FILOCOLO, di Giovanni Boccaccio - pagina 25
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Assai si turbò il re di queste parole, e temendo forte che Biancifiore ascoltata non fosse, e per quello che il suo inganno si manifestasse, o che per indugiare non pervenisse a orecchie a Florio, rispose: - Questo fallo fatto da costei non ha bisogno di confessagione alcuna, però che è sì manifesto, che, se negare lo volesse, non potrebbe, e però sopra l'anima mia e de' miei figliuoli la giudicate incontanente -.
Comandarono adunque i giudici che Biancifiore fosse incontanente tratta di prigione e menata davanti da loro, vedendo essi la volontà del re essere disposta pur a volere che sanza alcuno indugio giudicata fosse.
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Fu adunque Biancifiore tratta fuori di prigione quella mattina, e la chiara luce che accompagnata l'avea da lei subito si partì, e questa vestita di neri drappi, i quali la reina mandati le avea, acciò che come nobile femina andasse a morire, venne tacitamente dinanzi a' giudici, quasi perdendo ogni speranza che ricevuta avea dalla santa dea il preterito giorno; e quivi fermata, uno de' giudici levato in piè con empia voce così disse: - Sia a tutti manifesto che la presente iniqua giovane Biancifiore per suo inganno e tradimento volle, il giorno passato, il nostro e suo signore re Felice avvelenare con un paone, sotto spezie d'onorarlo; e perciò, acciò che nullo uomo o altra femina a sì fatto fallo mai s'ausi, noi condanniamo lei, ch'ella sia arsa e fatta divenire cenere trita, e poi al vento gittata -.
E questo detto, comandò che al fuoco sanza indugio menata fosse.
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Biancifiore avea perduto il naturale colore per la paura e per lo digiuno; e il suo bel viso era tornato palido e smorto come secca terra; ma ancora il nero vestimento le dava alle non guaste bellezze gran vista.
E udendo ella il miserabile giudicio contra lei dato sanza ragione, forte incominciò a piangere e a dire fra se medesima: "Oimè misera, or convienmi elli morire? Or che ho io fatto?".
E se non fosse che le sue dilicate mani erano con istretto legame congiunte, ella s'avrebbe i biondi capelli dilaniati e guasti, e 'l bel viso sanza niuna pietà lacerato con crudeli unghie, stracciando i nuovi drappi significanti la futura morte, e avrebbe riempiuta l'aere di dolorose e alte voci; ma vedendosi impedita e circundata da innumerabile popolo, costretta da savio proponimento, raffrenò le sue voci, e sanza nullo romore fra sé tacitamente ricominciò a dire: "Ahi, sfortunato giorno e noiosa ora del mio nascimento, maladetti siate voi! Oimè, morte, quanto mi saresti tu stata più graziosa nelle braccia di Florio, com'io credetti già che tu mi venissi! Deh, ora mi fossi tu almeno venuta in quell'ora ch'io chiamata fui a portare il male avventuroso uccello per me, però che io allora sarei morta onestamente e sanza vergogna d'alcuna infamia.
Ahi, anime del mio misero padre e de' suoi compagni e della mia dolente madre, i quali per me acerba morte sosteneste, rallegratevi, che io, stata di sì crudel cosa cagione, sono punita degnamente.
Niuna altra cosa credo che nuoccia a me misera, se non questa, insieme con l'aver portata troppa lealtà e onore a colui che ora mi fa morire.
O crudelissimo re, perché mi rechi a sì vile fine? Che t'ho io fatto? Certo niuna colpa ho commessa, se non che io ho troppo amore portato al tuo figliuolo.
Deh, or che mi faresti tu, o più crudele che Fisistrato, se io l'avessi odiato? Quale tormento m'avresti tu trovato maggiore? Io, misera, mai nol ti dimandai, né lui pregai ch'egli di me s'innamorasse.
Se gl'iddii concedettero al mio viso tanta di piacevolezza che il suo gentile cuore fosse per quella preso, ho io però meritata la morte? Se io avessi creduto che la mia bellezza mi fosse stata agurio di sì doloroso fine, io con le mie mani l'avrei deturpata, seguendo l'essemplo di Spurima, romano giovane.
Ma fuggano omai gli uomini i doni degl'iddii, poi che essi sono cagione di vituperevole fine.
Io, misera, avrei già potuto con le mie parole tirare Florio in qualunque parte la volontà più m'avesse giudicato, o congiugnerlo meco per matrimoniale nodo, se io avessi voluto, se non fosse stata la pietà che 'l mio leale cuore ti portava.
O vecchio re, per l'onore che io da te ricevea non ti volli mai del tuo unico figliuolo privare, e io del bene operare sono così meritata.
A questo fine possano venire i servidori de' crudeli, che io veggio venir me! O sommo Giove, il quale io conosco per mio creatore, aiutami.
Tu sai la verità di questo fatto, e conosci che io non fallii mai: non consentire adunque che le pietose opere abbiano tale guiderdone.
La mia speranza chiede solo il tuo aiuto, fermandosi nella tua misericordia.
Non sostenere che oggi il nome degli effetti del tuo cielo ricuopra la iniquità del re Felice contra di me, ma manifestamente fa nota la verità.
E tu, o santa Giunone, nel cui uccello tanta falsità fu nascosa per conducermi a questo fine, vendica la tua onta, fa che questa cosa non rimanga inulta ma sia letta ancora tra l'altre vendette da te fatte, acciò che la tebana Semelè o la misera Ecco non si possano di te giustamente piangere.
E tu, o sacratissima Venere, soccorri tosto col promesso aiuto; non indugiar più, però che, non vedendolo, a me fugge la speranza delle tue parole da tutte parti, però che io al fuoco mi sento condannare.
Veggiomi i feroci sergenti dintorno armati, come se io fierissima nimica delle leggi mi dovessi torre loro per forza, e veggo il siniscalco, a me crudelissimo nimico, sollecitare i miei danni con altissime voci e con furiosi andamenti, né più né meno come se egli della mia salute dubitasse.
Né veggio che per pietà di me cambi aspetto.
Tutte queste cose mi danno paura e tolgonmi speranza.
Dunque soccorri tosto, che io dubito che se troppo indugi, io non muoia di contraria morte che quella che apparecchiata m'hanno costoro, però che la molta paura m'ha già sì raffreddato il cuore, che egli gli è poco sentimento rimaso".
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Mentre che Biancifiore, ascoltando la crudele sentenza sì tacitamente fra sé si ramaricava piangendo, il re insieme con la reina e con molta altra compagnia vennero a vederla, già volendola i sergenti menare via.
Ma Biancifiore col viso pieno di lagrime voltata al reale palagio, il quale ella mai rivedere non credea, vide ad un'alta finestra il re e la reina riguardanti lei: allora più la costrinse il dolore, e con più amare lagrime s'incominciò a bagnare il petto.
Ma non per tanto così, com'ella poté, si sforzò di parlare, e con debole voce, rotta da molti singhiozzi di pianto disse: - O carissimo padre, re Felice, da cui io conosco l'onore e 'l bene che io per adietro ho ricevuto in casa tua e quello che ricevette la mia misera madre, essendo noi stranieri, rimani con la grazia degli iddii, tu e la tua compagna, i quali io priego che ti perdonino la ingiusta morte alla quale tu mi mandi sanza ragione.
E certo più onore vi tornava a tutti l'essere degnamente stati pietosi, che ingiustamente crudeli verso me, che mai a' vostri onori non ruppi fede; e ancora li priego che essi sieno a voi più prosperevoli che a me non sono stati -.
E dicendo Biancifiore queste parole, il siniscalco su un alto cavallo, con un bastone in mano sopravenne, e dando su per le spalle a' sergenti che la menavano, e a lei disse: - Via avanti, non bisognano al presente queste parole: priega per te, non per loro -.
Onde Biancifiore piangendo bassò la testa, andando oltre sanza più parlare.
Il re e la reina, che quelle parole aveano udite, alquanto più che l'usato modo costretti da pietà, cominciarono a lagrimare: e in tanto ne dolfe alla reina, che molto si pentì del malvagio consiglio che al re donato avea, e volontieri avrebbe tutto tornato adietro, se con onore del re e di lei fare l'avesse potuto.
I sergenti tiravano forte e vituperosamente Biancifiore verso la Braa, ove il fuoco apparecchiato già era; e ella che del cospetto dello iniquo re s'era piangendo partita, andava col capo basso, pianamente dicendo: "Oimè, Florio, ove se' tu ora? Deh, se tu m'amassi come tu già m'amasti e come io amo te, e sapessi che la mia vituperevole morte mi fosse sì vicina, che faresti tu? Certo io credo che tu porteresti grandissimo dolore: ma tu non m'ami più.
Io conosco veramente il tuo amore essere stato fallace e falso; che se perfetto e buono fosse stato, come è stato il mio verso di te, niun legame t'avrebbe potuto tenere a Montoro, che almeno non avessi al mio soccorso cercato alcuno rimedio, volendo sapere la cagione della mia morte da me, se lecita è o no; o solamente saresti venuto a vedermi inanzi ch'io morissi, mostrando che della mia morte portassi gravissimo dolore.
Oimè, che tu forse aspetti che io il ti mandi a dire, ma tu non pensi com'io posso, che non che mandare a dirtelo mi fosse lasciato, ma una picciola scusa non è voluta ascoltare da me, né consentito che ascoltata sia; avvegna che tu il sai, né ti potresti scusare che tu nol sapessi, però che, poi che io misera fui tratta di prigione, io ho tacitamente udito ragionare a molti che il duca e Ascalione per non vedere la mia morte se ne sono venuti costà, e so che essi t'hanno contato tutto il mio disaventurato caso, come coloro che 'l sanno interamente.
Dunque perché non mi vieni ad aiutare? Chi aspetti tu che si lievi in mio aiuto, se tu non vi ti lievi? Forse tu dubiti d'aiutarmi, dicendo: "Ella muore giustamente: leverommi io a volere difendere la ingiustizia?".
Certo tu se' ingannato, che non che gli uomini ma i bruti animali pare che ne parlino che la morte ch'io vo a prendere m'è ingiustamente data, e tu me ne se' principale cagione.
E se pur giustamente la ricevessi, pensando al grande amore che io t'ho sempre portato, non mi dovresti tu ragionevolmente aiutare e difendere da sì sozza morte, acciò che la gente non dicesse: "Colei, cui Florio amava cotanto, fu arsa"? E ancora ho udito affermare ad alcuni che per niuna altra cosa si partì Ascalion di qua, se non per venirloti a dire.
Ma quando egli mai non te l'avesse detto, il mio anello, il quale io ti donai quando da me ti partisti, non te lo dee aver celato, ma manifestamente col suo turbare ti dee aver mostrato le mie avversità; e credo che egli, del mio aiuto più sollecito di te, già te l'abbia mostrato.
Ma io dubito che tu negligente al mio soccorso ti stai costà, forse contento d'abbracciare o di vedere alcun'altra giovane, e, dimenticata me, hai de' miei impedimenti poca cura.
Onde io, dolorosa, sanza conforto per te mi morrò, avvegna che uno solo ne porterà l'anima mia agl'infernali iddii, o altrove che ella vada, che io veggio manifestamente ad ogni persona dolere della mia morte, e dire che io muoio per te, e per altra cosa no.
Ma se gl'iddii mi volessero tanta grazia concedere, ch'io ti potessi solamente un poco vedere anzi la mia morte, molto mi sarebbe a grado, e il morire meno noioso.
Dunque, o dispietato, che fai? Deh, vieni solamente a porgermi questa ultima consolazione, se l'aiutarmi in altro t'è noia".
Queste e molte altre parole andava fra sé dicendo Biancifiore, menata continuamente con istudioso passo alla sua fine.
Niuno era in Marmorina tanto crudele che di tale accidente non piangesse, e l'aere era ripieno di dolenti voci.
Ma ciascuno, non potendola più oltre che 'l piangere mostrare che di lei gli dolesse, dicea: - Gl'iddii ti mandino utile e tostano soccorso, o dopo la tua morte alloghino la tua graziosa anima nella pace de' loro regni -.
E giunti i sergenti al misero luogo dove era il fuoco acceso e ragunato infinito popolo per vedere, il siniscalco fece fare grandissimo cerchio, acciò che sanza impedimento i sergenti potessero il loro uficio fare.
Ma a Biancifiore corse agli occhi molto di lontano i due cavalieri, che già a lei s'avvicinavano per la sua difesa: e sanza sapere più avanti di loro essere che gli altri che quivi erano, imaginò che l'uno di costoro fosse Florio, il quale quivi alla diliberazione di lei fosse venuto.
Per la qual cosa, ricordandosi della 'mpromessa della santa dea, alquanto il naturale colore le ritornò nel viso, e cacciando da sé alquanto di paura, s'incominciò a riconfortare e a prendere speranza della sua salute.
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Florio e Ascalion, pervenuti al tristo luogo per grande spazio avanti che il giorno apparisse, affannati per lo perduto sonno, vaghi di riposarsi, Florio perché era giovane e non uso d'alcuna asprezza, e Ascalion per lunga età già tutto bianco, smontati ciascuno del suo cavallo, e legatolo a uno albero, dissero: - Qui alquanto ci riposiamo, infino a tanto che il nuovo giorno appaia -.
E cavatisi gli elmi e messisi gli scudi sotto il capo, cominciarono soavemente a dormire ciascuno di loro.
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O Florio, or che fai tu? Tu fai contro all'amorose leggi.
Niuno sonno si conviene al sollecito amadore.
Deh, or non pensi tu che cosa è il sonno, e come egli sottilmente sottentra ne' disiderosi occhi e negli affannati petti? Or ove sono fuggite le sollecite cure, che stringevano il tuo animo poco avanti? Ora elli ti soleva essere impossibile il dormire sopra i dilicati letti: ora come con l'armi indosso sopra la dura terra ti se' addormentato? Credi tu forse Biancifiore aver tratta di pericolo perché tu sii armato? Ella è ancora in quel pericolo che ella si fu avanti che tu t'armassi.
Ma forse tu credi il sonno a tua posta cacciare da te: ma pensa che tu dormendo niuna signoria hai: adunque porre non gli puoi termine, ma egli a sua posta si partirà.
E se alquanto ti tiene più che a Biancifiore non bisogna, a che sarà ella? Certo alla morte! Forse tu ti fidi che gl'iddii ogni volta ti deggiano con nuovi sogni destare? Forse non ti desteranno; e se ti destano, che grado alla tua sollecitudine, più tosto da dire pigrizia? Venus ha infino a qui fatto il suo dovere: se tu a quello ch'ella t'ha detto sarai pigro, ella si riderà di te, e terratti vile, e scherniratti con dovute beffe.
Deh, come tu male, se tu soperchio dormi, avrai adoperata la ricevuta spada! Ora non ti stringe amore? Or non t'è a mente Biancifiore? Ogni sollecitudine è testé da te lontana! Ma la misera Biancifiore, forse già fuori della cieca prigione, ode la non giusta sentenza data contro di lei, o forse è vilmente menata allo acceso fuoco; e ripetendo tutte quelle parole che a lei si convengono verso di te dire, va piangendo.
Or s'ella muore, che varrà la tua vita? Ella si potrà più tosto dire ombra di morte.
Ora se Biancifiore sapesse che un poco di sonno, sopravenuto ne' tuoi occhi, t'avesse fatto dimenticare li suoi affanni, or non avrebbe ella cagione di non amarti già mai, ma degnamente odiarti? E s'ella morisse, potendola tu aiutare, gran vergogna ti sarebbe, e veramente mai viver lieto non dovresti.
