FILOCOLO, di Giovanni Boccaccio - pagina 37
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Né più fu in sì tenera età perfetto l'amore d'Ifis e di Iante che fu il nostro.
E quello studio che a noi, costretti da aspro maestro, ne' libri si richiedeva, cessante Racheio, in rimirarci mettevamo, mostrando lo inestimabile diletto che ciascuno di ciò avea.
Oimè, che ancora niuno ricordo era nella nostra corte di Fileno, il quale di lontana parte dovea venire a donarti simile gioia.
Ma poi la fortuna, mala sostenitrice delle altrui prosperità, invidiosa de' nostri diletti, i quali con dolci sguardi e semplici baci solamente si contentavano per la età che semplice era, verso di noi innocenti volle la sua potenza mostrare, e, abassando con la sinistra mano la non riposante rota, il nostro occulto amore a sospette persone fece manifesto.
Il quale dal mio padre, dopo gravi riprensioni maestrali, saputo, fui costretto di partirmi da te: nella quale partita, tu mia e io sempre tuo, per la somma potenza di Citerea, giurammo di stare, mentre Lachesis, fatale dea, la vita ne nutricasse.
E nel mio partire mi vedesti piangere, e tu piangesti; e ciascuno di noi egualmente dolente, mescolammo le nostre lagrime.
E sì come l'abbracciante ellera avviticchia il robusto olmo, così le tue braccia il mio collo avvinsero, e le mie il tuo simigliantemente; e appena ci era licito ad alcuno di lasciare l'uno l'altro, infino a tanto che tu per troppo dolore costretta nelle mie braccia semiviva cadesti, riprendendo poi vita quando io cercava teco morire, te riputando morta.
Ora fosse agl'iddii piaciuto che allora il termine della mia vita fosse compiuto! Ma tu poi levata, e donatomi quello anello il quale ancora te mi tiene legata nel cuore e terrà sempre, mi pregasti che mai io non ti dovessi dimenticare per alcuna altra.
Alle quali parole s'aggiunsero sì tosto le lagrime che appena ne fu possibile dire addio.
E dopo la mia partita mi ricorda avere udito che tu con gli occhi pieni di lagrime mi seguitasti infino a tanto che possibile ti fu vedermi, sì come io similemente stetti sempre con gli occhi all'alta torre, ove te imaginava essere salita per vedere me.
Tu rimanesti nelle nostre case visitando i luoghi dove più fiate stati eravamo insieme, e in quelli con sì fatta ricordanza prendevi alcuno diletto imaginando.
Ma io misero, poi che i tristi fati da te m'ebbero allontanato, come gl'iddii sanno, niuno diletto si poté al mio animo accostare sanza ricordarmi di te; e ciascun giorno i miei sospiri cresceano trovandomi lontano alla tua presenza; e quelle fiamme le quali il mio padre credeva, lontanandomi da te, spegnere, con più potenza sempre si sono raccese e divenute maggiori.
Oimè, ora quante fiate ho io già pianto amaramente per troppo disio di veder te, e quante fiate già nel tenebroso tempo, quando amenduni i figliuoli di Latona nascosi ci celano la loro luce, venni io alle tue porti dubitando di non essere sentito da' miei minori servidori, e non temendo la morte che nelle mani degli insidianti uomini ne' notturni tempi dimora, né de' fieri leoni, né de' rapaci lupi per lo cammino usanti in sì fatte ore! E quante volte già giovani donne per rattiepidare i miei tormenti, le cui bellezze sarieno agl'iddii bene investite, m'hanno del loro amore tentato, né mai alcuna poté vincere il forte cuore, a te tutto disposto di servire! E poi, oltre a tutte l'altre tribulazioni, gl'iddii sanno quanto grave mi fosse ciò che di te intesi, quando ingiustamente condannata fosti alla crudele morte: alla quale io con tutte le mie forze, mercé degl'iddii che m'aiutarono, conoscendo la ingiustizia a te fatta, m'opposi in maniera che me con teco trassi da tale pericolo.
E poscia ognora in maggiore tribulazione crescendo, dubitando della tua vita, mai non divenni vile a sostenere tormenti per te, né mai per tutte le contate cose una fiata mi pentii d'averti amata, né proposi di non volerti amare, ma ciascuna ora più t'amai e amo, avvegna che te io aggia tutto il contrario trovata, però che tu non hai potuto la minor parte delle mie miserie sostenere in mio servigio.
Tu, mobile giovane, ti se' piegata come fanno le frondi al vento, quando l'autunno l'ha d'umore private.
Tu agl'ingannevoli sguardi di Fileno, il quale non lunga stagione t'ha tentata, se' dal mio al suo amore voltata.
Oimè, or che hai tu fatto? E se questo forse negare volessi tu, non puoi, con ciò sia cosa che la sua bocca a me abbia tutte queste cose manifestate.
E oltre a ciò, volendomi mostrare quanto il tuo amore sia fervente verso di lui, mi mostrò il velo che tu della tua testa levasti e donastilo a lui: il quale quand'io il vidi, un subito freddo mi corse per le dolenti ossa, e quasi smarrito rimasi nella sua presenza.
Oimè, come io volontieri gli avrei con le pronte mani levato il caro velo, e lui, che s'ingegnava di te levarmi, tutto squarciato, cacciandolo da me con grandissima vergogna; ma per non scoprire quello che nel mio cuore dimorava e per udire più cose, sostenni con forte viso di riguardare quello per amore di te, imaginando che per adietro la tua testa, a me graziosissima a ricordare, avea coperta.
Oimè ora è questa la costanza che io ho avuta verso di te? Deh, or non sai tu quante e quali donne m'hanno per maritale legge al mio padre adimandato, e quante e quali egli me ne ha già volute dare per volermi levare a te? Or non consideri tu quanti e quali dolori io ho già per te sostenuti per l'esserti lontano, e sostengo continuamente? Queste cose non si dovrieno mai del tuo animo partire, le quali mostra che assai da esso lontane sieno, veggendomi io essere per Fileno abandonato.
Deh, ora qual cagione t'ha potuto a questo muovere? Certo io non so.
Forse mi rifiuti per basso lignaggio, sentendo te essere degli altissimi prencipi romani discesa, le cui opere hanno tanta di chiarezza, che ogni reale stirpe obumbrano, e me del re di Spagna figliuolo, onde riputando te più gentile di me, m'hai per altro dimenticato? Ma tu, stoltissima giovane, non hai riguardato per cui, però che se bene avessi cercato, tu avresti trovato Fileno non essere di reale progenie, né di romano prencipe disceso, ma essere un semplice cavaliere.
E se forse più bellezza in lui che in me ti muove, certo questo è vano movimento, con ciò sia cosa che egli non sia bellissimo né io sì laido, che per quello dovessi essere lasciato da te.
Se forse in lui più virtù che in me senti, questo non so io, ma certo da alcuno amico m'è stato raportato segretamente me essere nel nostro regno tra gli altri giovani virtuoso assai.
Oimè, che io non so perché in queste cose menome io scrivendo dimoro con ciò sia cosa che il piacere faccia parere il laido bellissimo, e colui ch'è sanza virtù copioso di tutte, e il villano gentilissimo riputare.
Io mi piango con più doloroso stile pensando che quando tutte le ragioni di sopra dette aiutassero Fileno, come elle debitamente me difendono, perché dovrei io essere da te lasciato già mai? Ove credi tu mai trovare un altro Florio il quale t'ami com'io fo? Quando credi tu avere recato Fileno a tal partito ch'egli per te si disponga alla morte com'io feci? Oimè, ove è ora la fede promessa a me? Deh, se io fossi molto allontanato da te con questa speranza con la quale io t'era vicino, alcuna scusa ci avrebbe: o dire: "Io mai più vedere non ti credea", o porre scusa di rapportata morte: delle quali qui niuna porre ne puoi, però che di me continue novelle sentivi e ognora potevi udire me essere a te più subietto che mai.
Oimè, ch'io non so quale iddio abbia la sua deità qui adoperata in fare che tu non sii mia come tu suoli, né so qual peccato a questo mi nuoccia.
Fallito verso te non ho, salvo io non avessi peccato in troppo amarti dirittamente: al quale fallo male si confà la dolente pena che m'apparecchi, cioè d'amare altrui e me per altro abandonare.
Ma tanto infino ad ora ti manifesto che, con ciò sia cosa che mai io non possa sanza te stare né giorno né notte che tu sempre ne' miei sospiri non sia, se questo esser vero sentirò, con altra certezza che quella che io ti scrivo, per gli etterni iddii la mia vita in più lungo spazio non si distenderà, ma contento che nella mia sepoltura si possa scrivere: "Qui giace Florio morto per amore di Biancifiore", mi ucciderò, sempre poi perseguendo la tua anima, se alla mia non sarà mutata altra legge che quella alla quale ora è costretta.
Io avea ancora a scriverti molte cose, ma le dolenti lagrime, le quali, ognora che queste cose che scritte t'ho mi tornano nella mente, avvegna che dire potrei che mai non escono, mi costringono tanto, che più avanti scrivere non posso.
E quasi quello che io ho scritto non ho potuto interamente dalle loro macchie guardare; e la tremante mano, che similemente sente l'angoscia del cuore che mi richiama all'usato sospirare, non sostiene di potere più avanti muovere la volonterosa penna: onde io nella fine di questa mia lettera, se più merito d'essere da te udito come già fui, ti priego che alle prescritte cose provegghi con intero animo.
Nelle quali se forse alcuna cosa scritta fosse la quale a te non piacesse, non malizia, ma fervente amore m'ha a quella scrivere mosso, e però mi perdona.
E se quello che il tristo cuore pensa è vero, caramente ti priego che, se possibile è, indietro si torni.
E se forse l'amore che tu m'avesti già né i miei prieghi a questo non ti strignesse, stringati la pietà del mio vecchio padre e della misera madre, a' quali tu sarai cagione d'avermi perduto.
E se così non è, non tardi una tua lettera a certificarmene, però che infino a tanto che questo dubbio sarà in me, infino a quell'ora il tuo coltello non si partirà della mia mano, presto ad uccidere e a perdonare secondo ch'io ti sentirò disposta.
Avanti non ti scrivo, se non che tuo son vivuto e tuo morrò: gl'iddii ti concedano quello che onore e grandezza tua sia, e me per la loro pietà non dimentichino".
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Fatta la pistola, Florio piangendo la chiuse e suggellò; e chiamato a sé un suo fedelissimo servidore il quale era consapevole del suo angoscioso amore, così gli disse: - O a me carissimo sopra tutti gli altri servidori, te' la presente lettera, la quale è segretissima guardia delle mie doglie, e con studioso passo celatamente a Biancifiore la presenta, e priegala che alla risposta niuno indugio ponga, però che per te l'attendo.
Se avviene che la ti doni, niuna cagione ti ritenga, ma sollecitamente a me, quanto più cheto puoi, fa che la presenti, acciò che degnamente possi nella mia grazia dimorare.
Va, che 'l molto disio mi cuoce d'udire quello che a questa si risponderà; e guarda che niuno altro che quella propia a cui io ti mando la vedesse.
Prese il servo la suggellata pistola, e quella, con istudioso passo, pervenuto in Marmorina nelle reali case, presentò a Biancifiore occultamente.
La quale come Biancifiore la vide, primieramente con dolci parole domandò come il suo Florio stesse.
A cui il servo rispose: - Graziosa giovane, niuno sospiro è sanza lui.
Egli si consuma in isconvenevole amaritudine, la cagione della quale è a me nascosa -.
Udito questo, Biancifiore cominciò a sospirare, dicendo: - Oimè, e per quale cagione potrebbe questo essere? -.
- Per niuna, credo - rispose il servo, - se per amore di voi non è.
Egli vi manda caramente pregando che sanza alcuno indugio alla presente pistola rispondiate; e io, se vi piacerà, attenderò la risposta -.
Allora Biancifiore la presa pistola si pose sopra la testa, e, avanti che l'aprisse, la baciò forse mille fiate, e, partita dal messaggiere, gli disse che di presente la risposta gli recherebbe, e sola nella sua camera se n'entrò, dubitando che dir dovesse la presente lettera.
E, rotto il tenero legame, apri quella, né più tosto la prima parte ne lesse, che i begli occhi s'incominciarono a bagnare d'amare lagrime; e così, ognora più forte piangendo come più avanti leggeva, la finì di leggere.
Ma poi che con pianti e con sospiri più fiate l'ebbe reiterata leggendo, angosciosa molto nella mente della falsa imaginazione di Florio, la quale avea di verità viso per lo mal donato velo, sopra 'l suo letto si pose, e a quella così al suo Florio rispose:
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"Non furono sanza molte lagrime gli occhi miei, quando primieramente videro la tua pistola, o nobilissimo giovane, sola speranza della dolente anima, la quale con gravissima angoscia molte fiate rilessi.
E certo ella non fu dal tuo pianto macchiata quasi in alcuna parte, a rispetto che le mie lagrime la macchiarono.
E più volte leggendo quella, fra me pensai aver difetto d'intendimento, alcuna volta dicendo fra me medesima: "Io non la intendo bene, però che non potrebbe essere che intendimento di Florio fosse di scrivermi le parole che semplicemente guardando pare che questa pistola porga".
Altra volta dicea: "Forse Florio mi tenta, e vuole vedere se io mi muto per asprezza di parole".
Ma poi che ogni intendimento si cessò da me, e lasciommisi credere che tu credevi quello che scrivevi, appena credetti potere a tanto sforzare la deboletta mano che la penna in quella sostenere si potesse per volerti rispondere; ma poi che pure sforzandomi gl'iddii mi concedono potere a te rispondere, per questa, quella salute che per me disidero, ti mando.
E se alcuna fede merita il leale amore ch'io ti porto, ti giuro per gl'immortali iddii che e' non t'era bisogno distenderti in tanto scrivere per mostrarmi quanto sia stato o sia l'amore che mi porti, però che molto maggiore credo che sia che la tua lettera non mostra, né tu per parole potresti mostrare.
E similmente i lunghi affanni e i gran meriti, a quali io mai aggiunger non potrei a remunerare il più picciolo, per quella conobbi.
Ma il sentirti piagnere della intera fede la quale mai né ti ruppi, né disiderai di romperti m'ha mossa a lagrimare e istrinta a scriverti, disiderosa di farti certo te mai da me non essere dimenticato, né potere possibile mai divenire che io ti dimentichi.
Io, o grazioso giovane, non credo me essere nata de' ferocissimi leoni barbarici, né delle robuste querce d'Ida, né delle fredde marmore di Persia, dalle quali cose risomigliando passi di rigidezza i libiani serpenti; ma di pietoso padre e di benigna madre, sì come più fiate m'è stato detto, discesi, e per quella legge che sono gli umani corpi dalla natura tratti, e io similemente, ma non dalla fortuna.
Né appresi mai, né so essere, né disidero di saperlo, crudele e sanza umano conoscimento come tu imagini.
Tu mi scrivi che Amore me, come te, ne' nostri puerili anni, insiememente ferì: della qual cosa io non meno di te mi ricordo.
E certo egli mi trovò atta e disposta ad amare come te similemente, né più durezza credo che trovasse nel mio che nel tuo cuore, o abbia mai trovata.
Per la qual cosa, se tu con affanni infiniti se' lontano a me dimorato, io non dimorai mai né dimoro con diletto a te lontana, anzi mi sento da diverse punture molestare per simile cagione che senti tu, né mai infinta lagrima né falsa parola per più accenderti udisti da me: ma volessero gl'iddii che possibile fosse te aver potuto vedere e udire le vere, le quali se vedute avessi, forse più temperatamente avresti scritto, quando dicesti me non essere costante a sostenere per te uno affanno, né in amarti.
