FILOCOLO, di Giovanni Boccaccio - pagina 20
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Il quale tacendo, subitamente Menedon soggiunse: - E io prometto al paone che se gl'iddii mi concedono che io maritata vi veggia, tanto quanto la festa delle vostre nozze durerà, io con molti compagni, vestiti ciascuno giorno di novelli vestimenti di seta, sopra i correnti cavalli, con aste in mano e con bandiere bigordando e armeggiando, a mio potere essalterò la vostra festa -.
Ringraziollo Biancifiore, e tornata indietro, davanti al re posò il paone, e così disse: - Principalmente voi, o caro signore e singulare mio benefattore, e appresso questi altri baroni tutti, quanto io posso, degl'impromessi doni vi ringrazio, e priego gl'immortali iddii che, là dove la mia possa al debito guiderdone mancasse, che essi con la loro benigna mente di ciò vi meritino -.
E questo detto, onestamente fatta la debita reverenza, si partì, e con lieto viso tornò alla reina narrandole gl'impromessi doni.
A cui la reina disse: - Ben ti puoi omai gloriare, pensando che uno sì fatto prencipe qual è il nostro re, e sei cotali baroni quali sono coloro che con lui sedeano, si sono tutti in tuo onore e piacere obligati -.
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Rimase sopra la real mensa il velenoso uccello, il quale il re, come Biancifiore fu partita, comandò che tagliato fosse; per la qual cosa un nobilissimo giovane chiamato Salpadin, al re per consanguinità congiuntissimo, il quale quel giorno davanti li serviva del coltello, prese con presta mano il paone, e, gittata in terra alcuna estremità, incominciò a volere smembrare il paone; ma non prima caddero le gittate membra, che un cane piccioletto, al re molto caro, le prese, e, mangiandole, incontanente gl'incominciò a surgere una tumorosità del ventre, e venirgli alla testa, la quale tanto gliele ingrossò subitamente, che quasi era più la testa fatta grande che essere non solea tutto il corpo; e similemente discorsa per gli altri membri, oltre a' loro termini grossi e enfiati gli fece divenire; e i suoi occhi, infiammati di laida rossezza parea che della testa schizzare gli dovessero, e con doloroso mormorio, mutandosi di più colori, disteso tal volta in terra e talora in cerchio volgendosi, in piccolo spazio scoppiando quivi morì.
La qual cosa da molti veduta, la gran sala fu tutta a romore, e i soavissimi strumenti tacquero, mostrando questo al re, il quale incontanente gridò: - E che può ciò essere? -.
E voltato a Salpadin, il quale già volea fare la credenza, disse: - Non tagliare; io dubito che noi siamo villanamente traditi: prendasi un altro membro del presente paone e gittisi ad un altro cane, però che questo qui presente morto per veleno mostra che morisse, onde che egli il prendesse, o delle stremità da te gittate in terra, o d'altra parte -.
Salpadin sanza alcuno dimoro gittò la seconda volta un maggiore membro ad un altro cane, il quale non prima mangiato l'ebbe, che, con simile modo voltandosi che 'l primo, del mortale dolore affannato, cadde e quivi in presenza di tutti morì.
Onde il re con furioso atto gridando: - Chi ha la nostra vita con veleno voluta abreviare? -, e gittata in terra la tavola che davanti a lui era, si dirizzò, e comandò che subitamente Biancifiore e 'l siniscalco e Salpadin fossero presi, però che di loro dubitava che alcuno d'essi tre avvelenare l'avesse voluto co' suoi compagni.
O sommo Giove, or non potevi tu sostenere che quel cibo avesse ingannato lo 'ngannatore, avanti che la innocente giovane tanta persecuzione ingiustamente sostenesse? Or tu sofferesti che i tuoi compagni fossero co' membri umani tentati alla tavola di Tantalo, quando a Pelopo, perduto l'omero, fu rifatto con uno d'avorio; e similemente sostenesti che il misero Tireo fosse sepoltura dell'unico suo figliuolo! Erati così grave per giusta vendetta abbagliare lo iniquo senso del re Felice? Ma tu forse per fare con gli avversi casi conoscere le prosperità, pruovi le forze degli umani animi, poi con maggior merito guiderdonandoli.
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Furono presi i tre sanza niuno dimoro con noiosa furia, e messi in diverse prigioni.
Ma poi che Biancifiore fu subitamente presa, niuno fu che mai parlare le potesse, né ella ad altrui.
Del siniscalco e di Salpadin furono le scuse diligentemente intese, e per innocenti in brieve lasciati, mostrando il siniscalco davanti a tutta gente con false menzogne Biancifiore e non altri avere tal fallo commesso.
Di questo ciascuno si maravigliò, non potendo alcuno pensare né credere che Biancifiore avesse tal malvagità pensata; ma pure il manifesto presentare del paone facea a molti non potere disdire quello che e' medesimi non avrebbero voluto credere.
Ma poi che il gran romore fu alquanto racchetato, e il siniscalco e Salpadin per le loro scuse sprigionati, il re fece chiamare a consiglio molta gente, e principalmente coloro che con lui erano quella mattina stati alla tavola, e adunato con molti in una camera, disse così: - Sanza dubbio credo che a voi sia manifesto che io oggi sono stato in vostra presenza voluto avvelenare; e chi questo abbia voluto fare, ancora è apertissimo per molte ragioni che Biancifiore è stata; la qual cosa molto mi pare iniqua a sostenere che sanza debita punizione si trapassi, pensando al grande onore che io nella mia corte l'ho fatto, sì come di recarla da serva a libertate, farla ammaestrare in iscienza e continuamente vestirla di vestimenti reali col mio figliuolo, datala in compagnia alla mia sposa, credendo di lei non nimica ma cara figliuola avere.
E sì come avete potuto questa mattina udire, non si finiva questo anno che io intendea di maritarla altamente, però che vedea già la sua età richiedere ciò.
E di tutto questo m'è avvenuto come avviene a chi riscalda la serpe nel suo seno, quando i freddi aquiloni soffiano, che egli è il primo morso da lei.
Vedete che similmente ella in guiderdone del ricevuto onore m'ha voluto uccidere: e sì avrebbe ella fatto, se 'l vostro avedimento non fosse stato.
Laonde io intendo, come detto v'ho, di volerla di ciò gravemente punire, acciò che mai alcuna altra a sì fatto inganno fare non si metta.
Ma però che di ciò dubito non mi seguisse più vergogna che onore, se subitamente il facessi, però che parrà a molti impossibile a credere questo per la sua falsa piacevolezza, la quale ha molto presi gli animi, n'ho voluto e voglio primieramente il vostro consiglio, e ciò tutti fidelmente porgere mi dovete, disiderando il mio onore e la mia vita, sì come membri e vero corpo di me, vostro capo.
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Lungamente si tacque ciascuno, poi che il re ebbe parlato; e bene avrebbero volontieri risposto il duca e Ascalion, però che a loro parea manifestamente conoscere chi questo veleno avea mandato e ordinato; ma però che la volontà del re conobbero, ciascuno si tacque, dubitando di non dispiacergli.
E similmente fecero tutti quelli che presente lui erano, fuori che Massamutino, il quale dopo lungo spazio, dimorando tutti gli altri taciti, si levò e disse: - Caro signore, io so che 'l mio consiglio sarà forse tenuto da questi gentili uomini qui presenti sospetto per la presura che di me subita fare faceste sanza colpa, e so che diranno che ciò che io consiglierò, io il faccia a fine di scaricare me e di levare voi di sospezione; ma io non guarderò già a quello che alcuno possa dire o dica, che io non vi dia quello consiglio in ciò che dimandato avete, che a legittimo e vero signore donar si dee, in tutto ciò che per me conosciuto sarà, sempre riservandomi allo ammendamento di voi dov'io fallissi.
E così m'aiutino gl'immortali iddii, com'io se non quello che diritta coscienza mi giudicherà non dirò; e dico così: "Il fallo, il quale Biancifiore ha fatto, è tanto manifesto, che in alcuno atto ricoprire non si puote, né simigliantemente si può occultare il grande onore da voi fatto a lei: per lo quale avendo ella voluto sì fatto fallo fare, merita maggiore pena.
E certo, se quello che in effetto s'ingegnò di mettere, avesse solamente pensato, merita di morire".
Onde per mio consiglio dico e giudico che misurando giustamente la pena col fallo che ella muoia: e sì come ella volle che la vostra vita per la focosa forza del veleno si consumasse, così la sua con ardente fuoco consumata sia.
E certo tale giudicio pare a me medesimo crudele; e non volontieri il dono per consiglio che si dea, però che per la sua piacevole bellezza assai l'amava; ma nella giustizia, né amore, né pietà, né parentado, né amistà dee alcuno piegare dalla diritta via della verità.
Non per tanto, voi siete savio, e appresso di molti più savii uomini che io non sono avete, e sì come signore potete ogni mio detto indietro rivocare e mettere ad essecuzione.
Però là ove nel mio consiglio, il quale giusto al mio albitrio v'ho donato, si contenesse fallo, saviamente l'ammendate -.
E più non disse.
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Non fu alcuno degli altri nobili uomini, che nel consiglio del re sedeano, che si levasse a parlare contro a Biancifiore, ma tacendo tutti, di questa opera stupefatti, dierono segno di consentire al detto del siniscalco, posto che a molti sanza comparazione dispiacesse, sentendo che Biancifiore era in prigione, per maniera che sua ragione scusandosi non potea usare: e volontieri per difender lei avrebbero parlato, ma quasi ciascuno s'era aveduto che al re piaceano queste cose e che con sua volontà eran fatte, onde per non spiacerli ciascuno taceva.
Perché vedendo questo il re, che oltre al detto del siniscalco niuno dicea, né a quello era alcuno che apponesse, disse: - Adunque, signori, per mio avviso pare che consigliate che Biancifiore di fuoco deggia morire, e certo in tal parere n'era io medesimo; e però vengano immantanente i giudici, i quali di presente la giudichino, che sanza giudiciale sentenza io non intendo di farla di fatto morire, acciò che alcuno non potesse dire che io i termini della ragione in ciò trapassassi, né similemente voglio a fare la giustizia dare troppo indugio, però che le troppo indugiate giustizie molte volte sono da pietà impedite, né hanno poi loro compimento -.
Furono di presente i giudici al cospetto del re, il quale loro comandò che sanza dimoro la crudele sentenza dessero contro a Biancifiore.
Al quale i giudici risposero: - Signore, le leggi ne vietano di dover dare in dì solenne mortale sentenza contro ad alcuna persona, e oggi è giorno di tanta solennità, quanta voi sapete; ma noi scriveremo il processo ordinatamente, e al nuovo giorno la daremo sanza fallo, e la faremo mettere in essecuzione -.
A' quali il re disse: - Poi che oggi le leggi il ne vietano, domattina per tempo sanza dimoro si faccia -.
E questo detto, si partì dallo iniquo consiglio.
Ma il duca e Ascalion sanza prendere alcun congedo si partirono, non volendo udire la iniqua sentenza; e avanti che 'l sole le sue luci messe avesse sotto l'onde occidentali, giunsero a Montoro, ove smontarono, faccendo a Florio gran festa, il quale solo e con molti pensieri trovarono.
[40]
Era Biancifiore con la reina ancora recitando i vanti de' gran baroni, quando i furiosi sergenti vennero impetuosamente sanza niuno ordine a prenderla e lei piangendo, sanza dire per che presa l'avessero, la ne portarono.
O misera fortuna, subita rivolgitrice de' mondani onori e beni, poco davanti niuno barone era nella real corte, che a Biancifiore avesse avuto ardire di porre la mano adosso, o di farne sembiante, ma ciascuno s'ingegnava di piacerle, e ora a vilissimi ribaldi sì disprezzare consentisti la sua grandezza, che, sanza narrare il perché, presala oltraggiosamente, la menaron via.
Certo con poco senno si regge chi in te ferma alcuna speranza.
Di questo mostrò la reina grandissimo dolore, e molto ne pianse, ricoprendo con quelle lagrime il suo tradimento davanti ordinato.
E veramente e' ne le pur dolfe, posto che assai tosto di tal doglia prendesse consolazione imaginando che per la morte di lei, già messa in ordine da non poter fallire al suo parere, l'ardente amore si partirebbe del petto di Florio.
Ma i fati non serbavano a sì leale amore, quale era quello intra' due amanti, sì corta fine né sì turpissima, come costoro loro voleano sanza cagione apparecchiare.
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Quel giorno nel quale la gran festa si facea in Marmorina, era Florio rimaso tutto soletto di quella compagnia che più gli piacea, ciò era del duca e di Ascalion, a Montoro; e molto pensoso e carico di malinconia, ricordandosi che in così fatto giorno egli con la sua Biancifiore, vestiti d'una medesima roba, soleano servire alla reale tavola, e avere insieme molta festa e allegrezza di canti e d'altri sollazzi.
Ond'egli sospirando, così cominciò a dire: - O anima mia, dolce Biancifiore, che fai tu ora? Deh, ora ricorditi tu di me, sì come io fo di te? Io dubito molto che altro piacere non ti pigli per la mia assenza.
Oimè, perché non è egli licito solamente di poterti vedere a me, il quale mi ricordo che in sì fatto giorno più volte t'ho già abbracciata, porgendoti puerili e onesti baci? Ove sono ora fuggiti i verdi prati, ne' quali Priapo più volte ci coronò di diversi fiori, cogliendoli noi con le nostre mani? E ove sono le ricche camere, le quali de' nostri dimoramenti si rallegravano? Deh, perché non sono io con teco, così come io soleva, continuamente, o almeno di tanti quanti giorni l'anno volge uno solo? O perché non mi se' tu mandata come tu mi fosti promessa? Io credo che 'l mio padre m'inganna, come tu mi dicesti.
E tu ora credo che dimori nella gran sala, e dai col tuo bel viso nuova luce a molti, di tal grazia indegni, e a me misero, che più che altra cosa ti disidero, m'è tolto il vederti.
Maladetta sia quella deità che sì m'ha fatto vile, che io per paura di mio padre dubito di venirti a vedere, e ora ch'io possa o vederti o esser veduto.
Oimè, quanto m'offende quella piccola quantità di via che ci divide! Deh, maladetto sia quel giorno ch'io da te mi partii, che mai alcuno diletto non sentii, posto che tu alcuna volta dormendo io, essendomi tu con benigno aspetto apparita, m'hai alquanto consolato: la qual consolazione in gravoso tormento s'è voltata, sì tosto com'io mi sveglio dallo ingannevole sonno, pensando che veder non ti possa con gli occhi della fronte.
O sola sollecitudine della mia mente, gl'iddii mi concedano che io alcuna volta anzi la mia morte veder ti possa; la qual cosa converrà che sia, se io dovessi muovere aspre battaglie contro al vecchio padre, o furtivamente rapirti delle sue case.
E a questo, se egli non mi ti manda o non mi fa dove tu sia tornare, non porrò lungo indugio, però che più sostenere non posso l'esserti lontano -.
E mentre che Florio queste parole e molte altre sospirando dicea, continuamente al caro anello porgea amorosi baci, sempre riguardandolo per amor di quella che donato glielo avea.
E in tal maniera dimorando pensoso, soave sonno gli gravò la testa, e, chiusi gli occhi, s'addormentò; e dormendo nuova e mirabile visione gli apparve.
