FILOCOLO, di Giovanni Boccaccio - pagina 4
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Io ho appena, fuggendo, potuta la mia vita ricuperare, la quale omai credo sarà brieve; e le mie ferite, le quali più tosto medico e riposo che affanno richiedevano, marcite costringono l'anima d'abandonare il misero corpo.
E però vi priego che voi v'apparecchiate acciò che i vostri nemici, i quali credo che non sieno di qui guari lontani, possiate con più forte fronte ricevere che io non potei, e acciò che voi altressì vendichiate le mie ferite, acciò che io tosto tra gli altri spiriti possa alzare la testa per la vendicata morte -.
E appena finì queste parole con intera voce, che davanti al re il corpo sanza anima freddo lasciò.
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Con le mani prese, nell'aspetto stupefatto stava il re Felice ad ascoltare le fitte parole; ma poi che vide lo spirito del parlante cavaliere avere abandonato il corpo e più non dire, mutato il natural colore, tornò palido, e, oppresso nel segreto petto di varie cure, quasi per greve doglia appena ritenne le lagrime.
E non sappiendo che partito prendere del subito annunzio, mostrandosi vigoroso per rincorare i suoi, comandò che al morto corpo fosse data sepoltura; e abandonata la cominciata caccia, volse i passi co' suoi compagni verso le reali case.
Alle quali poi che fu giunto sospirando, a' suoi cavalieri comandò che sanza niuno dimoro prendessero l'usate armi; e sollecitamente fatti convocare i vicini popoli, i quali sotto la sua signoria si costringeano, adunò grandissimo essercito in pochi giorni, intendendo di volere obviare gli assalitori del suo regno.
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Poi che questo tutto fu fatto, e il giorno, il quale segretamente avea proposto di movere col suo essercito, fu venuto, egli comandò che divoti sacrificii s'apparecchiassero a Marte, acciò che la sua deità, la quale verso loro parea indebitamente crucciata, sacrificando si mitigasse; e esso personalmente volendo sacrificare acciò che il suo andare prosperamente si dirigesse verso i suoi nemici, andò al sacrato tempio davanti agli altari di Marte, la cui effigie riguardando per più effettuosamente porgere pietosi prieghi, vide bagnata di novelle lagrime, le quali non poco dubbio gli porsero.
Ma poi, imaginando che Marte per compassione de' suoi danni avesse lagrimato, alquanto riprese conforto, e fatto venire un giovane toro per volerlo sopra i detti altari sacrificare, disse così: - O vera deità, la quale a' nostri danni hai mostrata lagrimando vera compassione, ricevi i nostri volontarii sacrificii, i quali presenzialmente ti facciamo, e con lieto viso ne porgi speranza di prosperevole andata -.
E dette queste parole, ferì lo 'ndomito toro, il quale, sì tosto come sentì la puntura del freddo coltello, per duolo sì forte si scosse, che uscito delle mani di coloro che 'l teneano, furiosamente fuggì verso i marini liti d'occidente, il suo sangue spandendo, allungandosi, e torcendo i passi da quella parte onde i nimici, secondo il falso detto, doveano il reame avere assalito.
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Vedendo questo, il re non poté dentro per fortezza d'animo ritenere le lagrime, ma forte piangendo cominciò a dire: - Ora manifestamente possiamo noi ben vedere l'ira degl'iddii quanto ella verso noi adopera, e quanto i fortunosi fati ci si sono incontro rivolti! Oimè, che Marte, lagrimando, non de' preteriti danni ma de' futuri mostra d'aver compassione! Egli e gli altri iddii rifiutano i nostri sacrificii, sì come di non degni sacrificatori: e ciò apertamente si vede, ché già il toro ferito per mitigar la loro ira è fuggito dinanzi da' loro altari delle nostre mani, e va dello innocente sangue bagnando il nostro terreno, mostrandone manifesti segni della nostra fuga, la quale infino agli ultimi termini della nostra potenza mostra che si debba con crudele uccisione distendere.
Ma, o sommi iddii, se i miseri meritano d'essere da voi in alcuno atto essauditi, non ischifate le mie piangenti voci, però che, come voi sapete, io non sono quello Dionisio, il quale più volte i vostri templi e le vostre imagini privò di corone e d'altri ornamenti degni a' vostri altari.
Io già mai, o Giove, non ti spogliai come costui fece, dicendo che la risplendente roba fosse di state grave e di verno fredda, rivestendoti di comuni drappi, utili all'uno tempo e all'altro.
Né a te, o figliuolo d'Apollo, feci mai con tagliente ferro levare la cara barba; né a te, o santa Giunone, scopersi il santo tempio, come Quinto Fulvio fece, per ricoprirne alcuno altro: per le quali cose, sì come sacrilego, io e 'l mio popolo meritiamo giusta distruzione, ma sempre voi e' vostri templi furono da noi onorati.
Dunque non consentite che la nostra potenza, da voi a' nostri antecessori benignamente conceduta, crudelmente sanza cagione si distrugga, e almeno da quel popolo, il quale con nuove armi alla vostra forza s'ingegna di contrastare.
E se pure ci è alcuna cagione per la quale la vostra ira giustamente contro a noi si muova la quale o io o 'l mio popolo abbia commessa contro la vostra deità, venga di grazia sopra me tutto il pondo.
Deh! non mi fate men degno di questo dono che voi faceste Camillo, il quale i romani per lui molto essaltati, per la sua orazione la quale essaudiste, mandarono ivi a poco tempo in essilio: avvegna che l'arsa Marmorina, e lo sparto sangue, e' partiti spiriti de' nostri uomini vi dovrebbono essere stati sofficiente sacrificio a mitigarvi.
Sia da voi conceduto adunque che io prima, percosso da Antropos, renda lo spirito agl'iddii infernali co' precedenti morti insieme; che io sotto le mie braccia vegga il mio regno annullare -.
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Mentre che il re con lagrime e con sospiri faceva la detta orazione, volgendo alquanto i lagrimosi occhi verso quella parte dalla quale il furioso toro era fuggito, vide il toro in uno vicino bosco per difetto di sangue caduto, e sopr'esso essere, come folgore volando, disceso da cielo il divino uccello, e sopr'esso toro per grande spazio essersi pasciuto, e appresso quindi levarsi e volare verso quelle parti onde doveano quello giorno prendere il loro cammino i suoi popoli.
