GERUSALEMME LIBERATA, di Torquato Tasso - pagina 32
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Pur non accheta la guerriera ardita
l'alma d'onor famelica e digiuna,
e sollecita l'opre ove altri cessa.
Va seco Argante, e dice ella a se stessa:
3 "Ben oggi il re de' Turchi e 'l buon Argante
fèr meraviglie inusitate e strane,
ché soli uscír fra tante schiere e tante
e vi spezzàr le machine cristiane.
Io (questo è il sommo pregio onde mi vante)
d'alto rinchiusa oprai l'arme lontane,
sagittaria, no 'l nego, assai felice.
Dunque sol tanto a donna e piú non lice?
4 Quanto me' fòra in monte od in foresta
a le fère aventar dardi e quadrella,
ch'ove il maschio valor si manifesta
mostrarmi qui tra cavalier donzella!
Ché non riprendo la feminea vesta,
s'io ne son degna e non mi chiudo in cella?"
Cosí parla tra sé; pensa e risolve
al fin gran cose ed al guerrier si volve:
5 "Buona pezza è, signor, che in sé raggira
un non so che d'insolito e d'audace
la mia mente inquieta: o Dio l'inspira,
o l'uom del suo voler suo Dio si face.
Fuor del vallo nemico accesi mira
i lumi; io là n'andrò con ferro e face
e la torre arderò: vogl'io che questo
effetto segua, il Ciel poi curi il resto.
6 Ma s'egli averrà pur che mia ventura
nel mio ritorno mi rinchiuda il passo,
d'uom che 'n amor m'è padre a te la cura
e de le care mie donzelle io lasso.
Tu ne l'Egitto rimandar procura
le donne sconsolate e 'l vecchio lasso.
Fallo per Dio, signor, ché di pietate
ben è degno quel sesso e quella etate."
7 Stupisce Argante, e ripercosso il petto
da stimoli di gloria acuti sente.
"Tu là n'andrai," rispose "e me negletto
qui lascierai tra la vulgare gente?
E da secura parte avrò diletto
mirar il fumo e la favilla ardente?
No, no; se fui ne l'arme a te consorte,
esser vo' ne la gloria e ne la morte.
8 Ho core anch'io che morte sprezza e crede
che ben si cambi con l'onor la vita."
"Ben ne fèsti" diss'ella "eterna fede
con quella tua sí generosa uscita.
Pure io femina sono, e nulla riede
mia morte in danno a la città smarrita;
ma se tu cadi (tolga il Ciel gli augúri),
or chi sarà che piú difenda i muri?"
9 Replicò il cavaliero: "Indarno adduci
al mio fermo voler fallaci scuse.
Seguirò l'orme tue, se mi conduci;
ma le precorrerò, se mi ricuse."
Concordi al re ne vanno, il qual fra i duci
e fra i piú saggi suoi gli accolse e chiuse.
Incominciò Clorinda: "O sire, attendi
a ciò che dir voglianti, e in grado il prendi.
10 Argante qui (né sarà vano il vanto)
quella macchina eccelsa arder promette.
Io sarò seco, ed aspettiam sol tanto
che stanchezza maggiore il sonno allette."
Sollevò il re le palme, e un lieto pianto
giú per le crespe guancie a lui cadette;
e: "Lodato sia tu," disse "che a i servi
tuoi volgi gli occhi e 'l regno anco mi servi.
11 Né già sí tosto caderà, se tali
animi forti in sua difesa or sono.
Ma qual poss'io, coppia onorata, eguali
dar a i meriti vostri o laude o dono?
Laudi la fama voi con immortali
voci di gloria, e 'l mondo empia del suono.
Premio v'è l'opra stessa, e premio in parte
vi fia del regno mio non poca parte."
12 Sí parla il re canuto, e si ristringe
or questa or quel teneramente al seno.
Il Soldan, ch'è presente e non infinge
la generosa invidia onde egli è pieno,
disse: "Né questa spada in van si cinge;
verravvi a paro o poco dietro almeno."
"Ah!" rispose Clorinda "andremo a questa
impresa tutti? e se tu vien, chi resta?"
13 Cosí gli disse, e con rifiuto altero
già s'apprestava a ricusarlo Argante;
ma 'l re il prevenne, e ragionò primiero
a Soliman con placido sembiante:
"Ben sempre tu, magnanimo guerriero,
ne ti mostrasti a te stesso sembiante,
cui nulla faccia di periglio unquanco
sgomentò, né mai fosti in guerra stanco.
14 E so che fuora andando opre faresti
degne di te; ma sconvenevol parmi
che tutti usciate, e dentro alcun non resti
di voi che sète i piú famosi in armi.
Né men consentirei ch'andasser questi
(ché degno è il sangue lor che si risparmi),
s'o men util tal opra o mi paresse
che fornita per altri esser potesse.
15 Ma poi che la gran torre in sua difesa
d'ogni intorno le guardie ha cosí folte
che da poche mie genti esser offesa
non pote, e inopportuno è uscir con molte,
la coppia che s'offerse a l'alta impresa,
e 'n simil rischio si trovò piú volte,
vada felice pur, ch'ella è ben tale
che sola piú che mille insieme vale.
16 Tu, come al regio onor piú si conviene,
con gli altri, prego, in su le porte attendi;
e quando poi (ché n'ho secura spene)
ritornino essi e desti abbian gli incendi,
se stuol nemico seguitando viene,
lui risospingi e lor salva e difendi."
Cosí l'un re diceva, e l'altro cheto
rimaneva al suo dir, ma non già lieto.
17 Soggiunse allora Ismeno: "Attender piaccia
a voi, ch'uscir dovete, ora piú tarda,
sin che di varie tempre un misto i' faccia
ch'a la machina ostil s'appigli e l'arda.
Forse allora averrà che parte giaccia
di quello stuol che la circonda e guarda."
Ciò fu concluso, e in sua magion ciascuno
aspetta il tempo al gran fatto opportuno.
18 Depon Clorinda le sue spoglie inteste
d'argento e l'elmo adorno e l'arme altere,
e senza piuma o fregio altre ne veste
(infausto annunzio!) ruginose e nere,
però che stima agevolmente in queste
occulta andar fra le nemiche schiere.
È quivi Arsete eunuco, il qual fanciulla
la nudrí da le fasce e da la culla,
19 e per l'orme di lei l'antico fianco
d'ogni intorno traendo, or la seguia.
Vede costui l'arme cangiate, ed anco
del gran rischio s'accorge ove ella gía,
e se n'affligge, e per lo crin che bianco
in lei servendo ha fatto e per la pia
memoria de' suo' uffici instando prega
che da l'impresa cessi; ed ella il nega.
20 Onde ei le disse alfin: "Poi che ritrosa
sí la tua mente nel suo mal s'indura
che né la stanca età, né la pietosa
voglia, né i preghi miei, né il pianto cura,
ti spiegherò piú oltre, e saprai cosa
di tua condizion che t'era oscura;
poi tuo desir ti guidi o mio consiglio."
Ei segue, ed ella inalza attenta il ciglio.
21 "Resse già l'Etiopia, e forse regge
Senapo ancor con fortunato impero,
il qual del figlio di Maria la legge
osserva, e l'osserva anco il popol nero.
Quivi io pagan fui servo e fui tra gregge
d'ancelle avolto in feminil mestiero,
ministro fatto de la regia moglie
che bruna è sí, ma il bruno il bel non toglie.
22 N'arde il marito, e de l'amore al foco
ben de la gelosia s'agguaglia il gelo.
Si va in guisa avanzando a poco a poco
nel tormentoso petto il folle zelo
che da ogn'uom la nasconde, e in chiuso loco
vorria celarla a i tanti occhi del cielo.
Ella, saggia ed umil, di ciò che piace
al suo signor fa suo diletto e pace.
23 D'una pietosa istoria e di devote
figure la sua stanza era dipinta.
Vergine, bianca il bel volto e le gote
vermiglia, è quivi presso un drago avinta.
Con l'asta il mostro un cavalier percote:
giace la fèra nel suo sangue estinta.
Quivi sovente ella s'atterra, e spiega
le sue tacite colpe e piange e prega.
24 Ingravida fra tanto, ed espon fuori
(e tu fosti colei) candida figlia.
Si turba; e de gli insoliti colori,
quasi d'un novo mostro, ha meraviglia.
Ma perché il re conosce e i suoi furori,
celargli il parto alfin si riconsiglia,
ch'egli avria dal candor che in te si vede
argomentato in lei non bianca fede.
25 Ed in tua vece una fanciulla nera
pensa mostrargli, poco inanzi nata.
E perché fu la torre, ove chius'era,
da le donne e da me solo abitata,
a me, che le fui servo e con sincera
mente l'amai, ti diè non battezzata;
né già poteva allor battesmo darti,
ché l'uso no 'l sostien di quelle parti.
26 Piangendo a me ti porse, e mi commise
ch'io lontana a nudrir ti conducessi.
Chi può dire il suo affanno, e in quante guise
lagnossi e raddoppiò gli ultimi amplessi?
Bagnò i baci di pianto, e fur divise
le sue querele da i singulti spessi.
Levò alfin gli occhi, e disse: "O Dio, che scerni
l'opre piú occulte, e nel mio cor t'interni,
27 s'immaculato è questo cor, s'intatte
son queste membra e 'l marital mio letto,
per me non prego, che mille altre ho fatte
malvagità: son vile al tuo cospetto;
salva il parto innocente, al qual il latte
nega la madre del materno petto.
Viva, e sol d'onestate a me somigli;
l'essempio di fortuna altronde pigli.
28 Tu, celeste guerrier, che la donzella
togliesti del serpente a gli empi morsi,
s'accesi ne' tuo' altari umil facella,
s'auro o incenso odorato unqua ti porsi,
tu per lei prega, sí che fida ancella
possa in ogni fortuna a te raccòrsi."
Qui tacque; e 'l cor le si rinchiuse e strinse,
e di pallida morte si dipinse.
29 Io piangendo ti presi, e in breve cesta
fuor ti portai, tra fiori e frondi ascosa;
ti celai da ciascun, che né di questa
diedi sospizion né d'altra cosa.
Me n'andai sconosciuto; e per foresta
caminando di piante orride ombrosa,
vidi una tigre, che minaccie ed ire
avea ne gli occhi, incontr'a me venire.
30 Sovra un arbore i' salsi e te su l'erba
lasciai, tanta paura il cor mi prese.
Giunse l'orribil fèra, e la superba
testa volgendo, in te lo sguardo intese.
Mansuefece e raddolcio l'acerba
vista con atto placido e cortese;
lenta poi s'avicina e ti fa vezzi
con la lingua, e tu ridi e l'accarezzi;
31 ed ischerzando seco, al fero muso
la pargoletta man secura stendi.
Ti porge ella le mamme e, come è l'uso
di nutrice, s'adatta, e tu le prendi.
Intanto io miro timido e confuso,
come uom faria novi prodigi orrendi.
Poi che sazia ti vede omai la belva
del suo latte, ella parte e si rinselva;
32 ed io giú scendo e ti ricolgo, e torno
là 've prima fur vòlti i passi miei,
e preso in picciol borgo alfin soggiorno,
celatamente ivi nutrir ti fei.
Vi stetti insin che 'l sol correndo intorno
portò a i mortali e diece mesi e sei.
Tu con lingua di latte anco snodavi
voci indistinte, e incerte orme segnavi.
33 Ma sendo io colà giunto ove dechina
l'etate omai cadente a la vecchiezza,
ricco e sazio de l'or che la regina
nel partir diemmi con regale ampiezza,
da quella vita errante e peregrina
ne la patria ridurmi ebbi vaghezza,
e tra gli antichi amici in caro loco
viver, temprando il verno al proprio foco.