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A Florio parve subitamente vedere l'aere piena di turbamento, e i popoli d'Eolo, usciti del cavato sasso, sanza niuno ordine furiosi recare da ogni parte nuvoli, e commuovere con sottili entramenti le lievi arene sopra la faccia della terra, mandandole più alte che la loro ragione, e fare sconci e spaventevoli soffiamenti, ingegnandosi ciascuno di possedere il luogo dell'altro e cacciar quello; e appresso mirabili corruscazioni e diversi suoni per isquarciate nuvole, le quali parea che accendere volessero la tenebrosa terra; e le stelle gli parea che avessero mutata legge e luoghi, e pareali che 'l freddo Arturo si volesse tuffare nelle salate onde, e la corona della abandonata Adriana fosse del suo luogo fuggita, e lo spaventevole Orione avesse gittata la sua spada nelle parti di ponente; e dopo questo gli parve vedere i regni di Giove pieni di sconforto, e gl'iddii piangendo visitare le sedie l'uno dell'altro; e pareali che gli oscuri fiumi di Stige si fossero posti nella figura del sole, però che più non porgea luce; e la luna impalidita avea perduti i suoi raggi, e similmente tutti gli altari di Marmorina gli pareano ripieni d'innocente sangue umano, e tutti i cittadini piangere con altissimi guai sopr'essi.
I paurosi animali e feroci insiememente per paura gli parevano fuggir nelle caverne della terra, e gli uccelli ad ora ad ora cader morti, né parea che albero ne potesse uno sostenere.
E poi che queste cose a Florio, che di paura piangea, si mostrarono, gli parea veder davanti a sé la santa dea Venus, in abito sanza comparazione dolente, e vestita di neri e vilissimi vestimenti tutta stracciata piangendo, alla quale Florio disse: - O santa dea qual è la cagione della tua tristizia, la quale movendomi a pietà mi costringe a piagnere, come tu fai? E dimmi, perché è il subito mutamento de' cieli e della terra avvenuto? Intende Giove di fare l'universo tornare in caos come già fu? Nol mi celare, io te ne priego, per la virtù del potente arco del tuo figliuolo -.
- Oimè misera - rispose Venus, - or etti occulta la cagione del pianto degli uomini, dell'aere e degl'iddii? Levati su, che io la ti mostrerò -; e preso Florio, involtolo seco in una oscura nuvola, sopra Marmorina il portò, e quivi gli fece vedere l'avvelenato paone posto in mano a Biancifiore dal siniscalco, e 'l pensato inganno, e la subita presura, e 'l crudele rinchiudimento, e la malvagia sentenza della morte ordinata di dare contro a Biancifiore: le quali cose mostrategli, riposatolo piangendo di vere lagrime nella sua camera, gli disse: - Ora t'è manifesta la cagione del nostro pianto -.
- Oimè! - rispose Florio, - quando io ti vidi, santa madre del mio signore, sanza la risplendente luce degli occhi tuoi e sanza gli adorni vestimenti, privata della bella corona delle amate frondi da Febo, incontanente mi corse all'animo la cagione la quale tu hai ora fatta visibile agli occhi miei: ond'io ti priego che mi dichi qual morte più crudele io posso eleggere, poi che Biancifiore muore.
Insegnalami, ché io non voglio vivere appresso la sua morte.
Io sono disposto a volere seguire la sua anima graziosa ovunque ella andrà, e essere così congiunto a lei nella seconda vita come nella prima sono stato: o tu mi mostra qual via c'è alla difensione della sua vita, se alcuna ce n'è, però che nullo sì alto né sì grande pericolo fia, al quale io non mi sottometta per amore di lei, e che tutto non mi paia leggerissimo -.
A cui Citerea così rispose: - Florio, non credere che il pianto mio e degli altri dei sia perché noi crediamo che Biancifiore deggia morire, ché noi abbiamo già la sua morte cacciata con deliberato consiglio, e proveduto al suo scampo, come appresso udirai; ma noi piangiamo però che la natura, vedendosi sopra sì bella creatura, come è Biancifiore, offendere dalla crudeltà del tuo padre, quando a morte ordinò che sentenziata fosse, ci si mostrò sagliendo a' nostri scanni, sì mesta e dolorosa, che a lagrimare ci mosse tutti, e fececi intenti alla sua diliberazione.
E similmente l'aria e la terra e le stelle a mostrar dolore con diversi atti costrinse.
E però che tu per lei verrai a maggiori fatti, che tu medesimo non estimi, dopo molte avversità vogliamo che in questa maniera al suo scampo t'esserciti.
Tu, sì tosto come il sole avrà i raggi suoi compiendo l'usato cammino nascosi, occultamente di queste case ti partirai, e andranne a quelle di Ascalion, a te fidelissimo amico e maestro, e fidandoti sicuramente a lui, di tutto il tuo intendimento ti farai armare di fortissime armi e buone, e fara'ti prestare un corrente cavallo e forte; e quando questo fatto avrai, sanza alcuna compagnia fuori che della sua, se egli la ti profferrà, celatamente prendi il cammino verso la Braa, però che in quel luogo sarà la tua Biancifiore menata da coloro che d'ucciderla intendono.
La sorella di colui che mena i poderosi cavalli portanti l'etterna luce, la quale, ancora pochi dì sono, vi si mostrò sanza alcuno corno tutta nella figura del celestiale Ganimede, m'ha promesso di porgerti sicuro cammino con la sua fredda luce; quivi con questa spada la quale io ti dono, fatta per le mani del mio marito Vulcano, quando bisognò alla battaglia degl'ingrati figliuoli della terra, a me prestata da Marte, mio carissimo amante, aspetterai chetamente insino a tanto che la tua Biancifiore vedrai menare per esserle data l'ultima ora.
E allora, sanza alcuno indugio, cacciata da te ogni paura, con ardito cuore ti trai avanti sanza farti a nullo conoscere, e contradì a tutto il presente popolo che Biancifiore ragionevolemente non è stata condannata a morte, né dee morire, e che ciò tu se' acconcio a provare contro a qualunque cavaliere o altra persona di questo volesse dire altro; e non dubitare d'assalire tutto il piano pieno del marmorino popolazzo, se bisogno ti pare che ti faccia, però che contro a questa spada che io ti dono, niuna arme potrà durare, e il mio Marte m'ha giurato e promesso per li fiumi di Stige di mai non abandonarti.
Né v'è alcuno iddio che al tuo aiuto non sia prontissimo e volonteroso, e io mai non ti abandonerò: però sicuramente ti metti al suo scampo ché la fortuna graziosamente t'apparecchia onorevole vittoria.
La quale quando avrai avuta, e levata Biancifiore dal mortal pericolo, prendera'la per mano e rendera'la al tuo padre, raccomandandogliele tutt'ora sanza farti conoscere; e ritornando a Montoro fa che sopra gli altari di Marte e sopra i miei accenda luminosi fuochi con graziosi sacrificii, e quivi mi vedrai essere venuta del mio antico monte, della mia natività glorioso, con gli usati vestimenti significanti letizia, circundata di mortine e coronata delle liete frondi di Pennea, e stare sopra li miei altari a te manifestamente visibile; e coronerotti della acquistata vittoria; e di queste cose dette, fa che in alcuna non falli per alcuno accidente; né per parole che Ascalion ti dicesse, da questa impresa ti rimanghi -.
E dette queste parole, lasciata nella destra mano di Florio la sopradetta spada, si partì subitamente tornando al cielo.
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Tanto fu a Florio più il dolore delle vedute cose che l'allegrezza della futura vittoria a lui promessa da Venere, che piangendo elli forte, e veggendo partire la santa dea, rompendosi il debile sonno, si destò, e subitamente si dirizzò in piè, trovandosi il petto e 'l viso tutto d'amare lagrime bagnato, e nella destra mano la celestiale spada: di che quasi tutto stupefatto, conobbe essere vero ciò che veduto avea nella preterita visione.
E tornandogli a mente la sua Biancifiore e della cagione per che da lei avea ricevuto il bello anello, e della virtù d'esso, piangendo il riguardò dicendo: - Questo fia infallibile testimonio alla verità -; e riguardandolo, il vide turbatissimo e sanza alcuna chiarezza.
Allora cominciò Florio il più doloroso pianto che mai veduto o udito fosse, mescolato con molte angosciose voci, dicendo: - O dolce speranza mia, per la quale io infino a qui in doglia e in tormenti mi sono contentato di vivere sperando di rivederti in quella allegrezza e festa che io già molte volte ti vidi, quale avversità ti si volge al presente sopra? Or non bastava alla invidiosa fortuna d'averci dati tanti affannosi sospiri allontanandoci, se ella ancora con mortal sentenza non ci vuole dividere, e porgerci maggiore angoscia? Oimè, or chi è colui che cerca falsamente di volerti levare la vita, e a me insiememente? Chi è quegli che ingiustamente ti fa nocente il mio vecchio padre? Oimè, or crede egli far morire te sanza me? Vano pensiero lo 'nganna.
Oimè, è questa la festa ch'io soglio in tal giorno avere con teco? Ahi, dolorosa la vita mia, da quante tribulazioni è circundata! Certo, cara giovane, niuno a mio potere ti torrà la vita: o questa spada la racquisterà a te e a me come promesso m'è stato, tenendola io nella mia mano combattendo, o ella si bagnerà nel mio cuore cacciandovela io, o io diverrò cenere con teco in uno medesimo fuoco, come Campaneo con la sua amante donna divenne a piè di Tebe -.
E dicendo Florio queste parole piangendo, il duca, che dalla dolente festa tornava, venne; il quale come Florio sentì, celando il nuovo dolore, nel viso allegrezza mostrando, e andatogli incontro lietamente nelle sue braccia il ricevette, faccendosi festa insieme, però che di perfetto amore amavano e come essi insieme furono nella sala montati, Florio domandò il duca della festa, se era stata bella e se egli avea veduta Biancifiore.
Il duca rispose che la festa era stata bella e grande, e che niuna cosa v'era fallita, fuori solamente la sua presenza; e tutto per ordine gli narrò ciò che fatto vi s'era, e de' vanti che dati s'aveano al paone che Biancifiore avea portato.
Ma ben si guardò di non dire l'ultima cosa che avvenuta v'era, cioè dell'avvelenato paone, per lo quale Biancifiore dovea morire, per tema che Florio non se ne desse troppa malinconia, e di ciò s'avvide ben Florio, che 'l duca si guardava di dirgli quello che egli non avrebbe voluto che avvenuto fosse: però, sanza più adimandare, disse che ben gli piaceva che la festa era stata bella e grande, e che volontieri vi sarebbe stato se agl'iddii fosse piaciuto.
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Già aveva Febo nascosi i suoi raggi nelle marine onde, quando, preso il cibo, il duca insiememente con Florio cercarono i notturni riposi.
Ma Florio porta nell'animo maggiore sollecitudine che di dormire, e sanza adormentarsi aspetta che gli altri s'addormentino della casa; i quali non così tosto come Florio avrebbe voluto s'andarono a letto, ma ridendo e gabbando e con diversi ragionamenti gran parte della notte passarono, la quale Florio tutta divise per ore, con angosciosa cura dubitando non s'appressasse l'ora che andare di necessità gli convenisse, e fosse veduto.
Ma poi che ciascuno pose silenzio e la casa fu d'ogni parte ripiena d'oscurità, Florio con cheto passo, aperte le porti del gran palagio con sottile ingegno, sanza farsi sentire passò di fuori, e tutto soletto pervenne all'ostiere di Ascalion, ove più voci chiamò acciò che aperto gli fosse.
E 'l primo che alla sua voce svegliato si levò fu Ascalion, il quale sanza niuno indugio corse ad aprirgli, maravigliandosi forte della sua venuta, e del modo e dell'ora non meno.
E poi che essi furono dentro alla fidata camera sanza altra compagnia, Ascalion disse: - Dimmi, quale è stata la cagione della tua venuta a sì fatta ora, e perché se' venuto solo? -.
E mentre che queste parole dicea, dubitava molto non il duca gli avesse detto lo 'nfortunio di Biancifiore.
Ma Florio rispose: - La cagione della mia venuta è questa.
A me fa mestiere d'essere tutto armato e d'avere un buon cavallo.
Onde io non sappiendo ove di tale bisogna fossi più fedelmente né meglio servito che qui, qui a venire mi dirizzai più tosto che in altra parte: priegovi che vi piaccia di questo tacitamente servirmi incontanente -.
E mentre che diceva queste cose, con gran fatica riteneva le lagrime, le quali dal premuto cuore, ricordandosi perché queste cose volea, si moveano.
Disse Ascalion: - Niuna cosa ho né potrei fare che al tuo piacere non sia; ma qual è la cagione di sì subita volontà d'armarti? Perché non aspetti tu il nuovo giorno? Armandosi l'uomo a questa ora, non veggendo alcuna necessità espressa, parrebbe un volere matto e subito, sì come sogliono essere quelli degli uomini poco savi e che hanno il natural senno perduto; ma se tu mi di' perché a questo se' mosso, la cagione potrebbe essere tale che io loderei che la tua impresa si mettesse avanti.
Già sai tu bene che di me tu ti puoi interamente fidare, con ciò sia cosa che io lungamente in diverse cose ti sia stato maestro fedelissimo, e amatoti come se caro figliuolo mi fossi stato: dunque non ti guardar da me -.
Florio rispose: - Caro maestro, veramente se alcuna virtù è in me, dagl'iddii e da voi la riconosco; e sanza dubbio, se io non avessi avuto in voi somma fede, niuno accidente per tal cosa mi ci avrebbe potuto tirare; ma poi che vi piace di sapere il perché a questa ora per l'armi io sia venuto, io il vi dico.
A voi non è stato occulto l'ardente amore che io ho a Biancifiore portato e porto, della quale, oggi, dormendo io, mi furon mostrate dalla santa Venus di lei dolorose cose: però che io stando con lei sopra a Marmorina in una oscura nuvola, vidi chiamare la mia semplice giovane, e porle uno avvelenato paone in mano, e vidiglielo portare per comandamento altrui alla reale mensa ove voi sedevate; e dopo questo vidi e udii il gran romore che si fece, aveggendosi la gente dello avvelenato paone, e lei vidi furiosamente mettere in uno cieco carcere; e ancora dopo lungo consiglio vidi scrivere il processo della iniqua sentenza, che dare si dee domattina contra di lei.
E queste cose tutte vedeste voi, né me ne dicevate niente.
Ma io ne ringrazio gl'iddii che mostrate le m'hanno, e datomi vero aiuto e buono argumento a resistere alla crudel sentenza e ad annullarla, sì com'io credo fare con questa spada in mano, la quale Venere mi donò per la difensione di Biancifiore.
E se il potere mi fallisse, intendo di volere anzi con esso lei in un medesimo fuoco morire, che dopo la sua morte dolorosamente vivendo stentare -.
- Oimè, dolce figliuolo - disse Ascalion, - che è quello che tu vuoi fare? Per cui vuoi tu mettere la tua vita in avventura? Deh, pensa che la tua giovane età ancora è impossibile a queste cose, e massimamente a sostenere l'affanno delle gravanti armi.
Deh, riguarda la tua vita in servigio di noi, che per signore t'aspettiamo, e lascia dare i popolareschi uomini a' fati.
Tu vuoi combattere per Biancifiore, la quale è femina di piccola condizione, figliuola d'una romana giovane, alla quale essendo stato ucciso il suo marito, per serva fu donata alla tua madre.
Ma tu forse guardi al grande onore che tuo padre l'ha fatto per adietro, e quinci credi forse ch'ella sia nobilissima giovane: tu se' ingannato, però che questo non le fu fatto se non perché ella fu tua compagna nel nascimento.
Non è convenevole a te amare femina di sì piccola condizione; e però lasciala andare e compiere i doveri della giustizia, e poi che ella ha fatta l'offesa, lasciala punire.