Dunque levati su, non vinca il sonno la debita sollecitudine, però che mai nullo pigro guadagnerà i graziosi doni.
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Nel piccolo spazio che Florio quivi adormentato stette, gli fu la fortuna molto graziosa, però che a lui parea, così dormendo, con le sue forze avere liberata Biancifiore da ogni pericolo, e con lei essere in un piacevole giardino, pieno d'erbe e di fiori, e di varii frutti copioso, allato a una chiara fontana coperta e circuita da giovanetti albuscelli, in maniera che appena i chiari raggi del sole vi potevano trapassare.
E quivi gli parea con lei sedere con due strumenti in mano sonando: e cantando amorosi versi, insieme si traevano allegra festa, talora recitando i loro fortunosi casi, e tal volta disiderosamente gli pareva abbracciar lei, e ch'ella abbracciasse lui, e dessorsi amorosi baci.
E già non lo allegrava tanto la gioiosa festa, quanto il parergli averla tratta di tanto pericolo, in quanto ella medesima gli avea nel sogno narrato ch'era stata.
E così Florio, che dormendo disiderava di non dormire, si stava, quando il giorno s'incominciò alquanto a rischiarare.
Allora l'altissimo prencipe delle battaglie, sollecitato dalla sua amica, discese del suo cielo, e sopra un rosso cavallo, armato quanto alcun cavaliere fosse mai, sopragiunse a costoro; e ismontato da cavallo, prese per lo braccio Florio, che ancora dormiva, e disse: - Ahi, cavaliere, non dormire, leva su: vedi colui, il cui figliuolo seppe sì mal guidare l'ardente carro della luce, che ancora si pare nelle nostre regioni, che già co' suoi raggi ha cacciate le stelle! -.
Allora Florio, tutto stupefatto subitamente si dirizzò in piè guardandosi dintorno, e forte si maravigliò, quando vide il cavaliere, che chiamato l'avea, che della rossa luce di che era coperto tutto parea che ardesse, e disse: - Cavaliere, chi siete voi che queste parole mi dite e che m'avete il dolce sonno rotto? -.
- Io sono guidatore e maestro delle celestiali armi - rispose Marte - e insieme sono in cielo iddio con gli altri, e sono qui venuto al tuo soccorso, però che novello cavaliere se' entrato sotto la mia guida.
Non dubitare, fatti sicuro, e te' questo arco con questa saetta: niuno tuo nimico ti sarà sì lontano, che con questa non l'aggiunghi, solamente che tu il vegga: folle è chi l'aspetta, ardito chi la saetta, e iddio è chi le fabrica; però tieni caro e l'uno e l'altro, acciò che donandoli non te ne avvenisse come alla misera Pocris, la quale molto più lunga vita aspettava, se guardata avesse la saetta che donò a Cefalo.
E quella spada, che la mia carissima amica ti recò, non dispregiare, ché niuna arme, fuori che le nostre, è che a' suoi colpi possa resistere.
L'ora s'appressa che noi dobbiamo cavalcare; chiama il tuo compagno, e andiamo -.
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Di questo cavaliere si maravigliò molto Florio, però che oltre alla misura degli uomini grandissimo il vedea, ferocissimo nel viso, e tutto rosso, con una grandissima barba, e sì lucente, che appena potea sostenere di mirarlo.
Ma udite le sue parole, rallegratosi molto di tale aiuto, quale era il suo, bassatosi in terra gli s'inginocchiò davanti, dicendo: - O sommo iddio, sempre sia il tuo valore essaltato, com'è degno; quanto per me si può, tanto più ti ringrazio del caro e buono arco che donato m'hai, e della tua compagnia, la quale a me indegno t'è piaciuto di farmi in questa necessità.
Per che io ti priego che tu, come promesso hai, così al mio aiuto sii avvisato in non abandonarmi, acciò che io, tornando a Montoro con l'acquistata vittoria, le mie armi nel tuo santissimo tempio divotamente doni -.
E questo detto, si dirizzò in piè, e chiamato Ascalion, disse: - Cavalchiamo, che tempo è, e a me pare già vedere empiere il tristo luogo di molta gente, e parmi vedere l'accese fiamme risplendere in mezzo di loro -.
Ascalion sanza indugio si levò, e vide ch'egli dicea vero.
Allora messisi gli elmi e presi gli scudi e le lance, montarono a cavallo seguendo Marte, che avanti loro cavalcava, verso quella parte dove Biancifiore dovea essere menata.
Ascalion che a Florio vedea portare il forte arco, disse: - O Florio, e chi t'ha donato questo arco, poi che noi venimmo qui? -.
- Certo - rispose Florio - l'alto duca delle battaglie, che qui davanti a noi cavalca, poco fa, dormendo io, mi chiamò, e donommi questo arco e questa saetta, e dissemi che noi cavalcassimo, allora che io ti chiamai -.
Disse Ascalion: - Dove è quel duca che tu di' che 'l ti donò? Io non veggio davanti a noi se non uno splendore molto vermiglio, del quale io t'ho voluto più volte domandare se tu il vedevi tu -.
Disse Florio: - Quegli è desso; io veggo lo splendore e lo iddio che dentro vi dimora -.
Allora disse Ascalion: - Ben ti dico che ora veggo che gl'iddii t'amano, e che tu dei pervenire a grandissimi fatti.
Quale vuo' tu della tua futura vittoria più manifesto segnale? Certo quella fiamma che apparve a Lucio Marzio sopra la testa, aringando elli a' disolati cavalieri in Ispagna per la morte di Publio Gneo Scipione, non fu più manifesto segno del futuro triunfo.
Né quella ancora che apparve a Tulio, ancora picciolo fanciullo, dormendo, nel cospetto di Tanaquila, fu più manifesto segnale del futuro imperio, che questo sia della diliberazione di Biancifiore.
Adunque confortati e prendi vigoroso ardire, seguendo le vestige del forte iddio.
E ora ciò che stanotte mi dicesti, sanza dubbio ti credo, ben che infino a qui molto dubitato n'abbia che vere non fossero le tue parole -.
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Così parlando e seguendo il celestiale cavaliere, pervennero al luogo dove le calde fiamme erano accese; e passati nel gran cerchio che il siniscalco avea già fatto fare dintorno al fuoco, si fermarono per vedere se alcuno dicesse loro alcuna cosa.
Ciascuno che nel piano era, veduta questa rossezza nel piano subitamente venuta, e non sappiendo che si fosse, dubitava, e niuno ardiva d'appressarsi; ma chi nel piano entrava, non sappiendo di che, avea paura.
Ma il siniscalco, che con rivolta redina avea ripreso il secondo cerchio maggiore per dare maggiore spazio a' sergenti, veduta la nuova luce, cominciò ad aver paura, molto in sé maravigliandosi e dubitando non questo fosse alcun segnale che gl'iddii avessero mandato in significanza della salute di Biancifiore.
Ma pure per non parere meno che ardito e per non isgomentare gli altri, passò avanti con non più sicuro animo che Cassio in Macedonia contra Ottaviano, veduta la figura di Cesare vestita di porpore venire contro a lui, tanto che pervenne ad esso sanza far motto, e a' due cavalieri che appresso gli stavano i quali Biancifiore molto di lontano avea veduti, e' con rabbiosa voce disse: - Signori, traetevi adietro -.
Allora Marte, rivolto a Florio, disse: - O giovane coperto delle nuove armi, ecco colui il quale tu dei oggi recare a villana fine; questi fia campione contra la verità: e veramente ha meritato ciò che da te riceverà, però che egli è colui che mise in effetto l'ordinato male da' tuoi parenti: rispondigli, né per lui di questo luogo ti muovere -.
Allora Florio si trasse avanti con tanta fierezza, quanta se quivi uccidere l'avesse sanza indugio voluto, e disse: - Cavalier traditore, né tu né altri mi farà di qui mutare, più che mi piaccia -.
Il siniscalco, crucciato e impaurito per la compagnia che con lui vedea, si tirò indietro con intendimento di tornargli adosso con più compagni; ma Florio, alzata la testa, e rimirando il piano, vide Biancifiore assai presso del fuoco, già da alcuno sergente presa per volerlavi gittare; e vedendola Florio vestita di nero, colei che solea essere perfetta luce del suo cuore, e vedendo i begli occhi pieni di lagrime, e i biondi capelli sanza alcuno maestrevole legamento attorti e avviluppati al capo, e le dilicate mani legate con forte legame, e lei in mezzo di vile e disutile gente, incominciò per pietà sotto il lucente elmo il più dirotto pianto del mondo, dicendo: - Oimè, dolcissima Biancifiore, mai non fu mio intendimento che nel mio padre tanta di crudeltà regnasse, che verso di te potesse men che bene adoperare, né mai credetti vederti a tal partito.
Ma unque gli iddii non m'aiutino, se tu non se' da me aiutata, o io insieme teco prenderò la morte, o tu e io insieme lietamente viveremo -.
E queste parole fra sé dette, ferì il cavallo degli sproni fieramente, rompendo la calcata gente, la quale già per la partita del siniscalco aveano riempiuta l'ampiezza del fatto cerchio da lui; e rifatto col poderoso cavallo nuovo e maggiore spazio, comandò a' sergenti, che già Biancifiore voleano gittare nel fuoco, che incontanente sciogliendole le mani la dovessero lasciare, né più avanti toccarla, per quanto il vivere fosse loro a grado.
Egli fu ubidito sanza dimoro; e i sergenti per tema tutti indietro si tirarono.
Allora Florio rivolto a lei con alta voce disse: - Giovane damigella, fugga da te ogni paura, ché gl'iddii, pietosi di te, vogliono che io ti difenda: dimmi qual sia la cagione per che il re t'ha fatta giudicare a sì crudele morte, come è questa che apparecchiata ti veggio, ché io ti prometto, che ragione o non ragione che il re abbia, infino che i miei compagni e io avremo della vita, per amore di Florio, cui io amo quanto me medesimo, e per amor della tua piacevolezza, ti difenderemo -.
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Vedendosi Biancifiore confortare dal cavaliere, lasciata da' sergenti, alzò il viso con gli occhi pieni di lagrime, e dopo uno amaro sospiro così disse: - O cavaliere, chi che tu sii, o mandato dagl'iddii in mio aiuto o no, come può egli essere che occulto ti sia il torto che fatto m'è? Oh, e' pare che le insensibili pietre, non che gli uomini, ne ragionino, per quello che io misera n'ho potuto comprendere venendo qua; ma poi che a voi è occulto, e piacevi di saperlo, io il vi dirò.
Ieri si celebrò in Marmorina la gran festa della natività del re Felice, al quale, con alquanti baroni sedendo a una tavola, io fui mandata dal siniscalco con un paone, il quale era avvelenato; e io di ciò non sappiendo niente, fatto quello d'esso che comandato mi fu, io il lasciai davanti al re, e torna'mene alla camera della reina: ove essendo ancora poco dimorata, io fui presa e messa in prigione con grandissimo furore.
E sanza volere essere in alcuno atto ascoltata, fui poco inanzi sentenziata a questa morte.
Ma se a' miseri si dee alcuna fede, io vi giuro per la potenza de' sommi iddii che questo peccato io non commisi, e sanza colpa mi conviene patire la pena.
Ma io vi priego, se voi siete amico di Florio, per amore del quale io credo che io sono fatta morire, che voi m'aiutiate e difendiate, acciò che io sì vilmente non muoia -.
Florio, il quale insieme riguardava e ascoltava intentivamente Biancifiore, piangendo continuamente sotto l'elmo, e guardandosi bene che del suo pianto niuno s'avvedesse, molto disiderava di farsi conoscere; poi per l'amaestramento della santa dea ne dubitava, ma finalmente così le rispose: - Bella giovane, confortati, che io ti prometto che tu non morrai, mentre che gl'iddii mi presteranno vita -.
E alzata la visiera dell'elmo, voltato verso il gran popolo che a vedere era venuto, disse così:
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- Signori, i quali qui adunati siete per vedere il disonesto e ingiusto strazio che di questa giovane alcuni vogliono fare, il quale, se spirito di pietà alcuno fosse in voi rimaso, dovreste fuggire di ciò vedere, a me brievemente pare, per le parole che io ho da lei intese, le quali io credo, e manifestamente appare quelle essere vere, che la sentenza data contro a lei sia nella presenza degli uomini e degl'iddii, falsa e iniquamente data, però che ella semplicemente portò quello che comandato le fu; ma il siniscalco, il quale gliel comandò, è colui che del male è stato cagione; per la qual cagione sopra lui e non sopra costei, cade questa sentenza.
E chi altro che questo ne volesse dire, o il siniscalco o altri per lui, io sono presto e apparecchiato di difendere che quello ch'io ho detto sia la verità, e in ciò arrischierò la persona e la vita, imperciò che la manifesta ragione mi stringe ad essere pietoso della ingiusta ingiuria fatta a costei; e, d'altra parte, io sono distrettissimo e caro amico di Florio, e ella per amore di lui mi priega ch'io l'aiuti e difenda nella ragione: e io così son presto di fare, e in ragione e in torto, contro a chiunque la vuol far morire, però che se altro ne facessi, molto alla cara amistà mi parrebbe fallire, e ogni uomo mi potrebbe di ciò giustamente riprendere -.
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Assai nobili uomini erano ivi presenti, e massimamente v'erano la maggior parte di quelli che vantati s'erano al paone, a' quali molto di Biancifiore dolea: i quali queste parole udendo, tutti dissero che il cavaliere dicea bene, e che ragionevole cosa era che 'l siniscalco, o altri per lui, sua ragione, contro a quelli che la contradicea, difendesse.
E di ciò mandarono al re sofficienti messaggeri subitamente, contenti tutti sanza fine di tale accidente, favoreggiando Biancifiore in quanto poteano.
E alcuno di quelli giudici che sentenziata l'aveano, trovandosi ivi presente, udite le parole di Florio, comandò che più avanti non si procedesse, infino a tanto che 'l cavaliere non avesse suo intendimento provato.
Ma il siniscalco, che dentro di rabbiosa ira tutto si rodea, veggendo che Biancifiore aveva aiuto e che di consentimento di tutti all'opera si dava indugio e che il cavaliere sì vituperose parole aveva dette di lui, incominciò a bestemiare quella deità che avuto avea potere d'indugiare tanto la morte di Biancifiore, e che per inanzi se ne inframettesse in non lasciarla morire e così bestemiando si trasse avanti, e disse: - Il cavaliere mente per la gola di tutto ciò che ha detto; ché Biancifiore dee ragionevolemente morire, e sì morrà ella in dispetto di lui e di Florio, per cui richiamata s'è, e di qualunque iddio la ne volesse aiutare -.
E comandò a' sergenti che incontanente la mettessero nel fuoco, e lasciassero dire il cavaliere: che, se difendere la volea, fosse venuto avanti che la sentenza fosse data, ché omai tornare non si può ella indietro per cosa che alcuno dica.
Florio si volse subito a' sergenti, dicendo: - Nullo di voi la tocchi per quanto la vita gli è cara: lasciate abbaiare questo cane quanto egli vuole; se egli disidera di farla morire venga avanti egli a toccarla -.
Allora Massamutino, enfiato e pieno di mal talento, spronò il cavallo adosso a Florio, e disse: - Villan cavaliere, chi se' tu che sì contrari la nostra potenza con sì oltraggiose parole? Poco che tu parli più avanti, io ti farò prendere e ardere con lei insieme.
Via, levati di qui incontanente -.
