FILOCOLO, di Giovanni Boccaccio - pagina 3
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Onde Egli, misericordioso essauditore de' giusti prieghi, e di tutto bene benignissimo donatore, per me ti manda a dire che il tuo priego è essaudito da Lui, e che, la prima volta che tu con la tua sposa onestamente ti congiugnerai, veramente riceverai il dimandato dono -.
E queste parole dette, ad un'ora egli e 'l sonno di Lelio si partirono.
Lelio, svegliato, pieno di maraviglia e d'allegrezza, per lungo spazio volse gli occhi per la camera per vedere se ancora l'aportatore della lieta novella vi fosse; ma poi che vide lui non esservi, umilemente cominciò a ringraziare colui che mandata aveva tanto disiata ambasciata; e chiamata Giulia, la quale ancora dormia, le narrò la veduta visione.
Di che ella si maravigliò molto, e lieta quasi sanza fine incominciò a ringraziare Iddio.
E non dopo molto spazio stato tra loro quella congiunzione che annunziata fu a Lelio, s'avide Giulia esser gravida, secondo che il santo Iddio avea annunziato.
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Non dopo molti giorni, mostrando già Calisto dintorno al polo quanto era lucente, incominciò Lelio e Giulia insieme a ragionar della mirabile visione, e dopo alquante parole, Giulia, che già avea sentito e sentia in sé il disiato frutto nascoso, disse: - Certo, Lelio, già per effetto mi par sentire il grazioso dono esserci dato, però che più grave esser mi pare che per lo preterito parere non solea -.
Quando Lelio udì queste parole fu tanto allegro, che nulla giusta comparazione si potrebbe porre alla sua allegrezza, e disse: - Adunque niuno indugio si vuole porre a fare gl'impromessi doni; ma così tosto come i chiari raggi di Apollo ne recheranno il chiaro giorno, io con quella compagnia che mi parrà voglio prendere il lungo cammino e portare i graziosi incensi promessi a' lontani altari -.
Allora disse Giulia - Deh! ora sarà il tuo cammino sanza me fatto? -.
Lelio rispose: - Giulia, tu se' giovane, e sì fatto affanno sarebbe alla tua tenera età impossibile, e noioso al disiato frutto che tu nascondi; però tu rimarrai degna donna della nostra casa, lietamente aspettando la mia tornata -.
Giulia, udendo queste parole, bagnò il suo viso d'amare lagrime, dicendo: - Certo, quando la fortuna ti fosse contraria, mi crederei io esser vie più possente sostenitrice dell'armi e degli affanni, sempre aiutandoti e seguendoti, che non fu Issicratea a Mitridate, non che nelle felicità, nelle quali il venirti appresso mi porge smisurato diletto.
Se tu mi lasci sola di te, tu mi lascerai accompagnata di molti e varii pensieri: il mio petto sarà sempre pieno di molte sollecitudini, e nascosamente sosterrò maggior affanno, sempre di te dubitando, ch'io non potrei mai fare venendo teco -.
O Tiberio Gracco, fu tanta la pietà che tu avesti di Cornelia, tua cara sposa, quando lasciasti la femina serpe, risparmiando anzi la sua vita che la tua propia, quanto fu quella di Lelio vedendo le lagrime della cara compagna? Certo appena! Ond'egli le rispose: - Giulia, poni fine alle tue lagrime, ché i lontani templi da me sanza te non saranno cercati; e però disponi il tuo virile animo al nuovo cammino, che al nuovo giorno credo cominceremo -.
Giulia contenta si tacque.
[7]
L'Aurora avea rimossi i notturni fuochi e Febo avea già rasciutte le brinose erbe, quando Lelio, chiamata Giulia, lieti si levarono da' notturni riposi, e comandarono che quelle cose le quali a camminare fossero necessarie, fossero sanza indugio apparecchiate.
E mandato per quelli i quali a loro piacque d'eleggere per loro compagnia, loro narrarono il lieto avvenimento, comandando ad essi che immantanente fossero presti d'andare con loro a mettere ad effetto le fatte promissioni.
Al quale comandamento fu risposto loro essere presti ad ogni loro piacere.
[8]
Fu sanza alcuno indugio messo ad essecuzione il comandamento di Lelio; onde egli e Giulia e la loro compagnia, tornando da' santi templi da porgere pietosi prieghi al sommo Giove che il loro andare e tornare facesse essere prosperevole, salirono sopra i portanti cavalli, e, piangendo, appena a' cari parenti e amici poterono dire addio: e partironsi, e con lieto animo cominciarono il disaventurato cammino.