Non ti recare nella mente sì fatte cose, né dare speranza a' sogni, i quali per poco o per soperchio mangiare, o per imaginazione avuta davanti d'una cosa, sogliono le più volte avvenire, né mai però se ne vide uno vero; e se pur fai quello che proposto hai, nullo fia che non te ne tenga poco savio, e al tuo padre darai materia di crucciarsi e d'infiammarsi più verso di lei: onde lascia stare questa impresa, io te ne priego -.
Allora Florio, con turbato viso riguardandolo nella faccia disse: - Ahi, villano cavaliere, e sconoscente e malvagio, qual cagione licita o ancora verisimile vi muove a biasimare Biancifiore e chiamarla figliuola di serva? Non v'ho io più volte udito raccontare che 'l padre di Biancifiore fu nobilissimo uomo di Roma, e d'altissimo sangue disceso? Certo si ho.
E quando questo non fosse mai vero, natura mai non formò sì nobile creatura com'ella è, però che non le ricchezze o il nascere de' possenti e valorosi uomini fanno l'uomo e la femina gentile, ma l'animo virtuoso con le operazioni buone.
Essa per la sua virtù si confarebbe a molto maggior prencipe che io non sarò mai; e posto che di quello che io intendo di fare, la vil gente ne parli men che bene, i valorosi me ne loderanno, avvegna che io sì segretamente lo 'ntendo di fare, che alcuno nol saprà già mai.
E se si pur sapesse e parlassesene, il robusto cerro cura poco i sottili zeffiri, e il giovane poppio non può resistere a veloci aquiloni.
Faccia l'uomo suo dovere, parli chi vuole.
E sanza dubbio del cruccio del mio padre io mi curo poco, ch'è uomo di sì vile animo come io il sento, che s'è posto a volere con falsità vendicare le sue ire sopra una giovane donzella e innocente, sua benivolenza o amistà si dee poco curare, e in gran grazia mi terrei dagl'iddii che egli mi uscisse davanti a contradire la salute di Biancifiore, acciò che io con quel braccio, col quale ancora, se fosse quell'uomo quale esser dovrebbe il dovrei aver sostenuto, gli levi la vita mandandolo ai fiumi d'Acheronta, ove la sua crudeltà avrebbe luogo: vecchio iniquissimo ch'egli è, che nell'ultima parte de' suoi giorni, alla quale quando gli altri, che sono stati in giovinezza malvagi pervengono, si sogliono col bene operare riconciliare agl'iddii, incomincia a divenire crudele e a fare opere ingiuste.
E di ciò che o piacere o dispiacere ch'io gliene faccia, mai della mia mente non si partirà Biancifiore, né altra donna avrò già mai; né mi parrà grave il peso dell'armi in servigio di lei.
E certo Achille non avea molto più tempo ch'io abbia ora, quando egli abandonando i veli insieme con Deidamia, venne armato a sostenere i gravi colpi d'Ettore fortissimo combattitore, né Niso era di tanto tempo quanto io sono, quando sotto l'armi incominciò a seguire gli ammaestramenti d'Euriello.
Io sono giovane di buona età, volonteroso alle nuove cose, innamorato e difenditore della ragione, e emmi stata promessa vittoria dagl'iddii, e veggo la fortuna disposta a recarmi a grandi cose, la quale noi preghiamo tutto tempo che in più alto luogo ci ponga della sua rota.
Ora poi che ella con benigno viso mi porge i dimandati doni, follia sarebbe a rifiutarli, ché l'uomo non sa quando più a tal punto ritorni.
Io m'abandonerò a prendere ora che mi par tempo, e salirò sopra la sua rota; quivi, sanza insuperbire, quanto potrò in alto mantenermi, mi manterrò.
E se avviene che alcuna volta scendere mi convenga, con quella pazienza che io potrò, sosterrò l'affanno.
Né mi vogliate fare discredere quello che la vera visione m'ha mostrato, dicendo che i sogni sieno fallaci e voti d'ogni verità: poi che voi non me lo voleste dire, tacete del farmelo discredere, però che io n'ho più testimoni a questa verità, ché principalmente il mio anello con la perduta chiarezza mi mostrò l'affanno di Biancifiore: la celestiale spada, ritrovandomela nella destra mano quando mi svegliai, m'affermò la credenza delle vedute cose e la speranza della futura vittoria.
Ma forse voi dubitate di farmi il servigio, e però con tante contrarietà v'andate al mio intendimento opponendo.
Onde io vi priego, sanza più andarmi con cotali circustanze faccendomi perder tempo, mi rispondiate se fare lo volete o no: ch'io vi prometto che mai io non sarò lieto, né dalla mia impresa mi partirò, infino a tanto che io con la destra mano non avrò liberata Biancifiore dal fuoco, e da qualunque altro pericolo le soprastesse -.
Quando Ascalion udì così parlare Florio e videlo pur fermo in voler difendere Biancifiore, assai se ne maravigliò del gran cuore che in lui sentiva, e più della nuova visione e della spada a lui donata, la quale non gli parea opera fatta per mano d'uomo, e fra sé disse: "Veramente la fortuna ti vuole recare a grandissime cose, delle quali forse questa fia il principio, e gl'iddii mostra che 'l consentano".
E poi rispose a lui: - Florio, sanza ragione mi chiami villano e malvagio, però che quel ch'io ti dicea, io nol ti dicea che io non conoscessi bene ch'io non dicea vero, ma io il dicea acciò che da questa impresa ti ritraessi, se potuto avessi ritrartene.
E se io avessi dal principio conosciuto che così fermamente t'avessi posto in cuore di far questo, certo sanza niuna altra parola io t'avrei detto: "andiamo"; ma io volea provare altressì con che animo ci eri disposto.
E non dire ch'io dubiti di servirti, ch'io voglio che manifesto ti sia che alcuno disio non è in me tanto quanto quello fervente.
Ond'io caramente ti priego, poi che del tutto alla difensione di Biancifiore se' fermo, che, se ti piace, lasci a me questo peso, perché tu non sai chi avanti ti dee uscire a resistere al tuo intendimento.
E nella corte del tuo padre sanza fallo ha molti valorosi cavalieri, e espertissimi e usati in fatto d'arme lungamente, a quali tu ora, novello in questo mestiero, non sapresti forse così resistere come si converrebbe.
E non ti voler rifidare in sola la forza della tua giovanezza, ché non solamente i forti bracci vincono le battaglie, ma i buoni e savi provedimenti danno vittoria le più volte.
Posto che io, già vecchio, non ho forse i membri guari più poderosi di te, io pur so meglio di te quel colpo che è da fuggire e quello che è da aspettare e quando è da ferire e quando è da sostenere, sì come colui che dalla mia puerizia in qua mai altra cosa non feci.
E d'altra parte, se io fossi soperchiato, a te non manca il potere allora combattere, e combattendo provarti, e soccorrere me e Biancifiore -.
A cui Florio rispose brievemente: - Maestro, io ora novellamente porterò arme; io come detto v'ho, sono giovane, e amore mi sospinge, e la buona speranza: io voglio sanza niuno fallo essere il difenditore di quella cosa che io più amo, ché non m'è avviso che alcuno cavaliere, non tanto fosse valoroso e dotto in opera d'arme, potesse qui adoperare quanto potrò io.
E se io consentissi che voi v'andaste voi a combattere, e foste vinto, a me non si converrebbe d'andare a volere racconciare quello che voi aveste guasto né potrei né mi sarebbe sofferto.
Io voglio incominciare a provare quello affanno che l'armi porgono.
Io ho tanto sofferto amore, che ben credo poter sofferire l'armi a una picciola battaglia.
E nella giovanezza si deono i grandi affanni sostenere, acciò che famoso vecchio si possa divenire.
E se pure avvenisse che la speranza della vittoria mi fallisse, io farò sì che la vita e la battaglia perderò a un'ora, la qual cosa mi fia molto più cara che se io, dopo la morte di Biancifiore, rimanessi in vita; del vostro aiuto so che poi Biancifiore non si curerebbe, sì che più ch'uno non bisognerà che combatta -.
Disse Ascalion: - Poi ch'elli ti piace che così sia, e io ne son contento, ma veramente io non ti abandonerò mai; e se io vedessi che il peggio della battaglia avessi mai, chiunque ucciderà te, ucciderà me altressì, avanti che io la tua morte vedere voglia.
Ma io priego gl'iddii, se mai alcuna cosa appo loro meritai, che ti donino la disiderata vittoria, come promesso t'hanno, acciò che io teco insieme, riprovata la iniquità del tuo padre e scampata Biancifiore, mi possa di sì prospero principio rallegrare -.
[45]
Veduta Ascalion la ferma volontà di Florio, sanza più parlare, egli lo 'ncominciò ad armare di bella e buona arme; e poi ch'egli gli ebbe fatto vestire una grossa giubba di zendado vermiglio, gli fece calzare due bellissime calze di maglia, e appresso i pungenti speroni; e sopra le calze gli mise un paio di gambiere lucenti come se fossero di bianco argento, e un paio di cosciali; e similemente fattegli mettere le maniche e cignere le falde, gli mise la gorgiera; e appresso gli vestì un paio di leggierissime piatte, coperte d'un vermiglio sciamito, guarnite di quanto bisognava nobilmente e fini ad ogni pruova.
E poi che gli ebbe armate le braccia di be' bracciali e musacchini, gli fece cingere la celestiale spada, dandogli poi un bacinetto a camaglio bello e forte, sopra 'l quale un fortissimo elmo rilucente e leggiero, ornato di ricchissime pietre preziose, sopra 'l quale un'aquila con l'alie aperte di fino oro risplendeva, gli mise, donandoli un paio di guanti quali a tanta e tale armadura si richiedevano, e appresso il sinistro omero gli armò d'un bello scudetto e forte e ben fatto, tutto risplendente di fino oro, nel quale sei rosette vermiglie campeggiavano.
E sì come il tenero padre i suoi figliuoli ammonisce e insegna, così Ascalion dicea a Florio: - Caro figliuolo mio, non schifare gli ammaestramenti di me vecchio, ma sì come nell'altre cose gli hai avuti cari e osservatigli, così fa che in questa maggiormente gli abbia, però che è cosa, che, non osservandola, porta più pericolo.
Quando tu verrai sopra il campo contra 'l disiderato nimico, quanto più puoi prendi la più alta parte del campo, acciò che andando verso lui, anzi il sopragiudichi che tu sii da lui sopragiudicato; però che gran danno tornò a' greci la poca altezza, ché i troiani aveano vantaggio allo 'ncominciare le battaglie.
E guarti non ti opporre a' solari raggi, però che essi dando altrui negli occhi nocciono molto.
Annibale in Puglia per tale ingegno ebbe sopra i romani vittoria, volgendo le reni al sole, al quale costrinse i romani di tenervi il viso.
Né contro al polveroso vento ti metterai, però che dandoti negli occhi t'occuperebbe la vista.
Né moverai il corrente cavallo con veloce corso lontano al tuo nimico, ma il principio del suo movimento sia a picciolo passo, acciò che quando sarai presso al nimico, spronando forte, elli il suo corso impetuosamente cominci: però che le forze del volonteroso cavallo sono molto maggiori nel cominciare dello aringo che nel mezzo, quando col disteso capo corre alla distesa.
Né ancora gli darai tutto il freno, però che con meno forza dilungando il collo andrebbe.
Allora sono le cose disposte ad andar forte, quand'elle truovano alcun ritegno e trapassanlo.
E chi fece Protesilao più volonteroso che 'l dovere, se non l'essere ritenuto contro alla calda volontà? Se Aulide non avesse ritenute le sue navi, egli andava più temperatamente.
Né non basserai la lancia nel principio dello aringo, però che il savio nimico prenderebbe riparo al tuo avvisato colpo, e il tuo braccio del peso sarebbe stanco avanti che tu a lui giugnessi; ma ponendo mente prima a lui, t'ingegna, se puoi, di prendere al suo colpo riparo, e appressandoti a lui prestamente con forte braccio abassa la tua lancia, e fa che avanti nella gola che nella sommità dell'elmo ti ponghi: i bassi colpi nuocciono, posto che gli alti sieno belli.
E s'egli avviene che con lui urtare ti convenga col petto del tuo cavallo, guarda bene che col petto del suo non si scontri, se non fossi già molto meglio a cavallo di lui, però che il danno potrebbe essere comune, ma faccendo con maestrevole mano un poco di cerchio, fa che il petto del tuo cavallo alla spalla sinistra del suo si dirizzi, e quivi fieri se puoi, ché tal ferire sarà sanza danno di te.
Ma poi che le lance più non adoperranno, non esser lento a trar fuori la spada; ma non voglio però che tu meni molti colpi, ma maestrevolemente, quando luogo e tempo ti pare di ferire a scoperto, copertamente fieri, sempre intendendo a coprire bene te, più che al ferire molto l'avversario, infino a tanto che tu vegga lui stanco e fievole, e al di sotto di te, ché allora non si vogliono i colpi risparmiare.
E guardera'ti bene che per tutto questo niente di campo ti lasci torre, però che con vergogna sarebbe danno.
Né ti lasciare abbracciare, se forte non ti senti sopra le gambe: la qual cosa s'avviene, non volere troppo tosto sforzarti d'abbatterlo in terra, ma tenendoti ben forte lascia affannar lui, il quale quando alquanto affannato vedrai più leggiermente potrai allora mettere le tue forze e abbattere lui.
E sopra tutte cose ti guarda degli occulti inganni: i tuoi occhi e il buono avviso continuamente te ne ammaestrino.
Né niuno romore o di lui o del circustante popolo ti sgomenti, ma sanza niuna paura ti mostra vigoroso; incontanente la tua parte fia aiutata dal grido: e il nimico vedendoti ognora più vigoroso, dubiterà della tua vittoria, però che bene ti seggono l'armi indosso e bellissimo e ardito ti mostrano, più che altro cavaliere già è gran tempo vedessi -.
Florio con disiderio ascoltava queste parole, notandole tutte, e volontieri vorrebbe allora essere stato a' fatti, e molto gli noiava il picciolo spazio di tempo che a volgere era, e in se medesimo molto si gloriava veggendosi armato; e disse ad Ascalion: - Caro maestro, niuna vostra parola è caduta, ma da me debitamente ritenute, le credo, ove il bisogno sarà, mettere in effetto; ma caramente vi priego che v'armiate, e vengano i cavalli, e andiamo, però che già mi pare che le stelle, che sopra l'orizonte orientale salivano nel coricare del sole, abbiano passato il cerchio della mezza notte -.
[46]
Armossi Ascalion; e mentre che egli s'armava, e Florio andava per l'ostiere ora correndo, ora saltava d'una parte in altra, e tal volta con la celestiale spada faceva diversi assalti.
Alcuna volta prendeva la lancia per vedere com'egli la potesse alzare e bassare al bisogno, lanciandola talora; e queste cose così destramente faceva, come se alcuna arme impedito non l'avesse, avvegna che Amore la maggior parte gli dava della sua forza.
Di che Ascalion, lodando la sua leggerezza, si maravigliò molto e essendo già egli medesimo armato, tutto solo se n'andò alla stalla, e messe le selle e' freni a due forti cavalli, li menò nella sua corte; e quivi vestito Florio e sé di due sopraveste verdi, e prese due grosse lance con due pennoncelli ad oro lavorati e seminati di vermiglie rose, ciascuno la sua, montarono i cavalli e sanza più dimorare presero il cammino verso la Braa.
[47]
Già Febea con iscema ritondità tenea mezzo il cielo, quando Florio e Ascalion, lasciata la città, cominciarono a cavalcare per li solinghi campi.
Ella porgea loro col freddo raggio grande aiuto, però ch'ella mitigava il caldo che le gravi armi porgeano, e massimamente a Florio, il quale di tal peso non era usato, poi facea loro la via aperta e manifesta: di che Florio molto si rallegrava però che già gli parea incominciato avere a ricevere lo 'mpromesso aiuto degl'iddii.
