GERUSALEMME LIBERATA, di Torquato Tasso - pagina 41
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40 A voi per grazia e sovra l'arte e l'uso
de' naviganti ir per quest'acque è dato,
e ridurlo del mondo a l'altro lato.
Tanto vi basti, e l'aspirar piú suso
superbir fòra e calcitrar co 'l fato."
Qui tacque, e già parea piú bassa farsi
l'isola prima e la seconda alzarsi.
41 Ella mostrando gía ch'a l'oriente
tutte con ordin lungo eran dirette,
e che largo è fra lor quasi egualmente
quello spazio di mar che si framette.
Pònsi veder d'abitatrice gente
case e culture ed altri segni in sette;
tre deserte ne sono, e v'han le belve
securissima tana in monti e in selve.
42 Luogo è in una de l'erme assai riposto,
ove si curva il lido e in fuori stende
due larghe corna, e fra lor tiene ascosto
un ampio sen, e porto un scoglio rende,
ch'a lui la fronte e 'l tergo a l'onda ha opposto
che vien da l'alto e la respinge e fende.
S'inalzan quinci e quindi, e torreggianti
fan due gran rupi segno a' naviganti.
43 Tacciono sotto i mar securi in pace
sovra ha di negre selve opaca scena,
e 'n mezzo d'esse una spelonca giace,
d'edera e d'ombre e di dolci acque amena.
Fune non lega qui, né co 'l tenace
morso le stanche navi ancora frena.
La donna in sí solinga e queta parte
entrava, e raccogliea le vele sparte.
44 "Mirate" disse poi "quell'alta mole
ch'a quel gran monte in su la cima siede.
Quivi fra cibi ed ozio e scherzi e fole
torpe il campion de la cristiana fede.
Voi con la guida del nascente sole
su per quell'erto moverete il piede;
né vi gravi il tardar, però che fòra,
se non la matutina, infausta ogn'ora.
45 Ben co 'l lume del dí ch'anco riluce
insino al monte andar per voi potrassi."
Essi al congedo de la nobil duce
poser nel lido desiato i passi,
e ritrovàr la via ch'a lui conduce
agevol sí ch'i piè non ne fur lassi;
ma quando v'arrivàr, da l'oceano
era il carro di Febo anco lontano.
46 Veggion che per dirupi e fra ruine
s'ascende a la sua cima alta e superba,
e ch'è fin là di nevi e di pruine
sparsa ogni strada: ivi ha poi fiori ed erba.
Presso al canuto mento il verde crine
frondeggia, e 'l ghiaccio fede a i gigli serba
ed a le rose tenere: cotanto
puote sovra natura arte d'incanto.
47 I duo guerrier, in luogo ermo e selvaggio
chiuso d'ombre, fermàrsi a piè del monte;
e come il ciel rigò co 'l novo raggio
il sol, de l'aurea luce eterno fonte:
"Su su" gridaro entrambi, e 'l lor viaggio
ricominciàr con voglie ardite e pronte.
Ma esce non so donde, e s'attraversa
fèra serpendo orribile e diversa.
48 Inalza d'oro squallido squamose
le creste e 'l capo, e gonfia il collo d'ira,
arde ne gli occhi, e le vie tutte ascose
tien sotto il ventre, e tòsco e fumo spira;
or rientra in se stessa, or le nodose
ruote distende, e sé dopo sé tira.
Tal s'appresenta a la solita guarda,
né però de' guerrieri i passi tarda.
49 Già Carlo il ferro stringe e 'l serpe assale,
ma l'altro grida a lui: "Che fai? che tente?
per isforzo di man, con arme tale
vincer avisi il difensor serpente?"
Egli scote la verga aurea immortale
sí che la belva il sibilar ne sente,
e impaurita al suon, fuggendo ratta,
lascia quel varco libero e s'appiatta.
50 Piú suso alquanto il passo a lor contende
fero leon che rugge e torvo guata,
e i velli arrizza, e le caverne orrende
de la bocca vorace apre e dilata.
Si sferza con la coda e l'ire accende,
ma non è pria la verga a lui mostrata
ch'un secreto spavento al cor gli agghiaccia
l'ira e 'l nativo orgoglio, e 'n fuga il caccia.
51 Segue la coppia il suo camin veloce,
ma formidabile oste han già davante
di guerrieri animai, vari di voce,
vari di moto, vari di sembiante.
Ciò che di mostruoso e di feroce
erra fra 'l Nilo e i termini d'Atlante
par qui tutto raccolto, e quante belve
l'Ercinia ha in sen, quante l'ircane selve.
52 Ma pur sí fero essercito e sí grosso
non vien che lor respinga o che resista,
anzi (miracol novo) in fuga è mosso
da un picciol fischio e da una breve vista.
La coppia omai vittoriosa il dosso
de la montagna senza intoppo acquista,
se non se in quanto il gelido e l'alpino
de le rigide vie tarda il camino.
53 Ma poi che già le nevi ebber varcate
e superato il discosceso e l'erto,
un bel tepido ciel di dolce state
trovaro, e 'l pian su 'l monte ampio ed aperto.
Aure fresche mai sempre ed odorate
vi spiran con tenor stabile e certo,
né i fiati lor, sí come altrove sòle;
sopisce o desta, ivi girando, il sole;
54 né, come altrove suol, ghiacci ed ardori
nubi e sereni a quelle piaggie alterna,
ma il ciel di candidissimi splendori
sempre s'ammanta e non s'infiamma o verna,
e nudre a i prati l'erba, a l'erba i fiori,
a i fior l'odor, l'ombra a le piante eterna.
Siede su 'l lago e signoreggia intorno
i monti e i mari il bel palagio adorno.
55 I cavalier per l'alta aspra salita
sentiansi alquanto affaticati e lassi,
onde ne gian per quella via fiorita
lenti or movendo ed or fermando i passi.
Quando ecco un fonte, che a bagnar gli invita
l'asciutte labbia, alto cader da' sassi
e da una larga vena, e con ben mille
zampilletti spruzzar l'erbe di stille.
56 Ma tutta insieme poi tra verdi sponde
in profondo canal l'acqua s'aduna,
e sotto l'ombra di perpetue fronde
mormorando se 'n va gelida e bruna,
ma trasparente sí che non asconde
de l'imo letto suo vaghezza alcuna;
e sovra le sue rive alta s'estolle
l'erbetta, e vi fa seggio fresco e molle.
57 "Ecco il fonte del riso, ed ecco il rio
che mortali perigli in sé contiene.
Or qui tener a fren nostro desio
ed esser cauti molto a noi conviene:
chiudiam l'orecchie al dolce canto e rio
di queste del piacer false sirene,
cosí n'andrem fin dove il fiume vago
si spande in maggior letto e forma un lago."
58 Quivi de' cibi preziosa e cara
apprestata è una mensa in su le rive,
e scherzando se 'n van per l'acqua chiara
due donzellette garrule e lascive,
ch'or si spruzzano il volto, or fanno a gara
chi prima a un segno destinato arrive.
Si tuffano talor, e 'l capo e 'l dorso
scoprono alfin dopo il celato corso.
59 Mosser le natatrici ignude e belle
de' duo guerrieri alquanto i duri petti,
sí che fermàrsi a riguardarle; ed elle
seguian pur i lor giochi e i lor diletti.
Una intanto drizzossi, e le mammelle
e tutto ciò che piú la vista alletti
mostrò dal seno in suso, aperto al cielo;
e 'l lago a l'altre membra era un bel velo.
60 Qual matutina stella esce de l'onde
rugiadosa e stillante, o come fuore
spuntò nascendo già da le feconde
spume de l'ocean la dea d'amore,
tal apparve costei, tal le sue bionde
chiome stillavan cristallino umore.
Poi girò gli occhi, e pur allor s'infinse
que' duo vedere e in sé tutta si strinse;
61 e 'l crin, ch'in cima al capo avea raccolto
in un sol nodo, immantinente sciolse,
che lunghissimo in giú cadendo e folto
d'un aureo manto i molli avori involse.
Oh che vago spettacolo è lor tolto!
ma non men vago fu chi loro il tolse.
Cosí da l'acque e da' capelli ascosa
a lor si volse lieta e vergognosa.
62 Rideva insieme e insieme ella arrossia,
ed era nel rossor piú bello il riso
e nel riso il rossor che le copria
insino al mento il delicato viso.
Mosse la voce poi sí dolce e pia
che fòra ciascun altro indi conquiso:
"Oh fortunati peregrin, cui lice
giungere in questa sede alma e felice!
63 Questo è il porto del mondo; e qui è il ristoro
de le sue noie, e quel piacer si sente
che già sentí ne' secoli de l'oro
l'antica e senza fren libera gente.
L'arme, che sin a qui d'uopo vi foro,
potete omai depor securamente
e sacrarle in quest'ombra a la quiete,
ché guerrier qui solo d'Amor sarete,
64 e dolce campo di battaglia il letto
fiavi e l'erbetta morbida de' prati.
Noi menarenvi anzi il regale aspetto
di lei che qui fa i servi suoi beati,
che v'accorrà nel bel numero eletto
di quei ch'a le sue gioie ha destinati.
Ma pria la polve in queste acque deporre
vi piaccia, e 'l cibo a quella mensa tòrre."
65 L'una disse cosí, l'altra concorde
l'invito accompagnò d'atti e di sguardi,
sí come al suon de le canore corde
s'accompagnano i passi or presti or tardi.
Ma i cavalieri hanno indurate e sorde
l'alme a que' vezzi perfidi e bugiardi,
e 'l lusinghiero aspetto e 'l parlar dolce
di fuor s'aggira e solo i sensi molce.
66 E se di tal dolcezza entro trasfusa
parte penètra onde il desio germoglie,
tosto ragion ne l'arme sue rinchiusa
sterpa e riseca le nascenti voglie.
L'una coppia riman vinta e delusa,
l'altra se 'n va, né pur congedo toglie.
Essi entràr nel palagio, esse ne l'acque
tuffàrsi: la repulsa a lor sí spiacque.
CANTO SEDICESIMO
1 Tondo è il ricco edificio, e nel piú chiuso
grembo di lui, ché quasi centro al giro,
un giardin v'ha ch'adorno è sovra l'uso
di quanti piú famosi unqua fioriro.
D'intorno inosservabile e confuso
ordin di loggie i demon fabri ordiro,
e tra le oblique vie di quel fallace
ravolgimento impenetrabil giace.
2 Per l'entrata maggior (però che cento
l'ampio albergo n'avea) passàr costoro.
Le porte qui d'effigiato argento
su i cardini stridean di lucid'oro.
Fermàr ne le figure il guardo intento,
ché vinta la materia è dal lavoro:
manca il parlar, di vivo altro non chiedi;
né manca questo ancor, s'a gli occhi credi.
3 Mirasi qui fra le meonie ancelle
favoleggiar con le conocchia Alcide.
Se l'inferno espugnò, resse le stelle,
or torce il fuso; Amor se 'l guarda, e ride.
Mirasi Iole con la destra imbelle
per ischerno trattar l'armi omicide;
e indosso ha il cuoio del leon, che sembra
ruvido troppo a sí tenere membra.
4 D'incontra è un mare, e di canuto flutto
vedi spumanti i suoi cerulei campi.
Vedi nel mezzo un doppio ordine instrutto
di navi e d'arme, e uscir da l'arme i lampi.
D'oro fiammeggia l'onda, e par che tutto
d'incendio marzial Leucate avampi.
Quinci Augusto i Romani, Antonio quindi
trae l'Oriente: Egizi, Arabi ed Indi.
5 Svelte notar le Cicladi diresti
per l'onde, e i monti co i gran monti urtarsi;
l'impeto è tanto, onde quei vanno e questi
co' legni torreggianti ad incontrarsi.
