EROS, di Giovanni Verga - pagina 4
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Egli si fece rosso e si mosse bruscamente per andarsene, ma invece d'infilare l'uscio ch'era dietro le sue spalle trovò piú corto di fare il giro del giardino per andare in camera sua, e dovette passare cosí vicino alla cugina da darle quasi uno spintone col gomito.
«Te ne vai?» gli domandò ella con sorpresa.
Ei rispose con accento da Otello: «Sí!».
«Perché?»
«Ho sonno» rispose bruscamente.
«Che bel giovane!» esclamò la signora Zucchi, non cosí piano da non farsi sentire dall'Adele, e osservandola con pettegola curiosità; la fanciulla, troppo ingenua per esser diffidente, si fece rossa di giubilo, seguitando a fissare l'uscio pel quale egli era partito.
«E il figliuolo della signora Cecilia?» domandò il notaio.
«Sí» rispose il signor Bartolomeo; «ha trentaduemila lire d'entrata in bei poderi.»
«E sí che il fu marchese!...»
«Ed anche la fu marchesa, pur troppo!...»
«Ma non parliamo dei morti.
Quel ragazzo è stato fortunato di avere un parente che si occupasse dei suoi affari...
Non faccio per dire, ma non avrebbe di che pagarsi nemmen la boria del marchesato.»
«Però non sembra punto allegro!» osservò la signora Zucchi.
«Cosa gli hai fatto?» susurrò Velleda all'orecchio di Adele.
«Io?...
nulla, ti giuro!» rispose la fanciulla turbandosi.
Col cuore grosso ella andò a cercare il cugino che la fuggiva, e lo trovò sulla terrazza, appoggiato alla balaustrata.
«Cos'è stato?» gli domandò timidamente, mettendoglisi accanto come un'ombra.
«Ma nulla è stato!»
Ella non ebbe il coraggio d'insistere e tacque.
C'era accanto un ramoscello di gaggia in fiore; ne spiccò due o tre fiorellini, e glieli porse con atto gentile.
Egli al sentirsi toccare dalla mano di lei trasalí.
«Conosci il significato della gaggia?» le domandò con un certo turbamento nella voce.
Adele si fece di bracia, e accennò negativamente col capo.
«Davvero?»
«Davvero!»
«Tanto meglio!» aggiuns'egli sorridendo.
La fanciulla scappò in casa, e corse all'orecchio di Velleda.
«Che significato ha la gaggia?» le domandò sottovoce, piú rossa della veste della signora Zucchi.
«Siamo di già a questi ferri?!» esclamò Velleda ridendo.
«Vuol dire rottura...»
La giovinetta non volle udir altro, e tornò sulla terrazza trepidante.
Il cugino teneva in mano un ramoscello di vainiglia fiorita.
«Vedi» le disse «io non son cattivo come te!» e le diede il fiore.
Ella se lo mise in seno, e con grazioso e pudico ardimento, gli strappò dall'occhiello i fiori di gaggia, li buttò dalla terrazza, e fuggí.
Alberto la vide, attraverso i vetri, passeggiare al braccio della sua amica; le due giovinette discorrevano sottovoce, e sorridevano di tanto in tanto.
Tutt'a un tratto Adele si volse verso il balcone, e baciò il fiore che egli le aveva dato.
Al giovane sembrò che quei vetri s'irradiassero di luce.
Sentivasi attratto verso di lei dall'incantesimo piú forte che avesse mai provato; ma ella sembrava evitarlo, lo guardava con un certo imbarazzo, quand'egli s'avvicinava a lei faceva istintivamente dei movimenti bruschi, come per fuggirsene, e rimaneva esitante, a guisa di un uccello spaurito che batte le ali.
Tutto ciò la rendeva cosí bella che Alberto ne era affascinato; in quel momento tutte le attrattive della vita, della gioventú e dell'amore erano per lui in quel pallido visino e sotto quel modesto vestito grigio che tremava come le foglie agitate dalla brezza.
Velleda era lí presso, bionda, elegante, graziosa, con tutto il fruscío della sua seta, col profumo chinese del suo fazzoletto ricamato - egli se ne avvide.
«Adele, desidero parlarti» le disse con voce tremante.
La fanciulla, un po' rassicurata nel vederlo cosí commosso, rispose ingenuamente:
«Andiamo in giardino.»
«No...
stanotte, quando tutti saranno a dormire...
Allorché sentirai picchiare tre colpi alla tua finestra...
sarò io...»
Ella sorpresa stava per domandargli la ragione di tutti quei misteri che non capiva, quando Alberto la interruppe vivamente:
«Zitta! ci osservano!»
E tirò di lungo colla guardinga disinvoltura di un cospiratore di melodramma.
Velleda s'era fermata ad aggiustarsi un nastro, e lo zio Bartolomeo in quell'istante era tutto intento a far vedere ai suoi ospiti che la sera era bellissima.
Alberto afferrò Gemmati per mano, al momento in cui stava per ritirarsi nella sua camera, e lo condusse seco in giardino.
«Stanotte le parlerò!» gli disse all'orecchio con voce soffocata.
Gemmati si fermò a guardarlo sorpreso, e gli rispose dolcemente:
«Perché cotesta pazzia? Non la vedi sempre? Non puoi parlarle quando vuoi?»
«No!...
non è la stessa cosa...
Tu non mi intendi...
non puoi intendermi...
non l'ami come io l'amo...
L'hai vista? Com'è bella! non è vero?»
«Sí, è un angioletto.»
«Anche la Velleda è bella...
forse piú bella...
in modo diverso...
Tutti lo dicono...
e alcune volte, vedendole l'una accanto all'altra, anche io...
Ma perché sembrami piú bella l'Adelina?»
«Perché l'ami.»
«E perché devo amar lei e non Velleda, che è bella per lo meno quanto lei?»
«To! perché ella ti ama.»
VII
Il tocco era suonato da un pezzo quando Alberto aprí la sua finestra - ora deliziosa che precedeva il primo appuntamento, ora piena di agitazione voluttuosa e di ansia inesplicabile.
La finestra di Adele era chiusa: che fisonomia singolare avea quella finestra buia, e come lo guardava! Egli esitò alcuni istanti, come ogni Cesare che stia per passare un Rubicone; poi saltò sull'erba col cuore di un ladro che scassina per la prima volta un uscio.
Il silenzio era profondo, e il giovane non aveva fatto il menomo rumore cadendo sulla punta dei piedi.
Le frondi del pergolato stormivano appena.
Egli si fermò, inquieto, guardando attorno, coll'orecchio teso, come se i menomi rumori venissero dallo zio che stesse soffiandosi il naso e prendendo tabacco.
Poi si avanzò a passi di lupo fin sotto la finestra della cugina.
