GERUSALEMME LIBERATA, di Torquato Tasso - pagina 17
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85 O vero a me da la sua destra il fianco
sendo percosso, e riaperto il core,
pur risanata in cotal guisa almanco
colpo di ferro avria piaga d'Amore;
ed or la mente in pace e 'l corpo stanco
riposariansi, e forse il vincitore
degnato avrebbe il mio cenere e l'ossa
d'alcun onor di lagrime e di fossa.
86 Ma lassa! i' bramo non possibil cosa,
e tra folli pensier in van m'avolgo;
io mi starò qui timida e dogliosa
com'una pur del vil femineo volgo.
Perch'una volta anch'io l'arme non tolgo?
perché per breve spazio non potrolle
sostener, benché sia debile e molle?
87 Sí potrò, sí, ché mi farà possente
a tolerarne il peso Amor tiranno,
da cui spronati ancor s'arman sovente
d'ardire i cervi imbelli e guerra fanno.
Io guerreggiar non già, vuo' solamente
far con quest'armi un ingegnoso inganno:
finger mi vuo' Clorinda; e ricoperta
sotto l'imagin sua, d'uscir son certa.
88 Non ardirieno a lei far i custodi
de l'alte porte resistenza alcuna.
Io pur ripenso, e non veggio altri modi:
aperta è, credo, questa via sol una.
Or favorisca l'innocenti frodi
Amor che le m'inspira e la Fortuna.
E ben al mio partir commoda è l'ora,
mentre co 'l re Clorinda anco dimora."
89 Cosí risolve; e stimolata e punta
da le furie d'Amor, piú non aspetta,
ma da quella a la sua stanza congiunta
l'arme involate di portar s'affretta.
E far lo può, ché quando ivi fu giunta,
diè loco ogn'altro, e si restò soletta;
e la notte i suoi furti ancor copria,
ch'a i ladri amica ed a gli amanti uscia.
90 Essa veggendo il ciel d'alcuna stella
già sparso intorno divenir piú nero,
senza fraporvi alcuno indugio appella
secretamente un suo fedel scudiero
ed una sua leal diletta ancella,
e parte scopre lor del suo pensiero.
Scopre il disegno de la fuga, e finge
ch'altra cagion a dipartir l'astringe.
91 Lo scudiero fedel súbito appresta
ciò ch'al lor uopo necessario crede.
Erminia intanto la pomposa vesta
si spoglia, che le scende insino al piede,
e in ischietto vestir leggiadra resta
e snella sí ch'ogni credenza eccede;
né, trattane colei ch'a la partita
scelta s'avea, compagna altra l'aita.
92 Co 'l durissimo acciar preme ed offende
il delicato collo e l'aurea chioma,
e la tenera man lo scudo prende,
pur troppo grave e insopportabil soma.
Cosí tutta di ferro intorno splende,
e in atto militar se stessa doma.
Gode Amor ch'è presente, e tra sé ride,
come allor già ch'avolse in gonna Alcide.
93 Oh! con quanta fatica ella sostiene
l'inegual peso e move lenti i passi,
ed a la fida compagnia s'attiene
che per appoggio andar dinanzi fassi.
Ma rinforzan gli spirti Amore e spene
e ministran vigore a i membri lassi,
sí che giungono al loco ove le aspetta
lo scudiero, e in arcion sagliono in fretta.
94 Travestiti ne vanno, e la piú ascosa
e piú riposta via prendono ad arte,
pur s'avengono in molti e l'aria ombrosa
veggon lucer di ferro in ogni parte;
ma impedir lor viaggio alcun non osa,
e cedendo il sentier ne va in disparte,
ché quel candido ammanto e la temuta
insegna anco ne l'ombra è conosciuta.
95 Erminia, benché quinci alquanto sceme
del dubbio suo, non va però secura,
ché d'essere scoperta a la fin teme
e del suo troppo ardir sente or paura;
ma pur, giunta a la porta, il timor preme
ed inganna colui che n'ha la cura.
"Io son Clorinda," disse "apri la porta,
ché 'l re m'invia dove l'andare importa."
96 La voce feminil sembiante a quella
de la guerriera agevola l'inganno
(chi crederia veder armata in sella
una de l'altre ch'arme oprar non sanno?),
sí che 'l portier tosto ubidisce, ed ella
n'esce veloce e i duo che seco vanno;
e per lor securezza entro le valli
calando prendon lunghi obliqui calli.
97 Ma poi ch'Erminia in solitaria ed ima
parte si vede, alquanto il corso allenta,
ch'i primi rischi aver passati estima,
né d'esser ritenuta omai paventa.
Or pensa a quello a che pensato in prima
non bene aveva; ed or le s'appresenta
difficil piú ch'a lei non fu mostrata
dal frettoloso suo desir, l'entrata.
98 Vede or che sotto il militar sembiante
ir tra feri nemici è gran follia;
né d'altra parte palesarsi, inante
ch'al suo signor giungesse, altrui vorria.
A lui secreta ed improvisa amante
con secura onestà giunger desia;
onde si ferma, e da miglior pensiero
fatta piú cauta parla al suo scudiero:
99 "Essere, o mio fedele, a te conviene
mio precursor, ma sii pronto e sagace.
Vattene al campo, e fa' ch'alcun ti mene
e t'introduca ove Tancredi giace,
a cui dirai che donna a lui ne viene
che gli apporta salute e chiede pace:
pace, poscia ch'Amor guerra mi move,
ond'ei salute, io refrigerio trove;
100 e ch'essa ha in lui sí certa e viva fede
ch'in suo poter non teme onta né scorno.
Di' sol questo a lui solo; e s'altro ei chiede,
di' non saperlo e affretta il tuo ritorno.
Io (ché questa mi par secura sede)
in questo mezzo qui farò soggiorno."
Cosí disse la donna, e quel leale
gía veloce cosí come avesse ale.
101 E 'n guisa oprar sapea, ch'amicamente
entro a i chiusi ripari era raccolto,
e poi condotto al cavalier giacente,
che l'ambasciata udia con lieto volto;
e già lasciando ei lui, che ne la mente
mille dubbi pensier avea rivolto,
ne riportava a lei dolce risposta:
ch'entrar potrà, quando piú lice, ascosta.
102 Ma ella intanto impaziente, a cui
troppo ogni indugio par noioso e greve,
numera fra se stessa i passi altrui
e pensa: "or giunge, or entra, or tornar deve."
E già le sembra, e se ne duol, colui
men del solito assai spedito e leve.
Spingesi al fine inanti, e 'n parte ascende
onde comincia a discoprir le tende.
103 Era la notte, e 'l suo stellato velo
chiaro spiegava e senza nube alcuna
e già spargea rai luminosi e gelo
di vive perle la sorgente luna.
L'innamorata donna iva co 'l cielo
le sue fiamme sfogando ad una ad una,
e secretari del suo amore antico
fea i muti campi e quel silenzio amico.
104 Poi rimirando il campo ella dicea:
"O belle a gli occhi miei tende latine!
Aura spira da voi che mi ricrea
e mi conforta pur che m'avicine;
cosí a mia vita combattuta e rea
qualche onesto riposo il Ciel destine,
come in voi solo il cerco, e solo parmi
che trovar pace io possa in mezzo a l'armi.
105 Raccogliete me dunque, e in voi si trove
quella pietà che mi promise Amore
e ch'io già vidi, prigioniera altrove,
nel mansueto mio dolce signore.
Né già desio di racquistar mi move
co 'l favor vostro il mio regale onore;
quando ciò non avenga, assai felice
io mi terrò se 'n voi servir mi lice."
106 Cosí parla costei, che non prevede
qual dolente fortuna a lei s'appreste.
Ella era in parte ove per dritto fiede
l'armi sue terse il bel raggio celeste,
sí che da lunge il lampo lor si vede
co 'l bel candor che le circonda e veste,
e la gran tigre ne l'argento impressa
fiammeggia sí ch'ognun direbbe: "È dessa."
107 Come volle sua sorte, assai vicini
molti guerrier disposti avean gli aguati;
e n'eran duci duo fratei latini,
Alcandro e Poliferno, e fur mandati
per impedir che dentro a i saracini
greggie non siano e non sian buoi menati;
e se 'l servo passò, fu perché torse
piú lunge il passo e rapido trascorse.
108 Al giovin Poliferno, a cui fu il padre
su gli occhi suoi già da Clorinda ucciso,
viste le spoglie candide e leggiadre,
fu di veder l'alta guerriera aviso,
e contra le irritò l'occulte squadre;
né frenando del cor moto improviso
(com'era in suo furor súbito e folle)
gridò: "Sei morta", e l'asta in van lanciolle.
109 Sí come cerva ch'assetata il passo
mova a cercar d'acque lucenti e vive,
ove un bel fonte distillar da un sasso
o vide un fiume tra frondose rive,
s'incontra i cani allor che 'l corpo lasso
ristorar crede a l'onde, a l'ombre estive,
volge indietro fuggendo, e la paura
la stanchezza obliar face e l'arsura;
110 cosí costei, che de l'amor la sete,
onde l'infermo core è sempre ardente,
spegner ne l'accoglienze oneste e liete
credeva, e riposar la stanca mente,
or che contra gli vien chi glie 'l diviete,
e 'l suon del ferro e le minaccie sente,
se stessa e 'l suo desir primo abbandona
e 'l veloce destrier timida sprona.
111 Fugge Erminia infelice, e 'l suo destriero
con prontissimo piede il suol calpesta.
Fugge ancor l'altra donna, e lor quel fero
con molti armati di seguir non resta.
Ecco che da le tende il buon scudiero
con la tarda novella arriva in questa,
e l'altrui fuga ancor dubbio accompagna,
e gli sparge il timor per la campagna.
112 Ma il piú saggio fratello, il quale anch'esso
la non vera Clorinda avea veduto,
non la volle seguir, ch'era men presso,
ma ne l'insidie sue s'è ritenuto;
e mandò con l'aviso al campo un messo
che non armento od animal lanuto,
né preda altra simíl, ma ch'è seguita
dal suo german Clorinda impaurita;
113 e ch'ei non crede già, né 'l vuol ragione,
ch'ella, ch'è duce e non è sol guerriera,
elegga a l'uscir suo tale stagione
per opportunità che sia leggiera;
ma giudichi e comandi il pio Buglione,
egli farà ciò che da lui s'impera.
Giunge al campo tal nova, e se ne intende
il primo suon ne le latine tende.
114 Tancredi, cui dinanzi il cor sospese
quell'aviso primiero, udendo or questo,
pensa: "Deh! forse a me venia cortese,
e 'n periglio è per me", né pensa al resto.
E parte prende sol del grave arnese,
monta a cavallo e tacito esce e presto;
e seguendo gli indizi e l'orme nove
rapidamente a tutto corso il move.
CANTO SETTIMO
1 Intanto Erminia infra l'ombrose piante
d'antica selva dal cavallo è scòrta,
né piú governa il fren la man tremante,
e mezza quasi par tra viva e morta.
Per tante strade si raggira e tante
il corridor ch'in sua balia la porta,
ch'al fin da gli occhi altrui pur si dilegua,
ed è soverchio omai ch'altri la segua.
2 Qual dopo lunga e faticosa caccia
tornansi mesti ed anelanti i cani
che la fèra perduta abbian di traccia,
nascosa in selva da gli aperti piani,
tal pieni d'ira e di vergogna in faccia
riedono stanchi i cavalier cristiani.
Ella pur fugge, e timida e smarrita
non si volge a mirar s'anco è seguita.
3 Fuggí tutta la notte, e tutto il giorno
errò senza consiglio e senza guida,
non udendo o vedendo altro d'intorno,
che le lagrime sue, che le sue strida.
