FERMO E LUCIA, di Alessandro Manzoni - pagina 37
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CAPITOLO VI
Accorse al romore Egidio che stava alla bada nella stanza vicina, ed incontrò le colpevoli che fuggivano spaventate, come avrebbero fatto se per caso e a mal loro grado si fossero trovate presenti ad un misfatto.
Egidio le fermò, e chiese premurosamente se la cosa era fatta.
«Vedete», rispose tremando l'omicida.
«Ebbene! coraggio», replicò lo scellerato, «ora bisogna fare il resto»; e dava tranquillamente gli ordini all'una e all'altra su le cose da farsi per togliere ogni vestigio del delitto.
Avvezze, come elle erano, ad ubbidire a colui che aveva acquistata una orribile autorità su gli animi loro, a colui che faceva loro sempre paura, e dava loro sempre coraggio; e rianimate, e come illuse dall'aria naturale con la quale egli dava quegli ordini, come se si trattasse di una faccenda ordinaria; raccomandando ora la prestezza, ora il silenzio, elle fecero ciò che era loro comandato.
«E la Signora, perché non viene ad ajutarci?» disse l'omicida: «tocca a lei quanto a noi, e più».
«Andate a chiamarla», rispose Egidio: l'omicida che cercava anche un pretesto per allontanarsi, almeno per qualche momento, da quel luogo e da quell'oggetto che le era insopportabile, si avviò alla stanza di Geltrude.
Questa si stava nelle angosce di chi sente l'orrore del delitto, e lo vuole.
Sedeva, si alzava, andava ad origliare alla porta: intese il colpo, e fuggì ella pure a rannicchiarsi nell'angolo il più lontano della sua stanza, orribilmente agitata tra il terrore del misfatto, e il terrore che non fosse ben consumato.
L'omicida entrò, e disse: «abbiamo fatto ciò ch'era inteso: non resta più che di riporre le cose in ordine: venite ad ajutarci».
«No no, per amor del cielo», rispose Geltrude.
«Che c'entra il cielo?» disse l'omicida.
«Lasciami, lasciami» continuò Geltrude.
«Come!» replicò l'omicida «chi è stata quella...?» «Sì è vero» rispose Geltrude; «ma tu sai ch'io sono una povera sciocca nelle faccende; non son buona da nulla; lasciami stare per amor...» Gli atti e il volto di Geltrude riflettevano in un modo così orribile l'orrore del fatto, che l'omicida non potè sopportare la sua presenza, e tornò in fretta presso a colui, l'aspetto del quale pareva dire: - non è nulla -.
«Non vuol venire», diss'ella, con un moto convulso delle labbra, che avrebbe voluto essere un sorriso di scherno: «non vuol venire: è una dappoca».
«Non importa», rispose Egidio; «non farebbe altro che impacciare; ecco tutto è finito senza di lei».
«Resta ancora...» volle cominciare l'omicida, ma non potè continuare.
«Ebbene» disse Egidio, «questa è mia cura; datemi tosto mano, e poi lasciate fare a me».
Le donne obbedirono: Egidio carico del terribile peso ascese per una scaletta al solajo: e l'omicidio uscì per la porta che era stata aperta al sacrilegio.
Quando lo scellerato fu nelle sue case, cioè in quella parte disabitata che toccava il monastero, discese per bugigattoli e per andirivieni dei quali egli era pratico, ad una cantina abbandonata, o che non aveva forse mai servito; quivi in una buca scavata da lui, il giorno antecedente, depose il testimonio del delitto; lo ricoperse, e pigliati da un mucchio che ivi era, cocci, mattoni e rottami, ve li gettò sopra per ricoprirlo, proponendosi di trasportare poco a poco su quel sito tutto il mucchio, un monte se avesse potuto.
Le due donne rimaste sole, esaminarono in silenzio, se tutto era nello stato di prima; e poi...
che avevano a dirsi? L'omicida, ruppe il silenzio, dicendo: «andiamo a cercare la Signora»; l'altra le tenne dietro senza rispondere.
Bussarono sommessamente alla porta di Geltrude, la quale vi stava in agguato, e disse macchinalmente: «chi è?» «Chi potrebb'essere?» rispose l'omicida: «siam noi, apri e vieni, e vedrai che le cose sono tutte come jeri».
Geltrude aprì, e venne con loro nella più orrenda stanza di quell'orrendo quartiere: volse in giro entrando un'occhiata sospettosa, e disse: «che faremo qui?» «Quel che faremmo altrove», rispose l'omicida.
«Perché non andiamo nella mia stanza?» replicò Geltrude.
«È vero», disse quella che non aveva mai parlato; «è vero; andiamo nella stanza della Signora».
Ognuna delle tre sciagurate sentiva nella sua agitazione come il bisogno di far qualche cosa, di appigliarsi ad un partito che avesse qualche cosa di opportuno; e nessuna sapeva pensare quello che fosse da farsi: quando una faceva una proposta, le altre vi si arrendevano, come ad una risoluzione.
Geltrude si avviò, le altre le tennero dietro, e tutte e tre sedettero nella stanza di Geltrude.
«Accendete un altro lume», disse questa.
«No, no», rispose questa volta l'omicida: «ve n'è anche troppo: abbiamo ristoppate le finestre, è vero, ma se qualche educanda vegliasse...»
«Santissima...!» proruppe con un moto involontario di spavento, Geltrude, e non terminò l'esclamazione, spaventata in un altro modo del nome puro e soave che stava per uscirle dalle labbra.
«E perché dunque», continuò rimessa alquanto, «perché avete lasciato il lume nell'altra stanza?»
«Perché...» rispose l'omicida: «non si ha testa da far tutto».
«Andate a prenderlo».
«Andate, andate...
andiamo insieme».
Le due serventi partirono, Geltrude le seguì fino alla porta aspettando che tornassero col lume.
Lo deposero sur una tavola, lo spensero, e sedettero di nuovo intorno a quello che ardeva da prima.
Stavano così tacite, guardandosi furtivamente di tratto in tratto; quando gli sguardi s'incontravano ognuna abbassava gli occhi come se temesse un giudice, e avesse ribrezzo d'un colpevole.
Ma l'omicida più agitata, e agitata in modo diverso dalle altre, cercava ad ogni momento di cominciare un discorso, voleva parlare del fatto e del da farsi come di cosa comune, parlava sempre in plurale, come per tenere afferrate le compagne nella colpa, per essere nulla più che una loro pari.
Concertarono finalmente la condotta da tenersi quel primo giorno, perché nei concerti presi antecedentemente non avevano preveduti che i pericoli materiali: non avevano pensato che al modo di commettere il delitto segretamente, e di cancellarne ogni traccia esterna; ma il delitto aveva loro appresa un'altra cosa; che il sangue si sarebbe rivelato nei loro atti, nel loro contegno, nel loro volto.
Stabilirono dunque che Geltrude si direbbe indisposta, che avrebbe un forte dolor di capo, che starebbe chiusa all'oscuro nella sua stanza, e le altre si rimarrebbero ad assisterla.
Ma in questo concerto stesso, quante difficoltà, quanti dibattimenti! Il punto più terribile era di decidere a quale delle due serventi sarebbe toccato di avvertire le suore della indisposizione di Geltrude, per evitare che, non vedendola comparire, o la badessa, o qualche suora non venisse nel quartiere a chiederne novella.
Ognuna voleva rigettare su l'altra questo incarico.
L'omicida aveva una buona ragione per esimersi; ma questa ragione, poteva ella parlarne? Dire: - io sarò più confusa, più tremante, perché...
- Cercava ella dunque pretesti come l'altra, ma li sosteneva con più furore.
Geltrude indovinò, anzi sentì quella ragione, e persuase l'altra ad assumersi l'incarico, dicendole che sarebbe stato facile e spedito annunziare la sua indisposizione dalla finestra ad una delle suore che governavano le educande, pregando nello stesso tempo che non si facesse romore per non disturbarla.
Egidio intanto eseguiva gli altri concerti che erano stati presi, o per dir meglio ch'egli aveva proposti; giacché il disegno era tutto suo.
Occultata la vittima, egli uscì di notte fitta, accompagnato da alcuni suoi scherani, come soleva non di rado per qualche spedizione.
Gli dispose in un luogo distante da quello a cui aveva disegnato di portarsi, e gli lasciò come a guardia, lasciando loro credere che andasse ad una delle sue solite avventure.
Quindi per lunghi circuiti si condusse ad un campo disabitato col quale confinava l'orto del monastero, e ne era diviso dal muro.
Ivi, dopo d'aver ben guardato intorno se nessuno vi fosse, si trasse di sotto il mantello gli stromenti da smurare che aveva portati nascosti con le armi; e pian piano in una parte del muro già intaccata dal tempo, e ch'egli aveva fissata di giorno, aperse un pertugio, tanto che una persona potesse passarvi.
Riprese i suoi ferri, si ravvolse nel mantello, e camminando non senza terrore minacciato com'era da più d'un nemico, raggiunse i suoi scherani; si mostrò ad essi lieto, s'avviò con essi, gittò per via qualche motto misterioso di altre avventure, e tornò alla sua casa.
Il mattino vegnente una suora mancò; si corse alla sua cella; non v'era; le monache si sparpagliarono a ricercarla; ed una che andava per frugare nell'orto, vide da lontano...
- Possibile? un pertugio nel muro.
- Chiamò le compagne a tutta voce: si corse al pertugio; «è fuggita; è fuggita».
La badessa venne al romore: lo spavento fu grande; la cosa non poteva nascondersi; la badessa ordinò tosto che il pertugio fosse guardato dall'ortolano, che si mandasse per muratori, onde chiuderlo, e che si spedisse gente per raggiungere la sfuggita.
Il lettore sa che pur troppo ogni ricerca doveva riuscire inutile.
L'occupazione che questo affare diede a tutte le monache fece che le tre che erano la trista cagione di tutto, fossero lasciate in pace, o per meglio dire, sole.
È facile supporre che da quel giorno in poi il carattere di Geltrude (giacché di essa sola esige la nostra storia che ci occupiamo) fu sempre più stravolto.
Combattuta continuamente tra il rimorso e la perversità, tra il terrore d'essere scoverta, e un certo bisogno di lasciare uno sfogo alle sue tante passioni, e tutte tumultuose, dominata più che mai da colui che ella risguardava come l'origine dei suoi più gravi, più veri e più terribili mali, e nello stesso tempo come il suo solo soccorso, l'infelice era nel suo interno ben più conturbata, e confusa che non apparisse nel suo discorso, per quanto poco ordinato egli fosse.
Una immagine la assediava perpetuamente, e non è mestieri dire quale.
Tentava ella di rappresentarsi alla fantasia la sventurata suora, quale l'aveva veduta infocata di collera e con la minaccia sul labbro quell'ultimo giorno.
Ma l'immagine s'impallidiva sempre nella sua mente, invano ella cercava di raffigurarla con la testa alta, con l'occhio acceso, con una mano sul fianco; la vedeva indebolirsi, non poter reggere, abbandonarsi, cadere, se la sentiva pesare addosso.
Per togliere ogni sospetto, e nello stesso tempo per dare un altro corso alle sue idee, procurava ella di toccar materie liete o indifferenti di discorso; ma ora il rimorso, ora la collera contra tutti quelli che le erano stata occasione di cadere in tanto profondo, ora una, ora un'altra memoria si gettavano a traverso alle sue idee, le scompaginavano, e lasciavano nelle sue parole un indizio del disordine che regnava nella sua mente.
E quella regola nei discorsi, quel contegno nei modi ch'ella non poteva avere naturalmente, e per ispirazione dalla pace dell'animo, non aveva i mezzi per trovarlo nella esperienza e per comandarselo.
La sua esperienza non era altro che del chiostro, di quel poco che aveva veduto nel tempo burrascoso passato nella casa paterna, e di ciò che aveva imparato dall'infame suo maestro; le sue idee erano un guazzabuglio composto di questi elementi, ed ella non aveva potuto attingere d'altronde cognizioni per fare almeno una scelta in questi elementi.
Le sue parole e il suo contegno sarebbero state uno scandalo insopportabile in un secolo meno bestiale di quello; ma allora la stranezza universale non lasciava spiccare la sua al punto da farne un oggetto di maraviglia singolare.
Due anni erano già trascorsi da quel giorno funesto al tempo in cui la nostra Lucia le fu raccomandata dal padre cappuccino, il quale, come pure ogni altro del monastero, e di fuori, conosceva bene la Signora per un cervellino, ma era lontano dal sospettare quale in tutto ella fosse.
Siamo stati più volte in dubbio se non convenisse stralciare dalla nostra storia queste turpi ed atroci avventure; ma esaminando l'impressione che ce n'era rimasta, leggendola dal manoscritto, abbiamo trovato che era una impressione d'orrore; e ci è sembrato che la cognizione del male quando ne produce l'orrore sia non solo innocua ma utile.
Abbiamo lasciata, se il lettore se ne ricorda, Lucia sola nel parlatorio con la Signora.
Il dialogo fra quelle due così dissimili creature continuò a questo modo:
«Ora», disse la Signora, «parlate con libertà.
Qui non c'è né madre né padre; e ditemi il vero, perché le bugie che mi potreste dire, le ravviserei tosto come una antica conoscenza: non temete di nulla: qualunque sia il vostro caso, io vi proteggerò, purché siate sincera con me».
Lucia pose la picciola destra sul cuore, e con quell'accento che toglie ogni dubbio, rispose: «Signora, la verità è quello che ha detto mia madre, e che ha scritto il padre Cristoforo: io non ho mai giurato finora, ma se Ella, reverenda signora vuole ch'io giuri in questa occasione, io son pronta a farlo».
«Non dite più, che vi credo», rispose la Signora.
«Ma contatemi dunque tutta questa storia».
E qui cominciò ad affogare Lucia d'inchieste, volendo sapere tutti i particolari della persecuzione di Don Rodrigo, e delle relazioni di Lucia con Fermo.
Questa curiosità era come ognuno può figurarselo assai molesta alla povera Lucia.
All'istinto del pudore ed alla ripugnanza naturale di parlare di se stessa su questa materia, si aggiungeva il timore anche di dire qualche cosa di sconvenevole in presenza della reverenda madre.
Lucia che aveva parlato con un uomo, e che gli aveva dato promessa di sposarlo, che aveva tentato un matrimonio clandestino si riguardava come una donna esperta e più forse che non conveniva, nelle cose del mondo, come una scaltritaccia al paragone di una monaca, velata, rinchiusa, separata dal consorzio degli uomini, e pigliava le inchieste della Signora a un di presso come si fa a quelle talvolta indiscretissime dei ragazzi, dalle quali uno si sbriga alla meglio, cercando di non rispondere direttamente e di mandare in pace l'interrogante.
E quanto le domande erano più avanzate, Lucia le attribuiva ancor più ad una pura e santa ignoranza.
Rispose dunque sopra Fermo, che quel giovane l'aveva chiesta a sua madre e che essendo a lei dalla madre proposto il partito, ella lo aveva accettato volentieri, e che tanto bastava per conchiudere un matrimonio.
