GERUSALEMME LIBERATA, di Torquato Tasso - pagina 25
...
.
31 Ma come a le procelle esposto monte,
che percosso da i flutti al mar sovraste,
sostien fermo in se stesso i tuoni e l'onte
del ciel irato e i venti e l'onde vaste,
cosí il fero Soldan l'audace fronte
tien salda incontra a i ferri e incontra a l'aste,
ed a colui che il suo destrier percote
tra i cigli parte il capo e tra le gote.
32 Aramante al fratel che giú ruina
porge pietoso il braccio, e lo sostiene.
Vana e folle pietà! ch'a la ruina
altrui la sua medesma a giunger viene,
ché 'l pagan su quel braccio il ferro inchina
ed atterra con lui chi lui s'attiene.
Caggiono entrambi, e l'un su l'altro langue
mescolando i sospiri ultimi e 'l sangue.
33 Quinci egli di Sabin l'asta recisa,
onde il fanciullo di lontan l'infesta,
gli urta il cavallo addosso e 'l coglie in guisa
che giú tremante il batte, indi il calpesta.
Dal giovenetto corpo uscí divisa
con gran contrasto l'alma, e lasciò mesta
l'aure soavi de la vita e i giorni
de la tenera età lieti ed adorni.
34 Rimanean vivi ancor Pico e Laurente,
onde arricchí un sol parto il genitore:
similissima coppia e che sovente
esser solea cagion di dolce errore.
Ma se lei fe' natura indifferente,
differente or la fa l'ostil furore:
dura distinzion ch'a l'un divide
dal busto il collo, a l'altro il petto incide.
35 Il padre, ah non piú padre! (ahi fera sorte,
ch'orbo di tanti figli a un punto il face!),
rimira in cinque morti or la sua morte
e de la stirpe sua che tutta giace.
Né so come vecchiezza abbia sí forte
ne l'atroci miserie e sí vivace
che spiri e pugni ancor; ma gli atti e i visi
non mirò forse de' figliuoli uccisi,
36 e di sí acerbo lutto a gli occhi sui
parte l'amiche tenebre celaro.
Con tutto ciò nulla sarebbe a lui,
senza perder se stesso, il vincer caro.
Prodigo del suo sangue, e de l'altrui
avidissimamente è fatto avaro;
né si conosce ben qual suo desire
paia maggior, l'uccidere o 'l morire.
37 Ma grida al suo nemico: "È dunque frale
sí questa mano, e in guisa ella si sprezza,
che con ogni suo sforzo ancor non vale
a provocar in me la tua fierezza?"
Tace, e percossa tira aspra e mortale
che le piastre e le maglie insieme spezza,
e su 'l fianco gli cala e vi fa grande
piaga onde il sangue tepido si spande.
38 A quel grido, a quel colpo, in lui converse
il barbaro crudel la spada e l'ira.
Gli aprí l'usbergo, e pria lo scudo aperse
cui sette volte un duro cuoio aggira,
e 'l ferro ne le viscere gli immerse.
Il misero Latin singhiozza e spira,
e con vomito alterno or gli trabocca
il sangue per la piaga, or per la bocca.
39 Come ne l'Appennin robusta pianta
che sprezzò d'Euro e d'Aquilon la guerra,
se turbo inusitato al fin la schianta,
gli alberi intorno ruinando atterra,
cosí cade egli, e la sua furia è tanta
che piú d'un seco tragge a cui s'afferra;
e ben d'uom sí feroce è degno fine
che faccia ancor morendo alte ruine.
40 Mentre il Soldan sfogando l'odio interno
pasce un lungo digiun ne' corpi umani,
gli Arabi inanimiti aspro governo
anch'essi fanno de' guerrier cristiani:
l'inglese Enrico e 'l bavaro Oliferno
moiono, o fer Dragutte, a le tue mani;
a Gilberto, a Filippo, Ariadeno
toglie la vita, i quai nacquer su 'l Reno;
41 Albazàr con la mazza abbatte Ernesto,
cade sotto Algazelle Otton di spada.
Ma chi narrar potria quel modo o questo
di morte, e quanta plebe ignobil cada?
Sin da quei primi gridi erasi desto
Goffredo, e non istava intanto a bada;
già tutto è armato, e già raccolto un grosso
drapello ha seco, e già con lor s'è mosso.
42 Egli, che dopo il grido udí il tumulto
che par che sempre piú terribil suoni,
avisò ben che repentino insulto
esser dovea de gli Arabi ladroni;
ché già non era al capitano occulto
ch'essi intorno scorrean le regioni,
benché non istimò che sí fugace
vulgo mai fosse d'assalirlo audace.
43 Or mentre egli ne viene, ode repente
"Arme! arme!" replicar da l'altro lato,
ed in un tempo il cielo orribilmente
intonar di barbarico ululato.
Questa è Clorinda che del re la gente
guida l'assalto, ed have Argante a lato.
Al nobil Guelfo, che sostien sua vice,
allor si volge il capitano e dice:
44 "Odi qual novo strepito di Marte
di verso il colle e la città ne viene;
d'uopo là fia che 'l tuo valore e l'arte
i primi assalti de' nemici affrene.
Vanne tu dunque e là provedi, e parte
vuo' che di questi miei teco ne mene;
con gli altri io me n'andrò da l'altro canto
a sostener l'impeto ostile intanto."
45 Cosí fra lor concluso, ambo gli move
per diverso sentiero egual fortuna.
Al colle Guelfo, e 'l capitan va dove
gli Arabi omai non han contesa alcuna.
Ma questi andando acquista forza, e nove
genti di passo in passo ognor raguna,
tal che già fatto poderoso e grande
giunge ove il fero turco il sangue spande.
46 Cosí scendendo dal natio suo monte
non empie umile il Po l'angusta sponda,
ma sempre piú, quanto è piú lunge al fonte,
di nove forze insuperbito abonda;
sovra i rotti confini alza la fronte
di tauro, e vincitor d'intorno inonda,
e con piú corna Adria respinge e pare
che guerra porti e non tributo al mare.
47 Goffredo, ove fuggir l'impaurite
sue genti vede, accorre e le minaccia:
"Qual timor" grida "è questo? ove fuggite?
Guardate almen chi sia quel che vi caccia.
Vi caccia un vile stuol, che le ferite
né ricever né dar sa ne la faccia;
e se 'l vedranno incontra sé rivolto,
temeran l'arme lor del vostro volto."
48 Punge il destrier, ciò detto, e là si volve
ove di Soliman gli incendi ha scorti.
Va per mezzo del sangue e de la polve
e de' ferri e de' rischi e de le morti;
con la spada e con gli urti apre e dissolve
le vie piú chiuse e gli ordini piú forti,
e sossopra cader fa d'ambo i lati
cavalieri e cavalli, arme ed armati.
49 Sovra i confusi monti a salto a salto
de la profonda strage oltre camina.
L'intrepido Soldan che 'l fero assalto
sente venir, no 'l fugge e no 'l declina;
ma se gli spinge incontra, e 'l ferro in alto
levando per ferir gli s'avicina.
Oh quai duo cavalier or la fortuna
da gli estremi del mondo in prova aduna!
50 Furor contra virtute or qui combatte
d'Asia in un picciol cerchio il grande impero.
Chi può dir come gravi e come ratte
le spade son? quanto il duello è fero?
Passo qui cose orribili che fatte
furon, ma le coprí quell'aer nero,
d'un chiarissimo sol degne e che tutti
siano i mortali a riguardar ridutti.
51 Il popol di Giesú, dietro a tal guida
audace or divenuto, oltre si spinge,
e de' suoi meglio armati a l'omicida
Soldano intorno un denso stuol si stringe.
Né la gente fedel piú che l'infida,
né piú questa che quella il campo tinge,
ma gli uni e gli altri, e vincitori e vinti,
egualmente dan morte e sono estinti.
52 Come pari d'ardir, con forza pare
quinci Austro in guerra vien, quindi Aquilone,
non ei fra lor, non cede il cielo o 'l mare,
ma nube a nube e flutto a flutto oppone;
cosí né ceder qua, né là piegare
si vede l'ostinata aspra tenzone:
s'affronta insieme orribilmente urtando
scudo a scudo, elmo a elmo e brando a brando.
53 Non meno intanto son feri i litigi
da l'altra parte, e i guerrier folti e densi.
Mille nuvole e piú d'angeli stigi
tutti han pieni de l'aria i campi immensi,
e dan forza a i pagani, onde i vestigi
non è chi indietro di rivolger pensi;
e la face d'inferno Argante infiamma,
acceso ancor de la sua propria fiamma.
54 Egli ancor dal suo lato in fuga mosse
le guardie, e ne' ripari entrò d'un salto;
di lacerate membra empié le fosse,
appianò il calle, agevolò l'assalto,
sí che gli altri il seguiro e fèr poi rosse
le prime tende di sanguigno smalto.
E seco a par Clorinda o dietro poco
se 'n gio, sdegnosa del secondo loco.
55 E già fuggiano i Franchi allor che quivi
giunse Guelfo opportuno e 'l suo drapello,
e volger fe' la fronte a i fuggitivi
e sostenne il furor del popol fello.
Cosí si combatteva, e 'l sangue in rivi
correa egualmente in questo lato e in quello.
Gli occhi fra tanto a la battaglia rea
dal suo gran seggio il Re del Ciel volgea.
56 Sedea colà dond'Egli e buono e giusto
dà legge al tutto e 'l tutto orna e produce
sovra i bassi confin del mondo angusto,
ove senso o ragion non si conduce;
e de l'Eternità nel trono augusto
risplendea con tre lumi in una luce.
Ha sotto i piedi il Fato e la Natura,
ministri umili, e 'l Moto e Chi 'l misura,
57 e 'l Loco e Quella che, qual fumo o polve,
la gloria di qua giuso e l'oro e i regni,
come piace là su, disperde e volve,
né, diva, cura i nostri umani sdegni.
Quivi ei cosí nel suo splendor s'involve,
che v'abbaglian la vista anco i piú degni:
d'intorno ha innumerabili immortali,
disegualmente in lor letizia eguali.
58 Al gran concento de' beati carmi
lieta risuona la celeste reggia.
Chiama Egli a sé Michele, il qual ne l'armi
di lucido adamante arde e lampeggia,
e dice lui: "Non vedi or come s'armi
contra la mia fedel diletta greggia
l'empia schiera d'Averno, e insin dal fondo
de le sue morti a turbar sorga il mondo?
59 Va', dille tu che lasci omai le cure
de la guerra a i guerrier, cui ciò conviene,
né il regno de' viventi, né le pure
piaggie del ciel conturbi ed avenene.
Torni a le notti d'Acheronte oscure,
suo degno albergo, a le sue giuste pene;
quivi se stessa e l'anime d'abisso
crucii.
Cosí commando e cosí ho fisso."
60 Qui tacque, e 'l duce de' guerrieri alati
s'inchinò riverente al divin piede;
indi spiega al gran volo i vanni aurati,
rapido sí ch'anco il pensiero eccede.
Passa il foco e la luce, ove i beati
hanno lor gloriosa immobil sede,
poscia il puro cristallo e 'l cerchio mira
che di stelle gemmato incontra gira;
61 quinci, d'opre diversi e di sembianti,
da sinistra rotar Saturno e Giove
e gli altri, i quali esser non ponno erranti
s'angelica virtú gli informa e move;
vien poi da' campi lieti e fiammeggianti
d'eterno dí là donde tuona e piove,
ove se stesso il mondo strugge e pasce,
e ne le guerre sue more e rinasce.
