FILOCOLO, di Giovanni Boccaccio - pagina 81
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Quel luogo, che poco inanzi era pieno di sangue e d'uomini morti e di pianti, ora di canti e di lieti suoni e di festanti uomini e donne si sente risonare.
Rivolto ha ogni cosa in contrario la mutata fortuna: le molte damigelle, che davanti per la morte di Biancifiore piangeano, ora cantando della sua vita si rallegrano.
Che più brievemente si può dire, se non che: - Chi ha il male se 'l piagne -? E gli altri, come se stato non fosse niente, con intero animo festeggiano, dilettandosi di piacere a' novelli sposi e d'onorarli.
[162]
Questo giorno servirono alla mensa de' novelli sposi nobili baroni e assai: nel quale Ferramonte, duca di Montoro, ricordandosi d'aversi vantato al paone di dovere Biancifiore, il giorno della festa delle sue nozze, della coppa servire, all'amiraglio cotal dono di grazia dimandò e fugli conceduto; per che quel giorno e quanto la festa durò, graziosamente di tale uficio con reverenzia la servì.
A quella mensa furono molti grandi e alti presenti da parte dell'amiraglio e di Dario e d'altri grandi uomini del paese portati, e da parte di Sadoc la gran coppa con quelli bisanti e con molti altri gioielli fu recata: di che Filocolo e lui e gli altri ringraziò debitamente, e a tutti doni alla loro grandezza convenevoli donò.
[163]
Già il sole minacciava l'occaso, quando all'amiraglio e a Filocolo parve di tornare alla città; ma Parmenione che d'adestrare Biancifiore a casa del novello sposo era al paone vantato, non essendogli uscito di mente, vestito con Alcipiade figliuolo dell'amiraglio, e con alcuni altri giovani nobili della città, di drappi rilucentissimi e gravi per molto oro, al freno di Biancifiore vennero, e quella infino al real palagio adestrandola accompagnarono, dove ella, con festa tale ch'ogni comparazione vi saria scarsa, fu ricevuta.
[164]
Menedon che la sua promissione non avea similemente messa in oblio, dimandati all'amiraglio compagni, e da lui molti nobili giovani della città ricevuti, con varii vestimenti di seta sopra i correnti cavalli, di simile vesta coperti, più volte mentre la festa durò, quando con bigordi e quando con bandiere, i cavalli, tutti risonanti di tintinnanti sonagli, armeggiando, onorevolemente la festa essaltò.
Ma Ascalion volonterosamente il suo voto avria fornito, ma, non guarito ancora delle ferite ricevute alla passata battaglia, alla gran pruova, di che vantato s'era, non avria potuto resistere: però, comandandolo Biancifiore, se ne rimase.
E Messaallino similmente, lontano a' suoi regni, non poté il suo vanto allora adempiere, ma riserbollo a fornire nella loro tornata a Marmorina.
[165]
Contenti adunque Filocolo e Biancifiore della mutata fortuna, nella gran festa più giorni lieti dimorarono, ringraziando con pietose lode gl'iddii che da gran pericoli a salutevole porto gli avean recati e posto aveano alle loro fatiche fine, disiderando di tornar omai lieti al vecchio padre.
LIBRO QUINTO
[1]
Aspro guiderdone porgevano i cieli sopra i parenti di Filocolo per le loro operazioni.
Essi, per la sua partita rimasi con dolore inestimabile, spendevano i loro giorni in lagrime e in prieghi: la superflua malinconia di loro medesimi fa loro perdere ogni sollecitudine.
I reali visi con miserabile aspetto mostrano avere la dignità perduta.
I pianti hanno inasprite le guance, e il dolore ha congiunta la dolente pelle con l'ossa; e i capelli e la barba, più bianchi che non soleano, danno de' pensieri e degli affanni convenevoli testimonianze; e i vestimenti oscuri, portati più lunga stagione che la loro grandezza non dava, non lasciava loro né altri rallegrare.
Essi, ben che col corpo ne' loro palagi dimorassero, seguivano con la mente il caro figliuolo, faccendo del suo cammino diverse imaginazioni, sempre temendo.
Né udivano alcuna novella d'alcuna parte, che essi di lui non dubitassero: e gl'infiniti pericoli ne' quali i pellegrinanti possono incappare, tutti per lo petto loro si rivolgeano, con paura non forse in alcuno incappasse il loro Filocolo; similemente dubitando del luogo dove la sua Biancifiore ritrovasse, non forse fosse tale che grave danno ne gl'incorresse, o che, non potendola riavere, di dolore morisse, o disperato a loro mai non reddisse: e quasi di lui sanza alcuna speranza di bene viveano, vedendo o con la imaginazione o per visione quasi ciò che nel suo cammino gli avvenne.
E questo consentivano gl'iddii, perché più multiplicando il loro dolore, più fossero degnamente della loro nequizia puniti.
E a questa miseria e doglia aveano per compagnia tutto il loro reame, il quale, in desolazione dimorando, dubitavano della morte del vecchio re, non sappiendo che consiglio pigliarsi dopo quella, per la vedova corona, poi che loro perduto parea avere Filocolo.
[2]
Era già il decimo mese passato, poi che Filocolo ricevuto avea per sua la disiata Biancifiore, e 'l dolce tempo tornato cominciava a rivestire i prati e gli alberi delle perdute frondi, avendo Delfico toccato il principio del Montone, quando a Filocolo tornò nella memoria l'abandonato padre e la misera madre, e fu di loro da degna pietà costretto.
Egli vide il tempo grazioso a navicare, propose di tornare a rivederli con la cara sposa, e rendere loro con la sua tornata la perduta allegrezza.
Nel qual proponimento dimorando, un giorno a sé chiamò l'amiraglio e Ascalion e gli altri suoi compagni e amici, e il suo proponimento a tutti fece palese.
I compagni il lodano, ma all'amiraglio, che di buono amore l'amava, pare grave tale ragionamento, pensando che, acconsentendolo, la partita di Filocolo ne seguiva.
Rispondeli così: - Ogni tuo piacere m'è a grado, ma dove esser potesse, assai mi saria il tuo rimanere più grazioso, avvegna che a tanto uomo io non sia possente di dare onorevole grado quale si converria, ma quello ch'io posso, sanza infingermi, volentieri doneria -.
A cui Filocolo rispose: - Io non dubito che più ch'io sia degno non sia da voi onorato, ma il conosco, e sentomene obligato sempre a voi; e dove e' non fosse il debito amore che mi strigne di rivedere i vecchi parenti, e con la mia tornata a loro rendere la perduta consolazione, e similemente visitare i miei regni, i quali sanza conforto stanno, credendomi aver perduto, io in niuna parte volentieri dimorerei come in queste, e massimamente con voi, da cui, appresso agl'iddii, la vita, l'onore e 'l bene e la mia Biancifiore, la quale io sopra tutte le cose disiderai e amo, riconosco -.
- Adunque - disse l'amiraglio - il vostro piacere farete, e non che a questo io vi storni, ma confortare vi deggio, e così farò: omai giusta cosa è che delle sue cose ciascuno si rallegri più che gli strani -.
Disse adunque Filocolo: - Comandate che la nostra nave sia racconcia, acciò che, quando i venti al nostro viaggio saranno, possiamo con la grazia degl'iddii intendere al navicare -.
[3]
Poi che l'amiraglio vide la volontà di Filocolo, egli comanda che la sua nave sia acconcia e tutta di nuovi corredi riguarnita, e in compagnia di quella molte altre ne fa aprestare.
Viene il proposto giorno della partenza: il mare imbianca per li ripercossi mari e mostra poche delle sue acque, in quella parte occupato da molti legni; e il romore de' navicanti e dell'acque e de' suoni riempiono l'aere; e cercano di partirsi.
Filocolo, che con violate vele e vestimenti era, elli e' suoi compagni, venuto, comanda che, levati via quelli, s'adornino di bianchi, e fa inghirlandare i templi e dare sacrificii agl'iddii, mescolati con prieghi, che benivoli li facciano i venti e le marine onde, e lui co' suoi con perfetta salute producano a' disiderati luoghi.
E già l'occidentale orizonte avea ricoperto il carro della luce, e le stelle si vedeano, quando il vento più fresco venne, per che a' marinari parve di partirsi.
E a salire sopra l'acconcia nave chiamarono Filocolo, il quale con grandissima compagnia e d'uomini e di donne a' marini liti pervenne; e quivi con pietoso viso e animo pervenuto, dall'amiraglio prese congedo, prima de' ricevuti beneficii rendendogli debite grazie, appresso da Alcipiades e da Dario e da Sadoc, a lui carissimi amici, s'accomiatò, e salì sopra la bianca nave.
Da questi tutti con lagrime si parte Biancifiore e Glorizia, e salgono appresso a Filocolo, le quali Bellisano e Ascalion e 'l duca e gli altri compagni di Filocolo tutti, avendo a coloro che rimaneano porte le destre mani e detto addio, seguirono.
E così tutti ricolti, l'una parte piglia il mare, l'altra la terra e gli animi che per lunga consuetudine e per iguali costumi erano divenuti uno, tengono luogo in mezzo la distanza, riscontrandosi quasi, partiti da' corpi che si dividono.
[4]
La fortuna pacificata a' due amanti, e i fati recanti già a' suoi effetti i piaceri degl'iddii, concedeano graziosi venti alle volanti navi.
A' quali poi che i remi perdonarono, al mare furono date le bianche vele, né prima si calarono che i porti di Rodi l'avessero in sé raccolte, dove, ad istanza de' prieghi di Bellisano, Filocolo e Biancifiore co' suoi discesero in terra, e quivi da lui, più volonteroso che potente, magnificamente furono onorati: e non solamente da esso, ma da tutti i paesani per amore di lui ricevettero volonteroso onore.
Piace a Filocolo il partirsi, lodando che i beni della fortuna s'usino quando gli concede.
Bellisano s'apparecchia di seguirlo, ma Filocolo, conoscendolo attempato e di riposo bisognoso più che d'affanno, ringraziandolo, con prieghi il fa rimanere, e non sanza molte lagrime.
Filocolo disidera d'adempiere la promessa fatta a Sisife, comanda che l'estrema punta di Trinacria sia con la prora de' suoi legni cercata: le vele si tendono, e i timoni fanno alle navi segare le salate acque con diritto solco verso quella parte, aiutandole il secondo vento.
E in pochi giorni, lasciatisi dietro gli orientali paesi, pervenne al dimandato luogo: e date le poppe in terra, con brieve scala scesero sopra le secche arene.
E venuti al grande ostiere di Sisife, da lei onorevolemente e con viso pieno di festa ricevuti furono.
Ella niuna parte di potere si riserbò ad onorarli, ma ancora sforzandosi le parea far poco.
E dimorata con loro in graziosa festa più giorni, e sentendo che per matrimoniale legge erano i due giovani congiunti, cioè la cercata e 'l cercatore, cui essa, secondo le parole di Filocolo, fratello e sorella estimava, si maravigliò, e con umile preghiera domandò che in luogo di singulare grazia come ciò fosse le fosse scoperto.
A' cui prieghi Filocolo con riso rispose: e prima chi essi erano, e i loro amori insieme con gli infortunii brievemente narrò, nella quale narrazione il suo pellegrinare, e la cagione della nascosa verità, e ciò che avvenuto gli era, poi che da lei si partì, si contenne.
Le quali cose udendo Sisife, ripiena non meno di pietà che di maraviglia, lieta ringraziò gl'iddii che dopo tanti affanni in salutevole porto gli avea condotti.
Dimorati adunque quivi quanto fu il piacere di Filocolo, a lei furono cari doni da Biancifiore donati, e con proferte grandissime, all'una dall'altra fatte, si partirono.
E Biancifiore dietro a Filocolo, sopra l'usata nave, che già avea i ferri tolti agli scogli, risalì; né prima vi fu suso che Filocolo comanda che verso l'antica Partenope si pigli il cammino.
Il quale preso da' marinari, avanti che il terzo sole nel mondo nascesse, nella città pervennero, e in quella, discesi in terra, entrarono: e con iguale piacere di tutti determinarono di finire il rimanente del cammino sanza navicare.
Per che fatti porre in terra i ricchi arnesi e' gran tesori, e quegli uomini che a Filocolo piacque di ritenere con seco, comandò che alla bella città di Marmorina n'andassero, e di Filocolo e de' compagni e della loro tornata vere novelle portassero al vecchio re Felice e ad ogni altro amico e parente loro.
[5]
Rimasero Filocolo e' suoi, partite le navi, sopra il grazioso lito, nella ricca città molti giorni prendendo diletto, e da' cittadini onorati, e pieni di grazia nel cospetto di ciascuno.
Ma però che nelle virtuose menti ozioso perdimento di tempo non può con consolazione d'animo passare, Filocolo con la sua Biancifiore cercarono di vedere i tiepidi bagni di Baia, e il vicino luogo all'antica sepoltura di Meseno, donde ad Enea fu largito l'andare a vedere le regioni de' neri spiriti e del suo padre; e cercarono i guasti luoghi di Cummo, e 'l mare, le cui rive, abondevoli di verdi mortelle, Mirteo il fanno chiamare, e l'antico Pozzuolo, con le circunstanti anticaglie, e ancora quante cose mirabili in quelle parti le reverende antichità per li loro autori rapresentano: e in quel paese traendo lunga dimoranza, niuno giorno li tiene a quel diletto, che l'altro davanti li avea tenuti.
Essi tal volta guardando l'antiche maraviglie vanno e negli animi come gli autori di quelle diventano magni.
Tal volta nei sani liquori gli affannati corpi rinfrescano, e alcune con picciola navicella solcano le salate acque, e con maestrevole rete pigliano i non paurosi pesci; e spesse volte agli uccelli dell'aere paurosi, con più potenti di loro danno dilettevoli incalciamenti a' riguardanti.
E alcun giorno li tiene ne' ramosi boschi, con leggeri cani e con armi seguitando le timide bestie, poi alli loro ostieri tornando, dove in canti con dolci suoni di diversi strumenti spendono il tempo, che al sonno e al prendere de' cibi avanza loro.
[6]
In questa maniera molti giorni dimorando, uno di quelli avvenne che essendo Filocolo co' suoi compagni entrato in un dilettevole boschetto, seguito da Biancifiore e da molte altre giovani, con lento passo, davanti a loro picciolissimo spazio, sanza esser cacciato, si levò un cervio: il quale come Filocolo vide, preso delle mani d'uno dei suoi compagni un dardo, correndo il cominciò a seguire; e già parendogli essere al cervio vicino, s'aperse, e vibrato il dardo col forte braccio, quello lanciò, credendo al cervio dare; ma tra il Cervio e Filocolo era quasi per diamitro posto un altissimo pino, nella stremità del cui duro pedale il dardo percosse, e con la sua foga un pezzo della dura corteccia scrostò dell'antico piede, egli e ella assai a quello vicini cadendo: alla quale sangue con dolorosa voce venne appresso, non altrimenti che quando il pio Enea del non conosciuto Polidoro, sopra l'arenoso lito, levò un ramo, e disse: - O miserabili fati, io non meritai la pena ch'io porto, e voi non contenti ancora mi stimolate con punture mortali! Oh felici coloro, a cui è licito il morire, quando quello adimandano! -.
E qui si tacque.
Questa voce il veloce corso di Filocolo e de' suoi compagni, quasi tutti pieni di paura e di maraviglia, ritenne, e quasi storditi stavano riguardando, non sappiendo che fare; ma dopo alquanto Filocolo con pietosa voce così cominciò a dire: - O santissima arbore, da noi non conosciuta, se in te alcuna deità si nasconde, come crediamo, perdona alle non volonterose mani de' tuoi danni: caso, non deliberata volontà, ci fece offendere.
Purghi la tua pietà il nostro difetto, i quali presti ad ogni satisfazione, temendo la tua ira, siamo disposti -.