Ma ne l'ora che 'l sol dal carro adorno
scioglie i corsieri e in grembo al mar s'annida,
giunse del bel Giordano a le chiare acque
e scese in riva al fiume, e qui si giacque.
4 Cibo non prende già, ché de' suoi mali
solo si pasce e sol di pianto ha sete;
ma 'l sonno, che de' miseri mortali
è co 'l suo dolce oblio posa e quiete,
sopí co' sensi i suoi dolori, e l'ali
dispiegò sovra lei placide e chete;
né però cessa Amor con varie forme
la sua pace turbar mentre ella dorme.
5 Non si destò fin che garrir gli augelli
non sentí lieti e salutar gli albori,
e mormorar il fiume e gli arboscelli,
e con l'onda scherzar l'aura e co i fiori.
Apre i languidi lumi e guarda quelli
alberghi solitari de' pastori,
e parle voce udir tra l'acqua e i rami
ch'a i sospiri ed al pianto la richiami.
6 Ma son, mentr'ella piange, i suoi lamenti
rotti da un chiaro suon ch'a lei ne viene,
che sembra ed è di pastorali accenti
misto e di boscareccie inculte avene.
Risorge, e là s'indrizza a passi lenti,
e vede un uom canuto a l'ombre amene
tesser fiscelle a la sua greggia a canto
ed ascoltar di tre fanciulli il canto.
7 Vedendo quivi comparir repente
l'insolite arme, sbigottír costoro;
ma li saluta Erminia e dolcemente
gli affida, e gli occhi scopre e i bei crin d'oro:
"Seguite," dice "aventurosa gente
al Ciel diletta, il bel vostro lavoro,
ché non portano già guerra quest'armi
a l'opre vostre, a i vostri dolci carmi."
8 Soggiunse poscia: "O padre, or che d'intorno
d'alto incendio di guerra arde il paese,
come qui state in placido soggiorno
senza temer le militari offese?"
"Figlio," ei rispose "d'ogni oltraggio e scorno
la mia famiglia e la mia greggia illese
sempre qui fur, né strepito di Marte
ancor turbò questa remota parte.
9 O sia grazia del Ciel che l'umiltade
d'innocente pastor salvi e sublime,
o che, sí come il folgore non cade
in basso pian ma su l'eccelse cime,
cosí il furor di peregrine spade
sol de' gran re l'altere teste opprime,
né gli avidi soldati a preda alletta
la nostra povertà vile e negletta.
10 Altrui vile e negletta, a me sí cara
che non bramo tesor né regal verga,
né cura o voglia ambiziosa o avara
mai nel tranquillo del mio petto alberga.
Spengo la sete mia ne l'acqua chiara,
che non tem'io che di venen s'asperga,
e questa greggia e l'orticel dispensa
cibi non compri a la mia parca mensa.
11 Ché poco è il desiderio, e poco è il nostro
bisogno onde la vita si conservi.
Son figli miei questi ch'addito e mostro,
custodi de la mandra, e non ho servi.
Cosí me 'n vivo in solitario chiostro,
saltar veggendo i capri snelli e i cervi,
ed i pesci guizzar di questo fiume
e spiegar gli augelletti al ciel le piume.
12 Tempo già fu, quando piú l'uom vaneggia
ne l'età prima, ch'ebbi altro desio
e disdegnai di pasturar la greggia;
e fuggii dal paese a me natio,
e vissi in Menfi un tempo, e ne la reggia
fra i ministri del re fui posto anch'io,
e benché fossi guardian de gli orti
vidi e conobbi pur l'inique corti.
13 Pur lusingato da speranza ardita
soffrii lunga stagion ciò che piú spiace;
ma poi ch'insieme con l'età fiorita
mancò la speme e la baldanza audace,
piansi i riposi di quest'umil vita
e sospirai la mia perduta pace,
e dissi; `O corte, a Dio.' Cosí, a gli amici
boschi tornando, ho tratto i dí felici."
14 Mentre ei cosí ragiona, Erminia pende
da la soave bocca intenta e cheta;
e quel saggio parlar, ch'al cor le scende,
de' sensi in parte le procelle acqueta.
Dopo molto pensar, consiglio prende
in quella solitudine secreta
insino a tanto almen farne soggiorno
ch'agevoli fortuna il suo ritorno.
15 Onde al buon vecchio dice: "O fortunato,
ch'un tempo conoscesti il male a prova,
se non t'invidii il Ciel sí dolce stato,
de le miserie mie pietà ti mova;
e me teco raccogli in cosí grato
albergo ch'abitar teco mi giova.
Forse fia che 'l mio core infra quest'ombre
del suo peso mortal parte disgombre.
16 Ché se di gemme e d'or, che 'l vulgo adora
sí come idoli suoi, tu fossi vago,
potresti ben, tante n'ho meco ancora,
renderne il tuo desio contento e pago."
Quinci, versando da' begli occhi fora
umor di doglia cristallino e vago,
parte narrò di sue fortune, e intanto
il pietoso pastor pianse al suo pianto.
17 Poi dolce la consola e sí l'accoglie
come tutt'arda di paterno zelo,
e la conduce ov'è l'antica moglie
che di conforme cor gli ha data il Cielo.
La fanciulla regal di rozze spoglie
s'ammanta, e cinge al crin ruvido velo;
ma nel moto de gli occhi e de le membra
non già di boschi abitatrice sembra.
18 Non copre abito vil la nobil luce
e quanto è in lei d'altero e di gentile,
e fuor la maestà regia traluce
per gli atti ancor de l'essercizio umile.
Guida la greggia a i paschi e la riduce
con la povera verga al chiuso ovile,
e da l'irsute mamme il latte preme
e 'n giro accolto poi lo strige insieme.
19 Sovente, allor che su gli estivi ardori
giacean le pecorelle a l'ombra assise,
ne la scorza de' faggi e de gli allori
segnò l'amato nome in mille guise,
e de' suoi strani ed infelici amori
gli aspri successi in mille piante incise,
e in rileggendo poi le proprie note
rigò di belle lagrime le gote.
20 Indi dicea piangendo: "In voi serbate
questa dolente istoria, amiche piante;
perché se fia ch'a le vostr'ombre grate
giamai soggiorni alcun fedele amante,
senta svegliarsi al cor dolce pietate
de le sventure mie sí varie e tante,
e dica: `Ah troppo ingiusta empia mercede
diè Fortuna ed Amore a sí gran fede!'
21 Forse averrà, se 'l Ciel benigno ascolta
affettuoso alcun prego mortale,
che venga in queste selve anco tal volta
quegli a cui di me forse or nulla cale;
e rivolgendo gli occhi ove sepolta
giacerà questa spoglia inferma e frale,
tardo premio conceda a i miei martíri
di poche lagrimette e di sospiri;
22 onde se in vita il cor misero fue,
sia lo spirito in morte almen felice,
e 'l cener freddo de le fiamme sue
goda quel ch'or godere a me non lice."
Cosí ragiona a i sordi tronchi, e due
fonti di pianto da' begli occhi elice.
Tancredi intanto, ove fortuna il tira
lunge da lei, per lei seguir, s'aggira.
23 Egli, seguendo le vestigia impresse
rivolse il corso a la selva vicina;
ma quivi da le piante orride e spesse
nera e folta cosí l'ombra dechina
che piú non può raffigurar tra esse
l'orme novelle, e 'n dubbio oltre camina,
porgendo intorno pur l'orecchie intente
se calpestio, se romor d'armi sente.
24 E se pur la notturna aura percote
tenera fronde mai d'olmo o di faggio,
o se fèra od augello un ramo scote,
tosto a quel picciol suon drizza il viaggio.
Esce al fin de la selva, e per ignote
strade il conduce de la luna il raggio
verso un romor che di lontano udiva,
insin che giunse al loco ond'egli usciva.
25 Giunse dove sorgean da vivo sasso
in molta copia chiare e lucide onde,
e fattosene un rio volgeva a basso
lo strepitoso piè tra verdi sponde.
Quivi egli ferma addolorato il passo
e chiama, e sola a i gridi Ecco risponde;
e vede intanto con serene ciglia
sorger l'aurora candida e vermiglia.
26 Geme cruccioso, e 'ncontra il Ciel si sdegna
che sperata gli neghi alta ventura;
ma de la donna sua, quand'ella vegna
offesa pur, far la vendetta giura.
Di rivolgersi al campo al fin disegna,
benché la via trovar non s'assecura,
ché gli sovien che presso è il dí prescritto
che pugnar dée co 'l cavalier d'Egitto.
27 Partesi, e mentre va per dubbio calle
ode un corso appressar ch'ognor s'avanza,
ed al fine spuntar d'angusta valle
vede uom che di corriero avea sembianza.
Scotea mobile sferza, e da le spalle
pendea il corno su 'l fianco a nostra usanza.
Chiede Tancredi a lui per quale strada
al campo de' cristiani indi si vada.
28 Quegli italico parla: "Or là m'invio
dove m'ha Boemondo in fretta spinto."
Segue Tancredi lui che del gran zio
messaggio stima, e crede al parlar finto.
Giungono al fin là dove un sozzo e rio
lago impaluda, ed un castel n'è cinto,
ne la stagion che 'l sol par che s'immerga
ne l'ampio nido ove la notte alberga.
29 Suona il corriero in arrivando il corno,
e tosto giú calar si vede un ponte:
"Quando latin sia tu, qui far soggiorno
potrai" gli dice "in fin che 'l sol rimonte,
ché questo loco, e non è il terzo giorno,
tolse a i pagani di Cosenza il conte."
Mira il loco il guerrier, che d'ogni parte
inespugnabil fanno il sito e l'arte.
30 Dubita alquanto poi ch'entro sí forte
magione alcuno inganno occulto giaccia;
ma come avezzo a i rischi de la morte,
motto non fanne, e no 'l dimostra in faccia,
ch'ovunque il guidi elezione o sorte,
vuol che securo la sua destra il faccia.
Pur l'obligo ch'egli ha d'altra battaglia
fa che di nova impresa or non gli caglia;
31 sí ch'incontra al castello, ove in un prato
il curvo ponte si distende e posa,
ritiene alquanto il passo, ed invitato
non segue la sua scorta insidiosa.
Su 'l ponte intanto un cavaliero armato
con sembianza apparia fera e sdegnosa,
ch'avendo ne la destra il ferro ignudo
in suon parlava minaccioso e crudo:
32 "O tu, che (siasi tua fortuna o voglia)
al paese fatal d'Armida arrive,
pensi indarno al fuggir; or l'arme spoglia,
e porgi a i lacci suoi le man cattive,
ed entra pur ne la guardata soglia
con queste leggi ch'ella altrui prescrive,
né piú sperar di riveder il cielo
per volger d'anni o per cangiar di pelo,
33 se non giuri d'andar con gli altri sui
contra ciascun che da Giesú s'appella."
S'affisa a quel parlar Tancredi in lui
e riconosce l'arme e la favella.
Rambaldo di Guascogna era costui
che partí con Armida, e sol per ella
pagan si fece e difensor divenne
di quell'usanza rea ch'ivi si tenne.
34 Di santo sdegno il pio guerrier si tinse
nel volto, e gli rispose: "Empio fellone,
quel Tancredi son io che 'l ferro cinse
per Cristo sempre, e fui di lui campione;
e in sua virtute i suoi rubelli vinse,
come vuo' che tu vegga al paragone,
ché da l'ira del Ciel ministra eletta
è questa destra a far in te vendetta."
35 Turbossi udendo il glorioso nome
l'empio guerriero, e scolorissi in viso.
