FILOCOLO, di Giovanni Boccaccio - pagina 2
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Di che prendere potrete consolazione, se quello è vero, che a' miseri sia sollazzo d'avere compagni nelle pene; e similemente ve ne seguirà speranza di guiderdone, la quale non verrà sanza alleggiamento delle vostre pene.
E voi, giovinette amorose, le quali ne' vostri dilicati petti portate l'ardenti fiamme d'amore più occulte, porgete le vostre orecchi con non mutabile intendimento a' nuovi versi: li quali non vi porgeranno i crudeli incendimenti dell'antica Troia, né le sanguinose battaglie di Farsaglia, le quali nell'animo alcuna durezza vi rechino; ma udirete i pietosi avvenimenti dello innamorato Florio e della sua Biancifiore, li quali vi fieno graziosi molto.
E, udendoli, potrete sapere quanto ad Amore sia in piacere il fare un giovane solo signore della sua mente, sanza porgere a molti vano intendimento, però che molte volte si perde l'un per l'altro, e suolsi dire che chi due lepri caccia, talvolta piglia l'una e spesso non niuna.
Dunque apprendete d'amare uno solo, il quale ami voi perfettamente, sì come fece la savia giovane, la quale per lunga sofferenza Amore recò al disiato fine.
E se le presenti cose, o voi, giovani e donzelle, generano ne' vostri animi alcun frutto e diletto, non siate ingrati di porgere divote laudi a Giove e al nuovo autore.
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Quello eccelso e inestimabile prencipe sommo Giove, il quale, degno de' celestiali regni posseditore, tiene la imperiale corona e lo scettro, per la sua ineffabile providenza avendo a sé fatti cari fratelli e compagni a possedere il suo regno molti, conosceo lo iniquo volere di Pluto, il quale più grazioso e maggiore degli altri avea creato, che già pensava di volere il dominio maggiore che a lui non si conveniva; per la qual cosa Giove da sé il divise, e in sua parte a lui e a' suoi seguaci diede i tenebrosi regni di Dite, circundata dalli stigi paduli, e loro etterno essilio segnò dal suo lieto regno; e provide di nuova generazione volere riempiere l'abandonate sedie, e con le propie mani formò Prometeo, al quale fece dono di cara e nobile compagnia.
Questo veggendo Pluto, dolente che strana prole fosse apparecchiata per andare ad abitare il suo natale sito, del quale elli per suo difetto era stato cacciato, imaginò di far sì che le nuove creature da quella abitazione facesse essiliare; e con sottile inganno la sua imaginazione mise in effetto, e del santo giardino voltò le prime creature, le quali per suo consiglio il precetto del loro creatore miserabilemente prevaricarono, e seguentemente loro con tutti li loro discendenti rivolse alle sue case, e rallegrandosi d'avere per sottigliezza annullato il proponimento di Giove.
Lungamente sofferse Colui che tutto vede questa ingiuria, ma poi che tempo gli parve di dovere mostrare la sua pietà inver di coloro che stoltamente s'aveano lasciato ingannare e che stavano ne' tenebrosi luoghi rinchiusi, allora miracolosamente il suo unico Figliuolo mandò in terra da' celestiali regni, e disse: - Va, e col nostro sangue libera coloro, a cui Dite è stata così lunga carcere, e appresso te lascia in terra sì fatte armi, che gli altri futuri, a' quali ella ancora non s'è mostrata, prendendole, si possano valorosamente difendere dalle false insidie e occulte di Pluto: e ricominci Vulcano per lo tuo comandamento nuove folgori, le quali, tu gittando, dimostrino quanta sia la nostra potenza, come già feciono -.
Scese al comandamento del suo Padre l'unico Figliuolo dalla somma altezza in terra, a sostenere per noi la iniqua percossa d'Antropos, apportatore delle nuove armi, in disusato modo, non operando in lui la natura il suo uficio come negli altri uomini.
La terra, come sentì il nuovo carico della deità del figliuolo di Giove, diede per diverse parti della sua circunferenza allegri e manifesti segni di futura vittoria agli abitanti; e egli, già in età ferma pervenuto, cominciò a riempiere la terra delle aportate armi e a fare avedere coloro, che con perfetta fede i suoi detti ascoltavano, del ricevuto inganno, porto dall'antico oste; i quali, come il perduto conoscimento riaveano, così delle nuove armi per loro difesa si guarnivano, e contra gli ignoranti la verità moveano varie battaglie e molte; e verso loro alcuno che volesse non si trovava potere resistere, però che sanza cura d'affanno e di corporale morte gli trovavano.