Soffiò per la vermiglia piaga alquanto il tronco, e poi il suo soffiare convertendo in parole, così rispose: - Giovani, niuna deità in me si richiude, la quale se si richiudesse, i vostri pietosi prieghi avrieno forza di piegarla a perdonarvi: dunque, maggiormente me, il quale sanza forza di vendicarmi dimoro, disideroso della grazia non tanto degli uomini, quanto ancora delle fiere, con ciò sia cosa che ciascuna nuocere mi possa, e nuoccia tal volta, né io possa ad alcuno nuocere; però bastimi il vostro pentere per satisfazione, né vi sia questo dagl'iddii imputato in colpa -.
Seguì a questa voce Filocolo: - Dunque, o giovane, se gl'iddii, gli uomini e le fiere ti sieno graziosi e i tuoi rami con pietosa sollecitudine conservino interi, non ti sia noia dirci chi tu se', e per che qui relegato dimori -.
Così rispose il pedale: - L'amaritudine, che la dolente anima sente, non può torre che a' vostri prieghi non sia sodisfatto, perché tanto è dalla dolcezza di quelli legata, che posponendo l'angoscia, disiderosa di piacervi, vuole che io vi risponda; e però così brievemente vi dico.
La genitrice di me misero mi diede per padre un pastore chiamato Eucomos, i cui vestigii quasi tutta la mia puerile età seguitai; ma poi che la nobiltà dello 'ngegno, del quale natura mi dotò venne crescendo, torsi i piedi dal basso calle, e sforzandomi per più aspre vie di salire all'alte cose, avvenne che, per quelle incautamente andando, nelle reti tese da Cupido incappai, delle quali mai isviluppare non mi potei: di che con ragione dolendomi, per miserazione degl'iddii, in quella forma che voi mi vedete, per fuggire peggio, mi trasmutaro -.
E qui si tacque.
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Poi che Filocolo sentì la dolente voce aver posto silenzio e già Biancifiore con sua compagnia essere sopravenuta, egli rincominciò così: - Se quella terra, che noi calchiamo, lungamente alle tue radici presti grazioso umore, per lo quale esse diligentemente nutrite le tue frondi nutrichino e a' tuoi rami aggiungano copiosa quantità de' tuoi pomi, e se il tuo pedale sia lungamente dalla tagliente scure difeso, non ti sia duro ancora parlarne e farci noto donde fosti, e il tuo nome, e come qui venisti, e per che modo nelle reti d'amore incappasti, e qual fu la cagione perché di lui dolendoti, poi in questo albero, più che in alcuno altro, ti trasformasti, e per cui, acciò che se il tuo corpo e la cara anima nascosi nella dura scorza non possono la tua fama far palese, noi sappiendo la verità da te, di te possiamo quella debitamente raccontare agl'ignoranti, i quali forse, udendo le nostre parole, mossi con noi a debita pietà, per te pietosi prieghi porgeranno agli iddii, e così la tua pena si mitighi, e la tua fama s'allunghi e si dilati -.
Così come quando Zeffiro soavemente spira, si sogliono le tenere sommità degli alberi muovere per li campi, l'una fronda nell'altra ferendo, e di tutte dolce tintinno rendendo, in tale maniera tutto l'albero tremando si mosse a queste parole, e poi con voce alquanto più che la precedente pietosa rincominciò: - Io non spero che mai pietà possa per sua forza mollificare ciò che crudeltà ingiustamente ha indurato; ma perciò che quello ch'io per troppa fede sostengo, non sia creduto che per mio peccato m'avvenga, e per la dolcezza de' vostri prieghi, che maggior guiderdone meritano che quello che domandano, parlerò e ciò che disiderate di sapere vi chiarirò.
Ma perciò che sanza molte parole ciò che domandato avete, dire non vi posso, vi priego, se gl'iddii da simile avvenimento vi guardino, non vi sia duro alquanto il mio lungo dire ascoltare:
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"Nella fruttifera Italia siede una picciola parte di quella la quale gli antichi, e non immerito, chiamarono Tuscia, nel mezzo della quale, quasi fra bellissimi piani, si leva un picciolo colle, il quale l'acque, vendicatrici della giusta ira di Giove, quando i peccati di Licaon meritarono di fare allagare il mondo, vi lasciò secondo l'oppinione di molti, la quale reputo vera, però che ad evidenzia di tale verità si mostra il picciolo poggio pieno di marine cochiglie, né ancora si posson sì poco né molto le 'nteriora di quello ricercare, che di quelle biancheggianti tutte non si truovino, similemente i fiumi a quello circunstanti, più veloci di corso che copiosi d'acque, le loro arene di queste medesime cochiglie dipingono.
Sopra questo pasceva Eucomos la semplice mandria delle sue pecore, quando chiamato assai vicino a quelle onde, le quali i cavalli di Febo, passato il meridiano cerchio, con fretta disiderano per alleviare la loro ardente sete, e per riposo, fu: ov'egli andò, e quivi la mansueta greggia di Franconarcos, re del bianco paese, gli fu comandata, la quale egli con somma sollecitudine guardò.
Avea il detto re di figliuole copioso numero, di bellezze ornate e di costumi splendide, le quali insieme un giorno, con caterva grandissima di compagne mandate dal loro padre, andarono a porgere odoriferi incensi a un santo tempio dedicato a Minerva, posto in uno antico bosco, avvegna che bello d'arbori, d'erbe e di fiori fosse.
Esse, poi che il comandamento del padre ebbero ad essecuzione messo, essendo loro del giorno avanzato gran parte, a fare insieme festa per lo dilettevole bosco si dierono.
A questo bosco era vicino Eucomos, sopra tutti i pastori ingegnosissimo, con la comandata greggia, il quale nuovamente con le propie mani avendo una sampogna fatta che più che altra dilettevole suono rendea agli uditori, ignorante della venuta delle figliuole del suo signore, essendo allora il sole più caldo che in alcun'altra ora del giorno, avea le sue pecore sotto l'ombra d'uno altissimo faggio raccolte, e, dritto appoggiato ad un mirteo bastone, questa sua nuova sampogna con gran diletto di se medesimo sonava, e niente di meno alla dolcezza di quello le pecore faceano mirabili giuochi.
Questo suono udito dalle vaghe giovani, sanza niuna dimoranza corsero quivi, e poi che per alquanto spazio ebbero ricevuto diletto, e del suono e della veduta delle semplici pecore, una di loro chiamata Gannai, fra l'altre speziosissima, chiamò Eucomos, pregandolo che a loro col suo suono facesse festa, di ciò merito promettendogli.
Fecelo.
Piacque loro.
Tornano più volte ad udirlo.
Eucomos assottiglia il suo ingegno a più nobili suoni, e sforzasi di piacere: Gannai, più vaga del suono che alcuna dell'altre, lo 'ncalcia a sonare.
Corre agli occhi di Eucomos la bellezza di lei con grazioso piacere: a questo s'aggiungono dolci pensieri.
Egli in se medesimo loda molto la bellezza di colei, e estima beato colui cui gl'iddii faranno degno di possederla, e disidererebbe, se possibile gli paresse, d'essere egli.
Con questi pensieri, Cupido, sollicitatore delle vagabunde menti, disceso di Parnaso, gli sopravenne, e per le rustiche medolle tacitamente mescolò i suoi veleni, aggiungendo al desiderio subita speranza.
Eucomos si sforza di piacere, e per lo nuovo amore la sua arte gli spiace, ma pur discerne non convenevole a lasciarla, sanza saper come.
I suoi suoni pieni di più dolcezza ciascun giorno diventano, sì come aumentati da sottigliezza di miglior maestro: l'ardenti fiamme d'amore lo stimolano; per che egli, nuova malizia pensata, propone di metterla in effetto, come Gannai verrà più ad ascoltarlo.
Non passò il terzo giorno, che la fortuna, acconciatrice de' mondani accidenti, conscia del futuro, sostenne che Gannai, sola delle sorelle, con picciola compagnia, né da lei temuta, semplicemente venne al luogo ove Eucomos usata era d'udire, e supplica, con prieghi di maggiore grazia degni, che egli suoni: è ubidita.
Ma il pastore malizioso con la bocca suona e con gli occhi disidera, e col cuore cerca di mettere il suo diviso ad effetto: per che, poi ch'egli vide Gannai intentissima al suo suono, allora con lento passo mosse la sua gregge, e egli dietro ad esse, e con lenti passi pervenne in una ombrosa valle, ove Gannai il seguì: e quasi avanti dall'ombre della valle si vide coperta che essa conoscesse avere i suoi passi mossi, tanto la dolcezza del suono le avea l'anima presa.
Quivi vedendola Eucomos, gli parve tempo di scoprirle il lungo disio, e, mutato il sonare in parole vere e dolci, il suo amore le scoperse, a quelle aggiungendo lusinghe e impromesse; e cominciolle a mostrare che questo molto saria nel cospetto degl'iddii grazioso, se ella il mettesse ad effetto, però che egli a lei saria come il suo padre alla sua madre era stato: e nondimeno le promise che mai il suo suono ad altrui orecchie che alle sue pervenire non faria, se non quanto ad essa piacesse, molte altre cose aggiungendo alle sue promesse.
Gannai prima si maravigliò, e poi temette, dubitando forse costui non forza usasse, dove le dolci parole o' prieghi non le fossero valuti: e udendo le 'ngannatrici lusinghe, semplice le credette, e solo per suo pegno prese la fede dal villano, che come alla sua madre il suo padre era stato, così a lei sarebbe, e i suoi piaceri nella profonda valle li consentì, dove due figliuoli di lei generò, de' quali io fui l'uno, e chiamommi Idalogos.
Ma non lungo tempo quivi, ricevuti noi, dimorò, che abandonata la semplice giovane e l'armento, ritornò ne' suoi campi, e quivi appresso noi si tirò, e non guari lontano al suo natale sito, la promessa fede a Gannai, ad un'altra, Garemirta chiamata, ripromise e servò, di cui nuova prole dopo poco spazio riceveo.
Io semplice e lascivo, come già dissi, le pedate dello 'ngannatore padre seguendo, volendo un giorno nella paternale casa entrare, due orsi ferocissimi mi vidi avanti con gli occhi ardenti, disiderosi della mia morte, de' quali dubitando io volsi i passi miei, e da quella ora in avanti sempre l'entrare in quella dubitai.
Ma acciò che io più vero dica, tanta fu la paura, che, abandonati i paternali campi, in questi boschi venni l'apparato uficio ad operare: e qui dimorando, con Calmeta pastore solennissimo, a cui quasi la maggior parte delle cose era manifesta, pervenni a più alto disio.
Egli un giorno riposandosi col nostro pecuglio, con una sampogna sonando, cominciò a dire i nuovi mutamenti e gl'inoppinabili corsi della inargentata luna, e qual fosse la cagione del perdere e dell'acquistare chiarezza, e perché tal volta nel suo epiciclo tarda e tal veloce si dimostrasse; e con che ragione il centro del cerchio il suo corpo portante, allora due volte circuisce il differente, il suo centro movente intorno al piccolo cerchio, che l'equante una; e da che natura potenziata la virtù dell'uno pianeto all'altro portasse, e similmente i suoi dieci vizi, seguendo di Mercurio e di Venere con debito ordine i movimenti.
E appresso con dolce nota la dorata casa del sole disegnò tutta, non tacendo de' suoi eclissi e di quelli della luna le cagioni, mostrando come da lui ogni altra stella piglia luce, e così essere necessario, a volere i luoghi di quelle sapere, prima il suo conoscere, mostrando del rosseggiante Marte, del temperato Giove e del pigro Saturno una essere la regola a cercare i luoghi loro.
E mostrato con sottile canto interamente le loro regioni, e quali in quelle a loro fossero più degne dimoranze e più care, passò cantando al nido di Leda, e in quello, da vero principio cominciando, prima del Montone friseo disse, e delle sue stelle, e quali gradi in quello i masculini e quali feminini, quali lucidi e quali tenebrosi, quali putei, quali azemena, e quali aumentanti la fortuna fossero, dimostrò: e similmente di qual pianeto fosse casa, e quale in esso s'essaltasse, e la triplicità, e' termini di ciascuno in quello, e le tre facce; questo ancora mostrando del sacrificato Tauro da Alcide per la morte di Cacco, e de' due fratelli di Clitemestra, nella fine de' quali l'estivale solstizio comincia, e con quel medesimo ordine del retrogrado Cancro cantò, e del feroce Leone, e della onesta Vergine, nella fine della quale il coluro di Libra, equinozio faccente, disse incominciare; e di lei cantò come degli altri avea cantato, mostrando nella sua fine la combustione avvenuta per lo malvagio reggimento del carro della luce usato da Fetonte, spaventato dall'animale uscito della terra a ferire Orione: la cui prima faccia, come di Libra l'ultima, fu combusta, di lui seguendo, come di quella avea detto, e di Chirone Aschiro seguitando, nella fine di cui pose lo iemale solstizio; poi cantando della nutrice di Giove, e del suo Pincerna, e de' Pesci, da Venere nel luogo ove dimorano situati, dicendo nella fine di quelli il coluro d'Ariete cominciarsi insieme con l'equinozio del detto segno: mostrando appresso così de' pianeti, come de' segni le complessioni e' sessi e le potenze diterminate negli umani membri, e come alla loro signoria prima in sette e poi in dodici parti sia tutto il mondo diviso, così quello che sotto li sette climati s'abita, come l'altro, con questo dicendo la variazione delle loro elevazioni per li diversi orizonti, e che legge da loro sia servata nel ritondo anno, mutando i tempi.
E con non meno maestrevole verso l'udii, dopo questo, cantare e dimostrare nel suo canto come Calisto e Cinosura più presso al polo artico dimorassero, faccendo cenìt alle maggiori notti, e assegnare la cagione per che le loro stelle in mare non possono né siano lasciate da Occeano come l'altre bagnare.
E seguitò dove Boote e la corona d'Adriana e Alcide, vincitore dell'alte pruove, fossero locati; e sanza mutar nota cantò del Corvo, per la recente acqua mandato da Febo, il quale, per lo soperchio tempo messo ad aspettare i non maturi fichi, meritò per la bella bugia, egli con l'apportato Serpente e con lo caro Crate d'oro, essere in cielo dal mandatore locati e ornati di più stelle.
E insieme con questi raccontò il luogo dove colei che la palma delibuta porta e dove il Portatore del serpente e Eridano e la paurosa Lepre co' due Cani dimorassero, cantando poi del Nibbio, il quale le 'nteriora del fatato Toro, ucciso da Briareo, portò in cielo, ove egli fu da Giove locato e adornato di nove stelle, seguendo appresso d'Erisim, d'Istuc e d'Auriga i luoghi, e dell'Australe Corona, movendo con più soave suono come Orione, cantando sopra il portante Dalfino, fuggì il mortal pericolo, e poi per li meriti del l'uno e dell'altro meritassero il cielo, e qual parte d'esso; e dove il primo Cavallo e l'altro intero, e la Nave che prima solcò il non usato mare dimorassero, dimostrò; e segnò la gloria di Perseo, e 'l suo luogo, con la testa d'Algol e dell'Idra, crescente per li suoi danni, e il luogo del Vaso.
E rimembromi che disse ancora del Centauro e del celestial Lupo le stelle, di dietro a' quali del Pesce e dello Alare i luoghi dimostrò, con quelli di Cefeo, e del Triangolo, e di Ceto, e d'Andromaca, e del pagaseo Cavallo; passando dietro a questi dentro alle regioni degl'iddii con più sottile canto col suo suono.
Queste cose ascoltai io con somma diligenza, e tanto dilettarono la rozza mente, ch'io mi diedi a voler conoscere quelle, e non come arabo, ma seguendo con istudio il dimostrante: per la qual cosa di divenire esperto meritai.