Trattavasi adesso di picchiare quei tre famosi colpi, promessi quando ci volevano ancora due ore per picchiarli, quando il cuore, sotto gli occhi di lei, picchiava piú forte, e il chiacchierío che regnava nel salotto faceva supporre che non si sarebbero quasi uditi.
Tutta la poesia dei romanzeschi convegni, delle scale di seta e dei segnali misteriosi, sfumò dinanzi al timore di udir tossire lo zio Forlani.
Sentí di aver paura, e poi cotesta confessione che dovette farsi gli infuse coraggio.
Allorché bussò leggermente alla finestra, gli parve di aver destato tutti gli echi della montagna e tutti gli zii del mondo.
Quanti palpiti in quel minuto che la finestra indugiò ad aprirsi! Quanti palpiti allorché l'udí schiudersi pian pianino: con una circospezione che confessava il peccato ad alta voce! Una striscia luminosa si disegnò sull'erba dell'aiuola, e la leggiadra testolina di Adele si mostrò timidamente.
Essa tremava un po'; la luna che si era levata tardi, illuminava il muro di contro e riverberava un barlume livido e dolce sul candido viso di lei, che sorrideva con ineffabile imbarazzo, e guardava qua e là, senza osare di fissare gli occhi su di lui.
Certamente si erano detto abbastanza; ma il cugino, messo alle strette da quel silenzio eloquente, incominciò:
«Come sei buona, Adele!»
Ella spalancò i suoi occhioni, e domandò con graziosa ingenuità:
«O perché?»
«Perché hai accondisceso...»
«Non me lo domandasti tu?...»
«Sí...
ma a quest'ora dormiresti...
ed invece io...»
L'Adele fece certo sorrisetto e rispose:
«No, non aveva sonno...
Non ho sonno da parecchie notti.»
«Da quando?...»
«Sa che è molto curioso, signor cugino!» gli diss'ella dopo un istante d'esitazione.
Il cugino, senza aprir bocca, la guardò per la prima volta negli occhi coll'amore dell'uomo.
Ella abbassò i suoi e non rise piú.
«Sei ben sicuro che dorman tutti?» gli domandò poco dopo, rispondendo senza saperlo a quello sguardo.
«Sí, da piú di un'ora non si vede un sol lume.»
Ella ritirò bruscamente la sua mano.
Successe un silenzio che le diede animo e la fece sorridere: «Ebbene» gli domandò «son qua, che cosa devi dirmi?»
«Volevo...
desideravo chiederti scusa.»
«Di che?»
«Sono stato cattivo...»
Ella scosse il capo lentamente: «No».
Alberto avrebbe preferito dei rimproveri, onde aver agio di menare il can per l'aia.
Non seppe piú che dire, e rimase imbarazzato.
«Senti l'usignolo?»
«No, è il passero solitario.»
«Che notte deliziosa!»
Ella non rispose.
«A che pensi?»
«A nulla.»
«Non ti senti felice?»
«...
Sí!»
«Che ora è?» domandò la fanciulla dopo alcuni istanti, come se si svegliasse.
«Sarà il tocco e mezzo...»
«È tardi, sai!»
«Vuoi andartene?»
«Sí» e non si muoveva.
«Perché hai detto che sei stato cattivo?» gli domandò sorridendo cheta cheta.
«Perché...
è inutile adesso che te lo dica...
tu mi hai perdonato!»
E pose un sospirone per punto.
Ella si mise a guardar la luna, dicendole tante cose cogli occhi.
Poscia vivamente, come trasalendo:
«Addio! addio! È tardi, buona sera!»
«Adele!...» esclamò Alberto mentre ella stava per chiudere la finestra.
«Adele!» Ella si affacciò di nuovo, ma tutta tremante, quasi avesse udito tutt'altro accento nella voce di lui.
Egli esitava.
- Allora la fanciulla gli fissò in volto gli occhi lucenti.
- Il giovane sentí tutti i pudichi ardimenti, tutte le avide reticenze che ci erano in quello sguardo di vergine, e disse: «Vi amo! ecco quello che volevo dirvi!».
Adele divenne bianca udendo quella parola che aspettava da un'ora.
«Perdonatemi» riprese Alberto turbato dal silenzio di lei.
«Vi è dispiaciuto che ve l'abbia detto? Perdonatemi, Adele! Ma parlate, ditemi almeno una sola parola, per l'amor di Dio.»
«Perché mi date del voi?...» mormorò la fanciulla con un fil di voce.
«Ah! come sei buona, Adele! Sei buona quanto sei bella! Vedi, a darti del tu adesso sembrami una delizia! Tu non sapevi nulla! Non ti sei mai accorta di nulla! Ti amavo da lungo tempo, sai! Sin da quando ero in collegio; ma dacché ti son vicino ti amo come...
non saprei dirtelo io stesso...
Mentre ti parlo, ora, sembrami che il cuore stia per scapparmi dal petto...
Vorrei...»
La fanciulla lasciò cadergli fra le mani il ramoscello di vainiglia che s'era messo in seno.
Alberto afferrò quelle manine, e gliele baciò con ardore.
«Come sei bella!» esclamò guardandola con occhi innamorati.
«Quanto ti amo!»
Infatti ella era proprio bella in quel momento; l'amore irradiavasi come una specie d'aureola dal rossore che la copriva, dal suo sorriso incerto e pudico, dai suoi occhi chini.
C'era tanta luce in quegli occhi, che allorché li fissò in volto ad Alberto parvegli che due stelle lo abbagliassero.
Ei le parlava concitato, con quel primo irrompere dell'amore che avea vagato sino a quel giorno fra le nebulose dell'immaginazione.
Le diceva di quel che sentivasi in cuore, di quel che avea fatto, degli anni passati in collegio, delle timide gioie, delle amarezze soffocate, della madre che avea perduta - come ella avea perduta la sua - di quella prima sera in cui s'era messo a sedere accanto a lei, di quel che aveva visto nella tremola luce delle stelle, irradiazione di mondi sconosciuti, di quel vago sentimento di un noi sparso per tutto il creato, di quelle aspirazioni eteree verso una parola senza voce umana, che s'erano concentrati in lei, e che gli inondavano il cuore, tutti in una volta, al semplice contatto della sua veste.
Sí sentiva immensamente felice: era la prima volta che parlava d'amore, e che una fanciulla stava ad ascoltarlo.
- Ella ascoltava avidamente, infatti; o piuttosto beveva l'amore vergine ed entusiasta del giovane nello scintillare dei suoi occhi, e nelle vibrazioni appassionate della sua voce.
Le sue povere manine tremavano come foglie nelle mani di lui.
«Mi ami?» le diss'egli con uno di quegli accenti che penetrano sino in fondo al cuore.
Ella accennò di sí col capo due o tre volte, senza osar di guardarlo.
«E non amerai altri che me?»
La giovinetta lo fissò collo sguardo limpido e franco della vergine, e rispose con ingenua meraviglia:
«Potresti amare un'altra, tu?»
