FILOCOLO, di Giovanni Boccaccio - pagina 41
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Egli vide l'antiche mura d'Alba, e ciò che era notabile nel paese.
Ma quivi non fermandosi, volgendo i suoi passi al mezzo giorno, si lasciò dietro le grandissime Alpi e i monti i quali aspettavano l'oscurissima distruzione del nobile sangue d'Aquilone, e pervenne a Gaieta, etterna memoria della cara balia di Enea.
E di quella pervenne per le salate onde a Pozzuolo, avendo prima vedute l'antiche Baie e le sue tiepide onde, quivi per sovenimento degli umani corpi poste dagl'iddii.
E in quel luogo vedute l'abitazioni della cumana Sibilla, se ne venne in Partenope, né quivi ancora fermato, cercò i campi de' Sanniti, e vide la loro città.
Donde partitosi, volgendo i passi suoi, vide l'antica terra Capo di Campagna posta da Capis, e, quindi partendosi, pervenne fra li salvatichi e freddi monti d'Abruzzi, fra' quali trovò Sulmona, riposta patria del nobilissimo poeta Ovidio.
Nella quale entrando, così cominciò a dire: - O città graziosa a ciascuna nazione per lo tuo cittadino, come poté in te nascere o nutricarsi uomo, in cui tanta amorosa fiamma vivesse quanta visse in Ovidio, con ciò sia cosa che tu freddissima e circundata da fredde montagne sii? -; e questo detto, reverente per lo mezzo di quella trapassò.
E continuando i lamentevoli passi, si trovò a Perugia, dalla quale partitosi, de' cammini ignorante, pervenne alle vene ad Onci, onde le chiarissime onde dell'Elsa vide uscire e cominciare nuovo fiume.
Dopo le quali discendendo, venne infino a quel luogo ove l'Agliene, nata nelle grotte di Semifonti, in quella mescola le sue acque e perde nome.
Quindi mirandosi dintorno, vide un bellissimo piano, per lo quale volto a man destra, faccendo dell'onde dell'Agliene sua guida, non molto lontano al fiume andò, ch'egli vide un picciolo monticello levato sopra il piano, nel quale uno altissimo e vecchio cerreto era.
E in quello mai alcuna scure non era stata adoperata, né da' circustanti per alcun tempo cercato, fuori che da' loro antichi nell'antico errore delli non conosciuti iddii, i quali in sì fatti luoghi soleano adorare.
In quello entrò Fileno, e non trovandovi via né sentiero, ma tutto da vecchie radici o da grandissimi roghi occupato con grandissimo affanno infino alla sommità del picciolo monticello salì.
Quivi trovò un tempio antichissimo, nel quale salvatiche piante erano cresciute, e le mura tutte rivestite di verde ellera.
Né già per antichità erano guaste le imagini de' bugiardi iddii, rimase in quello quando il figliuolo di Giove recò di cielo in terra le novelle armi, con le quali il vivere etterno s'acquista.
E era davanti a quello un picciolo prato di giovanetta erba coperto, assai piacevole a rispetto dell'altro luogo.
Quivi fermato Fileno stette per lungo spazio; e rimiratosi dintorno e pensato lungamente, s'imaginò di volere quivi finire la sua fuga, e in quello luogo sanza tema d'essere udito piangere i suoi infortunii, e se altro accidente non gli avvenisse, quivi propose di volere l'ultimo dì segnare.
E dopo lunga essaminazione, vedendo il luogo molto solitario, si pose a sedere davanti al tempio e quivi nutricandosi di radici d'erbe, e bevendo de' liquori di quelle, stette tanto che agl'iddii prese pietà della sua miseria, sempre piangendo, e ne' suoi pianti con lamentosa voce le più volte così dicendo:
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- O impiissima acerbità dell'umane menti, che commisi io ch'io etterno essilio meritassi della piacevole Marmorina? Niuno fallo commisi: amai e amo.
Se questo merita essilio o morte, torca il cielo il suo corso in contrario moto, acciò che gli odii meritino guiderdone.
Se io forse amando ad alcuno dispiacea, non con morte mi dovea seguitare, ma con riprensione ammaestrare.
Ora che riceverà da Florio chi odierà Biancifiore? Non so ch'elli gli si possa fare, se a quello che a me ha fatto vorrà con iguale animo pensare.
Ahi, Fisistrato, degno d'etterna memoria per la tua benignità, il quale, udendo con pianti narrare la tua figliuola essere baciata, e di ciò dimandarti vendetta, non dubitasti rispondere: "Che farem noi a' nostri nimici, se colui che ci ama è per noi tormentato?": tu il picciolo fallo con grandissima temperanza mitigasti, conoscendo il movimento del fallitore.
Dimorar possi tu con pietosa fama sempre ne' cuori umani! Ma certo egli non è men giusta cosa che io pianga i miei amori, che fosse il pianto del crudele artefice, che a Falaris presentò il bue di rame, al quale prima convenne mostrare del suo artificio esperienza.
Io medesimo accesi il fuoco in che io ardo.
Io, misero, fui il tenditore de' lacci ne' quali io son caduto.
Chi mi costringea di narrare a Florio i miei accidenti, e di mostrargli il caro velo? Niuna persona.
Ignoranza mi fece fallire: e però niuno savio piagne, perché il senno leva le cagioni.
Ma posto che io pur per ignoranza fallissi, eragli così gravoso a vietarmi che io più avanti non amassi? Certo io non mi sarei però potuto poi tenere di non amare, ma nondimeno per la disubidienza a lui, cui io singulare signore tenea, avrei meritato essilio o greve tormento; ma egli mai non mi comandò che io non amassi, anzi là ov'io non mi guardava cercava la mia morte.
O ragionevole giustizia partita delli umani animi, perché del cielo non provedi tu alle iniquità? Deh, misero a me!, non ho io per la sfrenata crudeltà di Florio perduta la debita pietà del vecchio padre e della benigna madre? Certo sì ho.
Io gli ho lasciati per lo mio essilio pieni d'etterne lagrime.
Non ho io perduta la graziosa fama del mio valore? Sì ho.
Quanti uomini, ignoranti qual sia la cagione del mio essilio, penseranno me dovere avere commesso alcuna cosa iniqua, e, per paura di non ricevere merito di ciò, mi sia partito? I nimici creano le sconce novelle dove elle non sono, e le male lingue non le sanno tacere.
La iniquità da se medesima si spande più che la gramigna per li grassi prati.
Non sono io per lo mio tristo essilio divenuto povero pellegrino? Non ho io perduta gioia e festa? Non è per quello la mia cavalleria perduta? Certo sì.
Oimè, quante altre cose sinistre con queste insieme mi sono avvenute per lo mio sbandeggiamento! Ma certo, per tutto questo, alcuna cosa del vero amore che io porto a Biancifiore, non è mancato.
Più che mai l'amo: niuna pena, niuno affanno, né alcuno accidente me la potrà mai trarre del cuore.
E certo se egli mi fosse conceduto di poterla solamente vedere, come io vidi già, tutte queste cose mi parrebbero leggieri a sostenere.
Il non poterla vedere m'è sola gravezza, questo mi fa sopra ogni altra cosa tormentare.
Ella co' suoi begli occhi, avvegna che falsi siano, mi potrebbe rendere la perduta consolazione.
Io vo fuggendo per lei.
Se l'amore di lei avessi, non che il fuggire ma il morire mi sarebbe soave! Ma poi che l'amore non puoi di lei avere, e il poterla vedere t'è tolto, piangi, misero Fileno, e dà pena agli occhi tuoi, i quali stoltamente nella forza di tanto amore, quanto tu senti, ti legarono.
Oimè misero, io non so da che parte io mi cominci più a dolere, tante e tali cose m'offendono! Ma tra l'altre, tu, o crudelissimo signore non figliuolo di Citerea, ma più tosto nimico, mi dai infinite cagioni di dolermi di te e di biasimarti.
Tu, giovanissimo fanciullo, con piacevole dolcezza pigli gli stolti animi degli ignoranti, e in quelli poi con solingo ozio rechi disiderati pensieri, fabrichi le tue catene, con le quali gli animi de' miseri, che tua signoria seguitano, sono legati.
Ahi, quanto è cieca la mente di coloro che ti credono e che del loro folle disio ti fanno e chiamano iddio, con ciò sia cosa che niuna tua operazione si vegga con discrezione fatta! Tu gli altissimi animi de' valorosi signori declini a sottomettersi alla volontà d'una picciola feminella.
Tu la bellezza d'un giovane, maestrevole ornamento della natura, con fallace disiderio leghi al volere d'un turpissimo viso, con diverse maculei adornato oltre al dovere, d'una meretrice.
E, brievemente, niuna tua operazione è con iguale animo fatta, anzi sogliono i miseri, ne' tuoi lacci aviluppati, prendere per te questa scusa: che la tua natura è tale che né i doni di Pallade, né quelli di Giunone, né gentilezza d'animo riguarda, ma solamente il libidinoso piacere; e in questo credono alle tue opere aggiungere grandissime laude, ma con degno vituperio te e sé vituperano.
Ma che giova tanto parlare? Tu se' d'età giovane: come possono le tue operazioni essere mature? Tu, ignudo, non dei poter porgere speranza di rivestire.
Le tue ali mostrano la tua mobilità, né m'è della memoria uscito averti in alcune parti veduto privato della vista: dunque, come di dietro alla guida d'un cieco si può fare diritto cammino? Ahi, tristi coloro che in te sperano! Tu levi loro il pensiero de' necessarii beni, e empili di sollecitudine di vana speranza.
Tu gli fai divenire cagione delle schernevoli risa del popolo che li vede, e essi, miseri e di questo ignoranti assai volte di se stessi con gli altri insieme fanno beffe, né sanno quello che fanno.
Tardi conosco i tuoi effetti, ma certo, mentre ignorante di quelli fui, niuno suggetto avesti che più fede di me ti portasse, né che più la tua potenza essaltasse: e ancora in quella semplicità ritornerei, se benigno mi volessi essere, come già fosti a molti.
Oimè misero, che io non so che io mai contra te adoperassi, per la qual cosa così incrudelire in me dovessi, come fai! Io mai non ti rimproverai la tua giovanezza, né biasimai la forza del tuo arco, come fece Febo, né alla tua madre levai il caro Adone, né scopersi i suoi diletti i quali con Marte prendea, come tutto il cielo vide.
Io mai non adoperai contro a te, perché tu mi dovessi nuocere; ma tu di mobile natura, e nescio di quel che fai, mi tormenti oltre al dovere.
Solo in uno atto si conosce te avere alcun sentimento, in quanto mai non cerchi d'essere se non in luogo a te simigliante, avvegna che questa discrezione più tosto alla natura che a te si dovrebbe attribuire.
Il tuo diletto è di dimorare ne' vani occhi delle scimunite femine, le quali a te costrigni con meno dolore che i miseri che in tale laccio incappano; e poi con esse di quelli ti diletti di ridere, consentendo loro il potersi far beffe de' tristi sanza niuno affanno d'esse: delle quali, schiera di perfidissima iniquità piene, non posso tenermi ch'io non ne dica ciò che dentro ne sento.
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Voi, o sfrenata moltitudine di femine, siete dell'umana generazione naturale fatica, e dell'uomo inespugnabile sollecitudine e molestia.
Niuna cosa vi può contentare destatrici de' pericoli, commettitrici de' mali.
In voi niuna fermezza si truova: e, brievemente, voi e 'l diavolo credo che siate una cosa! E che ciò sia vero, davanti a noi infiniti essempli a fortificare il mio parlare se ne truovano.
E volendo dalla origine del mondo incominciare si troverà la prima madre per lo suo ardito gusto essere stata cagione a sé e a' discendenti d'etterno essilio de' superiori reami.
E questo malvagio principio in tanto male crebbe, che la prima età nello allagato mondo tutta perì, fuori che Deucalion e Pirra, a cui rimase la fatica di restaurare le perdute creature.
Ma posto che la quantità delle femine mancasse, la vostra malvagità nella poca quantità non mancò.
E non era ancora reintegrato il numero degli annegati, quando colei che l'antica Bambillonia cinse di fortissime e alte mura, presa da libidinosa volontà, col figliuolo si giacque, faccendo poi per ammenda del suo fallo la scelerata legge che il bene placito fosse licito a ciascuno.
O cuore di ferro che fu quello di costei! Quale altra creatura, fuori che femina avrebbe potuta sì scelerata cosa ordinare, che, conoscendo il suo male, non s'ingegnasse di pentere, ma s'argomentasse d'inducervi i suggetti? Ma ancora che questo fosse grandissimo fallo, quanto fu più vituperevole quello che Pasife commise, la quale il vittorioso marito, re di cento città, non sostenne d'aspettare, ma con furiosa libidine essere da un toro ingravidata sostenne? Fu ciascuno de' detti falli sceleratissimo, ma nullo fu sì crudelmente fatto quanto quello che Clitemestra miseramente commise: la quale, non guardando alla debita pietà del marito, il quale in terra era stato vincitore di Marte, per mare di Nettunno, ma presa del piacere d'un sacerdote, rimaso ozioso ne' suoi paesi, consentì che, porto ad Agamenone il non perfetto vestimento, e in quello vedendolo avviluppato, Egisto miserabilemente l'uccidesse, acciò che poi sanza alcuna molestia i loro piaceri potessero mettere in effetto.
Quanta fu ancora la lascivia di Elena, la quale, abandonando il propio marito, e conoscendo ciò che dovea della sua fuga seguire, anzi volle che il mondo perisse sotto l'armi che ella non fosse nelle braccia di Paris, contenta che per lei si possa etternalmente dire Troia essere strutta e i Greci morti crudelmente! Quanta acerbità e quanta ira si puote ancora discernere essere stata in Progne, ucciditrice del propio figliuolo per far dispetto al marito! E Medea simigliantemente! E in cui si trovò mai tanto tracutato amore quanto in Mirra, la quale con sottili ingegni adoperò tanto che col propio padre più fiate si giacque? E la dolente Biblis non si vergognò di richiedere il fratello a tanto fallo, e la lussuriosa Cleopatra d'adoperarlo.
E ancora la madre d'Almeon per picciolo dono non consentì il mortale pericolo d'Anfirao suo marito? E qual diabolico spirito avrebbe potuto pensare quello che fece Fedra, la quale non potendo avere recato Ipolito suo figliastro a giacere con lei, con altissima voce gridando e stracciandosi i vestimenti e' capelli e 'l viso, disse sé essere voluta isforzare da lui e, lui preso, consentì che dal propio padre fosse fatto squartare? Quanto ardire e quanta crudeltà fu quella delle femine di Lenno, che, essendo degnamente suggette degli uomini, per divenire donne, quelli nella tacita notte con armata mano tutti diedero alla morte? E simile crudeltà nelle figliuole di Belo si trovò, le quali tutte i novelli sposi la prima notte uccisero fuori che Ipermestra.
Oimè, ch'io non sono possente a dire ciò che io sento di voi! Ma sanza dire più avanti, quanti e quali essempli son questi della vostra malvagità? O femine, innumerabile popolo di pessime creature, in voi non virtù, in voi ogni vizio: voi principio e mezzo e fine d'ogni male.
Mirabil cosa si vede di voi, fra tanta moltitudine una sola buona non trovarsene.
Niuna fede, niuna verità è in voi.
Le vostre parole sono piene di false lusinghe.
Voi ornate i vostri visi con diversi atti ad inretire i miseri, acciò che poi, liete d'avere ingannato, cioè fatto quello a che la vostra natura è pronta, ve ne ridiate.