Già volàr faci e dardi, e già funesti
sono di nova strage i mari sparsi.
Ecco (né punto ancor la pugna inchina)
ecco fuggir la barbara reina.
6 E fugge Antonio, e lasciar può la speme
de l'imperio del mondo ov'egli aspira.
Non fugge no, non teme il fier, non teme,
ma segue lei che fugge e seco il tira.
Vedresti lui, simile ad uom che freme
d'amore a un tempo e di vergogna e d'ira,
mirar alternamente or la crudele
pugna ch'è in dubbio, or le fuggenti vele.
7 Ne le latebre poi del Nilo accolto
attender par in grembo a lei la morte,
e nel piacer d'un bel leggiadro volto
sembra che 'l duro fato egli conforte.
Di cotai segni variato e scolto
era il metallo de le regie porte.
I due guerrier, poi che dal vago obietto
rivolser gli occhi, entràr nel dubbio tetto.
8 Qual Meandro fra rive oblique e incerte
scherza e con dubbio corso or cala or monta,
queste acque a i fonti e quelle al mar converte,
e mentre ei vien, sé che ritorna affronta,
tali e piú inestricabili conserte
son queste vie, ma il libro in sé le impronta
(il libro, don del mago) e d'esse in modo
parla che le risolve, e spiega il nodo.
9 Poi che lasciàr gli aviluppati calli,
in lieto aspetto il bel giardin s'aperse:
acque stagnanti, mobili cristalli,
fior vari e varie piante, erbe diverse,
apriche collinette, ombrose valli,
selve e spelonche in una vista offerse;
e quel che 'l bello e 'l caro accresce a l'opre,
l'arte, che tutto fa, nulla si scopre.
10 Stimi (sí misto il culto è co 'l negletto)
sol naturali e gli ornamenti e i siti.
Di natura arte par, che per diletto
l'imitatrice sua scherzando imiti.
L'aura, non ch'altro, è de la maga effetto,
l'aura che rende gli alberi fioriti:
co' fiori eterni eterno il frutto dura,
e mentre spunta l'un, l'altro matura.
11 Nel tronco istesso e tra l'istessa foglia
sovra il nascente fico invecchia il fico;
pendono a un ramo, un con dorata spoglia,
l'altro con verde, il novo e 'l pomo antico;
lussureggiante serpe alto e germoglia
la torta vite ov'è piú l'orto aprico:
qui l'uva ha in fiori acerba, e qui d'or l'have
e di piropo e già di nèttar grave.
12 Vezzosi augelli infra le verdi fronde
temprano a prova lascivette note;
mormora l'aura, e fa le foglie e l'onde
garrir che variamente ella percote.
Quando taccion gli augelli alto risponde,
quando cantan gli augei piú lieve scote;
sia caso od arte, or accompagna, ed ora
alterna i versi lor la musica òra.
13 Vola fra gli altri un che le piume ha sparte
di color vari ed ha purpureo il rostro,
e lingua snoda in guisa larga, e parte
la voce sí ch'assembra il sermon nostro.
Questi ivi allor continovò con arte
tanta il parlar che fu mirabil mostro.
Tacquero gli altri ad ascoltarlo intenti,
e fermaro i susurri in aria i venti.
14 "Deh mira" egli cantò "spuntar la rosa
dal verde suo modesta e verginella,
che mezzo aperta ancora e mezzo ascosa,
quanto si mostra men, tanto è piú bella.
Ecco poi nudo il sen già baldanzosa
dispiega; ecco poi langue e non par quella,
quella non par che desiata inanti
fu da mille donzelle e mille amanti.
15 Cosí trapassa al trapassar d'un giorno
de la vita mortale il fiore e 'l verde;
né perché faccia indietro april ritorno,
si rinfiora ella mai, né si rinverde.
Cogliam la rosa in su 'l mattino adorno
di questo dí, che tosto il seren perde;
cogliam d'amor la rosa: amiamo or quando
esser si puote riamato amando."
16 Tacque, e concorde de gli augelli il coro,
quasi approvando, il canto indi ripiglia.
Raddoppian le colombe i baci loro,
ogni animal d'amar si riconsiglia;
par che la dura quercia e 'l casto alloro
e tutta la frondosa ampia famiglia,
par che la terra e l'acqua e formi e spiri
dolcissimi d'amor sensi e sospiri.
17 Fra melodia sí tenera, fra tante
vaghezze allettatrici e lusinghiere,
va quella coppia, e rigida e costante
se stessa indura a i vezzi del piacere.
Ecco tra fronde e fronde il guardo inante
penetra e vede, o pargli di vedere,
vede pur certo il vago e la diletta,
ch'egli è in grembo a la donna, essa a l'erbetta.
18 Ella dinanzi al petto ha il vel diviso,
e 'l crin sparge incomposto al vento estivo;
langue per vezzo, e 'l suo infiammato viso
fan biancheggiando i bei sudor piú vivo:
qual raggio in onda, le scintilla un riso
ne gli umidi occhi tremulo e lascivo.
Sovra lui pende; ed ei nel grembo molle
le posa il capo, e 'l volto al volto attolle,
19 e i famelici sguardi avidamente
in lei pascendo si consuma e strugge.
S'inchina, e i dolci baci ella sovente
liba or da gli occhi e da le labra or sugge,
ed in quel punto ei sospirar si sente
profondo sí che pensi: "Or l'alma fugge
e 'n lei trapassa peregrina." Ascosi
mirano i due guerrier gli atti amorosi.
20 Dal fianco de l'amante (estranio arnese)
un cristallo pendea lucido e netto.
Sorse, e quel fra le mani a lui sospese
a i misteri d'Amor ministro eletto.
Con luci ella ridenti, ei con accese,
mirano in vari oggetti un solo oggetto:
ella del vetro a sé fa specchio, ed egli
gli occhi di lei sereni a sé fa spegli.
21 L'uno di servitú, l'altra d'impero
si gloria, ella in se stessa ed egli in lei.
"Volgi," dicea "deh volgi" il cavaliero
"a me quegli occhi onde beata bèi,
ché son, se tu no 'l sai, ritratto vero
de le bellezze tue gli incendi miei;
la forma lor, la meraviglia a pieno
piú che il cristallo tuo mostra il mio seno.
22 Deh! poi che sdegni me, com'egli è vago
mirar tu almen potessi il proprio volto;
ché il guardo tuo, ch'altrove non è pago,
gioirebbe felice in sé rivolto.
Non può specchio ritrar sí dolce imago,
né in picciol vetro è un paradiso accolto:
specchio t'è degno il cielo, e ne le stelle
puoi riguardar le tue sembianze belle."
23 Ride Armida a quel dir, ma non che cesse
dal vagheggiarsi e da' suoi bei lavori.
Poi che intrecciò le chiome e che ripresse
con ordin vago i lor lascivi errori,
torse in anella i crin minuti e in esse,
quasi smalto su l'or, cosparse i fiori;
e nel bel sen le peregrine rose
giunse a i nativi gigli, e 'l vel compose.
24 Né 'l superbo pavon sí vago in mostra
spiega la pompa de l'occhiute piume,
né l'iride sí bella indora e mostra
il curvo grembo e rugiadoso al lume.
Ma bel sovra ogni fregio il cinto mostra
che né pur nuda ha di lasciar costume.
Diè corpo a chi non l'ebbe, e quando il fece
tempre mischiò ch'altrui mescer non lece.
25 Teneri sdegni, e placide e tranquille
repulse, e cari vezzi, e liete paci,
sorrise parolette, e dolci stille
di pianto, e sospir tronchi, e molli baci:
fuse tai cose tutte, e poscia unille
ed al foco temprò di lente faci,
e ne formò quel sí mirabil cinto
di ch'ella aveva il bel fianco succinto.
26 Fine alfin posto al vagheggiar, richiede
a lui commiato, e 'l bacia e si diparte.
Ella per uso il dí n'esce e rivede
gli affari suoi, le sue magiche carte.
Egli riman, ch'a lui non si concede
por orma o trar momento in altra parte,
e tra le fère spazia e tra le piante,
se non quanto è con lei, romito amante.
27 Ma quando l'ombra co i silenzi amici
rappella a i furti lor gli amanti accorti
traggono le notturne ore felici
sotto un tetto medesmo entro a quegli orti.
Ma poi che vòlta a piú severi uffici
lasciò Armida il giardino e i suoi diporti,
i duo, che tra i cespugli eran celati,
scoprirsi a lui pomposamente armati.
28 Qual feroce destrier ch'al faticoso
onor de l'arme vincitor sia tolto,
e lascivo marito in vil riposo
fra gli armenti e ne' paschi erri disciolto,
se 'l desta o suon di tromba o luminoso
acciar, colà tosto annitrendo è vòlto,
già già brama l'arringo e, l'uom su 'l dorso
portando, urtato riurtar nel corso;
29 tal si fece il garzon, quando repente
de l'arme il lampo gli occhi suoi percosse.
Quel sí guerrier, quel sí feroce ardente
suo spirto a quel fulgor tutto si scosse,
benché tra gli agi morbidi languente,
e tra i piaceri ebro e sopito ei fosse.
Intanto Ubaldo oltra ne viene, e 'l terso
adamantino scudo ha in lui converso.
30 Egli al lucido scudo il guardo gira,
onde si specchia in lui qual siasi e quanto
con delicato culto adorno; spira
tutto odori e lascivie il crine e 'l manto,
e 'l ferro, il ferro aver, non ch'altro, mira
dal troppo lusso effeminato a canto:
guernito è sí ch'inutile ornamento
sembra, non militar fero instrumento.
31 Qual uom da cupo e grave sonno oppresso
dopo vaneggiar lungo in sé riviene,
tal ei tornò nel rimirar se stesso,
ma se stesso mirar già non sostiene;
giú cade il guardo, e timido e dimesso,
guardando a terra, la vergogna il tiene.
Si chiuderebbe e sotto il mare e dentro
il foco per celarsi, e giú nel centro.
32 Ubaldo incominciò parlando allora:
"Va l'Asia tutta e va l'Europa in guerra:
chiunque e pregio brama e Cristo adora
travaglia in arme or ne la siria terra.
Te solo, o figlio di Bertoldo, fuora
del mondo, in ozio, un breve angolo serra;
te sol de l'universo il moto nulla
move, egregio campion d'una fanciulla.
33 Qual sonno o qual letargo ha sí sopita
la tua virtute? o qual viltà l'alletta?
Su su; te il campo e te Goffredo invita,
te la fortuna e la vittoria aspetta.
Vieni, o fatal guerriero, e sia fornita
la ben comincia impresa; e l'empia setta,
che già crollasti, a terra estinta cada
sotto l'inevitabile tua spada."
34 Tacque, e 'l nobil garzon restò per poco
spazio confuso e senza moto e voce.
Ma poi che diè vergogna a sdegno loco,
sdegno guerrier de la ragion feroce,
e ch'al rossor del volto un novo foco
successe, che piú avampa e che piú coce,
squarciossi i vani fregi e quelle indegne
pompe, di servitú misera insegne;
35 ed affrettò il partire, e de la torta
confusione uscí del labirinto.
Intanto Armida de la regal porta
mirò giacere il fier custode estinto.
Sospettò prima, e si fu poscia accorta
ch'era il suo caro al dipartirsi accinto;
e 'l vide (ahi fera vista!) al dolce albergo
dar, frettoloso, fuggitivo il tergo.
36 Volea gridar: "Dove, o crudel, me sola
lasci?", ma il varco al suon chiuse il dolore,
sí che tornò la flebile parola
piú amara indietro a rimbombar su 'l core.
Misera! i suoi diletti ora le invola
forza e saper, del suo saper maggiore.
Ella se 'l vede, e invan pur s'argomenta
di ritenerlo e l'arti sue ritenta.
