad aprirgli e gli domandò cosa volesse, come se fosse un estraneo.
Però egli spinse il servitore per le spalle con un far da padrone che non lasciava alcun dubbio ed andò difilato alle stanze di Adele.
Prima ancora di giungervi sentivasi un forte e singolare odore; l'uscio era socchiuso, e non si udiva né parlare, né muoversi nella stanza.
Alberto aprí esitante, e si arrestò sulla soglia.
La camera era quasi buia; di faccia all'uscio ardevano due candele su di un tavolino coperto da una tovaglia bianca; dall'altro lato c'era il letto che sembrava vuoto, bianco come un sepolcro nell'ombra.
Sotto le coperte modellavasi vagamente una forma indecisa, e sul guanciale, appena depresso, spiccavano due folte treccie nere, e sul viso già disfatto gli occhi neri anch'essi, lucenti nella morte.
Su di una piccola tavola accanto al letto c'era un mucchio di piccoli utensili d'argento e di cristallo che luccicavano; di contro al letto, colle spalle all'uscio, vedevasi una poltrona, e una testa interamente canuta che sorpassava la spalliera alla quale appoggiavasi.
Tutte quelle cose stringevano il cuore.
L'inferma, vedendo un'ombra nel vano dell'uscio, volse penosamente il capo, trasalí, e fece un languido movimento per stendere la mano, atteggiando le labbra ad un pallido sorriso.
«Grazie!» mormorò con voce che a lui mise il brivido nelle vene.
«Adele!...
Adele!...»
«Vedi?» diss'ella soltanto.
Ei volse gli occhi su quella tovaglia bianca, come se non l'avesse ancor vista, e la guardò a lungo in tal modo che Adele premette tacitamente la mano che teneva nella sua.
Il medico s'era alzato.
«Il buon dottore!» disse lei.
Alberto gli strinse la mano con forza.
«È la seconda volta che mi vede in questa camera!» gli disse con un singolare sorriso.
«Si rammenta?»
«Molto tempo addietro però!»
«Sí, molto tempo!»
E stette guardando Adele, immobile e bianca nel suo bianco letto.
Di quando in quando faceva scorrere uno sguardo stralunato sulla coperta, quasi cercandovi il corpo di lei che vi si smarriva, e le stringeva convulsamente la mano, come per accertarsi che ella fosse ancor lí, e che quello non fosse un orribile sogno.
Adele respirava con pena; i ricami del suo corsetto sembravano alitare a guisa di farfalle.
Dopo quel lungo sguardo, e un piú lungo silenzio: «Guardami Adele!...» diss'egli alfine.
Adele volse il capo in attitudine stanca.
Ei mise sulla ventola la mano tremante, e la fece girare; allora la luce della candela cadde sul viso dell'inferma.
Ei rimase affascinato.
Non piangeva, non diceva una parola, la guardava fiso al pari di spettro, e le stringeva la mano come se un'altra mano di ferro gli stringesse il cuore.
Sembrava che cogli occhi cercasse avidamente qualche cosa, qualche cosa che non era piú, e faceva balenare la sua ragione.
Ella gli lesse tutto ciò in viso, e due lagrime scorsero lentamente per le sue guance.
«Mi trovi tanto mutata» mormorò essa con un dolce sorriso «che quasi non mi riconosci, è vero?...
E non mi dici nulla!..»
Egli non rispose subito.
Poi, con voce sorda:
«Sí...
Tanto mutata!...
E io pure...
io pure...»
Tutt'a un tratto si udí squillare vicinissimo il campanello che aveva udito lungo la strada.
Il dottore si alzò.
«Son le sonagliere dei cavalli!» si affrettò a dire Alberto senza saper troppo il perché.
Nessuno gli rispose.
Una vecchia domestica entrò pian piano, e posò sulla tavola due vasi di fiori.
«Cosa fate?» domandò Alberto.
La vecchia rimase indecisa, non sapendo che dire.
Adele gli strinse la mano tacitamente.
«Non le faranno male quei fiori in camera?» domandò egli al dottore.
Questi scosse il capo tristamente; Alberto ammutolí.
Lo squillare del campanello, che un momento era taciuto, risuonò nell'anticamera, e sembrava avvicinarsi di stanza in stanza, insieme ad uno scalpiccio di passi e ad un borbottare sommesso.