Voi siete armadura dello etterno nimico dell'umana generazione: là ov'egli non può vincere co' suoi assalti, e egli incontanente a' pensati mali pone una di voi, acciò che 'l suo intendimento non gli venga fallito.
Guai etterni puote dire colui, che nelle vostre mani incappa, non gli fallino.
Misera la vita mia, che incappato ci sono! Niuna consolazione sarà mai a me di tal fallo, pensando che una giovane, la quale io più tosto angelica figura che umana creatura riputava, con falso riguardamento m'abbia legato il cuore con indissolubile catena, e ora di me si ride, contenta de' miei mali.
Ma certo la miserabile fortuna che abassato per li vostri inganni mi vede, assai mi nuoce, e niuno aiuto mi porge anzi s'ingegna con continua sollecitudine di mandarmi più giù che la più infima parte della sua rota, se far lo potesse, e quivi col calcio sopra la gola mi tiene, né possibile m'è lasciare il doloroso luogo -.
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Era il pianto e la voce di Fileno sì grande, però che in luogo molto rimoto gli parea essere da non dovere potere essere udito, che un giovane il quale a piè del salvatico monticello passava, sentì quello, e avendovi grandissima compassione, per grande spazio stette ad ascoltare, notando le vere parole di Fileno; ma poi volonteroso di vedere chi sì dolorosamente piangesse, seguendo la dolente voce, si mise per lo inviluppato bosco, e con grandissimo affanno pervenne al luogo ove Fileno piangendo dimorava.
Il quale egli nel primo avvento rimirando appena credette uomo, ma poi che egli l'ebbe raffigurato, il vide nel viso divenuto bruno, e gli occhi, rientrati in dentro, appena si vedeano.
Ciascuno osso pingeva in fuori la ragrinzata pelle, e i capelli con disordinato rabuffamento occupavano parte del dolente viso, e similmente la barba grande era divenuta rigida e attorta, i vestimenti suoi sordidi e brutti: egli era divenuto quale divenne il misero Erisitone, quando sé, per sé nutricare, cominciò a mangiare.
Nullo che veduto l'avesse ne' tempi della sua prosperità, l'avrebbe per Fileno riconosciuto.
Ma poi che il giovane l'ebbe assai riguardato, così gli disse: - O dolente uomo, gl'iddii ti rendano il perduto conforto.
Certo il tuo abito e le tue lagrime con le tue voci m'hanno mosso ad avere compassione di te; ma se gl'iddii i tuoi disiderii adempiano, dimmi la cagione del tuo dolore: forse non sanza tuo bene la mi dirai; e ancora mi dì, se ti piace, perché sì solingo luogo hai per poterti dolere eletto -.
Maravigliossi Fileno del giovane quando parlare l'udì, e voltatosi verso lui, non dimenticata la preterita cortesia, così gli rispose: - Io non spero già che gl'iddii mi rendano quello che essi m'hanno tolto, perché io i tuoi prieghi adempia: ma però che la dolcezza delle tue parole mi spronano, mi moverò a contentarti del tuo disio.
E primieramente ti sia manifesto che per amore io sono concio come tu vedi -; e, appresso questo, tutto ciò che avvenuto gli era particularmente gli narrò.
Dopo le quali parole, ancora gli disse: - La cagione per che in sì fatto luogo io sono venuto, è che io voglio sanza impedimento potere piangere.
E, appresso, io non voglio essere a' viventi essemplo d'infinito dolore, ma voglio che infra questi alberi la mia doglia meco si rimanga -.
Udito questo, il giovane non poté ritenere le lagrime, ma con lui incominciò dirottamente a piangere, e disse: - Certo la tua effigie e le tue voci mostrano bene che così ti dolga, come tu parli; ma, al mio parere, questa doglia non dovria essere sanza conforto, con ciò sia cosa che persone, che molto l'hanno avuto maggiore che tu non hai, si sono confortate e confortansi -.
Disse allora Fileno: - Questo non potrebbe essere: chi è colui che maggior dolore abbia sentito di me? -.
- Certo - disse il giovane, - io sono -.
- E come? - disse Fileno.
A cui il giovane disse: - Io il ti dirò.
Non molto lontano di qui, avvegna che vicina sia più assai quella parte alla città di colui i cui ammaestramenti io seguii, e dove tu non molto tempo ci fosti sì come tu di', era una gentil donna, la quale io sopra tutte le cose del mondo amai e amo: e di lei mi concedette Amore, per lo mio buon servire, ciò che l'amoroso disio cercava.
E in questo diletto stetti non lungo tempo, ché la fortuna mi volse in veleno la passata dolcezza, che quando io mi credea più avere la sua benivolenza, e avere acquistato con diverse maniere il suo amore, e io con li miei occhi vidi questa me per un altro avere abandonato, e conobbi manifestamente che ella lungamente con false parole m'avea ingannato, faccendomi vedere che io era solo colui che il suo amore avea.
La qual cosa come mi si manifestò, niuno credo che mai simile doglia sentisse com'io sentii: e veramente per quella credetti morire; ma l'utile consiglio della ragione mi rendé alcun conforto, per lo quale io ancora vivo in quello essere che tu mi vedi, ricoprendo il mio dolore con infinta allegrezza.
Le cose sono da amare ciascuna secondo la sua natura: quale sarà colui sì poco savio che ami la velenosa cicuta per trarne dolce sugo? Molto meno ha savio colui che una femina amerà con isperanza d'essere solo amato da lei lunga stagione: la loro natura è mobile.
Qual uomo sarà che possa ammendare ciò che gl'iddii o li superiori corpi hanno fatto? E però sì come cosa mobile sono da amare, acciò che de' loro movimenti gli amanti, sì come esse, si possano ridere: e se elle mutano uno per un altro, quelli possa un'altra in luogo di quella mutare.
Niuno si dorrà seguendo questo consiglio.
Tu, non avendolo seguito, ora per niente piangi: con ciò sia cosa che tu niente abbia perduto, di che ti duoli tu? Sì come tu di', niente possedesti: e chi non possiede non può perdere; e chi non perde, di che si lamenta? Credesti alcuna volta, per alcuno sguardo fatto a te da quella giovane cui tu ami, che ella t'amasse: hai conosciuto che quello era bugiardo, e che ella non t'ama.
Certo di questo ti dovresti tu rallegrare e rendere infinite grazie agl'iddii, che t'hanno aperti gli occhi avanti che tu in maggiore inganno cadessi.
Se forse dello essilio che hai piangi, non fai il migliore: ché, pensando al vero, niuno essilio si può avere, con ciò sia cosa che il mondo sia una sola città a tutti.
Ove che la fortuna ponga altrui, ella nol può cacciare di quello.
In ciascun luogo giunge altrui la morte con finale morso.
A' virtuosi ogni paese è il loro.
Lascia questi pianti e leva su, vienne con meco, e virtuosamente pensa di vivere, e metti in oblio la malvagità di quella giovane che a questo partito t'ha condotto: che de' cieli possa fuoco discendere che igualmente tutte le levi di terra! -.
A cui Fileno disse: - Giovane, ben credo che il tuo dolore fu grande, e similmente il tuo animo, poi che con pazienza il poté sostenere; ma io mi sento troppo minore l'animo che la doglia, e però invano ci si balestrano confortevoli parole.
Io sono disposto a piangere mentre io vivrò: gl'iddii per me del tuo buon volere ti meritino.
Io ti priego per quello amore che tu già più fervente portasti alla tua donna, che non ti sia noia il partirti e 'l lasciarmi con continue lagrime sfogare il mio dolore -.
- G l'iddii te ne traggano tosto di cotale vita - disse il giovane.
E partitosi da lui, se ne tornò per quella via onde venuto era.
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Partito il giovane, Fileno ricominciò il doloroso pianto; e increscendogli della sua vita, con dolenti voci incominciò a chiamare la morte così: - O ultimo termine de' dolori, infallibile avvenimento di ciascuna creatura, tristizia de' felici e disiderio de' miseri, angosciosa morte, vieni a me! Vieni a colui a cui il vivere è più noioso che il tuo colpo, vieni a colui che graziosa ti riputerà! Deh, vieni, ché il tristo cuore ti chiede! Oimè, ch'io non posso con la debole voce esprimere quanto io ti disidero.
Poi che un solo colpo dei tuoi debbo ricevere, piacciati di concederlo sanza più indugio.
Non sia l'arco tuo più cortese a me che al valoroso Ettore o ad Achille.
Io tengo in villania il lungo perdono che da lui ho ricevuto.
I doni disiderati, tosto donati, doppiamente sono graditi: concedi questo a me che tanto disiderata t'ho, e che con così dolente voce ti chiamo.
Oimè, come sono radi coloro che con volonteroso animo ti ricevono, come ti riceverò io! Dunque, perché non vieni? Non consentire che disiderandoti, come io fo, io languisca più.
Io non ricuserò in niuna maniera la tua venuta.
Vieni come tu vuoi, solo ch'io muoia.
Io non fuggirei ora gli aguti ferri, né le taglienti spade com'io feci già; l'agute sanne de' fieri leoni non mi dorrebbeno, né di qualunque altra fiera dilacerante il mio corpo: dunque vieni.
O rapaci lupi, o ferocissimi orsi, se alcuni nel dolente bosco, bramosi di preda, dimorate, venite a me, facciasi il mio corpo vostro pasto: adempiete quel disio che altri adempiere non mi vuole.
Oimè, perisca il tristo corpo, poi che perita è la speranza, cerchi la dolente anima i regni atti al suo dolore e vada con la sua pena alle misere ombre di Dite, ove forte sarà che maggior pena che ella al presente sostiene, vi truovi.
O iddii abitatori de' celestiali regni, se alcuno mai in questo luogo ricevette onore di sacrificio dolgavi di me.
O driade, abitatrice di questi luoghi, fate che la misera vita mi fugga.
O infernali iddii, rapite del mio misero corpo la vostra anima.
Cessi che io più me e voi stimoli con le mie voci -.
E così piangendo e gridando, tutto delle propie lagrime si bagnava, baciando sovente il candido velo, sopra il quale per debolezza sovente cader si lasciava.
Ma Florio, rimaso a Montoro, presto a mettere in essecuzione le triste insidie sopra Fileno, udito che il misero per paura di quelle avea preso volontario essilio, lasciò stare le cominciate cose, e incominciossi alquanto a riconfortare, imaginando che poi che questo era cessato di che egli più dubitava, niuna altra cosa, fuori che prolungamento di tempo, al suo disio gli poteva noiare.
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La santa dea, che due volte era discesa de' suoi regni per impedire il ferventissimo amore tra Florio e Biancifiore cresciuto per lungo tempo, sentendo Florio rallegrarsi e il misero Fileno avere per le operazioni di lei preso dolente essilio, parendole niente aver fatto, propose del tutto di volere la sua imaginazione compiere.
E discesa del cielo la terza volta, sopra un'alta montagna in forma di cacciatrice si pose ad aspettare il re Felice, che quivi cacciando su per quella doveva quel giorno venire.
Ella avea i biondi capelli ravolti alla sua testa con leggiadro avolgimento, e il turcasso cinto con molte saette, e nella sinistra il forte arco portava.
E quivi per picciolo spazio dimorando, di lontano vide il re Felice soletto correre dietro ad un grandissimo cervio, il quale verso quella parte ov'ella era fuggiva: al quale ella si parò davanti e con soavissima voce salutatolo, abandonato il cervio, il ritenne a parlar seco.
A cui il re, non conoscendola, disse: - Giovane donna, come in questo luogo sì sola dimorate? -.
- Di qui non sono guari lontane le compagne - rispose Diana; - ma tu come a questi diletti intendi, con ciò sia cosa che il tuo figliuolo, per amor di colei cui tu tieni in casa, guadagnata ne' sanguinosi campi, si muore? Io conosco il sopravegnente pericolo, e dicoti che se tosto rimedio a questa cosa non prendi, ella il ti torrà -.
E questo detto, subitamente sparve.
Rimase il re tutto stupefatto e pieno di pensieri quando, volendo consiglio domandare, vide la dea sparita, e così tra sé, voltando i suoi passi, disse: - Veramente divina voce m'ha i miei danni annunziati -.
E di grieve dolore oppresso, lasciata la caccia, si tornò in Marmorma.
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Ritornato il re in Marmorina dentro al suo palagio, in una camera, soletto, con bassa fronte, si pose pensando a sedere ripetendo in sé l'udite parole dalla santa dea, e in sé rivolgendo che rimedio alle cose udite potesse pigliare.
E in tali pensieri dimorando, la reina sopravenne; e vedendo il re turbato, si maravigliò, e timidamente così gli disse: - O caro signore, se licito è ch'io possa sapere la cagione della vostra turbazione io vi priego che ella non mi si celi -.
A cui il re rispose: - Ella non ti si può né dee celare, e però io la ti dirò: oggi nel più forte cacciare che io facea, correndo dietro a un cervio, non so che si fosse, o dea o altra creatura, ma in abito d'una cacciatrice, m'apparve una bella donna, la quale, dopo alquante parole, mi disse che se con subito provedimento noi non soccorressimo, che Florio per Biancifiore perderemmo: e questo detto, sparve subitamente, né più la potei vedere.
Onde io da quella ora in qua con grieve doglia sono dimorato e dimoro.
Io conosco manifestamente che la fortuna, dei nostri beni invidiosa, si oppone a quelli, e vuolcene in miserabile modo privare.
Io non so che consiglio pigliare.
Io mi consumo pensando che per una serva io debba perdere il caro figliuolo acquistato con tanti prieghi.
O maladetto giorno, o perfidissima ora della sua natività, perché mai venisti? Egli non per nostra consolazione, ma per dolorosa distruzione di noi nacque: ma certo la cagione di tanta e di tale tristizia converrà che prima di me perisca.
Questi mali e queste angosciose fatiche solo per la vilissima serva procedono.
Io le leverò con le propie mani la vita: la mia spada trapasserà il suo sollecito petto: e di questo segua che puote! E certo se i fati altre volte la trassero delle cocenti fiamme, essi non la trarranno ora del mio colpo.
Oimè, che mi parea incredibile per adietro, quand'io udiva che sola Biancifiore era ancora da lui dimandata, e diceva: "Se ciò fosse vero, già il duca e Ascalion me l'avrebbero fatto sentire!".
Ma io credo fermamente che la puttana l'abbia con virtuose erbe, o con parole, o con alcuna magica arte costretto, però che mai non si udì che femina con tanto amore durasse in memoria d'uomo, quanto costei è durata a lui.
Ma certo a mio potere l'erbe e le incantazioni le varranno altressì poco: come a Medea valessero! -.
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Poi che il re, narrate queste cose, si tacque, la reina, dopo alcuno sospiro, così disse: - Oimè, ora ha egli ancora nella memoria Biancifiore? Certo, se questo è, negare non possiamo che in contrario non ci si volga la prosperevole fortuna passata.
Io imaginava che egli più non se ne ricordasse; ma poi che ancora gli è a mente, soccorriamo con pronto argomento -.
- Niuno rimedio è sì presto come ucciderla - disse il re, - e acciò che infallibile sia il colpo, io l'ucciderò con la propia mano -.
A cui la reina disse: - Cessino questo gl'iddii, che un re si possa dire che colpevole nella morte d'una semplice giovinetta sia, o che le mani vostre di sì vile sangue siano contaminate.
Se noi la sua morte disideriamo, noi abbiamo mille servi presti a maggiori cose, non che a questa; ma noi, sanza esser nocenti contro lo innocente sangue di lei, possiamo in buona maniera riparare; e ciò v'aveva io già più volte voluto dire, ma ora, venuto il caso, vel dirò.