E più si rallegrava imaginando che egli s'appressava al luogo ove egli vedrebbe la sua Biancifiore in pericolo, e scampata da quello per la sua virtù.
Ma non volendosi tanto alle sue forze rifidare, quanto all'aiuto degl'iddii, volto verso la figlia di Latona, così cominciò a dire: - O graziosa dea, i cui beneficii io sento continuamente, lodata sii tu; tu alleviando la mia madre di me, piegandoti a' suoi prieghi, le mi donasti, degna allegrezza dopo il ricevuto affanno.
Dunque, poi che per te nel tempestoso mondo venni, aiutami nelle mie avversità, e priegoti per li tuoi casti fuochi, i quali io già ne' miei teneri anni debitamente cultivai, che come tu hai nel mio aiuto incominciato, così perseveri.
E ricordati quanto tu, già ferita di quello strale che io ora sono, ardesti di quel fuoco che io ardo! e priegoti per le oscure potenze de' tuoi regni, ne' quali mezzi i tempi dimori, che tu domane, dopo la mia vittoria, prieghi il tuo fratello che col suo luminoso e fervente raggio mi renda alle abandonate case, onde tu ora col tuo freddo mi togli.
Tu m'hai porta speranza del futuro soccorso degl'iddii col tuo principio, onde io con più ardita fronte il dimanderò.
E te, o sommo prencipe delle celestiali armi, priego per quella vittoria che tu già sopra i figliuoli della terra avesti, e per tutte l'altre, che tu sii a me favorevole aiutatore, però che io non cerco, sì come tu vedi, di volere per la presente battaglia possedere né acquistare le vostre celestiali case, né intendo di levare a Giove la santa Giunone; né similemente è mio intendimento d'occupare la fama delle tue grandi opere col tuo medesimo aiuto, ma d'accrescerla, e solamente cerco di difendere la vita di Biancifiore ingiustamente condannata a morte.
E tu, o santa Venus, nel cui servigio io sono, aiutami.
Io vo più ardito per la promessa che con la tua santa bocca mi facesti.
Non mi dimenticare: mostrisi qui quanto la tua forza possa adoperare.
E similmente tu, o santa Giunone, donandomi il tuo aiuto, consenti che io vincendo faccia manifesto il malvagio inganno, il quale questi iniqui, contra i quali io ora vo, copersero col tuo santo uccello, non servandoti la debita reverenza.
E voi, o qualunque deità abitate le celestiali regioni, siate al mio soccorso intente; e massimamente tu, Astrea, la cui giusta spada mio padre intende di sozzare con innocente sangue, aiutami -.
E così dicendo e tutt'ora cavalcando, pervennero al dolente luogo per lungo spazio avanti dì: e quivi il nuovo giorno aspettarono.
[48]
La misera Biancifiore, non sappiendo perché con tanto furore né sì subitamente presa fosse, quasi tutta stupefatta, sanza alcuna parola sostenne la grave ingiuria, entrando nell'oscurissima e tenebrosa carcere; la quale serrata, acciò che alcuna persona materia non avesse di poterle in alcuno atto parlare, a cui ella scusandosi poi la sua scusa ad altri porgesse, il re prese a sé la chiave.
E dimorando là entro Biancifiore, niuno sì picciolo movimento v'era che forte non la spaventasse, e varie imaginazioni, che la fantasia le recava avanti, le porgeano molta paura, e 'l suo viso impalidito e smorto non dava alcuna luce nella cieca prigione; onde ella per greve doglia incominciò a piangere e a dire: - Oimè misera, quale può essere la cagione di tanta ingiuria? In che ho io offeso? Certo in niuna cosa, ch'io sappia.
Io mai né con parole né con operazioni non lesi la reale maestà, e la reina mia cara donna sempre onorai, né mai rubando né spogliando i santi templi e gli altari degl'iddii commisi sacrilegio, né mai si tinsero le mie mani né l'altrui per me d'alcun sangue: dunque questo perché m'è fatto? Oimè, iniqua fortuna, maladetta sii tu! Or non ti potevi tu chiamare sazia delle mie avversità, pensando che divisa m'avevi da quella cosa nella quale ogni mia prosperità e allegrezza dimorava, sanza volermi ancora fare ora questa vergogna d'essere messa in prigione sanza averlo meritato? Deh, se tu avevi volontà di nuocermi, perché avanti non mi uccidevi? Credo che conosci che la morte mi sarebbe stata somma felicità, però che i miei sospiri avrebbe terminati.
Stiano adunque i miseri sicuri contra i tagli delle spade e contra le punte delle agute lance, infino a tanto che il cielo avrà il loro tempo volto, però che fortunoso caso di vita non li priverebbe.
Oimè, or tu mi ti mostrasti poco avanti così lieta, faccendomi più degna che alcuna altra giovane della real casa di portare il santo paone alla mensa dove il re sedea, accompagnato da quelli baroni, i quali tutti in mio onore e servigio si vantarono! E questa la fine che tu vuoi a' loro vanti porre? Oimè, com'è laida e vituperevole! Tosto hai mutato viso a mio dannaggio! Maladetto sia il giorno del mio nascimento! Io fui cagione di sforzata morte al mio padre e alla mia madre, i quali io già mai non vidi, e ora, non so come, la mi pare avere a me meritata.
Oimè, che gl'iddii e 'l mondo m'hanno abandonata, e massimamente tu, o Florio, in cui io solamente portava speranza! Deh, or dove se' tu ora o che fai tu? Forse pensi che il tuo padre m'acconci per mandare a te, però che dimandata me gli hai, e io sto in prigione piena di varie sollecitudini, e non so per che né a che fine, né se il tuo padre intende di farmi morire! Deh, or non t'è egli la mia avversità palese? Non riguardi tu il caro anello da me ricevuto, il quale apertamente la ti significherebbe? Oimè, che io dubito che tu più nol riguardi, sì come cosa la quale credo che poco cara ti sia! Immantanente io imagino che tu m'abbia dimenticata! E chi sarebbe quel giovane sì costante e tanto innamorato, che vedendo tante belle giovani, quante io ho inteso che costà ha, scalze dintorno alle fredde fontane sopra i verdi prati, coronate di diverse frondi cantare e fare maravigliose feste, non lasciasse il primo obietto pigliandone un secondo? E se tu non m'hai dimenticata, perché non mi soccorri? Chi sa se io dopo questa prigione avrò peggio? E chi sa se io ci sarò di fame lasciata morire entro, o se di me fia fatta altra cosa? Oimè, ora se io morissi, come faresti tu? Io per me mi curerei poco di morire, se io solamente una volta veder ti potessi avanti, e se io non credessi che a te fosse il mio morire gravoso a sostenere.
Oimè, che io credo che se tu sapessi che io fossi qui, la mia liberazione sarebbe incontanente.
E se io potessi questo in alcun modo farloti sentire, ben lo farei; ma io non posso.
Oimè! ora ove sono tanti amici tuoi, a quanti di me solea per amor di te calere, quando tu c'eri? Non ce ne ha egli alcuno il quale tel venisse a dire? Io credo di no, però che gli amici della prosperità insieme con essa sono fuggiti.
Ma l'anello ch'io ti donai ha egli perduta la virtù? Io credo di sì, però che alle mie avversità niuna speranza è lasciata.
O santa Venus, al cui servigio l'animo mio è tutto disposto, per la tua somma deità non mi abandonare, e per quello amore che tu portasti al tuo dolce Adone, aiutami.
Io sono giovane usata nelle reali case, dove io nacqui, con molte compagne continuamente stata: ora non so perché sia sì vilmente rinchiusa.
Sola la paura mi confonde: a me pare che quante ombre vanno per la nera città di Dite, tutte mi si parino davanti agli occhi con terribili e spaventevoli atti.
Mandami alcuno de' tuoi santi raggi in compagnia; e in bene della mia vita adopera quello che tu meglio di me conosci che bisogna, ché tu vedi bene che io aiutare non mi posso -.
Non avea Biancifiore ancora compiute di dire queste parole, che nella prigione subitamente apparve una gran luce e maravigliosa, dentro alla quale Venere ignuda, fuor solamente involta in uno porporino velo, coronata d'alloro, con un ramo delle frondi di Pallade in mano dimorava.
La quale, quivi giunta, subitamente disse: - Ahi, bella giovane, non ti sconfortare.
Noi già mai non ti abandoneremo: confortati.
Credi tu che la nostra deità abandoni così di leggiere i suoi suggetti? Le tue voci ci percossero gli orecchi infino nel nostro cielo, al pietoso suono delle quali io subitamente a te sono discesa, e mai non ti lascierò sola.
E non dubitare di cosa che stata ti sia infino a qui fatta, che da questa ora avanti niuna cosa ti sarà fatta, per la quale altra offesa che sola un poco di paura te ne seguisca -.
Quando Biancifiore vide questo lume e la bella donna dentro alla prigione, tutta riconfortata, si gittò ginocchione in terra davanti ad essa, dicendo: - O misericordiosa dea, lodata sia la tua potenza.
Niuno conforto era a me misera rimaso, se tu venendo non m'avessi riconfortata.
Ahi, quanto ti dobbiamo essere tenuti pensando alla tua benignità, la quale non isdegnò di venire de' gloriosi regni in questa oscurità e solitudine a darmi conforto, non avendo io tanta grazia già mai meritata.
Ma dimmi, pietosa dea, poi che con le tue parole m'hai renduto alquanto del perduto conforto, se licito m'è a saperlo, quale è la cagione per che fatta m'è questa ingiuria? -.
A cui la dea rispose: - Niuna altra cagione ci è, se non per che tu e Florio siete al mio servigio disposti; ma non sotto questa spezie s'ingegna il re di nuocerti, ma il modo trovato da lui, col quale egli si ricuopre, è falso e malvagio: ma egli è ben conosciuto tanto avanti, che alla tua fama non può nuocere, e ancora sarà più manifesto.
E d'altra parte, io poco avanti discesa giù dal cielo, ordinai la tua diliberazione, in maniera che, avanti che il sole venga domane al meridiano cerchio, tu sarai renduta al re e tornata in quella grazia che solevi.
Più avanti non te ne dirò ora, però che tutto vedrai e saprai domane -.
Con questi ragionamenti e con molti altri si rimase Biancifiore con la santa dea infino al seguente giorno, quasi rassicurata, sanza prendere alcuno cibo, infino che tratta fu di prigione per menare alla morte.
[49]
Cominciossi per la corte un gran mormorio, poi che il re fu partito dal gran consiglio che tenuto avea del fallo che dovea aver fatto Biancifiore: e tutti i baroni e l'altra gente, chi in una parte e chi in un'altra ne ragionavano; e a tutti parea impossibile il credere che Biancifiore avesse già mai tanta malvagità pensata, con ciò sia cosa che semplice e pura e di diritta fede la sentivano.
E altri diceano che veramente mai Biancifiore non avrebbe tal fallo commesso né pensato, ma questo era fattura del re, il quale ordinato avea ciò per farla morire, perciò che Florio più che altra femina l'amava, e 'l re che egli non la prendesse per isposa, o a vita di lei non ne volesse prendere alcuna altra.
Alcuni diceano ciò non porria essere, ché, se il re l'avesse avuto animo adosso, per altro modo l'avria fatta morire, né mai si sarebbe vantato di maritarla, come la mattina avea fatto, affermando d'attenere il suo vanto con tanti saramenti: aggiungendo a questo che essi credevano che ciò fosse fattura del siniscalco, però che l'avea in odio perché rifiutato l'avea per marito.
E altri ne ragionavano in altra maniera: chi difendea il re e chi Biancifiore ma a tutti generalmente ne dolea, e niuno potea credere che difetto di Biancifiore fosse mai stato.
E molti ve n'avea che, se non fosse stato per tema di dispiacere al re, avrebbero parlato molto avanti in difesa di Biancifiore, e ancora prese l'arme, se bisognato fosse, chi per amor di lei e chi per amor di Florio.
E così d'uno ragionamento in altro il giorno passò, e sopravennero le stelle, mostrandosi tutto quel giorno, quanto durò, il re e la reina molto turbati nel viso, avvegna che contenti e allegri fossero nell'animo, sperando che il seguente giorno per la morte di Biancifiore terminerebbero il loro disio.
[50]
Il re dormì poco quella notte, tanto il costringea l'ardente disio che il nuovo giorno venisse; e sollecitando le maladette cure il suo petto, più volte quella notte eccitato, disse: - O notte, come sono lunghe le tue dimoranze più che essere non sogliono! O il sole è contra 'l suo corso ritornato, poi che egli si celò in Capricorno, allora che tu la maggior parte del tempo nel nostro emisperio possiedi, o Biancifiore credo che con le sue orazioni priega gl'iddii che rallungare ti facciano, quasi indovina al suo futuro danno.
Ma folle è quello iddio che per lei di niente s'inframette, ché a lui non fia mai per lei acceso fuoco sopra altare né visitato tempio.
Di se medesima gli può ben promettere sacrificio, però che quando tu ti partirai del nostro emisperio, io la farò ardere nelle cocenti fiamme, né di ciò alcuno pregato iddio la potrà aiutare, né trarla delle mie mani: adunque partiti, e lasciami tosto vedere l'apparecchiato fine al mio disire.
E tu, o dolcissimo Apollo, il quale disideroso suoli sì prestamente tornare nelle braccia della rosseggiante Aurora, che fai? Perché dimori tanto? Vienne, non dubitar di venire sopra l'orizonte, per che io deggia fare per la tua venuta ardere la non colpevole giovane.
Questo non è l'acerbissimo peccato del comune figliuolo de' due fratelli mangiato da essi, porto dalla crudel madre, per lo quale tu tirasti i carri dello splendore indietro, e non volesti dare quel giorno luce alla terra, perché sopra sé sì fatta crudeltà avea sostenuta.
Tu desti più volte luce a Licaon, operatore di maggior crudeltà che questa non è; e sofferisti che Progne, dopo l'ucciso figliuolo, dandole tu lume, si fuggisse dalla giusta crudeltà di Tireo; né si celò la tua luce nella morte de' due tebani fratelli.
Adunque, poi che a Licaon, a Progne e ad Etiocle ne' loro falli il tuo splendore concedesti, è così mirabile cosa se tu a me ne porgi? Questa non è la prima femina che muore ingiustamente, né sarà l'ultima, né a te più che un'altra cara.
Dunque vieni! Deh, non dimorare più! Fuggano omai le stelle per la tua luce.
Non mi fare più disiderare quello che tu naturalmente suogli a tutti donare -.
Così parlava il re, ora vegghiando e ora non fermamente dormendo: e in tale maniera passò tutta quella notte.
Ma poi che il giorno apparì, subito si levò, e fece chiamare i giudici, e loro comandò che sanza indugio fosse giudicata Biancifiore.
[51]
Quella mattina il sole coperto da oscure nuvole non mostrò il suo viso, e l'aria da noiosa nebbia impedita parea che piangesse, quasi pietosa degli affanni di Biancifiore.
Ma poi che i chiamati giudici furono davanti al re e ebbero il comandamento ricevuto, stettero quasi stupefatti davanti al re.
E conoscendo quasi il volere degl'iddii, e la ingiusta sentenza che dare doveano temendo, e mossi a pietà, s'ingegnarono d'aiutare Biancifiore, e dissero: - Altissimo signore, niuna persona può da noi essere giudicata, se quella, cui giudicare dobbiamo, prima a' nostri orecchi non confessa con la propia bocca il fallo per lo quale al nostro giudicio è tratta.
Noi non abbiamo udito ancora da Biancifiore alcuna cosa, o s'è vero o non vero quello di che voi volete che a morte la sentenziamo.