E già abandonata la pastorale via, del tutto a seguitar Pallade mi disposi, le cui sottili vie ad imaginare, questo bosco mi prestò agevoli introducimenti, per la sua solitudine.
Nel quale dimorando, m'avvidi lui essere alcuna stagione dell'anno, e massimamente quando Ariete in sé Delfico riceve, visitato da donne, le quali più volte, lente andando, io con lento passo le seguitai, di ciò agli occhi porgendo grazioso diletto, continuamente i dardi di Cupido fuggendo, temendo non forse, ferito per quelli, in detrimento di me aumentassi i giorni miei: e disposto a fuggire quelli, prima alla cetera d'Orfeo, poi ad essere arciere mi diedi, e prima con la paura del mio arco, del numero delle belle donne, le quali già per lunga usanza tutte conoscea, una bianca colomba levai, e fra' giovani albuscelli seguii con le mie saette più tempo, vago delle sue piume.
Né per non poterla avere punse però mai di malinconia il cuore, che più del suo valore per poco che d'altro si dilettava.
Dallo studio di costei seguire, del luogo medesimo levata, mi tolse una nera merla, la quale movendo col becco rosso piacevoli modi di cantare, oltre modo disiderare mi si fece, non però in me voltando le mie saette; e più volte fu ch'io credetti quella ricogliere negli apparecchiati seni.
E di questo intendimento un pappagallo mi tolse, delle mani uscito ad una donna della piacevole schiera.
A seguire costui si dispose alquanto più l'animo, ch'alcuno degli altri uccelli, il quale andando le sue verdi piume ventilando, fra le frondi del suo colore agli occhi mi si tolse, né vidi come.
Ma il discreto arciere Amore, che per sottili sentieri sottentrava nel guardingo animo, essendo rinnovato il dolce tempo, nel quale i prati, i campi e gli arbori partoriscono, andando le donne all'usato diletto, fece del piacevole coro di quelle levare una fagiana, alla quale io per le cime de' più alti arbori con gli occhi andai di dietro; e la vaghezza delle variate penne prese tanto l'animo a più utili cose disposto, che, dimenticando quelle, a seguire questa tutto si dispose, non risparmiando né arte né saetta né ingegno per lei avere, sentendo il puro cuore già tutto degli amorosi veleni lungamente fuggiti contaminato.
Allora conoscendomi preso in quel laccio dal quale molto con discrezione m'era guardato, mi rivoltai, e vidi il numero delle belle donne essere d'una scemato, la quale io avanti avendola tra esse veduta, più che alcuna dell'altre avea bella stimata.
Allora conobbi lo 'nganno da Amore usato, il quale non avendomi potuto come gli altri pigliare, con sollecitudine d'altra forma mi prese, prima con diversi disii disponendo il cuore per farlo abile a quello; e rivolgendomi sospirando alla fagiana, la donna, che al numero delle altre falliva, di quella forma in essa mutandosi, agli occhi m'apparve, e così disse: "Che ti disponi a fuggire? Nulla persona più di me t'ama".
Queste parole più paura d'inganno che speranza di futuro frutto mi porsero, e dubitai, però che ella era di bellezza oltre modo dell'altre splendidissima, e d'alta progenie avea origine tratta, e delle grazie di Giunone era copiosa: per le quali cose io dicea essere impossibile che me volesse altro che schernire, e se potuto avessi, volontieri mi sarei dallo 'ncominciato ritratto.
Ma la nobiltà del mio cuore, tratta non dal pastore padre, ma dalla reale madre, mi porse ardire, e dissi: "Seguirolla, e proverò se vera sarà nell'effetto come nel parlare si mostra volonterosa".
Entrato in questo proponimento e uscito dell'usato cammino, abandonate le imprese cose, cominciai a disiderare, sotto la nuova signoria, di sapere quanto l'ornate parole avessero forza di muovere i cuori umani: e seguendo la silvestre fagiana, con pietoso stile quelle lungamente usai, con molte altre cose utili e necessarie a terminare tali disii.
E certo non sanza molto affanno lunga stagione la seguii, né alla fine campò, che nelle reti della mia sollecitudine non incappasse.
Ond'io avendola presa, a' focosi disii, piacendole, sodisfeci, e in lei ogni speranza fermai, per sommo tesoro ponendola nel mio cuore: e ella, abandonata la boschereccia salvatichezza, con diletto nel mio seno sovente si riposava.
E s'io bene comprendea le note del suo canto, ella niuna cosa amava, secondo quelle, se non me, di che io vissi per alcuno spazio di tempo contento.
Ma la non stante fede de' feminili cuori, parandosi agli occhi di costei nuovo piacere, dimenticò com'io già le piacqui, e prese l'altro, e fuggita del mio misero grembo, nell'altrui si richiuse.
Quanto sia il dolore di perdere subitamente una molto amata cosa, e massimamente quando col propio occhio in altra parte trasmutata si vede, il dirlo a voi sarebbe un perder parole, però che so che 'l sapete; ma non per tanto, con quello, ad ogni animo intollerabile, la speranza di racquistarla mi rimase, né per ciò risparmiai lagrime, né prieghi, né affanni.
Ma la concreata nequizia a niuna delle dette cose prestò audienzia, né concedé occhio, per che io con affanno in tribulazione disperato rimasi, morte per mia consolazione cercando, la quale avere mai non potei, non essendo ancora il termine del dover finire venuto.
Il quale io volendo, come Dido fece o Biblide, in me recare, e già levato in piè di questo prato, ov'io piangendo sedeva, mi sentii non potermi avanti mutare, anzi soprastare a me Venere, di me pietosa, vidi, e disiderante di dare alle mie pene sosta.
I piedi, già stati presti, in radici, e 'l corpo in pedale, e le braccia in rami, e i capelli in frondi di questo albero trasmutò, con dura corteccia cignendomi tutto quanto.
Né variò la condizione d'esso dalla mia natura, se ben si riguarda: egli verso le stelle più che altro vicino albero la sua cima distende, così come io già tutto all'alte cose inteso mi di stendea.
Egli i suoi frutti di fuori fa durissimi, e dentro piacevoli e dolci a gustare.
Oimè, che in questo la mia lunga durezza al contrastare agli amorosi dardi si dimostra, la quale volessero gl'iddii ch'io ancora avessi! Ma l'agute saette, passata la dura e rozza forma di me povero pastore, trovarono il cuore abile alle loro punte.
Questo mio albero ancora in sé mostra le frondi verdi, e mostrerà mentre le triste radici riceveranno umore dalla circunstante terra, in che la mia speranza, molte volte ingannata, né ancora secca, né credo che mai secchi, si può comprendere.
E se voi ben riguardate, egli ancora mostra del mio dolore gran parte: che esso, lagrimando, caccia fuori quello che dentro non può capere; e così come questo legno meglio arde ch'alcuno altro, così io, prima stato ad amare duro, poi più che alcun amante arsi, e per ogni piccolo sguardo sì mi raccendo come mai acceso fossi.
Né il dilettevole odore ch'io porgo poté mai fare tanti di quello disiderosi, ch'io altro che a quella, per cui questa pena porto, mi dilettassi di piacere.
Potete adunque per le mie parole e per me comprendere quanta poca fede le mondane cose servino agli speranti, e massimamente le femine, nelle quali niuno bene, niuna fermezza, né niuna ragione si truova.
Esse, schiera sanza freno, secondo che la corrotta volontà le muta, così si muovono: per la qual cosa, se licito mi fosse, con voce piena d'ira verso gl'iddii crucciato mi volgerei, biasimandogli perché l'uomo, sopra tutte le loro creature nobile, accompagnarono di sì contraria cosa alla sua virtù" -.
[9]
Le parole del misero appena erano finite, che Biancifiore levata da sedere del luogo dove stava, per più appressare le parole sue al rotto pedale, così cominciò a dire: - O Idalogo, che colpa hanno le buone, e di diritta fede servatrici, se a te una malvagia, per tua simplicità, nocque non osservando la promessa? -.
A cui Idalogo: - Se io solo da' vostri inganni mi sentissi schernito, tanta vergogna m'occuperebbe la coscienza, che mai a' prieghi di alcuno, quanto che e' fossero da essaudire, non direi i miei danni, come a voi ho fatto; ma però che tutto il mondo infino dal suo principio fu e è delle vostre prodizioni ripieno, sentendomi nel numero de' più caduto, lascio più largo il freno al mio vero parlare.
Ma se gl'iddii dalle malvage ti seperino, non mi celare chi tu se', che sì pronta alla difesa delle buone surgesti, come se di quelle fossi -.
- Io sursi - disse Biancifiore - a quello che ciascuna prima operare e poi difendere dovria, sentendomi di quel peccato pura del quale in generale tutte ne biasimi: e acciò ch'io non aggiunga noia alle tue pene, sodisfarotti del mio nome.
E sappi ch'io sono quella Biancifiore la quale la fortuna con tribulazioni infinite ha dal suo nascimento seguita, ma ora meco pacificata, quelle a sé ritrae, e, concedutomi il mio disio, in pace vivo -.
- Or se' tu - disse Idalogo - quella Biancifiore per la quale il mondo conosce quanto si possa amare, o essere con leale fede amato? Se' tu colei la quale, secondo che tutto il mondo parla, è tanto stata amata da Florio figliuolo dell'alto re di Spagna, e che, per intera fede servargli, se' nimica della fortuna stata, dove amica l'avresti potuta avere rompendo la pura fede? Se quella se', con ragione delle mie parole ti duoli -.
- Io sono quella - rispose Biancifiore.
- Adunque - disse Idalogo - singulare laude meriti: tu sola se' buona, tu sola d'onore degna, niun'altra credo che tua pari ne viva.
E certo se io nella memoria avuta t'avessi, quando in generalità male di voi parlai, te avrei dello infinito numero delle ingannatrici tratta; ma in verità e' mi pare ciò che di te ho udito maggiore maraviglia che il sentirmi in questa forma ove mi vedi.
Ma se la fortuna lungamente pacifica teco viva, dimmi, che è di quel Florio, che tu tanto ami e che te più che sé ama, sì come la fama rapportatrice ne conta? -.
Rispose Biancifiore: - Il mio Florio ha infino a ora teco parlato, e è qui meco: e come mi potrei io sanza lui dire felice e con la fortuna pacificata? -.
- O felicissima la vita tua! - disse il tronco, - molto m'è a grado, e assai me ne contento, che voi, che già tanto foste infortunati, ora contenti stiate, pensando ch'io possa prendere speranza di pervenire a simile partito de' miei affanni -.
[10]
Già i corpi percossi dal tiepido sole porgevano lunghe ombre, e Febeia si mostrava in mezzo il cielo, andante alla sua ritondità, quando, Biancifiore non più parlante, Filocolo disse: - O Idalogo, dinne, per quella fede che tu già ad amore portasti, come a' tuoi orecchi pervenne la nostra fama, con ciò sia cosa che appena ne' nostri regni credevamo che saputi fossero i nostri amori? -.
A cui Idalogo così rispose: - Come in queste parti i vostri fatti si sapessero m'è occulto, ma come io li sappia vi narrerò.
Sì come voi vedete, io porgo con le mie frondi graziose ombre dintorno al mio pedale, e il suolo di fiori e d'erbe ogni anno s'adorna più bello che alcuno altro prato vicino: per la qual cosa i miei compagni, sì per conforto di me che d'udirgli mi dilettava, sì per riposo e diletto di loro medesimi, qui sovente soleano venire, e nelli loro ragionamenti dire quelle cose le quali mancamento delle mie doglie credevano che fossero, e talora credendomi piacere, con fresche onde le mie radici riconfortavano.
E quando costoro questo luogo non avessero occupato, molti gentili uomini e donne vegnenti a' santi bagni, ove voi forse ora dimorate, qui a ragionare di diverse materie, qui a far festa, se ne sogliono venire.
E quando di questi tutti solo rimanessi, da' pastori non sono abandonato: a' quali, però che mi ricorda ch'io già di loro fui, più fresca ombra porgo che ad alcuni.
E come degli altri qui vegnenti odo i varii ragionamenti, così i loro e le loro contenzioni e le battaglie de' loro animali spesso sento, e di me hanno fatto prigioniere del perditore: tra' quali ragionamenti molti, non so che gente un giorno qui si venne, a' quali quasi interi i vostri casi udii narrare, forse non credendo essi essere uditi, i quali non minori che i miei riputai; e fummi caro ascoltargli, sentendo che solo negli amorosi affanni non dimorava -.
[11]
Queste cose udite, parve a Filocolo di partirsi, e disse: - Idalogo, gl'iddii quella perfetta consolazione che tu disideri ti donino, sì come tu a noi hai delle domandate cose donata.
Noi, costretti dalla sopravegnente notte, più con teco non possiamo stare, e però ti preghiamo che se per noi alcuna cosa fare si può che piacere ti sia, la ne dichi, con ferma speranza che fornita fia giusto il potere nostro -.
Assai potreste fare - rispose Idalogo, - e però che nella vostra grande nobiltà confido, vi farò un priego: com'io poco avanti vi dissi, io amai una donna, dalla grazia della quale abandonato, disiderando in essa ritornare, porsi prieghi e lagrime infinite, le quali la durezza del cuore di lei niente mutarono, per che io sono in questa forma.
Ora avvenne poco tempo appresso la mia mutazione, giovani a me carissimi, e consapevoli de' miei mali, qui s'adunarono, e quasi come se a me le parole porgessero, credendomi della vendetta degl'iddii rallegrare, dissero la bella donna in bianco marmo essere mutata, allato ad una piccola fontana di chiara acqua, dimorante nelle grotte del duro monte Iberno, a mano sinistra, passata la grotta oscura.
Della qual cosa io non lieto ma dolente fui, pensando che se avanti dura era a' miei prieghi stata, omai pieghevole non saria; ma di ciò sono incerto, e però la speranza del pregare non ho lasciata, per che io vi priego che quando verso la città andrete non vi sia noia il visitare la fresca fontana, e quelle parole di me porgete alla bianca pietra che pietà vi consente.
Né vi partite prima di qui, che il pezzo della dura scorza, tolta a me dal vostro dardo, sia al suo luogo renduta: poi con la grazia degl'iddii licito siavi l'andare -.
[12]
Udito questo, Filocolo giurando promise di fare quello che dimandato gli era, e la scorza rendé al domandante, la quale così dall'albero fu ripresa come da calamita ferro: e dettogli addio, co' suoi si partì del luogo pieno di maraviglia, del nuovo caso ragionando co' suoi.
E parlando pervennero al loro ostiere, ove preso il cibo dierono i corpi a' notturni riposi.
[13]
Salito il sole nell'aurora, Filocolo e' suoi compagni si levarono e il cammino verso Partenope ripresono; e già le tenebrose oscurità della forata montagna passate, vicini al luogo dall'albero disegnato pervennero.
Quivi vaghi di vedere cose nuove, non sappiendo il luogo né trovando cui domandarne, vanno con gli occhi investigando, e ciascuna grotta pensano essere la domandata fonte: ma quella nascosa da frondi, quanto più cercano più s'occulta.
Ciascuno guarda se vedesse alcuno che, domandandolo, li certificasse.
Niuno veggono; ma Parmenione ascoltando udì di lontano risonare l'aere di tumultuose voci, per che chiamati gli sparti compagni, disse: - Se noi in quella parte andiamo ove io sento romore di gente, leggieri ci sarà quello che cerchiamo trovare -.
Piacque a tutti l'andarvi: seguitano il suono, il quale, essendo da loro, quanto più andavano, più chiaro udito gli fa certi non deviare per pervenire a quello: al quale, dopo non gran quantità di passi, lieti pervennero, e videro alquanti pastori raccolti sotto fresche ombre fare i loro montoni urtare insieme, e in merito del vincitore corone d'alloro essere poste da una parte; i quali, quando ad urtare venieno, ciascuno i suoi con voce altissima aiutava; e questo a vedere dimoravano più altre persone, per accidente quivi, sì come costoro, venute.
