GERUSALEMME LIBERATA, di Torquato Tasso - pagina 7
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Ella vèr lor, e verso lei se 'n corse
il duce lor, ch'a sé venir la vede.
Gardo il duce è nomato, uom di gran possa,
ma non già tal ch'a lei resister possa.
15 Gardo a quel fero scontro è spinto a terra
in su gli occhi de' Franchi e de' pagani,
ch'allor tutti gridàr, di quella guerra
lieti augúri prendendo, i quai fur vani.
Spronando adosso a gli altri ella si serra,
e val la destra sua per cento mani.
Seguirla i suoi guerrier per quella strada
che spianàr gli urti, e che s'aprí la spada.
16 Tosto la preda al predator ritoglie;
cede lo stuol de' Franchi a poco a poco,
tanto ch'in cima a un colle ei si raccoglie,
ove aiutate son l'arme dal loco.
Allor, sí come turbine si scioglie
e cade da le nubi aereo fuoco,
il buon Tancredi, a cui Goffredo accenna,
sua squadra mosse, ed arrestò l'antenna.
17 Porta sí salda la gran lancia, e in guisa
vien feroce e leggiadro il giovenetto,
che veggendolo d'alto il re s'avisa
che sia guerriero infra gli scelti eletto.
Onde dice a colei ch'è seco assisa,
"Ben conoscer déi tu per sí lungo uso
ogni cristian, benché ne l'arme chiuso.
18 Chi è dunque costui, che cosí bene
s'adatta in giostra, e fero in vista è tanto?"
A quella, in vece di risposta, viene
su le labra un sospir, su gli occhi il pianto.
Pur gli spirti e le lagrime ritiene,
ma non cosí che lor non mostri alquanto:
ché gli occhi pregni un bel purpureo giro
tinse, e roco spuntò mezzo il sospiro.
19 Poi gli dice infingevole, e nasconde
sotto il manto de l'odio altro desio:
"Oimè! bene il conosco, ed ho ben donde
fra mille riconoscerlo deggia io,
ché spesso il vidi i campi e le profonde
fosse del sangue empir del popol mio.
Ahi quanto è crudo nel ferire! a piaga
ch'ei faccia, erba non giova od arte maga.
20 Egli è il prence Tancredi: oh prigioniero
mio fosse un giorno! e no 'l vorrei già morto;
vivo il vorrei, perch'in me desse al fero
desio dolce vendetta alcun conforto."
Cosí parlava, e de' suoi detti il vero
da chi l'udiva in altro senso è torto;
e fuor n'uscí con le sue voci estreme
misto un sospir che 'ndarno ella già preme.
21 Clorinda intanto ad incontrar l'assalto
va di Tancredi, e pon la lancia in resta.
Ferírsi a le visiere, e i tronchi in alto
volaro e parte nuda ella ne resta;
ché, rotti i lacci a l'elmo suo, d'un salto
(mirabil colpo!) ei le balzò di testa;
e le chiome dorate al vento sparse,
giovane donna in mezzo 'l campo apparse.
22 Lampeggiàr gli occhi, e folgoràr gli sguardi,
dolci ne l'ira; or che sarian nel riso?
Tancredi, a che pur pensi? a che pur guardi?
non riconosci tu l'altero viso?
Quest'è pur quel bel volto onde tutt'ardi;
tuo core il dica, ov'è il suo essempio inciso.
Questa è colei che rinfrescar la fronte
vedesti già nel solitario fonte.
23 Ei ch'al cimiero ed al dipinto scudo
non badò prima, or lei veggendo impètra;
ella quanto può meglio il capo ignudo
si ricopre, e l'assale; ed ei s'arretra.
Va contra gli altri, e rota il ferro crudo;
ma però da lei pace non impetra,
che minacciosa il segue, e: "Volgi" grida;
e di due morti in un punto lo sfida.
24 Percosso, il cavalier non ripercote,
né sí dal ferro a riguardarsi attende,
come a guardar i begli occhi e le gote
ond'Amor l'arco inevitabil tende.
Fra sé dicea: "Van le percosse vote
talor, che la sua destra armata stende;
ma colpo mai del bello ignudo volto
non cade in fallo, e sempre il cor m'è colto."
25 Risolve al fin, benché pietà non spere,
di non morir tacendo occulto amante.
Vuol ch'ella sappia ch'un prigion suo fère
già inerme, e supplichevole e tremante;
onde le dice: "O tu, che mostri avere
per nemico me sol fra turbe tante,
usciam di questa mischia, ed in disparte
i' potrò teco, e tu meco provarte.
26 Cosí me' si vedrà s'al tuo s'agguaglia
il mio valore." Ella accettò l'invito:
e come esser senz'elmo a lei non caglia,
gía baldanzosa, ed ei seguia smarrito.
Recata s'era in atto di battaglia
già la guerriera, e già l'avea ferito,
quand'egli: "Or ferma," disse "e siano fatti
anzi la pugna de la pugna i patti."
27 Fermossi, e lui di pauroso audace
rendé in quel punto il disperato amore.
"I patti sian," dicea "poi che tu pace
meco non vuoi, che tu mi tragga il core.
Il mio cor, non piú mio, s'a te dispiace
ch'egli piú viva, volontario more:
è tuo gran tempo, e tempo è ben che trarlo
omai tu debbia, e non debb'io vietarlo.
28 Ecco io chino le braccia, e t'appresento
senza difesa il petto: or ché no 'l fiedi?
vuoi ch'agevoli l'opra? i' son contento
trarmi l'usbergo or or, se nudo il chiedi."
Distinguea forse in piú duro lamento
i suoi dolori il misero Tancredi,
ma calca l'impedisce intempestiva
de' pagani e de' suoi che soprarriva.
29 Cedean cacciati da lo stuol cristiano
i Palestini, o sia temenza od arte.
Un de' persecutori, uomo inumano,
videle sventolar le chiome sparte,
e da tergo in passando alzò la mano
per ferir lei ne la sua ignuda parte;
ma Tancredi gridò, che se n'accorse,
e con la spada a quel gran colpo occorse.
30 Pur non gí tutto in vano, e ne' confini
del bianco collo il bel capo ferille.
Fu levissima piaga, e i biondi crini
rosseggiaron cosí d'alquante stille,
come rosseggia l'or che di rubini
per man d'illustre artefice sfaville.
Ma il prence infuriato allor si strinse
adosso a quel villano, e 'l ferro spinse.
31 Quel si dilegua, e questi acceso d'ira
il segue, e van come per l'aria strale.
Ella riman sospesa, ed ambo mira
lontani molto, né seguir le cale,
ma co' suoi fuggitivi si ritira:
talor mostra la fronte e i Franchi assale;
or si volge or rivolge, or fugge or fuga,
né si può dir la sua caccia né fuga.
32 Tal gran tauro talor ne l'ampio agone,
se volge il corno a i cani ond'è seguito,
s'arretran essi; e s'a fuggir si pone,
ciascun ritorna a seguitarlo ardito.
Clorinda nel fuggir da tergo oppone
alto lo scudo, e 'l capo è custodito.
Cosí coperti van ne' giochi mori
da le palle lanciate i fuggitori.
33 Già questi seguitando e quei fuggendo
s'erano a l'alte mura avicinati,
quando alzaro i pagani un grido orrendo
e indietro si fur subito voltati;
e fecero un gran giro, e poi volgendo
ritornaro a ferir le spalle e i lati.
E intanto Argante giú movea dal monte
la schiera sua per assalirgli a fronte.
34 Il feroce circasso uscí di stuolo,
ch'esser vols'egli il feritor primiero,
e quegli in cui ferí fu steso al suolo,
e sossopra in un fascio il suo destriero;
e pria che l'asta in tronchi andasse a volo,
molti cadendo compagnia gli fèro.
Poi stringe il ferro, e quando giunge a pieno
sempre uccide od abbatte o piaga almeno.
35 Clorinda, emula sua, tolse di vita
il forte Ardelio, uom già d'età matura,
ma di vecchiezza indomita, e munita
di duo gran figli, e pur non fu secura,
ch'Alcandro, il maggior figlio, aspra ferita
rimosso avea da la paterna cura,
e Poliferno, che restogli appresso,
a gran pena salvar poté se stesso.
36 Ma Tancredi, dapoi ch'egli non giunge
quel villan che destriero ha piú corrente,
si mira a dietro, e vede ben che lunge
troppo è trascorsa la sua audace gente.
Vedela intorniata, e 'l corsier punge
volgendo il freno, e là s'invia repente;
ned egli solo i suoi guerrier soccorre,
ma quello stuol ch'a tutt'i rischi accorre:
37 quel di Dudon aventurier drapello,
fior de gli eroi, nerbo e vigor del campo.
Rinaldo, il piú magnanimo e il piú bello,
tutti precorre, ed è men ratto il lampo.
Ben tosto il portamento e 'l bianco augello
conosce Erminia nel celeste campo,
e dice al re, che 'n lui fisa lo sguardo:
"Eccoti il domator d'ogni gagliardo.
38 Questi ha nel pregio de la spada eguali
pochi, o nessuno; ed è fanciullo ancora.
Se fosser tra' nemici altri sei tali,
già Soria tutta vinta e serva fòra;
e già dómi sarebbono i piú australi
regni, e i regni piú prossimi a l'aurora;
e forse il Nilo occultarebbe in vano
dal giogo il capo incognito e lontano.
39 Rinaldo ha nome; e la sua destra irata
teman piú d'ogni machina le mura.
Or volgi gli occhi ov'io ti mostro, e guata
colui che d'oro e verde ha l'armatura.
Quegli è Dudone, ed è da lui guidata
questa schiera, che schiera è di ventura:
è guerrier d'alto sangue e molto esperto,
che d'età vince e non cede di merto.
40 Mira quel grande, ch'è coperto a bruno:
è Gernando, il fratel del re norvegio;
non ha la terra uom piú superbo alcuno,
questo sol de' suoi fatti oscura il pregio.
E son que' duo che van sí giunti in uno,
e c'han bianco il vestir, bianco ogni fregio,
Gildippe ed Odoardo, amanti e sposi,
in valor d'arme e in lealtà famosi."
41 Cosí parlava, e già vedean là sotto
come la strage piú e piú s'ingrosse,
ché Tancredi e Rinaldo il cerchio han rotto
benché d'uomini denso e d'armi fosse;
e poi lo stuol, ch'è da Dudon condotto,
vi giunse, ed aspramente anco il percosse.
Argante, Argante stesso, ad un grand'urto
di Rinaldo abbattuto, a pena è surto.
42 Né sorgea forse, ma in quel punto stesso
al figliuol di Bertoldo il destrier cade;
e restandogli sotto il piede oppresso,
convien ch'indi a ritrarlo alquanto bade.
Lo stuol pagan fra tanto, in rotta messo,
si ripara fuggendo a la cittade.
Soli Argante e Clorinda argine e sponda
sono al furor che lor da tergo inonda.