[9]
Il miserabile re, il cui regno Acheronta circunda, veggendo che lo essercizio era alle sue invasioni inique contrario, e che i lunghi cammini porgevano alla carne affannosa gravezza, per la quale i sostenitori d'essa fuggivano le inique tentazioni e meritavano il mal conosciuto regno da lui, il quale egli, per disiderare oltre dovere, perdé, afflitto di noiosa sollecitudine, veggendo la maggior parte di quelli che andar soleano alle sue case esser disposti a quello affanno, o ad altri simiglianti o maggiori, pensò di volergli ritrarre da sì fatte imprese con paura; e convocati nel suo conspetto gl'infernali ministri, disse: - Compagni, voi sapete che Giove non dovutamente degli ampi regni, i quali egli possiede, ci privò, e diedeci questa strema parte sopra il centro dell'universo a possedere, e in dispetto di noi creò nuova progenie, la quale i nostri luoghi riempisse.
Noi ingegnosamente li sottraemmo, sì che noi volgemmo i loro passi alle nostre case: e Egli ancora, non parendogli averci tanto oltraggiato, mandò il suo Figliuolo a spogliarcene, al quale non potendo noi resistere, ci spogliò, e dopo tutto questo fece aveduti gli abitanti della terra de' nostri lacciuoli, e donò loro armi con le quali essi leggiermente le nostre spezzano.
E che noi di questi oltraggi ci andiamo a vendicare sopra di lui, il salire in su c'è vietato, e Egli è più possente di noi: però ci conviene pur con ingegno il nostro regno aumentare, e fare di riavere ciò che per adietro abbiamo perduto.
Tra l'altre cose che il Figliuolo di Giove lasciò in terra al suo popolo, a noi più contraria, fu continuo essercizio, al quale del tutto si vuole intendere da noi, acciò che si spenga con volonteroso ozio delle loro menti, e li romani massimamente, i quali, quasi agli altri principali, hanno questo essercizio molto impreso, e quasi ogni gente da loro lo 'mprende.
Ond'io ho proposto di volerli almeno ritrarre dall'andare li strani templi visitando, con paura; e questo sanza fallo mi verrà fatto troppo bene sopra gran quantità d'essi, che ora al tempio che sopra l'ultime piagge di Speria dimora, vanno, sopra i quali io vendicherò la mia ira, e voi siate intenti di fare il simigliante ovunque voi ne sentite alcuno -.
[10]
Dette queste parole a' suoi, prese vana forma simigliante d'un nobilissimo cavaliere, il quale sotto la potenza del gran re Felice, reggitore de' regni di Speria, nipote di Atalante, sostenitore de' cieli, governava vicino a' colli d'Appennino una città chiamata Marmorina.
E salito sopra un cavallo, le cui ossa per magrezza quasi quante fossero apertamente mostrava, e correndo sopra esso, pervenne ne' lontani regni, e trovato il re, il quale le silvestre bestie cacciando prendea diletto, fu davanti a lui.
E come tal volta sogliono i corpi morti gravosi cadere alla terra sanza essere urtati, cotale costui fittivamente cadendo davanti gli si gittò, e con voce affannata, tanto che appena s'udiva, piangendo cominciò a dire: - O signor mio, tu vai l'innocenti bestie davanti a te cacciando, e nelle loro innocenti interiora metti aizzando gli aguti denti de' feroci cani, ma io misero ho nella vostra città Marmorina lasciato il romano fuoco, il quale, sì com'io vidi già per li più alti luoghi, tutta la città guastava: e come ciò avvenisse a me è occulto; se non che avendo noi il giorno davanti celebrati i santi sacrificii di Bacco con grandissima festa, e la vegnente notte, riposandosi, ciascuno avea già di sé la quarta parte passata, quando io, quasi dormendo, cominciai a sentire grandissimo pianto d'uomini, di garzoni e di femine, e impetuoso suono di non usate armi.
Allora, abandonato del tutto il quieto sonno, pauroso mi levai, e salii negli alti luoghi della nostra casa, e vidi tutta la città piena di fuoco e di noiose ruine, e di maggior pianto furono ripiene le mie orecchie.
E già presso alla nostra casa udendo il terribile suono delle sonanti trombe, disarmato corsi per le fidate armi, per risalire armato nelle fortezze della nostra casa, scendendo contra i molti amici, i quali contra i crudeli osti, per lo bene della città s'apparecchiavano con le taglienti spade d'aspramente combattere.
Allora dissi, quasi avendo nella loro vita compassione: "O giovani, or non vedete voi che fortuna sia nelle presenti cose? Quelli iddii nei quali la forza in che la speranza della nostra signoria dimorava, sono fuggiti e hanno abandonato i loro altari; e però voi soccorrete indarno alla città.
Ma se voi avete certa fidanza nelle vostre armi, andiamo, e in mezzo de' nemici combattiamo, essendo io duce: e quivi, o vinciamo, o, sdebitandoci di tal vergogna, mandiamo le nostre anime alle infernali sedie: "sola salute è a' vinti non isperar salute"".
