EROS, di Giovanni Verga - pagina 26
...
.»
«È verissimo, in pochi mesi qui a Firenze s'è fatta una bellissima riputazione.»
«E dei clienti?»
«Molti.»
«Devi essergli doppiamente grata in tal caso della sua assiduità...» Ella levò timidamente gli occhi sul viso marmoreo di lui.
«Però trovo strano...
davvero!...
ch'egli non m'abbia avvisato della gravità della tua malattia...
molto strano!» disse Alberto andandosene.
Adele era rimasta confusa, sgomenta, trepidante.
In mezzo a tutto questo vago turbamento insinuavasi, come un raggio di sole fra le tristi nebbie della sua anima, la speranza che in quel cuore di sasso fosse ancora qualcosa di vivo che agitavasi per lei.
D'allora in poi ella s'arrischiò timidamente a far scorgere anche a lui qualcosa di quel suo nuovo sentimento, di quella deliziosa speranza.
Alberto volgeva uno sguardo sorpreso, penetrante, pensieroso su di lei a quelle commoventi esitazioni, a quegli slanci repressi, che tremolavano nello sguardo o vibravano nella voce o avvampavano nei rossori subitanei del suo viso.
Aveva anch'egli di quelle esitazioni, di quelle distrazioni - il ghiaccio si liquefaceva, il dubbio si dileguava.
Anch'egli sorprendevasi a stare piú lungamente del solito accanto a lei dopo il desinare, e a non cercare piú con tanta fatica i soggetti piú comuni per la sterile e penosa conversazione di quelle ore, o a non essere piú impacciato se il silenzio li sorprendeva tutt'e due, cogli occhi fissi sulla fiamma del camino.
In certi momenti il cuore davagli come uno sbalzo in petto, la parola gli moriva sulle labbra, e volgea su di lei gli occhi distratti e profondi.
Una sera, dopo aver preso il caffè, erano rimasti piú a lungo del consueto accanto al fuoco, ella come assorta in quel silenzio e deliziosamente turbata, egli astratto, stuzzicando i tizzoni colle molle.
Da qualche tempo le rare parole erano finite anch'esse; marito e moglie non avevano piú bisogno di parlarsi, non rimaneva loro che stringersi quelle mani le quali piú di una volta si erano stese l'una verso l'altra, allorché fu suonata una visita, ed il domestico annunziò Gemmati.
Alberto si scosse, si alzò bruscamente, e fece due o tre passi scostandosi dalla moglie con vivacità.
Poi tornò indietro.
Il suo volto avea ripreso la solita maschera di marmo.
Ella a quel movimento del marito s'era fatta di brace.
«Fate entrare» disse il marchese, poiché sua moglie non dava alcun ordine.
«Ti faccio fuggire?» gli domandò Gemmati stendendogli la mano.
«Al contrario» rispose Alberti, senza avvedersi del gesto e tornando a sedere sulla poltroncina.
«Ecco!»
Il discorso si avviò su cose indifferenti.
Malgrado la gran forza di dissimulazione che possedeva Alberto, balenava di tratto in tratto nelle sue parole un'ironia dispettosa di sé stesso e d'altrui.
Adele sbalordita dalla luce che si era fatta improvvisamente nella sua mente, taceva spesso, era spesso pensierosa, e sembrava imbarazzata.
Gemmati sentiva l'effetto che aveva prodotto la sua visita, ed era impacciato anche lui, senza saperne troppo egli stesso il perché.
Fra tutti loro Alberto solo mostravasi il piú amaramente disinvolto.
Come accade qualche volta, a furia di cercar di stordire la preoccupazione comune col divagare sugli argomenti piú disparati, il discorso era sdrucciolato sul terreno scottante della cronaca galante, e parlavasi di un duello famoso nel quale un marito aveva avuto la peggio: duello che allora faceva le spese della conversazione in tutti i ritrovi della città.
«Ah» disse Alberto alzando le spalle.
«Il giudizio di Dio!»
Adele lo guardò in viso.
Gemmati aggiunse ridendo:
«Sei tu che parli cosí?»
«Perché no?» rispose Alberto serio serio, dopo un istante di riflessione.
«Alla fin fine, se l'onore non ha un fondamento naturale, è una convenzione sociale anch'esso...
una cosa falsa...»
«Ne sei convinto?» gli domandò Gemmati, ironico a sua volta.
«Perfettamente» rispose Alberti con calma.