34 Partomi, e vèr l'Egitto onde son nato,
te conducendo meco, il corso invio,
e giungo ad un torrente, e riserrato
quinci da i ladri son, quindi dal rio.
Che debbo far? te, dolce peso amato,
lasciar non voglio, e di campar desio.
Mi gitto a nuoto, ed una man ne viene
rompendo l'onda e te l'altra sostiene.
35 Rapidissimo è il corso, e in mezzo l'onda
in se medesma si ripiega e gira;
ma, giunto ove piú volge e si profonda,
in cerchio ella mi torce e giú mi tira.
Ti lascio allor, ma t'alza e ti seconda
l'acqua, e secondo a l'acqua il vento spira,
e t'espon salva in su la molle arena;
stanco, anelando, io poi vi giungo a pena.
36 Lieto ti prendo; e poi la notte, quando
tutte in alto silenzio eran le cose,
vidi in sogno un guerrier che minacciando
a me su 'l volto il ferro ignudo pose.
Imperioso disse: 'Io ti comando
ciò che la madre sua primier t'impose:
che battezzi l'infante; ella è diletta
del Cielo, e la sua cura a me s'aspetta.
37 Io la guardo e difendo, io spirto diedi
di pietate a le fère e mente a l'acque.
Misero te s'al sogno tuo non credi,
ch'è del Ciel messaggiero.' E qui si tacque.
Svegliaimi e sorsi, e di là mossi i piedi
come del giorno il primo raggio nacque;
ma perché mia fé vera e l'ombre false
stimai, di tuo battesmo non mi calse,
38 né de i preghi materni; onde nudrita
pagana fosti, e 'l vero a te celai.
Crescesti, e in arme valorosa e ardita
vincesti il sesso e la natura assai:
fama e terre acquistasti, e qual tua vita
sia stata poscia tu medesma il sai;
e sai non men che servo insieme e padre
io t'ho seguita fra guerriere squadre.
39 Ier poi su l'alba, a la mia mente oppressa
d'alta quiete e simile a la morte,
nel sonno s'offerí l'imago stessa,
ma in piú turbata vista e in suon piú forte:
'Ecco,' dicea 'fellon, l'ora s'appressa
che dée cangiar Clorinda e vita e sorte:
mia sarà mal tuo grado, e tuo fia il duolo.'
Ciò disse, e poi n'andò per l'aria a volo.
40 Or odi dunque tu che 'l Ciel minaccia
a te, diletta mia, strani accidenti.
Io non so; forse a lui vien che dispiaccia
ch'altri impugni la fé de' suoi parenti.
Forse è la vera fede.
Ah! giú ti piaccia
depor quest'arme e questi spirti ardenti."
Qui tace e piagne; ed ella pensa e teme,
ch'un altro simil sogno il cor le preme.
41 Rasserenando il volto, al fin gli dice:
"Quella fé seguirò che vera or parmi,
che tu co 'l latte già de la nutrice
sugger mi fèsti e che vuoi dubbia or farmi;
né per temenza lascierò, né lice
a magnanimo cor, l'impresa e l'armi,
non se la morte nel piú fer sembiante
che sgomenti i mortali avessi inante."
42 Poscia il consola; e perché il tempo giunge
ch'ella deve ad effetto il vanto porre,
parte e con quel guerrier si ricongiunge
che si vuol seco al gran periglio esporre.
Con lor s'aduna Ismeno, e instiga e punge
quella virtú che per se stessa corre;
e lor porge di zolfo e di bitumi
due palle, e 'n cavo rame ascosi lumi.
43 Escon notturni e piani, e per lo colle
uniti vanno a passo lungo e spesso,
tanto che a quella parte ove s'estolle
la machina nemica omai son presso.
Lor s'infiamman gli spirti, e 'l cor ne bolle
né può tutto capir dentro se stesso:
gli invita al foco, al sangue, un fero sdegno.
Grida la guardia, e lor dimanda il segno.
44 Essi van cheti inanzi, onde la guarda
"A l'arme! a l'arme!" in alto suon raddoppia;
ma piú non si nasconde e non è tarda
al corso allor la generosa coppia.
In quel modo che fulmine o bombarda
co 'l lampeggiar tuona in un punto e scoppia,
movere ed arrivar, ferir lo stuolo,
aprirlo e penetrar, fu un punto solo.
45 E forza è pur che fra mill'arme e mille
percosse il lor disegno al fin riesca.
Scopriro i chiusi lumi, e le faville
s'appreser tosto a l'accensibil esca,
ch'a i legni poi l'avolse e compartille.
Chi può dir come serpa e come cresca
già da piú lati il foco? e come folto
turbi il fumo a le stelle il puro volto?
46 Vedi globi di fiamme oscure e miste
fra le rote del fumo in ciel girarsi.
Il vento soffia, e vigor fa ch'acquiste
l'incendio e in un raccolga i fochi sparsi.
Fère il gran lume con terror le viste
de' Franchi, e tutti son presti ad armarsi.
La mole immensa, e sí temuta in guerra,
cade, e breve ora opre sí lunghe atterra.
47 Due squadre de' cristiani intanto al loco
dove sorge l'incendio accorron pronte.
Minaccia Argante: "Io spegnerò quel foco
co 'l vostro sangue", e volge lor la fronte.
Pur ristretto a Clorinda, a poco a poco
cede, e raccoglie i passi a sommo il monte.
Cresce piú che torrente a lunga pioggia
la turba, e li rincalza e con lor poggia.
48 Aperta è l'Aurea porta, e quivi tratto
è il re, ch'armato il popol suo circonda,
per raccòrre i guerrier da sí gran fatto,
quando al tornar fortuna abbian seconda.
Saltano i due su 'l limitare, e ratto
diretro ad essi il franco stuol v'inonda,
ma l'urta e scaccia Solimano; e chiusa
è poi la porta, e sol Clorinda esclusa.
49 Sola esclusa ne fu perché in quell'ora
ch'altri serrò le porte ella si mosse,
e corse ardente e incrudelita fora
a punir Arimon che la percosse.
Punillo; e 'l fero Argante avisto ancora
non s'era ch'ella sí trascorsa fosse,
ché la pugna e la calca e l'aer denso
a i cor togliea la cura, a gli occhi il senso.
50 Ma poi che intepidí la mente irata
nel sangue del nemico e in sé rivenne,
vide chiuse le porte e intorniata
sé da' nemici, e morta allor si tenne.
Pur veggendo ch'alcuno in lei non guata,
nov'arte di salvarsi le sovenne.
Di lor gente s'infinge, e fra gli ignoti
cheta s'avolge; e non è chi la noti.
51 Poi, come lupo tacito s'imbosca
dopo occulto misfatto, e si desvia,
da la confusion, da l'aura fosca
favorita e nascosa, ella se 'n gía.
Solo Tancredi avien che lei conosca;
egli quivi è sorgiunto alquanto pria;
vi giunse allor ch'essa Arimon uccise:
vide e segnolla, e dietro a lei si mise.
52 Vuol ne l'armi provarla: un uom la stima
degno a cui sua virtú si paragone.
Va girando colei l'alpestre cima
verso altra porta, ove d'entrar dispone.
Segue egli impetuoso, onde assai prima
che giunga, in guisa avien che d'armi suone,
ch'ella si volge e grida: "O tu, che porte,
che corri sí?" Risponde: "E guerra e morte."
53 "Guerra e morte avrai;" disse "io non rifiuto
darlati, se la cerchi", e ferma attende.
Non vuol Tancredi, che pedon veduto
ha il suo nemico, usar cavallo, e scende.
E impugna l'uno e l'altro il ferro acuto,
ed aguzza l'orgoglio e l'ire accende;
e vansi a ritrovar non altrimenti
che duo tori gelosi e d'ira ardenti.
54 Degne d'un chiaro sol, degne d'un pieno
teatro, opre sarian sí memorande.
Notte, che nel profondo oscuro seno
chiudesti e ne l'oblio fatto sí grande,
piacciati ch'io ne 'l tragga e 'n bel sereno
a le future età lo spieghi e mande.
Viva la fama loro; e tra lor gloria
splenda del fosco tuo l'alta memoria.
55 Non schivar, non parar, non ritirarsi
voglion costor, né qui destrezza ha parte.
Non danno i colpi or finti, or pieni, or scarsi:
toglie l'ombra e 'l furor l'uso de l'arte.
Odi le spade orribilmente urtarsi
a mezzo il ferro, il piè d'orma non parte;
sempre è il piè fermo e la man sempre 'n moto,
né scende taglio in van, né punta a vòto.
56 L'onta irrita lo sdegno a la vendetta,
e la vendetta poi l'onta rinova;
onde sempre al ferir, sempre a la fretta
stimol novo s'aggiunge e cagion nova.
D'or in or piú si mesce e piú ristretta
si fa la pugna, e spada oprar non giova:
dansi co' pomi, e infelloniti e crudi
cozzan con gli elmi insieme e con gli scudi.
57 Tre volte il cavalier la donna stringe
con le robuste braccia, ed altrettante
da que' nodi tenaci ella si scinge,
nodi di fer nemico e non d'amante.
Tornano al ferro, e l'uno e l'altro il tinge
con molte piaghe; e stanco ed anelante
e questi e quegli al fin pur si ritira,
e dopo lungo faticar respira.
58 L'un l'altro guarda, e del suo corpo essangue
su 'l pomo de la spada appoggia il peso.
Già de l'ultima stella il raggio langue
al primo albor ch'è in oriente acceso.
Vede Tancredi in maggior copia il sangue
del suo nemico, e sé non tanto offeso.
Ne gode e superbisce.
Oh nostra folle
mente ch'ogn'aura di fortuna estolle!
59 Misero, di che godi? oh quanto mesti
fiano i trionfi ed infelice il vanto!
Gli occhi tuoi pagheran (se in vita resti)
di quel sangue ogni stilla un mar di pianto.
Cosí tacendo e rimirando, questi
sanguinosi guerrier cessaro alquanto.
Ruppe il silenzio al fin Tancredi e disse,
perché il suo nome a lui l'altro scoprisse:
60 "Nostra sventura è ben che qui s'impieghi
tanto valor, dove silenzio il copra.
Ma poi che sorte rea vien che ci neghi
e lode e testimon degno de l'opra,
pregoti (se fra l'arme han loco i preghi)
che 'l tuo nome e 'l tuo stato a me tu scopra,
acciò ch'io sappia, o vinto o vincitore,
chi la mia morte o la vittoria onore."
61 Risponde la feroce: "Indarno chiedi
quel c'ho per uso di non far palese.
Ma chiunque io mi sia, tu inanzi vedi
un di quei due che la gran torre accese."
Arse di sdegno a quel parlar Tancredi,
e: "In mal punto il dicesti"; indi riprese
"il tuo dir e 'l tacer di par m'alletta,
barbaro discortese, a la vendetta."
62 Torna l'ira ne' cori, e li trasporta,
benché debili in guerra.
Oh fera pugna,
u' l'arte in bando, u' già la forza è morta,
ove, in vece, d'entrambi il furor pugna!
Oh che sanguigna e spaziosa porta
fa l'una e l'altra spada, ovunque giugna,
ne l'arme e ne le carni! e se la vita
non esce, sdegno tienla al petto unita.
63 Qual l'alto Egeo, perché Aquilone o Noto
cessi, che tutto prima il volse e scosse,
non s'accheta ei però, ma 'l suono e 'l moto
ritien de l'onde anco agitate e grosse,
tal, se ben manca in lor co 'l sangue vòto
quel vigor che le braccia a i colpi mosse,
serbano ancor l'impeto primo, e vanno
da quel sospinti a giunger danno a danno.
64 Ma ecco omai l'ora fatale è giunta
che 'l viver di Clorinda al suo fin deve.
