GERUSALEMME LIBERATA, di Torquato Tasso - pagina 14
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Rambaldo ultimo fu, che farsi elesse
poi, fé cangiando, di Giesú nemico
(tanto pote Amor dunque?); e questi chiuse
il numero de' diece, e gli altri escluse.
76 D'ira, di gelosia, d'invidia ardenti,
chiaman gli altri Fortuna ingiusta e ria,
a te accusano, Amor, che le consenti,
che ne l'imperio tuo giudice sia.
Ma perché instinto è de l'umane genti
che ciò che piú si vieta uom piú desia,
dispongon molti ad onta di fortuna
seguir la donna come il ciel s'imbruna.
77 Voglion sempre seguirla a l'ombra al sole,
e per lei combattendo espor la vita.
Ella fanne alcun motto, e con parole
tronche e dolci sospir a ciò gli invita,
ed or con questo ed or con quel si duole
che far convienle senza lui partita.
S'erano armati intanto, e da Goffredo
toglieano i diece cavalier congedo.
78 Gli ammonisce quel saggio a parte a parte
come la fé pagana è incerta e leve,
e mal securo pegno; e con qual arte
l'insidie e i casi aversi uom fuggir deve;
ma son le sue parole al vento sparte,
né consiglio d'uom sano Amor riceve.
Lor dà commiato al fine, e la donzella
non aspetta al partir l'alba novella.
79 Parte la vincitrice, e quei rivali
quasi prigioni al suo trionfo inanti
seco n'adduce, e tra infiniti mali
lascia la turba poi de gli altri amanti.
Ma come uscí la notte, e sotto l'ali
menò il silenzio e i levi sogni erranti,
secretamente, com'Amor gl'informa,
molti d'Armida seguitaron l'orma.
80 Segue Eustazio il primiero, e pote a pena
aspettar l'ombre che la notte adduce;
vassene frettoloso ove ne 'l mena
per le tenebre cieche un cieco duce.
Errò la notte tepida e serena;
ma poi ne l'apparir de l'alma luce
gli apparse insieme Armida e 'l suo drapello,
dove un borgo lor fu notturno ostello.
81 Ratto ei vèr lei si move, ed a l'insegna
tosto Rambaldo il riconosce, e grida
che ricerchi fra loro e perché vegna.
"Vengo" risponde "a seguitarne Armida,
ned ella avrà da me, se non la sdegna,
men pronta aita o servitú men fida."
Replica l'altro: "Ed a cotanto onore,
di', chi t'elesse?" Egli soggiunge: "Amore.
82 Me scelse Amor, te la Fortuna: or quale
da piú giusto elettore eletto parti?"
Dice Rambaldo allor: "Nulla ti vale
titolo falso, ed usi inutil arti;
né potrai de la vergine regale
fra i campioni legitimi meschiarti,
illegitimo servo." "E chi" riprende
cruccioso il giovenetto "a me il contende?"
83 "Io te 'l difenderò" colui rispose,
e feglisi a l'incontro in questo dire,
e con voglie egualmente in lui sdegnose
l'altro si mosse e con eguale ardire;
ma qui stese la mano, e si frapose
la tiranna de l'alme in mezzo a l'ire,
ed a l'uno dicea: "Deh! non t'incresca
ch'a te compagno, a me campion s'accresca.
84 S'ami che salva i' sia, perché mi privi
in sí grand'uopo de la nova aita?"
Dice a l'altro: "Opportuno e grato arrivi
difensor di mia fama e di mia vita;
né vuol ragion, né sarà mai ch'io schivi
compagnia nobil tanto e sí gradita."
Cosí parlando, ad or ad or tra via
alcun novo campion le sorvenia.
85 Chi di là giunge e chi di qua, né l'uno
sapea de l'altro, e il mira bieco e torto.
Essa lieta gli accoglie, ed a ciascuno
mostra del suo venir gioia e conforto.
Ma già ne lo schiarir de l'aer bruno
s'era del lor partir Goffredo accorto,
e la mente, indovina de' lor danni,
d'alcun futuro mal par che s'affanni.
86 Mentre a ciò pur ripensa, un messo appare
polveroso, anelante, in vista afflitto,
in atto d'uom ch'altrui novelle amare
porti, e mostri il dolore in fronte scritto.
Disse costui: "Signor, tosto nel mare
la grande armata apparirà d'Egitto;
e l'aviso Guglielmo, il qual comanda
a i liguri navigli, a te ne manda."
87 Soggiunse a questo poi che, da le navi
sendo condotta vettovaglia al campo,
i cavalli e i cameli onusti e gravi
trovato aveano a mezza strada inciampo,
e ch'i lor difensori uccisi o schiavi
restàr pugnando, e nessun fece scampo,
da i ladroni d'Arabia in una valle
assaliti a la fronte ed a le spalle;
88 e che l'insano ardire e la licenza
di que' barbari erranti è omai sí grande
ch'in guisa d'un diluvio intorno senza
alcun contrasto si dilata e spande,
onde convien ch'a porre in lor temenza
alcuna squadra di guerrier si mande,
ch'assecuri la via che da l'arene
del mar di Palestina al campo viene.
89 D'una in un'altra lingua in un momento
ne trapassa la fama e si distende,
e 'l vulgo de' soldati alto spavento
ha de la fame che vicina attende.
Il saggio capitan, che l'ardimento
solito loro in essi or non comprende,
cerca con lieto volto e con parole
come li rassecuri e riconsole:
90 "O per mille perigli e mille affanni
meco passati in quelle parti e in queste,
campion di Dio, ch'a ristorare i danni
de la cristiana sua fede nasceste;
voi, che l'arme di Persia e i greci inganni,
e i monti e i mari e 'l verno e le tempeste,
de la fame i disagi e de la sete
superaste, voi dunque ora temete?
91 Dunque il Signor che v'indirizza e move,
già conosciuto in caso assai piú rio,
non v'assecura, quasi or volga altrove
la man de la clemenza e 'l guardo pio?
Tosto un dí fia che rimembrar vi giove
gli scorsi affanni, e sciòrre i voti a Dio.
Or durate magnanimi, e voi stessi
serbate, prego, a i prosperi successi."
92 Con questi detti le smarrite menti
consola e con sereno e lieto aspetto,
ma preme mille cure egre e dolenti
altamente riposte in mezzo al petto.
Come possa nutrir sí varie genti
pensa fra la penuria e tra 'l difetto,
come a l'armata in mar s'opponga, e come
gli Arabi predatori affreni e dome.
CANTO SESTO
1 Ma d'altra parte l'assediate genti
speme miglior conforta e rassecura,
ch'oltra il cibo raccolto altri alimenti
son lor dentro portati a notte oscura,
ed han munite d'arme e d'instrumenti
di guerra verso l'Aquilon le mura,
che d'altezza accresciute e sode e grosse
non mostran di temer d'urti o di scosse.
2 E 'l re pur sempre queste parti e quelle
lor fa inalzare e rafforzare i fianchi,
o l'aureo sol risplenda od a le stelle
ed a la luna il fosco ciel s'imbianchi;
e in far continuamente arme novelle
sudano i fabri affaticati e stanchi.
In sí fatto apparecchio intolerante
a lui se 'n venne, e ragionolli Argante:
3 "E insino a quando ci terrai prigioni
fra queste mura in vile assedio e lento?
Odo ben io stridere incudi, e suoni
d'elmi e di scudi e di corazze sento,
ma non veggio a quel uso; e quei ladroni
scorrono i campi e i borghi a lor talento,
né v'è di noi chi mai lor passo arresti,
né tromba che dal sonno almen gli desti.
4 A lor né i prandi mai turbati e rotti,
né molestate son le cene liete,
anzi egualmente i dí lunghi e le notti
traggon con securezza e con quiete.
Voi da i disagi e da la fame indotti
a darvi vinti a lungo andar sarete
od a morirne qui, come codardi,
quando d'Egitto pur l'aiuto tardi.
5 Io per me non vuo' già ch'ignobil morte
i giorni miei d'oscuro oblio ricopra,
né vuo' ch'al novo dí fra queste porte
l'alma luce del sol chiuso mi scopra.
Di questo viver mio faccia la sorte
quel che già stabilito è là di sopra;
non farà già che senza oprar la spada
inglorioso e invendicato io cada.
6 Ma quando pur del valor vostro usato
cosí non fosse in voi spento ogni seme,
non di morir pugnando ed onorato,
ma di vita e di palma anco avrei speme.
A incontrare i nemici e 'l nostro fato
andianne pur deliberati insieme,
ché spesso avien che ne' maggior perigli
sono i piú audaci gli ottimi consigli.
7 Ma se nel troppo osar tu non isperi,
né sei d'uscir con ogni squadra ardito,
procura almen che sia per duo guerrieri
questo tuo gran litigio or difinito.
E perch'accetti ancor piú volentieri
il capitan de' Franchi il nostro invito,
l'arme egli scelga e 'l suo vantaggio toglia,
e le condizion formi a sua voglia.
8 Ché se 'l nemico avrà due mani ed una
anima solo, ancor ch'audace e fera,
temer non déi, per isciagura alcuna,
che la ragion da me difesa pèra.
Pote in vece di fato e di fortuna
darti la destra mia vittoria intera,
ed a te se medesma or porge in pegno
che se 'l confidi in lei salvo è il tuo regno."
9 Tacque, e rispose il re: "Giovene ardente,
se ben me vedi in grave età senile,
non sono al ferro queste man sí lente,
né sí quest'alma è neghittosa e vile
ch'anzi morir volesse ignobilmente
che di morte magnanima e gentile,
quando io temenza avessi o dubbio alcuno
de' disagi ch'annunzii e del digiuno.
10 Cessi Dio tanta infamia! Or quel ch'ad arte
nascondo altrui, vuo' ch'a te sia palese.
Soliman di Nicea, che brama in parte
di vendicar le ricevute offese,
de gli Arabi le schiere erranti e sparte
raccolte ha fin dal libico paese,
e i nemici assalendo a l'aria nera
darne soccorso e vettovaglia spera.
11 Tosto fia che qui giunga; or se fra tanto
son le nostre castella oppresse e serve,
non ce ne caglia, pur che 'l regal manto
e la mia nobil reggia io mi conserve.
Tu l'ardimento e questo ardore alquanto
tempra, per Dio, che 'n te soverchio ferve,
ed opportuna la stagione aspetta
a la tua gloria ed a la mia vendetta."
12 Forte sdegnossi il saracino audace,
ch'era di Solimano emulo antico,
sí amaramente ora d'udir gli spiace
che tanto se 'n prometta il rege amico.
"A tuo senno" risponde "e guerra e pace
farai, signor: nulla di ciò piú dico.
S'indugi pure, e Soliman s'attenda;
ei, che perdé il suo regno, il tuo difenda.
13 Vengane a te quasi celeste messo,
liberator del popolo pagano,
ch'io, quanto a me, bastar credo a me stesso,
e sol vuo' libertà da questa mano.
Or nel riposo altrui siami concesso
ch'io ne discenda a guerreggiar nel piano:
privato cavalier, non tuo campione,
verrò co' Franchi a singolar tenzone."
14 Replica il re: "Se ben l'ire e la spada
dovresti riserbare a migliore uso,
che tu sfidi però, se ciò t'aggrada,
alcun guerrier nemico, io non ricuso."
