FILOCOLO, di Giovanni Boccaccio - pagina 11
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E veramente il suo lieto animo non era il presente giorno tanto rallegratosi della natività dell'unico figliuolo, quanto la morta Giulia col suo pietoso aspetto l'attristò più.
Ella comandò ch'ella fosse il vegnente giorno onorevolemente sepellita e presa nelle sue braccia la bella figliuola, lagrimando molte volte la baciò, dicendo: - Poi che alla tua madre non è piaciuto d'esser più con noi, certo tu in luogo di lei e di cara figliuola ne rimarrai.
Tu sarai al mio figliuolo cara compagna e parente del continuo -.
Molte fiate nel futuro pianse queste parole la reina, le quali nescientemente profetico spirito l'avea fatta parlare.
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Sparsesi per la reale corte e per tutta Marmorina la morte della graziosa Giulia, la quale con la sua piacevolezza aveva sì presi gli animi di coloro che sua notizia aveano, che niuno fu che per pietà non spandesse molte lagrime.
E il re similemente piangendo mostrò che di lei molto gli dolesse.
Ma poi che il seguente giorno, lavato il corpo e rivestito di reali vestimenti, fu sepellito tra' freddi marmi, con quello onore che a sì nobile giovane si richiedea, elli scrissero sopra la sua sepoltura questi versi:
Qui d'Antropòs il colpo ricevuto,
giace di Roma Giulia Topazia,
dell'alto sangue di Cesare arguto
discesa, bella e piena d'ogni grazia,
che, in parto, abandonati in non dovuto
modo ci ha: onde non fia già mai sazia
l'anima nostra il suo non conosciuto
Iddio biasmar, che fé sì gran fallazia.
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Assai sturbò la gran festa incominciata della natività del giovane la compassione che ogni uomo generalmente portava alla morte di Giulia.
Ma poi che alquanti giorni furono passati, piacque al re Felice di vedere il suo figliuolo e la bella pulcella nata con lui in un medesimo giorno; e entrato con alcuno barone nella camera della reina, prima dolcemente la confortò domandandola di suo stato, poi comandò che le due creature gli fossero arrecate davanti.
Furongli arrecati amenduni garzonetti involti in preziosi drappi: i quali, poi ch'egli gli ebbe amenduni nelle sue braccia, per lungo spazio li riguardò, e vedendoli amenduni pieni di maravigliosa bellezza, e simiglianti insieme, disse così: - Certo piacevole e giocondo giorno vi ci donò, nel quale ogni fiore manifesta la sua bellezza: i cavalieri simigliantemente e le gaie donne si rallegrano faccendo gioiosa festa.
Adunque convenevole cosa è che voi in rimembranza della vostra natività, e per aumentamento delle vostre bellezze, siate da così fatto giorno nominati.
E però tu, caro figliuolo, sì come primo nato, sarai da tutti universalmente chiamato Florio, e tu, giovane pulcella, avrai nome Biancifiore -; e così comandò che da quella ora in avanti fossero continuamente chiamati.
E voltatosi alla reina, principalmente Florio le raccomandò; dopo questo la pregò molto che Biancifiore tenesse cara, però che aspetto avea di dovere ogni altra donna passare di bellezza, e che egli in luogo di Giulia sempre la volea tenere.
E dopo queste parole, contento di sì bella erede, si partì dalla reina.
[45]
Teneramente raccomandò la reina alle balie le picciole creature, e con sollecita cura le facea nudrire.
Ma poi che, lasciato il nudrimento delle balie, vennero a più ferma età, il re facea di loro grandissima festa, e sempre insieme realmente vestir li facea; e quasi non gli era la pulcella, che in bellezza ciascun giorno crescea, men cara che fosse il suo Florio.
E vedendo che già Citerea, donna del loro ascendente, s'era dintorno a loro ne' suoi cerchi voltata la sesta volta, provide di volere che, se la natura in senno gli avesse in alcuno atto fatti difettosi elli, studiando, per la scienza potessero ricuperare cotal difetto.
E fatto chiamare un savio giovane, nominato Racheio, nell'arti di Minerva peritissimo, gli commise che i due giovinetti effettuosamente dovesse in saper leggere ammaestrare.
E appresso chiamato Ascalion, simigliantemente amendue glieli raccomandò, dicendo: - Questi sieno a te come figliuoli.
Niuno costume né alcuna cosa, che a gentili uomini o donne si convenga, sia che tu a costoro non insegni, però che in loro ogni mia speranza è fissa: e essi sono l'ultimo termine del mio disio -.
Ascalion e Racheio presero i commessi uficii; e sanza alcuna dimoranza incominciò Racheio a mettere il suo in essecuzione con intera sollecitudine.
E loro in brieve termine insegnate conoscer le lettere, fece loro leggere il santo libro d'Ovidio, nel quale il sommo poeta mostra come i santi fuochi di Venere si deano ne' freddi cuori con sollecitudine accendere.
LIBRO SECONDO
[1]
Adunque cominciarono con dilettevole studio i giovani, ancora ne' primi anni puerili, ad imprendere gli amorosi versi: nelle quali voci sentendosi la santa dea, madre del volante fanciullo, nominare con tanto effetto, non poco negli alti regni con gli altri dei se ne gloriava.
Ma non sofferse lungamente che invano fossero da' giovani petti sapute così alte cose come i laudevoli versi narravano, ma, involti i candidi membri in una violata porpore, circundata di chiara nuvoletta, discese sopra l'alto monte Citerea, là ove ella il suo caro figliuolo trovò temperante nuove saette nelle sante acque, a cui ella con benigno aspetto cominciò così: - O dolce figliuolo, non molto distante agli aguti omeri d'Appennino, nell'antica città Marmorina chiamata, secondo che io ho ne' nostri alti regni sentito, ha due giovinetti, i quali effettuosamente studiando i versi che le tue forze insegnano acquistare, invocano con casti cuori il nostro nome, disiderando d'essere del numero de' nostri suggetti.
E certo il loro aspetto, pieno della nostra piacevolezza, molto più s'appresta a' nostri servigi che a cultivare i freddi fuochi di Diana.
Lascia dunque la presente opera, e intendi a maggiori cose, e solo il rimanente di questo giorno in mio servigio ti spoglia le leggieri ali.
E come già nella non compiuta Cartagine prendesti forma del giovane Ascanio, così ora ti vesti del senile aspetto del vecchio re, padre di Florio; e quando se' là ove essi sono, sì come egli quando va a loro gli abbraccia e bacia costretto da pura benivolenza, così tu, abbracciandoli e baciandoli, metti in loro il tuo segreto fuoco, e infiamma sì l'un dell'altro, che mai il tuo nome de' loro cuori per alcuno accidente non se ne spenga.
E io in alcuno atto occuperò sì il re, che la tua mentita forma per sua venuta non si manifesterà -.
[2]
Mossesi Amore a' prieghi della santa madre, poi che spogliate s'ebbe le lievi penne; e pervenuto al dimandato luogo, vestitosi la falsa forma, entrò sotto i reali tetti, passando con lento passo nella segreta camera, ove egli Florio e Biancifiore trovò soletti puerilmente giuocare insieme.
Essi si levarono verso lui come fare soleano, e egli primieramente preso Florio, il si recò nel santo seno, e porgendoli amorosi baci, segretamente gli accese nel cuore un nuovo disio: il quale Florio poi, guardando ne' lucenti occhi di Biancifiore con diletto, il vi fermò.
Ma poi Cupido, presa Biancifiore, e spirandole nel viso con piccolo fiato, l'accese non meno che Florio avesse davanti acceso.
E dimorato alquanto con loro, rivolti i passi indietro li lasciò stare, e rivestendosi le lasciate penne, tornò al lasciato lavoro.
E i giovani, rimasi pieni di nuovo disio, riguardandosi, si cominciarono a maravigliare stando muti.
E da quell'ora in avanti la maggior parte del loro studio era solamente in riguardar l'un l'altro con temorosi atti; né mai l'un dall'altro, per alcuno accidente che avvenisse, partir si volea, tanto il segreto veleno adoperò in loro subitamente.
[3]
Sì tosto come Amore dalla sua madre fu partito, così ella nella lucida nuvoletta fendendo l'aere pervenne a' medesimi tetti, e, tacitamente preso il vecchio re, il portò in una camera sopra un ricco letto, dove d'un soave sonno l'occupò.
Nel qual sonno il re vide una mirabile visione: che a lui pareva esser sopra un alto monte e quivi avere presa una cerbia bianchissima e bella, la quale a lui molto parea avere cara; la quale tenendola nelle sue braccia, gli pareva che del suo corpo uscisse un leoncello presto e visto, il quale egli insieme con questa cerbia sanza alcuna rissa nutricava per alcuno spazio.
Ma, stando alquanto, vedeva discender giù dal cielo uno spirito di graziosa luce risplendente, il quale apriva con le propie mani il leoncello nel petto; e quindi traeva una cosa ardente, la quale la cerbia disiderosamente mangiava.
E poi gli pareva che questo spirito facesse alla cerbia il simigliante; e fatto questo si partiva.
Appresso questo, egli temendo non il leoncello volesse mangiar la cerbia, la lontanava da sé: e di ciò pareva che l'uno e l'altro si dolesse.
Ma, poco stante, apparve sopra la montagna un lupo, il quale con ardente fame correva sopra la cerbia per distruggerla, e il re gliele parava davanti; ma il leoncello correndo subitamente tornò alla difesa della cerbia, e co' propii unghioni quivi dilacerò sì fattamente il lupo, che egli il privò di vita, lasciando la paurosa cerbia a lui che dolente gliele pareva ripigliare, tornandosi all'usato luogo.
Ma non dopo molto spazio gli parea vedere uscir de' vicini mari due girfalchi, i quali portavano a' piè sonagli lucentissimi sanza suono, i quali egli allettava; e venuti ad esso, levava loro da' piedi i detti sonagli, e dava loro la cerbia cacciandogli da sé.
E questi, presa la cerbia, la legavano con una catena d'oro, e tiravansela dietro su per le salate onde infino in Oriente: e quivi ad un grandissimo veltro così legata la lasciavano.
Ma poi, sappiendo questo, il leoncello mugghiando la ricercava; e presi alquanti animali, seguitando le pedate della cerbia, n'andavano là ove ella era; e quivi gli parea che il leoncello, occultamente dal cane, si congiungesse con la cerbia amorosamente.
Ma poi avedendosi il veltro di questo, l'uno e l'altro parea che divorar volesse co' propii denti.
E subitamente cadutagli la rabbia, loro rimandava là onde partiti s'erano.
Ma inanzi che al monte tornassero, gli parea che essi si tuffassero in una chiara fontana, della quale il leoncello uscendone, pareva mutato in figura di nobilissimo e bel giovane, e la cerbia simigliantemente d'una bella giovine: e poi a lui tornando, lietamente li ricevea; e era tanta la letizia la quale egli con loro facea che il cuore, da troppa passione occupato, ruppe il soave sonno.
E stupefatto delle vedute cose si levò, molto maravigliandosi, e lungamente pensò sopra esse; ma poi non curandosene, venne alla reale sala del suo palagio in quell'ora che Amore s'era da' suoi nuovi suggetti partito.
[4]
Taciti e soli lasciò Amore i due novelli amanti, i quali riguardando l'un l'altro fiso, Florio primieramente chiuse il libro, e disse: - Deh, che nuova bellezza t'è egli cresciuta, o Biancifiore da poco in qua, che tu mi piaci tanto? Tu non mi solevi tanto piacere; ma ora gli occhi miei non possono saziarsi di riguardarti! -.
Biancifiore rispose: - Io non so, se non che di te poss'io dire che in me sia avvenuto il simigliante.
Credo che la virtù de' santi versi, che noi divotamente leggiamo, abbia accese le nostre menti di nuovo fuoco, e adoperato in noi quello già veggiamo che in altrui adoperarono -.
- Veramente - disse Florio - io credo che come tu di' sia, però che tu sola sopra tutte le cose del mondo mi piaci -.
- Certo tu non piaci meno a me che io a te - rispose Biancifiore.
E così stando in questi ragionamenti co' libri serrati avanti, Racheio, che per dare a' cari scolari dottrina andava, giunse nella camera e loro gravemente riprendendo, cominciò a dire: - Questa che novità è, che io veggio i vostri libri davanti a voi chiusi? Ov'è fuggita la sollecitudine del vostro studio? -.
Florio e Biancifiore, tornati i candidi visi come vermiglie rose per vergogna della non usata riprensione, apersero i libri; ma gli occhi loro più disiderosi dell'effetto che della cagione, torti, si volgeano verso le disiate bellezze, e la loro lingua, che apertamente narrare solea i mostrati versi, balbuziendo andava errando.
Ma Racheio, pieno di sottile avvedimento, veggendo i loro atti, incontanente conobbe il nuovo fuoco acceso ne' loro cuori, la qual cosa assai gli dispiacque; ma più ferma esperienza della verità volle vedere, prima che alcuna parola ne movesse ad alcuno altro, sovente sé celando in quelle parti nelle quali egli potesse lor vedere sanza essere da essi veduto.
E manifestamente conoscea, come da loro partitosi, incontanente chiusi i libri, abbracciandosi si porgeano semplici baci, ma più avanti non procedeano, però che la novella età, in che erano, non conoscea i nascosi diletti.
E già il venereo fuoco gli avea sì accesi, che tardi la freddezza di Diana li avrebbe potuti rattiepidare.
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Poi che più volte Racheio gli ebbe veduti nella soprascritta maniera, e alcuna volta gravemente ripresigliene, egli tra se medesimo disse: "Certo questa opera potrebbe tanto andare avanti, sotto questo tacere ch'io fo, che pervenendo poi alle orecchi del mio signore, forse mi nocerebbe l'aver taciuto.
Io manifestamente conosco ne' sembianti e negli atti di costoro la fiamma di che elli hanno acceso i cuori: dunque perché non gli lascio io ardere sotto altrui protezione, che sotto la mia? Io pur ho infino a qui fatto l'uficio mio, riprendendoli più volte, né m'è giovato: e però per mio scarico è il meglio dirlo al re".
E così ragionando Racheio, Ascalion sopravenne: il quale, in molte cose peritissimo, quando lo studio rincrescea loro, mostrava loro diversi giuochi, e tal volta cantando con essi si sollazzava, avendo già ciascuno da lui medesimo appresa l'arte del sonare diversi strumenti; e trovò Racheio pensando, a cui e' disse: - Amico, qual pensiero sì ti grava la fronte, che occupato in esso, altro che rimirare la terra non fai? -.
A cui Racheio narrando il suo pensiero rispose.
Quando Ascalion intese questo, niente gli piacque, ma disse: - Andiamo, e sanza alcuno indugio il narriamo al re, acciò che se altro che bene n'avvenisse, noi non possiamo essere ripresi -.
E dette queste parole, voltati i passi, amenduni n'andarono nella presenza del re; al quale Ascalion parlò così:
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- Nella vostra presenza, o vittoriosissimo prencipe, ci presenta espressa necessità a narrarvi cose le quali, se esser potesse suto, disiderato avremmo molto che dicendole altri, agli orecchi vostri fossero pervenute.
Ma però che noi, disiderosi del vostro onore, non volendo anche il nostro contaminare, conosciamo che da tenere occulte non sono, e massimamente a voi, onde acciò che il futuro danno, che seguire ne potrebbe di ciò che vi diremo, non sia a noi noia né mancamento de' vostri onori, vi facciamo manifesto che novello amore è generato ne' semplici cuori del vostro caro figliuolo Florio e di Biancifiore.