62 Venia scotendo con l'eterne piume
la caligine densa e i cupi orrori;
s'indorava la notte al divin lume
che spargea scintillando il volto fuori.
Tale il sol ne le nubi ha per costume
spiegar dopo la pioggia i bei colori;
tal suol, fendendo il liquido sereno,
stella cader de la gran madre in seno.
63 Ma giunto ove la schiera empia infernale
il furor de' pagani accende e sprona,
si ferma in aria in su 'l vigor de l'ale,
e vibra l'asta, e lor cosí ragiona:
"Pur voi dovreste omai saper con quale
folgore orrendo il Re del mondo tuona,
o nel disprezzo e ne' tormenti acerbi
de l'estrema miseria anco superbi.
64 Fisso è nel Ciel ch'al venerabil segno
chini le mura, apra Sion le porte.
A che pugnar co 'l fato? a che lo sdegno
dunque irritar de la celeste corte?
Itene, maledetti, al vostro regno,
regno di pene e di perpetua morte;
e siano in quegli a voi dovuti chiostri
le vostre guerre ed i trionfi vostri.
65 Là incrudelite, là sovra i nocenti
tutte adoprate pur le vostre posse
fra i gridi eterni e lo stridor de' denti,
e 'l suon del ferro e le catene scosse."
Disse, e quei ch'egli vide al partir lenti
con la lancia fatal pinse e percosse;
essi gemendo abbandonàr le belle
region de la luce e l'auree stelle,
66 e dispiegàr verso gli abissi il volo
ad inasprir ne' rei l'usate doglie.
Non passa il mar d'augei sí grande stuolo
quando a i soli piú tepidi s'accoglie,
né tante vede mai l'autunno al suolo
cader co' primi freddi aride foglie.
Liberato da lor, quella sí negra
faccia depone il mondo e si rallegra.
67 Ma non perciò nel disdegnoso petto
d'Argante vien l'ardire o 'l furor manco,
benché suo foco in lui non spiri Aletto,
né flagello infernal gli sferzi il fianco.
Rota il ferro crudel ove è piú stretto
e piú calcato insieme il popol franco;
miete i vili e i potenti, e i piú sublimi
e piú superbi capi adegua a gli imi.
68 Non lontana è Clorinda, e già non meno
par che di tronche membra il campo asperga.
Caccia la spada a Berlinghier nel seno
per mezzo il cor, dove la vita alberga,
e quel colpo a trovarlo andò sí pieno
che sanguinosa uscí fuor de le terga;
poi fère Albin là 've primier s'apprende
nostro alimento, e 'l viso a Gallo fende.
69 La destra di Gerniero, onde ferita
ella fu già, manda recisa al piano:
tratta anco il ferro, e con tremanti dita
semiviva nel suol guizza la mano.
Coda di serpe è tal, ch'indi partita
cerca d'unirsi al suo principio invano.
Cosí mal concio la guerriera il lassa,
poi si volge ad Achille e 'l ferro abbassa,
70 e tra 'l collo e la nuca il colpo assesta;
e tronchi i nervi e 'l gorgozzuol reciso,
gío rotando a cader prima la testa,
prima bruttò di polve immonda il viso,
che giú cadesse il tronco; il tronco resta
(miserabile mostro) in sella assiso,
ma libero del fren con mille rote
calcitrando il destrier da sé lo scote.
71 Mentre cosí l'indomita guerriera
le squadre d'Occidente apre e flagella,
non fa d'incontra a lei Gildippe altera
de' saracini suoi strage men fella.
Era il sesso il medesmo, e simil era
l'ardimento e 'l valore in questa e in quella.
Ma far prova di lor non è lor dato,
ch'a nemico maggior le serba il fato.
72 Quinci una e quindi l'altra urta e sospinge,
né può la turba aprir calcata e spessa;
ma 'l generoso Guelfo allora stringe
contra Clorinda il ferro e le s'appressa,
e calando un fendente alquanto tinge
la fera spada nel bel fianco, ed essa
fa d'una punta a lui cruda risposta
ch'a ferirlo ne va tra costa e costa.
73 Doppia allor Guelfo il colpo e lei non coglie,
ch'a caso passa il palestino Osmida
e la piaga non sua sopra sé toglie,
la qual vien che la fronte a lui recida.
Ma intorno a Guelfo omai molta s'accoglie
di quella gente ch'ei conduce e guida;
e d'altra parte ancor la turba cresce,
sí che la pugna si confonde e mesce.
74 L'aurora intanto il bel purpureo volto
già dimostrava dal sovran balcone,
e in quei tumulti già s'era disciolto
il feroce Argillan di sua prigione;
e d'arme incerte il frettoloso avolto,
quali il caso gli offerse o triste o buone,
già se 'n venia per emendar gli errori
novi con novi merti e novi onori.
75 Come destrier che da le regie stalle,
ove a l'uso de l'arme si riserba,
fugge, e libero al fin per largo calle
va tra gli armenti o al fiume usato o a l'erba:
scherzan su 'l collo i crini, e su le spalle
si scote la cervice alta e superba,
suonano i pié nel corso e par ch'avampi,
di sonori nitriti empiendo i campi;
76 tal ne viene Argillano: arde il feroce
sguardo, ha la fronte intrepida e sublime;
leve è ne' salti e sovra i pié veloce,
sí che d'orme la polve a pena imprime,
e giunto fra nemici alza la voce
pur com'uom che tutto osi e nulla stime:
"O vil feccia del mondo, Arabi inetti,
ond'è ch'or tanto ardire in voi s'alletti?
77 Non regger voi de gli elmi e de gli scudi
sète atti il peso, o 'l petto armarvi e il dorso,
ma commettete paventosi e nudi
i colpi al vento e la salute al corso.
L'opere vostre e i vostri egregi studi
notturni son; dà l'ombra a voi soccorso.
Or ch'ella fugge, chi fia vostro schermo?
D'arme è ben d'uopo e di valor piú fermo."
78 Cosí parlando ancor diè per la gola
ad Algazèl di sí crudel percossa
che gli secò le fauci, e la parola
troncò ch'a la risposta era già mossa.
A quel meschin súbito orror invola
il lume, e scorre un duro gel per l'ossa:
cade, e co' denti l'odiosa terra
pieno di rabbia in su 'l morire afferra.
79 Quinci per vari casi e Saladino
ed Agricalte e Muleasse uccide,
e da l'un fianco a l'altro a lor vicino
con esso un colpo Aldiazíl divide;
trafitto a sommo il petto Ariadino
atterra, e con parole aspre il deride.
Ei, gli occhi gravi alzando a l'orgogliose
parole, in su 'l morir cosí rispose:
80 "Non tu, chiunque sia, di questa morte
vincitor lieto avrai gran tempo il vanto;
pari destin t'aspetta, e da piú forte
destra a giacer mi sarai steso a canto."
Rise egli amaramente e: "Di mia sorte
curi il Ciel," disse "or tu qui mori intanto
d'augei pasto e di cani"; indi lui preme
co 'l piede, e ne trae l'alma e 'l ferro insieme.
81 Un paggio del Soldan misto era in quella
turba di sagittari e lanciatori,
a cui non anco la stagion novella
il bel mento spargea de' primi fiori.
Paion perle e rugiade in su la bella
guancia irrigando i tepidi sudori,
giunge grazia la polve al crine incolto
e sdegnoso rigor dolce è in quel volto.
82 Sotto ha un destrier che di candore agguaglia
pur or ne l'Apennin caduta neve;
turbo o fiamma non è che roti o saglia
rapido sí come è quel pronto e leve.
Vibra ei, presa nel mezzo, una zagaglia,
la spada al fianco tien ritorta e breve,
e con barbara pompa in un lavoro
di porpora risplende intesta e d'oro.
83 Mentre il fanciullo, a cui novel piacere
di gloria il petto giovenil lusinga,
di qua turba e di là tutte le schiere,
e lui non è chi tanto o quanto stringa,
cauto osserva Argillan tra le leggiere
sue rote il tempo in che l'asta sospinga;
e, colto il punto, il suo destrier di furto
gli uccide e sovra gli è, ch'a pena è surto,
84 ed al supplice volto, il qual in vano
con l'arme di pietà fea sue difese,
drizzò, crudel!, l'inessorabil mano,
e di natura il piú bel pregio offese.
Senso aver parve e fu de l'uom piú umano
il ferro, che si volse e piatto scese.
Ma che pro, se doppiando il colpo fero
di punta colse ove egli errò primiero?
85 Soliman, che di là non molto lunge
da Goffredo in battaglia è trattenuto,
lascia la zuffa, e 'l destrier volve e punge
tosto che 'l rischio ha del garzon veduto;
e i chiusi passi apre co 'l ferro, e giunge
a la vendetta sí, non a l'aiuto,
perché vede, ahi dolor!, giacerne ucciso
il suo Lesbin, quasi bel fior succiso.
86 E in atto sí gentil languir tremanti
gli occhi e cader su 'l tergo il collo mira;
cosí vago è il pallore, e da' sembianti
di morte una pietà sí dolce spira,
ch'ammollí il cor che fu dur marmo inanti,
e il pianto scaturí di mezzo a l'ira.
Tu piangi, Soliman? tu, che destrutto
mirasti il regno tuo co 'l ciglio asciutto?
87 Ma come vede il ferro ostil che molle
fuma del sangue ancor del giovenetto,
la pietà cede, e l'ira avampa e bolle,
e le lagrime sue stagna nel petto.
Corre sovra Argillano e 'l ferro estolle,
parte lo scudo opposto, indi l'elmetto,
indi il capo e la gola; e de lo sdegno
di Soliman ben quel gran colpo è degno.
88 Né di ciò ben contento, al corpo morto
smontato del destriero anco fa guerra,
quasi mastin che 'l sasso, ond'a lui porto
fu duro colpo, infellonito afferra.
Oh d'immenso dolor vano conforto
incrudelir ne l'insensibil terra!
Ma fra tanto de' Franchi il capitano
non spendea l'ire e le percosse invano.
89 Mille Turchi avea qui che di loriche
e d'elmetti e di scudi eran coperti,
indomiti di corpo a le fatiche,
di spirto audaci e in tutti i casi esperti;
e furon già de le milizie antiche
di Solimano, e seco ne' deserti
seguír d'Arabia i suoi errori infelici,
ne le fortune averse ancora amici.
90 Questi ristretti insieme in ordin folto
poco cedeano o nulla al valor franco.
In questi urtò Goffredo, e ferí il volto
al fier Corcutte ed a Rosteno il fianco,
a Selin da le spalle il capo ha sciolto,
troncò a Rossano il destro braccio e 'l manco;
né già soli costor, ma in altre guise
molti piagò di loro e molti uccise.
91 Mentre ei cosí la gente saracina
percote, e lor percosse anco sostiene,
e in nulla parte al precipizio inchina
la fortuna de' barbari e la spene,
nova nube di polve ecco vicina
che folgori di guerra in grembo tiene,
ecco d'arme improvise uscirne un lampo
che sbigottí de gli infedeli il campo.
92 Son cinquanta guerrier che 'n puro argento
spiegan la trionfal purpurea Croce.
Non io, se cento bocche e lingue cento
avessi, e ferrea lena e ferrea voce,
narrar potrei quel numero che spento
ne' primi assalti ha quel drapel feroce.
Cade l'Arabo imbelle, e 'l Turco invitto
resistendo e pugnando anco è trafitto.
93 L'orror, la crudeltà, la tema, il lutto,
van d'intorno scorrendo, e in varia imago
vincitrice la Morte errar per tutto
vedresti ed ondeggiar di sangue un lago.