Dopo che Gemmati se ne fu andato, Alberti rimase ancora soprappensieri poi si accomiatò dalla moglie.
Vedendolo uscire, Adele fu due o tre volte per buttargli piangendo le braccia al collo e dirgli: "Oh, Alberto!...".
Ma le parole, lo sguardo, il sorriso, la fisonomia del marito le agghiacciarono il sangue nelle vene.
Al domani la colazione fra marito e moglie fu silenziosa.
Si scambiarono appena le parole indispensabili di cortesia, e tosto alzato da tavola Alberti disse alla moglie:
«Non vai stasera al ballo di casa Rossi?»
«No» rispose Adele pensierosa.
«Non vai in nessun luogo!...
È singolare!»
«Se lo desideri...»
«Non desidero nulla.
Sembrami sconveniente cotesto stare rintanata in casa..
appena appena compatibile ad una innamorata Tu cominci a render ridicola la nostra luna di miele, mia cara...
E sai bene che non ci ho colpa.»
Ed uscí.
XLVIII
Adele rimase sbalordita, il sangue le avvampò al viso, e corse in furia nelle sue stanze.
Alberto era uscito, róso anche lui dalla febbre, dal dispetto, dalle furie.
Andò a caso, quasi senza vederci, e tornò sui suoi passi, spinto da una smania invincibile.
Allora fece una cosa che egli stesso avrebbe creduto impossibile: si mise a spiar la moglie.
La marchesa aveva scritto un bigliettino corto corto a Gemmati, dicendogli che aveva bisogno di parlargli.
Gemmati venne durante la sera, inquieto per quella letterina secca e asciutta che non diceva nulla e lasciava indovinare molto.
Trovò Adele cogli occhi luccicanti insolitamente, ma pallida e disfatta, e toccandole la mano: «Voi avete la febbre!» esclamò.
Ella non l'udí.
Dopo un istante di esitazione, gli disse risolutamente:
«Amico mio...
bisogna che non ci vediamo piú.»
«Perché?»
Adele si fece rossa, con un'aria di pudico trionfo.
«Mio marito è geloso!»
«Di me?»
«Di chi potrebbe esserlo?» diss'ella abbassando gli occhi e la voce, come se una favilla di quei misteri che a nostra insaputa si nascondono fra le tenebre dell'anima scintillasse improvvisamente alla superficie.
«E voi...
siete contenta ch'egli sia geloso?» domandò Gemmati sottovoce.
«Sí!» rispose dolcemente la donna con l'egoismo degli innamorati; e un sorriso la irradiò.
«Che volete che faccia?»
«Evitiamo di vederci.»
«Cosa penserà Alberti?...
che m'abbiate prevenuto!...»
«È vero!...»
«Quell'anima fiacca e malata dubiterà sempre...
Forse sarebbe peggio...
Bisogna fare qualcosa dippiú.»
«Cosa?»
Dopo un breve silenzio ei le disse timidamente:
«Mi sarete grata di quel che farò per voi?»
Ella gli strinse la mano, e chinò gli occhi.
Rimasero un istante assorti.
In quel momento entrò Alberto.
Adele ritirò vivamente la mano.
Il marchese li guardò appena.
Vide Gemmati commosso, e delle tracce di lagrime negli occhi di sua moglie; sedette.
«Sono venuto a dirti addio» disse Gemmati rompendo pel primo quel silenzio glaciale.
«Parti?»
«Sí.»
«Per dove?»
«Vado a Napoli.»
Adele impallidí.
«A Napoli c'è il colèra!» disse con vivacità.
«Son medico, ed ho degli importanti studi da fare sul colèra.»
«E ti fermerai...
molto tempo?»
«Mi stabilirò colà.»
«E la tua clientela di Firenze?»
«Me ne farò un'altra laggiú...»
La marchesa non aveva piú aperto bocca.
Gemmati, senza nessuna esagerazione, le disse addio con semplicità.
Alberti l'accompagnò sull'uscio, e gli strinse la mano proprio all'inglese.
«Tardi o no, è una bella azione che fa Gemmati!» disse tornando a sedere presso la moglie immobile e bianca come una statua.
Ella levò gli occhi su di lui quasi non avesse ben capito.
«E a proposito di partenza...
sono venuto a dire...
che parto anch'io.»
Adele, seguitando a fissarlo con occhi spalancati, attoniti, impietrati dal dolore, balbettò:
«Per sempre?»