Ma però che tutto questo spero con l'aiuto degl'iddii ancora doversi manifestare a te con apertissimo segno, più non mi stendo a scrivertene, essendo non meno da più grave dolore costretta, sentendo te credere essere da me per Fileno abandonato, sì come la tua lettera mostra, la quale quando vidi, assalita da non picciola doglia, per poco non morii.
Oimè, quanto m'è la fortuna avversa! Tu vai cercando di mostrarmi cagioni per le quali io debbia aver te per Fileno lasciato, e quelle tu medesimo l'annulli: e veramente da annullare sono! E se di te quel senno non è partito che aver suoli, dovresti pensare che io non sono del senno uscita, che io non conosca manifestamente te di nobiltà avanzare Fileno, semplice cavaliere della tua corte, e me picciolissima serva di te e del tuo padre, a cui tu rimproveri, faccendoti beffe di me, me esser discesa degli antichi imperadori romani, i quali gl'iddii guardino che sì poco torni la loro potenza, che ad essere servi, com'io sono, torni la loro sementa.
Né ancora mi si occulta la tua virtù, né la tua bellezza piena di graziosa piacevolezza, a me cagione d'intollerabile tormento: per le quali cose saresti più degno amante dell'alta Citerea che di me.
E certo, ben che io ti conosca nobilissimo, virtuoso e pieno di bellezza più che alcuno altro, e me sanza alcuna di queste cose, non sono io però invilita ch'io non abbia ardire di perfettamente amarti, come che mi si convenga o no.
Ora dunque, se tutte queste cose sono da me conosciute, come è credibile che io per Fileno te potessi dimenticare? E non ti ritenesti di dire che io, femina di fragilissima natura, niuna avversità per amor di te sostenere non avea potuto, volendo quasi dire che per alleggiare i sospiri, che per te, a me lontano, sento insieme con molte pene, cercai di volere prossimano amadore, il quale più spesso veggendo, mi rallegrassi.
Oimè, che falsa oppinione porti, se questo credi! Ma certo più per tentarmi, che per altro il fai, però che io so che tu conosci che io mai dal mio nascimento, risomigliando da' miei parenti, sanza avversità non fui, per la qual cosa a forza m'è convenuto divenire maestra di sostenere quelle: e se io l'ho sostenute grandissime tu il sai, che gran parte con meco insieme n'hai sentite.
Pensa certamente che alcuni sospiri mai non furono cocenti come sono quelli i quali io per troppo disio di te mando fuori della mia bocca, né lagrime mai con tanta copia bagnarono petto, quanto hanno le mie il mio bagnato, solo per lo tuo essere lontano.
Ma veramente non molto tempo passerà che tu potrai dire che io sia fragile a sostenere l'avversità nelle quali io sono circuita, però ch'io sento la mia vita fuggire da me con istudioso passo, e l'anima, che il dolore del dolente cuore non puote sostenere, l'ha già più volte voluto abandonare, e solo alcuno conforto, che io allora ho preso sperando di rivederti, l'ha ritenuta.
Ma se così fatti dolori aggiugni a quelli che io ho infino a qui sentiti, come fatto hai al presente per la tua pistola, io non aspetterò che l'anima cerchi congedo, anzi gliele darò costringendola del partire, se ella forse volesse dimorare.
Io sono entrata in nuova dubitazione, la quale m'è a pensare molto grave, e appena mi si lascia credere.
Ma Amore, che ammollisce i duri cuori, mel fa tal volta credere e alcuna altra discredere, che tu, o signor mio, scritto non m'abbia che io abbia te per Fileno dimenticato, acciò che io ragionevolemente di te piangere non mi possa, se per alcuna altra me hai costà dimenticata; ma tutta fiata non sono di tanta falsa oppinione che io il possa credere, anzi dico, qualora quel pensiero m'assale, niuna ragione farà mai che Biancifiore sia se non di Florio, o Florio se non di Biancifiore.
Ma sanza fine mi s'attrista il cuore, qualora in quella parte della tua pistola leggo, ove scrivi me dovere avere donato a Fileno in segno di perfetto amore il velo della mia testa, il quale di' che quando il ti mostrò, volontieri avresti levatogliele, squarciando lui tutto.
La qual cosa volessero gl'iddii che tu fatto avessi, però che a me sarebbe stata non picciola consolazione nell'animo, e la cagione è questa: io non niego che quel velo, vilissima cosa, non fosse a lui donato dalle mie mani, ma certo il cuore nol consentì mai, ma così costretta dalla tua madre mi convenne fare.
Per lo quale egli, forse pigliando intera speranza di pervenire al suo intendimento per tale segnale, più volte con gli occhi e con parole mi tentò di trarmi ad amarlo, la qual cosa credo impossibile sarebbe agl'iddii; né mai da me più avanti poté avere.
Né è però da credere che in un velo o in altro gioiello si richiuda perfetto amore: solamente il cuore serva quello, e io, che più che altra giovane il sento per te, posso con vere parole parlarne.
E che io niuna persona amai, se non solamente te, ne chiamo testimonii gl'iddii, a' quali niuna cosa si nasconde: e però io ti priego che il velo, non volonterosamente donato, non ti porga nel cuore quella credenza che da prendere non è.
Niuna persona è nel mondo amata da me se non Florio.
Lascia ogni malinconia presa per questo, se la mia vita t'è cara, e spera che ancora fermamente conoscerai ciò che io ora ti prometto, e la tua vita con la mia insieme caramente riguarda: a luogo e a tempo gl'iddii rimuteranno consiglio, forse concedendoci migliore vita che noi da noi non eleggeremmo.
Rifiuta i non dovuti ozii e seguita i leali diletti; e se tu mi porterai tanto nell'animo quanto io fo te, tu conoscerai me non essere meno affannata da' pensieri che tu sii.
E caramente ti priego che con sì fatte lettere tu non solleciti più l'anima mia, disposta a cercare nuovo secolo: che posto che tu con forte animo il mio coltello tenghi nella mano, a me corto laccio non farebbe sostenere di leggiere la seconda, solo che in quella così come in questa mi parlassi.
Biancifiore non fu mai se non tua, e tua sarà sempre.
Adoperino i fati secondo che ella ama, e sanza fallo contento viverai".
[23]
Biancifiore piegò la scritta pistola, piena di non poco dolore, e posta in sul legame la distesa cera, avendo la bocca per troppi sospiri asciutta, con le amare lagrime bagnò la cara gemma, e, suggellata quella, con turbato aspetto uscì della camera, a sé chiamando il servo, che già per troppa lunga dimoranza che fare gli parea s'incominciava a turbare.
Al quale ella disse: - Porterai questa al tuo signore, a cui gl'iddii concedano miglior conforto che egli non s'ingegna di donare a me -.
E detto questo, piangendo baciò la lettera, e posela in mano al fedele servo, il quale sanza niuno indugio volto li passi verso Montoro, e là in picciolo spazio pervenuto, trovò Florio nella sua camera, ove lasciato l'avea, con grandissima copia di lagrime e di sospiri, a cui egli porse la portata pistola, dicendogli ciò che da Biancifiore compreso avea e le sue parole.
E partito da lui, Florio aperse la ricevuta lettera, e quella infinite volte rilesse pensando alle parole di Biancifiore, sopra le quali faccendo diverse imaginazioni, sopra il suo letto con essa lungamente dimorò.
[24]
Diana, alla quale niuno sacrificio era stato porto come agli altri iddii fu, quando Biancifiore dal grandissimo pericolo fu campata, avea infino a questa ora la concreata ira tenuta nel santo petto celata, la quale non potendosi più avanti tenere, discesa degli alti regni, cercò le case della fredda Gelosia, le quali nascose in una delle altissime rocce d'Appennino, entro a una oscurissima grotta, trovò intorniate tutte di neve; né v'era presso albero o pianta viva fuori che o pruni o ortiche o simili erbe; né vi si sentia voce alcuna di gaio uccello: il cuculo e 'l gufo aveano nidi sopra la dolente casa.
Alla quale venuta la santa dea, quella trovò serrata con fortissima porta, né alcuna finestra vi vide aperta.
Fu dalla immortale mano con soave toccamento toccata l'antica porta, la quale non prima fu tocca, che dentro cominciarono a latrare due grandissimi cani, secondo che le voci li facea manifesti; dopo il quale latrare una vecchia con superbissima voce, ponendo l'occhio a uno picciolo spiraglio, mirò di fuori, dicendo: - Chi tocca le nostre porti? -.
A cui la santa dea disse: - Apri a me sicuramente: io sono colei sanza il cui aiuto ogni tua fatica si perderebbe -.
Conobbe l'antica vecchia la voce della divina donna, e a quella con lento passo andando, con non poca fatica per gli inruginiti serramenti aperse la porta, la quale nel suo aprire fece un sì grandissimo strido, che di leggiero poria essere stato sentito infino all'ultime pendici del monte.
E fatta la dea passar dentro, con non minore romore riserrò quelle, difendendo appena i bianchi vestimenti della dea dalle agute sanne de' bramosi cani, a' quali per magrezza ogni osso si saria potuto contare: caccia quelli con roca voce e con un gran bastone col quale sostenea i vecchi membri.
Era quella casa vecchissima e affumicata, né era in quella alcuna parte ove Aragne non avesse copiosamente le sue tele composte; e in essa s'udiva una ruina tempestosa, come se i vicini monti, urtandosi insieme, giugnessero le loro sommità, le quali per l'urtare pestilenzioso diroccati cadessero giuso al piano.
Niuna cosa atta ad alcuno diletto vi si vedea: le mura erano grommose di fastidiosa muffa, e quasi parea che sudando lagrimassero; né in quella casa mai altro che verno non si sentiva, sanza alcuna fiamma da riconfortare il forte tempo: ben v'era in uno de' canti un poco di cenere, nella quale riluceano due stizzi già spenti, de' quali la maggior parte una gattuccia magra covando quella occupava.
E la vecchia abitatrice di cotal luogo era magrissima e vizza, nel viso scolorita; i suoi occhi erano biechi e rossi, continuamente lagrimando; di molti drappi vestita, e tutti neri, ne' quali raviluppata, in terra sedea, vicina al tristo fuoco, tutta tremando, e al suo lato avea una spada, la quale rade volte, se non per ispaventare, la traeva fuori.
Il suo petto batteva sì forte, che sopra i molti panni apertamente si discernea, nel quale quasi mai non si crede che entrasse sonno; e il luogo acconcio per lo suo riposo era il limitare della porta, in mezzo de' due cani.
La quale la dea veggendo, molto si maravigliò, e così disse: - O antica madre, sollecitissima fugatrice degli scelerati assalti di Cupido, e guardia de' miei fuochi, a te conviene mettere nel petto d'un giovane a me carissimo le tue sollecitudini, il quale per troppa liberalità si lascia a feminile ingegno ingannare, amando oltra dovere una mia nimica: e però niuno indugio ci sia muoviti! Egli è assai vicino di qui, e è figliuolo dell'altissimo re di Spagna, chiamato Florio, e sanza fine ama Biancifiore, né mai sentì quel che tu suoli agli amanti far sentire.
Va e privalo della pura fede, la quale egli tiene indegnamente, e, aprendogli gli occhi, gli fa conoscere com'egli è ingannato, amaestrandolo come gl'inganni si debbono fuggire -.
La vecchia che in terra sedea, con la mano alla vizza gota, alzò il capo mirando con torto occhio la dea, e con picciola voce tremando rispose: - Partiti, dea, da' tristi luoghi, che niuno indugio darò al tuo comandamento -.
Partita la dea, la vecchia si vestì di nuova forma, abandonando i molti vestimenti, aggiunse alle sue spalle ali, e lasciando le serrate case, sanza alcuno dimoro pervenne ove ella trovò Florio stante ancora sopra il suo letto leggendo la ricevuta lettera da Biancifiore.
A cui ella occultamente con la tremante mano toccò il sollecito petto, e ritornossi alle triste case, onde s'era per comandamento di Diana partita.
[25]
Avea Florio più fiate riletta la ricevuta pistola, e già quasi nell'animo le parole di Biancifiore accettava, credendo fermamente da lei niuna cosa essere amata se non egli, sì come essa gli scriveva.
Ma non prima gli fu dalla misera vecchia tocco il petto, che egli incominciò a cambiare i pensieri e a dire fra sé: "Fermamente ella m'inganna, e quello ch'ella mi scrive non per amore, ma per paura lo scrive.
Briseida lusingava il grande imperadore de' Greci, e disiderava Achille.
Chi è colui che dalle false lagrime e dalle infinte parole delle femine si sa guardare? Se Agamenone l'avesse conosciute, la sua vita sarebbe stata più lunga, né Egisto avrebbe avuto il non dovuto piacere.
Sanza dubbio Fileno piace più a Biancifiore che io non faccio: e chi sarà quella che si levi un velo di testa, e donilo ad un suo amante, che possa far poi credere quelli non essere amato da lei? Certo niuna il potrebbe far credere, se non fosse già semplicissimo l'ascoltatore.
E in verità e' non è da maravigliare se ella ama Fileno: egli continuamente le è davanti, e ingegnasi di piacerle, e io le sono lontano, né la poté, già è lungo tempo, vedere.
Il fuoco s'avviva e vive per li soavi venti, e amore si nutrica con li dolci riguardamenti: e sì come le fiamme perdono forza non essendo da' venti aiutate, così amore diviene tiepidissimo come gli sguardi cessano.
Ma costei, se ella non mi ama, perché con lusinghe accendermi il cuore".
Poi ad altro ragionamento si volgea, e dicea: "Fermamente Biancifiore m'ama sopra tutte le cose, e questo, se io voglio il vero riguardare, non mi si può celare; ma se ella non mi amasse, Fileno me ne saria cagione, del quale io prenderò sanza dubbio vendetta".
[26]
In cotali pensieri stando, Florio fra sé ripeteva tutti i preteriti atti e fatti stati tra lui e Biancifiore, poi che Fileno tornò de' lontani paesi nella sua corte, e quelli una volta pensava essere stati da Biancifiore fatti maliziosamente, e altra volta fra sé gli difendeva.
Egli stette più giorni sanza alcuno riposo pieno di sollecite cure.
Egli alcuna volta imaginava: "Ora è Fileno davanti alla mia Biancifiore e lusingala: ma perché la lusingherebbe egli ch'ella l'ama oltra misura".
Poi fra sé altrimenti imaginava.
Egli andava vedendo con l'animo tutte quelle vie le quali possibili sono ad uomo di re per pervenire a un suo intendimento, e niuna credea che non ne fosse stata fatta da Fileno, se bisogno gli fu.
Egli pensava che niuna persona mai parlasse a Biancifiore che da parte di Fileno non le parlasse, e da' suoi servidori medesimi dubita d'essere stato ingannato: e così dimora in istimolosa sollecitudine, e non sa che si fare; e pensa che Fileno ordini di portarla via e che ella il consenta.
Egli pensa che Fileno la domandi al re, e siagli donata per isposa.
Egli pensa che i messaggi da Fileno a Biancifiore e da Biancifiore a Fileno siano spessissimi.
Ma poi che egli ha diverse cose in sé rivolte, così cominciò a dire: "Non è del tutto da credere ciò che io imagino, ché forte mi pare che, se stato fosse, io non avessi alcuna cosa sentita: e però la scusa delle passate cose fatta da Biancifiore da ricevere.