Spinge egli il ferro nel bel sen di punta
che vi s'immerge e 'l sangue avido beve;
e la veste, che d'or vago trapunta
le mammelle stringea tenera e leve,
l'empie d'un caldo fiume.
Ella già sente
morirsi, e 'l piè le manca egro e languente.
65 Segue egli la vittoria, e la trafitta
vergine minacciando incalza e preme.
Ella, mentre cadea, la voce afflitta
movendo, disse le parole estreme;
parole ch'a lei novo un spirto ditta,
spirto di fé, di carità, di speme:
virtú ch'or Dio le infonde, e se rubella
in vita fu, la vuole in morte ancella.
66 "Amico, hai vinto: io ti perdon...
perdona
tu ancora, al corpo no, che nulla pave,
a l'alma sí; deh! per lei prega, e dona
battesmo a me ch'ogni mia colpa lave."
In queste voci languide risuona
un non so che di flebile e soave
ch'al cor gli scende ed ogni sdegno ammorza,
e gli occhi a lagrimar gli invoglia e sforza.
67 Poco quindi lontan nel sen del monte
scaturia mormorando un picciol rio.
Egli v'accorse e l'elmo empié nel fonte,
e tornò mesto al grande ufficio e pio.
Tremar sentí la man, mentre la fronte
non conosciuta ancor sciolse e scoprio.
La vide, la conobbe, e restò senza
e voce e moto.
Ahi vista! ahi conoscenza!
68 Non morí già, ché sue virtuti accolse
tutte in quel punto e in guardia al cor le mise,
e premendo il suo affanno a dar si volse
vita con l'acqua a chi co 'l ferro uccise.
Mentre egli il suon de' sacri detti sciolse,
colei di gioia trasmutossi, e rise;
e in atto di morir lieto e vivace,
dir parea: "S'apre il cielo; io vado in pace."
69 D'un bel pallore ha il bianco volto asperso,
come a' gigli sarian miste viole,
e gli occhi al cielo affisa, e in lei converso
sembra per la pietate il cielo e 'l sole;
e la man nuda e fredda alzando verso
il cavaliero in vece di parole
gli dà pegno di pace.
In questa forma
passa la bella donna, e par che dorma.
70 Come l'alma gentile uscita ei vede,
rallenta quel vigor ch'avea raccolto;
e l'imperio di sé libero cede
al duol già fatto impetuoso e stolto,
ch'al cor si stringe e, chiusa in breve sede
la vita, empie di morte i sensi e 'l volto.
Già simile a l'estinto il vivo langue
al colore, al silenzio, a gli atti, al sangue.
71 E ben la vita sua sdegnosa e schiva,
spezzando a forza il suo ritegno frale,
la bella anima sciolta al fin seguiva,
che poco inanzi a lei spiegava l'ale;
ma quivi stuol de' Franchi a caso arriva,
cui trae bisogno d'acqua o d'altro tale,
e con la donna il cavalier ne porta,
in sé mal vivo e morto in lei ch'è morta.
72 Però che 'l duce loro ancor discosto
conosce a l'arme il principe cristiano,
onde v'accorre, e poi ravisa tosto
la vaga estinta, e duolsi al caso strano.
E già lasciar non volle a i lupi esposto
il bel corpo che stima ancor pagano,
ma sovra l'altrui braccia ambi li pone,
e ne vien di Tancredi al padiglione.
73 A fatto ancor nel piano e lento moto
non si risente il cavalier ferito;
pur fievolmente geme, e quinci è noto
che 'l suo corso vital non è fornito.
Ma l'altro corpo tacito ed immoto
dimostra ben che n'è lo spirto uscito.
Cosí portati, è l'uno e l'altro appresso;
ma in differente stanza al fine è messo.
74 I pietosi scudier già sono intorno
con vari uffici al cavalier giacente,
e già se 'n riede a i languidi occhi il giorno,
e le mediche mani e i detti ei sente;
ma pur dubbiosa ancor del suo ritorno,
non s'assecura attonita la mente.
Stupido intorno ei guarda, e i servi e 'l loco
al fin conosce; e dice afflitto e fioco:
75 "Io vivo? io spiro ancora? e gli odiosi
rai miro ancor di questo infausto die?
Dí testimon de' miei misfatti ascosi,
che rimprovera a me le colpe mie!
Ahi! man timida e lenta, or ché non osi,
tu che sai tutte del ferir le vie,
tu, ministra di morte empia ed infame,
di questa vita rea troncar lo stame?
76 Passa pur questo petto, e feri scempi
co 'l ferro tuo crudel fa' del mio core;
ma forse, usata a' fatti atroci ed empi,
stimi pietà dar morte al mio dolore.
Dunque i' vivrò tra memorandi essempi
misero mostro d'infelice amore:
misero mostro, a cui sol pena è degna
de l'immensa impietà la vita indegna.
77 Vivrò fra i miei tormenti e le mie cure,
mie giuste furie, forsennato, errante;
paventarò l'ombre solinghe e scure
che 'l primo error mi recheranno inante,
e del sol che scoprí le mie sventure,
a schivo ed in orrore avrò il sembiante.
Temerò me medesmo; e da me stesso
sempre fuggendo, avrò me sempre appresso.
78 Ma dove, oh lasso me!, dove restaro
le reliquie del corpo e bello e casto?
Ciò ch'in lui sano i miei furor lasciaro,
dal furor de le fère è forse guasto.
Ahi troppo nobil preda! ahi dolce e caro
troppo e pur troppo prezioso pasto!
ahi sfortunato! in cui l'ombre e le selve
irritaron me prima e poi le belve.
79 Io pur verrò là dove sète; e voi
meco avrò, s'anco sète, amate spoglie.
Ma s'egli avien che i vaghi membri suoi
stati sian cibo di ferine voglie,
vuo' che la bocca stessa anco me ingoi,
e 'l ventre chiuda me che lor raccoglie:
onorata per me tomba e felice,
ovunque sia, s'esser con lor mi lice."
80 Cosí parla quel misero, e gli è detto
ch'ivi quel corpo avean per cui si dole:
rischiarar parve il tenebroso aspetto,
qual le nube un balen che passe e vóle;
e da i riposi sollevò del letto
l'inferma de le membra e tarda mole;
e traendo a gran pena il fianco lasso,
colà rivolse vacillando il passo.
81 Ma come giunse, e vide in quel bel seno,
opera di sua man, l'empia ferita,
e quasi un ciel notturno anco sereno
senza splendor la faccia scolorita,
tremò cosí che ne cadea, se meno
era vicina la fedele aita.
Poi disse: "Oh viso che poi far la morte
dolce, ma raddolcir non puoi mia sorte!
82 Oh bella destra che 'l soave pegno
d'amicizia e di pace a me porgesti!
quali or, lasso!, vi trovo? e qual ne vegno?
E voi, leggiadre membra, or non son questi
del mio ferino e scelerato sdegno
vestigi miserabili e funesti?
Oh di par con la man luci spietate:
essa le piaghe fe', voi le mirate.
83 Asciutte le mirate? or corra, dove
nega d'andare il pianto, il sangue mio."
Qui tronca le parole, e come il move
suo disperato di morir desio,
squarcia le fasce e le ferite, e piove
da le sue piaghe essacerbate un rio;
e s'uccidea, ma quella doglia acerba,
co 'l trarlo di se stesso, in vita il serba.
84 Posto su 'l letto, e l'anima fugace
fu richiamata a gli odiosi uffici.
Ma la garrula fama omai non tace
l'aspre sue angoscie e i suoi casi infelici.
Vi tragge il pio Goffredo, e la verace
turba v'accorre de' piú degni amici.
Ma né grave ammonir, né pregar dolce
l'ostinato de l'alma affanno molce.
85 Qual in membro gentil piaga mortale
tocca s'inaspra e in lei cresce il dolore,
tal da i dolci conforti in sí gran male
piú inacerbisce medicato il core.
Ma il venerabil Piero, a cui ne cale
come d'agnella inferma al buon pastore,
con parole gravissime ripiglia
il vaneggiar suo lungo, e lui consiglia:
86 "O Tancredi, Tancredi, o da te stesso
troppo diverso e da i princípi tuoi,
chi sí t'assorda? e qual nuvol sí spesso
di cecità fa che veder non puoi?
Questa sciagura tua del Cielo è un messo;
non vedi lui? non odi i detti suoi?
che ti sgrida, e richiama a la smarrita
strada che pria segnasti e te l'addita?
87 A gli atti del primiero ufficio degno
di cavalier di Cristo ei ti rappella,
che lasciasti per farti (ahi cambio indegno!)
drudo d'una fanciuila a Dio rubella.
Seconda aversità, pietoso sdegno
con leve sferza di là su flagella
tua folle colpa, e fa di tua salute
te medesmo ministro; e tu 'l rifiute?
88 Rifiuti dunque, ahi sconoscente!, il dono
del Ciel salubre e 'ncontra lui t'adiri?
Misero, dove corri in abbandono
a i tuoi sfrenati e rapidi martíri?
Sei giunto, e pendi già cadente e prono
su 'l precipizio eterno; e tu no 'l miri?
Miralo, prego, e te raccogli, e frena
quel dolor ch'a morir doppio ti mena."
89 Tace, e in colui de l'un morir la tema
poté de l'altro intepidir la voglia.
Nel cor dà loco a que' conforti, e scema
l'impeto interno de l'interna doglia,
ma non cosí che ad or ad or non gema
e che la lingua a lamentar non scioglia,
ora seco parlando, or con la sciolta
anima che dal Ciel forse l'ascolta.
90 Lei nel partir, lei nel tornar del sole
chiama con voce stanca, e prega e plora,
come usignuol cui 'l villan duro invole
dal nido i figli non pennuti ancora,
che in miserabil canto afflitte e sole
piange le notti, e n'empie i boschi e l'òra.
Al fin co 'l novo dí rinchiude alquanto
i lumi, e 'l sonno in lor serpe fra 'l pianto.
91 Ed ecco in sogno di stellata veste
cinta gli appar la sospirata amica:
bella assai piú, ma lo splendor celeste
orna e non toglie la notizia antica;
e con dolce atto di pietà le meste
luci par che gli asciughi, e cosí dica:
"Mira come son bella e come lieta,
fedel mio caro, e in me tuo duolo acqueta.
92 Tale i' son, tua mercé: tu me da i vivi
del mortal mondo, per error, togliesti;
tu in grembo a Dio fra gli immortali e divi,
per pietà, di salir degna mi fèsti.
Quivi io beata amando godo, e quivi
spero che per te loco anco s'appresti,
ove al gran Sole e ne l'eterno die
vagheggiarai le sue bellezze e mie.
93 Se tu medesmo non t'invidii il Cielo
e non travii co 'l vaneggiar de' sensi,
vivi e sappi ch'io t'amo, e non te 'l celo,
quanto piú creatura amar conviensi."
Cosí dicendo, fiammeggiò di zelo
per gli occhi, fuor del mortal uso accensi;
poi nel profondo de' suoi rai si chiuse
e sparve, e novo in lui conforto infuse.
94 Consolato ei si desta e si rimette
de' medicanti a la discreta aita,
e intanto sepellir fa le dilette
membra ch'informò già la nobil vita.
E se non fu di ricche pietre elette
la tomba e da man dedala scolpita,
fu scelto almeno il sasso, e chi gli diede
figura, quanto il tempo ivi concede.
95 Quivi da faci in lungo ordine accese
con nobil pompa accompagnar la feo,
e le sue arme, a un nudo pin sospese,
vi spiegò sovra in forma di trofeo.
Ma come prima alzar le membra offese
nel dí seguente il cavalier poteo,
di riverenza pieno e di pietate
visitò le sepolte ossa onorate.
