FILOCOLO, di Giovanni Boccaccio - pagina 33
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Allora Florio con dolente voce disse: - Donne, io vi priego per Dio che elli non vi sia grave il lasciarmi stare, però che altro pensiero che di voi m'occupa la dolorosa mente -.
E detto questo, levato si sarebbe di quel luogo, se non fosse che egli non le volea fare vergognare.
Disse allora Edea: - E qual cosa t'ha sì subitamente occupato? Tu ora inanzi eri così con noi dimestico, e parlando ne dimandavi e rispondevi cianciando, e ora malinconico non ci riguardi, né ci vuoi parlare: certo tu ci fai sanza fine maravigliare -.
A niuna cosa rispondea Florio, anzi a suo potere, col viso in altra parte voltato, si scostava da loro, le quali quanto più Florio da loro si scostava, tanto più a lui amorosamente s'accostavano.
E in tal maniera stando, Calmena, che già s'era dell'amore di Florio accesa oltre al convenevole, più pronta che Edea, s'appressò a Florio, e quasi appena si ritenne che ella nol baciò, ma pur così gli disse: - O grazioso giovane, perché non ne di' tu la cagione della tua subita malinconia? Perché, dilungandoti da noi, mostri di rifiutarci, che ora inanzi eravamo da te sì benignamente accompagnate? Non è la nostra bellezza graziosa agli occhi tuoi? Certo gl'iddii si terrebbono appagati di noi, né non crediamo che Io, tanto perseguitata da Giunone, fosse più bella di noi quando ella piacque a Giove, né ancora Europa che sì lungamente caricò le spalle del grande iddio, né alcune altre giovani crediamo essere state più belle di noi: e sì ne veggiamo il cielo adorno di molte! Adunque tu, perché ne rifiuti? -.
E con queste parole e molte altre, con atti diversi e inonesti sospirando guardavano di ritornare Florio al partito nel quale poco davanti era stato.
Alle quali Florio disse così: - Ditemi, giovani, se gl'iddii ogni vostro piacere v'adempiano, foste voi mai innamorate? -.
A cui esse subitamente risposero: - Sì, di voi solamente; né mai per alcuna altra persona sospirammo, né tale ardore sentimmo se non per voi -.
- Certo - disse Florio - di me non siete voi già innamorate; e che voi non siate state né siate d'altrui si pare manifestamente, però che amore mai ne' primi conoscimenti degli amanti non sofferse tanta disonestà, quanta voi verso me, con cui mai voi non parlaste, avete dimostrata: anzi fa gli animi temorosi e adorni di casta vergogna, infino che la lunga consuetudine fa gli animi essere eguali conoscere.
E che questo sia vero assai si manifestò nella scelerata Pasife, la quale bestialmente innamorata, con dubitosa mano ingegnandosi di piacere, e temendo di non spiacere, porgeva le tenere erbe al giovane toro.
Ora quanto più avria costei temuto d'un uomo, in cui ragionevole conoscimento fosse stato, poi che d'un bruto animale dubitava? Certo molto più, però che era innamorata.
E chi volesse ancora nelle antiche cose cercare, infiniti essempli troverebbe d'uomini e di donne, a cui le forze sono tutte fuggite ne' primi avvenimenti de' loro amanti.
E però che di me innamorate siate non mi vogliate far credere, che io conosco i vostri animi disposti più ad ingannare che ad amare.
E appresso, che voi non siate d'altrui innamorate, come voi dite, m'è manifesto, però che non m'è avviso che verso me, dimenticando il principale amadore, potreste dimostrare quello che dimostrate, ché il leale amore non lo consentirebbe.
Onde io vi priego, belle giovani, che mi lasciate stare, però che voi con le vostre parole credete i miei sospiri menomare, e voi in grandissima quantità gli accrescete: e di me in ogni atto, fuori che d'amore, fate quello che d'amico o di servidore fareste -.
Udendo questo, Edea, la quale le infinite lagrime non avea guari lontane, bagnando il candido viso, con lagrimevole voce, messesi le mani nel sottile vestimento tutta davanti si squarciò, dicendo: - Oimè misera, maladetta sia l'ora ch'io nacqui! E in cui avrò io oramai speranza, poi che voi, in cui io ora sperava e per cui io credeva sentir pace, mi rifiutate, né credete che 'l mio cuore per lo vostro amore si consumi, però che forse troppo pronta a volere adempiere i miei disiderii vi sono paruta? Crediate che niuna cosa a questo m'ha mossa altro che soperchio amore, il quale del mio petto ha la debita vergogna cacciata, e me quasi furiosa ha fatto nella vostra presenza tornare.
Ahimè misera, sarà omai disperata la mia vita! O misera bellezza, partiti del mio viso, poi che colui per cui io cara ti tenea, e ti guardava diligentemente, ti rifiuta.
Deh, Florio, poi che a grado non v'è consentirmi quello che lunga speranza m'ha promesso, piacciavi che io nelle vostre braccia l'ultimo giorno segni.
Io sento al misero cuore mancare le naturali potenze per le vostre parole.
Oimè, uccidetemi con le propie mani, acciò che io più miseramente non viva.
Mandatene la trista anima alle dolenti ombre di Stige, là dove ella minor doglia aspetta che quella che ora sostiene.
Ahimè, quanto degnamente da biasimare sarete, quando si saprà la dolente Edea essere per la vostra crudeltà partita di questa vita! -.
Florio, che le lagrime di costei non potea sostenere, per pietà la confortava, dicendo: - O bella giovane, non guastare con l'amaritudine del tuo pianto la tua bellezza; spera che più grazioso giovane ti concederà quello ch'io non ti posso donare.
Ritruova le tue compagne, e con loro l'usata festa ti prendi, né non impedire i miei sospiri con la pietà del tuo pianto: ché io ti giuro per li miei iddii, che se io fossi mio e potessimi a mia posta donare, niuna m'avrebbe se l'una di voi due non m'avesse.
Ma io non posso quello che non è mio sanza congedo donare -.
Cominciò allora Calmena a dire: - O crudelissimo più che alcuna fiera, e come puoi tu consentire di negare a noi quel che ti domandiamo? Certo se tu hai il tuo amore ad altra donato, niuno amore è tanto leale, che a' nostri prieghi non dovesse essere rotto.
E pensi tu che s'egli avviene che per la tua crudeltà alcuna di noi sofferisca noiosa morte, che quella giovane di cui tu se', se tu se' per avventura d'alcuna, te ne ami più? Certo no, anzi biasimerà la tua crudeltà! E i nostri prieghi son tanti, che certo il casto Ipolito già si saria piegato.
Or come ci puoi tu almeno negare alcuno bacio, de' quali poco avanti ci saresti stato cortese, se sì ardite come tu ci fai fossimo state? Certo se alcuno ce ne porgessi con quel volere che noi il riceveremmo, egli sarebbe non poco refrigerio de' nostri affanni.
Deh, adunque, concedicene alcuno, acciò che gl'iddii più benivoli s'inchinino a concedere a te quello che tu disii, se alcuna cosa da te in questo atto è disiata -.
A cui Florio rispose: - Giovani donzelle, ponete fine a questi ragionamenti, però che quella parte che di me dimandate, più cara che altra è tenuta da me, con ciò sia cosa che niun'altra ancora ne sia stata conceduta a quella di cui io sono interamente, e più avanti non mi dimandate ché da me altro che dolore avere non potreste.
E priegovi che me, che più di sospirare che di parlare con voi ora mi diletto, qui solo lasciate, e andatevene, però che ciò che mi dite è tutto perduto -.
Questo udendo le due giovani, col viso dipinto di vergogna, della sua presenza si levarono sanza più parlare; e però che già il sole cercava l'occaso, tornate nel gran palagio si rivestirono, dicendo l'una all'altra: - Ahi, come giusta cosa sarebbe se mai d'alcuno giovane la grazia non avessimo, pensando al nostro ardire, le quali avemo tentato di volere questo giovane levare alla sua donna sanza ragione, avegna che gl'iddii e egli ce n'hanno ben fatto quello onore che di ciò meritavamo! -.
E rivestite, raccontarono al duca la bisogna come era, con non poca vergogna; e da lui, con grandissimi doni, sconsolate si partirono, tornando alle loro case.
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Aveano il duca e Ascalion veduto apertamente ciò che Edea e Calmena aveano operato, e ora fu che essi credettero che il loro avviso riuscisse al pensato fine, ma poi che videro quello esser fallito, dolenti della amara vita di Florio, si partirono del luogo dove stavano e se ne vennero al giardino, dove Florio con dolore, pieno di pensieri soletto era rimaso, e lui trovarono pensando avere la bionda testa posata sopra la sinistra mano.
I quali poi che pietosamente alquanto riguardato l'ebbero, così cominciarono a dire: - Florio, Amore tosto nella disiata pace ti ponga -.
Era Florio tanto nello imaginare la sua Biancifiore, che per la venuta di costoro, né per lo loro saluto né si mutò né cambiò aspetto, ma così stette come colui che né veduti né uditi ancora gli avea.
Allora Ascalion, distesa la mano, il prese per lo braccio, e lui tirando, disse: - O innamorato giovane, ove se' tu ora? Dormi tu, o se', pensando, fuori di te uscito che tu al nostro saluto niente rispondi? -.
Riscossesi allora tutto Florio, e quasi stordito, sanza niente rispondere, si mirava dintorno.
Ma dopo molti sospiri, alquanto da' pensieri sviluppato, alzata la testa, disse: - Oimè, or chi vi mena a vedere la miseria della mia vita, alla quale voi forse credete levar pena con confortevoli parole, e voi più ne giungete? Se può essere, caramente vi priego che me qui solo lasciate, acciò che io possa quel pensiero ritrovare, nel quale io fui, quando scotendomi me ne cacciaste -.
A cui Ascalion così rispose: - Amore e maraviglia ci fanno qui venire, né già da te intendiamo di partirci, se prima a' nostri prieghi non ne dirai quale nuova cagione ti fa tanto pensoso -.
Disse Florio: - Niuna nuova cagione ci è del mio dolore: Amore solamente in questa vita mi tiene -.
- E come? - disse allora il duca, - io mi credea che tu t'ingegnassi di seguire il mio consiglio, il quale io l'altrieri, quando così pensoso ti trovai, t'avea donato, e già mi parea che, quello piacendoti, cominciato avessi: e tu pure sopra l'usato modo se' ritornato! Questa tua vita in niuno atto d'innamorato mi pare, onde forte dubitare mi fai che tu forse non sii del senno uscito, però che gli altri innamorati con varii diletti cercano di mitigare i loro sospiri, ma tu con pene mi pare che vadi cercando d'accrescergli.
Se volessi dire che come alcuni altri non li potessi usare, sai che non diresti vero, però che niuna resistenza ci è: dunque perché pure in sul dolore ti dai? Deh, com'io altra volta ti pregai, ancora ti priego che alcuni ne prenda, i quali usando valicherai il tempo con meno tristizia, e gl'iddii in questo mezzo provederanno a' tuoi disii -.
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Udite queste cose, Florio sospirando disse: - Amici, ben conosco voi prontissimi alla mia salute, e veggo apertamente che la mia vita vi duole, né similemente occulti mi sono i diletti che prendere potrei, a' quali con tanta efficacia v'ingegnate di trarmi, pensando che io forse del senno sia uscito, perché pure in dolore pensando dimoro: ora, acciò che voi conosciate come io sia a quelli prendere disposto, e ancora come voi del mio dolore non vi dovete maravigliare, io vi voglio dire qual sia la mia vita.
Dico che diverse imaginazioni e pensieri m'occupano continuamente, delle quali alcuna ve ne dirò.
Primieramente io sopra tutte le cose disidero di vedere Biancifiore, sì come quella che più che niuna altra cosa è da me amata.
E dicovi che tante volte, quante ella nella memoria mi viene, tanto questo disio più focoso in me s'accende e togliemi sì da ogni altro intendimento, che se allora io la vedessi, crederei più che alcuno iddio essere beato; e sentendomi questo essere levato, solamente perché io l'amo, e non per altro accidente, niuno dolore è al mio simigliante.
Appresso questo, io vivo in continua sollecitudine della sua vita, temendo non ella, la quale so che m'ama come io lei, sostenga simili dolori a quelli che io sostengo, li quali, però che di più debole natura è che io non sono, dubito non la offendano o di gravosa infermità o di morte.
E troppo più mi fa della sua vita dubitare l'acerbità del mio padre e della mia madre, li quali io sento prontissimi, e vederli mi pare, insidiatori della vita di lei.
E niuna cagione falsa è che a lei inducere possa morte, che non me la paia vedere andare cercando al mio padre per fornire il suo falso volere, il quale altra volta gli venne fallito: e non pensa il misero che quella ora ch'ella morrà io non viverò più avanti.
E in gravosissimo affanno mi tiene gelosia, e la cagione è questa: le giovani donzelle sono di poca stabilità e per la loro bellezza da molti amanti sogliono essere stimolate: e gl'iddii, non che le femine, si muovono per li pietosi prieghi a far la volontà de' pregatori.
Io sono lontano da lei, né vedere la posso, né ella me; molti giovani credo che la stimolano per la sua bellezza, la quale ogni altra passa: or che so io, se ella non potendo aver me, se ne prenderà alcuno altro, posto ch'ella non possa migliorare? Elli si suol dire che le femine generalmente hanno questa natura, ch'elle pigliano sempre il peggio.
Con questi pensieri n'ho molti altri, li quali troppo penerei a volerli particolarmente spiegare; ma di loro vi dico che essi impediscono tanto la mia vita, che essi me l'hanno recata a noia; e per minor pena disidererei la morte, la quale ancora non pena riputerei, se gl'iddii donare la mi volessero, ma graziosa gioia.
Veder potete come io mi posso a prendere alcuno diletto trarre: solo mio bene e sola mia gioia è il pensare a Biancifiore, e questo è quello che la poca vita che rimasa m'è, mi tiene nel corpo.
Onde io vi priego che se la mia vita amate, non mi vogliate torre il poter pensare -.
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Cominciò allora il duca così a parlare: - Ben ci è manifesto te essere da tanti e tali pensieri stimolato, quanti ne conti, e da molti più.
Ma tu non dei però volere con morte dar luogo al pensare più tosto che con diletto prolungare la tua vita, acciò che più tempo pensar possi.
Onde, se nullo priego dee valere, noi ti preghiamo che tu prenda conforto, e da cotesti pensieri con continui diletti ti levi; e se t'è forse occulto, come tu nel tuo parlar dimostri, la cagione per che dei pigliar diletto, noi non ce ne maravigliamo, però che in così fatti affanni le più volte il vero conoscimento si suole smarrire.
Ma noi, che di fuori da tale tempesta dimoriamo, conosciamo quali sieno le vie da uscire di quella: e però non ti siano gravi alquante parole, le quali se, ascoltate, metterai in effetto, ti vedrai sanza periglio venire a grazioso porto.
Tu ti duoli del focoso disio che ti stimola di vedere Biancifiore però che vedere non la puoi.
Certo ben credo che ti dolga; ma credi tu per questo dolore, che tu te ne dai, più tosto vederla? Certo no.
Dunque sperando confortare ti dei, e dare alquanto sosta al presente disio, conoscendo, come tu fai, che al presente fornire non lo puoi con tuo onore.
Pensa che la fortuna non terrà sempre ferma la rota: così come ella volvendo dal cospetto di Biancifiore ti tolse, così in quello ancora lieto ti riporrà.