E voi volendo fare quest'opera secondo il giudiciale ordine, come dite, e non di fatto, conviene che ce la facciate udire sé aver commesso questo fallo, però che noi dubitiamo che, sanza fare il debito modo, la sentenza non torni sopra i nostri capi -.
Assai si turbò il re di queste parole, e temendo forte che Biancifiore ascoltata non fosse, e per quello che il suo inganno si manifestasse, o che per indugiare non pervenisse a orecchie a Florio, rispose: - Questo fallo fatto da costei non ha bisogno di confessagione alcuna, però che è sì manifesto, che, se negare lo volesse, non potrebbe, e però sopra l'anima mia e de' miei figliuoli la giudicate incontanente -.
Comandarono adunque i giudici che Biancifiore fosse incontanente tratta di prigione e menata davanti da loro, vedendo essi la volontà del re essere disposta pur a volere che sanza alcuno indugio giudicata fosse.
[52]
Fu adunque Biancifiore tratta fuori di prigione quella mattina, e la chiara luce che accompagnata l'avea da lei subito si partì, e questa vestita di neri drappi, i quali la reina mandati le avea, acciò che come nobile femina andasse a morire, venne tacitamente dinanzi a' giudici, quasi perdendo ogni speranza che ricevuta avea dalla santa dea il preterito giorno; e quivi fermata, uno de' giudici levato in piè con empia voce così disse: - Sia a tutti manifesto che la presente iniqua giovane Biancifiore per suo inganno e tradimento volle, il giorno passato, il nostro e suo signore re Felice avvelenare con un paone, sotto spezie d'onorarlo; e perciò, acciò che nullo uomo o altra femina a sì fatto fallo mai s'ausi, noi condanniamo lei, ch'ella sia arsa e fatta divenire cenere trita, e poi al vento gittata -.
E questo detto, comandò che al fuoco sanza indugio menata fosse.
[53]
Biancifiore avea perduto il naturale colore per la paura e per lo digiuno; e il suo bel viso era tornato palido e smorto come secca terra; ma ancora il nero vestimento le dava alle non guaste bellezze gran vista.
E udendo ella il miserabile giudicio contra lei dato sanza ragione, forte incominciò a piangere e a dire fra se medesima: "Oimè misera, or convienmi elli morire? Or che ho io fatto?".
E se non fosse che le sue dilicate mani erano con istretto legame congiunte, ella s'avrebbe i biondi capelli dilaniati e guasti, e 'l bel viso sanza niuna pietà lacerato con crudeli unghie, stracciando i nuovi drappi significanti la futura morte, e avrebbe riempiuta l'aere di dolorose e alte voci; ma vedendosi impedita e circundata da innumerabile popolo, costretta da savio proponimento, raffrenò le sue voci, e sanza nullo romore fra sé tacitamente ricominciò a dire: "Ahi, sfortunato giorno e noiosa ora del mio nascimento, maladetti siate voi! Oimè, morte, quanto mi saresti tu stata più graziosa nelle braccia di Florio, com'io credetti già che tu mi venissi! Deh, ora mi fossi tu almeno venuta in quell'ora ch'io chiamata fui a portare il male avventuroso uccello per me, però che io allora sarei morta onestamente e sanza vergogna d'alcuna infamia.
Ahi, anime del mio misero padre e de' suoi compagni e della mia dolente madre, i quali per me acerba morte sosteneste, rallegratevi, che io, stata di sì crudel cosa cagione, sono punita degnamente.
Niuna altra cosa credo che nuoccia a me misera, se non questa, insieme con l'aver portata troppa lealtà e onore a colui che ora mi fa morire.
O crudelissimo re, perché mi rechi a sì vile fine? Che t'ho io fatto? Certo niuna colpa ho commessa, se non che io ho troppo amore portato al tuo figliuolo.
Deh, or che mi faresti tu, o più crudele che Fisistrato, se io l'avessi odiato? Quale tormento m'avresti tu trovato maggiore? Io, misera, mai nol ti dimandai, né lui pregai ch'egli di me s'innamorasse.
Se gl'iddii concedettero al mio viso tanta di piacevolezza che il suo gentile cuore fosse per quella preso, ho io però meritata la morte? Se io avessi creduto che la mia bellezza mi fosse stata agurio di sì doloroso fine, io con le mie mani l'avrei deturpata, seguendo l'essemplo di Spurima, romano giovane.
Ma fuggano omai gli uomini i doni degl'iddii, poi che essi sono cagione di vituperevole fine.
Io, misera, avrei già potuto con le mie parole tirare Florio in qualunque parte la volontà più m'avesse giudicato, o congiugnerlo meco per matrimoniale nodo, se io avessi voluto, se non fosse stata la pietà che 'l mio leale cuore ti portava.
O vecchio re, per l'onore che io da te ricevea non ti volli mai del tuo unico figliuolo privare, e io del bene operare sono così meritata.
A questo fine possano venire i servidori de' crudeli, che io veggio venir me! O sommo Giove, il quale io conosco per mio creatore, aiutami.
Tu sai la verità di questo fatto, e conosci che io non fallii mai: non consentire adunque che le pietose opere abbiano tale guiderdone.
La mia speranza chiede solo il tuo aiuto, fermandosi nella tua misericordia.
Non sostenere che oggi il nome degli effetti del tuo cielo ricuopra la iniquità del re Felice contra di me, ma manifestamente fa nota la verità.
E tu, o santa Giunone, nel cui uccello tanta falsità fu nascosa per conducermi a questo fine, vendica la tua onta, fa che questa cosa non rimanga inulta ma sia letta ancora tra l'altre vendette da te fatte, acciò che la tebana Semelè o la misera Ecco non si possano di te giustamente piangere.
E tu, o sacratissima Venere, soccorri tosto col promesso aiuto; non indugiar più, però che, non vedendolo, a me fugge la speranza delle tue parole da tutte parti, però che io al fuoco mi sento condannare.
Veggiomi i feroci sergenti dintorno armati, come se io fierissima nimica delle leggi mi dovessi torre loro per forza, e veggo il siniscalco, a me crudelissimo nimico, sollecitare i miei danni con altissime voci e con furiosi andamenti, né più né meno come se egli della mia salute dubitasse.
Né veggio che per pietà di me cambi aspetto.
Tutte queste cose mi danno paura e tolgonmi speranza.
Dunque soccorri tosto, che io dubito che se troppo indugi, io non muoia di contraria morte che quella che apparecchiata m'hanno costoro, però che la molta paura m'ha già sì raffreddato il cuore, che egli gli è poco sentimento rimaso".
[54]
Mentre che Biancifiore, ascoltando la crudele sentenza sì tacitamente fra sé si ramaricava piangendo, il re insieme con la reina e con molta altra compagnia vennero a vederla, già volendola i sergenti menare via.
Ma Biancifiore col viso pieno di lagrime voltata al reale palagio, il quale ella mai rivedere non credea, vide ad un'alta finestra il re e la reina riguardanti lei: allora più la costrinse il dolore, e con più amare lagrime s'incominciò a bagnare il petto.
Ma non per tanto così, com'ella poté, si sforzò di parlare, e con debole voce, rotta da molti singhiozzi di pianto disse: - O carissimo padre, re Felice, da cui io conosco l'onore e 'l bene che io per adietro ho ricevuto in casa tua e quello che ricevette la mia misera madre, essendo noi stranieri, rimani con la grazia degli iddii, tu e la tua compagna, i quali io priego che ti perdonino la ingiusta morte alla quale tu mi mandi sanza ragione.
E certo più onore vi tornava a tutti l'essere degnamente stati pietosi, che ingiustamente crudeli verso me, che mai a' vostri onori non ruppi fede; e ancora li priego che essi sieno a voi più prosperevoli che a me non sono stati -.
E dicendo Biancifiore queste parole, il siniscalco su un alto cavallo, con un bastone in mano sopravenne, e dando su per le spalle a' sergenti che la menavano, e a lei disse: - Via avanti, non bisognano al presente queste parole: priega per te, non per loro -.
Onde Biancifiore piangendo bassò la testa, andando oltre sanza più parlare.
Il re e la reina, che quelle parole aveano udite, alquanto più che l'usato modo costretti da pietà, cominciarono a lagrimare: e in tanto ne dolfe alla reina, che molto si pentì del malvagio consiglio che al re donato avea, e volontieri avrebbe tutto tornato adietro, se con onore del re e di lei fare l'avesse potuto.
I sergenti tiravano forte e vituperosamente Biancifiore verso la Braa, ove il fuoco apparecchiato già era; e ella che del cospetto dello iniquo re s'era piangendo partita, andava col capo basso, pianamente dicendo: "Oimè, Florio, ove se' tu ora? Deh, se tu m'amassi come tu già m'amasti e come io amo te, e sapessi che la mia vituperevole morte mi fosse sì vicina, che faresti tu? Certo io credo che tu porteresti grandissimo dolore: ma tu non m'ami più.
Io conosco veramente il tuo amore essere stato fallace e falso; che se perfetto e buono fosse stato, come è stato il mio verso di te, niun legame t'avrebbe potuto tenere a Montoro, che almeno non avessi al mio soccorso cercato alcuno rimedio, volendo sapere la cagione della mia morte da me, se lecita è o no; o solamente saresti venuto a vedermi inanzi ch'io morissi, mostrando che della mia morte portassi gravissimo dolore.
Oimè, che tu forse aspetti che io il ti mandi a dire, ma tu non pensi com'io posso, che non che mandare a dirtelo mi fosse lasciato, ma una picciola scusa non è voluta ascoltare da me, né consentito che ascoltata sia; avvegna che tu il sai, né ti potresti scusare che tu nol sapessi, però che, poi che io misera fui tratta di prigione, io ho tacitamente udito ragionare a molti che il duca e Ascalione per non vedere la mia morte se ne sono venuti costà, e so che essi t'hanno contato tutto il mio disaventurato caso, come coloro che 'l sanno interamente.
Dunque perché non mi vieni ad aiutare? Chi aspetti tu che si lievi in mio aiuto, se tu non vi ti lievi? Forse tu dubiti d'aiutarmi, dicendo: "Ella muore giustamente: leverommi io a volere difendere la ingiustizia?".
Certo tu se' ingannato, che non che gli uomini ma i bruti animali pare che ne parlino che la morte ch'io vo a prendere m'è ingiustamente data, e tu me ne se' principale cagione.
E se pur giustamente la ricevessi, pensando al grande amore che io t'ho sempre portato, non mi dovresti tu ragionevolmente aiutare e difendere da sì sozza morte, acciò che la gente non dicesse: "Colei, cui Florio amava cotanto, fu arsa"? E ancora ho udito affermare ad alcuni che per niuna altra cosa si partì Ascalion di qua, se non per venirloti a dire.
Ma quando egli mai non te l'avesse detto, il mio anello, il quale io ti donai quando da me ti partisti, non te lo dee aver celato, ma manifestamente col suo turbare ti dee aver mostrato le mie avversità; e credo che egli, del mio aiuto più sollecito di te, già te l'abbia mostrato.
Ma io dubito che tu negligente al mio soccorso ti stai costà, forse contento d'abbracciare o di vedere alcun'altra giovane, e, dimenticata me, hai de' miei impedimenti poca cura.
Onde io, dolorosa, sanza conforto per te mi morrò, avvegna che uno solo ne porterà l'anima mia agl'infernali iddii, o altrove che ella vada, che io veggio manifestamente ad ogni persona dolere della mia morte, e dire che io muoio per te, e per altra cosa no.
Ma se gl'iddii mi volessero tanta grazia concedere, ch'io ti potessi solamente un poco vedere anzi la mia morte, molto mi sarebbe a grado, e il morire meno noioso.
Dunque, o dispietato, che fai? Deh, vieni solamente a porgermi questa ultima consolazione, se l'aiutarmi in altro t'è noia".
Queste e molte altre parole andava fra sé dicendo Biancifiore, menata continuamente con istudioso passo alla sua fine.
Niuno era in Marmorina tanto crudele che di tale accidente non piangesse, e l'aere era ripieno di dolenti voci.
Ma ciascuno, non potendola più oltre che 'l piangere mostrare che di lei gli dolesse, dicea: - Gl'iddii ti mandino utile e tostano soccorso, o dopo la tua morte alloghino la tua graziosa anima nella pace de' loro regni -.
E giunti i sergenti al misero luogo dove era il fuoco acceso e ragunato infinito popolo per vedere, il siniscalco fece fare grandissimo cerchio, acciò che sanza impedimento i sergenti potessero il loro uficio fare.
Ma a Biancifiore corse agli occhi molto di lontano i due cavalieri, che già a lei s'avvicinavano per la sua difesa: e sanza sapere più avanti di loro essere che gli altri che quivi erano, imaginò che l'uno di costoro fosse Florio, il quale quivi alla diliberazione di lei fosse venuto.
Per la qual cosa, ricordandosi della 'mpromessa della santa dea, alquanto il naturale colore le ritornò nel viso, e cacciando da sé alquanto di paura, s'incominciò a riconfortare e a prendere speranza della sua salute.
[55]
Florio e Ascalion, pervenuti al tristo luogo per grande spazio avanti che il giorno apparisse, affannati per lo perduto sonno, vaghi di riposarsi, Florio perché era giovane e non uso d'alcuna asprezza, e Ascalion per lunga età già tutto bianco, smontati ciascuno del suo cavallo, e legatolo a uno albero, dissero: - Qui alquanto ci riposiamo, infino a tanto che il nuovo giorno appaia -.
E cavatisi gli elmi e messisi gli scudi sotto il capo, cominciarono soavemente a dormire ciascuno di loro.
[56]
O Florio, or che fai tu? Tu fai contro all'amorose leggi.
Niuno sonno si conviene al sollecito amadore.
Deh, or non pensi tu che cosa è il sonno, e come egli sottilmente sottentra ne' disiderosi occhi e negli affannati petti? Or ove sono fuggite le sollecite cure, che stringevano il tuo animo poco avanti? Ora elli ti soleva essere impossibile il dormire sopra i dilicati letti: ora come con l'armi indosso sopra la dura terra ti se' addormentato? Credi tu forse Biancifiore aver tratta di pericolo perché tu sii armato? Ella è ancora in quel pericolo che ella si fu avanti che tu t'armassi.
Ma forse tu credi il sonno a tua posta cacciare da te: ma pensa che tu dormendo niuna signoria hai: adunque porre non gli puoi termine, ma egli a sua posta si partirà.
E se alquanto ti tiene più che a Biancifiore non bisogna, a che sarà ella? Certo alla morte! Forse tu ti fidi che gl'iddii ogni volta ti deggiano con nuovi sogni destare? Forse non ti desteranno; e se ti destano, che grado alla tua sollecitudine, più tosto da dire pigrizia? Venus ha infino a qui fatto il suo dovere: se tu a quello ch'ella t'ha detto sarai pigro, ella si riderà di te, e terratti vile, e scherniratti con dovute beffe.
Deh, come tu male, se tu soperchio dormi, avrai adoperata la ricevuta spada! Ora non ti stringe amore? Or non t'è a mente Biancifiore? Ogni sollecitudine è testé da te lontana! Ma la misera Biancifiore, forse già fuori della cieca prigione, ode la non giusta sentenza data contro di lei, o forse è vilmente menata allo acceso fuoco; e ripetendo tutte quelle parole che a lei si convengono verso di te dire, va piangendo.
Or s'ella muore, che varrà la tua vita? Ella si potrà più tosto dire ombra di morte.
Ora se Biancifiore sapesse che un poco di sonno, sopravenuto ne' tuoi occhi, t'avesse fatto dimenticare li suoi affanni, or non avrebbe ella cagione di non amarti già mai, ma degnamente odiarti? E s'ella morisse, potendola tu aiutare, gran vergogna ti sarebbe, e veramente mai viver lieto non dovresti.
