EROS, di Giovanni Verga - pagina 7
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«Canterai qualcosa?» domandò Adele
Ella scosse il capo continuando a suonare, poscia smise, e si alzò.
«Cosí presto!» disse Alberto «Continui a suonare almeno.»
Velleda alzò freddamente gli occhi su di lui, e gli domandò:
«Cosa desidera?»
«Ma...
quel che le pare.»
Ella si mise a sfogliare della musica senza aggiungere verbo, l'aggiustò sul leggío, e incominciò una canzone di Schubert.
Adele erasi messa a sedere sul canapè.
Alberto, appoggiato alla coda del piano, teneva gli occhi fissi sulla suonatrice: costei non levava i suoi dalla carta, con certa altera freddezza; metteva tutta la sua anima nelle mani, di cui gli anelli scintillavano assai piú dei suoi occhi e vedevasi solo che quel seno si gonfiava dai lucidi riflessi della sua veste, su cui cadeva il lume delle candele.
A poco a poco il suono morí nelle corde, le mani si fermarono, e la suonatrice chinò il mento sul petto.
«È finito?...» domandò Alberto come svegliandosi di soprassalto.
«Sí» rispose lei bruscamente.
E andò ad aggiustarsi un fiore tra i capelli, baciò Adele, salutò appena del capo Alberti, e se ne andò.
«Si soffoca qui!» disse Alberto alla cugina «vado in giardino,»
Il domani doveva arrivar Gemmati.
Alberto andò ad incontrarlo, e dopo la prima stretta di mano il suo amico gli domandò:
«O cos'hai?»
«Cosa mi vedi? Sto benissimo.»
«Stanno tutti bene in villa?»
«Tutti.»
«Siamo in broncio, eh?»
«No!»
«V'amate sempre?»
«Non amo che lei!...»
«Chi ti parla degli altri?» disse Gemmati.
XII
Alberto si abbeverò di quel sottile veleno che lo penetrava senza che egli se ne avvedesse, e l'ebbrezza di oggi gli dava la sete per domani - spesso non era che un gesto, un'inflessione di voce, uno sguardo distratto, un sorriso appena accennato.
Egli stava in una continua agitazione.
Non si accorgeva nemmeno che cercava tutti i mezzi per star vicino alla contessina Manfredini, che accanto a lei era tutt'altro uomo che non poteva saziarsi di rimirarla, ch'era inquieto, dispettoso, cogitabondo quand'era costretto a star colla cugina, non si avvedeva degli innocenti sotterfugi, delle ingenue manovre che la povera Adele inventava per vederlo sorridere; non indovinava le domande che c'erano nel silenzio di lei, l'inquieta ansietà dei suoi sguardi.
La poverina cercava almeno la compagnia di Gemmati, come per sfogarsi con lui, come se egli avesse qualche cosa del suo amico, e stava sovente vicino a lui zitta zitta, o pensierosa, o parlandogli di cose indifferenti, spesso ricacciando indietro le lagrime che le facevano velo alla vista, senza osar di svelargli giammai il suo dolore.
Lo zio Bartolomeo non guardava piú il tempo, non si fregava le mani, e prendeva tabacco con molta enfasi.
Velleda non si accorgeva di nulla, non mostrava di evitar Alberto, ma lo incontrava assai raramente da sola.
Al contrario, si trovava piú spesso con Gemmati, stava piú volentieri a discorrer con lui, gli si mostrava graziosa, si faceva accompagnare nelle sue passeggiate, e faceva gravare su di lui il peso dei suoi capriccetti bizzarri.
Una volta Gemmati, tornando da caccia, avea incontrato le ragazze, Alberti, lo zio Forlani, i coniugi Zucchi, la intera comitiva insomma, al cancello del giardino.
Tutti si erano affrettati attorno al suo carniere ben pieno facendogli i mirallegro.
Velleda sola rimaneva zitta.
Però la signora Zucchi, ch'era molto sensibile, offuscava un po' la gloria del cacciatore fortunato con esclamazioni compassionevoli verso una "tortorella fedele" che teneva spenzoloni per un'ala, e se la prendeva col crudele divertimento, colla durezza di cuore, ecc.
Velleda, seria seria, l'interruppe:
«Se fossi un uomo non vorrei far altro.»
«O tu perché non sei venuto?» domandò Gemmati al suo amico, mentre s'avviavano verso la villa
"Non sono cacciatore, disse Alberti con un po' d'ironia; non sono destro come te."
Gemmati rimase alquanto sorpreso dal tono di quella risposta, consegnò schioppo e carniere ad un domestico, e andò cogli altri; ma lungo il giorno fu pensieroso, ed anche inquieto.
Guardava qualche volta il suo amico, tutto annuvolato, e che evitava visibilmente di trovarsi con lui.
Alla fine approfittò di un momento in cui erano soli, e gli disse:
«Alberto, stammi a sentire...
Da qualche tempo ce l'hai con me!»
- «Io?» disse Alberto senza guardarlo.
Sí, tu, e non so perché.
Cosa t'ho fatto?»
«Nulla, t'inganni.
Perché dovrei avercela con te?»
Gemmati gli prese la mano, ch'ei non osò rifiutargli, e gli disse guardandolo negli occhi:
«Saresti geloso?»
«Geloso?...» disse Alberto trasalendo, «e di chi?»
L'altro ebbe un moto di sorpresa.
«Ma...
dell'Adele.»
«Perché sarei geloso?» replicò Alberto dopo un breve silenzio, e fissandogli gli occhi in viso per la prima volta.
«Non fai la corte alla Velleda per conto tuo?»
«Io?»
«Sí, tu» insisté con un sorriso stentato; «oppure è lei che la fa a te»
Gemmati scoppiò in una buona e franca risata.
«Sei matto! Io sono un povero diavolo di medico in erba, e lei una contessina che ha piú anelli ch'io non abbia quattrini...
Come vuoi?..
Del resto...
Ma a te che te ne importa?»
«Nulla me ne importa..
proprio nulla.
Ho detto cosí per convincerti che non potevo esser geloso di te a motivo di Adele.»
Gemmati stette ancora qualche istante guardandolo negli occhi, e stringendogli le mani; e riprese da lí a un momento:
«Ascoltami, Alberto: forse non sai tu stesso qual tesoro sia il cuoricino della tua Adele, e come ti ami, la povera fanciulla, con quanta sincerità, e con quanta delicatezza...
e come ti nasconda i suoi timori, i dispiaceri che le dai senza accorgertene..
Sai che se tu la tradissi faresti...
To', ci vogliamo abbastanza bene per dirti la parola tal'e quale - una viltà!»
Da alcuni giorni la povera fanciulla amava anch'essa la solitudine, non perché si vedesse negletta dal cugino, ché quando lo vedeva sorridere le si schiudeva il paradiso, ma pel dolore di vederlo cosí...
cosí...
non lo sapeva lei stessa.
Ei la trovò su quel sedile dove la luna li avea visti l'uno accanto all'altra, e sentí qualche cosa che gli stringeva il cuore; la poverina stava a guardarlo timidamente, spalancando gli occhi per dissimulare le lagrime che le spuntavano, e non osando chiamarlo nemmen cogli sguardi ei le si avvicinò col sorriso falso, come un colpevole.
- Allora Adele gli afferrò la mano con vivacità, e scoppiò in pianto..
«Perché piangi?» disse Alberto, quasi anche lui colle lagrime agli occhi.
«Oh, perché son felice!...
Guarda che matta!»
Stettero un po' insieme; egli parlava poco e distratto; essa lo guardava di nascosto, quasi temesse di annoiarlo.
«Alberto, mi permetti che ti dica una cosa?» balbettò infine timidamente.
«Di'.»
«Confidami cos'hai!»
«Ma cosa mi vedi?»
«Non lo so...
Non sei piú il medesimo...»
Egli arrossí lievemente.
«Perché mi fai cotesta domanda?» disse bruscamente, rialzando il capo da una specie di meditazione.
«Perché...
perché sei molto cambiato.»
Egli parve esitare.
«Temi che non ti ami?»
La fanciulla lo guardò attonita, e rispose ingenuamente:
«Perché non mi ameresti? Non me l'hai detto tu stesso che mi ami?»
«Voglio dire...
se temi che non ti ami piú?»
«Non me lo diresti, in tal caso?» rispose Adele al modo istesso, e senza distogliere gli occhi dai suoi.
«Dunque?...» balbettò il giovane, e quel dunque gli s'inchiodo nel pensiero.
«Dunque sarei proprio un vile!» mormorò allorché fu solo, e fuggendo per la campagna come se alcuno l'inseguisse.
XIII
«Come va che non s'è piú visto, marchese Alberti?» udí esclamare dietro di sé.
Si voltò, e vide la contessa Armandi a cavallo, che si era fermata sulla via, a due passi da lui.
La contessa stava bene in sella, l'amazzone disegnava elegantemente il suo bel corpo, il velo azzurro le svolazzava sul viso, quasi la baciasse, la cavalla, col freno tutto bianco di spuma, allungava il collo e scuoteva la bella testolina colla grazia di una gazzella addomesticata.
«Bisognava proprio incontrarlo per via!» disse l'Armandi stendendogli la mano all'altezza del suo ginocchio.
«Fortuna che viene a cercare i dolci tramonti, e i bei punti di vista!...
Farebbe anche dei versi, marchese?»
Il sorriso di lei era cosí gaio, che il giovane se lo sentiva quasi comunicare, e rispose:
«Non ho questo vizio, contessa.»
«È innamorato dunque?»
«Anch'ella ci viene senza far versi, né essere innamorata...»
«Che ne sa lei?» domandò con un sorriso che lo scombussolò del tutto.
«Ma...»
«Non posso essere innamorata di mio marito...
o della mia Zelia?» aggiunse con quel risolino mordente e leggiadro, guardandolo ardita e civettuola, e giocando col pomo del frustino fra i crini della cavalla.
«Però» riprese «ella che non ha né marito, né Zelia, amerà la bionda, o la bruna.
Quale delle due?»
Il giovane arrossí, volle negare, e rimase imbarazzato.
La contessa stava a guardarlo col gomito sul ginocchio, la guancia sulla palma, e una provocante ironia negli occhi.
E dopo averlo ascoltato cosí fra ironica e motteggiatrice soggiunse con una gran serietà:
«È vero! Ella è troppo giovane per amare la bruna, e non amerà la bionda che per un quarto d'ora.
Ella non ama che la sua giovinezza, e la donna allo stato di nebulosa.
Addio.
Quando avrà bisogno del consiglio di una buona amica venga a trovarmi; cosí m'avrò la sua visita che aspetto da un pezzo.»
E spronò Zelia, senza dare il tempo ad Alberto di balbettare le scuse che gli si leggevano in volto.
Poi arrestò di botto lo slancio della cavalla, e rizzandosi sulla staffa con piglio grazioso ed ardito, si voltò indietro, e gli disse da lontano:
«Oh, non sono in collera...
e per prova!...» sul ciglione della via spuntava una margherita tardiva; ella la recise di un colpo di frusta «ed in prova le lascio un ricordo: consulti l'oracolo, marchese.»
E sparí come un lampo.
«Hai visto la contessa Armandi?» domandò a tavola Gemmati.
«Sí»
«Cosa t'ha detto?» aggiunse Adele.
Alberto s'imbrogliò nel racconto di una storiella metà vera e metà inventata, si confuse e si fece anche un po' rosso.
Lo zio Forlani tossí due o tre volte, e Velleda gli rivolse una rapida occhiata.
«Che bella signora!» disse per cambiar discorso.
Il giorno dopo, quando Alberto stava per andare a villa Armandi, incontrò per caso la signorina Manfredini presso il cancello.
«Va dalla contessa?» gli domandò.
«Sí.»
