GIUSTINO RONCELLA NATO BOGGIOLO, di Luigi Pirandello - pagina 12
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Ma dov'era il clamore della folla per quell'inalzamento?
Ecco: la mostruosità del fenomeno era questo silenzio terribile in mezzo al quale il dramma s'inalzava.
Esso solo, lí, da sé e per conto suo viveva, sospendendo, anzi assorbendo la vita di tutti, strappando a lui le parole di bocca, e con le parole il fiato.
E quella vita là, di cui egli ormai sentiva l'indipendenza prodigiosa, quella vita che si svolgeva ora calma e possente, ora rapida e tumultuosa in mezzo a tanto silenzio, gl'incuteva sgomento e quasi orrore, misti a un dispetto a mano a mano crescente; come se il dramma, godendo di se stesso, godendo di vivere in sé e per sé solo, sdegnasse di piacere altrui, impedisse che gli altri manifestassero il loro compiacimento, si assumesse insomma una parte troppo preponderante e troppo seria, trascurando e rimpiccolendo le cure innumerevoli ch'egli se n'era dato sinora, fino a farle apparire inutili e meschine, e compromettendo quegli interessi materiali a cui egli doveva attendere sopra tutto.
Se non scoppiavano applausi...
se tutti restavano cosí sino alla fine, sospesi e intontiti...
Ma com'era? che cos'era avvenuto? Tra poco il primo atto sarebbe terminato...
Non un applauso...
non un segno d'approvazione...
niente!
Gli pareva d'impazzire...
apriva e chiudeva le mani, affondandosi le unghie nelle palme, e si grattava la fronte ardente e pur bagnata di sudor freddo.
Figgeva gli occhi nel viso alterato del Raceni tutto intento allo spettacolo, e gli pareva di leggervi il suo stesso sgomento...
no, uno sgomento nuovo, quasi uno sbalordimento...
forse quello stesso che teneva tutti gli spettatori...
Per un momento temette non fosse una cosa atroce e orribile, non mai finora perpetrata, quel dramma, e che tra poco, da un istante all'altro non scoppiasse una feroce insurrezione di tutti gli spettatori sdegnati, adontati.
Ah era veramente una cosa terribile quel silenzio! Com'era? com'era? si soffriva? si godeva? Nessuno fiatava...
E le grida dei comici sul palcoscenico, già all'ultima scena, rimbombavano.
Ecco, ora calava la tela...
Parve a Giustino che egli, egli solo, lí dal fondale, con l'ansia sua, con la sua brama, con tutta l'anima in un tremendo sforzo supremo strappasse dalla sala, dopo un attimo eterno di voraginosa aspettazione, gli applausi, i primi applausi, secchi, stentati, come un crepitío di sterpi, di stoppie bruciate, poi una vampata, un incendio: applausi pieni, caldi, lunghi, lunghi, strepitosi, assordanti...
- e allora si sentí rilassare tutte le membra e venir meno, quasi cadendo, affogando in mezzo a quello scroscio frenetico, che durava, ecco, durava, durava ancora, incessante, crescente, senza fine.
Il Raceni lo aveva raccolto tra le braccia, sul petto, singhiozzante e lo sorreggeva, mentre quattro, cinque, sette, dieci volte gli attori si presentavano alla ribalta, a quell'incendio là.
Egli singhiozzava, rideva e singhiozzava e tremava tutto di gioja.
Dalle braccia del Raceni cadde tra quelle della Carmi e poi del Revelli, e poi del Grimi che gli stampò sulle labbra, sulla punta del naso e sulla guancia i colori della truccatura perché in un impeto di commozione egli volle baciarlo a ogni costo, non ostante che quegli, sapendo il guajo che ne sarebbe venuto, si schermisse.
E col volto cosí impiastricciato, seguitò a cadere tra le braccia dei giornalisti e di tutti i conoscenti accorsi sul palcoscenico a congratularsi; non sapeva far altro; era cosí esausto, spossato, sfinito, che solo in quell'abbandono trovava sollievo; e ormai s'abbandonava a tutti, quasi meccanicamente, si sarebbe abbandonato anche tra le braccia dei pompieri di guardia, dei macchinisti, dei servi di scena, se finalmente a distoglierlo da quel gesto comico e compassionevole, a scuoterlo con una forte scrollatina di braccia non fosse sopravvenuta la Barmis, che lo guidò nel camerino della Carmi per fargli ripulire la faccia.
Il Raceni era scappato a casa a prendere notizie della moglie.
Nei corridoj, nei palchi era un gridío, un'esagitazione, un subbuglio.
Tutti gli spettatori, per tre quarti d'ora soggiogati dal fascino possente di quella creazione cosí nuova e straordinaria, cosí viva da capo a fondo d'una vita che non dava respiro, rapida, violenta, tutta lampeggiante di guizzi impreveduti, s'erano come liberati con quell'applauso frenetico, interminabile, dallo stupore che li aveva oppressi.
Era in tutti adesso una gioja tumultuosa, la certezza assoluta che quella vita, la quale, nella sua novità d'atteggiamenti e d'espressioni, si dimostrava d'una saldezza cosí adamantina, non avrebbe potuto piú frangersi per alcun urto di casi, poiché ogni arbitrio ormai, come nella stessa realtà, sarebbe apparso necessario, dominato e reso logico dalla fatalità dell'azione.
Consisteva appunto in questo il miracolo d'arte, a cui quella sera quasi con sgomento si assisteva.
Pareva non ci fosse la premeditata concezione d'un autore, ma che l'azione nascesse lí per lí, di minuto in minuto, incerta, imprevedibile, dall'urto di selvagge passioni, nella libertà d'una vita fuori d'ogni legge e quasi fuori del tempo, nell'arbitrio assoluto di tante volontà che si sopraffacevano a vicenda, di tanti esseri abbandonati a se stessi, che compivano la loro azione nella piena indipendenza della loro natura, cioè contro ogni fine che l'autore si fosse proposto.
Molti, tra i piú accesi e pur non di meno afflitti dal dubbio che la loro impressione potesse non collegare col giudizio dei competenti, cercavano con gli occhi nelle poltrone, nei palchi, i visi dei critici drammatici dei piú diffusi giornali quotidiani e si facevano indicare quelli venuti da fuori, e stavano a spiarli a lungo.
Segnatamente su un palco di prima fila si appuntavano gli occhi di costoro: nel palco di Zeta, terrore di tutti gli attori e autori che venivano ad affrontare il giudizio del pubblico romano.
Zeta discuteva animatamente con due altri critici, il Devicis venuto da Milano, il Còrica venuto da Napoli.
Approvava? Disapprovava? e che cosa? il dramma o l'interpretazione degli attori? Ecco, entrava nel palco un altro critico.
Chi era? Ah, il Fongia di Torino...
Come rideva! E fingeva di piangere e di abbandonarsi sul petto del Còrica e poi del Devicis.
Perché? Zeta scattava in piedi, con un gesto di fierissimo sdegno, e gridava qualcosa, per cui gli altri tre prorompevano in una fragorosa risata.