Già con parte de' suoi s'era condutto
fuor d'una porta il re, quasi presago
di fortunoso evento; e quindi d'alto
mirava il pian soggetto e 'l dubbio assalto.
94 Ma come prima egli ha veduto in piega
l'essercito maggior, suona a raccolta,
e con messi iterati instando prega
ed Argante e Clorinda a dar di volta.
La fera coppia d'esseguir ciò nega,
ebra di sangue e cieca d'ira e stolta;
pur cede al fine, e unite almen raccòrre
tenta le turbe e freno a i passi imporre.
95 Ma chi dà legge al vulgo ed ammaestra
la viltade e 'l timor? La fuga è presa.
Altri gitta lo scudo, altri la destra
disarma; impaccio è il ferro, e non difesa.
Valle è tra il piano e la città, ch'alpestra
da l'occidente al mezzogiorno è stesa;
qui fuggon essi, e si rivolge oscura
caligine di polve invèr le mura.
96 Mentre ne van precipitosi al chino,
strage d'essi i cristiani orribil fanno;
ma poscia che salendo omai vicino
l'aiuto avean del barbaro tiranno,
non vuol Guelfo d'alpestro erto camino
con tanto suo svantaggio esporsi al danno.
Ferma le genti; e 'l re le sue riserra,
non poco avanzo d'infelice guerra.
97 Fatto intanto ha il Soldan ciò che è concesso
fare a terrena forza, or piú non pote;
tutto è sangue e sudore, e un grave e spesso
anelar gli ange il petto e i fianchi scote.
Langue sotto lo scudo il braccio oppresso,
gira la destra il ferro in pigre rote:
spezza, e non taglia; e divenendo ottuso
perduto il brando omai di brando ha l'uso.
98 Come sentissi tal, ristette in atto
d'uom che fra due sia dubbio, e in sé discorre
se morir debba, e di sí illustre fatto
con le sue mani altrui la gloria tòrre,
o pur, sopravanzando al suo disfatto
campo, la vita in securezza porre.
"Vinca" al fin disse "il fato, e questa mia
fuga il trofeo di sua vittoria sia.
99 Veggia il nemico le mie spalle, e scherna
di novo ancora il nostro essiglio indegno,
pur che di novo armato indi mi scerna
turbar sua pace e 'l non mai stabil regno.
Non cedo io, no; fia con memoria eterna
de le mie offese eterno anco il mio sdegno.
Risorgerò nemico ognor piú crudo,
cenere anco sepolto e spirto ignudo."
CANTO DECIMO
1 Cosí dicendo ancor vicino scorse
un destrier ch'a lui volse errante il passo;
tosto al libero fren la mano ei porse
e su vi salse, ancorch'afflitto e lasso.
Già caduto è il cimier ch'orribil sorse,
fasciando l'elmo inonorato e basso;
rotta è la sopravesta, e di superba
pompa regal vestigio alcun non serba.
2 Come dal chiuso ovil cacciato viene
lupo talor che fugge e si nasconde,
che, se ben del gran ventre omai ripiene
ha l'ingorde voragini profonde,
avido pur di sangue anco fuor tiene
la lingua e 'l sugge da le labra immonde,
tale ei se 'n gía dopo il sanguigno strazio,
de la sua cupa fame anco non sazio.
3 E come è sua ventura, a le sonanti
quadrella, ond'a lui intorno un nembo vola,
a tante spade, a tante lancie, a tanti
instrumenti di morte alfin s'invola,
e sconosciuto pur camina inanti
per quella via ch'è piú deserta e sola;
e rivolgendo in sé quel che far deggia,
in gran tempesta di pensieri ondeggia.
4 Disponsi alfin di girne ove raguna
oste sí poderosa il re d'Egitto,
e giunger seco l'arme, e la fortuna
ritentar anco di novel conflitto.
Ciò prefisso tra sé, dimora alcuna
non pone in mezzo e prende il camin dritto,
ché sa le vie, né d'uopo ha di chi il guidi
di Gaza antica a gli arenosi lidi.
5 Né perché senta inacerbir le doglie
de le sue piaghe, e grave il corpo ed egro,
vien però che si posi e l'arme spoglie,
ma travagliando il dí ne passa integro.
Poi quando l'ombra oscura al mondo toglie
i vari aspetti e i color tinge in negro,
smonta e fascia le piaghe, e come pote
meglio, d'un'alta palma i frutti scote;
6 e cibato di lor, su 'l terren nudo
cerca adagiare il travagliato fianco,
e la testa appoggiando al duro scudo
quetar i moti del pensier suo stanco.
Ma d'ora in ora a lui si fa piú crudo
sentire il duol de le ferite, ed anco
roso gli è il petto e lacerato il core
da gli interni avoltoi, sdegno e dolore.
7 Alfin, quando già tutto intorno chete
ne la piú alta notte eran le cose,
vinto egli pur da la stanchezza, in Lete
sopí le cure sue gravi e noiose,
e in una breve e languida quiete
l'afllitte membra e gli occhi egri compose;
e mentre ancor dormia, voce severa
gli intonò su l'orecchie in tal maniera:
8 "Soliman, Solimano, i tuoi sí lenti
riposi a miglior tempo omai riserva,
ché sotto il giogo di straniere genti
la patria ove regnasti ancor è serva.
In questa terra dormi, e non rammenti
ch'insepolte de' tuoi l'ossa conserva?
ove sí gran vestigio è del tuo scorno,
tu neghittoso aspetti il novo giorno?"
9 Desto il Soldan alza lo sguardo, e vede
uom che d'età gravissima a i sembianti
co 'l ritorto baston del vecchio piede
ferma e dirizza le vestigia erranti.
"E chi sei tu," sdegnoso a lui richiede
"che fantasma importuno a i viandanti
rompi i brevi lor sonni? e che s'aspetta
a te la mia vergngna o la vendetta?"
10 "Io mi son un" risponde il vecchio "al quale
in parte è noto il tuo novel disegno,
e sí come uomo a cui di te piú cale
che tu forse non pensi, a te ne vegno;
né il mordace parlare indarno è tale,
perché de la virtú cote è lo sdegno.
Prendi in grado, signor, che 'l mio sermone
al tuo pronto valor sia sferza e sprone.
11 Or perché, s'io m'appongo, esser dée vòlto
al gran re de l'Egitto il tuo camino,
che inutilmente aspro viaggio tolto
avrai, s'inanzi segui, io m'indovino;
ché, se ben tu non vai, fia tosto accolto
e tosto mosso il campo saracino,
né loco è là dove s'impieghi e mostri
la tua virtú contra i nemici nostri.
12 Ma se 'n duce me prendi, entro quel muro,
che da l'arme latine è intorno astretto,
nel piú chiaro del dí pórti securo,
senza che spada impugni, io ti prometto.
Quivi con l'arme e co' disagi un duro
contrasto aver ti fia gloria e diletto;
difenderai la terra insin che giugna
l'oste d'Egitto a rinovar la pugna."
13 Mentre ei ragiona ancor, gli occhi e la voce
de l'uomo antico il fero turco ammira,
e dal volto e da l'animo feroce
tutto depone omai l'orgoglio e l'ira.
"Padre," risponde "io già pronto e veloce
sono a seguirti: ove tu vuoi mi gira.
A me sempre miglior parrà il consiglio
ove ha piú di fatica e di periglio."
14 Loda il vecchio i suoi detti; e perché l'aura
notturna avea le piaghe incrudelite,
un suo licor v'instilla, onde ristaura
le forze e salda il sangue e le ferite.
Quinci veggendo omai ch'Apollo inaura
le rose che l'aurora ha colorite:
"Tempo è" disse "al partir, ché già ne scopre
le strade il sol ch'altrui richiama a l'opre."
15 E sovra un carro suo, che non lontano
quinci attendea, co 'l fer niceno ei siede;
le briglie allenta, e con maestra mano
ambo i corsieri alternamente fiede.
Quei vanno sí che 'l polveroso piano
non ritien de la rota orma o del piede;
fumar li vedi ed anelar nel corso,
e tutto biancheggiar di spuma il morso.
16 Maraviglie dirò: s'aduna e stringe
l'aer d'intorno in nuvolo raccolto,
sí che 'l gran carro ne ricopre e cinge,
ma non appar la nube o poco o molto,
né sasso, che mural machina spinge,
penetraria per lo suo chiuso e folto;
ben veder ponno i duo dal curvo seno
la nebbia intorno e fuori il ciel sereno.
17 Stupido il cavalier le ciglia inarca,
ed increspa la fronte, e mira fiso
la nube e 'l carro ch'ogni intoppo varca
veloce sí che di volar gli è aviso.
L'altro, che di stupor l'anima carca
gli scorge a l'atto de l'immobil viso,
gli rompe quel silenzio e lui rappella,
ond'ei si scote e poi cosí favella:
18 "O chiunque tu sia, che fuor d'ogni uso
pieghi natura ad opre altere e strane,
e spiando i secreti, entro al piú chiuso
spazii a tua voglia de le menti umane,
s'arrivi co 'l saper, ch'è d'alto infuso,
a le cose remote anco e lontane,
deh! dimmi qual riposo o qual ruina
ai gran moti de l'Asia il Ciel destina.
19 Ma pria dimmi il tuo nome, e con qual arte
far cose tu sí inusitate soglia,
ché se pria lo stupor da me non parte,
com'esser può ch'io gli altri detti accoglia?"
Sorrise il vecchio, e disse: "In una parte
mi sarà leve l'adempir tua voglia.
Son detto Ismeno, e i Siri appellan mago
me che de l'arti incognite son vago.
20 Ma ch'io scopra il futuro e ch'io dispieghi
de l'occulto destin gli eterni annali,
troppo è audace desio, troppo alti preghi:
non è tanto concesso a noi mortali.
Ciascun qua giú le forze e 'l senno impieghi
per avanzar fra le sciagure e i mali,
ché sovente adivien che 'l saggio e 'l forte
fabro a se stesso è di beata sorte.
21 Tu questa destra invitta, a cui fia poco
scoter le forze del francese impero,
non che munir, non che guardar il loco
che strettamente oppugna il popol fero,
contra l'arme apparecchia e contra 'l foco:
osa, soffri, confida; io bene spero.
Ma pur dirò, perché piacer ti debbia,
ciò che oscuro vegg'io quasi per nebbia.
22 Veggio o parmi vedere, anzi che lustri
molti rivolga il gran pianeta eterno,
uom che l'Asia ornerà co' fatti illustri,
e del fecondo Egitto avrà il governo.
Taccio i pregi de l'ozio e l'arti industri,
mille virtú che non ben tutte io scerno;
basti sol questo a te, che da lui scosse
non pur saranno le cristiane posse,
23 ma insin dal fondo suo l'imperio ingiusto
svelto sarà ne l'ultime contese,
e le afflitte reliquie entro uno angusto
giro sospinte e sol dal mar difese.
Questi fia del tuo sangue." E qui il vetusto
mago si tacque, e quegli a dir riprese:
"O lui felice, eletto a tanta lode!"
e parte ne l'invidia e parte gode.
24 Soggiunse poi: "Girisi pur Fortuna
o buona o rea, come è là su prescritto,
ché non ha sovra me ragione alcuna
e non mi vedrà mai se non invitto.
Prima dal corso distornar la luna
e le stelle potrà, che dal diritto
torcere un sol mio passo." E in questo dire
sfavillò tutto di focoso ardire.
25 Cosí gír ragionando insin che furo
là 've presso vedean le tende alzarse.
Che spettacolo fu crudele e duro!
E in quante forme ivi la morte apparse!