«No...
no!...»
«O dunque?»
Ei rimase un istante pensieroso.
«E m'amerai sempre cosí?»
«Sempre, e insegnerò ai tuoi figli ad amarti cosí!» rispose la fanciulla con sublime candore.
Alberto tacque, si fe' scuro in viso, ed evitò di guardarla.
Aveva sentito come una trafittura.
La schietta rivelazione del casto istinto materno che rivelavasi negli occhi sereni e nell'ingenuo sorriso della vergine, sconvolgeva l'artificiosa poesia del suo cuore, lo faceva precipitare dagli astri fra i quali libravasi, e lo faceva pensare.
«Cos'hai?» gli domandò Adele, che lo vide rannuvolato..
«Ho che voglio essere amato da te, e non dai miei figli!» rispose sfogando come poteva il suo malumore.
«Ho che amo te, e non...
Ho che ti amo, perché ti amo...
senza pensare ad altro...
Amami cosí, Adele! Amiamoci per amarci...
perché altrimenti...
sai...»
«Che cosa?»
«Potremmo dubitare di noi medesimi...
delle nostre intenzioni...
potremmo dubitare del nostro amore...»
Giusto quando Alberto stava per sciorinare tutta la sua teoria dell'amore puro, poetico e senza figliuoli, si udí tossire alla finestra di sopra, ch'era quella dello zio Bartolomeo.
Adele scappò come una cerbiatta spaventata; Alberto si fece piccin piccino, e sgattaiolò rasente al muro.
Ci volle una buona mezz'ora prima di decidersi a rientrare per la finestra, dopo essersi assicurato che non si udiva fiatare anima viva, e che la finestra dello zio era proprio chiusa.
Però fu tormentato tutta la notte dal dubbio, combinato colla tosse dello zio, che quella tal persiana non fosse stata sempre socchiusa, come l'avea vista rientrando - e di vento non ne avea tirato una maledetta in tutta la sera.
Il giorno dopo avrebbe voluto trovarsi cento miglia lontano piuttosto che comparire al cospetto del terribile zio.
Verso le otto stava per svignarsela bel bello, col pretesto d'andare a caccia, quando il domestico venne a cercarlo giusto da parte dello zio.
«Vengo subito» rispose il nipote, che sarebbe andato piú volentieri al diavolo.
VIII
Al veder la faccia patriarcale e il sorriso giovialone dello zio, il giovanotto si sentí meglio, e cercò di sorridere anche lui.
Lo zio aveva un monte di scartafacci sul tavolino, e gli occhiali sul naso.
«Stavi per andare a caccia?» domandò amichevolmente.
«Sí, caro zio» balbettò il giovane con tenerezza.
«Scusami, ma ho a farti un discorso serio.»
Alberto sentí che si faceva piccino di nuovo.
Gli occhiali dello zio gli abbacinavano la vista.
«Ma mi sbrigherò in un fiat» riprese il signor Bartolomeo.
«Ho messo tutto in ordine da un mese.
Non avrai che a gettare gli occhi sui conti, e spero che sarai contento di me.»
Alberto respirò liberamente, e rispose ch'era contentissimo.
«Vedrai che ordine! che esattezza scrupolosa! Se avessi amministrato sempre io a quest'ora saresti...
Basta! dei morti non si parla.
Cotesti son atti di gabella...
le spese...
i bilanci...
il rendiconto della tutela...
Stammi a sentire.»
«Ma zio mio!...
le pare!...»
«No, no, figliuolo mio...
Sono affari delicati questi...
Ci son di mezzo io...
Si tratta di tutela...!»
Alberto, che non capiva nulla di nulla, e che aveva in corpo per giunta il rimorso di quella tal magagnetta della notte scorsa, perdette intieramente la testa soltanto a gettare gli occhi su quelle lunghe filze di cifre, e si lasciò trascinare pei capelli in un labirinto di dare ed avere, riscossioni, pagamenti, bonificazioni, atti giudiziari, spese diverse, ecc., approvando del capo, o sfogandosi in proteste di fiducia e di gratitudine.
Dopo un par d'ore di quel supplizio venne a sapere che lo zio Bartolomeo, sulle trentaduemila lire d'entrata, avea fatto, durante la sua tutela, una economia di lire 5876 e 97 centesimi - oltre le tutte spese e la pensione pagata regolarmente al collegio Cicognini - delle quali, 5876 lire e 97 centesimi avea mandato al nipote 2000 lire, quando era ancora a Prato, e senza parlare di un rigo di ricevuta, e le rimanenti lire 3876,97 le consegnava al momento.
Ben inteso senza voler sentire nemmeno discorrere d'indennità - diamine! non era del medesimo sangue per nulla! Alberto gli rammentava al vivo la sua povera Cecilia! Anzi non volle neppur restituiti i tre centesimi d'avanzo.
Il nipote, malgrado la sua inesperienza, sentiva vagamente che i ringraziamenti gli venivano stentati, e che si ricordava della tosse significativa della notte scorsa.
«Adesso, per la vita e per la morte, è bene mettersi in regola per via di notaio con una buona quietanza.»
Alberto non fiatò, e sottoscrisse tutto quello che lo zio e il signor Zucchi gli misero sotto la mano.
IX
Gemmati era andato a Pistoia per un par di giorni.
Alberto l'aveva accompagnato per un tratto di strada; poi era ritornato a piedi, per le scorciatoie che s'arrampicavano su per l'erta fiancheggiate da siepi fiorite.
La viottola sbucava sulla strada carrozzabile, a pochi passi, in mezzo ai folti che continuavano a salire col monticello.
Le due ragazze stavano per mettervi il piede quand'egli arrivò dall'altra parte della strada maestra; si voltarono al rumore dei suoi passi, e misero un oh! prolungato.
«Vi ho fatto paura?»
«Paura di che?» disse Velleda.
«Sí, ci hai fatto paura» rispose ridendo l'Adele.
«Volete che vi accompagni?»
«Dove andremo?»
«Ma..
dove vuoi» rispose Velleda all'interrogazione dell'amica.
«Se tornassimo a casa?»
La signorina Manfredini non fece alcuna osservazione; si voltò indietro, e incominciò a camminare verso il cancello, appoggiandosi all'ombrellino, con quell'altera indifferenza che l'avea fatta soprannominare la principessa.
«Sai, non è stato nulla!» disse al cugino Adele, senza osar di guardarlo.
Velleda li precedeva senza affettazione pel gran viale del giardino, voltandosi di tanto in tanto per fare una interrogazione, o fermandosi per raccogliere col medesimo interesse un fiore o un filo d'erba.
I due cugini la seguivano l'uno accanto all'altra, chiacchierando fra di loro, ma senza
darsi il braccio.
L'Adelina era un po' pallida, aveva certi rossori fuggitivi, certi impeti d'allegria, come una pienezza di vita che si fosse concentrata nel cuore.