Dunque levati su, non vinca il sonno la debita sollecitudine, però che mai nullo pigro guadagnerà i graziosi doni.
[57]
Nel piccolo spazio che Florio quivi adormentato stette, gli fu la fortuna molto graziosa, però che a lui parea, così dormendo, con le sue forze avere liberata Biancifiore da ogni pericolo, e con lei essere in un piacevole giardino, pieno d'erbe e di fiori, e di varii frutti copioso, allato a una chiara fontana coperta e circuita da giovanetti albuscelli, in maniera che appena i chiari raggi del sole vi potevano trapassare.
E quivi gli parea con lei sedere con due strumenti in mano sonando: e cantando amorosi versi, insieme si traevano allegra festa, talora recitando i loro fortunosi casi, e tal volta disiderosamente gli pareva abbracciar lei, e ch'ella abbracciasse lui, e dessorsi amorosi baci.
E già non lo allegrava tanto la gioiosa festa, quanto il parergli averla tratta di tanto pericolo, in quanto ella medesima gli avea nel sogno narrato ch'era stata.
E così Florio, che dormendo disiderava di non dormire, si stava, quando il giorno s'incominciò alquanto a rischiarare.
Allora l'altissimo prencipe delle battaglie, sollecitato dalla sua amica, discese del suo cielo, e sopra un rosso cavallo, armato quanto alcun cavaliere fosse mai, sopragiunse a costoro; e ismontato da cavallo, prese per lo braccio Florio, che ancora dormiva, e disse: - Ahi, cavaliere, non dormire, leva su: vedi colui, il cui figliuolo seppe sì mal guidare l'ardente carro della luce, che ancora si pare nelle nostre regioni, che già co' suoi raggi ha cacciate le stelle! -.
Allora Florio, tutto stupefatto subitamente si dirizzò in piè guardandosi dintorno, e forte si maravigliò, quando vide il cavaliere, che chiamato l'avea, che della rossa luce di che era coperto tutto parea che ardesse, e disse: - Cavaliere, chi siete voi che queste parole mi dite e che m'avete il dolce sonno rotto? -.
- Io sono guidatore e maestro delle celestiali armi - rispose Marte - e insieme sono in cielo iddio con gli altri, e sono qui venuto al tuo soccorso, però che novello cavaliere se' entrato sotto la mia guida.
Non dubitare, fatti sicuro, e te' questo arco con questa saetta: niuno tuo nimico ti sarà sì lontano, che con questa non l'aggiunghi, solamente che tu il vegga: folle è chi l'aspetta, ardito chi la saetta, e iddio è chi le fabrica; però tieni caro e l'uno e l'altro, acciò che donandoli non te ne avvenisse come alla misera Pocris, la quale molto più lunga vita aspettava, se guardata avesse la saetta che donò a Cefalo.
E quella spada, che la mia carissima amica ti recò, non dispregiare, ché niuna arme, fuori che le nostre, è che a' suoi colpi possa resistere.
L'ora s'appressa che noi dobbiamo cavalcare; chiama il tuo compagno, e andiamo -.
[58]
Di questo cavaliere si maravigliò molto Florio, però che oltre alla misura degli uomini grandissimo il vedea, ferocissimo nel viso, e tutto rosso, con una grandissima barba, e sì lucente, che appena potea sostenere di mirarlo.
Ma udite le sue parole, rallegratosi molto di tale aiuto, quale era il suo, bassatosi in terra gli s'inginocchiò davanti, dicendo: - O sommo iddio, sempre sia il tuo valore essaltato, com'è degno; quanto per me si può, tanto più ti ringrazio del caro e buono arco che donato m'hai, e della tua compagnia, la quale a me indegno t'è piaciuto di farmi in questa necessità.
Per che io ti priego che tu, come promesso hai, così al mio aiuto sii avvisato in non abandonarmi, acciò che io, tornando a Montoro con l'acquistata vittoria, le mie armi nel tuo santissimo tempio divotamente doni -.
E questo detto, si dirizzò in piè, e chiamato Ascalion, disse: - Cavalchiamo, che tempo è, e a me pare già vedere empiere il tristo luogo di molta gente, e parmi vedere l'accese fiamme risplendere in mezzo di loro -.
Ascalion sanza indugio si levò, e vide ch'egli dicea vero.
Allora messisi gli elmi e presi gli scudi e le lance, montarono a cavallo seguendo Marte, che avanti loro cavalcava, verso quella parte dove Biancifiore dovea essere menata.
Ascalion che a Florio vedea portare il forte arco, disse: - O Florio, e chi t'ha donato questo arco, poi che noi venimmo qui? -.
- Certo - rispose Florio - l'alto duca delle battaglie, che qui davanti a noi cavalca, poco fa, dormendo io, mi chiamò, e donommi questo arco e questa saetta, e dissemi che noi cavalcassimo, allora che io ti chiamai -.
Disse Ascalion: - Dove è quel duca che tu di' che 'l ti donò? Io non veggio davanti a noi se non uno splendore molto vermiglio, del quale io t'ho voluto più volte domandare se tu il vedevi tu -.
Disse Florio: - Quegli è desso; io veggo lo splendore e lo iddio che dentro vi dimora -.
Allora disse Ascalion: - Ben ti dico che ora veggo che gl'iddii t'amano, e che tu dei pervenire a grandissimi fatti.
Quale vuo' tu della tua futura vittoria più manifesto segnale? Certo quella fiamma che apparve a Lucio Marzio sopra la testa, aringando elli a' disolati cavalieri in Ispagna per la morte di Publio Gneo Scipione, non fu più manifesto segno del futuro triunfo.
Né quella ancora che apparve a Tulio, ancora picciolo fanciullo, dormendo, nel cospetto di Tanaquila, fu più manifesto segnale del futuro imperio, che questo sia della diliberazione di Biancifiore.
Adunque confortati e prendi vigoroso ardire, seguendo le vestige del forte iddio.
E ora ciò che stanotte mi dicesti, sanza dubbio ti credo, ben che infino a qui molto dubitato n'abbia che vere non fossero le tue parole -.
[59]
Così parlando e seguendo il celestiale cavaliere, pervennero al luogo dove le calde fiamme erano accese; e passati nel gran cerchio che il siniscalco avea già fatto fare dintorno al fuoco, si fermarono per vedere se alcuno dicesse loro alcuna cosa.
Ciascuno che nel piano era, veduta questa rossezza nel piano subitamente venuta, e non sappiendo che si fosse, dubitava, e niuno ardiva d'appressarsi; ma chi nel piano entrava, non sappiendo di che, avea paura.
Ma il siniscalco, che con rivolta redina avea ripreso il secondo cerchio maggiore per dare maggiore spazio a' sergenti, veduta la nuova luce, cominciò ad aver paura, molto in sé maravigliandosi e dubitando non questo fosse alcun segnale che gl'iddii avessero mandato in significanza della salute di Biancifiore.
Ma pure per non parere meno che ardito e per non isgomentare gli altri, passò avanti con non più sicuro animo che Cassio in Macedonia contra Ottaviano, veduta la figura di Cesare vestita di porpore venire contro a lui, tanto che pervenne ad esso sanza far motto, e a' due cavalieri che appresso gli stavano i quali Biancifiore molto di lontano avea veduti, e' con rabbiosa voce disse: - Signori, traetevi adietro -.
Allora Marte, rivolto a Florio, disse: - O giovane coperto delle nuove armi, ecco colui il quale tu dei oggi recare a villana fine; questi fia campione contra la verità: e veramente ha meritato ciò che da te riceverà, però che egli è colui che mise in effetto l'ordinato male da' tuoi parenti: rispondigli, né per lui di questo luogo ti muovere -.
Allora Florio si trasse avanti con tanta fierezza, quanta se quivi uccidere l'avesse sanza indugio voluto, e disse: - Cavalier traditore, né tu né altri mi farà di qui mutare, più che mi piaccia -.
Il siniscalco, crucciato e impaurito per la compagnia che con lui vedea, si tirò indietro con intendimento di tornargli adosso con più compagni; ma Florio, alzata la testa, e rimirando il piano, vide Biancifiore assai presso del fuoco, già da alcuno sergente presa per volerlavi gittare; e vedendola Florio vestita di nero, colei che solea essere perfetta luce del suo cuore, e vedendo i begli occhi pieni di lagrime, e i biondi capelli sanza alcuno maestrevole legamento attorti e avviluppati al capo, e le dilicate mani legate con forte legame, e lei in mezzo di vile e disutile gente, incominciò per pietà sotto il lucente elmo il più dirotto pianto del mondo, dicendo: - Oimè, dolcissima Biancifiore, mai non fu mio intendimento che nel mio padre tanta di crudeltà regnasse, che verso di te potesse men che bene adoperare, né mai credetti vederti a tal partito.
Ma unque gli iddii non m'aiutino, se tu non se' da me aiutata, o io insieme teco prenderò la morte, o tu e io insieme lietamente viveremo -.
E queste parole fra sé dette, ferì il cavallo degli sproni fieramente, rompendo la calcata gente, la quale già per la partita del siniscalco aveano riempiuta l'ampiezza del fatto cerchio da lui; e rifatto col poderoso cavallo nuovo e maggiore spazio, comandò a' sergenti, che già Biancifiore voleano gittare nel fuoco, che incontanente sciogliendole le mani la dovessero lasciare, né più avanti toccarla, per quanto il vivere fosse loro a grado.
Egli fu ubidito sanza dimoro; e i sergenti per tema tutti indietro si tirarono.
Allora Florio rivolto a lei con alta voce disse: - Giovane damigella, fugga da te ogni paura, ché gl'iddii, pietosi di te, vogliono che io ti difenda: dimmi qual sia la cagione per che il re t'ha fatta giudicare a sì crudele morte, come è questa che apparecchiata ti veggio, ché io ti prometto, che ragione o non ragione che il re abbia, infino che i miei compagni e io avremo della vita, per amore di Florio, cui io amo quanto me medesimo, e per amor della tua piacevolezza, ti difenderemo -.
[60]
Vedendosi Biancifiore confortare dal cavaliere, lasciata da' sergenti, alzò il viso con gli occhi pieni di lagrime, e dopo uno amaro sospiro così disse: - O cavaliere, chi che tu sii, o mandato dagl'iddii in mio aiuto o no, come può egli essere che occulto ti sia il torto che fatto m'è? Oh, e' pare che le insensibili pietre, non che gli uomini, ne ragionino, per quello che io misera n'ho potuto comprendere venendo qua; ma poi che a voi è occulto, e piacevi di saperlo, io il vi dirò.
Ieri si celebrò in Marmorina la gran festa della natività del re Felice, al quale, con alquanti baroni sedendo a una tavola, io fui mandata dal siniscalco con un paone, il quale era avvelenato; e io di ciò non sappiendo niente, fatto quello d'esso che comandato mi fu, io il lasciai davanti al re, e torna'mene alla camera della reina: ove essendo ancora poco dimorata, io fui presa e messa in prigione con grandissimo furore.
E sanza volere essere in alcuno atto ascoltata, fui poco inanzi sentenziata a questa morte.
Ma se a' miseri si dee alcuna fede, io vi giuro per la potenza de' sommi iddii che questo peccato io non commisi, e sanza colpa mi conviene patire la pena.
Ma io vi priego, se voi siete amico di Florio, per amore del quale io credo che io sono fatta morire, che voi m'aiutiate e difendiate, acciò che io sì vilmente non muoia -.
Florio, il quale insieme riguardava e ascoltava intentivamente Biancifiore, piangendo continuamente sotto l'elmo, e guardandosi bene che del suo pianto niuno s'avvedesse, molto disiderava di farsi conoscere; poi per l'amaestramento della santa dea ne dubitava, ma finalmente così le rispose: - Bella giovane, confortati, che io ti prometto che tu non morrai, mentre che gl'iddii mi presteranno vita -.
E alzata la visiera dell'elmo, voltato verso il gran popolo che a vedere era venuto, disse così:
[61]
- Signori, i quali qui adunati siete per vedere il disonesto e ingiusto strazio che di questa giovane alcuni vogliono fare, il quale, se spirito di pietà alcuno fosse in voi rimaso, dovreste fuggire di ciò vedere, a me brievemente pare, per le parole che io ho da lei intese, le quali io credo, e manifestamente appare quelle essere vere, che la sentenza data contro a lei sia nella presenza degli uomini e degl'iddii, falsa e iniquamente data, però che ella semplicemente portò quello che comandato le fu; ma il siniscalco, il quale gliel comandò, è colui che del male è stato cagione; per la qual cagione sopra lui e non sopra costei, cade questa sentenza.
E chi altro che questo ne volesse dire, o il siniscalco o altri per lui, io sono presto e apparecchiato di difendere che quello ch'io ho detto sia la verità, e in ciò arrischierò la persona e la vita, imperciò che la manifesta ragione mi stringe ad essere pietoso della ingiusta ingiuria fatta a costei; e, d'altra parte, io sono distrettissimo e caro amico di Florio, e ella per amore di lui mi priega ch'io l'aiuti e difenda nella ragione: e io così son presto di fare, e in ragione e in torto, contro a chiunque la vuol far morire, però che se altro ne facessi, molto alla cara amistà mi parrebbe fallire, e ogni uomo mi potrebbe di ciò giustamente riprendere -.
[62]
Assai nobili uomini erano ivi presenti, e massimamente v'erano la maggior parte di quelli che vantati s'erano al paone, a' quali molto di Biancifiore dolea: i quali queste parole udendo, tutti dissero che il cavaliere dicea bene, e che ragionevole cosa era che 'l siniscalco, o altri per lui, sua ragione, contro a quelli che la contradicea, difendesse.
E di ciò mandarono al re sofficienti messaggeri subitamente, contenti tutti sanza fine di tale accidente, favoreggiando Biancifiore in quanto poteano.
E alcuno di quelli giudici che sentenziata l'aveano, trovandosi ivi presente, udite le parole di Florio, comandò che più avanti non si procedesse, infino a tanto che 'l cavaliere non avesse suo intendimento provato.
Ma il siniscalco, che dentro di rabbiosa ira tutto si rodea, veggendo che Biancifiore aveva aiuto e che di consentimento di tutti all'opera si dava indugio e che il cavaliere sì vituperose parole aveva dette di lui, incominciò a bestemiare quella deità che avuto avea potere d'indugiare tanto la morte di Biancifiore, e che per inanzi se ne inframettesse in non lasciarla morire e così bestemiando si trasse avanti, e disse: - Il cavaliere mente per la gola di tutto ciò che ha detto; ché Biancifiore dee ragionevolemente morire, e sì morrà ella in dispetto di lui e di Florio, per cui richiamata s'è, e di qualunque iddio la ne volesse aiutare -.
E comandò a' sergenti che incontanente la mettessero nel fuoco, e lasciassero dire il cavaliere: che, se difendere la volea, fosse venuto avanti che la sentenza fosse data, ché omai tornare non si può ella indietro per cosa che alcuno dica.
Florio si volse subito a' sergenti, dicendo: - Nullo di voi la tocchi per quanto la vita gli è cara: lasciate abbaiare questo cane quanto egli vuole; se egli disidera di farla morire venga avanti egli a toccarla -.
Allora Massamutino, enfiato e pieno di mal talento, spronò il cavallo adosso a Florio, e disse: - Villan cavaliere, chi se' tu che sì contrari la nostra potenza con sì oltraggiose parole? Poco che tu parli più avanti, io ti farò prendere e ardere con lei insieme.
Via, levati di qui incontanente -.