La qual cosa veduta, in se medesimo preso il volo di quello uccello per buono agurio, assai più d'allegrezza e di speranza si riempié, che non fece Paulo alla voce di Tarsia quando disse: - Persio è morto -, o Lucio Silla quando vide dallato del suo altare cadere il morto serpente ne' campi di Nola.
E mutato il lagrimoso aspetto in lieto, con alta voce cominciò a dire al suo popolo: - Rallegratevi e prendete debito conforto, signori, però che Giove pietosamente ha mutato consiglio e, fatto verso noi pietoso, gli è de' nostri danni incresciuto, però ch'io ho veduto che il sacrificio da noi rifiutato e che delle nostre mani fuggì, egli l'ha benignamente accettato: e ciò ci manifesta il suo santo uccello, al quale io vidi il toro, già con poca forza rimaso, abbattere nel vicino bosco, e sopr'esso per lungo spazio si pascé, levandosi poi, ha il suo volo ripreso, verso i nostri avversarii, quasi mostrandoci che via noi dobbiamo fare.
Onde pare che Giove benignamente ricevuto l'abbia, poi che alle nostre schiere ha mandato sì fatto duca.
Or dunque cacciate da voi ogni dolore, e pieni d'allegrezza accendete i fuochi sopra i santi altari, e date agl'iddii divoti prieghi per la nostra vittoria, e poi sanza niuno indugio i nostri passi verso quella parte, onde volò il santo uccello, dirizziamo, però che già si manifesta agli occhi la disiderata vendetta dovere pervenire fatta a prosperevole fine -.
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Arsi i fatti fuochi e dissoluti i nebulosi fummi avvolti ne' sacri templi, le trombe sonarono e i cavalli presti alle fiere battaglie, udito il suono, cominciarono a fremire; e allora il re, acceso di focoso disio per la speranza presa del detto agurio, comandò che le reali bandiere fossero spiegate a' venti e che tutti i suoi, abandonandosi a' fortunosi fati, verso Marmorina dirizzassero il loro cammino: al quale comandamento le bandiere spiegate e la via presa fu sanza niuna dimoranza.
Ma il misero Lelio, il quale dell'ultimo giorno, a lui ruinosamente apparecchiato dalla fortuna, e a' suoi compagni simigliantemente, non s'accorgeva, anzi con solleciti passi si studiava di pervenire a' dolenti fati; e già quattro volte cornuta e altretante tonda s'era mostrata la figliuola di Latona dopo la sua partita da Roma, la quale egli mai non dovea rivedere, e camminando s'avea lasciate dietro le bianche spalle d'Appennino, affrettandosi di pervenire al santo tempio, il quale da' suoi occhi non dovea essere veduto, né da alcuno altro de' suoi compagni.
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Entrava il sole nella rosata aurora con lento passo, e' torbidi nuvoli occupavano il suo viso, per la qual cosa la sua luce, come usato era, non porgea chiara; forse a lui, che tutto vede, era già manifesta la fierità del crudel giorno, al quale egli s'apparecchiava di dar lume: quando Lelio e la sua compagnia lieti a' loro danni cavalcavano per una profonda valle, la quale piena di nebbia molto impediva le loro viste, tanto che appena l'uno vicino all'altro si poteano vedere.
Era sopra la profonda valle una altissima montagna, tanto che parea che trapassando i nuvoli con le stelle si congiugnesse, la quale dovendo passare, già per la sua ertezza cominciava ad allentare i loro passi.
Sopra la detta montagna l'avversario re, da loro non conosciuto, già era pervenuto con la sua gente, e quella notte sopr'essa per più sicurtà del suo essercito, sanza scendere al piano, s'era attendato.
Ma già avendo il sole co' suoi aguti raggi cominciato a dissolvere l'oscure nebbie; il re, che sopra l'alta sommità dimorava, nella sua mente imaginando i cammini che col suo popolo far dovea, ficcando gli occhi fra la folta nebbia nel fondo della oscura valle, vide la divota gente cavalcare verso di lui; la quale veduta, incontanente dubitando, non altramenti essarse che fa la piombosa pietra, la quale uscendo della risonante rombola vola, e volando imbianca per l'impeti che davanti truova alla sua foga; e con alta voce voltato a' suoi cavalieri gridò: - Venite, franchi campioni e cari amici e fratelli, però che già credo che i nostri nemici ci si manifestano -.
E poi alquanto racchetato in se medesimo, parlò loro così: - Signori, se gli occhi non mi mentono, a me par vedere, sì come mostrato v'ho, parte de' nostri avversarii già essere nella profonda valle appiè del monte e venire verso di noi, e essi, sì com'io credo ancora di nostro movimento, né delle nostre armi prese niente sanno, né noi ancora qui non hanno potuto vedere per la folta nebbia, la quale ancora non è dissoluta.
Però a me parrebbe che essi fossero da essere obviati con aspro scontro sanza più dimorare, acciò che essi, avedendosi prima di noi che noi gli assalissimo, non potesseno prendere rimedio a noi nocevole, né al loro scampo utile.
Io son certo che essi sono infino a questo luogo venuti sanza trovare alcuna resistenza, per la qual cosa io avviso che essi cavalchino sanza alcuna paura dissolutamente; per che, assalendoli subito, li troverebbe l'uomo sanza alcuno argomento e di loro avrebbe o la morte o la vita, qual più gli piacesse: ond'io vi priego che sanza alcuno dimoro vigorosamente sieno da voi assaliti, cacciando da voi ogni tema.
E già vedeste voi, anzi che noi le nostre case abandonassimo, che gl'iddii ne mostrarono segni di riconciliazione e per più certezza di questo ci dierono il santo uccello per vero duca, il quale voi vedete che ha i nostri passi dirizzati in quella parte, che noi per lo preterito tanto abbiamo disiato.
Appresso, voi sapete che questi vengono assetati del nostro sangue, e per voler nelle nostre interiora bagnare le loro spade, sanza ragionevole cagione; e vengono per occupare le nostre case, e per mandar noi nelle estravaganti parti del mondo in doloroso essilio.
Adunque, sì per lo laudevole agurio, il quale prospera fine ne dimostrò, sì per la ragione la quale è nostra perfettamente, sì per difendere noi medesimi e le nostre case assalite da nuovi popoli, ciascuno sì come vigoroso cavaliere debba le sue armi adoperare.
Pensate che voi non siete cavalieri usati di perdere le cominciate battaglie, ma continuamente per la vostra maravigliosa fortezza acquistando molte vittorie, v'avete per adietro fatto temere.