Io intesi, pochi dì sono passati, che venuta era ne' nostri porti, là dove il Po le sue dolci acque mescola con le salse, una ricchissima nave, di che parte si venga non so, la quale, secondo che m'è stato porto, spacciato il loro carico, si vogliono partire: mandate per li padroni, e a loro sia Biancifiore venduta.
Essi la porteranno in alcuna parte strana o molto lontana di qui, e di essa mai niuna novella si saprà: e a Florio date ad intendere che morta sia, faccendole fare nobilissima sepoltura e bella, acciò che più la nostra bugia somigli il vero.
E egli, credendo questo, poi s'auserà a disamarla -.
[41]
Niente rispose il re a' detti della reina, ma in se medesimo alquanto rattemperato pensò di volere tal consiglio seguire, e seguendolo imaginò che sanza fallo gli verrebbe il suo avviso fornito.
E uscito della sua camera, a sé chiamò Asmenio e Proteo, giovani cavalieri e valorosi, e disse così loro: - Sanza alcuno indugio cercate i nostri porti là dove il Po s'insala: quivi n'è detto che una ricchissima nave è venuta; fate che voi la veggiate, e conosciate di quella i signori, e sappiate di qual paese viene, e di che è carica, e quando si dee partire, e ordinatamente tutto mi raccontate nella vostra tornata, la quale sanza niuno indugio fate che sia -.
[42]
Mossersi i due giovani con quella compagnia che piacque loro, e, pervenuti a' dimandati porti, montarono sopra la bella nave, ove essi onorevolemente ricevuti furono da Antonio e da Menone, signori e padroni di quella.
E poi che Asmenio dimorato con loro alquanto fu, egli disse: - Belli signori, noi siamo cavalieri e messaggi dell'alto re di Spagna, ne' cui porti voi dimorate; e siamo qui venuti a voi per essere di vostra condizione certi, e per sapere qual sia il vostro carico, e da quali liti vi siate con esso partiti, e che intendiate di fare.
Piacciavi che di tutte queste cose noi al nostro signore possiamo rendere vera risposta -.
A cui Antonio, per età e per senno più da onorare, così rispose: - Amici, voi siate i ben venuti.
Noi, brievemente, siamo ad ogni vostro piacere disposti, e però alla vostra dimanda così vi rispondiamo, e così a chi vi manda risponderete: il presente legno è di questo mio compagno e mio, i quali, egli Menone e io Antonio siamo chiamati, e nascemmo quasi nelle ultime parti dell'ausonico corno, vicini alla gran Pompeia, vera testimonia delle vittorie ricevute da Ercule ne' vostri paesi, e da lui edificata; e vegnamo dalli lontani liti d'Alessandria in questi luoghi, non volonterosi venuti, ma da fortunale tempo portati, nel quale gl'iddii, la mercé loro, ci hanno tanta di grazia fatta, che quasi tutto il carico della nostra nave avemo spacciato, il quale fu in maggior parte spezieria, perle e oro, e drappi dalle indiane mani tessuti; e intendiamo, ove piacere de' nostri iddii sia, di cercare le sedie d'Antenore, poste nell'ultimo seno di questo mare, quando avremo tempo; e quivi di quelle cose che per noi saranno, intendiamo di ricaricare la nostra nave e di tornare agli abandonati liti.
Se per noi si può far cosa che al vostro signore e a voi piaccia, come umilissimi servidori a' vostri piaceri ci disponiamo -.
Assai gli ringraziarono i due cavalieri e ultimamente gli pregarono che non fosse loro noia alquanti giorni attendergli, però che con loro credevano dovere avere a fare.
A cui essi risposero che uno anno, se tanto loro piacesse, gli attenderebbono.
[43]
Tornarono i due cavalieri al re, e chiaramente ogni cosa udita da' padroni gli narrarono.
A' quali il re disse: - Tornate ad essi e domandateli se essi volessero una bellissima giovane comperare, la quale innumerabile tesoro ho cara, e con la risposta tacitamente tornate -.
Ripresero i cavalieri il cammino, e, ricevuti con amorosi accoglimenti, a' mercatanti la loro ambasciata contarono aggiungendo che dalla bella giovane inverso la reale maestà grandissimo fallo era stato commesso, per lo quale morte meritava - ma il signore, pietoso della sua bellezza, non ha voluto privarla di vita: ma, acciò che il fallo non rimanga impunito, la vuole vendere, come contato v'abbiamo -.
A cui i mercatanti risposero ciò molto piacere loro: e se bella era quanto contavano, nullo migliore comperatore d'essi se ne troverebbe.
- Adunque - disse Asmenio - arrecate i vostri tesori e venite con noi, acciò che voi veggiate che quello che vi diciamo è vero -.
[44]
Caricati i mercatanti i loro tesori, e presi molti loro cari gioielli, con li due cavalieri se ne vennero a Marmorina, ove dal re onorevolmente ricevuti furono.
E quando tempo parve al re di volere che essi vedessero Biancifiore, egli disse alla reina: - Va e fa venire la giovane -.
Al cui comandamento la reina andata in una camera ove Biancifiore era, disse: - O bella giovane, rallegrati, che picciolo spazio di tempo è a passare che il tuo Florio sarà qui; e però adornati, acciò che tu gli possi andare davanti e fargli festa, e che egli non gli paia che le tue bellezze sieno mancate -.
Corse al cuore di Biancifiore una subita letizia, udendo le false parole, e per poco non il cuore, abandonato dalle interiori forze, corse di fuori a mostrare festa, per debolezza perì.
Ma poi, quelle tornate ciascuna nel suo luogo furono, Biancifiore s'andò ad ornare.
Ella i dorati capelli con sottile artificio mise nel dovuto stile, e, sé di nobilissimi vestimenti vestita, sopra la testa si puose una bella e leggiadra coronetta, e con lieti sembianti cominciò ad attendere, disiderosa d'udire dire: "Ecco Florio!".
[45]
Il re fece chiamare i due mercatanti, e con loro sanza altra compagnia, se ne entrò in una camera, e disse loro: - Voi vedrete di presente venire una creatura di paradiso in questo luogo, la quale sarà al vostro piacere, se assai tesori avete recati -.
E detto questo, comandò che Biancifiore venisse.
Allora la reina disse a Biancifiore: - Andiamo nella gran sala, non dimoriamo qui, acciò che di lontano possiamo vedere il caro figliuolo -.
Mossesi Biancifiore soletta di dietro alla reina e venne nel luogo ove i due mercatanti dimoravano.
E come l'aria, di nuvoli piena, porge alla terra alcuna oscurità, la quale poi, partendosi i nuvoli, da' solari raggi con lieta luce è cacciata, così parea che dove Biancifiore giungeva, nuovo splendore vi crescesse.
Videro i mercatanti la bella giovane, e, ripieni d'ammirazione, appena credettero che cosa mondana fosse, dicendo fra loro che mai sì mirabile cosa non era stata veduta.
Elli comandarono che di presente i loro tesori fossero tutti aportati davanti al re; i quali venuti in grandissima quantità, così dissero: - Signore, sanza altro mercatare, de' nostri tesori prendete quella quantità che a voi piace, ché noi non sapremmo a così nobile e preziosa cosa porre pregio alcuno -.
- Assai mi piace - rispose il re.
E di quelli prese quella quantità che a lui parve e l'altra rendé loro.
E essi, contenti di ciò che fatto avea il re, sopra tutto ciò che preso avea, gli donarono una ricchissima coppa d'oro, nel gambo e nel piè della quale con sottilissimo artificio tutta la troiana ruina era smaltata, cara per maesterio e per bellezza molto.
Dopo i ricevuti tesori, il re con sommessa voce così parlò a' mercatanti: - A voi conviene, poi che comperata avete costei, sanza niuno indugio dare le vele a' venti, né più in questi paesi dimorare, non forse nuovo accidente avvenisse per lo quale il vostro e mio intendimento si sturbasse -.
Dissero i mercatanti: - Signore, comandate alla giovane, poi che nostra è, che con noi ne venga, che noi non l'avremo prima sopra la nostra nave, che essendo il tempo ben disposto, come elli ci pare che sia, che noi prenderemo nostro cammino e sgombreremo i vostri porti, però che per noi non fa il dimorare -.
[46]
Voltossi allora il re a Biancifiore, e disse: - Bella giovane, a me ricorda che quando davanti mi recasti nella festa della mia natività il velenato paone, io giurai per lo sommo Iddio e per l'anima del mio padre, e promisi al paone che in brieve tempo io ti mariterei a uno de' grandi baroni del mio regno: però, volendo osservare il mio voto, t'ho maritata, e il tuo marito si chiama Sardano, signore dell'antica Cartagine, a noi carissimo amico e parente.
Egli con grandissima festa t'aspetta, sì come i presenti gentili uomini da sua parte a noi per te venuti ne dicono.
Però rallegrati: e poi che piacere è di lui, a cui oramai sarai cara sposa, con costoro n'andrai, e noi sempre per padre terrai, là ove bisogno ti fosse tale paternità -.
Le cui parole come Biancifiore udì, tutta si cambiò nel viso e disse: - Oimè, dolce signore, e come m'avete voi maritata, che io nel gran pericolo che fui, quando ingiustamente al fuoco fui condannata, per paura della morte, a Diana votai etterna virginità, se dallo ingiusto pericolo mi campasse? -.
- Come - disse il re - richiede la tua bellezza etterna virginità, la quale a' venerei atti è tutta disposta? Giunone, dea de' santi matrimonii, ti rimetterà questo voto, poi che il suo numero accresci -.
- Oimè! - disse Biancifiore - io dubito che la vendicatrice dea giustamente meco non si crucci -.
- Non farà - disse il re, - e posto che ciò avvenisse, questo è fatto omai, non può indietro tornare.
Tu dovevi dirloci avanti se così avevi promesso.
Imineo lieto e inghirlandato tenga nella vostra camera le sante facelline -.
E questo detto, comandò che Glorizia sua maestra le fosse per servigiale donata, sì come della misera Giulia era stata, e che ella fosse da' mercatanti tacitamente menata via, e i tesori riposti.
[47]
Biancifiore, che i segreti ragionamenti e l'abito de' mercatanti e i ricevuti tesori tutti avea veduti, e il tacito stile che il re nella sua partenza teneva, e similmente l'unica servitrice a lei donata, e le ingannevoli parole della reina che detto l'avea: "Vieni, che il tuo Florio viene" nella mente notava, fra sé dolendosi incominciò a dire: - Oimè, che è questo? In sì fatta maniera non sogliono le giovani andare a' loro sposi, anzi si sogliono fare grandissime feste, e io con taciturnità sono cercata di menar via.
Né ancora si sogliono per le mie pari da' mariti mandare tesori, anzi ne sogliono ricevere.
Né ancora costoro paiono uomini atti a portare ambascerie di sì fatte bisogne, ma mi sembrano mercatanti; e i segreti mormorii mi danno cagione di dubitare.
E ove s'usa ancora una giovane andare a sì fatto sposo, quale egli dice che m'ha donato, con una sola servitrice? Oimè, che tutte queste cose mi manifestano che io sono ingannata! Io misera, nata per aver male, non maritata ma venduta credo ch'io sono, come schiava da pirrata in corso presa.
Oimè, che farò? Come che io mi sia o venduta o maritata, come potrò io abandonare il bel paese ove il mio Florio dimora? -.
E questo dicendo, incominciò sì forte a piangere, che a forza mise pietà ne' crudeli cuori del re e della reina.
Ma il re ciò non sofferse di stare a vedere, anzi si partì per paura di non pentersi, e la seconda volta comandò che portata ne fosse.
[48]
Già lasciava Febo vedere la sua cornuta sorella disiosa di tornare alquanto con la sua madre, quando i mercatanti, apparecchiati i cavalli, levarono Biancifiore di braccio alla reina semiviva, e con Glorizia insieme, di quindi partendosi, la ne portarono.
E pervenuti alla loro nave, contenti di tale mercatantia, lei sopra quella posero, apparecchiando la più onorevole parte d'essa, e pregando gl'iddii che prospero viaggio loro concedessero.
E date le vele a' venti, si partirono con Biancifiore da' vietati porti, comandando che ricercati fossero i lasciati liti di Soria.
[49]
Zeffiro ancora non era stato da Eolo richiuso nella cavata pietra, anzi soffiando correa sopra le salate onde con le sue forze, per la qual cosa i mercatanti prosperamente con la loro nave andavano a' disiderati liti.
Ma Biancifiore, che ora conosceva manifestamente il tradimento dello iniquo re, quivi venuta con continuo pianto, con più grave doglia veggendosi dalli occidentali liti allontanare, incominciò a piangere, e a dire così: - Oimè, dolorosa la vita mia, ove sono io portata? Chi mi toglie da' dolci paesi ov'io lascio l'anima mia? O Amore, solo signore della dolorosa mente, quanti e quali sono i mali, che io, per essere fedelissima suggetta alla tua signoria, sostegno! Ma tra gli altri notabili, come tu sai, io per te ebbi a morire di vituperevole morte, avvegna che per te simigliantemente da quella campassi, e ora, come vilissima serva venduta, per te, non so ove io mi sia portata.
Se queste cose fossero manifeste, chi s'arrischierebbe mai a seguire tua signoria? Deh, perché non mi uccidevi tu avanti, quando ne' begli occhi di Florio m'apparisti, che ferirmi, acciò che io per la tua ferita tanto male dovessi sostenere? Oimè, ch'io non so quali liti saranno da me cercati, né alle cui mani io misera debbo venire.
Ma a niune verrò che iguale tristizia non sia la mia, poi ch'io lascio il mio Florio.
Dove, o misera fortuna, ricorrerò per conforto, con ciò sia cosa che ogni speranza fuggita mi sia di potere mai lui rivedere? Io sono portata lontana da lui, e egli nol sa, né sa dove: dunque dove sarò io da lui ricercata io come potrò lui ricercare, ché la mia libertà è stata venduta a costoro infiniti tesori? Ahi misera vita, maladetta sii tu, che sì lungamente in tante tribulazioni mi se' durata! O dolcissimo Florio, cagione del mio dolore, gl'iddii volessero che io mai veduto non ti avessi, poi che per amarti tante tribulazioni e tante avversità sostenere mi conviene.
Ma certo se io mai riveder ti credessi, ancora mi sarebbe lieve il sostenerle.
Oimè, or che colpa ho io se tu m'ami? Io mi riputai già grandissimo dono dagl'iddii l'avere avuto da te soccorso, quando per te credetti morire nelle cocenti fiamme: ma certo io ora avrei molto più caro l'essere stata morta.
Io non so che mi fare.
Io disidero di morire e intanto mi conosco miserissima, in quanto io veggio alla morte rifiutarmi.
Ora faccino di me gl'iddii ciò che piace loro: niuno uomo fu mai amato da me se non Florio, e Florio amo e lui amerò sempre.
Nulla cosa mi duole tanto, quanto il perduto tempo, nel quale già potemmo i disiderati diletti prendere e non li prendemmo, ma quello ozioso lasciammo trascorrere, pensando che mai fallire non ci dovesse: ora conosco che chi tempo ha e quello attende, quello si perde.
O misero Fileno, in qualunque parte tu vagabundo dimori, rallegrati che io, cagione del tuo essilio, ti sono fatta compagna con più misera sorte.
A te è licito di tornare, ma a me è negato.
Tu ancora la tua libertà possiedi, ma la mia è venduta.
Gl'iddii e la fortuna ora mi puniscono de' mali che tu per me sostieni: ma certo a torto ricevo per quelli ingiuria, ché, come essi sanno, mai io non ti mostrai lieto sembiante se non costretta dalla iniquissima madre di colui di cui io sono.