37 Quante mormorò mai profane note
tessala maga con la bocca immonda,
ciò ch'arrestar può le celesti rote
e l'ombre trar de la prigion profonda,
sapea ben tutte, e pur oprar non pote
ch'almen l'inferno al suo parlar risponda.
Lascia gli incanti, e vuol provar se vaga
e supplice beltà sia miglior maga.
38 Corre, e non ha d'onor cura o ritegno.
Ahi! dove or sono i suoi trionfi e i vanti?
Costei d'Amor, quanto egli è grande, il regno
volse e rivolse sol co 'l cenno inanti,
e cosí pari al fasto ebbe lo sdegno,
ch'amò d'essere amata, odiò gli amanti;
sé gradí sola, e fuor di sé in altrui
sol qualche effetto de' begli occhi sui.
39 Or negletta e schernita in abbandono
rimase, segue pur chi fugge e sprezza;
e procura adornar co' pianti il dono
rifiutato per sé di sua bellezza.
Vassene, ed al piè tenero non sono
quel gelo intoppo e quella alpina asprezza;
e invia per messaggieri inanzi i gridi,
né giunge lui pria ch'ei sia giunto a i lidi.
40 Forsennata gridava: "O tu che porte
parte teco di me, parte ne lassi,
o prendi l'una o rendi l'altra, o morte
dà insieme ad ambe: arresta, arresta i passi,
sol che ti sian le voci ultime porte;
non dico i baci, altra piú degna avrassi
quelli da te.
Che temi, empio, se resti?
Potrai negar, poi che fuggir potesti."
41 Dissegli Ubaldo allor: "Già non conviene
che d'aspettar costei, signor, ricusi;
di beltà armata e de' suoi preghi or viene,
dolcemente nel pianto amaro infusi.
Qual piú forte di te, se le sirene
vedendo ed ascoltando a vincer t'usi?
cosí ragion pacifica reina
de' sensi fassi, e se medesma affina."
42 Allor ristette il cavaliero, ed ella
sovragiunse anelante e lagrimosa:
dolente sí che nulla piú, ma bella
altrettanto però quanto dogliosa.
Lui guarda e in lui s'affisa, e non favella,
o che sdegna o che pensa o che non osa.
Ei lei non mira; e se pur mira, il guardo
furtivo volge e vergognoso e tardo.
43 Qual musico gentil, prima che chiara
altamente la voce al canto snodi,
a l'armonia gli animi altrui prepara
con dolci ricercate in bassi modi,
cosí costei, che ne la doglia amara
già tutte non oblia l'arti e le frodi,
fa di sospir breve concento in prima
per dispor l'alma in cui le voci imprima.
44 Poi cominciò: "Non aspettar ch'io preghi,
crudel, te, come amante amante deve.
Tai fummo un tempo; or se tal esser neghi,
e di ciò la memoria anco t'è greve,
come nemico almeno ascolta: i preghi
d'un nemico talor l'altro riceve.
Ben quel ch'io chieggio è tal che darlo puoi
e integri conservar gli sdegni tuoi.
45 Se m'odii, e in ciò diletto alcun tu senti,
non te 'n vengo a privar: godi pur d'esso.
Giusto a te pare, e siasi.
Anch'io le genti
cristiane odiai, no 'l nego, odiai te stesso.
Nacqui pagana, usai vari argomenti
che per me fosse il vostro imperio oppresso;
te perseguii, te presi, e te lontano
da l'arme trassi in loco ignoto e strano.
46 Aggiungi a questo ancor quel ch'a maggiore
onta tu rechi ed a maggior tuo danno:
t'ingannai, t'allettai nel nostro amore;
empia lusinga certo, iniquo inganno,
lasciarsi còrre il virginal suo fiore,
far de le sue bellezze altrui tiranno,
quelle ch'a mille antichi in premio sono
negate, offrire a novo amante in dono!
47 Sia questa pur tra le mie frodi, e vaglia
sí di tante mie colpe in te il difetto
che tu quinci ti parta e non ti caglia
di questo albergo tuo già sí diletto.
Vattene, passa il mar, pugna, travaglia,
struggi la fede nostra: anch'io t'affretto.
Che dico nostra? ah non piú mia! fedele
sono a te solo, idolo mio crudele.
48 Solo ch'io segua te mi si conceda:
picciola fra nemici anco richiesta.
Non lascia indietro il predator la preda;
va il trionfante, il prigionier non resta.
Me fra l'altre tue spoglie il campo veda
ed a l'altre tue lodi aggiunga questa,
che la tua schernitrice abbia schernito
mostrando me sprezzata ancella a dito.
49 Sprezzata ancella, a chi fo piú conserva
di questa chioma, or ch'a te fatta è vile?
Raccorcierolla: al titolo di serva
vuo' portamento accompagnar servile.
Te seguirò, quando l'ardor piú ferva
de la battaglia, entro la turba ostile.
Animo ho bene, ho ben vigor che baste
a condurti i cavalli, a portar l'aste.
50 Sarò qual piú vorrai scudiero o scudo:
non fia ch'in tua difesa io mi risparmi.
Per questo sen, per questo collo ignudo,
pria che giungano a te, passeran l'armi.
Barbaro forse non sarà sí crudo
che ti voglia ferir, per non piagarmi,
condonando il piacer de la vendetta
a questa, qual si sia, beltà negletta.
51 Misera! ancor presumo? ancor mi vanto
di schernita beltà che nulla impetra?"
Volea piú dir, ma l'interruppe il pianto
che qual fonte sorgea d'alpina pietra.
Prendergli cerca allor la destra o 'l manto,
supplichevole in atto, ed ei s'arretra,
resiste e vince; e in lui trova impedita
Amor l'entrata, il lagrimar l'uscita.
52 Non entra Amor a rinovar nel seno,
che ragion congelò, la fiamma antica;
v'entra pietate in quella vece almeno,
pur compagna d'Amor, benché pudica
e lui commove in guisa tal ch'a freno
può ritener le lagrime a fatica.
Pur quel tenero affetto entro restringe,
e quanto può gli atti compone e infinge.
53 Poi le risponde: "Armida, assai mi pesa
di te; sí potess'io, come il farei,
del mal concetto ardor l'anima accesa
sgombrarti: odii non son, né sdegni i miei,
né vuo' vendetta, né rammento offesa;
né serva tu, né tu nemica sei.
Errasti, è vero, e trapassasti i modi,
ora gli amori essercitando, or gli odi;
54 ma che? son colpe umane e colpe usate:
scuso la natia legge, il sesso e gli anni.
Anch'io parte fallii; s'a me pietate
negar non vuo', non fia ch'io te condanni.
Fra le care memorie ed onorate
mi sarai ne le gioie e ne gli affanni,
sarò tuo cavalier quanto concede
la guerra d'Asia e con l'onor la fede.
55 Deh! che del fallir nostro or qui sia il fine
e di nostre vergogne omai ti spiaccia,
ed in questo del mondo ermo confine
la memoria di lor sepolta giaccia.
Sola, in Europa e ne le due vicine
parti, fra l'opre mie questa si taccia.
Deh! non voler che segni ignobil fregio
tua beltà, tuo valor, tuo sangue regio.
56 Rimanti in pace, i' vado; a te non lice
meco venir, chi mi conduce il vieta.
Rimanti, o va per altra via felice,
e come saggia i tuoi consigli acqueta."
Ella, mentre il guerrier cosí le dice,
non trova loco, torbida, inquieta;
già buona pezza in dispettosa fronte
torva riguarda, al fin prorompe a l'onte:
57 "Né te Sofia produsse e non sei nato
de l'azio sangue tu; te l'onda insana
del mar produsse e 'l Caucaso gelato,
e le mamme allattàr di tigre ircana.
Che dissimulo io piú? l'uomo spietato
pur un segno non diè di mente umana.
Forse cambiò color? forse al mio duolo
bagnò almen gli occhi o sparse un sospir solo?
58 Quali cose tralascio o quai ridico?
S'offre per mio, mi fugge e m'abbandona;
quasi buon vincitor, di reo nemico
oblia le offese, i falli aspri perdona.
Odi come consiglia! odi il pudico
Senocrate d'amor come ragiona!
O Cielo, o dèi, perché soffrir questi empi
fulminar poi le torri e i vostri tèmpi?
59 Vattene pur, crudel, con quella pace
che lasci a me; vattene, iniquo, omai.
Me tosto ignudo spirto, ombra seguace
indivisibilmente a tergo avrai.
Nova furia, co' serpi e con la face
tanto t'agiterò quanto t'amai.
E s'è destin ch'esca del mar, che schivi
gli scogli e l'onde e che a la pugna arrivi,
60 là tra 'l sangue e le morti egro giacente
mi pagherai le pene, empio guerriero.
Per nome Armida chiamerai sovente
ne gli ultimi singulti: udir ciò spero."
Or qui mancò lo spirto a la dolente,
né quest'ultimo suono espresse intero;
e cadde tramortita e si diffuse
di gelato sudore, e i lumi chiuse.
61 Chiudesti i lumi, Armida; il Cielo avaro
invidiò il conforto ai tuoi martiri.
Apri, misera, gli occhi; il pianto amaro
ne gli occhi al tuo nemico or ché non miri?
Oh s'udir tu 'l potessi, oh come caro
t'addolcirebbe il suon de' suoi sospiri!
Dà quanto ei pote, e prende (e tu no 'l credi!)
pietoso in vista gli ultimi congedi.
62 Or che farà? dée su l'ignuda arena
costei lasciar cosí tra viva e morta?
Cortesia lo ritien, pietà l'affrena,
dura necessità seco ne 'l porta.
Parte, e di lievi zefiri è ripiena
la chioma di colei che gli fa scorta.
Vola per l'alto mar l'aurata vela:
ei guarda il lido, e 'l lido ecco si cela.
63 Poi ch'ella in sé tornò, deserto e muto
quanto mirar poté d'intorno scorse.
"Ito se n'è pur," disse "ed ha potuto
me qui lasciar de la mia vita in forse?
Né un momento indugiò, né un breve aiuto
nel caso estremo il traditor mi porse?
Ed io pur ancor l'amo, e in questo lido
invendicata ancor piango e m'assido?
64 Che fa piú meco il pianto? altr'arme, altr'arte
io non ho dunque? Ahi! seguirò pur l'empio,
né l'abisso per lui riposta parte,
né il ciel sarà per lui securo tempio.
Già 'l giungo, e 'l prendo, e 'l cor gli svello, e sparte
le membra appendo, a i dispietati essempio.
Mastro è di ferità? vuo' superarlo
ne l'arti sue...
Ma dove son? che parlo?
65 Misera Armida, allor dovevi, e degno
ben era, in quel crudele incrudelire
che tu prigion l'avesti; or tardo sdegno
t'infiamma, e movi neghittosa a l'ire.
Pur se beltà può nulla o scaltro ingegno,
non fia vòto d'effetto il mio desire.
O mia sprezzata forma, a te s'aspetta
(ché tua l'ingiuria fu) l'alta vendetta.
66 Questa bellezza mia sarà mercede
del troncator de l'essecrabil testa.
O miei famosi amanti, ecco si chiede
difficil sí da voi ma impresa onesta.
Io che sarò d'ampie ricchezze erede,
d'una vendetta in guiderdon son presta.
S'esser compra a tal prezzo indegna sono,
beltà, sei di natura inutil dono.
67 Dono infelice, io ti rifiuto; e insieme
odio l'esser reina e l'esser viva,
e l'esser nata mai; sol fa la speme
de la dolce vendetta ancor ch'io viva."
Cosí in voci interrotte irata freme
e torce il piè da la deserta riva,
mostrando ben quanto ha furor raccolto,
sparsa il crin, bieca gli occhi, accesa il volto.