Ma per ciò che risguardava Don Rodrigo, per quanto Lucia ponesse cura a schermirsi, le fu pur forza entrare in qualche particolare, per ispiegare alla Signora la persecuzione ch'ella aveva sofferta, e contra la quale cercava un ricovero.
«Egli pativa dunque davvero per voi», domandò la Signora.
«Io non so di patire», rispose Lucia, «so bene che avrebbe fatto meglio per l'anima e per il corpo a lasciarmi attendere ai fatti miei, senza curarsi d'una tapinella che non si curava niente di lui».
«Poveretto!» sclamò la Signora, con una certa aria di compassione, nella quale pareva tralucesse quasi un rimprovero a Lucia.
«Poveretto?» riprese questa, «Poveretto? Oh Madonna del Carmine! Ella lo compatisce, illustrissima!»
«Sì, poveretto», rispose la Signora.
«Convien dire che voi non abbiate mai avuto chi vi volesse male, giacché sentite tanto orrore per chi vi ha voluto bene.
Birbone, cattivo, tiranno! Che parolone, figliuola, per una quietina, come parete! E la carità del prossimo?...
Se gli aveste provati i tiranni davvero...! Vorrei un po' che mi ripeteste le ingiurie che vi diceva, per vedere quanta ragione avete di chiamarlo con questi nomi».
«Le ingiurie dei signori», rispose Lucia con quella sicurezza che non manca mai a chi comincia un discorso con una persuasione viva ed intima, «le ingiurie dei signori, sono tremende pei poverelli; ma se gli era pur destino che quel signore dovesse aver qualche cosa a dirmi, sa il cielo, che io sarei ben contenta che m'avesse detto ogni sorta d'ingiurie piuttosto che quello che mi è toccato sentire da lui.
Io non avrei risposto, le avrei sofferte, è il destino di noi poverelli; e quando egli si fosse stato stanco, l'avrebbe finita; ed ora io non sarei qui lontana dalla mia patria, come una sbandata, a domandare un ricovero per amor di Dio; sarei...
pensi, Signora, s'io posso dir bene di lui.
Non ch'io gli desideri del male, no grazie a Dio, ma quanto al bene ch'egli mi poteva volere...
Santissima Vergine, che razza di bene! Io non vorrei dir cose da non dirsi in sua presenza, signora madre, e, so ben io quel che dico; ella sa molto di cose alte, di quelle che si trovano sui libri, ma le cose del mondo non è obbligata a conoscerle, e certe cose che potrei contare sarà meglio tacerle».
«Vi ho detto di parlare con sincerità: dite pur tutto»; rispose la Signora ridendo, e senza quell'imbarazzo che le aveva cagionata una proposizione somigliante nella bocca del padre guardiano.
«Spero dunque di poter parlare con prudenza», riprese Lucia, «ma di poterle far toccare con mano che cosa poteva essere il bene di quel Signore.
Sappia che io non sono stata la prima, a cui per mala sorte egli abbia badato.
Eh!...
le cose si sanno purtroppo: e d'una poveretta in particolare, io non ho potuto a meno di non saperlo, perché eravamo amiche, e me ne piange il cuore tuttavia.
Questa poveretta - non la nomino - diede retta al bene di quel signore; e sa ella che ne avvenne? Cominciò a disubbidire ai suoi parenti; quando fu ammonita si rivoltò; la casa le venne in odio, non ebbe più amiche, disprezzava tutti, e diceva - puh villani! - come avrebbe potuto fare una gran dama.
Quando i parenti s'avvidero di qualche cosa, sulle prime negò, e poi, rispose in modo da fargli tacere per paura.
Comparve con un vestito troppo bello per una ricca sposa, e credeva la poveretta che tutti avrebbero fatte le maraviglie, e l'avrebbero inchinata, e tutti la sfuggivano: i ragazzi le facevano dietro mille visacci.
Un fior di giovane, mi compatisca se parlo male, che voleva ricercarla in matrimonio, non la guardò più; nessuno le parlava, nessuno voglio dire della gente come si deve, perché i cattivi se le avvicinavano per la via con una famigliarità come se le fossero sempre stati amici, e fino, a parlare con poca riverenza, i birri, la salutavano ridendo, e le gittavano parole da non dire.
Poveretta! di tratto in tratto pareva più lieta che non fosse mai stata, ma le lagrime che spargeva in segreto! e quante volte la vedevamo da lontano piangente, e si nascondeva da noi: e io mi ricordava di quando ell'era allegra come un pesce, di quando ridevamo insieme alla filanda.
Basta: la disgraziata non potè più vivere nel suo paese, e un bel mattino, fece un fagottello, e finì a girare il mondo».
«Girare!» interruppe la Signora, «non è poi la peggior disgrazia».
«E tutto questo», continuò Lucia, «senza parlare dal tetto in su; perché all'altro mondo, Dio sa come andranno le cose.
Ma povera la mia Bettina! oh poveretta me, ho detto il nome...
spero che Dio le farà misericordia; perché poi finalmente è stata tradita.
Ma per me dico davvero, che se per andare in paradiso bisognasse fare la vita di quella povera figlia, la mi parrebbe ancora molto dura».
«Ma quel signore», riprese la monaca, «era egli di stucco? non la sapeva far rispettare? lasciava la briglia sul collo a quei tangheri?»
«Fortunata lei», rispose Lucia, «che non sa come vanno queste cose.
Il signore dopo qualche tempo non si curò più di quella meschina; e si venne a sapere che un giorno ch'ella si lagnava con lui d'essere disprezzata, egli le rispose: - si provino un po' a farvi qualche sgarbo in mia presenza, e vedranno -.
Tutto quello che la poverina doveva patire fuori della sua presenza, non era niente.
Ma tutto questo non bastava a disingannarla: soffriva, ma non sapeva staccarsi da colui.
Finalmente bisognò che fossi tormentata io per farle conoscere il suo stato.
Quando costui, sfacciato!...
cominciò a pormi gli occhi addosso, allora...»
«È un vile birbante», interruppe la signora, «avete ragione: avete fatto bene a voltargli le spalle, e io vi proteggerò».
«Dio gliene renda il merito.
Le diceva ben io che se avesse saputo...»
«Sì sì, è un birbante: son tutti così costoro.
Date loro retta sul principio: voi, voi sola siete la loro vita: che cosa sono le altre? nulla; voi siete la sola donna di questo mondo, e poi;...
Fortunata voi che potete sbrigarvene.
Vi avrebbe voluta vedere amica di Bettina...
amica! e sprezzarvi tutte e due; e vi so dire io come vi avrebbe trattate; peggio che da serve.
Se aveste fatto il primo passo...»
Lucia teneva gli occhi sbarrati addosso alla signora, come stupefatta ch'ella ne sapesse tanto addentro.
Geltrude rinvenne e s'avvide che questo suo modo di disapprovare il seduttore non era più conveniente alla sua condizione di quello che fosse stato quel primo compatimento, e che invece di togliere il sospetto o almeno lo stupore che quello poteva aver fatto nascere, lo avrebbe accresciuto, e si ripigliò dicendo:
«Del resto, son cose che io non posso conoscere; ma già l'avrete inteso anche dai predicatori che quelli che seducono le povere figliuole sono i primi a sprezzarle.
E se da principio, io ho mostrato qualche dispiacere per colui, è perché non vi eravate bene espressa; io credeva che alla fine egli avesse intenzione di sposarvi».
«Sposarmi! sposarlo!» esclamò Lucia, maravigliata di questo pensiero che supponeva l'accordo di due volontà, d'una delle quali ella sentiva, e dell'altra sapeva che ne erano le mille miglia lontane.
Geltrude credette che Lucia non alludesse ad altro ostacolo che alla differenza delle condizioni.
«E perché no?» rispose, e abbandonandosi alla intemperanza della sua fantasia continuò: «Perché no, sposarvi? Se ne vede tante a questo mondo.
Sareste la Signora Donna Lucia: che maraviglia! non sareste la donna più stranamente nominata di questo mondo.
Avete sentito come mi chiamava quel buon uomo con la barba bianca che vi ha condotta qui? - Reverenda madre.- Io, vedete, sono la sua reverenda madre.
Bel bambino davvero ch'io ho».
E a questa idea si pose a ridere sgangheratamente: ma tosto aggrondatasi, e levatasi a passeggiare nel parlatorio...
«madre!...» continuò...
«avrei dovuto sentirmelo dire, non da un vecchio calvo e barbato:...
CAPITOLO VII
Come una troppa di segugi dopo aver tracciata invano una lepre, ritorna sbaldanzita con le code pendenti, verso il padrone; paventosa di lui, ma pronta ad abbajare e a ringhiare per dispetto contra ogni altro in cui si abbatta per via; così in quella notte romorosa tornavano gli scherani con gli artigli vuoti al castello di Don Rodrigo; dove convien tornare a noi pure, messa in salvo alla meglio la bella fera che quel birbone inseguiva.
Don Rodrigo passeggiava inquieto aspettando il ritorno de' suoi bravi, aprendo di tempo in tempo la finestra, e guardando al lume della luna e tendendo l'orecchio.
Fremeva d'impazienza, che la spedizione tornasse, ma in questa impazienza misto al desiderio v'era anche un po' di terrore; perché questa era la più grossa che Don Rodrigo avesse fatta fino allora.
Se allo sparire di Lucia, il rapitore fosse stato conosciuto, se la fama ne fosse giunta a Milano, l'affare poteva esser serio: il governatore avrebbe potuto pubblicare un bando contra il rapitore, come accadeva talvolta in simili casi, promettendo un premio a chi lo desse vivo o morto nelle mani della giustizia.
Veramente Don Rodrigo aveva veduto passeggiare sicuramente più d'uno colpito da un tal bando; e sapeva d'aver egli pure i mezzi di questa sicurezza, perché cinto da scherani, e temuto com'era, nessuno avrebbe voluto per un premio torsi un'impresa come quella di attaccarlo, e porre la vita a certissimo pericolo: pure un bando era almeno una seccatura forte.
Dall'altra parte pensava egli che essendo gli offesi povera gente, nessuno si sarebbe curato di prendere impegno per essi...
Ma c'era di mezzo quel benedetto frate (Don Rodrigo non diceva veramente benedetto) quel frate che era un brigante, un ficcanaso, uno che si dilettava d'impacciarsi nei fatti altrui, e che avrebbe potuto trovare appoggi, far comparire le cose...
Ma anche pel frate v'erano rimedj, e si poteva combatterlo con le stesse sue armi d'impegni, e di brighe.
- Quel che importa per ora, - continuava Don Rodrigo, - è che il Griso faccia il suo dovere, e che questa smorfiosetta non mi faccia uno scandalo che levi a romore il paese.
Diavolo! Ho avuto un pensiero molto ardito; ma quel che è fatto è fatto, e non mi voglio ora ritirare per bacco! Non voglio? non posso: coraggio coraggio Don Rodrigo! bisogna ammansarla con le buone; la madre?...
eh quando vedrà dei bei danari lampanti: e poi osi un po' far chiasso: vorrei vedere!...
Il parroco non fiaterà...
ha già avuta una bella paura, ed ora sarebbe anch'egli in colpa...
eh già colui è un birbone che farebbe di tutto per salvar la pelle...
Non vengono costoro?...
Sta a vedere che si saranno ubbriacati...
No no il Griso non è un ragazzo, e avrà condotte le cose con giudizio: non è mica una bagattella...
non vorrei che me la malmenasse: non è avvezzo a spedizioni di questa sorte: ha sempre avuto che fare con uomini...
basta gli ho fatta una buona ammonizione.
Stà...
per bacco, è la mia gente...
- Così pensando corse alla finestra, e vide i segugj venir quatti quatti, col Griso alla testa: tese l'occhio, per distinguere fra essi la lepre, ma la lepre non v'era.
- Diavolo!...
diavolo! diavolo! Il Griso me ne darà conto.
Aperta ai bravi la porta dal loro compagno che vi stava a guardia, ed entrati e andati a riposare com'era giusto, perché il riposo è dovuto alla fatica tollerata, non all'effetto ottenuto, il Griso come portava la sua carica, che in quel momento nessuno degli altri gl'invidiava, salì in fretta a render conto a Don Rodrigo.
«Ebbene?» disse tosto questi dispettoso: «ebbene? signor bravo, signor capitano, signor spaccone...»
«È dura», rispose il Griso con rispetto, ma non senza rancore, «è dura di sentir rimproveri dopo aver faticato fedelmente, e cercato di fare il suo dovere...»
«Ma dunque?...»
Il Griso si fece da capo, e raccontò tutti i preparativi, come la spedizione era ben condotta, e come la casa fu trovata vuota, e come sonò a stormo senza ch'egli potesse ben saperne il perché, e come si era tornati senza aver fatto nulla, ma senza aver lasciato traccia.
«Mancomale» rispose Don Rodrigo; e si posero a far congetture senza potersi fermare ad una che li accontentasse.
«Basta», conchiuse Don Rodrigo: «domani piglia informazioni; sarà meglio che mandi uno dei contadini fidati, nella bettola più vicina alla casa di Lucia, tanto che domani io vegga la cosa chiara».
Così congedò il Griso che se ne andò anch'egli a dormire.
Dormi, povero Griso, dormi che tu devi averne bisogno.
Povero Griso! Correre qua e là tutto il giorno, stare all'agguato, dirigere una mano di zotici mal disciplinati, pigliar sopra di te tutto il pensiero, e tanta parte della fatica; porti a rischio di aver qualche nuovo disparere con la giustizia, e di veder questa volta messo a prezzo il tuo capo, per rapto di donna honesta; stare al caldo e al gelo; e poi, e poi raccoglier rimbrotti.
Ma tu non cominci oggi a vivere, e devi sapere che il mondo è tristo, che gli uomini sono ingrati.
Va a riposarti, povero Griso: un giorno poi, quando ti porrai a letto per morire, se a letto morrai; forse questa giornata ti verrà in mente; forse il pensiero di non aver potuto oggi farti onore, e di essere stato sgridato per ricompensa, sarà quello che ti darà meno di gravezza.
Ma non pensare ora a questo, perché forse non dormiresti.
All'aurora il Griso fu in campo, tutto desideroso di venire in chiaro di ciò che fosse avvenuto di Lucia, per soddisfare alla curiosità del padrone e alla sua propria, e per avvisare i mezzi di riparare alla mala riuscita del giorno antecedente.
Non era la sola vanità né il dispetto che stimolavano il Griso; ma v'entrava la riconoscenza per Don Rodrigo che lo aveva posto, e lo teneva sotto le sue ali in salvo dalla giustizia, e che gli dava facoltà di camminare francamente, e di farsi temere; da questa riconoscenza era nato nel suo cuore un affetto, un attaccamento per Don Rodrigo, che i rimproveri, e le asprezze di questo potevano affliggere, ma non distruggere; né rendere inoperoso.
Scelse adunque il Griso gli uomini più opportuni a raccogliere notizie, e gli spedì attorno, ed egli stesso andò, per ispiare schiarimenti sui fatti misteriosi della notte trascorsa.
Ma gli abitanti del villaggio che s'erano trovati in quel trambusto, non ne sapevano essi stessi la cagione, e quello che avevano veduto non era per essi che una sorgente di curiosità, o al più un motivo di congetture e di fandonie.