Pur celando il timor, gli disse: "Or come,
misero, vieni ove rimanga ucciso?
Qui saran le tue forze oppresse e dome,
e questo altero tuo capo reciso;
e manderollo a i duci franchi in dono,
s'altro da quel che soglio oggi non sono."
36 Cosí dicea il pagano; e perché il giorno
spento era omai sí che vedeasi a pena,
apparír tante lampade d'intorno
che ne fu l'aria lucida e serena.
Splende il castel come in teatro adorno
suol fra notturne pompe altera scena,
ed in eccelsa parte Armida siede,
onde senz'esser vista e ode e vede.
37 Il magnanimo eroe fra tanto appresta
a la fera tenzon l'arme e l'ardire,
né su 'l debil cavallo assiso resta
già veggendo il nemico a pié venire.
Vien chiuso ne lo scudo e l'elmo ha in testa,
la spada nuda, e in atto è di ferire.
Gli move incontra il principe feroce
con occhi torvi e con terribil voce.
38 Quegli con larghe rote aggira i passi
stretto ne l'arme, e colpi accenna e finge;
questi, se ben ha i membri infermi e lassi,
va risoluto e gli s'appressa e stringe,
e là donde Rambaldo a dietro fassi
velocissimamente egli si spinge,
e s'avanza e l'incalza, e fulminando
spesso a la vista gli dirizza il brando.
39 E piú ch'altrove impetuoso fère
ove piú di vital formò natura,
a le percosse le minaccie altere
accompagnando, e 'l danno a la paura.
Di qua di là si volge, e sue leggiere
membra il presto guascone a i colpi fura,
e cerca or con lo scudo or con la spada
che 'l nemico furore indarno cada;
40 ma veloce a lo schermo ei non è tanto
che piú l'altro non sia pronto a l'offese.
Già spezzato lo scudo e l'elmo infranto
e forato e sanguigno avea l'arnese,
e colpo alcun de' suoi che tanto o quanto
impiagasse il nemico anco non scese;
e teme, e gli rimorde insieme il core
sdegno, vergogna, conscienza, amore.
41 Disponsi al fin con disperata guerra
far prova omai de l'ultima fortuna.
Gitta lo scudo, e a due mani afferra
la spada ch'è di sangue ancor digiuna;
e co 'l nemico suo si stringe e serra
e cala un colpo, e non v'è piastra alcuna
che gli resista sí che grave angoscia
non dia piagando a la sinistra coscia.
42 E poi su l'ampia fronte il ripercote
sí ch'il picchio rimbomba in suon di squilla;
l'elmo non fende già, ma lui ben scote,
tal ch'egli si rannicchia e ne vacilla.
Infiamma d'ira il principe le gote,
e ne gli occhi di foco arde e sfavilla;
e fuor de la visiera escono ardenti
gli sguardi, e insieme lo stridor de' denti.
43 Il perfido pagan già non sostiene
la vista pur di sí feroce aspetto.
Sente fischiare il ferro, e tra le vene
già gli sembra d'averlo e in mezzo al petto.
Fugge dal colpo, e 'l colpo a cader viene
dove un pilastro è contra il ponte eretto;
ne van le scheggie e le scintille al cielo,
e passa al cor del traditor un gelo,
44 onde al ponte rifugge, e sol nel corso
de la salute sua pone ogni speme.
Ma 'l seguita Tancredi, e già su 'l dorso
la man gli stende e 'l piè co 'l piè gli preme,
quando ecco (al fuggitivo alto soccorso)
sparir le faci ed ogni stella insieme,
né rimaner a l'orba notte alcuna,
sotto povero ciel, luce di luna.
45 Fra l'ombre de la notte e de gli incanti
il vincitor no 'l segue piú né 'l vede,
né può cosa vedersi a lato o inanti,
e muove dubbio e mal securo il piede.
Su l'entrare d'un uscio i passi erranti
a caso mette, né d'entrar s'avede,
ma sente poi che suona a lui di dietro
la porta, e 'n loco il serra oscuro e tetro.
46 Come il pesce colà dove impaluda
ne i seni di Comacchio il nostro mare,
fugge da l'onda impetuosa e cruda
cercando in placide acque ove ripare,
e vien che da se stesso ei si rinchiuda
in palustre prigion né può tornare,
ché quel serraglio è con mirabil uso
sempre a l'entrare aperto, a l'uscir chiuso;
47 cosí Tancredi allor, qual che si fosse
de l'estrania prigion l'ordigno e l'arte,
entrò per se medesmo, e ritrovosse
poi là rinchiuso ov'uom per sé non parte.
Ben con robusta man la porta scosse,
ma fur le sue fatiche indarno sparte,
e voce intanto udí che: "Indarno" grida
"uscir procuri, o prigionier d'Armida.
48 Qui menerai (non temer già di morte)
nel sepolcro de' vivi i giorni e gli anni."
Non risponde, ma preme il guerrier forte
nel cor profondo i gemiti e gli affanni,
e fra se stesso accusa Amor, la sorte,
la sua schiocchezza e gli altrui feri inganni;
e talor dice in tacite parole:
"Leve perdita fia perdere il sole,
49 ma di piú vago sol piú dolce vista,
misero! i' perdo, e non so già se mai
in loco tornerò che l'alma trista
si rassereni a gli amorosi rai."
Poi gli sovien d'Argante, e piú s'attrista
e: "Troppo" dice "al mio dover mancai;
ed è ragion ch'ei mi disprezzi e scherna!
O mia gran colpa! o mia vergogna eterna!"
50 Cosí d'amor, d'onor cura mordace
quinci e quindi al guerrier l'animo rode.
Or mentre egli s'affligge, Argante audace
le molli piume di calcar non gode;
tanto è nel crudo petto odio di pace,
cupidigia di sangue, amor di lode,
che, de le piaghe sue non sano ancora,
brama che 'l sesto dí porti l'aurora.
51 La notte che precede, il pagan fero
a pena inchina, per dormir la fronte;
e sorge poi che 'l cielo anco è sí nero
che non dà luce in su la cima al monte.
"Recami" grida "l'arme" al suo scudiero,
ed esso aveale apparecchiate e pronte:
non le solite sue, ma dal re sono
dategli queste, e prezioso è il dono.
52 Senza molto mirarle egli le prende
né dal gran peso è la persona onusta,
e la solita spada al fianco appende,
ch'è di tempra finissima e vetusta.
Qual con le chiome sanguinose orrende
splender cometa suol per l'aria adusta,
che i regni muta e i feri morbi adduce,
a i purpurei tiranni infausta luce;
53 tal ne l'arme ei fiammeggia, e bieche e torte
volge le luci ebre di sangue e d'ira.
Spirano gli atti feri orror di morte,
e minaccie di morte il volto spira.
Alma non è cosí secura e forte
che non paventi, ove un sol guardo gira.
Nuda ha la spada e la solleva e scote
gridando, e l'aria e l'ombre in van percote.
54 "Ben tosto" dice "il predator cristiano,
ch'audace è sí ch'a me vuole agguagliarsi,
caderà vinto e sanguinoso al piano,
bruttando ne la polve i crini sparsi;
e vedrà vivo ancor da questa mano
ad onta del suo Dio l'arme spogliarsi,
né morendo impetrar potrà co' preghi
ch'in pasto a' cani le sue membra i' neghi."
55 Non altramente il tauro, ove l'irriti
geloso amor co' stimuli pungenti,
orribilmente mugge, e co' muggiti
gli spirti in sé risveglia e l'ire ardenti,
e 'l corno aguzza a i tronchi, e par ch'inviti
con vani colpi a la battaglia i venti:
sparge co 'l piè l'arena, e 'l suo rivale
da lunge sfida a guerra aspra e mortale.
56 Da sí fatto furor commosso, appella
l'araldo; e con parlar tronco gli impone:
"Vattene al campo, e la battaglia fella
nunzia a colui ch'è di Giesú campione."
Quinci alcun non aspetta e monta in sella,
e fa condursi inanzi il suo prigione;
esce fuor de la terra, e per lo colle
in corso vien precipitoso e folle.
57 Dà fiato intanto al corno, e n'esce un suono
che d'ogn'intorno orribile s'intende
e 'n guisa pur di strepitoso tuono
gli orecchi e 'l cor de gli ascoltanti offende.
Già i principi cristiani accolti sono
ne la tenda maggior de l'altre tende:
qui fe' l'araldo sue disfide e incluse
Tancredi pria, né però gli altri escluse.
58 Goffredo intorno gli occhi gravi e tardi
volge con mente allor dubbia e sospesa,
né, perché molto pensi e molto guardi,
atto gli s'offre alcuno a tanta impresa.
Vi manca il fior de' suoi guerrier gagliardi:
di Tancredi non s'è novella intesa,
e lunge è Boemondo, ed ito è in bando
l'invitto eroe ch'uccise il fier Gernando.
59 Ed oltre i diece che fur tratti a sorte,
i migliori del campo e i piú famosi
seguír d'Armida le fallaci scorte,
sotto il silenzio de la notte ascosi.
Gli altri di mano e d'animo men forte
taciti se ne stanno e vergognosi,
né vi è chi cerchi in sí gran rischio onore,
ché vinta la vergogna è dal timore.
60 Al silenzio, a l'aspetto, ad ogni segno,
di lor temenza il capitan s'accorse,
e tutto pien di generoso sdegno
dal loco ove sedea repente sorse,
e disse: "Ah! ben sarei di vita indegno
se la vita negassi or porre in forse,
lasciando ch'un pagan cosí vilmente
calpestasse l'onor di nostra gente!
61 Sieda in pace il mio campo, e da secura
parte miri ozioso il mio periglio.
Su su, datemi l'arme"; e l'armatura
gli fu recata in un girar di ciglio.
Ma il buon Raimondo, che in età matura
parimente maturo avea il consiglio,
e verdi ancor le forze a par di quanti
erano quivi, allor si trasse avanti,
62 e disse a lui rivolto: "Ah non sia vero
ch'in un capo s'arrischi il campo tutto!
Duce sei tu, non semplice guerriero:
publico fòra e non privato il lutto.
In te la fé s'appoggia e 'l santo impero,
per te fia il regno di Babèl distrutto.
Tu il senno sol, lo scettro solo adopra;
ponga altri poi l'ardire e 'l ferro in opra.
63 Ed io, bench'a gir curvo mi condanni
la grave età, non fia che ciò ricusi.
Schivino gli altri i marziali affanni,
me non vuo' già che la vecchiezza scusi.
Oh! foss'io pur su 'l mio vigor de gli anni
qual sète or voi, che qui temendo chiusi
vi state e non vi move ira o vergogna
contra lui che vi sgrida e vi rampogna,
64 e quale allora fui, quando al cospetto
di tutta la Germania, a la gran corte
del secondo Corrado, apersi il petto
al feroce Leopoldo e 'l posi a morte!
E fu d'alto valor piú chiaro effetto
le spoglie riportar d'uom cosí forte,
che s'alcun or fugasse inerme e solo
di questa ignobil turba un grande stuolo.
65 Se fosse in me quella virtú, quel sangue,
di questo alter l'orgoglio avrei già spento.
Ma qualunque io mi sia, non però langue
il core in me, né vecchio anco pavento,
E s'io pur rimarrò nel campo essangue,
né il pagan di vittoria andrà contento.
Armarmi i' vuo': sia questo il dí ch'illustri
con novo onor tutti i miei scorsi lustri."
66 Cosí parla il gran vecchio, e sproni acuti
son le parole, onde virtú si desta.
Quei che fur prima timorosi e muti
hanno la lingua or baldanzosa e presta.