96 Giunto a la tomba, ove al suo spirto vivo
dolorosa prigione il Ciel prescrisse,
pallido, freddo, muto, e quasi privo
di movimento, al marmo gli occhi affisse.
Al fin, sgorgando un lagrimoso rivo,
in un languido: "oimè!" proruppe, e disse:
"O sasso amato ed onorato tanto,
che dentro hai le mie fiamme e fuori il pianto,
97 non di morte sei tu, ma di vivaci
ceneri albergo, ove è riposto Amore;
e ben sento io da te l'usate faci,
men dolci sí, ma non men calde al core.
Deh! prendi i miei sospiri, e questi baci
prendi ch'io bagno di doglioso umore;
e dalli tu, poi ch'io non posso, almeno
a le amate reliquie c'hai nel seno.
98 Dalli lor tu, ché se mai gli occhi gira
l'anima bella a le sue belle spoglie,
tua pietate e mio ardir non avrà in ira,
ch'odio o sdegno là su non si raccoglie.
Perdona ella il mio fallo, e sol respira
in questa speme il cor fra tante doglie.
Sa ch'empia è sol la mano; e non l'è noia
che, s'amando lei vissi, amando moia.
99 Ed amando morrò: felice giorno,
quando che sia; ma piú felice molto
se come errando or vado a te d'intorno,
allor sarò dentro al tuo grembo accolto.
Faccian l'anime amiche in Ciel soggiorno,
sia l'un cenere e l'altro in un sepolto;
ciò che 'l viver non ebbe, abbia la morte.
Oh se sperar ciò lice, altera sorte!"
100 Confusamente si bisbiglia intanto
del caso reo ne la rinchiusa terra.
Poi s'accerta e divulga, e in ogni canto
de la città smarrita il romor erra
misto di gridi e di femineo pianto;
non altramente che se presa in guerra
tutta ruini, e 'l foco e i nemici empi
volino per le case e per li tèmpi.
101 Ma tutti gli occhi Arsete in sé rivolve,
miserabil di gemito e d'aspetto.
Ei come gli altri in lagrime non solve
il duol, ché troppo è d'indurato affetto;
ma i bianchi crini suoi d'immonda polve
si sparge e brutta, e fiede il volto e 'l petto.
Or mentre in lui vòlte le turbe sono,
va in mezzo Argante e parla in cotal suono:
102 "Ben volev'io, quando primier m'accorsi
che fuor si rimanea la donna forte,
seguirla immantinente; e ratto corsi
per correr seco una medesma sorte.
Che non feci o non dissi? o quai non porsi
preghiere al re che fèsse aprir le porte?
Ei me pregante, e contendente invano,
con l'imperio affrenò c'ha qui soprano,
103 Ahi! che s'io allora usciva, o dal periglio
qui ricondotta la guerriera avrei,
o chiusi, ov'ella il terren fe' vermiglio,
con memorabil fine i giorni miei.
Ma che potevo io piú? parve al consiglio
de gli uomini altramente e de gli dèi:
ella morí di fatal morte, ed io
quant'or conviensi a me già non oblio.
104 Odi, Gierusalem, ciò che prometta
Argante; odi 'l tu, Cielo; e se in ciò manco,
fulmina su 'l mio capo: io la vendetta
giuro di far ne l'omicida franco,
che per la costei morte a me s'aspetta,
né questa spada mai depor dal fianco
insin ch'ella a Tancredi il cor non passi
e 'l cadavero infame a i corvi lassi."
105 Cosí disse egli, e l'aure popolari
con applauso seguír le voci estreme;
e imaginando sol, temprò gli amari
l'aspettata vendetta in quel che geme.
Oh vani giuramenti! ecco contrari
seguir tosto gli effetti a l'alta speme,
e cader questi in tenzon pari estinto
sotto colui ch'ei fa già preso e vinto.
CANTO TREDICESIMO
1 Ma cadde a pena in cenere l'immensa
machina espugnatrice de la mura,
che 'n sé novi argomenti Ismen ripensa
perché piú resti la città secura;
onde a i Franchi impedir ciò che dispensa
lor di materia il bosco egli procura,
onde contra Sion battuta e scossa
torre nova rifarsi indi non possa.
2 Sorge non lunge a le cristiane tende
tra solitarie valli alta foresta,
foltissima di piante antiche, orrende,
che spargon d'ogni intorno ombra funesta.
Qui, ne l'ora che 'l sol piú chiaro splende,
è luce incerta e scolorita e mesta,
quale in nubilo ciel dubbia si vede
se 'l dí a la notte o s'ella a lui succede.
3 Ma quando parte il sol, qui tosto adombra
notte, nube, caligine ed orrore
che rassembra infernal, che gli occhi ingombra
di cecità, ch'empie di tema il core;
né qui gregge od armenti a' paschi, a l'ombra
guida bifolco mai, guida pastore,
né v'entra peregrin, se non smarrito,
ma lunge passa e la dimostra a dito.
4 Qui s'adunan le streghe, ed il suo vago
con ciascuna di lor notturno viene;
vien sovra i nembi, e chi d'un fero drago,
e chi forma d'un irco informe tiene:
concilio infame, che fallace imago
suol allettar di desiato bene
a celebrar con pompe immonde e sozze
i profani conviti e l'empie nozze.
5 Cosí credeasi, ed abitante alcuno
dal fero bosco mai ramo non svelse;
ma i Franchi il violàr, perch'ei sol uno
somministrava lor machine eccelse.
Or qui se 'n venne il mago, e l'opportuno
alto silenzio de la notte scelse,
de la notte che prossima successe,
e suo cerchio formovvi e i segni impresse.
6 E scinto e nudo un piè nel cerchio accolto,
mormorò potentissime parole.
Girò tre volte a l'oriente il volto,
tre volte a i regni ove dechina il sole,
e tre scosse la verga ond'uom sepolto
trar de la tomba e dargli il moto sòle,
e tre co 'l piede scalzo il suol percosse;
poi con terribil grido il parlar mosse:
7 "Udite, udite, o voi che da le stelle
precipitàr giú i folgori tonanti:
sí voi che le tempeste e le procelle
movete, abitator de l'aria erranti,
come voi che a le inique anime felle
ministri sète de li eterni pianti;
cittadini d'Averno, or qui v'invoco,
e te, signor de' regni empi del foco.
8 Prendete in guardia questa selva, e queste
piante che numerate a voi consegno.
Come il corpo è de l'alma albergo e veste,
cosí d'alcun di voi sia ciascun legno,
onde il Franco ne fugga o almen s'arreste
ne' primi colpi, e tema il vostro sdegno."
Disse, e quelle ch'aggiunse orribil note,
lingua, s'empia non è, ridir non pote.
9 A quel parlar le faci, onde s'adorna
il seren de la notte, egli scolora;
e la luna si turba e le sue corna
di nube avolge, e non appar piú fora.
Irato i gridi a raddoppiar ei torna:
"Spirti invocati, or non venite ancora?
onde tanto indugiar? forse attendete
voci ancor piú potenti o piú secrete?
10 Per lungo disusar già non si scorda
de l'arti crude il píú efficace aiuto;
e so con lingua anch'io di sangue lorda
quel nome proferir grande e temuto,
a cui né Dite mai ritrosa o sorda
né trascurato in ubidir fu Pluto.
Che sí?...
che sí?..." Volea piú dir, ma intanto
conobbe ch'esseguito era lo 'ncanto.
11 Venieno innumerabili, infiniti
spirti, parte che 'n aria alberga ed erra,
parte di quei che son dal fondo usciti
caliginoso e tetro de la terra;
lenti e del gran divieto anco smarriti,
ch'impedí loro il trattar l'arme in guerra,
ma già venirne qui lor non si toglie
e ne' tronchi albergare e tra le foglie.
12 Il mago, poi ch'omai nulla piú manca
al suo disegno, al re lieto se 'n riede:
"Signor, lascia ogni dubbio e 'l cor rinfranca
ch'omai secura è la regal tua sede,
né potrà rinovar piú l'oste franca
l'alte machine sue come ella crede."
Cosí gli dice, e poi di parte in parte
narra i successi de la magica arte.
13 Soggiunse appresso: "Or cosa aggiungo a queste
fatte da me ch'a me non meno aggrada.
Sappi che tosto nel Leon celeste
Marte co 'l sol fia ch'ad unir si vada,
né tempreran le fiamme lor moleste
aure, o nembi di pioggia o di rugiada,
ché quanto in cielo appar, tutto predice
aridissima arsura ed infelice;
14 onde qui caldo avrem qual l'hanno a pena
gli adusti Nasamoni o i Garamanti.
Pur a noi fia men grave in città piena
d'acque e d'ombre sí fresche e d'agi tanti,
ma i Franchi in terra asciutta e non amena
già non saranlo a tolerar bastanti;
e pria dómi dal cielo, agevolmente
fian poi sconfitti da l'egizia gente.
15 Tu vincerai sedendo, e la fortuna
non cred'io che tentar piú ti convegna.
Ma se 'l circasso alter che posa alcuna
non vuole e, benché onesta, anco la sdegna,
t'affretta come sòle e t'importuna,
trova modo pur tu ch'a freno il tegna,
ché molto non andrà che 'l Cielo amico
a te pace darà, guerra al nemico."
16 Or questo udendo il re, ben s'assecura,
sí che non teme le nemiche posse.
Già riparate in parte avea le mura
che de' montoni l'impeto percosse;
con tutto ciò non rallentò la cura
di ristorarle, ove sian rotte o smosse.
Le turbe tutte, e cittadine e serve,
s'impiegan qui: l'opra continua ferve.
17 Ma in questo mezzo il pio Buglion non vòle
che la forte cittade in van si batta,
se non è prima la maggior sua mole
ed alcuna altra machina rifatta.
E i fabri al bosco invia che porger sòle
ad uso tal pronta materia ed atta.
Vanno costor su l'alba a la foresta,
ma timor novo al suo apparir gli arresta.
18 Qual semplice bambin mirar non osa
dove insolite larve abbia presenti,
o come pave ne la notte ombrosa,
imaginando pur mostri e portenti,
cosí temean, senza saper qual cosa
siasi quella però che gli sgomenti,
se non che 'l timor forse a i sensi finge
maggior prodigi di Chimera o Sfinge.
19 Torna la turba, e misera e smarrita
varia e confonde sí le cose e i detti
ch'ella nel riferir n'è poi schernita,
né son creduti i mostruosi effetti.
Allor vi manda il capitano ardita
e forte squadra di guerrieri eletti,
perché sia scorta a l'altra e 'n esseguire
i magisteri suoi le porga ardire.
20 Questi, appressando ove lor seggio han posto
gli empi demoni in quel selvaggio orrore,
non rimiràr le nere ombre sí tosto,
che lor si scosse e tornò ghiaccio il core.
Pur oltra ancor se 'n gian, tenendo ascosto
sotto audaci sembianti il vil timore;
e tanto s'avanzàr che lunge poco
erano omai da l'incantato loco.
21 Esce allor de la selva un suon repente
che par rimbombo di terren che treme,
e 'l mormorar de gli Austri in lui si sente
e 'l pianto d'onda che fra scogli geme.
Come rugge il leon, fischia il serpente,
come urla il lupo e come l'orso freme
v'odi, e v'odi le trombe, e v'odi il tuono:
tanti e sí fatti suoni esprime un suono.
22 In tutti allor s'impallidír le gote
e la temenza a mille segni apparse,
né disciplina tanto o ragion pote
ch'osin di gire inanzi o di fermarse,
ch'a l'occulta virtú che gli percote
son le difese loro anguste e scarse.