Simigliantemente ancora vi dee porgere molto più ardire veggendo me armato disiderare la vostra salute con la mia insieme, essendo oramai quasi negli anni della mia ultima età, alla quale più tosto riposo che affanno si converrebbe.
Or poi che tante ragioni vi deono muovere ad esser disiderosi della vittoria, movetevi in quello agurio che voi l'acquistiate -.
E dette queste parole, comandò che le sue insegne scendessero il monte contro a coloro che ancora nella valle dimoravano.
Allora i cavalieri gridando dierono segno di gran volontà di combattere, e le trombe sonarono, e corni e altri strumenti molti; e cavalieri sanza niuno ordine si mossero così furiosi, come tal volta il fiero cane, tratto della catena, sentendo sonare le frondi dell'antico bosco, seguendo la preda corre sanza niuno ritegno, discendendo l'alpestro monte.
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Sì come gli impetuosi fiumi, i quali dell'alte montagne, turbati per la piovuta acqua, ruinosi impetuosamente caggiono sanza ritegno, menando seco alcuna volta grandissime pietre, le quali fanno insieme non minore fracasso che l'acque; così giù per la straripevole montagna, sanza tener via o sentiero diritto, si dirupava lo iniquo essercito, goloso dello innocente sangue, con un romore e con una tempesta sì di suoni di corni e di trombe e d'altri crudeli strumenti, come del forte strepito dell'armi medesime e de' cavalli, che tutta la valle faceano risonare.
Giulia, meno piena di varie sollecitudini, sentendo il romore prima s'avvide della iniqua gente; la quale, vedendoli sì tempestosamente venire, temendo come la timida cerva davanti al leone divenne, e tornata fredda come i bianchi marmi, a Lelio temorosamente s'accostò, e con rotta voce cominciò a dire: - O Lelio, ove è fuggito il tuo lungo provedimento? Or non vedi tu quella gente armata che sì furiosamente verso noi discende dell'alto monte? Che gente può ella essere? Come non provedi tu al necessario rimedio ora, se elli vengono per offenderci? -.
A queste voci alzò Lelio gli occhi e guardossi davanti, e vide il maladetto popolo ancora assai lontano, ma non tanto che fuga avesse potuto sé e' suoi compagni trarre delle mani degli avversarii, ond'egli alquanto pavido nella mente, rivolto alla sua compagna disse: - Non dubitare, fatti sicura che questi non cercano noi - tenendo con forte viso nascosa la creata paura; e poi fra sé cominciò a pensare, dicendo: "Certo costoro scendono sì furiosi per prenderci al varco della montagna, e vogliono di noi l'una delle due cose: o essi vogliono farsi del nostro avere posseditori privandone noi, o elli vengono, sì come ribelli della nostra legge, per privarci di vita, essendosi già loro in alcuno atto manifestata la nostra condizione.
E a dire che di qui noi fuggendo volessimo scampare, questo è impossibile, però che i loro cavalli, freschi e possenti, assai tosto sopragiugnerebbono i nostri, affannati; e il volere loro con l'arme resistere, noi siamo picciola quantità a sì gran moltitudine.
Dunque solamente aspettare la lor pietà, misericordia chiamando, è il migliore, acciò che fuggendo noi non incrudeliamo più gli animi; la quale s'elli la concedono, avanzeremo con Dio il nostro cammino, e se no, nelle nostre braccia, sperando in Dio, rimanga l'ultima parte della nostra salute".
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Già tutti i compagni di Lelio e altri giovani molti, giunti per loro scampo in loro compagnia, disiderosi di pervenire a quel medesimo tempio ove costoro andavano, cominciavano fra loro a mormorare per la veduta gente, e quasi ciascuno dubitava di muoverne verso Lelio alcuna parola, vedendolo forse nel sopradetto pensiero occupato, quando Lelio, sentito il loro mormorio e veduta la loro dubitanza, si voltò verso essi con pietoso aspetto, così parlando:
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- O nobilissimi giovani e cari amici e compagni, i quali avete infino a questo luogo seguiti i miei passi, faccendo di me duca e principale capo di tutti voi, non per dovere, ma essendone perfetto amore mediante cagione, a' miei orecchi sono pervenute le tacite parole, le quali tra voi della non conosciuta gente, che a' nostri occhi giù per lo monte discendere si manifesta, avete dette.
Onde io, essendo stato ne' prosperevoli passi lieto conducitore, ne' dubbiosi non sosterrò, in quanto piacere vi sia, d'essere per alcun altro condotto; ma, prendendo in questo caso luogo di franco e vero duca, prima il mio avviso vi narrerò, poi i miei passi secondo il vostro consiglio perseguirò.
Quando prima agli occhi miei, per le parole di Giulia, questa gente che noi veggiamo corse, incontanente, pensando il luogo ove noi siamo, due pensieri nella mente mi vennero: l'uno de' quali fu che costoro, forse indigenti delle mondane ricchezze, veggendo il nostro arnese molto, o forse avendone manifesta indetta, si mossero e vengono per volercene del tutto privare.
La qual cosa se così avviene che sia, niuna resistenza se ne faccia loro a lasciarlo prendere, ma liberamente di piano patto sia tutto loro donato, però che, lodato sia Colui che di questo e degli altri beni è donatore, le nostre case sono a Roma copiose di molto oro, e però questo forse a loro fia molto e a noi poco sarebbe.
L'altro pensiero fu questo, il quale molto più che 'l primo mi spaventa, che io dubito molto che costoro non rechino nelle loro mani la nostra morte, però che noi dimoriamo in quelle parti nelle quali ha più persecutori della nostra novella e santa legge, che quasi in niuna altra del mondo; e ancora me ne accerta più il vedere il modo per lo quale elli discendono a noi, ché voi vedete che essi vengono con grandissime bandiere spiegate, e con terribile romore, il quale andare non suole esser de' predoni.
E però a questo ultimo, più che al primo pensando nella mia mente ogni via essaminata, e niuna utile per noi ci trovo, però che, come voi vedete, il voler fuggire niuna cosa sarebbe, se non accendere gli animi loro in maggiore ira, e forse dare loro materia d'offenderci, dove essi non l'avessero; e poi che noi volessimo pur fuggire, manifesta cosa è che non ci è il dove, se non nelle loro braccia, però che d'alte montagne d'ogni parte in questa valle ci veggiamo racchiusi.
