FILOCOLO, di Giovanni Boccaccio - pagina 6
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E nondimeno vi torni alla memoria che voi in questo luogo contro a costoro siete in luogo di campioni e forti difenditori della legge del figliuolo di Giove, il quale per trarre noi dell'impie mani di Pluto, nelle quali il primo nostro padre disubidendo miseramente ci mise, sapete quanto fosse obbrobriosa e crudele la morte che egli sostenne! Dunque non pare ingiusta cosa se noi pogniamo in essaltamento della sua legge e per la salute di noi medesimi i nostri corpi, i quali s'avviene che muoiano, per la presente morte meriteranno perdono e etterna fama; e rimesseci le preterite offese, con ciò sia cosa che niuno viva sanza peccare, le nostre anime viveranno in etterno, e ancora le nostre ceneri saranno con divozione visitate, come visitavamo il santo tempio: al quale ancora spero che lietamente e tosto perverremo.
E però ciascuno si porti vigorosamente -.
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Giulia, la quale dolente ascoltava le parole del suo compagno, incominciò sì forte a dolersi e a fare sì grande il pianto, che niuno, per durezza di cuore, vedendola, s'avrebbe potuto tenere di non fare il simigliante; e parlava così a Lelio: - Oimè, dolce signor mio, questo non è lo 'ntendimento per lo quale noi abandonammo le nostre case.
Noi ci partimmo divotamente per pervenire a' santi templi del benedetto Iddio, posti in su li estremi liti d'occidente: e tu ora pare che voglia con arme commuovere nuove battaglie.
Deh! or pensa se a' pellegrini sta bene così fatto mestiero! Certo no.
Deh! almeno perché t'affretti tu così di combattere? Che sai tu chi costoro si sieno? Non credi tu che le diverse nazioni del mondo abbiano fra sé altre nimistà che quelle dei romani? Io dubito forte, e è da dubitare, che essi veggendo armati te e' tuoi compagni, forse credano che voi siate quelli nimici che essi vanno cercando, e per questo avranno cagione di cominciare la forse non pensata battaglia, e avranno ragione.
Lascia adunque questa volontà per mio consiglio, e pon giù le prese armi, tu e' tuoi compagni! E se tu disarmato temi le loro lance, chi credi tu che sia tanto crudele e sì vile, che andasse armato a ferire i disarmati? Certo non alcuno.
E tu simigliantemente per adietro co' tuoi prieghi solevi atutare l'acerbe volontà della romana giovanaglia, superba per troppo bene non conquistato da loro, e non ti fidi con le tue parole amollare l'ira di costoro se sopra te adirati venissero! Forse tu imagini di non essere ascoltato da loro: or credi tu che questi sieno nati delle dure querce o delle alpestre rocce, che essi non abbiano pietà, né che essi non ascoltino le tue parole, le quali sì tosto come l'udiranno piene di soavità, così daranno incontanente luogo alla nostra via? Deh! non ti recare a volere la forza del tuo piccolo popolo sperimentare con così grande essercito, ch'egli è fortuna e non ragione, quando di così fatte imprese si riesce a prosperevole fine.
Non vedi tu che i tuoi compagni volentieri sanza prendere armi si sarebbono stati, perché conoscono il pericolo, se a te non l'avessero vedute pigliare? Ma tu, prendendole, ne se' loro stata cagione.
E se tu pur dubiti della crudeltà di coloro, molto meglio è a fuggirci mentre che noi possiamo che voler combattere con loro.
Vedi che le vicine montagne sono piene di folti boschi e di nascosi valloni, ne' quali noi ci potremo assai bene nascondere, chi in una parte e chi in un'altra.
Deh! non aspettiamo più le punte di quelli ferri, i quali, veggendoli, già mi porgono mortal paura.
Andiamo, incominciamo la salutevole fuga, alla quale non nocerà la non dissoluta nebbia che fa questa valle oscura.
Niuno nimico dee più volere del suo avversario che vederlosi fuggire davanti, mostrando di temere la sua potenza.
Però s'elli vengono per offenderci essi saranno contenti di vederci fuggire, e, ridendo fra loro, riterranno i correnti cavalli, faccendosi beffe di noi: le cui beffe noi non curiamo, solamente che noi scampiamo delle loro mani.
Poi, se licito non c'è d'andar più avanti, tornianci inanzi a Roma che noi vogliamo morire e non sapere come, però che ciascuno è per divino comandamento tenuto di servare la sua vita il più che puote.
E siati ancora manifesto che ogni cavaliere non è della volontà del signore, né così fiero.
Questi, quando alquanto ci avranno cacciati, lasciandoci andare, volontieri si riposeranno, e trovando le nostre ricchezze le quali sono assai, intenderanno a prenderle: e in quello spazio concedendolo Iddio, in alcuna parte ci potremo salvare.
Deh! fa, Lelio, che in questa parte sia il mio consiglio udito e servato da voi, e non guardare per che feminile sia, che tal volta le femine li porgono migliori che quelli che subitamente sono presi dall'uomo.
Sia questa la prima e ultima grazia a me in questo viaggio, nel quale alcun'altra domandata non te n'ho -.
Queste parole e molte altre piangendo Giulia fortemente diceva, abbracciando sovente Lelio e rompendogli le parole in bocca; alla quale Lelio, ascoltato un pezzo, rispose così:
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- Giulia, queste non sono le parole le quali a Roma nella nostra casa mi dicevi, quando di grazia mi chiedesti di volere venire meco nel presente viaggio.
Ov'è il tuo virile ardire così tosto fuggito? Tu dicevi che più vigorosamente sosterresti ne' bisogni l'armi e gli affanni che la vigorosa moglie di Mitridate, e io avea intendimento d'aggiugnerti al numero de' miei cavalieri con l'armi indosso, se non fosse il creato frutto che tu nascondi in te.
E tu ora solamente nella veduta d'uomini de' quali noi dubitiamo, e ancora di loro condizione non siamo certi, né sappiamo se sono amici o nimici, vuogli, non sappiendo per che, pigliare la fuga? In questo atto non risomigli tu Cesare, il tuo antico avolo, il quale ardire e prodezza ebbe più che alcun altro romano avesse mai.
Ora, cara compagna, non dubitare, e renditi sicura che niuno utile consiglio per noi è che nelle nostre menti non sia molte volte stato ricercato e essaminato, e niuno più utile che quello ch'è preso ne troviamo per la nostra salute.
E credi che Iddio non vuole che i suoi regni vilmente operando s'acquistino, ma virtuosamente affannando: e però taciti, e nelle nostre virtù come noi medesimi ti confida -.
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Udendo Giulia Lelio esser pur fermo nel suo proposito, più amaramente piangendo gli si gittò al collo, dicendo: - Poi che al mio consiglio non ti vuoi attenere, né mi vuoi far lieta della dimandata grazia, fammene un'altra, la quale sia ultima a me di tutte quelle che fatte m'hai.
Fa almeno che quando le tue schiere affrontate co' non conosciuti nimici saranno, che quando tu vedrai quel crudele cavaliere, qual che egli si sia, che verso te dirizzerà l'aguta lancia, io misera, sì come tuo scudo, riceva il primo colpo, acciò che agli occhi miei non si manifesti poi alcuno che disideri d'offenderti.
Questa mi fia grandissima grazia, però che un colpo terminerà infiniti dolori.
Oimè sconsolata! Or s'egli avvenisse che io sanza te mi trovassi viva, qual dolore, quale angoscia fu mai per alcuna misera sentita sì noiosa, che alla mia si potesse assimigliare? E quello che più mi recherebbe pena sarebbe il voler morire e non potere.
Ma certo io pur potrei, però che se questo avvenisse, io sanza alcuno indugio, in quella maniera che Tisbe seguì il suo misero Piramo, così la mia anima, cacciata del misero corpo con aguto coltello, seguirebbe la tua ovunque ella andasse.
Ma concedimi questa ultima grazia, acciò che tu privi di molta tristizia la poca vita corporale che m'è serbata: e io, la quale spero d'andare ne' santi regni di Giove, ti farò fare presto degno luogo alla tua virtù -.
Mentre costei così pietosamente piangendo parlava, avendo a Lelio quasi tutto bagnato il viso delle sue lagrime, il suo cuore per greve dolore temendo di morire, chiamate a sé tutte l'esteriori forze, lasciò costei in braccio a Lelio semiviva, quasi tutta fredda.
E Lelio che lagrimando la volea confortare, vedendo questo, sceso del suo cavallo, e presala nelle sue braccia, la ne portò in un campo quivi vicino, nel quale fatto distendere alcun tappeto, lei a giacere vi pose suso, e raccomandatala ad alquante damigelle di lei, prestamente risalito a cavallo, tornò a' suoi compagni.
Oimè, Lelio, or dove lasci tu la tua cara Giulia, la quale tu mai non dei rivedere? Deh! quanto Amore si portò tra voi villanamente, avendovi tenuti insieme con la sua virtù tanto tempo caramente congiunti! e ora nell'ultimo partimento non consentire che voi v'aveste insieme baciati, o almeno salutati! Tu vai, Lelio, al tuo pericolo correndo, e lei semiviva abandoni ne' suoi danni.
Oh! quanto le fia gravoso il ritornare in sé gli spiriti, i quali vagabundi pare che vadano per lo vicino aere, più che se mai non ritornassero, però che con minor doglia le parrebbe essere passata.
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A' quali compagni ritornato, Lelio li trovò per le predette parole sì animosi della battaglia che, poco più che fosse dimorato, gli avrebbe trovati mossi per andare verso i loro nimici.