E questo nelli loro atti più volte abbiamo conosciuto, sì come l'iddii sanno: essi più volte effettuosamente abbracciarsi e darsi graziosi baci abbiamo veduti, e appresso sovente, guardandosi nel viso, l'un l'altro gittare sospiri accesi di gran disio.
E ancora più manifesto segnale n'appare, il quale voi assai tosto potete provare, che niuna cosa è che l'uno sanza l'altro voglia fare, né li possiamo in alcuna maniera partire, e hanno del tutto il loro studio abandonato: anzi, così tosto come noi della loro presenza siamo partiti, così incontanente chiusi i libri intendono a riguardarsi; e di ciò, come dell'altre cose, gravemente più volte ripresi gli abbiamo, credendo poterli da ciò ritrarre, ma poco giova la nostra riprensione.
E però, acciò che noi per ben servire mal guiderdone non riceviamo, e acciò che subito rimedio ci sia da voi preso, v'abbiamo voluto questo palesare.
Voi, sì come savio, anzi che più s'accenda il fuoco, providamente pensate di stutarlo, ché, quanto a noi, il nostro potere ci abbiamo adoperato -.
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Niente piacquero al re l'ascoltate parole; ma celando il suo dolore con falso riso, rispose: - Però non cessi il vostro con riprensione gastigarli e con ispaventevoli minacce impaurirli.
Essi ancora per la loro giovane età sono da potere essere ritratti da ciò che l'uomo vuole; e io, quando per voi dell'incominciata follia rimaner non si volessono, prenderò in questo mezzo altro compenso, acciò che il vostro onore per vile cagione non diventi minore -.
E detto questo, con l'animo turbato si partì da loro, e entrossene in una camera; e quivi da sé cacciando ogni compagnia, solo a sedere si pose, e, con la mano alla mascella, cominciò a pensare e a rivolversi per la mente quanti e quali accidenti pericolosi poteano avvenire del nuovo innamoramento; e di tale infortunio tra se medesimo cominciò a dolersi.
E mentre in tal pensiero il re dimorava occupato, la reina, passando per quella camera, sopravenendo il vide, e con non poca maraviglia, fermata nel suo cospetto, gli disse: - O valoroso signore, quale accidente o qual pensiero occupa sì l'animo vostro, che io, pensando, nell'aspetto vi veggo turbato? Non vi spiaccia che io il sappia, però che niuna felicità né avversità ancora dovete sanza me sostenere: se voi 'l mi dite, forse o consiglio o conforto vi porgerò -.
Rispose il re allora con voce mescolata di sospiri, e disse: - E' mi piace bene che a voi non sia la mia malinconia celata, la cagione della quale è questa: con ciò sia cosa che la fortuna infino a questo tempo ci abbia con la sua destra tirati nell'auge della sua volubile rota, accrescendo il numero de' nostri vittoriosi triunfi, ampliando il nostro regno, multiplicando le nostre ricchezze e concedendone, insieme con gli altri iddii, cara progenie, a cui la nostra corona è riserbata, ora pensando dubito che ella, pentuta di queste cose, non s'ingegni con la sua sinistra d'avvallarci.
E gl'iddii credo che ciò consentono; e la maniera è questa: niuna allegrezza fu mai maggiore a noi, che quella quando il nostro unico figliuolo dagl'iddii lungamente pregati ricevemmo; e sapete che ne' nostri regni nella sua natività niuno altare fu sanza divoto fuoco e sanza incensi, né niuno iddio fu che con divota voce non fosse per le nostre città ringraziato.
Ora, conoscendo la fortuna quanto questo figliuolo ne sia caro per le rendute grazie, per porre noi in maggior doglia e tristizia, in vile modo s'ingegna di privarcene, minuendo i nostri onori, essendo egli in vita, dandoci manifesto essemplo che, poi che alla più cara cosa comincia, discenderà sanza fallo all'altre minori: e udite come ella s'è ingegnata di levarci Florio.
Essa ha tanto il giovane figliuolo di Citerea, non meno mobile di lei, con lusinghe mosso, che egli, entrato nel giovane petto di Florio, l'ha sì infiammato della bellezza di Biancifiore, che Paris di quella di Elena non arse più; e non vede più avanti che Biancifiore, secondo che i loro maestri m'hanno detto poco avanti.
E certo io non mi dolgo che egli ami, ma duolmi di colei cui egli ama, perché alla sua nobiltà è dispari.
Se una giovane di real sangue fosse da lui amata, certo tosto per matrimonio gliele giugneremmo; ma che è a pensare che egli sia innamorato d'una romana popolaresca femina, non conosciuta e nutricata nelle nostre case come una serva? Ora adunque che cercherete voi più avanti della mia malinconia? Non è questa gran cagione di dolersi, pensando che un sì fatto giovane, il quale ancora dee sotto il suo imperio governare questi regni, sia per una feminella perduto? Certo io non avria avuta alcuna malinconia se gl'iddii l'avessero al loro servigio chiamato nella sua puerizia, come Ganimede fecero.
E certo la morte di Gilo non fu da Xenofonte suo padre sostenuta con sì forte animo, com'io avrei fatto o farei, se gl'iddii avessero consentito ch'io avessi per simile caso perduto Florio che Xenofonte perdé Gilo.
Né Anassagora ancora ebbe cagione di piagnere, però che saviamente aspettava cosa naturale del suo figliuolo, come io medesimo quello accidente sanza lagrime aspetterei.
Ma pensando che per vile avvenimento, vivendo il mio figliuolo, io il posso più che morto chiamare, il dolore che quinci mi nasce mi trasporta quasi infino agli ultimi termini della vita.
Né so che di questo io mi faccia, ché io dubito che, se io di tal fallo il riprendo, o m'ingegno con asprezza di ritrarlo da questa cosa, che io non ve lo accenda più suso, o forse egli del tutto non m'abandoni e vada vagabundo per gli strani regni, fuggendo le mie riprensioni: e così avremmo sanza alcuno utile accresciuto il danno.
E d'altra parte se io taccio questa cosa, il fuoco ognora più s'accenderà, e così mai da lei partire nol potremo -.
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Molto fu la reina di quelle parole dolente, e quasi lagrimando ne 'l dimostrò; ma, dopo poco spazio, con pietoso aspetto disse: - Caro signore, non è per questo accidente da disperarsi, né degl'iddii né della fortuna, però che non è mirabile cosa se Florio s'è della bellezza della vaga giovane inamorato, con ciò sia cosa che egli sia giovanissimo e continuamente con lei dimori, e ella sia bellissima giovane e piacevole.
E non è dubbio che, se questo amore s'avanzasse, come voi dite che egli è cominciato, che noi potremmo dire che 'l nostro figliuolo fosse vivendo perduto, pensando alla piccola condizione di Biancifiore.
Ma quando le piaghe sono recenti e fresche, allora si sanano con più agevolezza che le vecchie già putrefatte non fanno.
Secondo le vostre parole, questo amore è molto novello, e sanza dubbio egli non può essere altramente e simigliantemente gli amanti novelli sono, né mai altro fuoco non li scaldò; e però questo fia lieve a spegnere seguendo il parer mio, né niuna più legger via ci è che dividere l'uno dall'altro; la qual cosa in questa maniera si può fare.
Florio, già ne' santi studii dirozzato, è da mettere a più sottili cose; e voi sapete che noi abbiamo qui vicino Ferramonte, duca di Montoro, a noi per consaguinità congiuntissimo, e in niuna parte del nostro regno più solenne studio si fa che a Montoro.
Noi possiamo sotto spezie di studio mandar Florio là a lui, e quivi faccendolo per alcuno spazio dimorare, gli potrà agevolemente della memoria uscir questa giovane, non vedendola egli.
E come noi vedremo che egli alquanto dimenticata l'aggia, allora noi gli potremo dare sposa di real sangue sanza alcuno indugio, e così potremo essere agevolmente fuori di cotale dubbio.
E già però esso non ci sarà tanto lontano, che noi nol possiamo ben sovente vedere.
Ond'io, caro signore, vi priego che questa malinconia cacciate da voi prendendo sanza indugio questo rimedio -.
[9]
Piacque al re il consiglio della reina, il quale giovare non dovea ma nuocere, però che quanto più si strigne, il fuoco con più forza cuoce; e poi ch'egli sopra ciò ebbe lungamente pensato, le rispose che ciò farebbe, però che altra via a tal pericolo fuggire non vedea.
Ma, oh quanto fu tale imaginazione vana, con ciò sia cosa che durissimo sia resistere alle forze de' superiori corpi, avvegna che possibile! Venus era nell'auge del suo epiciclo, e nella sommità del differente nel celestiale Toro, non molto lontana al sole, quando ella fu donna, sanza alcuna resistenza d'opposizione o d'aspetto o di congiunzione corporale o per orbe d'altro pianeto, dello ascendente della loro natività; il saturnino cielo, non che gli altri, pioveva amore il giorno che elli nacquero.
Oimè, che mai acqua lontana non spense vicino fuoco! Ove credea il re potere mandar Florio sanza la sua Biancifiore, con ciò fosse cosa che ella era continuamente nel suo animo figurata con più bellezza che il vero viso non possedea, e quello che prende e lascia amore era sempre con Biancifiore? I corpi si doveano allontanare, ma le menti con più sollecitudine si doveano far vicine.
Niuna cosa è più disiderata che quella che è impossibile, o molto malagevole, ad avere.
Per quale altra cagione diventò il gelso vermiglio, se non per l'ardente fiamma costretta, la quale prese più forza ne' due amanti costretti di non vedersi? Chi fece Biblide divenir fontana se non il sentirsi esser negato il suo disio? Ella fu femina mentre ella ne stette in forse con isperanza.
O re, tu credi apparecchiare fredde acque all'ardente fuoco, e tu v'aggiugni legne.
Tu t'apparecchi di dare non conosciuti pensieri a' due amanti sanza alcuna utilità di te o di loro, e affrettiti di pervenire a quel punto il quale tu con disio ti credi più fuggire.
Oh quanto più saviamente adoperresti lasciandoli semplicemente vivere nelle semplici fiamme, che voler loro a forza fare sentire quanto sieno amari o dilettevoli i sospiri che da amoroso martiro procedono! Elli amano ora tacitamente.
Né niuno disidera più avanti che solo il viso, il quale per forza conviene che per troppa copia, se stare gli lascia, rincresca, però che delle cose di che l'uomo abondevole si truova sfastidiano.
Ma che si può qui più dire, se non che il benigno aspetto, col quale la somma benivolenza riguarda la necessità degli abandonati, non volle che il nobile sangue, del quale Biancifiore era discesa, sotto nome d'amica divenisse vile, ma acciò che con matrimoniale nodo il suo onore si servasse, consentì che le pensate cose sanza indugio si mettessero in effetto?
[10]
Diede il giorno luogo alla sopravegnente notte, e le stelle mostrarono la lor luce, ma poi che Febo co' tiepidi raggi recò nuovo splendore, il re fece a sé chiamare Florio, e con lieto viso ricevuto il suo saluto, a sé l'accolse, e così gli disse: - Bello figliuolo, a me sopra tutte cose caro, ascoltino le tue orecchi pazientemente le mie parole; e i miei comandamenti, i quali da te debitamente deono essere osservati, per te sieno messi ad effetto.
Con ciò sia cosa che niuna speranza rimasa fosse alla mia lunga età di gloria, agl'iddii piacque di donarmi te, in cui la mia speme, sanza fallo già secca, ritornò verde, e dissi: "Omai la fama del nostro antico sangue non perirà, poi che gl'iddii ci hanno conceduto degna erede"; e sopra te tutto il mio intendimento fermai, sì come sopra unico bastone della mia vecchiezza.
E volendo che l'alto uficio a che gl'iddii t'hanno apparecchiato, sì come è a ornare la tua fronte di splendida corona degli occidentali regni, non patisse difetto di savio duca, ancora che io nella tua effigie conoscessi che valoroso uomo dovevi per natura pervenire, nondimeno con essaminato animo imaginai che per le accidentali scienze molto t'avanzeresti.
E dalla imaginazione nel dovuto tempo venni all'effetto; e infino a questo giorno, così come la tua età è stata per la gioventudine deboletta a sostenere, così con picciole scienze t'ho fatto nutricare.
Ora che in più ferma età se' pervenuto, disidero che tu a più alti studii disponghi il tuo intelletto, e massimamente a' santi principii di Pittagora, de' quali venendo con l'aiuto de' nostri iddii a perfezione, sì come io estimo, ti seguirà grandissimo onore, con ciò sia cosa che la scienza in niuna maniera di gente tanto sia lucida e risplendente quanto ne' prencipi.
E ciò puoi tu per te medesimo considerare, ricordandoti quanta fosse eccellente la fama del gran re Salamone, ancora che giudeo e lontano dalla nostra setta fosse.
E per imprendere questa scienza, certo a te non converrà andare cercando Elicona, né i solleciti studii d'Attene, né alcuno altro lontano paese, però che qui a noi molto vicina è una città chiamata Montoro, dotata di molti diletti, la quale per noi il valoroso duca Ferramonte governa, a noi congiuntissimo parente, non molto men giovane di te, il quale continua compagnia ti sarà.
Quivi con ordinato stile si leggono le sante scienze; quivi, secondo che io estimo, tu potrai in picciolo termine divenire valoroso giovane: per la qual cosa io voglio che sanza indugio vi vada.
Né ciò ti dee parer grave, considerando principalmente che tu vai a divenire valoroso uomo, per la qual cosa acquistare niuno affanno né sconcio se ne dee rifiutare: appresso, tu non sarai però da noi diviso, però che ci se' per picciolo spazio vicino, e sovente potremo noi venire a veder te e tu noi sanza sconcio dello studio: il quale noi non intendiamo che tu prenda in maniera che niuno tuo diletto se ne sconci dall'altra parte, tu sarai con persona che sanza fine t'ama e che disidera molto di vederti, cioè il duca.
E però ora che il tempo è molto più atto allo studio che al sollazzo, però che sì come già vedi signoreggiare le stelle Pliade e la terra rivestire di bianco molto sovente avendo perduto il verde colore, prendi quella compagnia che più ti diletta, e vavvi -.
[11]
Florio, udendo queste parole, in se medesimo si turbò molto, però che nemiche le sentia al suo disio, e lasciando parlare il padre, lungamente guardando la terra, mutolo sanza niente rispondere stette, e dimandatagli più volte dal padre risposta, dopo il trarre d'un grandissimo sospiro, disse così: - A me, o reverendissimo padre, è occulta la cagione per che da voi sì giovane e con tanta fretta dividere mi volete, essendo voi pieno d'età, com'io vi veggo.
Voi disiderate che io per studio divenga in scienza valoroso, la qual cosa non è meno da me disiderata.
Ma qual dovuto pensiero vi mostra che io debba meglio, da voi lontano, studiare, che nella vostra presenza? Non imaginate voi che io lontano da voi continuamente sarò pieno di varie sollecitudini? Io non ispesso, ma quasi continuo crederò che sconcio accidente occupi con infermità la vostra persona, o dubiterò che voi di me non dubitiate.
E ancora mi si volgeranno dubbii per la mente che la vostra vita, a me molto da tener cara, non sia con insidie appostata dagli occulti nemici per la mia assenza.
Queste cose non sono impossibili ad essere ogni ora del giorno pensate da me, però che io non fui generato dalle querce del monte Appennino, né dalle dure grotte di Peloro, né dalle fiere tigre, ma da voi, cui io amo più che niuna altra cosa: e di quelle cose che sono amate si dee dubitare.