Si fe' ne gli occhl allor torbido e scuro,
e di doglia il Soldano il volto sparse.
Ahi con quanto dispregio ivi le degne
mirò giacer sue già temute insegne!
26 E scorrer lieti i Franchi, e i petti e i volti
spesso calcar de' suoi piú noti amici,
e con fasto superbo a gli insepolti
l'arme spogliare e gli abiti infelici;
molti onorare in lunga pompa accolti
gli amati corpi de gli estremi uffici,
altri suppor le fiamme, e 'l vulgo misto
d'Arabi e Turchi a un foco arder ha visto.
27 Sospirò dal profondo, e 'l ferro trasse
e dal carro lanciossi e correr volle,
ma il vecchio incantatore a sé il ritrasse
sgridando, e raffrenò l'impeto folle;
e fatto che di novo ei rimontasse,
drizzò il suo corso al piú sublime colle.
Cosí alquanto n'andaro, insin ch'a tergo
lasciàr de' Franchi il militare albergo.
28 Smontaro allor del carro, e quel repente
sparve; e presono a piedi insieme il calle
ne la solita nube occultamente
discendendo a sinistra in una valle,
sin che giunsero là dove al ponente
l'alto monte Siòn volge le spalle.
Quivi si ferma il mago e poi s'accosta
quasi mirando, a la scoscesa costa.
29 Cava grotta s'apria nel duro sasso,
di lunghissimi tempi avanti fatta;
ma disusando, or riturato il passo
era tra i pruni e l'erbe ove s'appiatta.
Sgombra il mago gli intoppi, e curvo e basso
per l'angusto sentiero a gir s'adatta,
e l'una man precede e il varco tenta,
l'altra per guida al principe appresenta.
30 Dice allora il Soldan: "Qual via furtiva
è questa tua, dove convien ch'io vada?
Altra forse miglior io me n'apriva,
se 'l concedevi tu, con la mia spada."
"Non sdegnar," gli risponde "anima schiva,
premer co 'l forte piè la buia strada,
ché già solea calcarla il grande Erode,
quel c'ha ne l'arme ancor sí chiara lode.
31 Cavò questa spelonca allor che porre
volse freno a i soggetti il re ch'io dico,
e per essa potea da quella torre,
ch'egli Antonia appellò dal chiaro amico,
invisibile a tutti il piè raccòrre
dentro la soglia del gran tempio antico,
e quindi occulto uscir de la cittate
e trarne genti ed introdur celate.
32 Ma nota è questa via solinga e bruna
or solo a me de gli uomini viventi.
Per questa andremo al loco ove raguna
i piú saggi a conciglio e i piú potenti
il re ch'al minacciar de la fortuna,
piú forse che non dée, par che paventi.
Ben tu giungi a grand'uopo: ascolta e taci,
poi movi a tempo le parole audaci."
33 Cosí gli disse, e 'l cavaliero allotta
co 'l gran corpo ingombrò l'umil caverna,
e per le vie dove mai sempre annotta
seguí colui che 'l suo camin governa.
Chini pria se n'andàr, ma quella grotta
piú si dilata quanto piú s'interna,
sí ch'asceser con agio e tosto furo
a mezzo quasi di quell'antro oscuro.
34 Apriva allora un picciol uscio Ismeno,
e se ne gian per disusata scala
a cui luce mal certo e mal sereno
l'aer che giú d'alto spiraglio cala.
In sotterraneo chiostro al fin venieno,
e salian quindi in chiara e nobil sala.
Qui con lo scettro e co 'l diadema in testa
mesto sedeasi il re fra gente mesta.
35 Da la concava nube il turco fero
non veduto rimira e spia d'intorno,
e ode il re fra tanto, il qual primiero
incomincia cosí dal seggio adorno:
"Veramente, o miei fidi, al nostro impero
fu il trapassato assai dannoso giorno;
e caduti d'altissima speranza,
sol l'aiuto d'Egitto omai n'avanza.
36 Ma ben vedete voi quanto la speme
lontana sia da sí vicin periglio.
Dunque voi tutti ho qui raccolti insieme
perch'ognun porti in mezzo il suo consiglio."
Qui tace, e quasi in bosco aura che freme
suona d'intorno un picciolo bisbiglio.
Ma con la faccia baldanzosa e lieta
sorgendo Argante il mormorare accheta.
37 "O magnanimo re," fu la risposta
del cavaliero indomito e feroce
"perché ci tenti? e cosa a nullo ascosta
chiedi, ch'uopo non ha di nostra voce?
Pur dirò: sia la speme in noi sol posta;
e s'egli è ver che nulla a virtú noce,
di questa armiamci, a lei chiediamo aita,
né piú ch'ella si voglia amiam la vita.
38 Né parlo io già cosí perch'io dispere
de l'aiuto certissimo d'Egitto,
ché dubitar, se le promesse vere
fian del mio re, non lece e non è dritto;
ma il dico sol perché desio vedere
in alcuni di noi spirto piú invitto,
ch'egualmente apprestato ad ogni sorte
si prometta vittoria e sprezzi morte."
39 Tanto sol disse il generoso Argante
quasi uom che parli di non dubbia cosa.
Poi sorse in autorevole sembiante
Orcano, uom d'alta nobiltà famosa,
e già ne l'arme d'alcun pregio inante;
ma or congiunto a giovanetta sposa,
e lieto omai di figli, era invilito
ne gli affetti di padre e di marito.
40 Disse questi: "O signor, già non accuso
il fervor di magnifiche parole,
quando nasce d'ardir che star rinchiuso
tra i confini del cor non può né vòle;
però se 'l buon circasso a te per uso
troppo in vero parlar fervido sòle,
ciò si conceda a lui che poi ne l'opre
il medesmo fervor non meno scopre.
41 Ma si conviene a te, cui fatto il corso
de le cose e de' tempi han sí prudente,
impor colà de' tuoi consigli il morso
dove costui se ne trascorre ardente,
librar la speme del lontan soccorso
co 'l periglio vicino, anzi presente,
e con l'arme e con l'impeto nemico
i tuoi novi ripari e 'l muro antico.
42 Noi (se lece a me dir quel ch'io ne sento)
siamo in forte città di sito e d'arte,
ma di machine grande e violento
apparato si fa da l'altra parte.
Quel che sarà, non so; spero e pavento
i giudizi incertissimi di Marte,
e temo che s'a noi piú fia ristretto
l'assedio, al fin di cibo avrem difetto.
43 Però che quegli armenti e quelle biade
ch'ieri tu ricettasti entro le mura,
mentre nel campo a insanguinar le spade
s'attendea solo, e fu alta ventura,
picciol esca a gran fame, ampia cittade
nutrir mal ponno se l'assedio dura;
e forza è pur che duri, ancor che vegna
l'oste d'Egitto il dí ch'ella disegna.
44 Ma che fia, se piú tarda? Or sú, concedo
che tua speme prevegna e sue promesse;
la vittoria però, però non vedo
liberate, o signor, le mura oppresse.
Combattremo, o buon re, con quel Goffredo
e con que' duci e con le genti istesse
che tante volte han già rotti e dispersi
gli Arabi, i Turchi, i Soriani e i Persi.
45 E quali sian, tu 'l sai, che lor cedesti
sí spesso il campo, o valoroso Argante,
e sí spesso le spalle anco volgesti
fidando assai ne le veloci piante;
e 'l sa Clorinda teco ed io con questi
ch'un piú de l'altro non convien si vante.
Né incolpo alcuno io già, ché vi fu mostro
quanto potea maggiore il valor nostro.
46 E dirò pur (benché costui di morte
bieco minacci e 'l vero udir si sdegni):
veggio portar da inevitabil sorte
il nemico fatale a certi segni,
né gente potrà mai, né muro forte
impedirlo cosí ch'al fin non regni;
ciò mi fa dir (sia testimonio il Cielo)
del signor, de la patria, amore e zelo.
47 Oh saggio il re di Tripoli, che pace
seppe impetrar da i Franchi e regno insieme!
Ma il Soldano ostinato o morto or giace,
or pur servil catena il piè gli preme,
o ne l'essiglio timido e fugace
si va serbando a le miserie estreme;
e pur, cedendo parte, avria potuto
parte salvar co' doni e co 'l tributo."
48 Cosí diceva, e s'avolgea costui
con giro di parole obliquo e incerto,
ch'a chieder pace, a farsi uom ligio altrui
già non ardia di consigliarlo aperto.
Ma sdegnoso il Soldano i detti sui
non potea omai piú sostener coperto,
quando il mago gli disse: "Or vuoi tu darli
agio, signor, ch'in tal materia parli?"
49 "Io per me" gli risponde "or qui mi celo
contra mio grado, e d'ira ardo e di scorno."
Ciò disse a pena, e immantinente il velo
de la nube, che stesa è lor d'intorno,
si fende e purga ne l'aperto cielo,
ed ei riman nel luminoso giorno,
e magnanimamente in fero viso
rifulge in mezzo, e lor parla improviso:
50 "Io, di cui si ragiona, or son presente,
non fugace e non timido Soldano,
ed a costui ch'egli è codardo e mente
m'offero di provar con questa mano.
Io che sparsi di sangue ampio torrente,
che montagne di strage alzai su 'l piano,
chiuso nel vallo de' nemici e privo
al fin d'ogni compagno, io fuggitivo?
51 Ma se piú questi o s'altri a lui simíle,
a la sua patria, a la sua fede infido,
motto osa far d'accordo infame e vile,
buon re, sia con tua pace, io qui l'uccido.
Gli agni e i lupi fian giunti in un ovile
e le colombe e i serpi in un sol nido,
prima che mai di non discorde voglia
noi co' Francesi alcuna terra accoglia."
52 Tien su la spada, mentre ei sí favella,
la fera destra in minaccievol atto.
Riman ciascuno a quel parlar, a quella
orribil faccia, muto e stupefatto.
Poscia con vista men turbata e fella
cortesemente inverso il re s'è tratto:
"Spera," gli dice "alto signor, ch'io reco
non poco aiuto: or Solimano è teco."
53 Aladin, ch'a lui contra era già sorto,
risponde: "Oh come lieto or qui ti veggio,
diletto amico! Or del mio stuol ch'è morto
non sento il danno; assai temea di peggio.
Tu lo mio stabilire e in tempo corto
puoi ridrizzar il tuo caduto seggio,
se 'l Ciel no 'l vieta." Indi le braccia al collo,
cosí detto, gli stese e circondollo.
54 Finita l'accoglienza, il re concede
il suo medesmo soglio al gran niceno.
Egli poscia a sinistra in nobil sede
si pone, ed al suo fianco alluoga Ismeno,
e mentre seco parla ed a lui chiede
di lor venuta, ed ei risponde a pieno,
l'alta donzella ad onorar in pria
vien Solimano; ogn'altro indi seguia.
55 Seguí fra gl'altri Ormusse, il qual la schiera
di quegli Arabi suoi a guidar tolse;
e mentre la battaglia ardea piú fera,
per disusate vie cosí s'avolse
ch'aiutando il silenzio e l'aria nera
lei salva al fin nella città raccolse,
e con le biade e con rapiti armenti
aita porse a l'affamate genti.
56 Sol con la faccia torva e disdegnosa
tacito si rimase il fer circasso,
a guisa di leon quando si posa,
girando gli occhi e non movendo il passo.
Ma nel Soldan feroce alzar non osa
Orcano il volto, e 'l tien pensoso e basso.
Cosí a conciglio il palestin tiranno
e 'l re de' Turchi e i cavalier qui stanno.