Florio non potendo più sostenere, alzò allora la mano, e diedegli sì gran pugno in su la testa, che quasi cadere lo fece sopra l'arcione della sella tutto stordito; e questo fatto rizzatosi sopra le strieve, e accostatosi a lui, preso l'avea sotto le braccia per gittarlo dentro all'acceso fuoco; ma molti furono gli aiutatori, quasi più per iscusa di loro che per buona volontà, i quali se stati non fossero, finita era quivi la rabbia del siniscalco.
Ma trovandosi egli dilibero da Florio, voltate le redini del corrente destriere, avacciandosi n'andò al real palagio; e venuto nella presenza del re vi trovò alcuni mandati da' nobili uomini che udite aveano le parole di Florio, i quali da parte loro gli recitavano l'accidente.
A costoro ruppe il siniscalco il parlamento, giungendo furioso, e così disse: - Ahi, signor mio, ascolta le mie parole.
Là alla Braa è venuto il più villan cavaliere che unque portasse arme, insieme con un compagno, tutti armati, e dice che provare mi vuole per forza d'arme che la sentenza, da' vostri giudici data contro a Biancifiore, sia falsa, e ch'ella non debbia morire intende, e a me, che disarmato a' suoi intendimenti resistea, ha fatto villania e oltraggio; e certo ivi era presente Parmenione, Sara, e altri uomini a voi suggetti sì com'io, i quali più tosto disaiuto che soccorso mi porsero, svergognando voi e la vostra potenza, favoreggiando Biancifiore.
E il cavaliere ha detto ch'è fedelissimo e distretto amico di Florio, onde Biancifiore per parte di lui gli s'è richiamata: per la qual cosa è del tutto fermo di mai sanza battaglia non partirsi, e di scampar lei o di morire egli.
Onde io vi priego carissimamente che a me voi concediate questo dono della battaglia, rinnovandomi arme e cavallo, acciò ch'io possa principalmente con la mia spada il vostro onore e intendimento servare, e appresso vendicare la ricevuta onta.
Io porto speranza negl'iddii e nelle mie forze che sanza dubbio con vittoria vi menerò preso il villan cavaliere, che tanto ha oggi vostra potenza dispregiata -.
[63]
Niente piaceano al re tali novelle, ma con dolente animo l'ascoltava, e fra sé dice: "Deh! or chi ha sì tosto a Florio queste cose rivelate, che egli sì subito soccorso mandato l'ha? E chi potrebbe essere stato amico di Florio tanto stretto, che per lui a tal pericolo si mettesse? Non so.
O iddii, maladetta sia la vostra potenza, la quale non ha potuto sostenere ch'io rechi a perfezione un mio intendimento!".
E poi che egli ebbe per lungo spazio rivolte per la mente le non piacevoli cose, sospirando rispose: - Non so chi si sia questi che il mio intendimento s'ingegna d'impedire; ma sia chi vuole, che forse egli morrà e Biancifiore non camperà -.
E poi soggiunse: - Siniscalco, a me pare l'ora molto alta a volere combattere, e te sento oggi molto affannato, e però rimangasi per questo giorno la battaglia.
Va, e fa convitare il cavaliere e onorarlo infino al mattino; poi, quando il sole con più tiepido lume ritornerà, combatterete, poi che negare non gli possiamo la battaglia -.
- Sire - rispose il siniscalco, - in niuna maniera può oggi rimanere la battaglia, però che il cavaliere che là dimora è di sì fiero coraggio e ardimento, che con qualunque persona volesse Biancifiore toccare, converrebbe che con lui combattesse, o lei lasciasse stare; né alcuno v'è a cui della morte di Biancifiore non incresca, né che più tosto in aiuto di lei non mettesse la persona, che in suo danno dicesse una sola parola, fuori solamente io, che da' vostri piaceri e comandamenti mai non mi partii né partirò; e però se voi mi concedete che io oggi combatta, io combatterò, e se non, se io ne vorrò far venire Biancifiore alla prigione, io so che combattere mi converrà.
Priegovi che adunque voi la mi concediate ora, poi che io sopra lui sono animoso -.
[64]
Rispose allora il re: - Poi ch'egli è come tu mi di', e la battaglia non si può oggi cessare, va e prendi l'arme e qualunque de' nostri cavalli più ti piace, e fa che onore acquisti con vittoria: pensa che nelle tue mani dee stare oggi la perfezione del nostro avviso, e la verità delle nostre bocche si dee con la forza del tuo braccio osservare.
Ma acciò che la fortuna con non pensato infortunio il nostro intendimento non recida, se ti parrà di potere fare, comanderai a' tuoi sergenti che mentre la gente attenta dimora a vedere la vostra battaglia, che essi subitamente gittino Biancifiore nell'acceso fuoco; poi, questo fatto, della tua vittoria non ti curare guari -.
- Questo sarà a mio potere fornito - rispose il siniscalco, e partissi da lui.
[65]
Prese adunque il siniscalco quelle armi e quel cavallo che migliore si credette che fosse per tornare al campo; ma la dolente Biancifiore, né campata né al tutto dannata rimasa, quivi si stava intra' due continuamente piangendo; e poco valeva che Florio, il quale dal suo lato mai non si partiva, la confortasse, posto che se saputo avesse che colui che sì pietosamente la confortava fosse stato Florio, ella avrebbe tosto mutato il doloroso pianto in amoroso riso, non curandosi del pericolo nel quale esser le parea.
Ella dimandava sovente: - O cavaliere, che è di Florio? Quanto è che voi il vedeste? -.
E ogni volta al nominar Florio, più forte piangea.
E Florio le rispondea: - Giovane donzella, in verità che la passata sera il vidi e con lui dimorai per grande spazio a Montoro, là ove io poi il lasciai faccendo sì grandissimo pianto e duolo di ciò che avvenuto t'è, che niuna persona il potea né può racconsolare.
Egli caramente mi pregò che io dovessi qui sanza dimoro venire a liberarti di questo pericolo; e egli sanza fallo ci sarebbe venuto, se non che io nol lasciai, però che io credo fermamente che se egli ti vedesse in tale maniera, forte sarebbe che egli o per grieve doglia non morisse, o per quella il natural senno perdesse.
Ma molto ti manda pregando che tu ti conforti per amore di lui e che tu il tenghi a mente, come egli fa te, che mai per bellezza d'alcuna altra giovane non ti poté né crede poter dimenticare -.
Assai piacevano a Biancifiore queste parole, e molto in sé se ne confortava, e poi fra sé dicea: "Deh, chi è questo sì caro amico di Florio, che qui al mio soccorso è venuto? Or nol conosco io? Io soglio conoscere tutti coloro che amano Florio".
E mentre questo fra sé ragionava, sempre guardava l'armato cavaliere nel viso, e quasi alcuna ricordanza le tornava d'averlo altre volte veduto; ma l'angoscia e la paura che per lo petto e per la mente le si volgeano, non lasciavano alla estimativa comprendere niuna vera fazione di Florio: e, d'altra parte, Florio per l'armi e per le lagrime aveva nel turato viso perduto il bel colore, il quale mai, avanti che a Montoro andasse, non s'era nel cospetto di Biancifiore cambiato.
E volendolo ella domandare del nome, Massamutino apparve sopra il campo tutto armato con due compagni, ciascuno sopra altissimo destriere a cavallo, l'uno de' quali li portava uno forte scudo avanti, nel quale un leone rampante d'oro in uno azzurro campo risplendea, e l'altro una corta lancia e grossa con un pennoncello a simigliante arme: per la qual cosa la gente tutta cominciò a gridare e a dare luogo, dicendo: - Ora vedremo che fine avrà l'orgoglio del siniscalco -; e questo tolse a Biancifiore con subito tremore il non potere più parlare col cavaliere.
Ma Florio sì tosto come questo udì, bassata la visiera dell'elmo, disse: - O giovane, fatti sicura che 'l tempo della tua liberazione è venuto - e voltato al forte iddio e ad Ascalion, disse: - O somma deità nascosa nella vermiglia luce, e tu, caro compagno, ecco il mio avversario: alla battaglia non può essere più indugio.
Io vi priego che questa giovane vi sia raccomandata, sì che, mentre che io combatterò, alcuna ingiuria fatta non le fosse -.
E dette queste parole, ripresa la sua lancia, si fermò, quivi aspettando Massamutino con sicuro cuore.
[66]
Massamutino non fu prima in sul campo, che egli si fece chiamare alquanti de' sergenti, quelli in cui più si fidava, e così pianamente disse loro: - Sì tosto come voi vedrete che la gente starà tutta attenta a vedermi combattere col cavaliere, che difender vuole questa falsa femina, e voi allora prestamente la prenderete e gitteretela nel fuoco, acciò che, se io ho vittoria, noi ce ne siamo più tosto spediti, e se io non avessi vittoria, che per la mia poca forza non perisca la giustizia -.
I sergenti risposero che ciò sanza alcuno fallo sarà fatto.
Allora il siniscalco prese lo scudo e la lancia, e cavalcò avanti tanto che davanti a Florio pervenne, a cui egli disse così: - O villan cavaliere, ecco chi abasserà la tua superbia; e se tu contro alla vera sentenza, data giustamente sopra la persona di questa iniqua e vil femina qui presente, vuoi dire alcuna cosa, io sono venuto per farti con la mia spada riconoscere il tuo errore -.
A cui Florio rispose: - Iniquo traditore, la mia spada non taglia peggio che la tua, e quella gola per la quale tu menti oggi il proverà, sì come io credo; e a ciò gl'iddii m'aiutino, sì come campione e difenditore della verità, e però tra'ti adietro, e, quanto vuoi, del campo prendi, ché poi che armato se', l'offenderti non mi si disdirà -.
[67]
Sanza più parole ciascuno si trasse adietro quanto a lui piacque, acconciandosi ciascuno per offendere l'altro.
Ma certo la paura del misero Icaro, volante più alto che il mezzo termine posto dal maestro padre, non fu tale quando sentì la scaldata cera lasciare le commesse penne, quale fu quella di Biancifiore, quando il grande grido si levò: - Ecco il siniscalco! -.
Ella non morì, e non rimase viva: se alcuno colore l'era nel viso ritornato, o rimaso, tutto si fuggì, e quasi ogni sentimento del corpo abandonò le sue parti, e l'anima si ristrinse nell'ultime parti del cuore, e quasi la volle abandonare; ma poi che la vita tornò igualmente per tutti i membri, ella, inginocchiata in terra, incominciò a dire, alzato il viso verso il cielo: - O sommo Giove, il quale con le tue mani formasti i cieli insieme con tutte l'altre creature, e in cui ogni potenza è fermamente, se tu ad alcuni prieghi ti pieghi, riguarda in me misera, e se io alcuna pietà merito, porgimi il tuo aiuto, sì come facesti al vecchio Anchise, quando sano sanza alcuno impedimento de' crudeli fuochi dell'antica Troia il traesti.
Deh, non volgere i tuoi pietosi occhi in altra parte, riguarda a me: io sono tua creatura, e nella tua misericordia spero.
A te niuna cosa è nascosa: tu sai se io ho avuta colpa in ciò che costoro ingiustamente m'appongono.
O signor mio, aiutami e aiuta chi per me s'affanna; non si tinga oggi la spada d'Astrea nello innocente sangue.
Dà vigore al mio cavaliere, il quale forse più per lei, che per amore di me o d'altrui, s'ingegna di avere vittoria; e non abandonare me misera posta in tanta tribulazione -.
[68]
Quando i due cavalieri si furono allungati ciascuno l'uno dall'altro quanto a loro parve, e voltate le teste de' cavalli con presta mano l'uno verso l'altro, allora s'accostò Marte a Florio, e disse: - Giovane cavaliere, qui si parrà quanto sia il valore del tuo ardito cuore: fa che tu seguiti nelle tue battaglie gli amaestramenti del tuo compagno -.
E questo detto, con la sua mano gli alzò la visiera dell'elmo, e alitogli nel viso, e poi gliele richiuse, e acconciandogli in mano la forte lancia, disse: - Muovi, che già il tuo nemico è mosso -.
Florio sospirando riguardò verso quella parte dove Biancifiore dimorava, e appresso ferì il corrente destriere con i pungenti sproni, dirizzandosi verso Massamutino, che inver di lui correndo veniva con la lancia bassata.
Ma già non parve alla circustante gente che un cavaliere si movesse, ma una celestiale folgore.
Egli nella sua mossa fece tutto il campo risonare e fremire, e giugnendo sopra il siniscalco, sì forte con la sua lancia il ferì nella gola, che quella ruppe, e lui miseramente abbatté nel campo sopra la nuova erbetta, passando avanti.
E appena avea ancora il colpo fornito, quando i sergenti, veggendo la gente attenta più a riguardar loro che Biancifiore, s'accostarono per voler prendere lei e farne come il siniscalco avea comandato.
Ma Marte, che di ciò si accorse, sfavillando corse in quella parte, e lei nella sua luce nascose, faccendo loro impauriti tutti di quindi fuggire.
Il romore fu sì grande nel campo per la caduta del siniscalco, che lui stordito fece risentire: il quale ritrovandosi in terra ancora con la sua lancia in mano sanza avere ferito, e riguardandosi intorno, e vedendo il nimico suo a cavallo tornare verso di lui, tutto isbigottì, dicendo: - Oimè, or con cui combatto io? Quelli non mi pare uomo: voglio io provare le forze mie con gl'iddii? Già mi manifestò il cuore stamane, incontanente che io vidi la vermiglia luce, che quello era segno di soccorso divino a Biancifiore.
Io veggio costui che d'iniquità o d'altro arde tutto nel primo aringo: or che farà egli quando più sarà riscaldato nella battaglia? S'egli è iddio, io non gli potrò resistere; s'egli è uomo, molto mi sarà duro alla sua fierezza contrastare.
Volontieri vorrei di tale impresa esser digiuno, ma più non posso -.
E così dicendo, prestamente si dirizzò, e volontieri si saria partito se potuto avesse; e, traendo fuori la spada, disse: - Faccino di me gl'iddii che loro piace: io pur proverò s'egli è così fiero con la spada in mano come con la pungente lancia, avanti che io, sanza aver bagnata la terra del mio sangue, mi voglia vituperosamente chiamare vinto -.
In questo Florio s'appressò verso di lui e disse: - Cavaliere, certo mala pruova ci fa il tuo orgoglio, e già del primo assalto stai male -.
Disse il siniscalco: - Niente sto peggio di te, se io fossi a cavallo; ma già questo vantaggio non avrai tu da me -.
E questo dicendo, subitamente alzò la spada per ferire Florio sopra la testa, ma il colpo fu corto e discese sopra il collo del buon cavallo, al quale niuna resistenza valse che non partisse la testa dal busto, e cadde morto.
Florio, vedendo il colpo, saltò tantosto a terra del cavallo, e acceso d'ira, tratta fuori la celestiale spada, andò verso di lui, e sì forte col petto l'urtò, che fatto il credette avere cadere, ma egli forte si ritenne pettoreggiando lui, non lasciandoselo da quella volta inanzi più accostare, ma ferendolo continuamente di gravi e spessi colpi.
Florio ricevea sopra il rilucente scudo le molte percosse, quasi lui poco o niente ferendo; ma, stando sempre a riguardo, intendea di volere tutti i suoi colpi in uno recare, acciò che per molto ferire la celestiale spada non fosse avvilita.
E quando luogo e tempo gli parve, avvisandolo in quella parte nella gola là ove la lancia avea le armi guastate, alzato il braccio sì forte il ferì, che alcuna arme non gli giovò che egli non gli ficcasse la spada assai nelle nude carni: e se il colpo fosse stato traverso, come fu diritto, oppinione fu di tutti che tagliata gli avrebbe la testa.