Florio non potendo più sostenere, alzò allora la mano, e diedegli sì gran pugno in su la testa, che quasi cadere lo fece sopra l'arcione della sella tutto stordito; e questo fatto rizzatosi sopra le strieve, e accostatosi a lui, preso l'avea sotto le braccia per gittarlo dentro all'acceso fuoco; ma molti furono gli aiutatori, quasi più per iscusa di loro che per buona volontà, i quali se stati non fossero, finita era quivi la rabbia del siniscalco.
Ma trovandosi egli dilibero da Florio, voltate le redini del corrente destriere, avacciandosi n'andò al real palagio; e venuto nella presenza del re vi trovò alcuni mandati da' nobili uomini che udite aveano le parole di Florio, i quali da parte loro gli recitavano l'accidente.
A costoro ruppe il siniscalco il parlamento, giungendo furioso, e così disse: - Ahi, signor mio, ascolta le mie parole.
Là alla Braa è venuto il più villan cavaliere che unque portasse arme, insieme con un compagno, tutti armati, e dice che provare mi vuole per forza d'arme che la sentenza, da' vostri giudici data contro a Biancifiore, sia falsa, e ch'ella non debbia morire intende, e a me, che disarmato a' suoi intendimenti resistea, ha fatto villania e oltraggio; e certo ivi era presente Parmenione, Sara, e altri uomini a voi suggetti sì com'io, i quali più tosto disaiuto che soccorso mi porsero, svergognando voi e la vostra potenza, favoreggiando Biancifiore.
E il cavaliere ha detto ch'è fedelissimo e distretto amico di Florio, onde Biancifiore per parte di lui gli s'è richiamata: per la qual cosa è del tutto fermo di mai sanza battaglia non partirsi, e di scampar lei o di morire egli.
Onde io vi priego carissimamente che a me voi concediate questo dono della battaglia, rinnovandomi arme e cavallo, acciò ch'io possa principalmente con la mia spada il vostro onore e intendimento servare, e appresso vendicare la ricevuta onta.
Io porto speranza negl'iddii e nelle mie forze che sanza dubbio con vittoria vi menerò preso il villan cavaliere, che tanto ha oggi vostra potenza dispregiata -.
[63]
Niente piaceano al re tali novelle, ma con dolente animo l'ascoltava, e fra sé dice: "Deh! or chi ha sì tosto a Florio queste cose rivelate, che egli sì subito soccorso mandato l'ha? E chi potrebbe essere stato amico di Florio tanto stretto, che per lui a tal pericolo si mettesse? Non so.
O iddii, maladetta sia la vostra potenza, la quale non ha potuto sostenere ch'io rechi a perfezione un mio intendimento!".
E poi che egli ebbe per lungo spazio rivolte per la mente le non piacevoli cose, sospirando rispose: - Non so chi si sia questi che il mio intendimento s'ingegna d'impedire; ma sia chi vuole, che forse egli morrà e Biancifiore non camperà -.
E poi soggiunse: - Siniscalco, a me pare l'ora molto alta a volere combattere, e te sento oggi molto affannato, e però rimangasi per questo giorno la battaglia.
Va, e fa convitare il cavaliere e onorarlo infino al mattino; poi, quando il sole con più tiepido lume ritornerà, combatterete, poi che negare non gli possiamo la battaglia -.
- Sire - rispose il siniscalco, - in niuna maniera può oggi rimanere la battaglia, però che il cavaliere che là dimora è di sì fiero coraggio e ardimento, che con qualunque persona volesse Biancifiore toccare, converrebbe che con lui combattesse, o lei lasciasse stare; né alcuno v'è a cui della morte di Biancifiore non incresca, né che più tosto in aiuto di lei non mettesse la persona, che in suo danno dicesse una sola parola, fuori solamente io, che da' vostri piaceri e comandamenti mai non mi partii né partirò; e però se voi mi concedete che io oggi combatta, io combatterò, e se non, se io ne vorrò far venire Biancifiore alla prigione, io so che combattere mi converrà.
Priegovi che adunque voi la mi concediate ora, poi che io sopra lui sono animoso -.
[64]
Rispose allora il re: - Poi ch'egli è come tu mi di', e la battaglia non si può oggi cessare, va e prendi l'arme e qualunque de' nostri cavalli più ti piace, e fa che onore acquisti con vittoria: pensa che nelle tue mani dee stare oggi la perfezione del nostro avviso, e la verità delle nostre bocche si dee con la forza del tuo braccio osservare.
Ma acciò che la fortuna con non pensato infortunio il nostro intendimento non recida, se ti parrà di potere fare, comanderai a' tuoi sergenti che mentre la gente attenta dimora a vedere la vostra battaglia, che essi subitamente gittino Biancifiore nell'acceso fuoco; poi, questo fatto, della tua vittoria non ti curare guari -.
- Questo sarà a mio potere fornito - rispose il siniscalco, e partissi da lui.
[65]
Prese adunque il siniscalco quelle armi e quel cavallo che migliore si credette che fosse per tornare al campo; ma la dolente Biancifiore, né campata né al tutto dannata rimasa, quivi si stava intra' due continuamente piangendo; e poco valeva che Florio, il quale dal suo lato mai non si partiva, la confortasse, posto che se saputo avesse che colui che sì pietosamente la confortava fosse stato Florio, ella avrebbe tosto mutato il doloroso pianto in amoroso riso, non curandosi del pericolo nel quale esser le parea.
Ella dimandava sovente: - O cavaliere, che è di Florio? Quanto è che voi il vedeste? -.
E ogni volta al nominar Florio, più forte piangea.
E Florio le rispondea: - Giovane donzella, in verità che la passata sera il vidi e con lui dimorai per grande spazio a Montoro, là ove io poi il lasciai faccendo sì grandissimo pianto e duolo di ciò che avvenuto t'è, che niuna persona il potea né può racconsolare.
Egli caramente mi pregò che io dovessi qui sanza dimoro venire a liberarti di questo pericolo; e egli sanza fallo ci sarebbe venuto, se non che io nol lasciai, però che io credo fermamente che se egli ti vedesse in tale maniera, forte sarebbe che egli o per grieve doglia non morisse, o per quella il natural senno perdesse.
Ma molto ti manda pregando che tu ti conforti per amore di lui e che tu il tenghi a mente, come egli fa te, che mai per bellezza d'alcuna altra giovane non ti poté né crede poter dimenticare -.
Assai piacevano a Biancifiore queste parole, e molto in sé se ne confortava, e poi fra sé dicea: "Deh, chi è questo sì caro amico di Florio, che qui al mio soccorso è venuto? Or nol conosco io? Io soglio conoscere tutti coloro che amano Florio".
E mentre questo fra sé ragionava, sempre guardava l'armato cavaliere nel viso, e quasi alcuna ricordanza le tornava d'averlo altre volte veduto; ma l'angoscia e la paura che per lo petto e per la mente le si volgeano, non lasciavano alla estimativa comprendere niuna vera fazione di Florio: e, d'altra parte, Florio per l'armi e per le lagrime aveva nel turato viso perduto il bel colore, il quale mai, avanti che a Montoro andasse, non s'era nel cospetto di Biancifiore cambiato.
E volendolo ella domandare del nome, Massamutino apparve sopra il campo tutto armato con due compagni, ciascuno sopra altissimo destriere a cavallo, l'uno de' quali li portava uno forte scudo avanti, nel quale un leone rampante d'oro in uno azzurro campo risplendea, e l'altro una corta lancia e grossa con un pennoncello a simigliante arme: per la qual cosa la gente tutta cominciò a gridare e a dare luogo, dicendo: - Ora vedremo che fine avrà l'orgoglio del siniscalco -; e questo tolse a Biancifiore con subito tremore il non potere più parlare col cavaliere.
Ma Florio sì tosto come questo udì, bassata la visiera dell'elmo, disse: - O giovane, fatti sicura che 'l tempo della tua liberazione è venuto - e voltato al forte iddio e ad Ascalion, disse: - O somma deità nascosa nella vermiglia luce, e tu, caro compagno, ecco il mio avversario: alla battaglia non può essere più indugio.
Io vi priego che questa giovane vi sia raccomandata, sì che, mentre che io combatterò, alcuna ingiuria fatta non le fosse -.
E dette queste parole, ripresa la sua lancia, si fermò, quivi aspettando Massamutino con sicuro cuore.
[66]
Massamutino non fu prima in sul campo, che egli si fece chiamare alquanti de' sergenti, quelli in cui più si fidava, e così pianamente disse loro: - Sì tosto come voi vedrete che la gente starà tutta attenta a vedermi combattere col cavaliere, che difender vuole questa falsa femina, e voi allora prestamente la prenderete e gitteretela nel fuoco, acciò che, se io ho vittoria, noi ce ne siamo più tosto spediti, e se io non avessi vittoria, che per la mia poca forza non perisca la giustizia -.
I sergenti risposero che ciò sanza alcuno fallo sarà fatto.
Allora il siniscalco prese lo scudo e la lancia, e cavalcò avanti tanto che davanti a Florio pervenne, a cui egli disse così: - O villan cavaliere, ecco chi abasserà la tua superbia; e se tu contro alla vera sentenza, data giustamente sopra la persona di questa iniqua e vil femina qui presente, vuoi dire alcuna cosa, io sono venuto per farti con la mia spada riconoscere il tuo errore -.
A cui Florio rispose: - Iniquo traditore, la mia spada non taglia peggio che la tua, e quella gola per la quale tu menti oggi il proverà, sì come io credo; e a ciò gl'iddii m'aiutino, sì come campione e difenditore della verità, e però tra'ti adietro, e, quanto vuoi, del campo prendi, ché poi che armato se', l'offenderti non mi si disdirà -.
[67]
Sanza più parole ciascuno si trasse adietro quanto a lui piacque, acconciandosi ciascuno per offendere l'altro.
Ma certo la paura del misero Icaro, volante più alto che il mezzo termine posto dal maestro padre, non fu tale quando sentì la scaldata cera lasciare le commesse penne, quale fu quella di Biancifiore, quando il grande grido si levò: - Ecco il siniscalco! -.
Ella non morì, e non rimase viva: se alcuno colore l'era nel viso ritornato, o rimaso, tutto si fuggì, e quasi ogni sentimento del corpo abandonò le sue parti, e l'anima si ristrinse nell'ultime parti del cuore, e quasi la volle abandonare; ma poi che la vita tornò igualmente per tutti i membri, ella, inginocchiata in terra, incominciò a dire, alzato il viso verso il cielo: - O sommo Giove, il quale con le tue mani formasti i cieli insieme con tutte l'altre creature, e in cui ogni potenza è fermamente, se tu ad alcuni prieghi ti pieghi, riguarda in me misera, e se io alcuna pietà merito, porgimi il tuo aiuto, sì come facesti al vecchio Anchise, quando sano sanza alcuno impedimento de' crudeli fuochi dell'antica Troia il traesti.
Deh, non volgere i tuoi pietosi occhi in altra parte, riguarda a me: io sono tua creatura, e nella tua misericordia spero.
A te niuna cosa è nascosa: tu sai se io ho avuta colpa in ciò che costoro ingiustamente m'appongono.
O signor mio, aiutami e aiuta chi per me s'affanna; non si tinga oggi la spada d'Astrea nello innocente sangue.
Dà vigore al mio cavaliere, il quale forse più per lei, che per amore di me o d'altrui, s'ingegna di avere vittoria; e non abandonare me misera posta in tanta tribulazione -.
[68]
Quando i due cavalieri si furono allungati ciascuno l'uno dall'altro quanto a loro parve, e voltate le teste de' cavalli con presta mano l'uno verso l'altro, allora s'accostò Marte a Florio, e disse: - Giovane cavaliere, qui si parrà quanto sia il valore del tuo ardito cuore: fa che tu seguiti nelle tue battaglie gli amaestramenti del tuo compagno -.
E questo detto, con la sua mano gli alzò la visiera dell'elmo, e alitogli nel viso, e poi gliele richiuse, e acconciandogli in mano la forte lancia, disse: - Muovi, che già il tuo nemico è mosso -.
Florio sospirando riguardò verso quella parte dove Biancifiore dimorava, e appresso ferì il corrente destriere con i pungenti sproni, dirizzandosi verso Massamutino, che inver di lui correndo veniva con la lancia bassata.
Ma già non parve alla circustante gente che un cavaliere si movesse, ma una celestiale folgore.
Egli nella sua mossa fece tutto il campo risonare e fremire, e giugnendo sopra il siniscalco, sì forte con la sua lancia il ferì nella gola, che quella ruppe, e lui miseramente abbatté nel campo sopra la nuova erbetta, passando avanti.
E appena avea ancora il colpo fornito, quando i sergenti, veggendo la gente attenta più a riguardar loro che Biancifiore, s'accostarono per voler prendere lei e farne come il siniscalco avea comandato.
Ma Marte, che di ciò si accorse, sfavillando corse in quella parte, e lei nella sua luce nascose, faccendo loro impauriti tutti di quindi fuggire.
Il romore fu sì grande nel campo per la caduta del siniscalco, che lui stordito fece risentire: il quale ritrovandosi in terra ancora con la sua lancia in mano sanza avere ferito, e riguardandosi intorno, e vedendo il nimico suo a cavallo tornare verso di lui, tutto isbigottì, dicendo: - Oimè, or con cui combatto io? Quelli non mi pare uomo: voglio io provare le forze mie con gl'iddii? Già mi manifestò il cuore stamane, incontanente che io vidi la vermiglia luce, che quello era segno di soccorso divino a Biancifiore.
Io veggio costui che d'iniquità o d'altro arde tutto nel primo aringo: or che farà egli quando più sarà riscaldato nella battaglia? S'egli è iddio, io non gli potrò resistere; s'egli è uomo, molto mi sarà duro alla sua fierezza contrastare.
Volontieri vorrei di tale impresa esser digiuno, ma più non posso -.
E così dicendo, prestamente si dirizzò, e volontieri si saria partito se potuto avesse; e, traendo fuori la spada, disse: - Faccino di me gl'iddii che loro piace: io pur proverò s'egli è così fiero con la spada in mano come con la pungente lancia, avanti che io, sanza aver bagnata la terra del mio sangue, mi voglia vituperosamente chiamare vinto -.
In questo Florio s'appressò verso di lui e disse: - Cavaliere, certo mala pruova ci fa il tuo orgoglio, e già del primo assalto stai male -.
Disse il siniscalco: - Niente sto peggio di te, se io fossi a cavallo; ma già questo vantaggio non avrai tu da me -.
E questo dicendo, subitamente alzò la spada per ferire Florio sopra la testa, ma il colpo fu corto e discese sopra il collo del buon cavallo, al quale niuna resistenza valse che non partisse la testa dal busto, e cadde morto.
Florio, vedendo il colpo, saltò tantosto a terra del cavallo, e acceso d'ira, tratta fuori la celestiale spada, andò verso di lui, e sì forte col petto l'urtò, che fatto il credette avere cadere, ma egli forte si ritenne pettoreggiando lui, non lasciandoselo da quella volta inanzi più accostare, ma ferendolo continuamente di gravi e spessi colpi.
Florio ricevea sopra il rilucente scudo le molte percosse, quasi lui poco o niente ferendo; ma, stando sempre a riguardo, intendea di volere tutti i suoi colpi in uno recare, acciò che per molto ferire la celestiale spada non fosse avvilita.
E quando luogo e tempo gli parve, avvisandolo in quella parte nella gola là ove la lancia avea le armi guastate, alzato il braccio sì forte il ferì, che alcuna arme non gli giovò che egli non gli ficcasse la spada assai nelle nude carni: e se il colpo fosse stato traverso, come fu diritto, oppinione fu di tutti che tagliata gli avrebbe la testa.