Cosí gli disse, ed ei punto non bada:
"Va," dice ad un araldo "or colà giuso,
ed al duce de' Franchi, udendo l'oste,
fa' queste mie non picciole proposte:
15 ch'un cavalier, che d'appiattarsi in questo
forte cinto di muri a sdegno prende,
brama di far con l'armi or manifesto
quanto la sua possanza oltra si stende;
e ch'a duello di venirne è presto
nel pian ch'è fra le mura e l'alte tende
per prova di valore, e che disfida
qual piú de' Franchi in sua virtú si fida;
16 e che non solo è di pugnare accinto
e con uno e con duo del campo ostile,
ma dopo il terzo, il quarto accetta e 'l quinto,
sia di vulgare stirpe o di gentile:
dia, se vuol, la franchigia, e serva il vinto
al vincitor come di guerra è stile."
Cosí gli impose, ed ei vestissi allotta
la purpurea de l'arme aurata cotta.
17 E poi che giunse a la regal presenza
del principe Goffredo e de' baroni,
chiese: "O signore, a i messaggier licenza
dassi tra voi di liberi sermoni?"
"Dassi," rispose il capitano "e senza
alcun timor la tua proposta esponi."
Riprese quegli: "Or si parrà se grata
o formidabil fia l'alta ambasciata."
18 E seguí poscia, e la disfida espose
con parole magnifiche ed altere.
Fremer s'udiro, e si mostràr sdegnose
al suo parlar quelle feroci schiere;
e senza indugio il pio Buglion rispose:
"Dura impresa intraprende il cavaliere;
e tosto io creder vuo' che glie ne incresca
sí che d'uopo non fia che 'l quinto n'esca.
19 Ma venga in prova pur, che d'ogn'oltraggio
gli offero campo libero e securo;
e seco pugnerà senza vantaggio
alcun de' miei campioni, e cosí giuro."
Tacque, e tornò il re d'arme al suo viaggio
per l'orme ch'al venir calcate furo,
e non ritenne il frettoloso passo
sin che non diè risposta al fier circasso.
20 "Armati," dice "alto signor; che tardi?
la disfida accettata hanno i cristiani,
e d'affrontarsi teco i men gagliardi
mostran desio, non che i guerrier soprani.
E mille i' vidi minacciosi sguardi,
e mille al ferro apparecchiate mani:
loco securo il duce a te concede."
Cosí gli dice; e l'arme esso richiede,
21 e se ne cinge intorno e impaziente
di scenderne s'affretta a la campagna.
Disse a Clorinda il re, ch'era presente:
"Giusto non è ch'ei vada e tu rimagna.
Mille dunque con te di nostra gente
prendi in sua securezza, e l'accompagna;
ma vada inanzi a giusta pugna ei solo,
tu lunge alquanto a lui ritien lo stuolo."
22 Tacque ciò detto; e poi che furo armati,
quei del chiuso n'uscivano a l'aperto,
e giva inanzi Argante e de gli usati
arnesi in su 'l cavallo era coperto.
Loco fu tra le mura e gli steccati
che nulla avea di diseguale e d'erto:
ampio e capace, e parea fatto ad arte
perch'egli fosse altrui campo di Marte.
23 Ivi solo discese, ivi fermosse
in vista de' nemici il fero Argante,
per gran cor, per gran corpo e per gran posse
superbo e minaccievole in sembiante,
qual Encelado in Flegra, o qual mostrosse
ne l'ima valle il filisteo gigante,
ma pur molti di lui tema non hanno,
ch'anco quanto sia forte a pien non sanno.
24 Alcun però, dal pio Goffredo eletto
come il miglior, ancor non è fra molti.
Ben si vedean con desioso affetto
tutti gli occhi in Tancredi esser rivolti,
e dichiarato infra i miglior perfetto
dal favor manifesto era de' volti;
e s'udia non oscuro anco il bisbiglio,
e l'approvava il capitan co 'l ciglio.
25 Già cedea ciascun altro, e non secreto
era il volere omai del pio Buglione:
"Vanne," a lui disse "a te l'uscir non vieto,
e reprimi il furor di quel fellone."
E tutto in volto baldanzoso e lieto
per sí alto giudizio, il fer garzone
a lo scudier chiedea l'elmo e 'l cavallo,
poi seguito da molti uscia del vallo.
26 Ed a quel largo pian fatto vicino,
ov'Argante l'attende, anco non era,
quando in leggiadro aspetto e pellegrino
s'offerse a gli occhi suoi l'alta guerriera.
Bianche via piú che neve in giogo alpino
avea le sopraveste, e la visiera
alta tenea dal volto; e sovra un'erta,
tutta, quanto ella è grande, era scoperta.
27 Già non mira Tancredi ove il circasso
la spaventosa fronte al cielo estolle,
ma move il suo destrier con lento passo,
volgendo gli occhi ov'è colei su 'l colle;
poscia immobil si ferma, e pare un sasso:
gelido tutto fuor, ma dentro bolle.
Sol di mirar s'appaga, e di battaglia
sembiante fa che poco or piú gli caglia.
28 Argante, che non vede alcun ch'in atto
dia segno ancor d'apparecchiarsi in giostra:
"Da desir di contesa io qui fui tratto";
grida "or chi viene inanzi, e meco giostra?"
L'altro, attonito quasi e stupefatto,
pur là s'affissa e nulla udir ben mostra.
Ottone inanzi allor spinse il destriero,
e ne l'arringo vòto entrò primiero.
29 Questi un fu di color cui dianzi accese
di gir contra il pagano alto desio;
pur cedette a Tancredi, e 'n sella ascese
fra gli altri che seguírlo e seco uscio.
Or veggendo sue voglie altrove intese
e starne lui quasi al puguar restio,
prende, giovene audace e impaziente,
l'occasione offerta avidamente;
30 e veloce cosí che tigre o pardo
va men ratto talor per la foresta,
corre a ferire il saracin gagliardo,
che d'altra parte la gran lancia arresta.
Si scote allor Tancredi, e dal suo tardo
pensier, quasi da un sonno, al fin si desta,
e grida ei ben: "La pugna è mia; rimanti."
Ma troppo Ottone è già trascorso inanti.
31 Onde si ferma; e d'ira e di dispetto
avampa dentro, e fuor qual fiamma è rosso,
perch'ad onta si reca ed a difetto
ch'altri si sia primiero in giostra mosso.
Ma intanto a mezzo il corso in su l'elmetto
dal giovin forte è il saracin percosso;
egli a l'incontro a lui co 'l ferro nudo
fende l'usbergo, e pria rompe lo scudo.
32 Cade il cristiano, e ben è il colpo acerbo,
poscia ch'avien che da l'arcion lo svella.
Ma il pagan di piú forza e di piú nerbo
non cade già, né pur si torce in sella;
indi con dispettoso atto superbo
sovra il caduto cavalier favella:
"Renditi vinto, e per tua gloria basti
che dir potrai che contra me pugnasti."
33 "No," gli risponde Otton "fra noi non s'usa
cosí tosto depor l'arme e l'ardire;
altri del mio cader farà la scusa,
io vuo' far la vendetta o qui morire."
In sembianza d'Aletto e di Medusa
freme il circasso, e par che fiamma spire:
"Conosci or" dice "il mio valor a prova,
poi che la cortesia sprezzar ti giova."
34 Spinge il destrier in questo, e tutto oblia
quanto virtú cavaleresca chiede.
Fugge il franco l'incontro e si desvia,
e 'l destro fianco nel passar gli fiede,
ed è sí grave la percossa e ria
che 'l ferro sanguinoso indi ne riede;
ma che pro, se la piaga al vincitore
forza non toglie e giunge ira e furore?
35 Argante il corridor dal corso affrena,
e indietro il volge; e cosí tosto è vòlto,
che se n'accorge il suo nemico a pena,
e d'un grand'urto a l'improviso è colto.
Tremar le gambe, e indebolir la lena,
sbigottir l'alma e impallidir il volto
fègli l'aspra percossa, e frale e stanco
sovra il duro terren battere il fianco.
36 Ne l'ira Argante infellonisce, e strada
sovra il petto del vinto al destrier face;
e: "Cosí" grida "ogni superbo vada,
come costui che sotto i piè mi giace."
Ma l'invitto Tancredi allor non bada,
ché l'atto crudelissimo gli spiace,
e vuol che 'l suo valor con chiara emenda
copra il suo fallo e, come suol, risplenda.
37 Fassi inanzi gridando: "Anima vile,
che ancor ne le vittorie infame sei,
qual titolo di laude alto e gentile
da modi attendi sí scortesi e rei?
Fra i ladroni d'Arabia o fra simíle
barbara turba avezzo esser tu déi.
Fuggi la luce, e va' con l'altre belve
a incrudelir ne' monti e tra le selve."
38 Tacque; e 'l pagano, al sofferir poco uso,
morde le labra e di furor si strugge.
Risponder vuol, ma il suono esce confuso
sí come strido d'animal che rugge;
o come apre le nubi ond'egli è chiuso
impetuoso il fulmine, e se 'n fugge,
cosí pareva a forza ogni suo detto
tonando uscir da l'infiammato petto.
39 Ma poi ch'in ambo il minacciar feroce
a vicenda irritò l'orgoglio e l'ira,
l'un come l'altro rapido e veloce,
spazio al corso prendendo, il destrier gira.
Or qui, Musa, rinforza in me la voce,
e furor pari a quel furor m'inspira,
sí che non sian de l'opre indegni i carmi
ed esprima il mio canto il suon de l'armi.
40 Posero in resta e dirizzaro in alto
i duo guerrier le noderose antenne;
né fu di corso mai, né fu di salto,
né fu mai tal velocità di penne,
né furia eguale a quella ond'a l'assalto
quinci Tancredi e quindi Argante venne.
Rupper l'aste su gli elmi, e volàr mille
tronconi e scheggie e lucide faville.
41 Sol de i colpi il rimbombo intorno mosse
l'immobil terra, e risonàrne i monti;
ma l'impeto e 'l furor de le percosse
nulla piegò de le superbe fronti.
L'uno e l'altro cavallo in guisa urtosse
che non fur poi cadendo a sorger pronti.
Tratte le spade, i gran mastri di guerra
lasciàr le staffe e i piè fermaro in terra.
42 Cautamente ciascuno a i colpi move
la destra, a i guardi l'occhio, a i passi il piede;
si reca in atti vari, in guardie nove:
or gira intorno, or cresce inanzi, or cede,
or qui ferire accenna e poscia altrove,
dove non minacciò ferir si vede,
or di sé discoprire alcuna parte
e tentar di schernir l'arte con l'arte.
43 De la spada Tancredi e de lo scudo
mal guardato al pagan dimostra il fianco;
corre egli per ferirlo, e intanto nudo
di riparo si lascia il lato manco.
Tancredi con un colpo il ferro crudo
del nemico ribatte, e lui fère anco;
né poi, ciò fatto, in ritirarsi tarda,
ma si raccoglie e si restringe in guarda.
44 Il fero Argante, che se stesso mira
del proprio sangue suo macchiato e molle,
con insolito orror freme e sospira,
di cruccio e di dolor turbato e folle;
e portato da l'impeto e da l'ira,
con la voce la spada insieme estolle,
e torna per ferire, ed è di punta
piagato ov'è la spalla al braccio giunta.
45 Qual ne l'alpestri selve orsa, che senta
duro spiedo nel fianco, in rabbia monta,
e contra l'arme se medesma aventa
e i perigli e la morte audace affronta,
tale il circasso indomito diventa:
giunta or piaga a la piaga, ed onta a l'onta,
e la vendetta far tanto desia
che sprezza i rischi e le difese oblia.