Per questo colpo cadde il siniscalco, e tutti fermamente credettero che egli fosse morto: per la qual cosa il romore si levò grande: - Morto è il siniscalco, e liberata è Biancifiore -; e di ciò tutti rendeano grazie agl'iddii e faceano festa.
Mentre il gran romore si facea, il siniscalco, che per quel colpo morto no, ma istordito era, si dirizzò tacitamente, e salito sopra un cavallo, il quale apparecchiato gli fu, incominciò a fuggire.
Ma Florio, che verso Biancifiore se n'era andato, voltato per lo romore che la gente gli facea dietro, vedendolo fuggire, quasi niente gli parve avere fatto, però che morto il credeva avere lasciato: allora mise mano al suo arco, un poco in se medesimo turbato, e postavi la saetta, l'aperse, saettandogli appresso, e disse: - Sanza nostro affanno questa ti giugnerà più tosto che tu non credi -.
E lui fuggente ferì di dietro nelle reni: niuna arme fece alcuna resistenza a quel colpo, ma passando dentro, mortalmente il piagò.
Onde il siniscalco, sentendo il duolo, quivi si fermò, dove Florio tutto a piè venuto il prese per la irsuta barba e tirandolo villanamente a terra del cavallo, infino all'acceso fuoco, nel cospetto di Biancifiore, cui Marte avea già della sua luce tratta, lo strascinò, insanguinando il piano con le sue piaghe; al quale, quivi giunto, disse: - Malvagio e iniquo traditore, se tu vuoi a noi di te porgere alcuna pietà, narra davanti a tutto questo popolo in che maniera il veleno, del quale questa innocente giovane fu accagionata, fu mandato davanti al re -.
A cui il siniscalco così rispose: - Poi che gl'iddii v'hanno questa vittoria conceduta, e piace loro che la verità sia manifesta, io, la cui vita è nelle vostre mani, avvegna che poca rimasa me ne sia, il vi dirò come io potrò.
Fatemi dirizzare in piè e sostenere ad alcuni, acciò che io stando alquanto alto possa da tutti essere udito e veduto -.
Fecelo Florio sostenere a' suoi sergenti medesimi, e egli così incominciò a dire:
[69]
- Egli è vero, o signori, che ancora non ha gran tempo, io amai sopra tutte le cose del mondo Biancifiore, e amandola molto, pregai il re, mio naturale signore, che gli piacesse di congiungerla meco per matrimonial legge, il quale liberamente mi promise di farlo; ma poi dicendo ad essa che me per marito donare le volea, ella rispose che sì vile uomo com'io era mai a suo potere non l'avrebbe, e che da ciò la dilungassero gl'iddii; e poi piangendo, gittandoglisi a' piedi il pregò che gli piacesse che egli non la mi desse: onde egli mosso a pietà di lei, che come figliuola l'amava, disse: "Non piangere, che io nol ti donerò".
Io, risappiendo queste cose, molto mi turbai, e quello amore ch'io le portava si convertì in odio, e sempre pensai come io vituperosamente la potessi o far morire o far che cacciata fosse; onde iermattina celebrandosi la gran festa della natività del re, io feci cuocere e segretamente avvelenare quel paone, il quale io poi a lei feci portare alla real mensa; e questo feci acciò che ella venisse a questa morte, dalla quale questo cavaliere vincendo l'ha scampata -.
[70]
Guardossi assai il siniscalco di non dire alcuna cosa del re, però che campare credea, ché non volea rimanere nella disgrazia sua; e di ciò fu ben contento Florio, che la nequizia del suo padre non fosse sì manifestamente saputa.
Ma sì tosto come Massamutino tacque, ogni gente cominciò a gridare: - Muoia, muoia! -.
E Marte, che udite avea queste cose, con alta voce, non essendo da alcuno veduto se non da Florio, disse: - Sia questa l'ultima ora della sua vita: gittalo in quel fuoco ove egli fatta avea giudicare Biancifiore, acciò che la giustizia per noi non patisca difetto.
Di così fatti uomini niuna pietà si vuole avere -.
Florio, udita questa voce, ripresolo per la barba, il gittò nel presente fuoco.
Quivi con grandissime grida e con grieve doglia finì il siniscalco miseramente la sua vita ardendo.
[71]
Fu da molti la novella portata con lieto viso al re Felice della morte del siniscalco e della liberazione di Biancifiore: e chi la vi portò credendolo rallegrare, e chi per lo contrario.
E narrandogli molti per ordine ciò che stato era nel campo tra' due cavalieri, e ancora il miracolo della vermiglia luce, e ciò che confessato avea il siniscalco avanti la sua morte, il re in atto fece vista di maravigliarsene molto, ma gravosa e sanza comparazione noiosa gli era all'animo tal novella; ma per non scoprire ciò che infino a quell'ora avea con fermo viso tenuto celato, con atto lieto si mostrò contento di ciò che avvenuto era, e così disse: - In verità che a me molto è a grado che Biancifiore sia da tal pericolo scampata, poi che colpabile non era, però che io l'amo quanto cara figliuola, avvegna che assai mi duole della morte del mio siniscalco, il quale io infino a qui per leale uomo e valoroso avea tenuto.
Ma poi che tanta malvagità occultamente in lui regnava, alquanto mi contento che a tal fine sia pervenuto.
E se io voglio ben considerare tutto ciò che da voi m'è stato detto, io veggo manifestamente me essere molto tenuto agl'iddii nostri; e similemente conosco me da loro molto essere amato, veggendo che essi inver di me tanta benivolenza dimostrano, che essi non sofferano che nella mia corte alcuna iniqua cosa sanza punizione si faccia, per la quale la mia etterna fama potesse da alcuno ragionevolmente essere contaminata -.
[72]
Avendo Florio gittato il siniscalco nelle ardenti fiamme, egli fece Biancifiore montare sopra un bel palafreno.
E accompagnando il grande iddio e egli e Ascalion con molti altri compagni verso il reale palagio, ella ancora quasi paurosa, che appena potea credere essere fuori del tristo pericolo, si voltò tutta tremante a Florio, e disse: - O signor mio, or dove mi menate voi? Voi m'avete tratta d'un pericolo, e riportatemi in luogo che è pieno di molti.
Deh, perché volete voi avere perduta la vostra fatica? Io non sarò prima là, che, come voi vi sarete partito, io mi sarò a quel pericolo che io m'era quando io molto di lontano vi vidi, avvisando che in mio aiuto foste venuto.
Deh, se voi siete così amico di Florio come voi dite, e come l'operazioni dimostrano, perché non me ne menate voi a lui a Montoro? Io non dubiterò di venir con voi ovunque voi mi menerete, solo ch'io creda trovar lui.
Egli sarà più contento che voi mi rendiate a lui, che se voi mi rendete al suo padre -.
A cui Florio rispose: - Piacevole donzella, non dubitare: gl'iddii e Florio vogliono che tu sii renduta ora al re Felice, acciò che del suo fallo egli si riconosca; ma renditi sicura che più da lui tu non avrai altro che onore.
E io, quando tornerò a Montoro, farò sì che Florio verrà tosto a vederti, o egli manderà per te -.
E mentre che così ragionando andavano, pervennero al reale palagio in Marmorina.
Quivi smontati nella gran corte, Florio prese Biancifiore per mano, e così la menò nella sala davanti allo iniquissimo re, che ancora parlava con coloro che raportate gli aveano le novelle della morte del siniscalco.
Il quale, vedendogli venire, si fece loro incontro, a cui Florio disse: - Sire, io vi raccomando questa giovane, la quale io, con la forza dell'iddii e con la mia, della iniqua sentenza ho liberata; e per parte di Florio, per amore di cui io a questo pericolo, aiutando la ragione, mi sono messo, ve la raccomando e vi priego che più sopra di lei non troviate cagioni che faccino ingiustamente la morte parere giusta, come ora faceste, però che la verità pur si conosce infine, e degna infamia ve ne cresce: e appresso, quando la morte di colei, la quale innocente e giusta da tutti è conosciuta, e da voi più che da alcuno altro, cercate, insieme quella di Florio domandate: però tenetela omai più cara che infino a qui fatto non avete -; e datagliele in sua mano si tirò adietro.
[73]
Con lieto viso la prese il re, e abbracciatala come cara figliuola la baciò in fronte, e ella, savissima, incontanente piangendo si gittò in terra, e baciogli i piedi, e poi in ginocchie levata disse: - Padre e signore mio, io ti priego che se mai in alcuna cosa ti offesi, che tu mi perdoni, ché semplicità e non malizia m'ha fatto in ciò peccare; e priegoti che del tutto dell'animo ti fugga che io in questo fallo, per lo quale condannata fui, avessi colpa: e avanti che mai tal pensiero mi venisse, mi mandino gl'iddii subitana morte.
Chi fu quelli che in ciò fallì, a tutto il tuo popolo è manifesto, e però, caro padre e signore, rivestimi della tua grazia, della quale ingiustamente fui spogliata -.
Il re la prese per la mano e fecela dirizzare in piè, e la seconda volta con segno di molto amore l'abbracciò, dicendo: - Mai a me non fosti graziosa e cara quanto ora se', e però ti conforta -.
E rivolto a Florio, disse: - Cavaliere, ignoto m'è chi tu sia, ma però che di' che amico se' di Florio, nostro figliuolo, e ciò per le tue opere è ben manifesto, e per amore, ché n'hai con la tua spada illuminato e fattaci conoscere la verità, la quale a' nostri occhi sanza dubbio era occulta, e hai per questa chiarezza levata da tanto e tale pericolo costei, la quale quanto figliuola amo, tu mi se' molto caro, e sanza fine disidererei di conoscerti, quando noia non ti fosse; e dicoti che a me tu hai troppo piaciuto, avendo chi il peccato avea commesso così debitamente punito, dando acerba pena allo iniquo fallo, per la qual cosa sempre tenuto ti sarò; e promettoti per quella fede che io debbo agl'iddii, che per amore di Florio e di te la giovane sempre mi fia raccomandata.
E non voglio che nell'animo ti cappia che io della giudicata morte non fossi molto dolente; e certo a tutti costoro poté essere manifesto il mio viso e 'l petto pieno di lagrime, quando sentenziare la udii; e se la pietà si dovesse antiporre alla giustizia, certo ella non sarebbe mai di qua entro per sì fatta cagione uscita -.
[74]
- A me - rispose Florio - non è al presente licito di dirvi chi io sia, e però perdonatemi; e quando vostro piacere fosse, io volontieri mi partirei co' miei compagni -.
- Poi che sapere non posso chi tu se', va, che gl'iddii ognora in meglio ti prosperino -.
Allora Florio piangendo guardò Biancifiore, che ancora piangea, e disse: - Bella giovane, io ti priego per amor di Florio che tu ti conforti, e rimanti con la grazia degl'iddii -.
E detto questo, e preso commiato dal re, smontò le scale, e risaliti sopra i loro cavalli, egli e Marte e Ascalion, de' quali nullo era stato conosciuto, si misero al camino.
E pervenuti che furono a quel luogo dove Marte destato avea Florio, e Marte, voltato verso di lui, si fermò e disse: - Omai tu hai fatto quello per che io discesi ad aiutarti; però io intendo di tornare ond'io discesi, e tu col tuo compagno ve n'andrete a Montoro -.
Florio e Ascalion, udite queste parole, incontanente smontati da cavallo gli si gittarono a' piedi, ringraziandolo quanto a tanto servigio si convenia; e porgendogli divote orazioni, egli subitamente loro sparve davanti.
Rimontarono adunque costoro a cavallo e porgendo loro il sole chiara luce, in brieve ritornarono a Montoro.
[75]
Poi che pervenuti furono a Montoro, i due cavalieri, sanza alcuno romore o pompa, quanto più poterono celatamente al tempio di Marte smontarono, e passati dentro a quello fecero accendere fuochi sopra i suoi altari, ne' quali divotamente misero graziosi incensi: e fattisi disarmare, le loro armi offersero a' santi altari in riverenza e perpetuo onore del valoroso iddio.
E appresso rivestiti di bianchissimi vestimenti se n'andarono al tempio di Venere, ivi molto vicino, tutti soletti e quello fatto aprire, uccise con la sua mano un giovane vitello, le cui interiora con divota mano ad onor di Venere mise negli accesi fuochi.
Le quali cose faccendo Florio, per tutto il tempio si sentì un tacito mormorio dopo il quale fu sopra i santi altari veduta la santa dea coronata d'alloro, e tanto lieta nel suo aspetto, quanto mai per alcuno accidente fosse veduta, e con sommessa voce così cominciò a dire: - O tu, giovane sollecito difenditore delle nostre ragioni, agl'iddii è piaciuto che io ti debbia porgere la corona del tuo triunfo, acciò che tu per inanzi ne' nostri servigii e nelle virtuose opere prenda migliore speranza, e più ferma fede nelle nostre parole -; e detto questo, con le propie mani presa la corona del suo capo, ne coronò Florio.
Allora Florio, in sé di tanta grazia molto allegro, cominciò così a dire: - O santa dea, per la cui pietà tutti coloro che a' loro cuori sentono i dardi del tuo figliuolo, come io fo, sono mitigati, quanto il mio potere si stende, tanto ti ringrazio di questo onore, il quale tu con la divina mano porto m'hai.
Ma però che più la tua potenza che 'l mio valore adoperò nella odierna battaglia, io di questa corona al tuo onore ornerò i tuoi altari -.
E questo detto, trattasi la corona della testa, sopra i santi altari con grandissima reverenza la pose, e dirizzossi; e uscito del santo tempio, niuno altro in Montoro ne rimase che da lui visitato non fosse, e onorato con degni sacrificii.
La qual cosa fatta, egli e Ascalion, tornati al palagio del duca così freschi come se mai arme portate non avessero, montarono nella sala, ove trovarono il duca con molti altri, i quali tutti si maravigliavano e ragionavano quello che di Florio potesse essere, che veduto non l'aveano quel giorno.
Il quale quando il duca il vide, lietamente andandogli incontro l'accolse, dicendo: - Dolce amico, e dove è oggi vostra dimora stata, che veduto non v'abbiamo? Certo noi eravamo tutti in pensiero di voi -.
A cui Florio faccendo grandissima festa disse: - In verità io sono stato, e Ascalion con meco, in un bellissimo giardino con donne e con piacevoli damigelle in amorosa festa tutto questo giorno -.
- Ciò mi piace - disse il duca, - e questa è la vita che i valorosi giovani innamorati deono menare, e non darsi in su gli accidiosi pensieri, consumandosi e perdendo il tempo sanza utilità alcuna -.
[76]
Il re Felice, che con altro cuore avea Biancifiore da Florio ricevuta che il viso non mostrava, la menò alla reina, e disse: - Donna, te, ecco la tua Biancifiore, la cui morte agl'iddii non è piaciuta.
Guardala e siati cara, poi che i fati l'aiutano: forse che essi serbano costei a maggior fatti che noi non veggiamo -.
La reina con lieto viso e animo la prese, contenta molto che diliberata era da quella morte; e fattole grandissimo onore e festa, e rivestitala di reali vestimenti, con lei insieme visitò tutti i templi di Marmorina, rendendo debite grazie e faccendo divoti sacrificii a ciascuno iddio o dea che da tal pericolo campata l'aveano.
E così, avanti che al real palagio tornassero, niuno iddio sanza sacrificii rimase, se non Diana, la quale ignorantemente dimenticata aveano.
Ma ritornati a' palagi, Biancifiore in quella benivolenza e grazia ritornò del re e della reina, e di tutti, che mai era stata, ognora in meglio accrescendo, con loro non mostrando che di ciò che ricevuto avea ingiustamente si curasse o ne portasse animo ad alcuno, ma ancora, sanza farne alcuna menzione o ricordanza, pianamente e benignamente si passava con tutti.