Andava lentamente, quasi fosse stanca, con certa mollezza carezzevole rispondeva a lui con voce piena di una dolce sonorità, e gli sorrideva senza alzare gli occhi, con un sorriso velato.
Entrando nel salotto Velleda sprigionò i suoi magnifici capelli biondi, togliendosi il largo cappello di paglia, e vi rovesciò tutto quel mucchio d'erbe e di fiori che si teneva in grembo.
«Cosa vuoi farne?» le domandò Adele.
«Il piú bel mazzo, vedrai!»
Appena rimasero soli il cugino prese la mano della giovinetta, e le disse: «Come sei bella!».
Ella gli sorrise senza alzare gli occhi.
Il sole faceva scintillare i vetri della finestra, e inondava di atomi dorati il viso della fanciulla.
Ella lavorava in silenzio, col capo chino sul ricamo, e le sue mani, che si affaticavano con febbrile impazienza, dicevano al giovane amato tutte quelle cose che le labbra tacevano.
- Essi si parlavano da mezz'ora senza aprir bocca - lui cogli sguardi che la giovinetta si sentiva posare sui capelli come un bacio - ella con quel silenzio, cogli improvvisi rossori che passavano sulla nuca delicata, e col lieve tremito delle mani.
«Adele!» mormorò alfine Alberto con voce appena intelligibile.
Ella trasalí.
«Sei in collera con me?» Essa cercò due o tre volte il buco del canovaccio dove infilar l'ago, e balbettò:
«Perché?»
«Perché non mi dici nulla...»
«Sto ad ascoltarti» rispose ingenuamente la fanciulla.
«Mi ami?»
Adele abbassò il capo sin quasi a toccare il lavoro che avea fra le mani, e il sangue le corse come una vampa in tutte le vene.
«Dammi qualcosa di tuo!...»
«Non ho nulla...»
Il cugino prese la forbicetta: ella se ne avvide, impallidí leggermente, smesse di lavorare, ed attese, a capo chino, trepidante.
Ei prese un ricciolino di quei che le svolazzavano sul collo, e lo recise.
«Ahi!» esclamò la poveretta, di cui le mani tremavano forte.
«Ti ho fatto male?»
«...No...
mi son punto un dito...»
Trascorsero parecchi giorni di gioie tumultuose, nascoste in due mani che s'incontravano per caso, e di sospiri riboccanti di felicità, di rossori provocanti e di pudiche audacie, di mostruose dissimulazioni, che avrebbero aperto gli occhi anche ad un cieco, e di sotterfugi abilissimi, che nessuno faceva le viste d'indovinare, - cercandosi cogli occhi, parlandosi colle mani, accarezzandosi col suono della voce, respirando l'amore e l'amante coll'aria, col profumo dei fiori, col raggio del sole, e col canto degli uccelli.
Velleda, quasi fosse sola a vederci chiaro, si faceva vedere il meno possibile.
Gemmati era a Pistoia, lo zio Bartolomeo si fregava le mani guardando il bel tempo che favoriva l'ubertosa vendemmia.
Era un paradiso.
- Al giovane innamorato sembrava di vivere in un'estasi deliziosa, che non era priva di voluttà, voluttà sottile, quasi eterea, che gli ricercava squisitamente le fibre piú riposte, e gli centuplicava il piacere di certe sensazioni.
Il suo cuore vi si abbandonava mollemente; ei non desiderava dippiú, non avrebbe osato cercare piú in là: tutte le larve gioconde che avevano popolato i suoi sogni giovanili, la donna, l'amore, la felicità, erano riunite in lei, nel suo sorriso, nella sua voce, nelle carezze di quella vesticciuola che s'increspava un po' troppo sul petto e sugli omeri delicati.
Allorquando lo strascico superbo di Velleda frusciava sul tappeto vicino a lui, o le sue chiome folte gli accarezzavano gli sguardi col loro bel biondo, egli guardava con piacere, come se quell'altra bellezza invece di essere una sottrazione alle attrattive di Adele, ne facesse parte, appartenesse anch'essa alla donna amata...
o al suo amore.
Del resto egli vedeva di rado Velleda, all'infuori dell'ora di pranzo, e della sera - non sempre però.
Alcuni giorni dopo l'incontrò in giardino per la prima volta sola colla larga manica svolazzante sul braccio, il viso colorito dei rosei riflessi dell'ombrellino, lo sguardo vagabondo, l'andatura graziosamente indolente.
Ella si fermò su due piedi, gli stese la destra, e gli disse con una sicurezza di frase e d'intonazione che parve pesare come una mano vigorosa sulla spalla di lui:
«E Adele?»
«Non l'ho ancor vista.»
Ella sorrise come sapeva sorridere alcune volte, e disse: «Ooooh!...» Alberto arrossí per timore di farsi rosso.
«La troveremo forse sulla terrazza, dove il signor Forlani sta facendo collocar dei vasi di fiori» soggiunse.
«Vuole accompagnarmi?»
E andarono pel viale, l'uno accanto all'altra.
Le leggere balzane del vestito di lei sussurravano sugli stivalini di pelle lucida.
«Le piace la campagna?» incominciò Alberto dopo alcuni passi.
«Tanto!»
«Ci fa delle lunghe passeggiate?»
«Sl.»
«Non si vede quasi mai la mattina!»
Ella si voltò a guardarlo, con una sfumatura di sorpresa, e inchinò leggermente il capo, un po' ironica.
«Prima eravamo in due a correr pel giardino» soggiunse tosto come a scancellare l'effetto del suo saluto.
«Ma adesso l'Adele è sempre stanca.»
«E non si annoia ad andar da sola?» si affrettò a rispondere Alberto.
«Perché dovrei annoiarmi?»
«È pur vero che alle volte si preferisce stare in compagnia dei propri pensieri...»
«Che pensieri?» interruppe Velleda bruscamente, fissandogli gli occhi in viso.
Essi rimasero un istante a guardarsi in tal modo.
Lo zio Bartolomeo, che stava lí presso, gridò, come se avesse indovinato la situazione scabrosa:
«Ehi, ragazzo, chi vuol vedere la bella carrozza? Correte sulla terrazza.»
Passò infatti un cocchio superbo, luccicante di vernice, di stemmi dorati, di livree gallonate, di campanelli, adorno di nastri e di fiori, alle testiere dei cavalli e agli occhielli dei postiglioni; i razzi delle ruote brillavano al sole come rapide ali di uccello; un sottil velo di polvere avvolgeva il legno elegante, imbottito di seta come un elegante scatolino, e la bella signora che vi stava mezzo sdraiata, appoggiando i piedi al sedile di faccia, con posa indolente, in mezzo ad una nuvola di mussolina fresca e leggiera come il tulle; il velo azzurro del suo cappellino svolazzava su tutto quell'assieme leggiadro.
«La bella signora!» esclamò ingenuamente Adelina che era venuta correndo.