Similemente ti dico del pensiero che porti, non Biancifiore, per l'amore che ti porta, sostenga o gravosa infermità o morte, ciò è vano pensamento: e per niente il tieni, però che amore mai non porse morte ove le parti fossero in un volere.
"Che ella infermasse io il disidererei, solo che per amore fosse, pensando che per quella infermità potrei conoscere me da lei tanto amato, che sì fatto accidente ne le seguisse per lo non potermi avere": oimè, quanto più è da pensare della sanità, la quale i sonni interi e le malinconie lontane essere dimostra: e però questo del tutto dei lasciare andare.
Se dubiti non il tuo padre forse, come già fece, la voglia offendere, ciò non è da maravigliare, ché noi di niuna cosa abbiamo tanta ammirazione, quanto che egli ha tanto sofferta la sua vita, sappiendo come sia fatta quella che tu per lei meni.
Onde ti dico che tenendo la maniera che fai, ragione hai di dubitare; ma volendo prendere conforto e seguire la via che io altra volta ti mostrai, niuna dubitazione te ne bisogna avere, ché io ti giuro per l'anima del mio padre che il re ama Biancifiore quanto figlia, e niuna cosa ad ira il potrebbe muovere contro ad essa, se non la tua sconcia vita.
Se vuoi dire che gelosia ti stimoli, questo è contro a quello che davanti dicesti, cioè che Biancifiore più che sé t'ami, però che gelosia non suol capere se non in luoghi sospetti, e tu prima affermi niuna sospezione esserci, e appresso di' te esser geloso.
Ma certo, come che tu parli, a me pare che niuna cosa sia tanto amata da Biancifiore quanto tu se': onde per questo niuno pensiero di lei avere ti conviene.
Appresso, chi sarebbe quella sì folle, che avendo l'amore d'un così fatto giovane come tu se', bello, gentile, ricco e figliuolo di re, lasciasse quello per niuno altro? Se vuoi dire: "le femine pigliano sempre il peggio", questo non s'intende per tutte, ma solamente per le poco savie, la qual cosa ancora negli uomini si truova.
E veramente Biancifiore è savissima, e ciò nel suo portamento e nelle sue operazioni è manifesto.
Or dunque, pensando bene queste cose, chi dovrebbe più confortarsi di te? Tu bello, tu ricco, tu gentile, tu amato da colei che tu ami, per amore della quale dovresti sempre pensare di vivere in modo che grazioso e sano le ti potessi presentare.
Se simile caso fosse in me, io mi terrei oltre misura caro per più piacerle, né per niuna cosa disidererei tanto la vita lunga, quanto per lungamente poterla servire.
E tu, più vinto da ira e da malinconia che consigliato dalla ragione, cerchi la morte per conforto, e sempre in pensieri e in dolore dimori, e vai imaginando quelle cose le quali né vedesti né vedrai già mai, se agl'iddii piace.
Folle è colui che per li futuri danni sanza certezza spande lagrime, e in quelle più d'impigrire si diletta, che argomentarsi di resistere a' danni.
Deh, se tu se' uomo come sono gli altri, giovino tanti conforti, quanti noi ti diamo: vaglia il mostrarti la verità, come noi mostriamo! E non indurare pure sopra il tuo non vero parere: rallegrati che tanto manca il senno quanto il conforto ne' savi -.
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Florio, il quale sentiva in sé graziose parole all'animo innamorato, che di quelle avea bisogno, con men dolente viso così rispose: - Amici, a' subiti accidenti male si puote argomentare.
Ma che che 'l mio padre si deggia fare, io pur m'ingegnerò di prendere il vostro consiglio, cacciando da me il dolore delle non presenti cose -.
E questo detto, si dirizzarono tutti; e uscendo del giardino, per le stelle che già il cielo aveano de' loro lumi dipinto, tornarono quasi contenti alle loro camere.
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Mentre li fati trattavano così Florio, Biancifiore lasciata da lui al perfido padre tornò nell'usata grazia, dimorando ne' reali palagi con non minore quantità di sospiri che Florio, avvegna che più saviamente quelli guardasse nell'ardente petto.
Ma le trascorrenti avversità che il loro corso verso Florio aveano volto, con non usato stimolo ancora lui miserabilmente assalirono in questa maniera.
Era nella corte del re Felice in questi tempi un giovane cavaliere chiamato Fileno, gentile e bello, e di virtuosi costumi ornato, a cui l'ardente amore di Florio e di Biancifiore era occulto, però che di lontane parti era, pochi giorni poi la crudel sentenza di Biancifiore, venuto.
Il quale, sì tosto come la chiara bellezza vide del suo viso, incontanente s'accese del piacere di lei, e sanza misura la incominciò ad amare, e in diversi atti s'ingegnava di piacerle, avvegna che Biancifiore di ciò niente si curava, ma, saviamente portandosi, mostrava che di queste cose ella non conoscesse quanto facea.
L'amore che Fileno portava a Biancifiore non era al re né alla reina occulto; i quali, acciò che il cuore di Biancifiore di nuovo piacere s'accendesse e Florio fosse da lei dimenticato, contenti di tale innamoramento, più volte nella loro presenza chiamavano Fileno, a cui faceano venire davanti Biancifiore e con lei tal volta sollazzevoli parole parlare; ma ciò era niente, ché Biancifiore di lui si curava poco, anzi sospirando vergognosa bassava la testa come davanti le venia, sanza già mai alzarla per mirare lui, se ciò non fosse stato alcuna fiata in piacere del re o della reina, li quali ella conoscea essere di tale amore allegri, avvegna che Fileno pensasse che que' sospiri, i quali dal cuore di Biancifiore moveano, uscissero fuori essendone egli cagione.
Mostrando Biancifiore per conforto della reina d'amare il giovane cavaliere; avvenne che dovendosi ne' presenti giorni celebrare una grandissima solennità ad onore di Marte, iddio delle battaglie, e nella detta solennità si costumasse un giuoco nel quale la forza e lo 'ngegno de' giovani cavalieri del paese tutta si conoscea, Fileno propose di volere in quel giuoco per amore di Biancifiore mostrare la sua virtù; ma ciò, se alcuna gioia da Biancifiore non avesse la quale in quel luogo per soprasegnale portasse, non volea fare.
Onde egli un giorno si mosse, vedendo Biancifiore stare con la reina e con dubbioso viso, davanti alla reina così a Biancifiore cominciò a parlare: - O graziosa giovane, la cui bellezza Giove credo nel suo seno formasse, e a cui io per volere di quel signore, alla forza del cui arco non poterono resistere gl'iddii, sono umilissimo e fedel servidore, se i miei prieghi meritano essere dalla tua benignità uditi, con quello effetto che più graziosamente gli ti presenti gli mando fuori, e priegoti che, con ciò sia cosa che la festa del nostro iddio Marte, le cui vestige io sì come giovane cavaliere seguito, si deggia di qui a pochi giorni celebrare, e in quella il giuoco de' potenti giovani, sì come tu sai, si deggia fare, e io intendo in quello per amore di te mostrare le mie forze, che tu alcuna delle tue gioie mi doni, la quale portando in quello per sopransegna, mi doni tanto più ardire, che io non ho, ch'io possa acquistare vittoria -.
Biancifiore, udendo queste parole, di vergognosa rossezza dipinse il candido viso, sì tosto come il cavaliere si tacque, e non sappiendo che si fare si voltò verso la reina riguardandola nel viso con dubitosa luce.
A cui la reina disse: - Giovane damigella alza la testa: e perché hai tu presa vergogna? Dubiti tu che ciò che ha detto il cavaliere non sia vero? Certo nella nostra gran città niuna donna dimora, la cui bellezza si possa adequare al tuo viso; e perché egli ti domandi grazia, sì come quelli che per amore disidera di servirti, ciò non gli dee da te esser negata, ma benignamente alcuna delle tue cose, quella che tu credi che più gli aggradi, gli dona: ché usanza è degli amanti insieme donarsi tal fiata delle loro gioie -.
Disse Biancifiore allora: - Altissima reina, e che donerò io al cavaliere che 'l mio onore e la dovuta fede non si contamini? -.
La reina rispose: - Biancifiore, non dubitare di questo, ché a quelle giovani a cui i fati ancora non hanno marito conceduto, possono liberamente donare ciò che loro piace, sanza vergogna.
E che sai tu se essi ancora costui ti serbano per marito? E però donagli: e acciò che più grazioso gli sia, prendi il velo col quale tu ora la tua testa cuopri.
Egli è tal cosa, che se pur te ne vergognassi, potresti negare d'avergliele donato, affermando che da altra l'avesse avuto, però che molti se ne trovano simiglianti -.
Biancifiore, costretta dal parlare della reina, con la dilicata mano si sviluppò il velo della bionda testa, e sospirando il porse a Fileno, il quale in tanta grazia l'ebbe che mai maggiore ricevere non la credeva.
E rendute del dono debite grazie, con esso da loro allegro si partì.
E venuto il tempo del giuoco, legatosi questo velo alla testa, niuno fu nel giuoco che la sua forza passasse: per la qual cosa sopra quello, in presenza di Biancifiore, meritò essere coronato d'alloro.
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La fortuna, non contenta delle tribulazioni di Florio, condusse Fileno a Montoro pochi giorni poi la ricevuta vittoria.
Il quale là onorevolemente ricevuto da molti, nella gran sala del duca, incominciò a narrare a' giovani cavalieri suoi amici quanto fosse stato l'acquistato onore, disegnando con parole e con atti quanta forza e ingegno adoperasse per ricevere in sé tutta la vittoria, come fece.
Poi, entrati in altri diversi ragionamenti, venuti a parlare d'amore, similemente sé propose esser assai più che altro innamorato, e di più bella donna, e come da lei niuna grazia era che conceduta non gli fosse se domandata l'avesse; e dopo molte parole disavedutamente gli venne ricordata Biancifiore.
E Florio, che non era troppo lontano, e avea udite tutte queste cose, e piagneasi in se medesimo d'amore, che lui peggio che alcuno altro innamorato trattava, come udì ricordare Biancifiore, e per le precedenti parole conobbe lei essere quella donna di cui Fileno tanto si lodava, incontanente cambiato nel viso si partì da' compagni tacitamente, e stato per picciolo spazio, ritornò nella sala con l'usato viso, e amichevolemente verso Fileno se n'andò.
Il quale come Fileno il vide, levatosi in piè con quella reverenza che si convenia, incontro gli si fece.
Allora Florio, per più accertarsi di ciò che sapere non avria voluto, mostrando di volere d'altre cose parlare con lui, presolo per lo braccio, sanza altra compagnia nella sua camera il menò.
E quivi amenduni postisi a sedere sopra il suo letto, Florio con infinto viso de' suoi accidenti e delle maniere de' lontani paesi dov'egli era stato, lo incominciò a domandare; e poi quando tempo gli parve, gli disse: - Se il colore del vostro viso non m'inganna, voi mi parete innamorato -.
A cui Fileno rispose: - Signor mio, sopra tutti gli altri giovani io amo -.
- Ciò mi piace assai - rispose Florio, - però che nulla cosa m'è tanto a grado, quanto avere compagni ne' miei sospiri; ma ditemi, se vi piace, da quella donna, cui voi amate, siete voi amato? -.
Disse Fileno: - Niuna cosa m'accende tanto amore nel cuore, quanto il sentire me essere amato da quella cui io più che me amo -.
- Certo voi state bene - disse Florio; - ma ditemi, come conoscete voi che voi siate da quella, che voi tanto amate, amato? -.
- Dirollovi - rispose Fileno: - che io sia amato da quella cui io amo, tre cose me ne fanno certo.
La prima si è il timido sguardare con focosi sospiri, nelle quali cose io apertamente conosco intero amore; appresso, me ne accertano le ricevute gioie, le quali sanza amore da gentile donna mai donate non sarieno.
La terza cosa che questo mi mostra si è l'allegrezza della quale io veggo il bel viso ripieno d'ogni felice caso che m'avvenga -.
- Ben sogliono essere le predette cose veri testimonii d'amore; ma ditemi, se vi piace, che gioia riceveste voi già mai dalla vostra donna: però che alcune sogliono donare gioie, le quali non sarieno degne di mettere in conto -.
- Certo - disse Fileno - non è di quelle la mia, ma è da tenere carissima; e acciò che voi sappiate quanto io ne deggio tenere cara una che io n'ho qui meco, io vi dirò come io la ricevetti -.
- Ciò mi piace - rispose Florio.
Allora Fileno cominciò così a dire: - Dovendo noi giucare nel giuoco che si fa nella solennità di Marte, pochi giorni ha passati celebrata, giucare, io nella sua presenza me n'andai, e umilmente la pregai che le piacesse a me, suo fedelissimo servidore, donare una delle sue gioie, la quale io per lo suo amore portassi nel giuoco.
Essa, al mio priego mossa, benignamente in mia presenza con le dilicate mani questo velo si levò d'in su la sua bionda testa -; e traendo fuori il velo, il mostrò a Florio; e poi seguendo il suo parlare, disse: - E appresso aggiunse che io per amore di lei mi dovessi portar bene.
Onde se questo è assai manifesto segnale di vero amore, voi, come me, il potete conoscere -.
- Ma è più che manifesto - rispose Florio, - e certo ogni altra cosa maggiore è da esserne da voi sperata -.
Disse allora Fileno: - Sicuramente che io molto più avanti ne spero, né credo con l'aiuto de' nostri iddii la mia speranza vegna fallita -.
Florio, ancora di tutto questo non contento, gli disse: - Fileno, se gl'iddii ve ne facciano tosto venire a quel che disiderate, ditemi, se licito v'è, se questa vostra donna è bella, e chi ella è -.
Rispose Fileno: - Signor mio, mai ella non mi comandò ch'io dovessi il suo nome celare, né la sua bellezza richiede d'essere tenuta, a chi disidera di saperla, occulta, né a voi niuna cosa sarebbe da nascondere; e appresso mi fido tanto nel buono amore che io conosco ch'ella mi porta, che posto che alcuni il sapessero e volesserlami, amandola, torre, non poriano.
Onde, poi che vi piace di saperlo, io vi dirò il nome, il quale udendo conoscerete quanta sia la bellezza.
La donna di cui io tutto sono, e per cui io amorosamente sospiro, si chiama Biancifiore, e dimora ne' reali palagi del vostro padre in compagnia della reina.
Voi la conoscete meglio che io non fo, e sapete bene quanta sia la sua bellezza, e quinci potete vedere se per graziosa donna io sono da amore costretto -.
Riguardollo Florio allora nel viso sanza mutare aspetto, e disse: - Veramente vi tiene amore per bella donna, e ora mi piace più ciò che detto m'avete, che prima non facea.
Ma una cosa vi priego che facciate, che saviamente amiate e guardatevi di non lasciarvi tanto prendere ad Amore, che a vostra posta partire non vi possiate da lui, però che io, il quale vivo pieno di sospiri, per niuna altra cosa mi dolgo, se non per che io vorrei da lui partirmi, e non posso; e la cagione è però che io amai già una donna, e ancora più che me l'amo, e per quello che vedere me ne parve, ella amò me sopra tutte le cose, e in luogo di vero amore ella mi donò questo anello, il quale io porto in dito e porterò sempre per amore di lei; e poco tempo appresso lasciò me e donossi ad un altro di molto minor condizione che io non sono: per la qual cosa io ora mi vorrei partire da amare e non posso, e lei ho quasi del tutto perduta.
Se a voi il simigliante avvenisse, certo elli sarebbe da dolerne a ciascuna persona che v'amasse -.