Quando il mattino rivelò la fuga di Lucia e di sua madre e di Fermo, i sospetti divennero ancor più complicati, e la curiosità più animata: ognuno domandava a tutti quelli in cui si abbatteva, e se ne formarono come accade molte storie, perché s'ignorava la vera.
Quei pochi che la sapevano o tutta o in parte, e che avrebbero potuto soddisfare o almeno metter sulla via la curiosità degli altri, quei pochi se ne stavano zitti, e si facevano più nuovi degli altri.
Toni fece un severo precetto a Gervaso e alle sue donne di non parlare, e fu egli stesso molto fedele a questo suo precetto di cui sentiva l'importanza; appena uno sperimentato osservatore avrebbe potuto arguire ch'egli sapeva qualche cosa più degli altri dal poco chiedere ch'egli faceva, e dal suo ristringersi nelle spalle protestando di non saper nulla quando altri ne lo chiedeva.
«Io attendo ai fatti miei», rispondeva Toni, «che volete ch'io sappia?» Don Abbondio era ricorso al suo ripiego diplomatico di porsi a letto e di sviare così i curiosi.
Se ne stava egli ora cheto cheto, maladicendo la mala ventura, che negli ultimi suoi giorni gli faceva scontare quel poco di bene che aveva goduto negli anni passati, e rendeva inutili tutte le cure della sua prudenza.
Di tempo in tempo rimbrottava Perpetua e accagionava della sua disgrazia la cervellinaggine di quella.
Ma Perpetua non penuriava di argomenti per provare al padrone che la colpa doveva ricadere tutta sopra di lui; e il combattimento finiva per stanchezza d'ambe le parti.
Questi piati però non uscivano dalle mura di Don Abbondio, perché era interesse troppo evidente d'ambe le parti di sopire l'affare e di stornare i sospetti dalla verità.
Ma tra coloro che erano stati in parte testimonj ed attori di tutta quella scena ve n'era uno a cui l'esperienza non aveva potuto ancora dare le profonde idee di prudenza che il tempo e i casi avevano apprese a Toni e a Don Abbondio.
Sa il cielo se il lettore si ricorda di quel garzoncello spedito da Agnese al Padre Cristoforo, e mandato da questo ad avvertire Lucia del pericolo che le soprastava, di quel picciolo Menico che era stato nelle tenebre guida dei fuggitivi.
Menico il quale era pur dolente della fuga delle sue parenti, ma che almeno in questa sventura aveva avuta la felice occasione di far qualche cosa, non ebbe pace finché non confidò quello che aveva fatto a dei ragazzi suoi coetanei, i quali venivano a contargli le congetture che avevano intese, e ai quali egli aveva da raccontare qualche cosa di più fondato.
I ragazzi corsero a casa, e si seppe tosto che Lucia, Agnese e Fermo erano andati la notte al convento.
Le congetture divennero allora un po' più uniformi e più fondate, giacché tutti avevano qualche sentore della turpe caccia che Don Rodrigo dava a Lucia.
Gli spioni del Griso riseppero tosto con gli altri queste particolarità; e il Griso gli spedì tosto a Pescarenico per cavare più sicure notizie.
I barcajuoli avevano detto qualche cosa.
Povera gente! avevano cooperato ad un'opera buona, e l'assoluto silenzio era un peso troppo difficile da portarsi.
Si riseppe dunque che i fuggitivi avevano attraversato il lago, e che avevano continuato il loro viaggio per terra.
Queste cose vennero pure agli orecchi del Griso, il quale potè annunziare a Don Rodrigo che poco mancava a sapere su che albero l'uccello fosse andato a posarsi.
Don Rodrigo era uscito quella mattina col conte Attilio e col solito seguito di bravi, e s'erano aggirati pei campi e per le ville con l'apparenza d'andare a caccia ma con l'intenzione di scoprire quello che si facesse, e di stornare i sospetti mostrandosi, o almeno di ostentare sicurezza, e d'incutere spavento.
I sospetti erano già molto sparsi, e Don Rodrigo sotto l'apparente rispetto, e sui visi inchinati dei contadini in cui si abbatteva, potè scorgere qualche cosa di misterioso che annunziava un pensiero celato di cognizione, e una gioja compressa per la trista riuscita del suo infame tentativo.
Don Rodrigo faceva osservare quelle facce al suo compagno, e si rodeva; ma non ardiva né poteva fare alcun risentimento perché all'oscurarsi del suo sguardo gl'inchini diventavano più umili, e gli aspetti più sommessi, e non ci sarebbe stato verso di appiccare una lite senza troppo scoprirsi.
Giunti a casa i due cacciatori leggiadri trovarono il Griso che gli aspettava con le notizie.
Quand'egli ebbe fatta la sua relazione, Don Rodrigo si volse al cugino, come per chiedergli consiglio.
Il Conte Attilio era uno sventato, ma l'affare era tanto serio ch'egli stesso lo era divenuto, e disse: «Se mi aveste chiesto parere quando avete cominciato a divagarvi con questa smorfiosa, da buon amico vi avrei detto di levarne il pensiero, perché era cosa da cavarne poco costrutto; ma ora l'impegno è contratto, c'entra il vostro onore, e quello della parentela: ora si direbbe che vi siete lasciato metter paura, e che non l'avete saputa spuntare.
Dal modo con cui vi conterrete in questa occasione dipenderà la vostra riputazione e il rispetto che vi si porterà nell'avvenire».
«Avete ragione».
«E», continuò il Conte Attilio; «fate pur conto sopra di me come sopra un buon parente ed amico: non si tratta ora più di scommesse e di scherzi».
«Avete ragione.
Griso, che cosa dicono questi villani?»
«Il signor padrone può ben credere che in faccia mia nessuno avrebbe osato proferire una parola poco rispettosa; ma so che parlano, e si mostrano contenti».
«Ah! contenti» rispose Don Rodrigo, «vedranno, vedranno.
Il Podestà è tutto mio...
ma nulladimeno...
che ne dite cugino?...
sarà bene di prevenirlo favorevolmente».
«Certo», rispose il Conte Attilio, «non bisogna tralasciare nessuna precauzione».
«E poi», continuò Don Rodrigo, «non bisogna metterlo in impaccio.
Siccome si parlerà della fuga di costoro, e la giustizia forse non potrà schivare di far qualche ricerca, bisognerebbe trovare una storia che spiegasse la fuga, e che rivolgesse i sospetti in tutt'altra parte».
«Si potrebbe per esempio», disse il Conte Attilio, «sparger voce che quel villano ha rapita la ragazza e fargli mettere un bando, in modo che non ardisse più di comparire in paese».
«Non va male», rispose Don Rodrigo, «ma...»
«Se mi permettono questi signori», disse umilmente il Griso, «avrei anch'io un debole parere».
«Sentiamo», dissero entrambi.
«Fermo», rispose il Griso, «è lavoratore di seta; e questa è una gran bella cosa».
«Come c'entra la seta?» domandò il Conte Attilio.
«I lavoratori di seta», continuò il Griso, «non possono abbandonare il paese, è un criminale grosso.
Ecco che il signor Podestà quando voglia, come è giusto, servire l'illustrissima casa, potrà fare un ordine di cattura contra Fermo come lavoratore fuggitivo; poi si dirà che se Fermo ritorna, guai a lui; e Fermo non sarà tanto gonzo da venire a giustificarsi in prigione».
«Ma bravo il mio Griso», proruppe Don Rodrigo, mentre lo stesso Conte Attilio faceva un sorriso di approvazione.
«Ma bravo: va che ti voglio fare aiutante del dottor Duplica.
Per bacco, ch'egli non l'avrebbe trovata più a proposito».
«Eh Signore», rispose il Griso, con affettata modestia, «ho avuto tanto che fare con la giustizia, che qualche cosa devo saperne».
«Del resto», continuò Don Rodrigo, «per quanto grande sia l'abilità legale del Griso, non voglio ch'egli balzi di scanno il nostro dottore.
Fa ch'egli venga oggi a pranzo da me e m'intenderò con lui.
Tu intanto abbi cura di vedere il bargello e di dirgli che questa volta venga più presto del solito a ricever la mancia consueta, e che mi troverà di buon umore, e avrà un regalo di più...
Così si potrà andare innanzi a fare tutto quello che sarà necessario...
Purché la cosa non si risappia a Milano...»
«Che diavolo di paura vi nasce ora», interruppe il Conte.
«Caro cugino, la cosa non è finita; costei la voglio...»
«Va bene».
«E non so dove bisognerà andare a cercarla, che passi bisognerà fare...»
«E bene, a Milano hanno altro da pensare che a questi pettegolezzi.
C'è la carestia, c'è il passaggio delle truppe, c'è mille diavoli.
E poi quand'anche se ne parlasse a Milano, sarebbe la prima che avremmo spuntata?»
«Va bene, ma quel frate, quel frate vedete, chi sa quali protezioni potrà avere; e vi assicuro che non istarà quieto fin ché...
Quel frate è il mio demonio, e...
non posso farlo ammazzare».
«Il frate lo piglio sotto alla mia protezione», rispose sorridendo il Conte Attilio.
«Non pensate a lui: me ne incarico io».
«Eh se sapeste!...»
«Via, via, che ora non saprò fare stare un cappuccino.
Vi dico che, se avete in me la più picciola fede, non prendiate pensiero di lui, che non ve ne potrà dare.
Domani a sera sono a Milano; e dopo due o tre giorni udrete novelle del frate».
«Non mi state a fare un guajo che mi ponga in maggiore impiccio...»
«Quando vi dico di fidarvi di me, fidatevi; ma se volete vi dirò prima il modo semplicissimo che ho pensato per torvelo d'attorno, modo tanto semplice che l'avreste immaginato anche voi se non foste un po' conturbato».
Infatti Don Rodrigo combattuto, trainato da sentimenti diversi, e tutti rei, tutti vili, tutti faticosi, era un oggetto di pietà senza stima agli occhi stessi del Griso e del Conte Attilio, e avrebbe eccitato orrore e stomaco nell'animo di chiunque gli avesse meno somigliato che quei due signori.
La passione di Don Rodrigo per Lucia, nata per ozio, irritata e cresciuta da poi dalle ripulse e dal disdegno, era diventata violenta quando conobbe un rivale.
La fantasia ardente e feroce di Don Rodrigo si andava allora raffigurando quella Lucia contegnosa, ingrugnata, severa, se l'andava raffigurando umana, soave, affabile con un altro, egli immaginava gli atti e le parole, indovinava i movimenti di quel cuore che non erano per lui, che erano per un villano; e la vanità, la stizza, la gelosia aumentavano in lui quella passione che per qualche tempo riceve nuova forza da tutte le passioni che non la distruggono, o ch'ella non distrugge, da tutte quelle che possono vivere con essa.
Tutte queste passioni lo avevano allora spinto ad impedire con minacce il matrimonio di Lucia, senza ch'egli avesse risoluto quel che farebbe da poi, ma per impedirlo a buon conto, perché ella non fosse d'un altro, per guadagnar tempo, per isfogare in qualche modo la rabbia e l'amore, se amore si può dire quel suo.
Quindi allorché egli riseppe dalla narrazione del Griso che Lucia e Fermo erano partiti insieme, i dolori della gelosia e della rabbia lo colpirono più acutamente che mai.
Egli pensava qual prova Lucia aveva data di amore per Fermo e di orrore per lui, abbandonando così timida, così inesperta la sua casa paterna, i luoghi conosciuti, andando forse alla ventura; pensava che in quel momento essi erano in cerca d'un asilo per essere riuniti tranquillamente, e risolveva di fare, di sagrificare ogni cosa per impedirlo.
Dall'altra parte avvezzo bensì a non rifiutarsi mai una soddisfazione quando non gli doveva costare altro che una bricconeria, ma avvezzo a commetterne in un campo ristretto e conosciuto, si atterriva al pensiero di uscirne, di dovere intraprendere una ricerca difficile e pericolosa per porsi poi ad una impresa chi sa quanto vasta, chi sa quanto difficile e pericolosa.
Tanta era l'agitazione di Don Rodrigo, ch'egli pensava in quel momento non senza terrore alle Gride contra i Tiranni.
(Così chiamavano le Gride coloro che sopraffacevano come che fosse i deboli, quasi con questa espressione querula e paurosa volessero confessare l'impotenza di contenere quelli e di difender questi.) Ben è vero che quelle gride erano per lo più inoperose, e Don Rodrigo lo sapeva per esperienza, come noi lo sappiamo ora dal trovare ad ogni nuova pubblicazione di esse la dichiarazione espressa che le antecedenti non avevano prodotto alcun effetto.
Ma però queste gride stesse potevano essere un'arme potente, quando una mano potente le afferrasse contra chi le avesse violate; e v'era di mezzo un frate, un personaggio cioè alla influenza ed alla attività del quale nessuno poteva anticipatamente prevedere un limite: e questo frate pareva risoluto a proteggere ad ogni costo gli innocenti.
In questa tempesta di pensieri Don Rodrigo passeggiava per la stanza, facendo ad ogni momento nuove interrogazioni al Griso, e affettando sicurezza dinanzi al Conte Attilio; finalmente conchiuse col dire: «Per ora non c'è altro da fare che di sapere precisamente dove sono andati: tocca a te Griso; e poi, e poi...
non son chi sono se...
non è vero cugino?»
«Senza dubbio», rispose il Conte, al quale alla fine non premeva realmente in tutta questa faccenda che di far pensare che nello stesso caso egli avrebbe saputo giungere ai suoi fini senza esitazione e senza fallo.
Così fu sciolta la conferenza, e il Griso partì.
Don Rodrigo pensò che in quel giorno sarebbe stata cosa molto utile l'avere il podestà a pranzo, per mostrare sicurezza, e per far vedere ai malevoli che la giustizia era per lui; e lo fece invitare, pregando il Conte Attilio di non disgustargli quel brav'uomo con tante contraddizioni.
Venne il podestà, e il dottore; si stette allegri, si parlò ancora della marcia delle truppe, e della carestia: ma degli affari del paese, della campana a martello, della fuga, né una parola.
Soltanto Don Rodrigo accennò indirettamente questa faccenda nel modo il più gentile ed ingegnoso, come si vedrà.
Fece egli in modo che il podestà lodasse particolarmente il vino della tavola: cosa non difficile ad ottenersi, perché il vino era buono, e il podestà conoscitore.
Allora Don Rodrigo: «Oh, signor podestà, giacché ho la buona sorte di posseder cosa di suo aggradimento mi permetterà...»
«Non mai, non mai, Signor Don Rodrigo, se avessi saputo ch'ella sarebbe venuta a questi termini, avrei dissimulata la mia ammirazione per questo incomparabile...»
«Bene bene, signor Podestà, ella non mi farà il torto...»
«Don Rodrigo conosce la stima...»
Il Conte Attilio interruppe la gara, la quale era già realmente composta: Don Rodrigo parlò all'orecchio ad un servo, e il podestà tornando poi a casa, trovò sei tarchiati contadini che erano venuti a deporre nella sua cantina le grazie di Don Rodrigo.