Fuggono al fine; e un d'essi, in cotal guisa
scusando il fatto, il pio Buglion n'avisa:
23 "Signor, non è di noi chi piú si vante
troncar la selva, ch'ella è sí guardata
ch'io credo (e 'l giurerei) che in quelle piante
abbia la reggia sua Pluton traslata.
Ben ha tre volte e piú d'aspro diamante
ricinto il cor chi intrepido la guata;
né senso v'ha colui ch'udir s'arrischia
come tonando insieme rugge e fischia."
24 Cosí costui parlava.
Alcasto v'era
fra molti che l'udian presente a sorte:
l'uom di temerità stupida e fera,
sprezzator de' mortali e de la morte;
che non avria temuto orribil fèra,
né mostro formidabile ad uom forte,
né tremoto, né folgore, né vento,
né s'altro ha il mondo piú di violento.
25 Crollava il capo e sorridea dicendo:
"Dove costui non osa, io gir confido;
io sol quel bosco di troncar intendo
che di torbidi sogni è fatto nido.
Già no 'l mi vieterà fantasma orrendo
né di selva o d'augei fremito o grido,
o pur tra quei sí spaventosi chiostri
d'ir ne l'inferno il varco a me si mostri."
26 Cotal si vanta al capitano, e tolta
da lui licenza il cavalier s'invia;
e rimira la selva, e poscia ascolta
quel che da lei novo rimbombo uscia,
né però il piede audace indietro volta
ma securo e sprezzante è come pria;
e già calcato avrebbe il suol difeso,
ma gli s'oppone (o pargli) un foco acceso.
27 Cresce il gran foco, e 'n forma d'alte mura
stende le fiamme torbide e fumanti;
e ne cinge quel bosco, e l'assecura
ch'altri gli arbori suoi non tronchi e schianti.
Le maggiori sue fiamme hanno figura
di castelli superbi e torreggianti,
e di tormenti bellici ha munite
le rocche sue questa novella Dite.
28 Oh quanti appaion mostri armati in guardia
de gli alti merli e in che terribil faccia!
De' quai con occhi biechi altri il riguarda,
e dibattendo l'arme altri il minaccia.
Fugge egli al fine, e ben la fuga è tarda,
qual di leon che si ritiri in caccia,
ma pure è fuga; e pur gli scote il petto
timor, sin a quel punto ignoto affetto.
29 Non s'avide esso allor d'aver temuto,
ma fatto poi lontan ben se n'accorse;
e stupor n'ebbe e sdegno, e dente acuto
d'amaro pentimento il cor gli morse.
E, di trista vergogna acceso e muto,
attonito in disparte i passi torse,
ché quella faccia alzar, già sí orgogliosa,
ne la luce de gli uomini non osa.
30 Chiamato da Goffredo, indugia e scuse
trova a l'indugio, e di restarsi agogna.
Pur va, ma lento; e tien le labra chiuse
o gli ragiona in guisa d'uom che sogna.
Diffetto e fuga il capitan concluse
in lui da quella insolita vergogna,
poi disse: "Or ciò che fia? forse prestigi
son questi o di natura alti prodigi?
31 Ma s'alcun v'è cui nobil voglia accenda
di cercar que' salvatichi soggiorni,
vadane pure, e la ventura imprenda
e nunzio almen piú certo a noi ritorni."
Cosí disse egli, e la gran selva orrenda
tentata fu ne' tre seguenti giorni
da i piú famosi; e pur alcun non fue
che non fuggisse a le minaccie sue.
32 Era il prence Tancredi intanto sorto
a sepellir la sua diletta amica,
e benché in volto sia languido e smorto
e mal atto a portar elmo o lorica,
nulla di men, poi che 'l bisogno ha scorto,
ei non ricusa il rischio o la fatica,
ché 'l cor vivace il suo vigor trasfonde
al corpo sí che par ch'esso n'abbonde.
33 Vassene il valoroso in sé ristretto,
e tacito e guardingo, al rischio ignoto,
e sostien de la selva il fero aspetto
e 'l gran romor del tuono e del tremoto;
e nulla sbigottisce, e sol nel petto
sente, ma tosto il seda, un picciol moto.
Trapassa, ed ecco in quel silvestre loco
sorge improvisa la città del foco.
34 Allor s'arretra, e dubbio alquanto resta
fra sé dicendo: "Or qui che vaglion l'armi?
Ne le fauci de' mostri, e 'n gola a questa
devoratrice fiamma andrò a gettarmi?
Non mai la vita, ove cagione onesta
del comun pro la chieda, altri risparmi,
ma né prodigo sia d'anima grande
uom degno; e tale è ben chi qui la spande.
35 Pur l'oste che dirà, s'indarno i' riedo?
qual altra selva ha di troncar speranza?
Né intentato lasciar vorrà Goffredo
mai questo varco.
Or s'oltre alcun s'avanza,
forse l'incendio che qui sorto i' vedo
fia d'effetto minor che di sembianza;
ma seguane che pote." E in questo dire,
dentro saltovvi.
Oh memorando ardire!
36 Né sotto l'arme già sentir gli parve
caldo o fervor come di foco intenso;
ma pur, se fosser vere fiamme o larve,
mal poté giudicar sí tosto il senso,
perché repente a pena tocco sparve
quel simulacro, e giunse un nuvol denso
che portò notte e verno; e 'l verno ancora
e l'ombra dileguossi in picciol ora.
37 Stupido sí, ma intrepido rimane
Tancredi; e poi che vede il tutto cheto,
mette securo il piè ne le profane
soglie e spia de la selva ogni secreto.
Né piú apparenze inusitate e strane,
né trova alcun fra via scontro o divieto,
se non quanto per sé ritarda il bosco
la vista e i passi inviluppato e fosco.
38 Al fine un largo spazio in forma scorge
d'anfiteatro, e non è pianta in esso,
salvo che nel suo mezzo altero sorge,
quasi eccelsa piramide, un cipresso.
Colà si drizza, e nel mirar s'accorge
ch'era di vari segni il tronco impresso,
simili a quei che in vece usò di scritto
l'antico già misterioso Egitto.
39 Fra i segni ignoti alcune note ha scorte
del sermon di Soria ch'ei ben possede:
"O tu che dentro a i chiostri de la morte
osasti por, guerriero audace, il piede,
deh! se non sei crudel quanto sei forte,
deh! non turbar questa secreta sede.
Perdona a l'alme omai di luce prive:
non dée guerra co' morti aver chi vive."
40 Cosí dicea quel motto.
Egli era intento
de le brevi parole a i sensi occulti:
fremere intanto udia continuo il vento
tra le frondi del bosco e tra i virguiti,
e trarne un suon che flebile concento
par d'umani sospiri e di singulti,
e un non so che confuso instilla al core
di pietà, di spavento e di dolore.
41 Pur tragge al fin la spada, e con gran forza
percote l'alta pianta.
Oh meraviglia!
manda fuor sangue la recisa scorza,
e fa la terra intorno a sé vermiglia.
Tutto si raccapriccia, e pur rinforza
il colpo e 'l fin vederne ei si consiglia.
Allor, quasi di tomba, uscir ne sente
un indistinto gemito dolente,
42 che poi distinto in voci: "Ahi! troppo" disse
"m'hai tu, Tancredi, offeso; or tanto basti.
Tu dal corpo che meco e per me visse,
felice albergo già, mi discacciasti:
perché il misero tronco, a cui m'affisse
il mio duro destino, anco mi guasti?
Dopo la morte gli aversari tuoi,
crudel, ne' lor sepolcri offender vuoi?
43 Clorinda fui, né sol qui spirto umano
albergo in questa pianta rozza e dura,
ma ciascun altro ancor, franco o pagano,
che lassi i membri a piè de l'alte mura,
astretto è qui da novo incanto e strano,
non so s'io dica in corpo o in sepoltura.
Son di sensi animati i rami e i tronchi,
e micidial sei tu, se legno tronchi."
44 Qual l'infermo talor ch'in sogno scorge
drago o cinta di fiamme alta Chimera,
se ben sospetta o in parte anco s'accorge
che 'l simulacro sia non forma vera,
pur desia di fuggir, tanto gli porge
spavento la sembianza orrida e fera,
tal il timido amante a pien non crede
a i falsi inganni, e pur ne teme e cede.
45 E, dentro, il cor gli è in modo tal conquiso
da vari affetti che s'agghiaccia e trema,
e nel moto potente ed improviso
gli cade il ferro, e 'l manco è in lui la tema.
Va fuor di sé: presente aver gli è aviso
l'offesa donna sua che plori e gema,
né può soffrir di rimirar quel sangue,
né quei gemiti udir d'egro che langue.
46 Cosí quel contra morte audace core
nulla forma turbò d'alto spavento,
ma lui che solo è fievole in amore
falsa imago deluse e van lamento.
Il suo caduto ferro intanto fore
portò del bosco impetuoso vento,
sí che vinto partissi; e in su la strada
ritrovò poscia e ripigliò la spada.
47 Pur non tornò, né ritentando ardio
spiar di novo le cagioni ascose.
E poi che giunto al sommo duce unio
gli spirti alquanto e l'animo compose,
incominciò: "Signor, nunzio son io
di non credute e non credibil cose.
Ciò che dicean de lo spettacol fero
e del suon paventoso, è tutto vero.
48 Meraviglioso foco indi m'apparse,
senza materia in un istante appreso,
che sorse e dilatando un muro farse
parve, e d'armati mostri esser difeso.
Pur vi passai, ché né l'incendio m'arse,
né dal ferro mi fu l'andar conteso.
Vernò in quel punto ed annottò; fe' il giorno
e la serenità poscia ritorno.
49 Di piú dirò: ch'a gli alberi dà vita
spirito uman che sente e che ragiona.
Per prova sollo; io n'ho la voce udita
che nel cor flebilmente anco mi suona.
Stilla sangue de' tronchi ogni ferita,
quasi di molle carne abbian persona.
No, no, piú non potrei (vinto mi chiamo)
né corteccia scorzar, né sveller ramo."
50 Cosí dice egli, e 'l capitano ondeggia
in gran tempesta di pensieri intanto.
Pensa s'egli medesmo andar là deggia
(che tal lo stima) a ritentar l'incanto,
o se pur di materia altra proveggia
lontana piú, ma non difficil tanto.
Ma dal profondo de' pensieri suoi
l'Eremita il rappella, e dice poi:
51 "Lascia il pensier audace: altri conviene
che de le piante sue la selva spoglie.
Già già la fatal nave a l'erme arene
la prora accosta e l'auree vele accoglie;
già, rotte l'indegnissime catene,
l'aspettato guerrier dal lido scioglie;
non è lontana omai l'ora prescritta
che sia presa Sion, l'oste sconfitta."
52 Parla ei cosí, fatto di fiamma in volto,
e risuona piú ch'uomo in sue parole.
E 'l pio Goffredo a pensier novi è vòlto,
ché neghittoso già cessar non vòle.
Ma nel Cancro celeste omai raccolto
apporta arsura inusitata il sole,
ch'a i suoi disegni, a i suoi guerrier nemica,
insopportabil rende ogni fatica.
53 Spenta è del cielo ogni benigna lampa;
signoreggiano in lui crudeli stelle,
onde piove virtú ch'informa e stampa
l'aria d'impression maligne e felle.
Cresce l'ardor nocivo, e sempre avampa
piú mortalmente in queste parti e in quelle;
a giorno reo notte piú rea succede,
e dí peggior di lei dopo lei vede.
54 Non esce il sol giamai, ch'asperso e cinto
di sanguigni vapori entro e d'intorno
non mostri ne la fronte assai distinto
mesto presagio d'infelice giorno;
non parte mai che in rosse macchie tinto
non minacci egual noia al suo ritorno,
e non inaspri i già sofferti danni
con certa tema di futuri affanni.