43 Ultimi vanno, e l'impeto seguente
in lor s'arresta alquanto, e si reprime,
sí che potean men perigliosamente
quelle genti fuggir che fuggean prime.
Segue Dudon ne la vittoria ardente
i fuggitivi, e 'l fer Tigrane opprime
con l'urto del cavallo, e con la spada
fa che scemo del capo a terra cada.
44 Né giova ad Algazarre il fino usbergo,
ned e Corban robusto il forte elmetto,
ché 'n guisa lor ferí la nuca e 'l tergo
che ne passò la piaga al viso, al petto.
E per sua mano ancor del dolce albergo
l'alma uscí d'Amurate e di Meemetto,
e del crudo Almansor; né 'l gran circasso
può securo da lui mover un passo.
45 Freme in se stesso Argante, e pur tal volta
si ferma e volge, e poi cede pur anco.
Al fin cosí improviso a lui si volta,
e di tanto rovescio il coglie al fianco,
che dentro il ferro vi s'immerge, e tolta
è dal colpo la vita al duce franco.
Cade; e gli occhi, ch'a pena aprir si ponno,
dura quiete preme e ferreo sonno.
46 Gli aprí tre volte, e i dolci rai del cielo
cercò fruire e sovra un braccio alzarsi,
e tre volte ricadde, e fosco velo
gli occhi adombrò, che stanchi al fin serràrsi.
Si dissolvono i membri, e 'l mortal gelo
inrigiditi e di sudor gli ha sparsi.
Sovra il corpo già morto il fero Argante
punto non bada, e via trascorre inante.
47 Con tutto ciò, se ben d'andar non cessa,
si volge a i Franchi, e grida: "O cavalieri,
questa sanguigna spada è quella stessa
che 'l signor vostro mi donò pur ieri;
ditegli come in uso oggi l'ho messa,
ch'udirà la novella ei volentieri.
E caro esser gli dée che 'l suo bel dono
sia conosciuto al paragon sí buono.
48 Ditegli che vederne ormai s'aspetti
ne le viscere sue piú certa prova;
e quando d'assalirne ei non s'affretti,
verrò non aspettato ove si trova."
Irritati i cristiani a i feri detti,
tutti vèr lui già si moveano a prova;
ma con gli altri esso è già corso in securo
sotto la guardia de l'amico muro.
49 I difensori a grandinar le pietre
da l'alte mura in guisa incominciaro,
e quasi innumerabili faretre
tante saette a gli archi ministraro,
che forza è pur che 'l franco stuol s'arretre;
e i saracin ne la cittade entraro.
Ma già Rinaldo, avendo il piè sottratto
al giacente destrier, s'era qui tratto.
50 Venia per far nel barbaro omicida
de l'estinto Dudone aspra vendetta,
e fra' suoi giunto alteramente grida:
"Or qual indugio è questo? e che s'aspetta?
poi ch'è morto il signor che ne fu guida,
ché non corriamo a vendicarlo in fretta?
Dunque in sí grave occasion di sdegno
esser può fragil muro a noi ritegno?
51 Non, se di ferro doppio o d'adamante
questa muraglia impenetrabil fosse,
colà dentro securo il fero Argante
s'appiatteria da le vostr'alte posse:
andiam pure a l'assalto!" Ed egli inante
a tutti gli altri in questo dir si mosse,
ché nulla teme la secura testa
o di sasso o di strai nembo o tempesta.
52 Ei crollando il gran capo, alza la faccia
piena di sí terribile ardimento,
che sin dentro a le mura i cori agghiaccia
a i difensor d'insolito spavento.
Mentre egli altri rincora, altri minaccia,
sopravien chi reprime il suo talento;
ché Goffredo lor manda il buon Sigiero
de' gravi imperii suoi nunzio severo.
53 Questi sgrida in suo nome il troppo ardire,
e incontinente il ritornar impone:
"Tornatene," dicea "ch'a le vostr'ire
non è il loco opportuno o la stagione;
Goffredo il vi comanda." A questo dire
Rinaldo si frenò, ch'altrui fu sprone,
benché dentro ne frema, e in piú d'un segno
dimostri fuore il mal celato sdegno.
54 Tornàr le schiere indietro, e da i nemici
non fu il ritorno lor punto turbato;
né in parte alcuna de gli estremi uffici
il corpo di Dudon restò fraudato.
Su le pietose braccia i fidi amici
portàrlo, caro peso ed onorato.
Mira intanto il Buglion d'eccelsa parte
de la forte cittade il sito e l'arte.
55 Gierusalem sovra duo colli è posta
d'impari attezza, e vòlti fronte a fronte.
Va per lo mezzo suo valle interposta,
che lei distingue, e l'un da l'altro monte.
Fuor da tre lati ha malagevol costa,
per l'altro vassi, e non par che si monte;
ma d'altissime mura è piú difesa
la parte piana, e 'ncontra Borea è stesa.
56 La città dentro ha lochi in cui si serba
l'acqua che piove, e laghi e fonti vivi;
ma fuor la terra intorno è nuda d'erba,
e di fontane sterile e di rivi.
Né si vede fiorir lieta e superba
d'alberi, e fare schermo a i raggi estivi,
se non se in quanto oltra sei miglia un bosco
sorge d'ombre nocenti orrido e fosco.
57 Ha da quel lato donde il giorno appare
del felice Giordan le nobil onde;
e da la parte occidental, del mare
Mediterraneo l'arenose sponde.
Verso Borea è Betèl, ch'alzò l'altare
al bue de l'oro, e la Samaria, e donde
Austro portar le suol piovoso nembo,
Betelèm che 'l gran parto ascose in grembo.
58 Or mentre guarda e l'alte mura e 'l sito
de la città Goffredo e del paese,
e pensa ove s'accampi, onde assalito
sia il muro ostil piú facile a l'offese,
Erminia il vide, e dimostrollo a dito
al re pagano, e cosí a dir riprese:
"Goffredo è quel, che nel purpureo ammanto
ha di regio e d'augusto in sé cotanto.
59 Veramente è costui nato a l'impero,
sí del regnar, del comandar sa l'arti,
e non minor che duce è cavaliero,
ma del doppio valor tutte ha le parti;
né fra turba sí grande uom piú guerriero
o piú saggio di lui potrei mostrarti.
Sol Raimondo in consiglio, ed in battaglia
sol Rinaldo e Tancredi a lui s'agguaglia."
60 Risponde il re pagan: "Ben ho di lui
contezza, e 'l vidi a la gran corte in Francia,
quand'io d'Egitto messaggier vi fui,
e 'l vidi in nobil giostra oprar la lancia;
e se ben gli anni giovenetti sui
non gli vestian di piume ancor la guancia,
pur dava a i detti, a l'opre, a le sembianze,
presagio omai d'altissime speranze;
61 presagio ahi troppo vero!" E qui le ciglia
turbate inchina, e poi l'inalza e chiede:
"Dimmi chi sia colui c'ha pur vermiglia
la sopravesta, e seco a par si vede.
Oh quanto di sembianti a lui somiglia!
se ben alquanto di statura cede."
"È Baldovin," risponde "e ben si scopre
nel volto a lui fratel, ma piú ne l'opre.
62 Or rimira colui che, quasi in modo
d'uomo che consigli, sta da l'altro fianco:
quegli è Raimondo, il qual tanto ti lodo
d'accorgimento, uom già canuto e bianco.
Non è chi tesser me' bellico frodo
di lui sapesse o sia latino o franco;
ma quell'altro piú in là, ch'orato ha l'elmo,
del re britanno è il buon figliuol Guglielmo.
63 V'è Guelfo seco, e gli è d'opre leggiadre
emulo, e d'alto sangue e d'alto stato:
ben il conosco a le sue spalle quadre,
ed a quel petto colmo e rilevato.
Ma 'l gran nemico mio tra queste squadre
già riveder non posso, e pur vi guato;
io dico Boemondo il micidiale,
distruggitor del sangue mio reale."
64 Cosí parlavan questi; e 'l capitano,
poi ch'intorno ha mirato, a i suoi discende;
e perché crede che la terra in vano
s'oppugneria dov'il piú erto ascende,
contra lo porta Aquilonar, nel piano
che con lei si congiunge, alza le tende;
e quinci procedendo infra la torre
che chiamano Angolar gli altri fa porre.
65 Da quel giro del campo è contenuto
de la cittade il terzo, o poco meno,
che d'ogn'intorno non avria potuto,
(cotanto ella volgea) cingerla a pieno;
ma le vie tutte ond'aver pote aiuto
tenta Goffredo d'impedirle almeno,
ed occupar fa gli opportuni passi
onde da lei si viene ed a lei vassi.
66 Impon che sian le tende indi munite
e di fosse profonde e di trinciere,
che d'una parte a cittadine uscite,
da l'altra oppone a correrie straniere.
Ma poi che fur quest'opere fornite,
vols'egli il corpo di Dudon vedere,
e colà trasse ove il buon duce estinto
da mesta turba e lagrimosa è cinto.
67 Di nobil pompa i fidi amici ornaro
il gran ferètro ove sublime ei giace.
Quando Goffredo entrò, le turbe alzaro
la voce assai piú flebile e loquace;
ma con volto né torbido né chiaro
frena il suo affetto il pio Buglione, e tace.
E poi che 'n lui pensando alquanto fisse
le luci ebbe tenute, al fin sí disse:
68 "Già non si deve a te doglia né pianto,
che se mori nel mondo, in Ciel rinasci;
e qui dove ti spogli il mortal manto
di gloria impresse alte vestigia lasci.
Vivesti qual guerrier cristiano e santo,
e come tal sei morto; or godi, e pasci
in Dio gli occhi bramosi, o felice alma,
ed hai del bene oprar corona e palma.
69 Vivi beata pur, ché nostra sorte,
non tua sventura, a lagrimar n'invita,
poscia ch'al tuo partir sí degna e forte
parte di noi fa co 'l tuo piè partita.
Ma se questa, che 'l vulgo appella morte,
privati ha noi d'una terrena aita,
celeste aita ora impetrar ne puoi
che 'l Ciel t'accoglie infra gli eletti suoi.
70 E come a nostro pro veduto abbiamo
ch'usavi, uom già mortal, l'arme mortali,
cosí vederti oprare anco speriamo,
spirto divin, l'arme del Ciel fatali.
Impara i voti omai, ch'a te porgiamo,
raccòrre, e dar soccorso a i nostri mali:
indi vittoria annunzio; a te devoti
solverem trionfando al tempio i voti."
71 Cosí diss'egli; e già la notte oscura
avea tutti del giorno i raggi spenti,
e con l'oblio d'ogni noiosa cura
ponea tregua a le lagrime, a i lamenti.
Ma il capitan, ch'espugnar mai le mura
non crede senza i bellici tormenti,
pensa ond'abbia le travi, ed in quai forme
le machine componga; e poco dorme.