68 Giunta a gli alberghi suoi chiamò trecento
con lingua orrenda deità d'Averno.
S'empie il ciel d'atre nubi, e in un momento
impallidisce il gran pianeta eterno,
e soffia e scote i gioghi alpestri il vento.
Ecco già sotto i piè mugghiar l'inferno:
quanto gira il palagio udresti irati
sibili ed urli e fremiti e latrati.
69 Ombra piú che di notte, in cui di luce
raggio misto non è, tutto il circonda,
se non se in quanto un lampeggiar riluce
per entro la caligine profonda.
Cessa al fin l'ombra, e i raggi il sol riduce
pallidi; né ben l'aura anco è gioconda,
né piú il palagio appar, né pur le sue
vestigia, né dir puossi: "Egli qui fue."
70 Come imagin talor d'immensa mole
forman nubi ne l'aria e poco dura,
ché 'l vento la disperde o solve il sole,
come sogno se 'n va ch'egro figura,
cosí sparver gli alberghi, e restàr sole
l'alpe e l'orror che fece ivi natura.
Ella su 'l carro suo, che presto aveva,
s'assise, e come ha in uso al ciel si leva.
71 Calca le nubi e tratta l'aure a volo,
cinta di nembi e turbini sonori,
passa i lidi soggetti a l'altro polo
e le terre d'ignoti abitatori;
passa d'Alcide i termini, né 'l suolo
appressa de gli Espèri o quel de' Mori,
ma su i mari sospeso il corso tiene
insin che a i lidi di Soria perviene.
72 Quinci a Damasco non s'invia, ma schiva
il già sí caro de la patria aspetto,
e drizza il carro a l'infecondo riva
ove è tra l'onde il suo castello eretto.
Qui giunta, i servi e le donzelle priva
di sua presenza e sceglie ermo ricetto;
e fra vari pensier dubbia s'aggira,
ma tosto cede la vergogna a l'ira.
73 "Io n'andrò pur," dice ella "anzi che l'armi
de l'Oriente il re d'Egitto mova.
Ritentar ciascun'arte e trasmutarmi
in ogni forma insolita mi giova,
trattar l'arco e la spada, e serva farmi
de' piú potenti e concitargli a prova:
pur che le mie vendette io veggia in parte,
il rispetto e l'onor stiasi in disparte.
74 Non accusi già me, biasmi se stesso
il mio custode e zio che cosí volse.
Ei l'alma baldanzosa e 'l fragil sesso
a i non debiti uffici in prima volse;
esso mi fé donna vagante, ed esso
spronò l'ardire e la vergogna sciolse:
tutto si rechi a lui ciò che d'indegno
fei per amore o che farò per sdegno."
75 Cosí risolse, e cavalieri e donne,
paggi e sergenti frettolosa aduna;
e ne' superbi arnesi e ne le gonne
l'arte dispiega e la regal fortuna,
e in via si pone; e non è mai ch'assonne
o che si posi al sole od a la luna,
sin che non giunge ove le schiere amiche
copria di Gaza le campagne apriche.
CANTO DICIASSETTESIMO
1 Gaza è città de la Giudea nel fine,
su quella via ch'invèr Pelusio mena,
posta in riva del mare, ed ha vicine
immense solitudini d'arena,
le quai, come Austro suol l'onde marine,
mesce il turbo spirante, onde a gran pena
ritrova il peregrin riparo o scampo
ne le tempeste de l'instabil campo.
2 Del re d'Egitto è la città frontiera,
da lui gran tempo inanzi a i Turchi tolta,
e però ch'opportuna e prossima era
a l'alta impresa ove la mente ha vòlta,
lasciando Egitto e la sua regia altera
qui traslato il gran seggio e qui raccolta
già da varie provincie insieme avea
l'innumerabil oste a l'assemblea.
3 Musa, quale stagione e qual là fosse
stato di cose or tu mi reca a mente:
qual arme il grande imperator, quai posse,
qual serva avesse e qual compagna gente,
quando del Mezzogiorno in guerra mosse
le forze e i regi e l'ultimo Oriente;
tu sol le schiere e i duci e sotto l'arme
mezzo il mondo raccolto, or puoi dettarme.
4 Poscia che ribellante al greco impero
si sottrasse l'Egitto e mutò fede,
del sangue di Macon nato un guerriero
se 'n fe' tiranno e vi fondò la sede.
Ei fu detto Califfo, e del primiero
chi n'ha lo scettro al nome anco succede.
Cosí per ordin lungo il Nilo i suoi
Faraon vide e i Tolomei dopoi.
5 Volgendo gli anni, il regno è stabilito
ed accresciuto in guisa tal che viene,
Asia e Libia ingombrando, al sirio lito
da' marmarici fini e da Cirene,
e passa a dentro incontra a l'infinito
corso del Nilo assai sovra Siene,
e quinci a le campagne inabitate
va de la sabbia e quindi al grande Eufrate.
6 A destra ed a sinistra in sé comprende
l'odorata maremma e 'l ricco mare,
e fuor de l'Eritreo molto si stende
incontra al sol che matutino appare.
L'imperio ha in sé gran forze, e piú le rende
il re ch'or lo governa illustri e chiare,
ch'è per sangue signor, ma piú per merto,
ne l'arti regie e militari esperto.
7 Questi or co' Turchi, or con le genti perse
piú guerre fe': le mosse e le respinse;
fu perdente e vincente, e ne le averse
fortune fu maggior che quando vinse.
Poi che la grave età piú non sofferse
de l'armi il peso, alfin la spada scinse;
ma non depose il suo guerriero ingegno,
e d'onor il desio vasto e di regno.
8 Ancor guerreggia per ministri, ed have
tanto vigor di mente e di parole,
che de la monarchia la soma grave
non sembra a gli anni suoi soverchia mole.
Sparsa in minuti regni Africa pave
tutta al suo nome e 'l remoto Indo il cole,
e gli porge altri volontario aiuto
d'armate genti ed altri d'or tributo.
9 Tanto e sí fatto re l'arme raguna,
anzi pur adunate omai l'affretta
contra il sorgente imperio e la fortuna
franca, ne le vittorie omai sospetta.
Armida ultima vien: giunge opportuna
ne l'ora a punto a la rassegna eletta.
Fuor de le mura in spazioso campo
passa dinanzi a lui schierato il campo.
10 Egli in sublime soglio, a cui per cento
gradi eburnei s'ascende, altero siede;
e sotto l'ombra d'un gran ciel d'argento
porpora intesta d'or preme co 'l piede,
e ricco di barbarico ornamento
in abito regal splender si vede:
fan torti in mille fascie i bianchi lini
alto diadema in nova forma a i crini.
11 Lo scettro ha ne la destra e per canuta
barba appar venerabile e severo;
e da gli occhi, ch'etade ancor non muta,
spira l'ardire e 'l suo vigor primiero,
e ben da ciascun atto è sostenuta
la maestà de gli anni e de l'impero.
Apelle forse o Fidia in tal sembiante
Giove formò, ma Giove allor tonante.
12 Stannogli, a destra l'un, l'altro a sinistra,
due satrapi, i maggiori: alza il piú degno
la nuda spada, del rigor ministra,
l'altro il sigillo ha del suo ufficio in segno.
Custode un de' secreti, al re ministra
opra civil ne' grandi affar del regno,
ma prence de gli esserciti e con piena
possanza è l'altro ordinator di pena.
13 Sotto, folta corona al seggio fanno
con fedel guardia i suoi Circassi astati,
ed oltre l'aste hanno corazze ed hanno
spade lunghe e ricurve a l'un de' lati.
Cosí sedea, cosí scopria il tiranno
d'eccelsa parte i popoli adunati;
tutte a' suoi piè nel trapassar le schiere
chinan, quasi adorando, armi e bandiere.
14 Il popol de l'Egitto in ordin primo
fa di sé mostra, e quattro i duci sono:
duo de l'alto paese e duo de l'imo,
ch'è del celeste Nilo opera e dono.
Al mare usurpò il letto il fertil limo,
e rassodato al cultivar fu buono;
sí crebbe Egitto: oh quanto a dentro è posto
quel che fu lido a i naviganti esposto!
15 Nel primiero squadron appar la gente
ch'abitò d'Alessandria il ricco piano,
ch'abitò il lido vòlto a l'occidente
ch'esser comincia omai lido africano.
Araspe è il duce lor, duce potente
d'ingegno piú che di vigor di mano:
ei di furtivi aguati è mastro egregio,
e d'ogn'arte moresca in guerra ha il pregio.
16 Secondan quei che posti invèr l'aurora
ne la costa asiatica albergaro,
e li guida Arontèo cui nulla onora
pregio o virtú, ma i titoli il fan chiaro.
Non sudò il molle sotto l'elmo ancora,
né matutine trombe anco il destaro,
ma da gli agi e da l'ombra a dura vita
intempestiva ambizion l'invita.
17 Quella che terza è poi, squadra non pare
ma un'oste immensa, e campi e lidi tiene;
non crederai ch'Egitto mieta ed are
per tanti, e pur da una città sua viene:
città, ch'a le provincie emula e pare,
mille cittadinanze in sé contiene.
Del Cairo i' parlo; indi il gran vulgo adduce,
vulgo a l'arme restio, Campsone il duce.
18 Vengon sotto Gazèl quei che le biade
segaron nel vicin campo fecondo,
e piú suso insin là dove ricade
il fiume al precipizio suo secondo.
La turba egizia avea sol archi e spade,
né sosterria d'elmo o corazza il pondo:
d'abito è ricca, onde altrui vien che porte
desio di preda e non timor di morte.
19 Poi la plebe di Barca, e nuda, e inerme
quasi, sotto Alarcon passar si vede,
che la vita famelica ne l'erme
piaggie gran tempo sostentò di prede.
Con istuol manco reo ma inetto a ferme
battaglie, di Zumara il re succede;
quel di Tripoli poscia: e l'uno e l'altro
nel pugnar volteggiando è dotto e scaltro.
20 Diretro ad essi apparvero i cultori
de l'Arabia Petrea, de la Felice,
che 'l soverchio del gelo e de gli ardori
non sente mai, se 'l ver la fama dice;
ove nascon gl'incensi e gli altri odori,
ove rinasce l'immortal fenice,
ch'in quella ricca fabrica ch'aduna
a l'essequie, a i natali, ha tomba e cuna.
21 L'abito di costoro è meno adorno,
ma l'armi a quei d'Egitto han simiglianti.
Ecco altri Arabi poi, che di soggiorno
certo non sono stabili abitanti:
peregrini perpetui usano intorno
trarne gli alberghi e le cittadi erranti.
Han questi voce e femminil statura,
crin lungo e negro, e negra faccia e scura.
22 E gran canne indiane arman di corte
punte di ferro, e 'n su destrier correnti
diresti ben che un turbine lor porte,
se pur han turbo sí veloce i venti.
Da Siface le prime erano scòrte,
Aldino in guardia ha le seconde genti,
le terze guida Albiazàr ch'è fiero
omicida ladron, non cavaliero.
23 La turba è appresso che lasciate avea
l'isole cinte da l'arabiche onde,
da cui pescando già raccòr solea
conche di perle gravide e feconde.
Sono i Negri con lor su l'eritrea
marina posti a le sinistre sponde.
Quegli Agricalte e questi Osmida regge,
che schernisce ogni fede ed ogni legge.
24 Gli Etiòpi di Mèroe indi seguiro:
Mèroe, che quindi il Nilo isola face
ed Astrabora quinci, il cui gran giro
è di tre regni e di due fé capace.
Li conducea Canario ed Assimiro,
re l'uno e l'altro e di Macon seguace
e tributario al Califé; ma tenne
santa credenza il terzo e qui non venne.