46 E congiungendo a temerario ardire
estrema forza e infaticabil lena,
vien che sí impetuoso il ferro gire
che ne trema la terra e 'l ciel balena;
né tempo ha l'altro ond'un sol colpo tire,
onde si copra, onde respiri a pena,
né schermo v'è ch'assecurar il possa
da la fretta d'Argante e da la possa.
47 Tancredi, in sé raccolto, attende in vano
che de' gran colpi la tempesta passi.
Or v'oppon le difese, ed or lontano
se 'n va co' giri e co' veloci passi;
ma poi che non s'allenta il fer pagano,
è forza al fin che trasportar si lassi,
e cruccioso egli ancor con quanta pote
violenza maggior la spada rote.
48 Vinta da l'ira è la ragione e l'arte,
e le forze il furor ministra e cresce.
Sempre che scende, il ferro o fòra o parte
o piastra o maglia, e colpo in van non esce.
Sparsa è d'arme la terra, e l'arme sparte
di sangue, e 'l sangue co 'l sudor si mesce.
Lampo nel fiammeggiar, nel romor tuono,
fulmini nel ferir le spade sono.
49 Questo popolo e quello incerto pende
da sí nuovo spettacolo ed atroce,
e fra tema e speranza il fin n'attende,
mirando or ciò che giova, or ciò che noce;
e non si vede pur, né pur s'intende
picciol cenno fra tanti o bassa voce,
ma se ne sta ciascun tacito e immoto,
se non se in quanto ha il cor tremante in moto.
50 Già lassi erano entrambi, e giunti forse
sarian pugnando ad immaturo fine,
ma sí oscura la notte intanto sorse
che nascondea le cose anco vicine.
Quinci un araldo e quindi un altro accorse
per dipartirli, e li partiro al fine.
L'uno è il franco Arideo, Pindoro è l'altro,
che portò la disfida, uom saggio e scaltro.
51 I pacifici scettri osàr costoro
fra le spade interpor de' combattenti,
con quella securtà che porgea loro
l'antichissima legge de le genti.
"Sète, o guerrieri," incominciò Pindoro
"con pari onor, di pari ambo possenti;
dunque cessi la pugna, e non sian rotte
le ragioni e 'l riposo de la notte.
52 Tempo è da travagliar mentre il sol dura,
ma ne la notte ogni animale ha pace,
e generoso cor non molto cura
notturno pregio che s'asconde e tace."
Risponde Argante: "A me per ombra oscura
la mia battaglia abbandonar non piace,
ben avrei caro il testimon del giorno!
Ma che giuri costui di far ritorno!"
53 Soggiunse l'altro allora: "E tu prometti
di tornar rimenando il tuo prigione,
perch'altrimenti non fia mai ch'aspetti
per la nostra contesa altra stagione."
Cosí giuraro; e poi gli araldi, eletti
a prescriver il tempo a la tenzone,
per dare spazio a le lor piaghe onesto,
stabiliro il mattin del giorno sesto.
54 Lasciò la pugna orribile nel core
de' saracini e de' fedeli impressa
un'alta meraviglia ed un orrore
che per lunga stagione in lor non cessa.
Sol de l'ardir si parla e del valore
che l'un guerriero e l'altro ha mostro in essa,
ma qual si debbia di lor due preporre,
vario e discorde il vulgo in sé discorre;
55 e sta sospeso in aspettando quale
avrà la fera lite avenimento,
e se 'l furore a la virtú prevale
o se cede l'audacia a l'ardimento.
Ma piú di ciascun altro a cui ne cale,
la bella Erminia n'ha cura e tormento,
che da i giudizi de l'incerto Marte
vede pender di sé la miglior parte.
56 Costei, che figlia fu del re Cassano
che d'Antiochia già l'imperio tenne,
preso il suo regno, al vincitor cristiano
fra l'altre prede anch'ella in poter venne.
Ma fulle in guisa allor Tancredi umano
che nulla ingiuria in sua balia sostenne;
ed onorata fu, ne la ruina
de l'alta patria sua, come reina.
57 L'onorò, la serví, di libertate
dono le fece il cavaliero egregio,
e le furo da lui tutte lasciate
le gemme e gli ori e ciò ch'avea di pregio.
Ella vedendo in giovanetta etate
e in leggiadri sembianti animo regio,
restò presa d'Amor, che mai non strinse
laccio di quel piú fermo onde lei cinse.
58 Cosí se 'l corpo libertà riebbe,
fu l'alma sempre in servitute astretta.
Ben molto a lei d'abbandonar increbbe
il signor caro e la prigion diletta;
ma l'onestà regal, che mai non debbe
da magnanima donna esser negletta,
la costrinse a partirsi, e con l'antica
madre a ricoverarsi in terra amica.
59 Venne a Gierusalemme, e quivi accolta
fu dal tiranno del paese ebreo;
ma tosto pianse in nere spoglie avolta
de la sua genitrice il fato reo.
Pur né 'l duol che le sia per morte tolta,
né l'essiglio infelice, unqua poteo
l'amoroso desio sveller dal core,
né favilla ammorzar di tanto ardore.
60 Ama ed arde la misera, e sí poco
in tale stato che sperar le avanza
che nudrisce nel sen l'occulto foco
di memoria via piú che di speranza;
e quanto è chiuso in piú secreto loco,
tanto ha l'incendio suo maggior possanza.
Tancredi al fine a risvegliar sua spene
sovra Gierusalemme ad oste viene.
61 Sbigottír gli altri a l'apparir di tante
nazioni, e sí indomite e sí fere;
fe' sereno ella il torbido sembiante
e lieta vagheggiò le squadre altere,
e con avidi sguardi il caro amante
cercando gio fra quelle armate schiere.
Cercollo in van sovente ed anco spesso:
"Eccolo" disse, e 'l riconobbe espresso.
62 Nel palagio regal sublime sorge
antica torre assai presso a le mura,
da la cui sommità tutta si scorge
l'oste cristiana, e 'l monte e la pianura.
Quivi, da che il suo lume il sol ne porge
in sin che poi la notte il mondo oscura,
s'asside, e gli occhi verso il campo gira
e co' pensieri suoi parla e sospira.
63 Quinci vide la pugna, e 'l cor nel petto
sentí tremarsi in quel punto sí forte
che parea che dicesse: "Il tuo diletto
è quegli là ch'in rischio è de la morte."
Cosí d'angoscia piena e di sospetto
mirò i successi de la dubbia sorte,
e sempre che la spada il pagan mosse,
sentí ne l'alma il ferro e le percosse.
64 Ma poi ch'il vero intese, e intese ancora
che dée l'aspra tenzon rinovellarsi,
insolito timor cosí l'accora
che sente il sangue suo di ghiaccio farsi.
Talor secrete lagrime e talora
sono occulti da lei gemiti sparsi:
pallida, essangue e sbigottita in atto,
lo spavento e 'l dolor v'avea ritratto.
65 Con orribile imago il suo pensiero
ad or ad or la turba e la sgomenta,
e via piú che la morte il sonno è fero,
sí strane larve il sogno le appresenta.
Parle veder l'amato cavaliero
lacero e sanguinoso, e par che senta
ch'egli aita le chieda; e desta intanto,
si trova gli occhi e 'l sen molle di pianto.
66 Né sol la tema di futuro danno
con sollecito moto il cor le scote,
ma de le piaghe ch'egli avea l'affanno
è cagion che quetar l'alma non pote;
e i fallaci romor, ch'intorno vanno,
crescon le cose incognite e remote,
sí ch'ella avisa che vicino a morte
giaccia oppresso languendo il guerrier forte.
67 E però ch'ella da la madre apprese
qual piú secreta sia virtú de l'erbe,
e con quai carmi ne le membra offese
sani ogni piaga e 'l duol si disacerbe
(arte che per usanza in quel paese
ne le figlie de i re par che si serbe),
vorria di sua man propria a le ferute
del suo caro signor recar salute.
68 Ella l'amato medicar dasia,
e curar il nemico a lei conviene;
pensa talor d'erba nocente e ria
succo sparger in lui che l'avelene,
ma schiva poi la man vergine e pia
trattar l'arti maligne, e se n'astiene.
Brama ella almen ch'in uso tal sia vòta
di sua virtude ogn'erba ed ogni nota.
69 Né già d'andar fra la nemica gente
temenza avria, ché peregrina era ita,
e viste guerre e stragi avea sovente,
e scorsa dubbia e faticosa vita,
sí che per l'uso la feminea mente
sovra la sua natura è fatta ardita,
e di leggier non si conturba e pave
ad ogni imagin di terror men grave.
70 Ma piú ch'altra cagion, dal molle seno
sgombra Amor temerario ogni paura,
e crederia fra l'ugne e fra 'l veneno
de l'africane belve andar secura;
pur se non de la vita, avere almeno
de la sua fama dée temenza e cura,
e fan dubbia contesa entro al suo core
duo potenti nemici, Onore e Amore.
71 L'un cosí le ragiona: "O verginella,
che le mie leggi insino ad or serbasti,
io mentre ch'eri de' nemici ancella
ti conservai la mente e i membri casti;
e tu libera or vuoi perder la bella
verginità ch'in prigionia guardasti?
Ahi! nel tenero cor questi pensieri
chi svegliar può? che pensi, oimè? che speri?
72 Dunque il titolo tu d'esser pudica
sí poco stimi, e d'onestate il pregio,
che te n'andrai fra nazion nemica,
notturna amante, a ricercar dispregio?
Onde il superbo vincitor ti dica:
`Perdesti il regno, e in un l'animo regio;
non sei di me tu degna', e ti conceda
vulgare a gli altri e mal gradita preda."
73 Da l'altra parte, il consiglier fallace
con tai lusinghe al suo piacer l'alletta:
"Nata non sei tu già d'orsa vorace,
né d'aspro e freddo scoglio, o giovanetta,
ch'abbia a sprezzar d'Amor l'arco e la face
ed a fuggir ognor quel che diletta,
né petto hai tu di ferro o di diamante
che vergogna ti sia l'esser amante.
74 Deh! vanne omai dove il desio t'invoglia.
Ma qual ti fingi vincitor crudele?
Non sai com'egli al tuo doler si doglia,
come compianga al pianto, a le querele?
Crudel sei tu, che con sí pigra voglia
movi a portar salute al tuo fedele.
Langue, o fera ed ingrata, il pio Tancredi,
e tu de l'altrui vita a cura siedi!
75 Sana tu pur Argante, acciò che poi
il tuo liberator sia spinto a morte:
cosí disciolti avrai gli obblighi tuoi,
e sí bel premio fia ch'ei ne riporte.
È possibil però che non t'annoi
quest'empio ministero or cosí forte
che la noia non basti e l'orror solo
a far che tu di qua te 'n fugga a volo?
76 Deh! ben fòra, a l'incontra, ufficio umano,
e ben n'avresti tu gioia e diletto,
se la pietosa tua medica mano
avicinassi al valoroso petto;
ché per te fatto il tuo signor poi sano
colorirebbe il suo smarrito aspetto,
e le bellezze sue, che spente or sono,
vagheggiaresti in lui quasi tuo dono.
77 Parte ancor poi ne le sue lodi avresti,
e ne l'opre ch'ei fèsse alte e famose,
ond'egli te d'abbracciamenti onesti
faria lieta, e di nozze aventurose.
Poi mostra a dito ed onorata andresti
fra le madri latine e fra le spose
là ne la bella Italia, ov'è la sede
del valor vero e de la vera fede."
78 Da tai speranze lusingata (ahi stolta!)
somma felicitate a sé figura;
ma pur si trova in mille dubbi avolta
come partir si possa indi secura,
perché vegghian le guardie e sempre in volta
van di fuori al palagio e su le mura,
né porta alcuna, in tal rischio di guerra,
senza grave cagion mai si disserra.