Filocolo co' suoi fu con festa a vedere ricevuto; ove dimorato alquanto, fé uno de' pastori domandare della nascosa fontana.
Questi li disegnò il luogo, profferendosi di mostrarla, se a guardare non avesse la vincitrice mandria.
Queste parole udirono due speziosissime giovani quivi venute con loro compagnia a vedere, le quali, reputando non picciola cortesia agli strani giovani piacere, dissero: - Signori, ella è a noi notissima, né greggia, né altro impedimento ci occupa che mostrare non la vi possiamo, se i nostri passi seguire non isdegnate -.
Alle quali Filocolo: - Niuna altra cosa dubitavamo, se non di non essere degni di seguire così care pedate, quando altrui che voi, di ciò che cerchiamo, dimandammo; ma poi che a voi piace verso di noi per vostra virtù essere cortesi, procedete, certe che contentissimi siamo di seguirvi -.
[14]
Mossersi le graziose giovani, il nome delle quali l'una Alcimenal, l'altra Idamaria era, e con voci soavi e radi ragionamenti, passo inanzi passo, i disideranti menarono alla fontana, alla quale essi più volte erano stati vicini, né veduta l'aveano.
Ma ciò non è da maravigliare, però che la natura, maestra di tutte le cose, co' suoi ingegni nelle 'nteriora del monte aveva volto un rozzo arco, sopra 'l quale fortissima lammia si posava, coperchio delle chiare onde, e quel luogo, il quale essa scoperto vi lasciò per porger luce, alberi di frondi pieni l'aveano occupato.
Ad essa venuti, Alcimenal disse: - Signori, qui è la fresca fonte che cercate, e quinci s'entra ad essa -, mostrando loro un piccolo pertugio, dentro al quale a scendere all'acque alcuno grado scendere si conveniva.
[15]
Entrò in quella Filocolo, e quasi opposito all'entrata vide il bianco marmo soprastante a parte dell'acqua, e sceso in essa, fresca e dilettevole molto la vide: e ben che, di fuori dimorando, la fontana fosse d'alberi nascosa agli occhi de' viandanti, nondimeno dentro fra fronda e fronda graziosa luce vi trapassava.
Ella era d'una parte e d'altra di spine, per adietro state cariche di fresche rose; e per mezzo, a fronte al marmo, un bellissimo melogranato, le cui radici fino al fondo si distendeano, era, le cui foglie e frutti gran parte de' solari raggi cacciava dalla fontana.
Filocolo si rinfrescò le mani e 'l viso con la chiara acqua; poi, posto a sedere allato al bianco marmo, così da tutti udito cominciò a dire:
[16]
- O pietà, santissima passione de' giusti cuori, tu negli umili e miserabili luoghi del misericordioso seno di Giove discendi e visiti i commossi petti dalle vedute e talora dalle udite cose.
Tu fai i sostenitori e i veditori d'una medesima pena partecipi.
Tu rechi agli occhi quelle lagrime le quali più che altre meritano, e hai potenza di muovere i duri cuori da' loro proponimenti nefandi e di scacciare l'ardente ira del turbato fiele.
Tu nimica delle miserie, se' dell'offese graziosa perdonatrice.
Per te la tagliente spada della giustizia sovente in misericordiosa opera volge il suo operare.
E chi agl'iddii ci ricongiungerebbe, da' quali le nostre operazioni inique ci allontanano, se tu nol facessi? Tu se' degli assaliti dalla fortuna cagione di graziosa speranza e di consolazione apportatrice.
Che più dirò di te? Tu piena di tanta umanità se', che aperto si può dire che il cuore, ove tu non regni, più tosto ferino che umano sia.
Tu e 'l figliuolo di Citerea sedete ad uno scanno.
Egli sanza te faria le sue opere vane.
Niuna ingiuria poriano gl'iddii porgere sì grave, che molto maggiore a chi del suo petto ti scaccia non si convenisse.
Tu me, che dell'ultimo ponente sono, facesti dell'angosce d'Idalogo partefice, il quale dipinto e dentro afflitto di molte miserie, non poté questa pietra muovere con la tua forza dal duro proposito, amandola sopra tutte le cose e avendola amata: per che degnamente ora di sé può porgere manifesto essemplo a' riguardanti.
O amore, per la grazia del quale io i meritati doni posseggo, viva in etterno il tuo valore: il quale, io merito nel tuo cospetto alcuna grazia più che quella ch'io ricevuta posseggo, ti priego che di così fatti cuori il lontani, però che tu, benivolo co' malivoli, degno luogo non puoi avere.
Sia l'acerbità consumatrice de' cuori che la nutricano, degni di perdere e la tua grazia e quella degli uomini -.
[17]
Così tosto come Filocolo, dette queste parole, tacque, Idamaria, che interamente l'avea notate, disse: - O giovane, se gl'iddii te al nominato paese riportino con prospera vita, dinne onde t'è manifesto ciò che qui parli in degno dispregio della pietra che tu tocchi.
Tu ne fai maravigliare, essendo tu d'occidente e noi paesane, non essendoci quello che a te è, manifesto -.
Alla quale Filocolo parlando sodisfece, e domandò se 'l modo della trasformazione di quella - fosse loro noto che gliele dicessero.
A cui Alcimenal: - Per udita tutto il sappiamo; e poi che n'hai col tuo dire appagate, col nostro sanza dimoranza t'appagheremo, e fiati caro -.
E cominciò così:
[18]
- I nostri antichi, che con solenne memoria le cose della loro età notarono, ne dicevano sé ricordarsi in questa parte né la pietra né il bel granato né queste spine, le quali, pochi dì sono passati, fiorite vedemmo, sì come ora sono bocciolose, non esserci, ma sola l'acqua e la grotta di questo luogo si contentavano.
E similemente ne dicevano che questo luogo, il quale ora più da' pastori che da altra gente veggiamo visitato, rideva tutto d'arbori e d'erbe, essendo con ordine il suo suolo cultivato da maestra mano: per la qual cosa i gentili uomini e le donne, vaghi di riposo e di diletto, qui per prendere quello soleano venire.
Per che avvenne che di questa stagione, un giorno, donne di Partenope qui vennero a sollazzarsi, e schiusa da' loro cuori ogni malinconia, tutte liete si dierono a' cibi: delle quali quattro bellissime, abandonato ogni vergognoso freno, forse oltre al dovere presero de' doni di Bacco, da' quali stimolate, lasciata la loro compagnia, con ragionamenti e atti dissoluti si dierono ad andare fra li fruttiferi alberi correndo, l'una tal volta cacciando l'altra e l'altra tal volta dall'una essendo cacciata.
Per che, riscaldate e dall'affanno e da Lieo e da' solari raggi, per cacciare quello, le fresche ombre di questo luogo cercarono.
Nel quale entrate, l'una chiamata Alleiram dove cotesto marmo dimora, non essendovi esso, essa si pose a sedere; la seconda, Airam chiamata, qui a fronte, dove le vecchie radici del bel granato vedete, s'assise; la terza, il cui nome era Asenga, dal sinistro, e Annavoi, la quarta, dal destro ad Alleiram si posero, le contrarie mani d'Airam tenendo ciascuna.
E qui riposando i corpi, a' lascivi ragionamenti non dierono riposo, ma cominciando i sommi iddii a dispregiare, sé e le loro lascivie lodando, l'una dicendo e l'altre ascoltando, così cominciarono a ragionare, prima all'altre Alleiram parlando in questa forma:
[19]
"Già ne' semplici anni mi ricorda aver creduto questo luogo molto essere da riverire, dicendo alcuni, d'una semplicità con meco presi, che qui Diana, dopo i boscherecci affanni, col suo coro venia a ricreare, bagnandosi, le faticate forze: e tali furono che dissero, ma falso, che Atteon qua entro guardando, essendoci ella, meritò di divenire cervio.
Qui ancora le ninfe di questo paese testavano riposarsi, qui le naiade e le driade nascondersi: ma la mia stoltizia ora m'è manifesta, ora veggio quanto poco lontano veggono gl'ingannati occhi de' mondani, i quali con ferma credenza, a diverse imagini faccendo diversi templi, quelle adorano, dicendole piene di deità.
O rustico errore più tosto che verità! Elli hanno appo loro gl'iddii e le dee e i celestiali regni, e vannogli fra le stelle cercando.
E che ciò sia vero, rimirisi i nostri visi, adorni di tanta bellezza, che nullo verso la poria descrivere: ella avria forza di muovere gli uomini a grandissime cose.
Dunque, quali iddii o quali dee, qual Venere, qual Cupido, o qual Diana più di noi è da esser riverita? Folle è chi crede altra deità che la nostra.
Noi commoveremmo i regni a battaglie e ne' combattenti metteremmo pace a nostra posta: quello che gl'iddii non poterono fare, avendo Elena porta la cagione.
Quali folgori, quali tuoni poté mai Giove fulminare, che da temere fossero come la nostra ira? Marte non fa se non secondo che noi commettiamo.
Cessi adunque questo luogo da essere riverito, se non per amore di noi: e che ciò sia ragione, io vi mostrerò la mia forza maggiore che quella di Venere essere stata, e udite come:
[20]
Quanto io fossi di sangue nobilissima non bisogna di dire, che è manifesto, né alcuno di quelli che iddii si chiamano, potrebbe con giusta ragione mostrare più la sua origine che la mia antica.
Io similemente in dirvi quant'io di ricchezze abondi non mi faticherò, però che è aperto Giunone a quelle non potere dare crescimento discernevole con tutte le sue.
La copia de' parenti è a me grandissima: e oltre a tutte le cose che nel mondo si possono disiderare, son io bellissima come appare, e nel più notabile luogo della mia città situata è la lieta casa che mi riceve.
Davanti la quale niuno cittadino è che sovente non passi; e quelli forestieri, i quali per terra l'oriente e 'l freddo Arturo ne manda, e Austro e Ponente per mare, tutti, se la città disiderano di vedere, conviene che davanti a me passino, gli occhi de' quali tutti la mia bellezza ha forza di tirarli a vedermi.
E ben che io a tutti piaccia, però tutti a me non piacciono; ma nullo è ch'io mostri di rifiutare, ma con giuochevole sguardo a tutti igualmente dono vana speranza, con la quale nelle reti del mio piacere tutti gli allaccio, non dubitando di dare né di prendere amorose parole.
E se le mie parole meritano d'essere credute, vi giuro che Cupido molte volte, per lo piacere di molti, s'è di ferirmi sforzato.
Ma né lo spesseggiare del gittare de' suoi dardi, né lo sforzarsi, mai ignudo poterono il mio petto toccare: anzi, faccendo d'essere ferita sembiante, ho ad alcuni vedute le sue ricchezze disordinatamente spendere credendo più piacere.
Alcuno altro, dubitando non alcuno più di lui mi piacesse, contra quello ha ordinato insidie; e altri donandomi mi credono avere piegata.
E tali sono stati, che, per me se medesimi dimenticando, con le gambe avolte sono caduti in cieca fossa: e io di tutti ho riso, prendendo però quelli a mia satisfazione i quali la mia maestra vista ha creduti che siano più atti a' miei piaceri.
Né prima ho il fuoco spento, ch'io ho il vaso dell'acqua appresso rotto, e gittati i pezzi via.
Tra la quale turba grandissima de' miei amanti, un giovane, di vita e di costumi e d'apparenza laudevole sopra tutti gli altri, mi amò, il cui amore conoscendo, i' 'l feci del numero degli eletti al mio diletto, e ciò egli non sanza molta fatica meritò.
Egli, in prima che questo gli avvenisse, poetando, in versi le degne lodi della mia bellezza pose tutte.
Egli di quelle medesime aspro difenditore divenne contra gl'invidi parlatori.
Egli, occulto pellegrino d'amore, in modo incredibile cercò quello che io poi gli donai, e ultimamente divenuto d'ardire più copioso ch'alcuno altro che mai mi amasse, s'ingegnò di prendere, e prese, quello ch'io con sembianti gli volea negare.
Mentre che questi dilettandomi mi tenea, non però mancò l'amore suo verso di me, ma sempre crebbe: le quali cose tutte io, fermissima resistente a Cupidine, non guardai, ma sì come d'altri alcuni avea fatto, così di lui feci gittandolo del mio seno.
Questa cosa fatta, la costui letizia si rivolse in pianto.
E brievemente egli in poco tempo di tanta pieta il suo viso dipinse, che egli a compassione di sé movea i più ignoti.
Egli mi si mostrava, e con prieghi e con lagrime, tanto umile quanto più poteva, la mia grazia ricercava, la quale acciò ch'io gliele rendessi, Venere più volte si faticò pregandomi e talora spaventandomi e in sonni e in vigilie.
Ma ciò non mi poté mai muovere: per che rimanendo perdente, il giovane, che si consumava, trasmutò in pino, e ancora alle sue lagrime non ha posto fine; ma per la bellezza ch'io posseggo, io prima dove l'albero dimora non andrò che io in dispetto di Venere farò più inanzi al dolente albero sentire la mia durezza, ch'io con le taglienti scuri prima il pedale, poi ciascun ramo farò tagliare e mettere nell'ardenti fiamme.
Ben potete avere per le mie parole compreso quanta sia la potenza di Venere, la quale non de' minori iddii, ma nel numero de' maggiori è scritta, e per consequente possiamo di ciascun altro pensare: e però se non possono, non deono essere con così fatto nome né di tanti onori reveriti.
Noi che possiamo, noi dobbiamo essere onorate: e che io possa già l'ho mostrato, e ancora, come detto ho, più aspramente intendo di dimostrarlo".
[21]
Avea detto costei, quando Asenga, che alla sua sinistra sedea, così cominciò a dire: "Veramente ingiuria sanza ragione sostegnamo; e ben che ogni potere agl'iddii, sì come voi dite, falsamente s'attribuisca, ancora con questo è alle dee e a loro attribuita ogni bellezza.
E prima diciamo della Luna, la quale non si vergognò per adietro d'amare, e sanza vergogna sostiene d'essere bella chiamata.
Or non ci è egli ogni mese mille volte manifesto il suo viso variarsi in mille figure, tra le quali molte una sola n'è bella, e quella è quando essa, opposita al suo fratello, tutta quanta ci si mostra lucente, ancora che allora non so di che nebula ne mostri il suo viso dipinto? Ciascun'altra stagione, da questa infuori, difettuosa e laida ci appare, né ci si mostra, se ben riguardiamo, se non la notte, bella nella quale stagione le più laide si possono, sanza essere conosciute, tra le bellissime mescolare.
Ma s'egli avviene che tra lei e Febo alcuna volta la terra si ponga, noi la veggiamo di sozza rossezza tutta contaminata: perché dunque bella? Giunone similmente e Apollo da un poco d'austro sono turbati, e guaste le loro bellezze per li suoi nuvoli.
Diana non dico, però che è a presumere che se stata fosse bella non avria consentito che Atteon, per averla veduta, fosse tornato cervio, ma che avesse parlato e narrato la sua bellezza agl'ignoranti avria consentito.
E più possiamo ancora di lei dire che, per che ella conobbe più la sua rustichezza essere atta alle cacce che ad amare, però quello uficio si prese.
E come di queste diciamo, così di Venere possiamo dire, la quale se bella come si canta fosse stata, saria sì piaciuta ad Adone, che egli pauroso di perdere per morte sì bella dea, avria i suoi sani consigli seguiti.
E similemente possiamo di molte altre dire quello che di noi non avviene.