57 Ma il pio Goffredo la vittoria e i vinti
avea seguiti, e libere le vie,
e fatto intanto a i suoi guerrieri estinti
l'ultimo onor di sacre essequie e pie;
ed ora a gli altri impon che siano accinti
a dar l'assalto nel secondo die,
e con maggiore e piú terribil faccia
di guerra i chiusi barbari minaccia.
58 E perché conosciuto avea il drapello,
ch'aiutò lui contra la gente infida,
esser de' suoi piú cari ed esser quello
che già seguí l'insidiosa guida,
e Tancredi con lor, che nel castello
prigion restò de la fallace Armida,
ne la presenza sol de l'Eremita
e d'alcuni piú saggi a sé gli invita;
59 e dice lor: "Prego ch'alcun racconti
de' vostri brevi errori il dubbio corso,
e come poscia vi trovaste pronti
in sí grand'uopo a dar sí gran soccorso."
Vergognando tenean basse le fronti,
ch'era al cor picciol fallo amaro morso.
Al fin del re britanno il chiaro figlio
ruppe il silenzio, e disse alzando il ciglio:
60 "Partimmo noi che fuor de l'urna a sorte
tratti non fummo, ognun per sé nascoso,
d'Amor, no 'l nego, le fallaci scorte
seguendo e d'un bel volto insidioso.
Per vie ne trasse disusate e torte
fra noi discordi, e in sé ciascun geloso.
Nutrian gli amori e i nostri sdegni (ah! tardi
troppo il conosco) or parolette, or guardi.
61 Al fin giungemmo al loco ove già scese
fiamma dal cielo in dilatate falde,
e di natura vendicò l'offese
sovra le genti in mal oprar sí salde.
Fu già terra feconda, almo paese,
or acque son bituminose e calde
e steril lago; e quanto ei torpe e gira,
compressa è l'aria e grave il puzzo spira.
62 Questo è lo stagno in cui nulla di greve
si getta mai che giunga insino al basso,
ma in guisa pur d'abete o d'orno leve
l'uom vi sornuota e 'l duro ferro e 'l sasso.
Siede in esso un castello, e stretto e breve
ponte concede a' peregrini il passo.
Ivi n'accolse, e non so con qual arte
vaga è là dentro e ride ogni sua parte.
63 V'è l'aura molle e 'l ciel sereno e lieti
gli alberi e i prati e pure e dolci l'onde,
ove fra gli amenissimi mirteti
sorge una fonte e un fiumicel diffonde:
piovono in grembo a l 'erbe i sonni queti
con un soave mormorio di fronde,
cantan gli augelli: i marmi io taccio e l'oro
meravigliosi d'arte e di lavoro.
64 Apprestar su l'erbetta, ov'è piú densa
l'ombra e vicino al suon de l'acque chiare,
fece di sculti vasi altera mensa
e ricca di vivande elette e care.
Era qui ciò ch'ogni stagion dispensa,
ciò che dona la terra o manda il mare,
ciò che l'arte condisce; e cento belle
servivano al convito accorte ancelle.
65 Ella d'un parlar dolce e d'un bel riso
temprava altrui cibo mortale e rio.
Or mentre ancor ciascuno a mensa assiso
beve con lungo incendio un lungo oblio,
sorse e disse: `Or qui riedo.' E con un viso
ritornò poi non sí tranquillo e pio.
Con una man picciola verga scote,
tien l'altra un libro, e legge in basse note.
66 Legge la maga, ed io pensiero e voglia
sento mutar, mutar vita ed albergo.
(Strana virtú) novo pensier m'invoglia:
salto ne l'acqua, e mi vi tuffo e immergo.
Non so come ogni gamba entro s'accoglia,
come l'un braccio e l'altro entri nel tergo,
m'accorcio e stringo, e su la pelle cresce
squamoso il cuoio; e d'uom son fatto un pesce.
67 Cosí ciascun de gli altri anco fu vòlto
e guizzò meco in quel vivace argento.
Quale allor mi foss'io, come di stolto
vano e torbido sogno, or me 'n rammento.
Piacquele al fin tornarci il proprio volto;
ma tra la meraviglia e lo spavento
muti eravam, quando turbata in vista
in tal guisa ne parla e ne contrista:
68 `Ecco, a voi noto è il mio poter' ne dice
`e quanto sopra voi l'imperio ho pieno.
Pende dal mio voler ch'altri infelice
perda in prigione eterna il ciel sereno,
altri divenga augello, altri radice
faccia e germogli nel terrestre seno,
o che s'induri in scelce, o in molle fonte
si liquefaccia, o vesta irsuta fronte.
69 Ben potete schivar l'aspro mio sdegno,
quando servire al mio piacer v'aggrade:
farvi pagani, e per lo nostro regno
contra l'empio Buglion mover le spade.'
Ricusàr tutti ed aborrír l'indegno
patto; solo a Rambaldo il persuade.
Noi (ché non val difesa) entro una buca
di lacci avolse ove non è che luca.
70 Poi nel castello istesso a sorte venne
Tancredi, ed egli ancor fu prigioniero.
Ma poco tempo in carcere ci tenne
la falsa maga; e (s'io n'intesi il vero)
di seco trarne da quell'empia ottenne
del signor di Damasco un messaggiero,
ch'al re d'Egitto in don fra cento armati
ne conduceva inermi e incatenati.
71 Cosí ce n'andavamo; e come l'alta
providenza del Cielo ordina e move,
il buon Rinaldo, il qual piú sempre essalta
la gloria sua con opre eccelse e nove,
in noi s'aviene, e i cavalieri assalta
nostri custodi e fa l'usate prove:
gli uccide e vince, e di quell'arme loro
fa noi vestir che nostre in prima foro.
72 Io 'l vidi, e 'l vider questi; e da lui porta
ci fu la destra, e fu sua voce udita.
Falso è il romor che qui risuona e porta
sí rea novella, e salva è la sua vita;
ed oggi è il terzo dí che con la scorta
d'un peregrin fece da noi partita
per girne in Antiochia, e pria depose
l'arme che rotte aveva e sanguinose."
73 Cosí parlava, e l'Eremita intanto
volgeva al cielo l'una e l'altra luce.
Non un color, non serba un volto: oh quanto
piú sacro e venerabile or riluce!
Pieno di Dio, rapto dal zelo, a canto
a l'angeliche menti ei si conduce;
gli si svela il futuro, e ne l'eterna
serie de gli anni e de l'età s'interna.
74 e la bocca sciogliendo in maggior suono
scopre le cose altrui ch'indi verranno.
Tutti conversi a le sembianze, al tuono
de l'insolita voce attenti stanno.
"Vive" dice "Rinaldo, e l'altre sono
arti e bugie di femminile inganno.
Vive, e la vita giovanetta acerba
a piú mature glorie il Ciel riserba.
75 Presagi sono e fanciulleschi affanni
questi ond'or l'Asia lui conosce e noma.
Ecco chiaro vegg'io, correndo gli anni,
ch'egli s'oppone a l'empio Augusto e 'l doma
e sotto l'ombra de gli argentei vanni
l'aquila sua copre la Chiesa e Roma,
che de la fèra avrà tolte a gli artigli;
e ben di lui nasceran degni i figli.
76 De' figli i figli, e chi verrà da quelli,
quinci avran chiari e memorandi essempi;
e da' Cesari ingiusti e da' rubelli
difenderan le mitre e i sacri tèmpi.
Premer gli alteri e sollevar gli imbelli,
difender gli innocenti e punir gli empi,
fian l'arti lor: cosí verrà che vóle
l'aquila estense oltra le vie del sole.
77 E dritto è ben che, se 'l ver mira e 'l lume,
ministri a Pietro i folgori mortali.
U' per Cristo si pugni, ivi le piume
spiegar dée sempre invitte e trionfali,
ché ciò per suo nativo alto costume
dielle il Cielo e per leggi a lei fatali.
Onde piace là su che in questa degna
impresa, onde partí, chiamato vegna."
78 Qui dal soggetto vinto il saggio Piero
stupido tace, e 'l cor ne l'alma faccia
troppo gran cose de l'estense altero
valor ragiona, onde tutto altro spiaccia.
Sorge intanto la notte, e 'l velo nero
per l'aria spiega e l'ampia terra abbraccia;
vansene gli altri e dan le membra al sonno,
ma i suoi pensieri in lui dormir non ponno.
CANTO UNDICESIMO
1 Ma 'l capitan de le cristiane genti,
vòlto avendo a l'assalto ogni pensiero,
giva apprestando i bellici instrumenti
quando a lui venne il solitario Piero;
e trattolo in disparte, in tali accenti
gli parlò venerabile e severo:
"Tu movi, o capitan, l'armi terrene,
ma di là non cominci onde conviene.
2 Sia dal Cielo il principio; invoca inanti
ne le preghiere pubbliche e devote
la milizia de gli angioli e de' santi,
che ne impetri vittoria ella che puote.
Preceda il clero in sacre vesti, e canti
con pietosa armonia supplici note;
e da voi, duci gloriosi e magni,
pietate il vulgo apprenda e n'accompagni."
3 Cosí gli parla il rigido romito,
e 'l buon Goffredo il saggio aviso approva:
"Servo" risponde "di Giesú gradito,
il tuo consiglio di seguir mi giova.
Or mentre i duci a venir meco invito,
tu i Pastori de' popoli ritrova,
Guglielmo ed Ademaro, e vostra sia
la cura de la pompa sacra e pia."
4 Nel seguente mattino il vecchio accoglie
co' duo gran sacerdoti altri minori,
ov'entro al vallo tra sacrate soglie
soleansi celebrar divini onori.
Quivi gli altri vestír candide spoglie,,
vestír dorato ammanto i duo Pastori
che bipartito sovra i bianchi lini
s'affibbia al petto, e incoronaro i crini.
5 Va Piero solo inanzi e spiega al vento
il segno riverito in Paradiso,
e segue il coro a passo grave e lento
in duo lunghissimi ordini diviso.
Alternando facean doppio concento
in supplichevol canto e in umil viso,
e chiudendo le schiere ivano a paro
i principi Guglielmo ed Ademaro.
6 Venia poscia il Buglion, pur come è l'uso
di capitan senza compagno a lato;
seguiano a coppia i duci, e non confuso
seguiva il campo in lor difesa armato.
Sí procedendo se n'uscia del chiuso
de le trinciere il popolo adunato,
né s'udian trombe o suoni altri feroci
ma di pietate e d'umiltà sol voci.
7 Te Genitor, te Figlio eguale al Padre,
e te che d'ambo uniti amando spiri,
e te d'Uomo e di Dio vergine Madre
invocano propizia a i lor desiri;
o Duci, e voi che le fulgenti squadre
del ciel movete in triplicati giri,
o Divo, e te che de la diva fronte
la monda umanità lavasti al fonte,
8 chiamano; e te che sei pietra e sostegno
de la magion di Dio fondato e forte,
ove ora il novo successor tuo degno
di grazia e di perdono apre le porte,
e gli altri messi del celeste regno
che divulgàr la vincitrice morte,
e quei che 'l vero a confermar seguiro,
testimoni di sangue e di martiro;
9 quegli ancor la cui penna o la favella
insegnata ha del Ciel la via smarrita,
e la cara di Cristo e fida ancella
ch'elesse il ben de la piú nobil vita;
e le vergini chiuse in casta cella
che Dio con alte nozze a sé marita;
e quell'altre magnanime a i tormenti,
sprezzatrici de' regi e de le genti.
10 Cosí cantando, il popolo devoto
con larghi giri si dispiega e stende,
e drizza a l'Oliveto il lento moto,
monte che da l'olive il nome prende,
monte per sacra fama al mondo noto,
ch'oriental contra le mura ascende,
e sol da quelle il parte e ne 'l discosta
la cupa Giosafà ch'in mezzo è posta.