Disse allora Fileno: - Florio, buono è il consiglio che mi donate, e se io credessi che mi bisognasse, io il prenderei; ma sanza dubbio io la conosco tanto costante giovane, che mai del suo proposito, cioè d'amare me, non credo ch'ella si muti -.
- Dunque avete voi vantaggio da tutti gli altri - disse Florio, - e se così sarà, più che nullo iddio vi potrete chiamare beato -.
L'ora del mangiare gli levò da questo ragionamento, il quale non dilettava tanto all'una delle parti, quanto all'altra era gravissimo e noioso, e usciti della camera, lavate le mani, alle apparecchiate tavole s'asettarono.
[18]
Stette Florio alla tavola sanza prendere alcun cibo, rivolgendo in sé l'udite parole da Fileno, sostenendo con forte animo la noiosa pena che lo sbigottito cuore sentiva per quelle.
Ma poi che le tavole furono levate, e a ciascuno fu licito d'andare ove gli piacea, Florio soletto se n'entrò nella sua camera, e serratosi in quella, sopra il suo letto si gittò disteso, e sopra quello incominciò il più dirotto pianto che mai a giovane innamorato si vedesse fare; e nel suo pianto incominciò a chiamare la sua Biancifiore e a dire così: - O dolce Biancifiore, speranza della misera anima, quanto è stato l'amore ch'io t'ho portato e porto da quell'ora in qua che prima ne' nostri giovani anni c'innamorammo! Certo mai alcuno donna sì perfettamente non amò, come io ho te amata: tu sola se' stata sempre donna del misero cuore.
Niuna cosa fu che per amore di te io non avessi fatto, niuna gravezza è che lieve non mi fosse paruta.
E certo, quando il noioso caso della misera morte, alla quale condannata fosti, fu, niuno dolore fu simile al mio, infino a tanto che con la mia destra mano liberata non t'ebbi.
Deh, misera la vita mia, quanti sono stati i miei sospiri, poi che licito non mi fu di poterti vedere! Quante lagrime hanno bagnato il dolente petto, nel quale io continuamente effigiata ti porto così bella, come tu se'! Né mai niuno conforto poté entrare in me sanza il tuo nome.
Niuno ragionamento m'era caro sanza esservi ricordata tu, di cui ora la speranza così spogliato mi lascia, pensando che me per Fileno abbi abandonato, e la cagione per che vedere non posso.
Certo tu non puoi dire che io mai altra donna che te amassi: da assai sono stato tentato, mai niuna poté vantarsi che alquanto al loro piacere io mi voltassi.
Né in altra cosa conosco me averti già mai fallito: dunque perché Fileno più di me t'è piaciuto? Deh or non sono io figliuolo del re Felice, nipote dell'antico Atalante sostenitore de' cieli? Certo sì sono: e Fileno è un semplice cavaliere.
Luce il viso suo di più bellezza che 'l mio? Mai no! E la sua virtù più che la mia? Or fosse essa pur tanta! Se forse valoroso giovane ti pare sotto l'armi, quanto il mio valore sia non ti dee essere occulto a tal punto in tuo servigio s'adoperò.
Doni so bene che a questo non t'hanno tratta; ma io dubito che l'animo tuo, il quale solea essere grandissimo, sia impicciolito, e dubiti d'amare persona che maggior titolo porti di te, dubitando d'essere da me sdegnata.
Certo questa dubitazione non dovea in te capere, però ch'io so te essere degli altissimi imperadori romani discesa; la qual cosa se ancora vera non fosse, non potrebbe tra te e me capere sdegno.
Dunque, perché m'hai lasciato? Ahimè, misera la vita mia! Quando troverai tu un altro Florio, che sì lealmente t'ami com'io t'ho amata? Tu nol troverai già mai! Tu m'hai data materia di sempre piagnere, però che mai del mio cuore tu non uscirai, né potresti uscire; e sempre ch'io mi ricorderò me essere del tuo cuore uscito, tante fiate sosterrò pene sanza comparazione.
E quello che più in questo mi tormenta, si è che io conosco te non poter negare l'essere di Fileno innamorata, però che egli m'ha mostrato quel velo col quale tu coprivi la bionda testa, quando con pietose parole ti domandò una delle tue gioie, e tu gli donasti quello.
Oimè misero, ove si vogliono oramai voltare i miei sospiri a domandare conforto, poi che tu m'hai lasciato, ch'eri sola mia speranza? Oimè dolente, erati così noioso l'attendere di potermi vedere, che per così poco di tempo me per un altro, cui più sovente veder puoi, hai dimenticato? Io non so che mi fare: io disidero di morire e non posso -.
E lagrimando per lungo spazio, ricominciava a dire: - O Amore, valoroso figliuolo di Citerea, aiutami.
Tu fosti del mio male cominciatore: non mi abandonare in sì gran pericolo! Tu sai che io ho sempre i tuoi piaceri seguiti.
Vagliami la vera fede che io ho portata alla tua signoria, la quale me a sé sottomettere non dovea sanza intendimento d'aiutarmi infino alla fine de' miei disii.
Volessero gl'iddii che mai la tua saetta non si fosse distesa verso il mio cuore, né che mai veduta fosse stata da me la luce de' begli occhi di Biancifiore da' quali ora per la tua potenza medesima tradito e ingannato mi trovo! Oimè misero, quante fiate già per la tua potenza mi giurò ella che mai me per altrui non lascerebbe, e io a lei simile promissione feci! Io l'ho osservata, ma ella m'ha abandonato.
Ove è fuggita la promessa fede? E tu dove se', o Amore, il cui potere è stato schernito da questa giovane? Come non ti vendichi, e me similmente? Se tu così notabile fallo lasci impunito chi avrà in te già mai fidanza? Tu perseguitasti il misero Ipolito infino alla morte perché egli sdegnava tua signoria: come costei, che l'ha ingannata, non punisci? Io non ne cerco però grave punizione, ma solamente che tu la ritorni nel pristino stato; e se questo conceder non mi vuoi, consenti di chiudere con le tue mani i miei occhi acciò che più la mia vita in sì fatta maniera non si dolga.
Deh, ascolta i prieghi del misero, o caro signore; rivolgiti verso lui con pietoso viso, acciò ch'egli possa avere alcuna consolazione anzi la morte, la quale tosto, in dispiacere del mio padre, prendere mi possa, il quale di questo male è cagione, però che se egli non fosse, io non sarei stato lontano, e essendo stato presente, la mia Biancifiore non avrebbe me per Fileno dimenticato: avvegna che ancora io credo che per paura di lui ella si sia ingegnata d'avere altro amadore.
Oimè, che nulla cagione è che a me non sia contraria! A me avviene sì come alla nave, alla quale, già mezza inghiottita dalle tempestose onde, ogni vento è contrario.
O misera fortuna, i tuoi ingegni aguzzano a nuocere a me, apparecchiato di ruinare! Oimè, perché questo sia io non so.
Tu fosti già a me benignissima madre, e ora mi se' acerba matrigna.
Io mi ricordo già sedere nella sommità della tua rota, e veder te con lieto viso onorarmi: e questo era quando il lieto viso di Biancifiore m'era presente, mostrandomi quello amore che parimente insieme ci portavamo; ma tu, credo, invidiosa di sì graziosa gioia com'io sentiva, non sostenesti tener ferma la tua volubile rota, ma voltando, non sanza mio gran dolore, allontanandomi dal bel viso, mi pingesti a Montoro.
Qui con grandissimi tormenti stando, imaginava me essere nella più infima parte della tua rota, né credea più potere discendere; ma tosto con maggiore infortunio mi facesti conoscere quella avere più basso luogo: e questo fu quando non bastandoti me avere allontanato da lei, t'ingegnasti d'opporre alle forze degl'iddii, volendola far morire, alla cui salute, non tua mercé, io fui arditissimo difenditore.
E in tale stato, con più sospiri che per lo passato tempo avuti non avea, mi tenesti grande stagione, sperando io di dovere risalire, se si voltasse: però che tanto m'era paruto scendere, che 'l centro dell'universo mi parea toccare.
Ma tutto ciò non bastandoti, ancora volesti che niuno luogo fosse nella tua rota, che da me non fosse cercato; e ha'mi ora in sì basso luogo tirato, che con la tua potenza, ancora che benigna mi ritornassi come già fosti, trarre non me ne potresti.
Io sono nel profondo de' dolori e delle miserie, pensando che la mia Biancifiore abbia me per altrui abandonato.
O dolore sanza comparazione! O miseria mai non sentita da alcuno amante che è la mia! Avvegna che io non sia il primo abandonato, io son solo colui che sanza legittima cagione sono lasciato.
La misera Isifile fu da Giansone abandonata per giovane non meno bella e gentile di lei e per la salute propia della sua vita, la quale sanza Medea avere non potea.
Medea poi per la sua crudeltà fu giustamente da lui lasciata, trovando egli Creusa più pietosa di lei.
Oenone fu abandonata da Paris per la più bella donna del mondo.
E chi sarebbe colui che avanti non volesse una reina discesa del sangue degl'immortali iddii, che una rozza femina usata ne' boschi? Oh quanti essempli a questi simili si troverebbero! Ma al mio dolore niuno simile se ne troverebbe, che un figliuolo d'un re per un semplice cavaliere sia lasciato dove la virtù avanza nell'abandonato.
Deh, misera fortuna, se io avessi ad inganno avuto l'amore di Biancifiore, come Aconzio ebbe quello di Cidipe, certo alquanto parrebbe giusto che io fossi per più piacevole giovane dimenticato; ma io non con inganno, non con forza, non con lusinghe ricevetti il grazioso amore, anzi benignamente e con propia volontà di lei, cercando co' propii occhi se io era disposto a prenderlo, e trovando di sì, mel donò: il qual ricevuto, a lei del mio feci subitamente dono.
Adunque perché questa noia? Perché consentire me per altro essere dimenticato? Oimè, che le mie voci non vengono alle tue orecchi.
Or volessero gl'iddii che mai lieta non mi ti fossi mostrata! Certo io credo che 'l mio dolore sarebbe minore, però che io reputo felicissimo colui che non è uso d'avere alcuna prosperità, però che da quella sola, perdendola, procede il dolore.
E di che si può dolere chi dimora sempre con quello ch'egli ebbe? Tu ora m'hai posto sì abasso che più non credo potere scendere: nel quale luogo, sì come più doloroso che alcuno altro, mai sanza lagrime non dimorerò.
Piaccia agl'iddii che sopravegnente morte tosto me ne cavi -.
E poi che queste cose piangendo avea dette, rimirava all'anello che in dito portava, e diceva: - O bellissimo anello, fine delle mie prosperità e principio delle miserie, gl'iddii facciano più contenta colei che mi ti donò, che essi non fanno me.
Deh, come non muti tu ora il chiaro colore, poi che ha la tua donna mutato il cuore? Oimè, che perduta è la reverenza che io ho a te e all'altre cose da lei ricevute portata! Ogni mio affanno in picciola ora è perduto: ma poi che ella mi s'è tolta, tu non ti partirai da me.
Tu sarai etterno testimonio del preterito amore, e così come io sempre nel cuore la porterò, tu così sempre nella usata mano starai -.
E poi bagnandolo di lagrime, infinite volte il baciava chiamando la morte che da tale affanno col suo colpo il levasse, e più forte piangendo diceva: - Oimè, perché più si prolunga la mia vita? Maladetta sia l'ora ch'io nacqui e che io prima Biancifiore amai.
Or fosse ancora quel giorno a venire, né già mai venisse.
Ora fossi io in quell'ora stato morto, acciò che io essemplo di tanta miseria non fossi nel mondo rimaso.
Ma certo la mia vita non si prolungherà più! -.
E postasi mano allato, tirò fuori un coltello, il quale da Biancifiore ricevuto avea, dicendo: - Oggi verrà quello che la dolorosa mente s'imaginò quando donato mi fosti, cioè che tu dovevi essere quello che la mia vita terminerebbe: tu ti bagnerai nel misero sangue, tenuto vile dalla tua donna, la quale, sappiendolo, forse avrà più caro avermiti donato, per quello che avvenuto ne sarà, che per altro -.
Mentre che Florio piangendo dolorosamente queste parole diceva, disteso sopra 'l suo letto, Venere, che il suo pianto avea udito, avendo di lui pietà, discese del suo cielo nella trista camera, e in Florio mise un soavissimo sonno, nel quale una mirabile visione gli fu manifesta.
[19]
Poi che Florio, da dolce sonno preso, ebbe lasciato il lagrimare, nuova visione gli apparve.
A lui parea vedere in un bellissimo piano un gran signore coronato di corona d'oro, ricca per molte preziose pietre, le quali in essa risplendeano maravigliosamente, e i suoi vestimenti erano reali.
E parevagli che questi tenesse nella sinistra mano uno arco bellissimo e forte, e nella destra due saette, l'una d'oro, e quella era agutissima e pungente, l'altra gli parea di piombo, sanza alcuna punta.
E questo signore, il quale di mezza età, né giovane né vecchio, giudicava, gli parea che sedesse sopra due grandissime aquile, e i piedi tenesse sopra due leoni, e nell'aspetto di grandissima autorità.
E quanto Florio più costui guardava, più mirabile gli parea, ventilando due grandissime ali d'oro, le quali dietro alle spalle avea.
Ma poi che a Florio parve per lungo spazio avere lui riguardato, elli gli parve vedere dalla destra mano del signore una bellissima donna, la quale ginocchioni davanti al signore umilemente pregava; ma egli non poteva intendere di che, se non che, fiso riguardando la donna gli parve che fosse la sua Biancifiore.
Poi alla sinistra mano del signore rimirando, vide un tempestoso mare nel quale una nave con l'albero rotto, e con le vele le quali piene d'occhi gli pareano tutte spezzate, e con li timoni perduti e sanza niuno governo.
E in quella nave gli parea essere, a lui, tutto ignudo, con una fascia davanti agli occhi, e non sapere che si fare; e dopo lungo affannare in questa nave, gli parea vedere uscire di mare uno spirito nero e terribile a riguardare, il quale prendeva la proda di questa nave, e tanto forte la tirava in giuso che già mezza l'aveva nelle tempestose onde tuffata.
Allora Florio, forte spaventato sì per lo fiero aspetto dello spirito sì che si vedea la morte vicina per la tempestante nave, con grandissimo pianto verso la poppa gli parea fuggire e gridare verso quel signore "Aiuto".
Ma egli non parea che alle sue parole né a' suoi prieghi colui si movesse; onde Florio più temea sentendo ciascuna ora più la nave affondare.
Poi dopo alquanto spazio gli parea che questo signore gli dicesse: "Io sono colui cui tu hai già tanto chiamato ne' tuoi sospiri: non credere che io ti lasci perire".
Ma per tutto questo niente si muove.
Ma poi che a Florio piangendo con grandissima paura parve avere un grandissimo pezzo aspettato, a lui parve che la fascia, che davanti agli occhi avea, alquanto s'aprisse, e fossegli conceduto di vedere dove stava: e com'egli aperse gli occhi a riguardare, vide essere già quella nave tanto tirata sotto l'onde, che poco o niente se ne parea.
Allora, forte piangendo, gli parea domandare mercé e aiuto, e alzando gli occhi al cielo per invocare quello di Giove, parendogli che quello di quel signore li fallisse, e egli vide una bellissima giovane tutta nuda, fuori che in uno sottile velo involta, e dicevagli: "O luce degli occhi miei, confortati".
A cui Florio rispondea: "E che conforto poss'io prendere, che già mi veggo tutto sotto l'onde?".