La città, da tutte parti presa, era da' nemici con gli aguti spuntoni guardata; ma noi poi, assicurati, ci movemmo ad andare alla non dubbiosa morte tutti per una via.
Oimè! chi potrebbe mai narrare la ruina e la tempesta di quella notte? Chi potrebbe parlando dire la menoma parte della uccisione o con le lagrime agguagliare la fatica? L'antica città, la quale molti anni vittoriosa sotto le nostre braccia dimorò, fu da' miei occhi veduta quella notte cadere quasi tutta in picciola ora; ma noi miseri, portati da' miserabili fati, ovunque andavamo, per le larghe vie trovavamo cadere corpi gravati da mortale gelo: ad ogni passo trovavamo nuovo pianto, e in ogni parte era romore e uccisione infinita.
E andando per diverse parti della città, dandone l'accese case aperti passaggi, più volte scontrandoci in picciole schiere di nemici combattemmo.
Ma già quasi propinqui all'ultima ora della notte, vaghi del nuovo giorno, fummo da innumerabile moltitudine di nemici aspramente assaliti, e quivi difendendoci virilmente, vidi io gran parte de' miei compagni bagnare la terra del loro sangue, e sanza niuna misericordia essere dagli avversarii uccisi.
Onde non potendo noi più sostenere il crudele assalto, con alquanti diedi le spalle, fuggendo verso il nostro palagio; ma quivi trovata più aspra battaglia, quasi furiosi, sanza alcuna speranza di salute, io e' miei compagni tra gli aguti ferri de' nemici ci gittammo.
Quivi io, ferito in molte parti, rientrai nelle mie case, nelle quali alquanti de' miei compagni vinti vilmente si fuggirono; e saliti nel superiore pavimento, vedemmo tutta la città essere d'ardenti fiamme e di noiosi fummi ripiena, la quale piangendo riguardavamo.
Allora fummo assaliti di nuovo accidente, però che rotte le porti dell'antico palagio, salì uno grandissimo uomo romano con molti seguaci, il quale, sì come il fiero lupo le timide pecore sanza difesa strangola, così costui andava uccidendo qualunque davanti gli si parava.
A lui vidi io uccidere il vecchio padre e due miei figliuoli, e altri molti.
Sopra il quale volendo io prendere debita vendetta, ricevetti infiniti colpi della sua spada; ma poi la vecchia madre e altre femine con lei, mettendo le loro persone per la mia vita tra la sua spada e 'l mio corpo, fortunosamente mi trassero delle sue mani.
E uscito fuori della non già città, veggendo che per me più niuno soccorso vi si potea porgere, miserabilemente me verso queste parti mi dirizzai, e qui nel vostro conspetto mi sono fuggito.
E dicovi che il vostro regno è sanza dubbio assalito da gente tanto acerba, che non che contro a voi, ma ancora contro i nostri iddii hanno prese armi; e che ciò ch'io ho narrato sia vero, manifestevelo il sangue mio, il quale per tante ferite potete vedere davanti da voi spandere.
Io ho appena, fuggendo, potuta la mia vita ricuperare, la quale omai credo sarà brieve; e le mie ferite, le quali più tosto medico e riposo che affanno richiedevano, marcite costringono l'anima d'abandonare il misero corpo.
E però vi priego che voi v'apparecchiate acciò che i vostri nemici, i quali credo che non sieno di qui guari lontani, possiate con più forte fronte ricevere che io non potei, e acciò che voi altressì vendichiate le mie ferite, acciò che io tosto tra gli altri spiriti possa alzare la testa per la vendicata morte -.
E appena finì queste parole con intera voce, che davanti al re il corpo sanza anima freddo lasciò.
[11]
Con le mani prese, nell'aspetto stupefatto stava il re Felice ad ascoltare le fitte parole; ma poi che vide lo spirito del parlante cavaliere avere abandonato il corpo e più non dire, mutato il natural colore, tornò palido, e, oppresso nel segreto petto di varie cure, quasi per greve doglia appena ritenne le lagrime.
E non sappiendo che partito prendere del subito annunzio, mostrandosi vigoroso per rincorare i suoi, comandò che al morto corpo fosse data sepoltura; e abandonata la cominciata caccia, volse i passi co' suoi compagni verso le reali case.
Alle quali poi che fu giunto sospirando, a' suoi cavalieri comandò che sanza niuno dimoro prendessero l'usate armi; e sollecitamente fatti convocare i vicini popoli, i quali sotto la sua signoria si costringeano, adunò grandissimo essercito in pochi giorni, intendendo di volere obviare gli assalitori del suo regno.
[12]
Poi che questo tutto fu fatto, e il giorno, il quale segretamente avea proposto di movere col suo essercito, fu venuto, egli comandò che divoti sacrificii s'apparecchiassero a Marte, acciò che la sua deità, la quale verso loro parea indebitamente crucciata, sacrificando si mitigasse; e esso personalmente volendo sacrificare acciò che il suo andare prosperamente si dirigesse verso i suoi nemici, andò al sacrato tempio davanti agli altari di Marte, la cui effigie riguardando per più effettuosamente porgere pietosi prieghi, vide bagnata di novelle lagrime, le quali non poco dubbio gli porsero.