E già delle vittorie de' nuovi cavalieri entrati contra Pluto in campo, tutto l'oriente ne risonava; ma ancora le loro magnifiche opere l'occidente non sentiva, quando il Figliuol di Dio, avendo spogliata di molti prigionieri l'antica Dite, e essendo al suo padre ritornato, e mandato a' prencipi de' suoi cavalieri lo 'mpromesso dono del santo ardore, volendo che l'ultimo ponente sentisse le sante operazioni, elesse uno de' suddetti prencipi, quello che più forte gli parve a potere resistere alle infinite insidie che ricevere dovea, e sopra l'onde di Speria trasportare il fece a un notante marmo.
Il quale, pervenuto nella strana regione, con la forza della somma deità, cominciate contro quelli, i quali resistenti trovò, aspre battaglie, acquistò molte vittorie, e molti delle celestiali armi novelle vi rivestì.
Ma poi, dopo molto combattere, trovata più resistente schiera sanza volgere viso o sanza alcuna paura l'ultimo colpo d'Antropos umile e divoto sostenne, e al cielo, per lungo affanno meritato, rendé la santa e gloriosa anima.
I cui seguaci, dopo la sua passione, prese le martirizzate reliquie, in notabile luogo reverentemente le sepelliro non sanza molte lagrime.
E ad etterna memoria di così fatto prencipe, poco lontano all'ultime onde d'occidente, sopra il suo venerabile corpo edificarono un grandissimo tempio, il quale del suo nome intitolarono, ardendo in esso continuamente divotissimi fuochi, rendendo in essi al sommo Giove graziosi incensi.
E esso, giusto essauditore, non fu tanto nella sua vita valoroso resistente a' difenditori della falsa oppinione, quanto dopo il suo ultimo dì fu molto più grazioso conservatore de' suoi fedeli, però che Giove in servigio di lui, nel suo tempio essaudendo le debite orazioni, mirabili cose facea, onde la fama dell'occidentale Iddio risonava per l'universo.
Certo ella passò in brieve tempo le calde onde dello orientale Ganges, e nelle boglienti arene di Libia fu manifesta, e dagli abitanti nelle ghiacciate nevi d'Aquilone fu saputa, però che egli non porgea risponsi, come far soleano i bugiardi iddii, ma con vere operazioni ne' bisogni soccorrea e soccorre i divoti domandatori: e per questo più la santa fama per il mondo risuona.
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Suona adunque la gran fama per l'universo della mirabile virtù del possente Iddio occidentale, e in te, o alma città, o reverendissima Roma, la quale igualmente a tutto il mondo ponesti il tuo signorile giogo sopra gl'indomiti colli, tu sola permanendone vera donna, molto più che in alcun'altra parte risuona, sì come in degno luogo della cattedrale sedia de' successori di Cefas.
E tu di ciò dentro a te non poco ti rallegri, ricordando te essere quasi la prima prenditrice delle sante armi, però che conoscesti te in esse dovere tanto divenire valorosa, quanto per adietro in quelle di Marte pervenisti, e molto più; onde contentati che come già per l'antiche vittorie più volte la tua lucente fronte ti fu ornata delle belle frondi di Pennea, così di questa ultima battaglia, con le nuove armi triunfando tu vittoriosamente, meriterai d'essere ornata d'etternal corona, e, dopo i lunghi affanni, la tua imagine tra le stelle onorevolemente sarà locata, tra le quali co' tuoi antichi figliuoli e padri beata ti ritroverai.
E i tuoi figliuoli già per la nuova fama prendono a' lontani templi divozione, e adomandando allo Iddio dimorante in essi i bisognevoli doni, promettono graziosi boti: i quali doni ricevuti, ciascuno s'ingegna d'adempiere la volontaria promissione visitandoli, ancora che sieno lontani: la qual cosa appo Iddio grandissimo merito sanza fallo t'impetra.
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Risuona per Roma, com'è detto, la gran fama nella quale un nobilissimo giovane dimorava, il quale si chiamava Quinto Lelio Africano, disceso del nobile sangue del primo conquistatore dell'africana Cartagine.