Ma poi che egli con alcuna dolce paroletta gli ebbe alquanto raffrenati, comandò a un santo uomo, il quale menato aveano con seco per tal volta sacrificare a Giove, che egli prestamente gli rendesse degni sacrificii; e questo fatto, davanti alle sue schiere, sì alto che tutti potevano vedere, voltato a' suoi compagni, gli pregò che divotamente pregassero Giove per la loro salute.
E così, sanza discendere de' loro cavalli, in atto reverente tutti divotamente cominciarono a pregare; e Lelio, davanti a tutti, dicea così: - O sommo Giove, grazioso Signore, per la cui virtù con perpetua ragione si governa l'universo, se tu per alcuni prieghi ti pieghi, riguarda a noi, e nel presente bisogno ne porgi il tuo aiuto.
Noi solamente in te speriamo, i quali disiderosi dimoriamo nel santo viaggio del tuo caro fratello.
E come tu, a cui niuna cosa si nasconde, vedi, noi ci apparecchiamo di muovere nuove battaglie a strani popoli, e non per ampliare le nostre ricchezze o il mondano onore, ma solamente perché la tua santa legge per negligenza di noi non si occulti sotto la falsa volontà di questa gente, la quale veramente credo che del tutto le siano ribelli.
Adunque prima il tuo aiuto ci porgi, sanza il quale indarno s'affatica ciascuno operante, e appresso alcun manifesto segno dalla tua somma sedia ne dimostra, il quale le nostre speranze conforti e i nostri cuori sempre ne' tuoi servigi.
E in questo ne dimostra il tuo piacere, acciò che noi, credendoci bene adoperare, non bagnassimo le nostre mani in innocente sangue, o, sanza dovere, nel nocente -.
Appena ebbe finita Lelio la sua orazione, che sopra lui e i suoi cavalieri apparve una nuvoletta tanto lucente che appena poteano con li loro occhi sostenere tanta luce; della quale una voce uscì, e disse: - Sicuramente e sanza dubbio combattete, che io sarò sempre appresso di voi aiutandovi vendicare le vostre morti; e sanza alcuna ammirazione le presenti parole ascoltate, che tal volta conviene che 'l sangue d'uno uomo giusto per salvamento di tutto un popolo si spanda.
Voi sarete oggi tutti meco nel vero tempio di Colui il cui voi andate a vedere, e quivi le corone apparecchiate alla vostra vittoria vi donerò -.
E questo detto, come subita venne, così subitamente sparve.
Allora Lelio co' suoi, lieti, si dirizzarono, ringraziando la divina potenza, e, riprese le loro armi, s'apparecchiarono di resistere a' loro nimici, i quali con grandissimo romore già s'appressavano a loro.
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Non credo che ancora i giovani compagni di Lelio avesseno riprese nelle destre mani le loro lance, ripieni per le parole di Lelio di vigoroso ardire, disideranti di combattere con la non conosciuta gente, quando a loro si scontrò molto vicino, tanto che i dardi di ciascuna parte poterono, essendo gittati, ferire i suoi avversarii, il nimico essercito.
Gli aguti raggi del sole, il quale avea già dissolute le noiose nebbie, gli lasciava insieme apertamente vedere, e quelli che fidandosi della loro moltitudine erano discesi del monte sanza alcuno ordine, credendo i loro avversarii trovare improvvisi, vedendogli armati e con aguzzata schiera, superbi nell'aspetto, aspettarli fermati, dubitarono di correre alla mortale battaglia così subiti.
I divoti giovani stavano feroci avendo già dannata la loro vita, sicuri della battaglia, e impalmatasi la morte anzi che cominciare vilissima fuga; e niuno romore avverso rimosse le menti apparecchiate a grandi cose.
Lelio allora davanti a tutti i suoi, con dovuto ordine, a piccolo passo mosse la prima schiera, la quale Sesto Fulvio guidava, e con aperto segno manifestò all'altre che sanza bisogno non li seguissero.
E già innumerabile quantità di saette e di tremanti dardi erano sopra i romani giovani discese, gittate dagli archi di Partia dalle arabe braccia, quando Lelio, nell'animo acceso di maravigliosa virtù, mosso il potente cavallo, dirizzò il chiaro ferro della sua lancia verso un grandissimo cavaliere, il quale per aspetto parea guidatore e maestro di tutti gli altri, al quale niuna arme fu difesa, ma morto cadde del gran destriere.
Questi portò prima novelle della iniqua operazione commessa da Pluto a' fiumi di Stige; questi prima bagnò del suo sangue il mal cercato piano e li romani ferri.
Sesto, che appresso Lelio correndo cavalcava, ferendone un altro, diede compagnia alla misera anima.
E i valorosi giovani seguendo i loro capitani, niuno ve n'ebbe che peggiore principio facesse di Lelio, ma tutti valorosamente combattendo, abbattuti i loro scontri, cavalcarono avanti.
E già aveano la maggior parte di loro, per difetto delle rotte lance, tratte fuori le forbite spade, le quali percosse da' chiari raggi del sole, riflettendo minacciavano i sopravegnenti nimici.
Niuno risparmiava la volonterosa forza, ma tutti sanza alcuna paura combatteano con la vile moltitudine.
Lelio e Sesto, i quali avanti procedeano, combatteano virilmente con due grandissimi barbari, i quali forti e resistenti trovarono.
E mentre l'aspra pugna durava, la moltitudine della iniqua gente abondante premeva tanto i romani, che quasi costretti da vera forza oltre al loro volere rinculavano.
Lelio, il quale avea già abbattuto il suo avversario, rivolto verso i suoi, li vide alquanto tirarsi indietro: allora volto la testa del suo cavallo, con ritondo corso gli circuì, dicendo loro: - L'ora della vostra virtù disiderata è presente: spandete le vostre forze.
Alla vostra salute non manca altro che l'opera de' ferri aiutata dalle vostre braccia: qualunque disidera di rivedere l'abandonata patria, e' cari padri, e' figliuoli, e la moglie, e i lasciati amici, con la spada gli domandi.
Iddio ha poste tutte queste cose nel mezzo della battaglia.
La migliore cagione ci dee porgere speranza di vittoria, e la nostra vittoria ha bisogno di pochi combattitori, però che la gran quantità de' nemici impediranno se medesimi ristretti nel picciolo campo.
Imaginate che qui davanti a voi dimorino li vostri padri, e le vostre madri, e' vostri figliuoli piccolini e ginocchioni lagrimando vi prieghino che voi adoperiate sì l'arme, che voi vi rendiate a loro medesimi vincitori; sì che voi poi narrando loro i corsi pericoli, paurosi e lieti gli facciate in una medesima ora -.
Le parole di Lelio, parlante cose pietose, infiammarono i non freddi petti de' romani giovani: essi sospinsero avanti la sostenuta battaglia, uccidendo non picciola quantità della canina gente.
Scurmenide, potentissimo barbaro, gia riguardando la gente del suo signore per picciola quantità di combattenti invilita voltarsi verso le sue insegne; come stimolo de' suoi e rabbia dell'empio popolo, per tema che 'l cominciato male non perisca, da alcuna parte si parò davanti a' paurosi cavalieri, e mirando verso loro conobbe quali coltelli erano stati poco adoperati, e quali mani tremavano premendo la spada, e chi avea le lance lente e chi le dispiegava, e chi combatte bene e chi no; e questo veduto, parlò così: - Ahi! vilissimo popolazzo, ove torni tu? Con quale merito di guiderdone rivolgi tu i tuoi passi verso le guardate bandiere? Certo la mia spada taglierà qualunque arditamente non combatterà co' nimici -.
Le spente fiamme de' barbari cuori alquanto per le parole di costui si ravvivarono; e voltarono i visi.
Scurmenide accende i furori con le sue voci: elli dava i ferri alle mani di coloro che gli aveano perduti, e gridava che i contrarii volti sanza alcuna pietà sieno uccisi.
Egli promuove e fa andare inanzi i suoi, e coloro che si cessano sollicita con la battitura della rivolta asta, e si diletta di veder bagnare i freddi ferri nell'innocente sangue.
Grandissima oscurità di mali vi nasce, e tagliamenti e pianti, a similitudine di squarciata nube quando Giove gitta le sue folgori: l'armi sonano per lo peso de' cadenti colpi, le spade sono rotte dalle spade.
Sesto co' suoi non possono più sostenere, però che la piccola quantità era tornata a minor numero d'uomini.
Lelio, che i casi della battaglia tutti provede con sollicita cura, con altissima voce e con manifesti atti provoca la seconda schiera alla battaglia.
Artifilo, che lungo spazio avea sostenuto il disio della battaglia, muove sé e' suoi con dovuto ordine, e volonterosi sottentrano a' gravi pesi della battaglia.
E nel primo scontro si dirizzò Artifilo verso il crudele Scurmenide, e mettendo l'aguta lancia nelle sue interiora, sopra il polveroso campo l'abbatté morto.
Molti n'uccisero nella loro venuta i nuovi schierati condotti da Artifilo, ma di loro furono simigliantemente molti morti.
Artifilo, perduta la lancia, portava nelle sue mani una tagliente accetta, e sostenendo il sinistro corno della battaglia andava uccidendo tutti coloro che davanti gli si paravano; e Lelio e Sesto nel destro corno della battaglia combattevano.
Uno ardito arabo, il quale Menaab si chiamava, veduto il crudo scempio che Artifilo del barbarico popolo faceva con la nuova arme, temendo i colpi suoi, prese un arco, e di lontano l'avvisò sotto il braccio nell'alzare ch'egli facea dell'accetta, e quivi feritolo con una velenosa saetta il credette aver morto.
Ma Artifilo, sentito il colpo, quasi come se niuna doglia sentisse, con la propia mano trasse la saetta delle sue carni.