Ma poi, imaginando che Marte per compassione de' suoi danni avesse lagrimato, alquanto riprese conforto, e fatto venire un giovane toro per volerlo sopra i detti altari sacrificare, disse così: - O vera deità, la quale a' nostri danni hai mostrata lagrimando vera compassione, ricevi i nostri volontarii sacrificii, i quali presenzialmente ti facciamo, e con lieto viso ne porgi speranza di prosperevole andata -.
E dette queste parole, ferì lo 'ndomito toro, il quale, sì tosto come sentì la puntura del freddo coltello, per duolo sì forte si scosse, che uscito delle mani di coloro che 'l teneano, furiosamente fuggì verso i marini liti d'occidente, il suo sangue spandendo, allungandosi, e torcendo i passi da quella parte onde i nimici, secondo il falso detto, doveano il reame avere assalito.
[13]
Vedendo questo, il re non poté dentro per fortezza d'animo ritenere le lagrime, ma forte piangendo cominciò a dire: - Ora manifestamente possiamo noi ben vedere l'ira degl'iddii quanto ella verso noi adopera, e quanto i fortunosi fati ci si sono incontro rivolti! Oimè, che Marte, lagrimando, non de' preteriti danni ma de' futuri mostra d'aver compassione! Egli e gli altri iddii rifiutano i nostri sacrificii, sì come di non degni sacrificatori: e ciò apertamente si vede, ché già il toro ferito per mitigar la loro ira è fuggito dinanzi da' loro altari delle nostre mani, e va dello innocente sangue bagnando il nostro terreno, mostrandone manifesti segni della nostra fuga, la quale infino agli ultimi termini della nostra potenza mostra che si debba con crudele uccisione distendere.
Ma, o sommi iddii, se i miseri meritano d'essere da voi in alcuno atto essauditi, non ischifate le mie piangenti voci, però che, come voi sapete, io non sono quello Dionisio, il quale più volte i vostri templi e le vostre imagini privò di corone e d'altri ornamenti degni a' vostri altari.
Io già mai, o Giove, non ti spogliai come costui fece, dicendo che la risplendente roba fosse di state grave e di verno fredda, rivestendoti di comuni drappi, utili all'uno tempo e all'altro.
Né a te, o figliuolo d'Apollo, feci mai con tagliente ferro levare la cara barba; né a te, o santa Giunone, scopersi il santo tempio, come Quinto Fulvio fece, per ricoprirne alcuno altro: per le quali cose, sì come sacrilego, io e 'l mio popolo meritiamo giusta distruzione, ma sempre voi e' vostri templi furono da noi onorati.
Dunque non consentite che la nostra potenza, da voi a' nostri antecessori benignamente conceduta, crudelmente sanza cagione si distrugga, e almeno da quel popolo, il quale con nuove armi alla vostra forza s'ingegna di contrastare.
E se pure ci è alcuna cagione per la quale la vostra ira giustamente contro a noi si muova la quale o io o 'l mio popolo abbia commessa contro la vostra deità, venga di grazia sopra me tutto il pondo.
Deh! non mi fate men degno di questo dono che voi faceste Camillo, il quale i romani per lui molto essaltati, per la sua orazione la quale essaudiste, mandarono ivi a poco tempo in essilio: avvegna che l'arsa Marmorina, e lo sparto sangue, e' partiti spiriti de' nostri uomini vi dovrebbono essere stati sofficiente sacrificio a mitigarvi.
Sia da voi conceduto adunque che io prima, percosso da Antropos, renda lo spirito agl'iddii infernali co' precedenti morti insieme; che io sotto le mie braccia vegga il mio regno annullare -.
[14]
Mentre che il re con lagrime e con sospiri faceva la detta orazione, volgendo alquanto i lagrimosi occhi verso quella parte dalla quale il furioso toro era fuggito, vide il toro in uno vicino bosco per difetto di sangue caduto, e sopr'esso essere, come folgore volando, disceso da cielo il divino uccello, e sopr'esso toro per grande spazio essersi pasciuto, e appresso quindi levarsi e volare verso quelle parti onde doveano quello giorno prendere il loro cammino i suoi popoli.
La qual cosa veduta, in se medesimo preso il volo di quello uccello per buono agurio, assai più d'allegrezza e di speranza si riempié, che non fece Paulo alla voce di Tarsia quando disse: - Persio è morto -, o Lucio Silla quando vide dallato del suo altare cadere il morto serpente ne' campi di Nola.