Era questo ornatissimo di belli costumi e abondante di ricchezze e di parenti, già per la sua virtù prescritto all'ordine militare, e avea, secondo la nuova legge del Figliuol di Dio, una giovane romana nobilissima, nata della gente giulia, e Giulia Topazia nominata, presa per sua legittima sposa, la quale per la sua gran bellezza e infinita bontà era molto da lui amata.
E già era con lei, poi che Imineo coronato delle frondi di Pallade fu prima nelle sue case e le sante tede arse nella sua camera, dimorato tanto, che Febo cinque volte era nella casa della celestiale Vergine rientrato, e ancora di lei niuno figliuolo avea potuto avere, de' quali egli sopra tutte le cose era disideroso; e in molte maniere cercato com'egli potesse fare che la giovane concepesse, e niuna pervenuta ad effetto, sentiva nell'animo angoscioso tormento.
Ma l'infinita pietà di Colui a cui nulla cosa si nasconde non sostenne che sanza parte del suo disio vedere egli finisse i giorni suoi, a' quali poco più spazio era assegnato, anzi saviamente precorse in cotal modo: che, essendo Lelio un giorno intorno a quel disio molto pensoso, udì narrare di quello Iddio, che sopra gli sperii liti dimorava lontano, maravigliose cose per lui fatte; le quali poi ch'egli ebbe udite, se n'andò in uno santo tempio, là dove la reverenda imagine del glorioso santo era figurata, nel cospetto della quale disse così: - O grazioso Iddio, il quale sopra i liti occidentali lasciasti il tuo santo corpo, l'anima renduta al sommo Giove, ricevi le mie voci, degne d'essere essaudite, nella tua presenza.
E così come a niuno, che divotamente giusto dono ti domandi, li nieghi, così a me la mia domanda, s'è giusta, non negare, ma perfettamente me la adempi.
Io sono giovane d'eccellentissima fama, e di famosi parenti disceso, e nella presente città copioso di ricchezze e di congiunti parenti, accompagnato di nobilissima e bella giovane, con la quale io sono stato tanto tempo ch'io veggio incominciare la sesta volta al sole l'usato cammino, e niuno figliuolo ancora di lei ho potuto avere, il quale dopo l'ultimo nostro giorno possa il nostro nome ritenere e possedere l'antiche ricchezze possedute lungamente per ereditaggio; di che nell'animo sostengo gravissima noia.
Ond'io divotamente ti priego che nel cospetto dello onnipotente Signore grazia impetri, che se Egli dee essere della mia anima bene, e del suo e tuo onore essaltamento, che Egli uno solamente concedere me ne deggia, il quale dopo me me rapresenti.
La qual cosa se Egli me la concede, io ti prometto e giuro per l'anima del mio padre e per la deità del sommo Giove che i tuoi lontani templi saranno da me visitati personalmente, e i tuoi altari di divoti fuochi saranno alluminati -.
E fatta la degna orazione, tornò al suo militar palagio, quasi contento: "Così come niuno giusto priego può esser fatto sanza essere essaudito, così questo, però che era giusto, sanza essaudizione non pote trapassare".
Ma già i disiosi cavalli del sole, caldi per lo diurno affanno, si bagnavano nelle marine acque d'occidente, e le menome stelle si poteano vedere, essendo già Lelio e Giulia, dopo i dilicati cibi da loro presi, quasi contenti del fatto voto, sperando grazia, andatisi a riposare nel congiugale letto, nel quale soavissimo sonno gli avea presi, quando il santo, per cui Galizia è visitata, volle fare a Lelio manifesto quanto il suo giusto priego, fatto il preterito dì, gli fosse a grado; e disceso dagli alti cieli, e entrato radiante di maravigliosa luce nella camera di Lelio, con lieto viso gl'incominciò a parlare, dormendo egli, e disse così: - O Lelio, io sono colui il quale tu il passato giorno con tanta divozione chiamasti, pregando ch'io t'impetrassi grazia, nel conspetto di Colui che tutte le dona sanza rimproverare, che tu potessi avere degna erede del tuo nome, nel quale dopo la tua morte la tua fama vivesse.
Onde Egli, misericordioso essauditore de' giusti prieghi, e di tutto bene benignissimo donatore, per me ti manda a dire che il tuo priego è essaudito da Lui, e che, la prima volta che tu con la tua sposa onestamente ti congiugnerai, veramente riceverai il dimandato dono -.
E queste parole dette, ad un'ora egli e 'l sonno di Lelio si partirono.