Dato l'ordine segreto, Don Rodrigo ritornò al discorso incominciato, benché sembrasse mutarlo affatto, e passare dal vino all'economia politica; ma chi appena osservi la serie delle sue idee, scorgerà il filo recondito che le tiene.
«Che dice», continuò adunque Don Rodrigo, «che dice il signor podestà di questo spatriare che fanno i nostri operaj?»
«Che vuole ch'io le dica?» rispose il podestà: «è cosa da non potersi comprendere.
Quanto più si moltiplicano le gride per trattenerli, tanto più se ne vanno.
Non si sa capire: è una pazzia che gli ha presi: sono pecore, una va dietro all'altra».
«Eppure», continuò Don Rodrigo «pare che questa cosa stia molto a cuore di Sua Eccellenza».
«Capperi! veda con che sentimento ne parla nelle gride.
Ma costoro, parte per ignoranza, parte per malizia non danno retta, armano mille pretesti, ma la vera ragione si è la poca volontà di lavorare, e il disprezzo temerario delle leggi divine ed umane».
«Ma per buona sorte», disse il dottor Duplica, a cui Don Rodrigo aveva detto non tutto ma quanto bastava a fargli intendere come Don Rodrigo desiderava di esser servito, «per buona sorte abbiamo un signor podestà che non si lascerà illudere da pretesti, e saprà tenere mano ferma...»
«Mano ferma, signor podestà», riprese Don Rodrigo: «mano ferma: il primo che c'incappa, farne un esempio».
«Io so», disse con gravità misteriosa il Conte Attilio, «che Sua Eccellenza tiene gli occhi aperti su questo sviamento degli artefici, e sulla esecuzione delle gride che lo proibiscono perché il Conte mio zio del Consiglio segreto, qualche volta in confidenza si è spiegato con me...
basta non voglio ciarlare; ma son certo che quando tornato a Milano andrò a fare il mio dovere dal Conte mio zio, egli non lascerà di farmi mille interrogazioni...
In verità avere dei parenti in alto è un onore, ma un onore un po' pesante.
Non si può parlare con loro che non vogliano ricavare qualche notizia: non si sa come sbrigarsene».
«Mi raccomando ai buoni uficj del signor Conte», disse umilmente il Podestà: «una buona parola trasmessa da una bocca tanto garbata in orecchie tanto rispettabili...»
«È pura giustizia renduta al merito, Signor podestà: però se la parola ha da ottenere il suo effetto, da far colpo, sarà bene che si vegga qualche dimostrazione esemplare dello zelo del Signor podestà in questa materia».
«È mio dovere, e starò sull'avviso».
«Oh le occasioni non mancheranno», disse il dottore; «perché come diceva sapientemente il signor podestà, è una pazzia universale in costoro».
Quindi prendendo l'aria grave e pensosa di chi passa dai fatti ad una idea generale, continuò: «Vedano un po' le signorie loro come son fatti gli uomini, e particolarmente la gente meccanica che non sa riflettere.
Comincia a mettersi fra gli artefici questa smania di sviarsi, di cambiar cielo.
La sapienza di chi governa vede il male, e tosto applica il rimedio della proibizione e delle pene.
Si può far di più? eppure costoro, presa una volta quella dirittura di andarsene a processione, proseguono ad andarsene come se nessuno avesse parlato.
Come si spiega questo? Col dire che sono pazzi.
Ma coi pazzi come bisogna fare? Castigarli».
È facile supporre che con questi ragionamenti il signor podestà si trovò disposto a credere poi, o a fingere di credere alle insinuazioni incessanti del dottor Duplica, e alle deposizioni degli onorevoli suoi ministri, che Fermo si era spatriato in contravvenzione alle gride.
Il signor podestà non si lasciò scappare una occasione, che gli si era tanto raccomandato di afferrare, e nel giorno susseguente fatte fare ricerche di Fermo, le quali riuscirono inutili, lo notò come fuggitivo, gli fece intimare alla casa l'ordine di ritornare, e nello stesso tempo rilasciò l'ordine di catturarlo s'egli ritornava.
Non importa di accordare quei due ordini: basta che con questi si ottenesse l'effetto desiderato, che era di toglier la volontà a Fermo di ritornare.
Intanto il Griso non ommetteva cura per iscoprire il covo dei fuggitivi; ed ecco come vi riuscì.
Mandava egli esploratori qua e là per le piazze e per le taverne per raccogliere i discorsi che potevano dar qualche lume su questo avvenimento.
Colui che aveva condotto il baroccio dei profughi, non tacque, e di confidenza in confidenza, il Griso venne a risapere, e potè riferire a Don Rodrigo: che i fuggitivi erano andati a Monza, che Fermo aveva proseguito il viaggio fino a Milano, che Lucia ed Agnese erano state raccomandate al guardiano dei cappuccini.
Parve a Don Rodrigo che la matassa non fosse tanto imbrogliata com'egli aveva temuto, e che il bandolo si potrebbe ravviare senza troppa difficoltà.
Monza non era più lontana che venti miglia; Fermo era separato dalle donne; quando si prendessero buoni alleati, senza dei quali Don Rodrigo sentiva di non poter far nulla a quattro miglia del suo castellotto, l'impresa non era disperata.
V'era però ancora di mezzo un cappuccino; ma si sarebbe veduto fino a che segno egli era da temersi.
«Ora mio bravo e fedel Griso», disse Don Rodrigo, «non bisogna metter tempo in mezzo.
Ho bisogno di sapere al più presto presso a chi, in qual parte di Monza costei è andata a posarsi; e tu devi andare sul luogo a pigliarne informazioni sicure».
«Signore...»
«Che è, Griso? non ho io parlato chiaro?»
«Signore illustrissimo,...
io son pronto a dar la vita pel mio padrone, ma so anche ch'ella non vuole arrischiar troppo i suoi sudditi»
«Ebbene, non sei tu sotto la mia protezione?»
«Qui sono sicuro, qui Vossignoria illustrissima è conosciuta, e tutti mi portano rispetto; ma in Monza, s'io fossi riconosciuto...
Sa Vostra signoria che, non dico per vantarmi; ma sa che chi mi potesse consegnare alla giustizia, crederebbe di aver fatto un gran colpo?»
Don Rodrigo stette un momento sopra pensiero.
È una certa consolazione per chi considera lo stato insopportabile di angoscia e di terrore in cui a quei tempi gli uomini arditi e perversi tenevano i deboli, il vedere che i perversi pure erano in continua angoscia, e dovevano starsi sempre come si dice con l'olio santo in saccoccia.
Ma Don Rodrigo dopo un breve silenzio, fece con buone ragioni vergognar il Griso della sua pusillanimità.
«Che diavolo!» disse Don Rodrigo, «tu mi riesci ora un can da pagliajo, che non sa che abbajare sulla porta, guardandosi indietro se quei di casa lo spalleggiano, e non ardisce di allontanarsi quattro passi? Ebbene, piglia con te un pajo di compagni...
il Pelato, e...
il Saltafossi...
e va.
Io non ho nimicizia con nessuno in Monza: chi dunque ti vorrebbe toccare? La faccia di bravo non ti manca, e cospetto non incontrerai nessuno che non sia contento di lasciarti passare.
Quanto alla giustizia, dovresti vergognarti di avervi pensato un momento.
Bisognerebbe che i birri di Monza fossero bene stanchi di vivere per azzuffarsi con tre malandrini che vanno tranquillamente pei fatti loro».
«Sia per non detto, illustrissimo signore: io parto immediatamente».
«Bravo: hai amici in Monza?»
«Eh Signore io ho amici e nemici per tutto il mondo.
Sono stato in prigione con uno che sta per bravo dal Signor Egidio...
e abbiamo fatta una amicizia da spartire colle pertiche, conosco...»
«Bene tu avrai da questi informazioni, e ajuti al caso.
Una mano lava l'altra, e le due il viso.
Coraggio, e prudenza: comprare e non vendere; andare e tornare».
«Vado e torno; e se osassi...»
«Che?»
«Pregar Vossignoria illustrissima di non dire ad alcuno che il Griso ha dubitato un momento.
Vede bene, ognuno nel suo mestiere ha a cuore la sua riputazione».
«Va, va, balocco che sei: credi tu che io abbia bisogno di essere pregato per tenere in credito la mia gente?»
Il Griso partì coi due compagni, spiò, e raccolse che Lucia era nel monastero, sotto la protezione della Signora, che però la Signora l'aveva ricevuta per compiacere al padre guardiano, che nessuno pensava che altrimenti ella si sarebbe pigliata a petto questa faccenda giacché Lucia non le apparteneva per nulla, che Lucia abitava nel monastero, ma fuori del chiostro, che si lasciava poco vedere, e sempre di chiaro giorno: che la madre aveva disegnato di tornarsene a casa lasciando Lucia così bene appoggiata.
Tutte queste cose riferì il Griso a Don Rodrigo, il quale lodatolo, e ricompensatolo, si pose seriamente a pensare quale risoluzione fosse da prendersi.
Tentare un ratto a forza aperta, in Monza, su un terreno che egli non conosceva bene, in un monastero, a rischio di tirarsi addosso la signora, e tutto il suo parentado, del quale Don Rodrigo conosceva molto bene la potenza, e la ferocia in sostenere le protezioni una volta abbracciate, era impresa da non porvi nemmeno il pensiero.
Pure Lucia fra pochi giorni sarebbe rimasta sola senza la madre, e a chi avesse avuta pratica del paese, aderenze, notizie per conoscere le occasioni e per approfittarsene, per evitare i pericoli, l'impresa poteva forse essere agevole non che possibile.
Bisognava dunque ricorrere ad un alleato potente e destro, ad un uomo avvezzo a condurre a termine spedizioni di questo genere; e Don Rodrigo si determinò in un pensiero, che gli era passato più volte per la mente, che non aveva mai abbandonato, il pensiero di raccomandare i suoi affari al Conte del Sagrato.
Le ricerche che abbiamo fatte per trovare il vero nome di costui giacché quello che abbiamo trascritto era un soprannome, sono state infruttuose.
Al prudentissimo nostro autore è sembrato di avere ecceduto in libertà e in coraggio col solo indicare con un soprannome quest'uomo.
Due scrittori contemporanei, degnissimi di fede, il Rivola e il Ripamonti, biografi entrambi del Cardinale Federigo Borromeo, fanno menzione di quel personaggio misterioso, ma lo dipingono succintamente come uno dei più sicuri e imperturbabili scellerati che la terra abbia portato, ma non ne danno il nome, e né meno il soprannome che noi abbiamo ricavato dal nostro manoscritto insieme con la narrazione del fatto che glielo fece acquistare, e che basterà a dare una idea del carattere di quest'uomo.
Abitava egli in un castello posto al confine degli stati veneti, sur un monte; e quivi menava una vita sciolta da ogni riguardo di legge, comandando a tutti gli abitatori del contorno, non riconoscendo superiore a sè, arbitro violento dei negozj altrui come di quelli nei quali era parte, raccettatore di tutti i banditi, di tutti i fuggitivi per delitti quando fossero abili a commetterne di nuovi, appaltatore di delitti per professione.
«La sua casa» per servirci della descrizione che ne fa il Ripamonti «era come una officina di commessioni d'ammazzamento: servì condannati nella testa, e troncatori di teste: né cuoco né guattero dispensati dall'omicidio; le mani dei valletti insanguinate».
E la confidenza di costui, nutrita dal sentimento della forza e da una lunga esperienza d'impunità era venuta a tanto, che dovendo egli un giorno passar vicino a Milano, vi entrò senza rispetto, benché capitalmente bandito, cavalcò per la città coi suoi cani, e a suon di tromba, passò sulla porta del palazzo ove abitava il governatore, e lasciò alle guardie una imbasciata di villanie da essergli riferita in suo nome.
Avvenne un giorno che a costui come a protettore noto di tutte le cause spallate si presentò un debitore svogliato di pagare, e si richiamò a lui della molestia che gli era recata dal suo creditore, raccontando il negozio a modo suo, e protestando ch'egli non doveva nulla, e che non aveva al mondo altra speranza che nella protezione onnipotente del signor Conte.
Il creditore, un benestante d'un paese vicino, non era sul calendario del Conte, perché senza provocarlo giammai, né usargli il menomo atto di disprezzo, pure mostrava di non volere stare come gli altri alla suggezione di lui, come chi vive pei fatti suoi e non ha bisogno né timore di prepotenti.
Al Conte fu molto gradita l'opportunità di dare una scuola a questo signore: trovò irrepugnabili le ragioni del debitore, lo prese nella sua protezione, chiamò un servo, e gli disse: «Accompagnerai questo pover uomo dal signor tale, a cui dirai in mio nome che non gli rechi più molestia alcuna per quel debito preteso, perché io ho riconosciuto che costui non gli deve nulla: ascolterai la sua risposta: non replicherai nulla quale ch'ella sia, e quale ch'ella sia, tornerai tosto a riferirmela».
Il lupo e la volpe s'avviarono tosto dal creditore, al quale il lupo espose l'imbasciata, mentre la volpe stava tutta modesta a sentire.
Il creditore avrebbe volentieri fatto senza un tale intromettitore; ma punto dalla insolenza di quel procedere, animato dal sentimento della sua buona ragione, e atterrito dalla idea di comparire allora allora un vigliacco, e di perdere per sempre ogni credito; rispose ch'egli non riconosceva il signor Conte per suo giudice.
Il lupo e la volpe partirono senza nulla replicare, e la risposta fu tosto riferita al Conte, il quale udendola disse: «benissimo».
Il primo giorno di festa la chiesa del paese dove abitava il creditore era ancora tutta piena di popolo che assisteva agli uficj divini, che il Conte si trovava sul sagrato alla testa di una troppa di bravi.
Terminati gli uficj, i più vicini alla porta uscendo i primi e guardando macchinalmente sul sagrato videro quell'esercito e quel generale, e ognun d'essi spaventato, senza ben sapere che cagione di timore potesse avere si rivolsero tutti dalla parte opposta, studiando il passo quanto si poteva senza darla a gambe.
Il Conte, al primo apparire di persone sulla porta si era tolto dalla spalla l'archibugio, e lo teneva con le due mani in apparecchio di spianarlo.
Al muro esteriore della chiesa stavano appoggiati in fila molti archibugj secondo l'uso di quei tempi nei quali gli uomini camminavano per lo più armati, ma non osavano entrar con armi nella chiesa, e le deponevano al di fuori senza custodia per ripigliarle all'uscita.
Tanta era la fede publica in quella antica semplicità! Ma i primi che uscirono non si curarono di pigliare le armi loro in presenza di quel drappello: anche i più risoluti svignavano dritto dritto dinanzi a un pericolo oscuro, impreveduto, e che non avrebbe dato tempo a ripararsi e a porsi in difesa.
I sopravvegnenti giungevano sbadatamente sulla soglia, e si rivolgevano ciascuno al lato che gli era più comodo per uscire, ma alla vista di quell'apparato tutti si volgevano dalla parte opposta e la folla usciva come acqua da un vaso che altri tenga inclinato a sbieco, che manda un filo solo da un canto dell'apertura.