79 Soleva Erminia in compagnia sovente
de la guerriera far lunga dimora.
Seco la vide il sol da l'occidente,
seco la vide la novella aurora;
e quando son del dí le luci spente,
un sol letto le accolse ambe talora:
e null'altro pensier che l'amoroso
l'una vergine a l'altra avrebbe ascoso.
80 Questo sol tiene Erminia a lei secreto
e s'udita da lei talor si lagna,
reca ad altra cagion del cor non lieto
gli affetti, e par che di sua sorte piagna.
Or in tanta amistà senza divieto
venir sempre ne pote a la campagna,
né stanza al giunger suo giamai si serra,
siavi Clorinda, o sia in consiglio o 'n guerra.
81 Vennevi un giorno ch'ella in altra parte
si ritrovava, e si fermò pensosa,
pur tra sé rivolgendo i modi e l'arte
de la bramata sua partenza ascosa.
Mentre in vari pensier divide e parte
l'incerto animo suo che non ha posa,
sospese di Clorinda in alto mira
l'arme e le sopraveste: allor sospira.
82 E tra sé dice sospirando: "O quanto
beata è la fortissima donzella!
quant'io la invidio! e non l'invidio il vanto
o 'l feminil onor de l'esser bella.
A lei non tarda i passi il lungo manto,
né 'l suo valor rinchiude invida cella,
ma veste l'armi, e se d'uscirne agogna,
vassene e non la tien tema o vergogna.
83 Ah perché forti a me natura e 'l cielo
altrettanto non fèr le membra e 'l petto,
onde potessi anch'io la gonna e 'l velo
cangiar ne la corazza e ne l'elmetto?
Ché sí non riterrebbe arsura o gelo,
non turbo o pioggia il mio infiammato affetto,
ch'al sol non fossi ed al notturno lampo,
accompagnata o sola, armata in campo.
84 Già non avresti, o dispietato Argante,
co 'l mio signor pugnato tu primiero,
ch'io sarei corsa ad incontrarlo inante;
e forse or fòra qui mio prigionero
e sosterria da la nemica amante
giogo di servitú dolce e leggiero,
e già per li suoi nodi i' sentirei
fatti soavi e alleggeriti i miei.
85 O vero a me da la sua destra il fianco
sendo percosso, e riaperto il core,
pur risanata in cotal guisa almanco
colpo di ferro avria piaga d'Amore;
ed or la mente in pace e 'l corpo stanco
riposariansi, e forse il vincitore
degnato avrebbe il mio cenere e l'ossa
d'alcun onor di lagrime e di fossa.
86 Ma lassa! i' bramo non possibil cosa,
e tra folli pensier in van m'avolgo;
io mi starò qui timida e dogliosa
com'una pur del vil femineo volgo.
Ah! non starò: cor mio, confida ed osa.
Perch'una volta anch'io l'arme non tolgo?
perché per breve spazio non potrolle
sostener, benché sia debile e molle?
87 Sí potrò, sí, ché mi farà possente
a tolerarne il peso Amor tiranno,
da cui spronati ancor s'arman sovente
d'ardire i cervi imbelli e guerra fanno.
Io guerreggiar non già, vuo' solamente
far con quest'armi un ingegnoso inganno:
finger mi vuo' Clorinda; e ricoperta
sotto l'imagin sua, d'uscir son certa.
88 Non ardirieno a lei far i custodi
de l'alte porte resistenza alcuna.
Io pur ripenso, e non veggio altri modi:
aperta è, credo, questa via sol una.
Or favorisca l'innocenti frodi
Amor che le m'inspira e la Fortuna.
E ben al mio partir commoda è l'ora,
mentre co 'l re Clorinda anco dimora."
89 Cosí risolve; e stimolata e punta
da le furie d'Amor, piú non aspetta,
ma da quella a la sua stanza congiunta
l'arme involate di portar s'affretta.
E far lo può, ché quando ivi fu giunta,
diè loco ogn'altro, e si restò soletta;
e la notte i suoi furti ancor copria,
ch'a i ladri amica ed a gli amanti uscia.
90 Essa veggendo il ciel d'alcuna stella
già sparso intorno divenir piú nero,
senza fraporvi alcuno indugio appella
secretamente un suo fedel scudiero
ed una sua leal diletta ancella,
e parte scopre lor del suo pensiero.
Scopre il disegno de la fuga, e finge
ch'altra cagion a dipartir l'astringe.
91 Lo scudiero fedel súbito appresta
ciò ch'al lor uopo necessario crede.
Erminia intanto la pomposa vesta
si spoglia, che le scende insino al piede,
e in ischietto vestir leggiadra resta
e snella sí ch'ogni credenza eccede;
né, trattane colei ch'a la partita
scelta s'avea, compagna altra l'aita.
92 Co 'l durissimo acciar preme ed offende
il delicato collo e l'aurea chioma,
e la tenera man lo scudo prende,
pur troppo grave e insopportabil soma.
Cosí tutta di ferro intorno splende,
e in atto militar se stessa doma.
Gode Amor ch'è presente, e tra sé ride,
come allor già ch'avolse in gonna Alcide.
93 Oh! con quanta fatica ella sostiene
l'inegual peso e move lenti i passi,
ed a la fida compagnia s'attiene
che per appoggio andar dinanzi fassi.
Ma rinforzan gli spirti Amore e spene
e ministran vigore a i membri lassi,
sí che giungono al loco ove le aspetta
lo scudiero, e in arcion sagliono in fretta.
94 Travestiti ne vanno, e la piú ascosa
e piú riposta via prendono ad arte,
pur s'avengono in molti e l'aria ombrosa
veggon lucer di ferro in ogni parte;
ma impedir lor viaggio alcun non osa,
e cedendo il sentier ne va in disparte,
ché quel candido ammanto e la temuta
insegna anco ne l'ombra è conosciuta.
95 Erminia, benché quinci alquanto sceme
del dubbio suo, non va però secura,
ché d'essere scoperta a la fin teme
e del suo troppo ardir sente or paura;
ma pur, giunta a la porta, il timor preme
ed inganna colui che n'ha la cura.
"Io son Clorinda," disse "apri la porta,
ché 'l re m'invia dove l'andare importa."
96 La voce feminil sembiante a quella
de la guerriera agevola l'inganno
(chi crederia veder armata in sella
una de l'altre ch'arme oprar non sanno?),
sí che 'l portier tosto ubidisce, ed ella
n'esce veloce e i duo che seco vanno;
e per lor securezza entro le valli
calando prendon lunghi obliqui calli.
97 Ma poi ch'Erminia in solitaria ed ima
parte si vede, alquanto il corso allenta,
ch'i primi rischi aver passati estima,
né d'esser ritenuta omai paventa.
Or pensa a quello a che pensato in prima
non bene aveva; ed or le s'appresenta
difficil piú ch'a lei non fu mostrata
dal frettoloso suo desir, l'entrata.
98 Vede or che sotto il militar sembiante
ir tra feri nemici è gran follia;
né d'altra parte palesarsi, inante
ch'al suo signor giungesse, altrui vorria.
A lui secreta ed improvisa amante
con secura onestà giunger desia;
onde si ferma, e da miglior pensiero
fatta piú cauta parla al suo scudiero:
99 "Essere, o mio fedele, a te conviene
mio precursor, ma sii pronto e sagace.
Vattene al campo, e fa' ch'alcun ti mene
e t'introduca ove Tancredi giace,
a cui dirai che donna a lui ne viene
che gli apporta salute e chiede pace:
pace, poscia ch'Amor guerra mi move,
ond'ei salute, io refrigerio trove;
100 e ch'essa ha in lui sí certa e viva fede
ch'in suo poter non teme onta né scorno.
Di' sol questo a lui solo; e s'altro ei chiede,
di' non saperlo e affretta il tuo ritorno.
Io (ché questa mi par secura sede)
in questo mezzo qui farò soggiorno."
Cosí disse la donna, e quel leale
gía veloce cosí come avesse ale.
101 E 'n guisa oprar sapea, ch'amicamente
entro a i chiusi ripari era raccolto,
e poi condotto al cavalier giacente,
che l'ambasciata udia con lieto volto;
e già lasciando ei lui, che ne la mente
mille dubbi pensier avea rivolto,
ne riportava a lei dolce risposta:
ch'entrar potrà, quando piú lice, ascosta.
102 Ma ella intanto impaziente, a cui
troppo ogni indugio par noioso e greve,
numera fra se stessa i passi altrui
e pensa: "or giunge, or entra, or tornar deve."
E già le sembra, e se ne duol, colui
men del solito assai spedito e leve.
Spingesi al fine inanti, e 'n parte ascende
onde comincia a discoprir le tende.
103 Era la notte, e 'l suo stellato velo
chiaro spiegava e senza nube alcuna
e già spargea rai luminosi e gelo
di vive perle la sorgente luna.
L'innamorata donna iva co 'l cielo
le sue fiamme sfogando ad una ad una,
e secretari del suo amore antico
fea i muti campi e quel silenzio amico.
104 Poi rimirando il campo ella dicea:
"O belle a gli occhi miei tende latine!
Aura spira da voi che mi ricrea
e mi conforta pur che m'avicine;
cosí a mia vita combattuta e rea
qualche onesto riposo il Ciel destine,
come in voi solo il cerco, e solo parmi
che trovar pace io possa in mezzo a l'armi.
105 Raccogliete me dunque, e in voi si trove
quella pietà che mi promise Amore
e ch'io già vidi, prigioniera altrove,
nel mansueto mio dolce signore.
Né già desio di racquistar mi move
co 'l favor vostro il mio regale onore;
quando ciò non avenga, assai felice
io mi terrò se 'n voi servir mi lice."
106 Cosí parla costei, che non prevede
qual dolente fortuna a lei s'appreste.
Ella era in parte ove per dritto fiede
l'armi sue terse il bel raggio celeste,
sí che da lunge il lampo lor si vede
co 'l bel candor che le circonda e veste,
e la gran tigre ne l'argento impressa
fiammeggia sí ch'ognun direbbe: "È dessa."
107 Come volle sua sorte, assai vicini
molti guerrier disposti avean gli aguati;
e n'eran duci duo fratei latini,
Alcandro e Poliferno, e fur mandati
per impedir che dentro a i saracini
greggie non siano e non sian buoi menati;
e se 'l servo passò, fu perché torse
piú lunge il passo e rapido trascorse.
108 Al giovin Poliferno, a cui fu il padre
su gli occhi suoi già da Clorinda ucciso,
viste le spoglie candide e leggiadre,
fu di veder l'alta guerriera aviso,
e contra le irritò l'occulte squadre;
né frenando del cor moto improviso
(com'era in suo furor súbito e folle)
gridò: "Sei morta", e l'asta in van lanciolle.
109 Sí come cerva ch'assetata il passo
mova a cercar d'acque lucenti e vive,
ove un bel fonte distillar da un sasso
o vide un fiume tra frondose rive,
s'incontra i cani allor che 'l corpo lasso
ristorar crede a l'onde, a l'ombre estive,
volge indietro fuggendo, e la paura
la stanchezza obliar face e l'arsura;
110 cosí costei, che de l'amor la sete,
onde l'infermo core è sempre ardente,
spegner ne l'accoglienze oneste e liete
credeva, e riposar la stanca mente,
or che contra gli vien chi glie 'l diviete,
e 'l suon del ferro e le minaccie sente,
se stessa e 'l suo desir primo abbandona
e 'l veloce destrier timida sprona.