Alberto istintivamente avea fatto un passo indietro, quasi si sentisse inseguito.
Poi, tutt'a un tratto, strappò la sua mano da quella di Adele, con un movimento istintivo indietreggiò sino in mezzo alla camera, e rimase ritto, pallido, fosco, coll'occhio fisso sull'uscio, affascinato.
Entrò il prete, il sagrestano, due o tre contadini.
Il marchese guardava come in un sogno tutta quella gente che entrava cosí in casa sua, e s'accostava al letto di sua moglie.
Li vedeva muoversi appunto come le immagini di un sogno, taciti, misteriosi, borbottando parole e facendo segni che non capiva.
Adele non parlava, non lo guardava, sembrava impietrita, come sotto un sudario.
Poscia tutta quella gente se ne andò, col medesimo scalpiccio funebre, col medesimo mormorío di parole sommesse, lasciando un odor singolare che non aveva mai sentito.
Adele rimaneva distesa sul letto, colle mani in croce sul petto, gli occhi rivolti adesso verso di lui, e gli sorrideva serenamente.
«Ora lasciatemi confessare con mia moglie!» disse improvvisamente Alberto alle due o tre persone ch'erano presenti.
Rimase lunga ora nascosto tra le cortine del letto, tenendo abbracciato il capo di lei.
Non lo si vide muovere; non si udí un singhiozzo o una parola; nessuno seppe che cosa avesse detto quell'uomo a quella moribonda.
Allorché rialzò il capo, nell'ombra del cortinaggio, era piú pallido di lei, e aveva gli occhi lucenti.
Il dottore gli fece un cenno.
Egli lasciò dolcemente la mano di lei.
Non si udiva altro rumore all'infuori della pioggia che batteva sui vetri.
Ei andò ad appoggiarvi la fronte, guardando nel buio.
Dopo qualche tempo si accostò al medico, e gli domandò sottovoce:
«Ebbene, dottore?»
Il dottore non rispose.
Allora Alberto con la voce ancor piú soffocata:
«Soffrirà molto?»
«No.»
«E...
sarà per stanotte?»
«Domani al piú tardi.»
Ei volse all'orologio uno sguardo incerto.
«Crede che dei dispiaceri...
possano averla uccisa?» domandò poscia.
«Il suo è un male ereditario, di quelli che non perdonano...
I dispiaceri non possono che averne accelerato lo sviluppo...»
«Anche l'assassino non fa che accelerare!...» interruppe Alberto collo stesso accento calmo e profondo, lasciandosi cadere su di una poltrona di faccia al medico.
E rimase cogli occhi fissi su di lei che teneva gli occhi chiusi e sembrava che dormisse.
«Lei deve aver bisogno di riposo» riprese poco dopo il dottore dolcemente.
«Approfitti di questa breve ora in cui essa è calma...»
«E quando non potrò vederla piú?»
Il vecchio chinò il capo.
«Mi pare impossibile che non debba vederla piú!» mormorò poscia Alberto come fra di sé.
E un istante dopo:
«Che cosa diverrà, dottore?»
Costui alzò un dito al cielo.
Alberto vi rivolse gli occhi anche lui, seguendo macchinalmente quel gesto.
Poscia fissando sul medico uno sguardo singolare:
«Lei non è materialista, dottore?»
«Non sono uno scienziato, sono un povero medico di campagna.
Ho assistito a molti momenti simili, ed ho visto molti dolori...»
«Ha visto morire delle persone care?»
«Sí.»
«Dev'esser cosí!» mormorò Alberti, dopo alcuni istanti di meditazione.
E rimase colla fronte fra le mani, e i gomiti sui ginocchi.
Di tanto in tanto l'inferma era agitata da scosse convulsive, e tremava tutta; sembrava tormentata persin nel sonno da un'arcana ambascia.
Allora Alberto levava il capo, fissava su di lei gli occhi ardenti di febbre, e quando la respirazione di lei si faceva piú calma, tornava a chinarli a terra.
Improvvisamente fu scosso da un rantolo, la moribonda cominciò ad agitare il capo sul guanciale e chiamò Alberto con un suono inarticolato.
Egli balzò in piedi, e le prese la mano ch'era fredda come il marmo.
«Dottore!» esclamò con voce concitata.