Si affacciò finalmente alla porta con gli altri il creditore aspettato, e il Conte al vederlo gli spianò lo schioppo addosso, accennando nello stesso punto col movimento del capo agli altri di far largo.
Lo sventurato colpito dallo spavento, si pose a fuggire dall'altro lato, e la folla non meno, ma l'archibugio del Conte lo seguiva, cercando di coglierlo separato.
Quegli che gli erano più lontani s'avvidero che quell'infelice era il segno, e il suo nome fu proferito in un punto da cento bocche.
Allora nacque al momento una gara fra quel misero, e la turba tutta compresa da quell'amore della vita, da quell'orrore di un pericolo impensato che occupando alla sprovveduta gli animi non lascia luogo ad alcun altro più degno pensiero.
Cercava egli di ficcarsi e di perdersi nella folla, e la folla lo sfuggiva pur troppo s'allontanava da lui per ogni parte, tanto ch'egli scorrazzava solo di qua di là, in un picciolo spazio vuoto, cercando il nascondiglio il più vicino.
Il Conte lo prese di mira in questo spazio, lo colse, e lo stese a terra.
Tutto questo fu l'affare di un momento.
La folla continuò a sbandarsi, nessuno si fermò, e il Conte senza scomporsi, ritornò per la sua via, col suo accompagnamento.
Se quel fatto crescesse in tutto il contorno il terrore che già ognuno aveva del Conte, non è da domandare; e l'impressione comune di stupore, e di sgomento fu tale che nessuno poteva pensare al Conte senza che il fatto non gli ricorresse al pensiero; e così fu associata al nome quella idea, che tutti avevano associata alla persona.
Il Conte sapeva che lo disegnavano con questo soprannome, ma lo sofferiva tranquillamente, non gli spiacendo che ognuno, avendo a parlare di lui si ricordasse di quello ch'egli sapeva fare; o forse che avendo in qualche romanzo di quei tempi veduta qualche menzione di Scipione l'Africano, o di Metello il Numidico, amasse di aver com'essi il nome dal luogo illustrato da una grande impresa.
Teneva egli dispersi o appostati assai bravi nello Stato milanese e nel veneto, e dal suo castello posto a cavaliere ai due confini dirigeva gli uni e gli altri, facendo ajutare o perseguitare quegli che si rifuggivano da uno Stato nell'altro, secondo l'occorrenza, tramutandone alcuno talvolta, quando qualche operazione lo domandasse, o anche quando alcuno avesse in uno stato commessa qualche iniquità tanto clamorosa che la giustizia per averlo nelle mani facesse sforzi straordinarj, che esigessero sforzi straordinarj per difenderlo.
Allora la fuga del reo era una buona scusa ai ministri della giustizia del non far nulla contra di lui, e la cosa finiva quietamente, tanto che dopo qualche tempo non se ne parlava più, né meno sommessamente, e il reo ricompariva con faccia più tosta che mai.
Questo maneggio serviva non poco ad agevolare tutte le operazioni del Conte, perché le si compivano tutte senza molto impaccio dei ministri della giustizia, i quali potevano sempre allegare l'impossibilità di porvi un riparo.
Quanto alle operazioni che il Conte eseguiva di propria mano, la giustizia non se ne mostrava accorta; ed era regola ricevuta di prudenza, che erano di quelle cose in cui ogni dimostrazione avrebbe prodotti più inconvenienti che non il dissimularle.
Le sue corrispondenze erano varie, estese, sempre crescenti.
Pochi erano i tiranni della città, e di una gran parte dello stato che non avessero qualche volta fatto capo a lui per condurre a termine qualche vendetta o qualche soperchieria rematica, massimamente se la persona da colpirsi, o il fatto da eseguirsi era nelle sue vicinanze.
E non basta, fino ad alcuni principi stranieri tenevano comunicazione con lui, e a lui avevano ricorso tal volta per qualche uccisione d'importanza, e quando il caso lo richiedesse gli mandavano rinforzi: fatto attestato dal Ripamonti, e strano certamente per chi misura la probabilità degli avvenimenti e dei costumi dalla sola esperienza dei suoi tempi; ma fatto che cammina benissimo con tutto l'andamento di quel secolo.
Nella sua professione d'intraprenditore di scelleratezze, era egli pieno di affabilità nel contrattare, e nell'eseguire metteva, ed esigeva una somma puntualità.
Accoglieva con molta riserva certamente per non incorrere nel pericolo al quale era sempre esposto, ma con molta piacevolezza, quelli che venivano a domandare l'opera sua, deponeva con essi il sopracciglio, stipulava con parole spicce, ma pacate, non andava in furia contra chi non avesse voluto stare alle sue condizioni, ma rompeva pacificamente il trattato, non volendo né disgustare alcuno senza utilità, né atterrire coloro, i quali avevano per la scelleragine più inclinazione nella volontà, che determinazione di coraggio.
Ma stretti i patti, colui che non gli avesse ben fedelmente serbati con lui, doveva esser bene in alto per tenersi sicuro dalla sua vendetta.
Don Rodrigo conosceva il Conte non solo di fama (chi non lo conosceva di fama?) ma di persona, per essersi talvolta avvenuto in lui.
In tutti questi incontri Don Rodrigo sentendo la sua inferiorità, aveva deposto ogni orgoglio e aveva cercato con molte espressioni di rispetto di porsi in grazia al Conte; non ch'egli pensasse allora che un giorno avrebbe cercato il suo ajuto, ma soltanto per non farsi un tale nemico.
Confermato nel suo perverso proposto di attingere la innocente Lucia, e convinto che le sue mani non erano abbastanza lunghe, si risolvette Don Rodrigo di andare in cerca di chi volesse prestargli le sue; fatta questa risoluzione, non v'era da titubare sulla scelta del personaggio, perché il Conte era appunto per lui quel che il diavolo fece.
CAPITOLO VIII
Il mattino vegnente, senza por tempo in mezzo, Don Rodrigo a cavallo, in abito da caccia, col fedel Griso che camminava a fianco del palafreno, e con una quadriglia di bravi, si mosse verso il castello del Conte, come altre volte Giunone verso la caverna di Eolo; se non che la Dea pagava in Ninfe l'opera buona del re dei venti, e Don Rodrigo sapeva bene che avrebbe dovuto recarla a Doppie.
La via era di cinque miglia all'incirca; e Don Rodrigo la faceva lentamente, e per dare agio alla scorta pedestre di seguirlo; e perché il cammino quasi tutto montuoso e disuguale e sassoso anche dov'era piano obbligava il ronzino ad andare di passo, e a cercare il luogo dove posare la zampa con sicurezza.
I villani che si abbattevano su quella via, al vedere spuntare il convoglio, si ritiravano dall'un canto verso il muro, per dare a Don Rodrigo il comodo d'un libero passaggio; e quando erano giunti al medesimo punto della strada, si ristringevano ancor più al muro, con aria quasi di chiedere scusa a Don Rodrigo d'essersi trovati sul suo cammino.
Don Rodrigo che già cominciava a godere nella sua mente un'anticipazione della potenza che gli avrebbe data l'alleanza che andava a contrarre, gli guarda con un volto fosco e sprezzante, come se dicesse: - vi siete rallegrati troppo presto a mie spese; lo so; ma vedrete chi sono -.
Giunto dinanzi al convento che si trovava su la sua strada, Don Rodrigo rallentò ancor più il passo, e si rivolse tutto a sinistra, guardando fieramente se mai il Padre Cristoforo girasse fuori del nido: ma non v'era nessuno: la porta della chiesa era aperta, e si sentivano i frati cantare l'uficio in coro.
In mezzo alla sua ira Don Rodrigo si risovvenne delle promesse del Conte Attilio, e dei disegni che questi gli aveva comunicati sul modo di liberarlo da quei frate: pensò che in quel momento forse la trappola era già tesa; e passando dalla collera alla compiacenza, fece un sogghigno accompagnato da un «ah! ah!» il cui senso non fu chiaramente compreso che dal fidato Griso; il quale per mostrare la sua sagacità, e per far vedere ai compagni ch'egli era molto internato nei segreti del padrone, si volse a questo pur sogghignando, e facendo col volto un cenno che voleva dire: - a quest'ora il frate sarà servito -.
Pochi passi dopo il convento giunse la brigata ad uno di quei tanti torrenti che si gettano nel lago, dai monti che lo ricingono.
Questo si chiamava e si chiama tuttavia il Bione, nome che non si troverà in alcun dizionario geografico; e a dir vero colui che lo porta non merita per nessun verso di esser memorato.
Scappa fuori da un monte che è quasi poggiato nel lago, e per un brevissimo e larghissimo letto manda per lo più qualche filo d'acqua, e dopo le grandi piogge, e allo scioglimento delle nevi, mena un largo fiume d'acqua che in un momento si perde, e un flagello di ciottoloni, che rimangono.
In quel momento non vi scorrevano che due o tre rigagnoli sparsi in un deserto di sassi: noi avremmo voluto che la nostra storia registrasse a questo passaggio qualche incontro, qualche avvenimento inaspettato, per poterne illustrare quel torrente, e togliere il suo nome dalla oscurità, ma la storia non ne registra: e noi solleciti della verità più che d'ogni altra cosa non possiamo dire altro se non che il cavallo di Don Rodrigo attraversò il letto in retta linea, tenuto pel freno dal Griso il quale dovette porre i piedi nel guazzo, scontando così com'era giusto un poco l'onore di star più vicino al signore; mentre gli altri bravi passarono un po' più in giù sur un ponticello stretto a piedi asciutti.
Varcato il Bione, andarono per un miglio circa sulla via pubblica che conduce al luogo dove allora era il confine dello stato veneto; e quindi presero un viottolo ripido a sinistra che conduceva al castello del Conte.
Appiedi della ultima salita che dava al castello v'era una rozza e picciola taverna; e sulla porta della taverna un impiccatello di forse dodici anni, il quale al veder gente armata entrò tosto a darne avviso; ed ecco uscirne tre scheranacci nerboruti ed arcigni i quali deposte sul tavolo le carte sudice e ravvolte come tegole con le quali stavano giucando; stettero a guardare con sospetto chi veniva.
Don Rodrigo aveva già tirata la briglia del suo ronzino per rivolgerlo sulla salita, quando uno dei tre, facendogli cenno di ristare gli chiese molto famigliarmente: «dove si va signor mio, con questa bella compagnia?» In altro luogo ed in altra occasione Don Rodrigo che aveva la superiorità del numero, e che non era avvezzo a sentirsi così interrogare da paltonieri, avrebbe risposto chi sa come; ma egli sapeva di essere negli stati del Conte, e s'avvedeva che parlava con dipendenti da quello, onde fingendo di non trovare nulla di strano in quel modo, rispose umanamente: «Vado ad inchinare il signor Conte».
«E chi è Vossignoria?» replicò l'altro con tuono più amichevole ma non meno risoluto.
«Sono il signor Don Rodrigo...»
«Bene; ma sappia che su per quell'erta non camminano altri armati che quelli del signor Conte; e s'ella vuole riverirlo, potrà venir solo a fare una passeggiata con me».
Don Rodrigo intese che bisognava anche scendere da cavallo, e ricordandosi di quel proverbio: si Romae fueris, romano vivito more, non si fece pregare, e disse: «avrò molto piacere di far questi pochi passi a piede: e voi intanto», disse rivolto alla sua scorta, «starete qui aspettandomi a refiziarvi, e a godere della compagnia di questa brava gente».
Mentre quivi si parlamentava, scendevano per l'erta a varie distanze uomini del Conte che dall'altura avevan veduti armati a fermarsi; ma colui che s'era offerto di accompagnare Don Rodrigo, accennò loro che erano amici, e quegli ritornarono.
Don Rodrigo sceso, e date le briglie in mano al Griso cominciò a salire con la sua guida; la quale non volendo forse avere offeso un uomo che poteva esser più amico del Conte che non si sapesse, fece una qualche scusa a Don Rodrigo di averlo fatto scendere.
«Se il Signor Conte», disse colui, «fosse stato avvertito della sua visita, avrebbe dato ordine perch'ella fosse accolta con le debite cerimonie; perché ella deve sapere quanto il mio padrone sia cortese coi gentiluomini che sanno il vivere del mondo; ma Vossignoria non è aspettata, e noi abbiamo dovuto fare il nostro dovere che è di non lasciar passare a cavallo che gli amici vecchi del signor Conte».
«Certo, certo», rispose Don Rodrigo: «io sono buon servitore del signor Conte, e non pretendo che egli abbia a far complimenti con me».
- Questi è un signore davvero, - pensava tra sè continuando la sua salita Don Rodrigo.
- Vedete un po', come sa farsi rispettare, ed esser padrone in casa sua.
S'io volessi fare una legge simile, non so se vi potrei riuscire: ma è poi anche vero che fa una vita da romito.
A voler godere un po' il mondo non bisogna star tanto in sulle sue, né metter tanta carne a fuoco.
- Così Don Rodrigo si racconsolava della sua inferiorità; e nel resto del cammino andava rimasticando i discorsi ch'egli aveva preparati pel Conte.
Giunti al castello, la guida v'entrò con Don Rodrigo, e lo fece aspettare in una sala, dove stavano sempre servi armati, pronti agli ordini del Conte.
Dopo pochi momenti, la guida tornò invitando Don Rodrigo ad entrare dal padrone; e di sala in sala sempre incontrando scherani, lo condusse a quella dove stava il Conte del Sagrato.
Don Rodrigo s'inchinò profondamente con quell'aria equivoca che può egualmente parere bassezza o affettazione, e il Conte che in mezzo a tanti affari non aveva potuto conservare le abitudini cerimoniose di quel tempo, gli corrispose con una leggiera e rapida inclinazione del capo; e gli fece cenno di sedersi sur una seggiola la quale era posta in luogo che dall'altra stanza si potesse scorgere ogni moto di colui che vi era seduto.
Dopo molte cerimonie, alle quali il Conte badò poco, Don Rodrigo sedette; e il Conte pure a qualche distanza.
Era il Conte del Sagrato un uomo di cinquant'anni, alto, gagliardo, calvo, con una faccia adusta e rugosa.
Si sforzava fino ad un certo segno d'esser garbato, ma da quegli sforzi stessi traspariva una rusticità feroce e indisciplinata.
«Dovrei scusarmi», cominciò Don Rodrigo, «di venir così a dare infado a Vossignoria Illustrissima».
«Lasci queste cerimoniacce spagnuole, e mi dica in che posso servirla».
«Non so se il Signor Conte si ricordi della mia persona, ma io ho presente di essere stato qualche volta fortunato...»
«Mi ricordo benissimo, e la prego di venire al fatto».
«A dir vero», riprese Don Rodrigo «io mi trovo impegnato in un affare d'onore, in un puntiglio, e sapendo quanto valga un parere di un uomo tanto esperimentato quanto illustre, come è il Signor Conte, mi sono fatto animo a venir a chiederle consiglio, e per dir tutto anche a domandare il suo amparo».
«Al diavolo anche l'amparo», rispose con impazienza il Conte.
«Tenga queste parolacce per adoprarle in Milano con quegli spadaccini imbalsamati di zibetto, e con quei parrucconi impostori che non sapendo essere padroni in casa loro, si protestano servitore d'uno spagnuolo infingardo».