72 Sorse a pari co 'l sole, ed egli stesso
seguir la pompa funeral poi volle.
A Dudon d'odorifero cipresso
composto hanno un sepolcro a piè d'un colle,
non lunge a gli steccati; e sovra ad esso
un'altissima palma i rami estolle.
Or qui fu posto, e i sacerdoti intanto
quiete a l'alma gli pregàr co 'l canto.
73 Quinci e quindi fra i rami erano appese
insegne e prigioniere arme diverse,
già da lui tolte in piú felici imprese
a le genti di Siria ed a le perse.
De la corazza sua, de l'altro arnese,
in mezzo il grosso tronco si coperse.
"Qui" vi tu scritto poi "giace Dudone:
onorate l'altissimo campione."
74 Ma il pietoso Buglion, poi che da questa
opra si tolse dolorosa e pia,
tutti i fabri del campo a la foresta
con buona scorta di soldati invia.
Ella è tra valli ascosa, e manifesta
l'avea fatta a i Francesi uom di Soria.
Qui per troncar le machine n'andaro,
a cui non abbia la città riparo.
75 L'un l'altro essorta che le piante atterri,
e faccia al bosco inusitati oltraggi.
Caggion recise da i pungenti ferri
le sacre palme e i frassini selvaggi,
i funebri cipressi e i pini e i cerri,
l'elci frondose e gli alti abeti e i faggi,
gli olmi mariti, a cui talor s'appoggia
la vite, e con piè torto al ciel se 'n poggia.
76 Altri i tassi, e le quercie altri percote,
che mille volte rinovàr le chiome,
e mille volte ad ogni incontro immote
l'ire de' venti han rintuzzate e dome;
ed altri impone a le stridenti rote
d'orni e di cedri l'odorate some.
Lascian al suon de l'arme, al vario grido,
e le fère e gli augei la tana e 'l nido.
CANTO QUARTO
1 Mentre son questi a le bell'opre intenti,
perché debbiano tosto in uso porse,
il gran nemico de l'umane genti
contra i cristiani i lividi occhi torse;
e scorgendogli omai lieti e contenti,
ambo le labra per furor si morse,
e qual tauro ferito il suo dolore
versò mugghiando e sospirando fuore.
2 Quinci, avendo pur tutto il pensier vòlto
a recar ne' cristiani ultima doglia,
che sia, comanda, il popol suo raccolto
(concilio orrendo!) entro la regia soglia;
come sia pur leggiera impresa, ahi stolto!,
il repugnare a la divina voglia:
stolto, ch'al Ciel s'agguaglia, e in oblio pone
come di Dio la destra irata tuone.
3 Chiama gli abitator de l'ombre eterne
il rauco suon de la tartarea tromba.
Treman le spaziose atre caverne,
e l'aer cieco a quel romor rimbomba;
né sí stridendo mai da le superne
regioni del cielo il folgor piomba,
né sí scossa giamai trema la terra
quando i vapori in sen gravida serra.
4 Tosto gli dèi d'Abisso in varie torme
concorron d'ogn'intorno a l'alte porte.
Oh come strane, oh come orribil forme!
quant'è ne gli occhi lor terrore e morte!
Stampano alcuni il suol di ferine orme,
e 'n fronte umana han chiome d'angui attorte,
e lor s'aggira dietro immensa coda
che quasi sferza si ripiega e snoda.
5 Qui mille immonde Arpie vedresti e mille
Centauri e Sfingi e pallide Gorgoni,
molte e molte latrar voraci Scille,
e fischiar Idre e sibilar Pitoni,
e vomitar Chimere atre faville,
e Polifemi orrendi e Gerioni;
e in novi mostri, e non piú intesi o visti,
diversi aspetti in un confusi e misti.
6 D'essi parte a sinistra e parte a destra
a seder vanno al crudo re davante.
Siede Pluton nel mezzo, e con la destra
sostien lo scettro ruvido e pesante;
né tanto scoglio in mar, né rupe alpestra,
né pur Calpe s'inalza o 'l magno Atlante,
ch'anzi lui non paresse un picciol colle,
sí la gran fronte e le gran corna estolle.
7 Orrida maestà nel fero aspetto
terrore accresce, e piú superbo il rende:
rosseggian gli occhi, e di veneno infetto
come infausta cometa il guardo splende,
gl'involve il mento e su l'irsuto petto
ispida e folta la gran barba scende,
e in guisa di voragine profonda
s'apre la bocca d'atro sangue immonda.
8 Qual i fumi sulfurei ed infiammati
escon di Mongibello e 'l puzzo e 'l tuono,
tal de la fera bocca i negri fiati,
tale il fetore e le faville sono.
Mentre ei parlava, Cerbero i latrati
ripresse, e l'Idra si fe' muta al suono;
restò Cocito, e ne tremàr gli abissi,
e in questi detti il gran rimbombo udissi:
9 "Tartarei numi, di seder piú degni
là sovra il sole, ond'è l'origin vostra,
che meco già da i piú felici regni
spinse il gran caso in questa orribil chiostra,
gli antichi altrui sospetti e i feri sdegni
noti son troppo, e l'alta impresa nostra;
or Colui regge a suo voler le stelle,
e noi siam giudicate alme rubelle.
10 Ed in vece del dí sereno e puro,
de l'aureo sol, de gli stellati giri,
n'ha qui rinchiusi in questo abisso oscuro,
né vuol ch'al primo onor per noi s'aspiri;
e poscia (ahi quanto a ricordarlo è duro!
quest'è quel che piú inaspra i miei martíri)
ne' bei seggi celesti ha l'uom chiamato,
l'uom vile e di vil fango in terra nato.
11 Né ciò gli parve assai; ma in preda a morte,
sol per farne piú danno, il figlio diede.
Ei venne e ruppe le tartaree porte,
e porre osò ne' regni nostri il piede,
e trarne l'alme a noi dovute in sorte,
e riportarne al Ciel sí ricche prede,
vincitor trionfando, e in nostro scherno
l'insegne ivi spiegar del vinto Inferno.
12 Ma che rinovo i miei dolor parlando?
Chi non ha già l'ingiurie nostre intese?
Ed in qual parte si trovò, né quando,
ch'egli cessasse da l'usate imprese?
Non piú déssi a l'antiche andar pensando,
pensar dobbiamo a le presenti offese.
Deh! non vedete omai com'egli tenti
tutte al suo culto richiamar le genti?
13 Noi trarrem neghittosi i giorni e l'ore,
né degna cura fia che 'l cor n'accenda?
e soffrirem che forza ognor maggiore
il suo popol fedele in Asia prenda?
e che Giudea soggioghi? e che 'l suo onore,
che 'l nome suo piú si dilati e stenda?
che suoni in altre lingue, e in altri carmi
si scriva, e incida in novi bronzi e marmi?
14 Che sian gl'idoli nostri a terra sparsi?
ch'i nostri altari il mondo a lui converta?
ch'a lui sospesi i voti, a lui sol arsi
siano gl'incensi, ed auro e mirra offerta?
ch'ove a noi tempio non solea serrarsi,
or via non resti a l'arti nostre aperta?
che di tant'alme il solito tributo
ne manchi, e in vòto regno alberghi Pluto?
15 Ah! non fia ver, ché non sono anco estinti
gli spirti in voi di quel valor primiero,
quando di ferro e d'alte fiamme cinti
pugnammo già contra il celeste impero.
Fummo, io no 'l nego, in quel conflitto vinti,
pur non mancò virtute al gran pensiero.
Diede che che si fosse a lui vittoria:
rimase a noi d'invitto ardir la gloria.
16 Ma perché piú v'indugio? Itene, o miei
fidi consorti, o mia potenza e forze:
ite veloci, ed opprimete i rei
prima che 'l lor poter piú si rinforze;
pria che tutt'arda il regno de gli Ebrei,
questa fiamma crescente omai s'ammorze;
fra loro entrate, e in ultimo lor danno
or la forza s'adopri ed or l'inganno.
17 Sia destin ciò ch'io voglio: altri disperso
se 'n vada errando, altri rimanga ucciso,
altri in cure d'amor lascive immerso
idol si faccia un dolce sguardo e un riso.
Sia il ferro incontra 'l suo rettor converso
da lo stuol ribellante e 'n sé diviso:
pèra il campo e ruini, e resti in tutto
ogni vestigio suo con lui distrutto."
18 Non aspettàr già l'alme a Dio rubelle
che fosser queste voci al fin condotte;
ma fuor volando a riveder le stelle
già se n'uscian da la profonda notte,
come sonanti e torbide procelle
che vengan fuor de le natie lor grotte
ad oscurar il cielo, a portar guerra
a i gran regni del mar e de la terra.
19 Tosto, spiegando in vari lati i vanni,
si furon questi per lo mondo sparti,
e 'ncominciaro a fabricar inganni
diversi e novi, e ad usar lor arti.
Ma di' tu, Musa, come i primi danni
mandassero a i cristiani e di quai parti;
tu 'l sai, e di tant'opra a noi sí lunge
debil aura di fama a pena giunge.
20 Reggea Damasco e le città vicine
Idraote, famoso e nobil mago,
che fin da' suoi prim'anni a l'indovine
arti si diede, e ne fu ognor piú vago.
Ma che giovàr, se non poté del fine
di quella incerta guerra esser presago?
Ned aspetto di stelle erranti o fisse,
né risposta d'inferno il ver predisse.
21 Giudicò questi (ahi, cieca umana mente,
come i giudizi tuoi son vani e torti!)
ch'a l'essercito invitto d'Occidente
apparecchiasse il Ciel ruine e morti;
però, credendo che l'egizia gente
la palma de l'impresa al fin riporti,
desia che 'l popol suo ne la vittoria
sia de l'acquisto a parte e de la gloria.
22 Ma perché il valor franco ha in grande stima,
di sanguigna vittoria i danni teme;
e va pensando con qual arte in prima
il poter de' cristiani in parte sceme,
sí che piú agevolmente indi s'opprima
da le sue genti e da l'egizie insieme:
in questo suo pensier il sovragiunge
l'angelo iniquo, e piú l'instiga e punge.
23 Esso il consiglia, e gli ministra i modi
onde l'impresa agevolar si pote.
Donna a cui di beltà le prime lodi
concedea l'Oriente, è sua nepote:
gli accorgimenti e le piú occulte frodi
ch'usi o femina o maga a lei son note.
Questa a sé chiama e seco i suoi consigli
comparte, e vuol che cura ella ne pigli.
24 Dice: "O diletta mia, che sotto biondi
capelli e fra sí tenere sembianze
canuto senno e cor virile ascondi,
e già ne l'arti mie me stesso avanze,
gran pensier volgo; e se tu lui secondi,
seguiteran gli effetti a le speranze.
Tessi la tela ch'io ti mostro ordita,
di cauto vecchio essecutrice ardita.
25 Vanne al campo nemico: ivi s'impieghi
ogn'arte feminil ch'amore alletti.