«È la contessa Armandi» disse Velleda.
Alberto l'aveva seguita con un lungo sguardo.
Tornarono indietro pel desinare, e lo zio andava innanzi piú lesto degli altri, dicendo che avea fame.
Di tanto in tanto Alberto rimaneva pensieroso, e non rispondeva subito, o rispondeva a sproposito alle interrogazioni e ai discorsi delle due ragazze, che sembravano festanti tutt'e due.
A tavola parlò due o tre volte della contessa Armandi e dopo desinare andò a fumare in giardino.
Si sentiva gonfiare in petto i germi di tutte le forme dell'amore, come un rigoglio di vita, come acri fiori di giovinezza: era uno strano miscuglio degli occhi turchini di Adele, del suo sorriso pudico, e delle lusinghe, dei biondi capelli di Velleda, della sua elegante civetteria piú in là, fra le nuvole azzurre e purpuree dell'avvenire, ondeggiava vagamente la larva di un altro amore nebuloso come la mussolina che modellava il bel corpo della contessa Armandi, sdraiata mollemente nella carrozza come in un letto.
- Tutti cotesti fantasmi gli turbinavano confusamente nella mente, gli scorrevano per le vene col sangue acceso di febbre.
- Quel fanciullo che cominciava a sentir la donna aveva bisogno di piangere.
X
Allora fu recato in villa un invito pel ballo della contessa Armandi.
Andarono in una magnifica sera d'autunno.
Le siepi fiorite esalavano vigorosi profumi; le sonagliere dei cavalli avevano un non so che di festoso; le fruste dei postiglioni scoppiettavano allegramente; l'ultima squilla dell'avemaria moriva in lontananza, coll'ultimo raggio di sole che colorava di tinte opaline uno strappo di cielo.
Poi venne la notte, tacita, stellata.
Il giardino della villa Armandi era illuminato, la scala adorna di fiori, tutte le finestre brillavano come le lenti di una lanterna magica.
- Alberto guardava avidamente attraverso un'iride di tappezzerie, di colori, di dorature e di specchi, vedevasi un via vai di gente in festa; nelle sale olezzavano profumi soavi, brillavano gemme superbe ed occhi vellutati, c'era una carezza di musica, di frasi leggiadre e di raso che frusciava - e in mezzo a tutto questo una donna piú bella, piú elegante di tutte le altre, che si chiamava la contessa Armandi.
Era una delicata bellezza: l'occhio nero, superbo, profondamente e voluttuosamente solcato, l'andatura, la voce ed il gesto molli, gli omeri candidi e profumati come le foglie di magnolia, ondulati in linee pure, carezzate dalle trecce nere ed elastiche, il seno squisitamente modellato nell'avorio, marmorizzato da sfumature azzurrine, vaporoso pei veli ricamati, lo strascico della veste susurrante in modo carezzevole dietro di lei, la punta dello scarpino di raso che luccicava di tanto in tanto come una lingua serpentina, la fronte altera e il sorriso affascinante.
- Ella aveva quarant'anni.
Allorché si trovarono faccia a faccia con Velleda, coteste due donne leggiadre in modo diverso, scambiarono un'occhiata che avrebbe potuto dirsi il luccicare di due spade da duellanti, mentre s'inchinavano graziosamente.
- La contessa sorrise all'Adele, al signor Forlani, e si voltò a guardarlo mentr'egli si allontanava.
Tutti gli sguardi seguivano la signorina Manfredini; sembrava infatti che le grazie della sua persona sorridessero trovandosi nel proprio elemento; nella sua elegante disinvoltura c'era un che d'impaziente, di avido, di febbrile, che luccicava nei suoi occhi, e dilatavasi colle rosse narici, mentre ella agitava il ventaglio chinese.
Anche Alberto sorprese sé stesso a seguire la direzione di tutti gli sguardi, e fissava lungamente la contessina - poscia, inquieto, cercò cogli occhi l'Adele
Velleda stava presso il pianoforte circondata dai piú eleganti giovanotti, come una cerbiatta attorniata da una muta di cani; ma la cerbiatta teneva testa da tutte le parti, col brio, col sorriso, con una parola, con un gesto, spiritosa, caustica, leggiadra e impertinente.
Due o tre volte volse a caso gli occhi su di Alberto, e ad un tratto gli fece segno col ventaglio di avvicinarsi; prese il braccio di lui e si allontanò.
«Non ne potevo piú!» disse ridendo.
Il povero giovane si sentí tutto sossopra.
«È naturale che tutti le facciano la corte...» balbettò.
«Vorrebbe farmela anche lei?» diss'ella con un accento e un sorriso singolari.
Alberto ammutolí, e a lei il sorriso morí sulle labbra.
Passeggiarono lentamente per le sale, ella battendo col ventaglio il tempo di un valzer che suonavano.
«Com'è bello!» esclamò Alberto.
«È Strauss,» rispose ella distratta.
«O perché non si balla un giro?»
«A proposito della corte?» diss'ella sorridendo.
Alberto volle sorridere colla medesima disinvoltura, ma ci riescí assai male.
«Ebbene...» disse «sí!»
«No!» rispose ella col medesimo tono, ma un po' piú recisamente.
Il giovane insistette con insolito calore; ella diveniva piú capricciosa e piú ostinata, scuoteva il capo con certa grazia risoluta, e mordevasi le labbra con certo sorrisetto malizioso, appoggiando le spalle allo stipite di una finestra e stringendo il ventaglio nelle mani.
Di tanto in tanto, quasi non se ne avvedesse, raggi seduttori le scappavano dagli occhi.
Ad un tratto, senza dir nulla, mentre sembrava piú ferma nel rifiuto, appoggiò mollemente il braccio alla spalla di lui, e si lasciò andare.
Essa ballava in modo singolare, un po' diritta, col capo alto, e il braccio disteso.
Di tanto in tanto gli diceva qualche parola senza importanza, o scuoteva con grazia inimitabile la sua bionda testolina.
Si fermò all'improvviso, un po' rossa, un po' smarrita, svincolò con impazienza impercettibile la mano che ancora egli le teneva, gli lanciò a bruciapelo uno sguardo singolare, viso contro viso, e impallidí leggermente.
«Non ballo piú» gli disse «sono stanca.»
La contessa Armandi era lí presso ed esclamò:
«Che bella coppia!»
Velleda rispose con un grazioso inchino.
Alberto, passando accanto a uno specchio, vi gettò uno sguardo e poscia arrossí di averlo fatto; ma nello specchio sorprese due grandi occhi che lo seguivano amorosamente dal fondo di un canapè.
Andò verso la povera Adelina, la quale se ne stava modestamente rannicchiata fra due mamme, e sembrò rianimarsi come lo vide venire e gli sorrise cogli occhi.
«Non balli?» domandò il cugino, allorché furono soli.
