FERMO E LUCIA, di Alessandro Manzoni - pagina 81
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Finalmente, dopo averne fatto altrettanto, e non rimanendo più che due ore di giorno, egli sentì di nuovo la fame, e per giunta la stanchezza: e la sollecitudine di porsi in salvo diede luogo al desiderio di cibo e di riposo.
Vedeva Fermo da qualche tempo attraverso i campi e le piante un campanile, e presolo per meta si avviò direttamente verso quello.
Giunto al paese, (Fermo non ne sapeva il nome, ma era veramente Gorgonzola) vide che era posto su la strada maestra, stette in forse un momento di tornarne fuori; ma alla fine il bisogno vinse.
- Non saranno venuti a cercarmi fin qui: - diss'egli fra sè: - e qui nessuno mi conosce.
Col conforto di questa riflessione, entrò in una osteria per ristorarsi con qualche cibo, e per riposarsi, seduto però, e fin che durava il giorno; perché ai letti ed alle notti dell'osteria aveva preso orrore, e all'ultimo si sarebbe piuttosto accontentato di dormire al sereno, sotto un noce, in un campo.
Sedette, e chiese qualche cosa da mangiare, e un mezzo boccale di vino calcando la voce sulla parola mezzo, come per far sentire alla gola che quello era la misura prescritta irrevocabilmente, e per farle ricordare gli spropositi del giorno passato.
V'erano in quella stanza alcuni oziosi, i quali venivano ivi per abitudine, e allora s'erano ragunati anche per la speranza che arrivasse qualcheduno da Milano, il quale portasse le nuove più recenti.
Si sapeva in cento maniere secondo l'uso antico ed universale, il guazzabuglio del giorno antecedente, e s'era pur bucinato che il mattino la pentola aveva cominciato a ribollire; sicché la curiosità era infiammata.
Gli occhi furono tosto addosso a Fermo, ma visto ch'egli era un forese, nessuno pensò a lui, per sua buona ventura; perché chi gli avesse chiesto: «a caso, verreste voi forse da Milano?» nella disposizione d'animo in cui era Fermo, possiamo ingannarci, ma egli diceva certamente la bugia.
In vece, senza essere importunato di richieste, potè egli mentre mangiava saporitamente, sentire i discorsi che si facevano, e rimettersi un po' al corrente delle cose del mondo, dopo una lunga giornata di ritiratezza.
«Eh! eh!» diceva uno, «i milanesi non son mica uomini di stoppa: e non la finiranno prima che sia loro fatta ragione davvero».
«Pure», disse un altro, «il vicario se lo sono lasciato levare dalle mani».
«Sì», ripigliò un altro; «ma gli sarà fatto il processo».
«Stiamo un po' a vedere», saltò in campo un quarto, «se questi cittadini superbi non penseranno che ai loro interessi, o se vorranno una legge nuova anche per la povera gente di fuora, che per diana ha pure il ventre anch'ella, e lavora più di loro per far crescere il pane».
«Se vai domani, vengo anch'io», disse un altro, poi un altro, poi un altro.
A questo punto della conversazione si sentì il passo d'un cavallo; e i nostri interlocutori indovinarono facilmente chi poteva portare, e ne furono molto lieti pensando che saprebbero le notizie vere di Milano.
Era infatti quegli che eglino avevano preveduto, un mercante che andando più volte l'anno a Bergamo pei suoi traffichi era uso fermarsi a passar quivi la notte, e come trovava nell'osteria quei soliti frequentatori del paese, era divenuto conoscente quasi di tutti.
Accorsero nella strada, si affollarono a gara attorno all'arrivato, uno prese le briglie, l'altro la staffa: «Buon giorno», «buona sera», «avete fatto buon viaggio: che c'è di nuovo a Milano?»
«Eh! eh! ecco quelli dalle notizie», disse il mercante, «quelli che le vanno fiutando, come i bracchi le pernici.
E poi, e poi, le saprete voi a quest'ora, forse più di me».
Così dicendo scese da cavallo, lo diede e lo raccomandò ad un garzoncello, ed entrò nella cucina, circondato dai curiosi.
«Davvero che non sappiamo niente», disse il più antico di quei conoscenti.
«Possibile?» rispose il mercante: «bene, dunque sentirete.
Ehi oste, il mio letto solito è in libertà? Bene: dunque non sapete che jeri è stata una giornata brusca in Milano? ma brusca vi dico!...»
«Questo lo sappiamo».
«Vedete dunque», continuò il mercante, «che le sapete le notizie.
Voleva ben dir io che stando qui sempre ad agguatare quegli che passano, e a frugarli come se foste gabellieri, qualche cosa vi potesse scappare».
«Ma oggi, che cosa è accaduto?»
«Ah oggi», disse il mercante, sedendo.
«D'oggi non sapete niente?»
«Niente».
«Niente davvero? dunque vi racconterò io.
Oste, il mio boccone solito, e presto, perché voglio coricarmi subito, e domattina pormi in viaggio per tempo.
Oggi, poco mancò che la giornata non fosse brusca, come quella di jeri.
Ma, un po' colle buone, un po' colle cattive...
m'intendete eh? olio ed aceto; e si fa l'insalata».
«In fine che cosa è accaduto?» domandarono in una volta due o tre di quegli ansiosi.
«Abbiate pazienza», disse il mercante, «che se l'oste mi darà di che ammollare le labbra, vi conterò tutto».
«Oh bravo!»
L'oste portò la refezione: il mercante si versò un bicchier di vino, si accarezzò la barba e lo tracannò: e trinciando la vivanda che gli era stata imbandita, cominciò la sua narrazione e la continuò mangiando; mentre i suoi conoscenti stavano intorno alla tavola con le bocche aperte; e Fermo in disparte, senza far vista di dar molta attenzione, ascoltava però con più ansia e sospensione degli altri.
«Dovete dunque sapere», cominciò il mercante, «che questa mattina per tempo cominciarono a congregarsi molti furfanti, gente senza casa né tetto, di quelli che jeri avevan fatto tutto il chiasso; e si misero a girare in troppa per la città, per far numero, e tornar da capo.
Da principio fecero bravate e insolenze dove capitavano, far le corna alle spalle ai soldati, fare i visacci ai galantuomini, rompere il muso ai birri: in un luogo strapparono dalle mani dei birri uno che era menato su: un capo popolo che aveva predicato jeri che si avessero a scannare tutti i signori, e tutti i bottegaj: pezzo di briccone! ma se v'incappa, gli medicheranno il pomo d'Adamo con un sovatto.
Quando parve a costoro d'aver fatto popolo a bastanza, andarono alla casa del vicario, dove jeri avevano fatte tutte quelle belle prodezze, ma» (e qui a guisa d'interjezione fece con la lingua quel suono con cui i cocchieri usano di dare ai cavalli il segnale della partenza).
«Ma?» dissero gli ascoltatori.
«Ma», continuò il mercante, «trovarono la via sbarrata, e dietro le sbarre una buona confraternita di micheletti cogli archibugi spianati, e i calci appoggiati ai mustacchi: e...
che cosa avreste fatto voi altri?»
«Tornare indietro».
«Benone: così fecero anch'essi; ma quando furono al Cordusio, dinanzi a quel forno che jeri avevano cominciato a saccheggiare; dite mò, se non sono birbi: si distribuiva il pane pulitamente; v'erano dei buoni cavalieri che invigilavano perché tutto andasse in ordine: e costoro: «dalli dalli, saccheggio, saccheggio»: in un momento, cavalieri, fornaj, avventori, tutti sossopra, chi qua, chi là; e cominciò il saccheggio che durò poco, perché poco v'era da rubare.
Quando non rimasero più che le panche e gli utensili; «fuoco, fuoco», si cominciò a gridare; tavole, madie, imposte, tutto il legname si pigliava a furore per portarlo in mezzo al Cordusio e dargli il fuoco.
Ma un dannato peggio di tutti gli altri, dite un po' che proposta diabolica mise in campo?»
«Che?...»
«Che? di abbruciar tutto nella casa, e la casa insieme.
Ma un galantuomo ebbe una ispirazione del cielo: entrò nella casa, salì le scale, e trovato per buona sorte un gran crocifisso, lo appese fuori d'una finestra, e v'accese intorno due candele, che aveva tolte da capo del letto del fornajo.
A quello spettacolo: tutti rimasero in silenzio: v'era bene pochi diavoli in carne, che per fare chiasso e baldoria, avrebbero dato fuoco anche al paradiso; ma quando videro che tutti gli altri non erano ebrei com'essi; dovettero tacere.
Intanto venne tutto il capitolo del duomo in processione, a croce alzata, e vestiti pontificalmente, che era un gran bel vedere; e cominciarono a predicare: «figliuoli dabbene, che cosa fate? è una vergogna, dove è il timor di Dio? questo è l'esempio che date ai vostri figliuoli? siamo in Milano, o in terra di Turchi? Via, tornate a casa, da bravi, che quel che è stato è stato.
Avrete abbondanza: il pane di otto once ad un soldo: la grida è stampata».
«Era vero poi?» domandò uno degli ascoltanti.
«Vero come il Vangelo.
Volete voi che i canonici venissero in paramenti a dir bugie? Allora, la gente cominciò a sfilare, e i soldati, con buona maniera, gli andarono sparpagliando di più e fecero spazzare la piazza del Cordusio.
Ebbene...
pareva che non fossero contenti: andavano girandolando per le vie, come se aspettassero l'occasione di porsi insieme di nuovo.
Ma ecco che venne l'ultima medicina, che fece l'effetto».
«E fu?...»
«E fu, unguento di canape: bastò nominarlo, per far guarire tanti matti.
Si fece pubblicare, ed è vera anche questa, che quattro capi erano stati presi jer sera, e saranno impiccati.
Ah! ah! vi dico io che ognuno studiava la via più corta per andarsene a casa, per non diventare il numero cinque.
Quando io sono uscito da Milano, pareva un monastero».
«Dunque gli impiccheranno?» domandò un altro uditore.
«Senza fallo, e presto», rispose il mercante.
«E la gente che cosa farà?» domandò ancora quegli.
«Anderà a vedere», rispose ancora il mercante.
«Avevano tanta smania di veder morire qualcheduno all'aria aperta, che volevano far la festa al Signor Vicario di Provvisione.
Puh! che spettacolo un cavaliere ammazzato di mala grazia! Invece avranno quattro birbanti serviti con tutte le formalità.
Quattro! quattro finora, ma chi sa?...
Vi so dire che tutti quelli che jeri e questa mattina hanno mangiato pane fresco in Milano, se ne stanno coll'olio santo in saccoccia.
Per me, ho testimonj che tutta la giornata di jeri, e tutta la mattina d'oggi me ne sono stato chiuso in casa: e poi, si sa che noi altri mercanti siamo nemici dei torbidi...»
«Anch'io non mi son mosso di qui», disse un ascoltante.
«Non siamo qui tutti?» disse un altro: «la cosa parla da sè».
«Ohe, come andrà per Bartolommeo che è andato a Milano appunto jer l'altro?» disse un secondo.
«Se avrà avuto giudizio», rispose il mercante, «ne sarà stato fuori, e non gli accadrà nulla».
«Il guaio è», disse quegli, «che sta male a giudizio».
«Allora non so che dire»; rispose il mercante, in aria di chi si rassegna alle sciagure degli altri.
«Se io mi fossi anche trovato in Milano, per caso, per caso», disse un terzo, «me la sarei battuta subito a casa».
«Infatti», ripigliò il primo, «in quei garbugli v'è sempre pericolo, e poi, via bisogna dire il vero, sono cose che non istanno bene.
Confesso la verità che i baccani non mi sono mai piaciuti».
«È stata una provvidenza vedete», disse il mercante «che l'abbiamo fatta finir presto: altrimenti, arte per arte, saccheggiavano tutte le botteghe di Milano coloro».
«Ma per noi foresi non si farà niente?» domandò un altro: «i milanesi a buon conto hanno il pane a buon mercato: e noi, povera gente?»
«Sarà quel che Dio vorrà», disse il mercante, vuotando l'ultimo bicchiere, ed asciugandosi la barba col mantile.
«Non sapete che jeri hanno guastata, e gittata tanta farina quanta basterebbe a dar da mangiare per due mesi a tutto il ducato?»
«Dunque», disse quegli, «ha da patire il buono pel cattivo?»
«Ma non avete inteso che gl'impiccheranno?» rispose il mercante.
«L'ho sempre detto io», disse un altro «che a muover garbugli si fa peggio.
Se i milanesi avessero avuto un po' di giudizio, dovevano porre le mani addosso a quegli che cominciarono a parlare di far chiasso, e legarli come salsicce, e condurli alla giustizia».
La conversazione continuava, ma Fermo ne aveva udito a bastanza: egli se ne era stato cheto cheto, con l'animo d'un autore che trovandosi sconosciuto presso tre o quattro uomini di buon gusto, sente fare il processo all'ultima sua opera: quel poco boccone tanto desiderato gli era tornato in veleno: però dal veleno pensò a cavare il rimedio d'un buon consiglio; si alzò, con aria indifferente, pagò il suo scotto, e uscì dall'osteria, risoluto di non fermarsi fin che non fosse giunto sotto le ali del leone serenissimo di San Marco.
Si avviò su la strada maestra, premuroso di giunger presto, confidando nelle tenebre che cominciavano a stendersi su la terra; ma appena dati alcuni passi, pensò che il passaggio al confine sarebbe stato pericoloso più di notte che di giorno, e si sovvenne che vi doveva esser l'Adda da passare.
Sconfortato uscì della via, entrò nei campi, e andando al lume della luna, procurò di dirigere il suo cammino verso quella parte dove gli pareva che l'Adda dovesse passare.
Finalmente sentì il romore del fiume, e camminando sempre verso quello, giunse presso alla sponda.
Ma quivi non v'era modo di transitare, onde il povero Fermo dopo aver guardato intorno se mai per caso qualche battello si trovasse su la riva, e non ne vedendo, tornò tristamente indietro, ed entrato in un bosco che costeggiava il fiume, s'arrampicò sur un albero, e vi si appiattò, aspettando con ansietà l'apparire del giorno.
Ma la notte era appena incominciata, e il povero Fermo, ebbe molte ore da meditare in quella sua incomoda stazione.
Don Rodrigo, Don Abbondio, il Vicario, Ferrer, la guida, l'oste di Milano, il notajo, i birri, il mercante, i curiosi, passavano a vicenda nella sua fantasia; ma nessuno di costoro conduceva seco una memoria che non fosse di rancore o di sconforto.
Solo due immagini avevano un aspetto consolatore, e spargevano un po' di luce tranquilla su quel quadro confuso.
Se noi inventassimo ora una storia a bel diletto, ricordevoli dell'acuto e profondo precetto del Venosino, ci guarderemmo bene dal riunire due immagini così disparate come quelle che si associavano nella mente di Fermo; ma noi trascriviamo una storia veridica; e le cose reali non sono ordinate con quella scelta, né temperate con quella armonia che sono proprie del buongusto; la natura, e la bella natura, sono due cose diverse.