E il volere con le nostre armi resistere alla loro potenza, noi siamo picciolo popolo a rispetto di loro; e però a me pare che qui sieno da aspettare.
E convocata la loro misericordia, se essi si muovono a pietà di noi, ringraziando Iddio, il nostro cammino meneremo a perfezione, e se non, con le nostre braccia vigorosamente aiutandoci difenderemo, e vendicheremo le nostre morti, le quali Giove per lungo tempo cessi da noi -.
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Mentre Lelio le sue pietose parole porgeva a' cari compagni, ciascuno, portando a se medesimo e a lui compassione, amaramente piangea.
Alcuni piangeano dicendo: - Oimè, vecchio padre, che vita sarà la tua dopo la mia morte, s'egli avviene ch'io muoia, il quale ora cresciuto dovea essere bastone che la tua vecchiezza sostenesse -.
Altri piangeano i piccioli figliuoli rimasi a Roma con la giovane donna, ramaricandosi del loro infortunio; e altri i cari fratelli, e l'abandonate ricchezze per seguire Lelio.
E tutti generalmente piangeano la cara compagnia e amistà tra loro e Lelio sì dolcemente congiunta, che in così brieve tempo mostrava di doversi sì amaramente partire.
Ma non dopo molto spazio per li conforti di Lelio, il quale diceva loro: - O vigorosi giovani, ove sono fuggiti i vostri animi virili? Voi spandete per picciola paura amare lagrime, come se voi foste femine.
Evvi sì tosto partita della memoria l'aspra morte che Catone sostenne in Utica con forte animo, volendo più tosto morir libero che vivere servo de' suoi nemici, dando insiememente essemplo a' suoi di sostenere ogni gravoso affanno per la cara libertà? Or che fareste voi se io facessi il simigliante? Credo che vie più lagrimereste.
Cacciate queste lagrime da voi, e non dubitate de' vecchi padri, né delle giovani donne, né de' piccioli figliuoli, né ancora dell'abondanti ricchezze, le quali voi avete abandonate in servigio di Colui che ve le donò, però che essi tutti nacquero alla sua speranza e non alla vostra, e Egli tutti a buon fine gli recherà.
E non è gran fatto se in servigio di così largo donatore di grazie si pone alcuna volta il mortal corpo -; abandonate le lagrime, si deliberarono al consiglio di Lelio, rispondendogli che lui per duca e per signore continuamente aveano tenuto e teneano, e piacea loro per inanzi di tenerlo, e che in questo accidente e in ogni altro essi ad ogni suo piacere erano disposti di metterlo con lui insieme in essecuzione, offerendosi di seguirlo infino alla morte.
Allora Lelio di tanto onore reverentemente gli ringraziò e comandò che ciascuno prendesse le sue armi e apprestassesi di resistere a' nemici, faccendo di loro tre schiere.
E la prima, nella quale egli mise quelli giovani nelle cui forze più si confidava, fece guidare ad un giovane romano, il quale si chiamava Sesto Fulvio, nobilissimo e ardito.
La seconda, nella quale erano quasi tutti quelli che a loro per lo cammino s'erano accostati per compagnia, fece menare ad un giovane della sua terra, Ostazio, sommo poeta, nominato Artifilo, valoroso e possente molto.
La terza, nella quale la maggior parte della sua poca gente riservò, diede a conducere a Sculpizio Gaio, suo caro compagno e parente, sé di tutte faccendo capitano e correggitore; e poi che così gli ebbe ordinati, parlò così verso loro:
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- Cari signori e compagni, com'io davanti vi ragionai, questi che noi veggiamo verso di noi venire con tanta furia, a noi è di lor venuta la cagione occulta.
Ma tanto mi par bene che essi sono iniqua gente e ribelli alla nostra legge, presumendo il luogo ove trovati gli abbiamo.
E essendo tal gente, per niuna altra cagione si dee credere che elli s'affrettino tanto di venire a noi, se non per privarci di vita avanti che per noi niuno scampo si possa prendere.
Onde se questo avviene, se essi in noi le lor mani voglion crudelmente distendere, voi non siete uomini i quali siate usi di contaminare la vostra fama etterna per viltà, ma continuamente nel preterito tempo voi e' vostri predecessori avete poste l'anime e' corpi per etternale onore.
E che questo sia vero, la inestinguibile memoria de' nostri antichi cel manifesta.
Ahi, quanto dovrebbe crescere il vostro vigore ogni ora che la gran fortezza d'Orazio Codico vi torna a mente! Il quale, come voi sapete, al tempo che' trusciani entrati in Roma con grandissime forze, già essendo per prendere il ponte Sublicio e per passare nell'altra parte della città, andato sopr'esso, ritenne la loro potenza con aspri combattimenti infino che 'l forte ponte gli fu dietro tagliato, e la città per lo tagliamento liberata.
E similemente Marco Marcello, il quale assalì i Galli con minor popolo che voi non siete, e tanto con la sua forza operò, che avuta di loro vittoria e morto il loro re, sacrificò le sue armi a Giove Feretrio.
E simigliantemente quello che fece Publio Crasso per non essere suggetto ad Aristonico.
Oh quanti e quali essempli de' nostri antichi si potrebbono porre! E tutti non tanto per sé quanto per la republica sostennero gravosi affanni e pericoli.
Or adunque noi, che qui per la salute di noi medesimi e per l'onore di tutti siamo a sì stretto partito, che dobbiamo fare? Certo più vigorosamente combattere, anzi che noi, che già molti servi francammo, divegnamo servi degli iniqui barbari o siamo da loro vilmente uccisi.
Ma però che io vi conosco tutti vigorosi giovani e forti combattenti, porto nelle vostre destre mani grandissima speranza di vittoria, aiutandoci la fortuna, e in me molto me ne conforto.
Ma se pure avvenisse che gli avversarii fati portassero invidia alle nostre forze, non vi lasciate almeno uccidere sì come fanno le timide pecore a' fieri lupi, sanza alcuna difesa, ma fate che essi abbiano la vittoria piangendo.
E nondimeno vi torni alla memoria che voi in questo luogo contro a costoro siete in luogo di campioni e forti difenditori della legge del figliuolo di Giove, il quale per trarre noi dell'impie mani di Pluto, nelle quali il primo nostro padre disubidendo miseramente ci mise, sapete quanto fosse obbrobriosa e crudele la morte che egli sostenne! Dunque non pare ingiusta cosa se noi pogniamo in essaltamento della sua legge e per la salute di noi medesimi i nostri corpi, i quali s'avviene che muoiano, per la presente morte meriteranno perdono e etterna fama; e rimesseci le preterite offese, con ciò sia cosa che niuno viva sanza peccare, le nostre anime viveranno in etterno, e ancora le nostre ceneri saranno con divozione visitate, come visitavamo il santo tempio: al quale ancora spero che lietamente e tosto perverremo.
