FILOCOLO, di Giovanni Boccaccio - pagina 7
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I divoti giovani stavano feroci avendo già dannata la loro vita, sicuri della battaglia, e impalmatasi la morte anzi che cominciare vilissima fuga; e niuno romore avverso rimosse le menti apparecchiate a grandi cose.
Lelio allora davanti a tutti i suoi, con dovuto ordine, a piccolo passo mosse la prima schiera, la quale Sesto Fulvio guidava, e con aperto segno manifestò all'altre che sanza bisogno non li seguissero.
E già innumerabile quantità di saette e di tremanti dardi erano sopra i romani giovani discese, gittate dagli archi di Partia dalle arabe braccia, quando Lelio, nell'animo acceso di maravigliosa virtù, mosso il potente cavallo, dirizzò il chiaro ferro della sua lancia verso un grandissimo cavaliere, il quale per aspetto parea guidatore e maestro di tutti gli altri, al quale niuna arme fu difesa, ma morto cadde del gran destriere.
Questi portò prima novelle della iniqua operazione commessa da Pluto a' fiumi di Stige; questi prima bagnò del suo sangue il mal cercato piano e li romani ferri.
Sesto, che appresso Lelio correndo cavalcava, ferendone un altro, diede compagnia alla misera anima.
E i valorosi giovani seguendo i loro capitani, niuno ve n'ebbe che peggiore principio facesse di Lelio, ma tutti valorosamente combattendo, abbattuti i loro scontri, cavalcarono avanti.
E già aveano la maggior parte di loro, per difetto delle rotte lance, tratte fuori le forbite spade, le quali percosse da' chiari raggi del sole, riflettendo minacciavano i sopravegnenti nimici.
Niuno risparmiava la volonterosa forza, ma tutti sanza alcuna paura combatteano con la vile moltitudine.
Lelio e Sesto, i quali avanti procedeano, combatteano virilmente con due grandissimi barbari, i quali forti e resistenti trovarono.
E mentre l'aspra pugna durava, la moltitudine della iniqua gente abondante premeva tanto i romani, che quasi costretti da vera forza oltre al loro volere rinculavano.
Lelio, il quale avea già abbattuto il suo avversario, rivolto verso i suoi, li vide alquanto tirarsi indietro: allora volto la testa del suo cavallo, con ritondo corso gli circuì, dicendo loro: - L'ora della vostra virtù disiderata è presente: spandete le vostre forze.
Alla vostra salute non manca altro che l'opera de' ferri aiutata dalle vostre braccia: qualunque disidera di rivedere l'abandonata patria, e' cari padri, e' figliuoli, e la moglie, e i lasciati amici, con la spada gli domandi.
Iddio ha poste tutte queste cose nel mezzo della battaglia.
La migliore cagione ci dee porgere speranza di vittoria, e la nostra vittoria ha bisogno di pochi combattitori, però che la gran quantità de' nemici impediranno se medesimi ristretti nel picciolo campo.
Imaginate che qui davanti a voi dimorino li vostri padri, e le vostre madri, e' vostri figliuoli piccolini e ginocchioni lagrimando vi prieghino che voi adoperiate sì l'arme, che voi vi rendiate a loro medesimi vincitori; sì che voi poi narrando loro i corsi pericoli, paurosi e lieti gli facciate in una medesima ora -.
Le parole di Lelio, parlante cose pietose, infiammarono i non freddi petti de' romani giovani: essi sospinsero avanti la sostenuta battaglia, uccidendo non picciola quantità della canina gente.
Scurmenide, potentissimo barbaro, gia riguardando la gente del suo signore per picciola quantità di combattenti invilita voltarsi verso le sue insegne; come stimolo de' suoi e rabbia dell'empio popolo, per tema che 'l cominciato male non perisca, da alcuna parte si parò davanti a' paurosi cavalieri, e mirando verso loro conobbe quali coltelli erano stati poco adoperati, e quali mani tremavano premendo la spada, e chi avea le lance lente e chi le dispiegava, e chi combatte bene e chi no; e questo veduto, parlò così: - Ahi! vilissimo popolazzo, ove torni tu? Con quale merito di guiderdone rivolgi tu i tuoi passi verso le guardate bandiere? Certo la mia spada taglierà qualunque arditamente non combatterà co' nimici -.
Le spente fiamme de' barbari cuori alquanto per le parole di costui si ravvivarono; e voltarono i visi.
Scurmenide accende i furori con le sue voci: elli dava i ferri alle mani di coloro che gli aveano perduti, e gridava che i contrarii volti sanza alcuna pietà sieno uccisi.
Egli promuove e fa andare inanzi i suoi, e coloro che si cessano sollicita con la battitura della rivolta asta, e si diletta di veder bagnare i freddi ferri nell'innocente sangue.
Grandissima oscurità di mali vi nasce, e tagliamenti e pianti, a similitudine di squarciata nube quando Giove gitta le sue folgori: l'armi sonano per lo peso de' cadenti colpi, le spade sono rotte dalle spade.
Sesto co' suoi non possono più sostenere, però che la piccola quantità era tornata a minor numero d'uomini.
Lelio, che i casi della battaglia tutti provede con sollicita cura, con altissima voce e con manifesti atti provoca la seconda schiera alla battaglia.
Artifilo, che lungo spazio avea sostenuto il disio della battaglia, muove sé e' suoi con dovuto ordine, e volonterosi sottentrano a' gravi pesi della battaglia.
E nel primo scontro si dirizzò Artifilo verso il crudele Scurmenide, e mettendo l'aguta lancia nelle sue interiora, sopra il polveroso campo l'abbatté morto.
Molti n'uccisero nella loro venuta i nuovi schierati condotti da Artifilo, ma di loro furono simigliantemente molti morti.
Artifilo, perduta la lancia, portava nelle sue mani una tagliente accetta, e sostenendo il sinistro corno della battaglia andava uccidendo tutti coloro che davanti gli si paravano; e Lelio e Sesto nel destro corno della battaglia combattevano.
Uno ardito arabo, il quale Menaab si chiamava, veduto il crudo scempio che Artifilo del barbarico popolo faceva con la nuova arme, temendo i colpi suoi, prese un arco, e di lontano l'avvisò sotto il braccio nell'alzare ch'egli facea dell'accetta, e quivi feritolo con una velenosa saetta il credette aver morto.
Ma Artifilo, sentito il colpo, quasi come se niuna doglia sentisse, con la propia mano trasse la saetta delle sue carni.
E ripresa l'accetta, dirizzata la testa del suo cavallo verso colui che già s'era apparecchiato di gittar l'altra, sopragiuntolo, gli diede sì gran colpo sopra la testa che in due parti gliele divise.
Quivi fu egli da molti de' nemici intorniato, e il possente cavallo gli fu morto sotto: sopra 'l quale, poi che morto cadde, dritto si levò difendendosi vigorosamente.
La furiosa gente premeva tutta adosso a lui: egli uccideva qualunque nimico gli s'appressava.
E già n'avea tanti uccisi dintorno a sé che, quanto la sua accetta era lunga, per tanto spazio dintorno a sé avea di corpi morti ragguagliata l'altezza del suo cavallo; e il taglio della sua arme era perduto, ma in luogo di tagliare, rompeva e ammaccava le dure ossa degli aspri combattitori.
Infinite saette e lance sanza numero ferivano sopra Artifilo: il suo forte elmo era in molti pezzi diviso; e già era più carico di saette, fitte per lo forte dosso, che delle sue armi.
Niuno era che a lui s'ardisse ad appressare; ma egli, sopra i corpi morti andando, s'appressava a' suoi nimici uccidendoli, e difendendo sé e chiamando i cari compagni che 'l soccorressero.
Veggendo questo, Tarpelio, nipote del crudele re, trattosi avanti tra' suoi cavalieri, lui ferì con una grossa lancia nel petto, e egli, già debole per lo mancato sangue, cadde in terra, dove da' compagni di Tarpelio fu morto sanza niuno dimoro.
Lelio, che avea gli occhi volti in quella parte e molto si maravigliava della grande virtù di Artifilo, quando vide questo non poté ritenere le lagrime, ma sotto l'elmo chetamente bagnò per pietà il suo viso; e abandonato Sesto, corse in quella parte ove ancora alquanti de' compagni d'Artifilo rimasi vivi combattevano vigorosamente, ingegnandosi di vendicare la morte del loro capitano.
E quivi con la sua forza lungamente sostenne i pochi compagni.
Ma poi ch'egli vide Sesto, rimaso quasi solo, in molte parti del corpo ferito, combattere, e sé male accompagnato, tirato indietro per convenevole modo, mosse la terza schiera di Sculpizio Gaio, loro ultimo soccorso; alla quale Sesto e quelli che erano per la battaglia pochi rimasi delle due schiere prime, tutti s'accostarono, e rincominciarono sì forte la sventurata battaglia, che alcuna volta prima non v'era stata tale.
E ben che i resistenti fossero molti, la loro moltitudine nel piccolo luogo nocea, però che l'uno impediva la spada dell'altro per istrettezza: onde Sesto e Sculpizio, i quali avanti agli altri vigorosamente combattevano con li loro pochi cavalieri, per forza, uccidendogli, gli fecero rinculare e fuggire in campi ancora non bagnati d'alcun sangue.
Il re, che della montagna era disceso con fresca schiera, vedendo questo, alquanto raffreddò l'ardente disio, e dubitando mosse i suoi cavalieri, e li terribili suoni de' battagliereschi strumenti fecero di nuovo tremare i secchi campi.
E tanta polvere coperse l'aria con la sua nebbia per la furia de' correnti cavalli, quanta ne manda il vento di Trazia nella soluta terra.
E poi che la superba e nuova compagnia de' cavalieri sopravenne adosso agli stanchi combattitori, la dubbiosa vittoria manifestò il suo posseditore, però che non fu licito a' cavalieri di Lelio d'andare adosso a' nimici, sì furono subitamente intorniati da lungi e da presso con le piegate e con le diritte lance.
La piova delle saette mandate dagli africani bracci, e le gittate lance aveano coperta la luce alla picciola schiera de' romani; ella si raccolse in piccola ritondità, tanto che quelli i quali per le sopravegnenti saette, sanza potere fare alcuna difesa, morivano, rimaneano ritti, i loro corpi sostenuti dagli stretti compagni.
Sculpizio, il quale non avea ancora le sue forze provate, fu il primo che partito dalla ritonda schiera uscì correndo verso il re, il quale s'apparecchiava d'affrettare la loro morte, e ferillo sì vigorosamente sopra l'elmo che il re cadde a terra del gran cavallo quasi stordito, ma per lo buon soccorso de' suoi tosto fu rilevato.
Lelio e Sesto rincominciarono la battaglia, faccendosi con le loro spade fare amplissimo luogo.
Ma Sesto fortunosamente correndo tra' nimici fu intorniato da loro, e mortogli il suo cavallo sotto, e caduto in mezzo il campo, anzi che egli, debile, si potesse rilevare fu miserabilmente ucciso.