«Non mi hai invitato a ballare!» rispose Adele timidamente carezzevole.
«Ci son tanti giovanotti...!»
«Non voglio ballare cogli altri...»
«Perché?»
«Perché...
perché...
perché non voglio.»
Ei chinò il capo, tuttora bollente del soffio che Velleda vi aveva gettato, e si allontanò sopra pensiero.
Stava da qualche tempo nel vano di una finestra, colla fronte sui vetri, guardando nel buio, allorquando udí un fruscío di vesti vicino a lui, e si trovò accanto la contessa Armandi.
«Non balla il cotillon?...» gli domandò.
«No, contessa.»
Ella sembrò volere aggiungere qualche altra parola, ma gli fece un segno col ventaglio, sorrise e si allontanò.
Ei seguiva macchinalmente cogli occhi il turbinío di quella danza in mezzo alla quale la contessa stava come una regina, di cui tutti si contendevano un sorriso o un giro di valzer.
Improvvisamente quella regina andò diritto verso di lui, gli gittò come una sultana il suo fazzoletto ricamato, gli mise sulla spalla la mano splendida di gemme, e fra le braccia la vita sinuosa ed elastica - poi, quando ebbe finito di ballare, lo ringraziò con un sorriso.
«Voglio conoscerla meglio:» gli disse «facciamo un giro.»
Tutti gli sguardi si volsero su quell'uomo fortunato e quell'altera beltà che passavano.
Egli pensava al giorno in cui l'aveva vista mollemente distesa nella sua carrozza, fra una nuvola di polvere e di veli.
Entrarono nella stufa, profumata, silenziosa, oscura.
La contessa sedette.
Il discorso andava a sbalzi, scucito con certa bizzaria capricciosa che ella sapeva dargli, strisciando in tutti i zig-zag serpentini pei quali ella voleva farlo passare, brioso, civettuolo, elegante come lei.
Poi ella non disse piú una sola parola, appoggiò il mento sulla mano, e guardò qua e là con occhi distratti; il fisciú alitava lieve lieve, e gettava una certa dolce ombra livida sul seno d'alabastro: ella apriva e chiudeva macchinalmente il suo ventaglio, e faceva scrosciare le stecche fra di loro.
Tutt'a un tratto piantò in volto ad Alberto uno sguardo e un sorriso singolari, e gli disse:
«Ma noi ci compromettiamo orribilmente, mio caro!»
Si alzò ridendo e si allontanò.
Allorchè gli ospiti di villa Forlani lasciarono la festa erano le due del mattino.
La notte era buia, il cielo senza stelle, la campagna paurosa.
Di quando in quando il vento mugolava fra le gole lontane.
Adele un po' melanconica stava nel fondo della carrozza, avviluppata nel suo mantello.
Velleda teneva il viso allo sportello.
Alberto respirava a pieni polmoni.
«Che bella sera!» esclamò.
Velleda gli rivolse una rapida occhiata.
I sogni di quella notte! popolati di tutte le larve dell'amore, di tutte le febbri della giovinezza, di tutte le lusinghe delle vanità, di tutte le ebbrezze dei piaceri! Povera Adele, se avesse potuto indovinarli!
XI
Alberti si svegliò tardi, stanchissimo, e col capo peso.
Un raggio di sole penetrava fra le stecche della persiana e faceva luccicare la vernice del cassettone; ei gli sorrise, poscia rimase a fissarlo con occhi sbarrati; infine si alzò con un inesplicabile malumore.
Il suo primo sguardo fu per la finestra di Velleda: era chiusa.
All'ora della colazione entrando nella sala da pranzo, volse intorno uno sguardo ansioso.
«Sei malato anche tu?» gli chiese Adele correndogli incontro festosa.
«Chi è malato?»
«Velleda, che non viene a colazione perché è cosí stanca da starne male.
Avete ballato molto!»
Alberto lasciò cadere il sorriso ingenuo e l'aria giuliva della fanciulla.
La colazione non fu molto gaia.
Lo zio Bartolomeo uscí appena alzatosi da tavola, e li lasciò soli.
La fanciulla guardava il cugino alla sfuggita, gli porgeva i fiammiferi e la borsa del tabacco, cercava di prevenire tutti i desideri di lui, e, dopo di avere esitato lungamente:
«Che hai?» domandò.
«Io? nulla.»
«Non è vero; hai qualcosa.»
Il giovane sentí penetrarsi sino al cuore quell'osservazione, e rimase un po' senza rispondere.
«Ma cosa vuoi che abbia?»
«Mah...
se lo sapessi!» rispose la fanciulla ingenuamente.
Per la prima volta il giovane non poté sostenere il limpido sguardo della vergine, accese il sigaro ed usci.
Trovandosi all'aperto, l'aria, il sole, il profumo dei campi, tutte quelle cose salubri e schiette, sembravano purificarlo e rinvigorirlo.
Gli ebbri fantasmi della notte, che avevano bisogno del lume, della stearina e delle ombre delle cortine si dileguavano alla chiara luce del sole, e non rimaneva che la mesta e pura figurina di Adele, colle sue candide manine intrecciate sulle ginocchia, e i grand'occhi turchini che l'interrogavano timidamente.
Il giorno dopo la contessina Manfredini comparve all'ora del desinare, fresca e rosea come prima.
Alberto provò un singolare dispetto vedendola cosí.
«S'è rimessa?» le domandò.
«Lo vede!» rispose ella tranquillamente.
Prendevano il caffè in giardino; Velleda posò la chicchera sulla tavola di marmo, e si mise a dondolare su di una poltrona di legno: «E il suo amico non torna piú?» domandò dopo qualche tempo ad Alberto.
Ei rispose, con un po' di sorpresa: «Verrà domani o doman l'altro».
«Ah!»
Si alzò, lasciò i due cugini in giardino, e andò a mettersi al piano.
Il tocco della sua mano era secco, nervoso, quasi aspro; la melodia errava scucita, e come soffocata in mezzo ad un nembo di accordi tempestosi; c'era l'indolenza, la sprezzatura, la sbadataggine di chi va seguendo sui tasti i propri pensieri, e non si cura di afferrarli.
Quella strana musica irrompeva dalle finestre aperte, e soverchiava, direi turbava, la pace solenne della sera, sembrava udirvi scoppi d'allegria e gemiti soffocati, e aveva qualcosa della leggiadria bizzarra della suonatrice.
Alberto si avvicinò al piano, e stette a guardar Velleda.
Ella sembrava una statua di marmo che suonasse; calma, impassibile, cogli occhi fissi sulla carta.
«Canterai qualcosa?» domandò Adele
Ella scosse il capo continuando a suonare, poscia smise, e si alzò.
«Cosí presto!» disse Alberto «Continui a suonare almeno.»
Velleda alzò freddamente gli occhi su di lui, e gli domandò:
«Cosa desidera?»
«Ma...
quel che le pare.»