Diciamo dunque con la franchezza d'uno storico, che mentre quasi tutti i personaggi, coi quali Fermo era stato in relazione, si schieravano e si affollavano nella sua immaginazione con un aspetto più o meno odioso, o tristamente misterioso, di modo che, dopo averli contemplati qualche tempo come forzatamente, essa gli rispingeva, e cercava di farli sparire, v'era però due immagini nelle quali essa riposava, con una specie di refrigerio: due volti i quali ricordavano ed esprimevano candore, benevolenza, affetto, innocenza, pace: quei sentimenti chiari e soavi nei quali tanto si gode la fantasia degli infelici: e queste due immagini erano una treccia nera, e una barba bianca, Lucia e il Padre Cristoforo.
Ma i pensieri che questi volti stessi facevano nascere, eran tutt'altro che di una gioja pura: alla immagine del buon frate, Fermo sentiva vivamente la vergogna della cervellinaggine che aveva spiegata nel giorno passato, e della turpe sua intemperanza: e contemplando Lucia, oltre la stessa vergogna, egli sentiva nel fondo dell'animo l'assenza, l'incertezza del rivedere, il terrore della dimenticanza.
Meno potente, meno scolpita, ma pure mista anch'essa di compiacenza e di dolore, gli appariva pure l'immagine di quella povera Agnese, che lo aveva voluto per figlio, e che a cagione di questo buon pensiero si trovava ora fuor di casa, e assediata da quelle sollecitudini che non hanno alcun compenso di consolazione.
Con questa lanterna magica dinanzi alla mente vegliò Fermo tutta quella notte: quand'anche i pensieri non gli avessero tolto il sonno, il disagio e il pericolo della postura, e il freddo, che cominciava a frizzare lo avrebbero tenuto lontano.
Finalmente, quando la luce cominciò a dar forma e colore alle cose, Fermo guardando attentamente al fiume, vide un pescatore che costeggiava la sponda, e che slegava un battello; scese dall'albero, e si avviò a quella parte, e vi giunse prima che il pescatore salpasse.
«Amico, volete voi farmi il piacere di traghettarmi all'altra riva?» disse Fermo al pescatore che guardava non senza sospetto lo sconosciuto che a quell'ora gli si accostava.
«Volentieri», rispose il pescatore, dopo aver guardato diligentemente intorno se non v'era alcun testimonio, e lo accolse nella barca, lo condusse all'altra riva, senza fargli altro motto.
Fermo prima di scendere a riva, cavò una mezza lira, e la diede al pescatore che, dopo aver fatta qualche cerimonia, la prese, e condusse la sua barca al largo.
Perché nessuno si faccia maraviglia della pronta e discreta cortesia del pescatore, dobbiamo avvertire che quest'uomo era avvezzo ad essere richiesto sovente dello stesso servizio da contrabbandieri, e da fuorusciti; e la massima forse la più importante della sua politica di pescatore era di non farsi nemico nessuno di costoro, perché la sua barca e la sua vita era quasi sempre in loro balìa.
Prestava egli adunque ad essi quel servizio tutte le volte che potesse farlo senza correre rischio dalla parte di gabellieri, di soldati, o di esploratori, altre classi ch'egli doveva rispettare per un altro punto della sua politica.
Pigliò dunque Fermo per uomo d'una delle due prime condizioni, senza darsi briga di appurare quale, e lo servì.
Fermo, posto piede sulla terra di San Marco, respirò davvero; e, alla prima insegna che vide, entrò a ristorarsi col cuore più largo.
Sentì quivi pure relazioni e ragionamenti su gli avvenimenti di Milano: a dir vero egli avrebbe potuto rettificare in molte parti i fatti e le riflessioni; ma da quei fatti egli aveva appunto imparato a tacere.
Continuò la sua strada, giunse a Bergamo, fece inchiesta di quel suo cugino, e gli si presentò.
Era questi lavoratore di seta, come Fermo, e uno di quei tanti che vedendo mancarsi il lavoro a cagione delle discipline assurde che a quei tempi erano prescritte nel milanese, e dei pesi insopportabili d'ogni genere, avevano portata la loro industria in un altro stato, dov'erano bene accolti e protetti.
Massajo, e diligente in sei anni da che si trovava a Bergamo, aveva egli fatta una provvigione che gli era di grande soccorso in quell'anno malvagio.
Rivide egli con piacere Fermo che aveva instradato nei lavori della seta, e a cui aveva fatto da padre, e lo accolse lietamente, prese parte alle sue traversie, e gli promise intanto di procacciargli lavoro.
«Se non ne troveremo», soggiunse, «starai con me, mangeremo insieme un po' di pane; e quando torneranno gli anni grassi, mi pagherai di tutto, e farai un buon marsupio anche per te».
Se quel brav'uomo avesse letto Virgilio non avrebbe mancato di dire in questa occasione: Non ignara mali miseris succurrere disco: perché in fatti questo era il suo sentimento.
Lasceremo per ora Fermo, giacché si trova in una situazione tollerabile, e torneremo alla sua e nostra Lucia.
CAPITOLO IX
Dobbiamo ora far conoscere al lettore i personaggi coi quali si trovava Lucia.
Don Valeriano, capo di casa, ultimo rampollo d'una famiglia illustre che pur troppo terminava in lui, uomo tra la virilità e la vecchiezza, era di mediocre statura, e tendeva un pochetto al pingue, portava un cappello ornato di molte ricche piume, alcune delle quali spezzate al mezzo cadevano penzoloni e d'altre non rimaneva che un torso: sotto a quel cappello si stendevano due folti sopraccigli, due occhi sempre in giro orizzontalmente, due guance pienotte per sè, e che si enfiavano ancor più di tratto in tratto e si ricomponevano mandando un soffio prolungato, come se avesse da raffreddare una minestra: sotto la faccia girava intorno al collo un'ampia lattuga di merletti finissimi di Fiandra lacera in qualche parte e lorda da per tutto: una cappa di...
sfilacciata qua e là gli cadeva dalle spalle, una spada col manico di argento mirabilmente cesellato, e col fodero spelato gli pendeva dalla cintura; due manichini della stessa materia, e nello stesso stato della gorgiera uscivano dalle maniche strette dell'abito, e un ricco anello di diamanti sfolgorava talvolta, nell'una delle due sudicie sue mani: talvolta; perché quell'anello passava anche una gran parte della sua vita nello scrigno d'un usurajo; e in quegli intervalli, Don Valeriano gestiva alquanto meno del solito.
Questo contrasto nel suo abito esteriore nasceva da altri contrasti del suo carattere e delle sue circostanze.
Don Valeriano portato al fasto e alla trascuraggine era anche ricco e povero.
Già da molto tempo aveva egli divorato a furia di sfarzo, e lasciato divorare a furia di negligenza e d'imperizia il suo patrimonio libero; e sarebbe egli rimasto povero del tutto e per sempre, se un suo sapiente antenato non avesse anticipatamente provveduto a quel caso, istituendo un pingue fedecommesso.
Don Valeriano quindi, benché nell'animo non fosse molto dissimile dal selvaggio di Montesquieu, non poteva, com'egli, abbatter l'albero per coglierne il frutto: e non poteva far altro che lanciar pietre al frutto per farlo cadere acerbo e ammaccato.
Viveva di prestiti: e per trovarne doveva ricorrere ai più spietati usuraj; e subire le più rigide leggi che essi sapessero inventare, e per supplire alla legge comune che non dava loro alcun mezzo di ricuperare il prestato, e per pagarsi del rischio.
E siccome nelle idee di Don Valeriano le pompe e il fasto tenevano il primo luogo, così alle pompe e al fasto erano tosto consecrati i denari che toccavano le sue mani; e il necessario pativa.
In mezzo a queste cure incessanti Don Valeriano non aveva lasciato di coltivare il suo ingegno, e senza essere un dotto di mestiere, poteva passare per uno degli uomini colti del suo tempo.
Possedeva una libreria di varie materie, la quale per poco non aggiungeva ai cento volumi; e aveva impiegato su quelli abbastanza tempo e studio per avere una cognizione fondata nelle scienze più importanti e più in voga: teneva i principj, e quindi non era mai impacciato nelle applicazioni.
L'astrologia era uno di quei rami dell'umano sapere, nei quali Don Valeriano era versato.
Sapeva non solo i nomi e le qualità delle dodici case del cielo, le influenze che hanno in ciascuna i diversi pianeti: ma conosceva anche in parte la storia della scienza, la quale è parte della scienza stessa: ne conosceva i cominciamenti, il progresso: come era nata nell'Assiria, e ci doveva nascere: giacché essendo il cielo un gran libro, e il cielo dell'Assiria molto sereno, è naturale che ivi si cominci a leggere, dove i libri sono più chiari e intelligibili; sapeva a memoria un buon numero delle più stupende e clamorose predizioni che si sono avverate in varii tempi: e aveva in pronto gli argomenti principali che servivano a difendere la scienza contra i dubbj e le obiezioni dei cervelli balzani degli uomini superficiali e presuntuosi che ne parlavano con poco rispetto; perché anche a quel tempo v'era degli uomini così fatti.
Della magia aveva pure una cognizione più che mediocre, acquistata non già con la rea intenzione di esercitarla, ma per ornamento dell'ingegno, e per conoscere le arti così dannose dei maghi e delle streghe, e potere così entrare a parte della guerra che tutti gli uomini probi e d'ingegno facevano a quei nemici del genere umano.
Il suo maestro e il suo autore era quel gran Martino del Rio il quale nelle sue Disquisizioni magiche aveva trattata la materia a fondo, aveva sciolti tutti i dubbj, e stabiliti i principj che per quasi due secoli divennero la norma della maggior parte dei letterati e dei tribunali, quel Martino del Rio che con le sue dotte fatiche ha fatto ardere tante streghe e tanti stregoni, e che ha saputo col vigore dei suoi ragionamenti dominare tanto sulla opinione publica, che il metter dubbio su la esistenza delle streghe era diventato un indizio di stregheria.
A un bisogno Don Valeriano sapeva parlare ordinatamente e anche luculentamente del maleficio amatorio, del maleficio ostile e del maleficio sonnifero, che sono i cardini della scienza, e conosceva i segreti dei congressi delle streghe, come se vi avesse assistito.
Aveva più che una tintura della storia in grande, per aver letta più d'una volta quella eccellente storia universale del Bugatti; possedeva poi singolarmente quella del tempo dei paladini, che aveva studiata nei Reali di Francia.
Per la politica positiva aveva egli principalmente rivolte le opere dell'immortale Botero; e conosceva assai bene la politica di Spagna, di Francia, dell'Impero, dei Veneziani e di tutti i principali stati Cristiani; e poteva pur dare una occhiatina anche nel Divano.
Per la politica speculativa il suo uomo era stato per gran tempo il Segretario Fiorentino, ma questi dovette scendere al secondo posto nel concetto di Don Valeriano e cedere il primo a quel gran Valeriano Castiglione che in quello stesso anno aveva dato alla luce la sua opera dello Statista Regnante dove tutti gli arcani i più profondi, e i più reconditi precetti della ragione di stato sono trattati con un ordine nuovo e sublime.
E bisogna confessare che il nostro Don Valeriano prevenne il giudizio del mondo sul merito del Castiglione: poco dopo Urbano VIII lo onorò delle sue lodi, Luigi XIII per consiglio del Cardinale di Richelieu, lo chiamò in Francia per esservi Istoriografo, Carlo Emmanuele di poi gli affidò lo stesso ufizio, il Card.
Borghese e Pietro Toledo vicerè di Napoli, lo pregarono, invano però, di scrivere storie, e fu finalmente proclamato il primo Scrittore dei suoi tempi.
Quanto alla storia naturale, non aveva a dir vero attinto alle fonti, e non teneva nella sua biblioteca, né Aristotele, né Plinio, né Dioscoride; giacché come abbiam detto Don Valeriano non era un professore, ma un uomo colto semplicemente: sapeva però le cose le più importanti e le più degne di osservazione; e a tempo e luogo poteva fare una descrizione esatta dei draghi e delle sirene, e dire a proposito che la remora, quel pescerello, ferma una nave nell'alto, che l'unica fenice rinasce dalle sue ceneri, che la salamandra è incombustibile, che il cristallo non è altro che ghiaccio lentamente indurato.
Ma la materia nella quale Don Valeriano era profondo assolutamente, era la scienza cavalleresca, e bisognava sentirlo parlare di offese, di soddisfazioni, di paci, di mentite: Paris del Pozzo, l'Urrea, l'Albergato, il Muzio, la Gerusalemme liberata e la conquistata, e i dialoghi della nobiltà, e quello della pace di Torquato Tasso, gli aveva a mena dito; i Consigli e i Discorsi cavallereschi di Francesco Birago erano forse i libri più logori della sua biblioteca.
Anzi Don Valeriano affermava, o faceva intendere spesso che quel grand'uomo non aveva sdegnato di consultarlo su certi casi più rematici; e parlando talvolta di quelle opere con quella venerazione che meritavano, e che per verità ottenevano da tutti, Don Valeriano aggiungeva misteriosamente: «Basta: ho messo anch'io un zampino in quei libri».
Ma gli studj solidi non avevano talmente occupati gli ozj di Don Ferrante, che non ne restasse qualche parte anche alle lettere amene: e senza contare il Pastorfido, che al pari di tutti gli uomini colti di quel tempo, egli aveva pressoché tutto a memoria, non gli erano ignoti né il Marino, né il Ciampoli, né il Cesarini, né il Testi: ma sopratutto aveva fatto uno studio particolare di quel libretto che conteneva le rime di Claudio Achillini; libretto nel quale, diceva Don Ferrante, tutto, tutto, fino alla protesta sulle parole Fato, Sorte, Destino e somiglianti era pensiero pellegrino, ed arguto.
Aveva poi un tesoretto, una raccolta manoscritta di alcune lettere dello stesso grand'uomo; e su quelle si studiava di modellare quelle che gli occorrevano di scrivere per qualche negozio, o per isciogliere qualche ingegnoso quesito che gli veniva proposto: e a dir vero le lettere di Don Ferrante erano ricercate con qualche avidità, e giravano di mano in mano per la scelta e la copia dei concetti e delle immagini ardite, e sopra tutto pel modo sempre ingegnoso di porre la questione, e di guardare le cose; stavano però male di grammatica e di ortografia.
Vi sarebbero molte altre cose da dire, chi volesse compire il ritratto di questo personaggio; ma per amore della brevità, ce ne passeremo, tanto più ch'egli non ha quasi parte attiva nella nostra storia.
Veniamo dunque alla sua signora Consorte.
Donna Prassede, per ciò che risguarda il sapere, era molto al di sotto di suo marito.
Il suo ingegno a dir vero non era niente straordinario, ed essa non si era mai data una gran briga di coltivarlo, almeno sui libri.
Ma siccome la mente umana non può vivere senza idee, così Donna Prassede aveva le sue, e si governava con esse, come dicono che si dovrebbe fare cogli amici.
Ne aveva poche, ma quelle poche le amava cordialmente, e si fidava in esse interamente, e non le avrebbe cangiate ad istigazione di nessuno.
Avrebbe anche avuto, com'era giusto, una gran voglia di farle predominare in casa; e pare che il carattere straccurato di Don Ferrante avrebbe dovuto servire a maraviglia a questo desiderio della consorte; ma v'era un grande ostacolo.
La più parte delle idee in questo mondo non possono esser messe ad esecuzione senza danari: ora Don Ferrante poco o nulla curandosi del governo della casa, aveva però ritenuto sempre presso di sè il ministero delle finanze; e a dir vero gli affari ne erano tanto complicati, che ormai nessun altro che egli avrebbe potuto intendervi qualche cosa.