Lelio, il quale la sua morte vide, pieno di grave dolore conobbe bene il piacer di Dio; e ricordandosi dello annunzio fatto loro, che tal volta conveniva che uno morisse per salvamento di tutto il popolo, disse così: - O sommo Giove, e tu beato Iddio, i cui templi io visitare credea, poi che a voi è piaciuto che i nostri passi più avanti che questo luogo non si distendano, io non intendo di volere, co' pochi compagni i quali rimasi mi sono, per fuga abandonare l'anime di quelli che davanti agli occhi miei giacciono morti.
Io vi priego che le loro anime riceviate e la mia, in luogo di degno sacrificio, se vostro piacere è -.
E dette queste parole, corse sopra un cavaliere, il quale volea spogliare le pertugiate armadure a Sesto, e lui ferì sì forte sopra il sinistro omero con la sua spada, che gli mandò il sinistro braccio con tutto lo scudo in terra, e quelli cadde morto sopra Sesto.
Egli incominciò a fare sì maravigliose cose, che nullo ve n'avea che non se ne maravigliasse; e Sculpizio non si portava male.
E' pochi compagni ricominciarono più aspramente a mostrare le loro forze che non aveano fatto davanti, ma poco poterono durare.
Il re, che d'ira ardeva tutto dentro, vedendo Lelio sì maravigliosamente combattere e aver già perdute per li molti colpi la maggior parte delle sue armi, quanto poté gli si fece vicino, e gittatagli una lancia il ferì nella gola, e lui cacciò morto in terra del debole cavallo.
Sculpizio, vedendo questo, corse con la sua spada in mano per ferire il re e per vendicare la crudele morte del suo amico, ma un cavaliere, il quale si chiamava Favenzio, si parò davanti al colpo, al quale la spada scesa sopra il chiaro cappello d'acciaio, tagliandolo, lui fendé quasi infino a' denti; ma volendo ritrarre a sé la spada per ricoverare il secondo colpo, non la poté riavere.
Ond'egli, assalito di dietro, fu da' nimici crudelmente ucciso.
Nel campo non era più alcuno rimaso de' miseri compagni, anzi sanza niuno combattimento più rimase il re Felice vittorioso nel misero campo, faccendo cercare se la misera fortuna n'avesse alcuno riposto con cheto nascondimento tra' suoi medesimi.
Ma poi che alcuno non ve ne fu vivo trovato, egli comandò che il suo campo fosse quivi fermato quella notte; poi, al nuovo giorno, procederebbero.
[27]
Vedendo il re che i fortunosi casi aveano conceduta la vittoria alle sue armi, in se medesimo molto si rallegrò.
Poi andando verso le tese trabacche guardando con torto occhio i sanguinosi campi, vide grandissima quantità de' suoi cavalieri giacer morti dintorno a pochi romani.
E ben che l'allegrezza della dolente vittoria gli fosse al principio molta, certo, vedendo questo, ella si cambiò in amare lagrime, imaginando l'aspetto de' suoi cavalieri, i quali tutti sanguinosi giaceano morti al campo, e udendo le dolenti voci e 'l triste pianto che i suoi medesimi feriti faceano per lo campo.
Egli diede a' suoi cavalieri libero albìtrio che le ricchezze rimase nel misero campo fossero da loro rubate, e che ciò che ciascun si desse fosse suo; la qual cosa in brieve spazio fu fatta.
Elli disarmarono tutti i romani con presta mano, e non ne trovarono alcuno che intorno a sé non avesse grandissima quantità di nimici morti né che non fosse passato di cento punte.
E i miseri cavalieri, i quali questo andavano faccendo, aveano perduta la conoscenza de' loro padri e fratelli e compagni che morti giacevano, per la polvere mescolata col sangue sopra i loro visi; ma poi che essi, nettandoli co' propii panni per riconoscerli, ve n'ebbero ritrovati molti, e tutti i più valorosi, il pianto e 'l romore cominciò sì grande, che il re si credette da capo essere assalito, e con fatica racchetò i loro pianti, ricogliendoli dentro ne' chiusi campi.
[28]
O misera fortuna, quanto sono i tuoi movimenti varii e fallaci nelle mondane cose! Ove è ora il grande onore che tu concedesti a Lelio quando prescritto fu all'ordine militare? Ove sono i molti tesori che tu con ampia mano gli avevi dati? Ove la gran famiglia? Ove i molti amici? Tu gli hai con subito giramento tolte tutte queste cose, e il suo corpo sanza sepoltura giace morto negli strani campi.
Almeno gli avessi tu concedute le romane lagrime, e le tremanti dita del vecchio padre gli avessero chiusi i morienti occhi, e l'ultimo onore della sepoltura gli avesse potuto fare!
[29]
Avea già, nel brieve giorno, Pean, che nell'ultima parte della guizzante coda d'Almatea, nutrice dell'alto Giove, dimorava, trapassato il meridiano cerchio, e con più studioso passo cercava l'onde di Speria, quando Giulia misera dintorno a sé, ritornate le forze nel palido corpo, sentì piangere le dolenti compagne, che già i loro danni aveano veduti; alle cui voci subitamente levatasi disse: - Oimè misera, qual è la cagione del vostro pianto? -.
E riguardandosi dintorno non vide il caro marito, nelle cui braccia avea perdute le forze degli esteriori spiriti.
Allora, non potendo tenere le triste lagrime, disse: - Oimè! or dov'è fuggito il mio Lelio? Ecco se la fortuna ha ancora concedute le 'nsegne al mio marito contra i non conosciuti nimici! -.
E dicendo queste parole, quasi uscita di sé si drizzò, e i miseri fati le volsero gli occhi verso quella parte, la quale le dovea mostrare il suo dolore manifestamente; e verso quella mirando, sentì lo spiacevole romore degli spogliatori e vide il secco campo essere di caldo sangue tutto bagnato, e pieno della nimica gente.
Allora il dubitante cuore di quello che avvenuto era, manifestamente conobbe i suoi gran danni.
Ella non fu dalla feminile forza delle sue compagne potuta ritenere, che ella non andasse tra' morti corpi sanza alcuna paura; ma come persona uscita del natural sentimento, messesi le mani ne' biondi capelli, gli cominciò con isconcio tirare a trarre dell'usato ordine.
E i vestimenti squarciati mostravano le colorite membra, che in prima soleano nascondere.
E bagnando le sue lagrime il bianco petto, sfrenatamente sicura contra' nemici ferri, incominciò a cercare tra' morti corpi del suo caro marito, dicendo alle sue compagne: - Lasciatemi andare: e' non è convenevole che così valoroso uomo rimanga ne' lontani campi alla sua città, sanza essere lagrimato e pianto.
Poi che la fortuna gli ha negate le lagrime del suo padre e de' suoi parenti e del romano popolo, non gli vogliate anche torre quelle della misera moglie -.
E andando ella per lo campo piangendo e sprezzando le sue bellezze, molti corpi morti con le propie mani rivolgea per ritrovare il suo misero marito, ma i sanguinosi visi nascondeano la manifesta sembianza allo 'ntelletto.
E poi che ella molti n'ebbe rivolti, riconosciuto alle chiare armadure il suo Lelio, il quale di molti morti nimici morto attorniato giacea, quivi sopr'esso semiviva piangendo cadde; e dopo picciolo spazio drizzatasi, piangendo amaramente s'incominciò a battere il chiaro viso con le sanguinose mani e a graffiarsi le tenere gote.
E aveasi già sì concia, che tra 'l vivo e 'l morto sangue che sopra il viso le stava, non Giulia, ma più tosto uno de' brutti corpi morti nel campo parea.
Ella non si curava di bagnare il suo viso nell'ampie piaghe di Lelio, anzi l'avea già quasi tutte piene d'amare lagrime.
Ella spesse volte il baciava e abbracciava strettamente, e nell'amaro pianto, riguardandolo, diceva così: - Oimè, Lelio, ove m'hai tu abandonata? ove m'hai tu lasciata? Tra gente araba diversa da' nostri costumi, de' quali niuno io non conosco! Almeno mi facesse Giove tanta di grazia, che la loro crudeltà fosse con le loro mani operata in me, come elli l'operarono in te; ma il feminile aspetto porta pietà in quelli petti ov'ella non fu mai.
Almeno sarei io più contenta che la mia anima seguisse la tua ovunque ella fosse, che rimaner viva nella mortale vita dopo la tua morte.
Deh! perché non fu licito al tuo virile animo di credere al feminile consiglio? Certo tu saresti ancora in vita, e forse per lungo spazio saremmo lieti insieme vivuti.
Deh! ove fuggì la tua pietà, quando tu in dubbio di morte nelle feminili braccia mi lasciasti di lungi alle tue schiere? Come non aspettasti tu che io almeno t'avessi veduto inanzi che tu fossi entrato nell'amara battaglia, e che io con le propie mani t'avessi allacciato l'elmo, il quale mai per mia voglia non sarebbe stato legato, perché io conoscea sola la fuga essere rimedio alla nostra salute? Oimè dolente, quanto è sconvenevole cosa di volere adempiere l'uomo i suoi disideri contra 'l piacer di Giove! Noi desiderammo miseramente i nostri danni quell'ora che noi domandammo d'aver figliuoli, i quali se convenevole fosse suto che noi dovessimo avere, quella allegrezza Giove sanza alcun boto ce l'avrebbe conceduto.
O iniquo pensiero e sconvenevole volontà, recate la morte in me, che non l'ho meno meritata che costui; o almeno, o dolorosa fortuna, mi fosse stato licito di pararmi dinanzi a' crudeli colpi, i quali costui innocente sostenne, sì com'io avea di grazia adimandato! Omai non è al mio dolore niuno rimedio se non tu, morte! La quale io sì come misera priego che tu non mi risparmi, ma vieni a me sanza niuno indugio.
Tu non dei omai potere più esser crudele, e massimamente a' prieghi delle giovani donne, in tal luogo se' stata! Deh! piacciati inanzi di farmi fare compagnia ne' miseri campi al mio marito, che lasciarmi nel mondo essemplo di dolore a quelli che vivono.
Uccidimi, non indugiar più! Oimè dolente! come i' ho malamente seguito con effetto il perfetto amore della mia antica avola Giulia, la quale, poi che vide i drappi del suo Pompeo tinti di bestial sangue, temendo non fosse stato offeso, costrinse l'anima di partirsi dal misero corpo, subitamente rendendola a' suoi iddii.
Oh quanto le fu prosperevole il morire, però che morendo poté dire: "Io non vedrò quella cosa la quale per dolore mi conducerebbe a maggior pena, e poi a morte, ma morendo vincerò il dolore".
E io, misera!, davanti agli occhi miei veggio il mio dolore, e non m'è licito di morire, né posso cacciar da me la misera anima, la quale per paura sento che cerca l'ultime parti del cuore, fuggendosi dalla mia crudeltà.
Oimè, morte, io ti domando con graziosa voce, e non ti posso avere! Certo la tua signoria è contraria del tutto agli atti umani, i quali i disprezzatori delle loro potenze s'ingegnano di sottomettersi, risparmiando i fideli: e tu coloro che più ti temono crudelmente assalisci, dispregiando gli schernitori della tua potenza lungamente, e di questi sempre più tardi che degli altri ti vendichi.
Oh quanto è misero colui che così comunal cosa, come tu se', gli manca ad uno bisogno! -.