Oimè, quanto m'è la fortuna contraria! Ma certo ciò non è maraviglia, con ciò sia cosa che i figliuoli debbano succedere a' parenti nelli loro atti: chi più infortunato fu che il mio padre e la mia misera madre, avvegna che di tutto io fossi cagione se io di ciò fui cagione, dunque maggiormente conviene che io infortunata sia, anzi posso dire che io sia esso infortunio.
Rallegrinsi le loro anime ove che esse sieno: io porto pena del commesso male.
O iddii, provedete alla mia miseria, poneteci fine.
O Nettunno, inghiottisci la presente nave, acciò che la misera perisca.
Racchiudi sotto le tue onde in un corpo tutte le miserie, acciò che il mondo riposi: elle sono tutte adunate in me; se tu me nelle tue acque raccogli, tutte l'avrai in tua balia, e potrai poi di quelle dare a chi ti piacerà.
E tu, o Eolo, leva co' tuoi venti le tese vele, che al mio disio mi fanno lontana.
Ove è ora la rabbia de' tuoi suggetti, che a' troiani levò gli alberi e' timoni, e parte de' loro uomini e delle navi? Risurga, acciò che io più non sia portata avanti.
Io disidero di morire ne' vicini mari al mio Florio, acciò che il misero corpo, portato dalle salate acque sopra i nostri liti, muova a pietà colui di cui egli è, e da capo con le propie lagrime il bagni.
O almeno abassa la potenza del fresco vento che ci pinge alla disiderata parte da costoro.
Apri la via agli orientali e agli austri, acciò che negli abandonati porti un'altra volta sieno gittate le tegnenti ancore, e quivi forse da Florio, che già dee la mia partita aver sentita, sarò radomandata con maggior quantità di tesori a costoro.
Niuna altra speranza m'è rimasa, in niuna altra maniera mai rivedere non credo colui che è solo mio bene.
Oimè, i miei prieghi non sono uditi! E chi ascoltò mai priego di misero? Io m'allungo ciascuna ora più da te, o Florio, in cui l'anima mia rimane.
E però rimanti con la grazia degl'iddii, i quali io priego che da sì fatta doglia come io sento, ti levino.
Pensa d'un'altra Biancifiore, e me abbi per perduta: li fati e gl'iddii mi ti tolgono.
Io non credo mai più rivederti, però che veggendomiti ciascuna ora più far lontana, disperata mi dispongo alla morte, la quale gl'iddii non lascino impunita in coloro che colpa me n'hanno -.
E piangendo, con travolti occhi e con le pugna chiuse, palida come busso, risupina cadde in grembo a Glorizia, che con lei miseramente piangeva.
[50]
Li due mercatanti vedendo questo, dolenti oltre misura, lasciando ogni altro affare, corsero in quella parte, e di grembo a Glorizia la levarono, e lei non come comperata serva, ma come cara sorella si recarono nelle braccia, e con preziose acque rivocarono gli spaventati spiriti a' loro luoghi, e così cominciarono a parlare a Biancifiore: - O bellissima giovane, perché sì ti sconforti? Perché piangendo e con ismisurato dolore vuoi te e noi insieme consumare? Deh, qual cagione ti conduce a questo? Piangi tu l'avere abandonato il vecchio re, il quale, pieno d'iniquità e di mal talento, più la tua morte che la tua vita disiderava? Tu di questo ti dovresti rallegrare.
E forse che ti pare che la fortuna miseramente ti tratti, però che tu a noi costi la maggior parte de' nostri tesori, parendoti dovere avere preso nome di comperata serva, sotto la qual voce non pare che lieta vita si deggia poter menare; ma certo da tale pensiero ti puoi levare, però che noi non guarderemo mai a' donati tesori per te, ma, conoscendo la tua magnificenza, in ogni atto come donna ti onoreremo.
E se forse ti duole il dover cercare nuovi liti, imaginando quelli dovere essere strani e voti di varii diletti, de' quali forse ti pareva la tua Marmorina piena, certo tu se' ingannata, però che colà ove noi ti portiamo è luogo abondevole di graziosi beni, pieno di valorosa gente, nel quale forse la fortuna ti concederà più tosto il tuo disio che fatto non ti avrebbe onde ti parti: però che noi spesso veggiamo che quelli luoghi che paiono più atti a uno intendimento d'un uomo o d'una donna, quelli sono quelli ne' quali mai tale intendimento fornire non si può; e così ne' non pensati luoghi avviene che l'uomo ha quello che ne' pensati disiderava.
I futuri avvenimenti ci sono nascosi.
Il primo aspetto delle cose doni speranza di quello che dee seguire: tu ricca, tu graziosa, tu bellissima! Le quali cose pensando, manifestamente si dee credere che gl'iddii a grandissime cose t'apparecchiano e che in te non dee potere lunga miseria durare.
Piangano coloro a' quali niuna speranza è rimasa.
Noi ti preghiamo che tu ti conforti, con ciò sia cosa che noi manifestamente conosciamo che con aperte braccia felicità non pensata t'aspetta, alla quale gl'iddii tosto te e noi con prosperevole tempo, come cominciato hanno, ci portino -.
[51]
Con pietose lagrime ascoltava Biancifiore le parole de' confortanti, e avvegna che niuno conforto di quelle prendesse, nondimeno con rotte voci prometteva di confortarsi.
Ma poi che i due mercatanti, parendola loro quasi avere riconfortata, la lasciarono con Glorizia, essa soletta in una camera della nave, donata a lei da' signori, si rinchiuse, e in quella con tacite lagrime sopra il suo letto così cominciò a dire: - O graziosissima Citerea, ove è la tua pietà fuggita? Oimè, come tante lagrime di me, tua fedelissima suggetta, non ti muovono ad aiutarmi? Chi spererà in te, se io, che più fede t'ho portata, per te perisco? E quando verrà il tuo soccorso, se nelle miserie non viene? Io non posso peggio stare che io sto.
O misera a me, che feci io che io meritassi d'essere venduta? Or m'avesse avanti il re uccisa con le propie mani: almeno il termine de' miei dolori sarebbe finito! Deh, pietosa dea, quand'io altra volta temetti di morire, tu da quel pericolo mi campasti: perché ora più grave t'è in questo bisogno aiutarmi? Io mi diparto dal mio Florio, né so quali paesi fieno cercati da me: e se io credessi propiamente i tuoi regni venire ad abitare, e' mi sarebbero noiosi sanza Florio.
Dunque comanda che come la saetta del tuo figliuolo con dolcezza mi passò il cuore per la piacevolezza di Florio, a me tornata in grave amaritudine, che ella mi si converta in mortal piaga, e tosto.
Non consentire che io più viva languendo.
Muovanti tante lagrime, quante io mando nel tuo cospetto, a questa sola grazia concedermi: e se a te forse la mia morte non piace, riconfortimi la seconda volta il tuo santo raggio, il quale nella oscura prigione, ov'io per adietro a torto fui messa, mi consolò faccendomi sicura compagnia.
Io vo sanza alcuna speranza, se da te non m'è porta.
Deh, non mi lasciare in tanta avversità disperata, ma sì come il tuo pietoso Enea negli africani liti, a' quali io, più ch'io non disidero, già m'appresso, riconfortasti con trasformata imagine, così di me ti dolga, e fammi degna del tuo soccorso.
A te niuna cosa s'occulta, il mio bisogno tu il sai: provedivi sanza indugio, acciò che il numero delle mie miserie non multiplichi.
E tu, o vendicatrice Diana, nel cui coro io per difetto di virginità non avrei minor luogo, aiutami: io sono ancora del tuo numero, e disidero d'essere infino a quel tempo che l'inghirlandato Imineo mi penerà a concedere liete nozze.
Concedi che io possa i tuoi beneficii interi servare al mio Florio, al quale se i fati non concedono che essi pervengano, prima la morte m'uccida che quelli tolti mi sieno -.
E mentre che Biancifiore queste parole fra sé tacita pregando dicea, soave sonno sopravenutole, le parole e le lagrime insieme finio.
[52]
Diana, che delli alti regni conoscea la miseria in che Biancifiore era venuta per le operazioni di lei, in se medesima si riputò essere vendica del non ricevuto sacrificio, e temperò le sue ire con giusto freno, e i santi orecchi piegò a' divoti prieghi di Biancifiore; e li suoi scanni lasciati, a quelli di Venere se n'andò, e così le disse: - O dea, sono alle tue orecchie pervenuti i pietosi prieghi della tua Biancifiore, come alle mie? -.
- Certo sì - rispose Citerea, - e già di qui mi volea muovere per andare a porgerle il dimandato conforto; ma tu, che niuna tua ira vuoi sanza vendetta da te cacciare, lascia omai le soperchievoli offese e perdona il disaveduto fallo alla innocente giovane, acciò che io non abbia cagione di contaminare i tuoi cori con più asprezza.
Tu non meno di me se' tenuta d'aiutare costei, però che ben che essa aggia me col core servita e serve, nondimeno ha ella te sempre con le operazioni servita, e ora a te, come a me, soccorso nella presente avversità domanda -.
- Adunque - disse Diana - andiamo: le mie ire sono passate, e vera compassione de' suoi mali porto nel petto; porgiamole il dimandato conforto -.
A cui Venere disse: - Io la veggo sopra le salate onde vinta da angosciosi pianti soavemente dormire, e esserne portata verso il mio monte, al quale luogo io spero che 'l suo disio ancora farò con letizia terminare, avvegna che sanza indugio essere non può per quello che per adietro hai operato -.
[53]
Sanza più parlare si partì il divino consiglio, e amendue le dee, lasciati i luoghi, con lieto aspetto nel sonno si mostrarono alla dormente giovane.
E Diana, che in quello abito propio che portare solea alle cacce, inghirlandata delle fronde di Pallade, l'apparve, e così le disse: - O sconsolata giovane, l'avermi ne' sacrificii, renduti agli altri iddii per lo tuo scampo, dimenticata, giustamente verso di te mi fece turbare: per la quale turbazione, essendone io stata cagione, hai sostenute gravose avversità.
Ma ora i tuoi prieghi hanno addolcita la mia ira, e divenuta sono verso di te pietosa: per la qual cosa ti prometto che la dimandata grazia infino alla disiderata ora ti sarà da me conceduta, né niuno sarà ardito di levarti ciò che tu nel cuore hai proposto di guardare -.
Ma Venere, che tutta nel cospetto di Biancifiore di focosa luce sfavillava, involte le nude carni in uno sottilissimo drappo porporino, e coronata dell'amate frondi di Febo, così le disse: - Giovane, a me divota e fedelissima suggetta, lascia il lagrimare, e nelle presenti avversità e nelle future con iguale animo ti conforta.
Tu hai co' tuoi prieghi mosse a pietà le nostre menti, e spera che tu sarai da Florio ricercata: e in quella parte nella quale più ti parrà impossibile di doverlo potere avere o vedere, tel troverai nelle tue braccia ignudo -.
E queste cose dette, sparvero, e Biancifiore si svegliò: e lungamente pensando alle vedute cose, molto conforto riprese, e con lieto viso a Glorizia queste cose tutte raccontò; di che insieme prendendo buona speranza di futura salute, fecero maravigliosa festa.
[54]
Nettunno tenea i suoi regni in pace e Eolo prosperosamente pingeva l'ausonica nave a' disiati liti, sì che avanti che Febea, nel loro partimento cornuta, avesse i suoi corni rifatti eguali, essi pervennero all'isola che preme l'orgogliosa testa di Tifeo.
E quivi, di rinfrescarsi bisognosi, là ove Anchise la lunga età finì, presero porto, e, onorevolemente ricevuti in casa d'una nobilissima donna chiamata Sisife, a' mercatanti di stretto parentado congiunta, più giorni quivi si riposarono.
Con la quale Sisife dimorando Biancifiore, e nella mente tornandole alcuna volta Florio e la dolente vita, la quale egli dovea sentire poi che saputo avesse la partita di lei, pietosamente piangea, e con tutto che la sua speranza fosse buona e ferma, non cessava però di dubitare, né per quella potea in alcun modo porre freno alle sue lagrime.
La qual cosa Sisife vedendo un giorno così le disse: - Dimmi, Biancifiore, se gl'iddii ogni tuo disio t'adempiano, qual è la cagione del tuo pianto? Io ti priego, s'elli è licito ch'io la sappia, che tu non la mi celi, però che grandissima pietà, che di te sento nel cuore, mi muove a questo voler sapere: la qual cosa, se tu mi dirai, tale potrà essere che o conforto o utile consiglio vi ti porgerò -.
A cui Biancifiore disse: - Nobile donna, niuna cosa vi celerei che domandata mi fosse da voi, solo ch'io la sapessi: e però ciò che dimandato avete, volontieri la vostra volontà ne sodisfarò, avvegna che invano consiglio o conforto mi porgerete.
Io, dal mio nascimento isfortunata, non saprei da qual capo incominciare a narrare i miei infortunii, tanti sono e tali.
Ma posto che sieno stati e sieno al presente molti, solamente amore mi fa ora lagrimare, con ciò sia cosa che io, più che alcuna giovane fosse mai, mi truovo nella sua potenza costretta per la bellezza d'un valoroso giovane chiamato Florio, figliuolo dell'alto re di Spagna, il quale è rimaso là onde io misera mi partii con questi signori della nave, i quali me comperata schiava portano, e non so dove.
E ben che l'essere io di costoro mi sia grave, leggerissima riputerei questa e ogni altra maggiore avversità, se meco fosse il signore dell'anima mia, o in parte che io solamente alcuna volta il giorno vedere lo potessi.
Ma non che alcuna di queste cose m'abbia la fortuna voluto concedere, ma ella solamente non sofferse che io vedere il potessi nella mia partita, o udire di lui alcuna cosa: anzi ingannata e semiviva, e tutta delle mie lagrime bagnata, fui di Marmorina tratta, ove io l'anima e ogni intendimento ho lasciata con colui di cui io sono tutta.
E sanza fine mi maraviglio come dopo la mia partenza, considerando allo intollerabile dolore ch'io ho sostenuto, m'è tanto la vita durata: ma la morte perdona a' miseri le più volte! -.
E qui lagrimando, bassò la testa e tacquesi.
E Sisife così le cominciò a parlare: - Bella giovane, non ti sconfortare: sanza dubbio conosco il tuo infortunio essere grande e il dolore non minore che quello; ma per tutto questo, posto ch'è perduto il luogo ove meno dolore che qui sentivi, non dee però essere da te la speranza fuggita.
E, appresso, nella presente vita si conviene le impossibili cose rifiutare, e l'avverse con forte animo sostenere.
Niuno mai fu in tanta miseria che possibile non gli fosse l'essere in brieve più che altro felice.
I movimenti della fortuna sono varii, e disusati i modi ne' quali ella i miseri rileva a maggiori cose.
Se a te pare impossibile di dover mai ritornare là ove Florio di' che lasciasti, né mai speri di rivederlo, fa che tu ti sforzi d'imaginare di mai non averlo veduto, e ogni pensiero di lui caccia da te.
E quando tu riposata sarai là ove costoro ti portano, tu ne vedrai molti de' quali non potrà essere che alcuno non te ne piaccia, e niuno sarà a cui tu non piaccia: colui che ti piacerà, colui sia il tuo Florio.
Or conviensi che la tua bellezza perisca per amore d'un giovane, il quale avere non si può oramai? -.
Quando Biancifiore ebbe per lungo spazio ascoltato ciò che Sisife le parlava, ella alzò la testa e disse: - Oimè, quanto male conoscete le leggi d'amore! Certo elle non sono così dissolubili come voi nel parlare le mostrate.