Ma chi sa di quelle che deono avvenire? Da un'ora a un'altra si volgono gli animi, da diversi intendimenti essendo tentati! Niuno rimedio è qui se non levare ogni cagione per la quale Biancifiore dal mio amore si potesse mutare, acciò che niuno effetto segua.
Io tornerò, a dispetto del mio padre, in Marmorina, e solliciterò con i miei propii occhi il cuore di Biancifiore, e quindi la fuggirò in parte ov'io sanza paura d'alcuno potrò dimorare con lei.
Se il mio padre della mia tornata si mostrasse dolente, e a Fileno farò levare la vita, o egli abandonerà i nostri paesi.
Niuna cosa ci lascerò a fare, acciò che colei sia sola mia, di cui io solo sono e sarò sempre".
E con questi pensieri, lasciati gli amorosi, il più del tempo dimorava, cercando, con amara sollecitudine, parte di quelli fuggire e parte metterne in effetto sanza alcuno indugio.
[27]
O amore, dolcissima passione a chi felicemente i tuoi beni possiede, cosa paurosa e piena di sollecitudine, chi potrebbe o credere o pensare che la tua dolce radice producesse sì amaro frutto come è gelosia? Certo niuno, se egli nol provasse.
Ma essa ferocissima, così come l'ellera gli olmi cinge, così ogni tua potenza ha circundata, e intorno a quella è sì radicata che impossibile sarebbe oramai a sentire te sanza lei.
O nobilissimo signore, questa è a' tuoi atti tutta contraria.
Tu le tue fiamme mostri nell'altissimo e chiaro monte Citerea, costei sopra i freddi colli d'Appennino impigrisce nelle oscure grotte.
Tu levi gli animi alle altissime cose, e costei gli declina e affonda alle più vili.
Tu i cuori che prendi tieni in continua festa e gioia, costei di quelli ogni allegrezza caccia e con subito furore vi mette malinconia.
Essa fa cercare i solinghi luoghi, e con aguto intelletto mai non sa che si sia altro che pensare.
Ad essa pare che le spedite vie dell'aere sieno piene d'agguati per prendere ciò che essa disidera di ben guardare.
Niuno atto è che ella non dubiti che con falso intendimento sia fatto; niuna fede è in lei, niuna credenza: sempre crede essere tentata.
E sì come tu di pace se' veracissimo ordinatore, così questa con armata mano sempre apparecchia inimicizie e guerre.
Ella, magrissima, scolorita nel viso, d'oscuri vestimenti vestita, igualmente ogni persona con bieco occhio riguarda: e tu, piacevolissimo nell'aspetto, con lieto viso visiti i tuoi suggetti.
Ella non sente mai né primavera, né state, né autunno: tutto l'anno igualmente dimora per lei il sole in Capricorno, e quanto più di scaldarsi cerca più ne' sembianti trema.
Ora, quanto è contraria la vostra natura! Ella si diletta d'essere sanza alcuna luce, e tu ne' luminosi luoghi adoperi i santi dardi.
Ella con teco quasi d'un principio nata, di tutti i tuoi beni è guastatrice.
E le più fiate avviene che di quella infermità onde ella ha maggior paura, di quella è più spesso assalita e oppressa infino alla morte.
Oltre a' miseri miserissimo si può dire colui che seco l'accoglie in compagnia.
[28]
Florio s'apparecchia con diliberato animo di nuocere a Fileno: la qual cosa la santa dea conosce degli alti regni.
E mossa a compassione di Fileno, così nel segreto petto cominciò a dire: "Che colpa ha Fileno commessa per la quale egli meriti morte o oltraggio da Florio? Niuna: non merita morte alcuno, perché egli ami quello che piace agli occhi suoi.
Cessi questo, che per cagione di noi il giovane cavaliere sia offeso".
E detto questo la seconda volta discese del cielo e cercò le case del Sonno riposatore, nascose sotto gli oscuri nuvoli, le quali in lontanissime parti stanno rimote, in una spelonca d'un cavato monte, nella quale Febo con i suoi raggi in niuna maniera può passare.
Quel luogo non conosce quand'egli sopra l'orizonte venendo ne reca chiaro giorno, né quand'egli, avendo mezzo il suo corso fatto, ci riguarda con più diritto occhio, né similemente quand'egli cerca l'occaso: quivi solamente la notte puote, e il terreno da sé vi produce nebbie piene d'oscurità o di dubbiosa luce.
E davanti alle porti della casa fioriscono gli umidi papaveri copiosamente, e erbe sanza numero, i sughi delle quali aiutano la potenza del signore di quel luogo.
Dintorno alle oscure case corre un picciolo fiumicello chiamato Letè, il quale esce d'una dura pietra, che col suo corso faccendo commuovere le picciole pietre, fa un dolce mormorio, il quale invita i sonni.
In quel luogo non s'odono i dolci canti della dolente Filomena, i quali forse potessero mettere ne' petti acconci al riposo alcuna sollecitudine con la sua dolcezza.
Quivi non fiere, non pecore né altri animali.
Quivi Eolo nulla potenza ha: ogni fronda si riposa.
Mutola quiete possiede il luogo, al quale niuna porta si truova, non forse serrando e disserrando potesse fare alcuno romore.
Alcuno guardiano non v'è posto, né cane alcuno v'è, il quale latrando potesse turbare i quieti riposi.
Quivi non è alcun gallo il quale cantando annunzi l'aurora; né alcuna oca vi si truova che i cheti andamenti possa con alta voce far manifesti.
E nel mezzo della gran casa dimora un bellissimo letto di piuma, tutto coperto di neri drappi, sopra 'l quale si riposa il grazioso re co' dissoluti membri oppressi dalla soavità del sonno.
Appresso del quale un poco, giacciono i vani sogni di tante maniere e sì diversi, quante sono l'arene del mare o le stelle di che il nido di Leda s'adorna.
Nella qual casa la dea entrò, continuo le mani menandosi davanti al viso e cacciando i sonni da' santi occhi: e il candido vestimento della vergine diede luce nella santa casa.
Nella venuta della quale, appena il re levò i pesanti occhi, e più volte la grave testa inchinando col mento si percosse il petto, e, rivolto più volte sopra il ricco letto, con ramarichevoli mormorii alquanto si pur destò.
E appena levatosi sopra il gomito, domandò quello che la dea cercava.
A cui ella così disse: - O Sonno piacevolissimo riposo di tutte le cose, pace dell'animo fuggitore di sollecitudine, mitigatore delle fatiche e sovenitore degli affanni, igualissimo donatore de' tuoi beni, se a te è caro che Cinzia si possa con gli altri dei, a te e a me igualmente consorti, di te laudare comanda che Fileno, innocente giovane, ne' suoi sonni conosca l'apparecchiate insidie contro di lui, acciò che conosciutole, da quelle guardare si possa -.
E questo detto, per quella via onde era venuta, appena da sé potendo sonno cacciare, se ne tornò.
[29]
Svegliò l'antico iddio gl'infiniti figliuoli, de' quali alcuni in uomini, altri in fiere, e quali in serpenti, e chi in terra, e tali in acqua, e alcuni in trave e in sassi, e in tutte quelle forme le quali negli umani animi possono vaneggiare, v'avea di quelli che si trasformavano: tra' quali poi che egli ebbe eletti quelli che a tali bisogni gli pareano sofficienti, appena destati, gli ammaestrò che essi dovessero i comandamenti della santa dea adempiere sanza alcuno indugio.
A' quali essi disposti, sanza più stare, del luogo si partirono per adempierlo.
[30]
Mentre che i fati le cose sinistre così per Fileno trattavano, Fileno di tutte ignorante si stava pensando alla bellezza di Biancifiore, con sommo disio disiderando quella, quando subito sonno l'assalì, e, gli occhi gravati, sopra il suo letto riposandosi s'adormentò.
Al quale sanza alcuno dimoro furono presenti i ministri del pregato iddio adoperando ciascuno i suoi ufici: e parvegli nel sonno subitamente essere in un bellissimo prato tutto soletto, e rimirare il cielo, lodando le sue bellezze, e adequando quelle di Biancifiore alla chiarità delle stelle che in quello vedea.
E così stando, subitamente uno di quelli uficiali in forma d'un caro suo amico gli parve che gli apparisse piangendo e correndo verso lui, e dicessegli: - O Fileno, che fai tu qui? Fuggiti, ch'io ti so dire che l'amore che tu hai portato a Biancifiore t'ha acquistata morte.
Tu non potrai essere fuori di questo prato, che Florio armato con molti compagni ci saranno suso, cercando di levarti la vita.
Fuggi di qui, o caro amico, sanza niuno indugio.
Non volere che io di tal compagno, quale io ti tengo, rimanga orbato -.
E ancora non parea che questi avesse compiuto di parlare, che già dall'una delle parti del prato si sentiva il romore delle sonanti armi degli armati, i quali a Fileno pareva, come detto gli era stato, che venissero.
Allora pareva a Fileno levarsi tutto smarrito, e non sapere qual via per la sua salute si dovesse tenere; anzi gli pareva che le gambe gli fossero fallite, né di quel luogo potesse partire.
Dove stando in picciolo spazio gli pareva vedersi dintorno Florio con molti altri armati, e con grandissimo romore gridare: - Muoia il traditore! -, dirizzando verso lui gli aguti ferri sanza alcuna pietà ingegnandosi di ferirlo.
A' quali elli dicea: - O giovani, se niuna pietà è in voi rimasa piacciavi che Fileno possa fuggendo la vita campare.
Voi sapete che per amore io non meritai morte -.
Non erano le sue parole udite, ma più aspramente e con maggiore romore gli parea ognora essere assalito, e parevagli essere in tante parti del corpo forato che potere campare non gli parea.
Ma quelli ancora di ciò non contenti uscendo uno di loro gli parea che la testa gli volesse levare dal busto e presentarla a Florio.
Allora sì gran dolore e paura gli strinse il cuore, che per forza convenne che il sonno si rompesse, e quasi tutto spaventato si rizzò in piè, rimirando dov'egli era, e con le mani cercando de' colpi che gli parea avere ricevuti; e rimirando il suo letto, il quale imaginava dovere essere tutto tinto del suo sangue, e quello vide bagnato di vere lagrime.
Ma poi ch'egli si vide essere stato ingannato dal sonno partita la paura, pieno di maraviglia rimase, non sappiendo che ciò si volesse dire, e dubitando forte si mise a cercare del caro amico che nel sonno avea veduto.
Il quale trovato, a lui brievemente ciò che dormendo avea veduto, gli narrò; di che l'amico maravigliandosi così gli disse:
[31]
- Caro amico e compagno, ora non dubito io che gl'iddii con molta sollecitudine intendano a' beni della umana gente.
Certo tu mi fai sanza fine maravigliare di ciò che tu mi racconti, però che poco avanti io tornai da Montoro, e ivi da cara persona e degna di fede udii essere da Florio la tua morte disiderata e ordinata in qualunque maniera più brievemente potesse.
E domandando io della cagione, mi rispose che ciò avviene per lo velo il quale da Biancifiore ricevesti, la quale Biancifiore egli più che alcuna cosa del mondo ama; e per questo è di te in tanta gelosia entrato, che se egli vedesse che Biancifiore con le propie mani ti traesse il cuore, forte gli sarebbe a credere che ella ti potesse se non amare.
E adunque, acciò che questo amore cessi, egli cerca d'ucciderti: però per lo mio consiglio tu al presente lascerai il paese, e pellegrinando per le strane parti, te della tua salute farai guardiano.
Tu puoi manifestamente conoscere te non essere possente a resistere al suo furore: dunque anzi tempo non volere perire, ma la tua giovane età ti conforti di poter pervenire a miglior fine che il principio non ti mostra.
La fortuna ha subiti mutamenti, e avviene alcuna volta che quando l'uomo crede bene essere nella profondità delle miserie, allora subito si ritrova nelle maggiori prosperità -.
A cui Fileno piangendo così rispose: - Oimè, or che farà Florio ad uno che l'abbia in odio, se a me che l'amo ha pensata la morte? - A cui quelli rispose: - Amerallo! Le leggi d'amore sono variate da quelle della natura in molte cose: in tale atto niuno volentieri vuole compagno.
Né per te fa di cercare gli altrui pensieri, ma pensare del tuo bene.
Posto che Florio similmente volesse uccidere uno che odiasse Biancifiore, se' tu però fuori del pericolo? Certo no: dunque pensa alla tua salute -.
- Oimè! - disse Fileno - dunque lascerò io Marmorina e la vista di Biancifiore? -.
- Sì - gli rispose quelli, - per lo tuo migliore -.
Disse Fileno: - Certo io non conosco che vantaggio qui eleggere si possa se solo una volta si muore.
Buono è il vivere, ma meglio è tosto morire che vivendo languire, e cercare la morte, e non poterla avere -.
- Non è - disse l'amico - a chi vive sperando nella potenza degl'iddii, come avanti ti dissi, però che le future cose ci sono occulte.
E in qualunque modo si vive è migliore che il morire.
Ogni cosa perduta, volendo l'uomo valorosamente operare, si può ricuperare, ma la vita no: però ciascuno dee essere di quella buono guardiano -.
- Certo - disse Fileno - a chi può prendere speranza, e sperando aspettare, non dubito che di guardare la sua vita egli non faccia il migliore, che volere per un subito dolore morire.
Ma come posso io così fare, che non tanto partendomi, ma solamente pensando ch'io mi deggia partire dalla vista del bel viso di Biancifiore, mi sento ogni spirito combattere nel cuore e domandare la morte, e l'anima, che sente questa doglia e questa tempesta, si vuol partire? -.
A cui colui rispose: - Non sono cotesti i pensieri necessarii a te, però che a coloro che in simile caso sono che se' tu, conviene che facciano della necessità diletto.
Tu vedi che tu se' costretto di partire: non imaginare di prendere etterno essilio, ma imagina che per comandamento di Biancifiore, per cui non ti sarebbe grave il morire, se avvenisse ch'ella tel comandasse, tu sii mandato in parte onde tu tosto tornerai.
Questa imaginazione t'aiuterà e faratti più possente a sostenere gli affanni della partita infino a tanto che tu poi, ausato, li sappia sostenere sanza tanta noia -.
A cui Fileno disse: - Questo che tu mi di' m'è impossibile, però che il sollecito amore non mi lascia durare tale pensiero nel cuore, ma qualora più mi vi dispongo, allora più con i suoi m'assalisce: e chi è colui che possa la sua coscienza ingannare? -.
Disse quelli: - I pensieri d'amore non ti assaliranno, quando alcuna volta resistendo cacciati gli avrai da te, e la coscienza, posto che interamente ingannare non si possa, almeno l'uomo la può fare agevole sostenitrice di quello ch'e' vuole, con un lungo e continuo perseverare sopra un pensiero -.
- Certo questo vorrei io bene - disse Fileno.
- Dunque potrai tu - gli fu risposto.
Allora disse Fileno: - Ecco ch'io mi dispongo al pellegrinare per lo tuo consiglio -.
- Sì - disse quelli, - e io in tua compagnia, se a te piace -.
A cui Fileno disse: - No, io amo meglio dolermi solo, che menare te sanza consolazione -.
A cui quelli rispose: - Caro amico, ove che tu vadi, le tue lagrime mi bagneranno sempre il cuore, il quale mai sanza compassione di te non sarà: però lasciami avanti venire, acciò che tu, avendo la mia compagnia, abbi cagione di meno dolerti -.