Ella, piangendo, più volte con aguti ferri caduti per lo campo si volle ferire il tenero petto, ma, impedita dalle compagne, non potea.
Poi si voltava agli aspri rubatori e dicea: - Deh! crudeli cavalieri, i quali sanza alcuna pietà metteste l'agute lance per l'innocente corpo, deh!, ammendate il vostro fallo tornando pietosi: uccidete me, poi che voi avete morto colui che la maggior parte di me in sé portava! Fate che io sia del numero degli uccisi! Questa pietà sola usando vi farà meritar perdono di ciò che voi avete oggi non giustamente adoperato -.
E dette queste parole, ritornava a baciare il sanguinoso viso; e di questo non si potea veder sazia, anzi l'avea già quasi tutto con le amare lagrime lavato, e piangendo forte sopr'esso si dimorava dolente.
[30]
Ma poi che il sole nascose i suoi raggi nelle oscure tenebre e le stelle cominciarono a mostrare la loro luce, il campo si cominciò con taciturnità a riposare, sì per l'affanno ricevuto il preterito giorno che richiedeva agli affannati membri riposo, sì per l'allegrezza della vittoria che molte menti avea nel vino sepellite.
Solo l'angoscioso pianto di Giulia e delle sue compagne facea risonare la trista valle, e questo risonava nelle orecchie al vittorioso re.
E egli, che ne' tesi padiglioni si riposava, udendo queste voci, chiamò un nobile cavaliere il quale s'appellava Ascalion, e disseli: - Deh, or di cui sono le misere voci che io odo, che non lasciano partire della nostra mente in alcuno modo la crudele uccisione fatta nel passato giorno? -.
- Sire - disse Ascalion - io imagino che sia alcuna donna, la quale forse era moglie d'alcuno del morto popolo, e così mi pare avere inteso da' compagni, e similmente la sua favella, la quale io intendo bene, il manifesta -.
Allora gli comandò il re che elli andasse ad essa, e comandassele ch'ella tacesse acciò che 'l suo pianto non gli accrescesse più dolore che il preterito danno.
Mossesi Ascalion con alquanti compagni, e per l'oscura notte con picciol lume, per lo sanguinoso campo scalpitando i morti visi, andarono in quella parte ove essi sentirono le dolenti voci, e pervennero a Giulia; la quale, come Ascalion la vide, imaginando le nascose bellezze sotto il morto sangue del suo viso, mosso dentro a pietà, quasi lagrimando disse: - O giovane donna, il cui dolore invita gli occhi miei, veggendoti, a lagrimare, io ti priego, per quella nobiltà che il tuo aspetto ne rapresenta, che tu ti conforti e ponghi fine alle tue lagrime.
Certo io non so qual sia la cagione della tua doglia, ma credo che sia grande; e chente ch'ella sia, io non credo che per lo tuo pianto si possa emendare, ma più tosto piangendo aumentare la potresti.
E noi medesimi, i quali, se al ricevuto danno volessimo ben pensare, certo noi non faremmo mai altro che piagnere; e considerando quello che è detto, ci ingegnamo di dimenticare quello che ancora non vuole fuggire delle nostre memorie.
E simigliantemente il re nostro signore te ne manda pregando; e credo che molto gli sarebbe caro, secondo il suo parlare, che tu venissi dinanzi al suo cospetto -.
Giulia, udendo la romana loquela, la quale Ascalion, lungamente dimorato a Roma, impresa avea, alzò il viso verso lui, forse credendo che fosse alcun de' miseri compagni di Lelio, e con torti occhi riguardando il cavaliere e vedendo ch'egli era della iniqua gente, piangendo il richinò, e gittando un gran sospiro, disse: - Niun conforto sentirà l'anima mia, se voi nol mi porgete.
Voi m'avete con le vostre spietate braccia ucciso colui il quale era mio conforto e mia ultima speranza.
Acciò che l'anima mia possa seguire per le dilettevoli ombre quella del mio Lelio, questo graziosamente vi domando, questo fia l'ultimo bene che io spero, e a voi non fia niente.
Voi avete oggi bagnate le vostre mani in tanti sangui, che io non accrescerò la somma del vostro peccato per la mia morte, ma la farò più lieve per la pietà che voi userete uccidendomi.
Deh! aggiungetemi al triste numero, acciò che si possa dire: "Giulia amò tanto il suo Lelio, che ella fu del numero de' corpi morti con lui insieme ne' sanguinosi campi".
E se voi non volete usar questa pietà, almeno prestate alle mie mani la tagliente spada, e consentite che sanza briga di queste mie compagne io possa morire, essendone le mie mani cagione -.
Ascalion e' suoi compagni, che vedeano il chiaro viso tutto rigare di vermiglio sangue, lagrimavano tutti per pietà di costei; e piangendo le rispose e disse: - Giovane, gl'iddii facciano le mie mani di lungi da sì fatto peccato.
Certo io fuggii oggi per non bagnarmi nella dolente occisione: ma tu, perché piangendo e sconfortandoti guasti il tuo bel viso? Perché desideri d'incrudelire contra te medesima? Credi tu con la tua morte render vita al morto marito? Questo sarebbe impossibile.
Ma levati su, e non volere qui però nelle sopravegnenti tenebre apparecchiare la tua bella persona alle salvatiche bestie, le quali alla tua salute potrebbono essere contrarie, però che vivendo ancora potrai forse riavere il perduto conforto.
Levati su, e segui i nostri passi, e non dubitar di venire a' reali padiglioni con le tue compagne, ch'io ti giuro, per quelli iddii ch'io adoro, che, mentre che essi mi concederanno vita, il tuo onore e delle tue compagne sarà sempre salvo a mio potere, solo che vostro piacer sia.
Ora ti leva, non dimorare più qui, vieni nella presenza del nostro signore, il quale, ancora che dolente sia, veggendo il tuo grazioso aspetto, ti onorerà sì come degna donna.
Or se noi ti volessimo qui lasciare, non ti spaventano gl'infiniti spiriti de' morti corpi, sparti per lo piagnevole aere? Non dubiti tu degli scelerati uomini che sogliono essere ne' tumultuosi esserciti, i quali, trovandoti qui, non si curerebbono di contaminare il tuo onore e delle tue compagne? Deh! vieni adunque, che vedi che io e' miei compagni per compassione di te righiamo i nostri visi d'amare lagrime -.
Giulia non facea altro che piagnere; e ben ch'ella fosse molto dolorosa, non per tanto dimenticò la sua anima i cari ammaestramenti della gentilezza, e non volle nelle avversità parere villana a' divoti prieghi del nobile cavaliere; ma preso con le sue mani un bianco velo, coperse il palido viso di Lelio e con un suo mantello tutto il corpo, e poi si voltò ad Ascalion e disse: - I vostri prieghi hanno sì presa la mia dolorosa anima, che io non mi so mettere al niego di quello che dimandato m'avete.
E poi che Iddio e voi mi negate la morte, quella cosa che io più disidero, io m'apparecchio di venire in quelle parti ove piacer vi fia; ma caramente raccomando in prima me e le mie compagne e 'l nostro onore nelle vostre braccia, pregandovi, per la gentile anima che guida i vostri membri, che come di care sorelle il serviate e non consentiate che di quello che le misere anime de' nostri mariti, rinchiuse ne' mortali corpi, si contentarono, sciolte da essi si possano ramaricare -.
E volendosi levare, per debolezza fra le sue compagne supina ricadde.
Allora Ascalion teneramente per lo destro braccio la prese; e dall'altra parte un suo compagno sostenendola e con dolci parole confortandola, e con lento passo andando, pervennero alle reali tende, nelle quali entrati, il re vedendo costei, vinto per lo pietoso aspetto, umilmente la riguardò; e avendo già udito da Ascalion gran parte della condizione di lei, comandò ch'ella fosse onorata.
Giulia, veduto il re, ancor che per debolezza le fosse grave, pur gli s'inginocchiò davanti e lagrimando disse: - Alto signore, a questi nobili cavalieri è piaciuto di menarmi nel vostro cospetto, nel quale piacciavi che io trovi quella grazia che da loro non ho potuta avere.
Io non credo che la misera Ecuba né la dolente Cornelia ne' loro danni sentissero maggiore doglia che io fo in quello che da voi ho ricevuto, né credo che effettuosamente alcuna di loro disiderasse de' suoi nimici vendetta, com'io disidero di voi, solo che prendere ne la potessi.
Ma poi che la fortuna m'ha il potere levato, e fattami vostra prigione, datemi, per guiderdone della fiera volontà ch'io ho verso di voi, la morte -.
Non sofferse il re che Giulia stesse in terra davanti a lui, ma con la propia mano levatala in piè, la fece sedere davanti a sé, e risposele così: - Giovane donna, il vostro lagrimoso aspetto m'ha fatto divenire pietoso e quasi m'invita con voi insieme a lagrimare.
E certo io non mi maraviglio del vostro parlare, il quale dimostra bene il vostro gran dolore, ché usanza suole essere de' miseri di volere quello che maggior miseria loro arrechi, infino a quell'ora che la tristizia pena a dar luogo al natural senno.
E però che io conosco che voi ora più adirata che consigliata domandate la morte, e mostrate ver me crudel volontà, né la morte vi fia per me conceduta, né ancora le adirate parole credute.
Ma quando voi avrete alquanto mitigate le giuste lagrime che voi spandete, io vi farò conoscere come la fortuna non sia contro di voi del tutto adirata, né ch'ella v'abbia fatta mia prigione; e ancora conoscerete che sia suto il migliore rimanere in vita sì per voi e sì per l'anima del vostro marito.
Ma ditemi, se vi piace, qual sia la cagione del vostro pianto, e chi voi siete, e onde e ove voi andavate -.
Giulia, piangendo, con pietosa voce gli rispose: - Io sono romana, e fui misera sposa del morto Lelio, il quale voi oggi con le propie mani uccideste, e quinci muove il mio tristo lagrimare; e andavamo al santo Iddio, posto nell'ultime fini de' vostri regni, per lo ricevuto dono della mia pregnezza -.
Udendo questo, il re, quasi stupefatto, tutto si cambiò, e disse: - Oimè! or dunque non foste voi con gli assalitori del mio regno, i quali all'entrare in esso arsero la ricca Marmorina? -.
- Signore no - rispose Giulia, - ma passando per essa, la vedemmo bella e ornata di nobile popolo -.
Allora dolfe al re molto di quello che era fatto e sospirando le disse: - Giovane donna, i fortunosi casi sono quasi impossibili a fuggire; a noi fu porto tutto il contrario di quello che voi ne porgete, e questo ne mosse a fare quello che omai non può tornare adietro, e che ci duole.
E non è dubbio che voi avete nel preterito giorno gran danno ricevuto, e io non piccolo; ma però che il nostro lagrimare niente il menomerebbe, convienci prender conforto.
E a cui che il lagrimare stia bene, a noi e' si disdice, i quali co' propii visi abbiamo a confortare i nostri sudditi.
Adunque confortatevi, e qui meco rimanete; e dopo il preso conforto, se a voi piacerà altro marito, io ho nella mia corte assai nobili cavalieri, de' quali quello che più vi piacerà in guiderdone dell'offesa che fatta v'ho, vi donerò volontieri; e se voi alle ceneri del morto marito vorrete pure servar castità, continuamente in compagnia della mia sposa come cara parente vi farò onorare.