La giovane gli rispondea: "Caccia dalla tua nave quello iniquo spirito, il quale con la sua forza s'ingegna d'affondarla".
A cui Florio parea che rispondesse: "E con che il caccerò io, che niuna arma m'è rimasa?".
Allora parea a Florio che costei traesse del bianco velo una spada, che parea che tutta ardesse, e dessegliela; la quale Florio poi che presa l'avea, gli pareva rimirare costei e dire: "O graziosa giovane, che ne' miei affanni tanto aiuto vi ingegnate di porgermi, se vi piace, siami manifesto chi voi siete, però che a me conoscere mi vi pare, ma la lunga fatica m'ha sì stordito, che il vero conoscimento non è con meco".
Questa parea che così gli rispondesse: "Io sono la tua Biancifiore, di cui tu oggi, ignorante la verità, ti se' tanto sanza ragione doluto"; e questo detto, parea a Florio che essa gli porgesse un ramo di verde uliva e disparisse.
Poi parea a Florio con l'ardente spada leggerissimo andare sopra l'onde e ferire lo iniquo spirito più volte, ma dopo molti colpi gli parea che lo spirito lasciasse il legno, tornandosi per quella via onde era venuto.
E partito lui, a Florio parea che il mare ritornasse alquanto più tranquillo, e il legno nel suo stato, di che in se medesimo si rallegrava molto.
E volendo intendere a racconciare i guasti arnesi della sua nave, il lieve sonno subitamente si ruppe.
E Florio dirizzato in piè, sospirando e quasi stordito per la veduta visione, si trovò in mano un verde ramo d'uliva: per la qual cosa vie più d'ammirazione prese, e incominciò a pensare sopra le vedute cose e sopra il verde ramo.
E poi che egli ebbe lungamente pensato, e egli incominciò così fra se medesimo a dire: "Veramente avrà Amore le mie preghiere udite, e forse in soccorso della mia vita vorrà tornare Biancifiore in quello amore verso di me che ella fu mai, però che la voce di lei mi riconfortò nella affannosa tempesta ove io mi vidi, e diemmi argomento da campare da quella, e in segno di futura pace mi donò questo ramo delle frondi di Pallade: onde poi che così è, io voglio avanti piangendo alquanto aspettare che Biancifiore mi mostrerà di voler fare, che subitamente, sanza farle sentire ciò che Fileno m'ha detto, uccidermi con le propie mani".
E questo detto riprese il coltello che sopra il letto ignudo stava, e quello rimise nel suo luogo; e sanza più indugio, come propose, così fece una pistola, la quale egli mandò a Biancifiore, in questo tenore:
[20]
"Se gli avversarii fati, o graziosa giovane, t'hanno a me con l'altre prosperità levata, come io credo, non con isperanza di poterti con i miei prieghi muovere dal novello amore, ma pensando che lieve mi fia perdere queste parole con teco insieme, ti scrivo.
La qual cosa se non è com'io estimo, se parte alcuna di salute m'è rimasa, io la ti mando per la presente lettera, della quale volessero gl'iddii che io fossi avanti aportatore; e per quello amore che tu già mi portasti, ti priego che questa sanza gravezza infino alla fine legghi.
E però che pare che sia alcuno sfogamento di dolore a' miseri ricordare con lamentevoli voci le preterite prosperità, a me misero Florio, da te abandonato, con teco, sì come con persona di tutte consapevole, piace di raccontarle; e forse udendole tu, che pare che messe l'abbi in oblio, conoscerai te non dovere mai me per alcuno altro lasciare.
Adunque, sì come tu sai, o giovane donzella, tu, in un giorno nata ne' reali palagi con meco di pellegrino ventre, compagna a' miei onori divenisti, che sono unico figliuolo del vecchio re: ne' quali onori tu e io parimente dimorando Amore l'uno così come l'altro, ne' nostri puerili anni, con la cara saetta ferì.
Né più fu in sì tenera età perfetto l'amore d'Ifis e di Iante che fu il nostro.
E quello studio che a noi, costretti da aspro maestro, ne' libri si richiedeva, cessante Racheio, in rimirarci mettevamo, mostrando lo inestimabile diletto che ciascuno di ciò avea.
Oimè, che ancora niuno ricordo era nella nostra corte di Fileno, il quale di lontana parte dovea venire a donarti simile gioia.
Ma poi la fortuna, mala sostenitrice delle altrui prosperità, invidiosa de' nostri diletti, i quali con dolci sguardi e semplici baci solamente si contentavano per la età che semplice era, verso di noi innocenti volle la sua potenza mostrare, e, abassando con la sinistra mano la non riposante rota, il nostro occulto amore a sospette persone fece manifesto.
Il quale dal mio padre, dopo gravi riprensioni maestrali, saputo, fui costretto di partirmi da te: nella quale partita, tu mia e io sempre tuo, per la somma potenza di Citerea, giurammo di stare, mentre Lachesis, fatale dea, la vita ne nutricasse.
E nel mio partire mi vedesti piangere, e tu piangesti; e ciascuno di noi egualmente dolente, mescolammo le nostre lagrime.
E sì come l'abbracciante ellera avviticchia il robusto olmo, così le tue braccia il mio collo avvinsero, e le mie il tuo simigliantemente; e appena ci era licito ad alcuno di lasciare l'uno l'altro, infino a tanto che tu per troppo dolore costretta nelle mie braccia semiviva cadesti, riprendendo poi vita quando io cercava teco morire, te riputando morta.
Ora fosse agl'iddii piaciuto che allora il termine della mia vita fosse compiuto! Ma tu poi levata, e donatomi quello anello il quale ancora te mi tiene legata nel cuore e terrà sempre, mi pregasti che mai io non ti dovessi dimenticare per alcuna altra.
Alle quali parole s'aggiunsero sì tosto le lagrime che appena ne fu possibile dire addio.
E dopo la mia partita mi ricorda avere udito che tu con gli occhi pieni di lagrime mi seguitasti infino a tanto che possibile ti fu vedermi, sì come io similemente stetti sempre con gli occhi all'alta torre, ove te imaginava essere salita per vedere me.
Tu rimanesti nelle nostre case visitando i luoghi dove più fiate stati eravamo insieme, e in quelli con sì fatta ricordanza prendevi alcuno diletto imaginando.
Ma io misero, poi che i tristi fati da te m'ebbero allontanato, come gl'iddii sanno, niuno diletto si poté al mio animo accostare sanza ricordarmi di te; e ciascun giorno i miei sospiri cresceano trovandomi lontano alla tua presenza; e quelle fiamme le quali il mio padre credeva, lontanandomi da te, spegnere, con più potenza sempre si sono raccese e divenute maggiori.
Oimè, ora quante fiate ho io già pianto amaramente per troppo disio di veder te, e quante fiate già nel tenebroso tempo, quando amenduni i figliuoli di Latona nascosi ci celano la loro luce, venni io alle tue porti dubitando di non essere sentito da' miei minori servidori, e non temendo la morte che nelle mani degli insidianti uomini ne' notturni tempi dimora, né de' fieri leoni, né de' rapaci lupi per lo cammino usanti in sì fatte ore! E quante volte già giovani donne per rattiepidare i miei tormenti, le cui bellezze sarieno agl'iddii bene investite, m'hanno del loro amore tentato, né mai alcuna poté vincere il forte cuore, a te tutto disposto di servire! E poi, oltre a tutte l'altre tribulazioni, gl'iddii sanno quanto grave mi fosse ciò che di te intesi, quando ingiustamente condannata fosti alla crudele morte: alla quale io con tutte le mie forze, mercé degl'iddii che m'aiutarono, conoscendo la ingiustizia a te fatta, m'opposi in maniera che me con teco trassi da tale pericolo.
E poscia ognora in maggiore tribulazione crescendo, dubitando della tua vita, mai non divenni vile a sostenere tormenti per te, né mai per tutte le contate cose una fiata mi pentii d'averti amata, né proposi di non volerti amare, ma ciascuna ora più t'amai e amo, avvegna che te io aggia tutto il contrario trovata, però che tu non hai potuto la minor parte delle mie miserie sostenere in mio servigio.
Tu, mobile giovane, ti se' piegata come fanno le frondi al vento, quando l'autunno l'ha d'umore private.
Tu agl'ingannevoli sguardi di Fileno, il quale non lunga stagione t'ha tentata, se' dal mio al suo amore voltata.
Oimè, or che hai tu fatto? E se questo forse negare volessi tu, non puoi, con ciò sia cosa che la sua bocca a me abbia tutte queste cose manifestate.
E oltre a ciò, volendomi mostrare quanto il tuo amore sia fervente verso di lui, mi mostrò il velo che tu della tua testa levasti e donastilo a lui: il quale quand'io il vidi, un subito freddo mi corse per le dolenti ossa, e quasi smarrito rimasi nella sua presenza.
Oimè, come io volontieri gli avrei con le pronte mani levato il caro velo, e lui, che s'ingegnava di te levarmi, tutto squarciato, cacciandolo da me con grandissima vergogna; ma per non scoprire quello che nel mio cuore dimorava e per udire più cose, sostenni con forte viso di riguardare quello per amore di te, imaginando che per adietro la tua testa, a me graziosissima a ricordare, avea coperta.
Oimè ora è questa la costanza che io ho avuta verso di te? Deh, or non sai tu quante e quali donne m'hanno per maritale legge al mio padre adimandato, e quante e quali egli me ne ha già volute dare per volermi levare a te? Or non consideri tu quanti e quali dolori io ho già per te sostenuti per l'esserti lontano, e sostengo continuamente? Queste cose non si dovrieno mai del tuo animo partire, le quali mostra che assai da esso lontane sieno, veggendomi io essere per Fileno abandonato.
Deh, ora qual cagione t'ha potuto a questo muovere? Certo io non so.
Forse mi rifiuti per basso lignaggio, sentendo te essere degli altissimi prencipi romani discesa, le cui opere hanno tanta di chiarezza, che ogni reale stirpe obumbrano, e me del re di Spagna figliuolo, onde riputando te più gentile di me, m'hai per altro dimenticato? Ma tu, stoltissima giovane, non hai riguardato per cui, però che se bene avessi cercato, tu avresti trovato Fileno non essere di reale progenie, né di romano prencipe disceso, ma essere un semplice cavaliere.
E se forse più bellezza in lui che in me ti muove, certo questo è vano movimento, con ciò sia cosa che egli non sia bellissimo né io sì laido, che per quello dovessi essere lasciato da te.
Se forse in lui più virtù che in me senti, questo non so io, ma certo da alcuno amico m'è stato raportato segretamente me essere nel nostro regno tra gli altri giovani virtuoso assai.
Oimè, che io non so perché in queste cose menome io scrivendo dimoro con ciò sia cosa che il piacere faccia parere il laido bellissimo, e colui ch'è sanza virtù copioso di tutte, e il villano gentilissimo riputare.
Io mi piango con più doloroso stile pensando che quando tutte le ragioni di sopra dette aiutassero Fileno, come elle debitamente me difendono, perché dovrei io essere da te lasciato già mai? Ove credi tu mai trovare un altro Florio il quale t'ami com'io fo? Quando credi tu avere recato Fileno a tal partito ch'egli per te si disponga alla morte com'io feci? Oimè, ove è ora la fede promessa a me? Deh, se io fossi molto allontanato da te con questa speranza con la quale io t'era vicino, alcuna scusa ci avrebbe: o dire: "Io mai più vedere non ti credea", o porre scusa di rapportata morte: delle quali qui niuna porre ne puoi, però che di me continue novelle sentivi e ognora potevi udire me essere a te più subietto che mai.
Oimè, ch'io non so quale iddio abbia la sua deità qui adoperata in fare che tu non sii mia come tu suoli, né so qual peccato a questo mi nuoccia.
Fallito verso te non ho, salvo io non avessi peccato in troppo amarti dirittamente: al quale fallo male si confà la dolente pena che m'apparecchi, cioè d'amare altrui e me per altro abandonare.
Ma tanto infino ad ora ti manifesto che, con ciò sia cosa che mai io non possa sanza te stare né giorno né notte che tu sempre ne' miei sospiri non sia, se questo esser vero sentirò, con altra certezza che quella che io ti scrivo, per gli etterni iddii la mia vita in più lungo spazio non si distenderà, ma contento che nella mia sepoltura si possa scrivere: "Qui giace Florio morto per amore di Biancifiore", mi ucciderò, sempre poi perseguendo la tua anima, se alla mia non sarà mutata altra legge che quella alla quale ora è costretta.
Io avea ancora a scriverti molte cose, ma le dolenti lagrime, le quali, ognora che queste cose che scritte t'ho mi tornano nella mente, avvegna che dire potrei che mai non escono, mi costringono tanto, che più avanti scrivere non posso.
E quasi quello che io ho scritto non ho potuto interamente dalle loro macchie guardare; e la tremante mano, che similemente sente l'angoscia del cuore che mi richiama all'usato sospirare, non sostiene di potere più avanti muovere la volonterosa penna: onde io nella fine di questa mia lettera, se più merito d'essere da te udito come già fui, ti priego che alle prescritte cose provegghi con intero animo.
Nelle quali se forse alcuna cosa scritta fosse la quale a te non piacesse, non malizia, ma fervente amore m'ha a quella scrivere mosso, e però mi perdona.
E se quello che il tristo cuore pensa è vero, caramente ti priego che, se possibile è, indietro si torni.
E se forse l'amore che tu m'avesti già né i miei prieghi a questo non ti strignesse, stringati la pietà del mio vecchio padre e della misera madre, a' quali tu sarai cagione d'avermi perduto.
E se così non è, non tardi una tua lettera a certificarmene, però che infino a tanto che questo dubbio sarà in me, infino a quell'ora il tuo coltello non si partirà della mia mano, presto ad uccidere e a perdonare secondo ch'io ti sentirò disposta.
Avanti non ti scrivo, se non che tuo son vivuto e tuo morrò: gl'iddii ti concedano quello che onore e grandezza tua sia, e me per la loro pietà non dimentichino".
[21]
Fatta la pistola, Florio piangendo la chiuse e suggellò; e chiamato a sé un suo fedelissimo servidore il quale era consapevole del suo angoscioso amore, così gli disse: - O a me carissimo sopra tutti gli altri servidori, te' la presente lettera, la quale è segretissima guardia delle mie doglie, e con studioso passo celatamente a Biancifiore la presenta, e priegala che alla risposta niuno indugio ponga, però che per te l'attendo.
Se avviene che la ti doni, niuna cagione ti ritenga, ma sollecitamente a me, quanto più cheto puoi, fa che la presenti, acciò che degnamente possi nella mia grazia dimorare.
Va, che 'l molto disio mi cuoce d'udire quello che a questa si risponderà; e guarda che niuno altro che quella propia a cui io ti mando la vedesse.
Prese il servo la suggellata pistola, e quella, con istudioso passo, pervenuto in Marmorina nelle reali case, presentò a Biancifiore occultamente.
La quale come Biancifiore la vide, primieramente con dolci parole domandò come il suo Florio stesse.
A cui il servo rispose: - Graziosa giovane, niuno sospiro è sanza lui.
Egli si consuma in isconvenevole amaritudine, la cagione della quale è a me nascosa -.
Udito questo, Biancifiore cominciò a sospirare, dicendo: - Oimè, e per quale cagione potrebbe questo essere? -.
- Per niuna, credo - rispose il servo, - se per amore di voi non è.
Egli vi manda caramente pregando che sanza alcuno indugio alla presente pistola rispondiate; e io, se vi piacerà, attenderò la risposta -.