«Chi ha detto che sia per sempre? Non vado a consacrarmi ai colerosi io...
Ho risoluto di viaggiare un po'.»
«Oh! Alberto!» esclamò la derelitta con voce sorda, lasciandosi cadere sulle ginocchia.
Ei la sollevò con mano ferma.
«Non abbassatevi!» le disse freddamente «e non abbassate me!»
La poveretta rimase pietrificata da quello sguardo incisivo, duro, inesorabile, e sentí l'abisso ch'erasi sprofondato fra di loro.
Non s'erano piú detta una parola, e le prime notizie del marchese erano venute da Monaco.
Frattanto Adele era ricaduta piú gravemente inferma.
Al principio della primavera, lusingata da un'apparenza di convalescenza, era partita per Belmonte.
Il marito, che non aveva mancato di chieder notizie di lei, aveva approvato la risoluzione, ed avea promesso che appena di ritorno in Italia, sarebbe andato a trovarla.
Intanto non ritornava, e il male di Adele, dopo parecchi miglioramenti fittizi, s'era dichiarato in tutta la sua gravità.
Ella moriva del male che le avea rapito la madre.
Il vecchio medico, che la conosceva da bambina, cominciò a farle capire che non intendeva addossarsi da solo la responsabilità di una cura tanto difficile, e chiese un consulto.
La marchesa non disse né sí né no; rimase meditabonda, e nessuno seppe mai quel ch'ella facesse nelle lunghe ore che chiudevasi nella sua camera.
Finalmente rispose al dottore che insisteva pel consulto:
«Parmi che si dovrebbe domandare il parere di mio marito...»
Il buon dottore non seppe capire il timido desiderio che avea l'inferma di richiamare Alberto con quel pretesto, e di averselo vicino in quegli ultimi dolorosi giorni di prova.
Egli se ne andò tentennando il capo, e borbottando: «Purché non si faccia aspettare anche la risposta...»
Ella aspettava! Il male intanto la divorava rapidamente, e ben tosto le forze le mancarono.
Piú volte, non vedendo giungere alcuna lettera del marito, si mise a scrivergli, e non ne ebbe il coraggio.
Piú tardi non n'ebbe nemmen la forza.
Allora fu assalita da una paura indicibile, e per la prima volta lasciò scappar le lagrime al cospetto del medico.
«Non sarebbe tempo di avvisare mio marito?...»
«Credevo che avesse già scritto...
e mi stupisco davvero!...
Ma telegraferò oggi stesso...»
«Telegrafare!...» mormorò lei.
Non disse piú nulla, e rimase a guardare il pallido sole di novembre che tramontava sui vetri della finestra.
Disgraziatamente il telegramma del dottore non trovò il marchese a Berlino, dove credevasi che egli fosse; sicché perdette tempo prezioso a corrergli dietro per tutte le piccole città della Germania.
Quando finalmente gli fu ricapitato, Alberto non mise tempo in mezzo e ritornò subito in Italia.
A Firenze trovò un secondo dispaccio firmato dalla moglie.
Era affranto dalla fatica e diluviava; si fece condurre da un treno speciale sino a Pistoia, e da Pistoia, in carrozza, si mise in viaggio per Belmonte.
XLIX
Piovigginava, la campagna era brulla, le ruote della carrozza s'affondavano nella via fangosa che i cavalli salivano a fatica.
Alberto guardava macchinalmente lo sgocciolar della pioggia sui cristalli.
Si udivano lenti i rintocchi dell'avemaria, e di tanto in tanto, a seconda dello svoltare della strada, lo squillare acuto ed ora soffocato di un campanello che sembrava inseguire Alberto da un pezzo.
«E cosí?» domandò aprendo lo sportello bruscamente.
«I cavalli non ne possono piú»
«Ammazzali!»
Ma come se il suono di quella parola l'avesse colpito, gettò un'occhiata sulle povere bestie fumanti e sgocciolanti di pioggia, e si ricacciò in fondo al legno.
I noti alberi che fiancheggiavano la strada sfilavano lentamente attraverso gli sportelli, e lo salutarono mestamente inclinando il capo con sommesso mormorío.
La carrozza oltrepassò il cancello.
Allora il marchese appoggiò il viso al cristallo per vedere una fontana, che cadeva in rovina.
La carrozza svoltò pel viale e si fermò.
«Diggià!» mormorò Alberto.