E se l'esser meco non vi piacerà, io vi giuro per l'anima del mio padre che dopo l'alleviamento del vostro peso, infino in quella parte ove più vi piacerà d'andare, onorevolemente vi farò accompagnare.
A dire quanto mi dolga di quello ch'è fatto per lo mio subito furore, sarebbe troppo lungo a narrare, però ch'io ci ho perduto un caro nipote e molti buoni cavalieri, e voi ho sanza vostra colpa offesi -.
Giulia non rattemperava per tutte queste parole il dolente pianto, anzi, piangendo, nel savio animo diliberò che molto valea meglio di rimanere al proferto onore, fingendo il suo mal talento, infino che la fortuna la recasse nel pristino stato, che miseramente cercare gli strani paesi; e con sospirevole voce, rotta da dolenti singhiozzi, rispose: - Signor mio, nelle vostre mani è la mia vita e la mia morte: io non mi partirò mai dal vostro piacere -.
Comandò allora il re che ella in alcuno padiglione, sotto la fidata guardia di Ascalion, ella e le sue compagne fossero onorate.
[31]
Come il nuovo sole uscì nel mondo, il re con la sua compagnia, insieme con Giulia, verso Sibilia, antica città negli esperii regni, presero il cammino; ma avanti che i loro passi si mutassero, Giulia di grazia domandò che 'l corpo del suo Lelio non rimanesse esca de' volanti uccelli.
Al quale il re comandò che onorevole sepoltura fosse data, ad esso e a tutti gli altri che piacesse a lei, e agli altri del campo.
Fu allora Lelio, e molti altri, con molte lagrime sepellito dopo i fatti fuochi, ben che molti ne rimanessero sopra la vermiglia arena, che di varii ruscelletti di sangue era solcata.
[32]
Rimaso solo di vivi il tristo campo, in pochi giorni col corrotto fiato convocò in sé infinite fiere, delle quali tutto si riempié.
E non solamente i lupi di Spagna occuparono la sventurata valle, ma ancora quelli delle strane contrade vennero a pascersi sopra' mortali pasti.
E i leoni africani corsero al tristo fiato tignendo gli aguti denti negli insensibili corpi.
E gli orsi, che sentirono il fiato della bruttura dello 'nsanguinato tagliamento, lasciarono l'antiche selve e i segreti nascondimenti delle lor caverne.
E i fedeli cani abandonaron le case de' lor signori: e ciò che con sagace naso sente la non sana aria si mosse a venir quivi.
E gli uccelli, che per adietro avean seguitati i celestiali pasti, si raunarono; e l'aria mai non si vestì di tanti avoltoi, e mai non furono più uccelli veduti adunati insieme, se ciò non fosse stato nella misera Farsaglia, quando i romani prencipi s'afrontarono.
Ogni selva vi mandò uccelli: e i tristi corpi, a cui la fortuna non avea conceduto né fuochi né sepoltura, erano miseramente dilacerati da loro, e le lor carni pasceano gli affamati rostri.
Ogni vicino albero parea che gocciolasse sanguinose lagrime per li sanguinosi unghioni che premeano gli spogliati rami: il passato autunno gli aveva spogliati di foglie, e' crudeli uccelli col morto sangue premuto da' lor piedi gli aveano rivestiti di color rosso, e' membri portati sopra essi ricadevano la seconda volta nel tristo campo, abandonati dagli affaticati unghioni.
Ma con tutto questo il gran numero de' morti non era tutto mangiato infino all'ossa, ancor che squarciato tra le fiere si partisse; gran parte ne giace rifiutato, ben che dilacerato sia tutto: il quale il sole e la pioggia e 'l vento macera sopra la tinta terra, fastidiosamente mescolando le romane ceneri con l'arabiche non conosciute.
[33]
Entrò il re Felice vittorioso con gran festa in Sibilia; e poi che egli fu smontato del possente cavallo e salito nel real palagio, e ricevuti i casti abbracciamenti dell'aspettante sposa, egli prese l'onesta giovane Giulia per la mano destra, e davanti alla reina sua sposa la menò dicendo: - Donna, te' questa giovane la quale è parte della nostra vittoria: io la ti raccomando, e priegoti che ella ti sia come cara compagna e di stretta consanguinità congiunta in ogni onore -.
Teneramente a' prieghi del re ricevette la reina Giulia e le sue compagne; ma non dopo molti giorni, partendosi il re di Sibilia, con lui se n'andarono in Marmorina: la quale quando il re vide non essere quello che falsamente Pluto in forma di cavaliere gli aveva narrato, e trovò ancor vivo colui il quale morto credeva aver lasciato ne' lontani boschi, forte in se medesimo si maravigliò, e dicea: "O gl'iddii hanno voluto tentare per adietro la mia costanza, o io sono ingannato.
A me pur con vera voce pervenne che la presente città era da romano fuoco arsa, e ora con aperti occhi veggo il contrario.
E il narratore di così fatte cose pur morì nella mia presenza, e io gli feci dare sepoltura: e ora qui davanti vivo mi si rapresenta".
In questi pensieri lungamente stato, non potendo più la nuova ammirazione sostenere, chiamò a sé quel cavaliere, il quale già credeva che nell'arene di Spagna fosse dissoluto, e dissegli: - Le tue non vere parole t'hanno degna morte guadagnata, però che esse non è ancora passato il secondo mese poi mossero il nostro costante animo a grandissima ira e ad inique operazioni sanza ragione.
Or non ci narrasti tu la distruzione della presente città con piagnevole voce, la quale noi ora trovata abbiamo sanza niuno difetto? Tu fosti cagione di farci commuovere tutto il ponente contra la inestimabile potenza de' romani, del qual movimento ancora non sappiamo che fine seguire ce ne debbia -.
Maravigliossi molto il cavaliere, udite le parole, dicendo umilemente: - Signor mio, in voi sta il farmi morire o il lasciarmi in vita, ma a me è nuovo ciò che voi mi narrate; e poi che voi qui mi lasciaste, mai io non mi partii, e a ciò chiamo testimonii gl'iddii e 'l vostro popolo della presente città, il quale seco mi ha continuamente veduto; né mai dopo la vostra partita ci fu alcuna novità -.
Allora si maravigliò il re molto più che mai, dicendo fra se medesimo: "Veramente hanno gl'iddii voluto tentar le mie forze e aggiungere la presente vittoria alle nostre magnificenzie".
E allegro della salva città abandonò i pensieri, contento di rimaner quivi per lungo spazio.
[34]
La reina, gravida di prosperevole peso, affannata per lo lungo cammino, volontieri si riposava, e con lei Giulia molto più affaticata, ma quasi continuamente o il bel viso bagnato d'amare lagrime o la bocca piena di sospiri teneva; alla quale un giorno la reina, vedendola dirottamente piangere, disse così: - Giulia, sanza dubbio io so che tu, sì come io, in te nascondi disiato frutto, e' manifesti segnali mostrano te dovere essere vicina al partorire, onde col tuo piangere gravemente te e lui offendi.
Tu hai già quasi il bel viso tutto consumato e guasto, e le tue lagrime l'hanno occupato d'oscura caligine e di palidezza; onde io ti priego che tu non facci più questo: anzi ti conforta, e spera che noi insieme avremo gioioso parto.
Non sai tu che per lo tuo lagrimare il ricevuto danno non menoma? Poi che i fati ti sono stati avversi, appara a sostenere con forte animo le contrarie cose e' dolenti casi della fortuna.
Deh! or tu m'hai già detto, se io ho bene le tue parole a mente, che tu se' nata di nobilissima prole romana; or se questo è il vero, come io credo, e' ti dovrebbe tornare nella mente del forte animo che Orazio Pulvillo, appoggiato alla porta del tempio di Giove Massimo, udendo la morte del figliuolo, ebbe; e come Quinto Marzio, tornato da' fuochi dell'unico figliuolo, diede quel giorno sanza lagrimare le leggi al popolo.
Questi e molti altri vostri antichi avoli con fermo animo nelle avversità mostrarono la loro virtù, per la quale il mondo lungamente si contentò d'essere corretto da cotali reggitori.
Adunque, poi che di tal gente hai tratta origine, si disdicono a te, più che ad un'altra, le lagrime.
Non credi tu che essi nelle loro avversità sostenessero doglia, come tu fai? Certo sì fecero; ma volsero anzi seguire la magnanimità de' loro nobili animi, i quali conosceano la natura delle caduche e transitorie cose, che la pusillanimità della misera carne, acciò che le loro operazioni fossero essemplo a' loro successori in ciascuno atto -.
Queste e molte altre parole usava spesso la reina in conforto di Giulia.
[35]
Giulia conoscea veramente che la reina l'amava molto, e da grande amore procedeano queste parole, le quali vere la reina le diceva, ond'ella incominciò a riprender conforto e a porre termine alle sue lagrime.
E per fuggire ozio, il quale di trista memorazione de' suoi danni l'era cagione, con le propie mani lavorando, sovente faceva di seta nobilissime tele di diverse imagini figurate, allato alle quali, o misera Aragne, le tue sarebbero parute offuscate da nebulose macchie, come altra volta parvero, quando con Pallade avesti ardire di lavorare a pruova.
Queste opere aveano sanza fine multiplicato l'amore della reina in lei, però che molto in simili cose si dilettava.
Onde, come l'amore, così l'onore a lei e alle sue compagne multiplicare fece.
[36]
Non parve a Pluto avere ancora fornito il suo iniquo proponimento posto ch'egli avesse con le sue false parole commosse l'occidentali rabbie sopra gl'innocenti romani; ma poi ch'egli ebbe nel cospetto del re Felice lasciato vilmente disfatto il falso corpo, un'altra volta riprese vana forma d'una giovane damigella di Giulia chiamata Glorizia, la quale con lei ancora viva dimorava, e con sollicito passo entrò nell'ampio circuito delle romane mura.
E già Calisto mostrando le sue luci, tacitamente, disciolti i capelli, entrò negli alti palagi di Lelio, stracciandosi tutta; ne' quali poi che ella fu ricevuta dal padre del morto Lelio e da' cari fratelli di Giulia, i quali, stupefatti tutti di tale accidente, taciti si maravigliavano, forte piangendo così cominciò loro a parlare:
[37]
- Poi che gli avversari movimenti della fortuna, invidiosa della nostra felicità, trassero della dolente città il vostro caro figliuolo e la sua moglie, a me carissima donna, con quella compagnia con la quale voi medesimi ci vedeste, e da cui voi, porgendo teneri baci e le vostre destre mani, piangendo vi dipartiste, noi avventurosamente, fin che a' miseri fati piacque, camminammo.
Ma poi che a loro piacque di ritrarre la mano dalle nostre felicità, noi una mattina quasi nelle prime ore cavalcando per una profonda valle, occupate le nostre luci da noiosa nebbia, assaliti fummo da innumerabile quantità di predoni, vaghi del copioso arnese, il quale a noi non molto lontano andava, e del nostro sangue: e l'assalirci e 'l privarci dell'arnese non occupò più che un medesimo spazio di tempo.