E però ciascuno si porti vigorosamente -.
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Giulia, la quale dolente ascoltava le parole del suo compagno, incominciò sì forte a dolersi e a fare sì grande il pianto, che niuno, per durezza di cuore, vedendola, s'avrebbe potuto tenere di non fare il simigliante; e parlava così a Lelio: - Oimè, dolce signor mio, questo non è lo 'ntendimento per lo quale noi abandonammo le nostre case.
Noi ci partimmo divotamente per pervenire a' santi templi del benedetto Iddio, posti in su li estremi liti d'occidente: e tu ora pare che voglia con arme commuovere nuove battaglie.
Deh! or pensa se a' pellegrini sta bene così fatto mestiero! Certo no.
Deh! almeno perché t'affretti tu così di combattere? Che sai tu chi costoro si sieno? Non credi tu che le diverse nazioni del mondo abbiano fra sé altre nimistà che quelle dei romani? Io dubito forte, e è da dubitare, che essi veggendo armati te e' tuoi compagni, forse credano che voi siate quelli nimici che essi vanno cercando, e per questo avranno cagione di cominciare la forse non pensata battaglia, e avranno ragione.
Lascia adunque questa volontà per mio consiglio, e pon giù le prese armi, tu e' tuoi compagni! E se tu disarmato temi le loro lance, chi credi tu che sia tanto crudele e sì vile, che andasse armato a ferire i disarmati? Certo non alcuno.
E tu simigliantemente per adietro co' tuoi prieghi solevi atutare l'acerbe volontà della romana giovanaglia, superba per troppo bene non conquistato da loro, e non ti fidi con le tue parole amollare l'ira di costoro se sopra te adirati venissero! Forse tu imagini di non essere ascoltato da loro: or credi tu che questi sieno nati delle dure querce o delle alpestre rocce, che essi non abbiano pietà, né che essi non ascoltino le tue parole, le quali sì tosto come l'udiranno piene di soavità, così daranno incontanente luogo alla nostra via? Deh! non ti recare a volere la forza del tuo piccolo popolo sperimentare con così grande essercito, ch'egli è fortuna e non ragione, quando di così fatte imprese si riesce a prosperevole fine.
Non vedi tu che i tuoi compagni volentieri sanza prendere armi si sarebbono stati, perché conoscono il pericolo, se a te non l'avessero vedute pigliare? Ma tu, prendendole, ne se' loro stata cagione.
E se tu pur dubiti della crudeltà di coloro, molto meglio è a fuggirci mentre che noi possiamo che voler combattere con loro.
Vedi che le vicine montagne sono piene di folti boschi e di nascosi valloni, ne' quali noi ci potremo assai bene nascondere, chi in una parte e chi in un'altra.
Deh! non aspettiamo più le punte di quelli ferri, i quali, veggendoli, già mi porgono mortal paura.
Andiamo, incominciamo la salutevole fuga, alla quale non nocerà la non dissoluta nebbia che fa questa valle oscura.
Niuno nimico dee più volere del suo avversario che vederlosi fuggire davanti, mostrando di temere la sua potenza.
Però s'elli vengono per offenderci essi saranno contenti di vederci fuggire, e, ridendo fra loro, riterranno i correnti cavalli, faccendosi beffe di noi: le cui beffe noi non curiamo, solamente che noi scampiamo delle loro mani.
Poi, se licito non c'è d'andar più avanti, tornianci inanzi a Roma che noi vogliamo morire e non sapere come, però che ciascuno è per divino comandamento tenuto di servare la sua vita il più che puote.
E siati ancora manifesto che ogni cavaliere non è della volontà del signore, né così fiero.
Questi, quando alquanto ci avranno cacciati, lasciandoci andare, volontieri si riposeranno, e trovando le nostre ricchezze le quali sono assai, intenderanno a prenderle: e in quello spazio concedendolo Iddio, in alcuna parte ci potremo salvare.
Deh! fa, Lelio, che in questa parte sia il mio consiglio udito e servato da voi, e non guardare per che feminile sia, che tal volta le femine li porgono migliori che quelli che subitamente sono presi dall'uomo.
Sia questa la prima e ultima grazia a me in questo viaggio, nel quale alcun'altra domandata non te n'ho -.
Queste parole e molte altre piangendo Giulia fortemente diceva, abbracciando sovente Lelio e rompendogli le parole in bocca; alla quale Lelio, ascoltato un pezzo, rispose così:
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- Giulia, queste non sono le parole le quali a Roma nella nostra casa mi dicevi, quando di grazia mi chiedesti di volere venire meco nel presente viaggio.
Ov'è il tuo virile ardire così tosto fuggito? Tu dicevi che più vigorosamente sosterresti ne' bisogni l'armi e gli affanni che la vigorosa moglie di Mitridate, e io avea intendimento d'aggiugnerti al numero de' miei cavalieri con l'armi indosso, se non fosse il creato frutto che tu nascondi in te.
E tu ora solamente nella veduta d'uomini de' quali noi dubitiamo, e ancora di loro condizione non siamo certi, né sappiamo se sono amici o nimici, vuogli, non sappiendo per che, pigliare la fuga? In questo atto non risomigli tu Cesare, il tuo antico avolo, il quale ardire e prodezza ebbe più che alcun altro romano avesse mai.
Ora, cara compagna, non dubitare, e renditi sicura che niuno utile consiglio per noi è che nelle nostre menti non sia molte volte stato ricercato e essaminato, e niuno più utile che quello ch'è preso ne troviamo per la nostra salute.
E credi che Iddio non vuole che i suoi regni vilmente operando s'acquistino, ma virtuosamente affannando: e però taciti, e nelle nostre virtù come noi medesimi ti confida -.
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Udendo Giulia Lelio esser pur fermo nel suo proposito, più amaramente piangendo gli si gittò al collo, dicendo: - Poi che al mio consiglio non ti vuoi attenere, né mi vuoi far lieta della dimandata grazia, fammene un'altra, la quale sia ultima a me di tutte quelle che fatte m'hai.