111 Fugge Erminia infelice, e 'l suo destriero
con prontissimo piede il suol calpesta.
Fugge ancor l'altra donna, e lor quel fero
con molti armati di seguir non resta.
Ecco che da le tende il buon scudiero
con la tarda novella arriva in questa,
e l'altrui fuga ancor dubbio accompagna,
e gli sparge il timor per la campagna.
112 Ma il piú saggio fratello, il quale anch'esso
la non vera Clorinda avea veduto,
non la volle seguir, ch'era men presso,
ma ne l'insidie sue s'è ritenuto;
e mandò con l'aviso al campo un messo
che non armento od animal lanuto,
né preda altra simíl, ma ch'è seguita
dal suo german Clorinda impaurita;
113 e ch'ei non crede già, né 'l vuol ragione,
ch'ella, ch'è duce e non è sol guerriera,
elegga a l'uscir suo tale stagione
per opportunità che sia leggiera;
ma giudichi e comandi il pio Buglione,
egli farà ciò che da lui s'impera.
Giunge al campo tal nova, e se ne intende
il primo suon ne le latine tende.
114 Tancredi, cui dinanzi il cor sospese
quell'aviso primiero, udendo or questo,
pensa: "Deh! forse a me venia cortese,
e 'n periglio è per me", né pensa al resto.
E parte prende sol del grave arnese,
monta a cavallo e tacito esce e presto;
e seguendo gli indizi e l'orme nove
rapidamente a tutto corso il move.
CANTO SETTIMO
1 Intanto Erminia infra l'ombrose piante
d'antica selva dal cavallo è scòrta,
né piú governa il fren la man tremante,
e mezza quasi par tra viva e morta.
Per tante strade si raggira e tante
il corridor ch'in sua balia la porta,
ch'al fin da gli occhi altrui pur si dilegua,
ed è soverchio omai ch'altri la segua.
2 Qual dopo lunga e faticosa caccia
tornansi mesti ed anelanti i cani
che la fèra perduta abbian di traccia,
nascosa in selva da gli aperti piani,
tal pieni d'ira e di vergogna in faccia
riedono stanchi i cavalier cristiani.
Ella pur fugge, e timida e smarrita
non si volge a mirar s'anco è seguita.
3 Fuggí tutta la notte, e tutto il giorno
errò senza consiglio e senza guida,
non udendo o vedendo altro d'intorno,
che le lagrime sue, che le sue strida.
Ma ne l'ora che 'l sol dal carro adorno
scioglie i corsieri e in grembo al mar s'annida,
giunse del bel Giordano a le chiare acque
e scese in riva al fiume, e qui si giacque.
4 Cibo non prende già, ché de' suoi mali
solo si pasce e sol di pianto ha sete;
ma 'l sonno, che de' miseri mortali
è co 'l suo dolce oblio posa e quiete,
sopí co' sensi i suoi dolori, e l'ali
dispiegò sovra lei placide e chete;
né però cessa Amor con varie forme
la sua pace turbar mentre ella dorme.
5 Non si destò fin che garrir gli augelli
non sentí lieti e salutar gli albori,
e mormorar il fiume e gli arboscelli,
e con l'onda scherzar l'aura e co i fiori.
Apre i languidi lumi e guarda quelli
alberghi solitari de' pastori,
e parle voce udir tra l'acqua e i rami
ch'a i sospiri ed al pianto la richiami.
6 Ma son, mentr'ella piange, i suoi lamenti
rotti da un chiaro suon ch'a lei ne viene,
che sembra ed è di pastorali accenti
misto e di boscareccie inculte avene.
Risorge, e là s'indrizza a passi lenti,
e vede un uom canuto a l'ombre amene
tesser fiscelle a la sua greggia a canto
ed ascoltar di tre fanciulli il canto.
7 Vedendo quivi comparir repente
l'insolite arme, sbigottír costoro;
ma li saluta Erminia e dolcemente
gli affida, e gli occhi scopre e i bei crin d'oro:
"Seguite," dice "aventurosa gente
al Ciel diletta, il bel vostro lavoro,
ché non portano già guerra quest'armi
a l'opre vostre, a i vostri dolci carmi."
8 Soggiunse poscia: "O padre, or che d'intorno
d'alto incendio di guerra arde il paese,
come qui state in placido soggiorno
senza temer le militari offese?"
"Figlio," ei rispose "d'ogni oltraggio e scorno
la mia famiglia e la mia greggia illese
sempre qui fur, né strepito di Marte
ancor turbò questa remota parte.
9 O sia grazia del Ciel che l'umiltade
d'innocente pastor salvi e sublime,
o che, sí come il folgore non cade
in basso pian ma su l'eccelse cime,
cosí il furor di peregrine spade
sol de' gran re l'altere teste opprime,
né gli avidi soldati a preda alletta
la nostra povertà vile e negletta.
10 Altrui vile e negletta, a me sí cara
che non bramo tesor né regal verga,
né cura o voglia ambiziosa o avara
mai nel tranquillo del mio petto alberga.
Spengo la sete mia ne l'acqua chiara,
che non tem'io che di venen s'asperga,
e questa greggia e l'orticel dispensa
cibi non compri a la mia parca mensa.
11 Ché poco è il desiderio, e poco è il nostro
bisogno onde la vita si conservi.
Son figli miei questi ch'addito e mostro,
custodi de la mandra, e non ho servi.
Cosí me 'n vivo in solitario chiostro,
saltar veggendo i capri snelli e i cervi,
ed i pesci guizzar di questo fiume
e spiegar gli augelletti al ciel le piume.
12 Tempo già fu, quando piú l'uom vaneggia
ne l'età prima, ch'ebbi altro desio
e disdegnai di pasturar la greggia;
e fuggii dal paese a me natio,
e vissi in Menfi un tempo, e ne la reggia
fra i ministri del re fui posto anch'io,
e benché fossi guardian de gli orti
vidi e conobbi pur l'inique corti.
13 Pur lusingato da speranza ardita
soffrii lunga stagion ciò che piú spiace;
ma poi ch'insieme con l'età fiorita
mancò la speme e la baldanza audace,
piansi i riposi di quest'umil vita
e sospirai la mia perduta pace,
e dissi; `O corte, a Dio.' Cosí, a gli amici
boschi tornando, ho tratto i dí felici."
14 Mentre ei cosí ragiona, Erminia pende
da la soave bocca intenta e cheta;
e quel saggio parlar, ch'al cor le scende,
de' sensi in parte le procelle acqueta.
Dopo molto pensar, consiglio prende
in quella solitudine secreta
insino a tanto almen farne soggiorno
ch'agevoli fortuna il suo ritorno.
15 Onde al buon vecchio dice: "O fortunato,
ch'un tempo conoscesti il male a prova,
se non t'invidii il Ciel sí dolce stato,
de le miserie mie pietà ti mova;
e me teco raccogli in cosí grato
albergo ch'abitar teco mi giova.
Forse fia che 'l mio core infra quest'ombre
del suo peso mortal parte disgombre.
16 Ché se di gemme e d'or, che 'l vulgo adora
sí come idoli suoi, tu fossi vago,
potresti ben, tante n'ho meco ancora,
renderne il tuo desio contento e pago."
Quinci, versando da' begli occhi fora
umor di doglia cristallino e vago,
parte narrò di sue fortune, e intanto
il pietoso pastor pianse al suo pianto.
17 Poi dolce la consola e sí l'accoglie
come tutt'arda di paterno zelo,
e la conduce ov'è l'antica moglie
che di conforme cor gli ha data il Cielo.
La fanciulla regal di rozze spoglie
s'ammanta, e cinge al crin ruvido velo;
ma nel moto de gli occhi e de le membra
non già di boschi abitatrice sembra.
18 Non copre abito vil la nobil luce
e quanto è in lei d'altero e di gentile,
e fuor la maestà regia traluce
per gli atti ancor de l'essercizio umile.
Guida la greggia a i paschi e la riduce
con la povera verga al chiuso ovile,
e da l'irsute mamme il latte preme
e 'n giro accolto poi lo strige insieme.
19 Sovente, allor che su gli estivi ardori
giacean le pecorelle a l'ombra assise,
ne la scorza de' faggi e de gli allori
segnò l'amato nome in mille guise,
e de' suoi strani ed infelici amori
gli aspri successi in mille piante incise,
e in rileggendo poi le proprie note
rigò di belle lagrime le gote.
20 Indi dicea piangendo: "In voi serbate
questa dolente istoria, amiche piante;
perché se fia ch'a le vostr'ombre grate
giamai soggiorni alcun fedele amante,
senta svegliarsi al cor dolce pietate
de le sventure mie sí varie e tante,
e dica: `Ah troppo ingiusta empia mercede
diè Fortuna ed Amore a sí gran fede!'
21 Forse averrà, se 'l Ciel benigno ascolta
affettuoso alcun prego mortale,
che venga in queste selve anco tal volta
quegli a cui di me forse or nulla cale;
e rivolgendo gli occhi ove sepolta
giacerà questa spoglia inferma e frale,
tardo premio conceda a i miei martíri
di poche lagrimette e di sospiri;
22 onde se in vita il cor misero fue,
sia lo spirito in morte almen felice,
e 'l cener freddo de le fiamme sue
goda quel ch'or godere a me non lice."
Cosí ragiona a i sordi tronchi, e due
fonti di pianto da' begli occhi elice.
Tancredi intanto, ove fortuna il tira
lunge da lei, per lei seguir, s'aggira.
23 Egli, seguendo le vestigia impresse
rivolse il corso a la selva vicina;
ma quivi da le piante orride e spesse
nera e folta cosí l'ombra dechina
che piú non può raffigurar tra esse
l'orme novelle, e 'n dubbio oltre camina,
porgendo intorno pur l'orecchie intente
se calpestio, se romor d'armi sente.
24 E se pur la notturna aura percote
tenera fronde mai d'olmo o di faggio,
o se fèra od augello un ramo scote,
tosto a quel picciol suon drizza il viaggio.
Esce al fin de la selva, e per ignote
strade il conduce de la luna il raggio
verso un romor che di lontano udiva,
insin che giunse al loco ond'egli usciva.
25 Giunse dove sorgean da vivo sasso
in molta copia chiare e lucide onde,
e fattosene un rio volgeva a basso
lo strepitoso piè tra verdi sponde.
Quivi egli ferma addolorato il passo
e chiama, e sola a i gridi Ecco risponde;
e vede intanto con serene ciglia
sorger l'aurora candida e vermiglia.
26 Geme cruccioso, e 'ncontra il Ciel si sdegna
che sperata gli neghi alta ventura;
ma de la donna sua, quand'ella vegna
offesa pur, far la vendetta giura.
Di rivolgersi al campo al fin disegna,
benché la via trovar non s'assecura,
ché gli sovien che presso è il dí prescritto
che pugnar dée co 'l cavalier d'Egitto.
27 Partesi, e mentre va per dubbio calle
ode un corso appressar ch'ognor s'avanza,
ed al fine spuntar d'angusta valle
vede uom che di corriero avea sembianza.
Scotea mobile sferza, e da le spalle
pendea il corno su 'l fianco a nostra usanza.
Chiede Tancredi a lui per quale strada
al campo de' cristiani indi si vada.
28 Quegli italico parla: "Or là m'invio
dove m'ha Boemondo in fretta spinto."
Segue Tancredi lui che del gran zio
messaggio stima, e crede al parlar finto.
Giungono al fin là dove un sozzo e rio
lago impaluda, ed un castel n'è cinto,
ne la stagion che 'l sol par che s'immerga
ne l'ampio nido ove la notte alberga.