Nel palco accanto, una signora dal volto bruno, torbido, dagli occhi verdi profondamente cerchiati, dall'aria cupa, rigidamente altera, si levò e andò a sedere all'altro angolo del palco, mentre dal fondo un signore dai capelli grigi...
- ah, il Gueli! il Gueli! Maurizio Gueli! - sporgeva il capo a guardare nel palco dei critici.
- Maestro; perdonate, - gli disse allora Zeta, - e fatemi perdonare dalla signora.
Ma quello è un guajo, Maestro! Quello è la rovina della povera figliola! Se voi volete bene alla Roncella...
- Io? Per carità! - fece il Gueli, e si ritrasse col viso alterato, guardando negli occhi la sua amica.
Questa, con un fremito di riso tagliente sulle labbra nere e restringendo un po' le pàlpebre quasi a smorzare il lampo degli occhi verdi, chinò piú volte il capo e disse al giornalista:
- Eh, molto...
molto bene...
- Signora, con ragione! - esclamò allora quello.
- Genuina figliuola di Maurizio Gueli, la Roncella! Lo dico, l'ho detto e lo dirò.
Questa è una cosa grande, signora mia! Una cosa grande! La Roncella è grande! Ma chi la salverà da suo marito?
Livia Frezzi tornò a sorridere come prima e disse:
- Non abbia paura...
Non le mancherà l'ajuto...
Paterno, s'intende!
Poco dopo questa conversazione da un palco all'altro, mentre già si levava il sipario sul secondo atto, Maurizio Gueli e la Frezzi lasciavano il teatro come due che, non potendo piú oltre frenare in sé l'impeto dell'avversa passione, corressero fuori per non dare un laido e scandaloso spettacolo di sé.
Stavano per montare in vettura, quando da un'altra vettura arrivata di gran furia smontò, stravolto, Attilio Raceni.
- Ah, Maestro, che sventura!
- Che cos'è? - domandò con voce che voleva parer calma il Gueli.
- Muore...
muore...
La Roncella, forse, a quest'ora...
l'ho lasciata che...
vengo a prendere il marito...
E senza neanche salutare la signora, il Raceni s'avventò dentro il teatro.
CAPITOLO QUARTO
IL PADRONE DELL'ISOLA
I giornali avevano divulgato la notizia che la Roncella, per miracolo scampata alla morte proprio nel momento del trionfo del suo dramma, finalmente in grado di sopportare lo strapazzo d'un lungo viaggio, partiva quella mattina, ancora convalescente, per andare a recuperare le forze e la salute in Piemonte, nel paesello nativo del marito.
Giornalisti e letterati, ammiratori e ammiratrici erano accorsi alla stazione per vederla, per salutarla, e s'affollavano davanti la porta della sala d'aspetto, poiché il medico che la assisteva e che l'avrebbe accompagnata fino a Torino, non permetteva che molti le facessero ressa attorno.
- Cargiore? Dov'è Cargiore?
- Uhm! Presso Torino, dicono.
- Ci farà freddo!
- Eh, altro...
Mah!
Quelli intanto che erano ammessi a stringerle la mano, a congratularsi, non ostanti le proteste del medico, le preghiere del marito, non sapevano piú staccarsene per dar passo agli altri; e, seppur si allontanavano un poco dal divano ov'ella stava seduta tra la suocera e la bàlia, rimanevano nella sala a spiare con occhi intenti ogni minimo atto, ogni sguardo, ogni sorriso di lei.
Quelli di fuori picchiavano ai vetri, chiamavano, facevano cenni d'impazienza e d'irritazione; ma nessuno se ne dava per inteso; anzi qualcuno pareva si compiacesse di mostrarsi sfrontato fino al punto di guardare con dispettoso sorriso canzonatorio quello spettacolo d'impazienza e d'irritazione.
L'isola nuova aveva avuto veramente un trionfo.
La notizia della morte dell'autrice, diffusasi in un baleno nel teatro, durante la prima rappresentazione, alla fine del secondo atto, quando già tutto il pubblico era preso e affascinato dalla prepotente originalità del dramma, aveva suscitato una cosí nuova e solenne manifestazione di lutto e d'entusiasmo insieme, che ancora, dopo circa due mesi, ne durava un fremito di commozione in tutti coloro che avevano avuto la ventura di parteciparvi.
La mattina appresso tutti i giornali avevano descritto con colori cosí straordinarii quella serata memorabile che in tutte le città d'Italia s'era subito acceso il desiderio piú impaziente di vedere al piú presto rappresentato il dramma e d'avere intanto altre notizie dell'autrice e del suo stato, altre notizie del lavoro.
Bastava guardare Giustino Boggiòlo per farsi un'idea dell'enormità dell'avvenimento, della febbre di curiosità per tutto divampata.
Non la moglie, ma lui pareva uscito or ora dalle strette della morte.
Strappato, quella sera, dalle braccia dei comici che lo tenevano per le spalle, per le falde della giacca, a impedire che si presentasse, o piuttosto, si precipitasse alla ribalta, ad annunziare come un pazzo al pubblico l'imminente morte della moglie, era stato trascinato via, a casa, piangente, convulso da Attilio Raceni.
Balzato da una violenta, terribile emozione a un'altra opposta non meno terribile e violenta, ah Dio che nottata, che nottata aveva passato, là accanto alla moglie; e poi che giornate! che giornate!
Ora la moglie - bene o male - eccola là, s'era liberata di tutti i suoi affanni; quel che doveva fare, lo aveva fatto: eccolo là, tra i veli, quel caro gracile roseo cosino in braccio alla bàlia; e andava lontano, a riposarsi, a ristorarsi nella pace e nell'ozio.
Mentre lui...
Già prima di tutto, altro che quel cosino là, lui! Un gigante, un gigante aveva messo sú, lui; un gigante che ora, subito, voleva darsi a camminare a grandi gambate per tutta Italia, per tutta Europa e fors'anche poi per le Americhe, a mietere allori, a insaccar danari; e toccava a lui d'andargli dietro, a lui già stremato di forze, esausto per il parto gigantesco.
Perché veramente per Giustino Boggiòlo il gigante non era il dramma composto da sua moglie; il gigante era quel trionfo, di cui lui solamente si riconosceva autore.
Ma sí! se non ci fosse stato lui, se lui non avesse operato miracoli in tutti quei mesi di preparazione, ora difatti tanta gente sarebbe accorsa lí, alla stazione, a ossequiare la moglie, a felicitarla, ad augurarle il buon viaggio!
- Prego, prego...
Mi facciano la grazia, siano buoni...
Il medico, hanno sentito?...
E poi, guardino, ci sono tant'altri di là...
Sí, grazie, grazie...
Prego, per carità...
A turno, a turno, dice il medico...
Grazie, prego, per carità...- si rivolgeva intanto a questo e a quello, con le mani avanti, cercando di tenerne quanti piú poteva discosti dalla moglie, per regolare anche quel servizio nel modo piú lodevole, cosí che la stampa poi, quella sera stessa, ne potesse parlare come d'un altro avvenimento.
- Grazie, oh prego, per carità...
Oh signora Marchesa, quanta degnazione...
Sí, sí, vada, grazie...