E appresso rivolti a noi con li aguzzati dardi, Lelio co' suoi compagni e la vostra Giulia di vita amaramente privarono.
Io pavida piangendo, non so come delle inique mani fuggii; e fuggendo, per tema non ritornare nelle loro mani, per lo dolente cammino più volte ho sostenuto mortal dolore -.
E co' pugni stretti, dette queste parole, cadde semiviva nelle loro braccia, la quale essi piangendo portarono sopra un letto, richiamando con freddi liquori le forze esteriori.
[38]
Incominciossi nel gran palagio un amarissimo pianto, e quasi per tutta Roma, ovunque il grazioso giovane e la piacente Giulia erano conosciuti, si piangea.
L'aere risonava tutto di dolenti voci, tali che per lo preterito tempo alcuno anziano non si ricordava che tal doglia vi fosse stata per alcuno accidente.
E certo che tu appena, o Bruto, riformatore della libertà del romano popolo, vi fosti tanto lagrimato dal rozzo popolo.
E da quell'ora inanzi ciascun romano cominciò ad essere pauroso d'andar cercando gli strani altari o di portare gl'incensi a' lontani iddii fuori di Roma; e per lo gran dolore del morto Lelio lungamente lasciarono i nobili adornamenti, vestendo lugubri veste, così gli altri romani come i suoi distretti parenti.
[39]
Mentre la fortuna con la sua sinistra voltava queste cose, s'appressò il termine del partorire alla reina, e simigliantemente a Giulia; e nel giocondo giorno eletto per festa de' cavalieri, essendo Febo nelle braccia di Castore e di Polluce insieme, non essendo ancora la tenebrosa notte partita, sentirono in una medesima ora quelle doglie che partorendo per l'altre femine si sogliono sentire.
Dopo molte grida, essendo già la terza ora del giorno trapassata, e la reina del gravoso affanno, partorendo un bel garzonetto, si diliberò, contenta molto in se medesima di tal grazia, sanza fine lodando i celestiali iddii; e similmente il re, udita la novella, fece grandissima festa, però che sanza alcun figliuolo era infino a quello giorno dimorato.
Niuno altare fu in Marmorina negli antichi templi sanza divoto fuoco.
E i freschi giovani con varii suoni, cantando, andavano faccendo smisurata festa.
L'aere risonò d'infiniti sonagli per li molti armeggiatori, continuando per molti giorni grandissima gioia.
[40]
Avea già il sole per lungo spazio trapassato il meridiano suo cerchio, avanti che Giulia del disiderato affanno liberare si potesse: anzi, con grandissime voci invocando il divino aiuto, sostenea grandissima doglia.
Ma tra la erronea gente si dubitava non Lucina sopra i suoi altari stesse con le mani comprese, resistendo a' suoi parti, come fece alla dolente Iole, quando ingannata da Galanta la convertì in mustella; e con divoti fuochi s'ingegnavano di mitigare la colei ira, per liberare Giulia di tale pericolo.
Ma poi che a Giove piacque di dar fine a' suoi dolori, egli, ella partorendo, le concedette una figliuola non variante di bellezza dalla sua madre; la quale come fu nata, Giulia, sentendo la sua anima disiderosa di partirsi dal debile corpo, contenta del piacere di Dio, domandò che la sua unica figliuola, avanti la morte sua, le fosse posta nelle tremanti braccia.
Glorizia, cameriera e compagna di Giulia, coperta la picciola zitella con un ricco drappo, la pose in braccio alla madre, la quale, poi che la vide, sospirando la baciò, e piangendo voltata a Glorizia gliele rendé dicendo: - Cara compagna, sanza dubbio di presente sento mi converrà rendere l'anima a Dio, e nel presente giorno ringraziarlo di doppio dono, sì come della dimandata progenie e della disiderata morte.
Ond'io ti raccomando la cara figliuola, e, per quello amore che tra te e me è stato, ti priego che in luogo di me le sii sempre madre -; e dicendo queste parole alla dolente Glorizia, che nell'un braccio tenea la picciola fanciulla e nell'altro il capo di lei parlante, rendé l'anima al suo fattore umile e divota.
[41]
Cominciossi nella camera un doloroso pianto, e massimamente da Glorizia, la quale, tenendo in braccio la figliuola della morta Giulia, dicea: - O sventurata figliuola, inanzi alla tua natività cagione della morte del tuo padre, e nascendo hai la tua madre morta! Oimè! quanta sarebbe l'allegrezza de' miseri parenti, se in vita t'abbracciassero, come io fo! O figliuola di lagrime e d'angoscia, quanto ha Giove mostrato che la tua natività non gli piacea! Oimè, di che amaro peso sono io ancora sanza umano conoscimento divenuta madre! -.
E poi si volgea sopra il freddo corpo di Giulia, il quale tanta pietà porgea a chi morto il riguardava, che per vivere ciascuno ne torcea le luci, e dicea: - O cara donna, ove m'hai tu misera con la tua figliuola lasciata? Deh! perché non m'è elli licito poterti seguire? Già era uscito della mia mente il gravoso dolore della crudele morte di Lelio, ma tu ora morendo m'hai doppia doglia rinnovata.
Oimè misera! omai niuno conforto più per me s'aspetta -.
Così piangendo questa, e l'altre che con lei nella camera dimoravano pervennero le dolorose voci alle orecchie della reina, la quale, allegra del nato figliuolo, prima si maravigliò, dicendo.
- Chi piange invidioso de' nostri beni? -, poi più efficacemente domandando, volle sapere la cagione di cotal pianto.
E fatta chiamare alcuna femina della camera ove le misere piangeano, domandò qual fosse la cagione del loro pianto.
Quella rispose: - Madonna, quando Febo lasciò il nostro emisperio sanza luce, Giulia si diliberò, partorendo una bellissima creatura, del noioso peso; e non dopo molto spazio, rimasa debile, passò a miglior vita, e ha lasciato fra noi il grazioso corpo sì pieno d'umiltà nell'aspetto, che alcuno che il guardi non può ritenere in sé l'amaro pianto; e questo è quello che voi udito avete -.
[42]
Quando la reina udì queste parole, sospirando disse: - Oimè!, dunque ci ha la piacente Giulia abandonati? -; e comandò che 'l corpo di Giulia fosse nel suo cospetto recato; sopra 'l quale, poi che ella il vide, sparse amare lagrime e molte.
E veramente il suo lieto animo non era il presente giorno tanto rallegratosi della natività dell'unico figliuolo, quanto la morta Giulia col suo pietoso aspetto l'attristò più.
Ella comandò ch'ella fosse il vegnente giorno onorevolemente sepellita e presa nelle sue braccia la bella figliuola, lagrimando molte volte la baciò, dicendo: - Poi che alla tua madre non è piaciuto d'esser più con noi, certo tu in luogo di lei e di cara figliuola ne rimarrai.
Tu sarai al mio figliuolo cara compagna e parente del continuo -.
Molte fiate nel futuro pianse queste parole la reina, le quali nescientemente profetico spirito l'avea fatta parlare.
[43]
Sparsesi per la reale corte e per tutta Marmorina la morte della graziosa Giulia, la quale con la sua piacevolezza aveva sì presi gli animi di coloro che sua notizia aveano, che niuno fu che per pietà non spandesse molte lagrime.
E il re similemente piangendo mostrò che di lei molto gli dolesse.
Ma poi che il seguente giorno, lavato il corpo e rivestito di reali vestimenti, fu sepellito tra' freddi marmi, con quello onore che a sì nobile giovane si richiedea, elli scrissero sopra la sua sepoltura questi versi:
Qui d'Antropòs il colpo ricevuto,
giace di Roma Giulia Topazia,
dell'alto sangue di Cesare arguto
discesa, bella e piena d'ogni grazia,
che, in parto, abandonati in non dovuto
modo ci ha: onde non fia già mai sazia
l'anima nostra il suo non conosciuto
Iddio biasmar, che fé sì gran fallazia.
[44]
Assai sturbò la gran festa incominciata della natività del giovane la compassione che ogni uomo generalmente portava alla morte di Giulia.
Ma poi che alquanti giorni furono passati, piacque al re Felice di vedere il suo figliuolo e la bella pulcella nata con lui in un medesimo giorno; e entrato con alcuno barone nella camera della reina, prima dolcemente la confortò domandandola di suo stato, poi comandò che le due creature gli fossero arrecate davanti.
Furongli arrecati amenduni garzonetti involti in preziosi drappi: i quali, poi ch'egli gli ebbe amenduni nelle sue braccia, per lungo spazio li riguardò, e vedendoli amenduni pieni di maravigliosa bellezza, e simiglianti insieme, disse così: - Certo piacevole e giocondo giorno vi ci donò, nel quale ogni fiore manifesta la sua bellezza: i cavalieri simigliantemente e le gaie donne si rallegrano faccendo gioiosa festa.
Adunque convenevole cosa è che voi in rimembranza della vostra natività, e per aumentamento delle vostre bellezze, siate da così fatto giorno nominati.
E però tu, caro figliuolo, sì come primo nato, sarai da tutti universalmente chiamato Florio, e tu, giovane pulcella, avrai nome Biancifiore -; e così comandò che da quella ora in avanti fossero continuamente chiamati.
E voltatosi alla reina, principalmente Florio le raccomandò; dopo questo la pregò molto che Biancifiore tenesse cara, però che aspetto avea di dovere ogni altra donna passare di bellezza, e che egli in luogo di Giulia sempre la volea tenere.
E dopo queste parole, contento di sì bella erede, si partì dalla reina.
[45]
Teneramente raccomandò la reina alle balie le picciole creature, e con sollecita cura le facea nudrire.
Ma poi che, lasciato il nudrimento delle balie, vennero a più ferma età, il re facea di loro grandissima festa, e sempre insieme realmente vestir li facea; e quasi non gli era la pulcella, che in bellezza ciascun giorno crescea, men cara che fosse il suo Florio.
E vedendo che già Citerea, donna del loro ascendente, s'era dintorno a loro ne' suoi cerchi voltata la sesta volta, provide di volere che, se la natura in senno gli avesse in alcuno atto fatti difettosi elli, studiando, per la scienza potessero ricuperare cotal difetto.
E fatto chiamare un savio giovane, nominato Racheio, nell'arti di Minerva peritissimo, gli commise che i due giovinetti effettuosamente dovesse in saper leggere ammaestrare.
E appresso chiamato Ascalion, simigliantemente amendue glieli raccomandò, dicendo: - Questi sieno a te come figliuoli.
Niuno costume né alcuna cosa, che a gentili uomini o donne si convenga, sia che tu a costoro non insegni, però che in loro ogni mia speranza è fissa: e essi sono l'ultimo termine del mio disio -.
Ascalion e Racheio presero i commessi uficii; e sanza alcuna dimoranza incominciò Racheio a mettere il suo in essecuzione con intera sollecitudine.
E loro in brieve termine insegnate conoscer le lettere, fece loro leggere il santo libro d'Ovidio, nel quale il sommo poeta mostra come i santi fuochi di Venere si deano ne' freddi cuori con sollecitudine accendere.