Fa almeno che quando le tue schiere affrontate co' non conosciuti nimici saranno, che quando tu vedrai quel crudele cavaliere, qual che egli si sia, che verso te dirizzerà l'aguta lancia, io misera, sì come tuo scudo, riceva il primo colpo, acciò che agli occhi miei non si manifesti poi alcuno che disideri d'offenderti.
Questa mi fia grandissima grazia, però che un colpo terminerà infiniti dolori.
Oimè sconsolata! Or s'egli avvenisse che io sanza te mi trovassi viva, qual dolore, quale angoscia fu mai per alcuna misera sentita sì noiosa, che alla mia si potesse assimigliare? E quello che più mi recherebbe pena sarebbe il voler morire e non potere.
Ma certo io pur potrei, però che se questo avvenisse, io sanza alcuno indugio, in quella maniera che Tisbe seguì il suo misero Piramo, così la mia anima, cacciata del misero corpo con aguto coltello, seguirebbe la tua ovunque ella andasse.
Ma concedimi questa ultima grazia, acciò che tu privi di molta tristizia la poca vita corporale che m'è serbata: e io, la quale spero d'andare ne' santi regni di Giove, ti farò fare presto degno luogo alla tua virtù -.
Mentre costei così pietosamente piangendo parlava, avendo a Lelio quasi tutto bagnato il viso delle sue lagrime, il suo cuore per greve dolore temendo di morire, chiamate a sé tutte l'esteriori forze, lasciò costei in braccio a Lelio semiviva, quasi tutta fredda.
E Lelio che lagrimando la volea confortare, vedendo questo, sceso del suo cavallo, e presala nelle sue braccia, la ne portò in un campo quivi vicino, nel quale fatto distendere alcun tappeto, lei a giacere vi pose suso, e raccomandatala ad alquante damigelle di lei, prestamente risalito a cavallo, tornò a' suoi compagni.
Oimè, Lelio, or dove lasci tu la tua cara Giulia, la quale tu mai non dei rivedere? Deh! quanto Amore si portò tra voi villanamente, avendovi tenuti insieme con la sua virtù tanto tempo caramente congiunti! e ora nell'ultimo partimento non consentire che voi v'aveste insieme baciati, o almeno salutati! Tu vai, Lelio, al tuo pericolo correndo, e lei semiviva abandoni ne' suoi danni.
Oh! quanto le fia gravoso il ritornare in sé gli spiriti, i quali vagabundi pare che vadano per lo vicino aere, più che se mai non ritornassero, però che con minor doglia le parrebbe essere passata.
[25]
A' quali compagni ritornato, Lelio li trovò per le predette parole sì animosi della battaglia che, poco più che fosse dimorato, gli avrebbe trovati mossi per andare verso i loro nimici.
Ma poi che egli con alcuna dolce paroletta gli ebbe alquanto raffrenati, comandò a un santo uomo, il quale menato aveano con seco per tal volta sacrificare a Giove, che egli prestamente gli rendesse degni sacrificii; e questo fatto, davanti alle sue schiere, sì alto che tutti potevano vedere, voltato a' suoi compagni, gli pregò che divotamente pregassero Giove per la loro salute.
E così, sanza discendere de' loro cavalli, in atto reverente tutti divotamente cominciarono a pregare; e Lelio, davanti a tutti, dicea così: - O sommo Giove, grazioso Signore, per la cui virtù con perpetua ragione si governa l'universo, se tu per alcuni prieghi ti pieghi, riguarda a noi, e nel presente bisogno ne porgi il tuo aiuto.
Noi solamente in te speriamo, i quali disiderosi dimoriamo nel santo viaggio del tuo caro fratello.
E come tu, a cui niuna cosa si nasconde, vedi, noi ci apparecchiamo di muovere nuove battaglie a strani popoli, e non per ampliare le nostre ricchezze o il mondano onore, ma solamente perché la tua santa legge per negligenza di noi non si occulti sotto la falsa volontà di questa gente, la quale veramente credo che del tutto le siano ribelli.
Adunque prima il tuo aiuto ci porgi, sanza il quale indarno s'affatica ciascuno operante, e appresso alcun manifesto segno dalla tua somma sedia ne dimostra, il quale le nostre speranze conforti e i nostri cuori sempre ne' tuoi servigi.
E in questo ne dimostra il tuo piacere, acciò che noi, credendoci bene adoperare, non bagnassimo le nostre mani in innocente sangue, o, sanza dovere, nel nocente -.
Appena ebbe finita Lelio la sua orazione, che sopra lui e i suoi cavalieri apparve una nuvoletta tanto lucente che appena poteano con li loro occhi sostenere tanta luce; della quale una voce uscì, e disse: - Sicuramente e sanza dubbio combattete, che io sarò sempre appresso di voi aiutandovi vendicare le vostre morti; e sanza alcuna ammirazione le presenti parole ascoltate, che tal volta conviene che 'l sangue d'uno uomo giusto per salvamento di tutto un popolo si spanda.
Voi sarete oggi tutti meco nel vero tempio di Colui il cui voi andate a vedere, e quivi le corone apparecchiate alla vostra vittoria vi donerò -.
E questo detto, come subita venne, così subitamente sparve.
Allora Lelio co' suoi, lieti, si dirizzarono, ringraziando la divina potenza, e, riprese le loro armi, s'apparecchiarono di resistere a' loro nimici, i quali con grandissimo romore già s'appressavano a loro.
[26]
Non credo che ancora i giovani compagni di Lelio avesseno riprese nelle destre mani le loro lance, ripieni per le parole di Lelio di vigoroso ardire, disideranti di combattere con la non conosciuta gente, quando a loro si scontrò molto vicino, tanto che i dardi di ciascuna parte poterono, essendo gittati, ferire i suoi avversarii, il nimico essercito.
Gli aguti raggi del sole, il quale avea già dissolute le noiose nebbie, gli lasciava insieme apertamente vedere, e quelli che fidandosi della loro moltitudine erano discesi del monte sanza alcuno ordine, credendo i loro avversarii trovare improvvisi, vedendogli armati e con aguzzata schiera, superbi nell'aspetto, aspettarli fermati, dubitarono di correre alla mortale battaglia così subiti.
I divoti giovani stavano feroci avendo già dannata la loro vita, sicuri della battaglia, e impalmatasi la morte anzi che cominciare vilissima fuga; e niuno romore avverso rimosse le menti apparecchiate a grandi cose.