Chi è colui che possa sciogliersi e legarsi a sua volontà in sì fatto atto? Certo chi è colui che 'l fa, e far lo può, non ama, ma imponsi a se medesimo falso nome d'amante, però che chi bene ama, mai non può obliare.
E come per niuno altro potrò io dimenticare il mio Florio il quale di bellezza, di virtù e di gentilezza ciascuno altro giovane avanza? E quando alcuna di queste cose in sé non avesse, sì n'è in lui una sola, per la quale mai per alcuno altro cambiare nol dovrei: che esso ama me sopra tutte le cose del mondo -.
- Fermamente conosco - disse Sisife - che tu ami e che le tue lagrime da giusta pietà procedono; ma piacciati confortarti, ché impossibile mi pare che sì leale amore gl'iddii rechino ad altro fine, che a quello che tu e esso disiderate -.
[55]
Poi che i mercatanti furono alcuni giorni riposati, e il tempo parve al loro cammino salutevole, risaliti con Biancifiore sopra l'usato legno, a' venti renderono le vele, e con tranquillo mare infino all'isola di Rodi se n'andarono.
Quivi il tempo mostrando di turbarsi, scesero in terra, e con Bellisano, nobilissimo uomo del luogo, per più giorni dimorarono.
E Biancifiore, ricevuta dalle paesane non come serva, ma come nobilissima donna, da tutte fu onorata, e, mentre quivi dimorarono, da tutte confortata fu, dandole speranza di futuro bene.
Ma ritornato la terza volta il tempo da' padroni dimandato, in su la nave risalirono.
E già la nuova luna cornuta di sé gran parte mostrava, quando essi allegri pervennero a' dimandati porti, ove il cammino e la fatica insieme finirono.
[56]
Quivi pervenuti, dico che al vento tolsero le vele e dierono gli aguti ferri a' tegnenti scogli, e con fido legame fermarono la loro nave.
E di quella con grandissima festa discesi, ringraziando i loro iddii, cercarono la città, e in quella con la bella giovane entrati, da Dario alessandrino furono graziosamente non sanza molto onore ricevuti, e massimamente Biancifiore.
E in questo luogo per alquanti giorni dimorati, vi venne un signore nobilissimo e grande, il quale era amiraglio del possente re di Bambillonia, e per lui quel paese tutto sotto pacifico stato possedea.
Il quale, come la bella nave vide, fece a sé di quella venire i padroni, e li dimandò qual fosse la loro mercantantia, e onde venissero.
A cui i mercatanti risposero: - Signore, noi lasciammo i liti quasi all'ultimo Occidente vicini, e quindi abbiamo, sanza altra cosa più, recata una nobilissima giovane, in cui più di bellezza che mai in alcuna si vedesse, si vede, la quale un grandissimo re, in quelle parti signoreggiante, ci donò per una grandissima quantità de' nostri tesori che noi a lui donammo -.
Disse allora l'amiraglio: - Venga adunque la giovane, la cui bellezza voi fate cotanta, e se bella è come la vantate, e di nobili parenti discesa, e ancora casta virginità tiene, de' nostri tesori quelli che vorrete prenderete e donereteci lei -.
Piacque a mercatanti, e per lei incontanente mandarono, la quale, di nobilissimi vestimenti vestita e ornata, insieme con Glorizia davanti all'amiraglio si presentò.
Il quale graziosamente la ricevette, e non sì tosto la vide, come a lui parve la più mirabile bellezza vedere che mai per alcuno veduta fosse, e comandò che a' mercatanti fosse donato a loro piacere dei suoi tesori.
E poi ch'egli ebbe di lei da loro ogni condizione udita, pietoso de' suoi affanni così disse: - Io giuro per i miei iddii che omai più la fortuna non le potrà essere avversa: alle sue tribulazioni io con grandissima felicità mi voglio opporre, e voglio provare se la fortuna la potrà fare più misera che io felice.
E' non passerà lungo tempo che il mio signore dee qui venire, al quale io intendo, in luogo di riconoscenza di ciò ch'io tengo da lui, donare questa bellissima cosa, né conosco che gioia più cara donare gli potessi.
E sì prometto per l'anima del mio padre che tra le sue moglieri io farò che questa sarà la principale, e sì farò la sua testa ornare della corona di Semiramis; e infino a quel tempo che questo sarà, tra molte altre giovani, le quali a simil fine si tengono, la farò sì come donna di tutte onorare, e sotto diligente guardia servare, con tutti quelli diletti e beni che niuna giovane dee potere disiderare -.
E questo detto, comandò che onorevolemente alla gran Torre dello Arabo insieme con Glorizia fosse menata Biancifiore, e quivi con l'altre giovani donzelle dimorasse faccendo festa.
Di questo furono assai contenti i mercatanti, sì per lo loro avere, il quale aveano forse nel doppio multiplicato, e sì per la giovane a cui prosperevole stato vedeano promesso da signore che bene lo poteva attenere.
E a lei rivolti, con pietose parole la confortarono, e da essa piangendo si partirono, e pensarono d'altro viaggio fare con la loro nave.
E quella, posta con l'altre pulcelle molte nella gran torre, non sanza molto dolore, infino a quel tempo che agl'iddii piacque la 'mpromessa di Venere fornire, dimorò.
[57]
Già allo iniquo re di Spagna, partita Biancifiore, pareva avere il suo disio fornito; ma ancora pensando che necessità gli era la sua malvagità con falso colore coprire, imaginò di far credere che Biancifiore fosse morta, acciò che Florio, sentendo quella morta essere, dopo alcuna lagrima la dimenticasse.
E preso questo consiglio, per molti maestri mandò segretamente, a' quali sanza niuno indugio comandò che fosse fatta una bellissima sepoltura d'intagliati marmi, allato a quella di Giulia.
La quale compiuta, preso un corpo morto d'una giovane quella notte sepellita, la mattina co' vestimenti di Biancifiore e con molte lagrime la fece sepellire, dicendo che Biancifiore era: e questo con tanto ingegno fece, che niuno era nella città che fermamente non credesse che Biancifiore fosse morta, da coloro in fuori a cui di tale inganno il re fidato s'era.
E questo fatto, mandò a Montoro a Florio un messaggiere, il quale così gli disse: - Giovane, il tuo padre ti manda che se a te piace di vedere Biancifiore avanti ch'ella di questa vita passi, che tu sii incontanente a Marmorina, però che subitamente una asprissima infirmità l'ha presa, per la qual cosa appena credo che ora viva sia -.
Non udì sì tosto Florio questo, com'egli tutto si cambiò nel viso, e sanza rispondere parola, ristretto tutto in sé, quivi semivivo cadde, e dimorò tanto spazio di tempo in tale stato, che alcuno non era che morto nol riputasse.
Il vermiglio colore s'era fuggito del bel viso, e la vita appena in alcun polso si ritrovava; ma poi che egli pure fu per alcuni in vita essere ancora conosciuto, con preziosi unguenti e acque, dopo molto spazio, con molta sollecitudine furono i suoi spiriti rivocati: e tornato in sé aperse gli occhi, e intorno a sé vide il duca e Ascalion piangendo, i quali con pietose parole il riconfortavano, e altri molti con loro.
A' quali egli dopo un gran sospiro disse: - Oimè, perché m'avete voi, credendo piacere, disservito? L'anima mia già contenta andava per li non conosciuti secoli vagando sanza alcuna pena ma voi a dolersi ora l'avete richiamata.
Oimè, ora sento che la lunga paura, che io ho avuta della vita di Biancifiore, m'è nell'avvisato modo con pericoloso accidente venuta adosso.
Quale infermità potrebbe sì subita sopravvenire a una fresca giovane, che a morte in un momento la inducesse? Fermamente che a forza è da' miei parenti stata la mia Biancifiore recata a questa morte, se morta è, o se ora morrà -.
E levatosi, comandò che i cavalli venissero, e preso il cammino con molta compagnia, cercando già il sole l'occaso, sempre piangendo se n'andò verso Marmorina, così nel suo pianto dicendo:
[58]
- O gloriosi iddii, della cui pietà l'universo è ripieno porgete i santi orecchi alquanto a' miei prieghi, e non mi sia da voi negata l'usata benignità tornando crudeli discenda de' cieli il vostro aiuto in questo espressissimo bisogno.
Venga la vostra grazia, d'ogni noioso accidente cacciatrice, sopra la innocente Biancifiore, la quale ora per noiosa infermità pare che si disponga a rendervi la graziosa anima.
Sostengasi per vostra pietà la sua vita, e siale renduta la perduta sanità, e la giovane età, nella quale essa dimora, prima di lei si consumi.
Non muoiano in una morte due amanti.
O buono Apollo, o luminoso Febo per cui ogni cosa ha vita, ascolta i miei prieghi! Non consentire che tanta bellezza alla tua simigliante per mortal colpo al presente perisca.
O Citerea, o Diana, aiutate la vostra giovane.
O qualunque iddio dimora nel celestiale coro, sturbate la costei morte, acciò che io, a voi fedelissimo servidore, viva.
O Lachesis, tieni ferma l'ordita conocchia, composta da Cloto, tua fatale sorella, non lasciare ancora il dilettevole uficio, dove sì corto affanno hai infino a qui sostenuto.
E tu, o morte, generale e infallibile fine di tutte le cose, in cui la maggior parte della mia speranza dimora, quasi imaginando che in te stia quella salute la quale io cerco, non mi consumare ferendo la mia Biancifiore: dilungati da lei per li miei prieghi.
In te sta il donarlami e il torlami.
Deh, non essere tuttavia crudele! Vincasi questa volta per prieghi la tua fierezza, e pietosa ti volgi a riguardare con quanta umiltà i miei prieghi ti sono porti, e riguarda quanta sia la noia che ricevo, se verso la bella giovane incrudelisci.
Oimè, che io nol posso dire, ma il mio aspetto tel dee manifestare.
Oimè, perdona, risparmiando un solo colpo, allo infinito valore che dal mondo si partirebbe morendo questa.
Perdona a tanta bellezza quanta ella possiede: non si fugga per te tanta leggiadria quanta in costei si vede, né si diparta per lo tuo operare il fedele amore che insieme lungamente ci ha tenuti legati con pura fede, il quale a mano a mano se la ferissi, per lo tuo medesimo colpo si ricongiugnerebbe.
Ahimè, raffrena per Dio il tuo volere: leva la pungente saetta che già in sul tuo arco mi pare vedere posta, per uccidere colei in cui gl'iddii più di grazia che in alcuna altra posero.
Sostieni che nel mondo si vegga costei per mirabile essemplo delle celestiali bellezze.
Se alcuni prieghi ti deono fare pietosa, faccianti i miei, e questo sia sanza alcuno indugio: io non temo niuna cosa se non te.
Riguarda le mie lagrime e il palido aspetto già dipinto della tua sembianza: sola questa grazia mi concedi, la quale se dura t'è a concederlami, concedi che quella saetta che il tuo arco dee nel dilicato petto di lei gittare, prima il mio trapassi, acciò che dopo il trapassare della mia Biancifiore io non rimanga per doverti biasimare, e più la tua crudeltà far manifesta nella poca vita che mi lascerai -.
[59]
Mostravasi già il cielo d'infiniti lumi acceso, quando così piangendo e parlando Florio entrò in Marmorina: per la quale tacito e sanza niuna festa, maravigliandosi e dubitando, passò infino che alle reali case pervenne.
Nelle quali entrato con la sua compagnia, e da cavallo smontati, e salendo su per le scale, la perfida madre gli si fé incontro con dolente aspetto.
A cui Florio, come la vide, dimandò che di Biancifiore fosse, se migliorata era o come stava, ché egli avanti venire non la si vedea.
Alla cui domanda la madre niente rispose, ma abbracciatolo, cominciò a lagrimare, e lui menò davanti al padre che nella gran sala sedea, vestito di vestimenti significanti tristizia, tenendo crucciato aspetto, con molta compagnia.
[60]
Levossi lo iniquo re alla venuta del figliuolo, e fattoglisi incontro, lui teneramente abbracciò e baciò, dicendo: - Caro figliuolo, assai mi sarebbe stato caro che ad altra festa la tua tornata fosse stata, o almeno più sollicita, acciò che licito ti fosse stato di avere veduta la vita in colei, la cui morte ora con pazienza ti conviene sostenere; e però sì come savio, con forte animo ascolta le mie parole.
E siati manifesto che la bellissima Biancifiore è stata chiamata al glorioso regno, là ove le sante opere sono guiderdonate.
E in quello Giove e gli altri beati della sua andata si rallegrano, i quali, invidiosi forse di tanto bene quanto noi per la sua presenza sentivamo, l'hanno a loro fatta salire.
E ben che ella lietamente viva ne' nuovi secoli, a noi gravissima noia ne' cuori di tale partita è rimasa, però che infinito amore le portavamo, sì per la virtù e per la piacevolezza di lei, e sì per l'amore che sentivamo che tu le portavi.
Ma però che nuova cosa né inusitata è stata la sua partita, ma cosa la quale ogni giorno avvenire veggiamo, e a noi similmente con forte animo aspettare la conviene sanza speranza di poterla fuggire, ci conviene con pazienza tale accidente sostenere, e prendere conforto: però che sapere dobbiamo che per greve doglia da noi sostenuta non sarebbe a noi renduta la cara giovane.
Adunque, caro figliuolo, confortati, ché se gl'iddii ci hanno costei tolta, elli non ci hanno levato il poterne una più bella cercare e averla.
Noi te ne troveremo una la quale più bella e di reale prosapia discesa sarà, e a te in luogo di Biancifiore per cara sposa la congiungeremo.
Certo ella nella sua vita, affannata da mortale infermità e già presso al suo passare, ebbe tanta memoria di te, che, chiamati me e la tua madre, con lagrime sopra le nostre anime puose che noi con ogni sollecitudine ti dovessimo del suo trapassare rendere conforto, e pregarti che per quello amore che tra te e lei era nella presente vita stato, che tu ti dovessi confortare, e niente ti dolessi, però che ella si vedea grazioso luogo apparecchiato ne' beati regni, ne' quali essendo, se le tue lagrime sentisse, molto la sua beatitudine mancheresti.
E questo detto, con pietoso viso, e col tuo nome in bocca, rendé l'anima agl'immortali iddii: e però noi così te ne preghiamo, e per parte di lei e per la nostra.
Ella ha lasciati i mondani affanni; non le volere porgere nuova pena, ché doppiamente offende chi contra coloro opera, che dopo la loro morte sono beatificati.
Confortati, e della sua morte inanzi gioia che tristizia prendi, imaginando che ella in cielo, ove ora dimora, di te e dell'amore, che mentre fu di qua ti portò, si ricorderà, per merito del quale ragionando con gl'iddii delle tue virtù, li farà verso te benivoli: la qual cosa sanza grandissimo bene di te non potrà essere -.
[61]
Con grandissima pena sostenne Florio le parole dello iniquo re, ma poi ch'egli si tacque, Florio, gittata una grandissima voce, disse: - Ahi, malvagio re, di me non padre ma perfidissimo ucciditore, tu m'hai ingannato e tradito! -.
E messesi le mani nel petto, dal capo al piè tutta si squarciò la bella roba, e cadde in terra con le pugna serrate, e con gli occhi torti nel viso sanza alcun colore rimaso, risomigliando più uomo morto che vivo.
Ma dopo picciolo spazio ritornato in sé, e alzata la testa di grembo alla madre, incominciò a dire: - O iniquo re, perché l'hai uccisa? Che aveva la giovane commesso ch'ella meritasse morte? Tu se' stato cagione della morte di lei, e ora credi con lusinghevoli parole sanare la piaga che il tuo coltello m'ha fatta, la quale altro che morte mai non sanerà.