55 Mentre li raggi poi d'alto diffonde,
quanto d'intorno occhio mortal si gira,
seccarsi i fiori e impallidir le fronde,
assetate languir l'erbe rimira,
e fendersi la terra e scemar l'onde,
ogni cosa del ciel soggetta a l'ira,
e le sterili nubi in aria sparse
in sembianza di fiamme altrui mostrarse.
56 Sembra il ciel ne l'aspetto atra fornace
né cosa appar che gli occhi almen ristaure:
ne le spelonche sue Zefiro tace,
e 'n tutto è fermo il vaneggiar de l'aure;
solo vi soffia (e par vampa di face)
vento che move da l'arene maure,
che, gravoso e spiacente, e seno e gote
co' densi fiati ad or ad or percote.
57 Non ha poscia la notte ombre piú liete,
ma del caldo del sol paiono impresse,
e di travi di foco e di comete
e d'altri fregi ardenti il velo intesse.
Né pur misera terra, a la tua sete
son da l'avara luna almen concesse
sue rugiadose stille, e l'erbe e i fiori
bramano indarno i lor vitali umori.
58 Da le notti inquiete il dolce sonno
bandito fugge, e i languidi mortali
lusingando ritrarlo a sé no 'l ponno;
ma pur la sete è il pessimo de' mali,
però che di Giudea l'iniquo donno
con veneni e con succhi aspri e mortali
piú de l'inferna Stige e d'Acheronte
torbido fece e livido ogni fonte.
59 E il picciol Siloè, che puro e mondo
offria cortese a i Franchi il suo tesoro,
or di tepide linfe a pena il fondo
arido copre e dà scarso ristoro;
né il Po, qualor di maggio è piú profondo,
parria soverchio a i desideri loro,
né 'l Gange o 'l Nilo, allor che non s'appaga
de' sette alberghi, e 'l verde Egitto allaga.
60 S'alcun giamai tra frondeggianti rive
puro vide stagnar liquido argento,
o giú precipitose ir acque vive
per alpe o 'n piaggia erbosa a passo lento,
quelle al vago desio forma e descrive
e ministra materia al suo tormento,
ché l'imagine lor gelida e molle
l'asciuga e scalda e nel pensier ribolle.
61 Vedi le membra de' guerrier robuste,
cui né camin per aspra terra preso,
né ferrea salma onde gír sempre onuste,
né domò ferro a la lor morte inteso,
ch'or risolute e dal calore aduste
giacciono a se medesme inutil peso;
e vive ne le vene occulto foco
che pascendo le strugge a poco a poco.
62 Langue il corsier già sí feroce, e l'erba
che fu suo caro cibo a schifo prende,
vacilla il piede infermo, e la superba
cervice dianzi or giú dimessa pende;
memoria di sue palme or piú non serba,
né piú nobil di gloria amor l'accende:
le vincitrici spoglie e i ricchi fregi
par che quasi vil soma odii e dispregi.
63 Languisce il fido cane, ed ogni cura
del caro albergo e del signor oblia,
giace disteso ed a l'interna arsura
sempre anelando aure novelle invia;
ma s'altrui diede il respirar natura
perché il caldo del cor temprato sia,
or nulla o poco refrigerio n'have,
sí quello onde si spira è denso e grave.
64 Cosí languia la terra, e 'n tale stato
egri giaceansi i miseri mortali,
e 'l buon popol fedel, già disperato
di vittoria, temea gli ultimi mali;
e risonar s'udia per ogni lato
universal lamento in voci tali:
"Che piú spera Goffredo o che piú bada,
sí che tutto il suo campo a morte cada?"
65 Deh! con quai forze superar si crede
gli alti ripari de' nemici nostri?
onde machine attende? ei sol non vede
l'ira del Cielo a tanti segni mostri?
de la sua mente aversa a noi fan fede
mille novi prodigi e mille mostri,
ed arde a noi cosí che minore uopo
di refrigerio ha l'Indo e l'Etiopo.
66 Dunque stima costui che nulla importe
che n'andiam noi, turba negletta, indegna,
vili ed inutil alme, a dura morte,
perch'ei lo scettro imperial mantegna?
Cotanto dunque fortunata sorte
rassembra quella di colui che regna,
che ritener si cerca avidamente
a danno ancor de la soggetta gente?
67 Or mira d'uom c'ha il titolo di pio
providenza pietosa, animo umano:
la salute de' suoi porre in oblio
per conservarsi onor dannoso e vano;
e veggendo a noi secchi i fonti e 'l rio,
per sé l'acque condur fa dal Giordano,
e fra pochi sedendo a mensa lieta,
mescolar l'onde fresche al vin di Creta."
68 Cosí i Franchi dicean; ma 'l duce greco,
che 'l lor vessillo è di seguir già stanco,
"Perché morir qui?" disse "e perché meco
far che la schiera mia ne vegna manco?
Se ne la sua follia Goffredo è cieco,
siasi in suo danno e del suo popol franco;
a noi che noce?" E senza tòr licenza,
notturna fece e tacita partenza.
69 Mosse l'essempio assai, come al dí chiaro
fu noto; e d'imitarlo alcun risolve.
Quei che seguír Clotareo ed Ademaro
e gli altri duci ch'or son ossa e polve,
poi che la fede che a color giuraro
ha disciolto colei che tutto solve,
già trattano di fuga, e già qualcuno
parte furtivamente a l'aer bruno.
70 Ben se l'ode Goffredo e ben se 'l vede,
e i piú aspri rimedi avria ben pronti,
ma gli schiva ed aborre; e con la fede
che faria stare i fiumi e gir i monti,
devotamente al Re del mondo chiede
che gli apra omai de la sua grazia i fonti:
giunge le palme, e fiammeggianti in zelo
gli occhi rivolge e le parole al Cielo:
71 "Padre e Signor, s'al popol tuo piovesti
già le dolci rugiade entro al deserto,
s'a mortal mano già virtú porgesti
romper le pietre e trar del monte aperto
un vivo fiume, or rinnovella in questi
gli stessi essempi; e s'ineguale è il merto,
adempi di tua grazia i lor difetti,
e giovi lor che tuoi guerrier sian detti."
72 Tarde non furon già queste preghiere
che derivàr da giusto umil desio,
ma se 'n volaro al Ciel pronte e leggiere
come pennuti augelli inanzi a Dio.
Le accolse il Padre eterno, ed a le schiere
fedeli sue rivolse il guardo pio;
e di sí gravi lor rischi e fatiche
gli increbbe, e disse con parole amiche:
73 "Abbia sin qui sue dure e perigliose
aversità sofferte il campo amato,
e contra lui con armi ed arti ascose
siasi l'inferno e siasi il mondo armato.
Or cominci novello ordin di cose,
e gli si volga prospero e beato.
Piova; e ritorni il suo guerriero invitto,
e venga a gloria sua l'oste d'Egitto."
74 Cosí dicendo, il capo mosse; e gli ampi
cieli tremaro e i lumi erranti e i fissi,
e tremò l'aria riverente, e i campi
de l'oceano, e i monti e i ciechi abissi.
Fiammeggiare a sinistra accesi lampi
fur visti, e chiaro tuono insieme udissi.
Accompagnan le genti il lampo e 'l tuono
con allegro di voci ed alto suono.
75 Ecco súbite nubi, e non di terra
già per virtú del sole in alto ascese,
ma giú del ciel, che tutte apre e disserra
le porte sue, veloci in giú discese:
ecco notte improvisa il giorno serra
ne l'ombre sue, che d'ogni intorno ha stese.
Segue la pioggia impetuosa, e cresce
il rio cosí che fuor del letto n'esce.
76 Come talor ne la stagione estiva,
se dal ciel pioggia desiata scende,
stuol d'anitre loquaci in secca riva
con rauco mormorar lieto l'attende,
e spiega l'ali al freddo umor, né schiva
alcuna di bagnarsi in lui si rende,
e là 've in maggior fondo ei si raccoglia,
si tuffa e spegne l'assetata voglia;
77 cosí gridando, la cadente piova
che la destra del Ciel pietosa versa,
lieti salutan questi; a ciascun giova
la chioma averne non che il manto aspersa:
chi bee ne' vetri e chi ne gli elmi a prova,
chi tien la man ne la fresca onda immersa,
chi se ne spruzza il volto e chi le tempie,
chi scaltro a miglior uso i vasi n'empie.
78 Né pur l'umana gente or si rallegra
e dei suoi danni a ristorar si viene,
ma la terra, che dianzi afflitta ed egra
di fessure le membra avea ripiene,
la pioggia in sé raccoglie e si rintegra,
e la comparte a le piú interne vene,
e largamente i nutritivi umori
a le piante ministra, a l'erbe, a i fiori;
79 ed inferma somiglia a cui vitale
succo le interne parti arse rinfresca,
e disgombrando la cagion del male,
a cui le membra sue fur cibo ed esca,
la rinfranca e ristora e rende quale
fu ne la sua stagion piú verde e fresca;
tal ch'obliando i suoi passati affanni
le ghirlande ripiglia i lieti panni.
80 Cessa la pioggia al fine e torna il sole,
ma dolce spiega e temperato il raggio,
pien di maschio valor, sí come sòle
tra 'l fin d'aprile e 'l cominciar di maggio.
Oh fidanza gentil, chi Dio ben cole,
l'aria sgombrar d'ogni mortale oltraggio,
cangiare a le stagioni ordine e stato,
vincer la rabbia de le stelle e 'l fato.
CANTO QUATTORDICESIMO
1 Usciva omai dal molle e fresco grembo
de la gran madre sua la notte oscura,
aure lievi portando e largo nembo
di sua rugiada preziosa e pura;
e scotendo del vel l'umido lembo,
ne spargeva i fioretti e la verdura,
e i venticelli, dibattendo l'ali,
lusingavano il sonno de' mortali.
2 Ed essi ogni pensier che 'l dí conduce
tuffato aveano in dolce oblio profondo.
Ma vigilando ne l'eterna luce
sedeva al suo governo il Re del mondo,
e rivolgea dal Cielo al franco duce
lo sguardo favorevole e giocondo;
quinci a lui ne inviava un sogno cheto
perché gli rivelasse alto decreto.
3 Non lunge a l'auree porte ond'esce il sole
è cristallina porta in oriente,
che per costume inanti aprir si sòle
che si dischiuda l'uscio al dí nascente.
Da questa escono i sogni, i quai Dio vòle
mandar per grazia a pura e casta mente;
da questa or quel ch'al pio Buglion discende
l'ali dorate inverso lui distende.
4 Nulla mai vision nel sonno offerse
altrui sí vaghe imagini o sí belle
come ora questa a lui, la qual gli aperse
i secreti del cielo e de le stelle;
onde, sí come entro uno speglio, ei scerse
ciò che là suso è veramente in elle.
Pareagli esser traslato in un sereno
candido e d'auree fiamme adorno e pieno;
5 e mentre ammira in quell'eccelso loco
l'ampiezza, i moti, i lumi e l'armonia,
ecco cinto di rai, cinto di foco,
un cavaliero incontra a lui venia,
e 'n suono, a lato a cui sarebbe roco
qual piú dolce è qua giú, parlar l'udia:
"Goffredo, non m'accogli? e non ragione
al fido amico? or non conosci Ugone?"
6 Ed ei gli rispondea: "Quel novo aspetto
che par d'un sol mirabilmente adorno,
da l'antica notizia il mio intelletto
sviat' ha sí che tardi a lui ritorno."
Gli stendea poi con dolce amico affetto
tre fiate le braccia al collo intorno,
e tre fiate invan cinta l'imago
fuggia, qual leve sogno od aer vago.