Allora Biancifiore la presa pistola si pose sopra la testa, e, avanti che l'aprisse, la baciò forse mille fiate, e, partita dal messaggiere, gli disse che di presente la risposta gli recherebbe, e sola nella sua camera se n'entrò, dubitando che dir dovesse la presente lettera.
E, rotto il tenero legame, apri quella, né più tosto la prima parte ne lesse, che i begli occhi s'incominciarono a bagnare d'amare lagrime; e così, ognora più forte piangendo come più avanti leggeva, la finì di leggere.
Ma poi che con pianti e con sospiri più fiate l'ebbe reiterata leggendo, angosciosa molto nella mente della falsa imaginazione di Florio, la quale avea di verità viso per lo mal donato velo, sopra 'l suo letto si pose, e a quella così al suo Florio rispose:
[22]
"Non furono sanza molte lagrime gli occhi miei, quando primieramente videro la tua pistola, o nobilissimo giovane, sola speranza della dolente anima, la quale con gravissima angoscia molte fiate rilessi.
E certo ella non fu dal tuo pianto macchiata quasi in alcuna parte, a rispetto che le mie lagrime la macchiarono.
E più volte leggendo quella, fra me pensai aver difetto d'intendimento, alcuna volta dicendo fra me medesima: "Io non la intendo bene, però che non potrebbe essere che intendimento di Florio fosse di scrivermi le parole che semplicemente guardando pare che questa pistola porga".
Altra volta dicea: "Forse Florio mi tenta, e vuole vedere se io mi muto per asprezza di parole".
Ma poi che ogni intendimento si cessò da me, e lasciommisi credere che tu credevi quello che scrivevi, appena credetti potere a tanto sforzare la deboletta mano che la penna in quella sostenere si potesse per volerti rispondere; ma poi che pure sforzandomi gl'iddii mi concedono potere a te rispondere, per questa, quella salute che per me disidero, ti mando.
E se alcuna fede merita il leale amore ch'io ti porto, ti giuro per gl'immortali iddii che e' non t'era bisogno distenderti in tanto scrivere per mostrarmi quanto sia stato o sia l'amore che mi porti, però che molto maggiore credo che sia che la tua lettera non mostra, né tu per parole potresti mostrare.
E similmente i lunghi affanni e i gran meriti, a quali io mai aggiunger non potrei a remunerare il più picciolo, per quella conobbi.
Ma il sentirti piagnere della intera fede la quale mai né ti ruppi, né disiderai di romperti m'ha mossa a lagrimare e istrinta a scriverti, disiderosa di farti certo te mai da me non essere dimenticato, né potere possibile mai divenire che io ti dimentichi.
Io, o grazioso giovane, non credo me essere nata de' ferocissimi leoni barbarici, né delle robuste querce d'Ida, né delle fredde marmore di Persia, dalle quali cose risomigliando passi di rigidezza i libiani serpenti; ma di pietoso padre e di benigna madre, sì come più fiate m'è stato detto, discesi, e per quella legge che sono gli umani corpi dalla natura tratti, e io similemente, ma non dalla fortuna.
Né appresi mai, né so essere, né disidero di saperlo, crudele e sanza umano conoscimento come tu imagini.
Tu mi scrivi che Amore me, come te, ne' nostri puerili anni, insiememente ferì: della qual cosa io non meno di te mi ricordo.
E certo egli mi trovò atta e disposta ad amare come te similemente, né più durezza credo che trovasse nel mio che nel tuo cuore, o abbia mai trovata.
Per la qual cosa, se tu con affanni infiniti se' lontano a me dimorato, io non dimorai mai né dimoro con diletto a te lontana, anzi mi sento da diverse punture molestare per simile cagione che senti tu, né mai infinta lagrima né falsa parola per più accenderti udisti da me: ma volessero gl'iddii che possibile fosse te aver potuto vedere e udire le vere, le quali se vedute avessi, forse più temperatamente avresti scritto, quando dicesti me non essere costante a sostenere per te uno affanno, né in amarti.
Ma però che tutto questo spero con l'aiuto degl'iddii ancora doversi manifestare a te con apertissimo segno, più non mi stendo a scrivertene, essendo non meno da più grave dolore costretta, sentendo te credere essere da me per Fileno abandonato, sì come la tua lettera mostra, la quale quando vidi, assalita da non picciola doglia, per poco non morii.
Oimè, quanto m'è la fortuna avversa! Tu vai cercando di mostrarmi cagioni per le quali io debbia aver te per Fileno lasciato, e quelle tu medesimo l'annulli: e veramente da annullare sono! E se di te quel senno non è partito che aver suoli, dovresti pensare che io non sono del senno uscita, che io non conosca manifestamente te di nobiltà avanzare Fileno, semplice cavaliere della tua corte, e me picciolissima serva di te e del tuo padre, a cui tu rimproveri, faccendoti beffe di me, me esser discesa degli antichi imperadori romani, i quali gl'iddii guardino che sì poco torni la loro potenza, che ad essere servi, com'io sono, torni la loro sementa.
Né ancora mi si occulta la tua virtù, né la tua bellezza piena di graziosa piacevolezza, a me cagione d'intollerabile tormento: per le quali cose saresti più degno amante dell'alta Citerea che di me.
E certo, ben che io ti conosca nobilissimo, virtuoso e pieno di bellezza più che alcuno altro, e me sanza alcuna di queste cose, non sono io però invilita ch'io non abbia ardire di perfettamente amarti, come che mi si convenga o no.
Ora dunque, se tutte queste cose sono da me conosciute, come è credibile che io per Fileno te potessi dimenticare? E non ti ritenesti di dire che io, femina di fragilissima natura, niuna avversità per amor di te sostenere non avea potuto, volendo quasi dire che per alleggiare i sospiri, che per te, a me lontano, sento insieme con molte pene, cercai di volere prossimano amadore, il quale più spesso veggendo, mi rallegrassi.
Oimè, che falsa oppinione porti, se questo credi! Ma certo più per tentarmi, che per altro il fai, però che io so che tu conosci che io mai dal mio nascimento, risomigliando da' miei parenti, sanza avversità non fui, per la qual cosa a forza m'è convenuto divenire maestra di sostenere quelle: e se io l'ho sostenute grandissime tu il sai, che gran parte con meco insieme n'hai sentite.
Pensa certamente che alcuni sospiri mai non furono cocenti come sono quelli i quali io per troppo disio di te mando fuori della mia bocca, né lagrime mai con tanta copia bagnarono petto, quanto hanno le mie il mio bagnato, solo per lo tuo essere lontano.
Ma veramente non molto tempo passerà che tu potrai dire che io sia fragile a sostenere l'avversità nelle quali io sono circuita, però ch'io sento la mia vita fuggire da me con istudioso passo, e l'anima, che il dolore del dolente cuore non puote sostenere, l'ha già più volte voluto abandonare, e solo alcuno conforto, che io allora ho preso sperando di rivederti, l'ha ritenuta.
Ma se così fatti dolori aggiugni a quelli che io ho infino a qui sentiti, come fatto hai al presente per la tua pistola, io non aspetterò che l'anima cerchi congedo, anzi gliele darò costringendola del partire, se ella forse volesse dimorare.
Io sono entrata in nuova dubitazione, la quale m'è a pensare molto grave, e appena mi si lascia credere.
Ma Amore, che ammollisce i duri cuori, mel fa tal volta credere e alcuna altra discredere, che tu, o signor mio, scritto non m'abbia che io abbia te per Fileno dimenticato, acciò che io ragionevolemente di te piangere non mi possa, se per alcuna altra me hai costà dimenticata; ma tutta fiata non sono di tanta falsa oppinione che io il possa credere, anzi dico, qualora quel pensiero m'assale, niuna ragione farà mai che Biancifiore sia se non di Florio, o Florio se non di Biancifiore.
Ma sanza fine mi s'attrista il cuore, qualora in quella parte della tua pistola leggo, ove scrivi me dovere avere donato a Fileno in segno di perfetto amore il velo della mia testa, il quale di' che quando il ti mostrò, volontieri avresti levatogliele, squarciando lui tutto.
La qual cosa volessero gl'iddii che tu fatto avessi, però che a me sarebbe stata non picciola consolazione nell'animo, e la cagione è questa: io non niego che quel velo, vilissima cosa, non fosse a lui donato dalle mie mani, ma certo il cuore nol consentì mai, ma così costretta dalla tua madre mi convenne fare.
Per lo quale egli, forse pigliando intera speranza di pervenire al suo intendimento per tale segnale, più volte con gli occhi e con parole mi tentò di trarmi ad amarlo, la qual cosa credo impossibile sarebbe agl'iddii; né mai da me più avanti poté avere.
Né è però da credere che in un velo o in altro gioiello si richiuda perfetto amore: solamente il cuore serva quello, e io, che più che altra giovane il sento per te, posso con vere parole parlarne.
E che io niuna persona amai, se non solamente te, ne chiamo testimonii gl'iddii, a' quali niuna cosa si nasconde: e però io ti priego che il velo, non volonterosamente donato, non ti porga nel cuore quella credenza che da prendere non è.
Niuna persona è nel mondo amata da me se non Florio.
Lascia ogni malinconia presa per questo, se la mia vita t'è cara, e spera che ancora fermamente conoscerai ciò che io ora ti prometto, e la tua vita con la mia insieme caramente riguarda: a luogo e a tempo gl'iddii rimuteranno consiglio, forse concedendoci migliore vita che noi da noi non eleggeremmo.
Rifiuta i non dovuti ozii e seguita i leali diletti; e se tu mi porterai tanto nell'animo quanto io fo te, tu conoscerai me non essere meno affannata da' pensieri che tu sii.
E caramente ti priego che con sì fatte lettere tu non solleciti più l'anima mia, disposta a cercare nuovo secolo: che posto che tu con forte animo il mio coltello tenghi nella mano, a me corto laccio non farebbe sostenere di leggiere la seconda, solo che in quella così come in questa mi parlassi.
Biancifiore non fu mai se non tua, e tua sarà sempre.
Adoperino i fati secondo che ella ama, e sanza fallo contento viverai".
[23]
Biancifiore piegò la scritta pistola, piena di non poco dolore, e posta in sul legame la distesa cera, avendo la bocca per troppi sospiri asciutta, con le amare lagrime bagnò la cara gemma, e, suggellata quella, con turbato aspetto uscì della camera, a sé chiamando il servo, che già per troppa lunga dimoranza che fare gli parea s'incominciava a turbare.
Al quale ella disse: - Porterai questa al tuo signore, a cui gl'iddii concedano miglior conforto che egli non s'ingegna di donare a me -.
E detto questo, piangendo baciò la lettera, e posela in mano al fedele servo, il quale sanza niuno indugio volto li passi verso Montoro, e là in picciolo spazio pervenuto, trovò Florio nella sua camera, ove lasciato l'avea, con grandissima copia di lagrime e di sospiri, a cui egli porse la portata pistola, dicendogli ciò che da Biancifiore compreso avea e le sue parole.
E partito da lui, Florio aperse la ricevuta lettera, e quella infinite volte rilesse pensando alle parole di Biancifiore, sopra le quali faccendo diverse imaginazioni, sopra il suo letto con essa lungamente dimorò.
[24]
Diana, alla quale niuno sacrificio era stato porto come agli altri iddii fu, quando Biancifiore dal grandissimo pericolo fu campata, avea infino a questa ora la concreata ira tenuta nel santo petto celata, la quale non potendosi più avanti tenere, discesa degli alti regni, cercò le case della fredda Gelosia, le quali nascose in una delle altissime rocce d'Appennino, entro a una oscurissima grotta, trovò intorniate tutte di neve; né v'era presso albero o pianta viva fuori che o pruni o ortiche o simili erbe; né vi si sentia voce alcuna di gaio uccello: il cuculo e 'l gufo aveano nidi sopra la dolente casa.
Alla quale venuta la santa dea, quella trovò serrata con fortissima porta, né alcuna finestra vi vide aperta.
Fu dalla immortale mano con soave toccamento toccata l'antica porta, la quale non prima fu tocca, che dentro cominciarono a latrare due grandissimi cani, secondo che le voci li facea manifesti; dopo il quale latrare una vecchia con superbissima voce, ponendo l'occhio a uno picciolo spiraglio, mirò di fuori, dicendo: - Chi tocca le nostre porti? -.
A cui la santa dea disse: - Apri a me sicuramente: io sono colei sanza il cui aiuto ogni tua fatica si perderebbe -.
Conobbe l'antica vecchia la voce della divina donna, e a quella con lento passo andando, con non poca fatica per gli inruginiti serramenti aperse la porta, la quale nel suo aprire fece un sì grandissimo strido, che di leggiero poria essere stato sentito infino all'ultime pendici del monte.
E fatta la dea passar dentro, con non minore romore riserrò quelle, difendendo appena i bianchi vestimenti della dea dalle agute sanne de' bramosi cani, a' quali per magrezza ogni osso si saria potuto contare: caccia quelli con roca voce e con un gran bastone col quale sostenea i vecchi membri.
Era quella casa vecchissima e affumicata, né era in quella alcuna parte ove Aragne non avesse copiosamente le sue tele composte; e in essa s'udiva una ruina tempestosa, come se i vicini monti, urtandosi insieme, giugnessero le loro sommità, le quali per l'urtare pestilenzioso diroccati cadessero giuso al piano.
Niuna cosa atta ad alcuno diletto vi si vedea: le mura erano grommose di fastidiosa muffa, e quasi parea che sudando lagrimassero; né in quella casa mai altro che verno non si sentiva, sanza alcuna fiamma da riconfortare il forte tempo: ben v'era in uno de' canti un poco di cenere, nella quale riluceano due stizzi già spenti, de' quali la maggior parte una gattuccia magra covando quella occupava.
E la vecchia abitatrice di cotal luogo era magrissima e vizza, nel viso scolorita; i suoi occhi erano biechi e rossi, continuamente lagrimando; di molti drappi vestita, e tutti neri, ne' quali raviluppata, in terra sedea, vicina al tristo fuoco, tutta tremando, e al suo lato avea una spada, la quale rade volte, se non per ispaventare, la traeva fuori.
Il suo petto batteva sì forte, che sopra i molti panni apertamente si discernea, nel quale quasi mai non si crede che entrasse sonno; e il luogo acconcio per lo suo riposo era il limitare della porta, in mezzo de' due cani.
La quale la dea veggendo, molto si maravigliò, e così disse: - O antica madre, sollecitissima fugatrice degli scelerati assalti di Cupido, e guardia de' miei fuochi, a te conviene mettere nel petto d'un giovane a me carissimo le tue sollecitudini, il quale per troppa liberalità si lascia a feminile ingegno ingannare, amando oltra dovere una mia nimica: e però niuno indugio ci sia muoviti! Egli è assai vicino di qui, e è figliuolo dell'altissimo re di Spagna, chiamato Florio, e sanza fine ama Biancifiore, né mai sentì quel che tu suoli agli amanti far sentire.
Va e privalo della pura fede, la quale egli tiene indegnamente, e, aprendogli gli occhi, gli fa conoscere com'egli è ingannato, amaestrandolo come gl'inganni si debbono fuggire -.
La vecchia che in terra sedea, con la mano alla vizza gota, alzò il capo mirando con torto occhio la dea, e con picciola voce tremando rispose: - Partiti, dea, da' tristi luoghi, che niuno indugio darò al tuo comandamento -.
Partita la dea, la vecchia si vestì di nuova forma, abandonando i molti vestimenti, aggiunse alle sue spalle ali, e lasciando le serrate case, sanza alcuno dimoro pervenne ove ella trovò Florio stante ancora sopra il suo letto leggendo la ricevuta lettera da Biancifiore.