Bagna di pianto e fa' melati i preghi,
tronca e confondi co' sospiri i detti:
beltà dolente e miserabil pieghi,
al tuo volere i piú ostinati petti.
Vela il soverchio ardir con la vergogna,
e fa' manto del vero a la menzogna.
26 Prendi, s'esser potrà, Goffredo a l'esca
de' dolci sguardi e de' be' detti adorni,
sí ch'a l'uomo invaghito omai rincresca
l'incominciata guerra, e la distorni.
Se ciò non puoi, gli altri piú grandi adesca:
menagli in parte ond'alcun mai non torni."
Poi distingue i consigli; al fin le dice:
"Per la fé, per la patria il tutto lice."
27 La bella Armida, di sua forma altera
e de' doni del sesso e de l'etate,
l'impresa prende, e in su la prima sera
parte e tiene sol vie chiuse e celate;
e 'n treccia e 'n gonna feminile spera
vincer popoli invitti e schiere armate.
Ma son del suo partir tra 'l vulgo ad arte
diverse voci poi diffuse e sparte.
28 Dopo non molti dí vien la donzella
dove spiegate i Franchi avean le tende.
A l'apparir de la beltà novella
nasce un bisbiglio e 'l guardo ognun v'intende,
sí come là dove cometa o stella,
non piú vista di giorno, in ciel risplende;
e traggon tutti per veder chi sia
sí bella peregrina, e chi l'invia.
29 Argo non mai, non vide Cipro o Delo
d'abito o di beltà forme sí care:
d'auro ha la chioma, ed or dal bianco velo
traluce involta, or discoperta appare.
Cosí, qualor si rasserena il cielo,
or da candida nube il sol traspare,
or da la nube uscendo i raggi intorno
piú chiari spiega e ne raddoppia il giorno.
30 Fa nove crespe l'aura al crin disciolto,
che natura per sé rincrespa in onde;
stassi l'avaro sguardo in sé raccolto,
e i tesori d'amore e i suoi nasconde.
Dolce color di rose in quel bel volto
fra l'avorio si sparge e si confonde,
ma ne la bocca, onde esce aura amorosa,
sola rosseggia e semplice la rosa.
31 Mostra il bel petto le sue nevi ignude,
onde il foco d'Amor si nutre e desta.
Parte appar de le mamme acerbe e crude,
parte altrui ne ricopre invida vesta:
invida, ma s'a gli occhi il varco chiude,
l'amoroso pensier già non arresta,
ché non ben pago di bellezza esterna
ne gli occulti secreti anco s'interna.
32 Come per acqua o per cristallo intero
trapassa il raggio, e no 'l divide o parte,
per entro il chiuso manto osa il pensiero
sí penetrar ne la vietata parte.
Ivi si spazia, ivi contempla il vero
di tante meraviglie a parte a parte;
poscia al desio le narra e le descrive,
e ne fa le sue fiamme in lui piú vive.
33 Lodata passa e vagheggiata Armida
fra le cupide turbe, e se n'avede.
No 'l mostra già, benché in suo cor ne rida,
e ne disegni alte vittorie e prede.
Mentre, sospesa alquanto, alcuna guida
che la conduca al capitan richiede,
Eustazio occorse a lei, che del sovrano
principe de le squadre era germano.
34 Come al lume farfalla, ei si rivolse
a lo splendor de la beltà divina,
e rimirar da presso i lumi volse
che dolcemente atto modesto inchina;
e ne trasse gran fiamma e la raccolse
come da foco suole esca vicina,
e disse verso lei, ch'audace e baldo
il fea de gli anni e de l'amore il caldo:
35 "Donna, se pur tal nome a te conviensi,
ché non somigli tu cosa terrena,
né v'è figlia d'Adamo in cui dispensi
cotanto il Ciel di sua luce serena,
che da te si ricerca? ed onde viensi?
qual tua ventura o nostra or qui ti mena?
Fa' che sappia chi sei, fa' ch'io non erri
ne l'onorarti; e s'è ragion, m'atterri."
36 Risponde: "Il tuo lodar troppo alto sale,
né tanto in suso il merto nostro arriva.
Cosa vedi, signor, non pur mortale,
ma già morta a i diletti, al duol sol viva;
mia sciagura mi spinge in loco tale,
vergine peregrina e fuggitiva.
Ricovro al pio Goffredo, e in lui confido
tal va di sua bontate intorno il grido.
37 Tu l'adito m'impetra al capitano,
s'hai, come pare, alma cortese e pia."
Ed egli: "È ben ragion ch'a l'un germano
l'altro ti guidi, e intercessor ti sia.
Vergine bella, non ricorri in vano,
non è vile appo lui la grazia mia;
spender tutto potrai, come t'aggrada,
ciò che vaglia il suo scettro o la mia spada."
38 Tace, e la guida ove tra i grandi eroi
allor dal vulgo il pio Buglion s'invola.
Essa inchinollo riverente, e poi
vergognosetta non facea parola.
Ma quei rossor, ma quei timori suoi
rassecura il guerriero e riconsola,
sí che i pensati inganni al fine spiega
in suon che di dolcezza i sensi lega.
39 "Principe invitto," disse "il cui gran nome
se 'n vola adorno di sí ricchi fregi
che l'esser da te vinte e in guerra dome
recansi a gloria le provincie e i regi,
noto per tutto è il tuo valor; e come
sin da i nemici avien che s'ami e pregi,
cosí anco i tuoi nemici affida, e invita
di ricercarti e d'impetrarne aita.
40 Ed io, che nacqui in sí diversa fede
che tu abbassasti e ch'or d'opprimer tenti,
per te spero acquistar la nobil sede
e lo scettro regal de' miei parenti;
e s'altri aita a i suoi congiunti chiede
contro il furor de le straniere genti,
io, poi che 'n lor non ha pietà piú loco,
contra il mio sangue il ferro ostile invoco.
41 Io te chiamo, in te spero; e in quella altezza
puoi tu sol pormi onde sospinta io fui,
né la tua destra esser dée meno avezza
di sollevar che d'atterrar altrui,
né meno il vanto di pietà si prezza
che 'l trionfar de gl'inimici sui;
e s'hai potuto a molti il regno tòrre,
fia gloria egual nel regno or me riporre.
42 Ma se la nostra fé varia ti move
a disprezzar forse i miei preghi onesti,
la fé, c'ho certa in tua pietà, mi giove,
né dritto par ch'ella delusa resti.
Testimone è quel Dio ch'a tutti è Giove
ch'altrui piú giusta aita unqua non désti.
Ma perché il tutto a pieno intenda, or odi
le mie sventure insieme e l'altrui frodi.
43 Figlia i' son d'Arbilan, che 'l regno tenne
del bel Damasco e in minor sorte nacque,
ma la bella Cariclia in sposa ottenne,
cui farlo erede del suo imperio piacque.
Costei co 'l suo morir quasi prevenne
il nascer mio, ch'in tempo estinta giacque
ch'io fuori uscia de l'alvo; e fu il fatale
giorno ch'a lei dié morte, a me natale.
44 Ma il primo lustro a pena era varcato
dal dí ch'ella spogliossi il mortal velo,
quando il mio genitor, cedendo al fato,
forse con lei si ricongiunse in Cielo,
di me cura lassando e de lo stato
al fratel, ch'egli amò con tanto zelo
che, se in petto mortal pietà risiede,
esser certo dovea de la sua fede.
45 Preso dunque di me questi il governo,
vago d'ogni mio ben si mostrò tanto
che d'incorrotta fé, d'amor paterno
e d'immensa pietade ottenne il vanto,
o che 'l maligno suo pensiero interno
celasse allor sotto contrario manto,
o che sincere avesse ancor le voglie,
perch'al figliuol mi destinava in moglie.
46 Io crebbi, e crebbe il figlio; e mai né stile
di cavalier, né nobil arte apprese,
nulla di pellegrino o di gentile
gli piacque mai, né mai troppo alto intese;
sotto diforme aspetto animo vile,
e in cor superbo avare voglie accese:
ruvido in atti, ed in costumi è tale
ch'è sol ne' vizi a se medesmo eguale.
47 Ora il mio buon custode ad uom sí degno
unirmi in matrimonio in sé prefisse,
e farlo del mio letto e del mio regno
consorte; e chiaro a me piú volte il disse.
Usò la lingua e l'arte, usò l'ingegno
perché 'l bramato effetto indi seguisse,
ma promessa da me non trasse mai,
anzi ritrosa ognor tacqui o negai.
48 Partissi alfin con un sembiante oscuro,
onde l'empio suo cor chiaro trasparve;
e ben l'istoria del mio mal futuro
leggergli scritta in fronte allor mi parve.
Quinci i notturni miei riposi furo
turbati ognor da strani sogni e larve,
ed un fatale orror ne l'alma impresso
m'era presagio de' miei danni espresso.
49 Spesso l'ombra materna a me s'offria,
pallida imago e dolorosa in atto,
quanto diversa, oimè!, da quel che pria
visto altrove il suo volto avea ritratto!
`Fuggi, figlia,' dicea `morte sí ria
che ti sovrasta omai, pàrtiti ratto,
già veggio il tòsco e 'l ferro in tuo sol danno
apparecchiar dal perfido tiranno.'
50 Ma che giovava, oimè!, che del periglio
vicino omai fosse presago il core,
s'irresoluta in ritrovar consiglio
la mia tenera età rendea il timore?
Prender fuggendo volontario essiglio,
e ignuda uscir del patrio regno fuore,
grave era sí ch'io fea minore stima
di chiuder gli occhi ove gli apersi in prima.
51 Temea, lassa!, la morte, e non avea
(chi 'l crederia?) poi di fuggirla ardire;
e scoprir la mia tema anco temea,
per non affrettar l'ore al mio morire.
Cosí inquieta e torbida traea
la vita in un continuo martíre,
qual uom ch'aspetti che su 'l collo ignudo
ad or ad or gli caggia il ferro crudo.
52 In tal mio stato, o fosse amica sorte
o ch'a peggio mi serbi il mio destino,
un de' ministri de la regia corte,
che 'l re mio padre s'allevò bambino,
mi scoperse che 'l tempo a la mia morte
dal tiranno prescritto era vicino,
e ch'egli a quel crudele avea promesso
di porgermi il venen quel giorno stesso.
53 E mi soggiunse poi ch'a la mia vita,
sol fuggendo, allungar poteva il corso;
e poi ch'altronde io non sperava aita,
pronto offrí se medesmo al mio soccorso,
e confortando mi rendé sí ardita
che del timor non mi ritenne il morso,
sí ch'io non disponessi a l'aer cieco,
la patria e 'l zio fuggendo, andarne seco.
54 Sorse la notte oltra l'usato oscura,
che sotto l'ombre amiche ne coperse,
onde con due donzelle uscii secura,
compagne elette a le fortune averse;
ma pure indietro a le mie patrie mura
le luci io rivolgea di pianto asperse,
né de la vista del natio terreno
potea, partendo, saziarle a pieno.