7 Sorridea quegli, e: "Non già, come credi,"
dicea "son cinto di terrena veste:
semplice forma e nudo spirto vedi
qui cittadin de la città celeste.
Questo è tempio di Dio: qui son le sedi
de' suoi guerrieri, e tu avrai loco in queste."
"Quando ciò fia?" rispose "il mortal laccio
sciolgasi omai, s'al restar qui m'è impaccio."
8 "Ben" replicogli Ugon "tosto raccolto
ne la gloria sarai de' trionfanti;
pur militando converrà che molto
sangue e sudor là giú tu versi inanti.
Da te prima a i pagani esser ritolto
deve l'imperio de' paesi santi,
e stabilirsi in lor cristiana reggia
in cui regnare il tuo fratel poi deggia.
9 Ma perché piú lo tuo desir s'avvive
ne l'amor di qua su, piú fiso or mira
questi lucidi alberghi e queste vive
fiamme che mente eterna informa e gira,
e 'n angeliche tempre odi le dive
sirene e 'l suon di lor celeste lira.
China" poi disse (e gli additò la terra)
"gli occhi a ciò che quel globo ultimo serra.
10 Quanto è vil la cagion ch'a la virtude
umana è colà giú premio e contrasto!
in che picciolo cerchio e fra che nude
solitudini è stretto il vostro fasto!
Lei come isola il mare intorno chiude,
e lui, ch'or ocean chiamat'è or vasto,
nulla eguale a tai nomi ha in sé di magno,
ma è bassa palude e breve stagno."
11 Cosí l'un disse; e l'altro in giuso i lumi
volse, quasi sdegnando, e ne sorrise,
ché vide un punto sol, mar, terre e fiumi,
che qui paion distinti in tante guise,
ed ammirò che pur a l'ombre, a i fumi,
la nostra folle umanità s'affise,
servo imperio cercando e muta fama,
né miri il ciel ch'a sé n'invita e chiama.
12 Onde rispose: "Poi ch'a Dio non piace
del mio carcer terreno anco disciorme,
prego che del camin, ch'è men fallace
fra gli errori del mondo, or tu m'informe."
"È" replicogli Ugon "la via verace
questa che tieni; indi non torcer l'orme:
sol che richiami dal lontano essiglio
il figliuol di Bertoldo io ti consiglio.
13 Perché se l'alta Providenza elesse
te de l'impresa sommo capitano,
destinò insieme ch'egli esser dovesse
de' tuoi consigli essecutor soprano.
A te le prime parti, a lui concesse
son le seconde: tu sei capo, ei mano
di questo campo; e sostener sua vece
altrui non pote, e farlo a te non lece.
14 A lui sol di troncar non fia disdetto
il bosco c'ha gli incanti in sua difesa;
e da lui il campo tuo che, per difetto
di gente, inabil sembra a tanta impresa,
e par che sia di ritirarsi astretto,
prenderà maggior forza a nova impresa;
e i rinforzati muri e d'Oriente
supererà l'essercito possente."
15 Tacque, e 'l Buglion rispose: "Oh quanto grato
fòra a me che tornasse il cavaliero!
Voi che vedete ogni pensier celato,
sapete s'amo lui, se dico il vero.
Ma di', con quai proposte od in qual lato
si deve a lui mandarne il messaggiero?
Vuoi ch'io preghi o comandi? e come questo
atto sarà legitimo ed onesto?"
16 Allor ripigliò l'altro: "Il Rege eterno,
che te di tante somme grazie onora,
vuol che da quegli onde ti diè il governo
tu sia onorato e riverito ancora.
Però non chieder tu (né senza scherno
forse del sommo imperio il chieder fòra),
ma richiesto concedi; ed al perdono
scendi degli altrui preghi al primo suono.
17 Guelfo ti pregherà (Dio sí l'inspira)
ch'assolva il fer garzon di quell'errore
in cui trascose per soverchio d'ira,
sí che al campo egli torni ed al suo onore.
E bench'or lunge il giovene delira
e vaneggia ne l'ozio e ne l'amore,
non dubitar però che 'n pochi giorni
opportuno a grand'uopo ei non ritorni;
18 ché 'l vostro Piero, a cui lo Ciel comparte
l'alta notizia de' secreti sui,
saprà drizzare i messaggieri in parte
ove certe novelle avran di lui,
e sarà lor dimostro il modo e l'arte
di liberarlo e di condurlo a vui.
Cosí al fin tutti i tuoi compagni erranti
ridurrà il Ciel sotto i tuoi segni santi.
19 Or chiuderò il mio dir con una breve
conclusion che so ch'a te fia cara:
sarà il tuo sangue al suo commisto, e deve
progenie uscirne gloriosa e chiara."
Qui tacque, e sparve come fumo leve
al vento o nebbia al sole arida e rara;
e sgombrò il sonno, e gli lasciò nel petto
di gioia e di stupor confuso affetto.
20 Apre allora le luci il pio Buglione
e nato vede e già cresciuto il giorno,
onde lascia i riposi, e sovrapone
l'arme a le membra faticose intorno.
E poco stante a lui nel padiglione
venieno i duci al solito soggiorno,
ove a consiglio siedono, e per uso
ciò ch'altrove si fa quivi è concluso.
21 Quivi il buon Guelfo, che 'l novel pensiero
infuso avea ne l'inspirata mente,
incominciando a ragionar primiero
disse a Goffredo: "O principe clemente,
perdono a chieder ne vegn'io, ch'in vero
è perdon di peccato anco recente,
onde potrà parer per aventura
frettolosa dimanda ed immatura;
22 ma pensando che chiesto al pio Goffredo
per lo forte Rinaldo è tal perdono,
e riguardando a me che in grazia il chiedo
che vile a fatto intercessor non sono,
agevolmente d'impetrar mi credo
questo ch'a tutti fia giovevol dono.
Deh! consenti ch'ei rieda e che, in ammenda
del fallo, in pro comune il sangue spenda.
23 E chi sarà, s'egli non è, quel forte
ch'osi troncar le spaventose piante?
chi girà incontra a i rischi de la morte
con piú intrepido petto e piú costante?
Scoter le mura ed atterrar le porte
vedrailo, e salir solo a tutti inante.
Rendi al tuo campo omai, rendi per Dio
lui ch'è sua alta speme e suo desio.
24 Rendi il nipote a me, sí valoroso
e pronto essecutor rendi a te stesso;
né soffrir ch'egli torpa in vil riposo,
ma rendi insieme la sua gloria ad esso.
Segua il vessillo tuo vittorioso,
sia testimonio a sua virtú concesso,
faccia opre di sé degne in chiara luce
e rimirando te maestro e duce."
25 Cosí pregava, e ciascun altro i preghi
con favorevol fremito seguia.
Onde Goffredo allor, quasi egli pieghi
la mente a cosa non pensata in pria,
"Come esser può" dicea "che grazia i' neghi
che da voi si dimanda e si desia?
Ceda il rigore, e sia ragione e legge
ciò che 'l consenso universale elegge.
26 Torni Rinaldo, e da qui inanzi affrene
piú moderato l'impeto de l'ire,
e risponda con l'opre a l'alta spene
di lui concetta ed al comun desire.
Ma il richiamarlo, o Guelfo, a te conviene:
frettoloso egli fia, credo, al venire;
tu scegli il messo, e tu l'indrizza dove
pensi che 'l fero giovene si trove."
27 Tacque, e disse sorgendo il guerrier dano:
"Esser io chieggio il messaggier che vada,
né ricuso camin dubbio o lontano
per far il don de l'onorata spada."
Questi è di cor fortissimo e di mano,
onde al buon Guelfo assai l'offerta aggrada:
vuol che sia l'un de' messi e che sia l'altro
Ubaldo, uom cauto ed aveduto e scaltro.
28 Veduti Ubaldo in giovenezza e cerchi
vari costumi avea, vari paesi,
peregrinando da i piú freddi cerchi
del nostro mondo a gli Etiopi accesi,
e come uom che virtute e senno merchi,
le favelle, l'usanze e i riti appresi;
poscia in matura età da Guelfo accolto
fu tra' compagni, e caro a lui fu molto.
29 A tai messaggi l'onorata cura
di richiamar l'alto campion si diede;
e gli indrizzava Guelfo a quelle mura
tra cui Boemondo ha la sua regia sede,
ché per publica fama, e per secura
opinion, ch'egli vi sia si crede.
Ma 'l buon romito, che lor mal diretti
conosce, entra fra loro e turba i detti,
30 e dice: "O cavalier, seguendo il grido
de la fallace opinion vulgare,
duce seguite temerario e infido
che vi fa gire indarno e traviare.
Or d'Ascalona nel propinquo lido
itene, dove un fiume entra nel mare.
Quivi fia che v'appaia uom nostro amico:
credete a lui; ciò che diravvi, io 'l dico.
31 Ei molto per sé vede, e molto intese
del preveduto vostro alto viaggio
(già gran tempo ha) da me: so che cortese
altrettanto vi fia quanto egli è saggio."
Cosí lor disse: e piú da lui non chiese
Carlo o l'altro che seco iva messaggio,
ma furo ubidienti a le parole
che spirito divin dettar gli suole.
32 Preser commiato, e sí il desio gli sprona
che, senza indugio alcun posti in camino,
drizzano il lor corso ad Ascalona
dove a i lidi si frange il mar vicino.
E non udian ancor come risuona
il roco ed alto fremito marino,
quando giunsero a un fiume il qual di nova
acqua accresciuto è per novella piova,
33 sí che non può capir dentro al suo letto,
e se 'n va piú che stral corrente e presto.
Mentre essi stan sospesi, a lor d'aspetto
venerabile appare un vecchio onesto,
coronato di faggio, in lungo e schietto
vestir che di lin candido è contesto.
Scote questi una verga, e 'l fiume calca
co' piedi asciutti e contra il corso il valca.
34 Sí come soglion là vicino al polo,
s'avien che 'l verno i fiumi agghiacci e indure,
correr su 'l Ren le villanelle a stuolo
con lunghi strisci e sdrucciolar secure,
cosí ei ne vien sovra l'instabil suolo
di queste acque non gelide e non dure;
e tosto colà giunse onde in lui fisse
tenean le luci i due guerrieri, e disse:
35 "Amici, dura e faticosa inchiesta
seguite; e d'uopo è ben ch'altri vi guidi,
ché 'l cercato guerrier lunge è da questa
terra in paesi incogniti ed infidi.
Quanto, oh quanto de l'opra anco vi resta!
quanti mar correrete e quanti lidi!
E convien che si stenda il cercar vostro
oltre i confini ancor del mondo nostro.
36 Ma non vi spiaccia entrar ne le nascose
spelonche ov'ho la mia secreta sede,
ch'ivi udrete da me non lievi cose
e ciò ch'a voi saper piú si richiede."
Disse, e ch'a lor dia loco a l'acqua impose;
ed ella tosto si ritira e cede,
e quinci e quindi di montagna in guisa
curvata pende e 'n mezzo appar divisa.
37 Ei, presili per man, ne le piú interne
profondità sotto del rio lor mena.
Debile e incerta luce ivi si scerne,
qual tra boschi di Cinzia ancor non piena;
ma pur gravide d'acqua ampie caverne
veggiono, onde tra noi sorge ogni vena
la qual rampilli in fonte, o in fiume vago
discorra, o stagni o si dilati in lago.
38 E veder ponno onde il Po nasca ed onde
Idaspe, Gange, Eufrate, Istro derivi,
ond'esca pria la Tana, e non asconde
gli occulti suoi princípi il Nilo quivi.
Trovano un rio piú sotto, il qual diffonde
vivaci zolfi e vaghi argenti e vivi;
questi il sol poi raffina, e 'l licor molle
stringe in candide masse e in auree zolle.