25 Poi due regi soggetti anco venieno
con squadre d'arco armate e di quadrella:
un, soldano è d'Ormús, che dal gran seno
persico è cinta, nobil terra e bella;
l'altro, di Boecan; questa è nel seno
del gran flusso marino isola anch'ella,
ma quando poi scemando il mar s'abbassa,
co 'l piede asciutto il peregrin vi passa.
26 Né te, Altamoro, entro al pudico letto
potuto ha ritener la sposa amata.
Pianse, percosse il biondo crine e 'l petto
per distornar la tua fatale andata:
"Dunque," dicea "crudel, piú che 'l mio aspetto,
del mar l'orrida faccia a te fia grata?
fia l'arme al braccio tuo piú caro peso
che 'l picciol figlio a i dolci scherzi inteso?"
27 È questi re di Sarmacante; e 'l manco
ch'in lui si pregi, è il libero diadema,
cosí dotto è ne l'arme, e cosí franco
ardir congiunge a gagliardia suprema.
Saprallo ben (l'annunzio) il popol franco,
ed è ragion che insino ad or ne tema.
I suoi guerrieri indosso han la corazza,
la spada al fianco ed a l'arcion la mazza.
28 Ecco poi fin da gl'Indi e da l'albergo
de l'aurora venuto Adrasto il fero,
che di serpenti indosso ha per usbergo
il cuoio verde e maculato a nero,
e smisurato a un elefante il tergo
preme cosí come si suol destriero.
Gente guida costui di qua dal Gange
che si lava nel mar che l'Indo frange.
29 Ne la squadra che segue è scelto il fiore
de la regal milizia, e v'ha que' tutti
che con regal mercé, con degno onore,
e per guerra e per pace eran condutti,
ch'armati a securezza ed a terrore
vengono in su i destrier possenti instrutti;
e de' purpurei manti e de la luce
de l'acciaio e de l'oro il ciel riluce.
30 Fra questi è il crudo Alarco ed Odemaro
ordinator di squadre ed Idraorte,
e Rimedon che per l'audacia è chiaro,
sprezzator de' mortali e de la morte;
e Tigrane e Rapoldo il gran corsaro,
già de' mari tiranno; e Ormondo il forte,
e Marlabusto arabico a chi il nome
l'Arabie dièr che ribellanti ha dome.
31 Evvi Orindo, Arimon, Pirga, Brimarte
espugnator de le città, Sifante
domator de' cavalli; e tu de l'arte
de la lotta maestro, Aridamante;
e Tisaferno, il folgore di Marte,
a cui non è chi d'agguagliar si vante
o se in arcione o se pedon contrasta,
o se rota la spada o corre l'asta.
32 Ma duce è un prence armeno il qual tragitto
al paganesmo ne l'età novella
fe' da la vera fede, ed ove ditto
fu già Clemente, ora Emiren s'appella;
per altro, uom fido e caro al re d'Egitto
sovra quanti per lui calcàr mai sella:
è duce insieme e cavalier soprano
per cor, per senno e per valor di mano.
33 Nessun piú rimanea, quando improvisa
Armida apparve e dimostrò sua schiera.
Venia sublime in un gran carro assisa,
succinta in gonna e faretrata arciera;
e mescolato il novo sdegno in guisa
co 'l natio dolce in quel bel volto s'era,
che vigor dàlle, e cruda ed acerbetta
par che minacci e minacciando alletta.
34 Somiglia il carro a quel che porta il giorno,
lucido di piropi e di giacinti;
e frena il dotto auriga al giogo adorno
quattro unicorni a coppia a coppia avinti.
Cento donzelle e cento paggi intorno
pur di faretra gli omeri van cinti,
ed a i bianchi destrier premono il dorso
che sono al giro pronti e lievi al corso.
35 Segue il suo stuolo, ed Aradin con quello
ch'Idraote assoldò ne la Soria.
Come allor che 'l rinato unico augello
i suo' Etiòpi a visitar s'invia
vario e vago la piuma, e ricco e bello
di monil, di corona aurea natia,
stupisce il mondo e va dietro ed a i lati,
meravigliando, essercito d'alati,
36 cosí passa costei, meravigliosa
d'abito, di maniere e di sembiante.
Non è allor sí inumana o sí ritrosa
alma d'amor che non divegna amante.
Veduta a pena e in gravità sdegnosa,
invaghir può genti sí varie e tante;
che sarà poi, quando in piú lieto viso
co' begli occhi lusinghi e co 'l bel riso?
37 Ma poi ch'ella è passata, il re de' regi
comanda ch'Emireno a sé ne vegna,
ché lui preporre a tutti i duci egregi
e duce farlo universal disegna.
Quel, già presago, a i meritati pregi
con fronte vien che ben del grado è degna:
la guardia de' Circassi in due si fende
e gli fa strada al seggio, ed ei v'ascende;
38 e chino il capo e le ginocchia, al petto
giunge la destra.
Il re cosí gli dice:
"Te' questo scettro; a te, Emiren, commetto
le genti, e tu sostieni in lor mia vice,
e porta, liberando il re soggetto,
su' Franchi l'ira mia vendicatrice.
Va', vedi e vinci; e non lasciar de' vinti
avanzo, e mena presi i non estinti."
39 Cosí parlò il tiranno, e del soprano
imperio il cavalier la verga prese:
"Prendo scettro, signor, d'invitta mano,"
disse "e vo co' tuo' auspici a l'alte imprese,
e spero, in tua virtú tuo capitano,
de l'Asia vendicar le gravi offese;
né tornerò se vincitor non torno,
e la perdita avrà morte, non scorno.
40 Ben prego il Ciel che, s'ordinato male
(ch'io già no 'l credo) di là su minaccia,
tutta su 'l capo mio quella fatale
tempesta accolta di sfogar gli piaccia;
e salvo rieda il campo, e 'n trionfale
piú che in funebre pompa il duce giaccia."
Tacque, e seguí co' popolari accenti
misto un gran suon de' barbari instrumenti.
41 E fra le grida ei suoni in mezzo a densa
nobile turba il re de' re si parte;
e giunto a la gran tenda, a lieta mensa
raccoglie i duci e siede egli in disparte,
ond'or cibo, or parole altrui dispensa,
né lascia inonorata alcuna parte.
Armida a l'arte sue ben trova loco
quivi opportun fra l'allegrezza e 'l gioco.
42 Ma già tolte le mense, ella che vede
tutte le viste in sé fisse ed intente,
e ch'a' segni ben noti omai s'avvede
che sparso è il suo venen per ogni mente,
sorge e si volge al re da la sua sede
con atto insieme altero e riverente,
e quanto può magnanima e feroce
cerca parer nel volto e ne la voce.
43 "O re supremo," dice "anch'io ne vegno
per la fé, per la patria ad impiegarmi.
Donna son io, ma regal donna: indegno
già di reina il guerreggiar non parmi.
Usi ogn'arte regal chi vuol il regno,
dansi a l'istessa man lo scettro e l'armi;
saprà la mia (né torpe al ferro o langue)
ferir e trar da le ferite il sangue.
44 Né creder che sia questo il dí primiero
ch'a ciò nobil m'invoglia alta vaghezza,
ché in pro di nostra legge e del tuo impero
son io già prima a militar avezza.
Ben rammentar déi tu s'io dico il vero,
ché d'alcun'opra nostra hai pur contezza,
e sai che molti de' maggior campioni
che dispieghin la Croce io fèi prigioni.
45 Da me presi ed avinti, e da me furo
in magnifico dono a te mandati;
ed ancor si stariano in fondo oscuro
di perpetua prigion per te guardati,
e saresti ora tu via piú securo
di terminar vincendo i tuoi gran piati,
se non che 'l fier Rinaldo, il qual uccise
i miei guerrieri, in libertà li mise.
46 Chi sia Rinaldo è noto; e qui di lui
lunga istoria di cose anco si conta:
questo è il crudel ond'aspramente fui
offesa poi, né vendicata ho l'onta;
onde sdegno a ragione aggiunge i sui
stimoli, e piú mi rende a l'arme pronta.
Ma qual sia la mia ingiuria, a lungo detta
saravvi; or tanto basti: io vuo' vendetta.
47 E la procurerò, che non invano
soglion portarne ogni saetta i venti,
e la destra del Ciel di giusta mano
drizza l'arme talor contra i nocenti;
ma s'alcun fia ch'al barbaro inumano
tronchi il capo odioso e me 'l presenti,
a grado avrò questa vendetta ancora,
benché fatta da me piú nobil fòra,
48 a grado sí che gli sarà concessa
quella ch'io posso dar maggior mercede:
me d'un tesor dotata e di me stessa
in moglie avrà, s'in guiderdon mi chiede.
Cosí ne faccio qui stabil promessa,
cosí ne giuro inviolabil fede.
Or s'alcun è che stimi i premi nostri
degni del rischio, parli e si dimostri."
49 Mentre la donna in guisa tal favella,
Adrasto affigge in lei cupidi gli occhi:
"Tolga il Ciel" dice poi "che le quadrella
nel barbaro omicida unqua tu scocchi,
ché non è degno un cor villano, o bella
saettatrice, che tuo colpo il tocchi.
Atto de l'ira tua ministro sono,
ed io del capo suo ti farò dono.
50 Io sterparogli il core, io darò in pasto
le membra lacerate a gli avoltoi."
Cosí parlava l'indiano Adrasto,
né soffrí Tisaferno i vanti suoi:
"E chi sei," disse "tu, che sí gran fasto
mostri, presente il re, presenti noi?
Forse è qui tal ch'ogni tuo vanto audace
supererà co' fatti, e pur si tace."
51 Rispose l'indo fero: "Io mi son uno
ch'appo l'opre il parlare ho scarso e scemo.
Ma s'altrove che qui cosí importuno
parlavi, tu parlavi il detto estremo."
Seguito avrian, ma raffrenò ciascuno
dimostrando la destra il re supremo.
Disse ad Armida poi: "Donna gentile,
ben hai tu cor magnanimo e virile;
52 e ben sei degna a cui suoi sdegni ed ire
l'uno e l'altro di lor conceda e done,
perché tu poscia a voglia tua le gire
contra quel forte predator fellone.
Là fian meglio impiegate, e 'l vostro ardire
là può chiaro mostrarsi in paragone."
Tacque, ciò detto; e quegli offerta nova
fecero a lei di vendicarla a prova.
53 Né quelli pur, ma qual piú in guerra è chiaro
la lingua al vanto ha baldanzosa e presta.
S'offerser tutti a lei, tutti giuraro
vendetta far su l'essecrabil testa,
tante contra il guerrier ch'ebbe sí caro
armi or costei commove e sdegni desta.
Ma esso, poi ch'abbandonò la riva,
felicemente al gran corso veniva.
54 Per le medesme vie ch'in prima corse,
la navicella indietro si raggira;
e l'aura, ch'a le vele il volo porse,
non men seconda al ritornar vi spira.
Il giovenetto or guarda il polo e l'Orse
ed or le stelle rilucenti mira,
via de l'opaca notte, or fiumi e monti
che sporgono su 'l mar l'alpestre fronti;
55 or lo stato del campo, or il costume
di varie genti investigando intende.
E tanto van per le salate spume,
che lor da l'orto il quarto sol risplende;
e quando omai n'è disparito il lume,
la nave terra finalmente prende.
Disse la donna allor.
"Le palestine
piaggie son qui: qui del viaggio è il fine."
56 Quinci i tre cavalier su 'l lito spose,
e sparve in men che non si forma un detto.
Sorgea la notte intanto, e de le cose
confondea i vari aspetti un solo aspetto.
E in quelle solitudini arenose
essi veder non ponno o muro o tetto,
né d'uomo o di destriero appaion l'orme
o d'altro pur che del camin gli informe.