LIBRO SECONDO
[1]
Adunque cominciarono con dilettevole studio i giovani, ancora ne' primi anni puerili, ad imprendere gli amorosi versi: nelle quali voci sentendosi la santa dea, madre del volante fanciullo, nominare con tanto effetto, non poco negli alti regni con gli altri dei se ne gloriava.
Ma non sofferse lungamente che invano fossero da' giovani petti sapute così alte cose come i laudevoli versi narravano, ma, involti i candidi membri in una violata porpore, circundata di chiara nuvoletta, discese sopra l'alto monte Citerea, là ove ella il suo caro figliuolo trovò temperante nuove saette nelle sante acque, a cui ella con benigno aspetto cominciò così: - O dolce figliuolo, non molto distante agli aguti omeri d'Appennino, nell'antica città Marmorina chiamata, secondo che io ho ne' nostri alti regni sentito, ha due giovinetti, i quali effettuosamente studiando i versi che le tue forze insegnano acquistare, invocano con casti cuori il nostro nome, disiderando d'essere del numero de' nostri suggetti.
E certo il loro aspetto, pieno della nostra piacevolezza, molto più s'appresta a' nostri servigi che a cultivare i freddi fuochi di Diana.
Lascia dunque la presente opera, e intendi a maggiori cose, e solo il rimanente di questo giorno in mio servigio ti spoglia le leggieri ali.
E come già nella non compiuta Cartagine prendesti forma del giovane Ascanio, così ora ti vesti del senile aspetto del vecchio re, padre di Florio; e quando se' là ove essi sono, sì come egli quando va a loro gli abbraccia e bacia costretto da pura benivolenza, così tu, abbracciandoli e baciandoli, metti in loro il tuo segreto fuoco, e infiamma sì l'un dell'altro, che mai il tuo nome de' loro cuori per alcuno accidente non se ne spenga.
E io in alcuno atto occuperò sì il re, che la tua mentita forma per sua venuta non si manifesterà -.
[2]
Mossesi Amore a' prieghi della santa madre, poi che spogliate s'ebbe le lievi penne; e pervenuto al dimandato luogo, vestitosi la falsa forma, entrò sotto i reali tetti, passando con lento passo nella segreta camera, ove egli Florio e Biancifiore trovò soletti puerilmente giuocare insieme.
Essi si levarono verso lui come fare soleano, e egli primieramente preso Florio, il si recò nel santo seno, e porgendoli amorosi baci, segretamente gli accese nel cuore un nuovo disio: il quale Florio poi, guardando ne' lucenti occhi di Biancifiore con diletto, il vi fermò.
Ma poi Cupido, presa Biancifiore, e spirandole nel viso con piccolo fiato, l'accese non meno che Florio avesse davanti acceso.
E dimorato alquanto con loro, rivolti i passi indietro li lasciò stare, e rivestendosi le lasciate penne, tornò al lasciato lavoro.
E i giovani, rimasi pieni di nuovo disio, riguardandosi, si cominciarono a maravigliare stando muti.
E da quell'ora in avanti la maggior parte del loro studio era solamente in riguardar l'un l'altro con temorosi atti; né mai l'un dall'altro, per alcuno accidente che avvenisse, partir si volea, tanto il segreto veleno adoperò in loro subitamente.
[3]
Sì tosto come Amore dalla sua madre fu partito, così ella nella lucida nuvoletta fendendo l'aere pervenne a' medesimi tetti, e, tacitamente preso il vecchio re, il portò in una camera sopra un ricco letto, dove d'un soave sonno l'occupò.
Nel qual sonno il re vide una mirabile visione: che a lui pareva esser sopra un alto monte e quivi avere presa una cerbia bianchissima e bella, la quale a lui molto parea avere cara; la quale tenendola nelle sue braccia, gli pareva che del suo corpo uscisse un leoncello presto e visto, il quale egli insieme con questa cerbia sanza alcuna rissa nutricava per alcuno spazio.
Ma, stando alquanto, vedeva discender giù dal cielo uno spirito di graziosa luce risplendente, il quale apriva con le propie mani il leoncello nel petto; e quindi traeva una cosa ardente, la quale la cerbia disiderosamente mangiava.
E poi gli pareva che questo spirito facesse alla cerbia il simigliante; e fatto questo si partiva.
Appresso questo, egli temendo non il leoncello volesse mangiar la cerbia, la lontanava da sé: e di ciò pareva che l'uno e l'altro si dolesse.
Ma, poco stante, apparve sopra la montagna un lupo, il quale con ardente fame correva sopra la cerbia per distruggerla, e il re gliele parava davanti; ma il leoncello correndo subitamente tornò alla difesa della cerbia, e co' propii unghioni quivi dilacerò sì fattamente il lupo, che egli il privò di vita, lasciando la paurosa cerbia a lui che dolente gliele pareva ripigliare, tornandosi all'usato luogo.
Ma non dopo molto spazio gli parea vedere uscir de' vicini mari due girfalchi, i quali portavano a' piè sonagli lucentissimi sanza suono, i quali egli allettava; e venuti ad esso, levava loro da' piedi i detti sonagli, e dava loro la cerbia cacciandogli da sé.
E questi, presa la cerbia, la legavano con una catena d'oro, e tiravansela dietro su per le salate onde infino in Oriente: e quivi ad un grandissimo veltro così legata la lasciavano.
Ma poi, sappiendo questo, il leoncello mugghiando la ricercava; e presi alquanti animali, seguitando le pedate della cerbia, n'andavano là ove ella era; e quivi gli parea che il leoncello, occultamente dal cane, si congiungesse con la cerbia amorosamente.
Ma poi avedendosi il veltro di questo, l'uno e l'altro parea che divorar volesse co' propii denti.
E subitamente cadutagli la rabbia, loro rimandava là onde partiti s'erano.
Ma inanzi che al monte tornassero, gli parea che essi si tuffassero in una chiara fontana, della quale il leoncello uscendone, pareva mutato in figura di nobilissimo e bel giovane, e la cerbia simigliantemente d'una bella giovine: e poi a lui tornando, lietamente li ricevea; e era tanta la letizia la quale egli con loro facea che il cuore, da troppa passione occupato, ruppe il soave sonno.
E stupefatto delle vedute cose si levò, molto maravigliandosi, e lungamente pensò sopra esse; ma poi non curandosene, venne alla reale sala del suo palagio in quell'ora che Amore s'era da' suoi nuovi suggetti partito.
[4]
Taciti e soli lasciò Amore i due novelli amanti, i quali riguardando l'un l'altro fiso, Florio primieramente chiuse il libro, e disse: - Deh, che nuova bellezza t'è egli cresciuta, o Biancifiore da poco in qua, che tu mi piaci tanto? Tu non mi solevi tanto piacere; ma ora gli occhi miei non possono saziarsi di riguardarti! -.
Biancifiore rispose: - Io non so, se non che di te poss'io dire che in me sia avvenuto il simigliante.
Credo che la virtù de' santi versi, che noi divotamente leggiamo, abbia accese le nostre menti di nuovo fuoco, e adoperato in noi quello già veggiamo che in altrui adoperarono -.
- Veramente - disse Florio - io credo che come tu di' sia, però che tu sola sopra tutte le cose del mondo mi piaci -.
- Certo tu non piaci meno a me che io a te - rispose Biancifiore.
E così stando in questi ragionamenti co' libri serrati avanti, Racheio, che per dare a' cari scolari dottrina andava, giunse nella camera e loro gravemente riprendendo, cominciò a dire: - Questa che novità è, che io veggio i vostri libri davanti a voi chiusi? Ov'è fuggita la sollecitudine del vostro studio? -.
Florio e Biancifiore, tornati i candidi visi come vermiglie rose per vergogna della non usata riprensione, apersero i libri; ma gli occhi loro più disiderosi dell'effetto che della cagione, torti, si volgeano verso le disiate bellezze, e la loro lingua, che apertamente narrare solea i mostrati versi, balbuziendo andava errando.
Ma Racheio, pieno di sottile avvedimento, veggendo i loro atti, incontanente conobbe il nuovo fuoco acceso ne' loro cuori, la qual cosa assai gli dispiacque; ma più ferma esperienza della verità volle vedere, prima che alcuna parola ne movesse ad alcuno altro, sovente sé celando in quelle parti nelle quali egli potesse lor vedere sanza essere da essi veduto.
E manifestamente conoscea, come da loro partitosi, incontanente chiusi i libri, abbracciandosi si porgeano semplici baci, ma più avanti non procedeano, però che la novella età, in che erano, non conoscea i nascosi diletti.
E già il venereo fuoco gli avea sì accesi, che tardi la freddezza di Diana li avrebbe potuti rattiepidare.
[5]
Poi che più volte Racheio gli ebbe veduti nella soprascritta maniera, e alcuna volta gravemente ripresigliene, egli tra se medesimo disse: "Certo questa opera potrebbe tanto andare avanti, sotto questo tacere ch'io fo, che pervenendo poi alle orecchi del mio signore, forse mi nocerebbe l'aver taciuto.
Io manifestamente conosco ne' sembianti e negli atti di costoro la fiamma di che elli hanno acceso i cuori: dunque perché non gli lascio io ardere sotto altrui protezione, che sotto la mia? Io pur ho infino a qui fatto l'uficio mio, riprendendoli più volte, né m'è giovato: e però per mio scarico è il meglio dirlo al re".
E così ragionando Racheio, Ascalion sopravenne: il quale, in molte cose peritissimo, quando lo studio rincrescea loro, mostrava loro diversi giuochi, e tal volta cantando con essi si sollazzava, avendo già ciascuno da lui medesimo appresa l'arte del sonare diversi strumenti; e trovò Racheio pensando, a cui e' disse: - Amico, qual pensiero sì ti grava la fronte, che occupato in esso, altro che rimirare la terra non fai? -.
A cui Racheio narrando il suo pensiero rispose.
Quando Ascalion intese questo, niente gli piacque, ma disse: - Andiamo, e sanza alcuno indugio il narriamo al re, acciò che se altro che bene n'avvenisse, noi non possiamo essere ripresi -.
E dette queste parole, voltati i passi, amenduni n'andarono nella presenza del re; al quale Ascalion parlò così:
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- Nella vostra presenza, o vittoriosissimo prencipe, ci presenta espressa necessità a narrarvi cose le quali, se esser potesse suto, disiderato avremmo molto che dicendole altri, agli orecchi vostri fossero pervenute.
Ma però che noi, disiderosi del vostro onore, non volendo anche il nostro contaminare, conosciamo che da tenere occulte non sono, e massimamente a voi, onde acciò che il futuro danno, che seguire ne potrebbe di ciò che vi diremo, non sia a noi noia né mancamento de' vostri onori, vi facciamo manifesto che novello amore è generato ne' semplici cuori del vostro caro figliuolo Florio e di Biancifiore.
E questo nelli loro atti più volte abbiamo conosciuto, sì come l'iddii sanno: essi più volte effettuosamente abbracciarsi e darsi graziosi baci abbiamo veduti, e appresso sovente, guardandosi nel viso, l'un l'altro gittare sospiri accesi di gran disio.