LIBRO TERZO
[1]
Ritornato Florio a Montoro, lieto per la campata Biancifiore non meno che per l'avuta vittoria, avendo ancora gli occhi alquanto della lunga sete sbramati, prendendo riposo del ricevuto affanno, incominciò a menar lieta vita, contentandosi dell'aiuto degl'iddii, il quale si vedea congiunto.
E già gli parea che i fati benivoli gli fossero rivolti, ond'egli sperava tosto i suoi disiri adempiere.
Adunque la sua festa era sanza comparazione in Montoro: e i cavalli che lungamente per lo suo amoroso dolore aveano negligente riposo avuto, ora inforcati da lui, e le redini tenute con maestrevole mano, correndo a diversi officii, rimettono le trapassate ore.
E egli, vestito di drappi di Siria, tessuti dalle turchie mani, rilucenti dell'indiano oro, dimostra la sua bellezza coronato di frondi.
Altre volte co' cani e col forte arco nelle oscure selve caccia i paurosi cervi, e nelle aperte pianure i volanti uccelli gli fanno vedere dilettevoli cacce; e spesse fiate le fresche fontane di Montoro sono da lui con diversi diletti ricercate.
Niuna allegrezza gli mancava fuori solamente la sua Biancifiore, la quale gli era troppo più lontana che la speranza non gli porgea.
[2]
Menando Florio, per la futura speranza che lo 'ngannava, lieta vita, la non pacificata fortuna, invidiosa del fallace bene, non poté sostenere di tenergli alquanto celato il nebuloso viso, ma affrettandosi d'abreviare il lieto tempo, con questi pensieri un giorno subitamente l'assalì.
Era entrato lo innamorato giovane nell'ora che il sole cerca l'occaso in un piacevole giardino, d'erbe e di fiori e frutti copioso, per lo quale andando con lento passo assai lontano a' suoi compagni, vide tra molti pruni un bianchissimo fiore e bello, il quale infra le folte spine sua bellezza serbava.
Al quale rimirare Florio ristette, e pareagli che il fiore in niuna maniera potesse più crescere in su, sanza essere dalle circunstanti spine pertugiato e guasto, né similemente dilatarsi, o divenir maggiore.
Ond'egli incominciò a pensare e a ragionare fra se medesimo così tacitamente: - Oimè, chi o qual cosa mi potrebbe più apertamente manifestare la vita e lo stato della mia Biancifiore che fa questo bianco fiore? Io veggio ciascuna punta delle circunstanti spine rivolta al fresco fiore, e quasi ognuna è presta a guastare la sua bellezza.
Queste punte sono le insidie poste dal mio padre e dalla mia madre alla innocente vita della mia Biancifiore, le quali lei alquanto muovere non lasciano sanza amara puntura.
Deh, misera la vita mia! Or di che mi sono io nel passato tempo, sperando, rallegrato tanto, che le infinite avversità apparecchiate a Biancifiore per me mi sieno di mente uscite? Oimè, perché dopo la disiderata diliberazione ti lasciai io al mio padre? -.
Con queste e con altre parole malinconico molto si ritornò alla sua camera, nella quale tutto solo si rinchiuse.
E quivi gittatosi sopra il suo letto, cominciò a piangere con queste voci: - O bellissima giovane, sono ancora cessate le malvage insidie poste alla tua vita da' miei parenti? Morto è lo iniquo siniscalco, a te crudelissimo nimico: certo cessate dovriano essere.
Ma io non credo che per la morte di colui la malizia del re sia menomata, e la mia fortuna rea credo che ti faccia spesso noia: ond'io credo che più che mai alla tua vita ne sieno poste.
Oimè misero, dove ti lasciai io? Io lasciai la paurosa pecorella intra li rapaci lupi.
Deh, dove lasciai io la mia Biancifiore? Tra coloro che sono affamati della sua vita, e disiderano con inestinguibile sete di bere il suo innocente sangue.
Certo il comandamento della santa dea ne fu cagione, il quale volesse il sommo Giove che io non avessi osservato.
Oimè Biancifiore, in che mala ora fummo nati! Tu per me se' con continua sollecitudine cercata d'offendere perché io t'amo, e io sono costretto di stare lontano da te acciò che io ti dimentichi; ma certo questo è impossibile, ché amore non ci legò con legame da potere sciogliere.
Niuna cosa, altro che morte, non ci potrà partire, però che né noi il consentiamo, né amore vuole: anzi con più forze continuamente mi cresce nello sventurato petto, tanto che d'ogni cosa mi fa dubitare; e è cresciuto a tanta quantità, che quasi dubito che tu non m'ami, o che tu per altro non mi abandoni.
O forse ancora per li conforti della mia madre, e per campare la vita, la quale con le propie braccia campai, lasci di non amarmi? Oimè, che amaro dolore mi sarebbe questo! O graziosa giovane, non dimenticar colui che mai non dimentica te: gl'iddii concedano che com'io ti porto nell'animo, tu porti me -.
In simili ragionamenti e pensieri e pianti consumò lo innamorato giovane quel giorno e la maggior parte della notte, né potea nel suo petto entrar sonno per la continua battaglia de' pensieri e degli abondanti sospiri, i quali a' suoi sonni contrastavano.
Ma dopo lungo andare, la gravata testa prese temoroso sonno; e infino alla mattina, forse con non minori battaglie nel suo dormire che essendo desto, si riposò.
Oimè, quanto è acerba vita quella dello amante, il quale dubitando vive geloso! Infino a tanto che Pocris non dubitò di Cefalo, fu la sua vita sanza noia, ma poi che ella udì al male raportante servidore ricordare Aurora, cui ella non conoscea, fu ella piena d'angosciose sollecitudini, infino che alla non pensata morte pervenne.
[3]
Venne il chiaro giorno, levossi Florio; il quale per lo lieve sonno non avea dimenticati gli angosciosi pensieri, e levato, non uscì della trista camera, come era l'altre mattine usato; ma in quella stando, si tornò sopra i pensieri del dì preterito; e in quelli dimorando il duca, che per grande spazio atteso l'avea, entrò nella camera dicendo: - Florio, leva su, non vedi tu il cielo che ride? Andiamo a pigliare gli usati diletti -.
E quasi ancora di parlare non era ristato, che, rimirandolo nel viso, il vide palido e nell'aspetto malinconico e pieno di pensieri, e i suoi occhi, tornati per le lagrime rossi, erano d'un purpureo colore intorniati: di che egli si maravigliò molto, e mutata la sua voce in altro suono, così disse: - O Florio, e quale subita mutazione è questa? Quali pensieri t'occupano? Quale accidente t'ha potuto sì costringere che tu mostri ne' sembianti malinconia? -.
Florio vergognandosi bassò il viso e non gli rispose; ma crescendogli la pietà di se medesimo, perché da persona che di lui avea pietà era veduto cominciò a piangere e a bagnar la terra d'amare lagrime.
La qual cosa come il duca vide, tutto stupefatto, ricominciò a parlare e a dire: - O Florio, perché queste lagrime? Ove è fuggita l'allegrezza de' passati giorni? Qual cosa nuova ti conduce a questo? Certo se i fati m'avessero conceduta sì graziosa coronazione, quale fu quella della notabile vittoria che tu avesti, a me da altrui che da te palesata, io non credo che mai niuno accidente mi potesse turbare.
Dunque lascia il piangere, il quale è atto feminile e di pusillanimo cuore, e alza il viso verso il cielo, e dimmi qual cagione ti fa dolere.
Tu sai che io sono a te congiuntissimo parente, e quando questo non fosse, sì sai tu che io di perfettissima amistà ti sono congiunto: e chi soverrà gli uomini negli affanni e nelle avversità di consiglio e d'aiuto, se i parenti e i cari amici non gli sovengono? E a cui similmente si fiderà nullo, se all'amico non si fida? Di' sicuramente a me quale sia la cagione della tua doglia, acciò che io prima ti possa porgere debito conforto, e poi operando aiuto.
Pensa che infino a tanto che la piaga si nasconde al medico, diviene ella putrida e guasta il corpo, ma, palesata, le più volte lievemente si sana.
E però non celare a me quella cosa la quale questo dolore ti porge, però che io disidero donarviti secondo il mio potere intero conforto, e liberartene -.
[4]
Dopo alquanto spazio Florio alzò il lagrimoso viso, e così allo aspettante duca rispose: - Il dolce adimandar che voi mi fate e 'l dovere mi costringono a rispondervi e a manifestare quello ch'io credea che manifesto vi fosse.
E però ch'io spero che non sanza conforto sarà il mio manifestarmivi, dal principio comincerò a dirvi la cagione de' passati dolori e de' presenti, posto che alquanto le lagrime, le quali io non posso ritenere, mi impediscano.
Ne' teneri anni della mia puerizia, sì come voi potete sapere, ebbi io continua usanza con la piacevole Biancifiore, nata nella paternale casa meco in un medesimo giorno, la cui bellezza, i nobili costumi e l'adorno parlare generarono un piacere, il quale sì forte comprese il mio giovinetto cuore, che io niuna cosa vedea che tanto mi piacesse.
E di questo piacere era multiplicatore e ritenitore nella mia mente un chiarissimo raggio, il quale, come strale, da arco mosso, corre con aguta punta all'opposito segno, così da' suoi begli occhi movendo termina nel mio cuore, entrando per gli occhi miei: e questo fu il principale posseditore in luogo di lei.
E con ciò sia cosa che questi ogni giorno più la fiamma di tal disio aumentasse, in tanto la crebbe, che convenne che di fuor paresse, e scopersemisi allora lei non meno di me che io d'essa essere innamorata.
Né questo fu lungamente occulto per li nostri sospiri, di ciò dimostratori al nostro maestro, il quale più volte con gravi riprensioni s'ingegnò ritrarre indietro quello che agl'iddii saria impossibile frastornare, ma fattolo alla notizia del mio padre venire, egli imaginò che, lontanandomi da lei, della mia memoria la caccerebbe: la quale, se per la mia bocca tutto Letè entrasse, non la poria di quella spegnere.
Ma non per tanto egli faccendomi lontanare da lei, non fu sanza gran dolore dell'anima mia e di quella di Biancifiore.
E in questo luogo mi rilegò in essilio, sotto colore di volere ch'io studiassi.
Ma qui dimorando, e trovandomi lontano a quella bellezza in cui tutti i miei disiderii si terminano e termineranno, incominciai a dolermi, né mi lasciava il doloroso cuore mostrare allegro viso: e di questo vi poteste voi molte fiate avedere.
Ora, come la mia doglia fosse manifesta al re m'è ignoto, ma egli, o per questa cagione o per altra iniquità compresa ingiustamente sopra la innocente Biancifiore, cercò d'uccider lei e nella sua morte l'anima mia: e voi foste presente al nascoso tradimento, né non vi fu occulto lei essere a vilissima morte condannata né di ciò niente mi palesaste.
Ma li pietosi iddii e il presente anello non soffersero che questo fosse, ma questi mostrandomi con turbato colore lo stato di lei, e gl'iddii ne' miei sonni manifestandolmi, mi fecero pronto alla salute d'essa, e porgendomi le loro forze, con vittoria la vita di colei e mia insiememente scampai, e poi ricevetti debita coronazione di tale battaglia, avendo già rimessa la semplicetta colomba intra gli usati artigli de' dispietati nibbi: di che io ora ricordandomi, parendomi aver mal fatto, mi doglio.
E più doglie mi recano le vere imaginazioni che per lo capo mi vanno, che mi par vedere un'altra volta avvelenare il prezioso uccello, e condannare la mia Biancifiore a torto, e essere il fuoco maggiore che mai acceso.
E quasi mi pare intorno al cuore avere uno amarissimo fiume delle sue lagrime, le quali tutte mi gridano mercé.
Io non so che mi fare: io amo, e amore di varie sollecitudini riempie il mio petto, le quali continuamente ogni riposo, ogni diletto e ogni festa mi levano, e leveranno sempre infino a quell'ora che io nelle mie braccia riceverò Biancifiore per mia, in modo che mai della sua vita io non possa dubitare.
Io non vi posso con intera favella esprimere più del mio dolore, il quale credo che più vi si manifesti nel mio viso che nel mio parlare non è fatto.
Gl'iddii mi concedano tosto quel conforto che io disidero, però che se troppo penasse a venire, così sento la mia vita consumarsi nell'amorosa fiamma come quella di Meleagro nel fatato stizzo si consumò -.
E questo detto, perdendo ogni potere, sopra il ricco letto ricadde supino, tornato nel viso quale è la secca terra o la scolorita cenere.
[5]
Non poté il duca, che con dolente animo ascoltava quello che non gli era mica occulto, vedendo Florio supino ricadere sopra il suo letto, ritenere le lagrime con fortezza d'animo; ma pietosamente piangendo, si recò lo 'nnamorato giovane, a cui in vista niuno sentimento era rimaso, nelle sue braccia; e rivocati con preziosi liquori gli smarriti spiriti ne' loro luoghi, così gl'incominciò a dire: - Valoroso giovane, assai compassione porto alla tua miserabile vita, tanta che più non posso, e forte mi pare a credere che vero sia che tu da amore così compreso sii come tu narri, con ciò sia cosa che amore sia sì nobile accidente, che sì vile vita non consentiria menare a chi lui tiene per signore, come tu meni; e io l'ho già provato: e massimamente avendo tu vera cagione di doverti rallegrare come tu hai, se io ho bene le tue parole ascoltate.
Tu, secondo il tuo dire, ami più ch'altra cosa Biancifiore e similemente di' che più che altra cosa ella te ama.
Adunque se tu ben riguarderai a quel che io intendo di dirti, niuno uomo maggiore festa fare dee di te, né essere, secondo la mia oppinione, più allegro, però che quello che più amando si disidera si è d'essere amato; però che, se tutte l'altre cose, che ad amore s'appartengono, sanza questa s'avessono, niuno intero bene né diletto porgere porieno, però che gli animi sarieno disiguali.
Dunque questo più che gli altri amorosi beni è da tener caro.
A questo acquistare suole essere agli amanti molto affanno e noia, il quale se procacciando l'acquistano, tutta la loro fatica pare loro essere terminata, o la maggior parte: e di questo è l'antica età tutta piena d'essempli.
Già hai tu inteso quello che Mimaleone sostenne da Ileo per acquistare la benivolenza d'Atalanta: quante volte portò egli sopra i suoi omeri le pesanti reti, e l'altre necessarie cose alle cacce, per acquistare quella, in servigio della cruda giovane, e quanto contentamento giunse nell'animo d'Aconzio, sentendosi con inganno avere acquistato l'amore di Cidipe? Questo amore tu l'hai dirittamente.
Per questo niuno affanno ti conviene durare.
Niuna turbazione né malinconia dovresti avere nell'animo.
E avendo questo, come tu hai, gelosia e ogni spiacevole sollecitudine dovria essere lontana da te: e là ove tu ti contristi, ti dovresti dell'acquistato bene rallegrare.
Ancora ho compreso nel tuo parlare te avere gl'iddii e la virtù del tuo anello in aiuto.
Or qual cosa pensi tu che contraria ti possa essere, se sì fatto aiuto hai con teco, come è quello degl'iddii, alla cui potenza niuna cosa può resistere? Lascia piangere a' miseri alle cui sollecitudini solo il loro ingegno è rimaso aiutatore.
Tu dei pensare che avendo gl'iddii cura de' tuoi bisogni, se essi non concedono che tu al presente sii con la tua Biancifiore, non è sanza gran cagione.