Venga, venga avanti, Zago, ecco, le faccio stringere la mano, e poi via, mi raccomando.
Un po' di largo, prego, signori...
Grazie, grazie...
Oh signora Barmis, signora Barmis, mi dia ajuto, per carità...
Guardi, Raceni, se viene il senatore Borghi...
Largo, largo, per favore...
Sissignore, parte senz'avere assistito neanche a una rappresentazione del suo dramma...
Come dice? Ah sí...
purtroppo, sí, neanche una volta, neanche alle prove...
Eh, come si fa? deve partire, perché io...
Grazie, Centanni!...
Deve partire...
Ciao, Mola, ciao! E mi raccomando, sai?...
Deve partire, perché...
Come dice? Sissignora, quella è la Carmi, la prima attrice...
La Spera, sissignora! Perché io...
mi lasci stare, ah, mi lasci stare...
Non me ne parli! A Napoli, a Bologna, a Firenze, a Milano, a Torino, a Venezia...
non so come spartirmi...
sette, sette compagnie in giro, sissignore...
Cosí, una parola a questo, una a quello, per lasciar tutti contenti; e occhiatine e sorrisi d'intelligenza ai giornalisti; e tutte quelle notizie distribuite cosí, quasi per incidenza; e ora questo ora quel nome pronunziato forte a bella posta, perché i giornalisti ne prendessero nota.
- Meravigliosa! meravigliosa! - non rifiniva intanto di esclamare la Barmis tra il crocchio dei comici venuti anch'essi, come tanti altri, a vedere per la prima volta e a conoscere l'autrice del dramma.
Quelli, per non parere imbronciati, assentivano col capo.
Erano venuti, sicuri d'una calorosissima accoglienza da parte della Roncella al cospetto di tutti, d'una accoglienza quale si conveniva, se non proprio agli artefici primi di tanto trionfo, ai piú efficaci cooperatori di lei, non facilmente surrogabili o superabili, via! Erano stati accolti invece, come tutti gli altri, e subito allora s'erano immelensite le arie con cui erano entrati, e raggelati i modi.
- Sí, ma soffre, - osservava il Grimi, facendo boccacce con gravità baritonale.
- È chiaro che soffre, guardatela! Ve lo dico io che soffre quella poverina là...
- Tanto di donnetta, che forza! - diceva invece la Carmi, mordicchiandosi il labbro.
- Chi lo direbbe? Me la immaginavo tutt'altra! Negli occhi, sí...
forse negli occhi qualcosa c'è.
Certi lampi, sí...
Perché il grande della sua arte, non saprei, è in certi guizzi improvvisi, in certi bruschi arresti, che vi scuotono e vi stònano.
Noi siamo abituati a un solo tono; a quelli che ci dicono: la vita è questa; ad altri che ci dicono: la vita è quest'altra.
Ora la Roncella vi dipinge un lato, anch'essa della vita, ma poi tutta un tratto si volta e vi presenta anche l'altro lato, subito.
Ecco, questo mi pare!
E la Carmi volse gli occhi in giro come a raccogliere gli applausi, o almeno i segni del consenso di chi stava a sentirla, e vendicarsi cosí, cioè con vera superiorità, della freddezza e della ingratitudine della Roncella.
Non raccolse neanche il consenso del suo crocchio, perché tanto la Barmis quanto i suoi compagni di palcoscenico s'accorsero bene ch'essa piú che per loro aveva parlato per essere intesa dagli altri, e sopra tutto dalla Roncella.
Due soli, rincantucciati in un angolo, la vecchia signorina Ely Facelli e Cosimo Zago appoggiato alla stampella, approvarono col capo, e Laura Carmi li guatò con sdegno, come se essi con la loro approvazione la avessero insultata.
A un tratto, un vivo movimento di curiosità si propagò nella sala e molti, levandosi il cappello, inchinandosi, s'affrettarono a trarsi da canto per lasciare passare uno, cui evidentemente l'insospettata presenza di tanta gente cagionava, piú che fastidio e imbarazzo, un vero e profondo turbamento, quasi ira, stizza e vergogna insieme; un turbamento che saltava agli occhi di tutti e che non poteva affatto spiegarsi col solo sdegno ben noto in quell'uomo di darsi in pascolo alla gente.
Altro doveva esserci sotto; e altro c'era.
Lo diceva piano, in un orecchio del Raceni, Dora Barmis, con gioja feroce:
- Teme che i giornalisti questa sera, nel resoconto, facciano il suo nome! E sicuro che lo faranno! sfido io, se lo faranno! in prima! capolista! Chi sa, caro mio, dove avrà detto alla Frezzi che sarebbe andato; e invece, eccolo qua; è venuto qua...
E questa sera Livia Frezzi leggerà i giornali; leggerà in prima il nome di lui, e figuratevi che scenata gli farà! Gelosa pazza, ve l'ho già detto! gelosa pazza; ma - siamo giusti - con ragione, mi sembra...
Per me, via, non c'è piú dubbio!
- Ma statevi zitta! - le diede su la voce il Raceni.
- Che dite! Se le può esser padre!
- Bambino! - esclamò allora la Barmis con un sorriso di commiserazione.
Non poté aggiunger altro, perché, imminente ormai la partenza, la Roncella tra Maurizio Gueli e il senatore Romualdo Borghi, col marito davanti, battistrada, si disponeva a uscire dalla sala per prendere posto sul treno.
Tutti si scoprirono il capo; si levò qua e là qualche grido d'evviva, a cui rispose tutta un tratto un lungo scroscio di applausi, e Giustino Boggiòlo, già preparato, in attesa, guardando di qua e di là, sorridente, raggiante, con gli occhi lustri e i pomelli accesi, s'inchinò a ringraziare piú volte, invece della moglie.
Nella sala, dietro la porta vetrata, rimase sola a singhiozzare dentro il moccichino profumato la signorina Ely Facelli, dimenticata e inconsolabile.
Guardando cauto, obliquo, lo zoppetto Cosimo Zago balzò con la stampella a quel posto del divano ove poc'anzi stava seduta la Roncella, ghermí una piccola piuma che s'era staccata dai boa di lei e se la cacciò in tasca appena in tempo da non essere scoperto dal romanziere napoletano Raimondo Jàcono, il quale riattraversava sbuffante la sala per andar via, stomacato.
- Ohé, tu? che fai? Mi sembri un cane sperduto, caro mio...
Senti, senti che grida? Gli osanna! È la santa del giorno! Buffoni, peggio di quel suo marito! Sú, sú, coraggio, figlio mio! È la cosa piú facile del mondo, non t'avvilire.
Quella ha preso Medea e l'ha rifatta stracciona di Taranto; tu piglia Ulisse e rifallo gondoliere veneziano.
Un trionfo! Te l'assicuro io! E vedrai che quella mo' si fa ricca, oh! Seicento, settecento mila lire, come niente! Balla, comare, che fortuna suona!
Ritornando a casa in vettura con la signorina Facelli (la poverina non sapeva staccarsi i fazzoletto dagli occhi, ma ormai non tanto piú per il cordoglio della partenza di Silvia, quanto per non scoprire i guasti che le lagrime avevano cagionato, lunghi e profondi, alla sua chimica), Giustino Boggiòlo scoteva le spalle, arricciava il naso, friggeva, pareva che ce l'avesse proprio con lei.