E ripresa l'accetta, dirizzata la testa del suo cavallo verso colui che già s'era apparecchiato di gittar l'altra, sopragiuntolo, gli diede sì gran colpo sopra la testa che in due parti gliele divise.
Quivi fu egli da molti de' nemici intorniato, e il possente cavallo gli fu morto sotto: sopra 'l quale, poi che morto cadde, dritto si levò difendendosi vigorosamente.
La furiosa gente premeva tutta adosso a lui: egli uccideva qualunque nimico gli s'appressava.
E già n'avea tanti uccisi dintorno a sé che, quanto la sua accetta era lunga, per tanto spazio dintorno a sé avea di corpi morti ragguagliata l'altezza del suo cavallo; e il taglio della sua arme era perduto, ma in luogo di tagliare, rompeva e ammaccava le dure ossa degli aspri combattitori.
Infinite saette e lance sanza numero ferivano sopra Artifilo: il suo forte elmo era in molti pezzi diviso; e già era più carico di saette, fitte per lo forte dosso, che delle sue armi.
Niuno era che a lui s'ardisse ad appressare; ma egli, sopra i corpi morti andando, s'appressava a' suoi nimici uccidendoli, e difendendo sé e chiamando i cari compagni che 'l soccorressero.
Veggendo questo, Tarpelio, nipote del crudele re, trattosi avanti tra' suoi cavalieri, lui ferì con una grossa lancia nel petto, e egli, già debole per lo mancato sangue, cadde in terra, dove da' compagni di Tarpelio fu morto sanza niuno dimoro.
Lelio, che avea gli occhi volti in quella parte e molto si maravigliava della grande virtù di Artifilo, quando vide questo non poté ritenere le lagrime, ma sotto l'elmo chetamente bagnò per pietà il suo viso; e abandonato Sesto, corse in quella parte ove ancora alquanti de' compagni d'Artifilo rimasi vivi combattevano vigorosamente, ingegnandosi di vendicare la morte del loro capitano.
E quivi con la sua forza lungamente sostenne i pochi compagni.
Ma poi ch'egli vide Sesto, rimaso quasi solo, in molte parti del corpo ferito, combattere, e sé male accompagnato, tirato indietro per convenevole modo, mosse la terza schiera di Sculpizio Gaio, loro ultimo soccorso; alla quale Sesto e quelli che erano per la battaglia pochi rimasi delle due schiere prime, tutti s'accostarono, e rincominciarono sì forte la sventurata battaglia, che alcuna volta prima non v'era stata tale.
E ben che i resistenti fossero molti, la loro moltitudine nel piccolo luogo nocea, però che l'uno impediva la spada dell'altro per istrettezza: onde Sesto e Sculpizio, i quali avanti agli altri vigorosamente combattevano con li loro pochi cavalieri, per forza, uccidendogli, gli fecero rinculare e fuggire in campi ancora non bagnati d'alcun sangue.
Il re, che della montagna era disceso con fresca schiera, vedendo questo, alquanto raffreddò l'ardente disio, e dubitando mosse i suoi cavalieri, e li terribili suoni de' battagliereschi strumenti fecero di nuovo tremare i secchi campi.
E tanta polvere coperse l'aria con la sua nebbia per la furia de' correnti cavalli, quanta ne manda il vento di Trazia nella soluta terra.
E poi che la superba e nuova compagnia de' cavalieri sopravenne adosso agli stanchi combattitori, la dubbiosa vittoria manifestò il suo posseditore, però che non fu licito a' cavalieri di Lelio d'andare adosso a' nimici, sì furono subitamente intorniati da lungi e da presso con le piegate e con le diritte lance.
La piova delle saette mandate dagli africani bracci, e le gittate lance aveano coperta la luce alla picciola schiera de' romani; ella si raccolse in piccola ritondità, tanto che quelli i quali per le sopravegnenti saette, sanza potere fare alcuna difesa, morivano, rimaneano ritti, i loro corpi sostenuti dagli stretti compagni.
Sculpizio, il quale non avea ancora le sue forze provate, fu il primo che partito dalla ritonda schiera uscì correndo verso il re, il quale s'apparecchiava d'affrettare la loro morte, e ferillo sì vigorosamente sopra l'elmo che il re cadde a terra del gran cavallo quasi stordito, ma per lo buon soccorso de' suoi tosto fu rilevato.
Lelio e Sesto rincominciarono la battaglia, faccendosi con le loro spade fare amplissimo luogo.
Ma Sesto fortunosamente correndo tra' nimici fu intorniato da loro, e mortogli il suo cavallo sotto, e caduto in mezzo il campo, anzi che egli, debile, si potesse rilevare fu miserabilmente ucciso.
Lelio, il quale la sua morte vide, pieno di grave dolore conobbe bene il piacer di Dio; e ricordandosi dello annunzio fatto loro, che tal volta conveniva che uno morisse per salvamento di tutto il popolo, disse così: - O sommo Giove, e tu beato Iddio, i cui templi io visitare credea, poi che a voi è piaciuto che i nostri passi più avanti che questo luogo non si distendano, io non intendo di volere, co' pochi compagni i quali rimasi mi sono, per fuga abandonare l'anime di quelli che davanti agli occhi miei giacciono morti.
Io vi priego che le loro anime riceviate e la mia, in luogo di degno sacrificio, se vostro piacere è -.
E dette queste parole, corse sopra un cavaliere, il quale volea spogliare le pertugiate armadure a Sesto, e lui ferì sì forte sopra il sinistro omero con la sua spada, che gli mandò il sinistro braccio con tutto lo scudo in terra, e quelli cadde morto sopra Sesto.
Egli incominciò a fare sì maravigliose cose, che nullo ve n'avea che non se ne maravigliasse; e Sculpizio non si portava male.
E' pochi compagni ricominciarono più aspramente a mostrare le loro forze che non aveano fatto davanti, ma poco poterono durare.
Il re, che d'ira ardeva tutto dentro, vedendo Lelio sì maravigliosamente combattere e aver già perdute per li molti colpi la maggior parte delle sue armi, quanto poté gli si fece vicino, e gittatagli una lancia il ferì nella gola, e lui cacciò morto in terra del debole cavallo.
Sculpizio, vedendo questo, corse con la sua spada in mano per ferire il re e per vendicare la crudele morte del suo amico, ma un cavaliere, il quale si chiamava Favenzio, si parò davanti al colpo, al quale la spada scesa sopra il chiaro cappello d'acciaio, tagliandolo, lui fendé quasi infino a' denti; ma volendo ritrarre a sé la spada per ricoverare il secondo colpo, non la poté riavere.
Ond'egli, assalito di dietro, fu da' nimici crudelmente ucciso.
Nel campo non era più alcuno rimaso de' miseri compagni, anzi sanza niuno combattimento più rimase il re Felice vittorioso nel misero campo, faccendo cercare se la misera fortuna n'avesse alcuno riposto con cheto nascondimento tra' suoi medesimi.
Ma poi che alcuno non ve ne fu vivo trovato, egli comandò che il suo campo fosse quivi fermato quella notte; poi, al nuovo giorno, procederebbero.
[27]
Vedendo il re che i fortunosi casi aveano conceduta la vittoria alle sue armi, in se medesimo molto si rallegrò.
Poi andando verso le tese trabacche guardando con torto occhio i sanguinosi campi, vide grandissima quantità de' suoi cavalieri giacer morti dintorno a pochi romani.
E ben che l'allegrezza della dolente vittoria gli fosse al principio molta, certo, vedendo questo, ella si cambiò in amare lagrime, imaginando l'aspetto de' suoi cavalieri, i quali tutti sanguinosi giaceano morti al campo, e udendo le dolenti voci e 'l triste pianto che i suoi medesimi feriti faceano per lo campo.
Egli diede a' suoi cavalieri libero albìtrio che le ricchezze rimase nel misero campo fossero da loro rubate, e che ciò che ciascun si desse fosse suo; la qual cosa in brieve spazio fu fatta.
Elli disarmarono tutti i romani con presta mano, e non ne trovarono alcuno che intorno a sé non avesse grandissima quantità di nimici morti né che non fosse passato di cento punte.
E i miseri cavalieri, i quali questo andavano faccendo, aveano perduta la conoscenza de' loro padri e fratelli e compagni che morti giacevano, per la polvere mescolata col sangue sopra i loro visi; ma poi che essi, nettandoli co' propii panni per riconoscerli, ve n'ebbero ritrovati molti, e tutti i più valorosi, il pianto e 'l romore cominciò sì grande, che il re si credette da capo essere assalito, e con fatica racchetò i loro pianti, ricogliendoli dentro ne' chiusi campi.
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O misera fortuna, quanto sono i tuoi movimenti varii e fallaci nelle mondane cose! Ove è ora il grande onore che tu concedesti a Lelio quando prescritto fu all'ordine militare? Ove sono i molti tesori che tu con ampia mano gli avevi dati? Ove la gran famiglia? Ove i molti amici? Tu gli hai con subito giramento tolte tutte queste cose, e il suo corpo sanza sepoltura giace morto negli strani campi.
Almeno gli avessi tu concedute le romane lagrime, e le tremanti dita del vecchio padre gli avessero chiusi i morienti occhi, e l'ultimo onore della sepoltura gli avesse potuto fare!
[29]
Avea già, nel brieve giorno, Pean, che nell'ultima parte della guizzante coda d'Almatea, nutrice dell'alto Giove, dimorava, trapassato il meridiano cerchio, e con più studioso passo cercava l'onde di Speria, quando Giulia misera dintorno a sé, ritornate le forze nel palido corpo, sentì piangere le dolenti compagne, che già i loro danni aveano veduti; alle cui voci subitamente levatasi disse: - Oimè misera, qual è la cagione del vostro pianto? -.