Io, bellissima, continuo bella nella mia forma mi mostro, né cambio viso né figura perch'io cambi stagione; né patisco eclissi come la luna fa, né mi nocciono i nuvoli d'austro, né i rischiaramenti d'aquilone mi giovano come ad Appollo e a Giunone fanno, anzi, e con questi e sanza quelli, continuamente bella dimoro.
Né similemente mai al viso d'alcuno riguardante mi nascosi, né mi nasconderei, ma sentendomi com'io sento bella, mi diletto da molti essere amata e guardata.
Io non comandai, né pregai, né consigliai mai cosa ch'ella non fosse con sollecitudine messa in effetto e osservata: dunque, più tosto io che alcuna delle sopradette sono da essere chiamata dea".
E qui si tacque.
[22]
Da poi che Asenga tacque, Airam, quasi non meno che la prima superba, lodandosi oltre modo, cominciò a parlare seguitando: "Voi la impotenza degl'iddii e 'l difetto delle loro bellezze biasimate, cosa da non sostenere in sì alto nome sanza effetto: ma più di loro mancanza vi narrerò.
Essi, sì come voi sapete, delle future cose veridici proveditori si fanno, di quelle porgendo risponso a' dimandanti, aggiugnendo che le presenti sanza mezzo conoscono, e in memoria ritengono le passate.
Ma questo non è vero, e però non si dee sostenere: se, come già si disse, avessero forza, gli oltraggi che tutto giorno impuniti veggiamo, sanza punizione non passerieno.
Similemente se le bellezze loro le nostre avanzassero, contenti ne' loro termini non quelle per le mondane abandonerebbero, come molte volte hanno fatto e fanno.
Se sì providi fossero come si tengono, non agl'ingegni delle semplici giovani si lascerebbono ingannare , né quelle con ingegni ingannerebbono.
Se forti, perché in toro mutarsi per ingannare Europa? Se belli, perché in oro per ingannare Danne? Se savi, perché non provedere all'impromessa fatta all'amata Semelè? Niuna di queste cose è in loro, e voi le due avete mostrate, e io mostrerò la terza.
Io non meno bella d'Alcitoe, amata da molti e poi da Febo, con discreto stile amando, mai ad alcuno il mio cuore non patefeci, ma per non disciogliere da' miei legami alcuno, quelli che tal volta più m'erano in odio con più lusinghevole occhio li riguardava.
Del numero de' quali Febo, proveditore de' futuri accidenti, fu.
Oh, quante volte egli, per più lungo spazio potermi vedere, con lento passo menò i suoi cavalli per mezzo il cielo, e ritennegli alcuna volta con adirata mano, affrettandosi essi come erano usati d'andare all'onde di Speria, e spesso, non avendo ancora loro rimessi i freni, a quelli medesimi si crucciò, volonteroso di cercare l'aurora prima che 'l convenevole! Oh, quante volte si dolfero con lamentevoli voci le Notti a Giove, dicendo che la ragione del loro spazio Febo l'occupava! E' mi ricorda ancora che tanto fu un giorno il diletto che di mirarmi prendea, che egli ebbe presso che smarrito l'usato cammino.
E se non fosse il romore di Cinosura, che, vedendolo di lontano, temeo le sue fiamme, che 'l fece in sé ritornare, egli pure avria la seconda volta arso il cielo, e io di ciò m'avria riso, se fulminato fosse caduto come il figliuolo.
Io non so se fu mai savio come si dice, ma se così fu, non so dove egli la sua scienza mandasse, che egli sempre con ferma fede credette sé essere singulare signore dell'anima mia.
Esso, cercatore di tutto il mondo, portava seco d'ogni parte que' doni ch'egli credea che mi dovessero più piacere, e con quelli s'ingegnava di servare l'amore mio verso di lui, e per quelli sovente tentava di volere quel diletto il quale egli avuto di Climene, più oltre non la richiese.
Ma io, più provida delle cose che deono avvenire di lui, essendo egli ancora del tutto dal mio cuore lontano, ben che altro disiderio che di lui avere non mostrassi, con belle ragioni e con impromesse prolungando le dimandate grazie, il tirai lungo tempo, quelle altrui concedendo perché più m'era a grado.
Egli forse di se medesimo ingannato, mi si credea per la sua bellezza più ch'altri piacere: ma non solamente sotto quella si ristringono l'amorose leggi.
Questo gli recitò Venere, conscia, sì come io avea voluto, di lei fidandomi, de' miei segreti, e disegnolli il luogo degli amorosi furti, il quale egli della somma altezza vide: per che quasi per grieve dolore turbato più giorni luce non porse.
Ma la mancante natura supplicando a Giove, si dice che nell'usato uficio il fece tornare: ma mai da quell'ora in avanti con diritto occhio non mi guardò, ma passando davanti a me traverso, quasi sdegnoso mi mira; di che io poco mi curo.
Ora poi che così colui che ha voce di tutte le cose vedere fu da me gabbato per senno, che si faria degli altri iddii che tanto non veggono? Credibile è che molto peggio se ne farebbe e fa, per che a me pare che se non sopra loro meritiamo, almeno loro pari riputare, sanza alcuna ingiuria di loro, ci possiamo: e se l'avviso mio non manca, possibile ci fia levare la falsa fama che gli chiama dei, e porla a noi; né fia chi il contradica, solo che della nostra grazia vogliamo far degni di quella i disianti".
[23]
Risero delle parole di costei le stolte compagne; e poi la quarta di loro, chiamata Annavoi, disse: "Perché in tante parole ci distendiamo? Veramente nell'iddii né potenza, né senno, né bellezza dimora: e ancora più, essi detti misericordiosi da tutti i viventi, di quella niente hanno.
Pietà niuna in loro si trova: tiranni e usurpatori sono dell'altrui cose.
E che feci io già in dispetto di Diana, la quale vendicatrice dea è chiamata? Non le levai io con la mia bellezza e con la forza della mia lingua, delle quali due cose io fui sopra tutte le partenopensi giovani dotata, cinque fedelissimi servidori l'uno dopo l'altro, avvegna che d'età fossero dispari, però che i due già vicini erano all'arco sopra il quale umane forze più non s'avanzano ma vengono mancando, e gli altri due ancora quelle guance mostravano che dalla madre recarono, e 'l quinto non piena la barba a maggior quantità la serbava per iscemarla? Certo sì.
Costoro e con la bellezza degli sfavillanti occhi e con la dolcezza del mio parlare, per lo quale meritai Sirena essere chiamata, legai io sì nelle mie reti, che avendo loro fatti gittare gli archi co' quali prima per li boschi servivano Diana, prima de' loro tesori con soave mano li privai, e quelli sotto la mia balia ascosi, cavando loro poi del sinistro lato i sanguinosi cuori, li lasciai sanza vita.
Quale vendetta mai di questo si vide? Niuna certo: e perché? Perché la potenza della parte offesa non era tale, e le vendette seguono i meno possenti.
Io tale quale sia essa non la curo: e cessi del mio petto che io mai più in tale errore viva, che dii o dee creda che sieno o li coltivi o porga prieghi.
Noi siamo dee, e quelli uomini che ci piacciono nostri iddii: e quali celesti regni più belli che questi nostri si poriano trovare? Noi siamo tra quelle cose di che coloro, i quali l'errore rustico chiama iddii, si tengono signori.
Chi dubita che miglior partito ha chi nella sua città guarnito dimora, che chi di lontano agognando se ne chiama signore? Noi belle, noi savie, noi possenti siamo e saremo quanto il secolo si lontanerà, e degne di quello onore che Giove e gli altri ingiustamente s'hanno usurpato".
[24]
Tacque costei; e già la seconda volta nell'usato ordine ricominciavano il maladetto parlare con più aspre parole, quando gl'iddii, né più né meno che i cittadini della città, le cui mura subito sono assalite dal nascoso agguato de' nemici, corrono or qua or là sanza ordine, e con fretta ora entrando ora uscendo delle case prendono l'arme e cercano sanza troppe parole la loro difesa, correndo a' dubbiosi luoghi, fecero, fra' celesti scanni da subita ira commossi, forse non meno infiammati che quando dal bestiale ardire de' Giganti fu il cielo assalito.
Li quali così corsi dierono pauroso suono e chiusero il mondo d'oscure nuvole, né a niuno vento fu tenuta la via: e crucciati tutti discesero sopra questo luogo, la cui ira temendo la terra tremò forte.
Ma essi lasciato il furore, si dice che prima Venere con Cupido in questo luogo entrarono, né trovarono però il malvagio colloquio cessato, anzi quelle ferme in quello, sanza alcuna paura del divino giudicio, dimoravano.
Qui Venere non salutò né fu salutata; ma volta ad Alleiram disse: "Dunque, o iniqua giovane, prendi tu gloria d'aver dispiaciuto a noi, e insuperbisci per la tardata vendetta, e minacci di peggio operare? Or non pensi tu che con riposato andamento noi procediamo delle nostre ire alla vendetta, poi il tardato tempo con accrescimento di pena ristoriamo? Tu rea di gravissimo peccato, ora riceverai guiderdone.
Tu rifiutatrice de' nostri dardi, diverrai fredda e impossibile a quelli ricevere: né più avanti piacerai, né vedrai chi per te o spenda, o muova brighe, o si dimentichi, né più di cotali riderai, né eleggerai, né romperai vasi.
E come tu già niuna compassione avesti verso chi quella meritava, così molti, sappiendo i tuoi casi, forse di te compassione avranno: ma niente ti gioverà.
E come altri a te per pietà già porse prieghi, così a te fia tolto di poterne porgere.
E sì come io non ti potei a' miei voleri recare, così me a' tuoi non conducerà né uomo né dio.
E prima le lagrime di colui che già fu tuo finiranno, e tornerà la perduta allegrezza per più dolce obietto che tu non fosti, che tu solamente in speranza ritorni di ritornare nella perduta forma.
E le laude già dette della tua bellezza in amorosi versi, altro titolo che della tua prenderanno, né mai ti fia possibile il più nuocergli che nociuto gli abbi: anzi se la mia deità merita di conoscere alcuna delle future cose, tu, vaga di riavere la sua grazia, di quella patirai difetto, come mi pare, e misera conoscerai quanta sia la mia potenza da te con parole orribili dispregiata.
Tu, dura e immobile a' miei voleri, in durissima marmore mutera'ti, e questa grotta nella quale tu siedi ti fia etterna casa"; e più non disse.
Queste parole udendo Alleiram mutò cuore, e sariasi voluta volentieri pentere, ma non ci era il tempo.
Ella volle con alta voce domandare mercé, ma il sopravenuto freddo, che già alla lingua così come agli altri membri avea tolta la possa, nol sofferse: la pigra freddezza con disusato modo nel ventre ritirò le dilicate braccia e le candide gambe, e in picciol spazio niuna cosa della bella giovane si saria potuto vedere se non un bianco tronco, il quale in durissimo marmo mutato, come voi vedete, fu trovato.
E se forse alcuna rossezza in quello vedete, dicesi che Lieo gliele diede, di cui più copiosa che 'l convenevole dimorava, quando qui più furiose che savie vennero baccando.
[25]
Mentre che così Venere parlava ad Alleiram, Airam dubitò forte, e volle fuggire del luogo, ma le gambe, davanti snelle, già fatte pigre barbe di questo albero, la ritennero.
E Febo venuto presente con soave voce così le cominciò a dire: "Adunque, o giovane, d'avermi ingannato, il tuo cuore celandomi e togliendomi i cari doni, ti vanti? Male e poco senno è contra lo stimolo calcitrare, ma acciò che a te non paia che noi le mal fatte cose impunite lasciamo, come avanti cantasti, tu prima per lo tuo parlare sarai punita, sì come Perillo da Falaris per lo suo medesimo artificio fu.
E già parte in albero convertita, tutta in quello, avanti ch'io mi parta, ti muterai; e però che tu avesti ardire di dire di volere essere nostra pari, tu i tuoi pedali avrai torti, né fia loro licito il potersi troppo in alto distendere, ma più tosto fieno sì bassi, che con poco affanno di terra ciascuno piccolo uomo coglierà i tuoi pomi.
E sì come tu de' miei doni ti dicesti occulta sottrattrice, così de' tuoi frutti gran parte gitterai alla terra prima che maturi li vegga: né quelli che rimarranno, sanza vederli io, maturerai già mai.
E farò che, come tu del tuo cuore fosti a ciascuno occultatrice, che i frutti tuoi, come il dolce tempo della loro maturazione sentiranno, così incontanente, aprendosi in più parti, a me e a chi vedere le vorrà mostreranno le tue interiora.
E della tua corteccia, però che sopra tutte l'altre bellezze la tua essaltasti, farò che chi alcuna cosa in oscuro colore vorrà del suo mutare non possa sanza il sugo di quella".
E mentre che egli queste parole dicea, il miserabile corpo a poco a poco stremandosi, li suoi membri riducea a questa forma che voi vedete questo granato.
Né prima che in questo albero fosse mutata, le fu possibile dire una sola parola, e manco poi.
[26]
Asenga, nel mezzo di queste due, paurosa né fuggiva, né chiedeva mercede.
E chi poria davanti dell'ira degli iddii fuggire? La Luna turbata le sopravenne, dicendo: "O misera, quale cagione a contaminare la nostra bellezza ti mosse? Mai da noi offesa non fosti, fuori solamente se io a tuoi furtivi amori avessi forse già porta luce, fuggendola tu; ma perché io di ciò a te dispiacessi, io ad infinita gente ne piaceva: né però fu che io alcun tempo, a te e all'altre di ciò dilettantesi, non lasciassi atto a' vostri falli.
Tu noi mille forme mutare in un mese confessi, tra le quali una volta bella e non più paiamo, e te continua bellezza essere affermi; ma tu in picciolo pruno voltata, partorirai fiori alla tua bellezza simili, i quali di mostrare quella una volta l'anno saranno contenti, e poi che le loro frondi poco durabili cadute fieno, in quel colore che per eclissi ne dicesti rivolgere, maturandosi, le tue bocciole torneranno: e quelle tanto dal tuo pedale fieno guardate, quando le frondi, di verdi tornate in gialle, fiano dal primo autunno percosse".
E questo detto, il bel corpo in gracile fusto mutossi, a cui le gambe in pilose barbe e le braccia in pungenti rami, e la verde vesta in verdi frondi si mutaro, e 'l candido viso e le belle mani bianche rose sopra quelle rimasero in questo luogo.
[27]
Diana, la cui ira non molto era mancata, stette sopra la timidissima Annavoi, dicendo: "Ancora che la vendetta s'indugi, non menoma il dolore del dolente ricevitore di quella.
Tu, perfida ucciditrice de' miei suggetti, sempre il commesso male mostrerai.
Tu in essiguo corpo e debile a ciascuno offenditore, ti muterai, e nella sommità di quello partorirai un fiore, il quale, chiuso, in cinque frondette verdi mostrerà le tre età varie de' miei sudditi, e, aperto, paleserà i mal tolti tesori, dintorno a' quali i cinque cuori de' miei suggetti si vedranno"; né disse più.
E questa subitamente in quella forma e in quel modo che Asenga si mutò, e essa similmente; ma i fiori furono diversi, ché dove Asenga in bianco fiore con molte frondi, Annavoi in vermiglio con cinque sole, e in mezzo gialla, si trasformò.
E questo fatto, gl'iddii tornarono ne' loro regni, e l'aere cacciò i suoi nuvoli e rimase chiaro -.
[28]
Con maraviglia ascoltò Filocolo infino a qui la parlante giovane, dicendo poi: - O giusta vendetta, quanto dei tu essere temuta da ciascuno che queste cose ascolta! Assai sostenne la divina pietà, ché certo la menoma delle molte parole meritava maggior pena! -.
E con voce da questa assai diversa seguì queste altre parole: - O superbia, pericolosa pestilenza del tuo oste, maladetta sii tu! Tu, a te iniqua, non sostieni compagno.