E andandomi queste sollecitudini per lo petto, qual parte di scienza vi potrà mai entrare? E ancora manifestamente veggiamo che a niuna persona i futuri casi sono palesi.
Chi sa se gl'iddii, non essendo io con voi, vi chiamassero subitamente a' loro regni? la qual cosa sia lontana per molto tempo da noi; ma se pure avvenisse, chi vi chiuderebbe con più pietosa mano gli occhi nell'ultima ora gravati, che farei io? La qual cosa, se io vi sono lontano, come la farò? E se a me lontano da voi questo accidente avvenisse, che 'l veggiamo sovente avvenire, ché più tosto si secca il giovane rampollo che il vecchio ramo, chi porterebbe a' miei fuochi l'acceso tizzone? Certo strana mano, e non la vostra.
Adunque guardate a quello che voi avete pensato, e vedete ancora s'è convenevole cosa che io, unico figliuolo di così fatto re come voi siete, vada studiando per lo mondo attorno.
E però più utile e migliore consiglio mi pare il fare qui da Montoro o d'altra parte ove più sofficienti fossero, venire maestri in quella scienza la quale più v'aggrada che io appari, e qui in vostra presenza, di miglior cuore, cessando ogni dubbio, apprenderò e con più diletto studierò, vedendovi continuamente in prosperevole stato -.
[12]
Quando il re udì la risposta di Florio, ben conobbe il suo volere occulto, e che le scuse da lui porte, non da pietà che di lui padre avesse, ma sola la forza d'amore che a Biancifiore lo stringea li facea questo dire; onde egli così gli disse: - Figliuolo, siano di lungi da noi gli avversi casi, i quali tu ora in forse mettevi futuri, però che se pure avvenissero, tanto ne sarai vicino, che ben potrai al pietoso uficio esser chiamato.
Ma tu sanza dovere ti ramarichi, ponendolo in non convenevole cosa, che un figliuolo di tal re, quale tu se', vada per le strane scuole studiando.
Or ove ti mando io? Se tu riguardi bene, tu vai in casa tua e nella tua città e nel tuo regno a dimorare.
E se non fosse che 'l troppo amore de' padri verso i figliuoli li fa le più volte pigri alle virtù certo io m'atterrei al tuo consiglio di farti appresso di me studiare; ma acciò che niuno atto di pigrizia dal grande amore ch'io ti porto ti succedesse, mi fo io alquanto contra me medesimo rigido, dilungandoti un poco da me.
E certo tu il dei aver caro, però che la tua età richiede più tosto affanno che agio: il sole, poi che Lucina chiamata dalla tua madre mi ti donò, è quattordici volte ad un medesimo punto ritornato nelle braccia di Castore e di Polluce, e è entrato nel cammino usato per compiere la quintadecima, e è già al terzo della via, o più avanti.
Deh, se tu rifiuti, e dubiti d'andar così vicino a noi, come poss'io presumere che tu, per divenire valoroso, se accidente avvenisse, prendessi sopra te un grave affanno? Caro figliuolo, e' non si disdice a' giovani disiderosi di pervenire valorosi prencipi l'andare veggendo i costumi delle varie nazioni del mondo.
Già sappiamo noi che Androgeo, giovane quasi nella tua età, solo figliuolo maschio di Minòs, re della copiosa isola di Creti, andò agli studii d'Attene, lasciando il padre pieno d'età forse più ch'io non sono, perché in Creti non era studio sofficiente al suo valoroso intendimento.
E Giansone, più disposto all'armi che a' filosofichi studii, con nuova nave prima tentò i pericoli del mare per andare all'isola de' Colchi a conquistare il Montone con la cara lana, e con esso etterna fama, perché ne' suoi paesi non potea mostrare la sua virtuosa forza, e giovanissimo abandonò i vecchi padre e ziano sanza alcuna erede: l'onore del mondo né i celestiali regni non s'acquistano sanza affanno.
Io conosco manifestamente che effettuoso amore ti strigne a essere sempre meco, e niuna altra cagione ti fa scusare l'andata; ma l'andare a Montoro non sarà allontanarsi da me.
Onde, caro figliuolo, va, e sì sollecitamente con acconcio modo studia, che tu possi a me in brieve tempo sanza più avere a studiare ricongiugnerti valoroso giovane -.
[13]
Allora Florio, non potendosi quasi più celare, però che ira e amore dentro l'ardeano, rispose: - Caro padre, né Androgeo né Giansone non seguirono l'uno lo studio e l'altro l'armi, se non per averne il glorioso fine disiderato da loro: e questo è manifesto.
E veramente a me non sarebbe grave il provare le tempestose onde del mare, né i pericoli della terra, andando molto più lontano da voi, in qualunque parte del mondo, che niuno di loro fece, credendovi io trovare la cosa da me disiata a quietare la mia volontà.
Ma che andrò io adunque cercando per lo mondo? Quel ch'io amo e quel ch'io disidero è meco; voglio io andare perdendomi, e non sapere in che? Voletemi voi fare usare il contrario degli altri uomini che affannando vanno? Niuno è che affannando vada, se non a fine d'avere alcuna volta riposo: e io, partendomi di qui, fuggirò il riposo per affannare! Io non posso fare che io non mi vi scuopra: egli è qui nella nostra reale casa la nobile Biancifiore, la quale io sopra tutte le cose del mondo amo; e certo non sanza cagione: ella è l'ultimo fine de' miei disii, e solamente vedere il suo bel viso, il quale più che matutina stella risplende, è quello che io disidero di studiare.
Onde io caramente vi priego che voi della mia vita aggiate pietà sì come padre di figliuolo, la quale sanza fallo, dividendomi io da Biancifiore, si dividerà da me.
E acciò che 'l tempo in lungo sermone non si occupi, vi dico che sanza lei io non sono disposto ad andare in alcuna parte del mondo, né vicina né lontana di qui.
Se lei volete mandar meco, mandatemi ove volete, ché tutto mi parrà leggiero e grazioso l'andare.
E dell'amore ch'io porto a costei vi dovete voi molto contentare, pensando che Amore abbia tanto bene per noi proveduto, che egli non ha consentito che io disiando donna lontana da' nostri regni faccia come già fece Perseo, il quale tra li neri indiani scelse Andromeda, e similemente Paris degli altrui regni ne portò Elena insieme col fuoco che arse poi i suoi regni; e cercando lei abandoni voi vecchio.
Adunque da poi che Amore in un regno, in una città e in una medesima casa m'ha conceduto dilettoso piacere, di sì grazioso dono gli siamo noi molto tenuti.
E poi che così è, io vi priego che vi piaccia che graziosamente e sanza affanno voi mi lasciate questo singular bene possedere -.
[14]
Sì tosto come Florio tacque, il re, che non meno cruccioso era di lui, ben che nel sembiante allegro si mostrasse, alquanto turbato così gli rispose: - Ahi, caro figliuolo, che è quello che tu di'? Io non avrei mai creduto che sì vile cagione ti ritenesse da volere andare a pervenire a così alti effetti come lo studiare nelle filosofiche scienze reca altrui.
Sola pietà di me vecchio credea ti ritenesse: ora hatti già tanto insegnato Amore, che sotto spezie di verità porgi inganno a me, tuo padre? Hai tu questo appreso nel lungo studio che io sotto la correzione di Racheio t'ho fatto fare? Oimè, che ora pur conosco io manifestamente quello a che il tuo poco senno ti tira! e ben conosco che la verità da' tuoi maestri mi fu porta poi che così parli; e sanza fine di te mi maraviglio, il quale mi vuoi dare a vedere che quello di che tu e io più ci dovremmo dolere, ne dovremo far festa e ringraziare Amore; e non pensi quanta sia la viltà, la quale ha il tuo animo occupato in disporti ad amare così fatta femina, come tu ami; della qual cosa doppiamente se' da riprendere e principalmente d'aver avuta sì poca costanza in te, che a sì vile passione, com'è amare una femina oltre misura, hai lasciato vincere il tuo virile animo, non ponendo mente quanti e quali sieno i pericoli che da questo amare sieno già proceduti e procedano.
Non udisti tu mai dire come miserabilmente Narcisso per amore si consumò, e con quanta afflizione Biblide per amore divenne fontana? E ancora gl'iddii sostennero noia di tal passione, e massimamente Apollo, il quale, di tutte cose grandissimo medico, a sé medicina non poté porgere, poi che ferire s'ebbe lasciato, forse non per viltà ma per provare; e in brieve, niuno non è a cui questo amore non dissecchi le medolle dell'ossa.
E tu con disiderio il vai seguendo! Ma ancora di tutto questo, tenendo lo stile della più gente, ti potresti scusare; ma non consideri tu di cui tu ti sei innamorato, e per cui tu così faticosa passione sostieni? e ciò è d'una serva nata nelle nostre case, la quale a comparazione di te non ti si confarebbe in niuno atto.
Deh! or ti fossi tu d'una valorosa e gran donna simile alla tua nobiltà innamorato! assai mi dorrebbe, ma ancora mi sarebbe alcuna consolazione.
Io non ti potrei mai tanto sopra questo dire quanto io disidero; ma però ch'io so che ancora in te medesimo, sanza riprensione alcuna, ti riconoscerai del tuo errore, e rimarra'tene, mi taccio.
E se io credessi che ciò non avvenisse, certo legger cosa mi sarebbe ora io medesimo ucciderti.
Ma acciò che tu seguiti lo studio, io in questa parte, ancora che io conosca che manifesto biasimo ti sia menarti dietro per le strane scuole quella che tu sconciamente ami, ne seguirò il tuo volere; e sì tosto come tua madre, la quale alquanto non sana è stata, come tu puoi vedere, avrà intera sanità ricuperata, io la ti manderò a Montoro; e ora teco la ne manderei, se non fosse che sanza lei tua madre in cotale atto non vuol rimanere -.
[15]
Turbossi alquanto Florio veggendo il padre turbato, ma non pertanto quasi lagrimando così li rispose: - Padre mio, sì come voi sapete, né il sommo Giove né il risplendente Apollo, da voi ora davanti ricordato, né alcuno altro iddio ebbe all'amorevole passione resistenza; né tra' nostri predecessori fu alcuno tanto di virile forza armato, né sì crudo, che da simile passione non fosse oppresso.
Adunque, se io giovinetto contra così generale cosa non ho potuto resistere, certo non ne sono io sì gravosamente da riprendere, come voi fate, ma emmi da rimettere, pensando che il mio spirito è stato sì volgare, che per rigidezza non ha rifiutato quello che ciascuno altro gentile ha sostenuto.
E la mia forma la quale mercé degl'iddii è bellissima, richiede tale uficio, più tosto che alcuno altro.
E che si potrà giustamente dire a me s'io amo, poi che ad Ercule e ad Aiace uomini robusti non si disdisse? Appresso dite che gravoso vi sembra pensando la qualità della femina che io amo però che popolaresca e serva la riputate, e voi credo che in parte ignoriate di qual sangue questa giovane, cui io amo, sia discesa, sì come quegli che ingiustamente il suo padre valoroso, resistente con picciola schiera alla vostra moltitudine di gente, uccideste, il quale forse non fu di minor qualità che voi siate, pensando alla grandezza di tanto animo quanto nella sua fine mostrò.
E ancora che certamente noi nol sappiamo, noi pure avemo udito che la madre di costei, la quale voi non serva prendeste, discese dell'alto sangue del vittorioso Cesare, già conquistatore de' nostri regni per adietro.
E posto che manifestamente la nazione di questa giovane esser vile si conoscesse, sì conosciamo noi lei esser tanto gentile o più, quanto se d'imperiale progenie nata fosse, se riguardiamo con debito stile che cosa gentilezza sia, la quale troveremo ch'è sola virtù d'animo.
E qualunque è quelli che con animo virtuoso si truova quelli debitamente si può e dee dire gentile.
E in cui si vide già mai tanta virtù, quanta in costei si truova e vede manifestamente? Ella è di tutte generalmente vera fontana.
In lei pare la prudentissima evidenzia della cumana Sibilla ritornata; né fu la casta Penolope più temperata di costei, né Catone, più forte negli avversarii casi, né con più equalità d'animo: liberalissima la veggiamo.
La grazia della sua lingua si potrebbe adeguare alla dolcissima eloquenzia dell'antico Cicerone.
A cui mai tanta grazia concessero gl'iddii? Questa è sommamente virtuosa: adunque sanza comparazione gentile.
Non fanno le vili ricchezze, né gli antichi regni, forse come voi, essendo in uno errore con molti, estimate, gli uomini gentili né degni posseditori de' grandi uficii: ma solamente quelle virtù che costei tutte in sé racchiude.
Deh, or come mi potea o potrebbe già mai Amore di più nobil cosa fare grazia? Questa ha in sé una singular bellezza, la quale passa quella che Venus tenea, quando ignuda si mostrò nelle profonde valli dell'antica selva chiamata Ida a Paris, la quale, ognora che io la veggio, m'accende nel cuore uno ardore virtuoso sì fatto, che s'io d'un vile ribaldo nato fossi, mi faria subitamente ritornare gentile.
Né niuna volta è che io i suoi lucentissimi occhi riguardi, che da me non fugga ogni vile intendimento, se alcuno n'avessi.
Adunque, poi che questa a virtuosa vita mi muove, non che ella è gentile, come di sopra detto è, ma se ella fosse la più vil feminella del mondo, sì è ella da dovere essere amata da me sopra ogni altra cosa.
Ma poi che tanto v'aggrada che io studii, acciò che riputato non mi possa essere in vizio il non ubidirvi, farollo volentieri; ma se mia vergogna vi sembra che costei per le strane scuole mi venga seguendo, levate la cagione acciò che non seguiti l'effetto: non vi mandate me, il quale sono presto d'andarvi, poi che a voi piace, e impromettetemi di mandarmi lei.
Sieno del loro amore ripresi la trista Mirra e lo scelerato Tireo e la lussuriosa Semiramis, i quali sconciamente e disonestamente amarono, e me più non riprendete, se la mia vita v'aggrada -.
[16]
Non rispose più il re a Florio, però che sì gli vedeva gli argomenti presti, che volendo parlare con lui avrebbe di gran lunga perduto, ma lasciandolo solo, si partì da esso e comandò che s'acconciasse l'arnese, acciò che Florio la seguente mattina n'andasse a Montoro.
[17]
Alle parole state tra 'l re e Florio non era guari lontana la misera Biancifiore, ma, celata in alcuno luogo, con intentivo animo tutte l'avea notate, ascoltando quello ch'ella non avrebbe voluto udire né che per altrui le fosse stato raportato.
E bene avea con grave doglia intese le gravi riprensioni fatte a Florio per l'amore che a lei portava, e similmente udito avea vilmente dispregiarsi dal re, dicendo che serva era e di vile nazione discesa; ma di ciò la vera e buona difensione di Florio fatta in aiuto di lei, le rendé molto il perduto conforto.
Ma quando ella dire udì a Florio: - Poi che mandare mi dovete Biancifiore a Montoro, io v'andrò -, allora dolore intollerabile l'assalì, però che manifestamente conobbe lo iniquo intendimento del re il quale questo impromettea per più leggiermente poter Florio allontanare da lei; e cominciò con tacito pianto a lagrimare e a dire fra sé così: "Oimè, Florio, solo conforto dell'anima mia, a cui io tutta mi donai per mia salute quel giorno che tu prima mi piacesti, ora che credi tu? Alle cui parole t'hai tu lasciato ingannare! Or non vedevi tu che mi ti prometteva di mandarmiti, perché tu consentissi, come tu hai fatto, all'andata? Egli non mi manderà mai ove tu sii.