Ella si mise a sfogliare della musica senza aggiungere verbo, l'aggiustò sul leggío, e incominciò una canzone di Schubert.
Adele erasi messa a sedere sul canapè.
Alberto, appoggiato alla coda del piano, teneva gli occhi fissi sulla suonatrice: costei non levava i suoi dalla carta, con certa altera freddezza; metteva tutta la sua anima nelle mani, di cui gli anelli scintillavano assai piú dei suoi occhi e vedevasi solo che quel seno si gonfiava dai lucidi riflessi della sua veste, su cui cadeva il lume delle candele.
A poco a poco il suono morí nelle corde, le mani si fermarono, e la suonatrice chinò il mento sul petto.
«È finito?...» domandò Alberto come svegliandosi di soprassalto.
«Sí» rispose lei bruscamente.
E andò ad aggiustarsi un fiore tra i capelli, baciò Adele, salutò appena del capo Alberti, e se ne andò.
«Si soffoca qui!» disse Alberto alla cugina «vado in giardino,»
Il domani doveva arrivar Gemmati.
Alberto andò ad incontrarlo, e dopo la prima stretta di mano il suo amico gli domandò:
«O cos'hai?»
«Cosa mi vedi? Sto benissimo.»
«Stanno tutti bene in villa?»
«Tutti.»
«Siamo in broncio, eh?»
«No!»
«V'amate sempre?»
«Non amo che lei!...»
«Chi ti parla degli altri?» disse Gemmati.
XII
Alberto si abbeverò di quel sottile veleno che lo penetrava senza che egli se ne avvedesse, e l'ebbrezza di oggi gli dava la sete per domani - spesso non era che un gesto, un'inflessione di voce, uno sguardo distratto, un sorriso appena accennato.
Egli stava in una continua agitazione.
Non si accorgeva nemmeno che cercava tutti i mezzi per star vicino alla contessina Manfredini, che accanto a lei era tutt'altro uomo che non poteva saziarsi di rimirarla, ch'era inquieto, dispettoso, cogitabondo quand'era costretto a star colla cugina, non si avvedeva degli innocenti sotterfugi, delle ingenue manovre che la povera Adele inventava per vederlo sorridere; non indovinava le domande che c'erano nel silenzio di lei, l'inquieta ansietà dei suoi sguardi.
La poverina cercava almeno la compagnia di Gemmati, come per sfogarsi con lui, come se egli avesse qualche cosa del suo amico, e stava sovente vicino a lui zitta zitta, o pensierosa, o parlandogli di cose indifferenti, spesso ricacciando indietro le lagrime che le facevano velo alla vista, senza osar di svelargli giammai il suo dolore.
Lo zio Bartolomeo non guardava piú il tempo, non si fregava le mani, e prendeva tabacco con molta enfasi.
Velleda non si accorgeva di nulla, non mostrava di evitar Alberto, ma lo incontrava assai raramente da sola.
Al contrario, si trovava piú spesso con Gemmati, stava piú volentieri a discorrer con lui, gli si mostrava graziosa, si faceva accompagnare nelle sue passeggiate, e faceva gravare su di lui il peso dei suoi capriccetti bizzarri.
Una volta Gemmati, tornando da caccia, avea incontrato le ragazze, Alberti, lo zio Forlani, i coniugi Zucchi, la intera comitiva insomma, al cancello del giardino.
Tutti si erano affrettati attorno al suo carniere ben pieno facendogli i mirallegro.
Velleda sola rimaneva zitta.
Però la signora Zucchi, ch'era molto sensibile, offuscava un po' la gloria del cacciatore fortunato con esclamazioni compassionevoli verso una "tortorella fedele" che teneva spenzoloni per un'ala, e se la prendeva col crudele divertimento, colla durezza di cuore, ecc.
Velleda, seria seria, l'interruppe:
«Se fossi un uomo non vorrei far altro.»
«O tu perché non sei venuto?» domandò Gemmati al suo amico, mentre s'avviavano verso la villa
"Non sono cacciatore, disse Alberti con un po' d'ironia; non sono destro come te."
Gemmati rimase alquanto sorpreso dal tono di quella risposta, consegnò schioppo e carniere ad un domestico, e andò cogli altri; ma lungo il giorno fu pensieroso, ed anche inquieto.
Guardava qualche volta il suo amico, tutto annuvolato, e che evitava visibilmente di trovarsi con lui.
Alla fine approfittò di un momento in cui erano soli, e gli disse:
«Alberto, stammi a sentire...
Da qualche tempo ce l'hai con me!»
- «Io?» disse Alberto senza guardarlo.
Sí, tu, e non so perché.
Cosa t'ho fatto?»
«Nulla, t'inganni.
Perché dovrei avercela con te?»
Gemmati gli prese la mano, ch'ei non osò rifiutargli, e gli disse guardandolo negli occhi:
«Saresti geloso?»
«Geloso?...» disse Alberto trasalendo, «e di chi?»
L'altro ebbe un moto di sorpresa.
«Ma...
dell'Adele.»
«Perché sarei geloso?» replicò Alberto dopo un breve silenzio, e fissandogli gli occhi in viso per la prima volta.
«Non fai la corte alla Velleda per conto tuo?»
«Io?»
«Sí, tu» insisté con un sorriso stentato; «oppure è lei che la fa a te»
Gemmati scoppiò in una buona e franca risata.
«Sei matto! Io sono un povero diavolo di medico in erba, e lei una contessina che ha piú anelli ch'io non abbia quattrini...
Come vuoi?..
Del resto...
Ma a te che te ne importa?»
«Nulla me ne importa..
proprio nulla.
Ho detto cosí per convincerti che non potevo esser geloso di te a motivo di Adele.»
Gemmati stette ancora qualche istante guardandolo negli occhi, e stringendogli le mani; e riprese da lí a un momento:
«Ascoltami, Alberto: forse non sai tu stesso qual tesoro sia il cuoricino della tua Adele, e come ti ami, la povera fanciulla, con quanta sincerità, e con quanta delicatezza...
e come ti nasconda i suoi timori, i dispiaceri che le dai senza accorgertene..
Sai che se tu la tradissi faresti...
To', ci vogliamo abbastanza bene per dirti la parola tal'e quale - una viltà!»
Da alcuni giorni la povera fanciulla amava anch'essa la solitudine, non perché si vedesse negletta dal cugino, ché quando lo vedeva sorridere le si schiudeva il paradiso, ma pel dolore di vederlo cosí...
cosí...
non lo sapeva lei stessa.
Ei la trovò su quel sedile dove la luna li avea visti l'uno accanto all'altra, e sentí qualche cosa che gli stringeva il cuore; la poverina stava a guardarlo timidamente, spalancando gli occhi per dissimulare le lagrime che le spuntavano, e non osando chiamarlo nemmen cogli sguardi ei le si avvicinò col sorriso falso, come un colpevole.