E qui avvedendosi che Don Rodrigo faceva un volto serio, tra l'offeso e lo spaventato, si raddolcì e continuò: «intendiamoci fra noi da buoni patriotti, senza spagnolerie.
Mi dica schiettamente in che posso servirla».
Don Rodrigo si fece da capo e raccontò a suo modo tutta la storia, e finì col dire che il suo onore era impegnato a fare stare quel villanzone e quel frate, e ch'egli voleva aver nelle mani Lucia; che se il Signor Conte avesse voluto assumere questo impegno, egli non dubitava più dell'evento.
«Non intendo però», continuò titubando, «che oltre il disturbo, il Signor Conte debba assoggettarsi a spese per favorirmi...
è troppo giusto...
e la prego di specificare...»
«Patti chiari», rispose senza titubare il Conte, e proseguì mormorando fra le labbra a guisa di chi leva un conto a memoria: «Venti miglia...
un borgo...
presso a Milano...
un monastero...
la Signora che spalleggia...
due cappuccini di mezzo...
signor mio, questa donna vale dugento doppie».
A queste parole succedette un istante di silenzio, rimanendosi l'uno e l'altro a parlare fra sè.
Il Conte diceva nella sua mente: - l'avresti avuta per centocinquanta se non parlavi d'infado e d'amparo -; e Don Rodrigo intanto faceva egli pure mentalmente i suoi conti su le dugento doppie.
- Diavolo! questo capriccio mi vuol costare! Che Ebreo! Vediamo...
le ho: ma ho promesso al mercante...
via lo farò tacere.
Eh! ma con costui non si scherza: se prometto, bisognerà pagare.
E pagherò:...
frate indiavolato, te le farò tornare in gola...
Lucia la voglio...
Si è parlato troppo...
non son chi sono...
- Fatta così la risoluzione, si rivolse al Conte e disse: «Dugento doppie, signor Conte, l'accordo è fatto».
«Cinque e cinque, dieci», rispose il conte.
E questa, se mai per caso la nostra storia capitasse alle mani di un lettore ignaro del linguaggio milanese, è una formola comune, che accennando il numero delle dita di due mani congiunte, significa l'impalmarsi per conchiudere un accordo.
E nell'atto di proferire la formola, il Conte stese la mano, e Don Rodrigo la strinse.
«Le darò», disse Don Rodrigo, «uno dei miei uomini, che conosce benissimo la persona, e starà agli ordini di Vossignoria...»
«Non fa bisogno», rispose il Conte del Sagrato: «mi basta il nome», e qui cavò una vacchetta sulla quale sa il cielo che memorie erano registrate, e fattosi dire un'altra volta il nome e il cognome della nostra poveretta, lo scrisse, e notò pure il monastero.
«Ma non vorrei che nascessero abbagli».
«So quel che posso promettere», rispose il Conte, il quale coglieva ogni destro di dare una idea inaspettata del suo potere e della certezza dei suoi mezzi.
«Certo», replicò Don Rodrigo, «pel Signor Conte non v'è cosa impossibile».
«Ad un mio avviso, ella mandi persone fidate con le dugento doppie, e la persona sarà consegnata».
«Così farò; e mi raccomando...
vede bene...
non vorrei che...
il Signor Conte darà ordini precisi, e impiegherà persone di giudizio».
«Al corpo di mille diavoli! Ella non sa dunque come io son servito: tutti i miei uomini sono ben persuasi che colui il quale in una simile circostanza pigliasse la più picciola libertà, sarebbe punito con le mie mani».
«Non ne dubito», rispose Don Rodrigo.
«Segreto, e fedeltà ai patti!» disse il Conte.
«Son uomo d'onore», rispose Don Rodrigo, e si accomiatò.
Uscì del castello, scese alla taverna, trovò la sua scorta, pagò largamente lo scotto, e si avviò verso casa.
Non aveva egli ancora oltrepassata la soglia del castello del Conte, che questi aveva già dato principio all'impresa, prendendo la penna, e scrivendo una lettera a quell'Egidio di Monza, che il lettore conosce, per invitarlo a venire al Castello per un negozio di somma premura.
È d'uopo sapere che il Conte era uno di quei vecchi amici del padre di Egidio coi quali questi aveva mantenuta corrispondenza; anzi era di tutti il più intrinseco e il più riverito.
Il giovane Egidio appena rimasto solo aveva implorata l'assistenza del Conte per adempire la vendetta del padre, e il Conte che nel giovanetto aveva già intravedute disposizioni non ordinarie, e che aveva pensato di farne uno degli agenti che teneva in varie parti del paese, lo aveva in quella occasione soccorso di denari e d'uomini, e sempre in seguito gli si era mostrato pronto ad ajutarlo dove fosse stato di mestieri.
Si formò quindi fra loro l'intelligenza di darsi mano a vicenda in ogni occorrenza; nel che Egidio faceva le sue parti con molto zelo, e con una certa sommessione verso il Conte, per la sua età, per la sua fama, e per gli obblighi che Egidio gli aveva, e perché in ogni frangente contava d'avere in lui un difensore invincibile.
Per ciò il Conte, quando Don Rodrigo gli parlò di Monza, corse tosto col pensiero ad Egidio, e conoscendo per esperienza la devozione, e risolutezza di lui, sapendo che la sua casa era contigua al monastero, fece ragione che la impresa era come compiuta, e promise a Don Rodrigo con quella asseveranza che abbiamo veduta, e che gli diede una maraviglia non affatto sgombra di diffidenza.
Il messo partì; e il giorno susseguente Egidio si mosse di buon mattino, e verso il mezzogiorno salì in trionfo fino al castello del Conte con due cavalieri, e con quattro pedoni che l'accompagnavano, distinzione riserbata a quegli che erano non solo amici, ma alleati e la gente dei quali era impiegata al bisogno, ad eseguire i disegni del Conte.
In fatti gli uomini di Egidio e quelli del Conte s'erano trovati insieme in più d'una impresa, ed erano per lo più antiche conoscenze, e avvezzi in ogni caso a far conto su uno scambievole ajuto.
Quindi a misura che Egidio avvicinandosi al castello, incontrava di quei bravi che vi soggiornavano, questi dopo d'aver umilmente inchinato l'amico del padrone, facevano festa pur camminando, al suo corteggio, ed era una ripetuta stretta di mani, e un dare e rendere di saluti a cui si appiccavano i più bisbetici e scomunicati nomi del mondo.
«Benvenuto il Tanabuso!» «Bentrovato il Montanaruolo!» «Oh addio, Strozzato!» «Buon giorno Biondino bello!» «Bravo, Nibbione, mi consolo di vederti bene in gamba!» «Eh! Spettinato, grazie al cielo, in gamba, sano e salvo agli statuti di Milano, fin che viene la mia ora!» «Bravo un'altra volta! Ehi! e quel tale che ti faceva l'amore dietro tutte le siepi?» «Mandato a dormire senza cena», rispose il Nibbione, stendendo il braccio sinistro e appoggiando orizzontalmente la mano destra alla guancia.
«Bene», rispose lo Spettinato: «così va fatto: meglio pagare che riscuotere».
«Così m'ha insegnato mio padre», replicò il Nibbione.
Con questi bei ragionamenti giunse la trista brigata alla vista del castello; quivi si trovò il Conte che avendo veduto salire l'amico gli si faceva incontro.
Quando Egidio lo scorse, balzò da cavallo, gittò la briglia a uno de' suoi uomini, e corse a lui: si abbracciarono, entrarono insieme nel castello: gli scherani dell'uno e dell'altro seguitarono riverentemente in silenzio, ed entrati pure in frotta, andarono tutti insieme a gozzovigliare secondo gli ordini dati dal Conte.
Quando i due amici furono soli nella stanza appartata, dove il Conte trattava gli affari più reconditi, scoperse ad Egidio il motivo della chiamata in questo modo.
«Mio caro Egidio, e posso dir figlio.
Ho un affare a Monza, pel quale m'è d'uopo un amico fidato, e un uomo destro e valente; e ho posti gli occhi sopra di te».
«Vorrei vedere», rispose Egidio, «chi sarebbe in Monza colui che ardisse vantarsi di esservi più amico di me».
«La mentita gliela darei io», replicò il Conte.
«Ora mettetemi alla prova».
«Ho bisogno di avere in mano una persona», disse il Conte.
«Viva, o morta?» domandò Egidio.
«Viva, viva», rispose il Conte, «è un affare allegro».
«Bene», disse Egidio, «purché non sia il Castellano né alcuno di sua famiglia, né il feudatario, né il podestà, né un ufiziale spagnuolo...»
«Ih! ih!» disse il Conte, «che vorresti tu ch'io facessi di questa gente? Quando io gli avessi tutti in questo castello, farei aprire tutte le porte per lasciarli andare.
Non sono buoni da nulla né vivi né morti».
«Che so io?» riprese Egidio: «Bene, purché non sia ancora, né l'arciprete, né tampoco un prete, né un frate, né una monaca, perché non vorrei aver che fare col Cardinale, che sarebbe uomo da mettere a soqquadro tutta Roma e tutta Madrid, finché non ne avesse veduta l'acqua chiara: purché non sia nessuno di questi, vi prometto, umanamente parlando, che siete servito».
«Ebbene», disse il Conte «quello ch'io vorrei che tu prendessi non è nessuno di questi uccellacci che hai nominati: è il più picciolo reatino che tu possa immaginare.
Solamente, è rimpiattato in una certa fratta che ci vorrà destrezza assai a cavarnelo».
«Vediamo», rispose confidentemente Egidio.
Il Conte cavò la sua vacchetta, e dopo aver rivolta qualche carta, lesse: Lucia Mondella, e continuò: «è una contadina di questi contorni che si trova in Monza nel monastero contiguo alla tua casa, sotto la protezione della Signora; protezione molto fredda però; e raccomandata al guardiano dei cappuccini».
«Ne ho inteso parlare»; rispose Egidio, il quale ne sapeva sul conto di Lucia molto più del Conte, ma non voleva mostrarsene più inteso, perché i suoi rapporti con la Signora erano un segreto al quale non ammetteva nemmeno gli amici più intrinseci.
«Prendi tu l'impegno?» domandò il Conte.
«Senza dubbio», rispose Egidio.
«E la Signora?»
«La Signora, come vi hanno detto benissimo non si piglia molto a cuore questa donna; così almeno ho inteso dire da quelli di casa mia che bazzicano con l'ortolano, o con qualche altro mascalzone del monastero.
E poi, faremo la cosa in modo che né la Signora né altri possa sospettare donde il colpo venga».
«Sai tu ch'ella si allontani dal monastero qualche volta? Hai mezzo per farla uscire?»
«M'impegno di trovarlo.
E non vi posso promettere né pel tal giorno, né per la tale settimana; ma piglierò il tempo, e sarete servito; e non andrà molto».
«Bravo! e hai tu bisogno d'uomini in ajuto?»
«Ho bisogno certo d'uomini, non tanto per compire l'opera, come per distornare i sospetti.
Quando io vi darò avviso, voi mi manderete dei vostri uomini forestieri, dei più destri e determinati; costoro si lasceranno vedere qualche tempo prima; si parlerà in paese di loro: quando la donna sarà scomparsa...»
«Va bene, si dirà che è stata rapita da forastieri, sconosciuti, da Bergamaschi».
«Rapita, o fuggita con essi: quel che si vorrà: o anche l'uno e l'altro perché ho veduto in più d'un caso che il raccontare una storia in diverse maniere serve molto a confondere le teste, e a tener lontani i sospetti dalla verità del fatto».
«Tu parli come un vecchio, e sai operare da giovane», rispose il Conte.
«Io ti manderò gli uomini che mi richiederai: e non avranno altro ordine che di ubbidire ai tuoi».
Così fu conchiuso l'orribile accordo: Egidio annunziò al Conte che l'indomani ripartirebbe di buon mattino, e che appena giunto a casa, avviserebbe ai mezzi di condurre a buon fine l'impresa.
La sicurezza però di Egidio diede al Conte una maraviglia non molto dissimile da quella che Don Rodrigo aveva presa della sua.
Si aspettava bene il Conte che Egidio avrebbe abbracciata l'impresa, e trovato il modo di compierla, ma ch'ella dovesse parergli così agevole, non lo avrebbe immaginato.
Si preparava anzi a fargli animo, e a suggerirgli i mezzi per vincere gli ostacoli che Egidio gli avrebbe opposti; e fra questi il primo gli pareva che dovesse essere la Signora: ma il lettore sa che questo che al Conte sembrava ostacolo dovette tosto affacciarsi alla mente di Egidio come un mezzo validissimo.
Ed è questo uno dei molti vantaggi dei lettori di storie: il sapere certe cose ignorate dai personaggi più importanti di esse; il veder chiaro dove i più accorti ed oculati personaggi camminano all'oscuro: vantaggio che dovrebbe ispirare ad ogni lettore bennato molta riconoscenza a coloro che glielo procurano, che alla fin fine sono gli scrittori di quelle storie.
Nel resto di quel giorno il Conte trattenne in festa l'amico, in quella festa però che poteva essere in quel luogo e fra quei due.
All'indomani, dopo molti affettuosi congedi, Egidio partì, promettendo che ben presto manderebbe al Conte buone novelle dell'affare; discese al lago, entrò nel battello del Conte, traghettato all'altra riva dell'Adda coi suoi, si ripose a cavallo, e prese la via di Monza.
In quel tempo di provocazioni, di vendette, di agguati, di tradimenti, l'uomo che si allontanava quattro passi da casa sua, camminava sempre con sospetto a guisa d'un esploratore in vicinanza del nemico; e più d'ogni altro i facinorosi e soverchiatori di mestiere, quelli che avevano in ogni parte conti accesi di offese o di minacce, com'era Egidio.
Benché mandasse alcuni passi innanzi a battergli la via uno de' suoi cavalieri, il quale spiava se ci fossero insidie, o se giungessero nemici, pure andava egli stesso guardandosi a destra e a sinistra, cercando di penetrare con lo sguardo ogni siepe, alzandosi di tempo in tempo su le staffe per veder dietro i muri dei campi, piegandosi per vedere dietro ogni cappelletta, volgendosi di tempo in tempo a vedere dietro le spalle, e affisando da lontano chiunque veniva, perché poteva essere un nemico, o il sicario nascosto di un nemico.
Alla metà circa della via, incontrò egli una caravana di carretti e di pedoni, e li riconobbe da lontano per quelli che erano veramente cioè pescivendoli che tornavano da Milano dopo avere smaltita la loro merce, e che camminavano di conserva per assicurarsi dai masnadieri.
Esaminando però attentamente ogni persona della caravana, a misura che gli passava dinanzi, gli parve di riconoscere una donna, che si stava accosciata sur un carretto, coperta il capo d'un fazzoletto rannodato sotto il mento, la quale veggendo venire armati guatava con una curiosità mezzo spaventata.
Egidio la mirò più fisamente, s'avvide che s'era apposto, che era dessa, e si rallegrò pensando che a Monza troverebbe un impiccio di meno nell'esecuzione del suo mandato.