Né sol non v'è che la tenzon rifiuti,
ma ella omai da molti a prova è chiesta:
Baldovin la domanda, e con Ruggiero
Guelfo, i due Guidi, e Stefano e Gerniero,
67 e Pirro, quel che fe' il lodato inganno
dando Antiochia presa a Boemondo;
ed a prova richiesta anco ne fanno
Eberardo, Ridolfo e 'l pro' Rosmondo,
un di Scozia, un d'Irlanda, ed un britanno,
terre che parte il mar dal nostro mondo;
e ne son parimente anco bramosi
Gildippe ed Odoardo, amanti e sposi.
68 Ma sovra tutti gli altri il fero vecchio
se ne dimostra cupido ed ardente.
Armato è già; sol manca a l'apparecchio
de gli altri arnesi il fino elmo lucente.
A cui dice Goffredo: "O vivo specchio
del valor prisco, in te la nostra gente
miri e virtú n'apprenda: in te di Marte
splende l'onor, la disciplina e l'arte.
69 Oh! pur avessi fra l'etade acerba
diece altri di valor al tuo simíle,
come ardirei vincer Babèl superba
e la Croce spiegar da Battro a Tile.
Ma cedi or, prego, e te medesmo serba
a maggior opre e di virtú senile.
Pongansi poi tutti i nomi in un vaso
come è l'usanza, e sia giudice il caso;
70 anzi giudice Dio, de le cui voglie
ministra e serva è la fortuna e 'l fato."
Ma non però dal suo pensier si toglie
Raimondo, e vuol anch'egli esser notato.
Ne l'elmo suo Goffredo i brevi accoglie;
e poi che l'ebbe scosso ed agitato,
nel primo breve che di là traesse,
del conte di tolosa il nome lesse.
71 Fu il nome suo con lieto grido accolto,
né di biasmar la sorte alcun ardisce.
Ei di fresco vigor la fronte e 'l volto
riempie; e cosí allor ringiovenisce
qual serpe fier che in nove spoglie avolto
d'oro fiammeggi e 'ncontra il sol si lisce.
Ma piú d'ogn'altro il capitan gli applaude
e gli annunzia vittoria, e gli dà laude.
72 E la spada togliendosi dal fianco,
e porgendola a lui, cosí dicea:
"Questa è la spada che 'n battaglia il franco
rubello di Sassonia oprar solea,
ch'io già gli tolsi a forza, e gli tolsi anco
la vita allor di mille colpe rea;
questa, che meco ognor fu vincitrice,
prendi, e sia cosí teco ora felice."
73 Di loro indugio intanto è quell'altero
impaziente, e li minaccia e grida:
"O gente invitta, o popolo guerriero
d'Europa, un uomo solo è che vi sfida.
Venga Tancredi omai che par sí fero,
se ne la sua virtú tanto si fida;
o vuol, giacendo in piume, aspettar forse
la notte ch'altre volte a lui soccorse?
74 Venga altri, s'egli teme; a stuolo a stuolo
venite insieme, o cavalieri, o fanti,
poi che di pugnar meco a solo a solo
non v'è fra mille schiere uom che si vanti.
Vedete là il sepolcro ove il figliuolo
di Maria giacque: or ché non gite avanti?
ché non sciogliete i voti? Ecco la strada!
A qual serbate uopo maggior la spada?"
75 Con tali scherni il saracin atroce
quasi con dura sferza altrui percote,
ma piú ch'altri Raimondo a quella voce
s'accende, e l'onte sofferir non pote.
La virtú stimolata è piú feroce,
e s'aguzza de l'ira a l'aspra cote,
sí che tronca gli indugi e preme il dorso
del suo Aquilino, a cui diè 'l nome il corso.
76 Questo su 'l Tago nacque, ove talora
l'avida madre del guerriero armento,
quando l'alma stagion che n'innamora
nel cor le instiga il natural talento,
volta l'aperta bocca incontra l'òra,
raccoglie i semi del fecondo vento,
e de' tepidi fiati (o meraviglia!)
cupidamente ella concipe e figlia.
77 E ben questo Aquilin nato diresti
di quale aura del ciel piú lieve spiri,
o se veloce sí ch'orma non resti
stendere il corso per l'arena il miri,
o se 'l vedi addoppiar leggieri e presti
a destra ed a sinistra angusti giri.
Sovra tal corridore il conte assiso
move a l'assalto, e volge al cielo il viso:
78 "Signor, tu che drizzasti incontra l'empio
Golia l'arme inesperte in Terebinto,
sí ch'ei ne fu, che d'Israel fea scempio,
al primo sasso d'un garzone estinto;
tu fa' ch'or giaccia (e fia pari l'essempio)
questo fellon da me percosso e vinto,
e debil vecchio or la superbia opprima
come debil fanciul l'oppresse in prima."
79 Cosí pregava il conte, e le preghiere
mosse dalla speranza in Dio secura
s'alzàr volando a le celesti spere,
come va foco al ciel per sua natura.
L'accolse il Padre eterno, e fra le schiere
de l'essercito suo tolse a la cura
un che 'l difenda, e sano e vincitore
da le man di quell'empio il tragga fuore.
80 L'angelo, che fu già custode eletto
da l'alta Providenza al buon Raimondo
insin dal primo dí che pargoletto
se 'n venne a farsi peregrin del mondo,
or che di novo il Re del Ciel gli ha detto
che prenda in sé de la difesa il pondo,
ne l'alta rocca ascende, ove de l'oste
divina tutte son l'arme riposte.
81 Qui l'asta si conserva onde il serpente
percosso giacque, e i gran fulminei strali,
e quegli ch'invisibili a la gente
portan l'orride pesti e gli altri mali;
e qui sospeso è in alto il gran tridente,
primo terror de' miseri mortali
quando egli avien che i fondamenti scota
de l'ampia terra, e le città percota.
82 Si vedea fiammeggiar fra gli altri arnesi
scudo di lucidissimo diamante,
grande che può coprir genti e paesi
quanti ve n'ha fra il Caucaso e l'Atlante;
e sogliono da questo esser difesi
principi giusti e città caste e sante.
Questo l'angelo prende, e vien con esso
occultamente al suo Raimondo appresso.
83 Piene intanto le mura eran già tutte
di varia turba, e 'l barbaro tiranno
manda Clorinda e molte genti instrutte,
che ferme a mezzo il colle oltre non vanno.
Da l'altro lato in ordine ridutte
alcune schiere di cristiani stanno,
e largamente a' duo campioni il campo
vòto riman fra l'uno e l'altro campo.
84 Mirava Argante, e non vedea Tancredi,
ma d'ignoto campion sembianze nove.
Fecesi il conte inanzi, e: " Quel che chiedi,
è" disse a lui "per tua ventura altrove.
Non superbir però, ché me qui vedi
apparecchiato a riprovar tue prove,
ch'io di lui posso sostener la vice
o venir come terzo a me qui lice."
85 Ne sorride il superbo, e gli risponde:
"Che fa dunque Tancredi? e dove stassi?
Minaccia il ciel con l'arme, e poi s'asconde
fidando sol ne' suoi fugaci passi;
ma fugga pur nel centro e 'n mezzo l'onde,
ché non fia loco ove securo il lassi."
"Menti" replica l'altro "a dir ch'uom tale
fugga da te, ch'assai di te piú vale."
86 Freme il circasso irato, e dice: "Or prendi
del campo tu, ch'in vece sua t'accetto;
e tosto e' si parrà come difendi
l'alta follia del temerario detto."
Cosí mossero in giostra, e i colpi orrendi
parimente drizzaro ambi a l'elmetto;
e 'l buon Raimondo ove mirò scontrollo,
né dar gli fece ne l'arcion pur crollo.
87 Da l'altra parte il fero Argante corse
(fallo insolito a lui) l'arringo in vano,
ché 'l difensor celeste il colpo torse
dal custodito cavalier cristiano.
Le labra il crudo per furor si morse,
e ruppe l'asta bestemmiando al piano.
Poi tragge il ferro, e va contra Raimondo
impetuoso al paragon secondo.
88 E 'l possente corsiero urta per dritto,
quasi monton ch'al cozzo il capo abbassa.
Schiva Raimondo l'urto, al lato dritto
piegando il corso, e 'l fère in fronte e passa.
Torna di novo il cavalier d'Egitto,
ma quegli pur di novo a destra il lassa,
e pur su l'elmo il coglie, e 'ndarno sempre
ché l'elmo adamantine avea le tempre.
89 Ma il feroce pagan, che seco vòle
piú stretta zuffa, a lui s'aventa e serra.
L'altro, ch'al peso di sí vasta mole
teme d'andar co 'l suo destriero a terra,
qui cede, ed indi assale, e par che vòle,
intorniando con girevol guerra,
e i lievi imperii il rapido cavallo
segue del freno, e non pone orma in fallo.
90 Qual capitan ch'oppugni eccelsa torre
infra paludi posta o in alto monte,
mille aditi ritenta, e tutte scorre
l'arti e le vie, cotal s'aggira il conte;
e poi che non può scaglia d'arme tòrre
ch'armano il petto e la superba fronte,
fère i men forti arnesi, ed a la spada
cerca tra ferro e ferro aprir la strada.
91 Ed in due parti o in tre forate e fatte
l'arme nemiche ha già tepide e rosse,
ed egli ancor le sue conserva intatte,
né di cimier, né d'un sol fregio scosse.
Argante indarno arrabbia, a vòto batte
e spande senza pro l'ire e le posse;
non si stanca però, ma raddoppiando
va tagli e punte e si rinforza errando.
92 Al fin tra mille colpi il saracino
cala un fendente, e 'l conte è cosí presso
che forse il velocissimo Aquilino
non sottraggeasi e rimaneane oppresso;
ma l'aiuto invisibile vicino
non mancò lui di quel superno messo,
che stese il braccio e tolse il ferro crudo
sovra il diamante del celeste scudo.
93 Fragile è il ferro allor (ché non resiste
di fucina mortal tempra terrena
ad armi incorrottibili ed immiste
d'eterno fabro) e cade in su l'arena.
Il circasso, ch'andarne a terra ha viste
minutissime parti, il crede a pena;
stupisce poi, scorta la mano inerme,
ch'arme il campion nemico abbia sí ferme;
94 e ben rotta la spada aver si crede
su l'altro scudo, onde è colui difeso,
e 'l buon Raimondo ha la medesma fede,
ché non sa già chi sia dal ciel disceso.
Ma però ch'egli disarmata vede
la man nemica, si riman sospeso,
ché stima ignobil palma e vili spoglie
quelle ch'altrui con tal vantaggio toglie.
95 "Prendi" volea già dirgli "un'altra spada",
quando novo pensier nacque nel core,
ch'alto scorno è de' suoi dove egli cada,
che di publica causa è difensore.
Cosí né indegna a lui vittoria aggrada,
né in dubbio vuol porre il comune onore.
Mentre egli dubbio stassi, Argante lancia
il pomo e l'else a la nemica guancia,
96 e in quel tempo medesmo il destrier punge
e per venirne a lotta oltra si caccia.
La percossa lanciata a l'elmo giunge,
sí che ne pesta al tolosan la faccia;
ma però nulla sbigottisce, e lunge
ratto si svia da le robuste braccia,
ed impiaga la man ch'a dar di piglio
venia piú fera che ferino artiglio.
97 Poscia gira da questa a quella parte,
e rigirasi a questa indi da quella;
e sempre, e dove riede e donde parte,
fère il pagan d'aspra percossa e fella.
Quanto avea di vigor, quanto avea d'arte,
quanto può sdegno antico, ira novella,
a danno del circasso or tutto aduna,
e seco il Ciel congiura e la fortuna.