Aveva Donna Prassede il suo spillatico, pattuito nel contratto nuziale, e allo spirare d'ogni termine dopo un po' di guerra, un po' di schiamazzo, molte minacce di svergognare il marito in faccia ai parenti, veniva essa a capo di riscuotere la somma che le era dovuta.
Ma fuor di questo, tutta l'eloquenza, tutta l'insistenza, tutte le arti di Donna Prassede non avrebbero potuto tirare un danajo dalla borsa di Don Ferrante.
Le entrate, prima che si toccassero, erano impegnate a pagar debiti urgenti, o destinate a soddisfare qualche genio fastoso di Don Ferrante.
Non rimaneva dunque a Donna Prassede altro dominio che su la sua persona, sul modo d'impiegare il suo tempo, su le persone addette specialmente al suo servizio: cose tutte nelle quali Don Ferrante lasciava fare; poteva ella in somma dare tutti gli ordini l'esecuzione dei quali non portasse una spesa, o che non fossero in opposizione alle abitudini e alle volontà risolute di Don Ferrante.
La sua gran voglia di comandare, ristretta in questo picciol campo vi si esercitava con una energia singolare.
Donna Prassede profondeva pareri e correzioni a quelli che volevano, e ancor più a quelli che dovevano sentirla: e per quanto dipendeva da lei non avrebbe lasciato deviar nessuno d'un punto dalla via retta.
Perché, a dire il vero, questa smania di dominio non nasceva in lei da alcuna vista interessata; era puro desiderio del bene; ma il bene ella lo intendeva a suo modo, lo discerneva istantaneamente in qualunque alternativa, in qualunque complicazione di casi le si fosse affacciata da esaminare: e quando una volta aveva veduto e detto che quello era il bene, non era possibile ch'ella cangiasse di parere; e per farlo riuscire predicava ed operava fintanto che avesse ottenuto l'intento, o la cosa fosse divenuta impossibile: nel qual caso non lasciava di predicare per convincere tutti che avrebbe dovuto riuscire.
Sotto due padroni così diversi di inclinazioni e di occupazioni, la famiglia era come divisa in due classi; anzi in due partiti, ognuno dei quali aveva nella famiglia stessa un capo; le due persone cioè che erano più innanzi nella confidenza dell'uno e dell'altro padrone.
Prospero il maggiordomo di casa, e il favorito di Don Ferrante, faceto e rispettoso, disinvolto e composto, dotto a tutto fare e a tutto soffrire, abile a trattare gli affari, e a parlarne senza mai proferire le parole che potevano far sentire gl'impicci, o offendere la dignità del padrone, sapeva suggerir a proposito un invito da fare onore alla casa, trovare un cammeo prezioso, un quadro raro, ogni volta che una rata di pagamento stava per entrare nella cassa di Don Ferrante, e sapeva trovare un prestatore ogni volta che la cassa era asciutta.
L'antesignano dell'altro partito, la governatrice favorita di Donna Prassede era nominata molto variamente.
Il suo nome proprio era Margherita, ma dalla padrona era chiamata Ghita, dalle donne inferiori a lei, e dai paggi di Donna Prassede Signora Ghitina; e dai servitori di Don Ferrante quando parlavano fra di loro non era mai menzionata altrimenti che la Signora Chitarra.
Pretendevano costoro che il suo collo lungo, la sua testa in fuori, le sue spalle schiacciate, la vita serrata dal busto, e le anche allargate la facessero somigliare alla forma di quello strumento: e che la sua voce acuta, scordata, e saltellante imitasse appunto il suono, che esso dà quando è strimpellato da una mano inesperta.
Esercitava essa sotto gli ordini immediati della padrona la più severa vigilanza sulle persone che dipendevano da questa, ed era ministra di tutto il bene ch'ella poteva fare in casa e fuori.
Ma quanto alla gente di Don Ferrante, essa non poteva fare altro che notare tutte le azioni disordinate che essi commettevano, disapprovare con qualche cenno, o al più con qualche frizzo, e riferire poi il tutto alla padrona, la quale pure non poteva fare altro che gemere con lei.
Prospero com'è naturale era l'oggetto principale di avversione per Donna Prassede, ma inviolabile com'egli era, se ne burlava in cuore; non lasciando però di corrispondere con riverenze profonde agli sgarbi della padrona, che rendeva poi con usura in tutte le occasioni alla Signora Chitarra.
Benché questi due capi col loro predominio fossero passabilmente incomodi ognuno alla parte della famiglia che dirigeva, pure l'una parte e l'altra aveva sposate le passioni e le animosità del suo capo; l'una faceva crocchio a mormorare dell'altra; quando si trovavano in presenza, si scambiavano visacci, e talvolta parolacce, cercavano scambievolmente di farsi scomparire e d'impacciarsi a vicenda nella esecuzione degli ordini ricevuti.
Don Ferrante però aveva appena qualche sentore di questa guerra sorda, perché egli non osservava molto, e Prospero non si curava di parlargli di malinconie e le querele della moglie, le attribuiva Don Ferrante ad inquietudine di carattere, a giuoco di fantasia, come le domande di quattrini.
Lucia si trovava esclusivamente sotto l'autorità di Donna Prassede, la quale certamente non intendeva di lasciare questa autorità in ozio.
Si proponeva ella a dir vero di farsi ben servire da Lucia nella parte che le aveva assegnata; ma oltre questo fine, che era semplicemente di giustizia, Donna Prassede ne aveva un altro di carità disinteressata a suo modo, che le stava a cuore ancor più del primo, ed era di far del bene a Lucia, o di Lucia, la quale le pareva averne gran bisogno.
Perché tutto ciò che Donna Prassede nella sua villeggiatura aveva udito, per la voce pubblica, della innocenza di quella giovane, le affermazioni magnifiche ed energiche di Agnese quando era venuta a proporle la figlia, il volto, il contegno modesto, la condotta stessa così irreprensibile di Lucia non bastavano a produrre un pieno convincimento nella mente di Donna Prassede; e non poteva essa persuadersi che una giovane contadina avesse levato tanto romore di sè, fosse passata per tanti accidenti, senza averne cercato nessuno, senza essersi gittata un po' all'acqua, come si dice, senza essere almeno una testa leggiera.
Donna Prassede teneva per regola generale che a voler far del bene bisogna pensar male: la sua voglia di dominare, di operare su gli altri, che anche ai suoi occhi proprj prendeva la maschera di carità disinteressata, era come il ciarlatano, che non dice mai a chi viene a consultarlo: «voi state bene»; perché allora a che servirebbe l'orvietano? Oltracciò, l'aver ricoverata, sottratta al pericolo d'una infame persecuzione una povera giovane era un'opera certamente non senza gloria; però in questo Donna Prassede non era più che uno stromento quasi passivo, e la parte che le era toccata non domandava altro che un po' di buona volontà, senza efficacia di azione, e senza esercizio di senno, era più un assenso che una impresa.
Ma dopo aver ricoverata la povera giovane, emendare anche il suo cervello un po' balzano, rimetterla sulla buona strada, questo sarebbe stato non solo compire, ma rassettare l'opera del Cardinale Federigo; il quale era a dir vero un degno prelato, un uomo del Signore, dotto anche sui libri, ma quanto ad esperienza di mondo, a discernimento di persone, non ne aveva molto: questa insomma sarebbe stata gloria; e perché Donna Prassede potesse ottenerla, era necessario che Lucia avesse il cervello un po' balzano, e avesse fatto almeno qualche passo su una cattiva strada.
Per averne qualche prova positiva, Donna Prassede richiese qua e là informazioni intorno a quel Fermo a cui Lucia era stata promessa, e sulle avventure, sulla fuga del quale Donna Prassede aveva intese in villa voci confuse, discordi, ma tutte poco buone.
Le informazioni furono quali dovevano essere: che quel giovane era un facinoroso, venuto a Milano per metterlo sossopra, per fare il capopopolo, ch'era stato nelle mani dei birri, a un pelo dalla forca; e se ora respirava tuttavia in paese straniero, lo doveva alla sua audacia nel resistere alla giustizia, e alla celerità delle sue gambe.
Questa notizia confermò il giudizio di Donna Prassede, e le diede materia per le sue operazioni.
Dimmi con chi tratti e ti dirò chi sei, è un proverbio; e come tutti i proverbj, non solo è infallibile, ma ha anche la facoltà di rendere infallibile l'applicazione che ne fa chi lo cita.
Lucia aveva dunque infallibilmente, non già tutti i vizj, che sarebbe stato dir troppo, ma una inclinazione ai vizj di Fermo: questo fu il giudizio di Donna Prassede.
E il bene da farsi era non solo d'impedire che Lucia ricadesse mai nelle mani di Fermo, ch'ella avesse con lui la menoma corrispondenza; bisognava andare alla radice, al più difficile, guarire Lucia, farle far giudizio, togliere da quel cervellino l'attacco per colui; attacco che a dir vero era il solo vizio essenziale di Lucia.
Questa allora sarebbe divenuta al tutto una buona creatura; e chi avrebbe avuto tutto il merito dell'impresa? Donna Prassede.
La prima parte di questo disegno, la parte materiale, la vigilanza esteriore sopra Lucia era particolarmente affidata alle cure di Ghita.
Doveva essa tenerle sempre gli occhi addosso, accompagnarla alla Chiesa, spiare s'ella parlava a qualcheduno, se qualcheduno le faceva un cenno, osservare attentamente che qualche messo nascosto non le si accostasse.
Compresa e piena dell'uficio che le era imposto, Ghita nella via andava sempre con gli occhi sbarrati, e sospettosi; e siccome il volto di Lucia attraeva spesso e fermava gli sguardi, così la guardiana si trovava spesso nel caso di fare il viso dell'arme ai guardatori, o almeno di far loro intendere ch'ella vegliava, e che la loro mina era sventata: e quando s'avvedeva che la sua aria di sospetto e di minaccia femminile, invece di stornare i tentativi, avrebbe provocata l'insolenza, pericolo comunissimo a quei tempi, allora accelerava il passo, e lo faceva accelerare a Lucia.
In Chiesa poi, se uno di quegli che si trovavano sui banchi vicini aveva guardato attentamente a Lucia, o aveva tossito, Ghita, continuando a mormorare le sue orazioni, non pensava più che a guardare il suo deposito.
Aveva inoltre l'incarico di frugare, quando lo poteva senza essere scoperta, nelle tasche di Lucia, per vedere se mai ella ricevesse qualche lettera.
Questa precauzione avrebbe potuto sembrare inutile, giacché, (e qui dobbiamo apertamente confessare una cosa che finora si è appena indicata e lasciata indovinare) la nostra eroina non sapeva leggere: ma Ghita pensava che le precauzioni non sono mai troppe.
Quello poi che in questo procedere vi poteva essere d'indelicato, non riteneva Ghita per nulla; essa non vi sospettava nemmeno nulla di simile; non conosceva né la parola né l'idea; anzi la parola in questo senso non esiste neppure ai nostri giorni nella lingua pura, e noi adoperandola sappiamo d'essere incorsi in un brutto neologismo.
Finalmente, doveva Ghita cercare di scovare nei discorsi di Lucia se mai ella avesse qualche speranza, se qualche pratica fosse ordita, farla ciarlare artificiosamente su tutti quegli incidenti che avevano dato a Ghita qualche sospetto.
Ebbene, signori miei, tutta questa gran macchina di cure e di operazioni, tutto questo lavorare sott'acqua non dava quasi nessun incomodo a Lucia; o per dir meglio ella non se ne avvedeva; e benché non potesse a meno di non sentire qualche cosa di minuto e di pettegolo nella sollecitudine continua di Ghita, pure lo attribuiva alla indole di lei, e non mai a un disegno profondo, e comandato.
I pensieri di Lucia, quel pensiero ch'era divenuto lo scopo principale della sua vita, la portavano alla ritiratezza, ad astenersi da ogni comunicazione; e quindi ella non era avvertita dolorosamente di ciò che altri facesse per rivolgerla ad un punto al quale ella tendeva naturalmente.
In altri tempi quella situazione così nuova, così opposta alle sue abitudini, così lontana dalle sue affezioni, le sarebbe stata penosissima, ma la facilità ch'ella vi trovava di ottenere quel suo scopo faceva ch'ella vi stesse con rassegnazione, e quasi vi riposasse se non con piacere, almeno col desiderio di farsela piacere.
E il suo scopo era tuttavia quello di cui abbiamo già parlato: scordarsi di Fermo.
Si studiava ella quindi di rinchiudere tutte le sue idee nella casa dove era stata allogata, di ristringerle alle sue occupazioni, si metteva con grande intensione a tutte le cose che le erano comandate, si rallegrava tutte le volte che vedeva dinanzi a sè molti doveri che occupassero tutta la sua giornata, che non le dessero agio di correre con la mente a desiderj vani e colpevoli, di smarrirsi nelle memorie d'un passato irreparabile.
Le memorie tornavano però sovente a tormentarla; l'immagine della madre era, sempre la prima a presentarsi; e mentre Lucia si fermava a contemplarla con sicurezza, con una mesta affezione, l'immagine di Fermo che le stava dietro nascosta, si mostrava.
Lucia voleva rispingerla tosto; ma l'immagine che non voleva andarsene aveva un buon pretesto, ed era sempre lo stesso, per obbligare Lucia a trattenerla almeno un momento: le ricordava in aria trista e non senza rimprovero i pericoli che Fermo aveva corsi, e quelli che forse gli soprastavano ancora, le rimostrava che quando anche un nuovo dovere può far rinunziare ad un affetto, già così lecito, già così caro, non deve, non vuol però togliere la pietà, la sollecitudine, la carità del prossimo.
Lucia combatteva, rivolgeva la mente ad altre immagini, ma tutte erano tinte di quella prima, tutte la richiamavano.
I luoghi, le persone: Don Abbondio avrebbe dovuto pronunziare quelle parole, per cui ella sarebbe stata di Fermo: i consigli, le cure, del Padre Cristoforo per chi erano? per Lucia e per Fermo: fino il monastero di Monza, fino il Castello del Conte, fino il cardinale Federigo, tutto si legava a Fermo, e molte volte Lucia ripensando a tutto questo, si accorgeva ch'ella si era immaginata di raccontar tutto a Fermo.
Con tutto ciò, ella combatteva, e la guerra sarebbe stata, se non sempre vinta, pure meno aspra e meno dolorosa; Lucia avrebbe potuto, se non ottenere lo scopo almeno andargli sempre da presso, se questo scopo non fosse stato anche quello di Donna Prassede.
La brava signora, per toglier Fermo dall'animo di Lucia, non aveva trovato mezzo migliore che di parlargliene spesso.
La faceva chiamare a sè, e seduta sur una gran seggiola con le mani posate e distese sui bracciuoli di qua e di là dei quali pendevano le maniche della zimarra di dammasco rabescato a fiori, che era stato l'abito di moda nei bei giorni di Donna Prassede, nel tempo in cui v'era buona fede e semplicità, in cui tutti, fino i giovani, erano savj ed onesti, col volto imprigionato tra un cappuccio di taffetà nero che copriva la fronte, e una enorme lattuga che girava intorno alla gola e sul mento, Donna Prassede ricominciava la sua predica per provare a Lucia ch'ella non doveva più pensare a colui.
La povera Lucia protestava da principio con voce angosciosa, e timida, ch'ella non pensava a nessuno.