«Ci tien proprio a far cotesta visita?»
«Ma...
tenerci...»
«Se non ci tiene non ne faccia nulla per oggi.
Il tempo è bello; andremo alla Sassosa in carrozza con Adele.»
E per la prima volta chinò gli occhi dinanzi allo sguardo di lui.
«Sí...» diss'egli, «sí!»
XIV
Adele accettò l'invito tutta giuliva.
Era tanto tempo che il cugino sembrava le tenesse il broncio! Ma in quella comparve il babbo, con un viso piú scuro del solito, e chiamò la figliuola nella sua camera sotto pretesto di farle un discorso serio.
Alberti ascoltava assai distratto i discorsi che teneva Velleda, la quale era assai piú calma e piú padrona di sé.
Adele ritornò poco dopo, pallida, tutta sossopra, e col viso ancora bagnato di lagrime.
«Cos'è stato?» domandò piano il cugino.
Ella lo guardò cogli occhi lagrimosi, il petto le si gonfiò, e scoppiò a piangere.
«Nulla! nulla!» rispondeva ostinatamente a tutte le interrogazioni di lui che si sentiva trafiggere il cuore da quel pianto.
Dopo circa una mezz'ora ritornò lo zio.
Era serio in viso, ma con quell'aria di burbero benefico che gli andava a meraviglia.
Egli fu amabilissimo con Velleda, e accarezzò il nipote sulla spalla.
«Il tuo baio mi sembra un po' malato» gli disse.
«Vuoi venire a vederlo?»
Alberto sentí in nube che il suo baio stava assai meglio di come egli non si sentisse in quel momento; pure seguí lo zio, di cui il viso andava rannuvolandosi a misura che si allontanavano dal pergolato dove avevano lasciato le ragazze.
Arrivati nel viale rimpetto alla scuderia, ch'era dall'altro lato della villa, ei si fermò su due piedi, dominando il nipote da tutta la maestà della sua corpulenta statura e del suo sguardo da zio.
«Alberto, tu sei il figliuolo della mia cara Cecilia!» incominciò solennemente.
«Zio mio...»
«E sei anche un ottimo ragazzo...
non ho difficoltà di dirlo.»
«Oh, mio zio...»
«Io ti voglio e ti vorrò sempre del bene, da secondo padre che ti sono.
Tu puoi vedere come ti ho accolto in casa, e come..»
«Grazie, zio mio!...»
«Ma che lavoro mi fai in ricambio!
Alberto si fece di bracia.
«M'hai stregata quella povera bambina, di'?...»
Il nipote, con tutti i colori dell'iride sul viso, teneva gli occhi fitti a terra, come se avesse voluto sprofondarvisi.
Lo zio tacque maestosamente, aspettando risposta per alcuni secondi; indi riprese in aria paterna:
«M'accorgo dal tuo imbarazzo che capisci d'esserti condotto assai male, e che ne sei pentito!...»
E mise una seconda pausa; ma la risposta che aspettava non venne.
«Me ne sono accorto soltanto oggi...
troppo tardi! Ma avrei potuto diffidare di te, del sangue mio, del mio secondo figlio..
ché per tale ti ho?...»
Alberto non fiatava, ma andava ruminando come diavolo lo zio se ne fosse accorto proprio adesso che egli non pensava quasi piú alla cugina, e ricordavasi della tosse che si era udita quella sera del famoso colloquio con Adelina, e che in buona coscienza aveva allora attribuito allo zio.
Costui, vedendo che il nipote non si risolveva a parlare, e rimaneva impalato quasi fosse stato di sasso, riprese:
«Mea culpa! mio danno! i cocci li pagherò io! io che son stato troppo cieco, fiducioso come...
come un galantuomo...
Quella povera figliuola passerà qualche grosso guaio...
ma pazienza!»
«La sposerò!», rispose Alberto pallido come un cencio.
«Figliuol mio!» esclamò il signor Forlani abbracciandolo teneramente.
«Non ho mai dubitato di te!»
Ritornarono sotto il pergolato, non curandosi altro del baio che mangiava tranquillamente la sua avena.
Velleda, senza alzare gli occhi dal lavoro, li saettò di uno sguardo che avrebbe fatto onore ad un diplomatico.
Adele chinò maggiormente il capo, ed impallidí.
«Figliuola mia» le disse il babbo appena Alberto si fu allontanato; «tuo cugino Alberto mi ha domandato la tua mano.
Posso parlarne qui dinanzi alla tua amica che è come una sorella.»
Adele lasciò cadersi il lavoro di mano, e si fece bianca, Velleda si alzò come per lo scattare di una molla, corse a lei in furia, l'abbracciò e la baciò a piú riprese, poi, al sopravvenire di Alberti, gli sorrise graziosamente, e gli stese la mano.
«Che Iddio vi benedica, figliuoli miei!» finí il signor Forlani abbracciando i due giovani nel tempo stesso.
«O come il babbo se n'è accorto adesso?» esclamò ingenuamente Adele, allorché rimasero soli.
La felicità della poveretta era cosí grande che sembrava irradiarsi anche sugli altri.
C'era tanto affetto, tanta gratitudine, tanto abbandono, tanta espansione nella sua gioia che Alberto credette un istante il suo amore si fosse galvanizzato.
Gemmati avea fatto una corsa sino a Pistoia; ritornando alla sera trovò tutti in festa, e come seppe di che si trattava abbracciò Alberto, e gli disse con quel suo fare calmo e schietto:
«Bene, amico mio!»
XV
Alberto fu insolitamente mattiniero.
Tornando dalla sua passeggiata, udí suonare il piano, ed entrò nel salotto.
Trovò Velleda al pianoforte; com'egli apparve sull'uscio le ultime note sembrarono trasalire.
«Oh, il signor Alberto!»
E gli stese la mano con calma perfetta.
Ei s'assise accanto a lei, e stette ad ascoltare.
«Non lo sa?» diss'ella dopo alcuni istanti, e senza smetter di suonare «aspetto la mamma, oggi.»
«Oh! L'avremo per qualche tempo con noi?»
«Per un giorno.
È venuta a prendermi.»
«Va via?»
«Sí.»
«Quando?»
«Domani.»
«Cosí presto!»
«È piú di un mese che son qui.»
Alberto tacque, ed ella continuò a suonare.
«Che pezzo è codesto?» domandò infine.
«Uno studio di Liszt.
Le piace?»
«Sí...
molto...»
Egli si alzò, e si mise a guardare fuori della finestra.
Poi tornò a sedersi al medesimo posto, e dopo alcuni istanti di silenzio le disse: «Ci rivedremo?».
«Ma...
sí...»
Egli non disse piú nulla; anche il pianoforte si tacque.
Rimasero zitti, immobili, senza guardarsi.
Ad un tratto si udirono dei passi vicino all'uscio.
«Lasciatemi» esclamò Velleda bruscamente dandogli per la prima volta del voi.
Entrò Gemmati, serio, freddo; scambiò due o tre parole colla contessina, poi prese Alberti pel braccio, e lo condusse fuori con un pretesto.
Dopo alcune centinaia di passi, Gemmati alzò gli occhi in viso al suo amico per la prima volta gli disse:
«Son venuto a cercarti per dirti una cosa.
Domani vado via.»
Alberto parve un istante colpito da quell'improvviso annuncio; ma ad un tratto avvampò in viso e rispose masticando un sorriso:
«Accompagni la contessina Manfredini?»
«Vado solo:» rispose freddamente Gemmati; «partirò stasera.»
«Oh, fai pure il tuo comodo!»
Gemmati, dopo una lieve pausa, riprese:
«Dunque l'hai fatta?»
«Cosa?»
«Quella cattiva azione.»
«Luigi!» gridò Alberto.
«Non andare in collera, perché in tal modo mi dai ragione; vedi, io che non ho torto non andrò in collera: se gridi, griderò piú alto di te quello che la tua coscienza ti dice sottovoce; se tenti di picchiarmi, picchierò piú forte.
Partirò stasera, perché non voglio stare a vedere certe scene; tu mi fai rabbia, e quella povera bambina mi fa pietà; le mie parole non son giovate a nulla; almeno non vedrò coi miei occhi...
Se avrai la forza di essere quello che sei stato sempre, un galantuomo, verrò ad abbracciarti e a domandarti scusa...
Se no...
non ci rivedremo piú; addio!»
XVI
Verso sera giunse la contessa Manfredini.
Era una bella signora che si era fermata ai quarant'anni, bionda come la figliuola, colle labbra sottili, il sorriso affabile, e quel gentile accento toscano che sembra una carezza della parola.
Si sarebbe detta una donna tutta miele dai capelli alla bocca; era discreta, indulgente, riservata, semplice e spiritosa, all'occorrenza, e quando voleva poteva assumere certe arie matronali che bisognava vedere! Fu talmente gentile e affettuosa con Adele da far ingelosire Velleda, se Velleda non fosse stata buona come la mamma; trovò due o tre parole da fare andare in solluchero Alberti, e fu cosí graziosa col signor Forlani, che costui, per rispondere di galanteria alla sua maniera, avrebbe voluto farle bere di tutti i fiaschi della sua cantina.
Dopo il pranzo le ragazze si misero al piano, il signor Forlani preparò i famosi scacchi, e il vento cominciò a gemere al di fuori.
«Ci faccia sentire qualche cosa!» disse Alberto a Velleda con voce lievemente commossa.
Ella parve esitare.
«Sii buona, via!» aggiunse Adele.
«È l'ultima volta che ci vediamo;» rispose finalmente rivolgendosi ad Alberto; «non le posso ricusar nulla.»
«L'ultima volta?» esclamò Adele.
«Ho detto per ischerzo, sai!»
E si mise accanto al piano, scelse la sua musica, e l'Adele si dispose ad accompagnarla.
Cantava con una mano appoggiata al pianoforte: la luce delle candele, difesa dalle ventole, giocava coi delicati chiaroscuri del suo viso; nella sua voce c'erano vibrazioni che facevano trasalire, che gli ascoltatori sentivano scorrere nelle loro fibre; i giocatori avevano lasciato gli scacchi; Adele stessa di tanto in tanto alzava gli occhi verso di lei, con un sentimento d'ammirazione.
Tutt'a un tratto Velleda lanciò uno sguardo rapido e fiammeggiante come una stoccata ad Alberto, che ascoltava cogli occhi fissi su di lei, pallido e turbato.
«Come hai cantato stasera!» le disse Adele abbracciandola.
Ella sorrise sbadatamente.
«Fammi dare del fior d'arancio, mi sento un po' agitata.»
Adele andò ella stessa.
Velleda rimase al cembalo, e vedeva Alberti senza guardarlo.
Ei le si avvicinò lentamente come affascinato, e le si mise accanto - ella sembrò non accorgersene.
«Vorrei parlarvi!» disse finalmente il poveretto con voce sorda.
La contessina chiuse il libro tranquillamente e levò su di lui gli occhi sereni:
«Sto ad ascoltarvi.»
«Vorrei parlarvi da solo, stanotte, in giardino!» ripeté Alberti coll'ostinazione quasi minacciosa di uno che stia per ismarrire la ragione.
«È matto?» diss'ella freddamente.
Le labbra del giovane si fecero smorte, e tremarono due o tre volte senza poter proferire parola: «Sí, credo d'esser matto davvero!».
«Ma io non lo sono, davvero!»
Alberto guardò Velleda in tal modo che ella, in un salotto pieno di gente, ebbe paura.
«Sarete cagione di qualche disgrazia!»
«Io?»
«Voi!» rispose con fermezza, guardandola fisso.
«Ma sa quel che mi propone, lei?» disse la giovinetta con fierezza.
«Ho bisogno di parlarvi, stanotte!» insisté Alberto con ostinata tenacità.