57 Poi che stati sospesi alquanto foro,
mossero i passi e dièr le spalle al mare.
Ed ecco di lontano a gli occhi loro
un non so che di luminoso appare,
che con raggi d'argento e lampi d'oro
la notte illustra e fa l'ombre piú rare.
Essi ne vanno allor contra la luce,
e già veggion che sia quel che sí luce.
58 Veggiono a un grosso tronco armi novelle
incontra i raggi de la luna appese,
e fiammeggiar, piú che nel ciel le stelle,
gemme ne l'elmo aurato e ne l'arnese;
e scoprono a quel lume imagin belle
nel grande scudo in lungo ordine stese.
Presso, quasi custode, un vecchio siede
che contra lor se 'n va, come li vede.
59 Ben è da' due guerrier riconosciuto
di saggio amico il venerabil volto.
Ma, poi che ricevé lieto saluto
e ch'ebbe lor cortesemente accolto,
al giovenetto, il qual tacito e muto
il riguardava, il ragionar rivolto:
"Signor, te sol" gli disse "io qui soletto
in cotal ora desiando aspetto,
60 ché, se no 'l sai, ti sono amico; e quanto
curi le cose tue chiedilo a questi,
ch'essi, scòrti da me, vinser l'incanto
ove tua vita misera traesti.
Or odi i detti miei, contrari al canto
de le sirene, e non ti sian molesti,
ma gli serba nel cor fin che distingua
meglio a te il ver piú saggia e santa lingua.
61 Signor, non sotto l'ombra in piaggia molle
tra fonti e fior, tra ninfe e tra sirene,
ma in cima a l'erto e faticoso colle
de la virtú riposto è il nostro bene.
Chi non gela e non suda e non s'estolle
da le vie del piacer, là non perviene.
Or vorrai tu lungi da l'alte cime
giacer, quasi tra valli augel sublime?
62 T'alzò natura inverso il ciel la fronte,
e ti diè spirti generosi ed alti,
perché in su miri e con illustri e conte
opre te stesso al sommo pregio essalti;
e ti diè l'ire ancor veloci e pronte,
non perché l'usi ne' civili assalti
né perché sian di desideri ingordi
elle ministre, ed a ragion discordi,
63 ma perché il tuo valore, armato d'esse,
piú fero assalga gli aversari esterni,
e sian con maggior forza indi ripresse
le cupidigie, empi nemici interni.
Dunque ne l'uso per cui fur concesse
l'impieghi il saggio duce e le governi,
ed a suo senno or tepide or ardenti
le faccia, ed or le affretti ed or le allenti."
64 Cosí parlava; e l'altro, attento e cheto
a le parole sue d'alto consiglio,
fea de' detti conserva, e mansueto
volgeva a terra e vergognoso il ciglio.
Ben vide il mago veglio il suo secreto,
e gli soggiunse: "Alza la fronte, o figlio,
e in questo scudo affissa gli occhi omai,
ch'ivi de' tuoi maggior l'opre vedrai.
65 Vedrai de gli avi il divulgato onore,
lunge precorso in loco erto e solingo;
tu dietro anco riman', lento cursore,
per questo de la gloria illustre arringo.
Su su, te stesso incita: al tuo valore
sia sferza e spron quel ch'io colà dipingo."
Cosí diceva; e 'l cavalier affisse
lo sguardo là, mentre colui sí disse.
66 Con sottil magistero in campo angusto
forme infinite espresse il fabro dotto,
del sangue d'Azio, glorioso, augusto
l'ordin vi si vedea, nulla interrotto:
vedeasi dal roman fonte vetusto
i suoi rivi dedur puro e incorrotto.
Stan coronati i principi d'alloro,
mostra il vecchio le guerre e i pregi loro.
67 Mostragli Caio, allor ch'a strane genti
va prima in preda il già inclinato impero,
prendere il fren de' popoli volenti
e farsi d'Esti il principe primiero,
ed a lui ricovrarsi i men potenti
vicini a cui rettor facea mestiero.
Poscia, quando ripassa il varco noto,
a gli inviti d'Onorio, il fero goto,
68 e quando sembra che piú avampi e ferva
di barbarico incendio Italia tutta,
e quando Roma, prigioniera e serva,
sin dal profondo teme esser destrutta,
mostra ch'Aurelio in libertà conserva
la gente sotto al suo scettro ridutta.
Mostragli poi Foresto che s'oppone
a l'unno regnator de l'Aquilone.
69 Ben si conosce al volto Attila il fello,
ché con occhi di drago ei par che guati,
ed ha faccia di cane, ed a vedello
dirai che ringhi e udir credi i latrati;
poi vinto il fero in singolar duello
mirasi rifuggir fra gli altri armati,
e la difesa d'Aquilea poi tòrre
il buon Foresto, de l'Italia Ettorre.
70 Altrove è la sua morte, e 'l suo destino
è destin de la patria.
Ecco l'erede
del padre grande il gran figlio Acarino,
ch'a l'italico onor campion succede.
Cedeva a i fati, e non a gli Unni, Altino,
poi riparava in piú secura sede;
poi raccoglieva una città di mille
in val di Po case disperse in ville.
71 Contra il gran fiume ch'in diluvio ondeggia
muniasi, e quindi la città sorgea
che ne' futuri secoli la reggia
de' magnanimi Estensi esser dovea.
Par che rompa gli Alani e che si veggia
contra Odoacro aver fortuna rea,
e morir per l'Italia: oh nobil morte,
che de l'onor paterno il fa consorte!
72 Cader seco Alforisio, ire in essiglio
Azzo si vede e 'l suo fratel con esso,
e ritornar con l'arme e co 'l consiglio,
dapoi che fu il tiranno erulo oppresso.
Trafitto di saetta il destro ciglio,
segue l'estense Epaminonda oppresso;
e par lieto morir, poscia che 'l crudo
Totila è vinto e salvo il caro scudo.
73 Di Bonifacio parlo; e fanciulletto
premea Valerian l'orme del padre:
già di destra viril, viril di petto,
cento no 'l sostenean gotiche squadre.
Non lunge, ferocissimo in aspetto,
fea contra Schiavi Ernesto opre leggiadre;
ma inanzi a lui l'intrepido Aldoardo
da Monscelce escludeva il re lombardo.
74 Enrico v'era e Berengario; e dove
spiega il gran Carlo la sua augusta insegna
par ch'egli il primo feritor si trove,
ministro o capitan d'impresa degna.
Poi segue Lodovico, e quegli il move
contra il nipote ch'in Italia regna:
ecco in battaglia il vince e 'l fa prigione;
eravi poi co' cinque figli Ottone.
75 V'era Almerico; e si vedea già fatto
de la città, donna del Po, marchese.
Devotamente il ciel riguarda, in atto
di contemplante, il fondator di chiese.
D'incontra Azzo secondo avean ritratto
far contra Berengario aspre contese;
e dopo un corso di fortuna alterno
vinceva, e de l'Italia avea il governo.
76 Vedi Alberto il figliuolo ir fra' Germani
e colà far le sue virtú sí note,
che, vinti in giostra e vinti in guerra i Dani,
genero il compra Otton con larga dote.
Vedigli a tergo Ugon, quel ch'a' Romani
fiaccar le corna impetuoso pote,
e che marchese de l'Italia fia
detto e Toscana tutta avrà in balia.
77 Poscia Tedaldo, e Bonifacio a canto
di Beatrice sua poi v'era espresso.
Non si vedea virile erede a tanto
retaggio a sí gran padre esser successo.
Seguia Matelda, ed adempia ben quanto
difetto par nel numero e nel sesso,
che può la saggia e valorosa donna
sovra corone e scettri alzar la gonna.
78 Spira spiriti maschi in nobil volto,
mostra vigor piú che viril lo sguardo:
là configea i Normanni, e 'n fuga vòlto
si dileguava il già invitto Guiscardo;
qui rompea Enrico il quarto, ed a lui tolto
offriva al tempio imperial stendardo;
qui riponea il pontefice soprano
nel gran soglio di Pietro in Vaticano.
79 Poi vedi, in guisa d'uom ch'onori ed ami,
ch'or l'è al fianco Azzo il quinto, or la seconda.
Ma d'Azzo il quarto in piú felici rami
germogliava la prole alma e feconda.
Va dove par che la Germania il chiami
Guelfo il figliuol, figliuol di Cunigonda;
e 'l buon germe roman con destro fato
è ne' campi bavarici traslato.
80 Là d'un gran ramo estense ei par ch'inesti
l'arbore di Guelfon, ch'è per sé vieto;
quel ne' suoi Guelfi rinovar vedresti
scettri e corone d'or, piú che mai lieto,
e co 'l favor de' bei lumi celesti
andar poggiando, e non aver divieto:
già confina co 'l ciel, già mezza ingombra
la gran Germania, e tutta anco l'adombra.
81 Ma ne' suoi rami italici fioriva
bella non men la regal pianta a prova.
Bertoldo qui d'incontra a Guelfo usciva,
qui Azzo il sesto i suoi prischi rinova.
Questa è la serie de gli eroi che viva
nel metallo spirante par si mova.
Rinaldo sveglia, in rimirando, mille
spirti d'onor da le natie faville,
82 e d'emula virtú l'animo altero
commosso avampa, ed è rapito in guisa
che ciò che imaginando ha nel pensiero,
città abbattuta e presa e gente uccisa,
pur, come sia presente e come vero,
dinanti agli occhi suoi vedere avisa;
e s'arma frettoloso, e con la spene
già la vittoria usurpa e la previene.
83 Ma Carlo, il quale a lui del regio erede
di Dania già narrata avea la morte,
la destinata spada allor gli diede:
"Prendila," disse "e sia con lieta sorte,
e solo in pro de la cristiana fede
l'adopra, giusto e pio non men che forte;
e fa del primo suo signor vendetta
che t'amò tanto, e ben a te s'aspetta."
84 Rispose egli al guerriero: "A i cieli piaccia
che la man che la spada ora riceve,
con lei del suo signor vendetta faccia:
paghi con lei ciò che per lei si deve."
Carlo, rivolto a lui con lieta faccia,
lunghe grazie ristrinse in sermon breve.
Ma lor s'offriva il mago, ed al viaggio
notturno l'affrettava il nobil saggio.
85 "Tempo è" dicea "di girne ove t'attende
Goffredo e 'l campo, e ben giungi opportuno.
Or n'andiam pur, ch'a le cristiane tende
scorger ben vi saprò per l'aer bruno."
Cosí dice egli, e poi su 'l carro ascende
e lor v'accoglie senza indugio alcuno;
e rallentando a' suoi destrieri il morso
gli sferza, e drizza a l'oriente il corso.
86 Taciti se ne gian per l'aria nera,
quando al garzon si volge il veglio e dice:
"Veduto hai tu de la tua stirpe altera
i rami e la vetusta alta radice;
e se ben ella da l'età primiera
stata è fertil d'eroi madre e felice,
non è né fia di partorir mai stanca,
ché per vecchiezza in lei virtú non manca.
87 E come tratto ho fuor del fosco seno
de l'età prisca i primi padri ignoti,
cosí potessi ancor scoprire a pieno
ne' secoli avenire i tuoi nepoti,
e pria ch'essi apran gli occhi al bel sereno
di questa luce, farli al mondo noti!
ché de' futuri eroi già non vedresti
l'ordin men lungo, o pur men chiari i gesti.
88 Ma l'arte mia per sé dentro al futuro
non scorge il ver che troppo occulto giace,
se non caliginoso e dubbio e scuro,
quasi lunge, per nebbia, incerta face;
e se cosa qual certo io m'assecuro
affermarti, non sono in questo audace,
ch'io l'intesi da tal che senza velo
i secreti talor scopre del Cielo.