E riguardandosi dintorno non vide il caro marito, nelle cui braccia avea perdute le forze degli esteriori spiriti.
Allora, non potendo tenere le triste lagrime, disse: - Oimè! or dov'è fuggito il mio Lelio? Ecco se la fortuna ha ancora concedute le 'nsegne al mio marito contra i non conosciuti nimici! -.
E dicendo queste parole, quasi uscita di sé si drizzò, e i miseri fati le volsero gli occhi verso quella parte, la quale le dovea mostrare il suo dolore manifestamente; e verso quella mirando, sentì lo spiacevole romore degli spogliatori e vide il secco campo essere di caldo sangue tutto bagnato, e pieno della nimica gente.
Allora il dubitante cuore di quello che avvenuto era, manifestamente conobbe i suoi gran danni.
Ella non fu dalla feminile forza delle sue compagne potuta ritenere, che ella non andasse tra' morti corpi sanza alcuna paura; ma come persona uscita del natural sentimento, messesi le mani ne' biondi capelli, gli cominciò con isconcio tirare a trarre dell'usato ordine.
E i vestimenti squarciati mostravano le colorite membra, che in prima soleano nascondere.
E bagnando le sue lagrime il bianco petto, sfrenatamente sicura contra' nemici ferri, incominciò a cercare tra' morti corpi del suo caro marito, dicendo alle sue compagne: - Lasciatemi andare: e' non è convenevole che così valoroso uomo rimanga ne' lontani campi alla sua città, sanza essere lagrimato e pianto.
Poi che la fortuna gli ha negate le lagrime del suo padre e de' suoi parenti e del romano popolo, non gli vogliate anche torre quelle della misera moglie -.
E andando ella per lo campo piangendo e sprezzando le sue bellezze, molti corpi morti con le propie mani rivolgea per ritrovare il suo misero marito, ma i sanguinosi visi nascondeano la manifesta sembianza allo 'ntelletto.
E poi che ella molti n'ebbe rivolti, riconosciuto alle chiare armadure il suo Lelio, il quale di molti morti nimici morto attorniato giacea, quivi sopr'esso semiviva piangendo cadde; e dopo picciolo spazio drizzatasi, piangendo amaramente s'incominciò a battere il chiaro viso con le sanguinose mani e a graffiarsi le tenere gote.
E aveasi già sì concia, che tra 'l vivo e 'l morto sangue che sopra il viso le stava, non Giulia, ma più tosto uno de' brutti corpi morti nel campo parea.
Ella non si curava di bagnare il suo viso nell'ampie piaghe di Lelio, anzi l'avea già quasi tutte piene d'amare lagrime.
Ella spesse volte il baciava e abbracciava strettamente, e nell'amaro pianto, riguardandolo, diceva così: - Oimè, Lelio, ove m'hai tu abandonata? ove m'hai tu lasciata? Tra gente araba diversa da' nostri costumi, de' quali niuno io non conosco! Almeno mi facesse Giove tanta di grazia, che la loro crudeltà fosse con le loro mani operata in me, come elli l'operarono in te; ma il feminile aspetto porta pietà in quelli petti ov'ella non fu mai.
Almeno sarei io più contenta che la mia anima seguisse la tua ovunque ella fosse, che rimaner viva nella mortale vita dopo la tua morte.
Deh! perché non fu licito al tuo virile animo di credere al feminile consiglio? Certo tu saresti ancora in vita, e forse per lungo spazio saremmo lieti insieme vivuti.
Deh! ove fuggì la tua pietà, quando tu in dubbio di morte nelle feminili braccia mi lasciasti di lungi alle tue schiere? Come non aspettasti tu che io almeno t'avessi veduto inanzi che tu fossi entrato nell'amara battaglia, e che io con le propie mani t'avessi allacciato l'elmo, il quale mai per mia voglia non sarebbe stato legato, perché io conoscea sola la fuga essere rimedio alla nostra salute? Oimè dolente, quanto è sconvenevole cosa di volere adempiere l'uomo i suoi disideri contra 'l piacer di Giove! Noi desiderammo miseramente i nostri danni quell'ora che noi domandammo d'aver figliuoli, i quali se convenevole fosse suto che noi dovessimo avere, quella allegrezza Giove sanza alcun boto ce l'avrebbe conceduto.
O iniquo pensiero e sconvenevole volontà, recate la morte in me, che non l'ho meno meritata che costui; o almeno, o dolorosa fortuna, mi fosse stato licito di pararmi dinanzi a' crudeli colpi, i quali costui innocente sostenne, sì com'io avea di grazia adimandato! Omai non è al mio dolore niuno rimedio se non tu, morte! La quale io sì come misera priego che tu non mi risparmi, ma vieni a me sanza niuno indugio.
Tu non dei omai potere più esser crudele, e massimamente a' prieghi delle giovani donne, in tal luogo se' stata! Deh! piacciati inanzi di farmi fare compagnia ne' miseri campi al mio marito, che lasciarmi nel mondo essemplo di dolore a quelli che vivono.
Uccidimi, non indugiar più! Oimè dolente! come i' ho malamente seguito con effetto il perfetto amore della mia antica avola Giulia, la quale, poi che vide i drappi del suo Pompeo tinti di bestial sangue, temendo non fosse stato offeso, costrinse l'anima di partirsi dal misero corpo, subitamente rendendola a' suoi iddii.
Oh quanto le fu prosperevole il morire, però che morendo poté dire: "Io non vedrò quella cosa la quale per dolore mi conducerebbe a maggior pena, e poi a morte, ma morendo vincerò il dolore".
E io, misera!, davanti agli occhi miei veggio il mio dolore, e non m'è licito di morire, né posso cacciar da me la misera anima, la quale per paura sento che cerca l'ultime parti del cuore, fuggendosi dalla mia crudeltà.
Oimè, morte, io ti domando con graziosa voce, e non ti posso avere! Certo la tua signoria è contraria del tutto agli atti umani, i quali i disprezzatori delle loro potenze s'ingegnano di sottomettersi, risparmiando i fideli: e tu coloro che più ti temono crudelmente assalisci, dispregiando gli schernitori della tua potenza lungamente, e di questi sempre più tardi che degli altri ti vendichi.
Oh quanto è misero colui che così comunal cosa, come tu se', gli manca ad uno bisogno! -.
Ella, piangendo, più volte con aguti ferri caduti per lo campo si volle ferire il tenero petto, ma, impedita dalle compagne, non potea.
Poi si voltava agli aspri rubatori e dicea: - Deh! crudeli cavalieri, i quali sanza alcuna pietà metteste l'agute lance per l'innocente corpo, deh!, ammendate il vostro fallo tornando pietosi: uccidete me, poi che voi avete morto colui che la maggior parte di me in sé portava! Fate che io sia del numero degli uccisi! Questa pietà sola usando vi farà meritar perdono di ciò che voi avete oggi non giustamente adoperato -.
E dette queste parole, ritornava a baciare il sanguinoso viso; e di questo non si potea veder sazia, anzi l'avea già quasi tutto con le amare lagrime lavato, e piangendo forte sopr'esso si dimorava dolente.
[30]
Ma poi che il sole nascose i suoi raggi nelle oscure tenebre e le stelle cominciarono a mostrare la loro luce, il campo si cominciò con taciturnità a riposare, sì per l'affanno ricevuto il preterito giorno che richiedeva agli affannati membri riposo, sì per l'allegrezza della vittoria che molte menti avea nel vino sepellite.
Solo l'angoscioso pianto di Giulia e delle sue compagne facea risonare la trista valle, e questo risonava nelle orecchie al vittorioso re.
E egli, che ne' tesi padiglioni si riposava, udendo queste voci, chiamò un nobile cavaliere il quale s'appellava Ascalion, e disseli: - Deh, or di cui sono le misere voci che io odo, che non lasciano partire della nostra mente in alcuno modo la crudele uccisione fatta nel passato giorno? -.
- Sire - disse Ascalion - io imagino che sia alcuna donna, la quale forse era moglie d'alcuno del morto popolo, e così mi pare avere inteso da' compagni, e similmente la sua favella, la quale io intendo bene, il manifesta -.
Allora gli comandò il re che elli andasse ad essa, e comandassele ch'ella tacesse acciò che 'l suo pianto non gli accrescesse più dolore che il preterito danno.
Mossesi Ascalion con alquanti compagni, e per l'oscura notte con picciol lume, per lo sanguinoso campo scalpitando i morti visi, andarono in quella parte ove essi sentirono le dolenti voci, e pervennero a Giulia; la quale, come Ascalion la vide, imaginando le nascose bellezze sotto il morto sangue del suo viso, mosso dentro a pietà, quasi lagrimando disse: - O giovane donna, il cui dolore invita gli occhi miei, veggendoti, a lagrimare, io ti priego, per quella nobiltà che il tuo aspetto ne rapresenta, che tu ti conforti e ponghi fine alle tue lagrime.
Certo io non so qual sia la cagione della tua doglia, ma credo che sia grande; e chente ch'ella sia, io non credo che per lo tuo pianto si possa emendare, ma più tosto piangendo aumentare la potresti.
E noi medesimi, i quali, se al ricevuto danno volessimo ben pensare, certo noi non faremmo mai altro che piagnere; e considerando quello che è detto, ci ingegnamo di dimenticare quello che ancora non vuole fuggire delle nostre memorie.
E simigliantemente il re nostro signore te ne manda pregando; e credo che molto gli sarebbe caro, secondo il suo parlare, che tu venissi dinanzi al suo cospetto -.