Adele entrava in quel momento da un uscio accanto al piano, e udí quelle parole come se un demone gliele avesse incise nel cuore coll'artiglio.
Ella si appoggiò all'uscio prima d'entrare; ma nella piú debole fanciulla ci son miracolose energie, ed ebbe la forza di mostrarsi calma allorché sollevò la tenda.
Alberto insisteva collo sguardo, senza avvedersi di lei.
Velleda indovinò un po' d'imbarazzo nel contegno scambievole.
«Sai che cosa gli dicevo?» le disse all'orecchio «che son gelosa!»
I due fidanzati trasalirono in modo diverso.
«Gelosa di me?» balbettò la povera fanciulla.
«No, ma di lui.
Ei mi ruberà il tuo cuore.»
Alberto chinò gli occhi e arrossí.
La contessina incominciò a discorrere di mille cose, spiritosa e disinvolta come sempre, e la conversazione si fece generale, spiegò e raccolse le ondeggianti sue reti di parole che avevano significati diversi pei diversi attori di quella scena.
Adele, coll'anima straziata dall'angoscia, osservava il cugino che sembrava intento ad un discorso interiore.
A un tratto, guardando alla sfuggita Velleda con cert'occhi da spiritato, ei scappò a dire fuor di proposito: «Ebbene?» un ebbene che avrebbe stonato orribilmente nella conversazione generale, se in quel momento tutti non fossero stati distratti da una discussione abbastanza calorosa.
Adele fu eroica per forza d'animo, Velleda mostrò una sorprendente presenza di spirito: prese la musica del Ballo in Maschera sbadatamente, cominciò a scorrerne le pagine, e canticchiò «Io là sarò...
alle tre.» Si alzò, si mise al piano, come invogliatasi repentinamente, e cominciò a suonare la stretta.
«Grazie!» le disse Alberto cogli occhi.
Adele sentí che le si spezzava qualcosa dentro il petto.
XVII
Era una di quelle ultime notti d'autunno che preludiano l'inverno, scura e tempestosa.
Gli alberi si contorcevano sotto un vento furioso che gemeva come voce umana; i cani uggiolavano spaventati; l'aria era talmente carica d'elettricità che sentivasi quel vago senso di terrore, fantastica attrattiva della notte.
Alberto saltò giú dalla finestra, quella medesima finestra che avea scavalcato qualche tempo innanzi con tutt'altro amore nel cuore, e non volse gli occhi a quella della cugina se non per spiare se potesse esser visto.
In tutto il suo interno non c'era che una sola idea, indistinta, cieca, affascinante; passeggiò innanzi e indietro pel viale che correva dinanzi alla villa, coi capelli irti, e il sudore sulla fronte, mentre il vento ululava, e le foglie degli alberi sembravano scrosciare per gragnuola; il buio che l'avvolgeva lo penetrava del tutto; sentiva dentro di sé certo mugolío tempestoso, somigliante al vento che gli faceva sbattere sul viso le foglie morte.
Due ore scorsero in un lampo; ci avrebbe passeggiato tutta la notte senza accorgersene, sotto la pioggia, in balía del vento, sotto l'uragano.
Tutt'a un tratto sentí afferrarsi da una mano, quasi le tenebre avessero preso corpo.
«Velleda!» esclamò, prorompendo in quel nome che lo riempiva tutto.
«Ebbene, che volete.»
«Velleda!» ripeté.
Ella non lo vedeva, sebbene lo toccasse quasi, e quella voce, nel buio, le faceva paura.
«Sapete quel che m'avete fatto fare?...»
«Sí, lo so!» rispose risolutamente.
«Voi! il fidanzato di un'altra!...»
«Sí.»
«Il fidanzato della mia amica!...»
«Sí!»
«M'avete minacciato di fare una pazzia, per farmi commettere una pazzia!»
«Sí!»
«Cosa dovete dirmi?»
«Che vi amo!» diss'egli con voce sorda.
«Io venni qui per dirvi che sono la figliuola del conte Manfredini!» rispose Velleda con la voce fremente di orgoglio.
«Io ci venni per dirvi che son pazzo di voi!» ribatté Alberto.
Successero alcuni istanti di silenzio.
«Oh! se avessi potuto prevedere!» diss'ella finalmente.
Alberti esclamò duramente:
«Voi lo sapete da molto tempo!»
«No!»
Egli non batté palpebra.
«Sí» riprese con febbrile esaltazione; «avete sorpreso il mio pallore da Caino, avete indovinato il mio tremito e i miei sguardi da Giuda; vi siete vista nello specchio e avete pensato: son bella, mi ama, deve amarmi, deve contorcersi a strisciare al pari di un insetto calpestato dal mio stivalino!...»
Velleda trasalí, come se il demone dell'orgoglio avesse accarezzato con lingua di fuoco tutte le vanità della donna.
«Sí, l'ho temuto» disse «e sono stata piú forte di voi!»
«Ne avete riso!...»
«Io vi amavo già!» disse ella con nobiltà.
Alberti barcollò, e cercò inutilmente una parola che esprimesse l'irrompere della sua passione:
«Voglio vedervi!» gridò.
«Lasciatemi vedervi!»
Ella scorse gli occhi di lui scintillare nel buio come quelli di una belva.
Il forsennato la spinse per forza verso quella parte del viale dove gli alberi erano piú radi e l'oscurità meno fitta, l'afferrò per le tempie, le rovesciò il capo all'indietro, e la baciò con labbra di fuoco.
Velleda mise un grido, che il vento soffocò.
«Marchese Alberti;» disse pallida come uno spettro, «io non vi aveva fatto l'insulto di diffidare di voi.»
Ei si arretrò di due o tre passi.
«Ascoltatemi bene, signore! Son l'amica di Adele, e mi sento ancora degna di lei, e di me.
Questa è l'ultima volta che ci vediamo; vi parlo come attraverso un abisso insormontabile, come stessi per morire per voi: ecco perché non vi ho nascosto e non vi nascondo nulla.
Non vi ricambierò d'amore giammai! Io farò il mio dovere, e prego Dio che voi facciate il vostro»
«Qual è il mio dovere?» domandò Alberti a guisa d'uomo colpito dal fulmine.
«Dimenticatemi, è il meglio che possiate fare.»
Alberto rispose con un fosco sorriso.
«Ebbene, io farò il mio» soggiunse Velleda dopo un istante di silenzio.
«Ho previsto tutto quello che potreste fare,» diss'egli con tenacità disperata.
«Voi mi fuggirete, io vi seguirò; mi disprezzerete, vivrò per vedervi; non mi amerete, vi amerò io!...»
Cosí dicendo sembrò che gli mancassero le forze, cadde lentamente sui ginocchi dinanzi a lei abbracciando la sua veste.
Velleda gettò un lungo sguardo su quell'uomo che singhiozzava ai suoi piedi.
«Alberto!» disse dolcemente - ei balzò in piedi.
«Alberto, lasciamoci degni l'uno dell'altro; dimentichiamo un istante di debolezza e di follía; siamo forti!...»
«Che bisogno avete di esser forte voi?» domandò il giovane con terribile ingenuità.
«Quali debolezze sentite? quali follie temete?»
Ella chinò il capo senza rispondere.
Alberto attese due o tre secondi in ansia mortale.
«Ma parlate, in nome di Dio!» gridò delirante, scuotendole le mani con asprezza.
«Mi fate impazzire!»
«No!» esclamò dessa.
«No!...
no! Mai!»
E fuggí come un'ombra.
XVIII
I contadini dei dintorni udirono abbaiare i cani tutta notte come se una bestia randagia avesse scorazzato per quei monti.
Alberto rientrò verso il mezzogiorno, sotto pretesto d'aver fatto una lunga passeggiata mattinale, stanco, trafelato, febbricitante.
Alla villa trovò tutto sossopra: i domestici andavano e venivano in furia, la carrozza era dinanzi alla porta, coi cavalli ancora fumanti di sudore; lo zio Bartolomeo era ritornato allora allora in compagnia del medico.
Durante la notte Adele era stata assalita da un accesso di febbre violentissimo.
A quella notizia Alberto si sentí mancare il cuore.
Trovò lo zio sull'uscio della camera di lei.
«Dove sei stato?» gli domandò.
Ei balbettò delle bugie, al par di un colpevole.
Lo zio era cosí turbato da non accorgersi del turbamento del nipote.
«La povera Adelina sta male, sai!» gli disse.
«Non si sa che diavolo abbia; anche il dottore ci ha perso il latino.
Entra pure.
Adele, c'è qui Alberto!»
Il giovane incontrò gli occhi di Adele, ardenti come carboni, che lo fissavano senza dir motto; tutti i muscoli del viso di lei sembrarono decomporsi.
Il dottore stava a capo del letto, e teneva fra le dita il polso dell'inferma; ei volse al sopravvenuto uno sguardo che sembrava scrutatore.
«Chi è quel signore?» domandò il medico al signor Forlani sottovoce.
«Mio nipote Alberto, il fidanzato della mia figliuola.»
«È strano!» borbottò l'altro.
«M'era parso di sentir trasalire il polso.»
E si mise nuovamente a guardare in viso l'inferma che stava immobile, cogli occhi fissi, le guance accese, le manine che stringevano di quando in quando convulsivamente la rimboccatura della coperta, e le labbra agitate da un tremito nervoso.
La camera era quasi al buio; si udiva solo il tic-tac dell'orologio ed il cinguettío degli uccelli sul davanzale della finestra.
«Avevamo passato tranquillamente la sera in casa» diceva il signor Forlani a mo' d'informazione; «la mia bambina era sana e allegra come sempre; ella non ha chiamato una sola volta in tutta la notte; la Gegia che dorme vicino alla sua camera, non l'udí muoversi, né fiatare; stamane poi me la trova in quello stato e colla finestra spalancata, per il gran vento di stanotte, o perché l'abbia aperta ella stessa, senza ricordarsene poi, sentendosi soffocare dal sangue che le montava al capo.
Dalle otto a questa parte è stata sempre in quello stato; non parla, non risponde, sembra non abbia conoscenza.
La contessina Manfredini, la sua piú cara amica, è venuta a dirle addio prima di partire, ed ella non se n'è accorta; anzi, vedendola entrare, è divenuta pallida, ha chiuso gli occhi, e allorché la sua amica volle baciarla fu colta da un accesso di febbre o di convulsione, si diede a tremare e a rabbrividire che faceva pietà; non ha risposto una sola parola a tutto quello che le diceva la contessina, sembrava non sentisse proprio nulla, e seguitava a stringere convulsamente la rimboccatura della coperta, come la vede fare adesso; d'allora non ha aperto mai bocca.»
Il medico non diceva nulla.
«Guarda, Adele, c'è qui il tuo Alberto!» riprese il signor Forlani ad alta voce.
Alberto, spinto da lui, si accostò al letto.
L'inferma lo fissò con quegli occhi spalancati, lucidi e senza sguardo, talmente che egli non poté fare a meno di chinare i suoi.
«Stai male, povera Adele?» mormorò con voce commossa.
La poverina incominciò a tremare, quasi fosse colta dal ribrezzo della febbre, ma non rispose.
«È il tuo Alberto!» insisté il babbo.
Ella tremò piú forte.
«Non mi conosci?» balbettò il giovane, non sapendo che dire, piegandosi verso di lei.
«È partita!...» disse l'Adele con un soffio di voce appena sensibile, e con tale accento che lacerò il cuore di lui.
«Cos'ha detto?» domandò il babbo.
«Non ho inteso...» rispose Alberto chinando gli occhi dinanzi agli occhi di lei, che lo fissavano sempre.
XIX
I giorni seguenti trascorsero in alternative di speranze e di timori per la vita della giovinetta.