L'uomo non sa delle future cose la verità: a loro niuna cosa si nasconde.
Tu dei credere ch'essi pensano alla tua salute, e io credo sanza dubbio che questa dimora non sia sanza gran bene di te.
Il loro piacere si dee pazientemente sostenere.
Se elli volessero, tu saresti ora con lei; e il volere contra 'l piacer loro andare fece alla molta gente di Pompeo perdere il campo di Tesaglia, assaliti dal picciolo popolo di Cesare.
Mostra ancora che molto ti dolga l'essere stata Biancifiore voluta dal tuo padre fare morire, la cagione della qual morte dubiti non sia stata il re avere saputo te dolorosa vita menare per lei, e temi forse non a simile caso ritorni: la qual cosa se ritornasse non saria maraviglia, ma ragione, con ciò sia cosa che tu conosca il tuo padre muoversi ad ira contra Biancifiore per te, che tristo per lei vivi; e tu, non come disideroso della vita di Biancifiore, ti rallegri per che ella viva, ma in pianti e in dolori consumi la tua vita per abreviare la sua.
Certo non è questo atto d'amarla, ma di mortale odio è sembiante.
E posto che mai nulla novità seguire le dovesse dal tuo padre per lo tuo attristarti, sì dei tu volere il bene e il conforto e l'allegrezza di lei, se così l'ami, e se ella così t'ama come tu di': le quali cose tu cerchi di torle, menando la vita che tu fai, però che tu dei credere che se questo le sarà raportato di te, ella di dolore si consumerà sentendo che tu ti dolghi.
Adunque niuna cagione né ragione vuole che tu questa vita meni.
Tu ami e se' amato, de' quali il numero è molto piccolo a cui questo avvegna, tu se' con l'aiuto degl'iddii, i quali hanno sempre sollecitudine della tua salute, e questo hai tu per opera veduto.
Dunque confortati; e se per te non ti vuoi confortare, confortati per amor di lei e di noi, acciò che ella e noi abbiamo ragione di rallegrarci.
Ben se' lontano a lei, che credo che sanza comparazione ti sia noioso; ma non si può sì dolce frutto, come è quello d'amore, gustare sanza alcuna amaritudine; e le cose disiderate lungamente giungono poi più graziose.
A Penolope parea dolce appressarsi alla morte, sperando che ogni domane dovesse tornare Ulisse prima da Troia, e poi non sappiendo da che luogo.
Pensa che tu non sarai tutto tempo qui, né sanza lei.
Se io fossi in tuo luogo, io userei per più sano consiglio il simulare.
Io mostrerei, faccendo festa, che più di Biancifiore né mi calesse né me ne ricordassi, e ristrignerei l'amorose fiamme dentro con potente freno.
Forse, così faccendo, il tuo padre si crederebbe che dimenticata l'avessi, e concederebbeti più tosto il tornare a rivederla.
Quello che detto t'ho tu hai udito, e io te l'ho detto sì come colui che in simil caso il vorrei da altrui udire; ma non per tanto se altro consiglio più savio vedessi, arditamente lo scuopri a me, ché io non intendo di contradirti né partirmi mai dal tuo piacere.
Priegoti quanto più posso, come congiunto parente e vero amico, che da te ogni paura e pensiero cacci, perciò che delle tue dubitazioni di lieve accertare ci possiamo.
E i pensieri, come di sopra t'ho detto, non dei avere: e però levati su, e vinca il tuo valore i non dovuti pensieri i quali t'occupano per lo solingo ozio.
Piglia alcuni diletti, come per adietro abbiamo già fatto, acciò che in quello né i pensieri t'assaliscano, né la tua vita sì vilmente si consumi.
In questo mezzo spero che gl'iddii per la loro benignità provederanno graziosamente a porre debito fine a' tuoi disiderii, forse ora da te né da alcuno già mai pensato -.
[6]
Piacque a Florio assai il fedele consiglio del duca, e così, levata la testa, sospirando rispose: - Carissimo parente, questa gentil passione d'amore non può essere che alcuna volta i più savi, non che me, quando le sono suggetti come io sono, non faccia tenere simile vita: e però di me non vi maravigliate, ma crediate che io sia tanto innamorato quanto mai giovane niuno fosse o potesse essere.
E ciò che voi m'avete narrato, conosco apertamente esser vero; e però, disposto a seguire il vostro consiglio in quanto io potrò, mi dirizzo: andiamo, e facciamo ciò che voi credete che vostra e mia consolazione sia -.
E detto questo, dirizzati amenduni uscirono della camera; e saliti sopra i portanti cavalli, andarono con gran compagnia ad una ordinata caccia, ove quel giorno assai festa ebbero e allegrezza.
[7]
Dico che molti giorni in sì fatta maniera faccendo festa, Florio ricoperse il suo dolore, avvegna che sovente a suo potere s'ingegnava di star solo, acciò che egli potesse sanza impedimento pensare alla sua Biancifiore.
E quando avveniva che egli solo fosse in alcuna parte, incontanente incominciava ad imaginare d'essere col corpo colà ov'egli con l'animo continuamente dimorava.
Egli imaginava alcuna volta avere Biancifiore nelle sue braccia, e porgerle amorosi baci, e altretanti riceverne da lei, e parlare con essa amorose parole, e essere con lei come altre volte era stato ne' puerili anni.
E mentre che in questo pensiero stava, sentiva gioia sanza fine; ma come egli di questo usciva, e ritornava in sé e trovavasi lontano ad essa, allora si mutava la falsa gioia in vero dolore, e piangea per lungo spazio ramaricandosi de' suoi infortunii.
Poi ritornando al pensiero, tal fiata si ricordava del tristo pianto che veduto l'avea fare nella bruna vesta temendo l'acceso fuoco, quando egli sconosciuto si mise in avventura per campare lei, e poi si dolea d'averla renduta al padre e di non aversi almeno fatto conoscere a lei, acciò che egli l'avesse alquanto consolata e fattala più certa dell'amore che egli le portava.
E molte fiate fra sé si chiamava misero e di vil cuore, dicendo: - Come è la mia vita da biasimare, pensando che io amo questa giovane sopra tutte le cose del mondo, e per questo amore vivo in tanta tribulazione lontano da lei, e non sono tanto ardito che io abbia cuore d'andarla a vedere, e lascio per paura d'un uomo, il quale più tosto a sé che a me offenderebbe.
Perché non vo io, e entro nelle mie case, e rapiscola, e menonela qua su meco? E avendola, ogni dolore, ogni gelosia, ogni sospetto fuggirà da me.
Chi sarà colui che ardito sia di biasimare la mia impresa o di contrariarla? nullo: anzi ne sarò tenuto più coraggioso, là dove io debbo ora esser vilissimo riputato.
Sono io più vile di Paris, il quale non a casa del padre, ma de' suoi nimici andò per la disiderata donna, e non dubitò d'aspettare a mano a mano Menelao, sollicito richieditore di quella? Io non debbo aver paura che questa da alcuno radomandata mi sia, né con ferro né con altra maniera.
Il peggio che di questo mi possa seguire, sarà che al mio padre ne dorrà: e se ne gli duole, e' ne gli dolga! Io amo meglio che egli si dolga, che io di dolore muoia.
E pur quand'egli vedrà che io abbia fatto quello di che egli si guarda, la doglia gli passerà, se passare gli vorrà, se non, sì l'ucciderà: che già l'avesse ella ucciso! e poi non ne sarà più.
Io il voglio fare: cosa fatta capo ha.
E posto che egli per questo si volesse opporre alla vita di Biancifiore, egli s'opporrà ancora alla mia: niuna cosa opererà verso di lei, che io come lei nol senta.
Se egli per forza la mi vorrà torre, e io con forza la difenderò.
Io non sarò meno debole d'amici e di potenza di lui: e quando egli pur fosse più forte di me, puommi egli più che cacciare del suo regno? Se egli me ne caccia, io starò in un altro.
Il mondo è grande assai: l'andare pellegrinando mi ha cagione d'essercizio.
Elli fu a Cadmo cagione d'etterna fama l'andar cercando Europa e non trovarla; a Dardano e a Siculo similemente il convenirli partire del loro regno fu cagione di grandissime cose.
Io il pur voglio fare.
Peggio ch'io m'abbia non me ne può seguire -.
E poi ritornava al piangere: e in questi pensieri teneva la maggior parte della sua vita.
E eravisi già tanto disposto che con opera il volea mettere in effetto, e avria messo, se il raffrenamento del duca e d'Ascalion non fosse stato, li quali il confortavano con migliore speranza, e il suo volere gli biasimavano.
[8]
Per questi pensieri, e per molti altri, era tanto l'animo di Florio tribolato, che in niuna maniera potea il suo dolore coprire, né per alcun diletto rallegrarsi: e già gli era sì la malinconia abituata adosso, che appena avrebbe potuto mostrare sembiante lieto se voluto avesse.
Egli avea sì per questo i suoi spiriti impediti, che quasi poco o niente era il cibo che egli poteva pigliare, e nel suo petto non poteva entrar sonno: per le quali cose il viso era tornato palido e sfatto, e' suoi membri erano per magrezza assottigliati, e egli era divenuto debole e stracco.
E la maggior parte del giorno si giaceva, e stava come coloro i quali, da una lunga infermità gravati, vanno nuove cose cercando, e niuna ne piace, e s'egli piace, non ne possono prendere.
Della qual cosa al duca molto dolea e ad Ascalion similemente, né sapeano che via tenere sopra questa cosa.
Essi dubitavano di farlo sentire al re, temendo non egli facesse novità per questo a Biancifiore, e di questo a Florio ne seguisse peggio.
E similemente dubitavano di tenerlo in quella maniera sanza farglielo sentire, dicendo: - Se egli per altrui il sente, noi n'avremo mal grado, e cruccerassi verso di noi, e avrà ragione -.
E in questa maniera, sanza pigliar partito, stettero più giorni, pur confortando Florio e dandogli buona speranza.
A' quali Florio rispondea sé non avere questo per amore, ma che il caldo che allora facea, il consumava.
Ma questa scusa non aveva luogo a coloro che i suoi sospiri conoscevano; ma essi, quasi a ciò costretti, la sosteneano.
[9]
Standosi un giorno il duca e Ascalion insieme ragionando molto efficacemente de' fatti di Florio, disiderosi della sua salute, Ascalion cominciò così a dire: - Sanza dubbio niuna cosa è tanto da Florio amata quanto Biancifiore; e questo il re, col farlo stare lontano ad essa, e noi con parole più volte ci siamo ingegnati di tirarlo indietro, né mai abbiamo potuto: fermamente credo che piacer degl'iddii sia, al quale volersi opporre è mattezza.
Ma non per tanto a tentare alcuna altra via forse non sarebbe reo, e per avventura ci verrebbe forse il nostro intendimento compiuto -.
- E che via vi parrebbe da tenere? - disse il duca.
Ascalion rispose: - Io il vi dirò.
I giovani, come voi sapete, sono vaghi molto de' carnali congiungimenti, però che la pronta natura gl'induce a quello e per questi sogliono ogni altra cosa dimenticare.
Florio mai con Biancifiore carnale diletto non ebbe; e se noi potessimo fare che con alcuna altra bella giovane l'avesse, leggiere saria dimenticare quello ch'egli non ha per quello che possedesse; e posto che in tutto non la dimenticasse, almeno tanto in lei non penserebbe; e in questo mezzo il re o gl'iddii provederebbono sopra questo, in modo che noi sanza vergogna o danno ne riusciremo; e se questa via non ci è utile, niuna altra utile ne conosco -.
Gran pezza pensò il duca sopra questo, e poi disse: - Ascalion, io mi maraviglio molto di voi.
Ecco che quello che divisate venisse interamente fatto, che avremmo noi operato? Niente: che scioglierlo d'un luogo e legarlo in un altro, non so che si rilevi.
Ma tanto potrebbe avvenire, che di leggiere peggioreremmo nostra condizione: e il trargli Biancifiore di cuore non è sì leggier cosa che per questo io creda che fatto dovesse venire, ben che leggieri ci sia a provarlo, se buono vi pare -.
Ascalion disse: - Certo io l'avea per buono, però che, se egli avvenisse che per alcuna altra egli dimenticasse Biancifiore, più lieve sarebbe a trargli di cuore poi quell'altra che a volergli levare ora Biancifiore sanza alcun mezzo: con ciò sia cosa che le nuove piaghe con meno pericolo e meglio che l'antiche si curino e più tosto -.
- Certo - disse il duca - questo è vero; e poi che vi pare, il provarlo niente ci costa; e però sopra questo pensiamo e veggiamo se niuna cosa ci giova, e se giovare la veggiamo, procederemo avanti con l'aiuto degl'iddii -.
[10]
Accordatisi costoro a questo, segretamente si misero a cercare di trovare alcuna giovane, la quale, il più che trovare si potesse, simigliasse Biancifiore, imaginando che quella più graziosa che alcuna altra gli sarebbe, e più tosto il potrebbe recare al disiderato fine.
E cercando questo, da alcuno, il quale sempre in compagnia di Florio soleva andare, fu loro mostrate due giovanette di maravigliosa bellezza e di leggiadro parlare ornate, e discese di nobili parenti, le quali, secondo il detto di colui che le mostrò, assai delle bellezze di Florio si dilettavano, non come innamorate, però che non si sentiano eguali a lui, onde con la ragione raffrenavano la volontà.
Le quali come costoro conobbero, assai si contentarono, dicendo: - Prendiamle amendune, poi che Florio piace loro: elle s'ingegneranno bene di recarlo al loro piacere, e là dove l'una fallisse l'altra supplirà -.
E questo diliberato, sotto spezie d'invitarle ad una festa, le si fecero chiamare all'ostiere.
Le quali venute davanti al duca e ad Ascalion, il duca così disse loro: - Giovani donzelle, nostro intendimento è di voler Florio di bella mogliere accompagnare; e cercando in questa città di donna che degnamente a lui si confacesse, nulla n'abbiamo trovata di tanta bellezza, né di sì belli e laudevoli costumi, come voi due ci siete state laudate: e però per voi abbiamo mandato, acciò che voi proviate se lui da uno intendimento che egli ha possiate ritrarlo e recarlo al vostro piacere, per donargli poi per mogliere quale di voi due più gli piacerà -.
A cui l'una di queste, chiamata Edea, così rispose: - Signor nostro, noi ci maravigliamo non poco delle vostre parole, con ciò sia cosa che noi manifestamente conosciamo noi non essere giovani di tanta nobiltà dotate, quanta alla grandezza di Florio si richiede: e, d'altra parte, l'altissime ricchezze ci mancano, le quali leggiermente i difetti della gentilezza ricuoprono.
E però caramente vi preghiamo che di noi voi non facciate scherno, e ancora vi ricordiamo che, sì come voi dovete del nostro onore essere guardatore, sì come buono e legittimo signore, che voi non vogliate esser cagione di cotal vergogna, però che pensar dovete che se a voi e a' vostri noi siamo picciole, noi siamo a' nostri grandissime e care -.
Allora il duca rispose: - Giovani donzelle, non crediate che io mi recassi a tanta viltà, quanta questa sarebbe, se questo fosse che voi dite, per farvi perdere il vostro onore; ma io vi giuro per l'anima del mio padre e per li nostri iddii che io quello che detto v'ho, lealmente v'atterrò, se alcuna di voi gli piacerà -.
Disse Edea: - Poi che con giuramento l'affermate, noi faremo il vostro piacere.
Ditene come elli vi piace che noi facciamo, e così sarà fatto: poi gl'iddii concedano questa grazia a chi più n'è degna di noi due -.