98 Quei di fine arme e di se stesso armato,
a i gran colpi resiste e nulla pave;
e par senza governo in mar turbato,
rotte vele ed antenne, eccelsa nave,
che pur contesto avendo ogni suo lato
tenacemente di robusta trave,
sdrusciti i fianchi al tempestoso flutto
non mostra ancor, né si dispera in tutto.
99 Argante, il tuo periglio allor tal era,
quando aiutarti Belzebú dispose.
Questi di cava nube ombra leggiera
(mirabil mostro) in forma d'uom compose;
e la sembianza di Clorinda altera
gli finse, e l'arme ricche e luminose:
diegli il parlare e senza mente il noto
suon de la voce, e 'l portamento e 'l moto.
100 Il simulacro ad Oradin, esperto
sagittario famoso, andonne e disse:
"O famoso Oradin, ch'a segno certo,
come a te piace, le quadrella affisse,
ah! gran danno saria s'uom di tal merto,
difensor di Giudea, cosí morisse,
e di sue spoglie il suo nemico adorno
securo ne facesse a i suoi ritorno.
101 Qui fa' prova de l'arte, e le saette
tingi, nel sangue del ladron francese,
ch'oltra il perpetuo onor vuo' che n'aspette
premio al gran fatto egual dal re cortese."
Cosí parlò, né quegli in dubbio stette,
tosto che 'l suon de le promesse intese;
da la grave faretra un quadrel prende
e su l'arco l'adatta, e l'arco tende.
102 Sibila il teso nervo, e fuore spinto
vola il pennuto stral per l'aria e stride,
ed a percoter va dove del cinto
si congiungon le fibbie e le divide;
passa l'usbergo, e in sangue a pena tinto
qui su si ferma e sol la pelle incide,
ché 'l celeste guerrier soffrir non volse
ch'oltra passasse, e forza al colpo tolse.
103 Da l'usbergo lo stral si tragge il conte
ed ispicciarne fuori il sangue vede;
e con parlar pien di minaccie ed onte
rimprovera al pagan la rotta fede.
Il capitan, che non torcea la fronte
da l'amato Raimondo, allor s'avede
che violato è il patto, e perché grave
stima la piaga, ne sospira e pave;
104 e con la fronte le sue genti altere
e con la lingua a vendicarlo desta.
Vedi tosto inchinar giú le visiere,
lentare i freni e por le lancie in resta,
e quasi in un sol punto alcune schiere
da quella parte moversi e da questa.
Sparisce il campo, e la minuta polve
con densi globi al ciel s'inalza e volve.
105 D'elmi e scudi percossi e d'aste infrante
ne' primi scontri un gran romor s'aggira.
Là giacere un cavallo, e girne errante
un altro là senza rettor si mira;
qui giace un guerrier morto, e qui spirante
altri singhiozza e geme, altri sospira.
Fera è la pugna, e quanto piú si mesce
e stringe insieme, piú s'inaspra e cresce.
106 Salta Argante nel mezzo agile e sciolto,
e toglie ad un guerrier ferrata mazza;
e rompendo lo stuol calcato e folto,
la rota intorno e si fa larga piazza.
E sol cerca Raimondo, e in lui sol vòlto
ha il ferro e l'ira impetuosa e pazza,
e quasi avido lupo ei par che brame
ne le viscere sue pascer la fame.
107 Ma duro ad impedir viengli il sentiero
e fero intoppo, acciò che 'l corso ei tardi.
Si trova incontra Ormanno, e con Ruggiero
di Balnavilla un Guido e duo Gherardi.
Non cessa, non s'allenta, anzi è piú fero
quanto ristretto è piú da que' gagliardi,
sí come a forza da rinchiuso loco
se n'esce e move alte ruine il foco.
108 Uccide Ormanno, piaga Guido, atterra
Ruggiero infra gli estinti egro e languente,
ma contra lui crescon le turbe, e 'l serra
d'uomini e d'arme cerchio aspro e pungente.
Mentre in virtú di lui pari la guerra
si mantenea fra l'una e l'altra gente,
il buon duce Buglion chiama il fratello,
ed a lui dice: "Or movi il tuo drapello,
109 e là dove battaglia è piú mortale
vattene ad investir nel lato manco."
Quegli si mosse, e fu lo scontro tale
ond'egli urtò de gli nemici al fianco,
che parve il popol d'Asia imbelle e frale,
né poté sostener l'impeto franco,
che gli ordini disperde, e co' destrieri
l'insegne insieme abbatte e i cavalieri.
110 Da l'impeto medesmo in fuga è vòlto
il destro corno; e non v'è alcun che faccia
fuor ch'Argante difesa, a freno sciolto
cosí il timor precipiti li caccia.
Egli sol ferma il passo e mostra il volto,
né chi con mani cento e cento braccia
cinquanta scudi insieme ed altrettante
spade movesse, or piú faria d'Argante.
111 Ei gli stocchi e le mazze, egli de l'aste
e de' corsieri l'impeto sostenta;
e solo par che 'ncontra tutti baste,
ed ora a questo ed ora a quel s'aventa.
Peste ha le membra e rotte l'arme e guaste,
e sudor versa e sangue, e par no 'l senta.
Ma cosí l'urta il popol denso e 'l preme
ch'al fin lo svolge e seco il porta insieme.
112 Volge il tergo a la forza ed al furore
di quel diluvio che 'l rapisce e 'l tira;
ma non già d'uom che fugga ha i passi e 'l core,
s'a l'opre de la mano il cor si mira.
Serbano ancora gli occhi il lor terrore
e le minaccie de la solita ira;
e cerca ritener con ogni prova
la fuggitiva turba, e nulla giova.
113 Non può far quel magnanimo ch'almeno
sia lor fuga piú tarda e piú raccolta,
ché non ha la paura arte né freno,
né pregar qui né comandar s'ascolta.
Il pio Buglion, ch'i suoi pensieri a pieno
vede fortuna a favorir rivolta,
segue de la vittoria il lieto corso
e invia novello a i vincitor soccorso.
114 E se non che non era il dí che scritto
Dio ne gli eterni suoi decreti avea,
quest'era forse il dí che 'l campo invitto
de le sante fatiche al fin giungea.
Ma la schiera infernal, ch'in quel conflitto
la tirannide sua cader vedea,
sendole ciò permesso, in un momento
l'aria in nube ristrinse e mosse il vento.
115 Da gli occhi de' mortali un negro velo
rapisce il giorno e 'l sole, e par ch'avampi
negro via piú ch'orror d'inferno il cielo,
cosí fiammeggia infra baleni e lampi.
Fremono i tuoni, e pioggia accolta in gelo
si versa, e i paschi abbatte e inonda i campi.
Schianta i rami il gran turbo, e par che crolli
non pur le quercie ma le rocche e i colli.
116 L'acqua in un tempo, il vento e la tempesta
ne gli occhi a i Franchi impetuosa fère,
e l'improvisa violenza arresta
con un terror quasi fatal le schiere.
La minor parte d'esse accolta resta
(ché veder non le puote) a le bandiere.
Ma Clorinda, che quindi alquanto è lunge
prende opportuno il tempo e 'l destrier punge.
117 Ella gridava a i suoi: "Per noi combatte,
compagni, il Cielo, e la giustizia aita;
da l'ira sua le faccie nostre intatte
sono, e non è la destra indi impedita,
e ne la fronte solo irato ei batte
de la nemica gente impaurita,
e la scote de l'arme, e de la luce
la priva: andianne pur, ché 'l fato è duce."
118 Cosí spinge le genti, e ricevendo
sol nelle spalle l'impeto d'inferno,
urta i Francesi con assalto orrendo,
e i vani colpi lor si prende a scherno.
Ed in quel tempo Argante anco volgendo
fa de' già vincitor aspro governo,
e quei lasciando il campo a tutto corso
volgono al ferro, a le procelle il dorso.
119 Percotono le spalle a i fuggitivi
l'ire immortali e le mortali spade,
e 'l sangue corre e fa, commisto a i rivi
de la gran pioggia, rosseggiar le strade.
Qui tra 'l vulgo de' morti e de' mal vivi
e Pirro e 'l buon Ridolfo estinto cade;
e toglie a questo il fier circasso l'alma,
e Clorinda di quello ha nobil palma.
120 Cosí fuggiano i Franchi, e di lor caccia
non rimaneano i Siri anco o i demoni.
Sol contra l'arme e contra ogni minaccia
di granuole, di turbini e di tuoni
volgea Goffredo la secura faccia,
rampognando aspramente i suoi baroni;
e, fermo anzi la porta il gran cavallo,
le genti sparse raccogliea nel vallo.
121 E ben due volte il corridor sospinse
contra il feroce Argante e lui ripresse,
ed altrettante il nudo ferro spinse
dove le turbe ostili eran piú spesse;
al fin con gli altri insieme ei si ristrinse
dentro a i ripari, e la vittoria cesse.
Tornano allora i saracini, e stanchi
restan nel vallo e sbigottiti i Franchi.
122 Né quivi ancor de l'orride procelle
ponno a pieno schivar la forza e l'ira,
ma sono estinte or queste faci or quelle,
e per tutto entra l'acqua e 'l vento spira.
Squarcia le tele e spezza i pali, e svelle
le tende intere e lunge indi le gira;
la pioggia a i gridi, a i venti, a i tuon s'accorda
d'orribile armonia che 'l mondo assorda.
CANTO OTTAVO
1 Già cheti erano i tuoni e le tempeste
e cessato il soffiar d'Austro e di Coro,
e l'alba uscia de la magion celeste
con la fronte di rose e co' piè d'oro.
Ma quei che le procelle avean già deste
non rimaneansi ancor da l'arti loro,
anzi l'un d'essi, ch'Astragorre è detto,
cosí parlava a la compagna Aletto:
2 "Mira, Aletto, venirne (ed impedito
esser non può da noi) quel cavaliero
che da le fere mani è vivo uscito
del sovran difensor del nostro impero.
Questi, narrando del suo duce ardito
e de' compagni a i Franchi il caso fero,
paleserà gran cose; onde è periglio
che si richiami di Bertoldo il figlio.
3 Sai quanto ciò rilevi e se conviene
a i gran princípi oppor forza ed inganno.
Scendi tra i Franchi adunque, e ciò ch'a bene
colui dirà tutto rivolgi in danno:
spargi le fiamme e 'l tòsco entro le vene
del Latin, de l'Elvezio e del Britanno,
movi l'ire e i tumulti a fa' tal opra
che tutto vada il campo al fin sossopra.
4 L'opra è degna di te, tu nobil vanto
te 'n désti già dinanzi al signor nostro."
Cosí le parla, e basta ben sol tanto
perché prenda l'impresa il fero mostro.
Giunto è su 'l vallo dei cristiani intanto
quel cavaliero il cui venir fu mostro,
e disse lor: "Deh, sia chi m'introduca
per mercede, o guerrieri, al sommo duca."
5 Molti scorta gli furo al capitano,
vaghi d'udir del peregrin novelle.
Egli inchinollo, e l'onorata mano
volea baciar che fa tremar Babelle;
"Signor," poi dice "che con l'oceano
termini la tua fama e con le stelle,
venirne a te vorrei piú lieto messo."
Qui sospirava, e soggiungeva appresso:
6 "Sveno, del re de' Dani unico figlio,
gloria e sostegno a la cadente etade,
esser tra quei bramò che 'l tuo consiglio
seguendo han cinto per Giesú le spade;
né timor di fatica o di periglio,
né vaghezza del regno, né pietade
del vecchio genitor, sí degno affetto
intepidír nel generoso petto.