Il medico prese il polso, e lo lasciò ricadere senza dir nulla.
«Soffre?»
«Per poco...»
La moribonda fissava su di lui gli occhi che si andavano appannando.
Il rantolo si faceva piú soffocato, e l'ambascia piú spasmodica.
«Che lunga notte!» mormorò Alberto asciugandosi il sudore della fronte.
Cominciavano ad udirsi i campanacci delle mandre che andavano al pascolo.
Alberti levò il capo come svegliandosi, e vide confusamente che i vetri delle finestre cominciavano ad imbiancare.
Alla pallida luce dell'alba il viso di Adele sembrava livido.
Essa era supina, immobile, col viso affilato e gli occhi appannati.
«Adele!» mormorò Alberto chinandosi su di lei.
Ella sollevò le palpebre stentatamente.
«Son qui Adele!» ripeté una di quelle frasi insensate che strappa l'angoscia.
Le bianche labbra della poveretta si agitarono.
«Dottore, mi sente!» esclamò Alberto con un'immensa commozione nella voce, interrogando il medico con occhi ansiosi.
Costui chinò i suoi e non rispose.
Alberto chinò il capo
Adele ricominciò a tremare.
Il medico prese per un braccio Alberto e volle condurlo via Ei gli rivolse uno sguardo profondo.
«Non abbiate paura!» disse.
«Paura?» rispose il vecchio stringendosi nelle spalle.
Un brivido corse per tutto il corpo della moribonda.
Alberto prese quasi macchinalmente il crocifisso ch'era a capo del letto, e lo mise fra le mani agghiacciate di lei - il viso si profilò, i muscoli del mento e della bocca si rilasciarono e rimase immobile.
Ei la guardò, si chinò su di lei, si rialzò lento lento, lasciò dolcemente le mani che stringevano ancora le sue, e fece un passo indietro.
Il medico gli prese la destra.
Egli lo guardò trasognato e balbettò:
«Perché?...
Diggià?...
Per sempre?...»
L
Alberto si lasciò condur via dalla camera della morta.
Lungo tutto il giorno stette a guardar dietro i vetri il pergolato spoglio di frondi, il banco rovesciato, e la finestra chiusa, attraverso le cui cortine si vedeva, come una volta, un barlume - funebre barlume stavolta.
Alla chiesuola del camposanto, laggiú nella valletta, si udivano di tanto in tanto dei mesti rintocchi - ei rizzava il capo e guardava nel vuoto.
Verso sera il triste corteo si mise in marcia.
Egli seguivalo a capo scoperto, impenetrabile e tetro come un fantasma.
Le fiammelle dei ceri oscillavano, e le nappe della funebre coltre dondolavano per la ripida discesa.
Alberti ritornò solo dal cimitero, tardi.
Le stelle scintillavano sul suo capo, e la luna incominciava a sorgere dietro i monti.
Ei si fermò sul ciglio della via a contemplare un lume che brillava ancora laggiú accanto alla chiesuola, nell'ombra.
Guardò la luna che sorgeva, le stelle che scintillavano sul suo capo e s'incamminò lentamente verso la villa.
I domestici lo videro attraversare le stanze con passo fermo, pallido e calmo, e dirigersi verso la camera mortuaria.
Quella camera era ancora nel medesimo stato.
Le candele finivano di consumarsi sgocciolando, le finestre erano aperte, i fiori erano ancora sulla tovaglia bianca, il crocifisso a capo del letto, le boccettine sulla piccola tavola.
Il vento entrava a buffi, e faceva svolazzare le cortine del letto.
Egli s'avanzò lentamente ed andò a toccare ad uno ad uno quei fiori, quella tovaglia, quei mobili, ad esaminare le boccettine.
Poscia riempí un gran bicchiere d'acqua, l'accostò alle labbra avidamente, ma lo posò senza bere.
Il letto era intatto, la coperta liscia e distesa, il guanciale non aveva una piega.
Ei stette ritto dinanzi a quel letto lunga pezza, guardandolo con occhi astratti, mise la mano con un gesto malfermo sulla rimboccatura della coperta, esitò, colle dita increspate e contratte, e ad un tratto, bruscamente, risolutamente, tirò in giú la coperta, e cadde pesantemente ai piedi del letto col capo sul cuscino.
Si udí un colpo di pistola.
Fine
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