Giulia, udendo la romana loquela, la quale Ascalion, lungamente dimorato a Roma, impresa avea, alzò il viso verso lui, forse credendo che fosse alcun de' miseri compagni di Lelio, e con torti occhi riguardando il cavaliere e vedendo ch'egli era della iniqua gente, piangendo il richinò, e gittando un gran sospiro, disse: - Niun conforto sentirà l'anima mia, se voi nol mi porgete.
Voi m'avete con le vostre spietate braccia ucciso colui il quale era mio conforto e mia ultima speranza.
Acciò che l'anima mia possa seguire per le dilettevoli ombre quella del mio Lelio, questo graziosamente vi domando, questo fia l'ultimo bene che io spero, e a voi non fia niente.
Voi avete oggi bagnate le vostre mani in tanti sangui, che io non accrescerò la somma del vostro peccato per la mia morte, ma la farò più lieve per la pietà che voi userete uccidendomi.
Deh! aggiungetemi al triste numero, acciò che si possa dire: "Giulia amò tanto il suo Lelio, che ella fu del numero de' corpi morti con lui insieme ne' sanguinosi campi".
E se voi non volete usar questa pietà, almeno prestate alle mie mani la tagliente spada, e consentite che sanza briga di queste mie compagne io possa morire, essendone le mie mani cagione -.
Ascalion e' suoi compagni, che vedeano il chiaro viso tutto rigare di vermiglio sangue, lagrimavano tutti per pietà di costei; e piangendo le rispose e disse: - Giovane, gl'iddii facciano le mie mani di lungi da sì fatto peccato.
Certo io fuggii oggi per non bagnarmi nella dolente occisione: ma tu, perché piangendo e sconfortandoti guasti il tuo bel viso? Perché desideri d'incrudelire contra te medesima? Credi tu con la tua morte render vita al morto marito? Questo sarebbe impossibile.
Ma levati su, e non volere qui però nelle sopravegnenti tenebre apparecchiare la tua bella persona alle salvatiche bestie, le quali alla tua salute potrebbono essere contrarie, però che vivendo ancora potrai forse riavere il perduto conforto.
Levati su, e segui i nostri passi, e non dubitar di venire a' reali padiglioni con le tue compagne, ch'io ti giuro, per quelli iddii ch'io adoro, che, mentre che essi mi concederanno vita, il tuo onore e delle tue compagne sarà sempre salvo a mio potere, solo che vostro piacer sia.
Ora ti leva, non dimorare più qui, vieni nella presenza del nostro signore, il quale, ancora che dolente sia, veggendo il tuo grazioso aspetto, ti onorerà sì come degna donna.
Or se noi ti volessimo qui lasciare, non ti spaventano gl'infiniti spiriti de' morti corpi, sparti per lo piagnevole aere? Non dubiti tu degli scelerati uomini che sogliono essere ne' tumultuosi esserciti, i quali, trovandoti qui, non si curerebbono di contaminare il tuo onore e delle tue compagne? Deh! vieni adunque, che vedi che io e' miei compagni per compassione di te righiamo i nostri visi d'amare lagrime -.
Giulia non facea altro che piagnere; e ben ch'ella fosse molto dolorosa, non per tanto dimenticò la sua anima i cari ammaestramenti della gentilezza, e non volle nelle avversità parere villana a' divoti prieghi del nobile cavaliere; ma preso con le sue mani un bianco velo, coperse il palido viso di Lelio e con un suo mantello tutto il corpo, e poi si voltò ad Ascalion e disse: - I vostri prieghi hanno sì presa la mia dolorosa anima, che io non mi so mettere al niego di quello che dimandato m'avete.
E poi che Iddio e voi mi negate la morte, quella cosa che io più disidero, io m'apparecchio di venire in quelle parti ove piacer vi fia; ma caramente raccomando in prima me e le mie compagne e 'l nostro onore nelle vostre braccia, pregandovi, per la gentile anima che guida i vostri membri, che come di care sorelle il serviate e non consentiate che di quello che le misere anime de' nostri mariti, rinchiuse ne' mortali corpi, si contentarono, sciolte da essi si possano ramaricare -.
E volendosi levare, per debolezza fra le sue compagne supina ricadde.
Allora Ascalion teneramente per lo destro braccio la prese; e dall'altra parte un suo compagno sostenendola e con dolci parole confortandola, e con lento passo andando, pervennero alle reali tende, nelle quali entrati, il re vedendo costei, vinto per lo pietoso aspetto, umilmente la riguardò; e avendo già udito da Ascalion gran parte della condizione di lei, comandò ch'ella fosse onorata.
Giulia, veduto il re, ancor che per debolezza le fosse grave, pur gli s'inginocchiò davanti e lagrimando disse: - Alto signore, a questi nobili cavalieri è piaciuto di menarmi nel vostro cospetto, nel quale piacciavi che io trovi quella grazia che da loro non ho potuta avere.
Io non credo che la misera Ecuba né la dolente Cornelia ne' loro danni sentissero maggiore doglia che io fo in quello che da voi ho ricevuto, né credo che effettuosamente alcuna di loro disiderasse de' suoi nimici vendetta, com'io disidero di voi, solo che prendere ne la potessi.
Ma poi che la fortuna m'ha il potere levato, e fattami vostra prigione, datemi, per guiderdone della fiera volontà ch'io ho verso di voi, la morte -.
Non sofferse il re che Giulia stesse in terra davanti a lui, ma con la propia mano levatala in piè, la fece sedere davanti a sé, e risposele così: - Giovane donna, il vostro lagrimoso aspetto m'ha fatto divenire pietoso e quasi m'invita con voi insieme a lagrimare.
E certo io non mi maraviglio del vostro parlare, il quale dimostra bene il vostro gran dolore, ché usanza suole essere de' miseri di volere quello che maggior miseria loro arrechi, infino a quell'ora che la tristizia pena a dar luogo al natural senno.
E però che io conosco che voi ora più adirata che consigliata domandate la morte, e mostrate ver me crudel volontà, né la morte vi fia per me conceduta, né ancora le adirate parole credute.
Ma quando voi avrete alquanto mitigate le giuste lagrime che voi spandete, io vi farò conoscere come la fortuna non sia contro di voi del tutto adirata, né ch'ella v'abbia fatta mia prigione; e ancora conoscerete che sia suto il migliore rimanere in vita sì per voi e sì per l'anima del vostro marito.
Ma ditemi, se vi piace, qual sia la cagione del vostro pianto, e chi voi siete, e onde e ove voi andavate -.
Giulia, piangendo, con pietosa voce gli rispose: - Io sono romana, e fui misera sposa del morto Lelio, il quale voi oggi con le propie mani uccideste, e quinci muove il mio tristo lagrimare; e andavamo al santo Iddio, posto nell'ultime fini de' vostri regni, per lo ricevuto dono della mia pregnezza -.
Udendo questo, il re, quasi stupefatto, tutto si cambiò, e disse: - Oimè! or dunque non foste voi con gli assalitori del mio regno, i quali all'entrare in esso arsero la ricca Marmorina? -.
- Signore no - rispose Giulia, - ma passando per essa, la vedemmo bella e ornata di nobile popolo -.
Allora dolfe al re molto di quello che era fatto e sospirando le disse: - Giovane donna, i fortunosi casi sono quasi impossibili a fuggire; a noi fu porto tutto il contrario di quello che voi ne porgete, e questo ne mosse a fare quello che omai non può tornare adietro, e che ci duole.
E non è dubbio che voi avete nel preterito giorno gran danno ricevuto, e io non piccolo; ma però che il nostro lagrimare niente il menomerebbe, convienci prender conforto.
E a cui che il lagrimare stia bene, a noi e' si disdice, i quali co' propii visi abbiamo a confortare i nostri sudditi.
Adunque confortatevi, e qui meco rimanete; e dopo il preso conforto, se a voi piacerà altro marito, io ho nella mia corte assai nobili cavalieri, de' quali quello che più vi piacerà in guiderdone dell'offesa che fatta v'ho, vi donerò volontieri; e se voi alle ceneri del morto marito vorrete pure servar castità, continuamente in compagnia della mia sposa come cara parente vi farò onorare.
E se l'esser meco non vi piacerà, io vi giuro per l'anima del mio padre che dopo l'alleviamento del vostro peso, infino in quella parte ove più vi piacerà d'andare, onorevolemente vi farò accompagnare.
A dire quanto mi dolga di quello ch'è fatto per lo mio subito furore, sarebbe troppo lungo a narrare, però ch'io ci ho perduto un caro nipote e molti buoni cavalieri, e voi ho sanza vostra colpa offesi -.
Giulia non rattemperava per tutte queste parole il dolente pianto, anzi, piangendo, nel savio animo diliberò che molto valea meglio di rimanere al proferto onore, fingendo il suo mal talento, infino che la fortuna la recasse nel pristino stato, che miseramente cercare gli strani paesi; e con sospirevole voce, rotta da dolenti singhiozzi, rispose: - Signor mio, nelle vostre mani è la mia vita e la mia morte: io non mi partirò mai dal vostro piacere -.
Comandò allora il re che ella in alcuno padiglione, sotto la fidata guardia di Ascalion, ella e le sue compagne fossero onorate.
[31]
Come il nuovo sole uscì nel mondo, il re con la sua compagnia, insieme con Giulia, verso Sibilia, antica città negli esperii regni, presero il cammino; ma avanti che i loro passi si mutassero, Giulia di grazia domandò che 'l corpo del suo Lelio non rimanesse esca de' volanti uccelli.
Al quale il re comandò che onorevole sepoltura fosse data, ad esso e a tutti gli altri che piacesse a lei, e agli altri del campo.