7 Lo spingeva un desio d'apprender l'arte
de la milizia faticosa e dura
da te, sí nobil mastro, e sentia in parte
sdegno e vergogna di sua fama oscura,
già di Rinaldo il nome in ogni parte
con gloria udendo in verdi anni matura;
ma piú ch'altra cagione, il mosse il zelo
non del terren ma de l'onor del Cielo.
8 Precipitò dunque gli indugi, e tolse
stuol di scelti compagni audace e fero,
e dritto invèr la Tracia il camin volse
a la città che sede è de l'impero.
Qui il greco Augusto in sua magion l'accolse,
qui poi giunse in tuo nome un messaggiero.
Questi a pien gli narrò come già presa
fosse Antiochia, e come poi difesa;
9 difesa incontra al Perso, il qual con tanti
uomini armati ad assediarvi mosse,
che sembrava che d'arme e d'abitanti
vòto il gran regno suo rimaso fosse.
Di te gli disse, e poi narrò d'alquanti
sin ch'a Rinaldo giunse, e qui fermosse;
contò l'ardita fuga, e ciò che poi
fatto di glorioso avea tra voi.
10 Soggiunse al fin come già il popol franco
veniva a dar l'assalto a queste porte;
e invitò lui ch'egli volesse almanco
de l'ultima vittoria esser consorte.
Questo parlare al giovenetto fianco
del fero Sveno è stimolo sí forte,
ch'ogn'ora un lustro pargli infra pagani
rotar il ferro e insanguinar le mani.
11 Par che la sua viltà rimproverarsi
senta ne l'altrui gloria, e se ne rode;
e ch'il consiglia e ch'il prega a fermarsi,
o che non l'essaudisce o che non l'ode.
Rischio non teme, fuor che 'l non trovarsi
de' tuoi gran rischi a parte e di tua lode;
questo gli sembra sol periglio grave,
de gli altri o nulla intende o nulla pave.
12 Egli medesmo sua fortuna affretta,
fortuna che noi tragge e lui conduce,
però ch'a pena al suo partire aspetta
i primi rai de la novella luce.
È per miglior la via piú breve eletta;
tale ei la stima, ch'è signor e duce,
né i passi piú difficili o i paesi
schivar si cerca de' nemici offesi.
13 Or difetto di cibo, or camin duro
trovammo, or violenza ed or aguati;
ma tutti fur vinti i disagi, e furo
or uccisi i nemici ed or fugati.
Fatto avean ne' perigli ogn'uom securo
le vittorie e insolenti i fortunati,
quando un dí ci accampammo ove i confini
non lunge erano omai de' Palestini.
14 Quivi da i precursori a noi vien detto
ch'alto strepito d'arme avean sentito,
e viste insegne e indizi onde han sospetto
che sia vicino essercito infinito.
Non pensier, non color, non cangia aspetto,
non muta voce il signor nostro ardito,
benché molti vi sian ch'al fero aviso
tingan di bianca pallidezza il viso.
15 Ma dice: `Oh quale omai vicina abbiamo
corona o di martirio o di vittoria!
L'una spero io ben piú, ma non men bramo
l'altra ove è maggior merto e pari gloria.
Questo campo, o fratelli, ove or noi siamo,
fia tempio sacro ad immortal memoria,
in cui l'età futura additi e mostri
le nostre sepolture e i trofei nostri.'
16 Cosí parla, e le guardie indi dispone
e gli uffici comparte e la fatica.
Vuol ch'armato ognun giaccia, e non depone
ei medesmo gli arnesi o la lorica.
Era la notte ancor ne la stagione
ch'è piú del sonno e del silenzio amica,
allor che d'urli barbareschi udissi
romor che giunse al cielo ed a gli abissi.
17 Si grida `A l'armi! a l'armi!', e Sveno involto
ne l'armi inanzi a tutti oltre si spinge,
e magnanimamente i lumi e 'l volto
di color d'ardimento infiamma e tinge.
Ecco siamo assaliti, e un cerchio folto
da tutti i lati ne circonda e stringe,
e intorno un bosco abbiam d'aste e di spade
e sovra noi di strali un nembo cade.
18 Ne la pugna inegual (però che venti
gli assalitori sono incontra ad uno)
molti d'essi piagati e molti spenti
son da cieche ferite a l'aer bruno;
ma il numero de gli egri e de' cadenti
fra l'ombre oscure non discerne alcuno:
copre la notte i nostri danni, e l'opre
de la nostra virtute insieme copre.
19 Pur sí fra gli altri Sveno alza la fronte
ch'agevol cosa è che veder si possa,
e nel buio le prove anco son conte
a chi vi mira, e l'incredibil possa.
Di sangue un rio, d'uomini uccisi un monte
d'ogni intorno gli fanno argine e fossa;
e dovunque ne va, sembra che porte
lo spavento ne gli occhi, e in man la morte.
20 Cosí pugnato fu sin che l'albore
rosseggiando nel ciel già n'apparia.
Ma poi che scosso fu il notturno orrore
che l'orror de le morti in sé copria,
la desiata luce a noi terrore
con vista accrebbe dolorosa e ria,
ché pien d'estinti il campo e quasi tutta
nostra gente vedemmo omai destrutta.
21 Duomila fummo, e non siam cento.
Or quando
tanto sangue egli mira e tante morti,
non so se 'l cuor feroce al miserando
spettacolo si turbi e si sconforti;
ma già no 'l mostra, anzi la voce alzando:
`Seguiam' ne grida `que' compagni forti
ch'al Ciel lunge da i laghi averni e stigi
n'han segnati co 'l sangue alti vestigi.'
22 Disse, e lieto (credo io) de la vicina
morte cosí nel cor come al sembiante,
incontra alla barbarica ruina
portonne il petto intrepido e costante.
Tempra non sosterrebbe, ancor che fina
fosse e d'acciaio no, ma di diamante,
i feri colpi, onde egli il campo allaga,
e fatto è il corpo suo solo una piaga.
23 La vita no, ma la virtú sostenta
quel cadavero indomito e feroce.
Ripercote percosso e non s'allenta,
ma quanto offeso è piú tanto piú noce.
Quando ecco furiando a lui s'aventa
uom grande, c'ha sembiante e guardo atroce;
e dopo lunga ed ostinata guerra,
con l'aita di molti al fin l'atterra.
24 Cade il garzone invitto (ahi caso amaro!),
né v'è fra noi chi vendicare il possa.
Voi chiamo in testimonio, o del mio caro
signor sangue ben sparso e nobil ossa,
ch'allor non fui de la mia vita avaro,
né schivai ferro né schivai percossa;
e se piaciuto pur fosse là sopra
ch'io vi morissi, il meritai con l'opra.
25 Fra gli estinti compagni io sol cadei
vivo, né vivo forse è chi mi pensi;
né de' nemici piú cosa saprei
ridir, sí tutti avea sopiti i sensi.
Ma poi che tornò il lume a gli occhi miei,
ch'eran d'atra caligine condensi,
notte mi parve, ed a lo sguardo fioco
s'offerse il vacillar d'un picciol foco.
26 Non rimaneva in me tanta virtude
ch'a discerner le cose io fossi presto,
ma vedea come quei ch'or apre or chiude
gli occhi, mezzo tra 'l sonno e l'esser desto;
e 'l duolo omai de le ferite crude
piú cominciava a farmisi molesto,
ché l'inaspria l'aura notturna e 'l gelo
in terra nuda e sotto aperto cielo.
27 Piú e piú ognor s'avicinava intanto
quel lume e insieme un tacito bisbiglio,
sí ch'a me giunse e mi si pose a canto.
Alzo allor, bench'a pena, il debil ciglio
e veggio due vestiti in lungo manto
tener due faci, e dirmi sento: `O figlio,
confida in quel Signor ch'a' pii soviene,
e con la grazia i preghi altrui previene.'
28 In tal guisa parlommi: indi la mano
benedicendo sovra me distese;
e susurrò con suon devoto e piano
voci allor poco udite e meno intese.
`Sorgi', poi disse; ed io leggiero e sano
sorgo, e non sento le nemiche offese
(oh miracol gentile!), anzi mi sembra
piene di vigor novo aver le membra.
29 Stupido lor riguardo, e non ben crede
l'anima sbigottita il certo e il vero;
onde l'un d'essi a me: `Di poca fede,
che dubbii? o che vaneggia il tuo pensiero?
Verace corpo è quel che 'n noi si vede:
servi siam di Giesú, che 'l lusinghiero
mondo e 'l suo falso dolce abbiam fuggito,
e qui viviamo in loco erto e romito.
30 Me per ministro a tua salute eletto
ha quel Signor che 'n ogni parte regna,
ché per ignobil mezzo oprar effetto
meraviglioso ed alto egli non sdegna,
né men vorrà che sí resti negletto
quel corpo in cui già visse alma sí degna,
lo qual con essa ancor, lucido e leve
e immortal fatto, riunir si deve.
31 Dico il corpo di Sveno a cui fia data
tomba, a tanto valor conveniente,
la qual a dito mostra ed onorata
ancor sarà da la futura gente.
Ma leva omai gli occhi a le stelle, e guata
là splender quella, come un sol lucente;
questa co' vivi raggi or ti conduce
là dove è il corpo del tuo nobil duce.'
32 Allor vegg'io che da la bella face,
anzi dal sol notturno, un raggio scende
che dritto là dove il gran corpo giace,
quasi aureo tratto di pennel, si stende;
e sovra lui tal lume e tanto face
ch'ogni sua piaga ne sfavilla e splende,
e subito da me si raffigura
ne la sanguigna orribile mistura.
33 Giacea, prono non già, ma come vòlto
ebbe sempre a le stelle il suo desire,
dritto ei teneva inverso il cielo il volto
in guisa d'uom che pur là suso aspire.
Chiusa la destra e 'l pugno avea raccolto
e stretto il ferro, e in atto è di ferire;
l'altra su 'l petto in modo umile e pio
si posa, e par che perdon chieggia a Dio.
34 Mentre io le piaghe sue lavo co 'l pianto,
né però sfogo il duol che l'alma accora,
gli aprí la chiusa destra il vecchio santo,
e 'l ferro che stringea trattone fora:
`Questa' a me disse `ch'oggi sparso ha tanto
sangue nemico, e n'è vermiglia ancora,
è come sai perfetta, e non è forse
altra spada che debba a lei preporse.
35 Onde piace là su che, s'or la parte
dal suo primo signor acerba morte,
oziosa non resti in questa parte,
ma di man passi in mano ardita e forte
che l'usi poi con egual forza ed arte,
ma piú lunga stagion con lieta sorte;
e con lei faccia, perché a lei s'aspetta,
di chi Sveno le uccise aspra vendetta.
36 Soliman Sveno uccise, e Solimano
dée per la spada sua restarne ucciso.
Prendila dunque, e vanne ov'il cristiano
campo fia intorno a l'alte mura assiso;
e non temer che nel paese estrano
ti sia il sentier di novo anco preciso,
ché t'agevolerà per l'aspra via
l'alta destra di Lui ch'or là t'invia.
37 Quivi Egli vuol che da cotesta voce,
che viva in te servò, si manifesti
la pietate, il valor, l'ardir feroce
che nel diletto tuo signor vedesti,
perché a segnar de la purpurea Croce
l'arme con tale essempio altri si desti,
ed ora e dopo un corso anco di lustri
infiammati ne sian gli animi illustri.
38 Resta che sappia tu chi sia colui
che deve de la spada esser erede.
Questi è Rinaldo, il giovenetto a cui
il pregio di fortezza ogn'altro cede.
A lui la porgi, e di' che sol da lui
l'alta vedetta il Cielo e 'l mondo chiede.'