Tu, non conoscente, se' de' meriti guastatrice, invocatrice d'ira e suscitatrice di briga; chi seco ti tiene non sarà savio, poi che tu, più altera che possente, hai vestite le tue armi, e con gli occhi ardenti spaventi il mondo.
Tu ti credi con le corna toccare le stelle, e, parlando aspro, col muovere impetuoso, rigidamente operando cacci avanti a te i men possenti; ma la vendicatrice giustizia di te contenta l'animo de' sofferenti.
Così dopo pochi passi torna la tua potenza come vela che per troppo vento, l'albero rotto, ravolta cade.
Tu simile a' robusti cerri, prima ti rompi che tu ti pieghi a' soffianti venti.
Male s'armarono queste misere per loro delle tue armi.
Male le tue corna si posero: giusta vendetta l'ha umiliate, com'è degno -.
E queste parole dette, si volse al carro della luce, e videlo già il meridiano cerchio aver passato, e declinare così il caldo come i raggi, per che a' compagni tempo di tornare alla città disse che gli parea; ma prima con queste parole parlò dicendo: - O sacro fonte, veramente delle dee luogo e guardatore delle loro vendette, per quella pietà che a giusta ira le mosse ti priego, se per te Idalogo può niuno soccorso avere, donagliele: spruovisi alquanto la tua dolcezza ad ammollare l'acerba durezza della bella pietra da lui infino allo estremo dolore amata -.
Alle cui parole, se possibile fosse stato le 'nteriora del marmo vedere, vedute si sarieno tremare, ma la morbida durezza del bianco aspetto, tenendo forse la sua faccia, quello non lasciò palesare.
E questo detto, Filocolo con le giovani uscì di quella al chiaro giorno.
[29]
Il debito ringraziare alle giovani da Filocolo fatto, mostrò quanto fosse stato a Filocolo caro la dimostrazione della fonte fatta da loro, e simile il chiarimento delle degne mutazioni: dopo il quale, da loro con piacevoli parole prese congedo, verso la città co' suoi ritornando.
Alla quale ancora non pervenuto, di lontano conobbe Caleon, a lui carissimo per lo non dimenticato onore, al quale egli sopravenne avanti che da lui conosciuto fosse.
Ma non prima Caleon lo conobbe che con riverenza il riceveo: e partita la maraviglia, e l'amorose accoglienze finite, Caleon voltò i passi e con Filocolo nella città ritornò, de' suoi felici casi contento, ben che a' suoi, contrarii, alquanto la sforzevole entratrice invidia aggiugnesse dolore.
[30]
Tornati alla città, Filocolo domanda che sia della bella Fiammetta, per adietro stata loro reina nell'amoroso giardino; alla cui domanda Caleon subito non rispose, ma bassò la fronte, e con dolore riguardava la terra.
A cui Filocolo: - O caro amico, come prendi tu ora turbazione di ciò che già mi ricorda ti rallegravi? Qual è la cagione? Non vive Fiammetta? -.
Allora Caleon dopo un sospiro disse: - Vive, ma la fortuna volubile m'ha mutata legge, e tale me la conviene usare, che assai più cara mi saria la morte -.
- E come? - disse Filocolo.
A cui Caleon: - Quella stella, al chiaro raggio della quale la mia picciola navicella avea la sua proda dirizzata per pervenire a salutevole porto, è per nuovo turbo sparita: e io misero nocchiero rimaso in mezzo mare sono d'ogni parte dalle tempestose onde percosso, e i furiosi venti, a' quali niuna marinesca arte mi dà rimedio, m'hanno le vele, che già furono liete, levate, e i timoni, e niuno argomento m'è a mia salute rimaso: anzi mi veggio d'una parte al cielo minacciare, e d'altra le lontane onde mostrano il mare doversi con maggior tempesta commuovere.
I venti sono tanti ch'io non posso né avanti né adietro andare, e se io potessi, non saprei qual porto cercare mi dovessi.
E ancora che la morte mi fosse cara se mi venisse, nondimeno mi pure spaventa ella sovente sopra le torbide onde con le sue minacce, e gl'iddii hanno gli occhi rivolti altrove, e a' miei prieghi turati gli orecchi, e i falsi amici m'hanno lasciato, e il buono non mi può atare: qual io stia omai pensatelvi -.
[31]
Filocolo, che già tali mari avea navicati, a se medesimo pensando, di Caleon divenne pietoso, e disse: - Giovane, a quel maestro che ha più volte operando la sua arte esperta si puote e deesi credere con più giusta ragione che a quello o che la sperimenta o sperimentare la dee; né questo si può negare.
Sono adunque i mutamenti della fortuna varii e le sue vie non conosciute.
Già fu che io con più tempesta ne' mari dove il tuo legno dimora mi trovai che tu non truovi, e certo io non potea sperare se non morte, né altro dintorno mi vedea, quando subitamente in porto di salute mi vidi con tranquillo mare.
E tu ti dei ricordare, non sono ancora molti anni passati, quanto la tua vita alla mia fosse contraria, quando ti specchiavi nel tuo disio, e io pellegrino con grieve doglia ignorava ove il mio fosse; e ora io il mio veggio e tengo, e tu quello che avevi non tieni; per che, a me riguardando, dei sperare bene.
La tua doglia è grandissima: ma chi dubiterà che dopo gli altissimi monti non sia una profonda valle? Io, il quale ho corsi i dolenti mari tutti, e a cui né scoglio né secca né porto s'occulta, in quelli voglio della tua navicella essere nocchiero, e spero con quella arte che io a salutevole porto pervenni, te delle pestilenziose onde trarrò quando ti piaccia -.
- Adunque - disse Caleon, - o signor mio, nelle tue mani sia la vita mia -.
[32]
Finito il ragionamento, e Filocolo dimorato alcun giorno con Caleon, lo stretto vinculo del paterno amore lo 'ncominciò a stringere, e con intera volontà disidera di rivedere i parenti, e così propone e comanda che verso Marmorina si prenda il cammino, e con seco mena Caleon, disideroso della futura salute.
Elli passano, o Capis, la tua città, Capo di Campagna; e le fredde montagne, fra le quali Sulmona, uberissima di chiare onde dimora, si lasciano dietro, e pervengono al luogo ove l'uccello di Dio, mutato in contrario pelo, da rustica mano si dovea ancora portare in insegna.
E quindi partiti, passano l'alpestre montagne e truovano le dolci onde del Tevero; e passando avanti, i gelati monti truovano ancora tiepidi delle battaglie di Persio.
Né videro la sera del secondo giorno che alle graziose montagne pervennero, che nel futuro da' vecchi doveano pigliare etterno nome.
Quivi venuti, Filocolo si ricordò di Fileno, il quale in fonte lasciato avea sopra il cerruto poggetto, e disideroso di rivederlo, là egli e' suoi compagni n'andarono, non avendo il sole ancora di quel giorno l'ottava ora toccata.
[33]
Li grandi arnesi s'acconciarono al riposo de' caldi giovani, e sopra le verdi erbe fra' salvatichi cerri presono il cibo, dopo il quale, in picciolo spazio, con non pensato passo la notte li sopravenne, e il cielo pieno di chiare stelle dava piacevole indizio al futuro giorno.
Per che Filocolo vicino alla fontana, sopra un praticello pieno di verdi erbette, fece chiamare Biancifiore, alla quale era ignoto il luogo dov'ella fosse, e con parole piacevoli così le cominciò a dire: - O lungamente da me disiderata giovane, dimmi, per quello amore che tu mi porti, il vero di ciò ch'io ti domanderò -.
- Sì farò - disse Biancifiore.
A cui Filocolo seguì: - Etti uscito della memoria Fileno, a cui tu con le propie mani donasti per amore il caro velo? O sospirasti mai per lui poi che di Marmorina temendomi si partì? -.
A queste parole dipinse Biancifiore il suo candido viso per vergogna di bella rossezza, ma le notturne tenebre le furono graziose, e quello celarono, e rispose così: - Signor mio, a me sopra tutte le cose caro, e a cui niuno mio segreto dee essere ascoso, assai volte di Fileno mi sono ricordata e ricordo.
E come potrà egli mai della mia memoria uscire, con ciò sia cosa che ancora mi spaventi la rimembranza della pistola ch'io da te ricevetti, turbato per falsa oppinione avuta in me per lo ricordato velo, il quale io, costretta dalla tua madre, donai, non per mia voglia? Ma veramente mai amore per lui sospirare non mi fece: anzi giuro che se licito mi fosse odiarlo, io chiederei di grazia agl'iddii che la sua memoria levassero di terra -.
Disse allora Filocolo: - Sariati caro vederlo? -.
A cui Biancifiore: - Certo sì, nella vostra grazia; e la cagione che a questo mi moveria non saria amore ch'io gli porti, ma sola pietà de' suoi parenti, la vita de' quali io reputo che simile a quella de' vostri sia, con ciò sia cosa che egli a' suoi unigenito sia, come voi ai vostri: ma voi per me lasciaste i vostri dolenti, e egli sanza alcuna colpa, che per sospecione di me legittima commettesse, meritò la vostra ira.
Amommi, e però fu tolto al padre.
Or che avria la fortuna fatto alli nocenti, se elli m'avesse odiata? Concedano gl'iddii e a voi e a me che da tutti siamo di buono amore amati, e se essere non può che amati siamo di qualunque amore, amando noi ciascuno come si conviene -.
- Ottimamente parli - disse Filocolo, - e io la mia grazia e la tua presenza gli renderò, certo della tua fede, della quale ben fui per adietro certo; ma noi amanti ogni cosa temiamo, e però odiai.
Come Febo ne renderà il nuovo giorno, rendute grazie agl'iddii che prima di te mi dierono speranza buona, ti farò lui vedere, il quale per dolore in su questo poggio in fontana si convertì -.
[34]
Posaronsi la notte nel salvatico luogo sotto le tese tende, difesi da' sopravegnenti casi da' suoi sergenti; ma venuto il giorno, il duca e Ascalion e gli altri compagni insieme con Caleon furono a chiamare Filocolo, il quale levato, fece l'antico tempio mondare, come altra volta avea fatto, e accendere i fuochi sopra gli umidi altari; e fatti uccidere più tori per la salvazione di sé e de' suoi compagni, con puro cuore offerse a' fuochi le debite interiora di quelli, rendendo con queste voci grazie de' ricevuti beni: - O sommo Giove, governatore dell'universo con ragione perpetua, e tu, o santa Giunone, la quale con felice legame congiugni e servi longevi i santi matrimonii, e tu, o Imineo, degno e etterno testimonio di quelli, lodati siate voi! Ora per voi sento pace, e ho la lunga sollecitudine abandonata, però che gli occhi miei veggono ciò che per adietro lungamente disiderarono, e le mie braccia stringono la sua salute.
E tu, o santissima Venere, madre de' volanti amori, insieme col tuo amante Marte, ricevete i nostri sacrificii; i quali sì come a protettori e guidatori delle nostre menti offeriamo.
E voi qualunque iddii del solitario e diserto luogo siete abitatori, e da cui la veridica promessione ricevemmo, prendete olocausto in riconoscenza di tanto dono.
O cielo, adorno di molte stelle, ricevi con tutti i tuoi iddii le nostre voci, e tu, terra, co' tuoi, e similemente co' suoi il verdeggiante mare; e della nostra salvazione, visitati con possibili sacrificii, vi rallegrate, e per inanzi di bene in meglio ne prosperate, acciò che nelle nostre bocche sempre cresca la vostra loda -.
Biancifiore e Glorizia, Ascalion e 'l duca e gli altri compagni e servidori di Filocolo, tutti ginocchioni nel tempio davanti a' crepitanti fuochi dimoravano, seguendo con tacita voce ciò che Filocolo alto dicea nel cospetto degl'immortali iddii.
Ma finite le divote orazioni, e levati da quelle, ordinarono, ad onore di quelli, giuochi con solenne ordine, e di quindi se ne vennero sopra la bella fontana; alla quale venuti, sopra la verde erbetta che i margini di quella adornava, Biancifiore prima e poi ciascuno degli altri si posero a sedere e videro quella per li due luoghi del mezzo, sì come usata era per adietro, bollire.
Di che Biancifiore, che ancora veduta non l'avea, si maravigliò, e pensando allo stato di Fileno nel quale già per adietro veduto l'avea, e a quello in che ora il vedea, pietosa sanza fine quella riguardando divenne, e parlato avria la sua pietà dimostrando, se non che avanti di lei cominciò verso Filocolo Menedon a dire queste parole:
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- O grazioso signore, debita pietà mi muove, la quale, dentro al cuore, del misero Fileno mi porge compassione, pensando che gli avversarii fati tanto tempo fuori della sua forma in questa l'abbiano tenuto: e certo se benivoli mi fossero gl'iddii, io gli pregherei per la sua salute, dove a voi dispiacere non credessi, però che egli mi fu assai caro e a voi non dovria già dispiacere, però che se voi avete i vostri disii ricevuti, degli altrui danni non dovete essere vago -.
- Non m'aiutino essi iddii - disse Filocolo, - se io la salute di Fileno non disidero, e se quella non mi fosse cara, se la vedessi -.
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Mentre così sopra la chiara onda si ragionava, quella, tutta commossa, del mezzo di sé mandò fuori una pietosa voce, e disse: - O tu, il quale da debita pietà de' miei danni se' mosso a sì bene per me parlare, e cui alla voce riconoscere mi pare, se lungo dolore, o voce a quella ch'io credo simile, non m'inganna, gl'iddii mettano il tuo piacere avanti, e te guardino da simile caso, acciò che mai non pruovi quello di che se' con ragione pietoso.
Io ti priego per quella pietà che di me nel tuo petto dimora che, s'io mai ti fui caro, che quello che poco inanzi dicevi metti avanti, acciò ch'io così ti possa vedere come io t'odo parlare, e adempiasi quello che la speranza mi promette -.
Menedon e gli altri a questa voce tutti attoniti diventarono, ancora che altra volta l'avessero udita parlare, e tacquero alquanto; poi Menedon rincominciò: - Niuna ammirazione ho se la mia voce conosci, però che sì com'io credo, le avversità non danno a chi le riceve dell'amico oblianza; ma dimmi, se non t'è grave, qual via sia a' tuoi beni più utile, acciò che io per quella correndo ti riduca nel pristino stato -.
A cui Fileno: - Oimè, quanto lontano a quella ti sento! Una sola cosa mi manca, la quale avendo viverei contento, e quella è la grazia del signor mio Florio, figliuolo dell'alto re Felice, a cui già ti conobbi compagno: gl'iddii me ne sieno testimonii che fedelmente l'amai e amo! E' non è lungo tempo passato che i miei dolori multiplicarono, sentendo io da un giovine, di Marmorina vicino, che quinci passò, com'egli avea la sua bella Biancifiore perduta, e pellegrinando con dolore la ricercava: e se quella riavessi, certo io conosco gl'iddii sì misericordiosi, ch'essi mi renderieno la perduta forma.
Dunque, sola quella mi procaccia con valevoli prieghi, quella mi racquista se me vuoi trarre d'affanno.
E se tu, o giovane, disideri forse di sapere perché io la perdessi, io tel dirò.
Certo io non sacrilegio, non tradimento, non omicidio, non ribellione commisi, perché giustamente movessi il mio signore ad ira, ma come giovane amai: e cui? Non sua nimica, ma quella giovane che lui sopra tutte le cose del mondo amava: io dico di Biancifiore, la cui bellezza quanti la vedeano tanti ne innamorava.
E certo io ignorava che egli lei amasse, ché se saputo l'avessi, ben che il cuore dell'amore di lei portassi feruto, con forza mi sarei infinto di non amarla.