E mutato il lagrimoso aspetto in lieto, con alta voce cominciò a dire al suo popolo: - Rallegratevi e prendete debito conforto, signori, però che Giove pietosamente ha mutato consiglio e, fatto verso noi pietoso, gli è de' nostri danni incresciuto, però ch'io ho veduto che il sacrificio da noi rifiutato e che delle nostre mani fuggì, egli l'ha benignamente accettato: e ciò ci manifesta il suo santo uccello, al quale io vidi il toro, già con poca forza rimaso, abbattere nel vicino bosco, e sopr'esso per lungo spazio si pascé, levandosi poi, ha il suo volo ripreso, verso i nostri avversarii, quasi mostrandoci che via noi dobbiamo fare.
Onde pare che Giove benignamente ricevuto l'abbia, poi che alle nostre schiere ha mandato sì fatto duca.
Or dunque cacciate da voi ogni dolore, e pieni d'allegrezza accendete i fuochi sopra i santi altari, e date agl'iddii divoti prieghi per la nostra vittoria, e poi sanza niuno indugio i nostri passi verso quella parte, onde volò il santo uccello, dirizziamo, però che già si manifesta agli occhi la disiderata vendetta dovere pervenire fatta a prosperevole fine -.
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Arsi i fatti fuochi e dissoluti i nebulosi fummi avvolti ne' sacri templi, le trombe sonarono e i cavalli presti alle fiere battaglie, udito il suono, cominciarono a fremire; e allora il re, acceso di focoso disio per la speranza presa del detto agurio, comandò che le reali bandiere fossero spiegate a' venti e che tutti i suoi, abandonandosi a' fortunosi fati, verso Marmorina dirizzassero il loro cammino: al quale comandamento le bandiere spiegate e la via presa fu sanza niuna dimoranza.
Ma il misero Lelio, il quale dell'ultimo giorno, a lui ruinosamente apparecchiato dalla fortuna, e a' suoi compagni simigliantemente, non s'accorgeva, anzi con solleciti passi si studiava di pervenire a' dolenti fati; e già quattro volte cornuta e altretante tonda s'era mostrata la figliuola di Latona dopo la sua partita da Roma, la quale egli mai non dovea rivedere, e camminando s'avea lasciate dietro le bianche spalle d'Appennino, affrettandosi di pervenire al santo tempio, il quale da' suoi occhi non dovea essere veduto, né da alcuno altro de' suoi compagni.
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Entrava il sole nella rosata aurora con lento passo, e' torbidi nuvoli occupavano il suo viso, per la qual cosa la sua luce, come usato era, non porgea chiara; forse a lui, che tutto vede, era già manifesta la fierità del crudel giorno, al quale egli s'apparecchiava di dar lume: quando Lelio e la sua compagnia lieti a' loro danni cavalcavano per una profonda valle, la quale piena di nebbia molto impediva le loro viste, tanto che appena l'uno vicino all'altro si poteano vedere.
Era sopra la profonda valle una altissima montagna, tanto che parea che trapassando i nuvoli con le stelle si congiugnesse, la quale dovendo passare, già per la sua ertezza cominciava ad allentare i loro passi.
Sopra la detta montagna l'avversario re, da loro non conosciuto, già era pervenuto con la sua gente, e quella notte sopr'essa per più sicurtà del suo essercito, sanza scendere al piano, s'era attendato.
Ma già avendo il sole co' suoi aguti raggi cominciato a dissolvere l'oscure nebbie; il re, che sopra l'alta sommità dimorava, nella sua mente imaginando i cammini che col suo popolo far dovea, ficcando gli occhi fra la folta nebbia nel fondo della oscura valle, vide la divota gente cavalcare verso di lui; la quale veduta, incontanente dubitando, non altramenti essarse che fa la piombosa pietra, la quale uscendo della risonante rombola vola, e volando imbianca per l'impeti che davanti truova alla sua foga; e con alta voce voltato a' suoi cavalieri gridò: - Venite, franchi campioni e cari amici e fratelli, però che già credo che i nostri nemici ci si manifestano -.
E poi alquanto racchetato in se medesimo, parlò loro così: - Signori, se gli occhi non mi mentono, a me par vedere, sì come mostrato v'ho, parte de' nostri avversarii già essere nella profonda valle appiè del monte e venire verso di noi, e essi, sì com'io credo ancora di nostro movimento, né delle nostre armi prese niente sanno, né noi ancora qui non hanno potuto vedere per la folta nebbia, la quale ancora non è dissoluta.
Però a me parrebbe che essi fossero da essere obviati con aspro scontro sanza più dimorare, acciò che essi, avedendosi prima di noi che noi gli assalissimo, non potesseno prendere rimedio a noi nocevole, né al loro scampo utile.