Deh, non conosci tu la falsità del tuo padre? Certo non che egli mandi me a te, ma egli non lascerà mai te venire dove io sia.
Tu ti sei lasciato ingannare con meno arte che non lasciò Isifile: ella credette alle parole e agli atti, e alla fede promessa, e alle lagrime dello ingannatore; ma tu per la menoma di queste cose se' stato ingannato, e hai detto di sì di quella cosa che laida ti sarebbe a tornare adietro; e non hai conosciuto che egli, non disideroso del tuo studio, ma di trarre me della tua memoria, t'allontana da me, acciò che per distanza tu mi dimentichi! Oimè, or dove abandoni tu, o Florio, la tua Biancifiore? Ove n'andrai tu con la mia vita? Oimè, misera! E io come sanza vita rimarrò? E se a me vita rimarrà, come sarà ella fatta trovandomi sanza esser teco continuamente e sanza vederti? O luce degli occhi miei, perché ti fuggi tu da me? Oimè, quale speranza mi potrà mai di te riconfortare, che con la tua bocca hai consentita e impromessa la partita? O beata Adriana, che ingannata dal sonno e da Teseo, dopo poche lagrime meritò miglior marito! E più felice Fedra, che col suocero in nome d'amante finì il disiato cammino! Or mi fosse stata licita l'una di queste felicità: o l'essere stata da te con ingegno abandonata o d'averti potuto seguire.
Oimè, se quello amore il quale tu m'hai più volte con piacevole viso mostrato è vero, perché nel cospetto della crudeltà del tuo padre non piangevi tu, veggendo che i prieghi non valeano? E' non ti si disdicea, ché ciascuno sa che alcuno non può dar legge all'amorevole atto, però che la forza d'amore tiene l'uomo, più che alcun altro vinco, costretto.
Io credo che se le tue lagrime fossero state con prieghi mescolate egli avrebbe conceduto che tu fossi avanti qua rimaso che vedutoti più lagrimare, però che la pietà, che sarebbe stata da avere di te, avrebbe vinto e rimutato il suo nuovo proponimento: ché tutti i padri non hanno gli animi feroci contra i figliuoli come ebbe Bruto, primo romano consolo, il quale giustamente per la sua crudeltà fu da riprendere.
Ma, oimè!, che se 'l tuo amore non è falso, tu dovevi sofferire aspri tormenti anzi che consentire di dovervi andare, o almeno, per consolazione di me misera, farviti quasi per forza menare.
Né in questo ti si disdicea l'essere al tuo padre disubidiente, però che, quando cosa impossibile si dimanda, è lecito il disdirla.
Come ti sarà egli possibile il partirti sanza me, se le tue parole a me dette per adietro non sono quali furono quelle del falso Demofonte a Filis, il quale la promessa fede e le vele della sua nave diede ad un'ora a' volanti venti? O come potrai tu in alcuna parte sanza cuore andare? Tu mi solevi dire ch'io l'avea nelle mie mani e che io sola era l'anima e la vita tua: ora se tu sanza queste cose ti parti, come potrai vivere? Oimè misera, quanto dolore è quello che mi strigne, pensando che tu contra te medesimo sii incrudelito, né hai avuta alcuna pietà alla tua vita! Or con che viso ti potrò io pregare che della mia t'incresca, alla quale alcuna compassione dovresti avere avuta, pensando che io per te la metterei ad ogni pericolo, credendoti da noia allontanare? Tu avrai, partendoti, guadagnata la tua morte e la mia: e se non morte, vita più dolorosa che morte non ci falla! Tu te n'andrai a Montoro col vero corpo, e io misera rimarrò seguendoti sempre con la mente; né mai in alcuna parte sanza me sarai, e niun diletto da te ha preso, che io con lamentevole disio non ti seguiti addesso.
Né fia per te fatto alcuno studio che io similemente imaginando non studii, disiderando più tosto di convertirmi in libro per essere da te veduta, che stare nella mia forma da te lontana.
Ma certo la fortuna e gl'iddii hanno ragione d'essere avversi a' nostri disii, i quali abbiamo sì lungamente avuto spazio di potere toccare l'ultime possanze d'amore, e mai non le tentammo: la qual cosa forse, se stata fosse fatta, o più forte vinco avrebbe te meco a me teco legato, per lo quale partiti non potremmo essere stati di leggere, come ora saremo, o quello che ci strigne si sarebbe o tutto o in maggior parte soluto, né mi dorrebbe tanto la tua partenza.
Certo per le dette ragioni me ne duole, ma per la servata onestà sono contenta che la nostra età sia stata casta, alla quale ancora ben bene sì fatta cosa non si convenia.
E appresso credo che forse gl'iddii ci serbano più lieti congiungimenti, e con migliore cagione: ma, oimè dolente!, che questo non so io, né già per tale speranza il mio dolor non scema! Or volessono gl'iddii che, poi che dividere mi debbo da te, che se' solo mio bene mia luce e mia speranza, mi fosse licito il morire! Oimè, Aretusa, quanto miseramente, fuggendo il tuo amante, divenisti fontana! e io più affannata di dolore che tu di paura, non sono da loro udita, né però si muovono a pietà! Ahimè, Ecuba, quanto ti fu felice nel tuo ultimo dolore, poi che morte t'era negata, il convertirti in cane! Io ti porto invidia; e similmente alla tua morte, o Meleagro, la cui vita dimorava nel fatato bastone, però ch'io disidererei che i tuoi fati si fossero rivolti sopra di me! O sommi iddii, se i miseri meritano d'essere uditi, io vi priego che di me v'incresca, e che voi al mio dolore o fine o conforto sanza indugio mandiate.
E tu, o più che crudele, te ne va', ché in verità mai nel tuo aspetto non conobbi che crudeltà in te dovesse aver luogo.
Ma poi che lontanandoti la dimostri, io ti giuro per l'anima della mia madre che mai sanza continua sollecitudine non sarò, sempre pensando com'io a vedere ti possa venire.
E quale che modo io mi elegga, se io non sarò mandata a te, io vi pur verrò".
[18]
Florio, che malvolentieri a' piaceri del padre avea consentito, ricevuto il comandamento del doversi partire la seguente mattina, e partitosi il re da lui, solo pensando si pose a sedere, e fra se medesimo dicea: "Oimè, or che ho io fatto? A che ho io consentito? Alla mia medesima distruzione, per ubidire il crudel padre! Or come mi potrò io mai partire sanza Biancifiore? Deh, or non poteva io almeno dicendo pur di no, aspettare quello ch'egli avesse fatto? Di che aveva io paura? Ucciso non m'avrebbe egli, ché io non m'avrei lasciato.
Né niuna peggior cosa mi potea fare che da sé cacciarmi: la qual cosa egli non avrebbe mai fatto; ma se pur fatto l'avesse, Biancifiore non ci sarebbe rimasa, però che meco ove che io fossi andato l'avrei menata; la quale io più volontieri, sanza impedimento d'alcuno, liberamente possederei, che io non farei la grande eredità del reame che m'aspetta.
Ma poi che promesso l'ho, io v'andrò, acciò che non paia ch'io voglia tutto ogni cosa fare a mia maniera.
Egli m'ha impromesso di mandarlami; se elli non la mi manda, io avrò legittima cagione di venirmene dicendo: "Voi non m'atteneste lo 'mpromesso dono: io non posso più sostenere di stare lontano da lei per ubidire voi".
E da quella ora in avanti mai più un tal sì non mi trarrà della bocca, quale egli ha oggi fatto.
Se egli me la manda, molto sono più contento d'esser con lei lontano da lui che in sua presenza stare, e più beata vita mi riputerò d'avere".
E con questo pensiero si levò e andonne in quella parte ove egli ancora trovò Biancifiore, che tutta di lagrime bagnata ancora miseramente piangea; a cui egli, quasi tutto smarrito guardandola, disse: - O dolce anima mia, qual è la cagione del tuo lagrimare? -.
La quale prestamente dirizzata in piè, piangendo gli si fece incontro, e disse: - Oimè, signor mio, tu m'hai morta: le tue parole sono sola cagione del mio pianto.
O malvagio amante, non degno de' doni della santa dea, alla quale i nostri cuori sono disposti, or come avesti tu cuore di dire tu medesimo sì di dovermi abandonare? Deh, or non pensi tu ove tu m'abandoni? Io, tenera pulcella, sono lasciata da te come la timida pecora tra la fierità de' bramosi lupi.
Manifesta cosa è che ogni onore, il quale io qui ricevea, m'era per lo tuo amore fatto, non perché io degna ne fossi, sì come a colei che era tua sorella da molti riputata per lo nostro egual nascimento.
E molti, invidiosi della mia fortuna, a me, per loro estimazione prospera e benivola tenuta per la tua presenza, ora, partendoti tu, non dubiteranno la loro nequizia dimostrare con aperto viso, avendola infino a ora per tema di te celata.
Ma ora volessero gl'iddii che questo fosse il maggior male che della tua andata mi seguitasse! Ma tu mi lasci l'animo infiammato del tuo amore, per la qual cosa io spero d'avere sanza te angosciosa vita! la quale, ancora che io da te non abbia meritata, mi ha bene investita, però che, quando prima ne' tuoi begli occhi vidi quel piacere, che poi a' tuoi disii mi legò il cuore con amoroso nodo, sanza pensare alla mia qualità vile e popolaresca, e ancora in servitudine coatta, in niuna maniera da potere alla tua magnificenza adeguare, mi lasciai con isfrenata volontà pigliare, aggiungendo al tuo viso piacevolezza col mio pensiero.
Onde se tu, ora, abandonandomi sì come cosa da te debitamente poco cara tenuta, e Amore, costringendomi di te, da me stoltamente amato, con greve doglia mi punite, faccendomi riconoscere la mia follia, questo non posso né io né alcuno altro dire che si sconvenga.
E se non fosse che io fermamente credo che alcuna parte di quella fiamma amorosa, la qual pare che per me ti consumi, t'accenda il cuore, se vero è che ogni amore acceso da virtù, com'è il mio verso di te, sempre accese la cosa amata, sol che la sua fiamma si manifesti, io avrei sconciamente nociuto alla mia vita, però che Cupido da piccolo spazio in qua m'ha più volte posta in mano quella spada, con la quale la misera Dido nella partita di Enea si passò il petto, acciò che io quello uficio essercitassi in me: e certo io l'avrei per me volontieri fatto, ma dubitando d'offendere quella piccola particella d'amore che tu mi porti, mi ritenni, tenendo solamente la mia vita cara per piacere a te.
Ma gl'iddii sanno quale ella sarà partendoti tu, però che io non credo che mai giorno né notte sia, che io non sofferi molti più aspri dolori che il morire non è.
Ma forse tu ti vuogli scusare che altro non puoi; ma non bisogna scusa al signore verso il vassallo: tanto pur udi' io che tu con la tua bocca dicesti d'andare a Montoro! Oimè, or m'avessi tu detto davanti: "Biancifiore, pensa di morire, però che io intendo d'abandonarti", però che tu non dovevi dire sì a fidanza delle vane e false parole di tuo padre, il quale ti promise di mandarmi a te.
Certo egli nol farà già mai, però che egli guarda di farti tanto da me star lontano, che io possa essere uscita della tua mente -.
Queste e molte altre parole, piangendo e tal volta porgendogli molti amorosi baci, gli diceva Biancifiore, quando Florio non potendo le lagrime ritenere, rompendole il parlare, le disse così:
[19]
- Oimè, dolce anima mia, or che è quello che tu di'? Come potrei io mai consentire se non cosa che ti piacesse? Tu ti duoli della menoma parte de' nostri danni.
Principalmente già sai tu che mai per me onorata non fosti, ma sola la tua virtù è stata sempre cagione debita agli onoranti di tale onore farti: la qual virtù per la mia partita non credo che manchi, né similemente l'onore.
E chi sarebbe quelli che contra te potesse incrudelire, o per invidia o per altra cagione? certo nullo; e se pure alcuno ne fosse, io non sarò sì lontano che tu di leggieri non possi farlomi sentire, acciò che io con subita tornata qui punisca la iniquità di quelli: e però di questo vivi sicura e sanza pensiero.
Ma, ohimè, che di quel fuoco, del qual tu di' che io ti lascio l'anima accesa, io ardo tutto! E veramente mentre io starò lontano da te, la mia vita non sarà meno angosciosa che la tua: e io il sento già, però che nuova fiamma mi sento nel cuore aggiunta.
Ma sanza fine mi dolgono le parole le quali tu di', avvilendoti sanza alcuna ragione.
E certo di quello che io ora dirò, né me ne sforza amore né me n'inganna, ma è così la verità come io estimo.
In te niuna virtù pate difetto, né belli costumi fecero mai più gentilesca creatura nell'aspetto, che i tuoi, sanza fallo buoni, fanno te.
La chiarità del tuo viso passa la luce d'Appollo né la bellezza di Venere si può adeguare alla tua.
E la dolcezza della tua lingua farebbe maggiori cose che non fece la cetera del trazio poeta o del tebano Anfion.
Per le quali cose lo eccelso imperador di Roma, gastigatore del mondo, ti terrebbe cara compagnia, e ancora più: ch'egli è mia oppinione che, se possibil fosse che Giunone morisse, niuna più degna compagna di te si troverebbe al sommo Giove.
E tu ti reputi vile? Or che ha la mia madre più di valore di te, la quale nacque de' ricchissimi re d'Oriente? Certo niuna cosa, né tanto, traendone il nome, che è chiamata reina.
Adunque per lo tuo valore se' tu da me degnamente amata, sì com'io poco inanzi dissi al mio padre.
E cessino gl'iddii che tu in niuno atto o per nulla cagione t'avessi offesa o t'offendessi, però che niuna persona m'avrebbe potuto ritenere, che io subitamente non mi fossi con le propie mani ucciso.
Vera cosa è, e ben lo conosco, che, consentendo io l'andata mia a Montoro, io diedi a te gravoso dolore; ma certo e' non dolfe più a te che a me.
Ma che volevi tu che io facessi più avanti? Volevi tu che io con mio padre avessi sconce parole per quello che ancora si può ammendare? Se a te tanto dispiace la mia andata, comanda che io non vi vada: egli potrà assai urtare il capo al muro, che io sanza te vi vada! E se tu consenti che io vi vada, egli m'ha promesso di mandarmiti: la qual cosa se egli non fa, io volgerò tosto i passi indietro, però che io so bene che sanza te vivere non potrei io lungamente.
E non pensare che mai, per lontanarmi da te, egli mi possa mai trarre te della mente, che, quanto più ti sarò col corpo lontano, tanto più ti sarò con l'anima vicino, ché certo impossibile sarebbe ch'io ti dimenticassi, se tutto Letè mi passasse per la bocca.
Però, anima mia, confortati, e lascia il lagrimare; e fa ragione ch'io sia sempre teco, e non pensare che 'l mio amore sia lascivo come fu quello di Giansone e di molti altri, i quali per nuovo piacere sanza niuna costanza si piegavano.
Veramente io non amerò mai altra che te, né mai altra donna signoreggerà l'anima mia se non Biancifiore -.
E dicendo queste parole, piangeano amenduni teneramente, spesso guardando l'uno l'altro nel viso, e tal volta asciugando ora col dilicato dito, ora col lembo del vestimento, le lagrime de' chiari visi.