Lelio, svegliato, pieno di maraviglia e d'allegrezza, per lungo spazio volse gli occhi per la camera per vedere se ancora l'aportatore della lieta novella vi fosse; ma poi che vide lui non esservi, umilemente cominciò a ringraziare colui che mandata aveva tanto disiata ambasciata; e chiamata Giulia, la quale ancora dormia, le narrò la veduta visione.
Di che ella si maravigliò molto, e lieta quasi sanza fine incominciò a ringraziare Iddio.
E non dopo molto spazio stato tra loro quella congiunzione che annunziata fu a Lelio, s'avide Giulia esser gravida, secondo che il santo Iddio avea annunziato.
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Non dopo molti giorni, mostrando già Calisto dintorno al polo quanto era lucente, incominciò Lelio e Giulia insieme a ragionar della mirabile visione, e dopo alquante parole, Giulia, che già avea sentito e sentia in sé il disiato frutto nascoso, disse: - Certo, Lelio, già per effetto mi par sentire il grazioso dono esserci dato, però che più grave esser mi pare che per lo preterito parere non solea -.
Quando Lelio udì queste parole fu tanto allegro, che nulla giusta comparazione si potrebbe porre alla sua allegrezza, e disse: - Adunque niuno indugio si vuole porre a fare gl'impromessi doni; ma così tosto come i chiari raggi di Apollo ne recheranno il chiaro giorno, io con quella compagnia che mi parrà voglio prendere il lungo cammino e portare i graziosi incensi promessi a' lontani altari -.
Allora disse Giulia - Deh! ora sarà il tuo cammino sanza me fatto? -.
Lelio rispose: - Giulia, tu se' giovane, e sì fatto affanno sarebbe alla tua tenera età impossibile, e noioso al disiato frutto che tu nascondi; però tu rimarrai degna donna della nostra casa, lietamente aspettando la mia tornata -.
Giulia, udendo queste parole, bagnò il suo viso d'amare lagrime, dicendo: - Certo, quando la fortuna ti fosse contraria, mi crederei io esser vie più possente sostenitrice dell'armi e degli affanni, sempre aiutandoti e seguendoti, che non fu Issicratea a Mitridate, non che nelle felicità, nelle quali il venirti appresso mi porge smisurato diletto.
Se tu mi lasci sola di te, tu mi lascerai accompagnata di molti e varii pensieri: il mio petto sarà sempre pieno di molte sollecitudini, e nascosamente sosterrò maggior affanno, sempre di te dubitando, ch'io non potrei mai fare venendo teco -.
O Tiberio Gracco, fu tanta la pietà che tu avesti di Cornelia, tua cara sposa, quando lasciasti la femina serpe, risparmiando anzi la sua vita che la tua propia, quanto fu quella di Lelio vedendo le lagrime della cara compagna? Certo appena! Ond'egli le rispose: - Giulia, poni fine alle tue lagrime, ché i lontani templi da me sanza te non saranno cercati; e però disponi il tuo virile animo al nuovo cammino, che al nuovo giorno credo cominceremo -.
Giulia contenta si tacque.
[7]
L'Aurora avea rimossi i notturni fuochi e Febo avea già rasciutte le brinose erbe, quando Lelio, chiamata Giulia, lieti si levarono da' notturni riposi, e comandarono che quelle cose le quali a camminare fossero necessarie, fossero sanza indugio apparecchiate.
E mandato per quelli i quali a loro piacque d'eleggere per loro compagnia, loro narrarono il lieto avvenimento, comandando ad essi che immantanente fossero presti d'andare con loro a mettere ad effetto le fatte promissioni.
Al quale comandamento fu risposto loro essere presti ad ogni loro piacere.
[8]
Fu sanza alcuno indugio messo ad essecuzione il comandamento di Lelio; onde egli e Giulia e la loro compagnia, tornando da' santi templi da porgere pietosi prieghi al sommo Giove che il loro andare e tornare facesse essere prosperevole, salirono sopra i portanti cavalli, e, piangendo, appena a' cari parenti e amici poterono dire addio: e partironsi, e con lieto animo cominciarono il disaventurato cammino.