Nessuno era corso ad aprire lo sportello.
Egli balzò a terra.
La villa sembrava disabitata, tutte le finestre erano chiuse, i rami sfrondati e la pioggia cadeva lenta e monotona.
Il campanello che si era udito per l'erta tornò ad udirsi.
Alberto bussò risolutamente.
Un domestico sconosciuto venne ad aprirgli e gli domandò cosa volesse, come se fosse un estraneo.
Però egli spinse il servitore per le spalle con un far da padrone che non lasciava alcun dubbio ed andò difilato alle stanze di Adele.
Prima ancora di giungervi sentivasi un forte e singolare odore; l'uscio era socchiuso, e non si udiva né parlare, né muoversi nella stanza.
Alberto aprí esitante, e si arrestò sulla soglia.
La camera era quasi buia; di faccia all'uscio ardevano due candele su di un tavolino coperto da una tovaglia bianca; dall'altro lato c'era il letto che sembrava vuoto, bianco come un sepolcro nell'ombra.
Sotto le coperte modellavasi vagamente una forma indecisa, e sul guanciale, appena depresso, spiccavano due folte treccie nere, e sul viso già disfatto gli occhi neri anch'essi, lucenti nella morte.
Su di una piccola tavola accanto al letto c'era un mucchio di piccoli utensili d'argento e di cristallo che luccicavano; di contro al letto, colle spalle all'uscio, vedevasi una poltrona, e una testa interamente canuta che sorpassava la spalliera alla quale appoggiavasi.
Tutte quelle cose stringevano il cuore.
L'inferma, vedendo un'ombra nel vano dell'uscio, volse penosamente il capo, trasalí, e fece un languido movimento per stendere la mano, atteggiando le labbra ad un pallido sorriso.
«Grazie!» mormorò con voce che a lui mise il brivido nelle vene.
«Adele!...
Adele!...»
«Vedi?» diss'ella soltanto.
Ei volse gli occhi su quella tovaglia bianca, come se non l'avesse ancor vista, e la guardò a lungo in tal modo che Adele premette tacitamente la mano che teneva nella sua.
Il medico s'era alzato.
«Il buon dottore!» disse lei.
Alberto gli strinse la mano con forza.
«È la seconda volta che mi vede in questa camera!» gli disse con un singolare sorriso.
«Si rammenta?»
«Molto tempo addietro però!»
«Sí, molto tempo!»
E stette guardando Adele, immobile e bianca nel suo bianco letto.
Di quando in quando faceva scorrere uno sguardo stralunato sulla coperta, quasi cercandovi il corpo di lei che vi si smarriva, e le stringeva convulsamente la mano, come per accertarsi che ella fosse ancor lí, e che quello non fosse un orribile sogno.
Adele respirava con pena; i ricami del suo corsetto sembravano alitare a guisa di farfalle.
Dopo quel lungo sguardo, e un piú lungo silenzio: «Guardami Adele!...» diss'egli alfine.
Adele volse il capo in attitudine stanca.
Ei mise sulla ventola la mano tremante, e la fece girare; allora la luce della candela cadde sul viso dell'inferma.
Ei rimase affascinato.
Non piangeva, non diceva una parola, la guardava fiso al pari di spettro, e le stringeva la mano come se un'altra mano di ferro gli stringesse il cuore.
Sembrava che cogli occhi cercasse avidamente qualche cosa, qualche cosa che non era piú, e faceva balenare la sua ragione.
Ella gli lesse tutto ciò in viso, e due lagrime scorsero lentamente per le sue guance.
«Mi trovi tanto mutata» mormorò essa con un dolce sorriso «che quasi non mi riconosci, è vero?...
E non mi dici nulla!..»
Egli non rispose subito.
Poi, con voce sorda:
«Sí...
Tanto mutata!...
E io pure...
io pure...»
Tutt'a un tratto si udí squillare vicinissimo il campanello che aveva udito lungo la strada.
Il dottore si alzò.
«Son le sonagliere dei cavalli!» si affrettò a dire Alberto senza saper troppo il perché.
Nessuno gli rispose.
Una vecchia domestica entrò pian piano, e posò sulla tavola due vasi di fiori.
«Cosa fate?» domandò Alberto.
La vecchia rimase indecisa, non sapendo che dire.
Adele gli strinse la mano tacitamente.
«Non le faranno male quei fiori in camera?» domandò egli al dottore.
Questi scosse il capo tristamente; Alberto ammutolí.