Alberto non ardiva piú comparirle dinanzi e domandava sempre sue notizie, inquieto, agitato, piú sofferente di lei.
Se fosse morta gli sarebbe parso di aver commesso un assassinio.
Finalmente Adele migliorò; ma come andava inoltrandosi nella convalescenza, mostravasi piú fredda e riservata verso di lui, cercava mille pretesti per non ricevere le sue visite evitava di rispondergli e di guardarlo in faccia.
Finalmente un bel mattino capitò in camera sua lo zio Bartolomeo, il quale, dopo avergli parlato della pioggia e del bel tempo, quasi non sapesse da che parte incominciare, gli disse infine, con mille proteste di rincrescimento, che quanto a matrimonio non se ne sarebbe fatto nulla, almeno pel momento.
«Adele non vuole sentirne parlare.
È un capriccetto da convalescente, cosa vuoi? Bravo chi sa leggervi.
Ti voleva un gran bene, e te ne vuole di molto tutt'ora.
Ma che diavolo di novità l'è saltata in mente? Cosa vuoi farci? A me rincresce piú di te, che vorrei poterti dir figlio due volte!...
Ma passerà!...
Oh, passerà!»
Alberto capí assai piú in là dello zio, e si trovò piccino dinanzi a quel nobile sacrificio della fanciulla; ma, egoista come un innamorato, non seppe indovinare quante lagrime e quanti dolori fosse costato quel capriccetto da convalescente alla povera Adele.
Poco dopo ricevette una lettera di lei.
"So tutto.
Perdonami, Alberto, ma il cuore mi si spezzava.
Dio mi ha dato la forza di non tradirmi, e nessuno saprà giammai il motivo della mia risoluzione.
Ma a te bisogna pur dirlo, per non farti credere anche a te che sia un capriccio...
perché il mio rifiuto non ti umilii...
e per dirti che ti amo ancora.
Capirai che se ti scrivo cotesto, adesso, vuol dire che non sarò giammai piú tua, non ci rivedremo mai piú...
e ti prego di partire senza cercar di vedermi.
Addio."
Il cugino partí per Firenze di nascosto, come un ladro, senza volgere una occhiata a quella finestra di cui le persiane rimanevano ostinatamente chiuse da molto tempo.
XX
Alberto era giunto a Firenze in una disposizione d'animo singolare - vergognoso di sé, cercando Velleda e temendo di rivederla, avendo spesso dinanzi agli occhi il viso pallido e gli occhi ardenti di febbre della cugina, e bevendo, senza avvedersene, il fascino di quell'altra e tanto diversa bellezza che l'aveva sedotto, coll'aria che respirava, sembrandogli che il vento delle colline rendesse il profumo di quei biondi capelli, che ogni angolo della città, che l'eleganza dei negozii di mode, il fasto degli equipaggi, il sorriso delle donne avvenenti, la giovinezza che sentivasi gonfiare tripudiante nelle vene, avessero qualche cosa della Manfredini.
La madre e la figlia abitavano un grazioso villino, piccino e civettuolo, posto a ridosso dell'amena collina di Bellosguardo.
Il giardino era diligentemente tenuto, le lance del cancello sembravano dorate ieri, i viali non avevano né un sasso, né un filo d'erba, il muro di cinta era tappezzato di pianticelle rampicanti, gli arbusti erano rimondati con cura.
La casa era a due piani, semplice, bianca, circondata d'alberi, colle persiane verdi, dietro le quali si vedevano scintillare i vetri.
Allorché il timido innamorato osò spingere un po' piú innanzi le sue ricerche, seppe che il villino era deserto, e che le signore Manfredini non erano ancora ritornate in città.
Alberti era quasi sconosciuto a Firenze.
Quello stato d'isolamento dava una fittizia tenacità alla sua passione, anche senza la sua immaginazione, che ostinavasi a mettere il bruno al suo cuore.
- Però egli avea venti anni.
Intanto era sopraggiunto il carnevale, e il giovane Ortis non s'era fatto scrupolo di andare ad un veglione della Pergóla, era stato spinto qua e là, ci si era annoiato, ma c'era rimasto a guardare con tanto d'occhi spalancati.
Tutt'a un tratto una bella mascherina gli si fermò di faccia, saettandolo di un sorriso indiavolato e con due occhi scintillanti attraverso i fori della maschera.
«Ciao.»
Alberto le fissò addosso un lungo sguardo, che valeva per lo meno quanto il ciao.
La mascherina era vestita da paggio italiano del XIII secolo, svelta, fresca, elegante, sembrava bella come un amore.
«Sai che sei un bel biondino!» gli disse nella lingua officiale del palcoscenico della Scala il paggetto, prendendogli le mani.
«Non capisco il turco, bella mascherina.»
«Non capisci che mi piaci?»
«E tu?» rispose Alberto, diventato ardito anche lui «sei bella?»
«Guarda!»
Scostò rapidamente la maschera e l'abbagliò.
«Addio, marchese Alberti!» disse vicino a lui un'altra voce che lo fece trasalire.
«Sei anche marchese?» domandò il paggetto.
«Ti rincresce?»
«Sei cosí bel giovane che puoi essere anche marchese».
«Lasciate cotesta ragazza» disse ad Alberto la voce di prima con accento breve.
«Son discesa in platea per voi.
Devo parlarvi.»
Ei si vide accanto una signora in dominò, vestita di nero, tutta velata, senza un gioiello.
Di quelle due donne mascherate che si contendevano il suo braccio l'una era modellata come una Venere dal costume attillato, avea i capelli ricci, l'occhio sfolgorante, il collo alabastrino, era rosea, civettuola, affascinante; l'altra non avea che il portamento del capo, l'eleganza della persona, l'attrattiva dell'accento, il profumo aristocratico del fazzoletto, e le trine che cadevano sul guanto grigio - e bastò.
Costei prese il braccio del giovane come cosa propria, e la folla li separò ben tosto dal paggetto.
Andavano verso i corridoi dei palchi, la donna mascherata prima, salendo le scale con passo franco e leggero, senza dire una pàrola, rialzando un po' i lembi del vestito sulle scarpette di raso.
Quando furono arrivati al terz'ordine e nell'angolo piú oscuro del corridoio, si fermò all'improvviso, gli prese le mani, lo guardò in faccia e gli disse:
«Traditore!»
«Mi conosci?» esclamò Alberti attonito.
«Ti rammenti di Belmonte?»
Ei le afferrò le mani, ricercandola dappertutto collo sguardo.
«Chi sei? Dimmi chi sei!»
«Son tua cugina Adele!»
Al primo istante Alberto impallidí, l'attirò vivamente verso la parte piú illuminata del corridoio; poi sorrise stentatamente, e mormorò:
«Non è vero.»
Anche la donna mascherata sorrise.
«Per chi mi hai tradita?»
«Dimmi chi sei» ripeté Alberti cercando di leggere in quello sguardo che luccicava nell'ombra.
«È inutile che te lo dica, giacché non mi conosci, e non mi conoscerai giammai.»
«Giammai?»
«Giammai!»
Alberto la fissava ansiosamente, non osando pronunziare un nome che gli veniva alle labbra con certi impeti, direi, vertiginosi.
«Che vita fai?» esclamò alfine colei con bizzarra intonazione di voce.
«Perché non ti si vede in nessun luogo? Ami ancora quell'altra?»
«Io vado dappertutto» rispose Alberto eludendo la domanda.
«Dappertutto è troppo poco.
Vai sabato al ballo al Casino?»
«No.»
«Vai!» insisté la mascherina con una stretta di mano.
«Ti vedrò colà?»
«No.»
«Che t'importa allora ch'io ci vada?»
Ella parve esitare.
«Vuoi che ti dia un segno di riconoscimento?»
«Dammelo.»
Si tolse il guanto e gli porse la mano bianca come il marmo e venata d'azzurro.
«Te ne rammenterai?» gli disse sorridendo, con un accento che gli penetrò sino al cuore.
«Oh!...»
«Baciala...
Addio.»
«Aspetta!» gridò Alberto.
«Non mi lasciare cosí.
Ci rivedremo?»
«No! no! te l'ho detto!»
Ella s'era svincolata di nuovo, e stava per svoltar l'angolo del corridoio.
«Ti sei innamorato diggià della mia mano?» gli disse fermandosi un istante in capo alla scala.
«Ebbene...
t'ho lasciato almeno un ricordo...
Rammentati di me.
Addio.»
Il giorno dopo Alberti rivide Velleda all'improvviso, e quando meno se lo aspettava - passava in carrozza dinanzi al Doney, e non s'accorse di lui che s'era fermato sul marciapiedi come se gli fosse mancato il respiro - o non volle accorgersene.
Allo svoltar di Santa Trinità la contessina mise a caso il capo allo sportello, e guardò dalla parte di via Rondinelli.
Ei vide un istante, attraverso il cristallo scintillante, i capelli biondi di lei.
XXI
Alberti avea ricevuto un invito pel ballo al Casino, senza sapere da che parte gli venisse; cotesta era forse una buona ragione per non mancare, se non ce ne fossero state anche delle altre.- Andò.
La prima persona che vide, circondata dalla folla, corteggiata come una granduchessa, fu Velleda.
Ella ci stava proprio come una granduchessa e non s'accorgeva di lui.
Ad un tratto, come si accorgesse solo allora di lui, gli stese la mano con un bel sorriso, poi, senza lasciare il braccio del suo ballerino, gli agghiacciò la gioia che irrompeva tripudiante negli occhi di lui, rifacendosi a un tratto seria e fredda.
«Tutti sanno che ci conosciamo» gli disse.
«M'inviti per un ballo.»
«S'è presentato alla mamma?» gli domandò poscia allo stesso modo.
«...No...»
«Che cosa penserà...
Si presenti.»
La contessa Manfredini accolse Alberti col suo sorriso e col suo cicaleccio melato.
«Troppo gentile, davvero!...
Siamo state via da Firenze...
Abbiamo viaggiato.
Bella città Napoli! la conosce?...
E Roma? il Vesuvio?...
Abitiamo il villino Flora, appena fuori Porta Romana.
Riceviamo il lunedí.
Non manchi.»
Le allusioni a Belmonte, ed alla famiglia Forlani furono evitate con garbo.
«Hai qualche impegno col signor De Marchi?» domandò la contessa alla figliuola che si era riaccostata: Velleda si fece pensierosa un istante, come non avesse intesa la domanda; scosse il capo un po' vivamente, e rispose:
«No...
non rammento...»
Alberti sorprese uno sguardo rapido e acuto che la madre saettò sulla figlia.
Mentre conduceva Velleda a prendere il suo posto nella quadriglia, costei gli domandò negligentemente:
«La mamma l'ha invitato a venire ai nostri lunedí?»
«Sí!»
Allora aggrottò leggermente il sopracciglio, si mise al suo posto, spinse indietro lo strascico della veste; e non disse altro.
Eseguiva le diverse figure della quadriglia colla sua grazia e disinvoltura abituale, alquanto fredda, noncurante, rivolgendo ad Alberti la parola solamente quel po' ch'era necessario per non dar nell'occhio.
«Ieri l'altro l'ho vista a Firenze per la prima volta» incominciò il marchese.
Ella non disse verbo.
«Sapeva che ero qui?»
«Sí» rispose asciutto asciutto; e si mise a battere il tempo col ventaglio.
E dopo alcuni minuti di silenzio:
«Bella cotesta musica!»
«Sembrami d'averla udita.»
«Dove?»
«A Belmonte...
in villa Armandi...»
«S'inganna» disse ella freddamente.
Tacquero.
«S'è divertita in questo viaggio?» domandò Alberti.
«Assai!»
«È stata via molto tempo!»
«Le pare!...
appena quattro mesi.»
Ei chinò il capo.
«Troppa gente!» mormorò Velleda per rompere il silenzio.