Ora se' contento, iniquo re! Omai hai quello che lungamente hai disiderato: ma io ti farò tosto di tal festa tornare dolente! -.
E poi ricadde in grembo alla madre tramortito.
E così piangendo e battendosi, sanza volere udire alcun conforto da nullo che vi fosse, tutta la notte stette, faccendo piangere chiunque il vedea, tanto era pietoso il suo parlare, che col doloroso pianto mescolato faceva.
[62]
Era la misera madre insieme con Florio piangendo, quando il nuovo giorno apparve, e con alcune parole lui confortare non potea.
A cui egli disse: - Siami mostrato il luogo ove la mia Biancifiore giace sanza anima -.
A cui la madre rispose: - Come vuoi tu andare in tale maniera a visitare la sepoltura di Biancifiore? Vuoi tu far fare beffe di te? Rattempera il tuo dolore in prima, poi temperato quello, v'andremo, ché certo niuna persona è che ora ti vedesse, che non credesse che tu fossi del senno uscito: e io similemente sanza fine di te mi maraviglio, non sappiendo onde questo si muova.
Oimè misera, ora hai tu perduto ogni sentimento a Montoro, che tu vuogli, per una giovane di sì picciola condizione come fu Biancifiore, consumarti e privarmi di te, così nobile figliuolo? Hai paura che un'altra giovane non si truovi più bella di Biancifiore? Si farà! A' nostri regni non è guari lontano il nobilissimo re di Granata, il quale si può gloriare della più bella figliuola che mai niuno uomo del mondo avesse: ella sarà tua sposa, se tu ti vuoi confortare -.
A cui Florio disse: - Reina, non volere porgere ora con lusinghevoli parole conforto colà dove con inganno hai messa tristizia: folle è colui che per medico prende il nimico da cui davanti è stato ferito a morte.
Fammi mostrare dove giace colei cui uccisa avete, e a cui l'anima mia si dee oggi accompagnare -.
Piangendo allora la reina, con lui, al quale niuno colore era nel viso rimaso, e i cui occhi aveano per lo molto piangere intorno a sé un purpureo giro, e essi rossi erano rientrati nella testa, e molti altri si mossero con loro, lui menando al tempio.
Al quale andando Florio, ovunque egli giungeva vedea genti piene di dolore, e nuovo pianto facea cominciare, tanta era la pietà che 'l suo aspetto porgeva a chi 'l vedeva.
E dopo alquanto pervennero al tempio dove Giulia sepulta stava, e dove le non vere scritte lettere significavano che quivi Biancifiore morta giacesse.
[63]
Nel qual tempio entrati, la reina mostrò a Florio la sepoltura nuova, e disse: - Qui giace la tua Biancifiore -.
La quale come Florio la vide, e le non vere lettere ebbe lette, incontanente perduto ogni sentimento, quivi tra le braccia della madre cadde, e in quelle semivivo per lungo spazio dimorò.
Quivi corsa quasi tutta la città, di doppio dolore compunti, faceano sì gran pianto e sì gran romore, che se Giove allora gli spaventatori de' Giganti avesse mandati, non si sariano uditi.
Ciascuno era tutto stracciato e di lugubri veste vestito, e gli uomini e le donne, e alcuni, ma quasi tutti, credeano Florio morto giacere nelle braccia della reina: per la qual cosa il piangere Biancifiore aveano lasciato, e tutti Florio miseramente piangeano.
Ma poi che Florio fu per lungo spazio così dimorato, il cuore rallargò le sue forze, e ritornate tutte per gli smarriti membri, Florio si dirizzò in piè, e cominciò a piagnere fortissimamente, e a gridare e a dire: - Oimè, anima trista, ove se' tu tornata? Tu ti cominciavi già a rallegrare, parendoti essere da me disciolta e cercare nuovi regni.
Oimè, perché hai tu tornato il diletto che tu sentivi, parendoti che io fossi morto, in grieve noia, rendendomi la vita? Ora di nuovo sento i dolori che la trista memoria aveva messi in oblio, mentre che tu in forse fuori di me dimorasti -.
E appresso questo gittatosi sopra la nuova sepoltura, incominciò a dire: - O bellissima Biancifiore, ove se' tu? Quali parti cerca ora la tua bella anima? Deh, tu solevi già con lo splendore del tuo bel viso tutto il nostro palagio di dilettevole luce fare chiaro: come ora in picciolo luogo, tra freddi marmi, se' costretta di patire noiosa oscurità! Misera la mia vita, che tanto sanza te dura! O dilicati marmi, cui mi celate voi? Perché colei che più che altro piacque agli occhi miei mi nascondete? Voi forse insieme col mio nimico padre, invidiosi de' miei beni, mi celate quello che io più mi dilettai di vedere, servando la natura d'Agliauro, con voi insieme d'una qualità tornata.
Ma se gl'iddii ancora vi concedano d'esser lieti ornamenti de' loro altari, apritevi, e concedete che io vegga quel viso che già assai fiate, vedendolo, mi consolò; il quale io vedutolo, possa contento prendere spontanea morte.
Sostenete che gli occhi miei nel picciolo termine della vita loro serbata abbiano questa sola consolazione, poi che licito non fu loro, anzi ch'ella mutasse vita, rivederla.
O inanimato corpo, come non t'è egli possibile una sola volta richiamare la partita anima, e levarti a rivedermi? Io l'ho dalla passata sera in qua richiamata in me tante volte: richiamala tu una sola, e solamente la tieni tanto che tu mi possi morendo vedere seguirti.
Oimè, Biancifiore, quale doloroso caso mi t'ha tolta? Deh, rispondimi, non ti odi tu nominare al tuo Florio? Deh, qual nuova durezza è ora in te, che 'l mio nome che ti solea cotanto piacere non è da te ascoltato, né alle mie voci risposto? Come ha potuto la morte tanto adoperare che il vero e lungo amore tra noi stato si sia in poco di tempo partito? Oimè, giorno maledetto sii tu! Tu perderai insieme due amanti.
O Biancifiore, io, misero, fui della tua morte cagione! Io, o misera Biancifiore, t'ho uccisa per la mia non dovuta partenza! Per ubidire al mio nemico ho io perduta te, dolcissima amica! Oimè, che troppo amore t'è stato cagione di morte! Io ti lasciai paurosa pecora intra li rapaci lupi.
Ma, certo, amore mi conducerà a simigliante effetto, e come io ti sono stato cagione di morte, così mi credo ti sarò compagno.
Io solo ti potea dare salute, la quale omai da te avere non posso.
Gl'iddii e la fortuna e 'l mio padre e la morte hanno avuta invidia a' nostri amori.
Io, o morte perfidissima, s'io credessi che mi giovasse, il tuo aiuto dimanderei con benigna voce.
Certo tu se' stata in parte che essere dovresti pietosa e ascoltare i miseri; ma però che i miseri e quelli che più ti chiamano sono più da te rifiutati, io con aspra mano ti costrignerò di farti venire a me -.
E posta la destra mano sopra l'aguto coltello, incominciò a dire: - O Biancifiore, leva su, guatami: apri gli occhi avanti ch'io muoia, e prendi di me quella consolazione che io di te avere non potei.
Io ti farò fida compagnia.
Io per seguirti userò l'uficio della dolente Tisbe, avvegna che ella più felicemente l'usasse ch'io non farò, in quanto ella fu dal suo amante veduta.
Ma io non farò così.
Io vengo: riceva la tua anima la mia graziosamente, e quello amore che tra noi nel mortale mondo è stato, sia nell'etterno -.
Questo detto, si levò di sopra la sepoltura, la quale delle sue lagrime tutta era bagnata, e tratto fuori l'aguto ferro, dicendo: - Il misero titolo della tua sepoltura, o Biancifiore, sarà accompagnato di quello del tuo Florio -, si volle ferire con esso nello angoscioso petto.
Ma la dolente madre con fortissimo grido, preso il giovane braccio, disse: - Non fare Florio, non fare, tempera la tua ira, né non voler morire per colei che ancora vive -.
Il romore si levò grandissimo nel tempio, e 'l pianto e le grida non lasciavano udire niuna cosa.
Ma poi che Florio da molti fu preso, e trattogli della crudele mano l'aguto coltello egli piangendo disse: - Perché non mi lasciate morire poi che la cagione m'avete porta? Questa morte potrà indugiarsi alquanto ma non fallire.
Consentite innanzi ch'io muoia ora, ch'io viva con più dolore infino a quel termine che, sanza essere tenuto, mi fia licito d'uccidermi -.
- O caro figliuolo, perché il tuo padre e me, e tutto il nostro regno tanto vuoi far miseri? Confortati, che la tua Biancifiore vive -.
A cui Florio rivolto disse: - Le vostre parole non mi inganneranno più; con niuna falsità più potrete la mia vita prolungare -.
- Certo - disse la reina - ciò che della sua morte abbiamo parlato, sanza dubbio è stato falsamente detto: ma al presente noi non ti mentiamo -.
- E come poss'io credere - disse Florio - che voi ora diciate il vero, se per adietro siete usati di mentire? -.
Disse la reina: - Di ciò veramente ci puoi al presente credere; e se ciò forse credere non volessi, i tuoi occhi te ne possono rendere testimonianza, che questa che qui giace è un'altra giovane, e non Biancifiore -.
- E come può questo essere - disse Florio - che tutta Marmorina piange la morte sua, e ciascheduno rende testimonio d'averla veduta mettere in questo luogo? -.
- Di ciò non mi maraviglio io - disse la reina - che certo quelli che qui la misero credono che ella sia.
Ma noi per darti questo a credere, acciò che tu la dimenticassi, demmo la voce che morta era Biancifiore, e una giovane morta in quell'ora che tal voce demmo, tratta della sua sepoltura occultamente, ornata de' vestimenti di Biancifiore, qui a sepellire la mandammo: e che questa sia un'altra, com'io ti dico, tu il puoi vedere -.
E fatta aprire la sepoltura, a tutti si manifestò che questa non era Biancifiore, ma un'altra giovane.
- Adunque - disse Florio - Biancifiore dove è -.
- Ella non è qui al presente - disse la reina; - ov'ella sia, andianne al nostro palagio: io tel dirò -.
- Certo, io dubito ancora de' vostri inganni - disse Florio; - voi avete in alcuno altro luogo sotterrata la giovane, e ora col darmi ad intendere che viva sia, e che in altra parte mandata l'avete, volete la mia vita prolungare: ma ciò niente è a pensare -.
- Fermamente - disse la reina - Biancifiore è viva.
Partiamci di qui, che tutto ti dirò nel nostro palagio come la cosa è andata sanza parola mentirti -.
[64]
Allora si levò in piè Florio con la reina e altra compagnia assai, e tornarono nel loro palagio, dove il re doloroso a morte di queste cose, le quali tutte avea sapute, trovarono.
E quivi pervenuti, e trattisi tacitamente in una camera, la reina così cominciò a dire a Florio: - Noi, il tuo padre e io, sentendo che in niuna maniera Biancifiore di cuore ti potea uscire ben che lontano le dimorassi, proponemmo di pur volere che ella di mente t'uscisse, e fra noi dicemmo: "Già mai questa giovane del cuore non uscirà a Florio mentre viverà, ma se ella morisse, a forza dimenticare gliele converrà, vedendo che impossibile sia ad averla".
E quasi deliberammo d'ucciderla: poi per non volere essere nocenti sopra il giusto sangue di lei, mutammo consiglio, e a ricchissimi mercatanti, venuti ne' nostri mari per fortuna, fattigli qua venire, infinito tesoro la vendemmo loro, e essi ci promisero di portarla in parte sì di qui lontana, che mai alcuna novella per noi se ne sentirebbe.
E come essi l'ebbero portata via, noi comandammo che la nuova sepoltura fosse fatta, nella quale dando voce che Biancifiore era morta, con occulto ingegno quella giovane che dentro vi vedesti vi facemmo mettere, credendo fermamente che dopo alquante lagrime il tuo dolore insieme con lei dimenticassi.
E però a te, come a savio, sanza fare queste pazzie, le quali hai da questa sera in qua fatte, ti conviene confortare, e fare ragione che mai veduta non l'avessi, e lasciarla andare.
Noi ti doneremo la più bella giovane del mondo e la più gentile per compagna: quella t'imagina che sia la tua Biancifiore -.
[65]
Quando Florio ebbe queste cose dalla madre udite, teneramente cominciò a piagnere, e così alla madre disse: - O dispietata madre, ove è fuggito quello amore che a me, tuo unico figliuolo, portar solevi? Quali tigre, quali leoni, quale altro animale inrazionale ebbe mai tanta di crudeltà, che più benigno verso li suoi nati non fosse che tu non se' verso di me? Come, poi che tu conoscevi l'amore che io portava a Biancifiore potesti mai tu consentire o pensare che sì vile cosa di lei si facesse come fu venderla? Deh, ora ella t'era come figliuola, e tu come figliuola la solevi trattare quando io c'era: or che ti fece ella che tu sì subitamente incrudelire verso di lei dovessi? L'altre madri sogliono francare le serve amate da' figliuoli, ma tu la libera hai fatta serva perché io l'amo.
Oimè, che il tuo cuore con quello del mio padre è tornato di ferro! Di voi ogni pietà è fuggita.
In voi niuna umanità si trova.
A voi che facea se io amava Biancifiore, o se ella amava me? Perché ne dovevate voi entrare in tanta sollecitudine? Io credo che in te è entrato lo spirito di Progne o di Medea.
Ma la fortuna mi farà ancora vedere che il crudele vecchio e tu, vinti da focosa ira di voi medesimi, con dolente laccio caricherete le triste travi del nostro palagio, con peggiore agurio che Aragne non fece quelle del suo.
E io ne farò mio potere, rallegrandomi se la fortuna mi concede di vederlo, e dirò allora che mai gl'iddii niuna ingiusta cosa lasciano sanza vendetta trapassare.
Voi prima con ardente fuoco la morte della innocente giovane cercaste, la quale io con l'aiuto degli iddii col mio braccio campai, punendo degnamente colui che di tale torto, in servigio di mio padre, si facea difenditore: così avessi io con la mia spada voi due puniti, quando in questo palagio lei paurosa vi rendei! Ma certo, se allora ella fosse morta, io con lei moria.
Ora l'avete venduta e mandata in lontane parti, acciò che io pellegrinando vada per lo mondo.
Ma volessero i fati che ella fosse ora qui, che io giuro, per quelli iddii che mi sostengono, che io più miseramente di qui partire vi farei che Saturno, da Giove cacciato, non si partì di Creti! E allora provereste qual fosse l'andare tapini per lo mondo, come a me converrà provare, infino a tanto ch'io ritruovi colei la quale con tanti ingegni vi siete di tormi ingegnati.
E certo se non fosse che io non ho il cuore di pietra, come voi avete, io non vi lascerei di dietro a me con la vita; ma non voglio che di tale infamia, pellegrinando, la coscienza mi rimorda.
Voi avete disiderata la mia morte, della quale poi che gl'iddii non ve n'hanno voluti fare lieti, né io altressì ve ne credo rallegrare, ma inanzi voglio lontano a voi vivere che presenzialmente della morte rallegrarvi -.
[66]
Faceva la reina grandissimo pianto, mentre Florio diceva queste parole, dicendo: - Oimè, caro figliuolo, che parole son queste che tu di'? Cessino gl'iddii che tu possi vedere di noi ciò che tu di' che ne disideri di vedere, avvegna che niuna maraviglia sia del tuo parlare, imperciò che, sì come adirato, parli sanza consiglio.