Io son certo che essi sono infino a questo luogo venuti sanza trovare alcuna resistenza, per la qual cosa io avviso che essi cavalchino sanza alcuna paura dissolutamente; per che, assalendoli subito, li troverebbe l'uomo sanza alcuno argomento e di loro avrebbe o la morte o la vita, qual più gli piacesse: ond'io vi priego che sanza alcuno dimoro vigorosamente sieno da voi assaliti, cacciando da voi ogni tema.
E già vedeste voi, anzi che noi le nostre case abandonassimo, che gl'iddii ne mostrarono segni di riconciliazione e per più certezza di questo ci dierono il santo uccello per vero duca, il quale voi vedete che ha i nostri passi dirizzati in quella parte, che noi per lo preterito tanto abbiamo disiato.
Appresso, voi sapete che questi vengono assetati del nostro sangue, e per voler nelle nostre interiora bagnare le loro spade, sanza ragionevole cagione; e vengono per occupare le nostre case, e per mandar noi nelle estravaganti parti del mondo in doloroso essilio.
Adunque, sì per lo laudevole agurio, il quale prospera fine ne dimostrò, sì per la ragione la quale è nostra perfettamente, sì per difendere noi medesimi e le nostre case assalite da nuovi popoli, ciascuno sì come vigoroso cavaliere debba le sue armi adoperare.
Pensate che voi non siete cavalieri usati di perdere le cominciate battaglie, ma continuamente per la vostra maravigliosa fortezza acquistando molte vittorie, v'avete per adietro fatto temere.
Simigliantemente ancora vi dee porgere molto più ardire veggendo me armato disiderare la vostra salute con la mia insieme, essendo oramai quasi negli anni della mia ultima età, alla quale più tosto riposo che affanno si converrebbe.
Or poi che tante ragioni vi deono muovere ad esser disiderosi della vittoria, movetevi in quello agurio che voi l'acquistiate -.
E dette queste parole, comandò che le sue insegne scendessero il monte contro a coloro che ancora nella valle dimoravano.
Allora i cavalieri gridando dierono segno di gran volontà di combattere, e le trombe sonarono, e corni e altri strumenti molti; e cavalieri sanza niuno ordine si mossero così furiosi, come tal volta il fiero cane, tratto della catena, sentendo sonare le frondi dell'antico bosco, seguendo la preda corre sanza niuno ritegno, discendendo l'alpestro monte.
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Sì come gli impetuosi fiumi, i quali dell'alte montagne, turbati per la piovuta acqua, ruinosi impetuosamente caggiono sanza ritegno, menando seco alcuna volta grandissime pietre, le quali fanno insieme non minore fracasso che l'acque; così giù per la straripevole montagna, sanza tener via o sentiero diritto, si dirupava lo iniquo essercito, goloso dello innocente sangue, con un romore e con una tempesta sì di suoni di corni e di trombe e d'altri crudeli strumenti, come del forte strepito dell'armi medesime e de' cavalli, che tutta la valle faceano risonare.
Giulia, meno piena di varie sollecitudini, sentendo il romore prima s'avvide della iniqua gente; la quale, vedendoli sì tempestosamente venire, temendo come la timida cerva davanti al leone divenne, e tornata fredda come i bianchi marmi, a Lelio temorosamente s'accostò, e con rotta voce cominciò a dire: - O Lelio, ove è fuggito il tuo lungo provedimento? Or non vedi tu quella gente armata che sì furiosamente verso noi discende dell'alto monte? Che gente può ella essere? Come non provedi tu al necessario rimedio ora, se elli vengono per offenderci? -.
A queste voci alzò Lelio gli occhi e guardossi davanti, e vide il maladetto popolo ancora assai lontano, ma non tanto che fuga avesse potuto sé e' suoi compagni trarre delle mani degli avversarii, ond'egli alquanto pavido nella mente, rivolto alla sua compagna disse: - Non dubitare, fatti sicura che questi non cercano noi - tenendo con forte viso nascosa la creata paura; e poi fra sé cominciò a pensare, dicendo: "Certo costoro scendono sì furiosi per prenderci al varco della montagna, e vogliono di noi l'una delle due cose: o essi vogliono farsi del nostro avere posseditori privandone noi, o elli vengono, sì come ribelli della nostra legge, per privarci di vita, essendosi già loro in alcuno atto manifestata la nostra condizione.
E a dire che di qui noi fuggendo volessimo scampare, questo è impossibile, però che i loro cavalli, freschi e possenti, assai tosto sopragiugnerebbono i nostri, affannati; e il volere loro con l'arme resistere, noi siamo picciola quantità a sì gran moltitudine.
Dunque solamente aspettare la lor pietà, misericordia chiamando, è il migliore, acciò che fuggendo noi non incrudeliamo più gli animi; la quale s'elli la concedono, avanzeremo con Dio il nostro cammino, e se no, nelle nostre braccia, sperando in Dio, rimanga l'ultima parte della nostra salute".