- Allora Adele gli afferrò la mano con vivacità, e scoppiò in pianto..
«Perché piangi?» disse Alberto, quasi anche lui colle lagrime agli occhi.
«Oh, perché son felice!...
Guarda che matta!»
Stettero un po' insieme; egli parlava poco e distratto; essa lo guardava di nascosto, quasi temesse di annoiarlo.
«Alberto, mi permetti che ti dica una cosa?» balbettò infine timidamente.
«Di'.»
«Confidami cos'hai!»
«Ma cosa mi vedi?»
«Non lo so...
Non sei piú il medesimo...»
Egli arrossí lievemente.
«Perché mi fai cotesta domanda?» disse bruscamente, rialzando il capo da una specie di meditazione.
«Perché...
perché sei molto cambiato.»
Egli parve esitare.
«Temi che non ti ami?»
La fanciulla lo guardò attonita, e rispose ingenuamente:
«Perché non mi ameresti? Non me l'hai detto tu stesso che mi ami?»
«Voglio dire...
se temi che non ti ami piú?»
«Non me lo diresti, in tal caso?» rispose Adele al modo istesso, e senza distogliere gli occhi dai suoi.
«Dunque?...» balbettò il giovane, e quel dunque gli s'inchiodo nel pensiero.
«Dunque sarei proprio un vile!» mormorò allorché fu solo, e fuggendo per la campagna come se alcuno l'inseguisse.
XIII
«Come va che non s'è piú visto, marchese Alberti?» udí esclamare dietro di sé.
Si voltò, e vide la contessa Armandi a cavallo, che si era fermata sulla via, a due passi da lui.
La contessa stava bene in sella, l'amazzone disegnava elegantemente il suo bel corpo, il velo azzurro le svolazzava sul viso, quasi la baciasse, la cavalla, col freno tutto bianco di spuma, allungava il collo e scuoteva la bella testolina colla grazia di una gazzella addomesticata.
«Bisognava proprio incontrarlo per via!» disse l'Armandi stendendogli la mano all'altezza del suo ginocchio.
«Fortuna che viene a cercare i dolci tramonti, e i bei punti di vista!...
Farebbe anche dei versi, marchese?»
Il sorriso di lei era cosí gaio, che il giovane se lo sentiva quasi comunicare, e rispose:
«Non ho questo vizio, contessa.»
«È innamorato dunque?»
«Anch'ella ci viene senza far versi, né essere innamorata...»
«Che ne sa lei?» domandò con un sorriso che lo scombussolò del tutto.
«Ma...»
«Non posso essere innamorata di mio marito...
o della mia Zelia?» aggiunse con quel risolino mordente e leggiadro, guardandolo ardita e civettuola, e giocando col pomo del frustino fra i crini della cavalla.
«Però» riprese «ella che non ha né marito, né Zelia, amerà la bionda, o la bruna.
Quale delle due?»
Il giovane arrossí, volle negare, e rimase imbarazzato.
La contessa stava a guardarlo col gomito sul ginocchio, la guancia sulla palma, e una provocante ironia negli occhi.
E dopo averlo ascoltato cosí fra ironica e motteggiatrice soggiunse con una gran serietà:
«È vero! Ella è troppo giovane per amare la bruna, e non amerà la bionda che per un quarto d'ora.
Ella non ama che la sua giovinezza, e la donna allo stato di nebulosa.
Addio.
Quando avrà bisogno del consiglio di una buona amica venga a trovarmi; cosí m'avrò la sua visita che aspetto da un pezzo.»
E spronò Zelia, senza dare il tempo ad Alberto di balbettare le scuse che gli si leggevano in volto.
Poi arrestò di botto lo slancio della cavalla, e rizzandosi sulla staffa con piglio grazioso ed ardito, si voltò indietro, e gli disse da lontano:
«Oh, non sono in collera...
e per prova!...» sul ciglione della via spuntava una margherita tardiva; ella la recise di un colpo di frusta «ed in prova le lascio un ricordo: consulti l'oracolo, marchese.»
E sparí come un lampo.
«Hai visto la contessa Armandi?» domandò a tavola Gemmati.
«Sí»
«Cosa t'ha detto?» aggiunse Adele.
Alberto s'imbrogliò nel racconto di una storiella metà vera e metà inventata, si confuse e si fece anche un po' rosso.
Lo zio Forlani tossí due o tre volte, e Velleda gli rivolse una rapida occhiata.
«Che bella signora!» disse per cambiar discorso.
Il giorno dopo, quando Alberto stava per andare a villa Armandi, incontrò per caso la signorina Manfredini presso il cancello.
«Va dalla contessa?» gli domandò.
«Sí.»
«Ci tien proprio a far cotesta visita?»
«Ma...
tenerci...»
«Se non ci tiene non ne faccia nulla per oggi.
Il tempo è bello; andremo alla Sassosa in carrozza con Adele.»
E per la prima volta chinò gli occhi dinanzi allo sguardo di lui.
«Sí...» diss'egli, «sí!»
XIV
Adele accettò l'invito tutta giuliva.
Era tanto tempo che il cugino sembrava le tenesse il broncio! Ma in quella comparve il babbo, con un viso piú scuro del solito, e chiamò la figliuola nella sua camera sotto pretesto di farle un discorso serio.
Alberti ascoltava assai distratto i discorsi che teneva Velleda, la quale era assai piú calma e piú padrona di sé.
Adele ritornò poco dopo, pallida, tutta sossopra, e col viso ancora bagnato di lagrime.
«Cos'è stato?» domandò piano il cugino.
Ella lo guardò cogli occhi lagrimosi, il petto le si gonfiò, e scoppiò a piangere.
«Nulla! nulla!» rispondeva ostinatamente a tutte le interrogazioni di lui che si sentiva trafiggere il cuore da quel pianto.
Dopo circa una mezz'ora ritornò lo zio.
Era serio in viso, ma con quell'aria di burbero benefico che gli andava a meraviglia.
Egli fu amabilissimo con Velleda, e accarezzò il nipote sulla spalla.
«Il tuo baio mi sembra un po' malato» gli disse.
«Vuoi venire a vederlo?»
Alberto sentí in nube che il suo baio stava assai meglio di come egli non si sentisse in quel momento; pure seguí lo zio, di cui il viso andava rannuvolandosi a misura che si allontanavano dal pergolato dove avevano lasciato le ragazze.
Arrivati nel viale rimpetto alla scuderia, ch'era dall'altro lato della villa, ei si fermò su due piedi, dominando il nipote da tutta la maestà della sua corpulenta statura e del suo sguardo da zio.
«Alberto, tu sei il figliuolo della mia cara Cecilia!» incominciò solennemente.
«Zio mio...»
«E sei anche un ottimo ragazzo...
non ho difficoltà di dirlo.»
«Oh, mio zio...»
«Io ti voglio e ti vorrò sempre del bene, da sec
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