[20]
Nel tempo della seconda battaglia stata tra 'l magnifico giovane Scipione Africano e Annibale cartaginese tiranno, essendo già la fama del valore di Scipione grandissima, avvenne che uscito del campo d'Annibale un cavaliere in fatto d'arme virtuosissimo, chiamato Alchimede, con molti compagni per prender preda nel terreno de' romani, acciò che 'l campo d'Annibale copioso di vittuaglia tenessero, Scipione, uscitogli incontro, dopo gran battaglia tra loro stata, gli sconfisse, e lui ferì mortalmente abbattendolo al campo.
Alchimede vedendosi abbattuto e sentendosi solo, da' suoi abandonato e ferito a morte, alzò il capo e riguardò il giovane, il quale la sua lancia avea a sé ritratta, forse per riferirlo, e videlo nel viso piacevole e bello, e niente parea robusto né forte come i suoi colpi il facevano sentire, a cui egli gridò: - O cavaliere, non ferire, però che la mia vita non ha bisogno di più colpi a essere cacciata che quelli che io ho, né credo che il sole tocchi le sperie onde che l'anima mia fia a quelle d'Acheronta.
Ma dimmi se tu se' quel valoroso Scipione cui la gente tanto nomina virtuoso -.
Il quale Scipione, riguardandolo e udita la voce, il riconobbe, però che in altra parte aveva la sua forza sentita, e disse: - O Alchimede io sono Scipione -.
Allora Alchimede gli porse la destra mano e con fievole voce gli disse: - Disarma il già morto braccio, e quello anello il quale nella mia mano troverai, prendilo e guardalo, però che in lui mirabile virtù troverai: che a qualunque persona tu il donerai, elli, riguardando in esso, conoscerà incontanente se noioso accidente avvenuto ti fia, però che il colore dell'anello vedrà mutato, e sì tosto come egli l'avrà veduto, la pietra tornerà nel primo colore bella.
E a me per tale cagione il donò Asdrubal, fratello al mio signore Annibale, a cui tu tanto se' avverso, quando di Spagna mi partii da lui, che più che sé m'amava.
Io sento al presente la mia vita fallire, e sola d'alcuno amico; onde, se io qui muoio con esso, o perderassi, o troverallo alcuno il quale forse la sua virtù non conoscerà, o che forse non sarà degno d'averlo: e però io amo meglio che tu, posto che offeso m'abbi, il tenghi in guiderdone della tua virtù, che alcuno altro il possegga per alcuno de' detti modi -.
E detto questo, la debole testa sopra il destro omero bassò; e dopo picciolo spazio si morì.
Scipione, prestamente disarmata la mano del rilucente ferro, più disioso della virtù dell'anello che del valore, trovò il detto anello bellissimo, e fino oro il suo gambo, la pietra del quale era vermiglia, molto chiara e bella: il quale egli prese, e mentre che viveo con gran diligenza il guardò.
Ma poi, pervenendo d'uno discendente in altro della casa, pervenne al valoroso Lelio, il quale, essendo consueto d'andare sovente per lo bene della republica, come valoroso cavaliere non tralignante da' suoi antichi, fuori di Roma contro a' resistenti, donò questo anello alla misera Giulia, dicendole la virtù, acciò che ella sanza cagione di lui non dubitasse.
E quando lo infortunato caso da non ricordare l'avvenne, l'avea ella in mano, e per dolore il si trasse e diedelo a guardare a Glorizia, dicendo: - Omai non ho io di cui io viva più in dubbio, né per cui la virtù del presente anello più mi bisogni -.
Ma dopo la morte di Giulia, Glorizia il donò a Biancifiore, dicendole come del padre di lei era stato e appresso della madre, e la virtù di lui: il quale Biancifiore lungo tempo caramente guardò.
E ricordandosene allora, lo portò dove Florio era, e così cominciò piangendo a parlare:
[21]
- Deh, perché s'affannano le nostre mani a rasciugare le lagrime de' nostri visi nel principio del nostro dolore? Sia di lungi da me che io mai di lagrimare ristea, mentre che tu sarai lontano da me.
Oimè, che tu mi dì: "Comanda che io non vada a Montoro!".
Deh, or perché bisognava egli che io il ti comandassi? Non sai tu come io volontieri vi ti vedrò andare? Tu il dovevi ben pensare.
Ma volontieri i' 'l farei, se convenevole mi paresse; ma però che io non disidero meno che 'l tuo dovere s'adempia che 'l mio volere, poi che tu promettesti d'andarvi, fa che tu vi vada, acciò che vituperevole cosa non paia, volendosene rimanere, il disdire quello che tu hai promesso.
E acciò che le tue parole non paiano vento, io concedo, così volontieri come Amore mi consente, che tu vi vada, e ubidendo anzi adempi il piacere del tuo padre.
Ma sopra tutte le cose del mondo ti priego che tu per assenza non mi dimentichi per alcuna altra giovane.
Io so che Montoro è copioso di molti diletti: tutti ti priego che da te siano presi.
Solamente a' tuoi occhi poni freno quando le vaghe giovani scalze vedrai andare per le chiare fontane, coronate delle frondi di Cerere, cantando amorosi versi, però che a' loro canti già molti giovani furono presi: però che se io sentissi che alcuna con la sua bellezza di nuovo t'infiammasse, come furiosa m'ingegnerei di venire dove tu e ella fosse; e se io la trovassi, con le propie mani tutta la squarcerei, né nel suo viso lascerei parte che graffiata non fosse dalle mie unghie, né niuno ordine varrebbe a' composti capelli che io, tutti tirandoglieli di capo, non gli rompessi; e dopo questo, per vituperevole e etterna sua memoria, co' propii denti del naso la priverei: e questo fatto, me medesima m'ucciderei.
Questo non credo però che possibile sia di dovere avvenire: ma sì come leale amante ne dubito, e però il dico.
Tu avrai molti altri diletti, e ciascuno s'ingegnerà di piacerti, acciò che io ti dispiaccia: ma io mi fido nella tua lealtà.
E però che io sono certa che come tu in molti e varii diletti starai, così io in molte avversità, le quali forse io non ti potrò far note così com'io vorrei, ti voglio pregare, poi che gl'iddii adoperano verso noi tanta crudeltà, e la fortuna ne mostra le sue forze in dipartirci, che ti piaccia per amore di me portar questo anello, il quale, mentre che io sanza pericolo dimorerò, sempre nella sua bella chiarezza il vedrai, ma, come io avessi alcuna cosa contraria, tu il vedrai turbare, Io ti priego che allora sanza niuno indugio mi venghi a vedere: e priegoti che tu sovente il riguardi, ogni ora ricordandoti di me che tu il vedi.
Più non ti dico, se non che sempre il tuo nome sarà nella mia bocca, sì come quello che solo è nella memoria segnato, e nello innamorato cuore col tuo bel viso figurato.
Tu solo sarai i miei iddii, i quali io pregare debbo della mia felicità: a te saranno tutte le mie orazioni diritte, sì come a quelli in cui i miei pensieri tutti si fermano per aver pace.
Veramente una cosa ti ricordo: che s'egli avviene che il tuo padre non mi mandi a te come promesso t'ha, che il tornare tosto facci a tuo potere, però che se troppo sanza vederti dimorassi, lagrimando mi consumerei -.
E dette queste parole, piangendo gli si gittò al collo; né prima abbracciando si giunsero, che i loro cuori, da greve doglia costretti per la futura partenza, paurosi di morire, a sé rivocarono i tementi spiriti, e ogni vena vi mandò il suo sangue a render caldo, e i membri abandonati rimasero freddi e vinti, e essi caddero semivivi, avanti che Florio potesse alcuna parola rispondere.
E così, col natural colore perduto, stettero per lungo spazio, sì che chi veduti gli avesse, più tosto morti che vivi giudicati gli avrebbe.
Ma dopo certo spazio, il cuore rendé le perdute forze a' sopiti membri di Florio, e tornò in sé tutto debole e rotto, come se un gravissimo affanno avesse sostenuto, e tirando a sé le braccia, gravate dal candido collo di Biancifiore, si dirizzò, e vide che questa non si movea, né alcun segnale di vita dimostrava.
Allora elli, ripieno di smisurato dolore, appena che la seconda volta non ricadde, e disiderato avrebbe d'esser subitamente morto; ma veggendo che 'l dolore nol consentiva, piangendo forte si recò la semiviva Biancifiore in braccio, temendo forte che la misera anima non avesse abandonato il corpo e mutato mondo, e con timida mano cominciò a cercare se alcuna parte trovasse nel corpo calda, la quale di vita gli rendesse speranza.
Ma poi che egli dubbioso non consentiva alla verità, ché forse caldo trovava e pareagli essere ingannato, cominciò piangendo a baciarla, e dicea: - Oimè, Biancifiore, or se' tu morta? Deh, ove è ora la tua bella anima? In quali parti va ella sanza il suo Florio errando? Oimè, or come poterono gl'iddii essere tanto crudeli ch'elli abbiano la tua morte consentita? O Biancifiore, deh, rispondimi! Oimè ch'io sono il tuo Florio che ti chiamo! Deh, or tu mi parlavi ora inanzi con tanto effetto, disiderando di mai da me non ti partire, e ora solamente non mi rispondi! Or se' tu così tosto sazia dell'essere meco? Oimè, che gl'iddii mi manifestano bene ora che di me sono invidiosi e hannomi in odio.
Ma di questo male m'ha più cagione il mio crudel padre, il quale sì subitamente ha affrettata la mia partita.
O crudele padre, tu l'avrai interamente! Le parole da me dette stamattina ti saranno dolente agurio e oggi ti faranno dolente portatore del fuoco, ove tu miseramente ardere mi vedrai: la tua crudeltà è stata cagione della morte di costei, e ella e tu sarete cagione della mia.
Vivere possi tu sempre dolente dopo la mia morte, e gl'iddii prolunghino gli anni tuoi in lunga miseria! Or ecco, o anima graziosa, ove che tu sii, rallegrati che io m'apparecchio di seguitarti, e quali noi fummo di qua congiunti, tali infra le non conosciute ombre in etterno amandoci staremo insieme.
Una medesima ora e uno medesimo giorno perderà due amanti, e alle loro pene amare sarà principio e fine -.
E già avea posto mano sopra l'aguto coltello, quando egli si chinò per prima baciare il tramortito viso di Biancifiore, e chinandosi il sentì riscaldato, e vide muovere le palpebre degli occhi, che con bieco atto riguardavano verso di lui.
E già il tiepido caldo, che dal cuore rassicurato movea, entrando per li freddi membri, recando le perdute forze, addusse uno angoscioso sospiro alla bocca di Biancifiore, e disse: - Oimè! -.
Allora Florio, udendo questo, quasi tutto riconfortato, la riprese in braccio e disse: - O anima mia dolce, or se' tu viva? Io m'apparecchiava di seguitarti nell'altro mondo -.
Allora si dirizzò Biancifiore con Florio insieme, e ricominciarono a lagrimare.
Ma Florio, veggendola levata, disse: - O sola speranza della vita mia, ove se' tu infino a ora stata? Qual cagione t'ha tanto occupata? Io estimava che tu fossi morta! Oimè, perché pigli tu tanto sconforto per la mia partita? Tu me la concedi con le parole, e poi con gli atti pieni di dolore il mi vieti.
Io ti giuro per li sommi iddii che, s'io vi vado, che o tu verrai tosto a me come promesso m'ha il mio padre, o io poco vi dimorerò, che io tornerò a te; e mentre che io là dimorerò, o ancora, mentre ch'io starò in vita, mai altra giovane che te non amerò.
E però confortati, e lascia tanto dolore: ché s'io credessi che questa vita dovessi tenere, io in niuno atto v'andrei; o s'io vi pure andassi credo che pensando al tuo dolore morrei.
E promettoti per la leal fede che io ti porto, come a donna della mia mente, che il presente anello, il quale ora donato m'hai, sempre guarderò, tenendolo sopra tutte cose caro, e spesso riguardandolo, sempre imaginerò di veder te.
E se mai accidente avviene che egli si turbi, niuno accidente mi potrà ritenere che io non sia a te sanza alcuno indugio: e però io ti priego che tu ti conforti.
Queste parole, e altre molte, con amorosi baci mescolati di lagrime e di sospiri furono tra Florio e Biancifiore quanto quel giorno mostrò la sua luce; ma poi che egli chiudendola tornò tenebroso, i due amanti pensosi, teneramente dicendo "A Dio!" si partirono, tornando ciascuno sospirando alla sua camera.
[22]
Quella notte fu a' due amanti molto gravosa, e non fu sanza molti sospiri trapassata, ancor che assai brieve la riputassero però che più tosto avrebbero quelle pene sostenute essendo così vicini che doversi il vegnente giorno partire.
Ma poi che il sole sparse sopra la terra la sua luce, e i cavalli e la compagnia di Florio furono nella gran corte del real palagio apparecchiati aspettando lui, Florio si levò e con lento passo n'andò davanti al re suo padre e alla reina, dove Biancifiore similmente pensosa già era venuta; e fatta la debita riverenza al padre, e preso congedo dalla madre, la quale in vista non sana, giaceva sopra un ricco letto, prima si voltò verso il re e poi verso la madre, e caramente raccomandò loro Biancifiore, pregandoli che tosto gliele mandassero, e poi abbracciata Biancifiore, in loro presenza la baciò dicendo: - A te sola rimane l'anima mia; chi onorerà te onorerà lei -; e appena così parlando, costrinse con vergogna le lagrime, che il greve dolore che il cuor sentiva si sforzava di mandar per gli occhi fuori, e appena con voce intera poté dire: - Rimanetevi con Dio -; e discese le scale, salì a cavallo e sanza più indugio si partì.
[23]
Molto dolfe a tutti la partita di Florio, posto che il re e la regina contenti ne fossero, credendo che il loro avviso dovesse per quella partita venir fatto; ma sopra tutti dolfe a Biancifiore.
Ella l'accompagnò infino in piè delle scale, sanza far motto l'uno all'altro; e poi che a cavallo il vide riguardato lui con torto occhio, tacita se ne tornò indietro, e salì sopra la più alta parte della real casa, e quivi, guardando dietro a Florio, stette tanto, quanto possibile le fu il vederlo.
Ma poi che più veder nol poté, ella, accomandandolo agl'iddii, si tornò alla sua camera, faccendo sì gran pianto che ne sarebbe presa pietà a chiunque udita l'avesse o veduta, e dicea: - Oimè, Florio, or pur te ne vai tu: or pure ho io veduto quello che io non credetti che mai gli occhi miei sostenessero di potere vedere! Deh, or quando sarà che io ti rivegga? Io non so com'io mi faccia; io non so come io sanza te possa vivere.
Oimè, perché non morii io ieri nelle tue braccia, quando io fui sì presso alla morte, che tu credesti ch'io morta fossi? Io non sentirei ora questa doglia per la tua partenza: l'anima mia ne sarebbe andata lieta, in qualunque mondo fosse ita essendo io morta in sì beato luogo -.
Glorizia, la quale allato le sedea, piangea forte per pietà di lei, e piangendo la confortava quanto più potea, dicendo: - O Biancifiore, deh, pon fine alle tue lagrime: vuoi tu piangendo guastare il tuo bel viso, e consumarti tutta? Tu ti dovresti ingegnare di rallegrarti, acciò che la tua bellezza, conservata, multiplicasse sì che, quando tu andrai a Montoro, tu potessi piacere a Florio, il quale, se consumata ti vede, ti rifiuterà: e io so che tu vi sarai tosto mandata, sì come io ho udito dire al re.
Confortati, che se Florio sapesse che tu questa vita menassi, egli s'ucciderebbe.