Disse Fileno: - Amico, a me piace più che tu rimanghi, acciò che almeno, veggendoti, Biancifiore si ricordi di me e dello essilio ch'io ho per lei.
E se accidente avvenisse per lo quale mi fosse licito il tornare, voglio che tu sollecito rimanghi a mandare per me, dove che i fortunosi casi m'abbiano mandato -.
A cui quelli disse: - Così, come a te piace, sarà fatto -.
Fileno allora si partì da lui, e, ritornato alla sua casa, così cominciò piangendo a dolersi fra se medesimo:
[32]
"O misero Fileno, piangi, però che la fortuna t'è più avversa che ad alcuno.
Sogliono gli altri, per odiare o per male operare, lasciare li loro paesi, o tal volta morire; ma a te per amore conviene che tu vada in essilio.
Or che vita sarà la tua? Sarà dolente; ma certo io non la voglio lieta.
Io conosco Biancifiore turbata, e scoprirmi il falso amore, mostrando nel viso d'avermi per adietro ingannato.
Io mi fuggirò del suo cospetto, e fuggendomi piacerò a Florio e a lei, l'amore de' quali m'era occulto quando m'innamorai.
Il velo da lei ricevuto sarà sola mia consolazione e della mia miseria".
E, questo in se medesimo diliberato, volontario essilio, seguendo il consiglio del suo amico, prese occultamente.
[33]
Quando Apollo ebbe i suoi raggi nascosi, e l'ottava spera fu d'infiniti lumi ripiena, Fileno con sollecito passo piglia la sconsolata fuga.
Egli nella dubbiosa mente, uscito di Marmorina, non sa essaminare qual cammino sia più sicuro alla sua salute, ma del tutto abandonato a' fati, piangendo pone le redine sopra il portante cavallo, e piangendo abandona le mura di Marmorina, con gli occhi rimirando quelle infino che licito gli è.
Ma poi che l'andante cavallo lui carico di pensieri ebbe tanto avanti trasportato, che più non gli fu licito di vedere la sua città, egli con più lagrime incominciò ad intendere al suo cammino.
E primieramente veduto l'uno e l'altro lito di Bacchiglione, pervenne alle mura costrutte per adietro dall'antico Antenore, e in quelle vide il luogo ove il vecchio corpo con giusto epitafio si riposava.
Ma di quindi passando avanti, in poche ore pervenne alle sedie del già detto Antenore, poste nelle salate onde, nell'ultimo seno del mare Adriano: e in quel luogo non sicuro, salito in picciolo legno ricercò la terra.
E pervenuto all'antichissima città di Ravenna, su per lo Po con le dorate arene se ne venne alla città posta per adietro da Manto ne' solinghi paduli.
Ma quivi sentendosi più vicino a quello che egli più fuggiva, dimorò poco, e salito su per li colli del monte Appennino, e di quelli declinando, scese al piano, pigliando il cammino verso le montagne, fra le quali il Mugnone rubesto discende.
E quivi pervenuto, vide l'antico monte onde Dardano e Siculo primieramente da Italo, loro fratello, si dipartirono pellegrinando; e poco avanti da sé vide le ceneri rimase d'Attila flagello dopo lo scelerato scempio fatto de' pochi nobili cittadini della città edificata sopra le reliquie del valoroso consolo Fiorino, quivi dagli agguati di Catellino miserabilmente ucciso.
Alle quali avuta compassione, si partì, e sanza tenere diritto cammino errando pervenne a Chiusi, ove già Porsenna, secondo che gli fu detto, avea il suo regno con forze costretto ad ubidirsi.
Né troppo lungamente andò avanti ch'egli vide il cavato monte d'Aventino, nel quale Cacco nascose le 'mbolate vacche ad Ercule, strascinate nelle cave di quello per la coda.
Ma dopo lungo affanno pervenne nella eccellentissima città di Roma, ove egli d'ammirazione più volte ripieno fu, veggendo le magnifiche cose, inestimabili ad ogni alto intelletto sanza vederle: e in quella vide il Tevero, a cui gl'iddii concederono innumerabili grazie.
Egli vide l'antiche mura d'Alba, e ciò che era notabile nel paese.
Ma quivi non fermandosi, volgendo i suoi passi al mezzo giorno, si lasciò dietro le grandissime Alpi e i monti i quali aspettavano l'oscurissima distruzione del nobile sangue d'Aquilone, e pervenne a Gaieta, etterna memoria della cara balia di Enea.
E di quella pervenne per le salate onde a Pozzuolo, avendo prima vedute l'antiche Baie e le sue tiepide onde, quivi per sovenimento degli umani corpi poste dagl'iddii.
E in quel luogo vedute l'abitazioni della cumana Sibilla, se ne venne in Partenope, né quivi ancora fermato, cercò i campi de' Sanniti, e vide la loro città.
Donde partitosi, volgendo i passi suoi, vide l'antica terra Capo di Campagna posta da Capis, e, quindi partendosi, pervenne fra li salvatichi e freddi monti d'Abruzzi, fra' quali trovò Sulmona, riposta patria del nobilissimo poeta Ovidio.
Nella quale entrando, così cominciò a dire: - O città graziosa a ciascuna nazione per lo tuo cittadino, come poté in te nascere o nutricarsi uomo, in cui tanta amorosa fiamma vivesse quanta visse in Ovidio, con ciò sia cosa che tu freddissima e circundata da fredde montagne sii? -; e questo detto, reverente per lo mezzo di quella trapassò.
E continuando i lamentevoli passi, si trovò a Perugia, dalla quale partitosi, de' cammini ignorante, pervenne alle vene ad Onci, onde le chiarissime onde dell'Elsa vide uscire e cominciare nuovo fiume.
Dopo le quali discendendo, venne infino a quel luogo ove l'Agliene, nata nelle grotte di Semifonti, in quella mescola le sue acque e perde nome.
Quindi mirandosi dintorno, vide un bellissimo piano, per lo quale volto a man destra, faccendo dell'onde dell'Agliene sua guida, non molto lontano al fiume andò, ch'egli vide un picciolo monticello levato sopra il piano, nel quale uno altissimo e vecchio cerreto era.
E in quello mai alcuna scure non era stata adoperata, né da' circustanti per alcun tempo cercato, fuori che da' loro antichi nell'antico errore delli non conosciuti iddii, i quali in sì fatti luoghi soleano adorare.
In quello entrò Fileno, e non trovandovi via né sentiero, ma tutto da vecchie radici o da grandissimi roghi occupato con grandissimo affanno infino alla sommità del picciolo monticello salì.
Quivi trovò un tempio antichissimo, nel quale salvatiche piante erano cresciute, e le mura tutte rivestite di verde ellera.
Né già per antichità erano guaste le imagini de' bugiardi iddii, rimase in quello quando il figliuolo di Giove recò di cielo in terra le novelle armi, con le quali il vivere etterno s'acquista.
E era davanti a quello un picciolo prato di giovanetta erba coperto, assai piacevole a rispetto dell'altro luogo.
Quivi fermato Fileno stette per lungo spazio; e rimiratosi dintorno e pensato lungamente, s'imaginò di volere quivi finire la sua fuga, e in quello luogo sanza tema d'essere udito piangere i suoi infortunii, e se altro accidente non gli avvenisse, quivi propose di volere l'ultimo dì segnare.
E dopo lunga essaminazione, vedendo il luogo molto solitario, si pose a sedere davanti al tempio e quivi nutricandosi di radici d'erbe, e bevendo de' liquori di quelle, stette tanto che agl'iddii prese pietà della sua miseria, sempre piangendo, e ne' suoi pianti con lamentosa voce le più volte così dicendo:
[34]
- O impiissima acerbità dell'umane menti, che commisi io ch'io etterno essilio meritassi della piacevole Marmorina? Niuno fallo commisi: amai e amo.
Se questo merita essilio o morte, torca il cielo il suo corso in contrario moto, acciò che gli odii meritino guiderdone.
Se io forse amando ad alcuno dispiacea, non con morte mi dovea seguitare, ma con riprensione ammaestrare.
Ora che riceverà da Florio chi odierà Biancifiore? Non so ch'elli gli si possa fare, se a quello che a me ha fatto vorrà con iguale animo pensare.
Ahi, Fisistrato, degno d'etterna memoria per la tua benignità, il quale, udendo con pianti narrare la tua figliuola essere baciata, e di ciò dimandarti vendetta, non dubitasti rispondere: "Che farem noi a' nostri nimici, se colui che ci ama è per noi tormentato?": tu il picciolo fallo con grandissima temperanza mitigasti, conoscendo il movimento del fallitore.
Dimorar possi tu con pietosa fama sempre ne' cuori umani! Ma certo egli non è men giusta cosa che io pianga i miei amori, che fosse il pianto del crudele artefice, che a Falaris presentò il bue di rame, al quale prima convenne mostrare del suo artificio esperienza.
Io medesimo accesi il fuoco in che io ardo.
Io, misero, fui il tenditore de' lacci ne' quali io son caduto.
Chi mi costringea di narrare a Florio i miei accidenti, e di mostrargli il caro velo? Niuna persona.
Ignoranza mi fece fallire: e però niuno savio piagne, perché il senno leva le cagioni.
Ma posto che io pur per ignoranza fallissi, eragli così gravoso a vietarmi che io più avanti non amassi? Certo io non mi sarei però potuto poi tenere di non amare, ma nondimeno per la disubidienza a lui, cui io singulare signore tenea, avrei meritato essilio o greve tormento; ma egli mai non mi comandò che io non amassi, anzi là ov'io non mi guardava cercava la mia morte.
O ragionevole giustizia partita delli umani animi, perché del cielo non provedi tu alle iniquità? Deh, misero a me!, non ho io per la sfrenata crudeltà di Florio perduta la debita pietà del vecchio padre e della benigna madre? Certo sì ho.
Io gli ho lasciati per lo mio essilio pieni d'etterne lagrime.
Non ho io perduta la graziosa fama del mio valore? Sì ho.
Quanti uomini, ignoranti qual sia la cagione del mio essilio, penseranno me dovere avere commesso alcuna cosa iniqua, e, per paura di non ricevere merito di ciò, mi sia partito? I nimici creano le sconce novelle dove elle non sono, e le male lingue non le sanno tacere.
La iniquità da se medesima si spande più che la gramigna per li grassi prati.
Non sono io per lo mio tristo essilio divenuto povero pellegrino? Non ho io perduta gioia e festa? Non è per quello la mia cavalleria perduta? Certo sì.
Oimè, quante altre cose sinistre con queste insieme mi sono avvenute per lo mio sbandeggiamento! Ma certo, per tutto questo, alcuna cosa del vero amore che io porto a Biancifiore, non è mancato.
Più che mai l'amo: niuna pena, niuno affanno, né alcuno accidente me la potrà mai trarre del cuore.
E certo se egli mi fosse conceduto di poterla solamente vedere, come io vidi già, tutte queste cose mi parrebbero leggieri a sostenere.
Il non poterla vedere m'è sola gravezza, questo mi fa sopra ogni altra cosa tormentare.
Ella co' suoi begli occhi, avvegna che falsi siano, mi potrebbe rendere la perduta consolazione.
Io vo fuggendo per lei.
Se l'amore di lei avessi, non che il fuggire ma il morire mi sarebbe soave! Ma poi che l'amore non puoi di lei avere, e il poterla vedere t'è tolto, piangi, misero Fileno, e dà pena agli occhi tuoi, i quali stoltamente nella forza di tanto amore, quanto tu senti, ti legarono.
Oimè misero, io non so da che parte io mi cominci più a dolere, tante e tali cose m'offendono! Ma tra l'altre, tu, o crudelissimo signore non figliuolo di Citerea, ma più tosto nimico, mi dai infinite cagioni di dolermi di te e di biasimarti.
Tu, giovanissimo fanciullo, con piacevole dolcezza pigli gli stolti animi degli ignoranti, e in quelli poi con solingo ozio rechi disiderati pensieri, fabrichi le tue catene, con le quali gli animi de' miseri, che tua signoria seguitano, sono legati.
Ahi, quanto è cieca la mente di coloro che ti credono e che del loro folle disio ti fanno e chiamano iddio, con ciò sia cosa che niuna tua operazione si vegga con discrezione fatta! Tu gli altissimi animi de' valorosi signori declini a sottomettersi alla volontà d'una picciola feminella.
Tu la bellezza d'un giovane, maestrevole ornamento della natura, con fallace disiderio leghi al volere d'un turpissimo viso, con diverse maculei adornato oltre al dovere, d'una meretrice.
E, brievemente, niuna tua operazione è con iguale animo fatta, anzi sogliono i miseri, ne' tuoi lacci aviluppati, prendere per te questa scusa: che la tua natura è tale che né i doni di Pallade, né quelli di Giunone, né gentilezza d'animo riguarda, ma solamente il libidinoso piacere; e in questo credono alle tue opere aggiungere grandissime laude, ma con degno vituperio te e sé vituperano.
Ma che giova tanto parlare? Tu se' d'età giovane: come possono le tue operazioni essere mature? Tu, ignudo, non dei poter porgere speranza di rivestire.
Le tue ali mostrano la tua mobilità, né m'è della memoria uscito averti in alcune parti veduto privato della vista: dunque, come di dietro alla guida d'un cieco si può fare diritto cammino? Ahi, tristi coloro che in te sperano! Tu levi loro il pensiero de' necessarii beni, e empili di sollecitudine di vana speranza.
Tu gli fai divenire cagione delle schernevoli risa del popolo che li vede, e essi, miseri e di questo ignoranti assai volte di se stessi con gli altri insieme fanno beffe, né sanno quello che fanno.
Tardi conosco i tuoi effetti, ma certo, mentre ignorante di quelli fui, niuno suggetto avesti che più fede di me ti portasse, né che più la tua potenza essaltasse: e ancora in quella semplicità ritornerei, se benigno mi volessi essere, come già fosti a molti.
Oimè misero, che io non so che io mai contra te adoperassi, per la qual cosa così incrudelire in me dovessi, come fai! Io mai non ti rimproverai la tua giovanezza, né biasimai la forza del tuo arco, come fece Febo, né alla tua madre levai il caro Adone, né scopersi i suoi diletti i quali con Marte prendea, come tutto il cielo vide.
Io mai non adoperai contro a te, perché tu mi dovessi nuocere; ma tu di mobile natura, e nescio di quel che fai, mi tormenti oltre al dovere.
Solo in uno atto si conosce te avere alcun sentimento, in quanto mai non cerchi d'essere se non in luogo a te simigliante, avvegna che questa discrezione più tosto alla natura che a te si dovrebbe attribuire.
Il tuo diletto è di dimorare ne' vani occhi delle scimunite femine, le quali a te costrigni con meno dolore che i miseri che in tale laccio incappano; e poi con esse di quelli ti diletti di ridere, consentendo loro il potersi far beffe de' tristi sanza niuno affanno d'esse: delle quali, schiera di perfidissima iniquità piene, non posso tenermi ch'io non ne dica ciò che dentro ne sento.
[35]
Voi, o sfrenata moltitudine di femine, siete dell'umana generazione naturale fatica, e dell'uomo inespugnabile sollecitudine e molestia.
Niuna cosa vi può contentare destatrici de' pericoli, commettitrici de' mali.
In voi niuna fermezza si truova: e, brievemente, voi e 'l diavolo credo che siate una cosa! E che ciò sia vero, davanti a noi infiniti essempli a fortificare il mio parlare se ne truovano.
E volendo dalla origine del mondo incominciare si troverà la prima madre per lo suo ardito gusto essere stata cagione a sé e a' discendenti d'etterno essilio de' superiori reami.