Ma no, povera signorina Ely, no; lei non c'entrava per nulla.
Tre minuti prima della partenza del treno, s'era attaccato a Giustino un nuovo fastidio; ne aveva pochi! quasi un pezzo di carta, uno straccio, un vilucchio, che s'attacchi al piede d'un corridore tutto compreso della gara in una pista assiepata di popolo.
Il senatore Borghi, parlando con Silvia affacciata al finestrino della vettura, le aveva chiesto nientemeno il copione de L'isola nuova per pubblicarlo nella sua rassegna.
Per fortuna aveva fatto in tempo a intromettersi, a dimostrargli che non era possibile: già tre editori, tra i primi, gli avevano fatto ricchissime profferte e ancora egli li teneva a bada tutti e tre, temendo che la diffusione del libro potesse scemare la curiosità del pubblico in tutte quelle città che aspettavano con febbrile impazienza la rappresentazione del dramma.
Ebbene, il Borghi allora, in cambio, s'era fatto promettere da Silvia una novella - lunghetta, lunghetta - per la Vita Italiana.
- Ma a quali patti, scusi? - cominciò a dire Giustino, come se avesse accanto nella vettura il senatore direttore e già ministro, e non quella sconsolata signorina Ely.
- A quali patti? Bisogna vedere; bisogna intenderci, ora...
Non sono piú i tempi della Casa dei nani, caro signor senatore! Gratitudine, va bene! Ma la gratitudine, prima di tutto, non bisogna sfruttarla, ecco! Come dice?
Approvò, approvò piú volte col capo, dentro il moccichino, la signorina Ely; ma per Giustino fu come se avesse invece disapprovato.
Difatti incalzò:
- Sicuro! Perché al mio paese, chi sfrutta la gratitudine non solo perde ogni merito del beneficio, ma si regola...
no, che dico? peggio! si regola peggio di chi nega con crudeltà un ajuto che potrebbe prestare.
Questo me lo conservo, guardi! proprio per il primo album che mi manderà lui, il signor senatore.
Ah, signorina mia, - seguitò.
- Cento teste dovrei avere, cento, e sarebbero poche! Se penso a tutto quello che devo fare, mi prende la vertigine! Ora vado all'ufficio e domando sei mesi d'aspettativa.
Non posso farne a meno.
E se non me l'accordano? Mi dica lei...
Se non me l'accordano? Sarà un affar serio; mi vedrò costretto a...
a...
Come dice?
Nulla.
Oh santo Dio, perché insistere cosí, se proprio non fiatava la signorina Ely! Alzò un dito per far segno di no, che non aveva parlato.
E allora Giustino:
- Ma veda, per forza...
Vedrà che per forza mi costringeranno a dare un calcio all'ufficio! E poi cominceranno a dire, uh, ne sono sicuro!, cominceranno a dire che vivo alle spalle di mia moglie.
Io, già! alle spalle di mia moglie! Come se mia moglie senza di me...
roba da ridere, via! Già si vede: eccola là: dove se n'è andata? In villeggiatura.
E chi resta qua, a lavorare, a far la guerra? Guerra, sa? guerra davvero, guerra...
Si entra ora in campo! Sette eserciti e cento città! Se ci resisto...
Andate a pensare all'ufficio! Se domani lo perdo, per chi lo perdo? lo perdo per lei...
Bah, non ci pensiamo piú!
Aveva tante cose per il capo, che piú di qualche minuto di sfogo non poteva concedere al dispiacere anche grave che qualcuna gli cagionava.
Tuttavia non poté fare a meno di ripensare, prima d'arrivare a casa, a quella tal richiesta a tradimento del senatore Borghi.
Gli aveva fatto troppa stizza, ecco; anche perché, se mai, gli pareva che non alla moglie, ma a lui avrebbe dovuto rivolgersi il signor senatore.
Ma, poi, Cristo santo! un po' di discrezione! Quella poverina partiva per rimettersi in salute, per riposarsi.
Se a qualche cosa poi, là a Cargiore, le fosse venuto voglia di pensare, ma avrebbe pensato a un nuovo dramma, perbacco! non a cosettine che portan via tanto tempo, e non fruttano nulla.
Un po' di discrezione, Cristo santo!
Appena arrivato a casa - paf! un altro inciampo, un altro grattacapo, un'altra ragione di stizza.
Ma questa, assai piú grave!
Trovò nello studiolo un giovinotto lungo lungo, smilzo smilzo, con una selva di capelli riccioluti indiavolati, pizzo ad uncino, baffi all'erta, un vecchio fazzoletto verde di seta al collo, che forse nascondeva la mancanza della camicia, un farsettino nero inverdito, le cui maniche, sdrucite ai gomiti, gli lasciavano scoperti i polsi ossuti e pelosi e gli facevano apparire sperticate le braccia e le mani.
Lo trovò come padrone del campo, in mezzo a una mostra di venticinque pastelli disposti giro giro per la stanza, sulle seggiole, sulle poltrone, sulla scrivania, da per tutto: venticinque pastelli tratti dalle scene culminanti de L'isola nuova.
- E scusi...
e scusi...
e scusi...
- si mise a dire Giustino Boggiòlo, entrando, stordito e sperduto, tra tutto quell'apparato.
- Chi è lei, scusi?
- Io? - disse il giovinotto, sorridendo con aria di trionfo.
- Chi sono io? Nino Pirino.
Sono Nino Pirino, pittorino tarentino, dunque compatriottino di Silvia Roncella.
Lei è il marito, è vero? Piacere! Ecco, io ho fatto questa roba qua, e sono venuto a mostrarla a Silvia Roncella, mia celebre compatriota.
- E dov'è? - fece Giustino.
Il giovinotto lo guardò, stordito.
- Dov'è? chi? come?
- Ma se è partita, caro signore! Se è partita poco fa!
- Partita? La Roncella?
- Ma se lo sa tutta Roma, perbacco! C'era tutta Roma alla stazione, e lei non lo sa! Ho tanto poco tempo da perdere, io, scusi...
Ma già...
aspetti un momento...
Scusi, queste sono scene de L'isola nuova, se non sbaglio?
- Sissignore.
- E che è, roba di tutti L'isola nuova, scusi? Lei prende cosí le scene e...
e se le appropria...
Come? con qual diritto?
- Io? che dice? ma no! - fece il giovinotto.
- Io sono un artista! Io ho veduto e...
- Ma nossignore! - esclamò con forza Giustino.
- Che ha veduto? Lei non ha veduto niente.
Lei ha veduto L'isola nuova...
- Sissignore.
- E questa è l'isola abbandonata, è vero?
- Sissignore.
- E dove l'ha mai veduta lei? esiste forse nella carta geografica, quest'isola? Lei non ha potuto vederla!
Il giovinotto credeva propriamente che il caso fosse da ridere; e in verità a ridere aveva disposto lo spirito.
Cosí investito contro ogni sua aspettazione, ora si sentiva rassegare il riso sulle labbra.