«È vero.»
«Ha visto la contessa Armandi nelle altre sale?»
«No.»
«Deve esser qui.
Sembrami d'averla vista un momento.»
La quadriglia era finita.
Mentre Alberti la riconduceva, Velleda gli domandò:
«Ha promesso alla mamma di venire?»
«Sí...
Le rincresce?»
«Perché dovrebbe rincrescermi?» disse ella alteramente.
«Mi dia un bicchiere d'acqua» aggiunse immediatamente, come per mitigare la durezza della sua risposta.
Dopo di avere attraversato due altre sale, riprese, guardando attentamente i disegni del suo ventaglio:
«E non pensa di viaggiare anche lei?»
«Perché?» rispose Alberto con un po' di sorpresa.
«Perché è giovane, e il mondo è bello.
Vada a Roma, in Grecia, in Oriente...»
«Mi manda molto lontano» rispose Alberti sorridendo a bocca stretta.
Ella, dopo aver giocherellato col fiocco del ventaglio, rispose lentamente:
«Faccia come vuole.»
«Mi dia i suoi ordini...»
«Degli ordini, io?» esclamò Velleda rizzando il capo, «e a qual titolo, dica?»
«Dei consigli, almeno...»
Per la prima volta l'altera fanciulla alzò gli occhi su di lui, e guardandolo fisso:
«Credevo non ne avesse bisogno» disse.
«Ma giacché li desidera...
glie li ho dati...
Parta.»
Bevve tranquillamente, si passò sulle labbra il fazzoletto ricamato, riprese il braccio di lui, che non diceva piú una parola, e si fece accompagnare al suo posto senza aggiunger altro.
Un bel giovane, che sembrava in qualche intimità con lei, le si avvicinò con premura appena la vide seduta, e si chinò verso di lei per dirle qualche cosa.
Alberto udí ch'ella rispondeva freddamente:
«Grazie.
Sono stanca.»
«Non balli piú?» domandò la contessa.
«No, mamma; vorrei già essere a casa.»
La mamma rivolse su di lei uno sguardo penetrante e disse:
«Andiamo pure.»
Il giovane, che era rimasto a discorrere con loro, accompagnò le due signore.
Mentre Alberto stava per partire anche lui, incontrò la contessa Armandi.
«Oh! Lei qui! Lo credevo ancora a Belmonte.
Va via anche lei? M'accompagni sino alla mia carrozza in tal caso...»
Gli porse il suo mantello ovattato, in anticamera, perché l'aiutasse un po'; e andava chiacchierando mentre il maldestro cavaliere era alquanto imbarazzato.
«O come va che trovasi qui e solo? e la sua cuginetta?...
Quest'altro capo qui, sulla spalla...
È andato in fumo dunque?...
Badi anche a lei, dicono che fa freddo.
Grazie, cosí!...
Per colpa sua, ne son certa; gliel'avea predetto, si rammenta?...
Tiri un po' in su il cappuccio...
Non speravo d'incontrarla: che fortuna!»
«Come va che non l'ho vista al ballo?»
«Era cosí occupato! Ma non me l'ho a male, veh!»
In questo momento rientrava il giovanotto che avea accompagnato le signore Manfredini, e salutò profondamente l'Armandi.
«Soletto?» gli disse costei.
Il giovine evitò di rispondere facendo un inchino, e un mezzo sorriso.
«Chi è quel signore?» domandò Alberti accompagnandolo con un lungo sguardo.
Gli occhi della contessa brillarono di un'ironia maliziosa: «Il signor De Marchi» rispose «un amico di casa Manfredini.
Bel giovane, non è vero?»
E scese le scale appoggiandosi appena al braccio di Alberto.
Questi, mentre le porgeva la mano per montare in carrozza, le domandò:
«Mi permette che l'accompagni?»
«No.
Ella non potrebbe piú fingere d'ignorare dove abito, e sarebbe costretto a farmi la visita di Belmonte.»
«Me la son meritata!»
«Non sono in collera» e gli strinse la mano, sorridendogli dal fondo del cappuccio.
«No, davvero!»
La carrozza partí.
XXII
La prima volta che Alberto andò ai lunedí della contessa Manfredini parvegli di sorprendere negli occhi di Velleda un'espressione di meraviglia e di dispetto.
Ma la giovinetta era troppo bene educata per far scorgere cotesto altrimenti che per sorpresa, e l'accolse con un po' di freddezza, è vero, ma convenevolmente.
Non evitava, né cercava le occasioni di trovarsi sola con lui, e quando ciò avveniva per caso ella sapeva starci benissimo dominando Alberto con la sua calma superba.
Gli rivolgeva la parola come a tutti gli altri, né piú né meno, qualche volta con una sfumatura d'ironia, qualche altra volta con impertinente freddezza, sovente come se volesse col suo contegno domandare tacitamente ad Alberti perché continuasse a frequentare la sua casa, malgrado il suo divieto assai chiaramente espresso.
La madre, al contrario, quasi avesse voluto addolcire e far scusare i modi della figliuola, trattava Alberti affabilmente.
Una sera che l'aria piú mite della primavera permetteva di lasciare le finestre aperte, Velleda s'avvicinò ad Alberti colla sua solita disinvoltura, e gli disse tranquillamente:
«Ho da dirle qualcosa, Alberti» e lo precesse sul terrazzino.
«Sa che il signor De Marchi ha chiesto la mia mano?»
«Lo sospettavo...»
«Non volevo...
non avevo intenzione di maritarmi...» soggiunse con voce breve e risoluta, senza guardarlo.
«Ma giacché mi ci avete costretta ho detto di sí.»
Alberto tardò alcuni minuti a rispondere.
«Mi ordinate di non venir piú in casa vostra?» domandò alfine.
«Adesso è inutile» diss'ella con un sorriso glaciale e superbo.
«Ho bruciato le mie navi.»
La notizia di quel matrimonio non tardò a circolare fra gli amici di casa Manfredini; da prima discretamente, in seguito con maggiore sicurezza.
De Marchi avea diradato le sue visite, Velleda lo trattava con grande riserbo, ma sapevasi che dalle due parti stavansi trattando delle questioni d'interesse, e ciò era perfettamente in regola.
«Ardon gl'incensi!» disse una volta l'Armandi sortendo insieme ad Alberto da casa Manfredini.
Velleda aveva alquanto raddolcito il suo contegno verso Alberti, sia che la rassegnazione di lui l'avesse disarmata, o che, dopo la presa risoluzione, egli non le ispirasse piú alcun timore.
Ella attraversava colla sua grazia disinvolta quel periodo, tanto difficile per una ragazza delle domande susurrate dalle amiche di casa all'orecchio della mamma, delle allusioni piú o meno velate, degli sguardi indiscretamente curiosi.
Di tanto in tanto sembrava un po' astratta e pensierosa, avea certi momenti di silenzio quasi cupo, o di gaiezza come irritata, o di asprezza irragionevole.
Tutto ciò cadeva piú frequentemente e piú direttamente sul povero Alberti, quasi ella non potesse perdonargli di averla costretta ad una risoluzione intempestiva.
Il sarcasmo le veniva frequente in bocca, ed ella medesima arrossiva alcune volte dei suoi pungenti epigrammi; un momento dopo sembrava ravvedersi e avere l'intenzione di fargli delle scuse, come poteva farle il suo carattere orgoglioso, con una parola gentile o con una attenzione delicata.
Alberto impallidiva, o arrossiva, soffriva, ma non osava rinunziare a vederla.
Sovente sorprendeva gli occhi di lei che lo fissavano carichi di collera, accigliati, foschi; allora il riso di lei era piú mordente, o, cosa strana, la sua parola era piú graziosa.
Alcune altre volte era lei che sorprendeva gli sguardi d'Alberto rivolti verso De Marchi, colla febbrile ammirazione dell'invidia.
De Marchi era un rivale formidabile, bello, altolocato, elegante e spiritoso - il povero innamorato soffriva la piú crudele gelosia; quella che umilia ed annichila.
Un lunedí che c'era piú gente del solito in casa Manfredini, Alberto si trovò un momento solo vicino a Velleda sull'uscio del giardino, e si misero a parlare dell'ultima opera della Pergola, e delle corse che s'erano fatte alle Cascine.
Da qualche tempo fra di loro correvano le buone relazioni di gente completamente indifferente.
Velleda perciò non si mosse, e seguitava a discorrere tranquillamente e piú a lungo del solito, canticchiava fra i denti i motivi di cui si rammentava, e faceva strider la sabbia sotto il suo stivalino irrequieto, gli domandava come si chiamasse il cavallo che avea vinto alle corse, e a quanto ascendesse il primo premio.
Alberti rispondeva un po' distratto, come gli avveniva spesso ma a proposito.
«Le piacciono anche a lei le corse?» gli domandò Velleda.
«Non voglio che sposiate De Marchi!» rispose ad un tratto bruscamente Alberti afferrandole le mani.
Ella gli piantò gli occhi in faccia, e stette a fissarlo in tal modo, colle braccia rigidamente tese.
Non aggiunsero una parola - rimasero guardandosi.
- A poco a poco gli occhi di lei si velarono, il viso si fece smorto, e le braccia si allentarono.
Poi si svincolò con uno sforzo disperato e rientrò come fuggendo.
XXIII
Dopo alcuni giorni incominciò a susurrarsi dietro il ventaglio che il matrimonio della signorina Manfredini avea inciampato in gravi difficoltà d'interesse.
De Marchi era partito per Napoli, allo scopo di facilitare le pratiche presso la sua famiglia; la ragazza si faceva vedere di rado; la mamma era piú seria del solito, e mostravasi amabilissima colle amiche piú maldicenti.
Alberto e Velleda non s'erano piú detta una sola parola.
Ella non aveva piú la rigida alterezza di una volta, la fermezza dello sguardo, la sicurezza dell'intonazione.
Avea un'aria di vinta.
Dinanzi a lui ammutoliva, e chinava gli occhi.
Una sera che passeggiando in giardino egli le prese la mano, gliela lasciò.
Cosí gli s'abbandonava.
La contessa Armandi era divenuta intima di casa Manfredini; però mostrava non aver perdonato ad Alberto la visita che non le avea fatto, e che poscia ella non gli avea permesso di farle.
Del resto era capricciosissima, e per vendicarsi sembrava aver adottato il sistema di fargli perdere la tramontana.
Ora era ironica, impertinente, motteggiatrice, sdegnosa; ora si faceva accompagnare al piano, o in carrozza, e lo lasciava sempre alla sua porta dicendogli: «Sin qui!».
Una sera che al villino Flora la conversazione era stata piú scucita, e la mamma Manfredini si era mostrata piú preoccupata del solito, l'Armandi disse ad Alberto sortendo:
«A proposito, perché non sposa lei Velleda?»
Alberto ricevette la domanda come una stoccata in pieno.
L'Armandi non gli diede il tempo di rispondere, e soggiunse subito gaiamente:
«Quell'altro sarebbe un matrimonio sbagliato.
La signorina Manfredini non è ricca, e la famiglia dello sposo non l'accetta volentieri.
Fortuna che la bambina abbia piú giudizio della madre, la quale s'è incaponita dietro quel miraggio, e ci penserà due volte prima di dir di sí! Ci vuol altro!»
«Lei però ha detto ardon gl'incensi!»
«Ho detto gl'incensi, non ho detto le tede!» rispose la contessa col suo risolino ironico.
E montò in carrozza.
Alberto rimase pensieroso.
Il giorno dopo Velleda lo interrogò due o tre volte collo sguardo - ei mostravasi annuvolato.
- Poi andò a sedere in un canto, senza fargli una sola domanda.
Alberti si avvicinò, sedette accanto a lei e si misero a sfogliare dei libri e dei giornali.