11 Colà s'invia l'essercito canoro,
e ne suonan le valli ime e profonde
e gli alti colli e le spelonche loro,
e da ben mille parti Ecco risponde,
e quasi par che boscareccio coro
fra quegli antri si celi e in quelle fronde,
sí chiaramente replicar s'udia
or di Cristo il gran nome, or di Maria,
12 D'in su le mura ad ammirar fra tanto
cheti si stanno e attoniti i pagani
que' tardi avolgimenti e l'umil canto,
e l'insolite pompe e i riti estrani.
Poi che cessò de lo spettacol santo
la novitate, i miseri profani
alzàr le strida; e di bestemmie e d'onte
muggí il torrente e la gran valle e 'l monte.
13 Ma da la casta melodia soave
la gente di Giesú però non tace,
né si volge a que' gridi o cura n'have
piú che di stormo avria d'augei loquace;
né perché strali aventino, ella pave
che giungano a turbar la santa pace
di sí lontano, onde a suo fin ben pote
condur le sacre incominciate note.
14 Poscia in cima del colle ornan l'altare
che di gran cena al sacerdote è mensa,
e d'ambo i lati luminosa appare
sublime lampa in lucid'oro accensa.
Quivi altre spoglie, e pur dorate e care,
prende Guglielmo, e pria tacito pensa,
indi con chiaro suon la voce spiega,
se stesso accusa e Dio ringrazia e prega.
15 Umili intorno ascoltano i primieri,
le viste i piú lontani almen v'han fisse.
Ma poi che celebrò gli alti misteri
del puro sacrificio: "Itene" ei disse;
e in fronte alzando a i popoli guerrieri
la man sacerdotal, li benedisse.
Allor se 'n ritornàr le squadre pie
per le dianzi da lor calcate vie.
16 Giunti nel vallo e l'ordine disciolto,
si rivolge Goffredo a sua magione,
e l'accompagna stuol calcato e folto
insino al limitar del padiglione.
Quivi gli altri accommiata indietro vòlto,
ma ritien seco i duci il pio Buglione,
e li raccoglie a mensa, e vuol ch'a fronte
di Tolosa gli sieda il vecchio conte.
17 Poi che de' cibi il natural amore
fu in lor ripresso e l'importuna sete,
disse a i duci il gran duce: "Al novo albore
tutti a l'assalto voi pronti sarete:
quel fia giorno di guerra e di sudore,
questo sia d'apparecchio e di quiete.
Dunque ciascun vada al riposo, e poi
se medesmo prepari e i guerrier suoi."
18 Tolser essi congedo, e manifesto
quinci gli araldi a suon di trombe fèro
ch'essere a l'arme apparecchiato e presto
dée con la nova luce ogni guerriero.
Cosí in parte al ristoro e in parte questo
giorno si diede a l'opre ed al pensiero,
sin che fe' nova tregua a la fatica
la cheta notte, del riposo amica.
19 Ancor dubbia l'aurora ed immaturo
ne l'oriente il parto era del giorno,
né i terreni fendea l'aratro duro,
né fea il pastore a i prati anco ritorno;
stava tra i rami ogni augellin securo,
e in selva non s'udia latrato o corno,
quando a cantar la mattutina tromba
comincia: "A l'arme!" " A l'arme!" il ciel rimbomba.
20 "A l'arme! a l'arme! " subito ripiglia
il grido universal di cento schiere.
Sorge il forte Goffredo e già non piglia
la gran corazza usata o le schiniere;
ne veste un'altra ed un pedon somiglia
in arme speditissime e leggiere;
e indosso avea già l'agevol pondo,
quando gli sovraggiunse il buon Raimondo.
21 Questi, veggendo armato in cotal modo
il capitano, il suo pensier comprese:
"Ov'è" gli disse "il grave usbergo e sodo?
ov'è, signor, l'altro ferrato arnese?
perché sei parte inerme? Io già non lodo
che vada con sí debili difese.
Or da tai segni in te ben argomento
che sei di gloria ad umil mèta intento.
22 Deh! che ricerchi tu? privata palma
di salitor di mura? Altri le saglia,
ed esponga men degna ed util alma
(rischio debito a lui) ne la battaglia;
tu riprendi, signor, l'usata salma
e di te stesso a nostro pro ti caglia.
L'anima tua, mente del campo e vita,
cautamente per Dio sia custodita."
23 Qui tace, ed ei risponde: "Or ti sia noto
che quando in Chiaramonte il grande Urbano
questa spada mi cinse, e me devoto
fe' cavalier l'onnipotente mano,
tacitamente a Dio promisi in voto
non pur l'opera qui di capitano,
ma d'impiegarvi ancor, quando che fosse,
qual privato guerrier l'arme e le posse.
24 Dunque, poscia che fian contra i nemici
tutte le genti mie mosse e disposte,
e ch'a pieno adempito avrò gli uffici
che son dovuti al principe de l'oste,
ben è ragion (né tu, credo, il disdici)
ch'a le mura pugnando anch'io m'accoste,
e la fede promessa al Cielo osservi:
egli mi custodisca e mi conservi."
25 Cosí concluse, e i cavalier francesi
seguír l'essempio e i duo minor Buglioni;
gli altri principi ancor men gravi arnesi
parte vestiro e si mostràr pedoni.
Ma i pagani fra tanto erano ascesi
là dove a i sette gelidi Trioni
si volge e piega a l'occidente il muro,
che nel piú facil sito è men securo.
26 Però ch'altronde la città non teme
de l'assalto nemico offesa alcuna,
quivi non pur l'empio tiranno insieme
il forte vulgo e gli assoldati aduna,
ma chiama ancora a le fatiche estreme
fanciulli e vecchi l'ultima fortuna;
e van questi portando a i piú gagliardi
calce e zolfo e bitume e sassi e dardi.
27 E di macchine e d'arme han pieno inante
tutto quel muro a cui soggiace il piano,
e quinci in forma d'orrido gigante
da la cintola in su sorge il Soldano,
quindi tra' merli il minaccioso Argante
torreggia, e discoperto è di lontano,
e in su la torre altissima Angolare
sovra tutti Clorinda eccelsa appare.
28 A costei la faretra e 'l grave incarco
de l'acute quadrella al tergo pende.
Ella già ne le mani ha preso l'arco,
e già lo stral v'ha su la corda e 'l tende;
e desiosa di ferire, al varco
la bella arciera i suoi nemici attende.
Tal già credean la vergine di Delo
tra l'alte nubi saettar dal cielo.
29 Scorre piú sotto il re canuto a piede
da l'una a l'altra porta, e 'n su le mura
ciò che prima ordinò cauto rivede
e i difensor conforta e rassecura;
e qui genti rinforza e là provede
di maggior copia d'arme, e 'l tutto cura.
Ma se ne van l'afflitte madri al tempio
a ripregar nume bugiardo ed empio.
30 "Deh! spezza tu del predator francese
l'asta, Signor, con la man giusta e forte;
e lui, che tanto il tuo gran nome offese,
abbatti e spargi sotto l'alte porte."
Cosí dicean, né fur le voci intese
là giú tra 'l pianto de l'eterna morte.
Or mentre la città s'appresta e prega,
le genti e l'arme il pio Buglion dispiega.
31 Tragge egli fuor l'essercito pedone
con molta providenza e con bell'arte,
e contra il muro ch'assalir dispone
obliquamente in duo lati il comparte.
Le baliste per dritto in mezzo pone
e gli altri ordigni orribili di Marte,
onde in guisa di fulmini si lancia
vèr le merlate cime or sasso, or lancia.
32 E mette in guardia i cavalier de' fanti
da tergo, e manda intorno i corridori.
Dà il segno poi de la battaglia, e tanti
i sagittari sono e i frombatori
e l'arme da le machine volanti,
che scemano fra i merli i difensori.
Altri v'è morto e 'l loco altri abbandona;
già men folta del muro è la corona.
33 La gente franca impetuosa e ratta
allor quanto piú puote affretta i passi;
e parte scudo a scudo insieme adatta,
e di quegli un coperchio al capo fassi,
e parte sotto machine s'appiatta
che fan riparo al grandinar de' sassi;
ed arrivando al fosso, il cupo e 'l vano
cercano empirne ed adeguarlo al piano.
34 Non era il fosso di palustre limo
(ché no 'l consente il loco) o d'acqua molle,
onde l'empieno, ancor che largo ed imo,
le pietre e i fasci e gli arbori e le zolle.
L'audacissimo Alcasto intanto il primo,
scopre la testa ed una scala estolle,
e no 'l ritien dura gragnuola o pioggia
di fervidi bitumi, e su vi poggia.
35 Vedeasi in alto il fier elvezio asceso
mezzo l'aereo calle aver fornito,
segno a mille saette, e non offeso
d'alcuna sí che fermi il corso ardito;
quando un sasso ritondo e di gran peso,
veloce come di bombarda uscito,
ne l'elmo il coglie e il risospinge a basso;
e 'l colpo vien dal lanciator circasso.
36 Non è mortal, ma grave il colpo e 'l salto
sí ch'ei stordisce, e giace immobil pondo.
Argante allor in suon feroce ed alto:
"Caduto è il primo, or chi verrà secondo?
Ché non uscite a manifesto assalto,
appiattati guerrier, s'io non m'ascondo?
Non gioveranvi le caverne estrane,
ma vi morrete come belve in tane."
37 Cosí dice egli, e per suo dir non cessa
la gente occulta, e tra i ripari cavi
e sotto gli alti scudi unita e spessa
le saette sostiene e i pesi gravi;
già gli arieti e la muraglia appressa,
machine grandi e smisurate travi,
c'han testa di monton ferrata e dura:
temon le porte il cozzo, e l'alte mura.
38 Gran mole intanto è di là su rivolta
per cento mani al gran bisogno pronte,
che sovra la testugine piú folta
ruina, e par che vi trabocchi un monte;
e de gli scudi l'union disciolta,
piú d'un elmo vi frange e d'una fronte,
e ne riman la terra sparsa e rossa
d'arme, di sangue, di cervella e d'ossa.
39 L'assalitore allor sotto al coperto
de le machine sue piú non ripara,
ma da i ciechi perigli al rischio aperto
fuori se n'esce e sua virtú dichiara.
Altri appoggia le scale e va per l'erto,
altri percote i fondamenti a gara.
Ne crolla il muro, e ruinoso i fianchi
già fesso mostra a l'impeto de' Franchi.
40 E ben cadeva a le percosse orrende,
che doppia in lui l'espugnator montone,
ma sin da' merli il popolo il difende
con usata di guerra arte e ragione,
ch'ovunque la gran trave in lui si stende
cala fasci di lana e li frapone;
prende in sé le percosse e fa piú lente
la materia arrendevole e cedente.
41 Mentre con tal valor s'erano strette
l'audaci schiere e la tenzon murale,
curvò Clorinda sette volte, e sette
rallentò l'arco e n'aventò lo strale;
e quante in giú se ne volàr saette,
tante s'insanguinaro il ferro e l'ale,
non di sangue plebeo ma del piú degno,
ché sprezza quell'altera ignobil segno.
42 Il primo cavalier ch'ella piagasse
fu l'erede minor del rege inglese.
Da' suoi ripari a pena il capo ei trasse
che la mortal percossa in lui discese,
e che la destra man non gli trapasse
il guanto de l'acciar nulla contese;
sí che inabile a l'arme ei si ritira
fremendo, e meno di dolor che d'ira.