Lo squillare del campanello, che un momento era taciuto, risuonò nell'anticamera, e sembrava avvicinarsi di stanza in stanza, insieme ad uno scalpiccio di passi e ad un borbottare sommesso.
Alberto istintivamente avea fatto un passo indietro, quasi si sentisse inseguito.
Poi, tutt'a un tratto, strappò la sua mano da quella di Adele, con un movimento istintivo indietreggiò sino in mezzo alla camera, e rimase ritto, pallido, fosco, coll'occhio fisso sull'uscio, affascinato.
Entrò il prete, il sagrestano, due o tre contadini.
Il marchese guardava come in un sogno tutta quella gente che entrava cosí in casa sua, e s'accostava al letto di sua moglie.
Li vedeva muoversi appunto come le immagini di un sogno, taciti, misteriosi, borbottando parole e facendo segni che non capiva.
Adele non parlava, non lo guardava, sembrava impietrita, come sotto un sudario.
Poscia tutta quella gente se ne andò, col medesimo scalpiccio funebre, col medesimo mormorío di parole sommesse, lasciando un odor singolare che non aveva mai sentito.
Adele rimaneva distesa sul letto, colle mani in croce sul petto, gli occhi rivolti adesso verso di lui, e gli sorrideva serenamente.
«Ora lasciatemi confessare con mia moglie!» disse improvvisamente Alberto alle due o tre persone ch'erano presenti.
Rimase lunga ora nascosto tra le cortine del letto, tenendo abbracciato il capo di lei.
Non lo si vide muovere; non si udí un singhiozzo o una parola; nessuno seppe che cosa avesse detto quell'uomo a quella moribonda.
Allorché rialzò il capo, nell'ombra del cortinaggio, era piú pallido di lei, e aveva gli occhi lucenti.
Il dottore gli fece un cenno.
Egli lasciò dolcemente la mano di lei.
Non si udiva altro rumore all'infuori della pioggia che batteva sui vetri.
Ei andò ad appoggiarvi la fronte, guardando nel buio.
Dopo qualche tempo si accostò al medico, e gli domandò sottovoce:
«Ebbene, dottore?»
Il dottore non rispose.
Allora Alberto con la voce ancor piú soffocata:
«Soffrirà molto?»
«No.»
«E...
sarà per stanotte?»
«Domani al piú tardi.»
Ei volse all'orologio uno sguardo incerto.
«Crede che dei dispiaceri...
possano averla uccisa?» domandò poscia.
«Il suo è un male ereditario, di quelli che non perdonano...
I dispiaceri non possono che averne accelerato lo sviluppo...»
«Anche l'assassino non fa che accelerare!...» interruppe Alberto collo stesso accento calmo e profondo, lasciandosi cadere su di una poltrona di faccia al medico.
E rimase cogli occhi fissi su di lei che teneva gli occhi chiusi e sembrava che dormisse.
«Lei deve aver bisogno di riposo» riprese poco dopo il dottore dolcemente.
«Approfitti di questa breve ora in cui essa è calma...»
«E quando non potrò vederla piú?»
Il vecchio chinò il capo.
«Mi pare impossibile che non debba vederla piú!» mormorò poscia Alberto come fra di sé.
E un istante dopo:
«Che cosa diverrà, dottore?»
Costui alzò un dito al cielo.
Alberto vi rivolse gli occhi anche lui, seguendo macchinalmente quel gesto.
Poscia fissando sul medico uno sguardo singolare:
«Lei non è materialista, dottore?»
«Non sono uno scienziato, sono un povero medico di campagna.
Ho assistito a molti momenti simili, ed ho visto molti dolori...»
«Ha visto morire delle persone care?»
«Sí.»
«Dev'esser cosí!» mormorò Alberti, dopo alcuni istanti di meditazione.
E rimase colla fronte fra le mani, e i gomiti sui ginocchi.
Di tanto in tanto l'inferma era agitata da scosse convulsive, e tremava tutta; sembrava tormentata persin nel sonno da un'arcana ambascia.
Allora Alberto levava il capo, fissava su di lei gli occhi ardenti di febbre, e quando la respirazione di lei si faceva piú calma, tornava a chinarli a terra.
Improvvisamente fu scosso da un rantolo, la moribonda cominciò ad agitare il capo sul guanciale e chiamò Alberto con un suono inarticolato.