E ancora più manifesto segnale n'appare, il quale voi assai tosto potete provare, che niuna cosa è che l'uno sanza l'altro voglia fare, né li possiamo in alcuna maniera partire, e hanno del tutto il loro studio abandonato: anzi, così tosto come noi della loro presenza siamo partiti, così incontanente chiusi i libri intendono a riguardarsi; e di ciò, come dell'altre cose, gravemente più volte ripresi gli abbiamo, credendo poterli da ciò ritrarre, ma poco giova la nostra riprensione.
E però, acciò che noi per ben servire mal guiderdone non riceviamo, e acciò che subito rimedio ci sia da voi preso, v'abbiamo voluto questo palesare.
Voi, sì come savio, anzi che più s'accenda il fuoco, providamente pensate di stutarlo, ché, quanto a noi, il nostro potere ci abbiamo adoperato -.
[7]
Niente piacquero al re l'ascoltate parole; ma celando il suo dolore con falso riso, rispose: - Però non cessi il vostro con riprensione gastigarli e con ispaventevoli minacce impaurirli.
Essi ancora per la loro giovane età sono da potere essere ritratti da ciò che l'uomo vuole; e io, quando per voi dell'incominciata follia rimaner non si volessono, prenderò in questo mezzo altro compenso, acciò che il vostro onore per vile cagione non diventi minore -.
E detto questo, con l'animo turbato si partì da loro, e entrossene in una camera; e quivi da sé cacciando ogni compagnia, solo a sedere si pose, e, con la mano alla mascella, cominciò a pensare e a rivolversi per la mente quanti e quali accidenti pericolosi poteano avvenire del nuovo innamoramento; e di tale infortunio tra se medesimo cominciò a dolersi.
E mentre in tal pensiero il re dimorava occupato, la reina, passando per quella camera, sopravenendo il vide, e con non poca maraviglia, fermata nel suo cospetto, gli disse: - O valoroso signore, quale accidente o qual pensiero occupa sì l'animo vostro, che io, pensando, nell'aspetto vi veggo turbato? Non vi spiaccia che io il sappia, però che niuna felicità né avversità ancora dovete sanza me sostenere: se voi 'l mi dite, forse o consiglio o conforto vi porgerò -.
Rispose il re allora con voce mescolata di sospiri, e disse: - E' mi piace bene che a voi non sia la mia malinconia celata, la cagione della quale è questa: con ciò sia cosa che la fortuna infino a questo tempo ci abbia con la sua destra tirati nell'auge della sua volubile rota, accrescendo il numero de' nostri vittoriosi triunfi, ampliando il nostro regno, multiplicando le nostre ricchezze e concedendone, insieme con gli altri iddii, cara progenie, a cui la nostra corona è riserbata, ora pensando dubito che ella, pentuta di queste cose, non s'ingegni con la sua sinistra d'avvallarci.
E gl'iddii credo che ciò consentono; e la maniera è questa: niuna allegrezza fu mai maggiore a noi, che quella quando il nostro unico figliuolo dagl'iddii lungamente pregati ricevemmo; e sapete che ne' nostri regni nella sua natività niuno altare fu sanza divoto fuoco e sanza incensi, né niuno iddio fu che con divota voce non fosse per le nostre città ringraziato.
Ora, conoscendo la fortuna quanto questo figliuolo ne sia caro per le rendute grazie, per porre noi in maggior doglia e tristizia, in vile modo s'ingegna di privarcene, minuendo i nostri onori, essendo egli in vita, dandoci manifesto essemplo che, poi che alla più cara cosa comincia, discenderà sanza fallo all'altre minori: e udite come ella s'è ingegnata di levarci Florio.
Essa ha tanto il giovane figliuolo di Citerea, non meno mobile di lei, con lusinghe mosso, che egli, entrato nel giovane petto di Florio, l'ha sì infiammato della bellezza di Biancifiore, che Paris di quella di Elena non arse più; e non vede più avanti che Biancifiore, secondo che i loro maestri m'hanno detto poco avanti.
E certo io non mi dolgo che egli ami, ma duolmi di colei cui egli ama, perché alla sua nobiltà è dispari.
Se una giovane di real sangue fosse da lui amata, certo tosto per matrimonio gliele giugneremmo; ma che è a pensare che egli sia innamorato d'una romana popolaresca femina, non conosciuta e nutricata nelle nostre case come una serva? Ora adunque che cercherete voi più avanti della mia malinconia? Non è questa gran cagione di dolersi, pensando che un sì fatto giovane, il quale ancora dee sotto il suo imperio governare questi regni, sia per una feminella perduto? Certo io non avria avuta alcuna malinconia se gl'iddii l'avessero al loro servigio chiamato nella sua puerizia, come Ganimede fecero.
E certo la morte di Gilo non fu da Xenofonte suo padre sostenuta con sì forte animo, com'io avrei fatto o farei, se gl'iddii avessero consentito ch'io avessi per simile caso perduto Florio che Xenofonte perdé Gilo.
Né Anassagora ancora ebbe cagione di piagnere, però che saviamente aspettava cosa naturale del suo figliuolo, come io medesimo quello accidente sanza lagrime aspetterei.
Ma pensando che per vile avvenimento, vivendo il mio figliuolo, io il posso più che morto chiamare, il dolore che quinci mi nasce mi trasporta quasi infino agli ultimi termini della vita.
Né so che di questo io mi faccia, ché io dubito che, se io di tal fallo il riprendo, o m'ingegno con asprezza di ritrarlo da questa cosa, che io non ve lo accenda più suso, o forse egli del tutto non m'abandoni e vada vagabundo per gli strani regni, fuggendo le mie riprensioni: e così avremmo sanza alcuno utile accresciuto il danno.
E d'altra parte se io taccio questa cosa, il fuoco ognora più s'accenderà, e così mai da lei partire nol potremo -.
[8]
Molto fu la reina di quelle parole dolente, e quasi lagrimando ne 'l dimostrò; ma, dopo poco spazio, con pietoso aspetto disse: - Caro signore, non è per questo accidente da disperarsi, né degl'iddii né della fortuna, però che non è mirabile cosa se Florio s'è della bellezza della vaga giovane inamorato, con ciò sia cosa che egli sia giovanissimo e continuamente con lei dimori, e ella sia bellissima giovane e piacevole.
E non è dubbio che, se questo amore s'avanzasse, come voi dite che egli è cominciato, che noi potremmo dire che 'l nostro figliuolo fosse vivendo perduto, pensando alla piccola condizione di Biancifiore.
Ma quando le piaghe sono recenti e fresche, allora si sanano con più agevolezza che le vecchie già putrefatte non fanno.
Secondo le vostre parole, questo amore è molto novello, e sanza dubbio egli non può essere altramente e simigliantemente gli amanti novelli sono, né mai altro fuoco non li scaldò; e però questo fia lieve a spegnere seguendo il parer mio, né niuna più legger via ci è che dividere l'uno dall'altro; la qual cosa in questa maniera si può fare.
Florio, già ne' santi studii dirozzato, è da mettere a più sottili cose; e voi sapete che noi abbiamo qui vicino Ferramonte, duca di Montoro, a noi per consaguinità congiuntissimo, e in niuna parte del nostro regno più solenne studio si fa che a Montoro.
Noi possiamo sotto spezie di studio mandar Florio là a lui, e quivi faccendolo per alcuno spazio dimorare, gli potrà agevolemente della memoria uscir questa giovane, non vedendola egli.
E come noi vedremo che egli alquanto dimenticata l'aggia, allora noi gli potremo dare sposa di real sangue sanza alcuno indugio, e così potremo essere agevolmente fuori di cotale dubbio.
E già però esso non ci sarà tanto lontano, che noi nol possiamo ben sovente vedere.
Ond'io, caro signore, vi priego che questa malinconia cacciate da voi prendendo sanza indugio questo rimedio -.
[9]
Piacque al re il consiglio della reina, il quale giovare non dovea ma nuocere, però che quanto più si strigne, il fuoco con più forza cuoce; e poi ch'egli sopra ciò ebbe lungamente pensato, le rispose che ciò farebbe, però che altra via a tal pericolo fuggire non vedea.
Ma, oh quanto fu tale imaginazione vana, con ciò sia cosa che durissimo sia resistere alle forze de' superiori corpi, avvegna che possibile! Venus era nell'auge del suo epiciclo, e nella sommità del differente nel celestiale Toro, non molto lontana al sole, quando ella fu donna, sanza alcuna resistenza d'opposizione o d'aspetto o di congiunzione corporale o per orbe d'altro pianeto, dello ascendente della loro natività; il saturnino cielo, non che gli altri, pioveva amore il giorno che elli nacquero.
Oimè, che mai acqua lontana non spense vicino fuoco! Ove credea il re potere mandar Florio sanza la sua Biancifiore, con ciò fosse cosa che ella era continuamente nel suo animo figurata con più bellezza che il vero viso non possedea, e quello che prende e lascia amore era sempre con Biancifiore? I corpi si doveano allontanare, ma le menti con più sollecitudine si doveano far vicine.
Niuna cosa è più disiderata che quella che è impossibile, o molto malagevole, ad avere.
Per quale altra cagione diventò il gelso vermiglio, se non per l'ardente fiamma costretta, la quale prese più forza ne' due amanti costretti di non vedersi? Chi fece Biblide divenir fontana se non il sentirsi esser negato il suo disio? Ella fu femina mentre ella ne stette in forse con isperanza.
O re, tu credi apparecchiare fredde acque all'ardente fuoco, e tu v'aggiugni legne.
Tu t'apparecchi di dare non conosciuti pensieri a' due amanti sanza alcuna utilità di te o di loro, e affrettiti di pervenire a quel punto il quale tu con disio ti credi più fuggire.
Oh quanto più saviamente adoperresti lasciandoli semplicemente vivere nelle semplici fiamme, che voler loro a forza fare sentire quanto sieno amari o dilettevoli i sospiri che da amoroso martiro procedono! Elli amano ora tacitamente.
Né niuno disidera più avanti che solo il viso, il quale per forza conviene che per troppa copia, se stare gli lascia, rincresca, però che delle cose di che l'uomo abondevole si truova sfastidiano.
Ma che si può qui più dire, se non che il benigno aspetto, col quale la somma benivolenza riguarda la necessità degli abandonati, non volle che il nobile sangue, del quale Biancifiore era discesa, sotto nome d'amica divenisse vile, ma acciò che con matrimoniale nodo il suo onore si servasse, consentì che le pensate cose sanza indugio si mettessero in effetto?
[10]
Diede il giorno luogo alla sopravegnente notte, e le stelle mostrarono la lor luce, ma poi che Febo co' tiepidi raggi recò nuovo splendore, il re fece a sé chiamare Florio, e con lieto viso ricevuto il suo saluto, a sé l'accolse, e così gli disse: - Bello figliuolo, a me sopra tutte cose caro, ascoltino le tue orecchi pazientemente le mie parole; e i miei comandamenti, i quali da te debitamente deono essere osservati, per te sieno messi ad effetto.
Con ciò sia cosa che niuna speranza rimasa fosse alla mia lunga età di gloria, agl'iddii piacque di donarmi te, in cui la mia speme, sanza fallo già secca, ritornò verde, e dissi: "Omai la fama del nostro antico sangue non perirà, poi che gl'iddii ci hanno conceduto degna erede"; e sopra te tutto il mio intendimento fermai, sì come sopra unico bastone della mia vecchiezza.