Or che faresti tu s'egli fosse andato molto più lontano, dove a te non fosse licito l'andare? E' non si vuol far così! Usanza è che gli uomini e le donne innamorate spesso abbiano per partenze o per altri accidenti alcune pene: ma non tali chente tu le prendi; pensa che tu questa vita durare non potresti lungamente, e, se tu morissi, tu faresti morire lui: adunque se per amore di te non vuoi prendere conforto prendilo per amor di lui, acciò ch'e' viva -.
E con cotali parole e con molte altre appena la poté racconsolare.
[24]
Ma Florio, partito, alquanto si turbò nel viso, mostrando il dolore che l'angoscioso animo sentiva.
Andavano i suoi compagni lasciando i volanti uccelli alle gridanti grue, faccendo loro fare in aria diverse battaglie.
E altri con gran romore sollecitavano per terra i correnti cani dietro alle paurose bestie.
E così chi in un modo e chi in un altro, andavano prendendo diletto, mostrando a Florio alcuna volta queste cose, le quali molta più noia gli davano che diletto: però che egli alcuna volta imaginando andava d'essere stretto dalle dilicate braccia di Biancifiore, come già fu, e non gli parea cavalcare; le quali imaginazioni sovente, col mostrarli le cacce, gli erano rotte.
Ma egli poco a quelle riguardando, pur verso la città, la quale egli mal volontieri abandonava, si rivolgea; e così volgendo s'andò infino che licito gli fu di poterla vedere.
E così andando con lento passo, costoro s'erano molto avvicinati a Montoro quando il duca Ferramonte, che la sua venuta avea saputa, contento molto di quella, con molti nobili uomini della terra s'apparecchiò di riceverlo onorevolemente.
E coverti sé e i loro cavalli di sottilissimi e belli drappi di seta, rilucenti per molto oro, circundati tutti di risonanti sonagli, con bigordi in mano, accompagnati da molti strumenti e varii e coronati tutti di diverse frondi, bigordando e con la festa grande gli vennero incontro, faccendo risonare l'aere di molti suoni.
Quando Florio vide questo, sforzatamente si cambiò nel viso, mostrando allegrezza e festa, quella che del tutto era di lungi da lui; e con lieto aspetto il duca e i suoi compagni ricevette, e fu da loro ricevuto.
E con questa festa, la quale quanto più alla terra appressavano tanto più crescea, n'andarono infino nella città, della quale trovarono tutte le rughe ornate di ricchissimi drappi, e piena di festante popolo.
Né niuna casa v'era sanza canto e allegrezza: ogni uomo in qualunque età facea festa, e similemente le donne cantando versi d'amore e di gioia.
Pervenne adunque Florio con costoro al gran palagio del duca, e quivi con tutto quello onore che pensare o fare si potesse a qualunque iddio, se alcuno in terra ne discendesse, fu Florio da' più nobili della terra ricevuto.
E, scavalcati, tutti salirono alla gran sala, e quivi per picciolo spazio riposatisi presero l'acqua e andarono a mangiare.
E poi per amore di Florio, molti giorni solennemente per la città festeggiarono.
[25]
Biancifiore così rimasa, alquanto da Glorizia riconfortata, ogni giorno andava molte fiate sopra l'alta casa, in parte onde vedeva Montoro apertamente, e quello riguardando dopo molti sospiri avea alcun diletto, imaginando e dicendo fra se medesima: "Là è il mio disio e il mio bene".
E tal volta avvenia che stando ella sentiva alcun soave e picciolo venticello venire da quella parte e ferirla per mezzo della fronte, il quale ella con aperte braccia ricevea nel suo petto, dicendo: "Questo venticello toccò il mio Florio, com'egli fa ora me, avanti che egli giungesse qui"; e poi, quindi partendosi, andava in tutti quelli luoghi della casa ov'ella si ricordava d'avere già veduto Florio, e tutti gli baciava, e alcuni ne bagnava alcune volte d'amare lagrime.
Questi erano i templi degl'iddii e gli altari, i quali ella più visitava.
E niuna persona venia da Montoro, che ella o tacitamente o in palese non dimandasse del suo Florio.
Ella mai non mangiava che Florio da lei non fosse molte fiate ricordato; e s'ella andava a dormire, non sanza ricordare più volte Florio vi si ponea, e niuna cosa sanza il nome di Florio non faceva; e se ella dormendo alcun sogno vedea, sì era di Florio, e per questo sempre avrebbe di dormire disiderato, acciò che spesso in tale inganno dormendo si fosse trovata: ben che poi, trovandosi dal sonno ingannata, le fosse gravosa noia.
E sempre pregava gl'iddii che 'l suo Florio da infortunoso caso guardassero e che le dessero grazia che tosto potesse andare a lui, o egli tornare a essa.
Ella non si curava mai di mettere i suoi biondi capelli con sottile maestria in dilicato ordine, ma quasi tutta rabuffata sotto misero velo gli lasciava stare.
Né mai curava di lavarsi lo splendido viso, o di vestire i preziosi e belli vestimenti, però che non v'era a cui ella disiderasse di piacere.
E il cantare e l'allegrezza e la festa tutta avea lasciato per intendere a sospirare.
Né niuno strumento era che allora da lei molestato fosse, ma tacitamente sperando di tosto riveder Florio prendea quel conforto che ella poteva, tenendo sempre l'anima nelle mani di Florio.
[26]
E Florio simigliantemente a niuna cosa, stando a Montoro, avea tanto lo 'ntendimento fisso quanto alla sua Biancifiore, né era da lei una volta ricordato che egli non ricordasse lei infinite.
E così come Montoro era da Biancifiore vagheggiato e rimirato spesso, così egli riguardava sovente Marmorina.
Né niuno suo ragionamento era già mai se non d'amore o della bellezza della sua Biancifiore, la quale sopra tutte le cose disiava di vedere.
Egli da quel dì che Amore occultamente gli accese del suo fuoco infino a quell'ora non la baciò mai, né fece alcun altro amoroso atto, che cento volte il dì fra sé nol ripetesse, dicendo: "Deh, ora mi fosse licito pur di vederla solamente!"; e fra sé sovente piangea il tempo il quale indarno gli parea avere perduto stando con Biancifiore sanza baciarla e abbracciarla, dicendo che se mai più con lei per tal modo si ritrovasse, come già era trovato, mai più per ozio o per vergogna non perderebbe che egli non spendesse il tempo in amorosi baci.
Egli si portava saviamente molto, prendendo col duca e con Ascalion e con altri molti varii diletti, quali nel iemale tempo prendere si possono, sperando sempre che il re di giorno in giorno gli dovesse mandar Biancifiore.
E con questi diletti mescolati di speranza, sempre aspettando, assai leggiermente si passò tutto quel verno sanza troppa noia, però che alquanto l'amoroso caldo per lo spiacevole tempo era nel cuore rattiepidato e ristretto.
Ma poi che Febo si venne appressando al Monton frisseo, e la terra incominciò a spogliarsi le triste vestige del verno, e a rivestirsi di verdi e fresche erbette e di varie maniere di fiori, incominciarono a ritornare l'usate forze nell'amorose fiamme, e cominciarono a cuocere più che usate non erano per adietro nella mente allo innamorato Florio.
Egli per lo nuovo tempo trovandosi lontano a Biancifiore, incominciò a provare nuovo dolore da lui ancora non sentito in alcun tempo, che egli dicea così: "Ora pur festeggia tutta Marmorina, e la mia Biancifiore, stando all'alte finestre della nostra casa, vede i freschi giovani sopra i correnti cavalli, adorni di bellissimi vestimenti, passarsi davanti, e ciascuno per la bellezza di lei si volge a riguardarla.
Or chi sa se alcuno tra' molti ne le piacerà, per lo quale non potendo ella veder me, e avendomi dimenticato, s'innamori di colui? Oimè, che questo m'è forte a pensare che possa essere; ma tuttavia la poca stabilità la qual nelle donne si trova, e massimamente nelle giovani, me ne fa molto dubitare; e se questo pure avvenisse che fosse niuna cosa altro che la morte mi sarebbe beata.
O sommi iddii, se mai per me o per li miei antichi si fece o si dee far cosa che alla vostra deità aggradi, cessate che questo non sia".
E questo pensiero più che altro gli stava nella mente.
Egli non vedea alcuna giovane che 'l riguardasse, che egli immantanente non dicesse: "Oimè, così fa la mia Biancifiore; i non conosciuti giovani ella li mira tutti, così come costoro fanno me, cui esse forse mai più non videro.
E qual cagione recò Elena ad innamorarsi dello straniere Paris se non la follia del suo marito, che, andandosene all'isola di Creti, lasciò lei assediata da' piacevoli occhi dello innamorato giovane? Né mai Clitemestra si sarebbe innamorata di Egisto, se Agamenon fosse con lei continuamente stato: il quale poi lei insieme con la vita per tale innamoramento perdé.
Ma di questo non m'ha colpa se non la empia nequizia del mio padre, il quale gl'iddii consumino, così come egli fa me consumare.
Egli m'impromise più volte di mandarlami sanza fallo qua brievemente, e mai mandata non me l'ha.
Oimè, che ora conosco il manifesto suo inganno e truovo che vere sono le parole che Biancifiore mi disse, dicendo che mai non ce la manderebbe e che egli qua non mi mandava se non perch'ella m'uscisse di mente.
Oh, come male è il suo avviso venuto al pensato fine, con ciò sia cosa che io mai del suo amore non arsi com'io ardo ora".
E istando Florio in questi pensieri, in tanto gl'incominciò a crescere il disio di volere vedere Biancifiore che egli non trovava luogo, né ad altro pensar poteva né giorno né notte.
Egli avea per questo ogni studio abandonato, né di mangiare né di bere parea che gli calesse: e tanto dubitava di tornare a Marmorina sanza licenza del re, acciò che egli a far peggio non si movesse, che egli volea avanti sostenere quella vita così noiosa; e era già tale nel viso ritornato, che di sé facea ogni uomo maravigliare.
E non avendo ardire di tornare in Marmorina, andava il giorno sanza alcun riposo cercando gli alti luoghi, de' quali egli potesse meglio vedere la sua paternale casa, ove egli sapeva che Biancifiore dimorava.
E similmente la notte non dormiva, ma furtivamente e solo se n'andava infino alle porti del palagio del suo padre, non dubitando d'alcun fiero animale, o d'ombra stigia, o d'insidie di ladroni, né d'altra cosa: e quivi giunto, si ponea a sedere e con sospiri e con pianto più volte le baciava, dicendo: "O ingrate porti, perché mi tenete voi che io non posso appressarmi al mio disio, il quale dentro da voi serrato tenete?".
E certo egli più volte fu tentato o di picchiare acciò che aperto gli fosse, o di romperle per passar dentro, ma per paura della fierità del padre, il cui intendimento già apertamente conoscere gli parea, se ne rimanea, tornandosi a Montoro per l'usata via.
E sì lo stringea amore, che vita ordinata non potea tenere, ma sì disordinatamente la tenea, che più volte il duca e Ascalion avedendosene il ne ripresero; ma poco giovava.
E pur da amore costretto, più volte mandò a dire al re che omai il caldo era grande, e allo studio più intendere non potea, e però egli se ne volea con suo congedo tornare a Marmorina.
[27]
Il re, il quale più volte avea inteso che Florio voleva a Marmorina tornare, e similemente avea udito a molti recitare la dolorosa vita che Florio a Montoro menava, da grieve dolor costretto, sospirando se n'andò in una camera dove la reina era; il quale sì tosto come la reina il vide, il dimandò quello che egli avea, che sì pieno d'ira e di malinconia nell'aspetto si dimostrava.
Il re rispose: - Noi ci allegrammo molto dell'andata di Florio a Montoro, credendo che egli incontanente dimenticasse Biancifiore, ma egli m'è stato detto da più persone che la sua vita è tanto angosciosa, perché egli non può venire a vederla, che ciò è maraviglia.
E diconmi più, che egli del tutto lo studiare ha lasciato: la qual cosa fosse il maggior danno che mai seguire ce ne potesse! Ma egli ancora da grande amore costretto non mangia né dorme, ma in pianto e in sospiri consuma la sua vita: per la qual cosa egli è nel viso tornato tale che poco più fu Erisitone quando in ira venne a Cerere: e non pare Florio, sì è impalidito, e non vuole udire d'altrui parlare che di Biancifiore, né prendere vuole alcun conforto che porto gli sia.
Né a questo vale alcuna riprensione che fatta gli sia; e ancora m'ha mandato più volte dicendo che venir se ne vuole; ond'io non so che mi fare, se non che d'ira e di malinconia mi consumo e ardo -.
[28]
Grave parve molto alla reina udire quelle parole e accesa d'ira nel viso, subitamente rispose: - Ahi, come gl'iddii giustamente ti pagano! Or che avevi tu a fare co' romani pellegrinanti, quando tu tanti n'uccidesti.
E poi che tanti n'avevi uccisi, perché la vita ad una sola femina, che di grazia dimandava la morte, lasciasti? Certo o la morte di coloro o la vita di quella spiacque loro: per la qual cosa essi nel ventre di quella occulto fuoco ti mandarono in casa.
Or chi dubita che mentre che Biancifiore viverà, Florio mai non la dimenticherà? Certo no, e questo è manifesto.
E così per la vita di costei perderemo Florio; e così per una vil femina potremo dire che perduto abbiamo il nostro figliuolo.
Adunque pensisi come costei muoia -.
Rispose il re: - E avanti oggi che domani, ché certo mi pare che, come voi dite, mai mentre ella sarà in vita, non sarà dimenticata da Florio -.
Allora disse la reina: - E come faremola noi subitamente morire sanza avere cagione che legittima paia? Se noi il facciamo, e' ce ne potrà gran biasimo seguitare.
E certo se Florio il risapesse, e' sarebbe un dargli materia di disperarsi e d'uccidersi se medesimo, o di partirsi da noi, in maniera che mai nol rivedremmo.
Ma, quando a voi paresse, qui sarebbe da procedere con lento passo, e, quando luogo e tempo fosse, trovarle alcuna cagione adosso, per la quale faccendola morire, ogni uomo giudicasse che ella giustamente morisse; e così saremo di mala fama e della vita di Biancifiore insieme disgravati -.
E sanza guari pensare, la reina più avanti disse: - E la cagione potrà essere questa.
Voi sapete che il giorno, nel quale per tutto il vostro regno si fa la gran festa della vostra natività, s'appressa; e dove ch'ella si faccia grandissima, sì si fa ella qui in Marmorina.
E niuno gran barone è nel vostro regno che con voi non sia a questa festa: e però quando essi saranno nella vostra gran sala assettati alle ricche tavole, ciascuno secondo il grado suo, allora ordinate col siniscalco vostro che o pollo o altra cosa in presenza di tutti vi sia da parte di Biancifiore presentato, o che Biancifiore medesima da sua parte il vi rechi davanti, acciò che paia che ella con la bellezza del suo viso venendovi davanti voglia rallegrar la festa; ma veramente abbiate ordinato col siniscalco che qual che si sia quella cosa ch'ella apporterà, celatamente di veleno sia piena.
E come il presente davanti a voi sarà posato, e ella partita del vostro cospetto, fate che in alcun modo o cane o altra bestia faccia la credenza, acciò che altra persona non ne morisse: della qual cosa chiunque sarà il primo mangiatore, o subitamente morrà, o enfierà, per la potenza del veleno.
E così a tutti fia manifesto che ella abbia voluto avvelenare voi; e come voi avrete questo veduto, fate che voi vi turbiate molto, e, faccendo il romore grande, la facciate prendere, e subitamente giudicare per tale offesa al fuoco.