Piú che mai stordito, disse:
- Eh, con gli occhi no.
Con gli occhi no, di certo! non l'ho veduta.
Ma l'ho immaginata, ecco!
- Lei? Ma nossignore! - incalzò Giustino.
- Mia moglie! soltanto mia moglie.
L'ha immaginata soltanto mia moglie, non lei! E se mia moglie non l'avesse immaginata, lei non avrebbe dipinto lí un bel corno, glielo dico io! La proprietà...
A questo punto Nino Pirino non riuscí a tenere piú in freno la risata che gli gorgogliava dentro da un pezzo.
- La proprietà? ah sí? quale? quella dell'isola? Oh bella! oh bella! oh bella! Vuol essere lei soltanto il proprietario dell'isola? il proprietario d'un'isola che non esiste?
Giustino Boggiòlo, sentendo ridere cosí, s'intorbidò tutto dall'ira e gridò, fremente:
- Ah, non esiste? Lo dice lei che non esiste! Esiste, esiste, esiste, caro signore! E glielo farò vedere io, se esiste!
- L'isola?
- La proprietà! Il mio diritto di proprietà letteraria! Il mio diritto, il mio diritto esiste! e lei vedrà se saprò farlo rispettare e valere! Ci sono qua io, per questo! Tutti ormai sono avvezzi a violarlo, questo diritto, che pure emana da una legge dello Stato, perdio, sacrosanta! Ma ripeto che ci sono qua io, ora; e glielo farò vedere!
- Va bene...
ma guardi...
sissignore...
si calmi, guardi...
- gli diceva intanto il giovinotto, angustiato di vederlo in quelle furie.
- Guardi, io...
io non ho voluto usurpare nessun diritto, nessuna proprietà...
Se lei s'arrabbia cosí, guardi, io sono pronto a lasciarle qua tutti i miei pastelli; e me ne vado.
Glieli regalo e me ne vado.
Mi sono inteso di fare un piacere, di fare onore alla mia illustre compaesana...
Sí, volevo anche pregarla di...
di...
ajutarmi col prestigio del suo nome, perché credo, via, di meritarmi qualche ajuto...
Sono belli, sa? Li degni almeno d'uno sguardo, questi miei pastellini...
Non c'è male, creda! Glieli regalo, e me ne vado.
Giustino Boggiòlo si trovò d'un tratto tutto disarmato e restò brutto di fronte alla generosità di quel ricchissimo straccione.
- No, nient'affatto...
grazie...
scusi...
dicevo, discutevo per il...
la...
il...
diritto, la proprietà, ecco.
Creda che è un affar serio...
come se non esistesse...
Una pirateria continua nel campo letterario...
Mi sono riscaldato, perché, veda...
in questo momento, mi...
mi riscaldo facilmente: sono stanco, stanco da morirne; e non c'è peggio della stanchezza! Ma io devo guardarmi davanti e dietro, caro signore; devo difendere i miei interessi, lei lo capisce bene.
- Ma certo! ma naturalmente! - esclamò Nino Pirino, rifiatando.
- Però, senta...
Non s'arrabbi di nuovo, per carità! Crede che io non possa fare un quadro, poniamo, sui Promessi sposi? Ecco: poniamo, leggo i Promessi sposi; ho l'impressione d'una scena; non posso dipingerla?
Giustino Boggiòlo si concentrò con grande sforzo; rimase un po' a stirarsi con due dita la moschetta della barba a ventaglio:
- Eh, - poi disse.
- Veramente non saprei...
Forse, trattandosi dell'opera d'un autore morto, già caduta da un pezzo in pubblico dominio...
Non so.
Bisogna che studii la questione.
Qui il suo caso, a ogni modo, è diverso.
Guardi! Sta di fatto che se un musicista domani mi chiede di musicare L'isola nuova - (glielo dico perché sono già in trattative con due compositori, tra i primi) - anche facendosene cavare il libretto da altri, deve pagare a me quel che io pretendo, e non poco, sa? Ora, se non sbaglio, il suo caso è lo stesso: lei per la pittura, quello per la musica.
- Veramente...
già...
- cominciò a dire Nino Pirino, uncinandosi vieppiú il pizzo; ma poi, d'un balzo, ricredendosi.
- Ma no! sbaglia, sa! Veda...
il caso è un altro! Il musicista paga perché, per il melodramma, prende le parole; ma se non prende piú le parole, se riesprime solo musicalmente in una sinfonia, o che so io, le impressioni, i sentimenti suscitati in lui dal dramma della sua signora, non paga piú, sa? ne può stare sicuro; non paga piú nulla!
Giustino Boggiòlo parò le mani come ad arrestare subito un pericolo o una minaccia.
- Parlo accademicamente, - s'affrettò allora a soggiungere il giovinotto.
- Io le ho già detto perché sono venuto, e, ripeto, sono pronto a lasciarle qua i miei pastelli e ad andarmene.
Un'idea balenò in quel momento a Giustino.
Il dramma prima o poi, doveva andare a stampa.
Farne un'edizione ricchissima, illustrata, con la riproduzione a colori di quei venticinque pastelli là...
Ecco, il libro cosí non sarebbe andato per le mani di tutti; cosí egli avrebbe anche impedito lo sfruttamento dell'opera della moglie da parte di quel pittore; e avrebbe anche prestato a questo l'ajuto richiesto, morale e materiale, perché avrebbe imposto all'editore un adeguato compenso per quei pastelli là.
Nino Pirino si dichiarò entusiasta dell'idea e per poco non baciò le mani al suo benefattore, il quale intanto aveva avuto un altro lampo e gli faceva cenno d'aspettare che la luce gli si facesse intera.
- Ecco.
Una prefazione del Gueli, al volume...
Cosí, tutti i maligni che vanno gracchiando che al Gueli il dramma non è piaciuto...
Egli è venuto questa mattina a ossequiare la mia signora alla stazione, sa? Ma possono ancora dire (li conosco bene, io) che è stato per mera cortesia.
Se il Gueli fa la prefazione...
Benissimo, sí sí, benissimo.
Ci andrò oggi stesso, subito com'esco dall'ufficio.
Ma vede quant'altri pensieri, quant'altro da fare mi dà lei adesso? E ho i minuti contati! Debbo partire stasera per Bologna.
Basta, basta...
Vedrò di pensare a tutto.
Lei mi lasci qua i pastelli.
Le prometto che appena passo da Milano...
Dica, il suo indirizzo?
Nino Pirino si strinse i gomiti alla vita e domandò, tirando sú il busto, impacciato:
- Ecco...
quando...
quando passerà, lei, da Milano?
- Non so, - disse il Boggiòlo.
- Fra due, tre mesi al massimo...
- E allora, - sorrise Pirino, - è inutile, sa! Di qui a tre mesi, ne avrò cangiati otto per lo meno, di indirizzi.
Nino Pirino, ferma in posta: ecco, mi scriva cosí.