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Già tutti i compagni di Lelio e altri giovani molti, giunti per loro scampo in loro compagnia, disiderosi di pervenire a quel medesimo tempio ove costoro andavano, cominciavano fra loro a mormorare per la veduta gente, e quasi ciascuno dubitava di muoverne verso Lelio alcuna parola, vedendolo forse nel sopradetto pensiero occupato, quando Lelio, sentito il loro mormorio e veduta la loro dubitanza, si voltò verso essi con pietoso aspetto, così parlando:
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- O nobilissimi giovani e cari amici e compagni, i quali avete infino a questo luogo seguiti i miei passi, faccendo di me duca e principale capo di tutti voi, non per dovere, ma essendone perfetto amore mediante cagione, a' miei orecchi sono pervenute le tacite parole, le quali tra voi della non conosciuta gente, che a' nostri occhi giù per lo monte discendere si manifesta, avete dette.
Onde io, essendo stato ne' prosperevoli passi lieto conducitore, ne' dubbiosi non sosterrò, in quanto piacere vi sia, d'essere per alcun altro condotto; ma, prendendo in questo caso luogo di franco e vero duca, prima il mio avviso vi narrerò, poi i miei passi secondo il vostro consiglio perseguirò.
Quando prima agli occhi miei, per le parole di Giulia, questa gente che noi veggiamo corse, incontanente, pensando il luogo ove noi siamo, due pensieri nella mente mi vennero: l'uno de' quali fu che costoro, forse indigenti delle mondane ricchezze, veggendo il nostro arnese molto, o forse avendone manifesta indetta, si mossero e vengono per volercene del tutto privare.
La qual cosa se così avviene che sia, niuna resistenza se ne faccia loro a lasciarlo prendere, ma liberamente di piano patto sia tutto loro donato, però che, lodato sia Colui che di questo e degli altri beni è donatore, le nostre case sono a Roma copiose di molto oro, e però questo forse a loro fia molto e a noi poco sarebbe.
L'altro pensiero fu questo, il quale molto più che 'l primo mi spaventa, che io dubito molto che costoro non rechino nelle loro mani la nostra morte, però che noi dimoriamo in quelle parti nelle quali ha più persecutori della nostra novella e santa legge, che quasi in niuna altra del mondo; e ancora me ne accerta più il vedere il modo per lo quale elli discendono a noi, ché voi vedete che essi vengono con grandissime bandiere spiegate, e con terribile romore, il quale andare non suole esser de' predoni.
E però a questo ultimo, più che al primo pensando nella mia mente ogni via essaminata, e niuna utile per noi ci trovo, però che, come voi vedete, il voler fuggire niuna cosa sarebbe, se non accendere gli animi loro in maggiore ira, e forse dare loro materia d'offenderci, dove essi non l'avessero; e poi che noi volessimo pur fuggire, manifesta cosa è che non ci è il dove, se non nelle loro braccia, però che d'alte montagne d'ogni parte in questa valle ci veggiamo racchiusi.
E il volere con le nostre armi resistere alla loro potenza, noi siamo picciolo popolo a rispetto di loro; e però a me pare che qui sieno da aspettare.
E convocata la loro misericordia, se essi si muovono a pietà di noi, ringraziando Iddio, il nostro cammino meneremo a perfezione, e se non, con le nostre braccia vigorosamente aiutandoci difenderemo, e vendicheremo le nostre morti, le quali Giove per lungo tempo cessi da noi -.
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Mentre Lelio le sue pietose parole porgeva a' cari compagni, ciascuno, portando a se medesimo e a lui compassione, amaramente piangea.
Alcuni piangeano dicendo: - Oimè, vecchio padre, che vita sarà la tua dopo la mia morte, s'egli avviene ch'io muoia, il quale ora cresciuto dovea essere bastone che la tua vecchiezza sostenesse -.
Altri piangeano i piccioli figliuoli rimasi a Roma con la giovane donna, ramaricandosi del loro infortunio; e altri i cari fratelli, e l'abandonate ricchezze per seguire Lelio.
E tutti generalmente piangeano la cara compagnia e amistà tra loro e Lelio sì dolcemente congiunta, che in così brieve tempo mostrava di doversi sì amaramente partire.
Ma non dopo molto spazio per li conforti di Lelio, il quale diceva loro: - O vigorosi giovani, ove sono fuggiti i vostri animi virili? Voi spandete per picciola paura amare lagrime, come se voi foste femine.
Evvi sì tosto partita della memoria l'aspra morte che Catone sostenne in Utica con forte animo, volendo più tosto morir libero che vivere servo de' suoi nemici, dando insiememente essemplo a' suoi di sostenere ogni gravoso affanno per la cara libertà? Or che fareste voi se io facessi il simigliante? Credo che vie più lagrimereste.