29 Suona il corriero in arrivando il corno,
e tosto giú calar si vede un ponte:
"Quando latin sia tu, qui far soggiorno
potrai" gli dice "in fin che 'l sol rimonte,
ché questo loco, e non è il terzo giorno,
tolse a i pagani di Cosenza il conte."
Mira il loco il guerrier, che d'ogni parte
inespugnabil fanno il sito e l'arte.
30 Dubita alquanto poi ch'entro sí forte
magione alcuno inganno occulto giaccia;
ma come avezzo a i rischi de la morte,
motto non fanne, e no 'l dimostra in faccia,
ch'ovunque il guidi elezione o sorte,
vuol che securo la sua destra il faccia.
Pur l'obligo ch'egli ha d'altra battaglia
fa che di nova impresa or non gli caglia;
31 sí ch'incontra al castello, ove in un prato
il curvo ponte si distende e posa,
ritiene alquanto il passo, ed invitato
non segue la sua scorta insidiosa.
Su 'l ponte intanto un cavaliero armato
con sembianza apparia fera e sdegnosa,
ch'avendo ne la destra il ferro ignudo
in suon parlava minaccioso e crudo:
32 "O tu, che (siasi tua fortuna o voglia)
al paese fatal d'Armida arrive,
pensi indarno al fuggir; or l'arme spoglia,
e porgi a i lacci suoi le man cattive,
ed entra pur ne la guardata soglia
con queste leggi ch'ella altrui prescrive,
né piú sperar di riveder il cielo
per volger d'anni o per cangiar di pelo,
33 se non giuri d'andar con gli altri sui
contra ciascun che da Giesú s'appella."
S'affisa a quel parlar Tancredi in lui
e riconosce l'arme e la favella.
Rambaldo di Guascogna era costui
che partí con Armida, e sol per ella
pagan si fece e difensor divenne
di quell'usanza rea ch'ivi si tenne.
34 Di santo sdegno il pio guerrier si tinse
nel volto, e gli rispose: "Empio fellone,
quel Tancredi son io che 'l ferro cinse
per Cristo sempre, e fui di lui campione;
e in sua virtute i suoi rubelli vinse,
come vuo' che tu vegga al paragone,
ché da l'ira del Ciel ministra eletta
è questa destra a far in te vendetta."
35 Turbossi udendo il glorioso nome
l'empio guerriero, e scolorissi in viso.
Pur celando il timor, gli disse: "Or come,
misero, vieni ove rimanga ucciso?
Qui saran le tue forze oppresse e dome,
e questo altero tuo capo reciso;
e manderollo a i duci franchi in dono,
s'altro da quel che soglio oggi non sono."
36 Cosí dicea il pagano; e perché il giorno
spento era omai sí che vedeasi a pena,
apparír tante lampade d'intorno
che ne fu l'aria lucida e serena.
Splende il castel come in teatro adorno
suol fra notturne pompe altera scena,
ed in eccelsa parte Armida siede,
onde senz'esser vista e ode e vede.
37 Il magnanimo eroe fra tanto appresta
a la fera tenzon l'arme e l'ardire,
né su 'l debil cavallo assiso resta
già veggendo il nemico a pié venire.
Vien chiuso ne lo scudo e l'elmo ha in testa,
la spada nuda, e in atto è di ferire.
Gli move incontra il principe feroce
con occhi torvi e con terribil voce.
38 Quegli con larghe rote aggira i passi
stretto ne l'arme, e colpi accenna e finge;
questi, se ben ha i membri infermi e lassi,
va risoluto e gli s'appressa e stringe,
e là donde Rambaldo a dietro fassi
velocissimamente egli si spinge,
e s'avanza e l'incalza, e fulminando
spesso a la vista gli dirizza il brando.
39 E piú ch'altrove impetuoso fère
ove piú di vital formò natura,
a le percosse le minaccie altere
accompagnando, e 'l danno a la paura.
Di qua di là si volge, e sue leggiere
membra il presto guascone a i colpi fura,
e cerca or con lo scudo or con la spada
che 'l nemico furore indarno cada;
40 ma veloce a lo schermo ei non è tanto
che piú l'altro non sia pronto a l'offese.
Già spezzato lo scudo e l'elmo infranto
e forato e sanguigno avea l'arnese,
e colpo alcun de' suoi che tanto o quanto
impiagasse il nemico anco non scese;
e teme, e gli rimorde insieme il core
sdegno, vergogna, conscienza, amore.
41 Disponsi al fin con disperata guerra
far prova omai de l'ultima fortuna.
Gitta lo scudo, e a due mani afferra
la spada ch'è di sangue ancor digiuna;
e co 'l nemico suo si stringe e serra
e cala un colpo, e non v'è piastra alcuna
che gli resista sí che grave angoscia
non dia piagando a la sinistra coscia.
42 E poi su l'ampia fronte il ripercote
sí ch'il picchio rimbomba in suon di squilla;
l'elmo non fende già, ma lui ben scote,
tal ch'egli si rannicchia e ne vacilla.
Infiamma d'ira il principe le gote,
e ne gli occhi di foco arde e sfavilla;
e fuor de la visiera escono ardenti
gli sguardi, e insieme lo stridor de' denti.
43 Il perfido pagan già non sostiene
la vista pur di sí feroce aspetto.
Sente fischiare il ferro, e tra le vene
già gli sembra d'averlo e in mezzo al petto.
Fugge dal colpo, e 'l colpo a cader viene
dove un pilastro è contra il ponte eretto;
ne van le scheggie e le scintille al cielo,
e passa al cor del traditor un gelo,
44 onde al ponte rifugge, e sol nel corso
de la salute sua pone ogni speme.
Ma 'l seguita Tancredi, e già su 'l dorso
la man gli stende e 'l piè co 'l piè gli preme,
quando ecco (al fuggitivo alto soccorso)
sparir le faci ed ogni stella insieme,
né rimaner a l'orba notte alcuna,
sotto povero ciel, luce di luna.
45 Fra l'ombre de la notte e de gli incanti
il vincitor no 'l segue piú né 'l vede,
né può cosa vedersi a lato o inanti,
e muove dubbio e mal securo il piede.
Su l'entrare d'un uscio i passi erranti
a caso mette, né d'entrar s'avede,
ma sente poi che suona a lui di dietro
la porta, e 'n loco il serra oscuro e tetro.
46 Come il pesce colà dove impaluda
ne i seni di Comacchio il nostro mare,
fugge da l'onda impetuosa e cruda
cercando in placide acque ove ripare,
e vien che da se stesso ei si rinchiuda
in palustre prigion né può tornare,
ché quel serraglio è con mirabil uso
sempre a l'entrare aperto, a l'uscir chiuso;
47 cosí Tancredi allor, qual che si fosse
de l'estrania prigion l'ordigno e l'arte,
entrò per se medesmo, e ritrovosse
poi là rinchiuso ov'uom per sé non parte.
Ben con robusta man la porta scosse,
ma fur le sue fatiche indarno sparte,
e voce intanto udí che: "Indarno" grida
"uscir procuri, o prigionier d'Armida.
48 Qui menerai (non temer già di morte)
nel sepolcro de' vivi i giorni e gli anni."
Non risponde, ma preme il guerrier forte
nel cor profondo i gemiti e gli affanni,
e fra se stesso accusa Amor, la sorte,
la sua schiocchezza e gli altrui feri inganni;
e talor dice in tacite parole:
"Leve perdita fia perdere il sole,
49 ma di piú vago sol piú dolce vista,
misero! i' perdo, e non so già se mai
in loco tornerò che l'alma trista
si rassereni a gli amorosi rai."
Poi gli sovien d'Argante, e piú s'attrista
e: "Troppo" dice "al mio dover mancai;
ed è ragion ch'ei mi disprezzi e scherna!
O mia gran colpa! o mia vergogna eterna!"
50 Cosí d'amor, d'onor cura mordace
quinci e quindi al guerrier l'animo rode.
Or mentre egli s'affligge, Argante audace
le molli piume di calcar non gode;
tanto è nel crudo petto odio di pace,
cupidigia di sangue, amor di lode,
che, de le piaghe sue non sano ancora,
brama che 'l sesto dí porti l'aurora.
51 La notte che precede, il pagan fero
a pena inchina, per dormir la fronte;
e sorge poi che 'l cielo anco è sí nero
che non dà luce in su la cima al monte.
"Recami" grida "l'arme" al suo scudiero,
ed esso aveale apparecchiate e pronte:
non le solite sue, ma dal re sono
dategli queste, e prezioso è il dono.
52 Senza molto mirarle egli le prende
né dal gran peso è la persona onusta,
e la solita spada al fianco appende,
ch'è di tempra finissima e vetusta.
Qual con le chiome sanguinose orrende
splender cometa suol per l'aria adusta,
che i regni muta e i feri morbi adduce,
a i purpurei tiranni infausta luce;
53 tal ne l'arme ei fiammeggia, e bieche e torte
volge le luci ebre di sangue e d'ira.
Spirano gli atti feri orror di morte,
e minaccie di morte il volto spira.
Alma non è cosí secura e forte
che non paventi, ove un sol guardo gira.
Nuda ha la spada e la solleva e scote
gridando, e l'aria e l'ombre in van percote.
54 "Ben tosto" dice "il predator cristiano,
ch'audace è sí ch'a me vuole agguagliarsi,
caderà vinto e sanguinoso al piano,
bruttando ne la polve i crini sparsi;
e vedrà vivo ancor da questa mano
ad onta del suo Dio l'arme spogliarsi,
né morendo impetrar potrà co' preghi
ch'in pasto a' cani le sue membra i' neghi."
55 Non altramente il tauro, ove l'irriti
geloso amor co' stimuli pungenti,
orribilmente mugge, e co' muggiti
gli spirti in sé risveglia e l'ire ardenti,
e 'l corno aguzza a i tronchi, e par ch'inviti
con vani colpi a la battaglia i venti:
sparge co 'l piè l'arena, e 'l suo rivale
da lunge sfida a guerra aspra e mortale.
56 Da sí fatto furor commosso, appella
l'araldo; e con parlar tronco gli impone:
"Vattene al campo, e la battaglia fella
nunzia a colui ch'è di Giesú campione."
Quinci alcun non aspetta e monta in sella,
e fa condursi inanzi il suo prigione;
esce fuor de la terra, e per lo colle
in corso vien precipitoso e folle.
57 Dà fiato intanto al corno, e n'esce un suono
che d'ogn'intorno orribile s'intende
e 'n guisa pur di strepitoso tuono
gli orecchi e 'l cor de gli ascoltanti offende.
Già i principi cristiani accolti sono
ne la tenda maggior de l'altre tende:
qui fe' l'araldo sue disfide e incluse
Tancredi pria, né però gli altri escluse.
58 Goffredo intorno gli occhi gravi e tardi
volge con mente allor dubbia e sospesa,
né, perché molto pensi e molto guardi,
atto gli s'offre alcuno a tanta impresa.
Vi manca il fior de' suoi guerrier gagliardi:
di Tancredi non s'è novella intesa,
e lunge è Boemondo, ed ito è in bando
l'invitto eroe ch'uccise il fier Gernando.
59 Ed oltre i diece che fur tratti a sorte,
i migliori del campo e i piú famosi
seguír d'Armida le fallaci scorte,
sotto il silenzio de la notte ascosi.
Gli altri di mano e d'animo men forte
taciti se ne stanno e vergognosi,
né vi è chi cerchi in sí gran rischio onore,
ché vinta la vergogna è dal timore.