Quando, sul tardi, Giustino Boggiòlo rientrò in casa (aveva appena il tempo di fare in fretta in furia le valige) era cosí stanco, in tale vana fissità di stordimento, che, appena entrato nella cupa ombra dello studiolo, trovandosi, senza saper come né perché, tra le braccia d'una donna, sul seno d'una donna che lo sorreggeva in piedi e gli carezzava la guancia pian pianino con una tepida profumata mano e gli diceva con dolce voce materna: "Poverino...
poverino...
ma si sa!...
ma cosí voi vi distruggerete, caro!...
oh poverino...
poverino...", abbandonato, senza volontà, rinunziando affatto a indovinare come mai Dora Barmis fosse là, nella sua casa, al bujo, e potesse sapere ch'egli per tutte le fatiche sostenute, per i dispiaceri incontrati e la stanchezza enorme aveva quello strapotente bisogno di conforto e di riposo, la lasciava fare e si lasciava carezzare e lisciare e coccolare come un bambino malato.
Forse era entrato nello studiolo vagellando e lamentandosi.
Non ne poteva piú, davvero! All'ufficio il capo lo aveva accolto a modo d'un cane, e gli aveva giurato che la domanda di sei mesi d'aspettativa non si sarebbe chiamato piú il commendator Riccardo Ricoglia se non gliela faceva respingere, respingere, respingere.
In casa del Gueli, poi...
Oh Dio, che cos'era accaduto in casa del Gueli? Non sapeva raccapezzarsi piú...
Aveva sognato? Ma come? Non era andato il Gueli quella mattina alla stazione? Doveva essersi impazzito.
O impazzito lui, o il Gueli.
Ma forse, ecco, in mezzo a tutto quel tramenío vertiginoso, qualche cosa doveva essere accaduta, a cui non aveva fatto caso, e per cui ora non poteva capire piú nulla; neanche perché la Barmis fosse là...
Forse era giusto, era naturale che fosse là...
e quel conforto pietoso era anche opportuno, sí, e meritato...
ma ora...
ma ora basta, ecco.
E fece per staccarsi.
Dora gli trattenne con la mano il capo sul seno:
- No, perché? Aspettate...
- Devo...
le...
le valige...
- balbettò Giustino.
- Ma no! che dite! - gli diede su la voce Dora.
- Volete partire in questo stato? No, caro! no, caro! Qua, qua...
Voi non potete, caro, non potete! E io ve l'impedirò.
Giustino resisté alla pressione della mano parendogli ormai troppo quel conforto e un poco strano, benché sapesse che la Barmis spesso non si ricordava piú, proprio, d'essere donna.
- Ma...
ma come?...
- seguitò a balbettare, - senza...
senza lume qui? Che ha fatto la serva della signorina Ely.
- Il lume? Non l'ho voluto io, - disse Dora.
- L'avevano portato.
Qua, qua, sedete con me, qua.
Si sta bene al bujo...
qua...
- E le valige? Chi me le fa? - domandò Giustino pietosamente.
- Volete partire per forza?
- Signora mia...
- E se io ve l'impedissi?
Giustino, nel bujo, si sentí stringere con violenza un braccio.
Piú che mai sbalordito, sgomento, tremante, ripeté:
- Signora mia...
- Ma stupido! - scattò allora quella con un fremito di riso convulso, afferrandolo per l'altro braccio e scotendolo.
- Stupido! stupido! Che fate? Non vedete? È stupido...
sí, stupido che voi partiate cosi...
Dove sono le valige? Saranno nella vostra camera.
Dov'è la vostra camera? Sú, andiamo, v'ajuterò io!
E Giustino si sentí trascinare, strappare.
Reluttò, perduto, balbettando:
- Ma...
ma se...
se non ci portano un lume...
Una stridula risata squarciò a questo punto il bujo e parve facesse traballare tutta la casa silenziosa.
Giustino era ormai avvezzo a quei súbiti prorompimenti d'ilarità folle nella Barmis.
Trattando con lei era sempre tra perplessità angosciose, non riuscendo mai a sapere come dovesse interpretare certi atti, certi sguardi, certi sorrisi, certe parole di lei.
In quel momento, sí, in verità gli pareva chiaro che...
- Già, ma se poi avesse sbagliato? E poi...
ma che! A parte lo stato in cui si trovava, sarebbe stata una profanazione bell'e buona, una vera infamia, sul letto coniugale...
Cosí trovò il coraggio di accendere risolutamente, e anche con un certo sdegno, un fiammifero.
Una nuova piú stridula, piú folle risata assalí e scontorse la Barmis alla vista di lui con quel fiammifero acceso tra le dita.
- Ma perché? - domandò Giustino con stizza.
- Al bujo...
certo che...
Ci volle un bel pezzo prima che Dora si riavesse da quella convulsione di riso e prendesse a ricomporsi, ad asciugarsi le lagrime.
Intanto egli aveva acceso una candela trovata di là su la scrivania, dopo aver fatto volare tre dei pastelli del Pirino.
- Ah, vent'anni! vent'anni! vent'anni! - fremette Dora alla fine.
- Sapete, gli uomini? stecchini mi parevano! Qua, tra i denti, spezzati, e buttati via! Sciocchezze! sciocchezze! L'anima, adesso, l'anima, l'anima...
Dov'è l'anima? Dio! Dio! Ah, come fa bene respirare..
Dite, Boggiòlo: per voi dov'è? dentro o fuori? dico l'anima.
Dentro di noi o fuori di noi? Sta tutto qui! Voi dite dentro? Io dico fuori.
L'anima è fuori, caro.
L'anima è tutto.
E noi, morti, non saremo piú nulla, caro.
Piú nulla, piú nulla...
Sú, fate lume! Queste valige subito...
V'ajuterò io...
Sul serio!
- Troppo buona - disse Giustino, mogio mogio, sbigottito.
Dora, seduta sul letto a due, guardò in giro i mobili della cameretta, modesti.
- Ah, qua...
- disse.
- Bene, sí...
Che buono odor di casa, di famiglia, di provincia...
Sí, sí...
bene, bene...
Beato voi, caro! Sempre cosí! Ma dovete far presto.
A che ora parte la corsa? Ih, subito...
Sú, sú, senza perder tempo...
E prese a disporre con sveltezza e maestria nelle due valige aperte sul letto le robe che Giustino cavava dal cassettone e le porgeva.
Frattanto:
- Sapete perché sono venuta? Volevo avvertirvi che la Carmi...
tutti gli attori della Compagnia...
ma specialmente la Carmi, caro mio, sono feroci contro di voi!
- E perché? - domandò Giustino, restando.
- Ma per vostra moglie, caro! Non ve ne siete accorto? - rispose Dora, facendogli cenno con le mani di non arrestarsi.
- Vostra moglie...
forse, poverina, perché ancora cosí...
li ha accolti male, male, male..
Giustino, inghiottendo amaro, chinò piú volte il capo, per significare che se n'era accorto e doluto tanto.
- Bisogna riparare! - riprese la Barmis.
- E dovete riparare appena da Bologna raggiungerete a Napoli la Compagnia...
Ecco, la Carmi si vuole vendicare a tutti i costi.
E voi dovete assolutamente ajutarla a vendicarsi.
- Io? e come?- domandò Giustino, di nuovo stordito
- Oh Dio mio! - esclamò la Barmis, stringendosi nelle spalle.