Per questo colpo cadde il siniscalco, e tutti fermamente credettero che egli fosse morto: per la qual cosa il romore si levò grande: - Morto è il siniscalco, e liberata è Biancifiore -; e di ciò tutti rendeano grazie agl'iddii e faceano festa.
Mentre il gran romore si facea, il siniscalco, che per quel colpo morto no, ma istordito era, si dirizzò tacitamente, e salito sopra un cavallo, il quale apparecchiato gli fu, incominciò a fuggire.
Ma Florio, che verso Biancifiore se n'era andato, voltato per lo romore che la gente gli facea dietro, vedendolo fuggire, quasi niente gli parve avere fatto, però che morto il credeva avere lasciato: allora mise mano al suo arco, un poco in se medesimo turbato, e postavi la saetta, l'aperse, saettandogli appresso, e disse: - Sanza nostro affanno questa ti giugnerà più tosto che tu non credi -.
E lui fuggente ferì di dietro nelle reni: niuna arme fece alcuna resistenza a quel colpo, ma passando dentro, mortalmente il piagò.
Onde il siniscalco, sentendo il duolo, quivi si fermò, dove Florio tutto a piè venuto il prese per la irsuta barba e tirandolo villanamente a terra del cavallo, infino all'acceso fuoco, nel cospetto di Biancifiore, cui Marte avea già della sua luce tratta, lo strascinò, insanguinando il piano con le sue piaghe; al quale, quivi giunto, disse: - Malvagio e iniquo traditore, se tu vuoi a noi di te porgere alcuna pietà, narra davanti a tutto questo popolo in che maniera il veleno, del quale questa innocente giovane fu accagionata, fu mandato davanti al re -.
A cui il siniscalco così rispose: - Poi che gl'iddii v'hanno questa vittoria conceduta, e piace loro che la verità sia manifesta, io, la cui vita è nelle vostre mani, avvegna che poca rimasa me ne sia, il vi dirò come io potrò.
Fatemi dirizzare in piè e sostenere ad alcuni, acciò che io stando alquanto alto possa da tutti essere udito e veduto -.
Fecelo Florio sostenere a' suoi sergenti medesimi, e egli così incominciò a dire:
[69]
- Egli è vero, o signori, che ancora non ha gran tempo, io amai sopra tutte le cose del mondo Biancifiore, e amandola molto, pregai il re, mio naturale signore, che gli piacesse di congiungerla meco per matrimonial legge, il quale liberamente mi promise di farlo; ma poi dicendo ad essa che me per marito donare le volea, ella rispose che sì vile uomo com'io era mai a suo potere non l'avrebbe, e che da ciò la dilungassero gl'iddii; e poi piangendo, gittandoglisi a' piedi il pregò che gli piacesse che egli non la mi desse: onde egli mosso a pietà di lei, che come figliuola l'amava, disse: "Non piangere, che io nol ti donerò".
Io, risappiendo queste cose, molto mi turbai, e quello amore ch'io le portava si convertì in odio, e sempre pensai come io vituperosamente la potessi o far morire o far che cacciata fosse; onde iermattina celebrandosi la gran festa della natività del re, io feci cuocere e segretamente avvelenare quel paone, il quale io poi a lei feci portare alla real mensa; e questo feci acciò che ella venisse a questa morte, dalla quale questo cavaliere vincendo l'ha scampata -.
[70]
Guardossi assai il siniscalco di non dire alcuna cosa del re, però che campare credea, ché non volea rimanere nella disgrazia sua; e di ciò fu ben contento Florio, che la nequizia del suo padre non fosse sì manifestamente saputa.
Ma sì tosto come Massamutino tacque, ogni gente cominciò a gridare: - Muoia, muoia! -.
E Marte, che udite avea queste cose, con alta voce, non essendo da alcuno veduto se non da Florio, disse: - Sia questa l'ultima ora della sua vita: gittalo in quel fuoco ove egli fatta avea giudicare Biancifiore, acciò che la giustizia per noi non patisca difetto.
Di così fatti uomini niuna pietà si vuole avere -.
Florio, udita questa voce, ripresolo per la barba, il gittò nel presente fuoco.
Quivi con grandissime grida e con grieve doglia finì il siniscalco miseramente la sua vita ardendo.
[71]
Fu da molti la novella portata con lieto viso al re Felice della morte del siniscalco e della liberazione di Biancifiore: e chi la vi portò credendolo rallegrare, e chi per lo contrario.
E narrandogli molti per ordine ciò che stato era nel campo tra' due cavalieri, e ancora il miracolo della vermiglia luce, e ciò che confessato avea il siniscalco avanti la sua morte, il re in atto fece vista di maravigliarsene molto, ma gravosa e sanza comparazione noiosa gli era all'animo tal novella; ma per non scoprire ciò che infino a quell'ora avea con fermo viso tenuto celato, con atto lieto si mostrò contento di ciò che avvenuto era, e così disse: - In verità che a me molto è a grado che Biancifiore sia da tal pericolo scampata, poi che colpabile non era, però che io l'amo quanto cara figliuola, avvegna che assai mi duole della morte del mio siniscalco, il quale io infino a qui per leale uomo e valoroso avea tenuto.
Ma poi che tanta malvagità occultamente in lui regnava, alquanto mi contento che a tal fine sia pervenuto.
E se io voglio ben considerare tutto ciò che da voi m'è stato detto, io veggo manifestamente me essere molto tenuto agl'iddii nostri; e similemente conosco me da loro molto essere amato, veggendo che essi inver di me tanta benivolenza dimostrano, che essi non sofferano che nella mia corte alcuna iniqua cosa sanza punizione si faccia, per la quale la mia etterna fama potesse da alcuno ragionevolmente essere contaminata -.
[72]
Avendo Florio gittato il siniscalco nelle ardenti fiamme, egli fece Biancifiore montare sopra un bel palafreno.
E accompagnando il grande iddio e egli e Ascalion con molti altri compagni verso il reale palagio, ella ancora quasi paurosa, che appena potea credere essere fuori del tristo pericolo, si voltò tutta tremante a Florio, e disse: - O signor mio, or dove mi menate voi? Voi m'avete tratta d'un pericolo, e riportatemi in luogo che è pieno di molti.
Deh, perché volete voi avere perduta la vostra fatica? Io non sarò prima là, che, come voi vi sarete partito, io mi sarò a quel pericolo che io m'era quando io molto di lontano vi vidi, avvisando che in mio aiuto foste venuto.
Deh, se voi siete così amico di Florio come voi dite, e come l'operazioni dimostrano, perché non me ne menate voi a lui a Montoro? Io non dubiterò di venir con voi ovunque voi mi menerete, solo ch'io creda trovar lui.
Egli sarà più contento che voi mi rendiate a lui, che se voi mi rendete al suo padre -.
A cui Florio rispose: - Piacevole donzella, non dubitare: gl'iddii e Florio vogliono che tu sii renduta ora al re Felice, acciò che del suo fallo egli si riconosca; ma renditi sicura che più da lui tu non avrai altro che onore.
E io, quando tornerò a Montoro, farò sì che Florio verrà tosto a vederti, o egli manderà per te -.
E mentre che così ragionando andavano, pervennero al reale palagio in Marmorina.
Quivi smontati nella gran corte, Florio prese Biancifiore per mano, e così la menò nella sala davanti allo iniquissimo re, che ancora parlava con coloro che raportate gli aveano le novelle della morte del siniscalco.
Il quale, vedendogli venire, si fece loro incontro, a cui Florio disse: - Sire, io vi raccomando questa giovane, la quale io, con la forza dell'iddii e con la mia, della iniqua sentenza ho liberata; e per parte di Florio, per amore di cui io a questo pericolo, aiutando la ragione, mi sono messo, ve la raccomando e vi priego che più sopra di lei non troviate cagioni che faccino ingiustamente la morte parere giusta, come ora faceste, però che la verità pur si conosce infine, e degna infamia ve ne cresce: e appresso, quando la morte di colei, la quale innocente e giusta da tutti è conosciuta, e da voi più che da alcuno altro, cercate, insieme quella di Florio domandate: però tenetela omai più cara che infino a qui fatto non avete -; e datagliele in sua mano si tirò adietro.
[73]
Con lieto viso la prese il re, e abbracciatala come cara figliuola la baciò in fronte, e ella, savissima, incontanente piangendo si gittò in terra, e baciogli i piedi, e poi in ginocchie levata disse: - Padre e signore mio, io ti priego che se mai in alcuna cosa ti offesi, che tu mi perdoni, ché semplicità e non malizia m'ha fatto in ciò peccare; e priegoti che del tutto dell'animo ti fugga che io in questo fallo, per lo quale condannata fui, avessi colpa: e avanti che mai tal pensiero mi venisse, mi mandino gl'iddii subitana morte.
Chi fu quelli che in ciò fallì, a tutto il tuo popolo è manifesto, e però, caro padre e signore, rivestimi della tua grazia, della quale ingiustamente fui spogliata -.
Il re la prese per la mano e fecela dirizzare in piè, e la seconda volta con segno di molto amore l'abbracciò, dicendo: - Mai a me non fosti graziosa e cara quanto ora se', e però ti conforta -.
E rivolto a Florio, disse: - Cavaliere, ignoto m'è chi tu sia, ma però che di' che amico se' di Florio, nostro figliuolo, e ciò per le tue opere è ben manifesto, e per amore, ché n'hai con la tua spada illuminato e fattaci conoscere la verità, la quale a' nostri occhi sanza dubbio era occulta, e hai per questa chiarezza levata da tanto e tale pericolo costei, la quale quanto figliuola amo, tu mi se' molto caro, e sanza fine disidererei di conoscerti, quando noia non ti fosse; e dicoti che a me tu hai troppo piaciuto, avendo chi il peccato avea commesso così debitamente punito, dando acerba pena allo iniquo fallo, per la qual cosa sempre tenuto ti sarò; e promettoti per quella fede che io debbo agl'iddii, che per amore di Florio e di te la giovane sempre mi fia raccomandata.
E non voglio che nell'animo ti cappia che io della giudicata morte non fossi molto dolente; e certo a tutti costoro poté essere manifesto il mio viso e 'l petto pieno di lagrime, quando sentenziare la udii; e se la pietà si dovesse antiporre alla giustizia, certo ella non sarebbe mai di qua entro per sì fatta cagione uscita -.
[74]
- A me - rispose Florio - non è al presente licito di dirvi chi io sia, e però perdonatemi; e quando vostro piacere fosse, io volontieri mi partirei co' miei compagni -.
- Poi che sapere non posso chi tu se', va, che gl'iddii ognora in meglio ti prosperino -.
Allora Florio piangendo guardò Biancifiore, che ancora piangea, e disse: - Bella giovane, io ti priego per amor di Florio che tu ti conforti, e rimanti con la grazia degl'iddii -.
E detto questo, e preso commiato dal re, smontò le scale, e risaliti sopra i loro cavalli, egli e Marte e Ascalion, de' quali nullo era stato conosciuto, si misero al camino.
E pervenuti che furono a quel luogo dove Marte destato avea Florio, e Marte, voltato verso di lui, si fermò e disse: - Omai tu hai fatto quello per che io discesi ad aiutarti; però io intendo di tornare ond'io discesi, e tu col tuo compagno ve n'andrete a Montoro -.
Florio e Ascalion, udite queste parole, incontanente smontati da cavallo gli si gittarono a' piedi, ringraziandolo quanto a tanto servigio si convenia; e porgendogli divote orazioni, egli subitamente loro sparve davanti.
Rimontarono adunque costoro a cavallo e porgendo loro il sole chiara luce, in brieve ritornarono a Montoro.
[75]
Poi che pervenuti furono a Montoro, i due cavalieri, sanza alcuno romore o pompa, quanto più poterono celatamente al tempio di Marte smontarono, e passati dentro a quello fecero accendere fuochi sopra i suoi altari, ne' quali divotamente misero graziosi incensi: e fattisi disarmare, le loro armi offersero a' santi altari in riverenza e perpetuo onore del valoroso iddio.
E appresso rivestiti di bianchissimi vestimenti se n'andarono al tempio di Venere, ivi molto vicino, tutti soletti e quello fatto aprire, uccise con la sua mano un giovane vitello, le cui interiora con divota mano ad onor di Venere mise negli accesi fuochi.
Le quali cose faccendo Florio, per tutto il tempio si sentì un tacito mormorio dopo il quale fu sopra i santi altari veduta la santa dea coronata d'alloro, e tanto lieta nel suo aspetto, quanto mai per alcuno accidente fosse veduta, e con sommessa voce così cominciò a dire: - O tu, giovane sollecito difenditore delle nostre ragioni, agl'iddii è piaciuto che io ti debbia porgere la corona del tuo triunfo, acciò che tu per inanzi ne' nostri servigii e nelle virtuose opere prenda migliore speranza, e più ferma fede nelle nostre parole -; e detto questo, con le propie mani presa la corona del suo capo, ne coronò Florio.
Allora Florio, in sé di tanta grazia molto allegro, cominciò così a dire: - O santa dea, per la cui pietà tutti coloro che a' loro cuori sentono i dardi del tuo figliuolo, come io fo, sono mitigati, quanto il mio potere si stende, tanto ti ringrazio di questo onore, il quale tu con la divina mano porto m'hai.
Ma però che più la tua potenza che 'l mio valore adoperò nella odierna battaglia, io di questa corona al tuo onore ornerò i tuoi altari -.
E questo detto, trattasi la corona della testa, sopra i santi altari con grandissima reverenza la pose, e dirizzossi; e uscito del santo tempio, niuno altro in Montoro ne rimase che da lui visitato non fosse, e onorato con degni sacrificii.
La qual cosa fatta, egli e Ascalion, tornati al palagio del duca così freschi come se mai arme portate non avessero, montarono nella sala, ove trovarono il duca con molti altri, i quali tutti si maravigliavano e ragionavano quello che di Florio potesse essere, che veduto non l'aveano quel giorno.
Il quale quando il duca il vide, lietamente andandogli incontro l'accolse, dicendo: - Dolce amico, e dove è oggi vostra dimora stata, che veduto non v'abbiamo? Certo noi eravamo tutti in pensiero di voi -.
A cui Florio faccendo grandissima festa disse: - In verità io sono stato, e Ascalion con meco, in un bellissimo giardino con donne e con piacevoli damigelle in amorosa festa tutto questo giorno -.
- Ciò mi piace - disse il duca, - e questa è la vita che i valorosi giovani innamorati deono menare, e non darsi in su gli accidiosi pensieri, consumandosi e perdendo il tempo sanza utilità alcuna -.
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Il re Felice, che con altro cuore avea Biancifiore da Florio ricevuta che il viso non mostrava, la menò alla reina, e disse: - Donna, te, ecco la tua Biancifiore, la cui morte agl'iddii non è piaciuta.
Guardala e siati cara, poi che i fati l'aiutano: forse che essi serbano costei a maggior fatti che noi non veggiamo -.
La reina con lieto viso e animo la prese, contenta molto che diliberata era da quella morte; e fattole grandissimo onore e festa, e rivestitala di reali vestimenti, con lei insieme visitò tutti i templi di Marmorina, rendendo debite grazie e faccendo divoti sacrificii a ciascuno iddio o dea che da tal pericolo campata l'aveano.
E così, avanti che al real palagio tornassero, niuno iddio sanza sacrificii rimase, se non Diana, la quale ignorantemente dimenticata aveano.
Ma ritornati a' palagi, Biancifiore in quella benivolenza e grazia ritornò del re e della reina, e di tutti, che mai era stata, ognora in meglio accrescendo, con loro non mostrando che di ciò che ricevuto avea ingiustamente si curasse o ne portasse animo ad alcuno, ma ancora, sanza farne alcuna menzione o