Donna Prassede non voleva mai stare a questa ragione, e ne aveva molte da opporre: «So come vanno le cose», diceva ella, «conosco il mondo: so come son fatte le giovani: se v'è un ribaldo, è sempre il più accetto.
Fate che per qualche accidente non possano sposare un galantuomo, un uomo di giudizio, si rassegnano tosto; ma se è uno scavezzacollo: non se lo possono cavar dal cuore.
Eh figlia mia, non basta dire: - non penso a nessuno -: vogliono esser fatti, fatti e non parole».
Così seguendo una sua idea, che è anche quella di molti altri, che per far passare in una testa ripugnante i proprj sentimenti, bisogna esprimerli con molta efficacia, adoperare i termini i più forti ed anche esagerati, Donna Prassede non risparmiava i titoli al povero assente, lo nominava come un oggetto d'orrore, di schifo, faceva sentire che sarebbe stata cosa inconcepibile, mostruosa, che alcuno potesse avere interessamento, e peggio inclinazione per colui.
Così ella otteneva appunto l'intento opposto a quello ch'ella si proponeva.
Lucia cercava di dimenticar Fermo; ma quando una parola sgraziata, e nemica glielo voleva a forza rimettere nella mente in un aspetto odioso e spregevole, allora tutte le antiche memorie si risvegliavano ed accorrevano per rispingere una immagine tanto diversa dalla immagine in cui quella mente era stata avvezza a compiacersi.
Il disprezzo con che il nome di Fermo era proferito faceva ricordare a Lucia la condotta, il contegno, il buon nome di Fermo, tutte le ragioni per cui ella lo aveva stimato; l'odio faceva risorgere più risoluto l'interesse; l'idea confusa dei pericoli ch'egli aveva corsi, anche dei falli ch'egli poteva aver forse commessi, pericoli e falli che Donna Prassede rinfacciava a Lucia con eguale amarezza come un egual motivo di avversione, suscitavano più viva e più profonda la pietà, e da tutti questi sentimenti rinasceva quell'amore, che Lucia si studiava tanto di estinguere.
L'amore, acconsentito o combattuto, che sia, dà a tutti i discorsi una forza e un vigore suo proprio.
Lucia diventava coraggiosa, e giustificava Fermo: e Donna Prassede approfittava di quelle parole come d'una confessione per provare a Lucia che non era vero ch'ella non pensasse più a lui.
E con questa prova in mano lavorava sempre più animosamente sull'animo di Lucia, facendole vedere chi era colui ch'ella ardiva pure di difendere.
E che doveva ringraziare il cielo che la cosa fosse finita a quel modo, altrimenti le sarebbe toccato un bel fiore di virtù.
Buon per lui che le gambe lo avevano servito bene, altrimenti, avrebbe fatto una bella figura, avrebbe tenuta compagnia a quei quattro altri galantuomini...
Quando la grossolana signora toccava tasti d'un suono così orribile, la povera Lucia non poteva più fare altro che prendere con la sinistra il grembiale, portarlo al volto per nasconderlo, e per ricevere le lagrime che le sgorgavano dirottamente.
Se Donna Prassede avesse parlato così per un odio antico, per fare vendetta di qualche affronto crudele, l'aspetto del dolore che producevano le sue parole gliele avrebbe forse fatte morire in bocca o cangiare in parole più dolci; ma Donna Prassede parlava per fare il bene, e non si lasciava smuovere: a quel modo che un grido supplichevole, un gemito di terrore potrà ben fermare l'arme d'un nemico, ma non il ferro d'un chirurgo.
Fatte ingojare a Lucia tutte le amare parole ch'ella credeva necessarie pel bene di lei, Donna Prassede, che non era trista in fondo, la rimandava con qualche parola di conforto e di lode, e rimaneva sempre soddisfatta di avere acconciato un po' il cuore di quella giovane.
Acconciato come una gala di mussolo, stirata da un magnano.
La povera Lucia riconoscendo la buona intenzione pregava però caldamente che queste prove d'interessamento le fossero risparmiate.
Donna Prassede aveva nel fondo del suo cuore un altro disegno sopra Lucia, che sarebbe stato il compimento dell'opera.
Silietta si compiaceva molto nella compagnia di quella giovane che era la sola in casa che le desse retta, e la lasciasse parlare; e Donna Prassede pensava che si sarebbe fatto un gran benefizio a Silietta e a Lucia stessa, se si fosse potuto farle nascere la vocazione di andar conversa nel monastero dove Silietta doveva esser monaca.
Quivi Lucia sarebbe stata fuori d'ogni pericolo per sempre, e la buona opera di Donna Prassede sarebbe stata più evidente, più conosciuta; Lucia sarebbe divenuta un monumento parlante della sapiente benevolenza della sua padrona.
Non ne aveva però fatta la proposizione a Lucia, ma con quell'arte sopraffina che possedeva, cercava tutte le occasioni per far nascere spontaneamente nel cuore di Lucia questo desiderio.
A poco a poco queste insinuazioni divenivano più frequenti e più chiare; e Lucia, cominciava a comprenderle, ma però senza che le cominciasse la voglia di acconsentirvi.
V'era nulladimeno per essa un gran vantaggio, che Donna Prassede cadeva meno spesso, e con meno impeto su quel primo, più doloroso argomento, tanto più doloroso, perché Lucia non aveva con chi esilararsi della tristezza angosciosa che quei discorsacci le cagionavano.
La nostra Agnese era lontana, a casa sua, dove pensava sempre a Lucia; e andava spesso alla villa di Donna Prassede per saper le nuove di Lucia; e le nuove le erano sempre date ottime, coi saluti della figlia.
La buona donna si struggeva di rivederla, ma andar fino a Milano! In quei tempi, con quelle strade, con quella scarsezza di comunicazioni, coi bravi, coi boschi, quella era quasi una impresa di cavalleria errante; e Agnese si rassegnava all'idea di esser lontana da sua figlia, come ai nostri giorni farebbe una madre della condizione di Agnese, che avesse una figlia collocata in Inghilterra.
La povera donna aveva un'altra faccenda su le braccia: la corrispondenza con Fermo.
Quantunque egli non trovasse bel paese quello dove non era Lucia, pure, sapendo com'egli stava sui registri di Milano, non ardiva scostarsi dall'asilo.
Faceva scrivere ad Agnese, per chiedergli nuove della figlia; dico, faceva scrivere, perché i nostri eroi, simili in ciò a quelli d'Omero, non conoscevano l'uso dell'abbicì.
Agnese si faceva leggere e interpretare le lettere, e incaricava pure altri della risposta.
Chi ha avuto occasione di veder mai carteggi di questa specie, sa come son fatti e come intesi.
Colui che fa scrivere, dà al segretario un tema ravviluppato, e confuso; questi parte frantende, parte vuol correggere, parte esagerare per ottener meglio l'intento, parte non lo esprimere come lo ha inteso; quegli a cui la lettera è indiritta, se la fa leggere; capisce poco; il lettore diventa allora interprete, e con le sue spiegazioni imbroglia anche di più quel poco di filo che l'altro aveva afferrato: di modo che le due parti finiscono a comprendersi fra loro come due filosofi trascendentali.
Il peggio è quando la situazione della quale si vuol render conto è complicata, e i disegni e le proposte che si voglion fare, sono contingenti e condizionate.
Tale era il caso di Fermo.
Il suo disegno era di stabilirsi a Bergamo, di viver quivi della sua professione, e di farsi con quella anche un po' di scorta, di preparare un buon letto a Lucia, e che allora essa venisse a Bergamo con la madre ed ivi si concludessero le nozze.
Ma i tempi non erano propizii: l'amore, che dipinge le cose facili, bastava bensì a persuadere a Fermo che il suo disegno si sarebbe potuto eseguire in seguito; ma non poteva nascondergli che per allora era ineseguibile.
Bisognava adunque che Fermo facesse intendere ad Agnese questo miscuglio di speranze fondate anzi certe, e di impaccio attuale, di sì nell'avvenire, e di no nel presente.
Agnese ricevette la lettera dopo il ritorno da Monza, intese e fece rispondere come potè.
Il ratto di Lucia fece tanto strepito, che la voce ne giunse a Fermo, ma per buona ventura insieme con quella della liberazione.
Pure ognuno può immaginarsi quali fossero le sue angustie.
Se Lucia fosse rimasta nel suo paese, Fermo certamente non si sarebbe tenuto dall'andarvi: di nascosto, di notte, travestito, per balze, per greppi, come che fosse, vi sarebbe andato.
Ma egli seppe anche che Lucia era partita per Milano; e in tale circostanza non solo il pericolo diventava per Fermo incomparabilmente maggiore, ma il tentativo incomparabilmente più difficile, e l'evento quasi disperato.
Dovette egli dunque contentarsi di chiedere schiarimenti ad Agnese.
La buona donna trovò il mezzo di fargli avere per mezzo d'un mercante quei cento scudi che Lucia aveva destinati a lui, ed una lettera, nella quale v'era l'intenzione di metterlo al fatto di tutto l'accaduto.
Ma questa lettera non isgombrò le inquietudini, e le ansietà di Fermo; anzi i cento scudi le accrebbero: - giacché -, pensava egli, - ora che Lucia per una ventura inaspettata possiede tanto che basta perché noi possiamo viver qui marito e moglie, perché non viene ella, e mi manda invece questi denari, come un dono, come una elemosina, come...
(e qui Fermo si sentiva scoppiare)...
come un congedo? Voglio io denari da lei? E se ella non è mia, pensa ch'io possa da lei ricevere qualche cosa? - Per quanto Agnese avesse cercato di fargli scriver chiaro che Lucia dallo spavento in poi si trovava quale egli l'aveva lasciata, Fermo alla vista di quei denari, e dati a quel modo, era assalito da mille dubbi torbidi e strani.
Le lettere che egli faceva scrivere a Lucia, cadevano tutte in mano di Donna Prassede, la quale certo non le consegnava a cui erano indiritte, ma pel meglio, le leggeva, e si regolava su le notizie che ne ricavava.
Fermo sempre più inquieto chiedeva ad Agnese la spiegazione di quei dubbii e del silenzio di Lucia.
Quand'anche Agnese avesse saputo scrivere non avrebbe potuto soddisfare il poveretto, perché la cagione del silenzio le era ignota, ed essa pure non capiva bene il contegno di Lucia con Fermo.
La spiegazione di tutto era nel voto fatto da Lucia, e che essa non aveva confidato né meno alla madre.
La corrispondenza andava sempre più imbrogliandosi fin che essa fu interrotta dagli avvenimenti che racconteremo nel volume seguente.
TOMO QUARTO
CAPITOLO I
Dalla fine dell'anno 1628 alla quale siamo pervenuti con la narrazione, in sino alla metà del 1630, i nostri personaggi, quale per elezione, e quale per necessità si rimasero a un dipresso nello stato, in cui gli abbiamo lasciati; e la loro vita non offre in questo tempo quasi un avvenimento che ci sembri degno di menzione.
Qualche fatto, benché molto grave per taluno dei nostri eroi, non produsse però mutazione nello stato degli altri.
Pare quindi che noi dovremmo saltare a piè pari al punto in cui la nostra storia ripiglia un movimento, e un progresso generale.
La storia pubblica però di quell'anno e mezzo è piena di successi; e noi non possiamo dispensarci dal riferirli, da essi e con essi nacquero gli eventi privati che formeranno la materia ulteriore del nostro racconto.
Quei successi varii e moltiplici si riducono a tre principali: fame, guerra, e peste: lo dichiariamo sul bel principio, affinché quei lettori che amano cose allegre, possano gettar tosto il libro, e non abbiano poi a lagnarsi di non essere stati avvisati in tempo.
Dopo la bella spedizione del giorno di San Martino, parve per qualche tempo che l'abbondanza invocata da una parte con tanti urli, promessa dall'altra con tanta sicurezza, fosse venuta davvero.
Il pane a quel modico prezzo che abbiam detto; e questa volta non per una ipotesi violenta, ma per un compenso che i Decurioni coi denari della città avevano stabilito ai fornaj: i forni sempre ben provveduti: tutto sarebbe andato bene, se le cose avessero potuto durare così fino al raccolto: vale a dire se l'impossibile fosse divenuto possibile.
È cosa istruttiva e curiosa l'osservare per quali modi i disegni assurdi vadano a male, le volontà insipienti sieno frustrate, notare i principj, i progressi, la varietà degli inciampi e delle resistenze, gli effetti non premeditati nel disegno, e che nascono necessariamente ad impedire l'effetto voluto e promesso.
Noi abbiamo fatte molte ricerche negli atti pubblici e nelle memorie degli scrittori, per tener dietro alla storia di quei provvedimenti annonarj; ma il filo che a gran fatica abbiam potuto prendere da quella matassa scompigliata appena ci ha condotti per un breve tratto, ci ha fatti raccappezzare gli effetti più prossimi.
Ed eccoli quali risultano da autentici documenti.
Quelli che avevano denari oltre il bisogno quotidiano, correvano in folla ai forni a comperar e ricomperare pane, ai mercati a comperar e a ricomperare farine, per farne provvigioni.
Appariva quindi manifestamente che il ribasso del prezzo fatto ad intendimento di dare pane ai poveri, tendeva invece a farlo tutto venire in potere dei facoltosi.
Grida dei 15 novembre, che proibisce il comperar pane e farine per più che il bisogno di due giorni, sotto pene pecuniarie e corporali ad arbitrio di S.E., ordine agli anziani, insinuazione a tutti di denunziare i contravventori, ordine ai giudici di fare perquisizioni per le case.
Come si facciano denunzie e perquisizioni è cosa facile da capirsi; ma quello che nessuno potrà capire davvero né immaginare, si è come con questi mezzi si potesse colpire tanti contravventori da impedire, o da diminuire sensibilmente quella tendenza a fare scorta per l'avvenire.
Un consumo così straordinario in tempi di grande scarsezza doveva rendere difficile a rinvenirsi la materia prima sufficiente: quindi la grida del 23 di novembre che sequestrava in mano degli affittuarj e di chi che altri fosse la metà del riso da essi posseduto (il riso allora entrava nella composizione del pane comune) e la riteneva agli ordini del Vicario e dei dodeci di Provvisione per l'uso della città.
Ma questa città che aveva assunto l'impegno di mantenere il pane al prezzo d'un soldo per otto once, pagando la differenza tra il prezzo reale dei grani, non possedeva tesori inesausti, era anzi imbrattata di debiti, e non sapeva dove darsi di capo per aver danari: perché dunque essa potesse mantenere l'impegno, Grida dei 7 dicembre, che obbliga i possessori del riso a venderlo, non brillato, al prezzo di L.
12, a chi avrà ordine dal Tribunale di provvisione.
A chi ne vendesse a maggior prezzo pena la perdita del riso, una multa di altrettanto valore e maggior pena pecuniaria, ed anche corporale sino alla galera all'arbitrio di S.E.
secondo le qualità dei casi e delle persone.
Così si era provveduto all'abbondanza della città.
Ma i foresi sono essi pure soggetti alla legge di mangiare per vivere: e giacché le gride tiravano per forza da tutte le parti tanto pane in città, era cosa troppo naturale che i foresi accorressero alla città a provvedersene.
Questa cosa naturale, è chiamata un inconveniente dalla grida dei 15 di dicembre, la quale vieta il portar fuori della città pane pel valore di più di venti soldi per volta, sotto pena della perdita del pane, di scudi venticinque, ed in caso d'inabilità, di due tratti di corda in publico, e maggior pena ancora all'arbitrio di S.E.
per ogni volta.