55 Fea l'istesso camin l'occhio e 'l pensiero,
e mal suo grado il piede inanzi giva,
sí come nave ch'improviso e fero
turbine scioglia da l'amata riva.
La notte andammo e 'l dí seguente intero
per lochi ov'orma altrui non appariva;
ci ricovrammo in un castello al fine
che siede del mio regno in su 'l confine.
56 È d'Aronte il castel, ch'Aronte fue
quel che mi trasse di periglio e scòrse.
Ma poiché me fuggito aver le sue
mortali insidie il traditor s'accorse,
acceso di furor contr'ambedue,
le sue colpe medesme in noi ritorse;
ed ambo fece rei di quell'eccesso
che commetter in me volse egli stesso.
57 Disse ch'Aronte i' avea con doni spinto
fra sue bevande a mescolar veneno
per non aver, poi ch'egli fosse estinto,
chi legge mi prescriva o tenga a freno;
e ch'io, seguendo un mio lascivo instinto,
volea raccòrmi a mille amanti in seno.
Ahi, che fiamma del cielo anzi in me scenda,
santa onestà, ch'io le tue leggi offenda!
58 Ch'avara fame d'oro e sete insieme
del mio sangue innocente il crudo avesse,
grave m'è sí; ma via piú il cor mi preme
che 'l mio candido onor macchiar volesse.
L'empio, che i popolari impeti teme,
cosí le sue menzogne adorna e tesse
che la città, del ver dubbia e sospesa,
sollevata non s'arma a mia difesa.
59 Né, perch'or sieda nel mio seggio e 'n fronte
già gli risplenda la regal corona,
pone alcun fine a i miei gran danni, a l'onte,
sí la sua feritate oltra lo sprona.
Arder minaccia entro 'l castello Aronte,
se di proprio voler non s'imprigiona;
ed a me, lassa!, e 'nsieme a i miei consorti
guerra annunzia non pur, ma strazi e morti.
60 Ciò dice egli di far perché dal volto
cosí lavarsi la vergogna crede,
e ritornar nel grado, ond'io l'ho tolto,
l'onor del sangue e de la regia sede;
ma il timor n'è cagion che non ritolto
gli sia lo scettro ond'io son vera erede,
ché sol s'io caggio por fermo sostegno
con le ruine mie pote al suo regno.
61 E ben quel fine avrà l'empio desire
che già il tiranno ha stabilito in mente,
e saran nel mio sangue estinte l'ire
che dal mio lagrimar non fiano spente,
se tu no 'l vieti.
A te rifuggo, o sire,
io misera fanciulla, orba, innocente;
e questo pianto, ond'ho i tuoi piedi aspersi,
vagliami sí che 'l sangue io poi non versi.
62 Per questi piedi ond'i superbi e gli empi
calchi, per questa man che 'l dritto aita,
per l'alte tue vittorie, e per que' tèmpi
sacri cui désti e cui dar cerchi aita,
il mio desir, tu che puoi solo, adempi
e in un co 'l regno a me serbi la vita
la tua pietà; ma pietà nulla giove,
s'anco te il dritto e la ragion non move.
63 Tu, cui concesse il Cielo e dielti in fato
voler il giusto e poter ciò che vuoi,
a me salvar la vita, a te lo stato
(ché tuo fia s'io 'l ricovro) acquistar puoi.
Fra numero sí grande a me sia dato
diece condur de' tuoi piú forti eroi,
ch'avendo i padri amici e 'l popol fido,
bastan questi a ripormi entro al mio nido.
64 Anzi un de' primi, a la cui fé commessa
è la custodia di secreta porta,
promette aprirla e ne la reggia stessa
pórci di notte tempo, e sol m'essorta
ch'io da te cerchi alcuna aita; e in essa,
per picciola che sia, si riconforta
piú che s'altronde avesse un grande stuolo,
tanto l'insegne estima e 'l nome solo."
65 Ciò detto, tace; e la risposta attende,
con atto che 'n silenzio ha voce e preghi.
Goffredo il dubbio cor volve e sospende
fra pensier vari, e non sa dove il pieghi.
Teme i barbari inganni, e ben comprende
che non è fede in uom ch'a Dio la neghi.
Ma d'altra parte in lui pietoso affetto
si desta, che non dorme in nobil petto.
66 Né pur l'usata sua pietà natia
vuol che costei de la sua grazia degni,
ma il move util ancor, ch'util gli fia
che ne l'imperio di Damasco regni
chi da lui dipendendo apra la via
ed agevoli il corso a i suoi disegni,
e genti ed arme gli ministri ed oro
contra gli Egizi e chi sarà con loro.
67 Mentre ei cosí dubbioso a terra vòlto
lo sguardo tiene, e 'l pensier volve e gira,
la donna in lui s'affisa, e dal suo volto
intenta pende e gli atti osserva e mira;
e perché tarda oltra 'l suo creder molto
la risposta, ne teme e ne sospira.
Quegli la chiesta grazia al fin negolle,
ma diè risposta assai cortese e molle:
68 "S'in servigio di Dio, ch'a ciò n'elesse,
non s'impiegasser qui le nostre spade,
ben tua speme fondar potresti in esse
e soccorso trovar, non che pietade;
ma se queste sue greggie e queste oppresse
mura non torniam prima in libertade,
giusto non è, con iscemar le genti,
che di nostra vittoria il corso allenti.
69 Ben ti prometto (e tu per nobil pegno
mia fé ne prendi, e vivi in lei secura)
che se mai sottrarremo al giogo indegno
queste sacre e dal Ciel dilette mura,
di ritornarti al tuo perduto regno,
come pietà n'essorta, avrem poi cura.
Or mi farebbe la pietà men pio,
s'anzi il suo dritto io non rendessi a Dio."
70 A quel parlar chinò la donna e fisse
le luci a terra, e stette immota alquanto;
poi sollevolle rugiadose e disse,
accompagnando i flebil atti al pianto:
"Misera! ed a qual altra il Ciel prescrisse
vita mai grave ed immutabil tanto,
che si cangia in altrui mente e natura
pria che si cangi in me sorte sí dura?
71 Nulla speme piú resta, in van mi doglio:
non han piú forza in uman petto i preghi.
Forse lece sperar che 'l mio cordoglio,
che te non mosse, il reo tiranno pieghi?
Né già te d'inclemenza accusar voglio
perché 'l picciol soccorso a me si neghi,
ma il Cielo accuso, onde il mio mal discende,
che 'n te pietate innessorabil rende.
72 Non tu, signor, né tua bontade è tale,
ma 'l mio destino è che mi nega aita.
Crudo destino, empio destin fatale,
uccidi omai questa odiosa vita.
L'avermi priva, oimè!, fu picciol male
de' dolci padri in loro età fiorita,
se non mi vedi ancor, del regno priva,
qual vittima al coltello andar cattiva.
73 Ché, poi che legge d'onestate e zelo
non vuol che qui sí lungamente indugi,
a cui ricovro intanto? ove mi celo?
o quai contra il tiranno avrò rifugi?
Nessun loco sí chiuso è sotto il cielo
ch'a l'or non s'apra: or perché tanti indugi?
Veggio la morte, e se 'l fuggirla è vano,
incontro a lei n'andrò con questa mano."
74 Qui tacque, e parve ch'un regale sdegno
e generoso l'accendesse in vista;
e 'l piè volgendo di partir fea segno,
tutta ne gli atti dispettosa e trista.
Il pianto si spargea senza ritegno,
com'ira suol produrlo a dolor mista,
e le nascenti lagrime a vederle
erano a i rai del sol cristallo e perle.
75 Le guancie asperse di que' vivi umori
che giú cadean sin de la veste al lembo,
parean vermigli insieme e bianchi fiori,
se pur gli irriga un rugiadoso nembo,
quando su l'apparir de' primi albori
spiegano a l'aure liete il chiuso grembo;
e l'alba, che li mira e se n'appaga,
d'adornarsene il crin diventa vaga.
76 Ma il chiaro umor, che di sí spesse stille
le belle gote e 'l seno adorno rende,
opra effetto di foco, il qual in mille
petti serpe celato e vi s'apprende.
O miracol d'Amor, che le faville
tragge del pianto, e i cor ne l'acqua accende!
Sempre sovra natura egli ha possanza.
ma in virtú di costei se stesso avanza.
77 Questo finto dolor da molti elice
lagrime vere, e i cor piú duri spetra.
Ciascun con lei s'affligge, e fra sé dice:
"Se mercé da Goffredo or non impetra,
ben fu rabbiosa tigre a lui nutrice,
e 'l produsse in aspr'alpe orrida pietra
o l'onda che nel mar si frange e spuma:
crudel, che tal beltà turba e consuma."
78 Ma il giovenetto Eustazio, in cui la face
di pietade e d'amore è piú fervente,
mentre bisbiglia ciascun altro, e tace,
si tragge avanti e parla audacemente:
"O germano e signor, troppo tenace
del suo primo proposto è la tua mente,
s'al consenso comun, che brama e prega,
arrendevole alquanto or non si piega.
79 Non dico io già che i principi, ch'a cura
si stanno qui de' popoli soggetti,
torcano il piè da l'oppugnate mura,
e sian gli uffici lor da lor negletti;
ma fra noi, che guerrier siam di ventura,
senz'alcun proprio peso e meno astretti
a le leggi de gli altri, elegger diece
difensori del giusto a te ben lece;
80 ch'al servigio di Dio già non si toglie
l'uom ch'innocente vergine difende,
ed assai care al Ciel son quelle spoglie
che d'ucciso tiranno altri gli appende.
Quando dunque a l'impresa or non m'invoglie
quell'util certo che da lei s'attende,
mi ci move il dover, ch'a dar tenuto
è l'ordin nostro a le donzelle aiuto.
81 Ah! non sia ver, per Dio, che si ridica
in Francia, o dove in pregio è cortesia,
che si fugga da noi rischio o fatica
per cagion cosí giusta e cosí pia.
Io per me qui depongo elmo e lorica,
qui mi scingo la spada, e piú non fia
ch'adopri indegnamente arme o destriero,
o 'l nome usurpi mai di cavaliero."
82 Cosí favella; e seco in chiaro suono
tutto l'ordine suo concorde freme,
e chiamando il consiglio utile e buono
co' preghi il capitan circonda e preme.
"Cedo," egli disse allora "e vinto sono
al concorso di tanti uniti insieme;
abbia, se parvi, il chiesto don costei
da i vostri sí, non da i consigli miei.
83 Ma se Goffredo di credenza alquanto
pur trova in voi, temprate i vostri affetti."
Tanto ei sol disse, e basta lor ben tanto
perché ciascun quel che concede accetti.
Or che non può di bella donna il pianto,
ed in lingua amorosa i dolci detti?
Esce da vaghe labra aurea catena
che l'alme a suo voler prende ed affrena.