Niuna creatura t'amò mai, o potrebbeti amare, quanto tuo padre e io t'abbiamo amato e amiamo: e ciò che noi abbiamo fatto, solamente perché la tua vita più gloriosa si consumi, che oramai non farà, l'abbiamo adoperato.
Perché dunque ci chiami crudeli e disideri la nostra morte? Maladetta sia l'ora che il tuo padre assalì gl'innocenti pellegrini.
Ora avesse egli almeno tra tanta gente uccisa colei che nel suo ventre la nostra distruzione in casa ci recò! Oh, ella niuna cosa disiderava tanto quanto la morte, e intra mille lance stette, e niuna l'offese.
I suoi iddii, più giusti che i nostri, non vollero che tale ingiuria rimanesse impunita.
Ora mi veggo venire adosso quello che detto mi venne ignorantemente, quando la maladetta giovane per noi nacque, la quale recandolami in braccio, dissi lei dovere essere sempre compagna e parente di te.
Ora il veggo venire ad essecuzione -.
[67]
Il re in un'altra camera dimorava dolente, in sé tutti i casi ripetendo dall'ora che il misero Lelio avea ucciso infino a questa ora, maladicendo sé e la sua fortuna; e ricordandosi di ciò che di Marmorina gli era stato contato e del morto cavaliere nel suo cospetto, le cui parole ritrovò mendaci, si pensò tutto questo essere piacere degl'iddii, al volere de' quali niuno è possente a resistere.
E però in sé propose di volere per inanzi con più fermezza d'animo lasciare a' fati muovere queste cose, che per adietro non avea fatto.
Ma Florio, cambiato viso e mostrandolo meno dolente, lasciò la madre piangendo nella camera, e, rivestito d'altre robe, venne nella gran sala, là ove egli molti di tale accidente trovò che parlavano.
Egli si fece quivi chiamare il vecchio Ascalion e Parmenione e Menedon e Messaallino, a' quali elli disse così: - Cari amici e compagni, quanta forza sia quella d'amore a niuno di voi credo occulta sia, però che ciascuno, sì com'io penso, le sue forze ha provate.
E là dove questo non fosse, manifestare vi si puote, se mai di Elena, o della dolente Dido, o dello sventurato Leandro e d'altri molti avete udito parlare: i quali chi l'etterno onore con vituperevole infamia non curava d'occupare, chi di perdere la propia vita si metteva in avventura per pervenire a' disiati effetti, e chi una cosa e chi un'altra facea per venire al disiato fine.
E ultimamente, ove a tutti i detti essempli di sopra mancasse per lungo trapassamento di tempo degna fede, in me misero si puote la sua inestimabile potenza conoscere, il quale dagli anni della mia puerizia in qua ho tanto amato e amo Biancifiore, che ogni essemplo ci sarebbe scarso.
E certo in alcuno amore i fati non furono mai tanto traversi quanto nel mio sono stati, però che sanza alcuno diletto infinite avversità me ne sono seguite, e ora in quelle più che mai sono.
E che l'amore di Biancifiore abbia sopra me grandissima forza e muovami a grandi cose, potrete appresso per le mie parole comprendere.
Come io v'ho detto, dalla mia puerizia fu Biancifiore amata da me: del quale amore non prima il mio padre s'avvide, che sotto scusa di mandarmi a studiare, mandandomi a Montoro, da lei mi dilungò, pensando che per lontanarmi ella si partisse del cuore, dove con catena da non potere mai sciogliere la legò amore in quell'ora ch'ella prima mi piacque.
E questo non bastandogli, acciò che più intero il suo iniquo volere fornisse, lei a morte falsamente fece condannare: ma gl'iddii che le mal fatte cose non sostengono, prestandomi il loro aiuto, fecero sì che io di tal pericolo la liberai.
Della qual cosa il mio padre dolente, dopo lungo indugio vedete quello che egli ha fatto: che egli lei, sì come vilissima serva, ha a' mercatanti venduta, e mandatala non so in che parti.
E perché questo non pervenisse a' miei orecchi, falsamente mostrò che Biancifiore di subita infermità morta fosse, un'altra giovane morta in forma di lei sotterrando: della qual cosa io sono sanza fine turbato.
E certo, se licito fosse di mostrare la mia ira contro al mio padre e alla mia madre, io non credo che mai di tale accidente tale vendetta fosse presa quale io prenderei! Ma non m'è licito, e dubito che gl'iddii ver me non se ne crucciassero.
Ora è mio intendimento di già mai non riposare, infino a tanto che colei cui io più che altra cosa amo, ritrovata avrò.
Ciascun clima sarà da me cercato, e niuna nazione rimarrà sotto le stelle la quale io non cerchi.
Io sono certo che in quale che parte ella sia, se non vi perverremo, la fama della sua gran bellezza cel manifesterà, né ci si potrà occultare.
Quivi, o per amore o per ingegno o per denari o per forza intendo di rivolerla.
E perciò ho io fatti chiamare voi, sì come a me più cari, per caramente pregarvi che della vostra compagnia mi sovegnate, e meco insieme volontario essilio prendiate e massimamente te, o Ascalion, le cui tempie già per molti anni bianchissime, più riposo che affanno domandano, acciò che sì come padre e duca e maestro ci sii, però che tutti siamo giovani, e niuno mai fuori de' nostri paesi uscì, e il cercare i non conosciuti luoghi sanza guida ci saria duro.
Né ti spiaccia la nostra giovane compagnia, però che come figliuolo i tuoi passi divotamente seguirò.
E in verità questo, di che io e te e gli altri priego il mio partire di qui, credo che degl'iddii sia piacere acciò che i miei giovani anni non si perdano in accidiose dimoranze: con ciò sia cosa che noi non ci nascessimo per vivere come bruti, ma per seguire virtù, la quale ha potenza di fare con volante fama le memorie degli uomini etterne, così come le nostre anime sono.
Adunque voi ancora come me giovani, non vi sia grave, ma al mio priego vi piegate, e qualunque di voi in ciò come fedele amico mi vuole servire liberamente di sì risponda, sanza volermi mostrare che la mia impresa sia meno che ben fatta: ché quello ch'io fo, io il conosco, e invano ci balestrerebbe parole chi s'ingegnasse di farmene rimanere -.
[68]
Tacque Florio, e Ascalion così gli rispose: - O caro a me più che figliuolo, tu mostri nel fine delle tue parole di me avere poca fidanza, e simile nel pregare che fai di che io mi maraviglio.
Certo non che a' tuoi prieghi ma a' tuoi comandamenti, se la mia vecchiezza fosse tanta che il bastone per terzo piede mi bisognasse, mai dalla tua signorevole compagnia né da' tuoi piaceri mi partirei infino alla morte.
Ben conosco come amore stringe: e però muovati qual cagione vuole, che me per duca e per vassallo mi t'offero a seguirti infino alle dorate arene dello indiano Ganges e infino alle ruvide acque di Tanai, e per li bianchi regni del possente Borrea, e nelle velenose regioni di Libia, e, se necessario fia, ancora nell'altro emisperio verrò con teco.
Le quali parti tutte cercate, dietro a te negli oscuri regni di Dite discenderò, e se via ci sarà ad andare alle case de' celestiali iddii, insieme con teco le cercherò, né mai da me sarai lasciato mentre lo spirito starà con meco -.
Così appresso ciascuno degli altri giovani rispose, e si profersero lieti sempre al suo servigio, dicendo di mai da lui non partirsi per alcuno accidente, e che più piaceva loro per l'universo con lui affannare, che nel suo regno, sanza lui, in riposo vivere.
Allora li ringraziò Florio tutti, e pregolli che sanza indugio ciascuno s'apprestasse di ciò che a fare avesse, ch'egli intendea con loro insieme di partirsi al nuovo giorno vegnente appresso quello.
[69]
E queste cose dette, se n'andò davanti al re, che dolente dimorava pensoso, e così gli disse: - Poi che voi avete avuti gl'infiniti tesori, presi dalla venduta Biancifiore, più cari che la mia vita o che la mia presenza, assai mi spiace, però che da voi partire mi conviene, e andare pellegrinando infino a tanto che io truovi colei cui voi con inganno m'avete levata, né mai nella vostra presenza spero di ritornare se lei non ritruovo la quale ritrovata, forse a voi con essa ritornerò: priegovi che vi piaccia ch'io vada con la vostra volontà -.
Udendo il re queste cose, il suo dolore radoppiò, e non potendo le lagrime ritenere, alzò il viso verso il cielo, dicendo: - O iddii, levimi per la vostra pietà la morte da tante tribulazioni! Non si distendano più i giorni miei: troppo son vivuto! Chi avrebbe creduto ch'io fossi venuto nell'ultima età ad affannare? -.
Poi rivolto a Florio così gli disse: - O caro figliuolo che mi domandi tu? Tu sai che io non ho, né mai ebbi altro figliuolo che te, e in te ogni mia speranza è fermata.
Tu dei il mio grande regno possedere, e la tua testa si dee coronare della mia corona.
Tu vedi che la mia vita è poca oramai, e i miei vecchi membri ciascuno cerca di riposarsi sopra la madre terra: la quale vita se forse troppo ti pare che duri, prendi al presente la corona.
Oimè, or che cerchi tu, poi che a tanto onore se' apparecchiato? Dove ne vuo' tu ire? Che vuo' tu cercare? E chi sarà colui, mentre che tu vivi, che nell'ultimo mio dì degnamente mi chiuda gli occhi? Oimè, caro figliuolo, dalla natività del quale in qua io ho sempre per te tribulazioni intollerabili sostenute, concedi questa sola grazia a me vecchio.
Fammi questa sola consolazione, che io sopra la mia morte ti possa vedere.
Statti meco quelli pochi giorni che rimasi mi sono della presente vita.
A te non si conviene d'andare cercando quello che cercare vuoi: e se pur cercare vuoi colei, falla cercare ad altri, o indugiati dopo la mia morte a ricercarla, però che male sarebbe se io in quel termine che tu fuori del reame stessi, passassi ad altra vita, e convenisse che tu fossi cercato -.
[70]
Florio allora così rispose: - Padre, impossibile è che io rimanga, e veramente io non rimarrò: io in persona sarò colui che la cercherò; se voi mi concedete ch'io vada io andrò, e se voi nol mi concedete, ancora andrò.
Dunque piacciavi ch'io vada con la vostra licenza, acciò che io, della vostra grazia avendo buona speranza, se mai avviene che io colei cui io vo cercando ritruovi, io possa con più sollecitudine e con maggiore sicurtà tornare a voi.
Né crediate che niuna grande impromessa che mi facciate qui ritenere mi potesse, ché certo tutti i reami del mondo alla mia volontà sommessi mi sarebbero nulla sanza Biancifiore.
Se forse la mia partita quanto dite vi grava, ciò, inanzi che voi la vendeste, dovavate pensare acciò che, vendendola, cagione non mi donaste di pellegrinare: però che conoscere potevate me tanto amarla che ove che voi la mandaste io la seguirei.
Gli avvenimenti di dietro poco vagliono o niente -.
[71]
Vedendo il re Florio disposto pure ad andare, né potendolo con parole rivolgere da tale intendimento, così gli disse: - Caro figliuolo, assai mi duole il non poterti da questa andata levare, e però ella ti sarà conceduta, e con la mia grazia andrai; ma concedi a me e alla tua madre, co' quali tu già è cotanto tempo non se' stato, che alquanti giorni della tua dimoranza ci possiamo consolare e poi con l'aiuto degl'iddii prendi il cammino -.
A cui Florio rispose a ciò non essere disposto, però che troppo gli parea aver perduto tempo, e però sanza indugio avea proposto di partirsi.
A cui il re disse: - Figliuolo, adunque oramai a te stia il partire; fermato ho nell'animo d'abandonarti a' fati e di sostenere questo accidente e ogni altro che di te per inanzi m'avvenisse, con forte animo, però che quanto io per adietro a quelli ho voluto con diversi modi resistere, tanto mi sono trovato più adietro del mio intendimento, e vedute ho le cose pur di male in peggio seguire.
Ma poi che disposto se' all'andare, fa prendere tutti i tesori che della tua Biancifiore ricevemmo, e degli altri nostri assai, e quelli porta con teco, e in ogni parte ove la fortuna ti conduce fa che cortesemente e con virtù la tua magnificenza dimostri: e appresso prendi de' cavalieri della nostra corte quelli che a te piacciono, sì che bene sii accompagnato.
E poi che rimanere non vuoi, va in quell'ora che li nostri iddii in bene prosperino i passi tuoi, a' quali acciò che più brieve affanno s'apparecchi, primieramente cercherai le calde regioni d'Alessandria, però che a quelli liti i mercatanti che Biancifiore ne portarono, quivi mi dissero di dovere andare.
La quale se mai avviene che tu ritruovi e che il tuo disio di lei s'adempia, o caro figliuolo, sanza rimanere in alcuna parte ti priego che tosto a me ritorni, però che mai lieto non sarò se te non riveggo.
E se prima che tu torni si dividerà l'anima mia dal vecchio corpo, dolente se n'andrà agl'infernali fiumi: la qual cosa gl'iddii priego che nol consentano -.
[72]
Fece allora Florio prendere i molti tesori e fare l'apprestamento grande per montare sopra una nave, posta nel corrente Adice, vicino alle sue case.
Le quali cose vedendo la reina uscì della sua camera, e bagnata tutta di lagrime venne a Florio nella sala dove con li compagni dimorava, e disse: - O caro figliuolo, che è quello ch'io veggo? Hai tu proposto d'abandonarci così tosto? Ove ne vuoi tu ire? Che vuoi tu andare cercando? Oimè, come così subitamente ti parti tu da me? Non pensi tu quanto tempo egli è passato che io non ti vidi, se non ora? E ora con tanta tristizia t'ho veduto che se veduto non t'avessi, mi sarebbe più caro! Deh, per amor di me, non ti partire al presente.
Non vedi tu le stelle Pliade, le quali pur ora cominciano a signoreggiare? Aspetta il dolce tempo nel quale Aldebaran col gran pianeto insieme surge sopra l'orizonte: allora Zeffiro levandosi fresco aiuterà il tuo cammino, e il mare, lasciato il suo orgoglio, pacifico si lascerà navicare.
Deh, non vedi tu tempo ch'egli è? Tu puoi vedere ad ora ad ora il cielo chiudersi con oscuro nuvolato, e levandoci la vista de' luminosi raggi di Febo, di mezzo giorno ne minaccia notte: e poi di quelli puoi udire solversi terribilissimi tuoni e spaventevoli corruscazioni e infinite acque.
E tu ora vuoi i non conosciuti regni cercare, ne' quali se tu fossi, non saria tempo di partirtene per tornare qui? Deh, or non ti muove a rimanere la pietà del tuo vecchio padre, il quale vedi che del dolore che sente di questa partita si consuma tutto? Non ti muove la pietà di me, tua misera madre, la quale ho de' miei occhi per te fatte due fontane d'amare lagrime? Oimè, caro figliuolo, rimani.
Ove vuoi tu ire? Tu vuoi cercare quello che tu non hai, per lasciare quello che tu possiedi, né forse avrai già mai! Tu vuoi cercare Biancifiore, la quale non sai ove si sia: e se pure avvenisse che tu la trovassi, chi credi tu che sia colui che a te forestiero e strano la rendesse? Non credi tu che le belle cose piacciano altrui come a te? Chiunque l'avrà, la terrà forse non meno cara che faresti tu.
Lasciala andare, e diventa pietoso a stanza de' miei prieghi.