E ben che io pur molto l'amassi, guastava però il mio amore la sua fermezza, la quale si dice che mai per alcuno accidente non mutò cuore? Certo no! E se io il bel velo ebbi, il quale col mio non tacere mi fu di tanto male, quant'io sento e ho poi sentito, cagione, ella, invita, comandandogliele la reina, mel concedette: dunque per amore puoi vedere ch'io mi dolgo.
Oimè, che se l'ira d'uno potesse trarre amore del cuore ad un altro, io direi che licito gli fosse stato l'adirarsi; ma quella in me misero il multiplicò, né l'ha però mancato il lungo essilio.
Or quali cose sono con maggiore appetito disiderate che quelle che sono molto vietate? Veramente ti giuro che mai il mio pensiero non si distese tanto avanti ch'io sconcia cosa di Biancifiore disiassi, né disidererei già mai, sentendo com'io sento che ella sia da lui sopra tutte le cose amata.
Né mi pare ingiusta cosa a dire ch'egli più si debba contentare che io la ami che se io la odiassi.
E se quello c'ho detto non si concede, e dicasi pure ch'io gravemente abbia fallito, consentasi, e sia a chi si pente largito perdono.
Giove perdona e ciascuno altro iddio a' suoi offenditori, quando, riconosciuto il fallo, pentendosi domandano perdono.
Veramente mi saria grazia, s'io fallii, che 'l mio signore mi perdoni, ché s'io non fallii, avendomi in ira, mancherebbe di suo dovere.
Tanto è la grazia grande quanto il perdono.
Niuna ragione vuole che grado si senta del non ricevuto servigio.
Se io fossi in Marmorina e servissilo e avessi la sua grazia intera, di ciò al mio servigio sentirei dovere rendere grazie.
Oimè, che a' signori dovria essere spesso caro il fallire de' suggetti per poter perdonare, acciò che perdonando la loro grande benivolenza mostrassero.
Sanno però gl'iddii, conoscitori degli occulti cuori, che io tal guiderdone del mio amore non meritai, ma forse altro peccato a sì fatta pena, sotto questo titolo d'avere Biancifiore amata, non sanza ragione, m'ha menato.
Bella vittoria e grande è il perdonare.
Dunque per onore del mio signore e per lo mio utile priega: e se tanto di me ti cale, non ti paia l'affanno, che non fia piccolo, malagevole, acciò che me possa rendere lieto a' miseri parenti, ignoranti de' miei angosciosi fati.
Per merito del quale bene, se 'l farai, spero che lungamente gl'iddii ti serveranno lieto a' tuoi, se gli hai -.
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- Non fia sì lungo come pensi l'affanno - rispose Menedon alla fonte.
E volto a Filocolo, a cui niente riferire bisognava, ché tutto avea udito, con umile preghiera gli domandò che la sua grazia gli rendesse, e con Menedon ciascuno degli altri in merito del lungo affanno similemente la dimandarono.
A' quali Filocolo liberamente la concedette, giurando per se medesimo che di perfetto amore l'amerà per inanzi, e le preterite cose sì come fanciullesche metterà in oblio: di che tutti il ringraziarono.
E Filocolo a Biancifiore commise che sì lieta novella narrasse all'aspettante, la quale graziosa non aspettò il secondo comandamento, ma voltato sopra la fonte il viso, riguardando in essa, disse: - O giovane, che nelle liquide onde la tua forma nascondi, confortati, la grazia del tuo signore t'è renduta: e però sicuro nella sua presenza ti presenta -.
La chiara fonte sì tosto come in sé riceveo la bella imagine della sua donna, così la conobbe, e lasciato l'usato bollire, con soave movimento intorno a quella mostrava festa, e la voce entrata per le dolenti caverne rendé letizia al misero; per che così parlò: - O immortali iddii, a' quali niuna cosa si occulta, sia lodata la vostra inestimabile potenza.
Io per la vostra benignità di quella dolcezza ho gustata, che la nemica fortuna mi tolse quando Marmorina abandonai, e quella donna, per cui l'amara iniquità sostenni, quella la riavuta grazia m'ha annunziata.
Piacciavi adunque misericordiosamente operare ch'io nella prima forma tornando lieto a' cari amici mi presenti -.
Egli dicea ancora queste parole, quando i circunstanti videro le chiare acque coagularsi nel mezzo e dirizzarsi in altra forma abandonando il loro erboso letto, né seppero vedere come subitamente la testa, le braccia e 'l corpo, le gambe e l'altre parti d'uno uomo, di quelle si formassero, se non che, riguardando con maraviglia, co' capelli e con la barba e co' vestimenti bagnati tutti trassero Fileno del cavato luogo, e davanti a Filocolo il presentarono.
Al quale egli, come il vide, s'inginocchiò davanti e con pietose voci dimandò perdono, e appresso di Filocolo la benivolenza: le quali cose benignamente Filocolo gli concesse.
Egli fu di nuovi vestimenti adorno, e i raviluppati capelli e la male stante barba furono rimessi in ordine, levandone le superflue parti, e lieto si diede con gli altri cavalieri a far festa, maravigliandosi non poco qual caso quivi gli avesse menati insieme con Biancifiore.
Il cui viso poi ch'egli ebbe veduto, stimandolo più bello che mai gli fosse paruto, contento tacitamente si dispose al vecchio amore, credendo sanza quello niuna cosa valere.
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Queste cose così faccendosi, s'udì nel luogo un grandissimo romore, come di gente che, combattuto, avesse la vittoria del campo acquistata.
Del quale Filocolo e' suoi si maravigliarono e dubitarono alquanto, e domandarono Fileno se noto gli fosse che significasse il romore e chi 'l facesse.
A' quali Fileno rispose sé molte volte simili romori avere uditi, ma per che fatti fossero del tutto ignorava.
Allora sì come a Filocolo piacque, il duca Ferramonte e Messaallino, sopra forti cavalli, armati e accompagnati da molti de' servidori, andarono per conoscere la cagione di tanto romore, e usciti del folto bosco videro nel piano, alla riva del picciolo fiume, dall'una parte e dall'altra, molta gente rustica nel sembiante, a' quali non tenda, non padiglione era, ma tagliati rami dava loro le disiate ombre; né alcuno v'era di cappello d'acciaio o d'elmo che rilucesse, né alcuno cavallo facea fremire il povero campo, né tromba risonare, ma rozzi corni movea la disordinata gente a' suoi mali; e quasi la maggior parte delle loro arme erano bastoni, e poche spade teneano occupati i loro lati, le quali poche non aveano forza di piegare i solari raggi in altra parte, che dove il sole gli mandava.
I loro scudi erano ad alcuni le dure scorze del morbido ciriegio, e altri si copriano di quelle della robusta quercia, e alcuni, forse più nobili, gli aveano, ma sì affumicati, che in essi niun'altra cosa che nera si vedea.
In luogo di balestra usavano rombole, e i loro quadrelli erano ritondi ciottoli; le loro lance si prendeano da' fronduti canneti.
Archi erano loro assai, le cui saette in luogo di ferro erano apuntate col coltello, né era loro bandiera alcuna, fuori che una di tela assai vile, la quale mezza bianca e mezza vermiglia si mostrava al vento, credo più tosto di pecorino sangue tinta che di colore; e simigliante l'avversa parte l'avea di tanto diversa, che all'una era il bianco di sopra e all'altra di sotto; e di dietro a queste ora qua, ora là, quale poco e quale assai, correano disordinati.
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Come il duca e Messaallino videro il rozzo popolo, di loro si risero, e alquanto gli riguardarono, e già aveano determinato di ritornarsi indietro, quando Messaallino disse: - Perché non andiamo noi a loro, e di loro condizione ci facciamo certi, acciò che tornando a Filocolo, il quale di tutto loro essere ci domanderà, non sappiendogliele ridire, non siamo da lui scherniti? -.
- Andiamo - rispose il duca; e verso quelli che già mostravano di loro dubitare, con segno di pace s'appressarono, e con graziosa voce, non mostrando d'avere la loro picciola condizione a schifo, gli salutarono, e quelli, che sopra la riva del fiume dimoravano dal lato del bosco, domandarono chi essi fossero e perché quivi stessero, e quale era stata la cagione del loro romore poco avanti.
A' quali uno di loro, il quale forse degli altri avea il maestrato, così rispose: - Noi, i quali voi qui vedete, siamo abitatori d'un picciolo poggio qui vicino, il quale i nostri antichi chiamarono Caloni, e noi da quello Caloni ci chiamiamo, popolo robusto e fiero nelle nostre armi, né niuno altro è a cui il lavorio della terra meglio sia noto, né che fatica in ciò a comparazione di noi possa durare: e la cagione per che qui dimoriamo è acciò che passare possiamo questo fiumicello e di sopra quel terreno cacciare in perdizione la gente che vi vedete, la quale nuovamente venuta qui, un poggio simile al nostro, che nostra iurisdizione era, s'hanno preso, e abitanlo oltre a nostro volere, e chiamansi Cireti.
I quali, come voi vedete, a contradirci il passo qui a fronte a noi sopra la riviera si sono posti, né in alcuna parte possiamo su per quella andare che essi non ci vengano tuttavia davanti.
Il gran romore che fu poco avanti fu per due che nell'acque si combatteano, a conforto de' quali ciascuna col gridare aiutava il suo; ma ultimamente il nostro ebbe vittoria, per che di quercia il coronammo, come là vedere il potete -.
Disse allora Messaallino: - Secondo ch'io avviso, voi dovreste con pace poter sostenere che coloro abitassero il vostro poggio, però che sì gran popolo non mi parete che soperchio terreno sanza quello che coloro hanno preso non abbiate, ma n'avete tanto che sanza cultura la maggior parte veggiamo -.
- Certo - disse il villano - più contrarietà di sangue che vaghezza di terreno ci muove a queste brighe, per mio avviso -.
- E che contrarietà di sangue è tra voi? - disse Messaallino; - non siete voi tutti uomini, e in una contrada abitate e in un luogo? -.
A cui colui rispose: - Noi fummo dell'antica città di Fiesole, e allora di quella uscimmo quando Catellina, de' nostri mali singulare cagione, superato da Antonio e da Afranio ne trasse i nostri antichi, i quali della mortale battaglia appena campati qui fuggirono, e quasi in dubbio di loro salute abitarono quel poggetto che davanti vi dissi, sotto quel nome ch'avete udito che ci chiamiamo.
Ma costoro, non è gran tempo passato, quando Attila guastò la nuova città da' romani fatta a piè della nostra, temendo le fiamme e l'ira del tiranno, qui fuggirono, e sanza alcuno congedo s'abitarono il paese prima da noi occupato: per che noi, a giusta ira mossi, ogni anno a quello che ora ne vedete ne siamo e saremo infino a tanto o che noi di questo paese fuggendo gli cacceremo o che essi noi alle nostre case renderanno vinti
-.
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Udite queste cose, il duca Ferramonte e Messaallino si partirono da loro e tornarono a Filocolo, e ciò che udito aveano e veduto gli dissero: di che Filocolo si rise, e volle andare a vedere.
E venuto ad essi, tanto con parole gli commosse che essi, preso ardire, si misero a passare il fiume, il quale non sopra la cintura gli bagnava.
Ma essi non furono giunti all'altra riva, che i loro avversarii armati loro vennero incontro, e in mezzo 'l fiume incominciarono sanza ordine la loro battaglia, forte co' duri bastoni lacerando le salvatiche armi e i loro dossi.
Arco né rombola non ci avea luogo per la loro vicinità; e se alcuna spada v'era, o dava in fallo o se feriva si torceva.
L'acqua che già più rossa che bianca correa gl'impediva molto, e tal volta i più codardi facea valorosi combattitori, ritenendo i loro piedi nella molle arena, i quali per lo duro campo sarieno fuggiti.
Ma poi ché lungo spazio combattendo ebbero durato, tornandone molti dall'una parte e dall'altra magagnati, avendo Filocolo assai riso co' suoi compagni de' modi nuovi di costoro, col suo cavallo entrò nell'acqua, e i pochi rimasi alla battaglia divise, e ciascuno pari fece al suo campo tornare.
Ritornati così costoro, non dopo molto spazio le risa di Filocolo si voltarono in pietà, vedendo i magagnati dolersi e sanza alcuno compenso a' loro mali.
E però che a lui parea di ciò essere cagione, si pensò di volergli pacificare, e in restaurazione de' loro danni edificare loro una terra nella quale sicuri vivessero sotto savio duca: e questo narrando a' compagni, da tutti li fu lodato.
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Allora Filocolo fece a sé chiamare dell'una parte e dell'altra i principali, e la cagione domandò della loro discordia.
De' quali l'uno perché combatteva, l'altro perché si difendeva narrarono interamente, a' quali Filocolo così disse: - O miseri, poveri d'uomini e d'avere, perché al piccolo numero di voi, il quale ha più tosto d'aumento bisogno che d'altro, combattendo cercate distruzione? A voi dovria bastare seguire di Saturno la dottrina, sanza volere di Marte usurpare l'uficio, però che in voi né nobiltà di cuore, né ordine, né senno, né arme non dimora.
Voi combattete acciò che soli qui rimagnate in questo piano, ma voi non v'avvedete che se questo continuate in brieve tempo il piano di voi rimarrà solo, e le case che voi avete con affanno fatte e dovreste in pace abitare, gente strana verrà che sanza affanno le si goderà.
Or fu dagl'iddii data alla terra l'ampia superficie, perché un popolo solo la dovesse abitare? Non vi bastava il luogo che possedete? Che vi facea se costoro alquanto da voi lontani si posero a dimorare, i quali, pensando che vostri antichi fratelli furono, se ben si guarda, dovavate nelle vostre case propie ricevere, pensando similmente che voi così come essi fuggitivi veniste in questo luogo, e quella ragione ci avavate che essi ora per loro difendono? Io pietoso de' vostri danni voglio che l'uno all'altro perdoni le ricevute offese, e sia tra voi vera e perfetta pace; e sì come voi foste fratelli, così ritorniate, e de' due popoli piccoli e cattivi divegnate uno buono e grande.
E io, acciò che l'uno non disdegni andare a casa l'altro ad abitare, vi darò nuova abitazione, la quale io vi cignerò di profondi fossi e d'altissime mura e di forti torri, e in quella vi donerò armi, per le quali, se alcuno vicino invidioso del vostro luogo ve 'l volesse torre, il potrete difendere.
Io vi darò in quello similemente chi vi guiderà con ragionevole ordine e le vostre quistioni con diritto stile terminerà, e sotto la cui protezione sicuri viverete come uomini: e oltre a tutto questo, vi donerò doni, per li quali ornare vi potrete e parer belli quando gli altrui paesi visitare vorrete -.
Dinanzi al viso del magnifico uomo niuno seppe che dirsi, ma contenti dell'alte promesse, strignendo le spalle, dopo alquanto risposero: - Messere, noi faremo ciò che voi vorrete -.
E tornati, ciascuno a' suoi queste cose riferì.
E quale migliore novella poria loro essere contata? Essi, poco davanti stati in tanta discordia, insieme nel cospetto di Filocolo tutti ne vennero, e quelli che impotenti erano per li ricevuti colpi vi si fecero portare, e gittatiglisi a' piedi, con una voce tutti la proferta grazia domandarono, la quale Filocolo disse di dare.
E fattigli entrare nel santo tempio, prima per la futura pace offersero sacrificio agl'iddii e quella con orazione divota domandarono, poi in presenza degl'iddii e di Filocolo e de' suoi baciandosi tutti insieme giurarono mai per alcuno accidente tal pace non rompere, ma intera essi e loro successori servarla, e sempre essere a Filocolo, o a chi per lui vi rimanesse, suggetti.
[42]
Queste cose fatte, Filocolo rimase in sollecitudine d'osservare le promesse cose, e co' suoi compagni cavalca per la contrada salvatica, essaminando con gli occhi e con la mente qual luogo più alle nuove mura fosse atto, appresso del quale insieme andavano Fileno e Caleon simile cosa guardando.