84 Eustazio lei richiama, e dice: "Omai
cessi, vaga donzella, il tuo dolore,
ché tal da noi soccorso in breve avrai
qual par che piú 'l richieggia il tuo timore."
Serenò allora i nubilosi rai
Armida, e sí ridente apparve fuore
ch'innamorò di sue bellezze il cielo
asciugandosi gli occhi co 'l bel velo.
85 Rendé lor poscia, in dolci e care note,
grazie per l'alte grazie a lei concesse,
mostrando che sariano al mondo note
mai sempre, e sempre nel suo core impresse;
e ciò che lingua esprimer ben non pote,
muta eloquenza ne' suoi gesti espresse,
e celò sí sotto mentito aspetto
il suo pensier ch'altrui non diè sospetto.
86 Quinci vedendo che furtuna arriso
al gran principio di sue frodi avea,
prima che 'l suo pensier le sia preciso,
dispon di trarre al fin opra sí rea,
e far con gli atti dolci e co 'l bel viso
piú che con l'arti lor Circe o Medea,
e in voce di sirena a i suoi concenti
addormentar le piú svegliate menti.
87 Usa ogn'arte la donna, onde sia colto
ne la sua rete alcun novello amante;
né con tutti, né sempre un stesso volto
serba, ma cangia a tempo atti e sembiante.
Or tien pudica il guardo in sé raccolto,
or lo rivolge cupido e vagante:
la sferza in quegli, il freno adopra in questi,
come lor vede in amar lenti o presti.
88 Se scorge alcun che dal suo amor ritiri
l'alma, e i pensier per diffidenza affrene,
gli apre un benigno riso, e in dolci giri
volge le luci in lui liete e serene;
e cosí i pigri e timidi desiri
sprona, ed affida la dubbiosa spene,
ed infiammando l'amorose voglie
sgombra quel gel che la paura accoglie.
89 Ad altri poi, ch'audace il segno varca
scòrto da cieco e temerario duce,
de' cari detti e de' begli occhi è parca,
e in lui timore e riverenza induce.
Ma fra lo sdegno, onde la fronte è carca,
pur anco un raggio di pietà riluce,
sí ch'altri teme ben, ma non dispera,
e piú s'invoglia quanto appar piú altera.
90 Stassi tal volta ella in disparte alquanto
e 'l volto e gli atti suoi compone e finge
quasi dogliosa, e in fin su gli occhi il pianto
tragge sovente e poi dentro il respinge;
e con quest'arti a lagrimar intanto
seco mill'alme semplicette astringe,
e in foco di pietà strali d'amore
tempra, onde pèra a sí fort'arme il core.
91 Poi, sí come ella a quei pensier s'invole
e novella speranza in lei si deste,
vèr gli amanti il piè drizza e le parole,
e di gioia la fronte adorna e veste;
e lampeggiar fa, quasi un doppio sole,
il chiaro sguardo e 'l bel riso celeste
su le nebbie del duolo oscure e folte,
ch'avea lor prima intorno al petto accolte.
92 Ma mentre dolce parla e dolce ride,
e di doppia dolcezza inebria i sensi,
quasi dal petto lor l'alma divide,
non prima usata a quei diletti immensi.
Ahi crudo Amor, ch'egualmente n'ancide
l'assenzio e 'l mèl che tu fra noi dispensi,
e d'ogni tempo egualmente mortali
vengon da te le medicine e i mali!
93 Fra sí contrarie tempre, in ghiaccio e in foco,
in riso e in pianto, e fra paura e spene,
inforsa ogni suo stato, e di lor gioco
l'ingannatrice donna a prender viene;
e s'alcun mai con suon tremante e fioco
osa parlando d'accennar sue pene,
finge, quasi in amor rozza e inesperta,
non veder l'alma ne' suoi detti aperta.
94 O pur le luci vergognose e chine
tenendo, d'onestà s'orna e colora,
sí che viene a celar le fresche brine
sotto le rose onde il bel viso infiora,
qual ne l'ore piú fresche e matutine
del primo nascer suo veggiam l'aurora;
e 'l rossor de lo sdegno insieme n'esce
con la vergogna, e si confonde e mesce.
95 Ma se prima ne gli atti ella s'accorge
d'uom che tenti scoprir l'accese voglie,
or gli s'invola e fugge, ed or gli porge
modo onde parli e in un tempo il ritoglie;
cosí il dí tutto in vano error lo scorge
stanco, e deluso poi di speme il toglie.
Ei si riman qual cacciator ch'a sera
perda al fin l'orma di seguita fèra.
96 Queste fur l'arti onde mill'alme e mille
prender furtivamente ella poteo,
anzi pur furon l'arme onde rapille
ed a forza d'Amor serve le feo.
Qual meraviglia or fia s'il fero Achille
d'Amor fu preda, ed Ercole e Teseo,
s'ancor chi per Giesú la spada cinge
l'empio ne' lacci suoi talora stringe?
CANTO QUINTO
1 Mentre in tal guisa i cavalieri alletta
ne l'amor suo l'insidiosa Armida,
né solo i diece a lei promessi aspetta
ma di furto menarne altri confida,
volge tra sé Goffredo a cui commetta
la dubbia impresa ov'ella esser dée guida,
ché de gli aventurier la copia e 'l merto
e 'l desir di ciascuno il fanno incerto.
2 Ma con provido aviso al fin dispone
ch'essi un di loro scelgano a sua voglia,
che succeda al magnanimo Dudone
e quella elezion sovra sé toglia.
Cosí non averrà ch'ei dia cagione
ad alcun d'essi che di lui si doglia,
e insieme mostrerà d'aver nel pregio,
in cui deve a ragion, lo stuolo egregio.
3 A sé dunque li chiama, e lor favella:
"Stata è da voi la mia sentenza udita,
ch'era non di negare a la donzella,
ma di darle in stagion matura aita.
Di novo or la propongo, e ben pote ella
esser dal parer vostro anco seguita,
ché nel mondo mutabile e leggiero
costanza è spesso il variar pensiero.
4 Ma se stimate ancor che mal convegna
al vostro grado il rifiutar periglio,
e se pur generoso ardire sdegna
quel che troppo gli par cauto consiglio,
non sia ch'involontari io vi ritegna,
né quel che già vi diedi or mi ripiglio;
ma sia con esso voi, com'esser deve,
il fren del nostro imperio lento e leve.
5 Dunque lo starne o 'l girne i' son contento
che dal vostro piacer libero penda:
ben vuo' che pria facciate al duce spento
successor novo, e di voi cura ei prenda,
e tra voi scelga i diece a suo talento;
non già di diece il numero trascenda,
ch'in questo il sommo imperio a me riservo:
non fia l'arbitrio suo per altro servo."
6 Cosí disse Goffredo; e 'l suo germano,
consentendo ciascun, risposta diede:
"Sí come a te conviensi, o capitano,
questa lenta virtú che lunge vede,
cosí il vigor del core e de la mano,
quasi debito a noi, da noi si chiede.
E saria la matura tarditate,
ch'in altri è providenza, in voi viltate.
7 E poi che 'l rischio è di sí leve danno
posto in lance co 'l pro che 'l contrapesa,
te permettente, i diece eletti andranno
con la donzella a l'onorata impresa."
Cosí conclude, e con sí adorno inganno
cerca di ricoprir la mente accesa
sotto altro zelo; e gli altri anco d'onore
fingon desio quel ch'è desio d'amore.
8 Ma il piú giovin Buglione, il qual rimira
con geloso occhio il figlio di Sofia,
la cui virtute invidiando ammira
che 'n sí bel corpo piú cara venia,
no 'l vorrebbe compagno, e al cor gli inspira
cauti pensier l'astuta gelosia,
onde, tratto il rivale a sé in disparte,
ragiona a lui con lusinghevol arte:
9 "O di gran genitor maggior figliuolo,
che 'l sommo pregio in arme hai giovenetto,
or chi sarà del valoroso stuolo,
di cui parte noi siamo, in duce eletto?
Io, ch'a Dudon famoso a pena, e solo
per l'onor de l'età, vivea soggetto;
io, fratel di Goffredo, a chi piú deggio
cedere omai? se tu non sei, no 'l veggio.
10 Te, la cui nobiltà tutt'altre agguaglia,
gloria e merito d'opre a me prepone,
né sdegnerebbe in pregio di battaglia
minor chiamarsi anco il maggior Buglione.
Te dunque in duce bramo, ove non caglia
a te di questa sira esser campione,
né già cred'io che quell'onor tu curi
che da' fatti verrà notturni e scuri;
11 né mancherà qui loco ove s'impieghi
con piú lucida fama il tuo valore.
Or io procurerò, se tu no 'l neghi,
ch'a te concedan gli altri il sommo onore;
ma perché non so ben dove si pieghi
l'irresoluto mio dubbioso core,
impetro or io da te, ch'a voglia mia
o segua poscia Armida o teco stia."
12 Qui tacque Eustazio, e questi estremi accenti
non proferí senza arrossarsi in viso,
e i mal celati suoi pensier ardenti
l'altro ben vide, e mosse ad un sorriso;
ma perch'a lui colpi d'amor piú lenti
non hanno il petto oltra la scorza inciso,
né molto impaziente è di rivale,
né la donzella di seguir gli cale
13 ben altamente ha nel pensier tenace
l'acerba morte di Dudon scolpita,
e si reca a disnor ch'Argante audace
gli soprastia lunga stagion in vita;
e parte di sentir anco gli piace
quel parlar ch'al dovuto onor l'invita,
e 'l giovenetto cor s'appaga e gode
del dolce suon de la verace lode.
14 Onde cosí rispose: "I gradi primi
piú meritar che conseguir desio,
né, pur che me la mia virtú sublimi,
di scettri altezza invidiar degg'io;
ma s'a l'onor mi chiami, e che lo stimi
debito a me, non ci verrò restio,
e caro esser mi dée che sia dimostro
sí bel segno da voi del valor nostro.
15 Dunque io no 'l chiedo e no 'l rifiuto; e quando
duce io pur sia, sarai tu de gli eletti."
Allora il lascia Eustazio, e va piegando
de' suoi compagni al suo voler gli affetti;
ma chiede a prova il principe Gernando
quel grado, e bench'Armida in lui saetti,
men può nel cor superbo amor di donna
ch'avidità d'onor che se n'indonna.
16 Sceso Gernando è da' gran re norvegi,
che di molte provincie ebber l'impero;
e le tante corone e' scettri regi
e del padre e de gli avi il fanno altero.
Altero è l'altro de' suoi propri pregi,
piú che de l'opre che i passati fèro,
ancor che gli avi suoi cento e piú lustri
stati sian chiari in pace e 'n guerra illustri.
17 Ma il barbaro signor, che sol misura
quanto l'oro o 'l domino oltre si stenda,
e per sé stima ogni virtute oscura
cui titolo regal chiara non renda,
non può soffrir che 'n ciò ch'egli procura
seco di merto il cavalier contenda,
e se ne cruccia sí ch'oltra ogni segno
di ragione il trasporta ira e disdegno.