Fu allora Lelio, e molti altri, con molte lagrime sepellito dopo i fatti fuochi, ben che molti ne rimanessero sopra la vermiglia arena, che di varii ruscelletti di sangue era solcata.
[32]
Rimaso solo di vivi il tristo campo, in pochi giorni col corrotto fiato convocò in sé infinite fiere, delle quali tutto si riempié.
E non solamente i lupi di Spagna occuparono la sventurata valle, ma ancora quelli delle strane contrade vennero a pascersi sopra' mortali pasti.
E i leoni africani corsero al tristo fiato tignendo gli aguti denti negli insensibili corpi.
E gli orsi, che sentirono il fiato della bruttura dello 'nsanguinato tagliamento, lasciarono l'antiche selve e i segreti nascondimenti delle lor caverne.
E i fedeli cani abandonaron le case de' lor signori: e ciò che con sagace naso sente la non sana aria si mosse a venir quivi.
E gli uccelli, che per adietro avean seguitati i celestiali pasti, si raunarono; e l'aria mai non si vestì di tanti avoltoi, e mai non furono più uccelli veduti adunati insieme, se ciò non fosse stato nella misera Farsaglia, quando i romani prencipi s'afrontarono.
Ogni selva vi mandò uccelli: e i tristi corpi, a cui la fortuna non avea conceduto né fuochi né sepoltura, erano miseramente dilacerati da loro, e le lor carni pasceano gli affamati rostri.
Ogni vicino albero parea che gocciolasse sanguinose lagrime per li sanguinosi unghioni che premeano gli spogliati rami: il passato autunno gli aveva spogliati di foglie, e' crudeli uccelli col morto sangue premuto da' lor piedi gli aveano rivestiti di color rosso, e' membri portati sopra essi ricadevano la seconda volta nel tristo campo, abandonati dagli affaticati unghioni.
Ma con tutto questo il gran numero de' morti non era tutto mangiato infino all'ossa, ancor che squarciato tra le fiere si partisse; gran parte ne giace rifiutato, ben che dilacerato sia tutto: il quale il sole e la pioggia e 'l vento macera sopra la tinta terra, fastidiosamente mescolando le romane ceneri con l'arabiche non conosciute.
[33]
Entrò il re Felice vittorioso con gran festa in Sibilia; e poi che egli fu smontato del possente cavallo e salito nel real palagio, e ricevuti i casti abbracciamenti dell'aspettante sposa, egli prese l'onesta giovane Giulia per la mano destra, e davanti alla reina sua sposa la menò dicendo: - Donna, te' questa giovane la quale è parte della nostra vittoria: io la ti raccomando, e priegoti che ella ti sia come cara compagna e di stretta consanguinità congiunta in ogni onore -.
Teneramente a' prieghi del re ricevette la reina Giulia e le sue compagne; ma non dopo molti giorni, partendosi il re di Sibilia, con lui se n'andarono in Marmorina: la quale quando il re vide non essere quello che falsamente Pluto in forma di cavaliere gli aveva narrato, e trovò ancor vivo colui il quale morto credeva aver lasciato ne' lontani boschi, forte in se medesimo si maravigliò, e dicea: "O gl'iddii hanno voluto tentare per adietro la mia costanza, o io sono ingannato.
A me pur con vera voce pervenne che la presente città era da romano fuoco arsa, e ora con aperti occhi veggo il contrario.
E il narratore di così fatte cose pur morì nella mia presenza, e io gli feci dare sepoltura: e ora qui davanti vivo mi si rapresenta".
In questi pensieri lungamente stato, non potendo più la nuova ammirazione sostenere, chiamò a sé quel cavaliere, il quale già credeva che nell'arene di Spagna fosse dissoluto, e dissegli: - Le tue non vere parole t'hanno degna morte guadagnata, però che esse non è ancora passato il secondo mese poi mossero il nostro costante animo a grandissima ira e ad inique operazioni sanza ragione.
Or non ci narrasti tu la distruzione della presente città con piagnevole voce, la quale noi ora trovata abbiamo sanza niuno difetto? Tu fosti cagione di farci commuovere tutto il ponente contra la inestimabile potenza de' romani, del qual movimento ancora non sappiamo che fine seguire ce ne debbia -.
Maravigliossi molto il cavaliere, udite le parole, dicendo umilemente: - Signor mio, in voi sta il farmi morire o il lasciarmi in vita, ma a me è nuovo ciò che voi mi narrate; e poi che voi qui mi lasciaste, mai io non mi partii, e a ciò chiamo testimonii gl'iddii e 'l vostro popolo della presente città, il quale seco mi ha continuamente veduto; né mai dopo la vostra partita ci fu alcuna novità -.
Allora si maravigliò il re molto più che mai, dicendo fra se medesimo: "Veramente hanno gl'iddii voluto tentar le mie forze e aggiungere la presente vittoria alle nostre magnificenzie".
E allegro della salva città abandonò i pensieri, contento di rimaner quivi per lungo spazio.
[34]
La reina, gravida di prosperevole peso, affannata per lo lungo cammino, volontieri si riposava, e con lei Giulia molto più affaticata, ma quasi continuamente o il bel viso bagnato d'amare lagrime o la bocca piena di sospiri teneva; alla quale un giorno la reina, vedendola dirottamente piangere, disse così: - Giulia, sanza dubbio io so che tu, sì come io, in te nascondi disiato frutto, e' manifesti segnali mostrano te dovere essere vicina al partorire, onde col tuo piangere gravemente te e lui offendi.
Tu hai già quasi il bel viso tutto consumato e guasto, e le tue lagrime l'hanno occupato d'oscura caligine e di palidezza; onde io ti priego che tu non facci più questo: anzi ti conforta, e spera che noi insieme avremo gioioso parto.
Non sai tu che per lo tuo lagrimare il ricevuto danno non menoma? Poi che i fati ti sono stati avversi, appara a sostenere con forte animo le contrarie cose e' dolenti casi della fortuna.
Deh! or tu m'hai già detto, se io ho bene le tue parole a mente, che tu se' nata di nobilissima prole romana; or se questo è il vero, come io credo, e' ti dovrebbe tornare nella mente del forte animo che Orazio Pulvillo, appoggiato alla porta del tempio di Giove Massimo, udendo la morte del figliuolo, ebbe; e come Quinto Marzio, tornato da' fuochi dell'unico figliuolo, diede quel giorno sanza lagrimare le leggi al popolo.
Questi e molti altri vostri antichi avoli con fermo animo nelle avversità mostrarono la loro virtù, per la quale il mondo lungamente si contentò d'essere corretto da cotali reggitori.
Adunque, poi che di tal gente hai tratta origine, si disdicono a te, più che ad un'altra, le lagrime.
Non credi tu che essi nelle loro avversità sostenessero doglia, come tu fai? Certo sì fecero; ma volsero anzi seguire la magnanimità de' loro nobili animi, i quali conosceano la natura delle caduche e transitorie cose, che la pusillanimità della misera carne, acciò che le loro operazioni fossero essemplo a' loro successori in ciascuno atto -.
Queste e molte altre parole usava spesso la reina in conforto di Giulia.
[35]
Giulia conoscea veramente che la reina l'amava molto, e da grande amore procedeano queste parole, le quali vere la reina le diceva, ond'ella incominciò a riprender conforto e a porre termine alle sue lagrime.
E per fuggire ozio, il quale di trista memorazione de' suoi danni l'era cagione, con le propie mani lavorando, sovente faceva di seta nobilissime tele di diverse imagini figurate, allato alle quali, o misera Aragne, le tue sarebbero parute offuscate da nebulose macchie, come altra volta parvero, quando con Pallade avesti ardire di lavorare a pruova.
Queste opere aveano sanza fine multiplicato l'amore della reina in lei, però che molto in simili cose si dilettava.
Onde, come l'amore, così l'onore a lei e alle sue compagne multiplicare fece.
[36]
Non parve a Pluto avere ancora fornito il suo iniquo proponimento posto ch'egli avesse con le sue false parole commosse l'occidentali rabbie sopra gl'innocenti romani; ma poi ch'egli ebbe nel cospetto del re Felice lasciato vilmente disfatto il falso corpo, un'altra volta riprese vana forma d'una giovane damigella di Giulia chiamata Glorizia, la quale con lei ancora viva dimorava, e con sollicito passo entrò nell'ampio circuito delle romane mura.
E già Calisto mostrando le sue luci, tacitamente, disciolti i capelli, entrò negli alti palagi di Lelio, stracciandosi tutta; ne' quali poi che ella fu ricevuta dal padre del morto Lelio e da' cari fratelli di Giulia, i quali, stupefatti tutti di tale accidente, taciti si maravigliavano, forte piangendo così cominciò loro a parlare:
[37]
- Poi che gli avversari movimenti della fortuna, invidiosa della nostra felicità, trassero della dolente città il vostro caro figliuolo e la sua moglie, a me carissima donna, con quella compagnia con la quale voi medesimi ci vedeste, e da cui voi, porgendo teneri baci e le vostre destre mani, piangendo vi dipartiste, noi avventurosamente, fin che a' miseri fati piacque, camminammo.
Ma poi che a loro piacque di ritrarre la mano dalle nostre felicità, noi una mattina quasi nelle prime ore cavalcando per una profonda valle, occupate le nostre luci da noiosa nebbia, assaliti fummo da innumerabile quantità di predoni, vaghi del copioso arnese, il quale a noi non molto lontano andava, e del nostro sangue: e l'assalirci e 'l privarci dell'arnese non occupò più che un medesimo spazio di tempo.
E appresso rivolti a noi con li aguzzati dardi, Lelio co' suoi compagni e la vostra Giulia di vita amaramente privarono.