Ai ventidue dello stesso mese la stessa proibizione fu estesa ai grani ed alle farine.
A questo punto, con nostro rammarico, e forse con un maligno piacere dei lettori, ci mancano ad un tratto gli atti autentici; e tutte le memorie storiche che ci è stato possibile di consultare non hanno più nulla né sul prezzo del pane, né sugli altri regolamenti dell'annona.
Fanno soltanto il quadro dello stato del paese in quell'anno 1629, fino al raccolto; ed ecco la copia di quel tristo quadro.
Chiuse o deserte le botteghe, e le officine; gli operaj vaganti per le vie, smunti, scarnati, tendendo la mano ad accattare, o esitando ancora tra il bisogno e la verecondia.
Misti agli operaj i contadini venuti alla città, traendo i vecchj e le donne coi fanciulli in collo, e mostrandoli ai passaggeri, e chiedendo che si desse loro da vivere con una querimonia impaziente, con isguardi abbattuti e pur torvi.
Misti agli operaj e ai contadini molti di quei bravi, già rilucenti d'arme e spiranti una leziosaggine ardimentosa, ora abbandonati dai loro signori, erravano mezzo coperti d'un resto dei loro abiti sfarzosi, domandando supplichevolmente, e guardando con sospetto per non tendere inavvertentemente la mano disarmata e tremante a tale su cui l'avessero altre volte levata repentina a ferire.
Spettacolo che avrebbe rallegrate molte ire, se il sentimento di tutti non fosse stato assorto nella miseria e nel patimento comune.
Nè questi soli, ma di altra varia origine nuovi mendichi confusi coi mendichi di mestiere si aggiravano, o si strascinavano per la città, e nell'abito, e nei modi mostravano indizj dell'antica condizione e della professione che altre volte procuravano loro un vitto certo e a molti agevole.
Da per tutto cenci e lezzo; da per tutto un ronzio continuo di voci supplichevoli, come se si fosse camminato in mezzo ad una processione.
Qua e là a canto ai muri, sotto le gronde, mucchj di paglia, e di stoppie peste, trite, fetenti, miste d'immondo ciarpame, che avevano servito nella notte come di canile ai mendichi cacciati dalla fame alla città, dove non avevano un asilo da posare il capo.
Molti si vedevano rodere con uno sforzo ripugnante erbe, radici, cortecce, che avevano raccolte nei prati, nei boschi, come un viatico fino alla città dove speravano di trovar pure un vitto più umano.
Di tratto in tratto alcuno di quegli infelici si vedeva ristare, vacillare, tendere dinanzi a sè le mani aperte come per cercare un appoggio, e cadere; ed erano talora madri coi bamboli in collo.
Rari, costernati, in silenzio, raccogliendo gli sguardi a sè, quasi per non vedere, abbassando la fronte come se provassero vergogna di tanta miseria, turandosi le narici giravano fra quella turba coloro che altre volte eran chiamati ricchi, ed ora pure davano invidia perché avevano ancor tanto da preservarsi se non dal disagio, almeno dalla penuria mortale.
Altri di essi che poco innanzi passeggiavano con un fasto minaccioso, con un corteggio insolente di spadaccini, ora soletti, in abito negletto e come da corruccio, con gli sguardi depressi, coi volti non avresti saputo dire se storditi o compunti, attraversavano in fretta le vie, e sparivano.
Altri esaurito già il contante che avevano destinato al soccorso dei poverelli, vinti dalla crescente misericordia, aprivano di nuovo lo scrigno, intaccavano le scorte riserbate ai loro bisogni, e uscivano; e assaliti da richieste superiori alla liberalità ed alle facoltà loro, guatavano, per discernere tra miseria e miseria, tra angoscia e angoscia quelle a cui era dovuto più pronto il sovvenimento.
Appena il muovere della mano manifestava una intenzione di liberalità, una gara tumultuosa e incalzante di grida, di sospinte, di mani levate si faceva intorno a loro; gli estenuati e stupidi dall'inedia pigliavano come una forza istantanea dalla nuova speranza, e si pignevano innanzi con violenza; i più robusti gli rigettavano con furore, alle preghiere alla invocazione dei nomi più santi si mescevano le bestemmie della disperazione; i vecchj rispinti tendevano da lontano le palme scarne; le madri alzavano i fanciulli scolorati, male ravvolti nelle fasce stracciate, e ripiegati per languore nelle loro mani.
Quei caritevoli dovevano lasciarsi rapire più tosto che distribuire i soccorsi; e spogliati in un momento di ciò che avevano portato con sè, fra le benedizioni, e le rampogne, rovesciando le tasche vuote, uscivano a stento dalla folla più contristati del male irrimediabile, che soddisfatti del poco bene che avevan potuto fare; e se ne tornavano non avendo più altro da dare in risposta a nuove richieste che un aspetto di commiserazione, un cenno delle mani che esprimeva una buona volontà inutile, una ripulsa dolente.
In mezzo ad una tanta confusione di guaj, e ad una tanta insufficienza d'ajuti, si mostrava però a luogo a luogo un ajuto più generale e più ordinato che annunziava una grande copia di mezzi, e una mano avvezza a profondere con sapienza.
Era la mano del nostro Federigo.
Oltre le elemosine in vitto e in danaro, ch'egli distribuiva (il Tadino afferma che nel suo palazzo due mila poveri ricevevano ogni giorno una capace scodella di riso) aveva l'ingegnoso compassionatore deputati sei preti che girassero a coppia per pigliar cura dei poveri sfiniti per le vie.
Ad ogni coppia aveva assegnato un quartiere della città tripartita; ogni coppia era seguita da facchini che portavano grandi corbe con pane, vino, minestra, uova fresche, brodi stillati, aceto medicato d'aromi.
S'accostavano quei preti ai poverelli che giacevano abbandonati sul pavimento, e soccorrevano ad essi secondo il bisogno: a questo esinanito dal digiuno il cibo era il più necessario ed efficace rimedio: quell'altro svenuto per più antica inedia, e già presso al morire, non avrebbe avuto vigore abbastanza per patire né per prendere il cibo; e faceva mestieri di più sottili e potenti ristorativi per richiamarlo alla vita, e rendergli a poco a poco le forze.
Quando alcuno d'essi era rinvenuto o riconfortato, uno dei preti gli amministrava i sacramenti, e le consolazioni della religione, quindi guardava intorno a sè per vedere in qual casa del vicinato avrebbe potuto procurargli un ricovero, trovatolo ve lo faceva portare.
Se il padrone era dovizioso, il prete in nome del Cardinale lo supplicava che volesse ricettare, collocare in qualche angolo della casa, nutrire quel derelitto che Dio gli mandava; ma quando il languente era portato in una casa, dove non sembrasse che in un tale anno potessero sovrabbondare provvisioni per usi di carità, quivi il prete pregava il padrone a ricogliere e ad ospiziare per prezzo colui che vi era presentato; e sborsava il prezzo generoso anticipatamente.
Notava poi il luogo, e tornava a visitare il raccomandato, a curare che nulla gli mancasse; così mentre l'un prete soccorreva i giacenti nella via, l'altro percorreva le case dove erano raccolti quegli altri.
La riverenza dell'abito sacerdotale, l'autorità di Federigo come presente a quegli uficj prestati per suo ordine, e la santità degli uficj stessi, contenevano la folla tumultuosa, in modo che quei preti potessero esercitarli tranquillamente e ordinatamente.
Era questo per certo un alleggiamento ai pubblici mali, e grande se si consideri che veniva da un solo avere e da una sola volontà, ma rispetto ai bisogni scarso e inadeguato.
Intanto che in tre angoli della città alcuni pochi erano levati da terra, e ravvivati, in cento parti cadevano le centinaja, e molti per non esser più rialzati che sulle spalle dei sotterratori.
Nè le morti continue diradavano quella folla miserabile, la fame incalzava da tutte le parti del territorio nuova folla alla città; le vie che vi conducono qua e là segnate di cadaveri, brulicavano sempre di nuovi pellegrini che dal piano circostante, dai colli meno vicini, dai monti lontani venivano strascinandosi; diversi d'abito, e di pronunzia, oggetto l'uno all'altro non più di pietà ma di orrore, luridi tutti, ognuno più sbigottito dal trovarsi in mezzo a tanti compagni di disperazione, a tanti rivali d'accatto.
Attraverso costoro passavano pure altri non meno luridi pellegrini che fuggivano dalla città, non già sperando di trovare in altra parte più facile sostentamento, ma per morire altrove, per mutare un cielo divenuto odioso, per non veder più quei luoghi dove avevano tanto patito.
Così crescendo sempre il numero dei poveri a misura che la popolazione s'andava scemando era trascorso l'inverno e già avanzata la primavera.
E quei poveri si andavano sempre più condensando nella città; accorrevano la più parte negli alberghi; e avrebbe dovuto essere bene spietato, ma anche ben sicuro il padrone che negasse loro quella ospitalità: quivi giacevano le notti ammucchiati su la paglia, sul letame: le case, le vie si riempivano di malati, di cadaveri, di cenci, e di puzzo: dimodoché si cominciò a temere che alla fame tenesse dietro la contagione.
Il tribunale della Sanità instava presso quello della Provvisione perché si antivenisse questa nuova sciagura; e proponeva che seguendo l'esempio e dilatando l'opera di Federigo, raccolto tutto ciò che poteva esser destinato al pubblico soccorso, si distribuisse nutrimento a quelli che ne mancavano, e gl'infermi si raccogliessero, e si collocassero in diversi ospizj per rendere più facile il servizio, e per evitare i pericoli di una troppo grande riunione.
Ma nella Provvisione prevalse il partito di raccattare tutti gli accattoni validi e infermi nella fabbrica del Lazzeretto.
I medici conservatori del Tribunale della Sanità, protestarono contra questo disegno, allegando che in una tanta turba ammassata in un luogo e costretta in picciole stanze l'epidemia sarebbe stata inevitabile; ma alle proteste non si diede retta, come afferma il Tadino uno di quei medici.
E se vogliamo credergli in tutto, la cagione principale di far prevalere quel partito fu il desiderio di servire ad un interesse privato, o a quello che alcuni privati credevano il loro interesse.
Erano nel Lazzeretto deposte molte merci venute da paesi sospetti di peste, e si ritenevano quivi per le purghe e per le prove; coloro a cui quelle merci appartenevano brigarono perché il Lazzeretto fosse destinato ad un altro uso, e con questo pretesto le merci fossero loro rilasciate: e furono esauditi.
Il Lazzeretto (se mai questa storia venisse alle mani di chi non sia mai stato a Milano) è una fabbrica quasi quadrata: i due lati maggiori tirano a un di presso cinquecento passi andanti; gli altri due poco meno; un fossato scorre e volta intorno all'edificio: ogni lato ha nel mezzo una porta, e un ponte sul fossato: tutti i lati dell'edificio nella parte rivolta al di fuori sono divisi in camerette, che sono in tutto 296: nell'interno gira per tre lati un porticato: lo spazio interiore è sgombro; fuorché nel mezzo, dove sorge un tempietto ottangolare.
All'aprirsi dell'estate il Lazzeretto fu sgombro dalle merci, disposto pel nuovo uso, ed aperto ai mendicanti.
Da principio vi accorsero volonterosi i più famelici e desolati: ma altri, che dal trovarsi in più picciol numero ad accattare speravano più frequenti soccorsi, e ai quali ad ogni modo era meno amaro lo stentare in libertà che campacchiare rinchiusi, non risposero all'invito.
Dall'invito, come è l'uso, si venne alla forza, si mandarono birri che agguatassero chi mendicava, e chi dall'aspetto appariva un pezzente, lo legassero pel suo migliore, e lo trasportassero a forza al Lazzeretto: e per ognuna di queste prede era stato assegnato al predatore una ricompensa di dieci soldi: tanto è vero che anche nelle più grandi strettezze non mancano mai danari per fare delle minchionerie.
In poco tempo il Lazzeretto tra volontarj e sforzati rinchiuse poco meno di dieci mila poverelli, d'ogni età, e d'ogni sesso, della città, del contado, di più lontane regioni; uomini che avevano passata la loro vita in una operosa semplicità; e scherani pasciuti in una scioperaggine facinorosa; donne, fanciulle, giovanetti nutriti nella verecondia e nella inesperienza del tugurio, dei campi, della officina domestica, nelle consuetudini della pietà; altri fino dall'infanzia disciplinati nella scola del trivio, all'accatto, alla ruba, alla buffoneria, alla truffa, al dileggio; non sapendo né ricordandosi di Dio, se non quel tanto ch'era necessario per bestemmiare il suo nome.
Si trattava di allogare, di alimentare, e di contenere con una eguale disciplina un raccozzamento così numeroso di tali e d'altri più diversi e moltiplici elementi; e la cosa sarebbe riuscita ottimamente, se la buona intenzione, lo zelo, e l'affaccendamento di alcuni potessero bastare ad ogni impresa.
Il numero dei ragunati nel Lazzeretto fece che fossero stivati a venti a trenta per ogni cella, ove si giacevano prostrati come bestie, dice il Tadino, sopra una paglia imputridita.
Il pane che si distribuiva ad essi avrebbe dovuto, secondo gli ordini della Provvisione esser buono; perché quale amministratore ha mai ordinato che si faccia e si distribuisca pane cattivo? Ma si tenne da tutti che quel pane fosse adulterato con sostanze insalubri, non nutritive; cosa più che probabile in tanta scarsezza; e con tanta difficoltà d'invigilare.
Quanto al governo di quella brigata, v'erano pure ordini perché ognuno si contenesse con modestia, si lasciassero i vizj, e l'ozio che ne è il padre, perché quegli che potevano esercitassero quivi l'arte loro, e gli altri almeno non mettessero scompiglio.
A malgrado però degli ordini, mirabil cosa! coloro che erano stati vagabondi prima d'entrare nel Lazzeretto, vagabondavano quivi come potevano; e attendevano a molestare gli occupati: quegli che v'erano stati cacciati a forza riempivano tutto di querele, di bestemmie, di tumulto.
In somma l'angustia, la sporcizia, la caldura, il cibo malsano, le acque stagnanti, la noja, l'accoramento, il furore, la sfrenatezza d'ogni genere fecero ivi tanto sperpero, che in poco tempo la mortalità si manifestò più grande fra quei poveri a cui si era così provveduto che non fosse stata nei dispersi e abbandonati.
In alcuni giorni il numero dei morti in alcune camerette oltrepassò la decina.
Il Tribunale della sanità rimostrava, indefessamente, tutta la città mormorava, la confusione e la strage cresceva ogni giorno, la cosa era divenuta insopportabile a quelli che la facevano, a quelli per cui era fatta, i deputati non avevan più testa; si tenne consulta, e il partito il più savio, il più ovvio, il partito indeclinabile parve a tutti di disfare ciò che s'era fatto con tanta fiducia e con tanto apparato; il Lazzeretto fu aperto, e i poveri lasciati all'antica licenza di errare mendicando.
S'affoltarono ai cancelli con un tripudio iracondo; una gioja furente e spensierata si dipingeva come a forza in quegli sguardi foschi e mezzo estinti, su quei tratti indurati nella espressione del dolore: il sentimento della libertà racquistata suppliva in quel primo momento a tutte le speranze, a tutti i bisogni.