- Non pretenderete che ve l'insegni io, come! È difficile con voi! Ma quando una donna si vuole vendicare di un'altra...
Guardate, la donna può essere anche buona verso un uomo, specialmente se egli le si dà come un fanciullo.
Ma verso un'altra donna la donna è perfida, caro mio, capace di tutto poi, se crede d'averne ricevuto uno sgarbo, un affronto.
E poi l'invidia! Sapeste quanta invidia tra le donne, e come le rende cattive! Voi siete un bravo figliuolo, un gran brav'uomo...
enormemente bravo, capisco, ma, se volete fare i vostri interessi, ecco...
dovete...
dovete sforzarvi...
farvi un po' di violenza magari...
Del resto, starete parecchi mesi lontano da vostra moglie, è vero? Ora, via, non mi darete a intendere...
- Ma no! ma no, creda, signora mia! - esclamò candidamente Giustino.
- Io non ci penso! Non ho neanche il tempo di pensarci! Per me, ho preso moglie, e basta!
- Come dire che siete appadronato?
- No, - fece serio serio Giustino, - è che proprio non ci penso piú! Tutte le donne per me sono...
sono...
come se fossero uomini, ecco! Non ci faccio piú differenza.
Donna per me è mia moglie, e basta.
Forse per le donne è un'altra cosa.
Ma per gli uomini, creda pure, almeno per me...
L'uomo ha tant'altre cose a cui pensare...
Si figuri se io, tra tanti pensieri, con tanto da fare...
- Oh Dio, lo so! ma io dico nel vostro stesso interesse non volete capirlo? - riprese la Barmis, trattenendosi a stento di ridere e affondando il capo nelle valige.
- Se voi volete fare i vostri interessi, caro mio! Per voi, sta bene; ma dovete trattare con donne per forza: attrici, giornaliste...
E se non fate come vogliono loro? Se non le seguite nel loro istinto? sia pur malvagio, d'accordo! Se queste donne invidiano vostra moglie? se vogliono vendicarsi...
capite? Vendicarsi cosí, non tanto perché desiderino voi, ma per fare un dispetto a vostra moglie? Dico nel vostro stesso interesse...
Sono necessità, caro, che volete farci? necessità della vita! Sú, sú, ecco fatto; chiudete e partiamo subito.
Vi accompagnerò fino alla stazione.
In vettura, istintivamente gli prese una mano; subito si ricordò; fu lí lí per lasciargliela; ma poi...
tanto, dacché c'era...
Giustino non si ribellò.
Pensava a quel che gli era accaduto in casa del Gueli.
- Mi spieghi un po' lei, signora: io non so - disse a Dora.
- Sono andato dal Gueli...
- In casa? - domandò Dora, e subito esclamò: - Oh Dio, che avete fatto?
Ma perché? - replicò Giustino.
- Sono andato per...
per chiedergli un favore...
Bene.
Lo crederebbe? Mi...
mi ha accolto come se non mi avesse mai conosciuto...
- La Frezzi era presente?- domandò la Barmis.
- Sissignora, c'era...
- E allora, che meraviglia? - disse Dora.
- Non lo sapete?
- Mi scusi! - riprese Giustino.
- C'è da cascar dalle nuvole! Fingere finanche di non ricordarsi piú che questa mattina era stato alla stazione!
- Anche questo avete detto? lí, voi, in presenza della Frezzi? - proruppe Dora, ridendo.
- Oh povero Gueli, povero Gueli! Che avete fatto, caro Boggiòlo!
- Ma perché? - tornò a replicar Giustino.
- Scusi, sa! io non posso ammettere che...
- Voi! e già, siamo sempre lí! - esclamò la Barmis.
- Volete fare i conti senza la donna, voi! Ve lo dovete levar dal capo, caro mio! Volete ottenere un favore dal Gueli? che egli abbia amicizia per la vostra signora? Provatevi a fare un po' di corte a quella sua nemica; e allora...
- Anche a quella?
- Non è mica brutta, vi prego di credere, Livia Frezzi! Non sarà piú una giovinetta, ma...
- Via, non lo dica neanche per ischerzo, - fece Giustino.
- Ma io ve lo dico proprio sul serio, caro, sul serio, sul serio, - ribatté Dora.
- Se non mutate registro, non concluderete nulla!
E ancora, fino al momento che il treno si scrollò per partire, Dora Barmis seguitò a battere su quel chiodo:
- Ricordatevi! Sí, sí, la Carmi! la Carmi! Ajutatela a vendicarsi.
Pazienza, caro...
Addio! Sforzatevi...
Nel vostro interesse...
Fatevi un po' di violenza...
Addio, caro, buone cose! addio! addio!
CAPITOLO QUINTO
LA SCIMMIA SULL'ELEFANTE
L'immagine della scimmia su l'elefante sorse spontanea nelle redazioni dei giornali di Roma alla notizia dei rinnovati trionfi de L'isola nuova nelle altre città; seppure non fu portata da qualche giornalista di Milano o di Bologna o di Torino che riferiva l'impressione che avevano avuto tutti in quelle città alla vista di quell'ometto che si dava l'aria di guidare il colossale successo di quel dramma della moglie.
Non si poteva negare che, senza di lui, L'isola nuova forse non sarebbe neanche andata in iscena, né per conseguenza passata, come ora passava, di trionfo in trionfo per tutte le città d'Italia.
Ma, se poteva essere in certo qual modo scusabile, pur saltando agli occhi goffamente, tutto quel gran da fare ch'egli s'era dato finché la fama della moglie era ancora modesta, ora che il trionfo era venuto, non poteva non parere ridicolissimo il veder lui solo in giro con esso, tutto faccente messa da parte la moglie, come se veramente non c'entrasse per nulla: quella moglie che pochissimi avevano appena intravveduta, di cui nessuno quasi aveva notizia: chi fosse, co......
[A questo punto s'arresta il testo rielaborato dell'A.
Diamo da qui innanzi il testo della prima edizione riprendendo la narrazione dalla fine della scena tra Giustino e la Barmis, con la quale terminava non il Cap.
IV ("Dopo il Trionfo"), ma il terzo dei quattro capitoletti in cui esso era suddiviso.
Il seguente è dunque l'ultimo di questi capitoletti.
(S.
P.)]
Dov'era?
Sí, dirimpetto, oltre il prato, di là dal sentiero, sorgeva nello spiazzo erboso la chiesa antica, dedicata alla Vergine sidera scandenti, col lungo campanile dalla cuspide ottagonale e le finestre bifore e l'orologio che recava una leggenda assai strana per una chiesa: OGNVNO A SVO MODO; e accanto alla chiesa era la bianca cura con l'orto solingo, e piú là, recinto da muri, il piccolo cimitero.
All'alba la voce delle campane su quelle povere tombe.
Ma forse la voce, no: il cupo ronzo che si propaga quando han finito di sonare, penetra in quelle tombe e desta un fremito nei morti, d'angoscioso desiderio.