60 Al silenzio, a l'aspetto, ad ogni segno,
di lor temenza il capitan s'accorse,
e tutto pien di generoso sdegno
dal loco ove sedea repente sorse,
e disse: "Ah! ben sarei di vita indegno
se la vita negassi or porre in forse,
lasciando ch'un pagan cosí vilmente
calpestasse l'onor di nostra gente!
61 Sieda in pace il mio campo, e da secura
parte miri ozioso il mio periglio.
Su su, datemi l'arme"; e l'armatura
gli fu recata in un girar di ciglio.
Ma il buon Raimondo, che in età matura
parimente maturo avea il consiglio,
e verdi ancor le forze a par di quanti
erano quivi, allor si trasse avanti,
62 e disse a lui rivolto: "Ah non sia vero
ch'in un capo s'arrischi il campo tutto!
Duce sei tu, non semplice guerriero:
publico fòra e non privato il lutto.
In te la fé s'appoggia e 'l santo impero,
per te fia il regno di Babèl distrutto.
Tu il senno sol, lo scettro solo adopra;
ponga altri poi l'ardire e 'l ferro in opra.
63 Ed io, bench'a gir curvo mi condanni
la grave età, non fia che ciò ricusi.
Schivino gli altri i marziali affanni,
me non vuo' già che la vecchiezza scusi.
Oh! foss'io pur su 'l mio vigor de gli anni
qual sète or voi, che qui temendo chiusi
vi state e non vi move ira o vergogna
contra lui che vi sgrida e vi rampogna,
64 e quale allora fui, quando al cospetto
di tutta la Germania, a la gran corte
del secondo Corrado, apersi il petto
al feroce Leopoldo e 'l posi a morte!
E fu d'alto valor piú chiaro effetto
le spoglie riportar d'uom cosí forte,
che s'alcun or fugasse inerme e solo
di questa ignobil turba un grande stuolo.
65 Se fosse in me quella virtú, quel sangue,
di questo alter l'orgoglio avrei già spento.
Ma qualunque io mi sia, non però langue
il core in me, né vecchio anco pavento,
E s'io pur rimarrò nel campo essangue,
né il pagan di vittoria andrà contento.
Armarmi i' vuo': sia questo il dí ch'illustri
con novo onor tutti i miei scorsi lustri."
66 Cosí parla il gran vecchio, e sproni acuti
son le parole, onde virtú si desta.
Quei che fur prima timorosi e muti
hanno la lingua or baldanzosa e presta.
Né sol non v'è che la tenzon rifiuti,
ma ella omai da molti a prova è chiesta:
Baldovin la domanda, e con Ruggiero
Guelfo, i due Guidi, e Stefano e Gerniero,
67 e Pirro, quel che fe' il lodato inganno
dando Antiochia presa a Boemondo;
ed a prova richiesta anco ne fanno
Eberardo, Ridolfo e 'l pro' Rosmondo,
un di Scozia, un d'Irlanda, ed un britanno,
terre che parte il mar dal nostro mondo;
e ne son parimente anco bramosi
Gildippe ed Odoardo, amanti e sposi.
68 Ma sovra tutti gli altri il fero vecchio
se ne dimostra cupido ed ardente.
Armato è già; sol manca a l'apparecchio
de gli altri arnesi il fino elmo lucente.
A cui dice Goffredo: "O vivo specchio
del valor prisco, in te la nostra gente
miri e virtú n'apprenda: in te di Marte
splende l'onor, la disciplina e l'arte.
69 Oh! pur avessi fra l'etade acerba
diece altri di valor al tuo simíle,
come ardirei vincer Babèl superba
e la Croce spiegar da Battro a Tile.
Ma cedi or, prego, e te medesmo serba
a maggior opre e di virtú senile.
Pongansi poi tutti i nomi in un vaso
come è l'usanza, e sia giudice il caso;
70 anzi giudice Dio, de le cui voglie
ministra e serva è la fortuna e 'l fato."
Ma non però dal suo pensier si toglie
Raimondo, e vuol anch'egli esser notato.
Ne l'elmo suo Goffredo i brevi accoglie;
e poi che l'ebbe scosso ed agitato,
nel primo breve che di là traesse,
del conte di tolosa il nome lesse.
71 Fu il nome suo con lieto grido accolto,
né di biasmar la sorte alcun ardisce.
Ei di fresco vigor la fronte e 'l volto
riempie; e cosí allor ringiovenisce
qual serpe fier che in nove spoglie avolto
d'oro fiammeggi e 'ncontra il sol si lisce.
Ma piú d'ogn'altro il capitan gli applaude
e gli annunzia vittoria, e gli dà laude.
72 E la spada togliendosi dal fianco,
e porgendola a lui, cosí dicea:
"Questa è la spada che 'n battaglia il franco
rubello di Sassonia oprar solea,
ch'io già gli tolsi a forza, e gli tolsi anco
la vita allor di mille colpe rea;
questa, che meco ognor fu vincitrice,
prendi, e sia cosí teco ora felice."
73 Di loro indugio intanto è quell'altero
impaziente, e li minaccia e grida:
"O gente invitta, o popolo guerriero
d'Europa, un uomo solo è che vi sfida.
Venga Tancredi omai che par sí fero,
se ne la sua virtú tanto si fida;
o vuol, giacendo in piume, aspettar forse
la notte ch'altre volte a lui soccorse?
74 Venga altri, s'egli teme; a stuolo a stuolo
venite insieme, o cavalieri, o fanti,
poi che di pugnar meco a solo a solo
non v'è fra mille schiere uom che si vanti.
Vedete là il sepolcro ove il figliuolo
di Maria giacque: or ché non gite avanti?
ché non sciogliete i voti? Ecco la strada!
A qual serbate uopo maggior la spada?"
75 Con tali scherni il saracin atroce
quasi con dura sferza altrui percote,
ma piú ch'altri Raimondo a quella voce
s'accende, e l'onte sofferir non pote.
La virtú stimolata è piú feroce,
e s'aguzza de l'ira a l'aspra cote,
sí che tronca gli indugi e preme il dorso
del suo Aquilino, a cui diè 'l nome il corso.
76 Questo su 'l Tago nacque, ove talora
l'avida madre del guerriero armento,
quando l'alma stagion che n'innamora
nel cor le instiga il natural talento,
volta l'aperta bocca incontra l'òra,
raccoglie i semi del fecondo vento,
e de' tepidi fiati (o meraviglia!)
cupidamente ella concipe e figlia.
77 E ben questo Aquilin nato diresti
di quale aura del ciel piú lieve spiri,
o se veloce sí ch'orma non resti
stendere il corso per l'arena il miri,
o se 'l vedi addoppiar leggieri e presti
a destra ed a sinistra angusti giri.
Sovra tal corridore il conte assiso
move a l'assalto, e volge al cielo il viso:
78 "Signor, tu che drizzasti incontra l'empio
Golia l'arme inesperte in Terebinto,
sí ch'ei ne fu, che d'Israel fea scempio,
al primo sasso d'un garzone estinto;
tu fa' ch'or giaccia (e fia pari l'essempio)
questo fellon da me percosso e vinto,
e debil vecchio or la superbia opprima
come debil fanciul l'oppresse in prima."
79 Cosí pregava il conte, e le preghiere
mosse dalla speranza in Dio secura
s'alzàr volando a le celesti spere,
come va foco al ciel per sua natura.
L'accolse il Padre eterno, e fra le schiere
de l'essercito suo tolse a la cura
un che 'l difenda, e sano e vincitore
da le man di quell'empio il tragga fuore.
80 L'angelo, che fu già custode eletto
da l'alta Providenza al buon Raimondo
insin dal primo dí che pargoletto
se 'n venne a farsi peregrin del mondo,
or che di novo il Re del Ciel gli ha detto
che prenda in sé de la difesa il pondo,
ne l'alta rocca ascende, ove de l'oste
divina tutte son l'arme riposte.
81 Qui l'asta si conserva onde il serpente
percosso giacque, e i gran fulminei strali,
e quegli ch'invisibili a la gente
portan l'orride pesti e gli altri mali;
e qui sospeso è in alto il gran tridente,
primo terror de' miseri mortali
quando egli avien che i fondamenti scota
de l'ampia terra, e le città percota.
82 Si vedea fiammeggiar fra gli altri arnesi
scudo di lucidissimo diamante,
grande che può coprir genti e paesi
quanti ve n'ha fra il Caucaso e l'Atlante;
e sogliono da questo esser difesi
principi giusti e città caste e sante.
Questo l'angelo prende, e vien con esso
occultamente al suo Raimondo appresso.
83 Piene intanto le mura eran già tutte
di varia turba, e 'l barbaro tiranno
manda Clorinda e molte genti instrutte,
che ferme a mezzo il colle oltre non vanno.
Da l'altro lato in ordine ridutte
alcune schiere di cristiani stanno,
e largamente a' duo campioni il campo
vòto riman fra l'uno e l'altro campo.
84 Mirava Argante, e non vedea Tancredi,
ma d'ignoto campion sembianze nove.
Fecesi il conte inanzi, e: " Quel che chiedi,
è" disse a lui "per tua ventura altrove.
Non superbir però, ché me qui vedi
apparecchiato a riprovar tue prove,
ch'io di lui posso sostener la vice
o venir come terzo a me qui lice."
85 Ne sorride il superbo, e gli risponde:
"Che fa dunque Tancredi? e dove stassi?
Minaccia il ciel con l'arme, e poi s'asconde
fidando sol ne' suoi fugaci passi;
ma fugga pur nel centro e 'n mezzo l'onde,
ché non fia loco ove securo il lassi."
"Menti" replica l'altro "a dir ch'uom tale
fugga da te, ch'assai di te piú vale."
86 Freme il circasso irato, e dice: "Or prendi
del campo tu, ch'in vece sua t'accetto;
e tosto e' si parrà come difendi
l'alta follia del temerario detto."
Cosí mossero in giostra, e i colpi orrendi
parimente drizzaro ambi a l'elmetto;
e 'l buon Raimondo ove mirò scontrollo,
né dar gli fece ne l'arcion pur crollo.
87 Da l'altra parte il fero Argante corse
(fallo insolito a lui) l'arringo in vano,
ché 'l difensor celeste il colpo torse
dal custodito cavalier cristiano.
Le labra il crudo per furor si morse,
e ruppe l'asta bestemmiando al piano.
Poi tragge il ferro, e va contra Raimondo
impetuoso al paragon secondo.
88 E 'l possente corsiero urta per dritto,
quasi monton ch'al cozzo il capo abbassa.
Schiva Raimondo l'urto, al lato dritto
piegando il corso, e 'l fère in fronte e passa.
Torna di novo il cavalier d'Egitto,
ma quegli pur di novo a destra il lassa,
e pur su l'elmo il coglie, e 'ndarno sempre
ché l'elmo adamantine avea le tempre.
89 Ma il feroce pagan, che seco vòle
piú stretta zuffa, a lui s'aventa e serra.
L'altro, ch'al peso di sí vasta mole
teme d'andar co 'l suo destriero a terra,
qui cede, ed indi assale, e par che vòle,
intorniando con girevol guerra,
e i lievi imperii il rapido cavallo
segue del freno, e non pone orma in fallo.
90 Qual capitan ch'oppugni eccelsa torre
infra paludi posta o in alto monte,
mille aditi ritenta, e tutte scorre
l'arti e le vie, cotal s'aggira il conte;
e poi che non può scaglia d'arme tòrre
ch'armano il petto e la superba fronte,
fère i men forti arnesi, ed a la spada
cerca tra ferro e ferro aprir la strada.