Lelio allora davanti a tutti i suoi, con dovuto ordine, a piccolo passo mosse la prima schiera, la quale Sesto Fulvio guidava, e con aperto segno manifestò all'altre che sanza bisogno non li seguissero.
E già innumerabile quantità di saette e di tremanti dardi erano sopra i romani giovani discese, gittate dagli archi di Partia dalle arabe braccia, quando Lelio, nell'animo acceso di maravigliosa virtù, mosso il potente cavallo, dirizzò il chiaro ferro della sua lancia verso un grandissimo cavaliere, il quale per aspetto parea guidatore e maestro di tutti gli altri, al quale niuna arme fu difesa, ma morto cadde del gran destriere.
Questi portò prima novelle della iniqua operazione commessa da Pluto a' fiumi di Stige; questi prima bagnò del suo sangue il mal cercato piano e li romani ferri.
Sesto, che appresso Lelio correndo cavalcava, ferendone un altro, diede compagnia alla misera anima.
E i valorosi giovani seguendo i loro capitani, niuno ve n'ebbe che peggiore principio facesse di Lelio, ma tutti valorosamente combattendo, abbattuti i loro scontri, cavalcarono avanti.
E già aveano la maggior parte di loro, per difetto delle rotte lance, tratte fuori le forbite spade, le quali percosse da' chiari raggi del sole, riflettendo minacciavano i sopravegnenti nimici.
Niuno risparmiava la volonterosa forza, ma tutti sanza alcuna paura combatteano con la vile moltitudine.
Lelio e Sesto, i quali avanti procedeano, combatteano virilmente con due grandissimi barbari, i quali forti e resistenti trovarono.
E mentre l'aspra pugna durava, la moltitudine della iniqua gente abondante premeva tanto i romani, che quasi costretti da vera forza oltre al loro volere rinculavano.
Lelio, il quale avea già abbattuto il suo avversario, rivolto verso i suoi, li vide alquanto tirarsi indietro: allora volto la testa del suo cavallo, con ritondo corso gli circuì, dicendo loro: - L'ora della vostra virtù disiderata è presente: spandete le vostre forze.
Alla vostra salute non manca altro che l'opera de' ferri aiutata dalle vostre braccia: qualunque disidera di rivedere l'abandonata patria, e' cari padri, e' figliuoli, e la moglie, e i lasciati amici, con la spada gli domandi.
Iddio ha poste tutte queste cose nel mezzo della battaglia.
La migliore cagione ci dee porgere speranza di vittoria, e la nostra vittoria ha bisogno di pochi combattitori, però che la gran quantità de' nemici impediranno se medesimi ristretti nel picciolo campo.
Imaginate che qui davanti a voi dimorino li vostri padri, e le vostre madri, e' vostri figliuoli piccolini e ginocchioni lagrimando vi prieghino che voi adoperiate sì l'arme, che voi vi rendiate a loro medesimi vincitori; sì che voi poi narrando loro i corsi pericoli, paurosi e lieti gli facciate in una medesima ora -.
Le parole di Lelio, parlante cose pietose, infiammarono i non freddi petti de' romani giovani: essi sospinsero avanti la sostenuta battaglia, uccidendo non picciola quantità della canina gente.
Scurmenide, potentissimo barbaro, gia riguardando la gente del suo signore per picciola quantità di combattenti invilita voltarsi verso le sue insegne; come stimolo de' suoi e rabbia dell'empio popolo, per tema che 'l cominciato male non perisca, da alcuna parte si parò davanti a' paurosi cavalieri, e mirando verso loro conobbe quali coltelli erano stati poco adoperati, e quali mani tremavano premendo la spada, e chi avea le lance lente e chi le dispiegava, e chi combatte bene e chi no; e questo veduto, parlò così: - Ahi! vilissimo popolazzo, ove torni tu? Con quale merito di guiderdone rivolgi tu i tuoi passi verso le guardate bandiere? Certo la mia spada taglierà qualunque arditamente non combatterà co' nimici -.
Le spente fiamme de' barbari cuori alquanto per le parole di costui si ravvivarono; e voltarono i visi.
Scurmenide accende i furori con le sue voci: elli dava i ferri alle mani di coloro che gli aveano perduti, e gridava che i contrarii volti sanza alcuna pietà sieno uccisi.
Egli promuove e fa andare inanzi i suoi, e coloro che si cessano sollicita con la battitura della rivolta asta, e si diletta di veder bagnare i freddi ferri nell'innocente sangue.
Grandissima oscurità di mali vi nasce, e tagliamenti e pianti, a similitudine di squarciata nube quando Giove gitta le sue folgori: l'armi sonano per lo peso de' cadenti colpi, le spade sono rotte dalle spade.
Sesto co' suoi non possono più sostenere, però che la piccola quantità era tornata a minor numero d'uomini.
Lelio, che i casi della battaglia tutti provede con sollicita cura, con altissima voce e con manifesti atti provoca la seconda schiera alla battaglia.
Artifilo, che lungo spazio avea sostenuto il disio della battaglia, muove sé e' suoi con dovuto ordine, e volonterosi sottentrano a' gravi pesi della battaglia.
E nel primo scontro si dirizzò Artifilo verso il crudele Scurmenide, e mettendo l'aguta lancia nelle sue interiora, sopra il polveroso campo l'abbatté morto.
Molti n'uccisero nella loro venuta i nuovi schierati condotti da Artifilo, ma di loro furono simigliantemente molti morti.
Artifilo, perduta la lancia, portava nelle sue mani una tagliente accetta, e sostenendo il sinistro corno della battaglia andava uccidendo tutti coloro che davanti gli si paravano; e Lelio e Sesto nel destro corno della battaglia combattevano.
Uno ardito arabo, il quale Menaab si chiamava, veduto il crudo scempio che Artifilo del barbarico popolo faceva con la nuova arme, temendo i colpi suoi, prese un arco, e di lontano l'avvisò sotto il braccio nell'alzare ch'egli facea dell'accetta, e quivi feritolo con una velenosa saetta il credette aver morto.
Ma Artifilo, sentito il colpo, quasi come se niuna doglia sentisse, con la propia mano trasse la saetta delle sue carni.
E ripresa l'accetta, dirizzata la testa del suo cavallo verso colui che già s'era apparecchiato di gittar l'altra, sopragiuntolo, gli diede sì gran colpo sopra la testa che in due parti gliele divise.