Era la nostra povera Agnese che avendo in vano aspettato le lettere o almeno imbasciate promesse dal Padre Cristoforo, impaziente di venire in chiaro del come andassero le cose, qual partito si dovesse finalmente pigliare; tornava al paese, per saperne qualche cosa, per dare nello stesso tempo una occhiata alla casa ed alle masserizie.
Lucia alla quale i pericoli passati, la fuga, il trovarsi come smarrita lungi dalla sua casa fra gente nuova, il timore continuo di peggio avevan restituita quasi tutta la timidezza della infanzia, aveva più volte afferrata la gonna della madre per non lasciarla partire, aveva pianto, e pregato, ma, finalmente stanca essa pure della incertezza, e più ansiosa di saper qualche cosa di quello che non ne confessasse, rassicurata dal trovarsi in un asilo così guardato, e così santo, s'acquetò, e lasciò che la madre ne andasse; e Agnese se n'era venuta, senza cruccio della figlia che le pareva d'aver lasciata, come si dice, su l'altare.
Noi torneremo indietro con la buona donna verso le nostre montagne, lasciando andare lo sciagurato Egidio al suo viaggio.
Quando Agnese si trovò al punto dove la strada che conduceva al suo tugurio si divideva da quella che dovevan fare i pescivendoli per giungere a casa loro, cioè quando ebbe passato il ponte dell'Adda, scese di carretto, e preso il suo fardello cominciò a piedi le due miglia che le restavano di viaggio, camminando non senza sospetto.
Si confortava però pensando che Don Rodrigo non l'avrebbe voluta far rapire, e che non sarebbe nemmeno stato tanto scellerato da farle far male alcuno, senza suo profitto.
Giunta vicino a casa, v'andò quanto più celatamente potè per viottoli, e infatti non fu scorta da veruno; picchiò, le fu aperto da quella sua cognata che stava a guardare la casa, trovò le cose in ordine; chiese novelle del Padre Cristoforo alla cognata che non potè rispondergli se non che da quel primo giorno non lo aveva più veduto comparire; e dopo d'avere esitato qualche momento, si fece animo, e prese la via del convento.
Tutta ansiosa si fece alla porta, e tirò il campanello, al suono del quale, ecco venire un occhio ad una picciola grata della porta a spiare chi sia arrivato, si alza un saliscendo, si apre mezza la porta, e al luogo dell'apertura un lungo, vecchio, e magro frate portinajo con la barba bianca sul petto che dice:
«Chi cercate buona donna?»
«Il padre Cristoforo».
«Non c'è».
«Starà molto a tornare?»
«Mah!»
«Dov'è andato?»
«A Palermo».
«A...?»
«A Palermo», ripetè posatamente il frate portinajo.
«Dov'è questo luogo?» domandò di nuovo Agnese.
«Eh! hee!» rispose il portinajo, stendendo il braccio e la mano destra e trinciando l'aria verticalmente per significare una lunga distanza.
«Oh diavolo!» sclamò Agnese.
«Ohibò, buona donna», disse pacatamente il frate: «che c'entra colui? non chiamatelo qui fra di noi, che poniamo ogni cura per tenerlo lontano».
«Ha ragione, Padre, ma io sto fresca».
«Bisogna aver pazienza», rispose il frate ritirandosi per richiudere la porta.
«Ma», disse Agnese in fretta, ritenendolo, «che cosa è andato a fare in quel paese?»
«A predicare», rispose il cappuccino.
«Ma perché è andato via così all'improvviso senza dirmi niente?»
«Gli è venuta l'obbedienza dal padre provinciale».
«E perché l'hanno mandato lui che aveva da far qui, e non un altro?»
«Se i superiori dovessero render ragione degli ordini che danno, non vi sarebbe obbedienza».
«Va benissimo; ma questa è la mia ruina».
«Ci vuol pazienza, buona donna.
Pensate al contento che proveranno quei di Palermo a sentirlo predicare: perché, vedete il padre Cristoforo è cima di predicatori; è un santo padre in pulpito».
«Oh il bel sollievo per me!»
«Vedete se v'è qualche altro nostro padre che possa tenervi luogo di lui, rendervi qualche servizio, nominatelo, e lo andrò a chiamare».
«Oh Santa Maria!» rispose Agnese con quella riconoscenza mista di stizza che fa nascere una offerta dove si trovi più di buona volontà che di convenienza: «chi ho da far chiamare, se non conosco nessuno: quegli sapeva tutti i fatti miei, mi dava tutti i pareri, aveva amore per noi poveretti».
«Dunque abbiate pazienza», rispose di nuovo il frate, disponendosi ancora a partire.
«...Ma, ma...» domandò ancora Agnese, «quando sarà di ritorno?...
così a un dipresso?»
«Mah!» rispose il frate.
«Quando avrà terminato il quaresimale, cioè a Pasqua, aspetterà un'altra obbedienza per sapere se deve restar là dove è andato, o tornar qui, o portarsi ad un altro luogo dove comanderanno i superiori: perché, vedete, noi abbiamo conventi in tutte le quattro parti del mondo».
«Oh la bella storia!» sclamò Agnese.
«Questo è quello che vi posso dire», rispose il frate, chiudendo questa volta la porta sul volto ad Agnese, la quale dopo esser rimasta ivi un qualche tempo come smemorata, riprese tristamente la via della sua casa, pensando come potrebbe riparare una tanta perdita e arzigogolando i motivi di una sì subitanea disparizione, senza poter mai venire ad una congettura un po' soddisfacente.
Non così il lettore, il quale quando voglia continuare la sua lettura, troverà qui tosto la spiegazione di tutto il mistero.
Il Conte Attilio, tornato a Milano, s'era tosto portato ad inchinare il conte suo Zio del consiglio segreto.
Era questi un vecchio ambizioso, geloso della parte di potere che gli era venuto fatto di afferrare, e geloso non meno dell'onore della sua famiglia e di tutto il parentado, al modo che s'intendeva l'onore a quei tempi.
Era egli per due sorelle, zio dei due cugini, e quindi chiese tosto ad Attilio novelle dell'altro nipote Don Rodrigo.
«Che fa quello sventato? Ma non serve ch'io ne chiegga a te che sei uno sventato come lui, e devi sempre trovarlo irreprensibile».
«Mi ha imposto di baciare umilmente la mano all'Eccellenza del signor zio, alla quale è sempre devotissimo».
«Sì sì...
mantiene bravi tuttavia?»
«Oh Signor zio, bravi...
non si può veramente chiamarli bravi: tiene un corteggio di servitori conveniente alla sua nascita, e al decoro della parentela».
«Sì sì...
ma Sua Eccellenza il signor Governatore non vuole i corteggi a questo modo, e si lascia qualche volta intendere che toccherebbe ai Ministri, e ai loro parenti dare l'esempio».
«Ma vede bene signor zio, il mondo diventa peggiore di giorno in giorno...»
«Oh questo sì; ma non tocca a te il dirlo».
«Ad ogni modo, il mondo è pieno di gente che non porta rispetto né alla nascita né al nome, se uno non lo sa far rispettare».
«Anche questo è vero; ma quando si ha uno Zio nel consiglio segreto e all'orecchio di Sua Eccellenza non si deve temere di soperchiatori».
«Certo, che con l'amparo del signor Zio noi potremmo aver soddisfazione di qualunque offesa: ma intanto gl'impegni nascerebbero, e il Signor Zio che ha tanta bontà di cuore, avrebbe disturbi ad ogni momento per causa nostra.
Così i temerarj si contengono col solo timore».
«Temerarj, temerari: io so molto bene che Don Rodrigo non è molestato da nessuno, se non cerca egli di molestare altrui».
«Eh! signor Zio ella sa quanti si trovano che presumono di essere superiori ad ogni autorità, e si fanno arditi contra chicchessia.
C'è per esempio un frate nel convento di Pescarenico, eh! signor Zio, non si può immaginare che superbia abbia costui».
«Che c'entra questo frate con Rodrigo?»
«Ci vuole entrare per forza, signor Zio.
Costui è pieno di premura, probabilmente spirituale, per una foresotta di quei contorni, e la guarda con un sospetto...
guai se alcuno le si avvicina.
Che cosa va a mettersi in capo questo frate? Che Rodrigo gli voglia rapire l'affetto di questa sua colomba.
E tutto questo, perché forse Rodrigo l'avrà guardata qualche volta passando: ma come le dico, la carità di questo frate è molto permalosa.
Ora non può credere le cose che ha dette costui di Rodrigo, i visacci che gli ha fatti, il tuono di minaccia con cui lo guarda, come se fosse un ragazzo plebeo».
«E questo frate sa che Don Rodrigo è mio nipote?»
«E come lo sa! Si figuri, che non faccio per censurare mio cugino, ma è il suo debole, lo dice ad ogni occasione, e lo compatisco; quando si ha un onore di questa sorte, non si vorrebbe tenerlo celato».
«E non ci è nessuno che faccia ricordare a questo frate che Don Rodrigo è mio nipote?»
«Eh pensi! tutte le persone di giudizio glielo fanno ricordare».
«E che dice egli?»
«Dice...
dice che il cordone di San Francesco non ha paura nemmeno degli scettri della terra».
«Come si chiama questo frate?»
«Fra Cristoforo da Cremona.
Fa il Santo, ma è conosciuto per un uomo torbido; ha sempre voluto cozzare con la gente bennata; in gioventù ha avuti incontri con cavalieri; ha un bell'omicidio su la coscienza e si è fatto frate per salvare la pelle: un cervello caldo».
Il Conte Zio prese la penna, e anche il nome di Fra Cristoforo fu registrato sur una terribile vacchetta, con due righe di commento.
«Sicuramente», borbottava poi il Conte riponendo la sua vacchetta; «il cordone di San Francesco! Lo so anch'io, ma t'insegnerò io, frate, che per adoperarlo a proposito, non fa bisogno d'averlo ravvolto intorno alla pancia».
«Per uscirne con poco impegno, e con tutto il decoro della parentela», disse il Conte Attilio, «il mio sottomesso parere sarebbe che V.E.
con la sua consumata politica trovasse il modo di fargli cambiar aria, e di sopire il negozio, senza entrare in esami, in discorsi, in relazioni; perché io conosco questo frate, e son certo che al caso non ci metterebbe su né sale né aceto a dare una mentita a un cavaliere; è un uomo, Signor Zio, da dare uno schiaffo con forza, e da riceverne uno con umiltà: questi cervelli alla lunga possono impacciare chi che sia, e mettere in impegni...»
«Chi domanda pareri a Vossignoria?...» interruppe il Conte Zio annuvolando la fronte.
Il nipote che lo conosceva, perché avendo spesso bisogno di lui lo aveva esaminato con l'occhio acuto dell'adulatore, aveva benissimo preveduto che quel personaggio si sarebbe offeso della intenzione di consigliarlo; ma sapeva nello stesso tempo che il consiglio gli sarebbe rimasto nella memoria, che sarebbe stato seguito perché era conforme alle idee del personaggio; e quanto all'offesa sapeva per esperienza che una umile parola di adulazione bastava a farla dimenticare.
«Ah! ah!» sclamò egli, come ridendo della sua propria dappocaggine, «È vero, è vero; sono pure uno sventato; ma: i paperi vogliono menare a ber l'oche».
Il Conte Zio fu contentissimo della riparazione; e disse: «Bene, bene, i pareri tu gli hai da sentire: e l'ordine che io ti dò ora è di non far parola con alcuno di questo impegno».
Il nipote promise l'obbedienza, e si congedò certo e lieto della riuscita.
Il Conte Zio rimasto solo, pensò tosto al modo di sciogliere il nodo prima che si ravviluppasse a segno che fosse mestieri di tagliarlo.
Il grande scopo di questo signore era di ottenere un po' di potere, il più che fosse possibile: e uno dei mezzi più validi per ottenerne era di far credere che ne avesse molto.
Egli conosceva per lunga esperienza l'efficacia di questo mezzo, e in certi momenti in cui il prurito di far mostra della sua profondità nella politica, superava nel suo animo la circospezione che gli consigliava a nasconderla (il qual prurito quasi invincibile, per parentesi, è cagione a molti furbi di scoprirsi da sè, e di rovinare così i loro affari; che è un peccato) in quei momenti dico, egli era solito di fare intendere la sua teoria con una frase di Virgilio che gli era rimasta in mente dalla scuola, e che egli interpretava a suo modo: possunt quia posse videntur.
- Chi aveva intese queste parole dalla sua bocca poteva esser certo di essere ai primi posti della confidenza del Consigliere segreto.
Questa dottrina poi, come accade, era in lui divenuta abito, e passione.
In questo frangente si trattava di non permettere che un cappuccino affrontasse e facesse stare un parente del Signor consigliere, d'impedirlo senza tirarsi addosso i cappuccini, e di far credere a chi era informato della inimicizia, e ai cappuccini stessi, che il frate era stato vinto, e aveva dovuto ritirarsi.
- Giovanastri senza giudizio, - pensava egli fra sè - la darò io ad intendere a quel Rodrigo.
- Ma intanto bisognava andare al riparo, e tutto pesato il Conte Zio fece pregare con quei rispetti e con quei pretesti di cerimonia che si usavano, il Padre Provinciale di passare alla sua casa.
Il Padre Provinciale non si fece aspettare.
Due potenze, due dignità, due vecchiezze, due esperienze consumate, si trovavano a fronte.
Il Padre provinciale che non sapeva che cosa il Consigliere segreto volesse fare di lui né in nome di chi, per quali interessi avesse a parlargli, stava in guardia; e il Consigliere si proponeva di farlo fare a modo suo, e di farlo partire contento di aver servito un così potente signore.
Dopo le prime accoglienze che furono al solito sviscerate, e dignitosamente umili, poi che il Cappuccino ebbe espressa magnificamente la sua stima pei Consiglieri, e il Consigliere pei Cappuccini, il Conte entrò in materia, cercando pure al solito di tasteggiare il suo interlocutore, e di procedere per via d'interrogazioni che obbligassero ad una risposta, e di eludere nello stesso tempo le interrogazioni dell'altro, il tutto con l'apparenza della più schietta cordialità.
«Mi sono presa questa sicurtà d'incomodare Vostra Paternità reverendissima», diss'egli, «per un affare che deve conchiudersi a comune soddisfazione.
E senza più, le dirò sinceramente di che si tratta, senza raggiri, col cuore in mano, come uso con tutti e specialmente con le persone che venero particolarmente.
Ecco il fatto.
Nel loro convento di Pescarenico presso Lecco, v'è un certo padre Cristoforo da Cremona?»
«Vostra Eccellenza è bene informata», rispose il Provinciale.
«Mi dica un po' schiettamente in amicizia, Padre Molto Reverendo, che informazioni tiene di questo soggetto?» riprese il Consigliere segreto aspettando la risposta.
Ma il Padre Provinciale non era uso di rispondere alla prima chiamata, e molto meno in un caso simile.
S'accorse egli che il Conte voleva cavare da lui tutte le notizie possibili prima di fargli conoscere il suo disegno, e propose di condurre per quanto potesse il discorso nel modo opposto.