43 Il buon conte d'Ambuosa in ripa al fosso,
e su la scala poi Clotareo il franco:
quegli morí trafitto il petto e 'l dosso,
questi da l'un passato a l'altro fianco.
Sospingeva il monton, quando è percosso
al signor de' Fiamminghi il braccio manco,
sí che tra via s'allenta, e vuol poi trarne
lo strale, e resta il ferro entro la carne.
44 A l'incauto Ademar, ch'era da lunge
la fera pugna a riguardar rivolto,
la fatal canna arriva e in fronte il punge.
Stende ei la destra al loco ove l'ha colto,
quando nova saetta ecco sorgiunge
sovra la mano e la confige al volto;
onde egli cade, e fa del sangue sacro
su l'arme feminili ampio lavacro.
45 Ma non lungi da' merli a Palamede,
mentre ardito disprezza ogni periglio
e su per gli erti gradi indrizza il piede,
cala il settimo ferro al destro ciglio,
e trapassando per la cava sede
e tra i nervi de l'occhio esce vermiglio
diretro per la nuca; egli trabocca
e more a' piè de l'assalita rocca.
46 Tal saetta costei.
Goffredo intanto
con novo assalto i difensori opprime.
Avea condotto ad una porta a canto
de le machine sue la piú sublime.
Questa è torre di legno, e s'erge tanto
che può del muro pareggiar le cime;
torre che grave d'uomini ed armata,
mobile è su le rote e vien tirata.
47 Viene aventando la volubil mole
lancie e quadrella, e quanto può s'accosta,
e come nave in guerra nave suole,
tenta d'unirsi a la muraglia opposta;
ma chi lei guarda ed impedir ciò vuole,
l'urta la fronte e l'una e l'altra costa,
la respinge con l'aste e le percote
or con le pietre i merli ed or le rote.
48 Tanti di qua, tanti di là fur mossi
e sassi e dardi ch'oscuronne il cielo.
S'urtàr due nembi in aria, e là tornossi
talor respinto, onde partiva, il telo.
Come di fronde sono i rami scossi
da la pioggia indurata in freddo gelo
e ne caggiono i pomi anco immaturi,
cosí cadeano i saracin da i muri,
49 però che scende in lor piú greve il danno,
che di ferro assai meno eran guerniti.
Parte de' vivi ancora in fuga vanno,
de la gran mole al fulminar smarriti.
Ma quel che già fu di Nicea tiranno
vi resta, e fa restarvi i pochi arditi;
e 'l fero Argante a contraporsi corre,
presa una trave, a la nemica torre,
50 e da sé la respinge e tien lontana
quanto l'abete è lungo e 'l braccio forte.
Vi scende ancor la vergine sovrana,
e de' perigli altrui si fa consorte.
I Franchi intanto a la pendente lana
le funi recideano e le ritorte
con lunghe falci, onde cadendo a terra
lasciava il muro disarmato in guerra.
51 Cosí la torre sovra, e piú di sotto
l'impetuoso il batte aspro ariete,
onde comincia ormai forato e rotto
a discoprir le interne vie secrete.
Essi non lunge il capitan condotto,
al conquassato e tremulo parete,
nel suo scudo maggior tutto rinchiuso
che rade volte ha di portar in uso.
52 E quivi cauto rimirando spia,
e scender vede Solimano a basso
e porsi a la difesa ove s'apria
tra le ruine il periglioso passo,
e rimaner della sublime via
Clorinda in guardia e 'l cavalier circasso.
Cosí guardava, e già sentiasi il core
tutto avampar di generoso ardore.
53 Onde rivolto dice al buon Sigiero,
che gli portava un altro scudo e l'arco:
"Ora mi porgi, o fedel mio scudiero,
cotesto men gravoso e grande incarco,
ché tenterò di trapassar primiero
su i dirupati sassi il dubbio varco;
e tempo è ben che qualche nobil opra
de la nostra virtute omai si scopra."
54 Cosí mutato scudo a pena disse,
quando a lui venne una saetta a volo,
e ne la gamba il colse e la trafisse
nel piú nervoso, ove è piú acuto il duolo.
Che di tua man, Clorinda, il colpo uscisse,
la fama il canta, e tuo l'onor n'è solo;
se questo dí servaggio e morte schiva
la tua gente pagana, a te s'ascriva.
55 Ma il fortissimo eroe, quasi non senta
il mortifero duol de la ferita,
dal cominciato corso il piè non lenta,
e monta su i dirupi e gli altri invita.
Pur s'avede egli poi che no 'l sostenta
la gamba, offesa troppo ed impedita,
e ch'inaspra agitando ivi l'ambascia,
onde sforzato alfin l'assalto lascia.
56 E chiamando il buon Guelfo a sé con mano,
a lui parlava: "Io me ne vo constretto:
sostien persona tu di capitano
e di mia lontananza empi il diffetto.
Ma picciol'ora io vi starò lontano:
vado e ritorno." E si partia, ciò detto;
ed ascendendo in un leggier cavallo,
giunger non può che non sia visto al vallo.
57 Al dipartir del capitan, si parte
e cede il campo la fortuna franca.
Cresce il vigor ne la contraria parte,
sorge la speme e gli animi rinfranca;
e l'ardimento co 'l favor di Marte
ne' cor fedeli e l'impeto già manca:
già corre lento ogni lor ferro al sangue,
e de le trombe istesse il suono langue.
58 E già tra' merli a comparir non tarda
lo stuol fugace che 'l timor caccionne,
e mirando la vergine gagliarda,
vero amor de la patria arma le donne.
Correr le vedi e collocarsi in guarda
con chiome sparse e con succinte gonne,
e lanciar dardi e non mostrar paura
d'esporre il petto per l'amate mura.
59 E quel ch'a i Franchi piú spavento porge,
e 'l toglie a i difensor de la cittade,
è che 'l possente Guelfo (e se n'accorge
questo popol e quel) percosso cade.
Tra mille il trova sua fortuna e scòrge
d'un sasso il corso per lontane strade;
e da sembiante colpo al tempo stesso
colto è Raimondo, onde giú cade anch'esso.
60 Ed aspramente allora anco fu punto
ne la proda del fosso Eustazio ardito.
Né in questo a i Franchi fortunoso punto
contra lor da' nemici è colpo uscito
(che n'uscír molti) onde non sia disgiunto
corpo da l'alma o non sia almen ferito.
E in tal prosperità via piú feroce
divenendo il circasso, alza la voce:
61 "Non è questa Antiochia, e non è questa
la notte amica a le cristiane frodi.
Vedete il chiaro sol, la gente desta,
altra forma di guerra ed altri modi.
Dunque favilla in voi nulla piú resta
de l'amor de la preda e de le lodi,
che sí tosto cessate e sète stanche
per breve assalto, o Franchi no, ma Franche?"
62 Cosí ragiona, e in guisa tal s'accende
ne le sue furie il cavaliero audace
che quell'ampia città ch'egli difende
non gli par campo del suo ardir capace,
e si lancia a gran salti ove si fende
il muro e la fessura adito face;
ed ingombra l'uscita, e grida intanto
a Soliman che si vedeva a canto:
63 "Soliman, ecco il loco ed ecco l'ora
che del nostro valor giudice fia.
Che cessi? o di che temi? or costà fora
cerchi il pregio sovran chi piú 'l desia."
Cosí gli disse, e l'uno e l'altro allora
precipitosamente a prova uscia;
l'un da furor, l'altro da onor rapito
e stimolato dal feroce invito.
64 Giunsero inaspettati ed improvisi
sovra i nemici, e in paragon mostràrsi;
e da lor tanti furo uomini uccisi,
e scudi ed elmi dissipati e sparsi,
e scale tronche ed arieti incisi,
che di lor parve quasi un monte farsi,
e mescolati a le ruine alzaro,
in vece del caduto, alto riparo.
65 La gente che pur dianzi ardí salire
al pregio eccelso di mural corona,
non ch'or d'entrar ne la cittate aspire,
ma sembra a le difese anco mal buona;
e cede al nuovo assalto, e in preda a l'ire
de' duo guerrier le machine abbandona,
ch'ad altra guerra ormai saran mal atte
tanto è 'l furor che le percote e batte.
66 L'uno e l'altro pagan, come il trasporta
l'impeto suo, già piú e piú trascorre;
già 'l foco chiede a i cittadini, e porta
duo pini fiammeggianti invèr la torre.
Cotali uscir da la tartarea porta
sogliono, e sottosopra il mondo porre,
le ministre di Pluto empie sorelle,
lor ceraste scotendo e lor facelle.
67 Ma l'invitto Tancredi, il qual altrove
confortava a l'assalto i suoi latini,
tosto che vide l'incredibil prove,
e la gemina fiamma e i duo gran pini,
tronca in mezzo le voci, e presto move
a frenar il furor de' saracini;
e tal del suo valor dà segno orrendo
che chi vinse e fugò fugge or perdendo.
68 Cosí de la battaglia or qui lo stato
co 'l variar de la fortuna è vòlto,
e in questo mezzo il capitan piagato
ne la gran tenda sua già s'è raccolto
co 'l buon Sigier, con Baldovino a lato,
de i mesti amici in gran concorso e folto;
ei che s'affretta e di tirar s'affanna
de la piaga lo stral, rompe la canna,
69 e la via piú vicina e piú spedita
a la cura di lui vuol che si prenda,
scoprasi ogni latebra a la ferita
e largamente si risechi e fenda.
"Rimandatemi in guerra, onde fornita
non sia co 'l dí prima ch'a lei mi renda."
Cosí dice; e premendo il lungo cerro
d'una gran lancia, offre la gamba al ferro.
70 E già l'antico Eròtimo, che nacque
in riva al Po, s'adopra in sua salute,
il qual de l'erbe e de le nobil acque
ben conosceva ogni uso, ogni virtute;
caro a le Muse ancor, ma si compiacque
ne la gloria minor de l'arti mute,
sol curò tòrre a morte i corpi frali,
e potea far i nomi anco immortali.
71 Stassi appoggiato, e con secura faccia
freme immobile al pianto il capitano.
Quegli in gonna succinto e da le braccia
ripiegato il vestir, leggiero e piano
or con l'erbe potenti in van procaccia
trarne lo strale, or con la dotta mano;
e con la destra il tenta e co 'l tenace
ferro il va riprendendo, e nulla face.
72 L'arte sue non seconda ed al disegno
par che per nulla via fortuna arrida;
e nel piagato eroe giunge a tal segno
l'aspro martír che n'è quasi omicida.
Or qui l'angiol custode, al duol indegno
mosso di lui, colse dittamo in Ida:
erba crinita di purpureo fiore
c'have in giovani foglie alto valore.
73 E ben mastra natura a le montane
capre n'insegna la virtú celata,
qualor vengon percosse e lor rimane
nel fianco affissa la saetta alata.
Ouesta, benché da parti assai lontane,
in un momento l'angelo ha recata,
e non veduto entro le mediche onde
de gli apprestati bagni il succo infonde,
74 e del fonte di Lidia i sacri umori
e l'odorata panacea vi mesce.
Ne sparge il vecchio la ferita, e fuori
volontario per sé lo stral se 'n esce
e si ristagna il sangue; e già i dolori
fuggono da la gamba e 'l vigor cresce.
Grida Eròtimo allor: "L'arte maestra
te non risana o la mortal mia destra,
75 maggior virtú ti salva: un angiol, credo,
medico per te fatto, è sceso in terra,
ché di celeste mano i segni vedo:
prendi l'arme; che tardi? e riedi in guerra."