E questo malvagio principio in tanto male crebbe, che la prima età nello allagato mondo tutta perì, fuori che Deucalion e Pirra, a cui rimase la fatica di restaurare le perdute creature.
Ma posto che la quantità delle femine mancasse, la vostra malvagità nella poca quantità non mancò.
E non era ancora reintegrato il numero degli annegati, quando colei che l'antica Bambillonia cinse di fortissime e alte mura, presa da libidinosa volontà, col figliuolo si giacque, faccendo poi per ammenda del suo fallo la scelerata legge che il bene placito fosse licito a ciascuno.
O cuore di ferro che fu quello di costei! Quale altra creatura, fuori che femina avrebbe potuta sì scelerata cosa ordinare, che, conoscendo il suo male, non s'ingegnasse di pentere, ma s'argomentasse d'inducervi i suggetti? Ma ancora che questo fosse grandissimo fallo, quanto fu più vituperevole quello che Pasife commise, la quale il vittorioso marito, re di cento città, non sostenne d'aspettare, ma con furiosa libidine essere da un toro ingravidata sostenne? Fu ciascuno de' detti falli sceleratissimo, ma nullo fu sì crudelmente fatto quanto quello che Clitemestra miseramente commise: la quale, non guardando alla debita pietà del marito, il quale in terra era stato vincitore di Marte, per mare di Nettunno, ma presa del piacere d'un sacerdote, rimaso ozioso ne' suoi paesi, consentì che, porto ad Agamenone il non perfetto vestimento, e in quello vedendolo avviluppato, Egisto miserabilemente l'uccidesse, acciò che poi sanza alcuna molestia i loro piaceri potessero mettere in effetto.
Quanta fu ancora la lascivia di Elena, la quale, abandonando il propio marito, e conoscendo ciò che dovea della sua fuga seguire, anzi volle che il mondo perisse sotto l'armi che ella non fosse nelle braccia di Paris, contenta che per lei si possa etternalmente dire Troia essere strutta e i Greci morti crudelmente! Quanta acerbità e quanta ira si puote ancora discernere essere stata in Progne, ucciditrice del propio figliuolo per far dispetto al marito! E Medea simigliantemente! E in cui si trovò mai tanto tracutato amore quanto in Mirra, la quale con sottili ingegni adoperò tanto che col propio padre più fiate si giacque? E la dolente Biblis non si vergognò di richiedere il fratello a tanto fallo, e la lussuriosa Cleopatra d'adoperarlo.
E ancora la madre d'Almeon per picciolo dono non consentì il mortale pericolo d'Anfirao suo marito? E qual diabolico spirito avrebbe potuto pensare quello che fece Fedra, la quale non potendo avere recato Ipolito suo figliastro a giacere con lei, con altissima voce gridando e stracciandosi i vestimenti e' capelli e 'l viso, disse sé essere voluta isforzare da lui e, lui preso, consentì che dal propio padre fosse fatto squartare? Quanto ardire e quanta crudeltà fu quella delle femine di Lenno, che, essendo degnamente suggette degli uomini, per divenire donne, quelli nella tacita notte con armata mano tutti diedero alla morte? E simile crudeltà nelle figliuole di Belo si trovò, le quali tutte i novelli sposi la prima notte uccisero fuori che Ipermestra.
Oimè, ch'io non sono possente a dire ciò che io sento di voi! Ma sanza dire più avanti, quanti e quali essempli son questi della vostra malvagità? O femine, innumerabile popolo di pessime creature, in voi non virtù, in voi ogni vizio: voi principio e mezzo e fine d'ogni male.
Mirabil cosa si vede di voi, fra tanta moltitudine una sola buona non trovarsene.
Niuna fede, niuna verità è in voi.
Le vostre parole sono piene di false lusinghe.
Voi ornate i vostri visi con diversi atti ad inretire i miseri, acciò che poi, liete d'avere ingannato, cioè fatto quello a che la vostra natura è pronta, ve ne ridiate.
Voi siete armadura dello etterno nimico dell'umana generazione: là ov'egli non può vincere co' suoi assalti, e egli incontanente a' pensati mali pone una di voi, acciò che 'l suo intendimento non gli venga fallito.
Guai etterni puote dire colui, che nelle vostre mani incappa, non gli fallino.
Misera la vita mia, che incappato ci sono! Niuna consolazione sarà mai a me di tal fallo, pensando che una giovane, la quale io più tosto angelica figura che umana creatura riputava, con falso riguardamento m'abbia legato il cuore con indissolubile catena, e ora di me si ride, contenta de' miei mali.
Ma certo la miserabile fortuna che abassato per li vostri inganni mi vede, assai mi nuoce, e niuno aiuto mi porge anzi s'ingegna con continua sollecitudine di mandarmi più giù che la più infima parte della sua rota, se far lo potesse, e quivi col calcio sopra la gola mi tiene, né possibile m'è lasciare il doloroso luogo -.
[36]
Era il pianto e la voce di Fileno sì grande, però che in luogo molto rimoto gli parea essere da non dovere potere essere udito, che un giovane il quale a piè del salvatico monticello passava, sentì quello, e avendovi grandissima compassione, per grande spazio stette ad ascoltare, notando le vere parole di Fileno; ma poi volonteroso di vedere chi sì dolorosamente piangesse, seguendo la dolente voce, si mise per lo inviluppato bosco, e con grandissimo affanno pervenne al luogo ove Fileno piangendo dimorava.
Il quale egli nel primo avvento rimirando appena credette uomo, ma poi che egli l'ebbe raffigurato, il vide nel viso divenuto bruno, e gli occhi, rientrati in dentro, appena si vedeano.
Ciascuno osso pingeva in fuori la ragrinzata pelle, e i capelli con disordinato rabuffamento occupavano parte del dolente viso, e similmente la barba grande era divenuta rigida e attorta, i vestimenti suoi sordidi e brutti: egli era divenuto quale divenne il misero Erisitone, quando sé, per sé nutricare, cominciò a mangiare.
Nullo che veduto l'avesse ne' tempi della sua prosperità, l'avrebbe per Fileno riconosciuto.
Ma poi che il giovane l'ebbe assai riguardato, così gli disse: - O dolente uomo, gl'iddii ti rendano il perduto conforto.
Certo il tuo abito e le tue lagrime con le tue voci m'hanno mosso ad avere compassione di te; ma se gl'iddii i tuoi disiderii adempiano, dimmi la cagione del tuo dolore: forse non sanza tuo bene la mi dirai; e ancora mi dì, se ti piace, perché sì solingo luogo hai per poterti dolere eletto -.
Maravigliossi Fileno del giovane quando parlare l'udì, e voltatosi verso lui, non dimenticata la preterita cortesia, così gli rispose: - Io non spero già che gl'iddii mi rendano quello che essi m'hanno tolto, perché io i tuoi prieghi adempia: ma però che la dolcezza delle tue parole mi spronano, mi moverò a contentarti del tuo disio.
E primieramente ti sia manifesto che per amore io sono concio come tu vedi -; e, appresso questo, tutto ciò che avvenuto gli era particularmente gli narrò.
Dopo le quali parole, ancora gli disse: - La cagione per che in sì fatto luogo io sono venuto, è che io voglio sanza impedimento potere piangere.
E, appresso, io non voglio essere a' viventi essemplo d'infinito dolore, ma voglio che infra questi alberi la mia doglia meco si rimanga -.
Udito questo, il giovane non poté ritenere le lagrime, ma con lui incominciò dirottamente a piangere, e disse: - Certo la tua effigie e le tue voci mostrano bene che così ti dolga, come tu parli; ma, al mio parere, questa doglia non dovria essere sanza conforto, con ciò sia cosa che persone, che molto l'hanno avuto maggiore che tu non hai, si sono confortate e confortansi -.
Disse allora Fileno: - Questo non potrebbe essere: chi è colui che maggior dolore abbia sentito di me? -.
- Certo - disse il giovane, - io sono -.
- E come? - disse Fileno.
A cui il giovane disse: - Io il ti dirò.
Non molto lontano di qui, avvegna che vicina sia più assai quella parte alla città di colui i cui ammaestramenti io seguii, e dove tu non molto tempo ci fosti sì come tu di', era una gentil donna, la quale io sopra tutte le cose del mondo amai e amo: e di lei mi concedette Amore, per lo mio buon servire, ciò che l'amoroso disio cercava.
E in questo diletto stetti non lungo tempo, ché la fortuna mi volse in veleno la passata dolcezza, che quando io mi credea più avere la sua benivolenza, e avere acquistato con diverse maniere il suo amore, e io con li miei occhi vidi questa me per un altro avere abandonato, e conobbi manifestamente che ella lungamente con false parole m'avea ingannato, faccendomi vedere che io era solo colui che il suo amore avea.
La qual cosa come mi si manifestò, niuno credo che mai simile doglia sentisse com'io sentii: e veramente per quella credetti morire; ma l'utile consiglio della ragione mi rendé alcun conforto, per lo quale io ancora vivo in quello essere che tu mi vedi, ricoprendo il mio dolore con infinta allegrezza.
Le cose sono da amare ciascuna secondo la sua natura: quale sarà colui sì poco savio che ami la velenosa cicuta per trarne dolce sugo? Molto meno ha savio colui che una femina amerà con isperanza d'essere solo amato da lei lunga stagione: la loro natura è mobile.
Qual uomo sarà che possa ammendare ciò che gl'iddii o li superiori corpi hanno fatto? E però sì come cosa mobile sono da amare, acciò che de' loro movimenti gli amanti, sì come esse, si possano ridere: e se elle mutano uno per un altro, quelli possa un'altra in luogo di quella mutare.
Niuno si dorrà seguendo questo consiglio.
Tu, non avendolo seguito, ora per niente piangi: con ciò sia cosa che tu niente abbia perduto, di che ti duoli tu? Sì come tu di', niente possedesti: e chi non possiede non può perdere; e chi non perde, di che si lamenta? Credesti alcuna volta, per alcuno sguardo fatto a te da quella giovane cui tu ami, che ella t'amasse: hai conosciuto che quello era bugiardo, e che ella non t'ama.
Certo di questo ti dovresti tu rallegrare e rendere infinite grazie agl'iddii, che t'hanno aperti gli occhi avanti che tu in maggiore inganno cadessi.
Se forse dello essilio che hai piangi, non fai il migliore: ché, pensando al vero, niuno essilio si può avere, con ciò sia cosa che il mondo sia una sola città a tutti.
Ove che la fortuna ponga altrui, ella nol può cacciare di quello.
In ciascun luogo giunge altrui la morte con finale morso.
A' virtuosi ogni paese è il loro.
Lascia questi pianti e leva su, vienne con meco, e virtuosamente pensa di vivere, e metti in oblio la malvagità di quella giovane che a questo partito t'ha condotto: che de' cieli possa fuoco discendere che igualmente tutte le levi di terra! -.
A cui Fileno disse: - Giovane, ben credo che il tuo dolore fu grande, e similmente il tuo animo, poi che con pazienza il poté sostenere; ma io mi sento troppo minore l'animo che la doglia, e però invano ci si balestrano confortevoli parole.
Io sono disposto a piangere mentre io vivrò: gl'iddii per me del tuo buon volere ti meritino.
Io ti priego per quello amore che tu già più fervente portasti alla tua donna, che non ti sia noia il partirti e 'l lasciarmi con continue lagrime sfogare il mio dolore -.
- G l'iddii te ne traggano tosto di cotale vita - disse il giovane.
E partitosi da lui, se ne tornò per quella via onde venuto era.
[37]
Partito il giovane, Fileno ricominciò il doloroso pianto; e increscendogli della sua vita, con dolenti voci incominciò a chiamare la morte così: - O ultimo termine de' dolori, infallibile avvenimento di ciascuna creatura, tristizia de' felici e disiderio de' miseri, angosciosa morte, vieni a me! Vieni a colui a cui il vivere è più noioso che il tuo colpo, vieni a colui che graziosa ti riputerà! Deh, vieni, ché il tristo cuore ti chiede! Oimè, ch'io non posso con la debole voce esprimere quanto io ti disidero.
Poi che un solo colpo dei tuoi debbo ricevere, piacciati di concederlo sanza più indugio.
Non sia l'arco tuo più cortese a me che al valoroso Ettore o ad Achille.
Io tengo in villania il lungo perdono che da lui ho ricevuto.
I doni disiderati, tosto donati, doppiamente sono graditi: concedi questo a me che tanto disiderata t'ho, e che con così dolente voce ti chiamo.
Oimè, come sono radi coloro che con volonteroso animo ti ricevono, come ti riceverò io! Dunque, perché non vieni? Non consentire che disiderandoti, come io fo, io languisca più.
Io non ricuserò in niuna maniera la tua venuta.
Vieni come tu vuoi, solo ch'io muoia.
Io non fuggirei ora gli aguti ferri, né le taglienti spade com'io feci già; l'agute sanne de' fieri leoni non mi dorrebbeno, né di qualunque altra fiera dilacerante il mio corpo: dunque vieni.
O rapaci lupi, o ferocissimi orsi, se alcuni nel dolente bosco, bramosi di preda, dimorate, venite a me, facciasi il mio corpo vostro pasto: adempiete quel disio che altri adempiere non mi vuole.
Oimè, perisca il tristo corpo, poi che perita è la speranza, cerchi la dolente anima i regni atti al suo dolore e vada con la sua pena alle misere ombre di Dite, ove forte sarà che maggior pena che ella al presente sostiene, vi truovi.
O iddii abitatori de' celestiali regni, se alcuno mai in questo luogo ricevette onore di sacrificio dolgavi di me.
O driade, abitatrice di questi luoghi, fate che la misera vita mi fugga.
O infernali iddii, rapite del mio misero corpo la vostra anima.
Cessi che io più me e voi stimoli con le mie voci -.
E così piangendo e gridando, tutto delle propie lagrime si bagnava, baciando sovente il candido velo, sopra il quale per debolezza sovente cader si lasciava.
Ma Florio, rimaso a Montoro, presto a mettere in essecuzione le triste insidie sopra Fileno, udito che il misero per paura di quelle avea preso volontario essilio, lasciò stare le cominciate cose, e incominciossi alquanto a riconfortare, imaginando che poi che questo era cessato di che egli più dubitava, niuna altra cosa, fuori che prolungamento di tempo, al suo disio gli poteva noiare.
[38]
La santa dea, che due volte era discesa de' suoi regni per impedire il ferventissimo amore tra Florio e Biancifiore cresciuto per lungo tempo, sentendo Florio rallegrarsi e il misero Fileno avere per le operazioni di lei preso dolente essilio, parendole niente aver fatto, propose del tutto di volere la sua imaginazione compiere.
E discesa del cielo la terza volta, sopra un'alta montagna in forma di cacciatrice si pose ad aspettare il re Felice, che quivi cacciando su per quella doveva quel giorno venire.
Ella avea i biondi capelli ravolti alla sua testa con leggiadro avolgimento, e il turcasso cinto con molte saette, e nella sinistra il forte arco portava.
E quivi per picciolo spazio dimorando, di lontano vide il re Felice soletto correre dietro ad un grandissimo cervio, il quale verso quella parte ov'ella era fuggiva: al quale ella si parò davanti e con soavissima voce salutatolo, abandonato il cervio, il ritenne a parlar seco.
A cui il re, non conoscendola, disse: - Giovane donna, come in questo luogo sì sola dimorate? -.