Egli balzò in piedi, e le prese la mano ch'era fredda come il marmo.
«Dottore!» esclamò con voce concitata.
Il medico prese il polso, e lo lasciò ricadere senza dir nulla.
«Soffre?»
«Per poco...»
La moribonda fissava su di lui gli occhi che si andavano appannando.
Il rantolo si faceva piú soffocato, e l'ambascia piú spasmodica.
«Che lunga notte!» mormorò Alberto asciugandosi il sudore della fronte.
Cominciavano ad udirsi i campanacci delle mandre che andavano al pascolo.
Alberti levò il capo come svegliandosi, e vide confusamente che i vetri delle finestre cominciavano ad imbiancare.
Alla pallida luce dell'alba il viso di Adele sembrava livido.
Essa era supina, immobile, col viso affilato e gli occhi appannati.
«Adele!» mormorò Alberto chinandosi su di lei.
Ella sollevò le palpebre stentatamente.
«Son qui Adele!» ripeté una di quelle frasi insensate che strappa l'angoscia.
Le bianche labbra della poveretta si agitarono.
«Dottore, mi sente!» esclamò Alberto con un'immensa commozione nella voce, interrogando il medico con occhi ansiosi.
Costui chinò i suoi e non rispose.
Alberto chinò il capo
Adele ricominciò a tremare.
Il medico prese per un braccio Alberto e volle condurlo via Ei gli rivolse uno sguardo profondo.
«Non abbiate paura!» disse.
«Paura?» rispose il vecchio stringendosi nelle spalle.
Un brivido corse per tutto il corpo della moribonda.
Alberto prese quasi macchinalmente il crocifisso ch'era a capo del letto, e lo mise fra le mani agghiacciate di lei - il viso si profilò, i muscoli del mento e della bocca si rilasciarono e rimase immobile.
Ei la guardò, si chinò su di lei, si rialzò lento lento, lasciò dolcemente le mani che stringevano ancora le sue, e fece un passo indietro.
Il medico gli prese la destra.
Egli lo guardò trasognato e balbettò:
«Perché?...
Diggià?...
Per sempre?...»
L
Alberto si lasciò condur via dalla camera della morta.
Lungo tutto il giorno stette a guardar dietro i vetri il pergolato spoglio di frondi, il banco rovesciato, e la finestra chiusa, attraverso le cui cortine si vedeva, come una volta, un barlume - funebre barlume stavolta.
Alla chiesuola del camposanto, laggiú nella valletta, si udivano di tanto in tanto dei mesti rintocchi - ei rizzava il capo e guardava nel vuoto.
Verso sera il triste corteo si mise in marcia.
Egli seguivalo a capo scoperto, impenetrabile e tetro come un fantasma.
Le fiammelle dei ceri oscillavano, e le nappe della funebre coltre dondolavano per la ripida discesa.
Alberti ritornò solo dal cimitero, tardi.
Le stelle scintillavano sul suo capo, e la luna incominciava a sorgere dietro i monti.
Ei si fermò sul ciglio della via a contemplare un lume che brillava ancora laggiú accanto alla chiesuola, nell'ombra.
Guardò la luna che sorgeva, le stelle che scintillavano sul suo capo e s'incamminò lentamente verso la villa.
I domestici lo videro attraversare le stanze con passo fermo, pallido e calmo, e dirigersi verso la camera mortuaria.
Quella camera era ancora nel medesimo stato.
Le candele finivano di consumarsi sgocciolando, le finestre erano aperte, i fiori erano ancora sulla tovaglia bianca, il crocifisso a capo del letto, le boccettine sulla piccola tavola.
Il vento entrava a buffi, e faceva svolazzare le cortine del letto.
Egli s'avanzò lentamente ed andò a toccare ad uno ad uno quei fiori, quella tovaglia, quei mobili, ad esaminare le boccettine.
Poscia riempí un gran bicchiere d'acqua, l'accostò alle labbra avidamente, ma lo posò senza bere.
Il letto era intatto, la coperta liscia e distesa, il guanciale non aveva una piega.
Ei stette ritto dinanzi a quel letto lunga pezza, guardandolo con occhi astratti, mise la mano con un gesto malfermo sulla rimboccatura della coperta, esitò, colle dita increspate e contratte, e ad un tratto, bruscamente, risolutamente, tirò in giú la coperta, e cadde pesantemente ai piedi del letto col capo sul cuscino.
Si udí un colpo di pistola.
Fine
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