E se tu non vuoi di noi aver pietà, increscati di te medesimo e de' tuoi compagni, e non vogliate in questo tempo abandonarvi alle marine onde, le quali niuna fede servano, avvegna che esse con li loro bianchi rompimenti mostrano le tempeste ch'elle nascondono; e i venti similemente sanza niuno ordine trascorrono, ora l'uno ora l'altro, e fanno strani e pericolosi ravolgimenti di loro in mare, e sogliono in questi tempi con tanta furia assalire i legni opposti alle loro vie, che essi rapiscono loro le vele e gli alberi con dannoso rompimento, e talora loro o li percuotono a' duri scogli, o li tuffano sotto le pericolose onde.
Temperati e rimanti di questa andata al presente: la qual cosa se tu non farai, più tosto delle dure pietre e delle salvatiche querce sarai da dire figliuolo, che di noi.
E se a te e a' tuoi compagni, i quali paurosi ti seguitano conoscendo questi pericoli, farai questo servigio di rimanere, io m'auserò a sostenere la futura noia, pensando continuamente che da me ti debbi partire, né mi sarà poi la tua andata sì noiosa come al presente sarà, se subitamente m'abandoni -.
A cui Florio rispose: - Cara madre, per niente prieghi, e dell'audacia che hai di pregarmi mi maraviglio.
Fermamente, se io già col capo in quelli pericoli che tu m'annunzi mi vedessi, io più tosto consentirei d'andare giuso e di morire in quelli, che di tornare suso per dovere con voi rimanere, però che sì fattamente avete l'anima mia offesa, che mai perdonato da me non vi sarà, infino a tanto che colei cui tolta m'avete, io non riavrò.
E però voi rimarrete, e io co' miei compagni, come la rosseggiante aurora mostrerà domattina le sue vermiglie guance, ci partiremo sopra la nostra nave, la quale forse ancora qui carica tornerà del mio disio -.
[73]
Piangendo allora la reina, che pur Florio fermo a tale andata vedea, così disse: - Figliuolo, poi che né priego né pietà ti può ritenere, prendi questo anello, e teco il porta, e ognora che 'l vedi della tua misera madre ti ricordi.
Egli fu dello antichissimo Giarba re de' Getuli, mio antico avolo: e acciò che tu più caro il tenghi, siati manifesto ch'egli ha in sé mirabili virtù.
Egli ha potenza di fare grazioso a tutte genti colui che seco il porta, e le cocenti fiamme di Vulcano fuggono e non cuocono nella sua presenza, né è ricevuto negli ondosi regni di Nettunno chi seco il porta.
Il mio padre, pacificato col tuo, quando a lui per isposa mi congiunse, il mi donò acciò che graziosa fossi nel suo cospetto.
Egli ti potrà forse assai valere se 'l guardi bene.
Priegoti che, se vai, il tornare sia tosto: e priego quelli iddii, i quali, vinti da' molti prieghi, graziosamente ti ci donarono, che essi ti guardino e conservino sempre, e a noi tosto con allegrezza ti rendino -.
Prese Florio l'anello, e quello per caro dono ritenne; e lei lasciata, a suoi compagni si ritornò.
[74]
Sentì Ferramonte, duca di Montoro, di presente lo 'nganno fatto a Florio, e la partenza che fare dovea de' suoi regni; onde egli chiamato Fineo, valoroso giovane e suo nipote, la signoria di Montoro infino alla sua tornata gli assegnò, e sanza niuno dimoro a Marmorina se ne venne a Florio.
Il quale, lui e' compagni trovati, narrata la cagione della sua venuta, pregò Florio che in compagnia gli piacesse di riceverlo in tale affare.
Il quale Florio ringraziò assai, e lui per compagno benignamente ricolse, pregandolo ch'egli s'apprestasse per venire il seguente giorno.
[75]
Acconci i molti arnesi e' gran tesori nella bella nave, e Florio e' suoi compagni e' servidori tutti di violate veste vestiti, e i corredi della ricca nave e i marinari similemente, la notte sopravenne.
E i sei compagni per riposarsi in una camera insieme se n'andarono, nella quale del loro futuro cammino entrati in diversi ragionamenti, Florio così cominciò a parlare: - Cari amici, quanto la potenza del mio padre sia grande è a tutto il mondo manifesto, e similemente che io gli sia figliuolo, e il grande amore che io ho portato e porto a Biancifiore è da molti saputo: per la qual cosa nuovo dubbio m'è nell'animo nuovamente nato.
Noi non sappiamo certamente in che parte Biancifiore sia stata portata, né alle cui mani ella sia venuta, onde io dico così: s'egli avvenisse che noi forse portati dalla fortuna pervenissimo là ove Biancifiore fosse, tale persona la potrebbe avere, che sentendo il mio nome, di noi dubiterebbe, e lei occultamente terrebbe infino che nel luogo dimorassimo, e massimamente i mercatanti, che di qui la portarono.
E se forse lei possente persona tenesse, sentendomi nel suo paese, ragionevolemente m'avrebbe sospetto, e di quello o mi caccerebbe, o in quello forse occultamente m'offenderebbe, o lei guardando da' nostri agguati, con maggiore guardia serverebbe: per la quale cosa, acciò che 'l mio nome non possa porgere ad alcuni temenza, o insidie a noi, mi pare che più non si deggia ricordare, ma che in altra maniera mi deggiate chiamare; e il nome il quale io ho a me eletto è questo: Filocolo.
E certo tal nome assai meglio che alcuno altro mi si confà, e la ragione per che, io la vi dirò.
Filocolo è da due greci nomi composto, da "philos" e da "colon"; e "philos" in greco tanto viene a dire in nostra lingua quanto "amore" e "colon" in greco similemente tanto in nostra lingua risulta quanto "fatica": onde congiunti insieme, si può dire, trasponendo le parti, fatica d'amore.
E in cui più fatiche d'amore sieno state o sieno al presente non so: voi l'avete potuto e potete conoscere quante e quali esse siano state.
Sì che, chiamandomi questo nome, l'effetto suo s'adempierà bene nella cosa chiamata, e la fama del mio nome così occulterà, né alcuno per quello spaventeremo: e se necessario forse in alcuna parte ci fia, il nominare dirittamente non ci è però tolto -.
Piacque a tutti l'avviso di Florio e il mutato nome, e così dissero da quell'ora in avanti chiamarlo, infino a tanto che la loro fatica terminata fosse con grazioso adempimento del loro disio.
[76]
Mentre la notte con le sue tenebre occupò la terra, i giovani si riposarono, e la mattina levati, accesero sopra gli altari di Marmorina accettevoli sacrificii al sommo Giove, a Venere, a Giunone, a Nettunno e ad Eolo e a ciascuno altro iddio, pregandoli divotamente che per la loro pietà porgessero ad essi grazioso aiuto nel futuro cammino.
E fatti con divozione i detti sacrificii, s'apparecchiarono per montare sopra l'adorno legno con la loro compagnia nobile e grande.
Ma venuti alla riva del fiume, videro quello con torbide onde più corrente che la passata sera non era: per la qual cosa mutato consiglio, comandarono a' marinari che la nave menassero nel porto d'Alfea, e quivi li attendessero.
E essi, fatti venire i cavalli, e montati, con molte lagrime dal re e dalla reina, e dagli amici, e da' parenti, dando le destre mani, dicendo addio, si partirono; e lasciata Marmorina, al loro viaggio presero il meno dubbioso cammino.
LIBRO QUARTO
[1]
Il volonteroso giovane, abandonate le sue case con poco dolore, sollecita i passi de' compagni, seguendo quelli d'Ascalion, ammaestratissimo duca del loro cammino: ma i fati da non poter fuggire volsero in arco la diritta via.
E primieramente venuti alla guazzosa terra ove Manto crudissima giovane lasciò le sue ossa con etterno nome, passarono oltre per lo piacevole piano.
Ma, poi che dietro alle spalle s'ebbero le chiare onde di Secchia lasciate, e saliti sopra i fronzuti omeri d'Appennino, e discesi di quelli, essi si trovarono nel piacevole piano del fratello dello imperiale Tevero, vicini al monte donde gli antichi edificatori del superbo Ilion si dipartirono.
Quivi s'apersero gli occhi d'Ascalion, e forte si maravigliò della travolta via, ignorando ove i fortunosi casi li portassero; ma sanza parlarne a' compagni, passando allato alle disabitate mura di Iulio Cesare e da' compagni costrutte negli antichi anni, per uno antico ponte passarono l'acqua.
Né però verso Alfea diritto cammino presero, avvegna che picciolo spazio la loro via forse per più sicurtà elessero più lunga, o che gl'iddii, a cui niuna cosa si cela, volonterosi a tal cammino li dirizzassero; e pervennero nella solinga pianura, vicina al robusto cerreto nel quale fuggito s'era il misero Fileno.
E quivi trovandosi, l'acque venute per subita piova dalle vicine montagne, ruvinosa avanzò i termini del picciolo fiume che a piè dell'alto cerreto correa, e di quelli abondevolmente uscì allagando il piano: onde costretti furono a tirarsi sopra il cerruto colle, forse di maggiore pericolo dubitando.
E quivi tirandosi, di lontano videro tra gli spogliati rami antichissime mura, alle quali, forse imaginando che abitazione fosse, s'accostarono, e entrarono in quelle; né più tosto vi furono, che il luogo essere stato tempio degli antichi iddii conobbero.
Quivi piacque a Filocolo di fare sacrificii a' non conosciuti e strani iddii, poi che i fati nel tempio recati li aveano: e fatte levare l'erbe e le fronde e' pruni, cresciute per lungo abuso sopra il vecchio altare, e similemente le figure degl'iddii con pietosa mano ripulire e adornare di nuovi ornamenti, domandò che un toro gli fosse menato.
E vestito di vestimenti convenevoli a tale uficio, fece sopra l'umido altare accendere odorosi fuochi; e con le propie mani ucciso il toro, le interiora di quello per sacrificio nell'acceso fuoco divotamente offerse; e poi inginocchiato davanti all'altare, con divoto animo incominciò queste parole: - O sommi iddii, se in questo luogo diserto n'abita alcuno, ascoltate i prieghi miei, e non ischifi la vostra deità il modo del mio sacrificare, il quale non forse con quella solennità che altre volte ricevere solavate, è stato fatto; ma, riguardando alla mia purità e alla buona fede, il ricevete, e a' miei prieghi porgete le sante orecchi.
Io giovane d'anni e di senno, oltre al dovere innamorato, pellegrinando cerco d'adempiere il mio disio, al quale sanza il vostro aiuto conosco impossibile di pervenire, onde meriti la divozione avuta nel vecchio tempio, e l'adornato altare, e gli accesi fuochi con gli offerti doni, che io da voi consiglio riceva del mio futuro cammino, e, con quello, aiuto alla mia fatica -.
Egli non aveva ancora la sua orazione finita, ch'egli sentì un mormorio grandissimo per lo tempio, soave come pietre mosse da corrente rivo, il quale dopo picciolo spazio si risolveo in soave voce, né vide onde venisse, e così disse: - Non è per lo insalvatichito luogo mancata la deità di noi padre di Citerea abitatore di questo tempio, a cui tu divotamente servi, e dalla quale costretti siamo di darti risponso; e però che con divoto fuoco hai i nostri altari riscaldati, lungamente dimorati freddi, molto maggiormente meriti d'avere a' tuoi divoti prieghi vera risponsione de' futuri tempi, e però ascolta.
Tu, partito domane di questo luogo, perverrai ad Alfea: quivi la mandata nave t'aspetta, nella quale dopo gravi impedimenti perverrai nell'isola del fuoco, e quivi novelle troverai di quello che vai cercando.
Poi, quindi partitoti, perverrai dopo molti accidenti nel luogo ove colei cui tu cerchi dimora, e là non sanza gran paura di pericolo, ma sanza alcun danno, la disiderata cosa possederai.
Onora questo luogo, però che quinci ancora si partirà colui che i tuoi accidenti con memorevoli versi farà manifesti agli ignoranti, e 'l suo nome sarà pieno di grazia -.
Tacque la santa voce; e Filocolo, d'ammirazione e di letizia pieno, tornò a' compagni, e loro il consiglio degl'iddii ordinatamente recitò; e di questo contenti tutti a prendere il cibo nel salvatico luogo si disposero.
[2]
Era nel non conosciuto luogo davanti al vecchio tempio un pratello vestito di palida erba per la fredda stagione, nel quale una fontana bellissima si vedea, alle cui onde la piovuta acqua niente aveva offeso, ma chiarissime dimoravano, e nel mezzo di quella a modo di due bollori si vedea l'acqua rilevare.
Alla quale Filocolo, uscito del tempio, e appressandosili, gli piacque, così chiara vedendola, e divenne disideroso di bere di quella, e fecesi un nappo d'argento apportare; e con quello dall'una delle parti si bassò sopra la fontana per prenderne, e, bassato, col nappo alquanto le chiare onde dibatté.
E questo faccendo, vide quelle gonfiare, e fra esse sentì non so che gorgogliare, e dopo picciolo spazio il gorgogliare volgersi in voce e dire: - Bastiti, chi che tu sii che le mie parti molesti con non necessario ravolgimento, che io sanza essere molestato, o molestarti, mitigo la tua sete, né perisca il fraternale amore per che io, che già fui uomo, sia ora fonte -.
A questa voce Filocolo tutto stupefatto tirò indietro la mano, e quasi che non cadde, né i suoi compagni ebbero minore maraviglia; ma dopo alquanto spazio, Filocolo rassicuratosi così sopra la chiara fonte parlò: - O chi che tu sii, che nelle presenti onde dimori, perdonami se io t'offesi, ché non fu mio intendimento, quando per le tue parti sollazzandomi menava il mio nappo, d'offendere ad alcuno.
Ma se gl'iddii da tal molestia ti partano e le tue onde lungamente chiare conservino, non ti sia noia la cagione per che qui relegato dimori narrarci, e chi tu se', e come qui venisti e onde, acciò che per noi la tua fama risusciti, e, i tuoi casi narrando, di te facciamo ancora molte anime pietose, se pietà meritano i tuoi avvenimenti -.
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Tacque Filocolo, e l'onde tutte s'incominciarono a dimenare, e dopo alquanto spazio, una voce così parlando uscì del vicino luogo a' due bollori: - Io non so chi tu sii, che con così dolci parole mi costringi a rispondere alla tua domanda; ma però che maravigliare mi fai della tua venuta, non sarà sanza contentazione del tuo disio, solo che ad ascoltarmi ti disponghi.
E però che più mia condizione ti sia manifesta, dal principio de' miei danni ti narrerò i miei casi.
E sappi ch'io fui di Marmorina, terra ricchissima e bella e piena di nobilissimo popolo, posseduta da Felice, altissimo re di Spagna, e il mio nome fu Fileno, e giovane cavaliere fui nella corte del detto re.
Nella quale corte una giovane di mirabilissima bellezza, il cui nome era Biancifiore con la luce de' suoi begli occhi mi prese in tanto il cuore del suo piacere, che mai uomo di piacere di donna non fu sì preso.
Niuna cosa era che io per piacerle non avessi fatto, e già molte cose feci laudevoli per amor di lei.
Io ricevetti da lei, un giorno che la festività di Marte si celebrava in Marmorina, un velo col quale ella la sua bionda testa copriva, e quello per sopransegna portato nella palestra, sopra tutti i compagni per forza ricevetti l'onore del giuoco.
E da Marmorina partitomi andai a Montoro, dove un figliuolo del detto re chiamato Florio dimorava; e quivi in sua presenza i miei amorosi casi narrai, ignorando che