Io pavida piangendo, non so come delle inique mani fuggii; e fuggendo, per tema non ritornare nelle loro mani, per lo dolente cammino più volte ho sostenuto mortal dolore -.
E co' pugni stretti, dette queste parole, cadde semiviva nelle loro braccia, la quale essi piangendo portarono sopra un letto, richiamando con freddi liquori le forze esteriori.
[38]
Incominciossi nel gran palagio un amarissimo pianto, e quasi per tutta Roma, ovunque il grazioso giovane e la piacente Giulia erano conosciuti, si piangea.
L'aere risonava tutto di dolenti voci, tali che per lo preterito tempo alcuno anziano non si ricordava che tal doglia vi fosse stata per alcuno accidente.
E certo che tu appena, o Bruto, riformatore della libertà del romano popolo, vi fosti tanto lagrimato dal rozzo popolo.
E da quell'ora inanzi ciascun romano cominciò ad essere pauroso d'andar cercando gli strani altari o di portare gl'incensi a' lontani iddii fuori di Roma; e per lo gran dolore del morto Lelio lungamente lasciarono i nobili adornamenti, vestendo lugubri veste, così gli altri romani come i suoi distretti parenti.
[39]
Mentre la fortuna con la sua sinistra voltava queste cose, s'appressò il termine del partorire alla reina, e simigliantemente a Giulia; e nel giocondo giorno eletto per festa de' cavalieri, essendo Febo nelle braccia di Castore e di Polluce insieme, non essendo ancora la tenebrosa notte partita, sentirono in una medesima ora quelle doglie che partorendo per l'altre femine si sogliono sentire.
Dopo molte grida, essendo già la terza ora del giorno trapassata, e la reina del gravoso affanno, partorendo un bel garzonetto, si diliberò, contenta molto in se medesima di tal grazia, sanza fine lodando i celestiali iddii; e similmente il re, udita la novella, fece grandissima festa, però che sanza alcun figliuolo era infino a quello giorno dimorato.
Niuno altare fu in Marmorina negli antichi templi sanza divoto fuoco.
E i freschi giovani con varii suoni, cantando, andavano faccendo smisurata festa.
L'aere risonò d'infiniti sonagli per li molti armeggiatori, continuando per molti giorni grandissima gioia.
[40]
Avea già il sole per lungo spazio trapassato il meridiano suo cerchio, avanti che Giulia del disiderato affanno liberare si potesse: anzi, con grandissime voci invocando il divino aiuto, sostenea grandissima doglia.
Ma tra la erronea gente si dubitava non Lucina sopra i suoi altari stesse con le mani comprese, resistendo a' suoi parti, come fece alla dolente Iole, quando ingannata da Galanta la convertì in mustella; e con divoti fuochi s'ingegnavano di mitigare la colei ira, per liberare Giulia di tale pericolo.
Ma poi che a Giove piacque di dar fine a' suoi dolori, egli, ella partorendo, le concedette una figliuola non variante di bellezza dalla sua madre; la quale come fu nata, Giulia, sentendo la sua anima disiderosa di partirsi dal debile corpo, contenta del piacere di Dio, domandò che la sua unica figliuola, avanti la morte sua, le fosse posta nelle tremanti braccia.
Glorizia, cameriera e compagna di Giulia, coperta la picciola zitella con un ricco drappo, la pose in braccio alla madre, la quale, poi che la vide, sospirando la baciò, e piangendo voltata a Glorizia gliele rendé dicendo: - Cara compagna, sanza dubbio di presente sento mi converrà rendere l'anima a Dio, e nel presente giorno ringraziarlo di doppio dono, sì come della dimandata progenie e della disiderata morte.
Ond'io ti raccomando la cara figliuola, e, per quello amore che tra te e me è stato, ti priego che in luogo di me le sii sempre madre -; e dicendo queste parole alla dolente Glorizia, che nell'un braccio tenea la picciola fanciulla e nell'altro il capo di lei parlante, rendé l'anima al suo fattore umile e divota.
[41]
Cominciossi nella camera un doloroso pianto, e massimamente da Glorizia, la quale, tenendo in braccio la figliuola della morta Giulia, dicea: - O sventurata figliuola, inanzi alla tua natività cagione della morte del tuo padre, e nascendo hai la tua madre morta! Oimè! quanta sarebbe l'allegrezza de' miseri parenti, se in vita t'abbracciassero, come io fo! O figliuola di lagrime e d'angoscia, quanto ha Giove mostrato che la tua natività non gli piacea! Oimè, di che amaro peso sono io ancora sanza umano conoscimento divenuta madre! -.
E poi si volgea sopra il freddo corpo di Giulia, il quale tanta pietà porgea a chi morto il riguardava, che per vivere ciascuno ne torcea le luci, e dicea: - O cara donna, ove m'hai tu misera con la tua figliuola lasciata? Deh! perché non m'è elli licito poterti seguire? Già era uscito della mia mente il gravoso dolore della crudele morte di Lelio, ma tu ora morendo m'hai doppia doglia rinnovata.
Oimè misera! omai niuno conforto più per me s'aspetta -.
Così piangendo questa, e l'altre che con lei nella camera dimoravano pervennero le dolorose voci alle orecchie della reina, la quale, allegra del nato figliuolo, prima si maravigliò, dicendo.
- Chi piange invidioso de' nostri beni? -, poi più efficacemente domandando, volle sapere la cagione di cotal pianto.
E fatta chiamare alcuna femina della camera ove le misere piangeano, domandò qual fosse la cagione del loro pianto.
Quella rispose: - Madonna, quando Febo lasciò il nostro emisperio sanza luce, Giulia si diliberò, partorendo una bellissima creatura, del noioso peso; e non dopo molto spazio, rimasa debile, passò a miglior vita, e ha lasciato fra noi il grazioso corpo sì pieno d'umiltà nell'aspetto, che alcuno che il guardi non può ritenere in sé l'amaro pianto; e questo è quello che voi udito avete -.
[42]
Quando la reina udì queste parole, sospirando disse: - Oimè!, dunque ci ha la piacente Giulia abandonati? -; e comandò che 'l corpo di Giulia fosse nel suo cospetto recato; sopra 'l quale, poi che ella il vide, sparse amare lagrime e molte.
E veramente il suo lieto animo non era il presente giorno tanto rallegratosi della natività dell'unico figliuolo, quanto la morta Giulia col suo pietoso aspetto l'attristò più.
Ella comandò ch'ella fosse il vegnente giorno onorevolemente sepellita e presa nelle sue braccia la bella figliuola, lagrimando molte volte la baciò, dicendo: - Poi che alla tua madre non è piaciuto d'esser più con noi, certo tu in luogo di lei e di cara figliuola ne rimarrai.
Tu sarai al mio figliuolo cara compagna e parente del continuo -.
Molte fiate nel futuro pianse queste parole la reina, le quali nescientemente profetico spirito l'avea fatta parlare.
[43]
Sparsesi per la reale corte e per tutta Marmorina la morte della graziosa Giulia, la quale con la sua piacevolezza aveva sì presi gli animi di coloro che sua notizia aveano, che niuno fu che per pietà non spandesse molte lagrime.
E il re similemente piangendo mostrò che di lei molto gli dolesse.
Ma poi che il seguente giorno, lavato il corpo e rivestito di reali vestimenti, fu sepellito tra' freddi marmi, con quello onore che a sì nobile giovane si richiedea, elli scrissero sopra la sua sepoltura questi versi:
Qui d'Antropòs il colpo ricevuto,
giace di Roma Giulia Topazia,
dell'alto sangue di Cesare arguto
discesa, bella e piena d'ogni grazia,
che, in parto, abandonati in non dovuto
modo ci ha: onde non fia già mai sazia
l'anima nostra il suo non conosciuto
Iddio biasmar, che fé sì gran fallazia.
[44]
Assai sturbò la gran festa incominciata della natività del giovane la compassione che ogni uomo generalmente portava alla morte di Giulia.
Ma poi che alquanti giorni furono passati, piacque al re Felice di vedere il suo figliuolo e la bella pulcella nata con lui in un medesimo giorno; e entrato con alcuno barone nella camera della reina, prima dolcemente la confortò domandandola di suo stato, poi comandò che le due creature gli fossero arrecate davanti.
Furongli arrecati amenduni garzonetti involti in preziosi drappi: i quali, poi ch'egli gli ebbe amenduni nelle sue braccia, per lungo spazio li riguardò, e vedendoli amenduni pieni di maravigliosa bellezza, e simiglianti insieme, disse così: - Certo piacevole e giocondo giorno vi ci donò, nel quale ogni fiore manifesta la sua bellezza: i cavalieri simigliantemente e le gaie donne si rallegrano faccendo gioiosa festa.
Adunque convenevole cosa è che voi in rimembranza della vostra natività, e per aumentamento delle vostre bellezze, siate da così fatto giorno nominati.
E però tu, caro figliuolo, sì come primo nato, sarai da tutti universalmente chiamato Florio, e tu, giovane pulcella, avrai nome Biancifiore -; e così comandò che da quella ora in avanti fossero continuamente chiamati.
E voltatosi alla reina, principalmente Florio le raccomandò; dopo questo la pregò molto che Biancifiore tenesse cara, però che aspetto avea di dovere ogni altra donna passare di bellezza, e che egli in luogo di Giulia sempre la volea tenere.
E dopo queste parole, contento di sì bella erede, si partì dalla reina.
[45]
Teneramente raccomandò la reina alle balie le picciole creature, e con sollecita cura le facea nudrire.