Rispose il duca: - Il modo è questo.
Voi sì v'adornerete in quella maniera che voi più crediate piacere, e andretevene sanza alcuna compagnia nel nostro giardino, nel quale egli è costumato di venire ogni giorno, sì tosto come i raggi del sole incominciano a essere manco caldi, usciretegli incontro, faccendogli quella festa e mettendolo in quel ragionamento che più crederete che piacevole gli sia: poi quale egli eleggerà di voi due, quella dico che sarà sua -.
[11]
Era quel giardino bellissimo, copioso d'arbori e di frutti e di fresche erbette, le quali da più fontane per diversi rivi erano bagnate.
Nel quale, come il sole ebbe passato il meridiano cerchio, le due giovani, vestite di sottilissimi vestimenti sopra le tenere carni, e acconci i capelli con maestrevole mano, con isperanza di più piacere ad acquistare cotal marito, se ne entrarono solette, e quivi cercarono le fresche ombre, le quali allato ad una chiara fontana trovate, a seder si posero attendendo Florio.
Venuta l'ora che già il caldo mancava, Florio malinconico, uscito della sua camera e con lento passo, di queste cose niente sappiendo, vestito d'una ricca giubba di zendado, soletto se n'entrò nel giardino, sì come egli era per adietro usato, e verso quella parte dove già avea il bianco fiore altra volta tra le spine veduto, dirizzò i suoi passi; e quivi venuto si fermò dimorando per lungo spazio pensoso.
Le due giovinette s'avean ciascuna fatta una ghirlanda delle frondi di Bacco, e aspettando Florio si stavano alla fontana insieme di lui parlando; e non avendolo veduto entrare nel giardino, per più leggermente passare il rincrescimento dell'attendere, incominciarono a cantare una amorosa canzonetta con voce tanto dolce e chiara, che più tosto d'angioli che d'umane creature pareva: e di queste voci pareva che tutto il bel giardino risonasse allegro.
Le quali udendo, Florio si maravigliò molto, dicendo: - Che novità è questa? Chi canta qua entro ora sì dolcemente? -.
E con gli orecchi intenti al suono, incominciò ad andare in quella parte ove il sentiva; e giunto presso alla fontana, vide le due giovinette.
Elle erano nel viso bianchissime, la qual bianchezza quanto si convenia di rosso colore era mescolata.
I loro occhi pareano matutine stelle; e le piccole bocche di colore di vermiglia rosa, più piacevoli diveniano nel muovere alle note della loro canzone.
E i loro capelli come fila d'oro erano biondissimi, i quali alquanto crespi s'avolgeano infra le verdi frondi delle loro ghirlande.
Vestite per lo gran caldo, come è detto sopra, le tenere e dilicate carni di sottilissimi vestimenti, i quali dalla cintura in su strettissimi mostravano la forma delle belle menne, le quali come due ritondi pomi pingevano in fuori il resistente vestimento, e ancora in più luoghi per leggiadre apriture si manifestavano le candide carni.
La loro statura era di convenevole grandezza, e in ciascun membro bene proporzionate.
Florio, vedendo questo, tutto smarrito fermò il passo, e esse, come videro lui, posero silenzio alla dolce canzone, e liete verso lui si levarono, e con vergognoso atto umilmente il salutarono.
- Gl'iddii vi concedino il vostro disio - rispose; Florio.
A cui esse risposero: - Gl'iddii ne l'hanno conceduto, se tu nel vorrai concedere -.
- Deh! - disse Florio - perché avete voi per la mia venuta il vostro diletto lasciato? -.
- Niuno diletto possiamo avere maggiore che essere teco e parlarti - risposero quelle.
- Certo e' mi piace bene - disse Florio.
E postosi a sedere con loro sopra la chiara onda della fontana, incominciò a riguardare queste, ora l'una e ora l'altra, e a rallegrarsi nel viso, e a disiderare di potere loro piacere.
E dopo alquanto le dimandò: - Giovani donzelle, ditemi, che attendevate voi qui così solette? -.
- Certo - rispose Edea - noi fummo qui maggior compagnia, ma l'altre disiose d'andar vedendo altre cose, noi qui, quasi stanche, solette lasciarono, e debbono per noi tornare avanti che 'l sole si celi: e noi ancora volontieri rimanemmo, pensando che per avventura potremmo vedere voi, sì come la fortuna ci ha conceduto -.
Assai era graziosa a Florio la compagnia di costoro, e molto gli dilettava di mirarle, notando nell'animo ciascuna loro bellezza, fra sé tal volta dicendo: - Beato colui a cui gl'iddii tanta bellezza daranno a possedere! -.
Egli le metteva in diversi ragionamenti d'amore, e esse lui.
Egli aveva la testa dell'una in grembo, e dell'altra il dilicato braccio sopra il candido collo; e sovente con sottile sguardo metteva l'occhio tra 'l bianco vestimento e le colorite carni, per vedere più apertamente quello che i sottili drappi non perfettamente copriano.
Egli toccava loro alcuna volta la candida gola con la debole mano, e altra volta s'ingegnava di mettere le dita tra la scollatura del vestimento e le mammelle; e ciascuna parte del corpo con festevole atto andava tentando, né niuna gliene era negata, di che egli spesse fiate in se medesimo di tanta dimestichezza e di tale avvenimento si maravigliava.
Ma non per tanto egli era in se stesso tanto contento che di niente gli pareva star male, e la misera Biancifiore del tutto gli era della memoria uscita.
E in questa maniera stando non piccolo spazio, questi loro e esse lui s'erano a tanto recato, che altro che vergogna non li ritenea di pervenire a quello effetto dal quale più inanzi di femina non si può disiderare.
Ma il leale amore, il quale queste cose tutte sentia, sentendosi offendere, non sofferse che Biancifiore ricevesse questa ingiuria, la quale mai verso Florio non l'avea simigliante pensata; ma tosto con le sue agute saette soccorse al cuore, che per oblio già in altra parte stoltamente si piegava.
E dico che stando Florio con queste così intimamente ristretto, e già quasi aveano le due giovani il loro intendimento presso che a fine recato sanza troppo affanno di parole, l'altra delle due donzelle chiamata Calmena, levata alta la bionda testa, e rimirandolo nel viso, gli disse: - Deh! Florio, dimmi, qual è la cagione della tua palidezza? Tu ne pari da poco tempo in qua tutto cambiato.
Hai tu sentito alcuna cosa noiosa? -.
Allora Florio, volendo rispondere a costei, si ricordò della sua Biancifiore, la quale della dimandata palidezza era cagione, e sanza rispondere a quella, gittò un grandissimo sospiro, dicendo: - Oimè, che ho io fatto? -.
E quasi ripentuto di ciò che fatto avea, alquanto da queste si tirò indietro, cominciando forte a pensare con gli occhi in terra a quello che fatto avea, e a dire fra se medesimo: - Ahi! villano uomo, non nato di reale progenie, ma di vilissima, che tradimento è quello che tu hai pensato infino a ora? Come avevi tu potuto per costoro o per alcuna altra donna mettere in oblio Biancifiore, tanto che tu disiderassi quello che tu disideravi di costoro, o che tu potessi mostrare amore ad alcuna, come tu a costoro toccandole, già mostravi? Ahi! perfidissimo, ogni dolore t'è bene investito, ma certo cara l'accatterai la tua nequizia.
Ora come ti dichinavi tu ad amare queste, la cui beltà è piccolissima parte di quella di Biancifiore? E quando ella fosse pur molta più, come potresti tu mai trovare chi perfettamente t'amasse come ella t'ama? Deh! se questo le fosse manifesto, non avrebbe ella ragionevole cagione di non volerti mai vedere? Certo sì -.
Con molte altre parole si dolfe Florio per lunga stagione; e così dolendosi tacitamente, Calmena, che la cagione ignorava, gli si rappressò, dimandando perché a lei non rispondeva, dicendogli: - Deh, anima mia, rispondimi; dimmi perché ora sospirasti così amaramente, e dimmi la cagione della tua nuova turbazione, né ti dilungare da colei che più che sé t'ama -.
Allora Florio con dolente voce disse: - Donne, io vi priego per Dio che elli non vi sia grave il lasciarmi stare, però che altro pensiero che di voi m'occupa la dolorosa mente -.
E detto questo, levato si sarebbe di quel luogo, se non fosse che egli non le volea fare vergognare.
Disse allora Edea: - E qual cosa t'ha sì subitamente occupato? Tu ora inanzi eri così con noi dimestico, e parlando ne dimandavi e rispondevi cianciando, e ora malinconico non ci riguardi, né ci vuoi parlare: certo tu ci fai sanza fine maravigliare -.
A niuna cosa rispondea Florio, anzi a suo potere, col viso in altra parte voltato, si scostava da loro, le quali quanto più Florio da loro si scostava, tanto più a lui amorosamente s'accostavano.
E in tal maniera stando, Calmena, che già s'era dell'amore di Florio accesa oltre al convenevole, più pronta che Edea, s'appressò a Florio, e quasi appena si ritenne che ella nol baciò, ma pur così gli disse: - O grazioso giovane, perché non ne di' tu la cagione della tua subita malinconia? Perché, dilungandoti da noi, mostri di rifiutarci, che ora inanzi eravamo da te sì benignamente accompagnate? Non è la nostra bellezza graziosa agli occhi tuoi? Certo gl'iddii si terrebbono appagati di noi, né non crediamo che Io, tanto perseguitata da Giunone, fosse più bella di noi quando ella piacque a Giove, né ancora Europa che sì lungamente caricò le spalle del grande iddio, né alcune altre giovani crediamo essere state più belle di noi: e sì ne veggiamo il cielo adorno di molte! Adunque tu, perché ne rifiuti? -.
E con queste parole e molte altre, con atti diversi e inonesti sospirando guardavano di ritornare Florio al partito nel quale poco davanti era stato.
Alle quali Florio disse così: - Ditemi, giovani, se gl'iddii ogni vostro piacere v'adempiano, foste voi mai innamorate? -.
A cui esse subitamente risposero: - Sì, di voi solamente; né mai per alcuna altra persona sospirammo, né tale ardore sentimmo se non per voi -.
- Certo - disse Florio - di me non siete voi già innamorate; e che voi non siate state né siate d'altrui si pare manifestamente, però che amore mai ne' primi conoscimenti degli amanti non sofferse tanta disonestà, quanta voi verso me, con cui mai voi non parlaste, avete dimostrata: anzi fa gli animi temorosi e adorni di casta vergogna, infino che la lunga consuetudine fa gli animi essere eguali conoscere.
E che questo sia vero assai si manifestò nella scelerata Pasife, la quale bestialmente innamorata, con dubitosa mano ingegnandosi di piacere, e temendo di non spiacere, porgeva le tenere erbe al giovane toro.
Ora quanto più avria costei temuto d'un uomo, in cui ragionevole conoscimento fosse stato, poi che d'un bruto animale dubitava? Certo molto più, però che era innamorata.
E chi volesse ancora nelle antiche cose cercare, infiniti essempli troverebbe d'uomini e di donne, a cui le forze sono tutte fuggite ne' primi avvenimenti de' loro amanti.
E però che di me innamorate siate non mi vogliate far credere, che io conosco i vostri animi disposti più ad ingannare che ad amare.
E appresso, che voi non siate d'altrui innamorate, come voi dite, m'è manifesto, però che non m'è avviso che verso me, dimenticando il principale amadore, potreste dimostrare quello che dimostrate, ché il leale amore non lo consentirebbe.
Onde io vi priego, belle giovani, che mi lasciate stare, però che voi con le vostre parole credete i miei sospiri menomare, e voi in grandissima quantità gli accrescete: e di me in ogni atto, fuori che d'amore, fate quello che d'amico o di servidore fareste -.
Udendo questo, Edea, la quale le infinite lagrime non avea guari lontane, bagnando il candido viso, con lagrimevole voce, messesi le mani nel sottile vestimento tutta davanti si squarciò, dicendo: - Oimè misera, maladetta sia l'ora ch'io nacqui! E in cui avrò io oramai speranza, poi che voi, in cui io ora sperava e per cui io credeva sentir pace, mi rifiutate, né credete che 'l mio cuore per lo vostro amore si consumi, però che forse troppo pronta a volere adempiere i miei disiderii vi sono paruta? Crediate che niuna cosa a questo m'ha mossa altro che soperchio amore, il quale del mio petto ha la debita vergogna cacciata, e me quasi furiosa ha fatto nella vostra presenza tornare.
Ahimè misera, sarà omai disperata la mia vita! O misera bellezza, partiti del mio viso, poi che colui per cui io cara ti tenea, e ti guardava diligentemente, ti rifiuta.
Deh, Florio, poi che a grado non v'è consentirmi quello che lunga speranza m'ha promesso, piacciavi che io nelle vostre braccia l'ultimo giorno segni.
Io sento al misero cuore mancare le naturali potenze per le vostre parole.
Oimè, uccidetemi con le propie mani, acciò che io più miseramente non viva.
Mandatene la trista anima alle dolenti ombre di Stige, là dove ella minor doglia aspetta che quella che ora sostiene.
Ahimè, quanto degnamente da biasimare sarete, quando si saprà la dolente Edea essere per la vostra crudeltà partita di questa vita! -.
Florio, che le lagrime di costei non potea sostenere, per pietà la confortava, dicendo: - O bella giovane, non guastare con l'amaritudine del tuo pianto la tua bellezza; spera che più grazioso giovane ti concederà quello ch'io non ti posso donare.
Ritruova le tue compagne, e con loro l'usata festa ti prendi, né non impedire i miei sospiri con la pietà del tuo pianto: ché io ti giuro per li miei iddii, che se io fossi mio e potessimi a mia posta donare, niuna m'avrebbe se l'una di voi due non m'avesse.
Ma io non posso quello che non è mio sanza congedo donare -.
Cominciò allora Calmena a dire: - O crudelissimo più che alcuna fiera, e come puoi tu consentire di negare a noi quel che ti domandiamo? Certo se tu hai il tuo amore ad altra donato, niuno amore è tanto leale, che a' nostri prieghi non dovesse essere rotto.
E pensi tu che s'egli avviene che per la tua crudeltà alcuna di noi sofferisca noiosa morte, che quella giovane di cui tu se', se tu se' per avventura d'alcuna, te ne ami più? Certo no, anzi biasimerà la tua crudeltà! E i nostri prieghi son tanti, che certo il casto Ipolito già si saria piegato.
Or come ci puoi tu almeno negare alcuno bacio, de' quali poco avanti ci saresti stato cortese, se sì ardite come tu ci fai fossimo state? Certo se alcuno ce ne porgessi con quel volere che noi il riceveremmo, egli sarebbe non poco refrigerio de' nostri affanni.
Deh, adunque, concedicene alcuno, acciò che gl'iddii più benivoli s'inchinino a concedere a te quello che tu disii, se alcuna cosa da te in questo atto è disiata -.
A cui Florio rispose: - Giovani donzelle, ponete fine a questi ragionamenti, però che quella parte che di me dimandate, più cara che altra è tenuta da me, con ciò sia cosa che niun'altra ancora ne sia stata conceduta a quella di cui io sono interamente, e più avanti non mi dimandate ché da me altro che dolore avere non potreste.
E priegovi che me, che più di sospirare che di parlare con voi ora mi diletto, qui solo lasciate, e andatevene, però che ciò che mi dite è tutto perduto -.