- Di qui non sono guari lontane le compagne - rispose Diana; - ma tu come a questi diletti intendi, con ciò sia cosa che il tuo figliuolo, per amor di colei cui tu tieni in casa, guadagnata ne' sanguinosi campi, si muore? Io conosco il sopravegnente pericolo, e dicoti che se tosto rimedio a questa cosa non prendi, ella il ti torrà -.
E questo detto, subitamente sparve.
Rimase il re tutto stupefatto e pieno di pensieri quando, volendo consiglio domandare, vide la dea sparita, e così tra sé, voltando i suoi passi, disse: - Veramente divina voce m'ha i miei danni annunziati -.
E di grieve dolore oppresso, lasciata la caccia, si tornò in Marmorma.
[39]
Ritornato il re in Marmorina dentro al suo palagio, in una camera, soletto, con bassa fronte, si pose pensando a sedere ripetendo in sé l'udite parole dalla santa dea, e in sé rivolgendo che rimedio alle cose udite potesse pigliare.
E in tali pensieri dimorando, la reina sopravenne; e vedendo il re turbato, si maravigliò, e timidamente così gli disse: - O caro signore, se licito è ch'io possa sapere la cagione della vostra turbazione io vi priego che ella non mi si celi -.
A cui il re rispose: - Ella non ti si può né dee celare, e però io la ti dirò: oggi nel più forte cacciare che io facea, correndo dietro a un cervio, non so che si fosse, o dea o altra creatura, ma in abito d'una cacciatrice, m'apparve una bella donna, la quale, dopo alquante parole, mi disse che se con subito provedimento noi non soccorressimo, che Florio per Biancifiore perderemmo: e questo detto, sparve subitamente, né più la potei vedere.
Onde io da quella ora in qua con grieve doglia sono dimorato e dimoro.
Io conosco manifestamente che la fortuna, dei nostri beni invidiosa, si oppone a quelli, e vuolcene in miserabile modo privare.
Io non so che consiglio pigliare.
Io mi consumo pensando che per una serva io debba perdere il caro figliuolo acquistato con tanti prieghi.
O maladetto giorno, o perfidissima ora della sua natività, perché mai venisti? Egli non per nostra consolazione, ma per dolorosa distruzione di noi nacque: ma certo la cagione di tanta e di tale tristizia converrà che prima di me perisca.
Questi mali e queste angosciose fatiche solo per la vilissima serva procedono.
Io le leverò con le propie mani la vita: la mia spada trapasserà il suo sollecito petto: e di questo segua che puote! E certo se i fati altre volte la trassero delle cocenti fiamme, essi non la trarranno ora del mio colpo.
Oimè, che mi parea incredibile per adietro, quand'io udiva che sola Biancifiore era ancora da lui dimandata, e diceva: "Se ciò fosse vero, già il duca e Ascalion me l'avrebbero fatto sentire!".
Ma io credo fermamente che la puttana l'abbia con virtuose erbe, o con parole, o con alcuna magica arte costretto, però che mai non si udì che femina con tanto amore durasse in memoria d'uomo, quanto costei è durata a lui.
Ma certo a mio potere l'erbe e le incantazioni le varranno altressì poco: come a Medea valessero! -.
[40]
Poi che il re, narrate queste cose, si tacque, la reina, dopo alcuno sospiro, così disse: - Oimè, ora ha egli ancora nella memoria Biancifiore? Certo, se questo è, negare non possiamo che in contrario non ci si volga la prosperevole fortuna passata.
Io imaginava che egli più non se ne ricordasse; ma poi che ancora gli è a mente, soccorriamo con pronto argomento -.
- Niuno rimedio è sì presto come ucciderla - disse il re, - e acciò che infallibile sia il colpo, io l'ucciderò con la propia mano -.
A cui la reina disse: - Cessino questo gl'iddii, che un re si possa dire che colpevole nella morte d'una semplice giovinetta sia, o che le mani vostre di sì vile sangue siano contaminate.
Se noi la sua morte disideriamo, noi abbiamo mille servi presti a maggiori cose, non che a questa; ma noi, sanza esser nocenti contro lo innocente sangue di lei, possiamo in buona maniera riparare; e ciò v'aveva io già più volte voluto dire, ma ora, venuto il caso, vel dirò.
Io intesi, pochi dì sono passati, che venuta era ne' nostri porti, là dove il Po le sue dolci acque mescola con le salse, una ricchissima nave, di che parte si venga non so, la quale, secondo che m'è stato porto, spacciato il loro carico, si vogliono partire: mandate per li padroni, e a loro sia Biancifiore venduta.
Essi la porteranno in alcuna parte strana o molto lontana di qui, e di essa mai niuna novella si saprà: e a Florio date ad intendere che morta sia, faccendole fare nobilissima sepoltura e bella, acciò che più la nostra bugia somigli il vero.
E egli, credendo questo, poi s'auserà a disamarla -.
[41]
Niente rispose il re a' detti della reina, ma in se medesimo alquanto rattemperato pensò di volere tal consiglio seguire, e seguendolo imaginò che sanza fallo gli verrebbe il suo avviso fornito.
E uscito della sua camera, a sé chiamò Asmenio e Proteo, giovani cavalieri e valorosi, e disse così loro: - Sanza alcuno indugio cercate i nostri porti là dove il Po s'insala: quivi n'è detto che una ricchissima nave è venuta; fate che voi la veggiate, e conosciate di quella i signori, e sappiate di qual paese viene, e di che è carica, e quando si dee partire, e ordinatamente tutto mi raccontate nella vostra tornata, la quale sanza niuno indugio fate che sia -.
[42]
Mossersi i due giovani con quella compagnia che piacque loro, e, pervenuti a' dimandati porti, montarono sopra la bella nave, ove essi onorevolemente ricevuti furono da Antonio e da Menone, signori e padroni di quella.
E poi che Asmenio dimorato con loro alquanto fu, egli disse: - Belli signori, noi siamo cavalieri e messaggi dell'alto re di Spagna, ne' cui porti voi dimorate; e siamo qui venuti a voi per essere di vostra condizione certi, e per sapere qual sia il vostro carico, e da quali liti vi siate con esso partiti, e che intendiate di fare.
Piacciavi che di tutte queste cose noi al nostro signore possiamo rendere vera risposta -.
A cui Antonio, per età e per senno più da onorare, così rispose: - Amici, voi siate i ben venuti.
Noi, brievemente, siamo ad ogni vostro piacere disposti, e però alla vostra dimanda così vi rispondiamo, e così a chi vi manda risponderete: il presente legno è di questo mio compagno e mio, i quali, egli Menone e io Antonio siamo chiamati, e nascemmo quasi nelle ultime parti dell'ausonico corno, vicini alla gran Pompeia, vera testimonia delle vittorie ricevute da Ercule ne' vostri paesi, e da lui edificata; e vegnamo dalli lontani liti d'Alessandria in questi luoghi, non volonterosi venuti, ma da fortunale tempo portati, nel quale gl'iddii, la mercé loro, ci hanno tanta di grazia fatta, che quasi tutto il carico della nostra nave avemo spacciato, il quale fu in maggior parte spezieria, perle e oro, e drappi dalle indiane mani tessuti; e intendiamo, ove piacere de' nostri iddii sia, di cercare le sedie d'Antenore, poste nell'ultimo seno di questo mare, quando avremo tempo; e quivi di quelle cose che per noi saranno, intendiamo di ricaricare la nostra nave e di tornare agli abandonati liti.
Se per noi si può far cosa che al vostro signore e a voi piaccia, come umilissimi servidori a' vostri piaceri ci disponiamo -.
Assai gli ringraziarono i due cavalieri e ultimamente gli pregarono che non fosse loro noia alquanti giorni attendergli, però che con loro credevano dovere avere a fare.
A cui essi risposero che uno anno, se tanto loro piacesse, gli attenderebbono.
[43]
Tornarono i due cavalieri al re, e chiaramente ogni cosa udita da' padroni gli narrarono.
A' quali il re disse: - Tornate ad essi e domandateli se essi volessero una bellissima giovane comperare, la quale innumerabile tesoro ho cara, e con la risposta tacitamente tornate -.
Ripresero i cavalieri il cammino, e, ricevuti con amorosi accoglimenti, a' mercatanti la loro ambasciata contarono aggiungendo che dalla bella giovane inverso la reale maestà grandissimo fallo era stato commesso, per lo quale morte meritava - ma il signore, pietoso della sua bellezza, non ha voluto privarla di vita: ma, acciò che il fallo non rimanga impunito, la vuole vendere, come contato v'abbiamo -.
A cui i mercatanti risposero ciò molto piacere loro: e se bella era quanto contavano, nullo migliore comperatore d'essi se ne troverebbe.
- Adunque - disse Asmenio - arrecate i vostri tesori e venite con noi, acciò che voi veggiate che quello che vi diciamo è vero -.
[44]
Caricati i mercatanti i loro tesori, e presi molti loro cari gioielli, con li due cavalieri se ne vennero a Marmorina, ove dal re onorevolmente ricevuti furono.
E quando tempo parve al re di volere che essi vedessero Biancifiore, egli disse alla reina: - Va e fa venire la giovane -.
Al cui comandamento la reina andata in una camera ove Biancifiore era, disse: - O bella giovane, rallegrati, che picciolo spazio di tempo è a passare che il tuo Florio sarà qui; e però adornati, acciò che tu gli possi andare davanti e fargli festa, e che egli non gli paia che le tue bellezze sieno mancate -.
Corse al cuore di Biancifiore una subita letizia, udendo le false parole, e per poco non il cuore, abandonato dalle interiori forze, corse di fuori a mostrare festa, per debolezza perì.
Ma poi, quelle tornate ciascuna nel suo luogo furono, Biancifiore s'andò ad ornare.
Ella i dorati capelli con sottile artificio mise nel dovuto stile, e, sé di nobilissimi vestimenti vestita, sopra la testa si puose una bella e leggiadra coronetta, e con lieti sembianti cominciò ad attendere, disiderosa d'udire dire: "Ecco Florio!".
[45]
Il re fece chiamare i due mercatanti, e con loro sanza altra compagnia, se ne entrò in una camera, e disse loro: - Voi vedrete di presente venire una creatura di paradiso in questo luogo, la quale sarà al vostro piacere, se assai tesori avete recati -.
E detto questo, comandò che Biancifiore venisse.
Allora la reina disse a Biancifiore: - Andiamo nella gran sala, non dimoriamo qui, acciò che di lontano possiamo vedere il caro figliuolo -.
Mossesi Biancifiore soletta di dietro alla reina e venne nel luogo ove i due mercatanti dimoravano.
E come l'aria, di nuvoli piena, porge alla terra alcuna oscurità, la quale poi, partendosi i nuvoli, da' solari raggi con lieta luce è cacciata, così parea che dove Biancifiore giungeva, nuovo splendore vi crescesse.
Videro i mercatanti la bella giovane, e, ripieni d'ammirazione, appena credettero che cosa mondana fosse, dicendo fra loro che mai sì mirabile cosa non era stata veduta.
Elli comandarono che di presente i loro tesori fossero tutti aportati davanti al re; i quali venuti in grandissima quantità, così dissero: - Signore, sanza altro mercatare, de' nostri tesori prendete quella quantità che a voi piace, ché noi non sapremmo a così nobile e preziosa cosa porre pregio alcuno -.
- Assai mi piace - rispose il re.
E di quelli prese quella quantità che a lui parve e l'altra rendé loro.
E essi, contenti di ciò che fatto avea il re, sopra tutto ciò che preso avea, gli donarono una ricchissima coppa d'oro, nel gambo e nel piè della quale con sottilissimo artificio tutta la troiana ruina era smaltata, cara per maesterio e per bellezza molto.
Dopo i ricevuti tesori, il re con sommessa voce così parlò a' mercatanti: - A voi conviene, poi che comperata avete costei, sanza niuno indugio dare le vele a' venti, né più in questi paesi dimorare, non forse nuovo accidente avvenisse per lo quale il vostro e mio intendimento si sturbasse -.
Dissero i mercatanti: - Signore, comandate alla giovane, poi che nostra è, che con noi ne venga, che noi non l'avremo prima sopra la nostra nave, che essendo il tempo ben disposto, come elli ci pare che sia, che noi prenderemo nostro cammino e sgombreremo i vostri porti, però che per noi non fa il dimorare -.
[46]
Voltossi allora il re a Biancifiore, e disse: - Bella giovane, a me ricorda che quando davanti mi recasti nella festa della mia natività il velenato paone, io giurai per lo sommo Iddio e per l'anima del mio padre, e promisi al paone che in brieve tempo io ti mariterei a uno de' grandi baroni del mio regno: però, volendo osservare il mio voto, t'ho maritata, e il tuo marito si chiama Sardano, signore dell'antica Cartagine, a noi carissimo amico e parente.
Egli con grandissima festa t'aspetta, sì come i presenti gentili uomini da sua parte a noi per te venuti ne dicono.
Però rallegrati: e poi che piacere è di lui, a cui oramai sarai cara sposa, con costoro n'andrai, e noi sempre per padre terrai, là ove bisogno ti fosse tale paternità -.
Le cui parole come Biancifiore udì, tutta si cambiò nel viso e disse: - Oimè, dolce signore, e come m'avete voi maritata, che io nel gran pericolo che fui, quando ingiustamente al fuoco fui condannata, per paura della morte, a Diana votai etterna virginità, se dallo ingiusto pericolo mi campasse? -.
- Come - disse il re - richiede la tua bellezza etterna virginità, la quale a' venerei atti è tutta disposta? Giunone, dea de' santi matrimonii, ti rimetterà questo voto, poi che il suo numero accresci -.
- Oimè! - disse Biancifiore - io dubito che la vendicatrice dea giustamente meco non si crucci -.
- Non farà - disse il re, - e posto che ciò avvenisse, questo è fatto omai, non può indietro tornare.
Tu dovevi dirloci avanti se così avevi promesso.
Imineo lieto e inghirlandato tenga nella vostra camera le sante facelline -.
E questo detto, comandò che Glorizia sua maestra le fosse per servigiale donata, sì come della misera Giulia era stata, e che ella fosse da' mercatanti tacitamente menata via, e i tesori riposti.
[47]
Biancifiore, che i segreti ragionamenti e l'abito de' mercatanti e i ricevuti tesori tutti avea veduti, e il tacito stile che il re nella sua partenza teneva, e similmente l'unica servitrice a lei donata, e le ingannevoli parole della reina che detto l'avea: "Vieni, che il tuo Florio viene" nella mente notava, fra sé dolendosi incominciò a dire: - Oimè, che è questo? In sì fatta maniera non sogliono le giovani andare a' loro sposi, anzi si sogliono fare grandissime feste, e io con taciturnità sono cercata di menar via.
Né ancora si sogliono per le mie pari da' mariti mandare tesori, anzi ne sogliono ricevere.
Né ancora costoro paiono uomini atti a portare ambascerie di sì fatte bisogne, ma mi sembrano mercatanti; e i segreti mormorii mi danno cagione di dubitare.
E ove s'usa ancora una giovane andare a sì fatto sposo, quale egli dice che m'ha donato, con una sola servitrice? Oimè, che tutte queste cose mi manifestano che io sono ingannata! Io misera, nata per aver male, non maritata ma venduta credo ch'io sono, come schiava da pirrata in corso presa.
Oimè, che farò? Come che io mi sia o venduta o maritata, come potrò io abandonare il bel paese ove il mio Florio dimora? -.
E questo dicendo, incominciò sì forte a piangere, che a forza mise pietà ne' crudeli cuori del re e della reina.