Or mentre io le sue voci intento ascolto,
fui da miracol novo a sé rivolto,
39 ché là dove il cadavero giacea
ebbi improviso un gran sepolcro scorto,
che sorgendo rinchiuso in sé l'avea,
come non so né con qual arte sorto;
e in brevi note altrui vi si sponea
il nome e la virtú del guerrier morto.
Io non sapea da tal vista levarmi,
mirando ora le lettre ed ora i marmi.
40 `Qui' disse il vecchio `appresso a i fidi amici
giacerà del tuo duce il corpo ascoso,
mentre gli spirti amando in Ciel felici
godon perpetuo bene e glorioso.
Ma tu co 'l pianto omai gli estremi uffici
pagato hai loro, e tempo è di riposo.
Oste mio ne sarai sin ch'al viaggio
matutin ti risvegli il novo raggio.'
41 Tacque, e per lochi ora sublimi or cupi
mi scòrse onde a gran pena il fianco trassi,
sin ch'ove pende da selvaggie rupi
cava spelonca raccogliemmo i passi.
Questo è il suo albergo: ivi fra gli orsi e i lupi
co 'l discepolo suo securo stassi,
ché difesa miglior ch'usbergo e scudo
è la santa innocenza al petto ignudo.
42 Silvestre cibo e duro letto porse
quivi a le membra mie posa e ristoro.
Ma poi ch'accesi in oriente scorse
i raggi del mattin purpurei e d'oro,
vigilante ad orar subito sorse
l'uno e l'altro eremita, ed io con loro.
Dal santo vecchio poi congedo tolsi
e qui, dov'egli consigliò, mi volsi."
43 Qui si tacque il tedesco, e gli rispose
il pio Buglione: "O cavalier, tu porte
dure novelle al campo e dolorose
onde a ragion si turbi e si sconforte,
poi che genti sí amiche e valorose
breve ora ha tolte e poca terra absorte,
e in guisa d'un baleno il signor vostro
s'è in un sol punto dileguato e mostro.
44 Ma che? felice è cotal morte e scempio
via piú ch'acquisto di provincie e d'oro,
né dar l'antico Campidoglio essempio
d'alcun può mai sí glorioso alloro.
Essi del ciel nel luminoso tempio
han corona immortal del vincer loro:
ivi credo io che le sue belle piaghe
ciascun lieto dimostri e se n'appaghe.
45 Ma tu, che a le fatiche ed al periglio
ne la milizia ancor resti del mondo,
devi gioir de' lor trionfi, e 'l ciglio
render quanto conviene omai giocondo;
e perché chiedi di Bertoldo il figlio,
sappi ch'ei fuor de l'oste è vagabondo,
né lodo io già che dubbia via tu prenda
pria che di lui certa novella intenda."
46 Questo lor ragionar ne l'altrui mente
di Rinaldo l'amor desta e rinova,
e v'è chi dice: "Ahi! fra pagana gente
il giovenetto errante or si ritrova."
E non v'è quasi alcun che non rammente,
narrando al dano, i suoi gran fatti a prova;
e de l'opere sue la lunga tela
con istupor gli si dispiega e svela.
47 Or quando del garzon la rimembranza
avea gli animi tutti inteneriti,
ecco molti tornar, che per usanza
eran d'intorno a depredare usciti.
Conducean questi seco in abbondanza
e mandre di lanuti e buoi rapiti
e biade ancor, benché non molte, e strame
che pasca de' corsier l'avida fame.
48 E questi di sciagura aspra e noiosa
segno portàr che 'n apparenza è certo:
rotta del buon Rinaldo e sanguinosa
la sopravesta ed ogni arnese aperto.
Tosto si sparse (e chi potria tal cosa
tener celata?) un romor vario e incerto.
Corre il vulgo dolente a le novelle
del guerriero e de l'arme, e vuol vedelle.
49 Vede, e conosce ben l'immensa mole
del grand'usbergo e 'l folgorar del lume,
e l'arme tutte ove è l'augel ch'al sole
prova i suoi figli e mal crede a le piume;
ché di vederle già primiere o sole
ne le imprese piú grandi ebbe in costume,
ed or non senza alta pietate ed ira
rotte e sanguigne ivi giacer le mira.
50 Mentre bisbiglia il campo, e la cagione
de la morte di lui varia si crede,
a sé chiama Aliprando il pio Buglione,
duce di quei che ne portàr le prede,
uom di libera mente e di sermone
veracissimo e schietto, ed a lui chiede:
"Di' come e donde tu rechi quest'arme,
e di buono o di reo nulla celarme."
51 Gli rispose colui: "Di qui lontano
quanto in duo giorni un messaggiero andria,
verso il confin di Gaza un picciol piano
chiuso tra colli alquanto è fuor di via;
e in lui d'alto deriva e lento e piano
tra pianta e pianta un fiumicel s'invia,
e d'arbori e di macchie ombroso e folto
opportuno a l'insidie il loco è molto.
52 Qui greggia alcuna cercavam che fosse
venuta a i paschi de l'erbose sponde,
e in su l'erbe miriam di sangue rosse
giacerne un guerrier morto in riva a l'onde.
A l'arme ed a l'insegne ogn'uom si mosse,
che furon conosciute ancor che immonde.
Io m'appressai per discoprirgli il viso,
ma trovai ch'era il capo indi reciso.
53 Mancava ancor la destra, e 'l busto grande
molte ferite avea dal tergo al petto;
e non lontan, con l'aquila che spande
le candide ali, giacea il vòto elmetto.
Mentre cerco d'alcuno a cui dimande,
un villanel sopragiungea soletto
che 'ndietro il passo per fuggirne torse
subitamente che di noi s'accorse.
54 Ma seguitato e preso, a la richiesta
che noi gli facevamo, al fin rispose
che 'l giorno inanti uscir de la foresta
scorse molti guerrieri, onde ei s'ascose;
e ch'un d'essi tenea recisa testa
per le sue chiome bionde e sanguinose,
la qual gli parve, rimirando intento,
d'uom giovenetto e senza peli al mento;
55 e che 'l medesmo poco poi l'avolse
in un zendado da l'arcion pendente.
Soggiunse ancor ch'a l'abito raccolse
ch'erano i cavalier di nostra gente.
Io spogliar feci il corpo, e sí me 'n dolse
che piansi nel sospetto amaramente,
e portai meco l'arme e lasciai cura
ch'avesse degno onor di sepoltura.
56 Ma se quel nobil tronco è quel ch'io credo,
altra tomba, altra pompa egli ben merta."
Cosí detto, Aliprando ebbe congedo,
però che cosa non avea piú certa.
Rimase grave e sospirò Goffredo;
pur nel tristo pensier non si raccerta,
e con piú chiari segni il monco busto
conoscer vuole e l'omicida ingiusto.
57 Sorgea la notte intanto, e sotto l'ali
ricopriva del cielo i campi immensi;
e 'l sonno, ozio de l'alme, oblio de' mali,
lusingando sopia le cure e i sensi.
Tu sol punto, Argillan, d'acuti strali
d'aspro dolor, volgi gran cose e pensi,
né l'agitato sen né gli occhi ponno
la quiete raccòrre o 'l molle sonno.
58 Costui pronto di man, di lingua ardito,
impetuoso e fervido d'ingegno,
nacque in riva del Tronto e fu nutrito
ne le risse civil d'odio e di sdegno;
poscia in essiglio spinto, i colli e 'l lito
empié di sangue e depredò quel regno,
sin che ne l'Asia a guerreggiar se 'n venne
e per fama miglior chiaro divenne.
59 Al fin questi su l'alba i lumi chiuse;
né già fu sonno il suo queto e soave,
ma fu stupor ch'Aletto al cor gl'infuse,
non men che morte sia profondo e grave.
Sono le interne sue virtú deluse
e riposo dormendo anco non have,
ché la furia crudel gli s'appresenta
sotto orribili larve e lo sgomenta.
60 Gli figura un gran busto, ond'è diviso
il capo e de la destra il braccio è mozzo,
e sostien con la manca il teschio inciso,
di sangue e di pallor livido e sozzo.
Spira e parla spirando il morto viso,
e 'l parlar vien co 'l sangue e co 'l singhiozzo:
"Fuggi, Argillan; non vedi omai la luce?
Fuggi le tende infami e l'empio duce.
61 Chi dal fero Goffredo e da la frode
ch'uccise me, voi, cari amici, affida?
D'astio dentro il fellon tutto si rode,
e pensa sol come voi meco uccida.
Pur, se cotesta mano a nobil lode
aspira, e in sua virtú tanto si fida,
non fuggir, no; plachi il tiranno essangue
lo spirto mio co 'l suo maligno sangue.
62 Io sarò teco, ombra di ferro e d'ira
ministra, e t'armerò la destra e 'l seno."
Cosí gli parla, e nel parlar gli spira
spirito novo di furor ripieno.
Si rompe il sonno, e sbigottito ei gira
gli occhi gonfi di rabbia e di veneno;
ed armato ch'egli è, con importuna
fretta i guerrier d'Italia insieme aduna.
63 Gli aduna là dove sospese stanno
l'arme del buon Rinaldo, e con superba
voce il furore e 'l conceputo affanno
in tai detti divulga e disacerba:
"Dunque un popolo barbaro e tiranno,
che non prezza ragion, che fé non serba,
che non fu mai di sangue e d'or satollo,
ne terrà 'l freno in bocca e 'l giogo al collo?
64 Ciò che sofferto abbiam d'aspro e d'indegno
sette anni omai sotto sí iniqua soma,
è tal ch'arder di scorno, arder di sdegno
potrà da qui a mill'anni Italia e Roma.
Taccio che fu da l'arme e da l'ingegno
del buon Tancredi la Cilicia doma,
e ch'ora il Franco a tradigion la gode,
e i premi usurpa del valor la frode.
65 Taccio ch'ove il bisogno e 'l tempo chiede
pronta man, pensier fermo, animo audace,
alcuno ivi di noi primo si vede
portar fra mille morti o ferro o face;
quando le palme poi, quando le prede
si dispensan ne l'ozio e ne la pace,
nostri in parte non son, ma tutti loro
i trionfi, gli onor, le terre e l'oro.
66 Tempo forse già fu che gravi e strane
ne potevan parer sí fatte offese;
quasi lievi or le passo: orrenda, immane
ferità leggierissime l'ha rese.
Hanno ucciso Rinaldo, e con l'umane
l'alte leggi divine han vilipese.
E non fulmina il Cielo? e non l'inghiotte
la terra entro la sua perpetua notte?
67 Rinaldo han morto, il qual fu spada e scudo
di nostra fede; ed ancor giace inulto?
inulto giace e su 'l terreno ignudo
lacerato il lasciaro ed insepulto.
Ricercate saper chi fosse il crudo?
A chi pote, o compagni, esser occulto?
Deh! chi non sa quanto al valor latino
portin Goffredo invidia e Baldovino?
68 Ma che cerco argomenti? Il Cielo io giuro
(il Ciel che n'ode e ch'ingannar non lice),
ch'allor che si rischiara il mondo oscuro,
spirito errante il vidi ed infelice.
Che spettacolo, oimè, crudele e duro!
Quai frode di Goffredo a noi predice!
Io 'l vidi, e non fu sogno; e ovunque or miri,
par che dinanzi a gli occhi miei s'aggiri.
69 Or che faremo noi? dée quella mano,
che di morte sí ingiusta è ancora immonda,
reggerci sempre? o pur vorrem lontano
girne da lei, dove l'Eufrate inonda,
dove a popolo imbelle in fertil piano
tante ville e città nutre e feconda,
anzi a noi pur? Nostre saranno, io spero,
né co' Franchi comune avrem l'impero.