A cui ella occultamente con la tremante mano toccò il sollecito petto, e ritornossi alle triste case, onde s'era per comandamento di Diana partita.
[25]
Avea Florio più fiate riletta la ricevuta pistola, e già quasi nell'animo le parole di Biancifiore accettava, credendo fermamente da lei niuna cosa essere amata se non egli, sì come essa gli scriveva.
Ma non prima gli fu dalla misera vecchia tocco il petto, che egli incominciò a cambiare i pensieri e a dire fra sé: "Fermamente ella m'inganna, e quello ch'ella mi scrive non per amore, ma per paura lo scrive.
Briseida lusingava il grande imperadore de' Greci, e disiderava Achille.
Chi è colui che dalle false lagrime e dalle infinte parole delle femine si sa guardare? Se Agamenone l'avesse conosciute, la sua vita sarebbe stata più lunga, né Egisto avrebbe avuto il non dovuto piacere.
Sanza dubbio Fileno piace più a Biancifiore che io non faccio: e chi sarà quella che si levi un velo di testa, e donilo ad un suo amante, che possa far poi credere quelli non essere amato da lei? Certo niuna il potrebbe far credere, se non fosse già semplicissimo l'ascoltatore.
E in verità e' non è da maravigliare se ella ama Fileno: egli continuamente le è davanti, e ingegnasi di piacerle, e io le sono lontano, né la poté, già è lungo tempo, vedere.
Il fuoco s'avviva e vive per li soavi venti, e amore si nutrica con li dolci riguardamenti: e sì come le fiamme perdono forza non essendo da' venti aiutate, così amore diviene tiepidissimo come gli sguardi cessano.
Ma costei, se ella non mi ama, perché con lusinghe accendermi il cuore".
Poi ad altro ragionamento si volgea, e dicea: "Fermamente Biancifiore m'ama sopra tutte le cose, e questo, se io voglio il vero riguardare, non mi si può celare; ma se ella non mi amasse, Fileno me ne saria cagione, del quale io prenderò sanza dubbio vendetta".
[26]
In cotali pensieri stando, Florio fra sé ripeteva tutti i preteriti atti e fatti stati tra lui e Biancifiore, poi che Fileno tornò de' lontani paesi nella sua corte, e quelli una volta pensava essere stati da Biancifiore fatti maliziosamente, e altra volta fra sé gli difendeva.
Egli stette più giorni sanza alcuno riposo pieno di sollecite cure.
Egli alcuna volta imaginava: "Ora è Fileno davanti alla mia Biancifiore e lusingala: ma perché la lusingherebbe egli ch'ella l'ama oltra misura".
Poi fra sé altrimenti imaginava.
Egli andava vedendo con l'animo tutte quelle vie le quali possibili sono ad uomo di re per pervenire a un suo intendimento, e niuna credea che non ne fosse stata fatta da Fileno, se bisogno gli fu.
Egli pensava che niuna persona mai parlasse a Biancifiore che da parte di Fileno non le parlasse, e da' suoi servidori medesimi dubita d'essere stato ingannato: e così dimora in istimolosa sollecitudine, e non sa che si fare; e pensa che Fileno ordini di portarla via e che ella il consenta.
Egli pensa che Fileno la domandi al re, e siagli donata per isposa.
Egli pensa che i messaggi da Fileno a Biancifiore e da Biancifiore a Fileno siano spessissimi.
Ma poi che egli ha diverse cose in sé rivolte, così cominciò a dire: "Non è del tutto da credere ciò che io imagino, ché forte mi pare che, se stato fosse, io non avessi alcuna cosa sentita: e però la scusa delle passate cose fatta da Biancifiore da ricevere.
Ma chi sa di quelle che deono avvenire? Da un'ora a un'altra si volgono gli animi, da diversi intendimenti essendo tentati! Niuno rimedio è qui se non levare ogni cagione per la quale Biancifiore dal mio amore si potesse mutare, acciò che niuno effetto segua.
Io tornerò, a dispetto del mio padre, in Marmorina, e solliciterò con i miei propii occhi il cuore di Biancifiore, e quindi la fuggirò in parte ov'io sanza paura d'alcuno potrò dimorare con lei.
Se il mio padre della mia tornata si mostrasse dolente, e a Fileno farò levare la vita, o egli abandonerà i nostri paesi.
Niuna cosa ci lascerò a fare, acciò che colei sia sola mia, di cui io solo sono e sarò sempre".
E con questi pensieri, lasciati gli amorosi, il più del tempo dimorava, cercando, con amara sollecitudine, parte di quelli fuggire e parte metterne in effetto sanza alcuno indugio.
[27]
O amore, dolcissima passione a chi felicemente i tuoi beni possiede, cosa paurosa e piena di sollecitudine, chi potrebbe o credere o pensare che la tua dolce radice producesse sì amaro frutto come è gelosia? Certo niuno, se egli nol provasse.
Ma essa ferocissima, così come l'ellera gli olmi cinge, così ogni tua potenza ha circundata, e intorno a quella è sì radicata che impossibile sarebbe oramai a sentire te sanza lei.
O nobilissimo signore, questa è a' tuoi atti tutta contraria.
Tu le tue fiamme mostri nell'altissimo e chiaro monte Citerea, costei sopra i freddi colli d'Appennino impigrisce nelle oscure grotte.
Tu levi gli animi alle altissime cose, e costei gli declina e affonda alle più vili.
Tu i cuori che prendi tieni in continua festa e gioia, costei di quelli ogni allegrezza caccia e con subito furore vi mette malinconia.
Essa fa cercare i solinghi luoghi, e con aguto intelletto mai non sa che si sia altro che pensare.
Ad essa pare che le spedite vie dell'aere sieno piene d'agguati per prendere ciò che essa disidera di ben guardare.
Niuno atto è che ella non dubiti che con falso intendimento sia fatto; niuna fede è in lei, niuna credenza: sempre crede essere tentata.
E sì come tu di pace se' veracissimo ordinatore, così questa con armata mano sempre apparecchia inimicizie e guerre.
Ella, magrissima, scolorita nel viso, d'oscuri vestimenti vestita, igualmente ogni persona con bieco occhio riguarda: e tu, piacevolissimo nell'aspetto, con lieto viso visiti i tuoi suggetti.
Ella non sente mai né primavera, né state, né autunno: tutto l'anno igualmente dimora per lei il sole in Capricorno, e quanto più di scaldarsi cerca più ne' sembianti trema.
Ora, quanto è contraria la vostra natura! Ella si diletta d'essere sanza alcuna luce, e tu ne' luminosi luoghi adoperi i santi dardi.
Ella con teco quasi d'un principio nata, di tutti i tuoi beni è guastatrice.
E le più fiate avviene che di quella infermità onde ella ha maggior paura, di quella è più spesso assalita e oppressa infino alla morte.
Oltre a' miseri miserissimo si può dire colui che seco l'accoglie in compagnia.
[28]
Florio s'apparecchia con diliberato animo di nuocere a Fileno: la qual cosa la santa dea conosce degli alti regni.
E mossa a compassione di Fileno, così nel segreto petto cominciò a dire: "Che colpa ha Fileno commessa per la quale egli meriti morte o oltraggio da Florio? Niuna: non merita morte alcuno, perché egli ami quello che piace agli occhi suoi.
Cessi questo, che per cagione di noi il giovane cavaliere sia offeso".
E detto questo la seconda volta discese del cielo e cercò le case del Sonno riposatore, nascose sotto gli oscuri nuvoli, le quali in lontanissime parti stanno rimote, in una spelonca d'un cavato monte, nella quale Febo con i suoi raggi in niuna maniera può passare.
Quel luogo non conosce quand'egli sopra l'orizonte venendo ne reca chiaro giorno, né quand'egli, avendo mezzo il suo corso fatto, ci riguarda con più diritto occhio, né similemente quand'egli cerca l'occaso: quivi solamente la notte puote, e il terreno da sé vi produce nebbie piene d'oscurità o di dubbiosa luce.
E davanti alle porti della casa fioriscono gli umidi papaveri copiosamente, e erbe sanza numero, i sughi delle quali aiutano la potenza del signore di quel luogo.
Dintorno alle oscure case corre un picciolo fiumicello chiamato Letè, il quale esce d'una dura pietra, che col suo corso faccendo commuovere le picciole pietre, fa un dolce mormorio, il quale invita i sonni.
In quel luogo non s'odono i dolci canti della dolente Filomena, i quali forse potessero mettere ne' petti acconci al riposo alcuna sollecitudine con la sua dolcezza.
Quivi non fiere, non pecore né altri animali.
Quivi Eolo nulla potenza ha: ogni fronda si riposa.
Mutola quiete possiede il luogo, al quale niuna porta si truova, non forse serrando e disserrando potesse fare alcuno romore.
Alcuno guardiano non v'è posto, né cane alcuno v'è, il quale latrando potesse turbare i quieti riposi.
Quivi non è alcun gallo il quale cantando annunzi l'aurora; né alcuna oca vi si truova che i cheti andamenti possa con alta voce far manifesti.
E nel mezzo della gran casa dimora un bellissimo letto di piuma, tutto coperto di neri drappi, sopra 'l quale si riposa il grazioso re co' dissoluti membri oppressi dalla soavità del sonno.
Appresso del quale un poco, giacciono i vani sogni di tante maniere e sì diversi, quante sono l'arene del mare o le stelle di che il nido di Leda s'adorna.
Nella qual casa la dea entrò, continuo le mani menandosi davanti al viso e cacciando i sonni da' santi occhi: e il candido vestimento della vergine diede luce nella santa casa.
Nella venuta della quale, appena il re levò i pesanti occhi, e più volte la grave testa inchinando col mento si percosse il petto, e, rivolto più volte sopra il ricco letto, con ramarichevoli mormorii alquanto si pur destò.
E appena levatosi sopra il gomito, domandò quello che la dea cercava.
A cui ella così disse: - O Sonno piacevolissimo riposo di tutte le cose, pace dell'animo fuggitore di sollecitudine, mitigatore delle fatiche e sovenitore degli affanni, igualissimo donatore de' tuoi beni, se a te è caro che Cinzia si possa con gli altri dei, a te e a me igualmente consorti, di te laudare comanda che Fileno, innocente giovane, ne' suoi sonni conosca l'apparecchiate insidie contro di lui, acciò che conosciutole, da quelle guardare si possa -.
E questo detto, per quella via onde era venuta, appena da sé potendo sonno cacciare, se ne tornò.
[29]
Svegliò l'antico iddio gl'infiniti figliuoli, de' quali alcuni in uomini, altri in fiere, e quali in serpenti, e chi in terra, e tali in acqua, e alcuni in trave e in sassi, e in tutte quelle forme le quali negli umani animi possono vaneggiare, v'avea di quelli che si trasformavano: tra' quali poi che egli ebbe eletti quelli che a tali bisogni gli pareano sofficienti, appena destati, gli ammaestrò che essi dovessero i comandamenti della santa dea adempiere sanza alcuno indugio.
A' quali essi disposti, sanza più stare, del luogo si partirono per adempierlo.
[30]
Mentre che i fati le cose sinistre così per Fileno trattavano, Fileno di tutte ignorante si stava pensando alla bellezza di Biancifiore, con sommo disio disiderando quella, quando subito sonno l'assalì, e, gli occhi gravati, sopra il suo letto riposandosi s'adormentò.
Al quale sanza alcuno dimoro furono presenti i ministri del pregato iddio adoperando ciascuno i suoi ufici: e parvegli nel sonno subitamente essere in un bellissimo prato tutto soletto, e rimirare il cielo, lodando le sue bellezze, e adequando quelle di Biancifiore alla chiarità delle stelle che in quello vedea.
E così stando, subitamente uno di quelli uficiali in forma d'un caro suo amico gli parve che gli apparisse piangendo e correndo verso lui, e dicessegli: - O Fileno, che fai tu qui? Fuggiti, ch'io ti so dire che l'amore che tu hai portato a Biancifiore t'ha acquistata morte.
Tu non potrai essere fuori di questo prato, che Florio armato con molti compagni ci saranno suso, cercando di levarti la vita.
Fuggi di qui, o caro amico, sanza niuno indugio.
Non volere che io di tal compagno, quale io ti tengo, rimanga orbato -.
E ancora non parea che questi avesse compiuto di parlare, che già dall'una delle parti del prato si sentiva il romore delle sonanti armi degli armati, i quali a Fileno pareva, come detto gli era stato, che venissero.
Allora pareva a Fileno levarsi tutto smarrito, e non sapere qual via per la sua salute si dovesse tenere; anzi gli pareva che le gambe gli fossero fallite, né di quel luogo potesse partire.
Dove stando in picciolo spazio gli pareva vedersi dintorno Florio con molti altri armati, e con grandissimo romore gridare: - Muoia il traditore! -, dirizzando verso lui gli aguti ferri sanza alcuna pietà ingegnandosi di ferirlo.
A' quali elli dicea: - O giovani, se niuna pietà è in voi rimasa piacciavi che Fileno possa fuggendo la vita campare.
Voi sapete che per amore io non meritai morte -.
Non erano le sue parole udite, ma più aspramente e con maggiore romore gli parea ognora essere assalito, e parevagli essere in tante parti del corpo forato che potere campare non gli parea.
Ma quelli ancora di ciò non contenti uscendo uno di loro gli parea che la testa gli volesse levare dal busto e presentarla a Florio.
Allora sì gran dolore e paura gli strinse il cuore, che per forza convenne che il sonno si rompesse, e quasi tutto spaventato si rizzò in piè, rimirando dov'egli era, e con le mani cercando de' colpi che gli parea avere ricevuti; e rimirando il suo letto, il quale imaginava dovere essere tutto tinto del suo sangue, e quello vide bagnato di vere lagrime.
Ma poi ch'egli si vide essere stato ingannato dal sonno partita la paura, pieno di maraviglia rimase, non sappiendo che ciò si volesse dire, e dubitando forte si mise a cercare del caro amico che nel sonno avea veduto.
Il quale trovato, a lui brievemente ciò che dormendo avea veduto, gli narrò; di che l'amico maravigliandosi così gli disse:
[31]
- Caro amico e compagno, ora non dubito io che gl'iddii con molta sollecitudine intendano a' beni della umana gente.
Certo tu mi fai sanza fine maravigliare di ciò che tu mi racconti, però che poco avanti io tornai da Montoro, e ivi da cara persona e degna di fede udii essere da Florio la tua morte disiderata e ordinata in qualunque maniera più brievemente potesse.
E domandando io della cagione, mi rispose che ciò avviene per lo velo il quale da Biancifiore ricevesti, la quale Biancifiore egli più che alcuna cosa del mondo ama; e per questo è di te in tanta gelosia entrato, che se egli vedesse che Biancifiore con le propie mani ti traesse il cuore, forte gli sarebbe a credere che ella ti potesse se non amare.
E adunque, acciò che questo amore cessi, egli cerca d'ucciderti: però per lo mio consiglio tu al presente lascerai il paese, e pellegrinando per le strane parti, te della tua salute farai guardiano.
Tu puoi manifestamente conoscere te non essere possente a resistere al suo furore: dunque anzi tempo non volere perire, ma la tua giovane età ti conforti di poter pervenire a miglior fine che il principio non ti mostra.
La fortuna ha subiti mutamenti, e avviene alcuna volta che quando l'uomo crede bene essere nella profondità delle miserie, allora subito si ritrova nelle maggiori prosperità -.