Dopo un lungo silenzio le disse a voce bassa:
«Sapete che fra breve tornerà il signor De Marchi da Napoli?»
Velleda gli fissò gli occhi in viso, si strinse nelle spalle, e non rispose.
Il giovane le strinse la mano di nascosto, e riprese.
«Perdonatemi tutto ciò che ho detto in quella sera...
Sono stato matto...
o qualcosa di peggio!»
La fanciulla all'ombra della ventola, non staccava da lui quello sguardo luminoso, tenace, incisivo; ma non aprí bocca; egli si fece pallido, esitò, le strinse la mano con forza, e balbettò:
«Sposatelo.»
Velleda rimase zitta, immobile, bianca; infine lasciò cadere lentamente questa parola:
«Perché?»
«Perché io non prenderò mai moglie.»
Una vampa di fuoco corse pel viso della giovinetta, poscia impallidí, ritirò dolcemente la mano, rimase alcuni istanti collo sguardo fiso dinanzi a sé, col sopracciglio aggrottato, e infine disse con un tono di voce che non sarebbesi potuto indovinare se fosse altero o indifferente:
«Che m'importa?»
Alberto si aspettava la sorpresa, l'indignazione, la collera, e rimase sbalordito da quella risposta.
Piú pallido di lei, e colla voce tremante, le disse:
«Come dovete odiarmi!»
Ella, senza levare gli occhi, lasciò cadere mollemente la sua mano in quella di lui.
«Ascoltatemi, Velleda!» esclamò Alberto con accento commosso.
«Vi amo in modo che non saprei dire.
Nella mia testa c'è qualcosa di guasto, e il dubbio mi rode come un verme velenoso.
Ho bisogno di esser convinto che mi amiate per me, senza secondi fini, e che mi sacrifichiate tutto...
tutto, intendete?...
Perdonatemi! Allorché questo dubbio fatale è entrato in me...
o ci è stato messo con una parola...
avrei voluto fuggirvi...
e non ho potuto.
Voi sola potete darmene il coraggio disperato.
Cosa volete che faccia?»
«Noi non potremmo amarci altrimenti!» rispose Velleda dopo aver riflettuto un istante.
«Meglio cosí! Adesso anch'io posso dirvi che vi amo!»
XXIV
Un amore cosí romanzesco dovea sedurre l'immaginazione del giovane fantastico.
Le sue passioni eterne erano state cosí passeggiere, le sue impressioni cosí vivaci e mutabili, che allorquando avea sentito il bisogno di aver fiducia nel sentimento che riempiva tutto il suo essere, era divenuto inquieto.
L'amore di quella strana fanciulla che gli sacrificava le piú legittime esigenze, e il suo avvenire e il rivale piú terribile, lusingava ad un tempo la vanità e il cuore di lui, e insieme il sofisma.
Ei vi si abbandonò con ebbrezza, senza esaminare dove potesse condurlo, senza discutere se fosse possibile cosí come mostravasi.
I due giovani si vedevano spesso; ora regolarmente, ed ora a caso - è vero che aiutavano parecchio il caso.
- Il cavallo di Alberto non sapeva passeggiare che fuori di Porta Romaria, e la signorina Velleda faceva quello che non aveva mai fatto, l'aspettava alla finestra, o sotto le acacie del giardino.
Allorquando erano insieme si dicevano ben poco, discorrevano degli argomenti piú comuni, che per loro avevano cent'altri significati; i loro occhi si incontravano di rado, le loro mani non s'incontravano mai.
La contessa Manfredini aveva l'aria di fiutare il vento.
De Marchi era ritornato da Napoli, e la sua prima visita era stata per il villino Flora.
Le trattative pel matrimonio non erano molto avanzate.
certuni dicevano anzi che avevano fatto un passo indietro, ma gli interessati erano tutte persone ammodo, e sapevano continuare le loro relazioni in modo da non dar pretesti agli indiscreti ed ai curiosi; tanto piú che degli impegni seri non ne erano mai stati presi officialmente.
In uno degli ultimi ricevimenti di casa Manfredini, De Marchi erasi mostrato piú premuroso e galante del solito.
Alberti, rincantucciato in un angolo, soffriva in silenzio.
Velleda stava servendo il tè, e passandogli accanto lo vide cosí pallido e contraffatto.
«Che avete?» gli domandò.
Ei le lanciò un'occhiata febbrile.
Velleda passò oltre.
Alberto la seguí con avido sguardo.
La vide passare accanto a De Marchi, che stava appoggiato allo stipite di un uscio, colla mano nascosta nel gilé, colla lente incastrata nell'occhio, bello e sardonico.
Alberto non poté udire che cosa colui le avesse detto inchinandosi verso di lei; ma lo vide sorridere, e anch'essa sorrise ed arrossí leggermente.
Nell'angolo dov'era Alberto si udí un rumore di porcellana che rompevasi; nessuno se ne accorse, o ci abbadò: la signora piú vicina non volse nemmeno il capo; soltanto Velleda, dall'altra estremità della sala, volse un'occhiata cosí rapida e sfolgorante verso quel rumore, che De Marchi s'aggiustò la lente sull'occhio e guardò anche lui.
La signorina Manfredini continuò a sgusciare fra la folla, briosa e gentile.
Infine passò accanto ad Alberto, senza una nube sulla fronte, senza volgere gli occhi su di lui, e gli gettò sommessamente questa parola:
«Seguitemi.»
Alberti andò dietro di lei nell'altra sala, e, temendo di far scorgere la sua agitazione, si mise a guardare con grande attenzione il giuoco che non capiva.
Poco dopo si trovò vicino Velleda, disinvolta, scherzando coi giuocatori e con coloro che stavano a veder giuocare.
Avvedendosi di Alberto gli disse: «Non fuma?» e andò a prendergli un sigaro da un astuccio intagliato.
«Passate di là senza farvi scorgere» soggiunse cosí piano che appena egli poté udirla.
Quell'altra stanza era un piccolo gabinetto da lavoro che metteva da una parte nella camera della madre, e dall'altra in quella della signorina Manfredini.
C'era un grande scrittoio fra due finestre, un canapè di faccia, e un piccolo tavolino accanto: fra il canapé e lo scrittoio aprivasi l'uscio della camera di Velleda.
La stanza era poco illuminata da una sola lucerna a ventola posata sul tavolino.
Alberto aspettò alcuni istanti, inquieto, coll'occhio e l'orecchio tesi; il cicaleccio della conversazione; e le esclamazioni dei giuocatori si udivano distintamente, di tanto in tanto il fruscío di una veste passava attraverso l'uscio socchiuso.
Tutto ad un tratto apparve Velleda, camminando sulla punta dei piedi con passo rapido e risoluto, e gli prese la mano.
Ma nel medesimo istante lo fermò, col braccio teso, e rimase immobile, ansiosa, atterrita, guardando l'uscio dal quale era entrata.
Spinse bruscamente Alberto nella sua camera, ed ebbe appena il tempo di chiuderne l'uscio.
Tutto questo accadde in un lampo.
«Cosa fai qui?» domandò la contessa Manfredini entrando.
«A momenti mi si stacca un bottone dal guanto...»
«Sei pallida.»
«Non mi sento bene.»
«So tutto...
Ho visto il marchese Alberti...»
«Mamma!...»
«L'ho visto attraverso lo specchio, ti dico, quando ha lasciato cadere la tazza...
Non mancò di fare uno scandalo...
Costui vuol comprometterti ad ogni costo!»
La giovanetta fu sublime per presenza di spirito, ed ebbe uno di quei tratti d'audacia che hanno soltanto le donne.
«Ci ascoltano, mamma!» esclamò con accento supplichevole.
La contessa volse uno sguardo furtivo verso la stanza accanto dove giocavasi, ed uscí.
Velleda, pallida, strema di forze, e piú bella che mai, entrò risolutamente dov'era Alberto.
«Ebbene?» gli disse fermandoglisi dinanzi.
Egli aveva tutto udito.
«Perdonatemi!» mormorò.
«Ero geloso.»
«Di chi?»
«Di colui!...»
«Sareste qui se aveste il diritto di essere geloso?» rispose ella semplicemente.
Il giovane volse attorno uno sguardo commosso, quasi reverente, come se il profumo verginale di quella cameretta avesse qualcosa d'augusto, e le cadde ai piedi.
«È vero!...
Cosa avete fatto, Velleda!...»
«Ho fatto la sola cosa che potesse provarvi come vi ami; ~ rispose la giovanetta, senza una sola vibrazione nella voce.
Alberto osò allacciarla colle braccia, e accostarle alla fronte le labbra tremanti.
Ella socchiuse gli occhi, e si abbandonò mollemente.
Ad un tratto trasalí, lo respinse con vivacità.
e stette ad ascoltare.
«Mio Dio!» esclamò.
In un lampo raffermò il viso e lo sguardo, uscí con un movimento felino, e si trovò a faccia a faccia colla madre e colla contessa Armandi.
«La contessa non si sente bene» disse la Manfredini.
«Hai qualche cordiale nella tua camera?»
«Nulla, mamma!» rispose Velleda con insolita vivacità.
L'Armandi s'era buttata sul canapè, e malgrado il suo gran male sembrava stesse assai meglio della ragazza ch'era pallida come un cencio.
Ella avea rivolto un'occhiata rapida e penetrante su di Velleda, e s'era scusata alla meglio.
«Qualcosa troverò» disse la Manfredini dopo aver saettato alla sfuggita uno sguardo acuto sulla figliuola.
«Andrò io, mamma!» esclamò costei, di cui l'angoscia acuta tradivasi nell'accento.
Ma prima che ella potesse gettarsi dinanzi all'uscio, la madre era entrata precipitosamente.
L'Armandi prese la mano della fanciulla, per ringraziarla, senza distogliere gli occhi da quelli di lei.
La contessa Manfredini ritornò quasi subito, perfettamente calma, tenendo in mano una boccettina che faceva odorare alla contessa.
La madre e la figlia non si rivolsero uno sguardo.
Il rimedio parve giovare immensamente alla contessa, e dopo cinque minuti ella ritornava in sala al braccio della signora Manfredini.
Velleda si fermò ancora un po' dinanzi allo specchio per aggiustare qualche piccolo disordine della sua toeletta, senza neppur volgere gli occhi sullo specchio.
Ella accompagnò con un lungo sguardo attraverso lo specchio le due signore, e allorché fu certa di essere sola, si precipitò nella sua camera, e la scorse in una sola occhiata.
Non c'era nessuno.
Corse alla finestra, alta un primo piano dal suolo, e la trovò socchiusa, soffocò un grido, e cadde sui ginocchi.
Il giorno dopo, alle quattro, il marchese Alberti presentavasi alla contessa Manfredini, e le chiedeva la mano di madamigella Velleda.
XXV
Il marchese era un orso campagnuolo, avea trentaduemila lire di entrata, e il matrimonio fu presto combinato.
«Lo sapevo!» esclamò l'Armandi, con un sorriso mordente, quando le diedero la notizia.
E soggiunse, forse per addolcire o spiegare quell'affermazione singolare:
«Quel giovane ha la bosse del matrimonio.»
La sera stessa, mentre stava per andarsene, disse ad Alberto:
«Ve l'avevo detto che avreste finito per sposarla voi.
Siete fatti l'uno per l'altra.»
E gli volse le spalle.
Partendo non si accorse del saluto di lui, e non gli rispose; ad un tratto, tornando indietro, e stendendogli la mano:
«A proposito, le mie felicitazioni» gli disse.
Velleda amava moltissimo il suo fidanzato; ma l'amava com'ella poteva amare, con molta riservatezza, e un po' freddamente in apparenza.
Alberto invidiava a lei l'inalterabile disinvoltura e il dominio di sé stessa.