70 Andianne, e resti invendicato il sangue
(se cosí parvi) illustre ed innocente,
benché, se la virtú che fredda langue
fosse ora in voi quanto dovrebbe ardente,
questo che divorò, pestifero angue,
il pregio e 'l fior de la latina gente,
daria con la sua morte e con lo scempio
a gli altri mostri memorando essempio.
71 Io, io vorrei, se 'l vostro alto valore,
quanto egli può, tanto voler osasse,
ch'oggi per questa man ne l'empio core,
nido di tradigion, la pena entrasse."
Cosí parla agitato, e nel furore
e ne l'impeto suo ciascuno ei trasse.
"Arme! arme!" freme il forsennato, e insieme
la gioventú superba "Arme! arme!" freme.
72 Rota Aletto fra lor la destra armata,
e co 'l foco il venen ne' petti mesce.
Lo sdegno, la follia, la scelerata
sete del sangue ognor piú infuria e cresce;
e serpe quella peste e si dilata,
e de gli alberghi italici fuor n'esce,
e passa fra gli Elvezi, e vi s'apprende,
e di là poscia a gli Inghilesi tende.
73 Né sol l'estrane genti avien che mova
il duro caso e 'l gran publico danno,
ma l'antiche cagioni a l'ira nova
materia insieme e nutrimento danno.
Ogni sopito sdegno or si rinova:
chiamano il popol franco empio e tiranno,
e in superbe minaccie esce diffuso
l'odio che non può starne omai piú chiuso.
74 Cosí nel cavo rame umor che bolle
per troppo foco, entro gorgoglia e fuma;
né capendo in se stesso, al fin s'estolle
sovra gli orli del vaso, e inonda e spuma.
Non bastano a frenare il vulgo folle
que' pochi a cui la mente il vero alluma;
e Tancredi e Camillo eran lontani,
Guglielmo e gli altri in podestà soprani.
75 Corrono già precipitosi a l'armi
confusamente i popoli feroci,
e già s'odon cantar bellici carmi
sediziose trombe in fere voci.
Gridano intanto al pio Buglion che s'armi
molti di qua di là nunzi veloci,
e Baldovin inanzi a tutti armato
gli s'appresenta e gli si pone a lato.
76 Egli, ch'ode l'accusa, i lumi al cielo
drizza e pur come suole a Dio ricorre:
"Signor, tu che sai ben con quanto zelo
la destra mia del civil sangue aborre,
tu squarcia a questi de la mente il velo,
e reprimi il furor che sí trascorre;
e l'innocenza mia, che costà sopra
è nota, al mondo cieco anco si scopra."
77 Tacque, e dal Cielo infuso ir fra le vene
sentissi un novo inusitato caldo.
Colmo d'alto vigor, d'ardita spene
che nel volto si sparge e 'l fa piú baldo,
e da' suoi circondato, oltre se 'n viene
contra chi vendicar credea Rinaldo;
né, perché d'arme e di minaccie ei senta
fremito d'ogni intorno, il passo allenta.
78 Ha la corazza indosso, e nobil veste
riccamente l'adorna oltra 'l costume.
Nudo è le mani e 'l volto, e di celeste
maestà vi risplende un novo lume:
scote l'aurato scettro, e sol con queste
arme acquetar quegli impeti presume.
Tal si mostra a coloro e tal ragiona,
né come d'uom mortal la voce suona:
79 "Quali stolte minaccie e quale or odo
vano strepito d'arme? e chi il commove?
Cosí qui riverito e in questo modo
noto son io, dopo sí lunghe prove,
ch'ancor v'è chi sospetti e chi di frodo
Goffredo accusi? e chi l'accuse approve?
Forse aspettate ancor ch'a voi mi pieghi,
e ragioni v'adduca e porga preghi?
80 Ah non sia ver che tanta indignitate
la terra piena del mio nome intenda.
Me questo scettro, me de l'onorate
opre mie la memoria e 'l ver difenda;
e per or la giustizia a la pietate
ceda, né sovra i rei la pena scenda.
A gli altri merti or questo error perdono,
ed al vostro Rinaldo anco vi dono.
81 Co 'l sangue suo lavi il comun difetto
solo Argillan, di tante colpe autore,
che, mosso a leggierissimo sospetto,
sospinti gli altri ha nel medesmo errore."
Lampi e folgori ardean nel regio aspetto,
mentre ei parlò, di maestà, d'onore;
tal ch'Argillano attonito e conquiso
teme (chi 'l crederia?) l'ira d'un viso.
82 E 'l vulgo, ch'anzi irriverente, audace,
tutto fremer s'udia d'orgogli e d'onte,
e ch'ebbe al ferro, a l'aste ed a la face
che 'l furor ministrò, le man sí pronte,
non osa (e i detti alteri ascolta, e tace)
fra timor e vergogna alzar la fronte,
e sostien ch'Argillano, ancor che cinto
de l'arme lor, sia da' ministri avinto.
83 Cosí leon, ch'anzi l'orribil coma
con muggito scotea superbo e fero,
se poi vede il maestro onde fu doma
la natia ferità del core altero,
può del giogo soffrir l'ignobil soma
e teme le minaccie e 'l duro impero,
né i gran velli, i gran denti e l'ugne c'hanno
tanta in sé forza, insuperbire il fanno.
84 È fama che fu visto in volto crudo
ed in atto feroce e minacciante
un alato guerrier tener lo scudo
de la difesa al pio Buglion davante,
e vibrar fulminando il ferro ignudo
che di sangue vedeasi ancor stillante:
sangue era forse di città, di regni,
che provocàr del Cielo i tardi sdegni.
85 Cosí, cheto il tumulto, ognun depone
l'arme, e molti con l'arme il mal talento;
e ritorna Goffredo al padiglione,
a varie cose, a nove imprese intento,
ch'assalir la cittate egli dispone
pria che 'l secondo o 'l terzo dí sia spento;
e rivedendo va l'incise travi,
già in machine conteste orrende e gravi.
CANTO NONO
1 Ma il gran mostro infernal, che vede queti
que' già torbidi cori e l'ire spente,
e cozzar contra 'l fato e i gran decreti
svolger non può de l'immutabil Mente,
si parte, e dove passa i campi lieti
secca, e pallido il sol si fa repente;
e d'altre furie ancora e d'altri mali
ministra, a nova impresa affretta l'ali.
2 Ella, che dall'essercito cristiano
per industria sapea de' suoi consorti
il figliuol di Bertoldo esser lontano,
Tancredi e gli altri piú temuti e forti,
disse: "Che piú s'aspetta? or Solimano
inaspettato venga e guerra porti.
Certo (o ch'io spero) alta vittoria avremo
di campo mal concorde e in parte scemo."
3 Ciò detto, vola ove fra squadre erranti,
fattosen duce, Soliman dimora,
quel Soliman di cui non fu tra quanti
ha Dio rubelli, uom piú feroce allora
né se per nova ingiuria i suoi giganti
rinovasse la terra, anco vi fòra.
Questi fu re de' Turchi ed in Nicea
la sede de l'imperio aver solea,
4 e distendeva incontra a i greci lidi
dal Sangario al Meandro il suo confine,
ove albergàr già Misi e Frigi e Lidi,
e le genti di Ponto e le bitine;
ma poi che contra i Turchi e gli altri infidi
passàr ne l'Asia l'arme peregrine,
fur sue terre espugnate, ed ei sconfitto
ben fu due fiate in general conflitto.
5 Ma riprovata avendo in van la sorte
e spinto a forza dal natio paese,
ricoverò del re d'Egitto in corte,
ch'oste gli fu magnanimo e cortese;
ed ebbe a grado che guerrier sí forte
gli s'offrisse compagno a l'alte imprese,
proposto avendo già vietar l'acquisto
di Palestina a i cavalier di Cristo.
6 Ma prima ch'egli apertamente loro
la destinata guerra annunziasse,
volle che Solimano, a cui molto oro
diè per tal uso, gli Arabi assoldasse.
Or mentre ei d'Asia e dal paese moro
l'oste accogliea, Soliman venne e trasse
agevolmente a sé gli Arabi avari,
ladroni in ogni tempo o mercenari.
7 Cosí fatto lor duce, or d'ogni intorno
la Giudea scorre, e fa prede e rapine
sí che 'l venire è chiuso e 'l far ritorno
da l'essercito franco a le marine;
e rimembrando ognor l'antico scorno
e de l'imperio suo l'alte ruine,
cose maggior nel petto acceso volve,
ma non ben s'assecura o si risolve.
8 A costui viene Aletto, e da lei tolto
è 'l sembiante d'un uom d'antica etade:
vòta di sangue, empie di crespe il volto,
lascia barbuto il labro e 'l mento rade,
dimostra il capo in lunghe tele avolto,
la veste oltra 'l ginocchio al piè gli cade,
la scimitarra al fianco, e 'l tergo carco
de la faretra, e ne le mani ha l'arco.
9 "Noi" gli dice ella "or trascorriam le vòte
piaggie e l'arene sterili e deserte,
ove né far rapina omai si pote,
né vittoria acquistar che loda merte.
Goffredo intanto la città percote,
e già le mura ha con le torri aperte;
e già vedrem, s'ancor si tarda un poco,
insin di qua le sue ruine e 'l foco.
10 Dunque accesi tuguri e greggie e buoi
gli alti trofei di Soliman saranno?
Cosí racquisti il regno? e cosí i tuoi
oltraggi vendicar ti credi e 'l danno?
Ardisci, ardisci; entro a i ripari suoi
di notte opprimi il barbaro tiranno.
Credi al tuo vecchio Araspe, il cui consiglio
e nel regno provasti e ne l'essiglio.
11 Non ci aspetta egli e non ci teme, e sprezza
gli Arabi ignudi in vero e timorosi,
né creder mai potrà che gente avezza
a le prede, a le fughe, or cotanto osi;
ma feri li farà la tua fierezza
contra un campo che giaccia inerme e posi."
Cosí gli disse, e le sue furie ardenti
spirogli al seno, e si mischiò tra' venti.
12 Grida il guerrier, levando al ciel la mano:
"O tu, che furor tanto al cor m'irriti
(ned uom sei già, se ben sembiante umano
mostrasti), ecco io ti seguo ove m'inviti.
Verrò, farò là monti ov'ora è piano,
monti d'uomini estinti e di feriti,
farò fiumi di sangue.
Or tu sia meco,
e tratta l'armi mie per l'aer cieco."
13 Tace, e senza indugiar le turbe accoglie
e rincora parlando il vile e 'l lento,
e ne l'ardor de le sue stesse voglie
accende il campo a seguitarlo intento.
Dà il segno Aletto de la tromba, e scioglie
di sua man propria il gran vessillo al vento.
Marcia il campo veloce, anzi sí corre
che de la fama il volo anco precorre.
14 Va seco Aletto, e poscia il lascia e veste,
d'uom che rechi novelle, abito e viso;
e ne l'ora che par che il mondo reste
fra la notte e fra 'l dí dubbio e diviso,
entra in Gierusalemme, e tra le meste
turbe passando al re dà l'alto aviso
del gran campo che giunge e del disegno,
e del notturno assalto e l'ora e 'l segno.
15 Ma già distendon l'ombre orrido velo
che di rossi vapor si sparge e tigne;
la terra in vece del notturno gelo
bagnan rugiade tepide e sanguigne;
s'empie di mostri e di prodigi il cielo,
s'odon fremendo errar larve maligne:
votò Pluton gli abissi, e la sua notte
tutta versò da le tartaree grotte.
16 Per sí