A cui Fileno piangendo così rispose: - Oimè, or che farà Florio ad uno che l'abbia in odio, se a me che l'amo ha pensata la morte? - A cui quelli rispose: - Amerallo! Le leggi d'amore sono variate da quelle della natura in molte cose: in tale atto niuno volentieri vuole compagno.
Né per te fa di cercare gli altrui pensieri, ma pensare del tuo bene.
Posto che Florio similmente volesse uccidere uno che odiasse Biancifiore, se' tu però fuori del pericolo? Certo no: dunque pensa alla tua salute -.
- Oimè! - disse Fileno - dunque lascerò io Marmorina e la vista di Biancifiore? -.
- Sì - gli rispose quelli, - per lo tuo migliore -.
Disse Fileno: - Certo io non conosco che vantaggio qui eleggere si possa se solo una volta si muore.
Buono è il vivere, ma meglio è tosto morire che vivendo languire, e cercare la morte, e non poterla avere -.
- Non è - disse l'amico - a chi vive sperando nella potenza degl'iddii, come avanti ti dissi, però che le future cose ci sono occulte.
E in qualunque modo si vive è migliore che il morire.
Ogni cosa perduta, volendo l'uomo valorosamente operare, si può ricuperare, ma la vita no: però ciascuno dee essere di quella buono guardiano -.
- Certo - disse Fileno - a chi può prendere speranza, e sperando aspettare, non dubito che di guardare la sua vita egli non faccia il migliore, che volere per un subito dolore morire.
Ma come posso io così fare, che non tanto partendomi, ma solamente pensando ch'io mi deggia partire dalla vista del bel viso di Biancifiore, mi sento ogni spirito combattere nel cuore e domandare la morte, e l'anima, che sente questa doglia e questa tempesta, si vuol partire? -.
A cui colui rispose: - Non sono cotesti i pensieri necessarii a te, però che a coloro che in simile caso sono che se' tu, conviene che facciano della necessità diletto.
Tu vedi che tu se' costretto di partire: non imaginare di prendere etterno essilio, ma imagina che per comandamento di Biancifiore, per cui non ti sarebbe grave il morire, se avvenisse ch'ella tel comandasse, tu sii mandato in parte onde tu tosto tornerai.
Questa imaginazione t'aiuterà e faratti più possente a sostenere gli affanni della partita infino a tanto che tu poi, ausato, li sappia sostenere sanza tanta noia -.
A cui Fileno disse: - Questo che tu mi di' m'è impossibile, però che il sollecito amore non mi lascia durare tale pensiero nel cuore, ma qualora più mi vi dispongo, allora più con i suoi m'assalisce: e chi è colui che possa la sua coscienza ingannare? -.
Disse quelli: - I pensieri d'amore non ti assaliranno, quando alcuna volta resistendo cacciati gli avrai da te, e la coscienza, posto che interamente ingannare non si possa, almeno l'uomo la può fare agevole sostenitrice di quello ch'e' vuole, con un lungo e continuo perseverare sopra un pensiero -.
- Certo questo vorrei io bene - disse Fileno.
- Dunque potrai tu - gli fu risposto.
Allora disse Fileno: - Ecco ch'io mi dispongo al pellegrinare per lo tuo consiglio -.
- Sì - disse quelli, - e io in tua compagnia, se a te piace -.
A cui Fileno disse: - No, io amo meglio dolermi solo, che menare te sanza consolazione -.
A cui quelli rispose: - Caro amico, ove che tu vadi, le tue lagrime mi bagneranno sempre il cuore, il quale mai sanza compassione di te non sarà: però lasciami avanti venire, acciò che tu, avendo la mia compagnia, abbi cagione di meno dolerti -.
Disse Fileno: - Amico, a me piace più che tu rimanghi, acciò che almeno, veggendoti, Biancifiore si ricordi di me e dello essilio ch'io ho per lei.
E se accidente avvenisse per lo quale mi fosse licito il tornare, voglio che tu sollecito rimanghi a mandare per me, dove che i fortunosi casi m'abbiano mandato -.
A cui quelli disse: - Così, come a te piace, sarà fatto -.
Fileno allora si partì da lui, e, ritornato alla sua casa, così cominciò piangendo a dolersi fra se medesimo:
[32]
"O misero Fileno, piangi, però che la fortuna t'è più avversa che ad alcuno.
Sogliono gli altri, per odiare o per male operare, lasciare li loro paesi, o tal volta morire; ma a te per amore conviene che tu vada in essilio.
Or che vita sarà la tua? Sarà dolente; ma certo io non la voglio lieta.
Io conosco Biancifiore turbata, e scoprirmi il falso amore, mostrando nel viso d'avermi per adietro ingannato.
Io mi fuggirò del suo cospetto, e fuggendomi piacerò a Florio e a lei, l'amore de' quali m'era occulto quando m'innamorai.
Il velo da lei ricevuto sarà sola mia consolazione e della mia miseria".
E, questo in se medesimo diliberato, volontario essilio, seguendo il consiglio del suo amico, prese occultamente.
[33]
Quando Apollo ebbe i suoi raggi nascosi, e l'ottava spera fu d'infiniti lumi ripiena, Fileno con sollecito passo piglia la sconsolata fuga.
Egli nella dubbiosa mente, uscito di Marmorina, non sa essaminare qual cammino sia più sicuro alla sua salute, ma del tutto abandonato a' fati, piangendo pone le redine sopra il portante cavallo, e piangendo abandona le mura di Marmorina, con gli occhi rimirando quelle infino che licito gli è.
Ma poi che l'andante cavallo lui carico di pensieri ebbe tanto avanti trasportato, che più non gli fu licito di vedere la sua città, egli con più lagrime incominciò ad intendere al suo cammino.
E primieramente veduto l'uno e l'altro lito di Bacchiglione, pervenne alle mura costrutte per adietro dall'antico Antenore, e in quelle vide il luogo ove il vecchio corpo con giusto epitafio si riposava.
Ma di quindi passando avanti, in poche ore pervenne alle sedie del già detto Antenore, poste nelle salate onde, nell'ultimo seno del mare Adriano: e in quel luogo non sicuro, salito in picciolo legno ricercò la terra.
E pervenuto all'antichissima città di Ravenna, su per lo Po con le dorate arene se ne venne alla città posta per adietro da Manto ne' solinghi paduli.
Ma quivi sentendosi più vicino a quello che egli più fuggiva, dimorò poco, e salito su per li colli del monte Appennino, e di quelli declinando, scese al piano, pigliando il cammino verso le montagne, fra le quali il Mugnone rubesto discende.
E quivi pervenuto, vide l'antico monte onde Dardano e Siculo primieramente da Italo, loro fratello, si dipartirono pellegrinando; e poco avanti da sé vide le ceneri rimase d'Attila flagello dopo lo scelerato scempio fatto de' pochi nobili cittadini della città edificata sopra le reliquie del valoroso consolo Fiorino, quivi dagli agguati di Catellino miserabilmente ucciso.
Alle quali avuta compassione, si partì, e sanza tenere diritto cammino errando pervenne a Chiusi, ove già Porsenna, secondo che gli fu detto, avea il suo regno con forze costretto ad ubidirsi.
Né troppo lungamente andò avanti ch'egli vide il cavato monte d'Aventino, nel quale Cacco nascose le 'mbolate vacche ad Ercule, strascinate nelle cave di quello per la coda.
Ma dopo lungo affanno pervenne nella eccellentissima città di Roma, ove egli d'ammirazione più volte ripieno fu, veggendo le magnifiche cose, inestimabili ad ogni alto intelletto sanza vederle: e in quella vide il Tevero, a cui gl'iddii concederono innumerabili grazie.
Egli vide l'antiche mura d'Alba, e ciò che era notabile nel paese.
Ma quivi non fermandosi, volgendo i suoi passi al mezzo giorno, si lasciò dietro le grandissime Alpi e i monti i quali aspettavano l'oscurissima distruzione del nobile sangue d'Aquilone, e pervenne a Gaieta, etterna memoria della cara balia di Enea.
E di quella pervenne per le salate onde a Pozzuolo, avendo prima vedute l'antiche Baie e le sue tiepide onde, quivi per sovenimento degli umani corpi poste dagl'iddii.
E in quel luogo vedute l'abitazioni della cumana Sibilla, se ne venne in Partenope, né quivi ancora fermato, cercò i campi de' Sanniti, e vide la loro città.
Donde partitosi, volgendo i passi suoi, vide l'antica terra Capo di Campagna posta da Capis, e, quindi partendosi, pervenne fra li salvatichi e freddi monti d'Abruzzi, fra' quali trovò Sulmona, riposta patria del nobilissimo poeta Ovidio.
Nella quale entrando, così cominciò a dire: - O città graziosa a ciascuna nazione per lo tuo cittadino, come poté in te nascere o nutricarsi uomo, in cui tanta amorosa fiamma vivesse quanta visse in Ovidio, con ciò sia cosa che tu freddissima e circundata da fredde montagne sii? -; e questo detto, reverente per lo mezzo di quella trapassò.
E continuando i lamentevoli passi, si trovò a Perugia, dalla quale partitosi, de' cammini ignorante, pervenne alle vene ad Onci, onde le chiarissime onde dell'Elsa vide uscire e cominciare nuovo fiume.
Dopo le quali discendendo, venne infino a quel luogo ove l'Agliene, nata nelle grotte di Semifonti, in quella mescola le sue acque e perde nome.
Quindi mirandosi dintorno, vide un bellissimo piano, per lo quale volto a man destra, faccendo dell'onde dell'Agliene sua guida, non molto lontano al fiume andò, ch'egli vide un picciolo monticello levato sopra il piano, nel quale uno altissimo e vecchio cerreto era.
E in quello mai alcuna scure non era stata adoperata, né da' circustanti per alcun tempo cercato, fuori che da' loro antichi nell'antico errore delli non conosciuti iddii, i quali in sì fatti luoghi soleano adorare.
In quello entrò Fileno, e non trovandovi via né sentiero, ma tutto da vecchie radici o da grandissimi roghi occupato con grandissimo affanno infino alla sommità del picciolo monticello salì.
Quivi trovò un tempio antichissimo, nel quale salvatiche piante erano cresciute, e le mura tutte rivestite di verde ellera.
Né già per antichità erano guaste le imagini de' bugiardi iddii, rimase in quello quando il figliuolo di Giove recò di cielo in terra le novelle armi, con le quali il vivere etterno s'acquista.
E era davanti a quello un picciolo prato di giovanetta erba coperto, assai piacevole a rispetto dell'altro luogo.
Quivi fermato Fileno stette per lungo spazio; e rimiratosi dintorno e pensato lungamente, s'imaginò di volere quivi finire la sua fuga, e in quello luogo sanza tema d'essere udito piangere i suoi infortunii, e se altro accidente non gli avvenisse, quivi propose di volere l'ultimo dì segnare.
E dopo lunga essaminazione, vedendo il luogo molto solitario, si pose a sedere davanti al tempio e quivi nutricandosi di radici d'erbe, e bevendo de' liquori di quelle, stette tanto che agl'iddii prese pietà della sua miseria, sempre piangendo, e ne' suoi pianti con lamentosa voce le più volte così dicendo:
[34]
- O impiissima acerbità dell'umane menti, che commisi io ch'io etterno essilio meritassi della piacevole Marmorina? Niuno fallo commisi: amai e amo.
Se questo merita essilio o morte, torca il cielo il suo corso in contrario moto, acciò che gli odii meritino guiderdone.
Se io forse amando ad alcuno dispiacea, non con morte mi dovea seguitare, ma con riprensione ammaestrare.
Ora che riceverà da Florio chi odierà Biancifiore? Non so ch'elli gli si possa fare, se a quello che a me ha fatto vorrà con iguale animo pensare.
Ahi, Fisistrato, degno d'etterna memoria per la tua benignità, il quale, udendo con pianti narrare la tua figliuola essere baciata, e di ciò dimandarti vendetta, non dubitasti rispondere: "Che farem noi a' nostri nimici, se colui che ci ama è per noi tormentato?": tu il picciolo fallo con grandissima temperanza mitigasti, conoscendo il movimento del fallitore.
Dimorar possi tu con pietosa fama sempre ne' cuori umani! Ma certo egli non è men giusta cosa che io pianga i miei amori, che fosse il pianto del crudele artefice, che a Falaris presentò il bue di rame, al quale prima convenne mostrare del suo artificio esperienza.
Io medesimo accesi il fuoco in che io ardo.
Io, misero, fui il tenditore de' lacci ne' quali io son caduto.
Chi mi costringea di narrare a Florio i miei accidenti, e di mostrargli il caro velo? Niuna persona.
Ignoranza mi fece fallire: e però niuno savio piagne, perché il senno leva le cagioni.
Ma posto che io pur per ignoranza fallissi, eragli così gravoso a vietarmi che io più avanti non amassi? Certo io non mi sarei però potuto poi tenere di non amare, ma nondimeno per la disubidienza a lui, cui io singulare signore tenea, avrei meritato essilio o greve tormento; ma egli mai non mi comandò che io non amassi, anzi là ov'io non mi guardava cercava la mia morte.
O ragionevole giustizia partita delli umani animi, perché del cielo non provedi tu alle iniquità? Deh, misero a me!, non ho io per la sfrenata crudeltà di Florio perduta la debita pietà del vecchio padre e della benigna madre? Certo sì ho.
Io gli ho lasciati per lo mio essilio pieni d'etterne lagrime.
Non ho io perduta la graziosa fama del mio valore? Sì ho.
Quanti uomini, ignoranti qual sia la cagione del mio essilio, penseranno me dovere avere commesso alcuna cosa iniqua, e, per paura di non ricevere merito di ciò, mi sia partito? I nimici creano le sconce novelle dove elle non sono, e le male lingue non le sanno tacere.
La iniquità da se medesima si spande più che la gramigna per li grassi prati.
Non sono io per lo mio tristo essilio divenuto povero pellegrino? Non ho io perduta gioia e festa? Non è per quello la mia cavalleria perduta? Certo sì.
Oimè, quante altre cose sinistre con queste insieme mi sono avvenute per lo mio sbandeggiamento! Ma certo, per tutto questo, alcuna cosa del vero amore che io porto a Biancifiore, non è mancato.
Più che mai l'amo: niuna pena, niuno affanno, né alcuno accidente me la potrà mai trarre del cuore.
E certo se egli mi fosse conceduto di poterla solamente vedere, come io vidi già, tutte queste cose mi parrebbero leggieri a sostenere.
Il non poterla vedere m'è sola gravezza, questo mi fa sopra ogni altra cosa tormentare.
Ella co' suoi begli occhi, avvegna che falsi siano, mi potrebbe rendere la perduta consolazione.
Io vo fuggendo per lei.
Se l'amore di lei avessi, non che il fuggire ma il morire mi sarebbe soave! Ma poi che l'amore non puoi di lei avere, e il poterla vedere t'è tolto, piangi, misero Fileno, e dà pena agli occhi tuoi, i quali stoltamente nella forza di tanto amore, quanto tu senti, ti legarono.
Oimè misero, io non so da che parte io mi cominci più a dolere, tante e tali cose m'offendono! Ma tra l'altre, tu, o crudelissimo signore non figliuolo di Citerea, ma più tosto nimico, mi dai infinite cagioni di dolermi di te e di biasimarti.
Tu, giovanissimo fanciullo, con piacevole dolcezza pigli gli stolti animi degli ignoranti, e in quelli poi con solingo ozio rechi disiderati pensieri, fabrichi le tue catene, con le quali gli animi de' miseri, che tua signoria seguitano, sono legati.