Chi sarà colui che non dica che tale morte sia ragionevole, o che, veggendovi turbato, vi prieghi per la sua salute? E certo questo non vi sarà malagevole a fare, però che il siniscalco vostro l'ha in odio molto; e la cagione è questa, che egli più volte ha voluto il suo amore, e ella sempre l'ha rifiutato faccendosi di lui beffe -.
- Certo - disse il re - voi avete ben pensato, e così sanza indugio si farà, né già pietà che la sua bellezza porga mi vincerà -.
[29]
Partissi il re dalla reina e fece chiamare a sé incontanente Massamutino, suo siniscalco, uomo iniquo e feroce, al quale egli disse così: - Tu sai che mai a' tuoi orecchi niuno mio segreto fu celato, né mai alcuna cosa sanza il tuo fedel consiglio feci: e questo solamente è avvenuto per la gran leanza la quale io ho trovata in te.
Ora, poi che gl'iddii hanno te eletto a mio segretario, più che alcuno altro, io ti voglio manifestare alcuna cosa del mio intendimento, del tutto necessaria di mettere ad effetto, la quale sanza manifestare mai ad alcuno, fa che tenghi occulta; però che se per alcun tempo fosse rivelata ad altrui, sanza fallo gran vergogna ce ne seguirebbe, e forse danno.
Ciascuno, il quale vuole sua vita saviamente menare seguendo le virtù, dee i vizi abandonare, acciò che fine onorevole gli seguisca; ma quando avvenisse che viziosa via per venire a porto di salute tenere gli convenisse, non si disdice il saviamente passare per quella acciò che maggior pericolo si fugga: e fra gli altri mondani prencipi che più nelle virtuose opere si sono dilettati, sono stato io uno di quelli, e tu il sai.
Ma ora nuovo accidente a forza mi conduce a cessarmi alquanto da virtuosa via, temendo di più grave pericolo che non sarà il fallo che fare intendo; e dicoti così, che a me ha la fortuna mandato tra le mani due malvagi partiti, i quali sono questi: o voglio io ingiustamente far morire Biancifiore, la quale in verità io ho amata molto e amo ancora, o voglio che Florio, mio figliuolo, per lei vilmente si perda; e sopra le due cose avendo lungamente pensato, ho preveduto che meno danno sarà la morte di Biancifiore che la perdenza di Florio, e più mio onore e di coloro che dopo la mia morte deono suoi sudditi rimanere: e ascolta il perché.
Tu sai manifestamente quanto Florio ama Biancifiore; e certo se egli, giovanissimo d'età e di senno, è di lei innamorato, ciò non è maraviglia, ché mai natura non adornò creatura di tanta bellezza, quanta è quella che nel viso a Biancifiore risplende; ma però che di picciola e popolaresca condizione, sì come io estimo, è discesa, in niuno atto è a lui, di reale progenie nato, convenevole per isposa; e io dubitando che tanto amore non l'accendesse della sua bellezza, che egli se la facesse sposa, per fargliele dimenticare il mandai a Montoro, sotto spezie di volerlo fare studiare.
Ma egli già per questo non l'ha dimenticata, ma, secondo che a me è stato porto, egli per l'amore di costei si consuma, e, rimossa ogni cagione, ne vuole qua venire: onde io dubito che, tornando egli, dare non me gliele convenga per isposa, e s'io non gliele do, che egli niuna altra ne voglia prendere.
E se egli avvenisse che io gliele donassi, o che egli da me occultamente la si prendesse, primieramente a me e a' miei sanza fallo gran vergogna ne seguirebbe, pensando al nostro onore, tanto abassato per isposa discesa di sì vile nazione, come estimiamo che costei sia.
Appresso, voi nol vi dovreste riputare in onore, considerando che, dopo costui, signore vi rimarrebbe nato di sì picciola condizione, come sarebbe nascendo di lei.
E s'io non gliele dono per isposa, egli niun'altra ne vorrà, e non prendendone alcuna altra, sanza alcuna erede seguirà l'ultimo giorno: e così la nostra signoria mancherà, e converravvi andar cercando signore strano.
Adunque, acciò che queste cose dette si cessino, è il migliore a fare che Biancifiore muoia, come detto ho, imaginando che com'ella sarà morta, egli per forza se la caccerà di cuore, dandogli noi subitamente novella sposa tale, quale noi crederemo che a lui si confaccia.
Ma però che del fare subitamente morire Biancifiore ci potrebbe anzi vergogna che onore seguire, ho pensato che con sottile inganno possiamo aver cagione che parrà giusta e convenevole alla sua morte: e odi come.
E' non passeranno molti giorni che la gran festa della mia natività si farà, alla quale tutti i gran baroni del mio reame saranno a onorarmi: in quel giorno ti conviene ordinare che tu abbi fatto apparecchiare uno paone bello e grasso, e pieno di velenosi sughi, il quale fa che Biancifiore il mi presenti da sua parte, quando io e' miei baroni staremo alla tavola.
E acciò che alcuno non prendesse di questa opera men che buona presunzione, veggendolo più tosto recare a Biancifiore che ad alcuno altro scudiere o damigella, sì le dirai che a me e a tutti coloro i quali alla mia tavola meco sederanno, col paone in mano vada domandando le ragioni del paone, le quali se non da gentile pulcella possono essere adimandate.
E sì tosto come questo fatto avrai, e ella avrà lasciato davanti a me il paone, io, faccendone prendere alcuna stremità, e gittarla in terra, so che alcuno cane la ricoglierà, la quale mangiando subitamente morrà.
E quinci sembrerà a tutti quelli che nella sala saranno, che Biancifiore m'aggia voluto avvelenare, e imagineranno che Biancifiore abbia voluto far questo, perché io la dovea mandare a Montoro, e non la vi ho mandata.
E io mostrandomi allora di questo forte turbato, so che, secondo il giudizio di qualunque vi sarà, ella sarà giudicata a morte: la qual cosa io comanderò che sanza indugio sia messa ad essecuzione, e così saremo fuori del dubbio nel quale io al presente dimoro -.
Poi che il re ebbe così detto, e egli si tacque aspettando la risposta del siniscalco; la quale fu in questo tenore:
[30]
- Signor mio, sanza dubbio conosco la gran fede, la quale in me continuamente avuta avete, la quale sempre con quella debita lealtà che buon servidore dee a naturale signore servare, ho guardata e guarderò mentre in vita dimorerò.
E l'avviso, il quale fatto avete, a niuno, in cui conoscimento fosse, potrebbe altro che piacere: onde io il lodo, e dicovi che saviamente proveduto avete, con ciò sia cosa che non solamente il giudicare le preterite cose e le presenti con diritto stile è da riputare sapienza, tanto quanto è le future con perspicace intendimento riguardare.
E sanza dubbio, se molto durasse la vita di Biancifiore, quello che narrato m'avete, n'avverrebbe; ma mandando inanzi cautamente le predette cose, credo sì fare che il vostro intendimento verrà fornito sanza che alcuno mai niente ne senta -.
E questo detto, sanza più parlare, partirono il maladetto consiglio.
[31]
Oimè, misera Biancifiore, or dove se' tu ora? Perché non ti fu e' lecito d'udire queste parole, come quelle della partenza del tuo Florio? Tu forse stai a riguardar que' luoghi ove tu continuamente con l'animo corri e dimori disiderando d'esservi corporalmente.
O tu forse con isperanza o d'andare a Montoro a veder Florio, o che Florio ritorni a veder te, nutrichi l'amorose fiamme che ti consumano, e non pensi alle gravi cose che la fortuna t'apparecchia a sostenere? A te pare ora stare nella infima parte della sua rota, né puoi credere che maggior dolore ti potesse assalire, che quello che tu hai per l'assenza di Florio, ma tu dimori nel più alto luogo, a rispetto che tu starai.
Oimè, che tu, lontana allo iniquo consiglio, spandi amare lagrime per amore, le quali più tosto per pietà di te medesima spandere dovresti, avvegna che a coloro che semplicemente vivono, gl'iddii proveggono a' bisogni loro, e molte volte è da sperare meglio quando la fortuna si mostra molto turbata, che quando ella falsamente ride ad alcuno.
[32]
La reale sala era di marmoree colonne di diversi colori ornata, le quali sosteneano l'alte lammie che la coprivano, fatte con non picciolo artificio e gravi per molto oro, e le finestre divise da colonnelli di cristallo, i cui capitelli e d'oro e d'argento erano, per le quali la luce entrava dentro ad essa.
Nelle notturne tenebre non si chiudeano con legno, ma l'ossa degl'indiani elefanti, commesse maestrevolemente e con sottili intagli lavorate, v'erano per porte; e in quella sala si vedeano ne' rilucenti marmi intagliate l'antiche storie da ottimo maestro.
Quivi si potea vedere la dispietata ruina di Tebe, e la fiamma dei due figliuoli di Iocasta, e l'altre crudeli battaglie fatte per la loro divisione, insiememente con l'una e con l'altra distruzione della superba Troia.
Né vi mancava alcuna delle gran vittorie del grande Alessandro.
E con queste ancora vi si mostrava Farsalia tutta sanguinosa del romano sangue, e' prencipi crucciati, l'uno in fuga e l'altro spogliare il ricco campo degli orientali tesori.
E sopra tutte queste cose v'era intagliata la imagine di Giove, vestita di più ricca roba che quella che Dionisio fero già gli spogliò, intorniato d'alberi d'oro, le cui frondi non temevano l'autunno, e i loro pomi erano pietre lucentissime e di gran valore.
In questa sala, quando il giorno della gran festa venne, furono messe le tavole, sopra le quali risplendeano copiosa quantità di vasella d'oro e d'argento; né fu alcuno strumento che là entro quel giorno non risonasse, accompagnato da dolcissimi e diversi canti.
Né in tutta Marmorina fu alcun tempio che visitato non fosse, né alcuno altare di qualunque iddio vi fu sanza divoto fuoco e debito sacrificio, da' quali il re e gli altri gran baroni tornando si raunarono nella detta sala, tutti lodando la bellezza d'essa.
E appressandosi l'ora del mangiare, presa l'acqua alle mani, andarono a sedere.
Il re s'assettò ad una tavola, la quale per altezza sopragiudicava tutte l'altre, e con seco chiamò sei de' più nobili e maggiori baroni che seco avesse, faccendone dalla sua destra sedere tre e altrettanti dalla sinistra, stando di reali vestimenti in mezzo di loro vestito.
E quelli che dalla sua dritta mano gli sedea allato, fu un giovane chiamato Parmenione, disceso dell'antico Borea, re di Trazia; appresso del quale seguiva Ascalion, nobilissimo cavaliere e antico per età e per senno, degno d'ogni onore; e poi sedea un altro giovane chiamato Messaallino, figliuolo del gran re di Granata, piacevolissimo giovane e valoroso.
Ma dalla sua sinistra Ferramonte duca di Montoro più presso gli sedea, il quale avea Florio quel giorno lasciato soletto per venire a tanta festa; appresso il quale uno chiamato Sara, ferocissimo nell'aspetto, e signore de' monti di Barca, sedea con un giovane grazioso molto, chiamato Menedon, di Giarba re de' Getuli disceso.
Appresso, nelle più basse tavole, ciascuno secondo il grado suo fu onorato, serviti tutti da nobilissimi giovani e di gran pregio.
[33]
Massamutino, al quale non era già il comandamento del re uscito di mente, fece occultamente e con molta sollecitudine apparecchiare un bel paone, il quale egli di sugo d'una velenosa erba tutto bagnò, pensando che quello giorno per tale operazione si vedrebbe vendico di Biancifiore, che per amadore l'avea rifiutato.
E fatto questo, avendo già la reale mensa e l'altre di più vivande servite, né quasi altro v'era rimaso a fare che mandare il paone, accompagnato con più scudieri andò per Biancifiore, la quale la reina, acciò che ella non potesse niente di male pensare, avea fatta quel giorno vestire nobilmente d'un vermiglio sciamito e mettere i biondi capelli in dovuto ordine con bella treccia avolti al capo, sopra li quali una piccola coronetta ricca di preziose pietre risplendea, e 'l chiaro viso, già lungamente di lagrime bagnato, lavato quel giorno per volere della reina, dava piacevole luce a chi il vedea, posto che questo Biancifiore avea mal volontieri fatto, pensando che 'l suo Florio non v'era.
Ma perché bisognava alla reina tanto ingegno ad ingannare la semplice giovane? Ella non avrebbe mai saputo pensare quello che ella non avrebbe saputo né ardito di fare ad alcuno.
Ma venuto il siniscalco davanti alla reina, e salutata lei e la sua compagna, disse così: - Madonna, oggi si celebra, sì come voi sapete, la gran festa della natività del nostro re, per la qual cosa volendo noi la nostra festa fare maggiore e più bella, provedemmo di fare apparecchiare un paone il quale noi vogliamo fare davanti al re presentare e a' suoi baroni, acciò che ciascuno, faccendo quello che a tale uccello si richiede, si vanti di far cosa per la quale la festa divenga maggiore e più bella; né sì fatto uccello è convenevole d'esser portato alla reale tavola se non da gentilissima e bella pulcella; né io non ne conosco alcuna, né qua entro né in tutta la nostra città, che a Biancifiore si possa appareggiare in alcuno atto.
E però caramente vi priego che a sì fatto servigio vi piaccia di concederle licenza, che con noi venga incontanente, però che l'ora del portarlo è venuta, né si può più avanti indugiare -.
La reina, che ben sapeva come l'opera dovea andare, sì come quella che ordinata l'avea, stette alquanto sanza rispondere; ma poi che la crudele volontà vinse la pietà che di Biancifiore le venne, udendo ch'ella era richiesta ad andare a quella cosa per la quale a morte doveva essere giudicata, e ella disse: - Certo questo ci piace molto -; e voltata verso Biancifiore, le disse: - Vavvi -, ammaestrandola che saviamente i debiti del paone adimandasse a tutti i baroni che alla reale tavola dimoravano, sanza andare ad alcuno altro, e poi davanti al re posasse il paone, e ritornassesene, tenendo bene a mente quello in che ciascuno si vantava.
Biancifiore, disiderosa di piacere e di servire a tutti, sanza aspettare più comandamenti se n'andò col siniscalco.
Il quale, poi che presso furono all'entrare della sala, le pose in mano un grande piattello d'argento, sopra 'l quale l'avvelenato paone dimorava, dicendo: - Portalo avanti, però che più non è da stare -.
Biancifiore, preso quello sanza farsene fare alcuna credenza, non avedendosi dello inganno, e con esso passò nella sala, nella quale, sì tosto com'ella entrò, parve che nuova e maravigliosa luce vi crescesse per la chiarezza che dal suo bel viso movea e fatta la debita reverenza al re, e con dolce saluto tutti gli altri che mangiavano salutati, s'appressò alla reale mensa, e con vergognoso atto, dipinta nel viso di quel colore che il gran pianeto, partendosi l'aurora, il cielo in diverse parti dipinge, così disse:
[34]
- Poi che gl'iddii si mostrano verso me graziosi e benigni, avendomi conceduto che io a questo onore, più tosto che alcuna altra giovane, eletta fossi a portare davanti alla vostra real presenza il santo uccello di Giunone, il quale per quella dea, al cui servigio già fu disposto, merita che qualunque alla sua mensa il dimanda si doni alcun vanto, il quale poi ad onore di lei con sollecitudine adempia: onde io per questo prendo ardire a dimandarlovi, e caramente vi priego che voi né i vostri compagni a ciò rendere mi siate ingrati, ma con benigni aspetti continuiate la valorosa usanza.