- Perché - pensava il Padre - chi sa per qual cagione questo signore vuol essere informato del Padre Cristoforo.
Potrebbe forse avergli posto addosso gli occhi per servirsene in qualche maneggio, e allora non mi converrebbe screditarlo; potrebbe volergliene per qualche puntiglio, e allora non mi converrebbe pigliar le parti di fra Cristoforo prima di saper bene di che si tratta, e fino a che punto lo potrò sostenere.
In ogni caso prima di farmi cantare, dovrà cantare egli più chiaro.
- Fatte rapidamente queste riflessioni, il Padre rispose: «Se V.E.
vuol compiacersi di dirmi più chiaramente perché le preme il Padre Cristoforo, spero di poterle dare tutte le cognizioni che posso averne io medesimo».
- Sempre politico il Padre Provinciale, - disse in suo cuore, il Conte.
- Eh già gli sanno cavare dal mazzo.
- E tosto rispose ad alta voce:
«Ecco il fatto, Padre molto reverendo.
Questo padre Cristoforo non le ha dato più volte da pensare per cavarlo da impegni in cui s'era posto per poca prudenza, e per voglia di accattar brighe? Dica liberamente, non è un cervello un po' caldo?»
- Ho inteso, - disse fra sè, il Padre - è un impegno: Benedetto Cristoforo! ma bisognerà sostenerlo.
- E rivolgendosi al Conte rispose, indirettamente al solito:
«Liberamente, com'Ella desidera le dirò che il nostro Padre Cristoforo, l'ho sempre conosciuto per buon religioso, esemplare, zelante, e nei suoi doveri di cappuccino irreprensibile».
- Ah! Ah! - disse ancora fra sè il Conte - bisogna dunque tirarti con gli argani! - E con le labbra disse al Padre: «Ella sa pure che siamo amici, e fra noi non si deve parlare politicamente.
Io sono informato molto bene che questo religioso è un po' inquieto, ama di comprarsi le quistioni, e di cozzare con le persone di qualità.
Cose che non vanno bene, non vanno bene, Padre molto reverendo: Ella conosce il mondo, e m'insegnerà che queste cose non vanno bene».
- È tutta mia colpa, - disse sempre in soliloquio il Padre; - doveva pensare che quel benedetto Cristoforo con quel suo fuoco mi avrebbe strascinato in qualche impiccio: lo sapeva che era un uomo da far girare di pulpito in pulpito, e da non lasciar mai quieto per tre mesi in un convento vicino a case di signori.
Ma vediamo in che stato è la cosa, e come si può rimediare.
- E per pigliar tempo, rispose al Conte:
«Se Vostra Eccellenza è informata di qualche mancamento di questo padre, Le sarò grato di farmene partecipe, acciò ch'io possa mettervi rimedio».
«Pensieri degni della sua prudenza, padre molto reverendo: principiis obsta.
Ecco il fatto, senza andirivieni.
Questo religioso ha preso a cozzare con mio nipote, e la cosa potrebbe farsi più seria.
Senza parlare di me, che ho troppa venerazione per Vostra paternità e per tutta la compagnia, per fare nulla senza sua intelligenza in questo proposito; mio nipote ha molte aderenze.
Quand'anche io non me ne volessi impacciare, i parenti di padre e di madre...
sono persone...
sono famiglie...»
«Cospicue» disse il padre.
«E accreditate», continuò il Conte: «e mio nipote ha il sangue caldo.
Io le parlo da buon amico.
Mio nipote è giovane, e questo religioso, da quel che sento» e qui cavò la sua vacchetta, l'aperse, vi diede un'occhiata per lasciar supporre al padre che vi erano notate di gran cose, e continuò con un'aria misteriosa: «questo religioso ha ancora tutte le inclinazioni della gioventù.
I giovani non hanno giudizio, e tocca a noi che abbiamo i nostri anni...
pur troppo eh?...»
«Eh! pur troppo», disse il padre.
Chi fosse stato presente a quel dialogo avrebbe potuto scorgere in quel momento una mutazione curiosa nel volto dei due personaggi, che per la prima volta prendeva l'espressione d'un sentimento sincero: qui non avea luogo la politica, e il cuore parlava.
«Ella è così, padre», continuò il Conte.
«Tocca dunque a noi il rappezzare gli sdruciti che i giovani fanno».
«Tra me e lei (così disse il signor Conte) tra me e lei si potrà sopir l'affare».
Queste parole furono molto gradite al Provinciale.
È vero, ed ognuno lo sa, che a quei tempi i membri d'una congregazione religiosa erano affatto indipendenti da ogni podestà secolare, e non avevano quindi nulla a temere da essa.
E quando questa si trovava in collisione con alcuno di loro, e voleva prescrivere qualche cosa, la più forte, la sola minaccia che usasse e che potesse usare si era che avrebbe richiesto al papa che i renitenti, quelli che avessero contrafatto agli ordini fossono mandati fuori dello stato come diffidenti di S.M.; il che si può vedere nelle gride contra gli omicidi, banditi, i bravi, dove questa minaccia è fatta ai regolari che gli ricoveravano, e ponendoli così in luogo d'asilo gli involavano dalle mani della forza secolare.
In un'epoca posteriore fu pensato al modo di render più forte questa minaccia, e di estendere la pena; e questo sforzo merita d'esser ricordato e come un attestato insigne della impotenza della forza civile a raggiungere gli ecclesiastici, e come un esempio notabile di stolta e feroce iniquità.
L'onore di questo trovato appartiene al Signor Don Luigi de Revavides, Marchese di Fromista e Caracena Conte di Pinto.
Estese egli questa minaccia d'esser trattati come diffidenti di S.M.
anche ai parenti più prossimi di quegli ecclesiastici, che avessero raccettati nei luoghi sacri ed immuni certi banditi.
23 Agosto 1651, ed altre.
Ma i modi di nuocere non erano quegli soli che le grida prescrivevano, e la inimicizia di un uomo, e di una famiglia potente era un semenzaio di pericoli, d'incertezze, e di disturbi.
Il Provinciale si trovò dunque d'accordo col Conte nel desiderio di sopir l'affare; non si trattava più che del modo di farlo, con la convenienza delle due parti.
E siccome la cosa non aveva fatto grande scandalo, e si trattava più d'antivenire che di riparare, così la cosa non era difficile.
Dopo che i due sorboni ebbero ancora molto interrogato, poco risposto, mercanteggiato, e giuocato di scherma, il Padre Provinciale disse al Conte che per considerazione della persona di Lui, per amor della pace egli trasmuterebbe il Padre Cristoforo di quel convento in un altro lontano, con la condizione che nessuno si vantasse di questo come d'una vittoria: e il Conte lo promise; l'affare fu conchiuso, e i due contraenti si separarono contenti l'uno dell'altro, e ognun d'essi di se medesimo.
Gran cura ponevano quei vecchj pensatori in un negozio, di gran parole spendevano, ci pensavano assai, andavano per le lunghe, v'impiegavano il tempo conveniente; ma bisogna anche confessare che facevano poi cose grandi.
In fatti questo abboccamento produsse l'effetto di fare trottare il nostro povero Padre Cristoforo da Pescarenico a Palermo, che è un bel passeggio.
Fu dunque spedita al Guardiano l'obbedienza da intimarsi al Padre Cristoforo, e con l'obbedienza l'ordine di farlo tosto partire, la direzione della strada da farsi per non toccare Milano, e l'avviso di dargli un compagno nella missione, che nello stesso tempo osservasse tutte le sue azioni.
Mentre il nostro povero Frate pensava ai mezzi di soccorrere i suoi protetti, il guardiano lo chiamò a sè, e con molta consolazione gl'intimò l'obbedienza, gli comandò di prendere il suo bordone, gli presentò il compagno che era già avvertito, e gli disse «vade in pace».
Cristoforo non pensò nemmeno a domandare un rispitto che era certo di non ottenere: pensò alla povera Lucia, e si accorava; ma tosto si accusò di aver mancato di fiducia in Dio, e di essersi creduto necessario a qualche cosa; alzò gli occhi e il cuore al cielo, si abbandonò alla provvidenza; salutò umilmente il guardiano, prese la sua sporta, si cinse le reni con una correggia di pelle come usavano i cappuccini viaggiatori, disse una parola cortese al padre compagno, uscì del convento, e si pose su la via che gli era stata prescritta.
CAPITOLO IX
Quando Egidio si avvenne nella nostra povera Agnese, andava appunto fantasticando sul modo di soddisfare al più presto ai desiderj del suo degno amico, e di dargli con la prontezza del servizio una prova di audacia e di destrezza singolare; e nei varj disegni che ruminava il pensiero, questa Agnese gli si gettava sempre a traverso come il maggiore impedimento.
Come staccare da essa Lucia che le stava sempre appiccata alla gonnella? Rapire Lucia quando fosse in compagnia della madre era esporsi ad un vero scandalo: la resistenza che la madre avrebbe tentato di opporre poteva render necessaria qualche violenza che avrebbe renduto l'affare più serio, o almeno avrebbe fatto perder tempo, forse sfuggire l'opportunità; le sue grida potevano attirare dei guastamestieri, o almeno dei testimonj; e ad ogni modo essa rimanendo in Monza avrebbe sclamato, ricorso, parlato e fatto parlare.
Al contrario quando Lucia non avesse in paese persona a cui calesse di lei particolarmente, i discorsi sarebbero stati d'un giorno, ed era molto più agevole dare all'avventura quella spiegazione che fosse convenuta e che nessuno avrebbe potuto smentire.
Si andava dunque Egidio risolvendo ad aspettare che Agnese si fosse allontanata da Monza, ma non sapendo quando ciò fosse per accadere, si rodeva di dover rimettere ad un tempo non ben determinato l'impresa e l'onore dell'impresa.
Ma alla vista di Agnese che tornava a casa, Egidio si sentì libero d'una grande incertezza, risolvette di por mano al disegno appena sarebbe giunto a Monza, e continuò a maturare il suo disegno: i suoi pensieri camminavano più spediti, e per mettere del paro ad essi il suo cavallo gli diede una voce ed un colpo di sprone, dicendo ai seguaci a piedi che erano obbligati di trottare un po' affannosamente: «animo figliuoli, che la giornata è bella».
Giunto a Monza, entrato in casa, scavalcato, deposte le armi più gravi e più lunghe, egli corse tosto per la via da lui solo conosciuta alla porta abominevole che egli aveva aperta nel solajo, entrò con le solite precauzioni nel solajo dell'abitazione vicina, fece i soliti segni, la signora che stava sull'avviso, intese, avvertì le sue complici; le quali andarono a chiudere le porte del quartiere che comunicavano col chiostro, e la sciagurata corse incontro ad Egidio tutta ansiosa.
«Sia lodato il cielo» diss'ella «che vi riveggo! Oh che giorni ho passati! e che notti! Che paura ho avuta questa volta!» e mentre ella parlava una specie di consolazione angosciosa, e di rincoramento agitato dipingevano sulle sue guance come due pezze di rossore che contrastavano tristamente col pallore di tutta la faccia.
«Le solite sciocchezze?» disse Egidio con impazienza.
«Oh! sciocchezze! So io quel che soffro; e fossero anche sciocchezze, a chi tocca aver compassione di me? Mai mai, non avete voluto compiacermi.
Se provaste un'ora quello ch'io sento tutto il giorno! tutta la notte! Non posso più, non posso più vivere con colei così vicina.
Qua giù, qua sotto, a pochi passi, nella vostra cantina: e quando voi non ci siete...! l'ho veduta sempre, sempre: l'ho veduta smuovere a poco a poco il mucchio di sassi, e poi metter fuori il capo, e poi venir su...
avrei gridato se non avessi temuto di far correre tutto il monastero...
e poi entrare qua dentro per questo pertugio, senza mai volersi fermare, e poi sedersi qui...
quello sgabello son ben sicura d'averlo bruciato: e pure quando colei arriva, si trova sempre a quel posto, ed ella vi si adagia, e non vuol partire.
Mi pare che se fosse lontana dove io non sapessi, non potrebbe venire così a tormentarmi».
«Donne indiavolate, vive o morte», disse lo scellerato: «ecco le accoglienze gioconde che mi fate».
«Non andate in collera», disse Geltrude, «perché chi altri ho io? a chi mi posso confidare?» e continuò con voce più sommessa, «quelle altre non mi consoleranno, vedete, se racconterò loro che siete in collera con me, state in pace, e fatemi questo piacere una volta.
Voi sapete far tante cose! Non sarete più contento, quando mi vedrete tranquilla?»
«Ma sono queste cose da pensare, e da dire?» rispose Egidio.
«È un affare finito, che non dà più impaccio, e volerne andare a cercare uno di questa sorta? perché? per una pazzia? Che volete ch'io faccia? Ch'io desti il cane addormentato? Senza una ragione al mondo? come l'ho da portare? dove?»
«Scendete una notte solo», disse Geltrude, «già voi non avete paura, - fortunati gli uomini! - prendetela portatela al fiume, gittatela in un pozzo abbandonato...»
«Bel divertimento! bella festa invero!» disse Egidio con un sorriso di rabbia e di scherno «bella commissione che mi date! Pazzie! E tutto per tirar fuori quello che è ben nascosto! Savio disegno! Sapete voi dirmi un luogo dove possa star più nascosta che ora non è?»
«È vero», disse Geltrude, «gran cosa che non si sappia che fare d'un morto!»
«Che farne?» rispose Egidio, «niente: sta bene dov'è.
Dimenticatela, pensate quello che pensano tutte le vostre suore: è andata alle Indie su una nave olandese, e pensa a vivere allegramente; lo credono tutti...»
«Ma non è vero», rispose Geltrude.
«Che fa questo?» disse bruscamente Egidio.
«Fa tutto», replicò tristamente Geltrude; e proseguì: «anch'io prima...
credeva che purché lo sapessimo noi soli, la cosa sarebbe come se non fosse avvenuta, ma ora...»
«Ora è tempo di finirla», interruppe sempre aspramente Egidio.
«Oh ecco come son trattata!» disse con accoramento Geltrude; «mi strapazzate perché patisco; siete voi quello che mi strapazzate, voi...
Che colpa ho io se sono una poveretta? Vorrei anch'io non curarmi di nulla, esser come voi...
voi siete un uomo, voi mi date animo...
ma no no...
voi avete troppo coraggio, troppa presenza di spirito...
mi fate quasi...
paura...
penso...
penso che se...
mi odiaste...
ah i morti non vi danno travaglio!»
«Che pazzie! che pazzie!» disse Egidio con istizza sempre crescente.
«Ebbene», disse Geltrude in tuono supplichevole, «compiacetemi, levatemi questa spina del cuore, allontanate colei da questa abitazione; voi vedete ch'io non posso allontanarmi io».
«Via», rispose Egidio, fingendo di acconsentire alla domanda «vi compiacerò; è un impiccio, è un fastidio, è un pericolo, ma per voi lo farò».
«Oh davvero!» disse Geltrude, «non lo dite per acquetarmi, come avete fatto altre volte...
vi ricordate?...
promettetelo da vero».
«Possa essere...!»
«Non giurate, per amor del Cielo», interruppe Geltrude come spaventata