Ma poi che, lasciato il nudrimento delle balie, vennero a più ferma età, il re facea di loro grandissima festa, e sempre insieme realmente vestir li facea; e quasi non gli era la pulcella, che in bellezza ciascun giorno crescea, men cara che fosse il suo Florio.
E vedendo che già Citerea, donna del loro ascendente, s'era dintorno a loro ne' suoi cerchi voltata la sesta volta, provide di volere che, se la natura in senno gli avesse in alcuno atto fatti difettosi elli, studiando, per la scienza potessero ricuperare cotal difetto.
E fatto chiamare un savio giovane, nominato Racheio, nell'arti di Minerva peritissimo, gli commise che i due giovinetti effettuosamente dovesse in saper leggere ammaestrare.
E appresso chiamato Ascalion, simigliantemente amendue glieli raccomandò, dicendo: - Questi sieno a te come figliuoli.
Niuno costume né alcuna cosa, che a gentili uomini o donne si convenga, sia che tu a costoro non insegni, però che in loro ogni mia speranza è fissa: e essi sono l'ultimo termine del mio disio -.
Ascalion e Racheio presero i commessi uficii; e sanza alcuna dimoranza incominciò Racheio a mettere il suo in essecuzione con intera sollecitudine.
E loro in brieve termine insegnate conoscer le lettere, fece loro leggere il santo libro d'Ovidio, nel quale il sommo poeta mostra come i santi fuochi di Venere si deano ne' freddi cuori con sollecitudine accendere.
LIBRO SECONDO
[1]
Adunque cominciarono con dilettevole studio i giovani, ancora ne' primi anni puerili, ad imprendere gli amorosi versi: nelle quali voci sentendosi la santa dea, madre del volante fanciullo, nominare con tanto effetto, non poco negli alti regni con gli altri dei se ne gloriava.
Ma non sofferse lungamente che invano fossero da' giovani petti sapute così alte cose come i laudevoli versi narravano, ma, involti i candidi membri in una violata porpore, circundata di chiara nuvoletta, discese sopra l'alto monte Citerea, là ove ella il suo caro figliuolo trovò temperante nuove saette nelle sante acque, a cui ella con benigno aspetto cominciò così: - O dolce figliuolo, non molto distante agli aguti omeri d'Appennino, nell'antica città Marmorina chiamata, secondo che io ho ne' nostri alti regni sentito, ha due giovinetti, i quali effettuosamente studiando i versi che le tue forze insegnano acquistare, invocano con casti cuori il nostro nome, disiderando d'essere del numero de' nostri suggetti.
E certo il loro aspetto, pieno della nostra piacevolezza, molto più s'appresta a' nostri servigi che a cultivare i freddi fuochi di Diana.
Lascia dunque la presente opera, e intendi a maggiori cose, e solo il rimanente di questo giorno in mio servigio ti spoglia le leggieri ali.
E come già nella non compiuta Cartagine prendesti forma del giovane Ascanio, così ora ti vesti del senile aspetto del vecchio re, padre di Florio; e quando se' là ove essi sono, sì come egli quando va a loro gli abbraccia e bacia costretto da pura benivolenza, così tu, abbracciandoli e baciandoli, metti in loro il tuo segreto fuoco, e infiamma sì l'un dell'altro, che mai il tuo nome de' loro cuori per alcuno accidente non se ne spenga.
E io in alcuno atto occuperò sì il re, che la tua mentita forma per sua venuta non si manifesterà -.
[2]
Mossesi Amore a' prieghi della santa madre, poi che spogliate s'ebbe le lievi penne; e pervenuto al dimandato luogo, vestitosi la falsa forma, entrò sotto i reali tetti, passando con lento passo nella segreta camera, ove egli Florio e Biancifiore trovò soletti puerilmente giuocare insieme.
Essi si levarono verso lui come fare soleano, e egli primieramente preso Florio, il si recò nel santo seno, e porgendoli amorosi baci, segretamente gli accese nel cuore un nuovo disio: il quale Florio poi, guardando ne' lucenti occhi di Biancifiore con diletto, il vi fermò.
Ma poi Cupido, presa Biancifiore, e spirandole nel viso con piccolo fiato, l'accese non meno che Florio avesse davanti acceso.
E dimorato alquanto con loro, rivolti i passi indietro li lasciò stare, e rivestendosi le lasciate penne, tornò al lasciato lavoro.
E i giovani, rimasi pieni di nuovo disio, riguardandosi, si cominciarono a maravigliare stando muti.
E da quell'ora in avanti la maggior parte del loro studio era solamente in riguardar l'un l'altro con temorosi atti; né mai l'un dall'altro, per alcuno accidente che avvenisse, partir si volea, tanto il segreto veleno adoperò in loro subitamente.
[3]
Sì tosto come Amore dalla sua madre fu partito, così ella nella lucida nuvoletta fendendo l'aere pervenne a' medesimi tetti, e, tacitamente preso il vecchio re, il portò in una camera sopra un ricco letto, dove d'un soave sonno l'occupò.
Nel qual sonno il re vide una mirabile visione: che a lui pareva esser sopra un alto monte e quivi avere presa una cerbia bianchissima e bella, la quale a lui molto parea avere cara; la quale tenendola nelle sue braccia, gli pareva che del suo corpo uscisse un leoncello presto e visto, il quale egli insieme con questa cerbia sanza alcuna rissa nutricava per alcuno spazio.
Ma, stando alquanto, vedeva discender giù dal cielo uno spirito di graziosa luce risplendente, il quale apriva con le propie mani il leoncello nel petto; e quindi traeva una cosa ardente, la quale la cerbia disiderosamente mangiava.
E poi gli pareva che questo spirito facesse alla cerbia il simigliante; e fatto questo si partiva.
Appresso questo, egli temendo non il leoncello volesse mangiar la cerbia, la lontanava da sé: e di ciò pareva che l'uno e l'altro si dolesse.
Ma, poco stante, apparve sopra la montagna un lupo, il quale con ardente fame correva sopra la cerbia per distruggerla, e il re gliele parava davanti; ma il leoncello correndo subitamente tornò alla difesa della cerbia, e co' propii unghioni quivi dilacerò sì fattamente il lupo, che egli il privò di vita, lasciando la paurosa cerbia a lui che dolente gliele pareva ripigliare, tornandosi all'usato luogo.
Ma non dopo molto spazio gli parea vedere uscir de' vicini mari due girfalchi, i quali portavano a' piè sonagli lucentissimi sanza suono, i quali egli allettava; e venuti ad esso, levava loro da' piedi i detti sonagli, e dava loro la cerbia cacciandogli da sé.
E questi, presa la cerbia, la legavano con una catena d'oro, e tiravansela dietro su per le salate onde infino in Oriente: e quivi ad un grandissimo veltro così legata la lasciavano.
Ma poi, sappiendo questo, il leoncello mugghiando la ricercava; e presi alquanti animali, seguitando le pedate della cerbia, n'andavano là ove ella era; e quivi gli parea che il leoncello, occultamente dal cane, si congiungesse con la cerbia amorosamente.
Ma poi avedendosi il veltro di questo, l'uno e l'altro parea che divorar volesse co' propii denti.
E subitamente cadutagli la rabbia, loro rimandava là onde partiti s'erano.
Ma inanzi che al monte tornassero, gli parea che essi si tuffassero in una chiara fontana, della quale il leoncello uscendone, pareva mutato in figura di nobilissimo e bel giovane, e la cerbia simigliantemente d'una bella giovine: e poi a lui tornando, lietamente li ricevea; e era tanta la letizia la quale egli con loro facea che il cuore, da troppa passione occupato, ruppe il soave sonno.
E stupefatto delle vedute cose si levò, molto maravigliandosi, e lungamente pensò sopra esse; ma poi non curandosene, venne alla reale sala del suo palagio in quell'ora che Amore s'era da' suoi nuovi suggetti partito.
[4]
Taciti e soli lasciò Amore i due novelli amanti, i quali riguardando l'un l'altro fiso, Florio primieramente chiuse il libro, e disse: - Deh, che nuova bellezza t'è egli cresciuta, o Biancifiore da poco in qua, che tu mi piaci tanto? Tu non mi solevi tanto piacere; ma ora gli occhi miei non possono saziarsi di riguardarti! -.
Biancifiore rispose: - Io non so, se non che di te poss'io dire che in me sia avvenuto il simigliante.
Credo che la virtù de' santi versi, che noi divotamente leggiamo, abbia accese le nostre menti di nuovo fuoco, e adoperato in noi quello già veggiamo che in altrui adoperarono -.
- Veramente - disse Florio - io credo che come tu di' sia, però che tu sola sopra tutte le cose del mondo mi piaci -.
- Certo tu non piaci meno a me che io a te - rispose Biancifiore.
E così stando in questi ragionamenti co' libri serrati avanti, Racheio, che per dare a' cari scolari dottrina andava, giunse nella camera e loro gravemente riprendendo, cominciò a dire: - Questa che novità è, che io veggio i vostri libri davanti a voi chiusi? Ov'è fuggita la sollecitudine del vostro studio? -.
Florio e Biancifiore, tornati i candidi visi come vermiglie rose per vergogna della non usata riprensione, apersero i libri; ma gli occhi loro più disiderosi dell'effetto che della cagione, torti, si volgeano verso le disiate bellezze, e la loro lingua, che apertamente narrare solea i mostrati versi, balbuziendo andava errando.
Ma Racheio, pieno di sottile avvedimento, veggendo i loro atti, incontanente conobbe il nuovo fuoco acceso ne' loro cuori, la qual cosa assai gli dispiacque; ma più ferma esperienza della verità volle vedere, prima che alcuna parola ne movesse ad alcuno altro, sovente sé celando in quelle part
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