39 E miran d'ogni intorno il ricco fiume
di care pietre il margine dipinto;
onde, come a piú fiaccole s'allume,
splende quel loco, e 'l fosco orror n'è vinto.
Quivi scintilla con ceruleo lume
il celeste zafiro ed il giacinto;
vi fiammeggia il carbonchio, e luce il saldo
diamante, e lieto ride il bel smeraldo.
40 Stupidi i guerrier vanno e ne le nove
cose sí tutto il lor pensier s'impiega
che non fanno alcun motto.
Al fin pur move
la voce Ubaldo e la sua scorta prega:
"Deh, padre, dinne ove noi siamo ed ove
ci guidi, e tua condizion ne spiega,
ch'io non so se 'l ver miri o sogno od ombra,
cosí alto stupore il cor m'ingombra."
41 Risponde: "Sète voi nel grembo immenso
de la terra, che tutto in sé produce;
né già potreste penetrar nel denso
de le viscere sue senza me duce.
Vi scòrgo al mio palagio, il qual accenso
tosto vedrete di mirabil luce.
Nacqui io pagan, ma poi ne le sant'acque
rigenerarmi a Dio per grazia piacque.
42 Né in virtú fatte son d'angioli stigi
l'opere mie meravigliose e conte
(tolga Dio ch'usi note o suffumigi
per isforzar Cocito e Flegetonte),
ma spiando me 'n vo' da' lor vestigi
qual in sé virtú celi o l'erba o 'l fonte,
e gli altri arcani di natura ignoti
contemplo, e de le stelle i vari moti.
43 Però che non ognor lunge dal cielo
tra sotterranei chiostri è la mia stanza,
ma su 'l Libano spesso e su 'l Carmelo
in aerea magion fo dimoranza;
ivi spiegansi a me senza alcun velo
Venere e Marte in ogni lor sembianza,
e veggio come ogn'altra o presto o tardi
roti, o benigna o minaccievol guardi.
44 E sotto i piè mi veggio or folte or rade
le nubi, or negre ed or pinte da Iri;
e generar le pioggie e le rugiade
risguardo, e come il vento obliquo spiri,
come il folgor s'infiammi e per quai strade
tortuose in giú rispinto ei si raggiri;
scorgo comete e fochi altri sí presso
che soleva invaghir già di me stesso.
45 Di me medesmo fui pago cotanto
ch'io stimai già che 'l mio saper misura
certa fosse e infallibile di quanto
può far l'alto Fattor de la natura;
ma quando il vostro Piero al fiume santo
m'asperse il crine e lavò l'alma impura,
drizzò piú su il mio guardo, e 'l fece accorto
ch'ei per se stesso è tenebroso e corto.
46 Conobbi allor ch'augel notturno al sole
è nostra mente a i rai del primo Vero,
e di me stesso risi e de le fole
che già cotanto insuperbir mi fèro;
ma pur seguito ancor, come egli vòle,
le solite arti e l'uso mio primiero.
Ben son in parte altr'uom da quel ch'io fui,
ch'or da lui pendo e mi rivolgo a lui,
47 e in lui m'acqueto.
Egli comanda e insegna,
mastro insieme e signor sommo e sovrano,
né già per nostro mezzo oprar disdegna
cose degne talor de la sua mano.
Or sarà cura mia ch'al campo vegna
l'invitto eroe dal suo carcer lontano,
ch'ei la m'impose; e già gran tempo aspetto
il venir vostro, a me per lui predetto."
48 Cosí con lor parlando, al loco viene
ov'egli ha il suo soggiorno e 'l suo riposo.
Questo è in forma di speco e in sé contiene
camare e sale, grande e spazioso.
E ciò che nudre entro le ricche vene
di piú chiaro la terra e prezioso,
splende ivi tutto; ed ei n'è in guisa ornato
ch'ogni suo fregio è non fatto, ma nato.
49 Non mancàr qui cento ministri e cento
che accorti e pronti a servir gli osti foro,
né poi in mensa magnifica d'argento
mancàr gran vasi e di cristallo e d'oro;
ma quando sazio il natural talento
fu de' cibi e la sete estinta in loro:
"Tempo è ben" disse a i cavalieri il mago
"che 'l maggior desir vostro omai sia pago."
50 Quivi ricominciò: "L'opre e le frodi
note in parte a voi son de l'empia Armida:
come ella al campo venne, e con quai modi
molti guerrier ne trasse e lor fu guida.
Sapete ancor che di tenaci nodi
gli avinse poscia, albergatrice infida,
e ch'indi a Gaza gli inviò con molti
custodi, e che tra via furon disciolti.
51 Or vi narrerò quel ch'appresso occorse,
vera istoria da voi non anco intesa.
Poi che la maga rea vide ritòrse
la preda sua, già con tant'arte presa,
ambe le mani per dolor si morse
e fra sé disse di disdegno accesa:
"Ah! vero unqua non fia che d'aver tanti
miei prigion liberati egli si vanti.
52 Se gli altri sciolse, ei serva ed ei sostegna
le pene altrui serbate e 'l lungo affanno;
né questo anco mi basta: i' vo' che vegna
su gli altri tutti universale il danno."
Cosí tra sé dicendo, ordir disegna
questo ch'or udirete iniquo inganno.
Viensene al loco ove Rinaldo vinse
in pugna i suoi guerrieri, e parte estinse.
53 Quivi egli avendo l'arme sue deposto,
indosso quelle d'un pagan si pose;
forse perché bramava irsene ascosto
sotto insegne men note e men famose.
Prese l'armi la maga, e in esse tosto
un tronco busto avolse e poi l'espose;
l'espose in ripa a un fiume ove doveva
stuol de' Franchi arrivar, e 'l prevedeva.
54 E questo antiveder potea ben ella
che mandar mille spie solea d'intorno,
onde spesso del campo avea novella
e s'altri indi partiva o fea ritorno;
oltre che con gli spirti anco favella
sovente, e fa con lor lungo soggiorno.
Collocò dunque il corpo morto in parte
molto opportuna a sua ingannevol arte.
55 Non lunge un sagacissimo valletto
pose, di panni pastorai vestito,
e impose lui ciò ch'esser fatto o detto
fintamente doveva; e fu essequito.
Questi parlò co' vostri, e di sospetto
sparse quel seme in lor ch'indi nutrito
fruttò risse e discordie, e quasi al fine
sediziose guerre e cittadine.
56 Ché fu, com'ella disegnò, creduto
per opra del Buglion Rinaldo ucciso,
benché alfine il sospetto a torto avuto
del ver si dileguasse al primo aviso.
Cotal d'Armida l'artificio astuto
primieramente fu qual io diviso.
Or udirete ancor come seguisse
poscia Rinaldo, e quel ch'indi avenisse.
57 Qual cauta cacciatrice, Armida aspetta
Rinaldo al varco.
Ei su l'Oronte giunge,
ove un rio si dirama e, un'isoletta
formando, tosto a lui si ricongiunge;
e 'n su la riva una colonna eretta
vede, e un picciol battello indi non lunge.
Fisa egli tosto gli occhi al bel lavoro
del bianco marmo e legge in lettre d'oro:
58 "O chiunque tu sia, che voglia o caso
peregrinando adduce a queste sponde,
meraviglie maggior l'orto o l'occaso
non ha di ciò che l'isoletta asconde.
Passa, se vuoi vederla." È persuaso
tosto l'incauto a girne oltra quell'onde;
e perché mal capace era la barca,
gli scudieri abbandona ed ei sol varca.
59 Come è là giunto, cupido e vagante
volge intorno lo sguardo, e nulla vede
fuor ch'antri ed acque e fiori ed erbe e piante,
onde quasi schernito esser si crede;
ma pur quel loco è cosí lieto e in tante
guise l'alletta ch'ei si ferma e siede,
e disarma la fronte e la ristaura
al soave spirar di placid'aura.
60 Il fiume gorgogliar fra tanto udio
con novo suono, e là con gli occhi corse,
e mover vide un'onda in mezzo al rio
che in se stessa si volse e si ritorse;
e quinci alquanto d'un crin biondo uscio,
e quinci di donzella un volto sorse,
e quinci il petto e le mammelle, e de la
sua forma infin dove vergogna cela.
61 Cosí dal palco di notturna scena
o ninfa o dea, tarda sorgendo, appare.
Questa, benché non sia vera sirena
ma sia magica larva, una ben pare
di quelle che già presso a la tirrena
piaggia abitàr l'insidioso mare;
né men ch'in viso bella, in suono è dolce,
e cosí canta, e 'l cielo e l'aure molce:
62 `O giovenetti, mentre aprile e maggio
v'ammantan di fiorite e verdi spoglie,
di gloria e di virtú fallace raggio
la tenerella mente ah non v'invoglie!
Solo chi segue ciò che piace è saggio,
e in sua stagion de gli anni il frutto coglie.
Questo grida natura.
Or dunque voi
indurarete l'alma a i detti suoi?
63 Folli, perché gettate il caro dono,
che breve è sí, di vostra età novella?
Nome, e senza soggetto idoli sono
ciò che pregio e valore il mondo appella.
La fama che invaghisce a un dolce suono
voi superbi mortali, e par sí bella,
è un'ecco, un sogno, anzi del sogno un'ombra,
ch'ad ogni vento si dilegua e sgombra.
64 Goda il corpo sicuro, e in lieti oggetti
l'alma tranquilla appaghi i sensi frali;
oblii le noie andate, e non affretti
le sue miserie in aspettando i mali.
Nulla curi se 'l ciel tuoni o saetti,
minacci egli a sua voglia e infiammi strali.
Questo è saver, questa è felice vita:
sí l'insegna natura e sí l'addita.'
65 Sí canta l'empia, e 'l giovenetto al sonno
con note invoglia sí soavi e scórte.
Quel serpe a poco a poco, e si fa donno
sovra i sensi di lui possente e forte;
né i tuoni omai destar, non ch'altri, il ponno
da quella queta imagine di morte.
Esce d'aguato allor la falsa maga
e gli va sopra, di vendetta vaga.
66 Ma quando in lui fissò lo sguardo e vide
come placido in vista egli respira,
e ne' begli occhi un dolce atto che ride,
benché sian chiusi (or che fia s'ei li gira?),
pria s'arresta sospesa, e gli s'asside
poscia vicina, e placar sente ogn'ira
mentre il risguarda; e 'n su la vaga fronte
pende omai sí che par Narciso al fonte.
67 E quei ch'ivi sorgean vivi sudori
accoglie lievemente in un suo velo,
e con un dolce ventillar gli ardori
gli va temprando de l'estivo cielo.
Cosí (chi 'l crederia?) sopiti ardori
d'occhi nascosi distempràr quel gelo
che s'indurava al cor piú che diamante,
e di nemica ella divenne amante.
68 Di ligustri, di gigli e de le rose
le quai fiorian per quelle piaggie amene,
con nov'arte congiunte, indi compose
lente ma tenacissime catene.
Queste al collo, a le braccia, a i piè gli pose:
cosí l'avinse e cosí preso il tiene;
quinci, mentre egli dorme, il fa riporre
sovra un suo carro, e ratta il ciel trascorre.
69 Né già ritorna di Damasco al regno,
né dove ha il suo castello in mezzo a l'onde;
ma ingelosita di sí caro pegno,
e vergognosa del suo amor, s'asconde
ne l'oceano immenso, ove alcun legno
rado, o non mai, va de le nostre sponde,
fuor tutti i nostri lidi; e quivi eletta
per solinga sua stanza è un'isoletta.
70 Un'isoletta la qual nome prende
con le vicine sue da la Fortuna.
Quinci ella in cima a una montagna ascende
disabitata e d'ombre oscura e bruna,
e per incanto a lei nevose rende
le spalle e i fianchi, e senza neve alcuna