91 Ed in due parti o in tre forate e fatte
l'arme nemiche ha già tepide e rosse,
ed egli ancor le sue conserva intatte,
né di cimier, né d'un sol fregio scosse.
Argante indarno arrabbia, a vòto batte
e spande senza pro l'ire e le posse;
non si stanca però, ma raddoppiando
va tagli e punte e si rinforza errando.
92 Al fin tra mille colpi il saracino
cala un fendente, e 'l conte è cosí presso
che forse il velocissimo Aquilino
non sottraggeasi e rimaneane oppresso;
ma l'aiuto invisibile vicino
non mancò lui di quel superno messo,
che stese il braccio e tolse il ferro crudo
sovra il diamante del celeste scudo.
93 Fragile è il ferro allor (ché non resiste
di fucina mortal tempra terrena
ad armi incorrottibili ed immiste
d'eterno fabro) e cade in su l'arena.
Il circasso, ch'andarne a terra ha viste
minutissime parti, il crede a pena;
stupisce poi, scorta la mano inerme,
ch'arme il campion nemico abbia sí ferme;
94 e ben rotta la spada aver si crede
su l'altro scudo, onde è colui difeso,
e 'l buon Raimondo ha la medesma fede,
ché non sa già chi sia dal ciel disceso.
Ma però ch'egli disarmata vede
la man nemica, si riman sospeso,
ché stima ignobil palma e vili spoglie
quelle ch'altrui con tal vantaggio toglie.
95 "Prendi" volea già dirgli "un'altra spada",
quando novo pensier nacque nel core,
ch'alto scorno è de' suoi dove egli cada,
che di publica causa è difensore.
Cosí né indegna a lui vittoria aggrada,
né in dubbio vuol porre il comune onore.
Mentre egli dubbio stassi, Argante lancia
il pomo e l'else a la nemica guancia,
96 e in quel tempo medesmo il destrier punge
e per venirne a lotta oltra si caccia.
La percossa lanciata a l'elmo giunge,
sí che ne pesta al tolosan la faccia;
ma però nulla sbigottisce, e lunge
ratto si svia da le robuste braccia,
ed impiaga la man ch'a dar di piglio
venia piú fera che ferino artiglio.
97 Poscia gira da questa a quella parte,
e rigirasi a questa indi da quella;
e sempre, e dove riede e donde parte,
fère il pagan d'aspra percossa e fella.
Quanto avea di vigor, quanto avea d'arte,
quanto può sdegno antico, ira novella,
a danno del circasso or tutto aduna,
e seco il Ciel congiura e la fortuna.
98 Quei di fine arme e di se stesso armato,
a i gran colpi resiste e nulla pave;
e par senza governo in mar turbato,
rotte vele ed antenne, eccelsa nave,
che pur contesto avendo ogni suo lato
tenacemente di robusta trave,
sdrusciti i fianchi al tempestoso flutto
non mostra ancor, né si dispera in tutto.
99 Argante, il tuo periglio allor tal era,
quando aiutarti Belzebú dispose.
Questi di cava nube ombra leggiera
(mirabil mostro) in forma d'uom compose;
e la sembianza di Clorinda altera
gli finse, e l'arme ricche e luminose:
diegli il parlare e senza mente il noto
suon de la voce, e 'l portamento e 'l moto.
100 Il simulacro ad Oradin, esperto
sagittario famoso, andonne e disse:
"O famoso Oradin, ch'a segno certo,
come a te piace, le quadrella affisse,
ah! gran danno saria s'uom di tal merto,
difensor di Giudea, cosí morisse,
e di sue spoglie il suo nemico adorno
securo ne facesse a i suoi ritorno.
101 Qui fa' prova de l'arte, e le saette
tingi, nel sangue del ladron francese,
ch'oltra il perpetuo onor vuo' che n'aspette
premio al gran fatto egual dal re cortese."
Cosí parlò, né quegli in dubbio stette,
tosto che 'l suon de le promesse intese;
da la grave faretra un quadrel prende
e su l'arco l'adatta, e l'arco tende.
102 Sibila il teso nervo, e fuore spinto
vola il pennuto stral per l'aria e stride,
ed a percoter va dove del cinto
si congiungon le fibbie e le divide;
passa l'usbergo, e in sangue a pena tinto
qui su si ferma e sol la pelle incide,
ché 'l celeste guerrier soffrir non volse
ch'oltra passasse, e forza al colpo tolse.
103 Da l'usbergo lo stral si tragge il conte
ed ispicciarne fuori il sangue vede;
e con parlar pien di minaccie ed onte
rimprovera al pagan la rotta fede.
Il capitan, che non torcea la fronte
da l'amato Raimondo, allor s'avede
che violato è il patto, e perché grave
stima la piaga, ne sospira e pave;
104 e con la fronte le sue genti altere
e con la lingua a vendicarlo desta.
Vedi tosto inchinar giú le visiere,
lentare i freni e por le lancie in resta,
e quasi in un sol punto alcune schiere
da quella parte moversi e da questa.
Sparisce il campo, e la minuta polve
con densi globi al ciel s'inalza e volve.
105 D'elmi e scudi percossi e d'aste infrante
ne' primi scontri un gran romor s'aggira.
Là giacere un cavallo, e girne errante
un altro là senza rettor si mira;
qui giace un guerrier morto, e qui spirante
altri singhiozza e geme, altri sospira.
Fera è la pugna, e quanto piú si mesce
e stringe insieme, piú s'inaspra e cresce.
106 Salta Argante nel mezzo agile e sciolto,
e toglie ad un guerrier ferrata mazza;
e rompendo lo stuol calcato e folto,
la rota intorno e si fa larga piazza.
E sol cerca Raimondo, e in lui sol vòlto
ha il ferro e l'ira impetuosa e pazza,
e quasi avido lupo ei par che brame
ne le viscere sue pascer la fame.
107 Ma duro ad impedir viengli il sentiero
e fero intoppo, acciò che 'l corso ei tardi.
Si trova incontra Ormanno, e con Ruggiero
di Balnavilla un Guido e duo Gherardi.
Non cessa, non s'allenta, anzi è piú fero
quanto ristretto è piú da que' gagliardi,
sí come a forza da rinchiuso loco
se n'esce e move alte ruine il foco.
108 Uccide Ormanno, piaga Guido, atterra
Ruggiero infra gli estinti egro e languente,
ma contra lui crescon le turbe, e 'l serra
d'uomini e d'arme cerchio aspro e pungente.
Mentre in virtú di lui pari la guerra
si mantenea fra l'una e l'altra gente,
il buon duce Buglion chiama il fratello,
ed a lui dice: "Or movi il tuo drapello,
109 e là dove battaglia è piú mortale
vattene ad investir nel lato manco."
Quegli si mosse, e fu lo scontro tale
ond'egli urtò de gli nemici al fianco,
che parve il popol d'Asia imbelle e frale,
né poté sostener l'impeto franco,
che gli ordini disperde, e co' destrieri
l'insegne insieme abbatte e i cavalieri.
110 Da l'impeto medesmo in fuga è vòlto
il destro corno; e non v'è alcun che faccia
fuor ch'Argante difesa, a freno sciolto
cosí il timor precipiti li caccia.
Egli sol ferma il passo e mostra il volto,
né chi con mani cento e cento braccia
cinquanta scudi insieme ed altrettante
spade movesse, or piú faria d'Argante.
111 Ei gli stocchi e le mazze, egli de l'aste
e de' corsieri l'impeto sostenta;
e solo par che 'ncontra tutti baste,
ed ora a questo ed ora a quel s'aventa.
Peste ha le membra e rotte l'arme e guaste,
e sudor versa e sangue, e par no 'l senta.
Ma cosí l'urta il popol denso e 'l preme
ch'al fin lo svolge e seco il porta insieme.
112 Volge il tergo a la forza ed al furore
di quel diluvio che 'l rapisce e 'l tira;
ma non già d'uom che fugga ha i passi e 'l core,
s'a l'opre de la mano il cor si mira.
Serbano ancora gli occhi il lor terrore
e le minaccie de la solita ira;
e cerca ritener con ogni prova
la fuggitiva turba, e nulla giova.
113 Non può far quel magnanimo ch'almeno
sia lor fuga piú tarda e piú raccolta,
ché non ha la paura arte né freno,
né pregar qui né comandar s'ascolta.
Il pio Buglion, ch'i suoi pensieri a pieno
vede fortuna a favorir rivolta,
segue de la vittoria il lieto corso
e invia novello a i vincitor soccorso.
114 E se non che non era il dí che scritto
Dio ne gli eterni suoi decreti avea,
quest'era forse il dí che 'l campo invitto
de le sante fatiche al fin giungea.
Ma la schiera infernal, ch'in quel conflitto
la tirannide sua cader vedea,
sendole ciò permesso, in un momento
l'aria in nube ristrinse e mosse il vento.
115 Da gli occhi de' mortali un negro velo
rapisce il giorno e 'l sole, e par ch'avampi
negro via piú ch'orror d'inferno il cielo,
cosí fiammeggia infra baleni e lampi.
Fremono i tuoni, e pioggia accolta in gelo
si versa, e i paschi abbatte e inonda i campi.
Schianta i rami il gran turbo, e par che crolli
non pur le quercie ma le rocche e i colli.
116 L'acqua in un tempo, il vento e la tempesta
ne gli occhi a i Franchi impetuosa fère,
e l'improvisa violenza arresta
con un terror quasi fatal le schiere.
La minor parte d'esse accolta resta
(ché veder non le puote) a le bandiere.
Ma Clorinda, che quindi alquanto è lunge
prende opportuno il tempo e 'l destrier punge.
117 Ella gridava a i suoi: "Per noi combatte,
compagni, il Cielo, e la giustizia aita;
da l'ira sua le faccie nostre intatte
sono, e non è la destra indi impedita,
e ne la fronte solo irato ei batte
de la nemica gente impaurita,
e la scote de l'arme, e de la luce
la priva: andianne pur, ché 'l fato è duce."
118 Cosí spinge le genti, e ricevendo
sol nelle spalle l'impeto d'inferno,
urta i Francesi con assalto orrendo,
e i vani colpi lor si prende a scherno.
Ed in quel tempo Argante anco volgendo
fa de' già vincitor aspro governo,
e quei lasciando il campo a tutto corso
volgono al ferro, a le procelle il dorso.
119 Percotono le spalle a i fuggitivi
l'ire immortali e le mortali spade,
e 'l sangue corre e fa, commisto a i rivi
de la gran pioggia, rosseggiar le strade.
Qui tra 'l vulgo de' morti e de' mal vivi
e Pirro e 'l buon Ridolfo estinto cade;
e toglie a questo il fier circasso l'alma,
e Clorinda di quello ha nobil palma.
120 Cosí fuggiano i Franchi, e di lor caccia
non rimaneano i Siri anco o i demoni.
Sol contra l'arme e contra ogni minaccia
di granuole, di turbini e di tuoni
volgea Goffredo la secura faccia,
rampognando aspramente i suoi baroni;
e, fermo anzi la porta il gran cavallo,
le genti sparse raccogliea nel vallo.
121 E ben due volte il corridor sospinse
contra il feroce Argante e lui ripresse,
ed altrettante il nudo ferro spinse
dove le turbe ostili eran piú spesse;
al fin con gli altri insieme ei si ristrinse
dentro a i ripari, e la vittoria cesse.
Tornano allora i saracini, e stanchi
restan nel vallo e sbigottiti i Franchi.
122 Né quivi ancor de l'orride procelle
ponno a pieno schivar la forza e l'ira,
ma sono estinte