Questo udendo le due giovani, col viso dipinto di vergogna, della sua presenza si levarono sanza più parlare; e però che già il sole cercava l'occaso, tornate nel gran palagio si rivestirono, dicendo l'una all'altra: - Ahi, come giusta cosa sarebbe se mai d'alcuno giovane la grazia non avessimo, pensando al nostro ardire, le quali avemo tentato di volere questo giovane levare alla sua donna sanza ragione, avegna che gl'iddii e egli ce n'hanno ben fatto quello onore che di ciò meritavamo! -.
E rivestite, raccontarono al duca la bisogna come era, con non poca vergogna; e da lui, con grandissimi doni, sconsolate si partirono, tornando alle loro case.
[12]
Aveano il duca e Ascalion veduto apertamente ciò che Edea e Calmena aveano operato, e ora fu che essi credettero che il loro avviso riuscisse al pensato fine, ma poi che videro quello esser fallito, dolenti della amara vita di Florio, si partirono del luogo dove stavano e se ne vennero al giardino, dove Florio con dolore, pieno di pensieri soletto era rimaso, e lui trovarono pensando avere la bionda testa posata sopra la sinistra mano.
I quali poi che pietosamente alquanto riguardato l'ebbero, così cominciarono a dire: - Florio, Amore tosto nella disiata pace ti ponga -.
Era Florio tanto nello imaginare la sua Biancifiore, che per la venuta di costoro, né per lo loro saluto né si mutò né cambiò aspetto, ma così stette come colui che né veduti né uditi ancora gli avea.
Allora Ascalion, distesa la mano, il prese per lo braccio, e lui tirando, disse: - O innamorato giovane, ove se' tu ora? Dormi tu, o se', pensando, fuori di te uscito che tu al nostro saluto niente rispondi? -.
Riscossesi allora tutto Florio, e quasi stordito, sanza niente rispondere, si mirava dintorno.
Ma dopo molti sospiri, alquanto da' pensieri sviluppato, alzata la testa, disse: - Oimè, or chi vi mena a vedere la miseria della mia vita, alla quale voi forse credete levar pena con confortevoli parole, e voi più ne giungete? Se può essere, caramente vi priego che me qui solo lasciate, acciò che io possa quel pensiero ritrovare, nel quale io fui, quando scotendomi me ne cacciaste -.
A cui Ascalion così rispose: - Amore e maraviglia ci fanno qui venire, né già da te intendiamo di partirci, se prima a' nostri prieghi non ne dirai quale nuova cagione ti fa tanto pensoso -.
Disse Florio: - Niuna nuova cagione ci è del mio dolore: Amore solamente in questa vita mi tiene -.
- E come? - disse allora il duca, - io mi credea che tu t'ingegnassi di seguire il mio consiglio, il quale io l'altrieri, quando così pensoso ti trovai, t'avea donato, e già mi parea che, quello piacendoti, cominciato avessi: e tu pure sopra l'usato modo se' ritornato! Questa tua vita in niuno atto d'innamorato mi pare, onde forte dubitare mi fai che tu forse non sii del senno uscito, però che gli altri innamorati con varii diletti cercano di mitigare i loro sospiri, ma tu con pene mi pare che vadi cercando d'accrescergli.
Se volessi dire che come alcuni altri non li potessi usare, sai che non diresti vero, però che niuna resistenza ci è: dunque perché pure in sul dolore ti dai? Deh, com'io altra volta ti pregai, ancora ti priego che alcuni ne prenda, i quali usando valicherai il tempo con meno tristizia, e gl'iddii in questo mezzo provederanno a' tuoi disii -.
[13]
Udite queste cose, Florio sospirando disse: - Amici, ben conosco voi prontissimi alla mia salute, e veggo apertamente che la mia vita vi duole, né similemente occulti mi sono i diletti che prendere potrei, a' quali con tanta efficacia v'ingegnate di trarmi, pensando che io forse del senno sia uscito, perché pure in dolore pensando dimoro: ora, acciò che voi conosciate come io sia a quelli prendere disposto, e ancora come voi del mio dolore non vi dovete maravigliare, io vi voglio dire qual sia la mia vita.
Dico che diverse imaginazioni e pensieri m'occupano continuamente, delle quali alcuna ve ne dirò.
Primieramente io sopra tutte le cose disidero di vedere Biancifiore, sì come quella che più che niuna altra cosa è da me amata.
E dicovi che tante volte, quante ella nella memoria mi viene, tanto questo disio più focoso in me s'accende e togliemi sì da ogni altro intendimento, che se allora io la vedessi, crederei più che alcuno iddio essere beato; e sentendomi questo essere levato, solamente perché io l'amo, e non per altro accidente, niuno dolore è al mio simigliante.
Appresso questo, io vivo in continua sollecitudine della sua vita, temendo non ella, la quale so che m'ama come io lei, sostenga simili dolori a quelli che io sostengo, li quali, però che di più debole natura è che io non sono, dubito non la offendano o di gravosa infermità o di morte.
E troppo più mi fa della sua vita dubitare l'acerbità del mio padre e della mia madre, li quali io sento prontissimi, e vederli mi pare, insidiatori della vita di lei.
E niuna cagione falsa è che a lei inducere possa morte, che non me la paia vedere andare cercando al mio padre per fornire il suo falso volere, il quale altra volta gli venne fallito: e non pensa il misero che quella ora ch'ella morrà io non viverò più avanti.
E in gravosissimo affanno mi tiene gelosia, e la cagione è questa: le giovani donzelle sono di poca stabilità e per la loro bellezza da molti amanti sogliono essere stimolate: e gl'iddii, non che le femine, si muovono per li pietosi prieghi a far la volontà de' pregatori.
Io sono lontano da lei, né vedere la posso, né ella me; molti giovani credo che la stimolano per la sua bellezza, la quale ogni altra passa: or che so io, se ella non potendo aver me, se ne prenderà alcuno altro, posto ch'ella non possa migliorare? Elli si suol dire che le femine generalmente hanno questa natura, ch'elle pigliano sempre il peggio.
Con questi pensieri n'ho molti altri, li quali troppo penerei a volerli particolarmente spiegare; ma di loro vi dico che essi impediscono tanto la mia vita, che essi me l'hanno recata a noia; e per minor pena disidererei la morte, la quale ancora non pena riputerei, se gl'iddii donare la mi volessero, ma graziosa gioia.
Veder potete come io mi posso a prendere alcuno diletto trarre: solo mio bene e sola mia gioia è il pensare a Biancifiore, e questo è quello che la poca vita che rimasa m'è, mi tiene nel corpo.
Onde io vi priego che se la mia vita amate, non mi vogliate torre il poter pensare -.
[14]
Cominciò allora il duca così a parlare: - Ben ci è manifesto te essere da tanti e tali pensieri stimolato, quanti ne conti, e da molti più.
Ma tu non dei però volere con morte dar luogo al pensare più tosto che con diletto prolungare la tua vita, acciò che più tempo pensar possi.
Onde, se nullo priego dee valere, noi ti preghiamo che tu prenda conforto, e da cotesti pensieri con continui diletti ti levi; e se t'è forse occulto, come tu nel tuo parlar dimostri, la cagione per che dei pigliar diletto, noi non ce ne maravigliamo, però che in così fatti affanni le più volte il vero conoscimento si suole smarrire.
Ma noi, che di fuori da tale tempesta dimoriamo, conosciamo quali sieno le vie da uscire di quella: e però non ti siano gravi alquante parole, le quali se, ascoltate, metterai in effetto, ti vedrai sanza periglio venire a grazioso porto.
Tu ti duoli del focoso disio che ti stimola di vedere Biancifiore però che vedere non la puoi.
Certo ben credo che ti dolga; ma credi tu per questo dolore, che tu te ne dai, più tosto vederla? Certo no.
Dunque sperando confortare ti dei, e dare alquanto sosta al presente disio, conoscendo, come tu fai, che al presente fornire non lo puoi con tuo onore.
Pensa che la fortuna non terrà sempre ferma la rota: così come ella volvendo dal cospetto di Biancifiore ti tolse, così in quello ancora lieto ti riporrà.
Similemente ti dico del pensiero che porti, non Biancifiore, per l'amore che ti porta, sostenga o gravosa infermità o morte, ciò è vano pensamento: e per niente il tieni, però che amore mai non porse morte ove le parti fossero in un volere.
"Che ella infermasse io il disidererei, solo che per amore fosse, pensando che per quella infermità potrei conoscere me da lei tanto amato, che sì fatto accidente ne le seguisse per lo non potermi avere": oimè, quanto più è da pensare della sanità, la quale i sonni interi e le malinconie lontane essere dimostra: e però questo del tutto dei lasciare andare.
Se dubiti non il tuo padre forse, come già fece, la voglia offendere, ciò non è da maravigliare, ché noi di niuna cosa abbiamo tanta ammirazione, quanto che egli ha tanto sofferta la sua vita, sappiendo come sia fatta quella che tu per lei meni.
Onde ti dico che tenendo la maniera che fai, ragione hai di dubitare; ma volendo prendere conforto e seguire la via che io altra volta ti mostrai, niuna dubitazione te ne bisogna avere, ché io ti giuro per l'anima del mio padre che il re ama Biancifiore quanto figlia, e niuna cosa ad ira il potrebbe muovere contro ad essa, se non la tua sconcia vita.
Se vuoi dire che gelosia ti stimoli, questo è contro a quello che davanti dicesti, cioè che Biancifiore più che sé t'ami, però che gelosia non suol capere se non in luoghi sospetti, e tu prima affermi niuna sospezione esserci, e appresso di' te esser geloso.
Ma certo, come che tu parli, a me pare che niuna cosa sia tanto amata da Biancifiore quanto tu se': onde per questo niuno pensiero di lei avere ti conviene.
Appresso, chi sarebbe quella sì folle, che avendo l'amore d'un così fatto giovane come tu se', bello, gentile, ricco e figliuolo di re, lasciasse quello per niuno altro? Se vuoi dire: "le femine pigliano sempre il peggio", questo non s'intende per tutte, ma solamente per le poco savie, la qual cosa ancora negli uomini si truova.
E veramente Biancifiore è savissima, e ciò nel suo portamento e nelle sue operazioni è manifesto.
Or dunque, pensando bene queste cose, chi dovrebbe più confortarsi di te? Tu bello, tu ricco, tu gentile, tu amato da colei che tu ami, per amore della quale dovresti sempre pensare di vivere in modo che grazioso e sano le ti potessi presentare.
Se simile caso fosse in me, io mi terrei oltre misura caro per più piacerle, né per niuna cosa disidererei tanto la vita lunga, quanto per lungamente poterla servire.
E tu, più vinto da ira e da malinconia che consigliato dalla ragione, cerchi la morte per conforto, e sempre in pensieri e in dolore dimori, e vai imaginando quelle cose le quali né vedesti né vedrai già mai, se agl'iddii piace.
Folle è colui che per li futuri danni sanza certezza spande lagrime, e in quelle più d'impigrire si diletta, che argomentarsi di resistere a' danni.
Deh, se tu se' uomo come sono gli altri, giovino tanti conforti, quanti noi ti diamo: vaglia il mostrarti la verità, come noi mostriamo! E non indurare pure sopra il tuo non vero parere: rallegrati che tanto manca il senno quanto il conforto ne' savi -.
[15]
Florio, il quale sentiva in sé graziose parole all'animo innamorato, che di quelle avea bisogno, con men dolente viso così rispose: - Amici, a' subiti accidenti male si puote argomentare.
Ma che che 'l mio padre si deggia fare, io pur m'ingegnerò di prendere il vostro consiglio, cacciando da me il dolore delle non presenti cose -.
E questo detto, si dirizzarono tutti; e uscendo del giardino, per le stelle che già il cielo aveano de' loro lumi dipinto, tornarono quasi contenti alle loro camere.
[16]
Mentre li fati trattavano così Florio, Biancifiore lasciata da lui al perfido padre tornò nell'usata grazia, dimorando ne' reali palagi con non minore quantità di sospiri che Florio, avvegna che più saviamente quelli guardasse nell'ardente petto.
Ma le trascorrenti avversità che il loro corso verso Florio aveano volto, con non usato stimolo ancora lui miserabilmente assalirono in questa maniera.
Era nella corte del re Felice in questi tempi un giovane cavaliere chiamato Fileno, gentile e bello, e di virtuosi costumi ornato, a cui l'ardente amore di Florio e di Biancifiore era occulto, però che di lontane parti era, pochi giorni poi la crudel sentenza di Biancifiore, venuto.
Il quale, sì tosto come la chiara bellezza vide del suo viso, incontanente s'accese del piacere di lei, e sanza misura la incominciò ad amare, e in diversi atti s'ingegnava di piacerle, avvegna che Biancifiore di ciò niente si curava, ma, saviamente portandosi, mostrava che di queste cose ella non conoscesse quanto facea.
L'amore che Fileno portava a Biancifiore non era al re né alla reina occulto; i quali, acciò che il cuore di Biancifiore di nuovo piacere s'accendesse e Florio fosse da lei dimenticato, contenti di tale innamoramento, più volte nella loro presenza chiamavano Fileno, a cui faceano venire davanti Biancifiore e con lei tal volta sollazzevoli parole parlare; ma ciò era niente, ché Biancifiore di lui si curava poco, anzi sospirando vergognosa bassava la testa come davanti le venia, sanza già mai alzarla per mirare lui, se ciò non fosse stato alcuna fiata in piacere del re o della reina, li quali ella conoscea essere di tale amore allegri, avvegna che Fileno pensasse che que' sospiri, i quali dal cuore di Biancifiore moveano, uscissero fuori essendone egli cagione.
Mostrando Biancifiore per conforto della reina d'amare il giovane cavaliere; avvenne che dovendosi ne' presenti giorni celebrare una grandissima solennità ad onore di Marte, iddio delle battaglie, e nella detta solennità si costumasse un giuoco nel quale la forza e lo 'ngegno de' giovani cavalieri del paese tutta si conoscea, Fileno propose di volere in quel giuoco per amore di Biancifiore mostrare la sua virtù; ma ciò, se alcuna gioia da Biancifiore non avesse la quale in quel luogo per soprasegnale portasse, non volea fare.
Onde egli un giorno si mosse, vedendo Biancifiore stare con la reina e con dubbioso viso, davanti alla reina così a Biancifiore cominciò a parlare: - O graziosa giovane, la cui bellezza Giove credo nel suo seno formasse, e a cui io per volere di quel signore, alla forza del cui arco non poterono resistere gl'iddii, sono umilissimo e fedel servidore, se i miei prieghi meritano essere dalla tua benignità uditi, con quello effetto che più graziosamente gli ti presenti gli mando fuori, e priegoti che, con ciò sia cosa che la festa del nostro iddio Marte, le cui vestige io sì come giovane cavaliere seguito, si deggia di qui a pochi giorni celebrare, e in quella il giuoco de' potenti giovani, sì come tu sai, si deggia fare, e io intendo in quello per amore di te mostrare le mie forze, che tu alcuna delle tue gioie mi doni, la quale portando in quello per sopransegna, mi doni tanto più ardire, che io non ho, ch'io possa acquistare vittoria -.
Biancifiore, udendo queste parole, di vergognosa rossezza dipinse il candido viso, sì tosto come il cavaliere si tacque, e non sappiendo che si fare si voltò verso la reina riguardandola nel viso con dubitosa luce.
A cui la reina disse: - Giovane damigella alza la testa: e perché hai tu presa vergogna? Dubiti tu che ciò che ha detto il cavaliere non sia vero? Certo nella nostra gran città niuna donna dimora, la cui bellezza si possa adequare al tuo viso; e perché egli ti domandi grazia, sì come quelli che per amore disidera di servirti, ciò non gli dee da te esser negata, ma benignamente alcuna delle tue cose, quella che tu credi che più gli aggradi, g