89 Quel ch'a lui rivelò luce divina
e ch'egli a me scoperse, io a te predico:
"Non fu mai greca o barbara o latina
progenie, in questo o nel buon tempo antico,
ricca di tanti eroi quanti destina
a te chiari nepoti il Cielo amico,
ch'agguaglieran qual piú chiaro si noma
di Sparta, di Cartagine e di Roma.
90 Ma fra gli altri" mi disse "Alfonso io sceglio
primo in virtú ma in titolo secondo
che nascer dée quando, corrotto e veglio,
povero fia d'uomini illustri il mondo;
questo fia tal che non sarà chi meglio
la spada usi o lo scettro, o meglio il pondo
o de l'arme sostegna o del diadema,
gloria del sangue tuo, gemma suprema.
91 Darà, fanciullo, in varie imagin fere
di guerra, i segni di valor sublime:
fia terror de le selve e de le fère,
e ne gli arringhi avrà le lodi prime;
poscia riporterà da pugne vere
palme vittoriose e spoglie opime,
e sovente averrà che 'l crin si cigna
or di lauro, or di quercia, or di gramigna.
92 De la matura età pregi men degni
non fiano stabilir pace e quiete,
mantener sue città fra l'arme e i regni
di possenti vicin tranquille e chete,
nutrire e fecondar l'arti e gl'ingegni,
celebrar giochi illustri e pompe liete,
librar con giusta lance e pene e premi,
mirar da lunge e preveder gli estremi.
93 Oh s'avenisse mai che contra gli empi
che tutte infesteran le terre e i mari,
e de la pace in quei miseri tempi
daran le leggi a i popoli piú chiari,
duce se 'n gisse a vendicare i tèmpi
da lor distrutti e i violati altari,
qual ei giusta faria grave vendetta
su 'l gran tiranno e su l'iniqua setta!
94 Indarno a lui con mille schiere armate
quinci il Turco opporriasi e quindi il Mauro,
ch'egli portar potrebbe oltre l'Eufrate,
ed oltre i gioghi del nevoso Tauro
ed oltre i regni ov'è perpetua state,
la Croce e 'l bianco augello e i gigli d'auro,
e per battesmo de le nere fronti
del gran Nilo scoprir le ignote fonti."
95 Cosí parlava il veglio, e le parole
lietamente accoglieva il giovenetto,
che del pensier de la futura prole
un tacito piacer sentia nel petto.
L'alba intanto sorgea nunzia del sole,
e 'l ciel cangiava in oriente aspetto,
e su le tende già potean vedere
da lunge il tremolar de le bandiere.
96 Ricominciò di novo allora il saggio:
"Vedete il sol che vi riluce in fronte,
e vi discopre con l'amico raggio
le tende e 'l piano e la cittade e 'l monte.
Securi d'ogni intoppo e d'ogni oltraggio
io scòrti v'ho fin qui per vie non conte;
potete senza guida ir per voi stessi
omai; né lece a me che piú m'appressi."
97 Cosí tolse congedo, e fe' ritorno
lasciando i cavalier ivi pedoni;
ed essi pur contra il nascente giorno
seguír lor strada e gír a i padiglioni.
Portò la fama e divulgò d'intorno
l'aspettato venir dei tre baroni,
e inanzi ad essi al pio Goffredo corse
che per raccòrli dal suo seggio sorse.
CANTO DICIOTTESIMO
1 Giunto Rinaldo ove Goffredo è sorto
ad incontrarlo, incominciò: "Signore,
a vendicarmi del guerrier ch'è morto
cura mi spinse di geloso onore;
e s'io n'offesi te, ben disconforto
ne sentii poscia e penitenza al core.
Or vegno a' tuoi richiami, ed ogni emenda
son pronto a far, che grato a te mi renda."
2 A lui ch'umil gli s'inchinò, le braccia
stese al collo Goffredo e gli rispose:
"Ogni trista memoria omai si taccia,
e pongansi in oblio l'andate cose.
E per emenda io vorrò sol che faccia
quai per uso faresti, opre famose;
e 'n danno de' nemici e 'n pro de' nostri
vincer convienti de la selva i mostri.
3 L'antichissima selva, onde fu inanti
de' nostri ordigni la materia tratta,
qual si sia la cagione, ora è d'incanti
secreta stanza e formidabil fatta,
né v'è chi legno di troncar si vanti,
né vuol ragion che la città si batta
senza tali instrumenti: or colà dove
paventan gli altri, il tuo valor si prove."
4 Cosí disse egli, e il cavalier s'offerse
con brevi detti al rischio, a la fatica;
ma ne gli atti magnanimi si scerse
ch'assai farà, benché non molto ei dica.
E verso gli altri poi lieto converse
la destra e 'l volto a l'accoglienza amica:
qui Guelfo, qui Tancredi, e qui già tutti
s'eran de l'oste i principi ridutti.
5 Poi che le dimostranze oneste e care
con que' soprani egli iterò piú volte,
placido affabilmente e popolare
l'altre genti minori ebbe raccolte.
Non saria già piú allegro il militare
grido o le turbe intorno a lui piú folte
se, vinto l'Oriente e 'l Mezzogiorno,
trionfando n'andasse in carro adorno.
6 Cosí ne va sino al suo albergo, e siede,
in cerchio quivi a i cari amici a canto,
e molto lor risponde e molto chiede
or de la guerra, or del silvestre incanto.
Ma quando ognun partendo agio lor diede,
cosí gli disse l'Eremita santo:
"Ben gran cose, signor, e lungo corso
(mirabil peregrino) errando hai scorso.
7 Quanto devi al gran Re che 'l mondo regge!
Tratto egli t'ha da l'incantate soglie:
ei te smarrito agnel fra le sue gregge
or riconduce e nel suo ovil accoglie,
e per la voce del Buglion t'elegge
secondo essecutor de le sue voglie.
Ma non conviensi già ch'ancor profano
ne' suoi gran magisteri armi la mano,
8 ché sei de la caligine del mondo
e de la carne tu di modo asperso
che 'l Nilo e 'l Gange o l'ocean profondo
non ti potrebbe far candido e terso.
Sol la grazia del Ciel quanto hai d'immondo
può render puro: al Ciel dunque converso,
riverente perdon richiedi e spiega
le tue tacite colpe, e piangi e prega."
9 Cosí gli disse; e quel prima in se stesso
pianse i superbi sdegni e i folli amori,
poi chinato a' suoi piè mesto e dimesso
tutti scoprigli i giovenili errori.
Il ministro del Ciel, dopo il concesso
perdono, a lui dicea: "Co' novi albori
ad orar te n'andrai là su quel monte
ch'al raggio matutin volge la fronte.
10 Quivi al bosco t'invia, dove cotanti
son fantasmi ingannevoli e bugiardi.
Vincerai (questo so) mostri e giganti,
pur ch'altro folle error non ti ritardi.
Deh! né voce che dolce o pianga o canti,
né beltà che soave o rida o guardi,
con tenere lusinghe il cor ti pieghi,
ma sprezza i finti aspetti e i finti preghi."
11 Cosí il consiglia; e 'l cavalier s'appresta,
desiando e sperando, a l'alta lmpresa.
Passa pensoso il dí, pensosa e mesta
la notte; e pria ch'in ciel sia l'alba accesa,
le belle arme si cinge, e sopravesta
nova ed estrania di color s'ha presa,
e tutto solo e tacito e pedone
lascia i compagni e lascia il padiglione.
12 Era ne la stagion ch'anco non cede
libero ogni confin la notte al giorno,
ma l'oriente rosseggiar si vede
ed anco è il ciel d'alcuna stella adorno;
quando ei drizzò vèr l'Oliveto il piede,
con gli occhi alzati contemplando intorno
quinci notturne e quindi mattutine
bellezze incorrottibili e divine.
13 Fra se stesso pensava: "O quante belle
luci il tempio celeste in sé raguna!
Ha il suo gran carro il dí, l'aurate stelle
spiega la notte e l'argentata luna;
ma non è chi vagheggi o questa o quelle,
e miriam noi torbida luce e bruna
ch'un girar d'occhi, un balenar di riso,
scopre in breve confin di fragil viso."
14 Cosí pensando, a le piú eccelse cime
ascese; e quivi, inchino e riverente,
alzò il pensier sovra ogni ciel sublime
e le luci fissò ne l'oriente:
"La prima vita e le mie colpe prime
mira con occhio di pietà clemente,
Padre e Signor, e in me tua grazia piovi,
sí che 'l mio vecchio Adam purghi e rinovi."
15 Cosí pregava, e gli sorgeva a fronte
fatta già d'auro la vermiglia aurora
che l'elmo e l'arme e intorno a lui del monte
le verdi cime illuminando indora;
e ventillar nel petto e ne la fronte
sentia gli spirti di piacevol òra,
che sovra il capo suo scotea dal grembo
de la bell'alba un rugiadoso nembo.
16 La rugiada del ciel su le sue spoglie
cade, che parean cenere al colore,
e sí l'asperge che 'l pallor ne toglie
e induce in esse un lucido candore;
tal rabbellisce le smarrite foglie
a i matutini geli arido fiore,
e tal di vaga gioventú ritorna
lieto il serpente e di novo or s'adorna.
17 Il bel candor de la mutata vesta
egli medesmo riguardando ammira,
poscia verso l'antica alta foresta
con secura baldanza i passi gira.
Era là giunto ove i men forti arresta
solo il terror che di sua vista spira;
pur né spiacente a lui né pauroso
il bosco par, ma lietamente ombroso.
18 Passa piú oltre, e ode un suono intanto
che dolcissimamente si diffonde.
Vi sente d'un ruscello il roco pianto
e 'l sospirar de l'aura infra le fronde
e di musico cigno il flebil canto
e l'usignol che plora e gli risponde,
organi e cetre e voci umane in rime:
tanti e sí fatti suoni un suono esprime.
19 Il cavalier, pur come a gli altri aviene,
n'attendeva un gran tuon d'alto spavento,
e v'ode poi di ninfe e di sirene,
d'aure, d'acque, d'augei dolce concento,
onde meravigliando il piè ritiene,
e poi se 'n va tutto sospeso e lento;
e fra via non ritrova altro divieto
che quel d'un fiume trapassante e cheto.
20 L'un margo e l'altro del bel fiume, adorno
di vaghezze e d'odori, olezza e ride.
Ei stende tanto il suo girevol corno
che tra 'l suo giro il gran bosco s'asside,
né pur gli fa dolce ghirlanda intorno,
ma un canaletto suo v'entra e 'l divide:
bagna egli il bosco e 'l bosco il fiume adombra
con bel cambio fra lor d'umore e d'ombra.
21 Mentre mira il guerriero ove si guade,
ecco un ponte mirabile appariva:
un ricco ponte d'or che larghe strade
su gli archi stabilissimi gli offriva.
Passa il dorato varco, e quel giú cade
tosto che 'l piè toccata ha l'altra riva;
e se ne 'l porta in giú l'acqua repente,
l'acqua ch'è d'un bel rio fatta un torrente.
22 Ei si rivolge e dilatato il mira
e gonfio assai quasi per nevi sciolte,
che 'n se stesso volubil si raggira
con mille rapidissime rivolte.
Ma pur desio di novitade il tira
a spiar tra le piante antiche e folte,
e 'n quelle solitudini selvagge
sempre a sé nova meraviglia il tragge.
23 Dove in passando le vestigia ei posa,
par ch'ivi scaturisca o che germoglie:
là s'apre il giglio e qui spunta la rosa,
qui sorge un fonte, ivi un ruscel si scioglie,
e sovra e intorno a lui la selva annosa
tutte parea ringiovenir le foglie;
s'ammolliscon le scorze e si rinverde
piú lietamente in ogni pianta il verde.