L'elettricità di cui era carica l'anima ardente di lei, celavasi sotto un esteriore glaciale, e scoppiettava solamente in qualche lampo degli occhi, o nella reticenza di un sorriso, o in una stretta di mano piú lunga del solito, mentre si separavano sull'uscio: che metteva nel giardino.
Quel pudore elegante aveva la sua leggiadría.
La signora Manfredini sembrava la vera amante di Alberti; lo lisciava, lo carezzava, lo adulava, se lo teneva attaccato ai panni, e gli accordava l'onore di offrirle il braccio molto spesso, assai piú spesso ch'egli non avrebbe desiderato.
Qualcheduno degli amici di casa avea domandato quale delle due Manfredini sposasse il marchese Alberti.
Il matrimonio era stato fissato pel settembre.
Le signore Manfredini sarebbero andate in giugno a Livorno, e Alberti dovea andare a raggiungerle, dopo aver fatto una corsa pei suoi poderi, e date le disposizioni per certi restauri che occorrevano ad una villetta sul lago di Como, che lo zio Bartolomeo avea salvato dal naufragio delle sostanze paterne, e nella quale gli sposi dovevano andare a passare l'autunno.
In quel tempo a Firenze non si parlava che di un gran signore romano, giunto di fresco, il quale s'era fatto vedere alle Cascine in un superbo equipaggio.
Il principe Don Ferdinando Metelliani era un omiciattolo dieci o dodici volte milionario, che troneggiava dai quattro cuscini del suo phaéton come un Apollo brutto.
La folla agitavasi al suo passaggio come uno sciame di formiche sorprese dal piede di un villano, lo invidiava, lo ammirava, lo derideva, lo deificava; tutti gli occhi volgevansi verso il suo cocchio lucente; il nome di lui, la sua ricchezza, la sua età, i suoi vizi, correvano sulle bocche di tutti; le piú belle e le piú schive guardavano con maggior attenzione che non sogliono accordare ad un semplice mortale, cotesto scimmiotto che le fissava insolentemente, e buffava loro il fumo in viso del suo avana, e lo trovavano schicche perché spingeva i suoi quattro cavalli sulla folla come se si sentisse abbastanza ricco per pagare le ossa che avrebbe rotto.
Il principe discendeva da quel patriziato romano che aveva cinque secoli di esistenza allorquando la piú antica nobiltà d'Europa arava la terra o serviva nelle sue legioni; era ufficiale delle Guardie Nobili, e cotesto soldato, discendente da una famiglia che aveva condotto alla vittoria parecchie generazioni dei padroni del mondo, s'era rifiutato a battersi in duello; avea quarant'anni, e avea sciupati tutti i godimenti della vita; ascoltava messa tutti i giorni, si comunicava due volte al mese, gettava l'oro sotto le ciabatte delle cortigiane, e avea fatto rinchiudere la sua unica sorella in un monastero per non darle una dote.
- Sopra tutto ciò due milioni di scudi.
Il principe Metelliani frequentava la migliore società di Firenze, e avea conosciuto la signora Manfredini all'Ambasciata di Napoli; l'altera bellezza di Velleda avea colpito
il dissoluto patrizio, e soltanto dinanzi a lei, che non gli volgeva uno sguardo, egli aveva chinato la testa pelata e superba; s'era incaponito con ostinazione da uomo onnipotente a far la corte alla sola donna che non la facesse a lui.
La signorina Manfredini era troppo orgogliosa per accorgersene, e allorché vide la prima nube sulla fronte di Alberto, ella aggrottò il sopracciglio.
- Una volta che il principe s'era mostrato piú galante del consueto, ella, con un cenno impercettibile, chiamò il suo fidanzato, che ronzava lí presso, e lo presentò a Don Ferdinando.
Quei due uomini si scambiarono un saluto d'antipatia cordiale.
Ma la contessa Manfredini civettava col Metelliani in luogo della figliuola.
Allorché entrava in una sala al braccio di lui, o allorquando poteva presentarlo alle sue amiche, sembrava raggiante, ed era arrivata a chiamarlo semplicemente Don Ferdinando.
- Don Ferdinando lasciava fare graziosamente.
La figliuola al contrario conservava una serenità olimpica; soltanto allorché le donne piú nobili, piú belle, piú eleganti, si abbassavano a mendicare l'attenzione di quell'omiciattolo, che non sembrava curarsi d'altri all'infuori di lei, le sue rosee narici si gonfiavano appena.
Di tanto in tanto era distratta, o pensierosa; qualche volta Alberto la sorprendeva fissando su di lui uno strano sguardo, come se lo vedesse per la prima volta, e stesse esaminandolo tacitamente.
Essa non avea mai voluto dirgliene il perché, e finiva sempre motteggiandolo.
Gli amici di casa Manfredini avevano combinato una gita, e naturalmente la madre e la figlia erano della partita; siccome Alberti, vivendo ancora da scapolo, non avea che due cavalli, dei quali uno da sella, il principe Metelliani avea messo la sua carrozza a disposizione delle signore Manfredini.
Questa circostanza avea fatto nascere un piccolo diverbio con Alberto che era un po' geloso del principe, senza che volesse confessarlo; ma la contessa avea spiegato nella lotta tutta la sua vanità di mondana, tutta la sua prepotenza di suocera, e avea vinto.
Velleda s'era acconciata alla vittoria colla superba indifferenza che le era particolare.
Al ritorno la lunga fila delle carrozze, con in testa la sfolgorante daumont delle Manfredini, avea fatto un giro per le Cascine, e allo svoltar del piazzone il principe era venuto loro incontro a cavallo.
Allorché Velleda, distesa mollemente nella superba calèche, volse uno sguardo su quell'immensa piazza affollata, e vide tutti gli occhi fissarsi sui magnifici cavalli, sulle ricche livree di quell'uomo che stava dinanzi a lei col cappello in mano, il seno le si gonfiò con violenza.
Alberti ebbe il torto di congedarsi un po' bruscamente quella sera.
Velleda gli aveva detto, piú freddamente del solito:
«Avete un carattere singolare davvero!»
Quand'egli si allontano, l'accompagnò con uno sguardo carico di pensieri; poi alzò leggermente le spalle.
Il domani stavano per uscire in carrozza - carrozza da rimessa - e vedendo il suo fidanzato ancora imbronciato, Velleda gli disse ridendo, mentre si abbottonava il guanto:
«Orsú!...
Sareste capace d'ingelosirvi del Metelliani?»
«No!» rispose Alberto con un po' di superbietta appunto da geloso.
«Alla buon'ora!» diss'ella; ma non rise piú.
XXVI
Al cominciar della primavera la contessa Armandi era partita per la campagna, e non s'era piú fatta vedere in casa Manfredini; soltanto era ritornata in giugno per due o tre giorni a Firenze, prima di andare ai bagni; ma il caso avea fatto sí che non si fosse piú incontrata con Alberto.
La signora Manfredini, senza saper perché, avea rimandato alla seconda quindicina del mese la partenza per Livorno, e perciò anche Alberti avea rimandato la sua.
Velleda non faceva la menoma osservazione, però era divenuta bisbetica, capricciosa, lunatica, e qualche volta anche dura ed ingiusta verso il suo fidanzato.
La madre prendeva le parti della figliuola, e faceva prevedere una suocera coi fiocchi, o piuttosto con gli artigli.
Allora Velleda avea dei momenti di affezione piú espansiva del solito, quasi dei pentimenti, che col suo carattere sembravano piú straordinari.
Alberto avea tal'altra idea di Velleda, che avrebbe creduto oltraggiarla mortalmente se avesse confessato gli ingiustificabili ma invincibili assalti di gelosia che l'assalivano di tanto in tanto.
Il Metelliani era cosí attempato, e cosí poco seducente, che egli non avrebbe giammai creduto possibile un pensiero di Velleda per quell'uomo.
Don Ferdinando era divenuto intanto uno dei piú assidui frequentatori del villino Flora.
La signora Manfredini trovava sempre modo di far cadere nel discorso questo fatto, e Velleda non poteva fare a meno di esserne lusingata internamente, poiché Don Ferdinando era l'idolo della società, e le piú nobili dame erano gelose di cotesta preferenza.
Metelliani possedeva quella disinvoltura da gran signore, che adattasi egualmente alla impertinenza e alle belle maniere; l'omaggio rispettoso di quell'uomo superbo e sprezzante verso tutti gli altri, dovea lusingare enormemente l'amor proprio della fanciulla vanitosa; ella avea finito per ringraziarnelo con una parola graziosa, con un sorriso, con un'occhiata, sempre però accompagnati da quell'ombrosa riservatezza che era la sua piú bella attrattiva.
Alberti soffriva come un dannato, arrossiva e indispettivasi contro sé stesso, ma senza potersi vincere.
Volere o non volere, era lui solo che in mezzo a tanti sorrisi rappresentasse la parte di uggioso, e la mamma Manfredini glielo faceva intendere in tutti i modi; la figliuola, ch'era superbetta, si mordeva le labbra senza dir nulla.
«Vi sareste pentito d'avermi data la vostra parola?» gli domandò un giorno, smettendo di giocare colla cagnetta.
«Io!...
come?..
Ma perché mi dite ciò?...» Velleda si mise ad inseguire cosí pazzamente Gemma pei viali del giardino che Alberto non poté aggiungere altro, e non osò buttarsi ai piedi di lei.
Siccome il Metelliani non trascurava occasione per dimostrare la sua premurosa amicizia verso le signore Manfredini, avea insistito per avere l'onore di accompagnarle all'ultima festa a Pitti.
Le signore avevano accettato.
Passando in mezzo a quella folla di uniformi, di decorazioni, di grandezze mondane, appoggiata al braccio di quell'uomo di cui il nome correva sulle bocche di tutti, che portava la testa alta nella casa del Granduca, Velleda sentí qualche cosa di mai provato, che le fece rialzare il capo con un impercettibile movimento, come se avesse voluto gettarsi sulle spalle a guisa di manto reale il ricco volume dei suoi capelli.
Ella volse sul principe un'occhiata rapida e sfolgorante, nella quale sembrarono riflettersi lo scintillío delle decorazioni e dei ricami dell'uniforme di lui.
Che brutta sera pel povero Alberti, il quale dovette subirsi la mamma, e vide la sua fidanzata sempre a distanza che si abbandonava con radiosa spensieratezza al piacere di esser corteggiata! Ei procurò di avvicinarsi alla contessa Armandi, per non rimaner né solo né colla suocera; ma anche la contessa gli volse le spalle - però senza che se ne fosse accorta, di certo - poiché incontrandolo poco dopo si mostrò amabilissima, prese il braccio di lui, e si mise a girare per le sale.
Dopo aver chiacchierato un bel pezzo d'argomenti diversi gli domandò con accento singolare:
«Si diverte?»
La domanda era semplicissima, ma Alberto si trovò imbarazzato a rispondere: «M'accorgo» disse alfine «che non son fatto per cotesti divertimenti.»
«Cosa vuole! Qualche volta bisogna sacrificarsi per gli altri.
Velleda ci si diverte tanto! cotesto non è un piacere per lei?»
«Sí» rispose egli secco secco.
La contessa ebbe uno di quegli scoppi di ilarità che la rendevano formidabile; sicché Alberto si fece di porpora.
Ma tosto ella, per dimostrargli in certo modo la vera causa di quel riso a doppio indirizzo, soggiunse:
«Quel povero Metelliani m'ha l'aria di un rajà indiano, cosí camuffato e carico di brillanti.»
Alberto saettò sul rajà romano uno sguardo che l'Armandi sorprese.
«Senza adulazione, sa ch'è un bel trionfo il suo?» gli disse.
«Non dipenderebbe che da Velleda di vedersi deporre ai piedi tutti quei ninnoli, e di aversi la corona di principessa allo sportello della carrozza!...»