18 Tal che 'l maligno spirito d'Averno,
ch'in lui strada sí larga aprir si vede,
tacito in sen gli serpe ed al governo
de' suoi pensieri lusingando siede.
E qui piú sempre l'ira e l'odio interno
inacerbisce, e 'l cor stimola e fiede;
e fa che 'n mezzo a l'alma ognor risuona
una voce ch'a lui cosí ragiona:
19 "Teco giostra Rinaldo: or tanto vale
quel suo numero van d'antichi eroi?
Narri costui, ch'a te vuol farsi eguale,
le genti serve e i tributari suoi;
mostri gli scettri, e in dignità regale
paragoni i suoi morti a i vivi tuoi.
Ah quanto osa un signor d'indegno stato,
signor che ne la serva Italia è nato!
20 Vinca egli o perda omai, ché vincitore
fu insino allor ch'emulo tuo divenne,
che dirà il mondo? (e ciò fia sommo onore):
`Questi già con Gernando in gara venne.'
Poteva a te recar gloria e splendore
il nobil grado che Dudon pria tenne;
ma già non meno esso da te n'attese:
costui scemò suo pregio allor che 'l chiese.
21 E se, poi ch'altri piú non parla o spira,
de' nostri affari alcuna cosa sente,
come credi che 'n Ciel di nobil ira
il buon vecchio Dudon si mostri ardente,
mentre in questo superbo i lumi gira
ed al suo temerario ardir pon mente,
che seco ancor, l'età sprezzando e 'l merto,
fanciullo osa agguagliarsi ed inesperto?
22 E l'osa pure e 'l tenta, e ne riporta
in vece di castigo onor e laude,
e v'è chi ne 'l consiglia e ne l'essorta
(o vergogna comune!) e chi gli applaude.
Ma se Goffredo il vede, e gli comporta
che di ciò ch'a te déssi egli ti fraude,
no 'l soffrir tu; né già soffrirlo déi,
ma ciò che puoi dimostra e ciò che sei."
23 Al suon di queste voci arde lo sdegno
e cresce in lui quasi commossa face;
né capendo nel cor gonfiato e pregno,
per gli occhi n'esce e per la lingua audace.
Ciò che di riprensibile e d'indegno
crede in Rinaldo, a suo disnor non tace;
superbo e vano il finge, e 'l suo valore
chiama temerità pazza e furore.
24 E quanto di magnanimo e d'altero
e d'eccelso e d'illustre in lui risplende,
tutto adombrando con mal arti il vero,
pur come vizio sia, biasma e riprende,
e ne ragiona sí che 'l cavaliero,
emulo suo, publico il suon n'intende;
non però sfoga l'ira o si raffrena
quel cieco impeto in lui ch'a morte il mena,
25 ché 'l reo demon che la sua lingua move
di spirto in vece, e forma ogni suo detto,
fa che gl'ingiusti oltraggi ognor rinove,
esca aggiungendo a l'infiammato petto.
Loco è nel campo assai capace, dove
s'aduna sempre un bel drapello eletto,
e quivi insieme in torneamenti e in lotte
rendon le membra vigorose e dotte.
26 Or quivi, allor che v'è turba piú folta,
pur, com'è suo destin, Rinaldo accusa,
e quasi acuto strale in lui rivolta
la lingua, del venen d'Averno infusa;
e vicino è Rinaldo e i detti ascolta,
né pote l'ira omai tener piú chiusa,
ma grida: "Menti," e adosso a lui si spinge,
e nudo ne la destra il ferro stringe.
27 Parve un tuono la voce, e 'l ferro un lampo
che di folgor cadente annunzio apporte.
Tremò colui, né vide fuga o scampo
da la presente irreparabil morte;
pur, tutto essendo testimonio il campo,
fa sembianti d'intrepido e di forte,
e 'l gran nemico attende, e 'l ferro tratto
fermo si reca di difesa in atto.
28 Quasi in quel punto mille spade ardenti
furon vedute fiammeggiar insieme,
ché varia turba di mal caute genti
d'ogn'intorno v'accorre, e s'urta e preme.
D'incerte voci e di confusi accenti
un suon per l'aria si raggira e freme,
qual s'ode in riva al mare, ove confonda
il vento i suoi co' mormorii de l'onda.
29 Ma per le voci altrui già non s'allenta
ne l'offeso guerrier l'impeto e l'ira.
Sprezza i gridi e i ripari e ciò che tenta
chiudergli il varco, ed a vendetta aspira;
e fra gli uomini e l'armi oltre s'aventa,
e la fulminea spada in cerchio gira,
sí che le vie si sgombra e solo, ad onta
di mille difensor, Gernando affronta.
30 E con la man, ne l'ira anco maestra,
mille colpi vèr lui drizza e comparte:
or al petto, or al capo, or a la destra
tenta ferirlo, ora a la manca parte,
e impetuosa e rapida la destra
è in guisa tal che gli occhi inganna e l'arte,
tal ch'improvisa e inaspettata giunge
ove manco si teme, e fère e punge.
31 Né cessò mai sin che nel seno immersa
gli ebbe una volta e due la fera spada.
Cade il meschin su la ferita, e versa
gli spirti e l'alma fuor per doppia strada.
L'arme ripone ancor di sangue aspersa
il vincitor, né sovra lui piú bada;
ma si rivolge altrove, e insieme spoglia
l'animo crudo e l'adirata voglia.
32 Tratto al tumulto il pio Goffredo intanto,
vede fero spettacolo improviso:
steso Gernando, il crin di sangue e 'l manto
sordido e molle, e pien di morte il viso;
ode i sospiri e le querele e 'l pianto
che molti fan sovra il guerrier ucciso.
Stupido chiede: "Or qui, dove men lece,
chi fu ch'ardí cotanto e tanto fece?"
33 Arnalto, un de' piú cari al prence estinto,
narra (e 'l caso in narrando aggrava molto)
che Rinaldo l'uccise e che fu spinto
da leggiera cagion d'impeto stolto,
e che quel ferro, che per Cristo è cinto,
ne' campioni di Cristo avea rivolto,
e sprezzato il suo impero e quel divieto
che fe' pur dianzi e che non è secreto;
34 e che per legge è reo di morte e deve,
come l'editto impone, esser punito,
sí perché il fallo in se medesmo è greve,
sí perché 'n loco tale egli è seguito;
che se de l'error suo perdon riceve,
fia ciascun altro per l'essempio ardito,
e che gli offesi poi quella vendetta
vorranno far ch'a i giudici s'aspetta;
35 onde per tal cagion discordie e risse
germoglieran fra quella parte e questa.
Rammentò i merti de l'estinto, e disse
tutto ciò ch'o pietate o sdegno desta.
Ma s'oppose Tancredi e contradisse,
e la causa del reo dipinse onesta.
Goffredo ascolta, e in rigida sembianza
porge piú di timor che di speranza.
36 Soggiunse allor Tancredi: "Or ti sovegna,
saggio signor, chi sia Rinaldo e quale:
qual per se stesso onor gli si convegna,
e per la stirpe sua chiara e regale,
e per Guelfo suo zio.
Non dée chi regna
nel castigo con tutti esser eguale:
vario è l'istesso error ne' gradi vari,
e sol l'egualità giusta è co' pari."
37 Risponde il capitan: "Da i piú sublimi
ad ubidire imparino i piú bassi.
Mal, Tancredi, consigli e male stimi
se vuoi ch'i grandi in sua licenza io lassi.
Qual fòra imperio il mio s'a vili ed imi,
sol duce de la plebe, io commandassi?
Scettro impotente e vergognoso impero:
se con tal legge è dato, io piú no 'l chero.
38 Ma libero fu dato e venerando,
né vuo' ch'alcun d'autorità lo scemi.
E so ben io come si deggia e quando
ora diverse impor le pene e i premi,
ora, tenor d'egualità serbando,
non separar da gli infimi i supremi."
Cosí dicea; né rispondea colui,
vinto da riverenza, a i detti sui.
39 Raimondo, imitator de la severa
rigida antichità, lodava i detti.
"Con quest'arti" dicea "chi bene impera
si rende venerabile a i soggetti,
ché già non è la disciplina intera
ov'uom perdono e non castigo aspetti.
Cade ogni regno, e ruinosa è senza
la base del timor ogni clemenza."
40 Tal ei parlava, e le parole accolse
Tancredi, e piú fra lor non si ritenne,
ma vèr Rinaldo immantinente volse
un suo destrier che parve aver le penne.
Rinaldo, poi ch'al fer nemico tolse
l'orgoglio e l'alma, al padiglion se 'n venne.
Qui Tancredi trovollo, e de le cose
dette e risposte a pien la somma espose.
41 Soggiunse poi: "Bench'io sembianza esterna
del cor non stimi testimon verace,
ché 'n parte troppo cupa e troppo interna
il pensier de' mortali occulto giace,
pur ardisco affermar, a quel ch'io scerna
nel capitan ch'in tutto anco no 'l tace,
ch'egli ti voglia a l'obligo soggetto
de' rei comune e in suo poter ristretto."
42 Sorrise allor Rinaldo, e con un volto
in cui tra 'l riso lampeggiò lo sdegno:
"Difenda sua ragion ne' ceppi involto
chi servo è" disse "o d'esser servo è degno.
Libero i' nacqui e vissi, e morrò sciolto
pria che man porga o piede a laccio indegno:
usa a la spada è questa destra ed usa
a le palme, e vil nodo ella ricusa.
43 Ma s'a i meriti miei questa mercede
Goffredo rende e vuol impregionarme
pur com'io fosse un uom del vulgo, e crede
a carcere plebeo legato trarme,
venga egli o mandi, io terrò fermo il piede.
Giudici fian tra noi la sorte e l'arme:
fera tragedia vuol che s'appresenti
per lor diporto a le nemiche genti."
44 Ciò detto, l'armi chiede; e 'l capo e 'l busto
di finissimo acciaio adorno rende
e fa del grande scudo il braccio onusto,
e la fatale spada al fianco appende,
e in sembiante magnanimo ed augusto,
come folgore suol, ne l'arme splende.
Marte, e' rassembra te qualor dal quinto
cielo di ferro scendi e d'orror cinto.
45 Tancredi intanto i feri spirti e 'l core
insuperbito d'ammollir procura.
"Giovene invitto," dice "al tuo valore
so che fia piana ogn'erta impresa e dura,
so che fra l'arme sempre e fra 'l terrore
la tua eccelsa virtute è piú secura;
ma non consenta Dio ch'ella si mostri
oggi sí crudelmente a' danni nostri.
46 Dimmi, che pensi far? vorrai le mani
del civil sangue tuo dunque bruttarte?
e con le piaghe indegne de' cristiani
trafigger Cristo, ond'ei son membra e parte?