24 Rugiadosa di manna era ogni fronda,
e distillava de le scorze il mèle,
e di novo s'udia quella gioconda
strana armonia di canto e di querele;
ma il coro uman, ch'a i cigni, a l'aura, a l'onda
facea tenor, non sa dove si cele:
non sa veder chi formi umani accenti,
né dove siano i musici stromenti.
25 Mentre riguarda, e fede il pensier nega
a quel che 'l senso gli offeria per vero,
vede un mirto in disparte, e là si piega
ove in gran piazza termina un sentiero.
L'estranio mirto i suoi gran rami spiega,
piú del cipresso e de la palma altero,
e sovra tutti gli arbori frondeggia;
ed ivi par del bosco esser la reggia.
26 Fermo il guerrier ne la gran piazza, affisa
a maggior novitate allor le ciglia.
Quercia gli appar che per se stessa incisa
apre feconda il cavo ventre e figlia,
e n'esce fuor vestita in strana guisa
ninfa d'età cresciuta (oh meraviglia!);
e vede insieme poi cento altre piante
cento ninfe produr dal sen pregnante.
27 Quai le mostra la scena o quai dipinte
tal volta rimiriam dèe boscareccie,
nude le braccia e l'abito succinte,
con bei coturni e con disciolte treccie,
tali in sembianza si vedean le finte
figlie de le selvatiche corteccie;
se non che in vece d'arco o di faretra,
chi tien leuto, e chi viola o cetra.
28 E cominciàr costor danze e carole,
e di se stesse una corona ordiro
e cinsero il guerrier, sí come sòle
esser punto rinchiuso entro il suo giro.
Cinser la pianta ancora, e tai parole
nel dolce canto lor da lui s'udiro:
"Ben caro giungi in queste chiostre amene
o de la donna nostra amore e spene.
29 Giungi aspettato a dar salute a l'egra,
d'amoroso pensiero arsa e ferita.
Questa selva che dianzi era sí negra,
stanza conforme a la dolente vita,
vedi che tutta al tuo venir s'allegra
e 'n piú leggiadre forme è rivestita."
Tale era il canto; e poi dal mirto uscia
un dolcissimo tuono, e quel s'apria.
30 Già ne l'aprir d'un rustico sileno
meraviglie vedea l'antica etade,
ma quel gran mirto da l'aperto seno
imagini mostrò piú belle e rade:
donna mostrò ch'assomigliava a pieno
nel falso aspetto angelica beltade.
Rinaldo guata, e di veder gli è aviso
le sembianze d'Armida e il dolce viso.
31 Quella lui mira in un lieta e dolente:
mille affetti in un guardo appaion misti.
Poi dice: "Io pur ti veggio, e finalmente
pur ritorni a colei da chi fuggisti.
A che ne vieni? a consolar presente
le mie vedove notti e i giorni tristi?
o vieni a mover guerra, a discacciarme,
che mi celi il bel volto e mostri l'arme?
32 giungi amante o nemico? Il ricco ponte
io già non preparava ad uom nemico,
né gli apriva i ruscelli, i fior, la fonte,
sgombrando i dumi e ciò ch'a' passi è intrico.
Togli questo elmo omai, scopri la fronte
e gli occhi a gli occhi miei, s'arrivi amico;
giungi i labri a le labra, il seno al seno,
porgi la destra a la mia destra almeno."
33 Seguia parlando, e in bei pietosi giri
volgeva i lumi e scoloria i sembianti,
falseggiando i dolcissimi sospiri
e i soavi singulti e i vaghi pianti,
tal che incauta pietade a quei martíri
intenerir potea gli aspri diamanti;
ma il cavaliero, accorto sí, non crudo,
piú non v'attende, e stringe il ferro ignudo.
34 Vassene al mirto; allor colei s'abbraccia
al caro tronco, e s'interpone e grida:
"Ah non sarà mai ver che tu mi faccia
oltraggio tal, che l'arbor mio recida!
Deponi il ferro, o dispietato, o il caccia
pria ne le vene a l'infelice Armida:
per questo sen, per questo cor la spada
solo al bel mirto mio trovar può strada."
35 Egli alza il ferro, e 'l suo pregar non cura;
ma colei si trasmuta (oh novi mostri!)
sí come avien che d'una altra figura,
trasformando repente, il sogno mostri.
Cosí ingrossò le membra, e tornò oscura
la faccia e vi sparír gli avori e gli ostri;
crebbe in gigante altissimo, e si feo
con cento armate braccia un Briareo.
36 Cinquanta spade impugna e con cinquanta
scudi risuona, e minacciando freme.
Ogn'altra ninfa ancor d'arme s'ammanta,
fatta un ciclope orrendo; ed ei non teme:
raddoppia i colpi e la difesa pianta
che pur, come animata, a i colpi geme.
Sembran de l'aria i campi i campi stigi,
tanti appaion in lor mostri e prodigi.
37 Sopra il turbato ciel, sotto la terra
tuona: e fulmina quello, e trema questa;
vengono i venti e le procelle in guerra,
e gli soffiano al volto aspra tempesta.
Ma pur mai colpo il cavalier non erra,
né per tanto furor punto s'arresta;
tronca la noce: è noce, e mirto parve.
Qui l'incanto forní, sparír le larve.
38 Tornò sereno il cielo e l'aura cheta,
tornò la selva al natural suo stato:
non d'incanti terribile né lieta,
piena d'orror ma de l'orror innato.
Ritenta il vincitor s'altro piú vieta
ch'esser non possa il bosco omai troncato;
poscia sorride, e fra sé dice: "Oh vane
sembianze! e folle chi per voi rimane!"
39 Quinci s'invia verso le tende, e intanto
colà gridava il solitario Piero:
"Già vinto è de la selva il fero incanto,
già se 'n ritorna il vincitor guerriero:
vedilo." Ed ei da lunge in bianco manto
comparia venerabile e severo,
e de l'aquila sua l'argentee piume
splendeano al sol d'inusitato lume.
40 Ei dal campo gioioso alto saluto
ha con sonoro replicar di gridi;
e poi con lieto onore è ricevuto
dal pio Buglione, e non è chi l'invídi.
Disse al duce il guerriero: "A quel temuto
bosco n'andai, come imponesti, e 'l vidi:
vidi, e vinsi gli incanti; or vadan pure
le genti là, ché son le vie secure."
41 Vassi a l'antica selva, e quindi è tolta
materia tal qual buon giudicio elesse;
e bench'oscuro fabro arte non molta
por ne le prime machine sapesse,
pur artefice illustre a questa volta
è colui ch'a le travi i vinchi intesse:
Guglielmo, il duce ligure, che pria
signor del mare corseggiar solia,
42 poi sforzato a ritrarsi ei cesse i regni
al gran navilio saracin de' mari,
ed ora al campo conducea da i legni
e le maritime arme e i marinari;
ed era questi infra i piú industri ingegni
ne' mecanici ordigni uom senza pari,
e cento seco avea fabri minori,
di ciò ch'egli disegna essecutori.
43 Costui non solo incominciò a comporre
catapulte, balliste ed arieti,
onde a le mura le difese tòrre
possa e spezzar le sode alte pareti;
ma fece opra maggior: mirabil torre
ch'entro di pin tessuta era e d'abeti,
e ne le cuoia avolto ha quel di fuore
per ischermirsi da lanciato ardore.
44 Si commette la mole e ricompone
con sottili giunture in un congiunta,
e la trave che testa ha di montone
da l'ime parti sue cozzando spunta;
lancia dal mezzo un ponte, e spesso il pone
su l'opposta muraglia a prima giunta,
e fuor da lei su per la cima n'esce
torre minor ch'in suso è spinta e cresce.
45 Per le facili vie destra, e corrente
sovra ben cento sue volubil rote,
gravida d'arme e gravida di gente,
senza molta fatica ella gir pote.
Stanno le schiere in rimirando intente
la prestezza de' fabri e l'arti ignote,
e due torri in quel punto anco son fatte
de la prima ad imagine ritratte.
46 Ma non eran fra tanto a i saracini
l'opre ch'ivi si fean del tutto ascoste,
perché ne l'alte mura a i piú vicini
lochi le guardie ad ispiar son poste.
Questi gran salmerie d'orni e di pini
vedean dal bosco esser condotte a l'oste,
e machine vedean; ma non a pieno
riconoscer la forma indi potieno.
47 Fan lor machine anch'essi e con molt'arte
rinforzano le torri e la muraglia,
e l'alzaron cosí da quella parte
ov'è men atta a sostener battaglia,
ch'a lor credenza omai sforzo di Marte
esser non può ch'ad espugnarla vaglia;
ma sovra ogni difesa Ismen prepara
copia di fochi inusitata e rara.
48 Mesce il mago fellon zolfi e bitume,
che dal lago di Sodoma ha raccolto;
e fu' credo, in inferno, e dal gran fiume
che nove volte il cerchia anco n'ha tolto.
Cosí fa che quel foco e puta e fume,
e che s'aventi fiammeggiando al volto.
E ben co' feri incendi egli s'avisa
di vendicar la cara selva incisa.
49 Mentre il campo e l'assalto e la cittade
s'apparecchia in tal modo a le difese,
una colomba per l'aeree strade
vista è passar sovra lo stuol francese,
che non dimena i presti vanni e rade
quelle liquide vie con l'ali tese;
e già la messaggiera peregrina
da l'alte nubi a la città s'inchina,
50 quando di non so donde esce un falcone
d'adunco rostro armato e di grand'ugna
che fra 'l campo e le mura a lei s'oppone.
Non aspetta ella del crudel la pugna;
quegli, d'alto volando, al padiglione
maggior l'incalza e par ch'omai l'aggiugna,
ed al tenero capo il piede ha sovra:
essa nel grembo al pio Buglion ricovra.
51 La raccoglie Goffredo, e la difende;
poi scorge, in lei guardando, estrania cosa,
ché dal collo ad un filo avinta pende
rinchiusa carta, e sotto un'ala ascosa.
La disserra e dispiega, e bene intende
quella ch'in sé contien non lunga prosa:
"Al signor di Giudea" dice lo scritto
"invia salute il capitan d'Egitto.
52 Non sbigottir, signor: resisti e dura
insino al quarto o insino al giorno quinto,
ch'io vengo a liberar coteste mura,
e vedrai tosto il tuo nemico vinto."
Questo il secreto fu che la scrittura
in barbariche note avea distinto
dato in custodia al portator volante,
ché tai messi in quel tempo usò il Levante.
53 Libera il prence la colomba; e quella,
che de' secreti fu rivelatrice,
come esser creda al suo signor rubella,
non ardí piú tornar nunzia infelice.
Ma il sopran duce i minor duci appella,
e lor mostra la carta e cosí dice:
"Vedete come il tutto a noi riveli
la providenza del Signor de' cieli.
54 Già piú da ritardar tempo non parmi:
nova spianata or cominciar potrassi,
e fatica e sudor non si risparmi
per superar d'inverso l'Austro i sassi.
Duro fia sí far colà strada a l'armi,
pur far si può: notato ho il loco e i passi.
E ben quel muro che assecura il sito,
d'arme e d'opre men deve esser munito.
55 Tu, Raimondo, vogl'io che da quel lato
con le machine tue le mura offenda,
vuo' che de l'arme mie l'alto apparato
contra la porta Aquilonar si stenda
sí che il nemico il vegga ed ingannato
indi il maggior impeto nostro attenda;
poi la gran torre mia, ch'agevol move,
trascorra alquanto e porti guerra altrove.
56 Tu drizzarai, Camillo, al tempo stesso
non lontana da me la terza torre."
Tacque; e Raimondo, che gli siede appresso
e che, parlando lui, fra sé discorre,
disse: "Al consiglio da Goffredo espresso
nulla giunger si pote e nulla tòrre.
Lodo solo, oltra ciò, ch'alcun s'invii