Cacciate queste lagrime da voi, e non dubitate de' vecchi padri, né delle giovani donne, né de' piccioli figliuoli, né ancora dell'abondanti ricchezze, le quali voi avete abandonate in servigio di Colui che ve le donò, però che essi tutti nacquero alla sua speranza e non alla vostra, e Egli tutti a buon fine gli recherà.
E non è gran fatto se in servigio di così largo donatore di grazie si pone alcuna volta il mortal corpo -; abandonate le lagrime, si deliberarono al consiglio di Lelio, rispondendogli che lui per duca e per signore continuamente aveano tenuto e teneano, e piacea loro per inanzi di tenerlo, e che in questo accidente e in ogni altro essi ad ogni suo piacere erano disposti di metterlo con lui insieme in essecuzione, offerendosi di seguirlo infino alla morte.
Allora Lelio di tanto onore reverentemente gli ringraziò e comandò che ciascuno prendesse le sue armi e apprestassesi di resistere a' nemici, faccendo di loro tre schiere.
E la prima, nella quale egli mise quelli giovani nelle cui forze più si confidava, fece guidare ad un giovane romano, il quale si chiamava Sesto Fulvio, nobilissimo e ardito.
La seconda, nella quale erano quasi tutti quelli che a loro per lo cammino s'erano accostati per compagnia, fece menare ad un giovane della sua terra, Ostazio, sommo poeta, nominato Artifilo, valoroso e possente molto.
La terza, nella quale la maggior parte della sua poca gente riservò, diede a conducere a Sculpizio Gaio, suo caro compagno e parente, sé di tutte faccendo capitano e correggitore; e poi che così gli ebbe ordinati, parlò così verso loro:
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- Cari signori e compagni, com'io davanti vi ragionai, questi che noi veggiamo verso di noi venire con tanta furia, a noi è di lor venuta la cagione occulta.
Ma tanto mi par bene che essi sono iniqua gente e ribelli alla nostra legge, presumendo il luogo ove trovati gli abbiamo.
E essendo tal gente, per niuna altra cagione si dee credere che elli s'affrettino tanto di venire a noi, se non per privarci di vita avanti che per noi niuno scampo si possa prendere.
Onde se questo avviene, se essi in noi le lor mani voglion crudelmente distendere, voi non siete uomini i quali siate usi di contaminare la vostra fama etterna per viltà, ma continuamente nel preterito tempo voi e' vostri predecessori avete poste l'anime e' corpi per etternale onore.
E che questo sia vero, la inestinguibile memoria de' nostri antichi cel manifesta.
Ahi, quanto dovrebbe crescere il vostro vigore ogni ora che la gran fortezza d'Orazio Codico vi torna a mente! Il quale, come voi sapete, al tempo che' trusciani entrati in Roma con grandissime forze, già essendo per prendere il ponte Sublicio e per passare nell'altra parte della città, andato sopr'esso, ritenne la loro potenza con aspri combattimenti infino che 'l forte ponte gli fu dietro tagliato, e la città per lo tagliamento liberata.
E similemente Marco Marcello, il quale assalì i Galli con minor popolo che voi non siete, e tanto con la sua forza operò, che avuta di loro vittoria e morto il loro re, sacrificò le sue armi a Giove Feretrio.
E simigliantemente quello che fece Publio Crasso per non essere suggetto ad Aristonico.
Oh quanti e quali essempli de' nostri antichi si potrebbono porre! E tutti non tanto per sé quanto per la republica sostennero gravosi affanni e pericoli.
Or adunque noi, che qui per la salute di noi medesimi e per l'onore di tutti siamo a sì stretto partito, che dobbiamo fare? Certo più vigorosamente combattere, anzi che noi, che già molti servi francammo, divegnamo servi degli iniqui barbari o siamo da loro vilmente uccisi.
Ma però che io vi conosco tutti vigorosi giovani e forti combattenti, porto nelle vostre destre mani grandissima speranza di vittoria, aiutandoci la fortuna, e in me molto me ne conforto.
Ma se pure avvenisse che gli avversarii fati portassero invidia alle nostre forze, non vi lasciate almeno uccidere sì come fanno le timide pecore a' fieri lupi, sanza alcuna difesa, ma fate che essi abbiano la vittoria piangendo.
E nondimeno vi torni alla memoria che voi in questo luogo contro a costoro siete in luogo di campioni e forti difenditori della legge del figliuolo di Giove, il quale per trarre noi dell'impie mani di Pluto, nelle quali il primo nostro padre disubidendo miseramente ci mise, sapete quanto fosse obbrobriosa e crudele la morte che egli sostenne! Dunque non pare ingiusta cosa se noi pogniamo in essaltamento della sua legge e per la salute di noi medesimi i nostri corpi, i quali s'avviene che muoiano, per la presente morte meriteranno perdono e etterna fama; e rimesseci le preterite offese, con ciò sia cosa che niuno viva sanza peccare, le nostre anime viveranno in etterno, e ancora le nostre cene
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