Di transitorio onor rispetti vani,
che qual onda del mar se 'n viene e parte,
potranno in te piú che la fede e 'l zelo
di quella gloria che n'eterna in Cielo?
47 Ah non, per Dio!, vinci te stesso e spoglia
questa feroce tua mente superba.
Cedi! non fia timor, ma santa voglia,
ch'a questo ceder tuo palma si serba.
E se pur degna ond'altri essempio toglia
è la mia giovenetta etate acerba,
anch'io fui provocato, e pur non venni
co' fedeli in contesa e mi contenni;
48 ch'avend'io preso di Cilicia il regno,
e l'insegne spiegatevi di Cristo,
Baldovin sopragiunse, e con indegno
modo occupollo e ne fe' vile acquisto;
ché, mostrandosi amico ad ogni segno,
del suo avaro pensier non m'era avisto.
Ma con l'arme però di ricovrarlo
non tentai poscia, e forse i' potea farlo.
49 E se pur anco la prigion ricusi
e i lacci schivi, quasi ignobil pondo,
e seguir vuoi l'opinioni e gli usi
che per leggi d'onore approva il mondo,
lascia qui me ch'al capitan ti scusi,
e 'n Antiochia tu vanne a Boemondo,
ché né soppórti in questo impeto primo
a' suoi giudizi assai securo stimo.
50 Ben tosto fia, se pur qui contra avremo
l'arme d'Egitto o d'altro stuol pagano,
ch'assai piú chiaro il tuo valore estremo
n'apparirà mentre sarai lontano;
e senza te parranne il campo scemo,
quasi corpo cui tronco è braccio o mano."
Qui Guelfo sopragiunge e i detti approva,
e vuol che senza indugio indi si mova.
51 A i lor consigli la sdegnosa mente
de l'audace garzon si svolge e piega,
tal ch'egli di partirsi immantinente
fuor di quell'oste a i fidi suoi non nega.
Molta intanto è concorsa amica gente,
e seco andarne ognun procura e prega;
egli tutti ringrazia e seco prende
sol duo scudieri, e su 'l cavallo ascende.
52 Parte, e porta un desio d'eterna ed alma
gloria ch'a nobil core è sferza e sprone;
a magnanime imprese intent'ha l'alma,
ed insolite cose oprar dispone:
gir fra i nemici, ivi o cipresso o palma
acquistar per la fede ond'è campione,
scorrer l'Egitto, e penetrar sin dove
fuor d'incognito fonte il Nilo move.
53 Ma Guelfo, poi che 'l giovene feroce
affrettato al partir preso ha congedo,
quivi non bada, e se ne va veloce
ove egli stima ritrovar Goffredo,
il qual, come lui vede, alza la voce:
"Guelfo," dicendo "a punto or te richiedo,
e mandato ho pur ora in varie parti
alcun de' nostri araldi a ricercarti."
54 Poi fa ritrarre ogn'altro, e in basse note
ricomincia con lui grave sermone:
"Veracemente, o Guelfo, il tuo nepote
troppo trascorre, ov'ira il cor gli sprone,
e male addursi a mia credenza or pote
di questo fatto suo giusta cagione.
Ben caro avrò ch'ella ci rechi tale,
ma Goffredo con tutti è duce eguale;
55 e sarà del legitimo e del dritto
custode in ogni caso e difensore,
serbando sempre al giudicare invitto
da le tiranne passioni il core.
Or se Rinaldo a violar l'editto
e de la disciplina il sacro onore
costretto fu, come alcun dice, a i nostri
giudizi venga ad inchinarsi, e 'l mostri.
56 A sua retenzion libero vegna:
questo, ch'io posso, a i merti suoi consento.
Ma s'egli sta ritroso e se ne sdegna
(conosco quel suo indomito ardimento),
tu di condurlo a proveder t'ingegna
ch'ei non isforzi uom mansueto e lento
ad esser de le leggi e de l'impero
vendicator, quanto è ragion, severo."
57 Cosí disse egli; e Guelfo a lui rispose;
"Anima non potea d'infamia schiva
voci sentir di scorno ingiuriose,
e non farne repulsa ove l'udiva.
E se l'oltraggiatore a morte ei pose,
chi è che mèta a giust'ira prescriva?
chi conta i colpi o la dovuta offesa,
mentre arde la tenzon, misura e pesa?
58 Ma quel che chiedi tu, ch'al tuo soprano
arbitrio il garzon venga a sottoporse,
duolmi ch'esser non può, ch'egli lontano
da l'oste immantinente il passo torse.
Ben m'offro io di provar con questa mano
a lui ch'a torto in falsa accusa il morse,
o s'altri v'è di sí maligno dente,
ch'ei puní l'onta ingiusta giustamente.
59 A ragion, dico, al tumido Gernando
fiaccò le corna del superbo orgoglio.
Sol, s'egli errò, fu ne l'oblio del bando;
ciò ben mi pesa, ed a lodar no 'l toglio."
Tacque, e disse Goffredo: "Or vada errando,
e porti risse altrove; io qui non voglio
che sparga seme tu di nove liti:
deh, per Dio, sian gli sdegni anco forniti."
60 Di procurare il suo soccorso intanto
non cessò mai l'ingannatrice rea.
Pregava il giorno, e ponea in uso quanto
l'arte e l'ingegno e la beltà potea;
ma poi, quando stendendo il fosco manto
la notte in occidente il dí chiudea,
tra duo suoi cavalieri e due matrone
ricovrava in disparte al padiglione.
61 Ma benché sia mastra d'inganni, e i suoi
modi gentili e le maniere accorte,
e bella sí che 'l ciel prima né poi
altrui non dié maggior bellezza in sorte,
tal che del campo i piú famosi eroi
ha presi d'un piacer tenace e forte;
non è però ch'a l'esca de' diletti
il pio Goffredo lusingando alletti.
62 In van cerca invaghirlo, e con mortali
dolcezze attrarlo a l'amorosa vita,
ché qual saturo augel, che non si cali
ove il cibo mostrando altri l'invita,
tal ei sazio del mondo i piacer frali
sprezza, e se 'n poggia al Ciel per via romita,
e quante insidie al suo bel volo tende
l'infido amor, tutte fallaci rende.
63 Né impedimento alcun torcer da l'orme
pote, che Dio ne segna, i pensier santi.
Tentò ella mill'arti, e in mille forme
quasi Proteo novel gli apparse inanti,
e desto Amor, dove piú freddo ei dorme,
avrian gli atti dolcissimi e i sembianti,
ma qui (grazie divine) ogni sua prova
vana riesce, e ritentar non giova.
64 La bella donna, ch'ogni cor piú casto
arder credeva ad un girar di ciglia,
oh come perde or l'alterezza e 'l fasto!
e quale ha di ciò sdegno e meraviglia!
Rivolger le sue forze ove contrasto
men duro trovi al fin si riconsiglia,
qual capitan ch'inespugnabil terra
stanco abbandoni, e porti altrove guerra.
65 Ma contra l'arme di costei non meno
si mostrò di Tancredi invitto il core,
però ch'altro desio gli ingombra il seno,
né vi può loco aver novello ardore;
ché si come da l'un l'altro veneno
guardar ne suol, tal l'un da l'altro amore.
Questi soli non vinse: o molto o poco
avampò ciascun altro al suo bel foco.
66 Ella, se ben si duol che non succeda
sí pienamente il suo disegno e l'arte,
pur fatto avendo cosí nobil preda
di tanti eroi, si riconsola in parte.
E pria che di sue frodi altri s'aveda,
pensa condurgli in piú secura parte,
ove gli stringa poi d'altre catene
che non son quelle ond'or presi li tiene.
67 E sendo giunto il termine che fisse
il capitano a darle alcun soccorso,
a lui se 'n venne riverente e disse:
"Sire, il dí stabilito è già trascorso,
e se per sorte il reo tiranno udisse
ch'i' abbia fatto a l'arme tue ricorso,
prepareria sue forze a la difesa,
né cosí agevol poi fòra l'impresa.
68 Dunque, prima ch'a lui tal nova apporti
voce incerta di fama o certa spia,
scelga la tua pietà fra i tuoi piú forti
alcuni pochi, e meco or or gli invia,
ché se non mira il Ciel con occhi torti
l'opre mortali o l'innocenza oblia,
sarò riposta in regno, e la mia terra
sempre avrai tributaria in pace e in guerra."
69 Cosí diceva, e 'l capitano a i detti
quel che negar non si potea concede,
se ben, ov'ella il suo partir affretti,
in sé tornar l'elezion ne vede;
ma nel numero ognun de' diece eletti
con insolita instanza esser richiede,
e l'emulazion che 'n lor si desta
piú importuni li fa ne la richiesta.
70 Ella, che 'n essi mira aperto il core,
prende vedendo ciò novo argomento,
e su 'l lor fianco adopra il rio timore
di gelosia per ferza e per tormento;
sapendo ben ch'al fin s'invecchia Amore
senza quest'arti e divien pigro e lento,
quasi destrier che men veloce corra
se non ha chi lui segua e chi 'l precorra.
71 E in tal modo comparte i detti sui
e 'l guardo lusinghiero e 'l dolce riso,
ch'alcun non è che non invidii altrui,
né il timor de la speme è in lor diviso.
La folle turba de gli amanti, a cui
stimolo è l'arte d'un fallace viso,
senza fren corre, e non li tien vergogna,
e loro indarno il capitan rampogna.
72 Ei ch'egualmente satisfar desira
ciascuna de le parti e in nulla pende,
se ben alquanto or di vergogna or d'ira
al vaneggiar de' cavalier s'accende,
poi ch'ostinati in quel desio li mira,
novo consiglio in accordarli prende:
"Scrivansi i vostri nomi ed in un vaso
pongansi," disse "e sia giudice il caso."
73 Subito il nome di ciascun si scrisse,
e in picciol'urna posti e scossi foro,
e tratti a sorte; e 'l primo che n'uscisse
fu il conte di Pembrozia Artemidoro.
Legger poi di Gherardo il nome udisse,
ed uscí Vincilao dopo costoro:
Vincilao che, sí grave e saggio inante,
canuto or pargoleggia e vecchio amante.
74 Oh come il volto han lieto, e gli occhi pregni
di quel piacer che dal cor pieno inonda,
questi tre primi eletti, i cui disegni
la fortuna in amor destra seconda!
D'incerto cor, di gelosia dan segni
gli altri il cui nome avien che l'urna asconda,
e da la bocca pendon di colui
che spiega i brevi e legge i nomi altrui.
75 Guasco quarto fuor venne, a cui successe
Ridolfo ed a Ridolfo indi Olderico,
quinci Guglielmo Ronciglion si lesse,
e 'l bavaro Eberardo, e 'l franco Enrico.
Rambaldo ultimo fu, che farsi elesse
poi, fé cangiando, di Giesú nemico
(tanto pote Amor dunque?); e questi chiuse
il numero de' diece, e gli altri escluse
...
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