La città tornò a risuonare dell'antico clamore, ma più interrotto e più fievole; rivide quella turba più rada, ma più ancora miserevole, più sformata, più orrenda per la diminuzione stessa; la quale faceva risovvenire ad ogni pensiero che dei tanti scomparsi nessuno era uscito da quella gramezza che per la morte.
Questo fu nell'estate: il raccolto venne finalmente a salvare coloro nei quali l'inedia non era degenerata in morbo incurabile; la mortalità si andò a poco a poco scemando; quegli che erano stati sospinti dalle necessità al mendicare ritornarono alle antiche loro occupazioni.
Si cominciava a respirare, e i mali già consumati nel passato divenivano un soggetto di commemorazione e di trattenimento, grave sì ma non senza qualche dolcezza pel pensiero di averli varcati, non senza qualche fiducia di miglior tempo, parendo agli uomini di avere esauriti in breve spazio i patimenti che avrebbero dovuto diffondersi in una lunga durata, di aver quasi pagata una gran parte di tributo anticipato alla sventura; quando nuovi mali richiamarono sul presente l'attenzione e il terrore di tutti.
Non la guerra propriamente detta, ma un passaggio di truppe, più funesto agli abitanti che nessuna guerra più accanita, desolò una parte del Milanese; e condusse la peste dalla quale nessun angolo di quel paese fu salvo.
Ci conviene ora accennare brevemente le origini di tanta rovina.
Vincenzo I Gonzaga duca di Mantova era morto nel 1612, lasciando tre figli.
Il primo Francesco morì nello stesso anno, e non rimase di lui che una figlia per nome Maria; Ferdinando che dopo di lui tenne lo stato morì senza prole legittima nel 1626; Vincenzo II l'ultimo dei fratelli gli succedette in età di 32 anni già consumato dagli stravizzj, senza speranza di prole, e manifestamente vicino al sepolcro.
Già molte ambizioni, molte cupidigie, molti sospetti stavano all'erta aspettando ch'egli vi scendesse.
Ma egli aveva instituito erede per testamento Carlo Gonzaga Duca di Nevers, del resto suo parente il più prossimo.
E per assicurare l'effetto di questa disposizione, aveva segretamente fatto scrivere al Nevers che mandasse a Mantova il figlio, pur egli Carlo Duca di Rethel affinché al momento che il Ducato verrebbe a vacare, potesse pigliarne il possesso in nome del padre.
Ma oltre il Ducato di Mantova, dalla successione del quale erano per investitura escluse le femine, Vincenzo lasciava pur quello del Monferrato, al quale, pel complicato, confuso, incerto, variamente applicabile diritto pubblico d'allora, Maria, nipote di Vincenzo poteva aver qualche ragione.
Per togliere ogni soggetto ed ogni pretesto di dissensioni, pensò il Duca Vincenzo, o chi pensava per lui, a dare quella Maria in moglie al Duca di Rethel che aveva fatto chiamare.
L'aspettato giovane arrivò che il Duca Vincenzo era agli estremi: le nozze che questi aveva proposto si fecero nella notte dopo il 25 Dicembre 1628, mentre egli moriva.
La morte e il matrimonio terminano per lo più le tragedie e le commedie del teatro; ma danno sovente principio alle tragedie e alle commedie della vita reale.
Al mattino lo sposo comparve in grande abito da lutto, assunse il titolo di Principe di Mantova, e padrone delle armi e della Cittadella, fu senza difficoltà riconosciuto dagli abitanti.
Ma v'era altri a questo mondo che avevano qualche cosa da dire in quella faccenda.
Luigi XIII re di Francia, o per dir meglio il Cardinale di Richelieu sosteneva il Nevers, uomo d'origine italiana, ma nato francese; anzi aveva egli il cardinale, per mezzo di legati avuta gran parte nel testamento del Duca Vincenzo.
Don Filippo IV, o per dir meglio il Duca d'Olivares, non poteva patire che un principe francese venisse a stabilirsi in Italia, e sosteneva le pretensioni di Don Ferrante Gonzaga parente più lontano del Duca Vincenzo.
Carlo Emmanuele Duca di Savoja aveva pure antiche pretensioni sul Monferrato; i Veneziani ai quali dava ombra la grande potenza spagnuola in Italia favorivano il Duca di Rethel ma con trattati, con promesse e con minacce; e Urbano VIII inclinato a quel Duca e sopra tutto alla pace, ajutava come poteva queste due cause con raccomandazioni, e con proposte di accomodamenti.
Finalmente l'imperatore Ferdinando II pretendeva che il Duca di Nevers erede trasversale, non aveva potuto senza il suo consenso impossessarsi di feudi dell'impero la successione ai quali era rivendicata da altri.
Richiedeva quindi che il possesso degli stati fosse depositato presso di lui, finch'egli gli aggiudicasse per sentenza, e citò il Duca di Nevers con tutte le formalità allora in uso.
V'erano poi altre pretensioni secondarie e più intralciate che passiamo sotto silenzio per non annojare il lettore, il quale comincia forse a mormorare; e certamente non saprà abbastanza apprezzare la fatica che facciamo per ristringere in brevi parole tutta questa parte di storia.
Il Duca d'Olivares, istigato continuamente dal Cordova governatore di Milano, strinse un trattato col Duca di Savoja contra il novello Duca di Mantova.
Questi si pose sulla difesa, si venne alle mani, Carlo Emmanuele invase il Monferrato, e Cordova pose l'assedio a Casale.
Il Duca di Mantova stretto da due nemici potenti invocava gli amici; ma i Veneziani non volevano muoversi se il re di Francia non mandava un esercito in Italia, e il re di Francia o il Card.
di Richelieu, era impegnato nell'assedio della Rocella.
Presa questa, parati o vinti certi intrighi imbrogliatissimi di Corte, il re e il cardinale s'affacciarono all'Italia con un esercito, chiesero il passo al Duca di Savoja; si trattò, non si conchiuse, si venne alle mani, i Francesi superarono, e acquistarono terreno, si trattò di nuovo, il passo fu accordato, il re e il Cardinale s'avanzarono, trassero agli accordi il Cordova spaventato, gli fecero levare l'assedio di Casale, vi posero guernigione francese, e tornarono a casa trionfanti, e accompagnati da due sonetti dell'Achillini.
Il primo, quello che comincia col famoso verso:
Sudate o fochi a preparar metalli,
è tutto di lode; l'altro è di consiglio; perché la poesia ha sempre avuto questo nobile privilegio di ravvolgere avvisi sapientissimi, e insegnamenti reconditi negli idoli lusinghieri della fantasia, e nella magica armonia dei numeri.
L'Achillini consigliava il re di Francia vincitore della Rocella e liberatore di Casale di tentare l'impresa del Santo Sepolcro, né più né meno.
Però il Cardinale di Richelieu non ne fece nulla: convien dire che avesse altro in testa.
Ma i Veneziani che allo scendere dei Francesi, s'erano dichiarati e mossi, istavano per legati e per lettere presso il Cardinale perché l'esercito da lui condotto non tornasse indietro, e adducevano mille ragioni per provare che non era da far conto su quei trattati; ma il Cardinale badò alla prosa dei Veneziani come ai versi dell'Achillini.
La guerra continuò infatti contra il Duca di Mantova.
Questi aveva fatte e andava facendo tutte le sommessioni immaginabili all'imperatore affine di placarlo, e di piegarlo ad accordargli l'investitura.
Ma Ferdinando stava fermo in esigere che i Ducati fossero a lui ceduti in deposito; e irritato dalle ripulse del duca più che ammansato dalle sue riverenze; irritato di più dell'aver questi domandato il soccorso francese, stimolato dalla corte di Madrid, si dichiarò anch'egli nemico del Duca di Mantova.
L'esercito Alemanno di circa trentasei mila uomini, ragunato sotto il comando del Conte di Colalto, ebbe ordine di portarsi all'impresa di Mantova: la vanguardia che già da qualche tempo aveva occupato ostilmente il paese de' Grigioni, si diffuse per la Valtellina, e ai 20 di settembre entrò nello Stato di Milano.
La milizia a quei tempi era ancora in molte parti d'Europa composta in gran parte di venturieri che si ponevano al soldo di condottieri di professione, i quali andavano poi coi loro drappelli al servizio di questo o di quel principe.
Oltre le paghe sulle quali non era da fare assegnamento certo, quello che determinava gli uomini ad arruolarsi era la speranza del saccheggio e tutte le vaghezze della licenza.
Disciplina generale non v'era in un esercito, né avrebbe potuto conciliarsi con le varie autorità private dei condottieri: e questi, prima di tutto non si curavano di mantenere una disciplina particolare nei loro reggimenti, perché non avevano per questa parte responsabilità verso nessuno; e quand'anche alcuno di essi a cose pari avesse pur desiderato di contenere i suoi soldati in un qualche rispetto per le proprietà e per le persone degli abitanti, questo disegno sarebbe stato per lo più o contrario ai suoi interessi, o superiore alle sue forze.
Perché soldati di quella sorte o si sarebbero rivoltati, o avrebbero tosto deserte le bandiere di un comandante nemico della violenza e del saccheggio.
Oltre di che siccome i principi nel comperare i soldati pensavano più ad averne in gran numero per assicurare le imprese, che a proporzionare il numero alla loro facoltà di pagare, la quale era ordinariamente molto scarsa, così le paghe erano per lo più ritardate e mancanti; e le spoglie dei paesi dove passava l'esercito divenivano come un supplemento tacitamente convenuto degli stipendj.
Quindi i soldati di quel tempo e per le tendenze che gli avevano tratti a scegliere quella professione, e per le abitudini di essa erano come una collezione di tutte le nequizie che può dare la natura umana nel suo maggior grado di pervertimento.
Ma quelli che allora scendevano nel Milanese erano poi il più bel fiore di quella farina; erano in gran parte gli stessi che guidati dall'atroce Wallenstein avevano poco prima desolata la Germania, in quelle guerre, tanto impropriamente chiamate di religione, poiché queste stesse masnade che avevano combattuto per la parte che pretestava di sostenere la religione cattolica erano composte in parte di Luterani.
L'annunzio della venuta di costoro portò il terrore nei distretti per dove avevano a passare: nelle altre parti si diceva: «povera gente! stanno freschi: chi sa come gli acconciano coloro! vedrete che non lasceranno loro altro che gli occhi per piangere; sia lodato Dio che non passeranno per di qua».
Ma chi sapeva che quell'esercito portava la peste con sè, e l'aveva già disseminata nei luoghi dove aveva stanziato, sentiva qualche cosa di più che una fredda pietà per altrui.
La maggior parte però degli abitanti del Milanese o non lo voleva credere, o non se ne curava, o con quella fiducia senza motivi così strana, e così comune, diceva: «Poh! che ha da venire la peste da noi?»
Colico sulle rive del lago di Como presso alla foce dell'Adda, fu la prima terra che toccarono quei demonj; e, dopo d'averla messa a sacco l'arsero addirittura, se per rabbia di non avervi trovato abbastanza bottino, o pel diletto di fare una baldoria, non si sa.
Di là, senza curarsi d'itinerario né di poste assegnate, ma guardando solo dove fosse più da sperarsi bottino, si gettarono sopra Bellano, lieto paese sulle falde d'un monte e alla riva del lago.
Gli abitanti ammoniti dall'esempio recente e dalla prossima ruina avevano o nascoste sotterra, o trasportate in fretta sui monti le cose più preziose, e le più facili a trasportarsi; e molti di essi s'erano appiattati lassù, abbandonando le case.
Con tanto più di furore v'entrarono quelle masnade, e delle cose lasciate, presero tutto ciò che poteva loro servire e sperperarono ed arsero il resto, mobili, botti, travi.
Quegli che erano rimasti colla speranza di preservare i loro averi, ne videro la distruzione, videro l'abominevole sfrenatezza, e per sopra più soggiacquero agli strapazzi, alle percosse e alle ferite.
Nè i campi all'intorno furono risparmiati; la vendemmia, somma speranza dei terrazzani in quell'anno calamitoso sparve in un momento, coll'uve furono sterpate le viti, gli alberi abbattuti col frutto, molti casali incendiati.
Appena cessavano di farsi udire le trombe che avevan sonata la partenza d'un reggimento, un nuovo squillo dall'altra parte annunziava terribilmente l'arrivo di altra simile, anzi peggiore brigata.
I sopravvegnenti, trovando la distruzione dove avrebbero voluto portarla, si vendicavano su le cose e su le persone che capitavano loro alle mani, come di un furto che fosse stato loro fatto: e tanta cupidigia frustrata tornava tutta in furore.
Qualche memoria del guasto di quel paese ci rimane in alcune lettere di Sigismondo Boldoni scrittore riputatissimo ai suoi tempi, e che forse avrebbe acquistato un nome più esteso e più autorevole anche presso ai posteri se non fosse morto all'uscire della giovinezza, e sopra tutto se quei pochi anni gli avesse vissuti in un secolo, in cui fosse stato possibile concepire nuove idee d'una precisione e d'una importanza perpetua, e per esporle, trovare quello stile che vive.
Questi sulle prime non aveva voluto fuggire, e parte cercando di avere ad alloggio ufiziali, parte chiamando soccorso di soldati italiani ivi stanziati era venuto a capo di preservare la sua casa, e di difenderla poi quando fu minacciata: e racconta agli amici i suoi pericoli, e gli altrui disastri.
V'è pure in una di quelle sue lettere un tratto singolare che merita d'esser ricordato.
Il tenente del colonnello Merode, il cui reggimento era venuto pel primo, entrato nel giardino di Sigismondo, accennò un boschetto, e domandò che razza di piante fossero quelle, e che frutto portassero.
- Ahi barbaro! - pensò il Boldoni: - non conosce l'alloro, - e conchiuse fra sè che da tal gente non era da sperarsi misericordia.
Desolato quel territorio, le feroci locuste si gettarono nella Valsassina.
È un gruppo di montagne e di valli, paese poco visitato dal sole, intersecato da torrenti, petroso e selvatico negli accessi, ma per entro rivestito in gran parte di ricchi pascoli, e più fertile che non l'annunzi il suo nome: ha varie terre, quale sul pendio, quale nel fondo a luogo a luogo assai vasto perché si possa chiamarlo pianura: e sur alcuni monti più erbosi sono sparse bianche e picciole casette, che da lontano raffigurano quasi un gregge sbandato al pascolo.
Non vi mancavano possessori agiati, ma la più parte degli abitanti erano e sono tuttavia mandriani i quali vi dimorano nelle stagioni più miti, e passano al piano i mesi più rigidi.
La fama spaventosa della sorte di Bellano precedeva le truppe, e i valligiani s'erano presso che tutti rifuggiti sulle somme alture lasciando deposte sotterra presso le case le loro ricchezze, e cacciando dinanzi a sè le mandrie che sono la principale.
Ma i saccheggiatori, ai quali non bastava quello che era stato loro abbandonato e a cui le arti di preservazione degli abitanti avevano suggerite nuove arti di offesa e di depredazione, si diedero a rintracciarli.
Quelli che erano stati più lenti a fuggire, o che furono sorpresi nei loro nascondigli, strascinati giù pei greppi a minacce, a percosse, ricondotti nei villaggi, erano quivi sottoposti alle torture, che può inventare la cupidigia più crudele, perché rivelassero i tesori nascosti.