[9]
Il miserabile re, il cui regno Acheronta circunda, veggendo che lo essercizio era alle sue invasioni inique contrario, e che i lunghi cammini porgevano alla carne affannosa gravezza, per la quale i sostenitori d'essa fuggivano le inique tentazioni e meritavano il mal conosciuto regno da lui, il quale egli, per disiderare oltre dovere, perdé, afflitto di noiosa sollecitudine, veggendo la maggior parte di quelli che andar soleano alle sue case esser disposti a quello affanno, o ad altri simiglianti o maggiori, pensò di volergli ritrarre da sì fatte imprese con paura; e convocati nel suo conspetto gl'infernali ministri, disse: - Compagni, voi sapete che Giove non dovutamente degli ampi regni, i quali egli possiede, ci privò, e diedeci questa strema parte sopra il centro dell'universo a possedere, e in dispetto di noi creò nuova progenie, la quale i nostri luoghi riempisse.
Noi ingegnosamente li sottraemmo, sì che noi volgemmo i loro passi alle nostre case: e Egli ancora, non parendogli averci tanto oltraggiato, mandò il suo Figliuolo a spogliarcene, al quale non potendo noi resistere, ci spogliò, e dopo tutto questo fece aveduti gli abitanti della terra de' nostri lacciuoli, e donò loro armi con le quali essi leggiermente le nostre spezzano.
E che noi di questi oltraggi ci andiamo a vendicare sopra di lui, il salire in su c'è vietato, e Egli è più possente di noi: però ci conviene pur con ingegno il nostro regno aumentare, e fare di riavere ciò che per adietro abbiamo perduto.
Tra l'altre cose che il Figliuolo di Giove lasciò in terra al suo popolo, a noi più contraria, fu continuo essercizio, al quale del tutto si vuole intendere da noi, acciò che si spenga con volonteroso ozio delle loro menti, e li romani massimamente, i quali, quasi agli altri principali, hanno questo essercizio molto impreso, e quasi ogni gente da loro lo 'mprende.
Ond'io ho proposto di volerli almeno ritrarre dall'andare li strani templi visitando, con paura; e questo sanza fallo mi verrà fatto troppo bene sopra gran quantità d'essi, che ora al tempio che sopra l'ultime piagge di Speria dimora, vanno, sopra i quali io vendicherò la mia ira, e voi siate intenti di fare il simigliante ovunque voi ne sentite alcuno -.
[10]
Dette queste parole a' suoi, prese vana forma simigliante d'un nobilissimo cavaliere, il quale sotto la potenza del gran re Felice, reggitore de' regni di Speria, nipote di Atalante, sostenitore de' cieli, governava vicino a' colli d'Appennino una città chiamata Marmorina.
E salito sopra un cavallo, le cui ossa per magrezza quasi quante fossero apertamente mostrava, e correndo sopra esso, pervenne ne' lontani regni, e trovato il re, il quale le silvestre bestie cacciando prendea diletto, fu davanti a lui.
E come tal volta sogliono i corpi morti gravosi cadere alla terra sanza essere urtati, cotale costui fittivamente cadendo davanti gli si gittò, e con voce affannata, tanto che appena s'udiva, piangendo cominciò a dire: - O signor mio, tu vai l'innocenti bestie davanti a te cacciando, e nelle loro innocenti interiora metti aizzando gli aguti denti de' feroci cani, ma io misero ho nella vostra città Marmorina lasciato il romano fuoco, il quale, sì com'io vidi già per li più alti luoghi, tutta la città guastava: e come ciò avvenisse a me è occulto; se non che avendo noi il giorno davanti celebrati i santi sacrificii di Bacco con grandissima festa, e la vegnente notte, riposandosi, ciascuno avea già di sé la quarta parte passata, quando io, quasi dormendo, cominciai a sentire grandissimo pianto d'uomini, di garzoni e di femine, e impetuoso suono di non usate armi.
Allora, abandonato del tutto il quieto sonno, pauroso mi levai, e salii negli alti luoghi della nostra casa, e vidi tutta la città piena di fuoco e di noiose ruine, e di maggior pianto furono ripiene le mie orecchie.
E già presso alla nostra casa udendo il terribile suono delle sonanti trombe, disarmato corsi per le fidate armi, per risalire armato nelle fortezze della nostra casa, scendendo contra i molti amici, i quali contra i crudeli osti, per lo bene della città s'apparecchiavano con le taglienti spade d'aspramente combattere.
Allora dissi, quasi avendo nella loro vita compassione: "O giovani, or non vedete voi che fortuna sia nelle presenti cose? Quelli iddii nei quali la forza in che la speranza della nostra signoria dimorava, sono fuggiti e hanno abandonato i loro altari; e però voi soccorrete indarno alla città.