Ma il re ciò non sofferse di stare a vedere, anzi si partì per paura di non pentersi, e la seconda volta comandò che portata ne fosse.
[48]
Già lasciava Febo vedere la sua cornuta sorella disiosa di tornare alquanto con la sua madre, quando i mercatanti, apparecchiati i cavalli, levarono Biancifiore di braccio alla reina semiviva, e con Glorizia insieme, di quindi partendosi, la ne portarono.
E pervenuti alla loro nave, contenti di tale mercatantia, lei sopra quella posero, apparecchiando la più onorevole parte d'essa, e pregando gl'iddii che prospero viaggio loro concedessero.
E date le vele a' venti, si partirono con Biancifiore da' vietati porti, comandando che ricercati fossero i lasciati liti di Soria.
[49]
Zeffiro ancora non era stato da Eolo richiuso nella cavata pietra, anzi soffiando correa sopra le salate onde con le sue forze, per la qual cosa i mercatanti prosperamente con la loro nave andavano a' disiderati liti.
Ma Biancifiore, che ora conosceva manifestamente il tradimento dello iniquo re, quivi venuta con continuo pianto, con più grave doglia veggendosi dalli occidentali liti allontanare, incominciò a piangere, e a dire così: - Oimè, dolorosa la vita mia, ove sono io portata? Chi mi toglie da' dolci paesi ov'io lascio l'anima mia? O Amore, solo signore della dolorosa mente, quanti e quali sono i mali, che io, per essere fedelissima suggetta alla tua signoria, sostegno! Ma tra gli altri notabili, come tu sai, io per te ebbi a morire di vituperevole morte, avvegna che per te simigliantemente da quella campassi, e ora, come vilissima serva venduta, per te, non so ove io mi sia portata.
Se queste cose fossero manifeste, chi s'arrischierebbe mai a seguire tua signoria? Deh, perché non mi uccidevi tu avanti, quando ne' begli occhi di Florio m'apparisti, che ferirmi, acciò che io per la tua ferita tanto male dovessi sostenere? Oimè, ch'io non so quali liti saranno da me cercati, né alle cui mani io misera debbo venire.
Ma a niune verrò che iguale tristizia non sia la mia, poi ch'io lascio il mio Florio.
Dove, o misera fortuna, ricorrerò per conforto, con ciò sia cosa che ogni speranza fuggita mi sia di potere mai lui rivedere? Io sono portata lontana da lui, e egli nol sa, né sa dove: dunque dove sarò io da lui ricercata io come potrò lui ricercare, ché la mia libertà è stata venduta a costoro infiniti tesori? Ahi misera vita, maladetta sii tu, che sì lungamente in tante tribulazioni mi se' durata! O dolcissimo Florio, cagione del mio dolore, gl'iddii volessero che io mai veduto non ti avessi, poi che per amarti tante tribulazioni e tante avversità sostenere mi conviene.
Ma certo se io mai riveder ti credessi, ancora mi sarebbe lieve il sostenerle.
Oimè, or che colpa ho io se tu m'ami? Io mi riputai già grandissimo dono dagl'iddii l'avere avuto da te soccorso, quando per te credetti morire nelle cocenti fiamme: ma certo io ora avrei molto più caro l'essere stata morta.
Io non so che mi fare.
Io disidero di morire e intanto mi conosco miserissima, in quanto io veggio alla morte rifiutarmi.
Ora faccino di me gl'iddii ciò che piace loro: niuno uomo fu mai amato da me se non Florio, e Florio amo e lui amerò sempre.
Nulla cosa mi duole tanto, quanto il perduto tempo, nel quale già potemmo i disiderati diletti prendere e non li prendemmo, ma quello ozioso lasciammo trascorrere, pensando che mai fallire non ci dovesse: ora conosco che chi tempo ha e quello attende, quello si perde.
O misero Fileno, in qualunque parte tu vagabundo dimori, rallegrati che io, cagione del tuo essilio, ti sono fatta compagna con più misera sorte.
A te è licito di tornare, ma a me è negato.
Tu ancora la tua libertà possiedi, ma la mia è venduta.
Gl'iddii e la fortuna ora mi puniscono de' mali che tu per me sostieni: ma certo a torto ricevo per quelli ingiuria, ché, come essi sanno, mai io non ti mostrai lieto sembiante se non costretta dalla iniquissima madre di colui di cui io sono.
Oimè, quanto m'è la fortuna contraria! Ma certo ciò non è maraviglia, con ciò sia cosa che i figliuoli debbano succedere a' parenti nelli loro atti: chi più infortunato fu che il mio padre e la mia misera madre, avvegna che di tutto io fossi cagione se io di ciò fui cagione, dunque maggiormente conviene che io infortunata sia, anzi posso dire che io sia esso infortunio.
Rallegrinsi le loro anime ove che esse sieno: io porto pena del commesso male.
O iddii, provedete alla mia miseria, poneteci fine.
O Nettunno, inghiottisci la presente nave, acciò che la misera perisca.
Racchiudi sotto le tue onde in un corpo tutte le miserie, acciò che il mondo riposi: elle sono tutte adunate in me; se tu me nelle tue acque raccogli, tutte l'avrai in tua balia, e potrai poi di quelle dare a chi ti piacerà.
E tu, o Eolo, leva co' tuoi venti le tese vele, che al mio disio mi fanno lontana.
Ove è ora la rabbia de' tuoi suggetti, che a' troiani levò gli alberi e' timoni, e parte de' loro uomini e delle navi? Risurga, acciò che io più non sia portata avanti.
Io disidero di morire ne' vicini mari al mio Florio, acciò che il misero corpo, portato dalle salate acque sopra i nostri liti, muova a pietà colui di cui egli è, e da capo con le propie lagrime il bagni.
O almeno abassa la potenza del fresco vento che ci pinge alla disiderata parte da costoro.
Apri la via agli orientali e agli austri, acciò che negli abandonati porti un'altra volta sieno gittate le tegnenti ancore, e quivi forse da Florio, che già dee la mia partita aver sentita, sarò radomandata con maggior quantità di tesori a costoro.
Niuna altra speranza m'è rimasa, in niuna altra maniera mai rivedere non credo colui che è solo mio bene.
Oimè, i miei prieghi non sono uditi! E chi ascoltò mai priego di misero? Io m'allungo ciascuna ora più da te, o Florio, in cui l'anima mia rimane.
E però rimanti con la grazia degl'iddii, i quali io priego che da sì fatta doglia come io sento, ti levino.
Pensa d'un'altra Biancifiore, e me abbi per perduta: li fati e gl'iddii mi ti tolgono.
Io non credo mai più rivederti, però che veggendomiti ciascuna ora più far lontana, disperata mi dispongo alla morte, la quale gl'iddii non lascino impunita in coloro che colpa me n'hanno -.
E piangendo, con travolti occhi e con le pugna chiuse, palida come busso, risupina cadde in grembo a Glorizia, che con lei miseramente piangeva.
[50]
Li due mercatanti vedendo questo, dolenti oltre misura, lasciando ogni altro affare, corsero in quella parte, e di grembo a Glorizia la levarono, e lei non come comperata serva, ma come cara sorella si recarono nelle braccia, e con preziose acque rivocarono gli spaventati spiriti a' loro luoghi, e così cominciarono a parlare a Biancifiore: - O bellissima giovane, perché sì ti sconforti? Perché piangendo e con ismisurato dolore vuoi te e noi insieme consumare? Deh, qual cagione ti conduce a questo? Piangi tu l'avere abandonato il vecchio re, il quale, pieno d'iniquità e di mal talento, più la tua morte che la tua vita disiderava? Tu di questo ti dovresti rallegrare.
E forse che ti pare che la fortuna miseramente ti tratti, però che tu a noi costi la maggior parte de' nostri tesori, parendoti dovere avere preso nome di comperata serva, sotto la qual voce non pare che lieta vita si deggia poter menare; ma certo da tale pensiero ti puoi levare, però che noi non guarderemo mai a' donati tesori per te, ma, conoscendo la tua magnificenza, in ogni atto come donna ti onoreremo.
E se forse ti duole il dover cercare nuovi liti, imaginando quelli dovere essere strani e voti di varii diletti, de' quali forse ti pareva la tua Marmorina piena, certo tu se' ingannata, però che colà ove noi ti portiamo è luogo abondevole di graziosi beni, pieno di valorosa gente, nel quale forse la fortuna ti concederà più tosto il tuo disio che fatto non ti avrebbe onde ti parti: però che noi spesso veggiamo che quelli luoghi che paiono più atti a uno intendimento d'un uomo o d'una donna, quelli sono quelli ne' quali mai tale intendimento fornire non si può; e così ne' non pensati luoghi avviene che l'uomo ha quello che ne' pensati disiderava.
I futuri avvenimenti ci sono nascosi.
Il primo aspetto delle cose doni speranza di quello che dee seguire: tu ricca, tu graziosa, tu bellissima! Le quali cose pensando, manifestamente si dee credere che gl'iddii a grandissime cose t'apparecchiano e che in te non dee potere lunga miseria durare.
Piangano coloro a' quali niuna speranza è rimasa.
Noi ti preghiamo che tu ti conforti, con ciò sia cosa che noi manifestamente conosciamo che con aperte braccia felicità non pensata t'aspetta, alla quale gl'iddii tosto te e noi con prosperevole tempo, come cominciato hanno, ci portino -.
[51]
Con pietose lagrime ascoltava Biancifiore le parole de' confortanti, e avvegna che niuno conforto di quelle prendesse, nondimeno con rotte voci prometteva di confortarsi.
Ma poi che i due mercatanti, parendola loro quasi avere riconfortata, la lasciarono con Glorizia, essa soletta in una camera della nave, donata a lei da' signori, si rinchiuse, e in quella con tacite lagrime sopra il suo letto così cominciò a dire: - O graziosissima Citerea, ove è la tua pietà fuggita? Oimè, come tante lagrime di me, tua fedelissima suggetta, non ti muovono ad aiutarmi? Chi spererà in te, se io, che più fede t'ho portata, per te perisco? E quando verrà il tuo soccorso, se nelle miserie non viene? Io non posso peggio stare che io sto.
O misera a me, che feci io che io meritassi d'essere venduta? Or m'avesse avanti il re uccisa con le propie mani: almeno il termine de' miei dolori sarebbe finito! Deh, pietosa dea, quand'io altra volta temetti di morire, tu da quel pericolo mi campasti: perché ora più grave t'è in questo bisogno aiutarmi? Io mi diparto dal mio Florio, né so quali paesi fieno cercati da me: e se io credessi propiamente i tuoi regni venire ad abitare, e' mi sarebbero noiosi sanza Florio.
Dunque comanda che come la saetta del tuo figliuolo con dolcezza mi passò il cuore per la piacevolezza di Florio, a me tornata in grave amaritudine, che ella mi si converta in mortal piaga, e tosto.
Non consentire che io più viva languendo.
Muovanti tante lagrime, quante io mando nel tuo cospetto, a questa sola grazia concedermi: e se a te forse la mia morte non piace, riconfortimi la seconda volta il tuo santo raggio, il quale nella oscura prigione, ov'io per adietro a torto fui messa, mi consolò faccendomi sicura compagnia.
Io vo sanza alcuna speranza, se da te non m'è porta.
Deh, non mi lasciare in tanta avversità disperata, ma sì come il tuo pietoso Enea negli africani liti, a' quali io, più ch'io non disidero, già m'appresso, riconfortasti con trasformata imagine, così di me ti dolga, e fammi degna del tuo soccorso.
A te niuna cosa s'occulta, il mio bisogno tu il sai: provedivi sanza indugio, acciò che il numero delle mie miserie non multiplichi.
E tu, o vendicatrice Diana, nel cui coro io per difetto di virginità non avrei minor luogo, aiutami: io sono ancora del tuo numero, e disidero d'essere infino a quel tempo che l'inghirlandato Imineo mi penerà a concedere liete nozze.
Concedi che io possa i tuoi beneficii interi servare al mio Florio, al quale se i fati non concedono che essi pervengano, prima la morte m'uccida che quelli tolti mi sieno -.
E mentre che Biancifiore queste parole fra sé tacita pregando dicea, soave sonno sopravenutole, le parole e le lagrime insieme finio.
[52]
Diana, che delli alti regni conoscea la miseria in che Biancifiore era venuta per le operazioni di lei, in se medesima si riputò essere vendica del non ricevuto sacrificio, e temperò le sue ire con giusto freno, e i santi orecchi piegò a' divoti prieghi di Biancifiore; e li suoi scanni lasciati, a quelli di Venere se n'andò, e così le disse: - O dea, sono alle tue orecchie pervenuti i pietosi prieghi della tua Biancifiore, come alle mie? -.
- Certo sì - rispose Citerea, - e già di qui mi volea muovere per andare a porgerle il dimandato conforto; ma tu, che niuna tua ira vuoi sanza vendetta da te cacciare, lascia omai le soperchievoli offese e perdona il disaveduto fallo alla innocente giovane, acciò che io non abbia cagione di contaminare i tuoi cori con più asprezza.
Tu non meno di me se' tenuta d'aiutare costei, però che ben che essa aggia me col core servita e serve, nondimeno ha ella te sempre con le operazioni servita, e ora a te, come a me, soccorso nella presente avversità domanda -.
- Adunque - disse Diana - andiamo: le mie ire sono passate, e vera compassione de' suoi mali porto nel petto; porgiamole il dimandato conforto -.
A cui Venere disse: - Io la veggo sopra le salate onde vinta da angosciosi pianti soavemente dormire, e esserne portata verso il mio monte, al quale luogo io spero che 'l suo disio ancora farò con letizia terminare, avvegna che sanza indugio essere non può per quello che per adietro hai operato -.
[53]
Sanza più parlare si partì il divino consiglio, e amendue le dee, lasciati i luoghi, con lieto aspetto nel sonno si mostrarono alla dormente giovane.
E Diana, che in quello abito propio che portare solea alle cacce, inghirlandata delle fronde di Pallade, l'apparve, e così le disse: - O sconsolata giovane, l'avermi ne' sacrificii, renduti agli altri iddii per lo tuo scampo, dimenticata, giustamente verso di te mi fece turbare: per la quale turbazione, essendone io stata cagione, hai sostenute gravose avversità.
Ma ora i tuoi prieghi hanno addolcita la mia ira, e divenuta sono verso di te pietosa: per la qual cosa ti prometto che la dimandata grazia infino alla disiderata ora ti sarà da me conceduta, né niuno sarà ardito di levarti ciò che tu nel cuore hai proposto di guardare -.
Ma Venere, che tutta nel cospetto di Biancifiore di focosa luce sfavillava, involte le nude carni in uno sottilissimo drappo porporino, e coronata dell'amate frondi di Febo, così le disse: - Giovane, a me divota e fedelissima suggetta, lascia il lagrimare, e nelle presenti avversità e nelle future con iguale animo ti conforta.
Tu hai co' tuoi prieghi mosse a pietà le nostre menti, e spera che tu sarai da Florio ricercata: e in quella parte nella quale più ti parrà impossibile di doverlo potere avere o vedere, tel troverai nelle tue braccia ignudo -.
E queste cose dette, sparvero, e Biancifiore si svegliò: e lungamente pensando alle vedute cose, molto conforto riprese, e con lieto viso a Glorizia queste cose tutte raccontò; di che insieme prendendo buona speranza di futura salute, fecero maravigliosa festa.