Due passioni ben diverse, ma egualmente potenti, l'avidità e il terrore supplivano alle convenzioni del linguaggio, e si spiegavano fra di loro in un rapido e terribile dialogo.
I gemiti, le voci supplichevoli, le mani giunte al petto, o stese al cielo non impetravano che nuovi strazj: l'infelice che si prostrava ad abbracciare le ginocchia dei suoi oppressori, era rialzato a forza di percosse.
Colui che aveva riposto sotterra o danaro o suppellettile, o a cui il vicino per far pompa di previdenza e di sicurezza nei suoi ripieghi aveva confidato il luogo del suo deposito, si stimava felice di avere con che acchetare quella perversità; accennava premurosamente, con aria di sommessa e quasi amichevole intelligenza ai soldati che lo seguissero, e mostrava loro la terra di recente smossa, o l'armadio murato di fresco; e cercava di sguizzare fra mezzo i saccheggiatori che ciechi per ingordigia si gettavano a gara sulla preda.
Dalla Valsassina il temporale discese nel territorio di Lecco.
CAPITOLO II
Le contingenze infelici della vita umana son tante, che non di rado l'uomo oppresso da una sventura, può consolarsi col pensiero d'altro male o di peggio, che senza quella sventura gli sarebbe capitato infallibilmente.
Se la infame passione di Don Rodrigo non fosse venuta a turbare i placidi destini di Fermo e di Lucia, essi dopo d'aver passato un anno d'inopia, contra la quale chi sa se le loro facoltà avrebbero bastato, si sarebbero ora trovati, probabilmente con un bambinello, esposti nel loro paese a quella orrenda furia militare, costretti a fuggire; e quando avessero schivati tutti i pericoli della persona, tornando poi a casa non v'avrebbero trovate che le muraglie e quelle mezzo diroccate, e i segni perversi e luridi del sozzo torrente che v'era passato.
Questi guaj sembrano ora leggieri al paragone di ciò che Lucia e Fermo hanno sofferto in quella vece; ma allora non v'essendo il paragone, e non potendo essi nemmen per sogno immaginare come possibili tutte le traversie che abbiamo narrate, quel minor male sarebbe ad essi paruto il colmo della infelicità.
Comunque sia, in mezzo a tanti mali fu una ventura per entrambi l'esser lontani da casa loro in quel brutto momento.
E Agnese? Agnese si trovava mò proprio nell'intrigo.
«Vengono; hanno saccheggiata Cortenova, hanno dato il fuoco a Primaluna, disertato Introbbio, Pasturo, Barzio, si sono veduti a Ballabio, son qui, son qui»; così la fama andava di momento in momento crescendo e avvicinando il terrore.
Alcuni di quei poveri valligiani, che invece di rintanarsi sui monti dove forse non sarebbero stati sicuri, avevano stimata miglior via di fuga, precorrere il nemico, giungevano ansanti, spaventati, in disordine, come reliquie d'un esercito disfatto e inseguito, e raccontavano cose orribili della crudeltà dei soldati, principalmente contra coloro che fossero o paressero opulenti.
Agnese aveva ancora una ventina di quegli scudi d'oro che il Conte del Sagrato le aveva donati così a proposito, e quasi per ispirito di profezia.
Che in quell'anno, senza quell'ajuto di costa, la poveretta sarebbe stata ridotta a morire di stento, o a pitoccare disperatamente come tanti altri.
Ma dopo d'aver sentiti i vantaggi della ricchezza, Agnese ne provava ora tutte le cure e i terrori.
È ben vero ch'ella aveva sempre dissimulata prudentemente quella ricchezza, e il solo che fosse del segreto era Don Abbondio che era stato testimonio del dono, e al quale essa ricorreva per fargli di tempo in tempo cambiare uno scudo in picciola moneta.
Ma una indiscrezione poteva avere tradito il segreto, o un sospetto averlo indovinato, e allora il pericolo sarebbe stato terribile, e la fuga mal sicura.
Poiché era cosa nota che nei luoghi dove la soldatesca era già passata, uomini, ai quali in verità non si saprebbe trovare un epiteto, o per invidia, o per isperanza di premio avevano guidati quei masnadieri al nascondiglio di qualche lor paesano denaroso, segnandolo così allo spoglio, ed ai tormenti.
Per queste ragioni Agnese fluttuava in un dubbio tempestoso: più volte, vedendo passare qualche frotta de' suoi paesani che tiravano verso i monti, s'era mossa per mettersi in loro compagnia; e poi ristava, pensando con raccapriccio ai pericoli che l'asilo stesso poteva avere per lei.
Ma dove trovare quello che le desse la sicurezza particolare di ch'ella aveva bisogno? Maneggiando e rimaneggiando quegli scudi d'oro, svolgendoli, e rincartocciandoli, togliendoli di seno per riporveli meglio, le sovvenne di colui che glieli aveva dati, delle sue proferte, del suo castello posto al confine e in alto come il nido dell'aquila; e si fermò tosto nel pensiero di cercarsi l'asilo colà.
Aveva già sotterrate, nascoste sul solajo, riposte alla meglio le masserizie più grosse; sbarrò come potè le finestre; tolse un fardello dove aveva ragunato ciò che le sue forze bastavano a portare; ravvolse per l'ultima volta quegli scudi d'oro, e li cacciò sotto il busto, tra la camicia e la pelle, uscì di casa, chiuse la porta, più per non trascurare una formalità che per fiducia che avesse in quei gangheri e in quelle imposte, si mise la chiave in tasca, e s'avviò.
Trovandosi così soletta in istrada pensò quanto le sarebbe stato prezioso un compagno in quel tragitto.
Ma voleva esser galantuomo, galantuomo a tutte prove, superiore ad ogni sospetto e più forte d'ogni tentazione.
- Dove trovarlo anche questo? Il curato? Perché no? la casa parrocchiale è a pochi passi; tentiamo.
Chi non ha veduto Don Abbondio in quel giorno non ha una idea vera dell'impaccio.
I nemici che si avvicinavano erano i più terribili che egli avesse mai avuti a fronte, e quelli contra cui erano più inutili tutte le sue armi, tutti i suoi stratagemmi.
Non era gente da ammansarsi colla pieghevolezza, e colla sommessione, molto meno da contenersi coll'autorità.
Non v'era salute che nella fuga; ma primo di tutti a risolverla Don Abbondio era poi rimasto indietro di molti per le difficoltà che trovava nella fuga stessa, e per le condizioni ch'egli vi aveva voluto porre.
L'ertezza del cammino lo spaventava, e questo spavento gli aveva fatto perder qualche tempo a voler persuadere or l'uno or l'altro dei suoi parrocchiani che lo portassero in lettiga; ma in verità quello non era momento da trovar lettighieri.
Era pure andato pregando tutti quelli che avevano buone spalle, che per amore del loro curato si caricassero delle sue masserizie, delle sue provvigioni, anche dei suoi mobili, per portarli in alto e riporli in salvo; ma si era indirizzato ad uomini occupati a scegliere fra i pochi loro averi quello che si poteva trafugare, lasciando con dolore il resto alle voglie dei ladri: e nessuno aveva spalle da allogare a Don Abbondio.
Pensava finalmente a nascondere il tutto sul luogo, ma la cosa era per sè difficile, e il tempo stringeva.
Di più non aveva ancora saputo scegliere un asilo, e senza farne mostra, era tormentato dallo stesso timore che Agnese.
Girava il pover uomo per la casa tutto affannato e stralunato, non sapendo che farsi, se la prendeva quando col duca di Nivers, come diceva egli, che avrebbe potuto rimanersi in Francia e voleva a forza esser duca di Mantova, quando col duca di Savoja che voleva ingrandirsi, quando coll'imperatore che stava su certi puntigli, e quando con Don Gonzalo di Cordova che non aveva saputo mandare quei diavoli per un'altra strada.
Bestemmiava ancor più la durezza dei suoi parrocchiani che non volevano dargli ajuto.
- Oh che gente! -, sclamava - che gente! ognuno pensa a sè! non c'è carità! - Si faceva alla finestra, e chiamava quelli che passavano con una certa voce mezzo piagnolente, e mezzo rimbrottevole.
«Venite a dare una mano al vostro curato, se avete viscere di misericordia; non siate così cani.
Ajutatemi a portar via quei pochi stracci, quei pochi stracci» ripeteva, perché nessuno sospettasse ch'egli avesse cose preziose da salvare.
«Aspettatemi, che venga anch'io con voi; aspettate almeno che siate quindici o venti, tanto da potermi guardare, ch'io non sia abbandonato.
Volete voi lasciarmi solo in man dei cani? Meritereste che il vostro parroco fosse spogliato, ammazzato.
Misericordia! Fermatevi dunque».
- Eh! tiran di lungo.
Oh che gente!
Bisogna dire che Don Abbondio fosse ben accecato dalla paura per parlare a quel modo.
Quegli a cui egli faceva quelle preghiere e quei rimproveri, passavano dinanzi alla sua casa curvi sotto il peso delle robe loro, quale trascinandosi dietro la sua vaccherella, quale traendosi dietro i figli che a stento lo seguivano, e la donna che portava quegli che non potevano camminare, quale reggendo un vecchio o un infermo.
Altri tornavano scarichi dal monte a raccogliere altre masserizie, finché reggessero le forze, e lo permettesse il pericolo.
Alcuni di loro non rispondevano a Don Abbondio, altri diceva: «eh sì! s'ingegni anch'ella signor curato».
- Oh povero me! oh che gente! - ripeteva egli.
- Ognuno pensa a sè: ognuno pensa a sè; e a me nessuno vuol pensare.
Per buona sorte Perpetua aveva conservato assai più sangue freddo, e operava e dava consigli, come Catterina prima aveva fatto nel campo alle rive del Pruth quando Pietro stretto tra i Turchi e i Tartari, non trovando uscita né consiglio, era caduto d'animo, non sapeva a che partito appigliarsi, e non aveva più energia che per isfogarsi in querele e in rimproveri.
Perpetua ben convinta che non era da fare assegnamento sopra altri, aveva fatto due fardelli uno per sè, uno per Don Abbondio; e poi in fretta e in furia, sparpagliava il resto delle masserizie nei bugigatti più nascosti della casa, sul solajo sotto il pagliajo, dietro i tini.
Quando questa faccenda fosse terminata alla meglio, ella aveva proposto di presentare a Don Abbondio il fardelletto destinato per lui, e d'intimargli di partire, giacché in quel momento era cosa evidente che il padrone non era in caso di governarsi e pel suo meglio bisognava comandargli.
È però vero che Perpetua aveva creduto di riconoscere una simile necessità in mille altri casi, che a gran pezza non erano urgenti come il presente.
In questo frattempo sopravvenne Agnese, e comunicata la sua risoluzione, fece intendere a Don Abbondio ch'ella poteva essere opportuna anche per lui.
«Dite davvero, Agnese?» disse Don Abbondio.
«È un buon parere, signor padrone», disse Perpetua: «andiamo senza perder tempo».
«Senza perder tempo», disse Don Abbondio, «perché costoro possono giungere da un momento all'altro.
Ma saremo sicuri in casa di quel signore? Eh!»
«Andiamo», disse Perpetua, «sicuri come in chiesa: gli parlerò io: siamo amici: è stato nella mia cucina quieto come un agnello: è diventato un uomo del Signore».
«Male non me ne vorrà fare: che dite eh? sarebbe un peccato senza costrutto: quelle poche volte che ho dovuto trovarmi con lui, sono sempre stato così compito! Andiamo, ma la mia povera roba!»
«Anch'io ho dovuto lasciar quasi tutto il poco fatto mio, che sono una povera vedova», disse Agnese.
«Sia fatta la volontà di Dio», disse Don Abbondio: e intanto Perpetua gli diede il fardello, dicendo: «porti questo, ch'io porto quest'altro».
«Oh poveretto me!» disse Don Abbondio.
«Che ci avete messo?»
«Camicie e abiti», rispose Perpetua, indi fattasi all'orecchio di Don Abbondio, domandò sotto voce: «i danari li ha in tasca?»
«Sì, zitto zitto per amor del cielo», rispose Don Abbondio, e prese il fardello.
«Sentite Perpetua», riprese poi tosto al momento di partire: «tirate fuori qualche altro abito che Agnese farà questo servizio al suo curato di portarlo».
«Ma non vede, che ho preso con me tutto quello di mio che poteva portare?» disse Agnese.
«Oh me poveretto!» mormorò Don Abbondio, «ognuno pensa a sè.
Andiamo, andiamo.
Perpetua chiudete bene la porta: alla custodia di Dio.
Aspettate...
ma no no, peggio: sono la metà Luterani! misericordia!»
Don Abbondio rispondeva così ad una proposizione che s'era fatta e che alla prima gli era paruta un bel trovato per preservare la casa.
Voleva staccare dalla chiesa il quadro del Santo protettore, e affiggerlo al di fuori su la porta, per indicare che la casa era sacra, e per fare in modo che non potesse essere intaccata che per mezzo d'una profanazione: ma s'avvide tosto che quel mezzo di difesa, molto debole per sè contra soldati avidi di rapina, poteva in questo caso divenire una provocazione a far peggio: giacché fra quei soldati v'era di molti ai quali uno sberleffo fatto coll'alabarda all'immagine d'un Santo sarebbe sembrato un'opera meritoria, una espiazione anticipata del saccheggio.
Data una occhiata lacrimosa alla casa, Don Abbondio s'incamminò colle due vecchie amazoni, e per tutta la via non fece altro che sospirare, lagnarsi dell'abbandono in cui l'avevano lasciato i suoi parrocchiani, domandare a Perpetua dove avesse riposta la tal cosa e la tal altra, e se credeva che non le avrebbero trovate: enumerare tutte le ragioni per le quali il Conte sarebbe stato peggiore d'un cane se gli avesse fatto male, e divisare dove si sarebbe potuto cercare un asilo se quello a cui si andava fosse stato mal sicuro.
Giunti presso al castello videro un gran movimento, gente che andava, gente che veniva, uomini in arme appostati, altri che giravano in ronda a tre a quattro, tanto che Don Abbondio cominciò a scrollare il capo e a dire: «Che è questa faccenda?» Ma Perpetua gli spiegò tosto che quegli erano evidentemente uomini che vegliavano alla sicurezza del castello, e di quelli che, come si vedeva, andavano ivi a rifuggirsi.
«Ohimè! ohimè!» disse Don Abbondio: «vedo che qui si voglion fare delle pazzie; appunto quando più si vorrebbe stare zitti, rannicchiati senza né meno fiatare, farsi scorgere.
Basta; vedremo: se fanno pazzie per tirarsi addosso la burrasca, dei monti ce n'è, e i precipizj non mi fanno paura: quando si tratti di salvare la pelle, ho coraggio anch'io quanto chi che sia, andrei in mezzo al fuoco».
Dette sotto voce queste parole Don Abbondio proseguiva lentamente, guardando con attenzione a quegli armati, e cercando di comporre il volto alla indifferenza, e di non lasciar trasparire il suo pensiero che diceva dentro: - Scommetterei che questo gradasso ha caro che sia venuto un flagello così orribile per avere il pretesto di fare un po' di rimescolamento.
Oh che gente! Oh che gente!
Del resto le cose erano quivi come Perpetua le aveva immaginate.