E avendo per lungo spazio attorniato il paese, Caleon disse a Fileno: - Perché Filocolo sopra questo poggio, dove questo cerreto dimora, non edifica la nuova terra? Niuno luogo ho veduto ancora in queste parti tanto atto a tal mestiero: questo tutta la contrada signoreggia, questo forte luogo e bello, questo d'acque abondevole, sì come molti piccioli rivi ne mostrano.
Questo è quasi in mezzo tra l'una abitazione e l'altra de' due popoli tornati uno.
Niuno difetto è qui, per lo quale più tosto sia da cercare altro luogo.
Elli ha similemente dalla orientale piaggia vicino il fiume ove fu la sconcia zuffa di costoro, e 'l mezzogiorno dà loro il veloce fiume chiamato Elsa.
Io direi che questo fosse il migliore luogo che avere si potesse in questa parte -.
Questo diviso piacque a Fileno, e parveli di dirlo a Filocolo.
Le quali cose come Filocolo udì, così acconsentì al loro consiglio dicendo: - Veramente così è come voi dite, e qui per lo vostro consiglio fermeremo a' villani la nuova terra -.
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Chiamaronsi i villani come a Filocolo piacque, e l'antica selva, dove mai scure non avea suo taglio provato né dente d'alcuna bestia fatto offesa, per paura degl'iddii, credendo i circunstanti che eziandio qualunque fronda era in quella fosse piena di deità, comandò che si tagliasse tutta, prima con pietosa orazione scusandosi agl'iddii, se in essa forse alcuni n'abitavano, così dicendo: - O iddii di questo luogo abitatori, se alcuno ce ne abita, perdonatemi la nuova ingiuria la quale io non arrogante contro alla vostra potenza commetto come Erisitone fece, ma disideroso di darvi per abitaculo più fruttuosa selva che di cerri, fo questo -.
E dette queste parole, con le propie mani faccendo quello che molti dubitavano di fare, a tutti porse ardire.
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Tagliasi l'antico bosco, e Filocolo, pietoso de' disperati popoli, pensa al loro riposo, con sollecitudine disiderando poi di rivedere il padre.
Ma Biancifiore da altra sollecitudine è molestata: Glorizia, che il dolce aere della vicina Roma sentiva, accesa d'ardente disio di rivedere quella oltre all'usato modo, dimorando sola un giorno con Biancifiore, così le cominciò a dire: - O giovane donna lungamente per lo mondo errata, come non ti strigne l'amore della tua patria? Come non disideri tu di vedere la tua Roma la quale tu mai non vedesti? Or non ti saria egli caro vedere gli stretti parenti del tuo padre e quelli della tua madre, i quali tu niente conosci né essi te? Tu ora se' a quella vicina, né niuno tempo puoi a rivederla eleggere migliore: e certo quello che fu in disiderio agli strani, posti nell'ultime parti de' regni, de' quali io ancora ti vedrò coronata, ben dee essere a te, di lei figliuola, in volontà: pregane il tuo Florio che di quindi andiamo, il quale niuna cosa pare che tanto disideri quanto piacerti.
E se egli forse per la nuova impresa vuole pure essere qui, e questo fornito, non vuole più tempo mettere in mezzo a rivedere il padre, concedati almeno che in questo mezzo noi possiamo andar a vederla, accompagnate dal suo e tuo maestro Ascalion.
Noi peneremo poco a tornare qui, ché certo quinci partendoci non si vedrà il sole sei volte nuovo, prima che Roma tu, veduti i tuoi strettissimi parenti e di Roma grandissimi prencipi, vedrai.
Le grandissime nobiltà della tua terra, tra le quali il gran palagio ove i romani consigli si faceano, vedrai, e similemente il Coliseo, e Settensolio, fatto per gli studii delle liberali arti.
E vedrai la sepoltura del magnifico Cesare, tuo antico avolo, posta sopra aguto marmo di Persia; e vedrai la colonna Adriana e l'arco adorno delle vittorie d'Ottaviano.
O quante cose mirabili ancora, vedute queste, ti resteranno a vedere! Io poi da tutti i tuoi parenti conosciuta, darò con le mie parole ferma fede che tu di Lelio e di Giulia sii stata figliuola, e sarò creduta, però che i miei parenti, ancora che io al tuo servigio sia, non sono ignobili.
E essendo tu riconosciuta da' tuoi, sarai ricevuta negli alti palagi e intorniata di nobilissime donne, le quali per grande amore che t'avranno e per le tue bellezze ti guarderanno per maraviglia, faccendoti ciascuna onore a pruova, e sarai da tutte tacitamente ascoltata narrando i tuoi casi, i quali esse ascoltando spanderanno lagrime d'amore baciandoti mille volte, e appena parrà loro che tu con esse sia, tanto fia il disiderio loro d'essere con teco.
E i fratelli del tuo padre, lieti di sì bella nipote, ordineranno feste, parendo loro avere racquistato il perduto Lelio, e saranno molto più di te ora contenti che se piccolina t'avessero avuta, e massimamente sentendo la verità della tua virtuosa vita, laudevole infra le dee del cielo, e ancora veggendoti sposa di Florio, figliuolo di sì alto re, come è quello di Spagna: e più si rallegreranno, sentendo che corona d'oro sia alla tua testa apparecchiata quando il vecchio re morisse, ancora che molti de' tuoi antichi la portassero.
Perché mi fatico io di dirti quanto tu dell'andarvi diverrai contenta, con ciò sia cosa che io mai la menoma parte dire non te ne potrei? Però andianvi, ché, se niuna altra cosa te ne seguisse, se non che tu conoscerai te non essere quella che forse tal volta la coscienza ti dice, per le udite parole sì vi dovresti tu volere andare.
E con tutte queste cose ancora farai tu me lieta più ch'altra femina fosse mai, però che io rivedrò i miei, i quali forse già è lungo tempo dierono per me pietose lagrime, credendo ch'io fossi morta.
Non essere a' miei prieghi dura, io te ne priego, ma se io mal grazia da te meritai, concedi quello ch'io con tanti prieghi t'adimando -.
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Glorizia tacque, e Biancifiore così le rispose: - O donna, a me più cara che madre, e cui io sola per madre riconosco, perché con tanto effetto priego sopra priego aggiugnendo mi prieghi, né più né meno come se tu avessi in me sì poca fede che incredibile ti fosse ch'io per te non facessi ciò che per me si potesse operare? Tu disideri d'essere in Roma, e a me t'ingegni, dov'io d'esservi non disiderassi, di farmelo disiderare con le tue parole, le quali in verità il gran disio, ch'io ho di vederla, assai m'hanno acceso: e se io mai disiato non l'avessi, vedendolo a te disiare, sì lo disidererei; ma come poss'io mettere ad effetto, se non quanto piace al mio Florio? Non sai tu che per matrimoniale legge gli sono legata? Io non posso, né debbo, far più ch'e' voglia, però che egli è mio signore per molte ragioni.
Non fu' io in casa sua nutricata? Non sono io da lui per tutto 'l mondo stata ricercata? Non m'ha egli con pericolo della sua persona tratta delle mani della canina gente, ov'io era in servaggio venduta? Non sono io per lui due volte stata liberata da morte? Non sono io similemente sua sposa? Dunque seguire i suoi piaceri deggio, non egli i miei.
Se tu vuoi ch'io il prieghi, ben so che nulla cosa è che a mio priego e' non facesse; ma io debbo riguardare di che io priego, però che sovente priegano alcuni di cose che pregando a sé negano il servigio.
Come potrei io giustamente pregare Florio che a Roma venisse, con ciò sia cosa ch'egli m'abbia detto, già è assai, che egli sopra tutte le cose del mondo disidera di rivedere il vecchio padre, della cui morte egli dubita molto, per lo dolore nel quale il lasciò, quando da lui per cercar me si partì? Dirogli io: "Veggiamo in prima Roma", sappiendo ch'egli altro disidera? E come tu di', la magnificenza e la bellezza di Roma ha potere di trarre a sé gli uomini de' lontani paesi a farsi vedere: dunque, quanto maggiormente dee potere, veduta, ritenergli! Ecco che Florio a' miei prieghi vi venisse, e di quella vago oltre la sua intenzione vi dimorasse, e in questo tempo alcuna novità nel suo regno nascesse, la quale egli andandovi trovasse, non direbbe egli: "Biancifiore, per te m'è questo avvenuto, che mi tirasti a Roma"? E s'egli il dicesse, qual dolore mi saria maggiore? E forse ancora per quello che il suo padre fece al mio, dubita di venirvi, e non sanza ragione: però ch'io ho già udito che i romani niuna ingiuria lasciano inulta.
Ma tu di': "Andiamvi sanza lui"; ora non pensi tu come mai me da sé partiria, a cui, per l'essere noi divisi, tanta noia quanta tu sai ci è avvenuta? Certo egli tenendomi in braccio appena mi si crede avere, e continuamente dubita che i contrarii fati non tornino che me gli tolghino; e non una ma molte volte m'ha detto che mai altro che morte non ne dividerà, la quale gl'iddii facciano lungo tempo lontana da noi.
E s'egli pure avvenisse che sanza sé in alcuna parte mi fidasse, non è alcuna ove egli più tosto non mi lasciasse andare che a Roma, però che egli s'imagina che i miei parenti incontanente a lui mi togliessero, e ad altrui mi dessero, la qual cosa io mai non consentirei: dunque seguiamo prima i suoi piaceri, però che si conviene lasciargli rivedere il vecchio padre e la dolente madre e il suo regno; i quali veduti, con più audacia gli domanderò Roma vedere co' miei parenti.
Tanto abbiamo sostenuto, ben possiamo questo piccolo termine sostenere; e io te ne priego che infino allora, per amore di me, con pazienza sostenghi il tuo disio -.
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Non parlò più avanti Glorizia, se non: - Quanto ti piace attenderò -; e tacitamente da lei partendosi, fra sé disse: - Quello Iddio cui io adoro e in cui io spero, tosto me la faccia vedere -.
Sopravenuta la notte, Biancifiore nel dilicato letto si diede al notturno riposo: la quale poi che de' gradi con che sale ebbe passati cinque, nel sonno furono da Biancifiore mirabili cose vedute.
A lei pareva essere in parte da lei non conosciuta, e quivi vedere davanti da sé sospesa in cielo una donna di grazioso aspetto molto, e le bellezze di quella le sue in grandissima quantità le parea che avanzassero; a cui ella vedea sopra la bionda testa una corona di valore inestimabile al suo parere, e i suoi vestimenti vermigli e percossi da una chiara luce fiammeggiavano tutto il circunstante aere, de' quali niuna parte d'essa era sanza adornamento di nobilissime pietre o d'oro; e nella destra mano le vedea una palma verde, simile da lei mai non veduta, e la sinistra tenea sopra un pomo d'oro, che sopra il sinistro ginocchio si riposava, e sedea sopra due grifoni, i quali verso il cielo volando, tanto l'avevano verso quello portata, che le parea che la sua corona con le stelle si congiungesse, e sotto i suoi piedi tenea un altro pomo, nel quale Biancifiore rimirando estimava che tutte le mondane regioni descritte vi fossero e potesservisi vedere.
Ella vide similemente dal destro e dal sinistro lato di costei, da ciascuno, un uomo di grandissima autorità ne' suoi sembianti; ma quelli che dalla destra della bella donna sedea, le parea che fosse antico, e negli atti suoi modesto molto, similemente come la donna incoronato di corona significante incomparabile dignità, il quale era vestito di vestimenti bianchi, ben che un vermiglio mantello sopra quelli avesse disteso, e sopra uno umile agnello le parea che si sedesse, nella mano destra tenendo due chiavi, l'una d'oro e l'altra d'ariento, e nella sinistra un libro, e i suoi occhi sempre avea al cielo.
Ma certo colui che dalla sinistra della donna sedeva, era d'altro aspetto: egli era giovane e robusto e fiero ne' sembianti, incoronato d'una corona tanto bella che quasi con la luce che da essa movea e la donna e 'l vecchio tutti facea risplendenti, e era di vermiglio vestito come la donna, e sedea sopra un ferocissimo leone, nella sinistra mano tenendo una aquila e nella destra una spada, con la quale in quel ritondo pomo che la bella donna sotto i piedi tenea, faceva non so che rughe.
Le quali cose Biancifiore con ammirazione riguardando, e massimamente la bellezza della gentil donna, fra sé le parea così dire: - O bella donna, la quale nel viso non sembri mortale, beato colui che sì singulare bellezza possiede come è la tua! Certo io non vorrei per alcuna cosa che così com'io ti veggio il mio Florio ti vedesse, però che mi pare essere certa che di leggiere me per te metteria in oblio; ma caro mi saria molto conoscerti, acciò che la degna laude che tu meriti, con la mia voce manifestassi agl'ignoranti -.
Queste parole dette, parea a Biancifiore che la donna così le parlasse: - O cara figliuola, tanto si stenderà la mia vita quanto il mondo si lontanerà; e allora che tutte le cose periranno, e io.
Le mie bellezze, secondo la tua estimazione, n'hanno già molti fatti beati e fanno e faranno, solamente che di quelle si truovino disianti, le quali però sì come tu imagini, non hanno potenza di nuocere alle tue.
Tu disiderosa nel tuo parlare di conoscermi, il dì passato rifiutasti di venirmi a vedere e a conoscere.
Io per te perdei il tuo padre e la tua madre, e tu di loro non vuoi il difetto rintegrare.
Se io ti paio così bella come tu di', come a vedere non mi vieni? Ora io voglio che tu sappi ch'io sono la tua Roma.
E se i peccati del tuo suocero, de' quali gran parte fieno, per costui, volgendosi al vecchio, davanti la maestà del sommo Giove deleti, non fossero, il tuo Florio la spada di quest'altro ancora terrebbe; però viemmi a vedere sanza alcuno indugio: il tuo fattore vuole, e non sanza gran bene di te e del tuo marito -.
E questo detto sparì, né più la vide avanti Biancifiore; per che rimasa stupefatta nel sonno di tanta bellezza, dopo picciolo spazio si svegliò, né più dormì quella notte: anzi, sopra ciò che veduto avea, pensosa stette infine che il sole apparve.
Allora ella e Filocolo levati e venuti a' verdi boschi, e rimirando i nuovi tagliatori, ciò che Glorizia il passato giorno l'avea parlato e quello che la notte avea veduto, detto e udito gli raccontò; dopo ciò che detto l'avea, intimamente pregandolo che, se essere potea sanza disturbamento del suo avviso, che essi avanti a tutte l'altre cose dovessero visitare Roma, la quale mai veduta non aveano.
Molto si maravigliò Filocolo di ciò che a Biancifiore udì contare, e vedendo il disio di Biancifiore così acceso d'andare a Roma, mutò disio, e rispose: - Biancifiore, cara sposa, tanto m'è caro quanto a te piace: a tuo volere sia la nostra andata, quando ordinato avrò quello che i fati hanno voluto ch'io incominci -.
A cui Biancifiore disse: - Signor mio, a tua posta sta e l'andare e 'l dimorare; ma se di ciò il mio disio si seguisse, il più tosto che si potesse saremmo in cammino -.
- E sì saremo noi - rispose Filocolo.
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Egli era già al piccolo monte levata tutta la verde chioma, né niuna cosa alta sopra quello si vedea se non le mura del vecchio tempio, quando Filocolo, fatti prendere buoi, con profondo solco disegnò i fondamenti delle future mura, e appresso ordinò i luoghi delle torri e in quali parti le mura aperte per dar luogo agli entranti dovessero rimanere.
E similemente divisò le diritte rughe, e quali luoghi per etterne abitazioni rimanessero.
E fatto questo, chiamò a sé Caleon, a cui egli disse: - Giovane, tu, secondo il tuo parlare, ami crud