[54]
Nettunno tenea i suoi regni in pace e Eolo prosperosamente pingeva l'ausonica nave a' disiati liti, sì che avanti che Febea, nel loro partimento cornuta, avesse i suoi corni rifatti eguali, essi pervennero all'isola che preme l'orgogliosa testa di Tifeo.
E quivi, di rinfrescarsi bisognosi, là ove Anchise la lunga età finì, presero porto, e, onorevolemente ricevuti in casa d'una nobilissima donna chiamata Sisife, a' mercatanti di stretto parentado congiunta, più giorni quivi si riposarono.
Con la quale Sisife dimorando Biancifiore, e nella mente tornandole alcuna volta Florio e la dolente vita, la quale egli dovea sentire poi che saputo avesse la partita di lei, pietosamente piangea, e con tutto che la sua speranza fosse buona e ferma, non cessava però di dubitare, né per quella potea in alcun modo porre freno alle sue lagrime.
La qual cosa Sisife vedendo un giorno così le disse: - Dimmi, Biancifiore, se gl'iddii ogni tuo disio t'adempiano, qual è la cagione del tuo pianto? Io ti priego, s'elli è licito ch'io la sappia, che tu non la mi celi, però che grandissima pietà, che di te sento nel cuore, mi muove a questo voler sapere: la qual cosa, se tu mi dirai, tale potrà essere che o conforto o utile consiglio vi ti porgerò -.
A cui Biancifiore disse: - Nobile donna, niuna cosa vi celerei che domandata mi fosse da voi, solo ch'io la sapessi: e però ciò che dimandato avete, volontieri la vostra volontà ne sodisfarò, avvegna che invano consiglio o conforto mi porgerete.
Io, dal mio nascimento isfortunata, non saprei da qual capo incominciare a narrare i miei infortunii, tanti sono e tali.
Ma posto che sieno stati e sieno al presente molti, solamente amore mi fa ora lagrimare, con ciò sia cosa che io, più che alcuna giovane fosse mai, mi truovo nella sua potenza costretta per la bellezza d'un valoroso giovane chiamato Florio, figliuolo dell'alto re di Spagna, il quale è rimaso là onde io misera mi partii con questi signori della nave, i quali me comperata schiava portano, e non so dove.
E ben che l'essere io di costoro mi sia grave, leggerissima riputerei questa e ogni altra maggiore avversità, se meco fosse il signore dell'anima mia, o in parte che io solamente alcuna volta il giorno vedere lo potessi.
Ma non che alcuna di queste cose m'abbia la fortuna voluto concedere, ma ella solamente non sofferse che io vedere il potessi nella mia partita, o udire di lui alcuna cosa: anzi ingannata e semiviva, e tutta delle mie lagrime bagnata, fui di Marmorina tratta, ove io l'anima e ogni intendimento ho lasciata con colui di cui io sono tutta.
E sanza fine mi maraviglio come dopo la mia partenza, considerando allo intollerabile dolore ch'io ho sostenuto, m'è tanto la vita durata: ma la morte perdona a' miseri le più volte! -.
E qui lagrimando, bassò la testa e tacquesi.
E Sisife così le cominciò a parlare: - Bella giovane, non ti sconfortare: sanza dubbio conosco il tuo infortunio essere grande e il dolore non minore che quello; ma per tutto questo, posto ch'è perduto il luogo ove meno dolore che qui sentivi, non dee però essere da te la speranza fuggita.
E, appresso, nella presente vita si conviene le impossibili cose rifiutare, e l'avverse con forte animo sostenere.
Niuno mai fu in tanta miseria che possibile non gli fosse l'essere in brieve più che altro felice.
I movimenti della fortuna sono varii, e disusati i modi ne' quali ella i miseri rileva a maggiori cose.
Se a te pare impossibile di dover mai ritornare là ove Florio di' che lasciasti, né mai speri di rivederlo, fa che tu ti sforzi d'imaginare di mai non averlo veduto, e ogni pensiero di lui caccia da te.
E quando tu riposata sarai là ove costoro ti portano, tu ne vedrai molti de' quali non potrà essere che alcuno non te ne piaccia, e niuno sarà a cui tu non piaccia: colui che ti piacerà, colui sia il tuo Florio.
Or conviensi che la tua bellezza perisca per amore d'un giovane, il quale avere non si può oramai? -.
Quando Biancifiore ebbe per lungo spazio ascoltato ciò che Sisife le parlava, ella alzò la testa e disse: - Oimè, quanto male conoscete le leggi d'amore! Certo elle non sono così dissolubili come voi nel parlare le mostrate.
Chi è colui che possa sciogliersi e legarsi a sua volontà in sì fatto atto? Certo chi è colui che 'l fa, e far lo può, non ama, ma imponsi a se medesimo falso nome d'amante, però che chi bene ama, mai non può obliare.
E come per niuno altro potrò io dimenticare il mio Florio il quale di bellezza, di virtù e di gentilezza ciascuno altro giovane avanza? E quando alcuna di queste cose in sé non avesse, sì n'è in lui una sola, per la quale mai per alcuno altro cambiare nol dovrei: che esso ama me sopra tutte le cose del mondo -.
- Fermamente conosco - disse Sisife - che tu ami e che le tue lagrime da giusta pietà procedono; ma piacciati confortarti, ché impossibile mi pare che sì leale amore gl'iddii rechino ad altro fine, che a quello che tu e esso disiderate -.
[55]
Poi che i mercatanti furono alcuni giorni riposati, e il tempo parve al loro cammino salutevole, risaliti con Biancifiore sopra l'usato legno, a' venti renderono le vele, e con tranquillo mare infino all'isola di Rodi se n'andarono.
Quivi il tempo mostrando di turbarsi, scesero in terra, e con Bellisano, nobilissimo uomo del luogo, per più giorni dimorarono.
E Biancifiore, ricevuta dalle paesane non come serva, ma come nobilissima donna, da tutte fu onorata, e, mentre quivi dimorarono, da tutte confortata fu, dandole speranza di futuro bene.
Ma ritornato la terza volta il tempo da' padroni dimandato, in su la nave risalirono.
E già la nuova luna cornuta di sé gran parte mostrava, quando essi allegri pervennero a' dimandati porti, ove il cammino e la fatica insieme finirono.
[56]
Quivi pervenuti, dico che al vento tolsero le vele e dierono gli aguti ferri a' tegnenti scogli, e con fido legame fermarono la loro nave.
E di quella con grandissima festa discesi, ringraziando i loro iddii, cercarono la città, e in quella con la bella giovane entrati, da Dario alessandrino furono graziosamente non sanza molto onore ricevuti, e massimamente Biancifiore.
E in questo luogo per alquanti giorni dimorati, vi venne un signore nobilissimo e grande, il quale era amiraglio del possente re di Bambillonia, e per lui quel paese tutto sotto pacifico stato possedea.
Il quale, come la bella nave vide, fece a sé di quella venire i padroni, e li dimandò qual fosse la loro mercantantia, e onde venissero.
A cui i mercatanti risposero: - Signore, noi lasciammo i liti quasi all'ultimo Occidente vicini, e quindi abbiamo, sanza altra cosa più, recata una nobilissima giovane, in cui più di bellezza che mai in alcuna si vedesse, si vede, la quale un grandissimo re, in quelle parti signoreggiante, ci donò per una grandissima quantità de' nostri tesori che noi a lui donammo -.
Disse allora l'amiraglio: - Venga adunque la giovane, la cui bellezza voi fate cotanta, e se bella è come la vantate, e di nobili parenti discesa, e ancora casta virginità tiene, de' nostri tesori quelli che vorrete prenderete e donereteci lei -.
Piacque a mercatanti, e per lei incontanente mandarono, la quale, di nobilissimi vestimenti vestita e ornata, insieme con Glorizia davanti all'amiraglio si presentò.
Il quale graziosamente la ricevette, e non sì tosto la vide, come a lui parve la più mirabile bellezza vedere che mai per alcuno veduta fosse, e comandò che a' mercatanti fosse donato a loro piacere dei suoi tesori.
E poi ch'egli ebbe di lei da loro ogni condizione udita, pietoso de' suoi affanni così disse: - Io giuro per i miei iddii che omai più la fortuna non le potrà essere avversa: alle sue tribulazioni io con grandissima felicità mi voglio opporre, e voglio provare se la fortuna la potrà fare più misera che io felice.
E' non passerà lungo tempo che il mio signore dee qui venire, al quale io intendo, in luogo di riconoscenza di ciò ch'io tengo da lui, donare questa bellissima cosa, né conosco che gioia più cara donare gli potessi.
E sì prometto per l'anima del mio padre che tra le sue moglieri io farò che questa sarà la principale, e sì farò la sua testa ornare della corona di Semiramis; e infino a quel tempo che questo sarà, tra molte altre giovani, le quali a simil fine si tengono, la farò sì come donna di tutte onorare, e sotto diligente guardia servare, con tutti quelli diletti e beni che niuna giovane dee potere disiderare -.
E questo detto, comandò che onorevolemente alla gran Torre dello Arabo insieme con Glorizia fosse menata Biancifiore, e quivi con l'altre giovani donzelle dimorasse faccendo festa.
Di questo furono assai contenti i mercatanti, sì per lo loro avere, il quale aveano forse nel doppio multiplicato, e sì per la giovane a cui prosperevole stato vedeano promesso da signore che bene lo poteva attenere.
E a lei rivolti, con pietose parole la confortarono, e da essa piangendo si partirono, e pensarono d'altro viaggio fare con la loro nave.
E quella, posta con l'altre pulcelle molte nella gran torre, non sanza molto dolore, infino a quel tempo che agl'iddii piacque la 'mpromessa di Venere fornire, dimorò.
[57]
Già allo iniquo re di Spagna, partita Biancifiore, pareva avere il suo disio fornito; ma ancora pensando che necessità gli era la sua malvagità con falso colore coprire, imaginò di far credere che Biancifiore fosse morta, acciò che Florio, sentendo quella morta essere, dopo alcuna lagrima la dimenticasse.
E preso questo consiglio, per molti maestri mandò segretamente, a' quali sanza niuno indugio comandò che fosse fatta una bellissima sepoltura d'intagliati marmi, allato a quella di Giulia.
La quale compiuta, preso un corpo morto d'una giovane quella notte sepellita, la mattina co' vestimenti di Biancifiore e con molte lagrime la fece sepellire, dicendo che Biancifiore era: e questo con tanto ingegno fece, che niuno era nella città che fermamente non credesse che Biancifiore fosse morta, da coloro in fuori a cui di tale inganno il re fidato s'era.
E questo fatto, mandò a Montoro a Florio un messaggiere, il quale così gli disse: - Giovane, il tuo padre ti manda che se a te piace di vedere Biancifiore avanti ch'ella di questa vita passi, che tu sii incontanente a Marmorina, però che subitamente una asprissima infirmità l'ha presa, per la qual cosa appena credo che ora viva sia -.
Non udì sì tosto Florio questo, com'egli tutto si cambiò nel viso, e sanza rispondere parola, ristretto tutto in sé, quivi semivivo cadde, e dimorò tanto spazio di tempo in tale stato, che alcuno non era che morto nol riputasse.
Il vermiglio colore s'era fuggito del bel viso, e la vita appena in alcun polso si ritrovava; ma poi che egli pure fu per alcuni in vita essere ancora conosciuto, con preziosi unguenti e acque, dopo molto spazio, con molta sollecitudine furono i suoi spiriti rivocati: e tornato in sé aperse gli occhi, e intorno a sé vide il duca e Ascalion piangendo, i quali con pietose parole il riconfortavano, e altri molti con loro.
A' quali egli dopo un gran sospiro disse: - Oimè, perché m'avete voi, credendo piacere, disservito? L'anima mia già contenta andava per li non conosciuti secoli vagando sanza alcuna pena ma voi a dolersi ora l'avete richiamata.
Oimè, ora sento che la lunga paura, che io ho avuta della vita di Biancifiore, m'è nell'avvisato modo con pericoloso accidente venuta adosso.
Quale infermità potrebbe sì subita sopravvenire a una fresca giovane, che a morte in un momento la inducesse? Fermamente che a forza è da' miei parenti stata la mia Biancifiore recata a questa morte, se morta è, o se ora morrà -.
E levatosi, comandò che i cavalli venissero, e preso il cammino con molta compagnia, cercando già il sole l'occaso, sempre piangendo se n'andò verso Marmorina, così nel suo pianto dicendo:
[58]
- O gloriosi iddii, della cui pietà l'universo è ripieno porgete i santi orecchi alquanto a' miei prieghi, e non mi sia da voi negata l'usata benignità tornando crudeli discenda de' cieli il vostro aiuto in questo espressissimo bisogno.
Venga la vostra grazia, d'ogni noioso accidente cacciatrice, sopra la innocente Biancifiore, la quale ora per noiosa infermità pare che si disponga a rendervi la graziosa anima.
Sostengasi per vostra pietà la sua vita, e siale renduta la perduta sanità, e la giovane età, nella quale essa dimora, prima di lei si consumi.
Non muoiano in una morte due amanti.
O buono Apollo, o luminoso Febo per cui ogni cosa ha vita, ascolta i miei prieghi! Non consentire che tanta bellezza alla tua simigliante per mortal colpo al presente perisca.
O Citerea, o Diana, aiutate la vostra giovane.
O qualunque iddio dimora nel celestiale coro, sturbate la costei morte, acciò che io, a voi fedelissimo servidore, viva.
O Lachesis, tieni ferma l'ordita conocchia, composta da Cloto, tua fatale sorella, non lasciare ancora il dilettevole uficio, dove sì corto affanno hai infino a qui sostenuto.
E tu, o morte, generale e infallibile fine di tutte le cose, in cui la maggior parte della mia speranza dimora, quasi imaginando che in te stia quella salute la quale io cerco, non mi consumare ferendo la mia Biancifiore: dilungati da lei per li miei prieghi.
In te sta il donarlami e il torlami.
Deh, non essere tuttavia crudele! Vincasi questa volta per prieghi la tua fierezza, e pietosa ti volgi a riguardare con quanta umiltà i miei prieghi ti sono porti, e riguarda quanta sia la noia che ricevo, se verso la bella giovane incrudelisci.
Oimè, che io nol posso dire, ma il mio aspetto tel dee manifestare.
Oimè, perdona, risparmiando un solo colpo, allo infinito valore che dal mondo si partirebbe morendo questa.
Perdona a tanta bellezza quanta ella possiede: non si fugga per te tanta leggiadria quanta in costei si vede, né si diparta per lo tuo operare il fedele amore che insieme lungamente ci ha tenuti legati con pura fede, il quale a mano a mano se la ferissi, per lo tuo medesimo colpo si ricongiugnerebbe.
Ahimè, raffrena per Dio il tuo volere: leva la pungente saetta che già in sul tuo arco mi pare vedere posta, per uccidere colei in cui gl'iddii più di grazia che in alcuna altra posero.
Sostieni che nel mondo si vegga costei per mirabile essemplo delle celestiali bellezze.
Se alcuni prieghi ti deono fare pietosa, faccianti i miei, e questo sia sanza alcuno indugio: io non temo niuna cosa se non te.
Riguarda le mie lagrime e il palido aspetto già dipinto della tua sembianza: sola questa grazia mi concedi, la quale se dura t'è a concederlami, concedi che quella saetta che il tuo arco dee nel dilicato petto di lei gittare, prima il mio trapassi, acciò che dopo il trapassare della mia Biancifiore io non rimanga per doverti biasimare, e più la tua crudeltà far manifesta nella poca vita che mi lascerai -.
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Mostravasi già il cielo d'in