«Se le fossi grato di una simile preferenza mi parrebbe di insultare la mia fidanzata» rispose Alberto, cercando di adattarsi all'aria scherzosa dell'Armandi, ma con troppa vivacità.
La contessa gli piantò in viso uno sguardo acuto e un sorriso incredulo, e gli disse tranquillamente:
«Ella è geloso!»
«Io?...
di colui!...»
«Superbo!...»
E si mise a solfeggiare col ventaglio la musica che suonavasi.
«Ta...
ta...
ta...
Vogliamo sederci qui?»
Cambiò discorso e si misero a guardare il via vai della folla.
Poco dopo passavano la contessina Manfredini e il principe Metelliani.
L'Armandi non aveva detto una sola parola, ma troncò a mezzo la frase incominciata, e li seguí semplicemente collo sguardo.
Velleda rivolse loro da lungi un grazioso cenno del capo.
«Verrà anche lei a Livorno?» domandò l'Armandi al principe.
«Sí.»
«Ma la Toscana se lo ruba addirittura!»
«Non domando di meglio che d'essere rubato, bella con tessa.»
Ella scoppiò a ridere ironicamente, ma si fece rossa.
«S'accomodi!» gli disse, volgendo a mezzo le spalle.
Anche Alberto s'era fatto di fiamma in viso; lanciò a Don Ferdinando uno sguardo provocatore, e gli disse colla voce leggermente tremante:
«È singolare però che ella cerchi da un pezzo!»
Velleda si morse le labbra, e colse il primo pretesto per allontanarsi.
«Cosa avete fatto, malaccorto!» esclamò l'Armandi allorché furono soli.
«Vi siete perduto!»
«Come?...
Perché?...»
«Avete fornito a Velleda le armi che ella cercava!...
Lasciamoci, lasciamoci!»
Le signore Manfredini partirono com'erano venute, insieme ad Alberti.
Velleda parlò poco, e smontando di carrozza gli porse la mano come al solito.
Ei la lasciò un po' bruscamente.
Il giorno dopo, andando al villino Flora, gli fu detto che le signore erano in giardino; ma ci trovò soltanto Velleda, che stava passando in rivista i suoi fiori.
La ragazza lo salutò freddamente, continuò a discorrere per un cinque minuti col giardiniere di cardenie e di magnolie, rispondendo con monosillabi alle domande di Alberto, e poscia s'incamminò lentamente verso casa, precedendolo, di qualche passo.
Prima di giungere all'uscio, si fermò su due piedi, e gli disse, voltandosi verso di lui:
«Alberti, vi prego di ripigliarvi la vostra parola.»
Egli rimase un istante sbalordito.
«Perché?» balbettò.
«Non ci abbassiamo entrambi con spiegazioni superflue, voi sapete il perché assai meglio di me.
Siete liberissimo di seguire le vostre inclinazioni, ma vi prego di rispettarmi tanto da non farmene spettatrice.
Lasciamoci tranquillamente, da gente ammodo, da buoni amici, sinché vi è tempo.
Alberto non diceva una parola, e rimaneva come di sasso; fissando lei che giocherellava in aria distratta coi fiori che aveva colto.
«Sentite, Velleda!» esclamò quindi con uno slancio d'affetto; «vorrei poter baciare la sabbia che calpestate!...
Grazie!...»
La contessina lo guardò attonita.
«Di che?...»
«Siete gelosa!...
Dunque mi amate ancora!»
Velleda aggrottò il sopracciglio e parve un istante turbata ed esitante.
«Chi v'ha detto ch'io sia gelosa?» rispose poscia alteramente.
«Ma dunque?...
Ma perché?...
Ma allora perché volete lasciarmi?»
Dopo alcuni istanti la giovanetta rialzò il capo che teneva chino, e rispose lentamente:
«Perché non ci conveniamo...
Ci siamo sbagliati.
Rimediamoci, finché siamo in tempo.»
«E il rimediarci non vi costerà nulla?» domandò Alberto pallido come cera.
«Nulla!» diss'ella dopo alcuni istanti.
«Rimediamoci allora!»
Fecero alcuni passi in silenzio.
«Noi partiremo doman l'altro per Livorno» riprese Velleda con voce calma.
«Questa sera andremo in casa Armandi e domani faremo le ultime visite di congedo; quindi saremo occupatissime sino al momento della partenza; cosí potremo far tacere le ciarle degli indiscreti, per adesso.
Durante la stagione dei bagni avremo poi tutto il tempo per disporre le cose nel modo piú conveniente...»
Alberto s'inchinò in silenzio.
«È inutile che riveda vostra madre?» le domandò.
«È inutile; sa tutto.»
Ella gli stese mollemente la mano, sfiorò appena quella di lui, ed entrò in casa.
«Povera Adele!» mormorò Alberto, come se allora soltanto indovinasse quel che avea dovuto soffrire la povera cugina, quando il piú acuto dolore della vita l'aveva addentata.
XXVII
Il marchese Alberti trovò a casa sua un biglietto di partecipazione delle prossime nozze dell'amico Gemmati colla cugina Forlani.
"Alcune volte il caso ha una logica singolare!" egli pensò
Il suo vecchio domestico venne a recargli il lume verso le otto, quantunque egli non l'avesse domandato, e gli chiese discretamente se si sentisse male, e se volesse desinare in casa.
«No» rispose Alberto.
«Sai, Toni? l'Adele si marita! Sposa Gemmati!»
La contessa Armandi abitava un bellissimo appartamento a Porta San Gallo e siccome ci aveva un giardino annesso, riceveva ancora, malgrado che la stagione fosse inoltrata di molto.
Alberto verso le dieci andò a Porta San Gallo, e fece rimettere il suo biglietto di visita alla contessa.
Ella venne ad incontrarlo all'uscio della sala.
Era troppo gran dama per fargli nessuna domanda; ma era troppo donna per resistere alla tentazione di lanciargli la sua unghiata.
«Che fortuna!...
finalmente!» gli disse stendendogli la mano.
Alberto sembrava calmo, ed aveva un sorriso nervoso che poteva passare per disinvolto.
Sedendole accanto sul canapè, la ringraziò di aver tolto la consegna che gli vietava di passare la porta di lei.
«Non mi ringrazi, ché non ci ho nessun merito...» rispose l'Armandi piantandogli in volto come punti interrogativi gli occhi e il sorriso.
Era ancor troppo presto, e la contessa ed Alberti stettero soli una mezz'ora a discorrere di cose indifferenti.
«E le signore Manfredini?» domandò sbadatamente l'Armandi.
«Verranno piú tardi...
probabilmente.»
La contessa lasciò passare quel probabilmente, e cambiò discorso.
A poco a poco incominciarono a venire gli amici di casa, e l'Armandi presentava il marchese Alberti come se fosse arrivato dall'Australia.
La conversazione si fece generale.
Verso le undici entrarono le Manfredini coll'inseparabile Don Ferdinando.
La contessa, alzandosi per andarle a ricevere, strinse furtivamente la mano ad Alberto, e gli sussurrò sottovoce queste parole:
«Giudizio, mi raccomando!»
Velleda possedeva una perfetta disinvoltura, e sebbene la presenza inaspettata di Alberti in casa Armandi dovesse sorprenderla, non ne mostrò nulla.
Metelliani sembrava raggiante; la contessa Manfredini era maestosa.
Alcuni si erano messi a giocare; una bella signora bionda canticchiava, provando della musica al piano, sottovoce; il crocchio principale era fra le due finestre della sala, presso il canapè, dove si trovarono l'Armandi, le due Manfredini, Don Ferdinando ed Alberto.
Si facevano molte parole, perché quasi tutti gli attori di quella scena avevano una preoccupazione da nascondere.
Alberto faceva pompa di una gaiezza febbrile che scoppiettava in paradossi e in epigrammi.
Velleda, dopo avergli lanciato di nascosto due o tre occhiate fra sorpresa e curiosa, avea preso parte alla conversazione col brio che le era solito.
L'Armandi, a guisa di abile capo d'orchestra, dirigeva la rappresentazione, e dava il tono alla conversazione generale.
In quel tempo non facevasi che parlare a Firenze di una povera ragazza, la quale si era asfissiata col carbone, perché volevano costringerla a sposare un tale, mentre amava un altro.
La novità di quel genere di morte, la morte dei poveri di borsa e d'animo, avea messo in moda quell'argomento: nei saloni aristocratici se ne discorreva molto, e le signore vi sciorinavano sopra il loro sentimentalismo profumato.
La sola Armandi avea indovinato esser quello un argomento scabroso, e cercava di cambiar discorso; ma Alberto vi si attaccava con avida ostinazione, come se si sentisse forte su quel terreno, e sfoggiava a proposito un cinismo provocante.
«Scommetto che il fidanzato proposto a questa ragazza non era ricco» diss'egli.
«Perché?» domandò imprudentemente la signora Manfredini.
«Perché se fosse stato ricco la ragazza si sarebbe rassegnata a sposarlo, invece di suicidarsi.»
«Che orrore!» esclamarono le signore agitando il ventaglio.
«Signore mie, noi non possiamo giudicare su di ciò colle idee nostre.
Quella era una povera popolana...»
«E per questo?...
Non poteva amare?...» interruppe Don Ferdinando, che trovavasi nel quarto d'ora di tenerezza.
Alberto gli rise in faccia insolentemente.
«O che ci ha a fare l'amore con cotesto?...»
Le signore erano imbarazzate, compresa l'Armandi, che non sapeva qual contegno prendere.
La signora Manfredini s'era fatta rossa come un tacchino; ma la figliuola era rimasta perfettamente padrona di sé, facendosi vento però con un poco d'animazione.
Ella sola ebbe il coraggio di lottare colle medesime armi, contro quel disperato che ubbriacavasi di epigrammi.
«Ha notizia di sua cugina Adele?» gli domandò tranquillamente, come per sviare il discorso.
«Mia cugina sta benissimo, e sposa il mio amico Gemmati» rispose Alberti collo stesso tono.
«Ella dunque non crede all'amore!» insisté Metelliani con cocciutaggine presuntuosa e cercando di comprometterlo agli occhi di Velleda, poiché anch'egli era geloso di Alberto.
Questi gli piantò gli occhi negli occhi; e rispose ironicamente:
«L'argomento comincia ad annoiare coteste signore.
Vogliamo fare una partita a carte piuttosto?»
Il principe parve esitare: ma infine inchinò il capo e lo precedette al tavolino.
Mentre Alberti lo seguiva l'Armandi gli disse piano:
«Alberto!»
Egli non s'avvide dell'accento turbato e della parola confidenziale; la rassicurò con un sorriso stentato, e passò nell'altra sala.
I due giuocatori sedettero di faccia.
L'Armandi, inquieta, venne ad appoggiarsi alla spalliera di una seggiola, mostrando prendere un grande interesse alla partita.
Velleda non si tradiva; ma era inquieta anch'essa, e ronzava per la sala da gioco con un'irrequietezza che non sapeva padroneggiare.
I due avversari, seduti in modo che quasi si toccavano, non alzavano gli occhi dalle carte; si mostravano completamente assorti nel giuoco, e al lume delle candele sembravano pallidi.
Alberti giocava come un uomo che ha la febbre, o che perde sulla parola.
I suoi occhi fissavansi di tanto in tanto scintillanti sul volto del principe, che rimaneva impassibile, e all'ombra della ventola pareva di marmo.
Metelliani era troppo uomo di mondo per dare ad Alberti il menomo pretesto ad una provocazione.
Giuocava freddamente, da gran signore, ed era fortunato come un milionario.
Tutt'e due non dicevano che le sole parole indispensabili, il principe con la sua flemma inalterabile.
Alberto armandole di tutte l
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