E voi, altissimo signore, sì come più degno per la real dignità, e per senno e per età, prima, se vi piace, comincerete, acciò che gli altri per essemplo di voi debitamente procedano -.
E qui si tacque.
[35]
Al nuovo e mirabile splendore si voltarono tutti i dimoranti della gran sala, non meno che alla chiara voce di Biancifiore, piena di soavissima melodia; e a lei graziosamente rendero il suo saluto.
E il re, il quale allegro era nell'animo però che già vedea per la pensata via appressarsi il disiderato fine, con lieto viso, poi che tutta la sala tacque, le disse: - Certo, Biancifiore, la tua bellezza adorna di virtuosi costumi, e la degnità del santo uccello insieme, meritano degnamente ricchissimi vanti; né a questi alcuno di noi può debitamente disdirsi: ond'io, sì come principale capo del nostro regno, comincerò, poi che la ragione e 'l tuo piacere l'adimanda -.
E voltato verso l'antica imagine di Giove, nella sua sala riccamente effigiata, disse così: - E io giuro per la deità del sommo Giove, la cui figura dimora davanti da noi, e per qualunque altro iddio insieme con lui possiede i celestiali regni, e per lo mio antico avolo Atalante, sostenitore d'essi regni, e per l'anima del mio padre, che avanti che 'l sole ritocchi un'altra volta quel grado ove egli ora dimorando ci porge lieta luce, se essi mi concedono vita, d'averti donato per marito uno de' maggiori baroni del mio reame: e questo per amore del presente paone ti sia da ora promesso -.
Assai coperse il re con queste parole il suo malvagio volere, ignorando quello che i fati gli apparecchiavano; e ella sospirando tacitamente al suono di queste parole, notò in se medesima i detti del re pigliandoli in buono agurio, fra sé dicendo: "Dunque avrò io per marito Florio, il quale io solo per marito e per amico disidero, però che nullo barone è maggiore di lui in questo regno"; poi, ringraziato il re onestamente e con sommessa voce, con picciolo passo procedette avanti, fermandosi nel cospetto di Parmenione, il quale incontanente così disse: - Io prometto al paone che, se gl'iddii mi concedono che io vi vegga per matrimoniale patto donare ad alcuno, quel giorno che voi al palagio del novello sposo andrete, io con alquanti compagni, nobilissimi e valorosi giovani, vestiti di nobilissimi drappi e di molto oro rilucenti, adestreremo il vostro cavallo e voi sempre con debita reverenza e onore, infino a tanto che voi ricevuta nella nuova casa scavalcherete -.
- Adunque - disse Biancifiore - più che Giunone mi potrò io di conducitori gloriare -; e passò avanti ad Ascalion, che in ordine seguiva alla reale mensa, dicendo: - O caro maestro, e voi che vantate al paone? -.
Rispose Ascalion: - Bella giovine, posto che io sia pieno d'età e che la mia destra mano già tremante possa male balire la spada, sì mi vanto io per amor di voi al paone, che quel giorno che voi novella sposa sarete, la qual cosa gl'iddii anzi la mia morte mi facciano vedere, io con qualunque cavaliere sarà nella vostra corte disideroso di combattere meco, con le taglienti spade sanza paura combatterò, obligandomi di sì saviamente combattere, che sanza offendere io lui o egli me, o voglia egli o no, io gli trarrò la spada di mano e davanti a voi la presenterò -.
Ciascuno che questo udì si maravigliò molto, dicendo che veramente sarebbe da riputare valoroso chi tal vanto adempiesse.
Ma Biancifiore andando avanti venne in presenza di Messaallino, il quale vedendola, quasi della sua bellezza preso, disse: - Giovane graziosa, per amore di voi io vanto al paone che quel giorno che voi prima sederete alla mensa del novello sposo, io vi presenterò dieci piantoni di dattero coperti di frondi e di frutti, non d'una natura con gli altri, però che quelli, de' quali la mia terra è copiosa, a ciascuna radice hanno appiccato un bisante d'oro -.
Inchinandogli, Biancifiore il ringraziò; e volto i passi suoi verso il duca Ferramonte, che alla sinistra del re sedea, e davanti a lui posato il paone, gli richiese quello che avanti agli altri avea richiesto.
A cui il duca rispondendo disse: - E io imprometto al paone che per la piacevolezza vostra, il giorno che novella sposa sarete, e appresso tanto quanto la vostra festa durerà, di mia mano della coppa vi servirò quanto vi piaccia -.
- Certo - disse Biancifiore - di tal servidore Giove non che io, si glorierebbe -; e passò avanti a Sara, il quale come davanti se la vide, disse: - Io voto al paone che quel giorno che gl'iddii vi concederanno onore di matrimoniale compagno, io vi donerò una corona ricchissima di molte preziose pietre e di risplendente oro bellissima, e ove che io sia, se io saprò davanti la vostra festa, verrò a presentarlavi con le mie mani -.
Il quale tacendo, subitamente Menedon soggiunse: - E io prometto al paone che se gl'iddii mi concedono che io maritata vi veggia, tanto quanto la festa delle vostre nozze durerà, io con molti compagni, vestiti ciascuno giorno di novelli vestimenti di seta, sopra i correnti cavalli, con aste in mano e con bandiere bigordando e armeggiando, a mio potere essalterò la vostra festa -.
Ringraziollo Biancifiore, e tornata indietro, davanti al re posò il paone, e così disse: - Principalmente voi, o caro signore e singulare mio benefattore, e appresso questi altri baroni tutti, quanto io posso, degl'impromessi doni vi ringrazio, e priego gl'immortali iddii che, là dove la mia possa al debito guiderdone mancasse, che essi con la loro benigna mente di ciò vi meritino -.
E questo detto, onestamente fatta la debita reverenza, si partì, e con lieto viso tornò alla reina narrandole gl'impromessi doni.
A cui la reina disse: - Ben ti puoi omai gloriare, pensando che uno sì fatto prencipe qual è il nostro re, e sei cotali baroni quali sono coloro che con lui sedeano, si sono tutti in tuo onore e piacere obligati -.
[36]
Rimase sopra la real mensa il velenoso uccello, il quale il re, come Biancifiore fu partita, comandò che tagliato fosse; per la qual cosa un nobilissimo giovane chiamato Salpadin, al re per consanguinità congiuntissimo, il quale quel giorno davanti li serviva del coltello, prese con presta mano il paone, e, gittata in terra alcuna estremità, incominciò a volere smembrare il paone; ma non prima caddero le gittate membra, che un cane piccioletto, al re molto caro, le prese, e, mangiandole, incontanente gl'incominciò a surgere una tumorosità del ventre, e venirgli alla testa, la quale tanto gliele ingrossò subitamente, che quasi era più la testa fatta grande che essere non solea tutto il corpo; e similemente discorsa per gli altri membri, oltre a' loro termini grossi e enfiati gli fece divenire; e i suoi occhi, infiammati di laida rossezza parea che della testa schizzare gli dovessero, e con doloroso mormorio, mutandosi di più colori, disteso tal volta in terra e talora in cerchio volgendosi, in piccolo spazio scoppiando quivi morì.
La qual cosa da molti veduta, la gran sala fu tutta a romore, e i soavissimi strumenti tacquero, mostrando questo al re, il quale incontanente gridò: - E che può ciò essere? -.
E voltato a Salpadin, il quale già volea fare la credenza, disse: - Non tagliare; io dubito che noi siamo villanamente traditi: prendasi un altro membro del presente paone e gittisi ad un altro cane, però che questo qui presente morto per veleno mostra che morisse, onde che egli il prendesse, o delle stremità da te gittate in terra, o d'altra parte -.
Salpadin sanza alcuno dimoro gittò la seconda volta un maggiore membro ad un altro cane, il quale non prima mangiato l'ebbe, che, con simile modo voltandosi che 'l primo, del mortale dolore affannato, cadde e quivi in presenza di tutti morì.
Onde il re con furioso atto gridando: - Chi ha la nostra vita con veleno voluta abreviare? -, e gittata in terra la tavola che davanti a lui era, si dirizzò, e comandò che subitamente Biancifiore e 'l siniscalco e Salpadin fossero presi, però che di loro dubitava che alcuno d'essi tre avvelenare l'avesse voluto co' suoi compagni.
O sommo Giove, or non potevi tu sostenere che quel cibo avesse ingannato lo 'ngannatore, avanti che la innocente giovane tanta persecuzione ingiustamente sostenesse? Or tu sofferesti che i tuoi compagni fossero co' membri umani tentati alla tavola di Tantalo, quando a Pelopo, perduto l'omero, fu rifatto con uno d'avorio; e similemente sostenesti che il misero Tireo fosse sepoltura dell'unico suo figliuolo! Erati così grave per giusta vendetta abbagliare lo iniquo senso del re Felice? Ma tu forse per fare con gli avversi casi conoscere le prosperità, pruovi le forze degli umani animi, poi con maggior merito guiderdonandoli.
[37]
Furono presi i tre sanza niuno dimoro con noiosa furia, e messi in diverse prigioni.
Ma poi che Biancifiore fu subitamente presa, niuno fu che mai parlare le potesse, né ella ad altrui.
Del siniscalco e di Salpadin furono le scuse diligentemente intese, e per innocenti in brieve lasciati, mostrando il siniscalco davanti a tutta gente con false menzogne Biancifiore e non altri avere tal fallo commesso.
Di questo ciascuno si maravigliò, non potendo alcuno pensare né credere che Biancifiore avesse tal malvagità pensata; ma pure il manifesto presentare del paone facea a molti non potere disdire quello che e' medesimi non avrebbero voluto credere.
Ma poi che il gran romore fu alquanto racchetato, e il siniscalco e Salpadin per le loro scuse sprigionati, il re fece chiamare a consiglio molta gente, e principalmente coloro che con lui erano quella mattina stati alla tavola, e adunato con molti in una camera, disse così: - Sanza dubbio credo che a voi sia manifesto che io oggi sono stato in vostra presenza voluto avvelenare; e chi questo abbia voluto fare, ancora è apertissimo per molte ragioni che Biancifiore è stata; la qual cosa molto mi pare iniqua a sostenere che sanza debita punizione si trapassi, pensando al grande onore che io nella mia corte l'ho fatto, sì come di recarla da serva a libertate, farla ammaestrare in iscienza e continuamente vestirla di vestimenti reali col mio figliuolo, datala in compagnia alla mia sposa, credendo di lei non nimica ma cara figliuola avere.
E sì come avete potuto questa mattina udire, non si finiva questo anno che io intendea di maritarla altamente, però che vedea già la sua età richiedere ciò.
E di tutto questo m'è avvenuto come avviene a chi riscalda la serpe nel suo seno, quando i freddi aquiloni soffiano, che egli è il primo morso da lei.
Vedete che similmente ella in guiderdone del ricevuto onore m'ha voluto uccidere: e sì avrebbe ella fatto, se 'l vostro avedimento non fosse stato.
Laonde io intendo, come detto v'ho, di volerla di ciò gravemente punire, acciò che mai alcuna altra a sì fatto inganno fare non si metta.
Ma però che di ciò dubito non mi seguisse più vergogna che onore, se subitamente il facessi, però che parrà a molti impossibile a credere questo per la sua falsa piacevolezza, la quale ha molto presi gli animi, n'ho voluto e voglio primieramente il vostro consiglio, e ciò tutti fidelmente porgere mi dovete, disiderando il mio onore e la mia vita, sì come membri e vero corpo di me, vostro capo.
[38]
Lungamente si tacque ciascuno, poi che il re ebbe parlato; e bene avrebbero volontieri risposto il duca e Ascalion, però che a loro parea manifestamente conoscere chi questo veleno avea mandato e ordinato; ma però che la volontà del re conobbero, ciascuno si tacque, dubitando di non dispiacergli.
E similmente fecero tutti quelli che presente lui erano, fuori che Massamutino, il quale dopo lungo spazio, dimorando tutti gli altri taciti, si levò e disse: - Caro signore, io so che 'l mio consiglio sarà forse tenuto da questi gentili uomini qui presenti sospetto per la presura che di me subita fare faceste sanza colpa, e so che diranno che ciò che io consiglierò, io il faccia a fine di scaricare me e di levare voi di sospezione; ma io non guarderò già a quello che alcuno possa dire o dica, che io non vi dia quello consiglio in ciò che dimandato avete, che a legittimo e vero signore donar si dee, in tutto ciò che per me conosciuto sarà, sempre riservandomi allo ammendamento di voi dov'io fallissi.
E così m'aiutino gl'immortali iddii, com'io se non quello che diritta coscienza mi giudicherà non dirò; e dico così: "Il fallo, il quale Biancifiore ha fatto, è tanto manifesto, che in alcuno atto ricoprire non si puote, né simigliantemente si può occultare il grande onore da voi fatto a lei: per lo quale avendo ella voluto sì fatto fallo fare, merita maggiore pena.
E certo, se quello che in effetto s'ingegnò di mettere, avesse solamente pensato, merita di morire".
Onde per mio consiglio dico e giudico che misurando giustamente la pena col fallo che ella muoia: e sì come ella volle che la vostra vita per la focosa forza del veleno si consumasse, così la sua con ardente fuoco consumata sia.
E certo tale giudicio pare a me medesimo crudele; e non volontieri il dono per consiglio che si dea, però che per la sua piacevole bellezza assai l'amava; ma nella giustizia, né amore, né pietà, né parentado, né amistà dee alcuno piegare dalla diritta via della verità.
Non per tanto, voi siete savio, e appresso di molti più savii uomini che io non sono avete, e sì come signore potete ogni mio detto indietro rivocare e mettere ad essecuzione.
Però là ove nel mio consiglio, il quale giusto al mio albitrio v'ho donato, si contenesse fallo, saviamente l'ammendate -.
E più non disse.
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Non fu alcuno degli altri nobili uomini, che nel consiglio del re sedeano, che si levasse a parlare contro a Biancifiore, ma tacendo tutti, di questa opera stupefatti, dierono segno di consentire al detto del siniscalco, posto che a molti sanza comparazione dispiacesse, sentendo che Biancifiore era in prigione, per maniera che sua ragione scusandosi non potea usare: e volontieri per difender lei avrebbero parlato, ma quasi ciascuno s'era aveduto che al re piaceano queste cose e che con sua volontà eran fatte, onde per non spiacerli ciascuno taceva.
Perché vedendo questo il re, che oltre al detto del siniscalco niuno dicea, né a quello era alcuno che apponesse, disse: - Adunque, signori, per mio avviso pare che consigliate che Biancifiore di fuoco deggia morire, e certo in tal parere n'era io medesimo; e però vengano immantanente i giudici, i quali di presente la giudichino, che sanza giudiciale sentenza io non intendo di farla di fatto morire, acciò che alcuno non potesse dire che io i termini della ragione in ciò trapassassi, né similemente voglio a fare la giustizia dare troppo indugio, però che le troppo indugiate giustizie molte volte sono da pietà impedite, né hanno poi loro compimento -.
Furono di presente i giudici al cospetto del re, il quale loro comandò che sanza dimoro la crudele sentenza dessero contro a Biancifiore.
Al quale i giudici risposero: - Signore, le leggi ne vietano di dover dare in dì solenne mortale sentenza contro ad alcuna persona, e oggi è giorno di tanta solennità, quanta voi sapete; ma noi scriveremo il processo ordinatamente, e al nuovo giorno la daremo sanza fallo, e la faremo mettere in essecuzione -.
A' quali il re disse: - Poi che oggi le leggi il ne vietano, domattina per tempo sanz