Quivi fu egli da molti de' nemici intorniato, e il possente cavallo gli fu morto sotto: sopra 'l quale, poi che morto cadde, dritto si levò difendendosi vigorosamente.
La furiosa gente premeva tutta adosso a lui: egli uccideva qualunque nimico gli s'appressava.
E già n'avea tanti uccisi dintorno a sé che, quanto la sua accetta era lunga, per tanto spazio dintorno a sé avea di corpi morti ragguagliata l'altezza del suo cavallo; e il taglio della sua arme era perduto, ma in luogo di tagliare, rompeva e ammaccava le dure ossa degli aspri combattitori.
Infinite saette e lance sanza numero ferivano sopra Artifilo: il suo forte elmo era in molti pezzi diviso; e già era più carico di saette, fitte per lo forte dosso, che delle sue armi.
Niuno era che a lui s'ardisse ad appressare; ma egli, sopra i corpi morti andando, s'appressava a' suoi nimici uccidendoli, e difendendo sé e chiamando i cari compagni che 'l soccorressero.
Veggendo questo, Tarpelio, nipote del crudele re, trattosi avanti tra' suoi cavalieri, lui ferì con una grossa lancia nel petto, e egli, già debole per lo mancato sangue, cadde in terra, dove da' compagni di Tarpelio fu morto sanza niuno dimoro.
Lelio, che avea gli occhi volti in quella parte e molto si maravigliava della grande virtù di Artifilo, quando vide questo non poté ritenere le lagrime, ma sotto l'elmo chetamente bagnò per pietà il suo viso; e abandonato Sesto, corse in quella parte ove ancora alquanti de' compagni d'Artifilo rimasi vivi combattevano vigorosamente, ingegnandosi di vendicare la morte del loro capitano.
E quivi con la sua forza lungamente sostenne i pochi compagni.
Ma poi ch'egli vide Sesto, rimaso quasi solo, in molte parti del corpo ferito, combattere, e sé male accompagnato, tirato indietro per convenevole modo, mosse la terza schiera di Sculpizio Gaio, loro ultimo soccorso; alla quale Sesto e quelli che erano per la battaglia pochi rimasi delle due schiere prime, tutti s'accostarono, e rincominciarono sì forte la sventurata battaglia, che alcuna volta prima non v'era stata tale.
E ben che i resistenti fossero molti, la loro moltitudine nel piccolo luogo nocea, però che l'uno impediva la spada dell'altro per istrettezza: onde Sesto e Sculpizio, i quali avanti agli altri vigorosamente combattevano con li loro pochi cavalieri, per forza, uccidendogli, gli fecero rinculare e fuggire in campi ancora non bagnati d'alcun sangue.
Il re, che della montagna era disceso con fresca schiera, vedendo questo, alquanto raffreddò l'ardente disio, e dubitando mosse i suoi cavalieri, e li terribili suoni de' battagliereschi strumenti fecero di nuovo tremare i secchi campi.
E tanta polvere coperse l'aria con la sua nebbia per la furia de' correnti cavalli, quanta ne manda il vento di Trazia nella soluta terra.
E poi che la superba e nuova compagnia de' cavalieri sopravenne adosso agli stanchi combattitori, la dubbiosa vittoria manifestò il suo posseditore, però che non fu licito a' cavalieri di Lelio d'andare adosso a' nimici, sì furono subitamente intorniati da lungi e da presso con le piegate e con le diritte lance.
La piova delle saette mandate dagli africani bracci, e le gittate lance aveano coperta la luce alla picciola schiera de' romani; ella si raccolse in piccola ritondità, tanto che quelli i quali per le sopravegnenti saette, sanza potere fare alcuna difesa, morivano, rimaneano ritti, i loro corpi sostenuti dagli stretti compagni.
Sculpizio, il quale non avea ancora le sue forze provate, fu il primo che partito dalla ritonda schiera uscì correndo verso il re, il quale s'apparecchiava d'affrettare la loro morte, e ferillo sì vigorosamente sopra l'elmo che il re cadde a terra del gran cavallo quasi stordito, ma per lo buon soccorso de' suoi tosto fu rilevato.
Lelio e Sesto rincominciarono la battaglia, faccendosi con le loro spade fare amplissimo luogo.
Ma Sesto fortunosamente correndo tra' nimici fu intorniato da loro, e mortogli il suo cavallo sotto, e caduto in mezzo il campo, anzi che egli, debile, si potesse rilevare fu miserabilmente ucciso.
Lelio, il quale la sua morte vide, pieno di grave dolore conobbe bene il piacer di Dio; e ricordandosi dello annunzio fatto loro, che tal volta conveniva che uno morisse per salvamento di tutto il popolo, disse così: - O sommo Giove, e tu beato Iddio, i cui templi io visitare credea, poi che a voi è piaciuto che i nostri passi più avanti che questo luogo non si distendano, io non intendo di volere, co' pochi compagni i quali rimasi mi sono, per fuga abandonare l'anime di quelli che davanti agli occhi miei giacciono morti.
Io vi priego che le loro anime riceviate e la mia, in luogo di degno sacrificio, se vostro piacere è -.
E dette queste parole, corse sopra un cavaliere, il quale volea spogliare le pertugiate armadure a Sesto, e lui ferì sì forte sopra il sinistro omero con la sua spada, che gli mandò il sinistro braccio con tutto lo scudo in terra, e quelli cadde morto sopra Sesto.
Egli incominciò a fare sì maravigliose cose, che nullo ve n'avea che non se ne maravigliasse; e Sculpizio non si portava male.
E' pochi compagni ricominciarono più aspramente a mostrare le loro forze che non aveano fatto davanti, ma poco poterono durare.
Il re, che d'ira ardeva tutto dentro, vedendo Lelio sì maravigliosamente combattere e aver già perdute per li molti colpi la maggior parte delle sue armi, quanto poté gli si fece vicino, e gittatagli una lancia il ferì nella gola, e lui cacciò morto in terra del debole cavallo.
Sculpizio, vedendo questo, corse con la sua spada in mano per ferire il re e per vendicare la crudele morte del suo amico, ma un cavaliere, il quale si chiamava Favenzio, si parò davanti al colpo, al quale la spada scesa sopra il chiaro cappello d'acciaio, tagliandolo, lui fendé quasi infino a' denti; ma volendo ritrarre a sé la spada per ricoverare il secondo colpo, non la poté riavere.
Ond'egli, assalito di dietro, fu da' nimici crudelmente ucciso.
Nel campo non era più alcuno r
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