E volendo che l'alto uficio a che gl'iddii t'hanno apparecchiato, sì come è a ornare la tua fronte di splendida corona degli occidentali regni, non patisse difetto di savio duca, ancora che io nella tua effigie conoscessi che valoroso uomo dovevi per natura pervenire, nondimeno con essaminato animo imaginai che per le accidentali scienze molto t'avanzeresti.
E dalla imaginazione nel dovuto tempo venni all'effetto; e infino a questo giorno, così come la tua età è stata per la gioventudine deboletta a sostenere, così con picciole scienze t'ho fatto nutricare.
Ora che in più ferma età se' pervenuto, disidero che tu a più alti studii disponghi il tuo intelletto, e massimamente a' santi principii di Pittagora, de' quali venendo con l'aiuto de' nostri iddii a perfezione, sì come io estimo, ti seguirà grandissimo onore, con ciò sia cosa che la scienza in niuna maniera di gente tanto sia lucida e risplendente quanto ne' prencipi.
E ciò puoi tu per te medesimo considerare, ricordandoti quanta fosse eccellente la fama del gran re Salamone, ancora che giudeo e lontano dalla nostra setta fosse.
E per imprendere questa scienza, certo a te non converrà andare cercando Elicona, né i solleciti studii d'Attene, né alcuno altro lontano paese, però che qui a noi molto vicina è una città chiamata Montoro, dotata di molti diletti, la quale per noi il valoroso duca Ferramonte governa, a noi congiuntissimo parente, non molto men giovane di te, il quale continua compagnia ti sarà.
Quivi con ordinato stile si leggono le sante scienze; quivi, secondo che io estimo, tu potrai in picciolo termine divenire valoroso giovane: per la qual cosa io voglio che sanza indugio vi vada.
Né ciò ti dee parer grave, considerando principalmente che tu vai a divenire valoroso uomo, per la qual cosa acquistare niuno affanno né sconcio se ne dee rifiutare: appresso, tu non sarai però da noi diviso, però che ci se' per picciolo spazio vicino, e sovente potremo noi venire a veder te e tu noi sanza sconcio dello studio: il quale noi non intendiamo che tu prenda in maniera che niuno tuo diletto se ne sconci dall'altra parte, tu sarai con persona che sanza fine t'ama e che disidera molto di vederti, cioè il duca.
E però ora che il tempo è molto più atto allo studio che al sollazzo, però che sì come già vedi signoreggiare le stelle Pliade e la terra rivestire di bianco molto sovente avendo perduto il verde colore, prendi quella compagnia che più ti diletta, e vavvi -.
[11]
Florio, udendo queste parole, in se medesimo si turbò molto, però che nemiche le sentia al suo disio, e lasciando parlare il padre, lungamente guardando la terra, mutolo sanza niente rispondere stette, e dimandatagli più volte dal padre risposta, dopo il trarre d'un grandissimo sospiro, disse così: - A me, o reverendissimo padre, è occulta la cagione per che da voi sì giovane e con tanta fretta dividere mi volete, essendo voi pieno d'età, com'io vi veggo.
Voi disiderate che io per studio divenga in scienza valoroso, la qual cosa non è meno da me disiderata.
Ma qual dovuto pensiero vi mostra che io debba meglio, da voi lontano, studiare, che nella vostra presenza? Non imaginate voi che io lontano da voi continuamente sarò pieno di varie sollecitudini? Io non ispesso, ma quasi continuo crederò che sconcio accidente occupi con infermità la vostra persona, o dubiterò che voi di me non dubitiate.
E ancora mi si volgeranno dubbii per la mente che la vostra vita, a me molto da tener cara, non sia con insidie appostata dagli occulti nemici per la mia assenza.
Queste cose non sono impossibili ad essere ogni ora del giorno pensate da me, però che io non fui generato dalle querce del monte Appennino, né dalle dure grotte di Peloro, né dalle fiere tigre, ma da voi, cui io amo più che niuna altra cosa: e di quelle cose che sono amate si dee dubitare.
E andandomi queste sollecitudini per lo petto, qual parte di scienza vi potrà mai entrare? E ancora manifestamente veggiamo che a niuna persona i futuri casi sono palesi.
Chi sa se gl'iddii, non essendo io con voi, vi chiamassero subitamente a' loro regni? la qual cosa sia lontana per molto tempo da noi; ma se pure avvenisse, chi vi chiuderebbe con più pietosa mano gli occhi nell'ultima ora gravati, che farei io? La qual cosa, se io vi sono lontano, come la farò? E se a me lontano da voi questo accidente avvenisse, che 'l veggiamo sovente avvenire, ché più tosto si secca il giovane rampollo che il vecchio ramo, chi porterebbe a' miei fuochi l'acceso tizzone? Certo strana mano, e non la vostra.
Adunque guardate a quello che voi avete pensato, e vedete ancora s'è convenevole cosa che io, unico figliuolo di così fatto re come voi siete, vada studiando per lo mondo attorno.
E però più utile e migliore consiglio mi pare il fare qui da Montoro o d'altra parte ove più sofficienti fossero, venire maestri in quella scienza la quale più v'aggrada che io appari, e qui in vostra presenza, di miglior cuore, cessando ogni dubbio, apprenderò e con più diletto studierò, vedendovi continuamente in prosperevole stato -.
[12]
Quando il re udì la risposta di Florio, ben conobbe il suo volere occulto, e che le scuse da lui porte, non da pietà che di lui padre avesse, ma sola la forza d'amore che a Biancifiore lo stringea li facea questo dire; onde egli così gli disse: - Figliuolo, siano di lungi da noi gli avversi casi, i quali tu ora in forse mettevi futuri, però che se pure avvenissero, tanto ne sarai vicino, che ben potrai al pietoso uficio esser chiamato.
Ma tu sanza dovere ti ramarichi, ponendolo in non convenevole cosa, che un figliuolo di tal re, quale tu se', vada per le strane scuole studiando.
Or ove ti mando io? Se tu riguardi bene, tu vai in casa tua e nella tua città e nel tuo regno a dimorare.
E se non fosse che 'l troppo amore de' padri verso i figliuoli li fa le più volte pigri alle virtù certo io m'atterrei al tuo consiglio di farti appresso di me studiare; ma acciò che niuno atto di pigrizia dal grande amore ch'io ti porto ti succedesse, mi fo io alquanto contra me medesimo rigido, dilungandoti un poco da me.
E certo tu il dei aver caro, però che la tua età richiede più tosto affanno che agio: il sole, poi che Lucina chiamata dalla tua madre mi ti donò, è quattordici volte ad un medesimo punto ritornato nelle braccia di Castore e di Polluce, e è entrato nel cammino usato per compiere la quintadecima, e è già al terzo della via, o più avanti.
Deh, se tu rifiuti, e dubiti d'andar così vicino a noi, come poss'io presumere che tu, per divenire valoroso, se accidente avvenisse, prendessi sopra te un grave affanno? Caro figliuolo, e' non si disdice a' giovani disiderosi di pervenire valorosi prencipi l'andare veggendo i costumi delle varie nazioni del mondo.
Già sappiamo noi che Androgeo, giovane quasi nella tua età, solo figliuolo maschio di Minòs, re della copiosa isola di Creti, andò agli studii d'Attene, lasciando il padre pieno d'età forse più ch'io non sono, perché in Creti non era studio sofficiente al suo valoroso intendimento.
E Giansone, più disposto all'armi che a' filosofichi studii, con nuova nave prima tentò i pericoli del mare per andare all'isola de' Colchi a conquistare il Montone con la cara lana, e con esso etterna fama, perché ne' suoi paesi non potea mostrare la sua virtuosa forza, e giovanissimo abandonò i vecchi padre e ziano sanza alcuna erede: l'onore del mondo né i celestiali regni non s'acquistano sanza affanno.
Io conosco manifestamente che effettuoso amore ti strigne a essere sempre meco, e niuna altra cagione ti fa scusare l'andata; ma l'andare a Montoro non sarà allontanarsi da me.
Onde, caro figliuolo, va, e sì sollecitamente con acconcio modo studia, che tu possi a me in brieve tempo sanza più avere a studiare ricongiugnerti valoroso giovane -.
[13]
Allora Florio, non potendosi quasi più celare, però che ira e amore dentro l'ardeano, rispose: - Caro padre, né Androgeo né Giansone non seguirono l'uno lo studio e l'altro l'armi, se non per averne il glorioso fine disiderato da loro: e questo è manifesto.
E veramente a me non sarebbe grave il provare le tempestose onde del mare, né i pericoli della terra, andando molto più lontano da voi, in qualunque parte del mondo, che niuno di loro fece, credendovi io trovare la cosa da me disiata a quietare la mia volontà.
Ma che andrò io adunque cercando per lo mondo? Quel ch'io amo e quel ch'io disidero è meco; voglio io andare perdendomi, e non sapere in che? Voletemi voi fare usare il contrario degli altri uomini che affannando vanno? Niuno è che affannando vada, se non a fine d'avere alcuna volta riposo: e io, partendomi di qui, fuggirò il riposo per affannare! Io non posso fare che io non mi vi scuopra: egli è qui nella nostra reale casa la nobile Biancifiore, la quale io sopra tutte le cose del mondo amo; e certo non sanza cagione: ella è l'ultimo fine de' miei disii, e solamente vedere il suo bel viso, il quale più che matutina stella risplende, è quello che io disidero di studiare.
Onde io caramente vi priego che voi della mia vita aggiate pietà sì come padre di figliuolo, la quale sanza fallo, dividendomi io da Biancifiore, si dividerà da me.
E acciò che 'l tempo in lungo sermone non si occupi, vi dico che sanza lei io non sono disposto ad andare in alcuna parte del mondo, né vicina né lontana di qui.
Se lei volete mandar meco, mandatemi ove volete, ché tutto mi parrà leggiero e grazioso l'andare.
E dell'amore ch'io porto a costei vi dovete voi molto contentare, pensando che Amore abbia tanto bene per noi proveduto, che egli non ha consentito che io disiando donna lontana da' nostri regni faccia come già fece Perseo, il quale tra li neri indiani scelse Andromeda, e similemente Paris degli altrui regni ne portò Elena insieme col fuoco che arse poi i suoi regni; e cercando lei abandoni voi vecchio.
Adunque da poi che Amore in un regno, in una città e in una medesima casa m'ha conceduto dilettoso piacere, di sì grazioso dono gli siamo noi molto tenuti.
E poi che così è, io vi priego che vi piaccia che graziosamente e sanza affanno voi mi lasciate questo singular bene possedere -.
[14]
Sì tosto come Florio tacque, il re, che non meno cruccioso era di lui, ben che nel sembiante allegro si mostrasse, alquanto turbato così gli rispose: - Ahi, caro figliuolo, che è quello che tu di'? Io non avrei mai creduto che sì vile cagione ti ritenesse da volere andare a pervenire a così alti effetti come lo studiare nelle filosofiche scienze reca altrui.
Sola pietà di me vecchio credea ti ritenesse: ora hatti già tanto insegnato Amore, che sotto spezie di verità porgi inganno a me, tuo padre? Hai tu questo appr
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