Al castello del Conte era rimasta unita una antica opinione di sicurezza e di potenza; e i nuovi costumi del signore ne avevano cancellata affatto l'idea di oppressione e di terrore; dimodoché la gente del contorno dalla banda del Milanese, vi accorreva come ad un asilo forte e pietoso nello stesso tempo.
Il Conte lieto di esser un oggetto di fiducia a quei deboli che aveva tanto spaventati ed oppressi, raccolse tosto i primi che si presentarono.
Ma un tal uomo non avrebbe potuto considerare la sua casa come un asilo disarmato, un nascondiglio di paura, né starsi colle mani in mano quando ad ogni momento poteva presentarsi un'occasione di menarle santamente.
Fece addirittura tirar giù dal solajo le armi irrugginite, le fece ripulire in fretta, ne distribuì ai servitori.
Quindi a misura che accorrevano fuggiaschi, egli trasceglieva gli uomini capaci di portare le armi, dava loro moschetti e partigiane: quando la provvigione fu esaurita, ne fece raccogliere all'intorno: e scompartiva gli uficj a quei nuovi soldati; altri mandava in ronda, altri più lontano per esplorare, altri stavano raccolti per porsi in difesa.
Quando uno era entrato nel castello, ed era passato in rivista dal signore, diveniva verso lui come un soldato col suo antico ufiziale: tanto il Conte possedeva quella forte risolutezza che piega le volontà, e quella parola che toglie il pensiero di fare diversamente da quello ch'ella suona.
Aveva allogate le donne e i fanciulli nelle stanze più riposte; i letti erano pei vecchj, e per gl'infermi: una gran sala serviva di magazzino per le robe che erano portate su dai rifuggiti: tutto era collocato in ordine, con numeri, dei quali il corrispondente era dato ai padroni; ed alla porta della sala era posto come un corpo di guardia; chi aveva portate provvigioni, viveva di quelle, e i poveri erano nutriti dal Conte con razioni che si distribuivano regolarmente come in un campo.
Egli, come l'Ariosto sognò di Carlo in Parigi, di qua di là, non istava mai fermo: dava ordini, visitava posti, metteva a luogo quelli che arrivavano, governava ogni cosa; e dove nascesse qualche garbuglio, qualche contesa, si mostrava, e tutto era finito.
Era appunto su la porta quando giunsero i nostri pellegrini; gli riconobbe tutti e tre, e gli accolse tutti con pronta cordialità; ma alla madre di Lucia fece una accoglienza particolare nella quale traspariva come una gratitudine perché ella gli desse ora una occasione di compensare alquanto in quello stesso castello la terribile ospitalità che vi aveva trovato la figlia.
«Bene avete fatto, brava donna», disse il Conte, «di cercare qui un ricovero.
Bene avete fatto di ricordarvi di me: fate stima di esser in casa vostra.
Voi ci portate la benedizione».
«Oh appunto!» rispose Agnese: «sono venuta a darle incomodo».
Il Conte le chiese con premura novelle di Lucia, e udite che le ebbe, si rivolse a Don Abbondio, e disse: «La ringrazio Signor curato ch'ella degni scegliere un asilo in questa casa».
- Manco male che conosce i suoi meriti - pensò Don Abbondio, e cominciò per rispondere: «In questi frangenti...
in queste circostanze...
non si...
tutto è...» Ma vedendo che la frase così cominciata non poteva venire a bene, la convertì in un inchino profondo.
«Son già arrivati alla sua parrocchia coloro?» domandò il Conte.
«Dio liberi!» rispose Don Abbondio: «Dio liberi! Non sarei qui vivo e sano ad implorare la protezione del Signor Conte».
«Si faccia cuore», ripigliò questi: «qua su non verranno; ma se volessero tentar la prova, siamo pronti a riceverli.
In ogni caso la sua presenza è preziosa, Signor curato: ella potrà animare questa brava gente alla difesa della vita di tanti deboli, della pudicizia di tante donne che confidano in noi».
- Un corno, - disse fra sè Don Abbondio.
«Ella potrà», proseguì il Conte, «assistere quelli fra noi che lasciassero la vita in questa impresa di misericordia».
«Signor Conte», disse Don Abbondio, «sarà quel che Dio vorrà».
E così dicendo girava la testa a guardare qual fosse la più vicina e la più alta delle cime che dominavano il promontorio su cui era posto il castello, per fissarsi uno scampo dove in quel caso poter benedire i combattenti.
Non rimaneva nel castello più che un letto libero; e fu dato, com'era giusto, a Don Abbondio prete e vecchio.
Ma il Conte, memore della notte che Lucia aveva quivi passata, non avrebbe potuto sofferire che la madre di lei, dormisse su la paglia.
Fece quindi portare il suo letto nel dormitorio delle donne, e disporlo quivi per Agnese, intimando ai servi che si guardassero bene dal dire che quello era il letto del padrone: e nella sua stanza fece in quella vece portare una bracciata di paglia.
Quindici giorni circa passarono i nostri rifuggiti nel castello; quindici giorni di batticuore e di sospetto, di spauracchi subitanei, e di rincoranti non è vero, di vigilie, di allarmi, di pericoli, che grazie al cielo tutti svanirono senza danno.
Il castello era fuor di strada, e quei pochi demonj di lanzichenecchi sbandati che capitavano alle falde del promontorio, veggendo su per la via uomini in arme, e non sapendo quanti più ve ne fosse in alto, più curiosi allora di preda che di battaglia, se ne tornavano, pel loro meglio.
Oltracciò la parte dell'esercito che nella marcia si diffondeva lungo l'estremo confine aveva un interesse urgente di tenersi raccolta, e all'erta, e di non disperdersi troppo a buscare.
Sull'altro confine era raccolta una forza dei Veneziani, la quale sotto il comando di Marco Giustiniani, provveditore all'armi in Bergamo era destinata a costeggiare l'esercito alemanno per tutto quel tratto del suo passaggio che toccasse i confini della Repubblica; e a questa forza avevano dato nome di Squadrone volante.
Alla presenza di questi che certo non erano amici, e che vedendo un bel tratto, potevano far da nemici, bisognava camminare con giudizio; e questa fu principalmente la cagione per cui il castello non fu molestato.
Ma anche questa che in fatto era salute, fu pel volgo inerme che vi era ricoverato, e per Don Abbondio principalmente un aumento d'inquietudine.
Poiché, se il confine veneto fosse stato sguernito, Don Abbondio certamente l'avrebbe varcato, e sarebbe andato innanzi fino a che non avesse più inteso parlare di lanzichenecchi.
Ma ora il poveretto non aveva più rifugio: l'accesso ai monti, oltre la fatica, era pieno di pericoli, pei predoni che potevano trovarsi su la via: e attraversare lo Squadrone volante sarebbe stato lo stesso che correre in bocca al lupo: giacché quella era una marmaglia ragunaticcia d'uomini tagliati a un dipresso alla misura dei lanzichenecchi; e nel paese che le era dato a proteggere faceva il peggio che poteva.
Ognuno può immaginarsi come il povero Don Abbondio passasse quei quindici giorni.
Stavasi colle donne coi vecchj e coi fanciulli nel luogo più riposto del castello: di tempo in tempo la paura lo cacciava fuori a domandar novelle, e rare erano quelle che non accrescessero lo spavento.
L'aspetto dell'armi, dei preparativi di difesa da una parte lo rincorava alquanto, dall'altra gli era intolerabile facendogli immaginare tutte quelle bagattelle in movimento a far carne.
Si percoteva il petto e le guance pensando alla minchioneria che aveva fatta.
- Mi son messo in gabbia da me stesso, - diceva tra sè sospirando.
- Oh che bestia! mi sono lasciato condurre da due pettegole.
- E in questo pensiero s'infuriava tanto che più d'una volta tirò da parte Perpetua per isfogarsi in improperj contra di essa.
Ma quando Perpetua giustificandosi alzava la voce, Don Abbondio la faceva tacere, e cessava di garrire anch'egli tutto impaurito che non nascesse qualche scandalo, e il Conte tornando all'antica natura non facesse il diavolo.
Don Abbondio sedeva alla tavola del Conte, che in quell'accampamento era come la tavola dello stato maggiore: v'erano i signori del contorno che facevano da ufiziali, le signore, e qualche prete.
La tavola era lieta: il Conte, da buon generale, metteva in campo e intratteneva discorsi atti ad ispirare risoluzione, a ravvicinare gli animi, a mettere i pensieri in comune, perché i pensieri solitarj sono più vicini allo scoraggiamento.
Bisognava dunque parlare, e ridere, e si rideva; ma per Don Abbondio era un supplizio: e quando il Conte gli rivolgeva in particolare il discorso per animarlo un pochetto, egli allora sforzandosi di mangiare e di ridere, faceva in una volta due smorfie che gli davano una figura veramente compassionevole.
Ma tutte le cose hanno finalmente un termine: passano i cavalli di Wallenstein, passano i fanti di Merode, passano i cavalli d'Anhalt, passano i fanti di Brandeburgo, e poi i cavalli di Montecuccoli, e poi quelli di Ferrari, passa Altringer, passa Furstenberg, passa Colloredo, passano i Croati; quando piacque al cielo, passò anche Galasso che fu l'ultimo.
Lo squadrone volante dei Veneziani si mosse anch'esso per tener dietro al movimento dell'esercito alemanno su la riva opposta dell'Adda, fin dove ella era confine fra i due stati, e portarsi poi sull'Oglio a fare la stessa processione.
Quando le due retroguardie furono distanti una giornata dal castello, gli ospiti ne uscirono come uno stormo di passere si sparpaglia all'intorno dai palchi aerei e fronzuti d'una gran quercia dove erano accorse a ricoverarsi dalla tempesta.
Don Abbondio avrebbe voluto gittarsi d'un volo al suo nido, per mirar tosto cogli occhi proprj il suo dolore, e il guasto che v'era stato fatto, e nello stesso tempo perché i barberini, vedendo la casa abbandonata, non venissero a portar via quello che i barbari avevan potuto lasciare.
E poi, per quanto il Conte avesse dato segni e prove d'esser divenuto un galantuomo, Don Abbondio non l'aveva potuto guardar mai in volto senza ricordarsi dell'uomo brusco che era stato altre volte, e non istava con lui di buon animo, massime in picciola brigata.
Ma dall'altra parte lo riteneva la paura di abbattersi in qualche lanzichenecco sbandato, rimasto addietro alla busca, e di affogare in porto.
Era quindi sempre su le mosse, sempre s'indugiava, domandando novelle dei contorni a tutti coloro che giungevano al castello; e le novelle erano dolorose.
Quei pochi rimasti colla speranza di guardar le case, o discesi troppo presto, erano trovati sbigottiti, storditi dalle percosse e dallo spavento: ogni arredo, ogni masserizia sparita, e in quella vece nelle case, un impatto di strame, tizzoni di mobili arsi, greppi di stoviglie, sfracellate per istrazio dopo avervi bevuto il vino rubato, schifezze d'ogni genere, un tanfo che toglieva il respiro; dimodoché ognuno tornando con ansia alla casa derelitta, ne usciva alla prima con fastidio, e doveva farsi forza a poco a poco per rientrarvi a renderla di nuovo abitabile.
In qualche luogo il padrone avanzando così per la casa sua, udiva un gemito; guardava con sospetto che fosse: era un soldato che languiva infermo, che spirava: e il padrone ristava a quello spettacolo con un senso misto di ribrezzo e di pietà, di rancore e di spavento, scorgendo nel volto livido, nelle membra macchiate del giacente l'immagine confusa ma terribile della peste, che fino allora forse egli aveva sprezzata come un sogno lontano.
Il Conte argomentando da queste relazioni che Agnese se si fosse affrettata di tornare, non avrebbe però trovato nulla da guardare, la ritenne per due o tre giorni; e intanto raccolse di quello che gli rimaneva, un po' di provvigione, fece mettere insieme un po' di biancheria, qualche mobile, qualche attrezzo di cucina, e caricatone un baroccio, volle che Agnese partisse su quello con quella poca scorta, e la fece accompagnare da due suoi tarchiati servi, ordinando loro che ajutassero la povera donna a ripulire la sua casa.
Agnese partì dopo molte ripulse cerimoniose e mille rendimenti di grazie, e Don Abbondio e Perpetua le andarono in compagnia.
La strada fu trista per lo spettacolo continuo della distruzione, e della disperazione; ma la giunta fu più trista ancora.
Alla esclamazione cento volte ripetuta di «povera gente» succedette il «povero me»: parola che generalmente parlando esce da una parte più profonda.
Cogli ajuti del Conte, Agnese potè quel primo giorno spazzare il suo povero abituro, ricogliere qualche masserizia sparsa qua e là nell'orto e nel campo, scavare ciò che aveva deposto sotterra; e tra con questi rimasugli, e con quel di più che il Conte le aveva dato appresso, allogarsi in casa se non come prima, almeno in modo da poterci stare passabilmente, anzi da eccitare l'invidia dei suoi paesani.
Ma il povero Don Abbondio questa volta ebbe campo e ragione più che mai di sclamare: «oh che gente! oh che gente!» La sua casa era la più mal trattata del villaggio, perché era la più apparente; e gli ospiti eroi sospettando che ci dovesse esser più che altrove ricchezza nascosta, vi avevano impiegato più ostinate cure a metter tutto sossopra.
Il sospetto non era mal fondato, né le cure erano state inutili: e Perpetua mettendo il piede su la soglia tra mezzo i mobili spezzati, i fogli lacerati, e le piume delle sue galline, scerse tosto con raccapriccio frantumi e brani di quelle cose ch'ella pensava aver meglio appiattate; e dovette confessare che i lanzichenecchi avevan più ingegno a scovare, ch'ella non avesse a nascondere.
Don Abbondio, spinto innanzi dall'ansia di vedere i fatti suoi, e rispinto dal ribrezzo e dall'orrore, metteva il capo alla porta d'una stanza, e lo ritraeva, dava tre passi, e ristava.
Quale spettacolo! Ogni stanza oltre il guasto che presentava, dava tosto l'idea del guasto generale; i segni d'un vasto saccheggio erano ristretti in un picciolo angolo, come idee sottintese in un periodo scritto da un uomo di garbo.
Sul focolare della cucina per esempio si vedevano più tizzoni spenti, i quali accennavano ancora d'essere stati un bracciuolo di seggiola, il piede d'un trespolo, un'imposta d'armadio, una doga del botticino dove Don Abbondio teneva il vino che per una lunga esperienza aveva riconosciuto il migliore amico del suo stomaco.
Di questi e di tanti altri mobili non restavano che rottami, un po' di cenere, e di carboni spenti; e con quei carboni, come per compenso, e per un complimento al padrone, i guastatori avevano schiccherate le pareti di visacci, ingegnandosi con berretti quadri e altre divise di raffigurarne dei preti, e studiandosi di farli orribili e ridicolosi; intento che per verità non poteva fallire a tali artisti.
Don Abbondio mettendosi le mani in que' due suoi ciuffetti grigj su le tempie, balzò di casa come un forsennato, e andò di porta in porta a gagnolare, a scongiurare quegli che tornati da qualche giorno avevano assestate alla meglio le case loro, che venissero a dare un po' di governo alla sua; e nello stesso viaggio, guardava anche chi fosse più fornito di roba salvata dalla rapina, e accattava in prestito da chi una panca, da chi una coltre, da chi un piatto, da chi una pentola; tanto che cogli ajuti e con le prestanze potè accamparsi quel giorno in casa per riconquistarla e riordinarla poi tutta a po