Ma se voi avete certa fidanza nelle vostre armi, andiamo, e in mezzo de' nemici combattiamo, essendo io duce: e quivi, o vinciamo, o, sdebitandoci di tal vergogna, mandiamo le nostre anime alle infernali sedie: "sola salute è a' vinti non isperar salute"".
La città, da tutte parti presa, era da' nemici con gli aguti spuntoni guardata; ma noi poi, assicurati, ci movemmo ad andare alla non dubbiosa morte tutti per una via.
Oimè! chi potrebbe mai narrare la ruina e la tempesta di quella notte? Chi potrebbe parlando dire la menoma parte della uccisione o con le lagrime agguagliare la fatica? L'antica città, la quale molti anni vittoriosa sotto le nostre braccia dimorò, fu da' miei occhi veduta quella notte cadere quasi tutta in picciola ora; ma noi miseri, portati da' miserabili fati, ovunque andavamo, per le larghe vie trovavamo cadere corpi gravati da mortale gelo: ad ogni passo trovavamo nuovo pianto, e in ogni parte era romore e uccisione infinita.
E andando per diverse parti della città, dandone l'accese case aperti passaggi, più volte scontrandoci in picciole schiere di nemici combattemmo.
Ma già quasi propinqui all'ultima ora della notte, vaghi del nuovo giorno, fummo da innumerabile moltitudine di nemici aspramente assaliti, e quivi difendendoci virilmente, vidi io gran parte de' miei compagni bagnare la terra del loro sangue, e sanza niuna misericordia essere dagli avversarii uccisi.
Onde non potendo noi più sostenere il crudele assalto, con alquanti diedi le spalle, fuggendo verso il nostro palagio; ma quivi trovata più aspra battaglia, quasi furiosi, sanza alcuna speranza di salute, io e' miei compagni tra gli aguti ferri de' nemici ci gittammo.
Quivi io, ferito in molte parti, rientrai nelle mie case, nelle quali alquanti de' miei compagni vinti vilmente si fuggirono; e saliti nel superiore pavimento, vedemmo tutta la città essere d'ardenti fiamme e di noiosi fummi ripiena, la quale piangendo riguardavamo.
Allora fummo assaliti di nuovo accidente, però che rotte le porti dell'antico palagio, salì uno grandissimo uomo romano con molti seguaci, il quale, sì come il fiero lupo le timide pecore sanza difesa strangola, così costui andava uccidendo qualunque davanti gli si parava.
A lui vidi io uccidere il vecchio padre e due miei figliuoli, e altri molti.
Sopra il quale volendo io prendere debita vendetta, ricevetti infiniti colpi della sua spada; ma poi la vecchia madre e altre femine con lei, mettendo le loro persone per la mia vita tra la sua spada e 'l mio corpo, fortunosamente mi trassero delle sue mani.
E uscito fuori della non già città, veggendo che per me più niuno soccorso vi si potea porgere, miserabilemente me verso queste parti mi dirizzai, e qui nel vostro conspetto mi sono fuggito.
E dicovi che il vostro regno è sanza dubbio assalito da gente tanto acerba, che non che contro a voi, ma ancora contro i nostri iddii hanno prese armi; e che ciò ch'io ho narrato sia vero, manifestevelo il sangue mio, il quale per tante ferite potete vedere davanti da voi spandere.
Io ho appena, fuggendo, potuta la mia vita ricuperare, la quale omai credo sarà brieve; e le mie ferite, le quali più tosto medico e riposo che affanno richiedevano, marcite costringono l'anima d'abandonare il misero corpo.
E però vi priego che voi v'apparecchiate acciò che i vostri nemici, i quali credo che non sieno di qui guari lontani, possiate con più forte fronte ricevere che io non potei, e acciò che voi altressì vendichiate le mie ferite, acciò che io tosto tra gli altri spiriti possa alzare la testa per la vendicata morte -.
E appena finì queste parole con intera voce, che davanti al re il corpo sanza anima freddo lasciò.
[11]
Con le mani prese, nell'aspetto stupefatto stava il re Felice ad ascoltare le fitte parole; ma poi che vide lo spirito del parlante cavaliere avere abandonato il corpo e più non dire, mutato il natural colore, tornò palido, e, oppresso nel segreto petto di varie cure, quasi per greve doglia appena ritenne le lagrime.
E non sappiendo che partito prendere del subito annunzio,
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