Avido di battaglia il pio Goffredo
già ne l'ostro le gambe avolge e serra,
e l'asta crolla smisurata, e imbraccia
il già deposto scudo e l'elmo allaccia.
76 Uscí dal chiuso vallo, e si converse
con mille dietro a la città percossa:
sopra di polve il ciel gli si coperse,
tremò sotto la terra al moto scossa;
e lontano appressar le genti averse
d'alto il miraro, e corse lor per l'ossa
un tremor freddo e strinse il sangue in gelo.
Egli alzò tre fiate il grido al cielo.
77 Conosce il popol suo l'altera voce
e 'l grido eccitator de la battaglia,
e riprendendo l'impeto veloce
di novo ancora a la tenzon si scaglia.
Ma già la coppia de i pagan feroce
nel rotto accolta s'è de la muraglia,
difendendo ostinata il varco fesso
dal buon Tancredi e da chi vien con esso.
78 Qui disdegnoso giunge e minacciante
chiuso ne l'arme il capitan di Francia,
e 'n su la prima giunta al fero Argante
l'asta ferrata fulminando lancia.
Nessuna mural machina si vante
d'aventar con piú forza alcuna lancia.
Tuona per l'aria la nodosa trave,
v'oppon lo scudo Argante e nulla pave.
79 S'apre lo scudo al frassino pungente,
né la dura corazza anco il sostiene,
ché rompe tutte l'arme, e finalmente
il sangue saracino a sugger viene.
Ma si svelle il circasso (e il duol non sente)
da l'arme il ferro affisso e da le vene,
e 'n Goffredo il ritorce: "A te" dicendo
"rimando il tronco, e l'armi tue ti rendo."
80 L'asta, ch'offesa or porta ed or vendetta,
per lo noto sentier vola e rivola,
ma già colui non fère ove è diretta,
ch'egli si spiega e 'l capo al colpo invola;
coglie il fedel Sigiero, il qual ricetta
profondamente il ferro entro la gola,
né gli rincresce, del suo caro duce
morendo in vece, abbandonar la luce.
81 Quasi in quel punto Soliman percote
con una scelce il cavalier normando;
e questi al colpo si contorce e scote
e cade in giú come paleo rotando.
Or piú Goffredo sostener non pote
l'ira di tante offese, e impugna il brando,
e sovra la confusa alta ruina
ascende, e move omai guerra vicina.
82 E ben ei vi facea mirabil cose,
e contrasti seguiano aspri e mortali,
ma fuor uscí la notte e 'l mondo ascose
sotto il caliginoso orror de l'ali;
e l'ombre sue pacifiche interpose
fra tante ire de' miseri mortali,
sí che cessò Goffredo e fe' ritorno.
Cotal fine ebbe il sanguinoso giorno.
83 Ma pria che 'l pio Buglione il campo ceda,
fa indietro riportar gli egri e i languenti,
e già non lascia a' suoi nemici in preda
l'avanzo de' suoi bellici tormenti;
pur salva la gran torre avien che rieda,
primo terror de le nemiche genti,
come che sia da l'orrida tempesta
sdruscita anch'essa in alcun loco e pesta.
84 Da' gran perigli uscita ella se 'n viene
giungendo a loco omai di sicurezza.
Ma qual nave talor ch'a vele piene
corre il mar procelloso e l'onde sprezza,
poscia in vista del porto o su l'arene
o su i fallaci scogli un fianco spezza;
o qual destrier passa le dubbie strade
e presso al dolce albergo incespa e cade;
85 tale inciampa la torre, e tal da quella
parte che volse a l'impeto de' sassi
frange due rote debili, sí ch'ella
ruinosa pendendo arresta i passi.
Ma le suppone appoggi e la puntella
lo stuol che la conduce e seco stassi,
insin che i pronti fabri intorno vanno
saldando in lei d'ogni sua piaga il danno,
86 Cosí Goffredo impone, il qual desia
che si racconci inanzi al novo sole,
ed occupando questa e quella via
dispon le guardie intorno a l'alta mole;
ma 'l suon ne la città chiaro s'udia
di fabrili instrumenti e di parole,
e mille si vedean fiaccole accese,
onde seppesi il tutto o si comprese.
CANTO DODICESIMO
1 Era la notte, e non prendean ristoro
co 'l sonno ancor le faticose genti:
ma qui vegghiando nel fabril lavoro
stavano i Franchi a la custodia intenti,
e là i pagani le difese loro
gian rinforzando tremule e cadenti
e reintegrando le già rotte mura,
e de' feriti era comun la cura.
2 Curate al fin le piaghe, e già fornita
de l'opere notturne era qualcuna;
e rallentando l'altre, al sonno invita
l'ombra omai fatta piú tacita e bruna.
Pur non accheta la guerriera ardita
l'alma d'onor famelica e digiuna,
e sollecita l'opre ove altri cessa.
Va seco Argante, e dice ella a se stessa:
3 "Ben oggi il re de' Turchi e 'l buon Argante
fèr meraviglie inusitate e strane,
ché soli uscír fra tante schiere e tante
e vi spezzàr le machine cristiane.
Io (questo è il sommo pregio onde mi vante)
d'alto rinchiusa oprai l'arme lontane,
sagittaria, no 'l nego, assai felice.
Dunque sol tanto a donna e piú non lice?
4 Quanto me' fòra in monte od in foresta
a le fère aventar dardi e quadrella,
ch'ove il maschio valor si manifesta
mostrarmi qui tra cavalier donzella!
Ché non riprendo la feminea vesta,
s'io ne son degna e non mi chiudo in cella?"
Cosí parla tra sé; pensa e risolve
al fin gran cose ed al guerrier si volve:
5 "Buona pezza è, signor, che in sé raggira
un non so che d'insolito e d'audace
la mia mente inquieta: o Dio l'inspira,
o l'uom del suo voler suo Dio si face.
Fuor del vallo nemico accesi mira
i lumi; io là n'andrò con ferro e face
e la torre arderò: vogl'io che questo
effetto segua, il Ciel poi curi il resto.
6 Ma s'egli averrà pur che mia ventura
nel mio ritorno mi rinchiuda il passo,
d'uom che 'n amor m'è padre a te la cura
e de le care mie donzelle io lasso.
Tu ne l'Egitto rimandar procura
le donne sconsolate e 'l vecchio lasso.
Fallo per Dio, signor, ché di pietate
ben è degno quel sesso e quella etate."
7 Stupisce Argante, e ripercosso il petto
da stimoli di gloria acuti sente.
"Tu là n'andrai," rispose "e me negletto
qui lascierai tra la vulgare gente?
E da secura parte avrò diletto
mirar il fumo e la favilla ardente?
No, no; se fui ne l'arme a te consorte,
esser vo' ne la gloria e ne la morte.
8 Ho core anch'io che morte sprezza e crede
che ben si cambi con l'onor la vita."
"Ben ne fèsti" diss'ella "eterna fede
con quella tua sí generosa uscita.
Pure io femina sono, e nulla riede
mia morte in danno a la città smarrita;
ma se tu cadi (tolga il Ciel gli augúri),
or chi sarà che piú difenda i muri?"
9 Replicò il cavaliero: "Indarno adduci
al mio fermo voler fallaci scuse.
Seguirò l'orme tue, se mi conduci;
ma le precorrerò, se mi ricuse."
Concordi al re ne vanno, il qual fra i duci
e fra i piú saggi suoi gli accolse e chiuse.
Incominciò Clorinda: "O sire, attendi
a ciò che dir voglianti, e in grado il prendi.
10 Argante qui (né sarà vano il vanto)
quella macchina eccelsa arder promette.
Io sarò seco, ed aspettiam sol tanto
che stanchezza maggiore il sonno allette."
Sollevò il re le palme, e un lieto pianto
giú per le crespe guancie a lui cadette;
e: "Lodato sia tu," disse "che a i servi
tuoi volgi gli occhi e 'l regno anco mi servi.
11 Né già sí tosto caderà, se tali
animi forti in sua difesa or sono.
Ma qual poss'io, coppia onorata, eguali
dar a i meriti vostri o laude o dono?
Laudi la fama voi con immortali
voci di gloria, e 'l mondo empia del suono.
Premio v'è l'opra stessa, e premio in parte
vi fia del regno mio non poca parte."
12 Sí parla il re canuto, e si ristringe
or questa or quel teneramente al seno.
Il Soldan, ch'è presente e non infinge
la generosa invidia onde egli è pieno,
disse: "Né questa spada in van si cinge;
verravvi a paro o poco dietro almeno."
"Ah!" rispose Clorinda "andremo a questa
impresa tutti? e se tu vien, chi resta?"
13 Cosí gli disse, e con rifiuto altero
già s'apprestava a ricusarlo Argante;
ma 'l re il prevenne, e ragionò primiero
a Soliman con placido sembiante:
"Ben sempre tu, magnanimo guerriero,
ne ti mostrasti a te stesso sembiante,
cui nulla faccia di periglio unquanco
sgomentò, né mai fosti in guerra stanco.
14 E so che fuora andando opre faresti
degne di te; ma sconvenevol parmi
che tutti usciate, e dentro alcun non resti
di voi che sète i piú famosi in armi.
Né men consentirei ch'andasser questi
(ché degno è il sangue lor che si risparmi),
s'o men util tal opra o mi paresse
che fornita per altri esser potesse.
15 Ma poi che la gran torre in sua difesa
d'ogni intorno le guardie ha cosí folte
che da poche mie genti esser offesa
non pote, e inopportuno è uscir con molte,
la coppia che s'offerse a l'alta impresa,
e 'n simil rischio si trovò piú volte,
vada felice pur, ch'ella è ben tale
che sola piú che mille insieme vale.
16 Tu, come al regio onor piú si conviene,
con gli altri, prego, in su le porte attendi;
e quando poi (ché n'ho secura spene)
ritornino essi e desti abbian gli incendi,
se stuol nemico seguitando viene,
lui risospingi e lor salva e difendi."
Cosí l'un re diceva, e l'altro cheto
rimaneva al suo dir, ma non già lieto.
17 Soggiunse allora Ismeno: "Attender piaccia
a voi, ch'uscir dovete, ora piú tarda,
sin che di varie tempre un misto i' faccia
ch'a la machina ostil s'appigli e l'arda.
Forse allora averrà che parte giaccia
di quello stuol che la circonda e guarda."
Ciò fu concluso, e in sua magion ciascuno
aspetta il tempo al gran fatto opportuno.
18 Depon Clorinda le sue spoglie inteste
d'argento e l'elmo adorno e l'arme altere,
e senza piuma o fregio altre ne veste
(infausto annunzio!) ruginose e nere,
però che stima agevolmente in queste
occulta andar fra le nemiche schiere.
È quivi Arsete eunuco, il qual fanciulla
la nudrí da le fasce e da la culla,
19 e per l'orme di lei l'antico fianco
d'ogni intorno traendo, or la seguia.
Vede costui l'arme cangiate, ed anco
del gran rischio s'accorge ove ella gía,
e se n'affligge, e per lo crin che bianco
in lei servendo ha fatto e per la pia
memoria de' suo' uffici instando prega
che da l'impresa cessi; ed ella il nega.
20 Onde ei le disse alfin: "Poi che ritrosa
sí la tua mente nel suo mal s'indura
che né la stanca età, né la pietosa
voglia, né i preghi miei, né il pianto cura,
ti spiegherò piú oltre, e saprai cosa
di tua condizion che t'era oscura;
poi tuo desir ti guidi o mio consiglio."
Ei segue, ed ella inalza attenta il ciglio.
21 "Resse già l'Etiopia, e forse regge
Senapo ancor con fortunato impero,
il qual del figlio di Mar