Ahi, quanto è cieca la mente di coloro che ti credono e che del loro folle disio ti fanno e chiamano iddio, con ciò sia cosa che niuna tua operazione si vegga con discrezione fatta! Tu gli altissimi animi de' valorosi signori declini a sottomettersi alla volontà d'una picciola feminella.
Tu la bellezza d'un giovane, maestrevole ornamento della natura, con fallace disiderio leghi al volere d'un turpissimo viso, con diverse maculei adornato oltre al dovere, d'una meretrice.
E, brievemente, niuna tua operazione è con iguale animo fatta, anzi sogliono i miseri, ne' tuoi lacci aviluppati, prendere per te questa scusa: che la tua natura è tale che né i doni di Pallade, né quelli di Giunone, né gentilezza d'animo riguarda, ma solamente il libidinoso piacere; e in questo credono alle tue opere aggiungere grandissime laude, ma con degno vituperio te e sé vituperano.
Ma che giova tanto parlare? Tu se' d'età giovane: come possono le tue operazioni essere mature? Tu, ignudo, non dei poter porgere speranza di rivestire.
Le tue ali mostrano la tua mobilità, né m'è della memoria uscito averti in alcune parti veduto privato della vista: dunque, come di dietro alla guida d'un cieco si può fare diritto cammino? Ahi, tristi coloro che in te sperano! Tu levi loro il pensiero de' necessarii beni, e empili di sollecitudine di vana speranza.
Tu gli fai divenire cagione delle schernevoli risa del popolo che li vede, e essi, miseri e di questo ignoranti assai volte di se stessi con gli altri insieme fanno beffe, né sanno quello che fanno.
Tardi conosco i tuoi effetti, ma certo, mentre ignorante di quelli fui, niuno suggetto avesti che più fede di me ti portasse, né che più la tua potenza essaltasse: e ancora in quella semplicità ritornerei, se benigno mi volessi essere, come già fosti a molti.
Oimè misero, che io non so che io mai contra te adoperassi, per la qual cosa così incrudelire in me dovessi, come fai! Io mai non ti rimproverai la tua giovanezza, né biasimai la forza del tuo arco, come fece Febo, né alla tua madre levai il caro Adone, né scopersi i suoi diletti i quali con Marte prendea, come tutto il cielo vide.
Io mai non adoperai contro a te, perché tu mi dovessi nuocere; ma tu di mobile natura, e nescio di quel che fai, mi tormenti oltre al dovere.
Solo in uno atto si conosce te avere alcun sentimento, in quanto mai non cerchi d'essere se non in luogo a te simigliante, avvegna che questa discrezione più tosto alla natura che a te si dovrebbe attribuire.
Il tuo diletto è di dimorare ne' vani occhi delle scimunite femine, le quali a te costrigni con meno dolore che i miseri che in tale laccio incappano; e poi con esse di quelli ti diletti di ridere, consentendo loro il potersi far beffe de' tristi sanza niuno affanno d'esse: delle quali, schiera di perfidissima iniquità piene, non posso tenermi ch'io non ne dica ciò che dentro ne sento.
[35]
Voi, o sfrenata moltitudine di femine, siete dell'umana generazione naturale fatica, e dell'uomo inespugnabile sollecitudine e molestia.
Niuna cosa vi può contentare destatrici de' pericoli, commettitrici de' mali.
In voi niuna fermezza si truova: e, brievemente, voi e 'l diavolo credo che siate una cosa! E che ciò sia vero, davanti a noi infiniti essempli a fortificare il mio parlare se ne truovano.
E volendo dalla origine del mondo incominciare si troverà la prima madre per lo suo ardito gusto essere stata cagione a sé e a' discendenti d'etterno essilio de' superiori reami.
E questo malvagio principio in tanto male crebbe, che la prima età nello allagato mondo tutta perì, fuori che Deucalion e Pirra, a cui rimase la fatica di restaurare le perdute creature.
Ma posto che la quantità delle femine mancasse, la vostra malvagità nella poca quantità non mancò.
E non era ancora reintegrato il numero degli annegati, quando colei che l'antica Bambillonia cinse di fortissime e alte mura, presa da libidinosa volontà, col figliuolo si giacque, faccendo poi per ammenda del suo fallo la scelerata legge che il bene placito fosse licito a ciascuno.
O cuore di ferro che fu quello di costei! Quale altra creatura, fuori che femina avrebbe potuta sì scelerata cosa ordinare, che, conoscendo il suo male, non s'ingegnasse di pentere, ma s'argomentasse d'inducervi i suggetti? Ma ancora che questo fosse grandissimo fallo, quanto fu più vituperevole quello che Pasife commise, la quale il vittorioso marito, re di cento città, non sostenne d'aspettare, ma con furiosa libidine essere da un toro ingravidata sostenne? Fu ciascuno de' detti falli sceleratissimo, ma nullo fu sì crudelmente fatto quanto quello che Clitemestra miseramente commise: la quale, non guardando alla debita pietà del marito, il quale in terra era stato vincitore di Marte, per mare di Nettunno, ma presa del piacere d'un sacerdote, rimaso ozioso ne' suoi paesi, consentì che, porto ad Agamenone il non perfetto vestimento, e in quello vedendolo avviluppato, Egisto miserabilemente l'uccidesse, acciò che poi sanza alcuna molestia i loro piaceri potessero mettere in effetto.
Quanta fu ancora la lascivia di Elena, la quale, abandonando il propio marito, e conoscendo ciò che dovea della sua fuga seguire, anzi volle che il mondo perisse sotto l'armi che ella non fosse nelle braccia di Paris, contenta che per lei si possa etternalmente dire Troia essere strutta e i Greci morti crudelmente! Quanta acerbità e quanta ira si puote ancora discernere essere stata in Progne, ucciditrice del propio figliuolo per far dispetto al marito! E Medea simigliantemente! E in cui si trovò mai tanto tracutato amore quanto in Mirra, la quale con sottili ingegni adoperò tanto che col propio padre più fiate si giacque? E la dolente Biblis non si vergognò di richiedere il fratello a tanto fallo, e la lussuriosa Cleopatra d'adoperarlo.
E ancora la madre d'Almeon per picciolo dono non consentì il mortale pericolo d'Anfirao suo marito? E qual diabolico spirito avrebbe potuto pensare quello che fece Fedra, la quale non potendo avere recato Ipolito suo figliastro a giacere con lei, con altissima voce gridando e stracciandosi i vestimenti e' capelli e 'l viso, disse sé essere voluta isforzare da lui e, lui preso, consentì che dal propio padre fosse fatto squartare? Quanto ardire e quanta crudeltà fu quella delle femine di Lenno, che, essendo degnamente suggette degli uomini, per divenire donne, quelli nella tacita notte con armata mano tutti diedero alla morte? E simile crudeltà nelle figliuole di Belo si trovò, le quali tutte i novelli sposi la prima notte uccisero fuori che Ipermestra.
Oimè, ch'io non sono possente a dire ciò che io sento di voi! Ma sanza dire più avanti, quanti e quali essempli son questi della vostra malvagità? O femine, innumerabile popolo di pessime creature, in voi non virtù, in voi ogni vizio: voi principio e mezzo e fine d'ogni male.
Mirabil cosa si vede di voi, fra tanta moltitudine una sola buona non trovarsene.
Niuna fede, niuna verità è in voi.
Le vostre parole sono piene di false lusinghe.
Voi ornate i vostri visi con diversi atti ad inretire i miseri, acciò che poi, liete d'avere ingannato, cioè fatto quello a che la vostra natura è pronta, ve ne ridiate.
Voi siete armadura dello etterno nimico dell'umana generazione: là ov'egli non può vincere co' suoi assalti, e egli incontanente a' pensati mali pone una di voi, acciò che 'l suo intendimento non gli venga fallito.
Guai etterni puote dire colui, che nelle vostre mani incappa, non gli fallino.
Misera la vita mia, che incappato ci sono! Niuna consolazione sarà mai a me di tal fallo, pensando che una giovane, la quale io più tosto angelica figura che umana creatura riputava, con falso riguardamento m'abbia legato il cuore con indissolubile catena, e ora di me si ride, contenta de' miei mali.
Ma certo la miserabile fortuna che abassato per li vostri inganni mi vede, assai mi nuoce, e niuno aiuto mi porge anzi s'ingegna con continua sollecitudine di mandarmi più giù che la più infima parte della sua rota, se far lo potesse, e quivi col calcio sopra la gola mi tiene, né possibile m'è lasciare il doloroso luogo -.
[36]
Era il pianto e la voce di Fileno sì grande, però che in luogo molto rimoto gli parea essere da non dovere potere essere udito, che un giovane il quale a piè del salvatico monticello passava, sentì quello, e avendovi grandissima compassione, per grande spazio stette ad ascoltare, notando le vere parole di Fileno; ma poi volonteroso di vedere chi sì dolorosamente piangesse, seguendo la dolente voce, si mise per lo inviluppato bosco, e con grandissimo affanno pervenne al luogo ove Fileno piangendo dimorava.
Il quale egli nel primo avvento rimirando appena credette uomo, ma poi che egli l'ebbe raffigurato, il vide nel viso divenuto bruno, e gli occhi, rientrati in dentro, appena si vedeano.
Ciascuno osso pingeva in fuori la ragrinzata pelle, e i capelli con disordinato rabuffamento occupavano parte del dolente viso, e similmente la barba grande era divenuta rigida e attorta, i vestimenti suoi sordidi e brutti: egli era divenuto quale divenne il misero Erisitone, quando sé, per sé nutricare, cominciò a mangiare.
Nullo che veduto l'avesse ne' tempi della sua prosperità, l'avrebbe per Fileno riconosciuto.
Ma poi che il giovane l'ebbe assai riguardato, così gli disse: - O dolente uomo, gl'iddii ti rendano il perduto conforto.
Certo il tuo abito e le tue lagrime con le tue voci m'hanno mosso ad avere compassione di te; ma se gl'iddii i tuoi disiderii adempiano, dimmi la cagione del tuo dolore: forse non sanza tuo bene la mi dirai; e ancora mi dì, se ti piace, perché sì solingo luogo hai per poterti dolere eletto -.
Maravigliossi Fileno del giovane quando parlare l'udì, e voltatosi verso lui, non dimenticata la preterita cortesia, così gli rispose: - Io non spero già che gl'iddii mi rendano quello che essi m'hanno tolto, perché io i tuoi prieghi adempia: ma però che la dolcezza delle tue parole mi spronano, mi moverò a contentarti del tuo disio.
E primieramente ti sia manifesto che per amore io sono concio come tu vedi -; e, appresso questo, tutto ciò che avvenuto gli era particularmente gli narrò.
Dopo le quali parole, ancora gli disse: - La cagione per che in sì fatto luogo io sono venuto, è che io voglio sanza impedimento potere piangere.
E, appresso, io non voglio essere a' viventi essemplo d'infinito dolore, ma voglio che infra questi alberi la mia doglia meco si rimanga -.
Udito questo, il giovane non poté ritenere le lagrime, ma con lui incominciò dirottamente a piangere, e disse: - Certo la tua effigie e le tue voci mostrano bene che così ti dolga, come tu parli; ma, al mio parere, questa doglia non dovria essere sanza conforto, con ciò sia cosa che persone, che molto l'hanno avuto maggiore che tu non hai, si sono confortate e confortansi -.
Disse allora Fileno: - Questo non potrebbe essere: chi è colui che maggior dolore abbia sentito di me? -.
- Certo - disse il giovane, - io sono -.
- E come? - disse Fileno.
A cui il giovane disse: - Io il ti dirò.
Non molto lontano di qui, avvegna che vicina sia più assai quella parte alla città di colui i cui ammaestramenti io seguii, e dove tu non molto tempo ci fosti sì come tu di', era una gentil donna, la quale io sopra tutte le cose del mondo amai e amo: e di lei mi concedette Amore, per lo mio buon servire, ciò che l'amoroso disio cercava.
E in questo diletto stetti non lungo tempo, ché la fortuna mi volse in veleno la passata dolcezza, che quando io mi credea più avere la sua benivolenza, e avere acquistato con diverse maniere il suo amore, e io con li miei occhi vidi questa me per un altro avere abandonato, e conobbi manifestamente che ella lungamente con false parole m'avea ingannato, faccendomi vedere che io era solo colui che il suo amore avea.
La qual cosa come mi si manifestò, niuno credo che mai simile doglia sentisse com'io sentii: e veramente per quella credetti morire; ma l'utile consiglio della ragione mi rendé alcun conforto, per lo quale io ancora vivo in quello essere che tu mi vedi, ricoprendo il mio dolore con infinta allegrezza.
Le cose sono da amare ciascuna secondo la sua natura: quale sarà colui sì poco savio che ami la velenosa cicuta per trarne dolce sugo? Molto meno ha savio colui che una femina amerà con isperanza d'essere solo amato da lei lunga stagione: la loro natura è mobile.
Qual uomo sarà che possa ammendare ciò che gl'iddii o li superiori corpi hanno fatto? E però sì come cosa mobile sono da amare, acciò che de' loro movimenti gli amanti, sì come esse, si possano ridere: e se elle mutano uno per un altro, quelli possa un'altra in luogo di quella mutare.
Niuno si dorrà seguendo questo consiglio.
Tu, non avendolo seguito, ora per niente piangi: con ciò sia cosa che tu niente abbia perduto, di che ti duoli tu? Sì come tu di', niente possedesti: e chi non possiede non può perdere; e chi non perde, di che si lamenta? Credesti alcuna volta, per alcuno sguardo fatto a te da quella giovane cui tu ami, che ella t'amasse: hai conosciuto che quello era bugiardo, e che ella non t'ama.
Certo di questo ti dovresti tu rallegrare e rendere infinite grazie agl'iddii, che t'hanno aperti gli occhi avanti che tu in maggiore inganno cadessi.
Se forse dello essilio che hai piangi, non fai il migliore: ché, pensando al vero, niuno essilio si può avere, con ciò sia cosa che il mondo sia una sola città a tutti.
Ove che la fortuna ponga altrui, ella nol può cacciare di quello.
In ciascun luogo giunge altrui la morte con finale morso.
A' virtuosi ogni paese è il loro.
Lascia questi pianti e leva su, vienne con meco, e virtuosamente pensa di vivere, e metti in oblio la malvagità di quella giovane che a questo partito t'ha condotto: che de' cieli possa fuoco discendere che igualmente tutte le levi di terra! -.
A cui Fileno disse: - Giovane, ben credo che il tuo dolore fu grande, e similmente il tuo animo, poi che con pazienza il poté sostenere; ma io mi sento troppo minore l'animo che la doglia, e però invano ci si balestrano confortevoli parole.
Io sono disposto a piangere mentre io vivrò: gl'iddii per me del tuo buon volere ti meritino.
Io ti priego per quello amore che tu già più fervente portasti alla tua donna, che non ti sia noia il partirti e 'l lasciarmi con continue lagrime sfogare il mio dolore -.
- G l'iddii te ne traggano tosto di cotale vita - disse il giovane.
E partitosi da lui, se ne tornò per quella via onde venuto era.
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Partito il giovane, Fileno ricominciò il doloroso pianto; e increscendogli della sua vita, con dolenti voci incominciò a chiamare la morte così: - O ultimo termine de' dolori, infallibile avvenimento di ciascuna creatura, tristizia de' felici e disiderio de' miseri, angosciosa morte, vieni a me! Vieni a colui a cui il vivere è p