Oh donne dei casali sparsi, lasciate, donne di Villareto e di Galleana, donne di Rufinera e di Pian del Viermo, donne di Brando e di Fornello, lasciate che a questa messa dell'alba vadano per una volta tanto esse sole le vostre antiche nonne divote, dal cimitero; e officii il loro vecchio curato da tant'anni anch'esso sepolto, il quale forse, appena finita la messa, prima d'andare a riporsi sotterra, s'indugerà a spiare attraverso il cancelletto l'orto solingo della Cura, per vedere se al nuovo curato esso sta tanto a cuore quanto stette a lui.
No, ecco...
Dov'era? dov'era?
Sapeva ormai tanti luoghi e il loro nome; luoghi anche lontani da Cargiore.
Era stata su Roccia Corba; sul colle di Bràida, a veder tutta la Valsusa immensa.
Sapeva che il viale, qua, oltre la chiesa, scende tra i castagni e i cerri a Giaveno, ov'era anche stata, attraversando giú quella curiosa Via della Buffa, larga, a bastorovescio, tutta sonora d'acque scorrenti nel mezzo.
Sapeva ch'era la voce del Sangone quella che s'udiva sempre, e piú la notte, e le impediva il sonno tra tante smanie con l'immagine di tanta acqua in corsa perenne, senza requie.
Sapeva che piú sú, per la vallata dell'Indritto, si precipita fragoroso il Sangonetto: era stata in mezzo al fragore, tra le rocce, e aveva visto gran parte delle acque devolvere incanalata nei lavori di presa: lí, romorosa, libera, vorticosa, spumante, sfrenata; qui, placida pei canali, domata, assoggettata all'industria dell'uomo.
Aveva visitato tutte le frazioni di Cargiore, quei ceppi di case sparse tra i castagni e gli ontani e i pioppi e ne sapeva il nome.
Sapeva che quella a levante, lontana lontana, alta sul colle, era la Sacra di Superga.
Sapeva i nomi dei monti attorno, già coperti di neve: Monte Luzera e Monte Uja e la Costa del Pagliajo e il Cugno dell'Alpet, Monte Brunello e Roccia Vrè.
Quello di fronte, a mezzodí, era il monte Bocciarda; quello di là, il Rubinett.
Sapeva tutto; la avevano già informata di tutto la mamma (madama Velia, come lí la chiamavano) e la Graziella e quel caro signor Martino Prever, il pretendente.
Sí, di tutto.
Ma ella...
dov'era? dov'era?
Si sentiva gli occhi pieni di uno splendor vago, innaturale; aveva negli orecchi come una perenne onda musicale, ch'era a un tempo voce e lume, in cui l'anima si cullava serena, con una levità prodigiosa, ma a patto che non fosse tanto indiscreta da volere intendere quella voce e fissar quel lume.
Era veramente cosí pieno di fremiti, come a lei pareva, il silenzio di quelle verdi alture? trapunto, quasi pinzato a tratti da zighi lunghi, esilissimi, da acuti fili di suono, da fritinníi? Era quel fremito perenne il riso dei tanti rivoli scorrenti per borri, per zane, per botri scoscesi e cupi all'ombra di bassi ontani; rivoli che s'affrettano, in cascatelle garrule spumose, dopo avere irrigato un prato, benedetti, a far del bene altrove, a un altro campo che li aspetta, dove par che tutte le foglie li chiamino, ballando festose?
No, no, attorno a tutto - luoghi e cose e persone - ella vedeva soffusa come una vaporosa aria di sogno, per cui anche gli aspetti piú vicini le sembravan lontani e quasi irreali.
Certe volte, è vero, quell'aria di sogno le si squarciava d'un tratto, e allora certi aspetti pareva le si avventassero agli occhi diversi, nella loro nuda realtà.
Turbata, urtata da quella dura fredda impassibile stupidità inanimata, che la assaltava con precisa violenza, chiudeva gli occhi e si premeva forte le mani su le tempie.
Era davvero cosí quella tal cosa? No, non era forse neanche cosí! Forse, chi sa come la vedevano gli altri...
se pur la vedevano! E quell'aria di sogno le si ricomponeva.
Una sera, la mamma s'era ritirata nella sua cameretta, perché le faceva male il capo.
Ella era entrata con Graziella a sentir come stésse.
Nella cameretta linda e modesta ardeva solo un lampadino votivo su una mensola innanzi a un antico crocefisso d'avorio; ma il plenilunio la inalbava tutta, dolcemente.
Graziella, appena entrata, s'era messa a guardar dietro i vetri della finestra i prati verdi inondati di lume, e a un tratto aveva sospirato:
- Che luna, madama! Dio, par che faccia giorno di nuovo.
La mamma allora aveva voluto ch'ella aprisse la mezza imposta.
Ah che solennità d'attonito incanto! In qual sogno erano assorti quegli alti pioppi sorgenti dai prati, che la luna inondava di limpido silenzio? E a Silvia era parso che quel silenzio si raffondasse nel tempo, e aveva pensato a notti assai remote, vegliate come questa dalla Luna, e tutta quella pace attorno aveva allora acquistato agli occhi suoi un senso arcano.
Da lungi, continuo, profondo, come un cupo ammonimento, il borboglío del Sangone, ne la valle.
Là presso, di tratto in tratto, un curioso stridore.
- Che stride cosí, Graziella? - aveva domandato la mamma.
E Graziella, affacciata alla finestra, nell'aria chiara, aveva risposto lietamente:
- Un contadino.
Falcia il suo fieno, sotto la luna.
Sta a raffilare la falce.
Donde aveva parlato Graziella? A Silvia era parso ch'ella avesse parlato dalla Luna.
Poco dopo, da un lontano ceppo di case s'era levato un canto dolcissimo di donne.
E Graziella, parlando ancor quasi dalla Luna, aveva annunziato:
- Cantano a Rufinera...
Non una parola aveva potuto ella proferire.
Dacché s'era mossa da Roma e, con quel viaggio, tante e tante immagini nuove le avevano invaso in tumulto lo spirito, da cui già appena appena si diradavano le tenebre della morte, ella notava in sé con sgomento un distacco irreparabile da tutta la sua prima vita.
Non poteva piú parlare né comunicar con gli altri, con tutti quelli che volevano seguitare ad aver con lei le relazioni solite finora.
Le sentiva spezzate irrimediabilmente da quel distacco.
Sentiva che ormai ella non apparteneva piú a se stessa.
Quel che doveva avvenire, era avvenuto.
Forse perché lassú, dove l'avevano portata, le eran mancate attorno quelle umili cose consuete, alle quali ella prima si aggrappava, nelle quali soleva trovar rifugio?
S'era trovata come sperduta lassú, e il suo dèmone ne aveva profittato.
Le veniva da lui quella specie d'ebbrezza sonora in cui vaneggiava, accesa e stupita, poiché le trasformava con quei vapori di sogno tutte le cose.
E lui, lui faceva sí che di tratto in tratto la stupidità di esse le s'avventasse agli occhi, squarciando quei vapori.
Era un dispetto atroce.
Specialmente di tutte quelle cose ch'ella aveva voluto e avrebbe ancora voluto aver piú care e sacre, esso si divertiva ad avventarle agli occhi la stupidità e non rispettava neppure il suo bambino, la sua maternità! Le suggeriva che stupidi l'una e l'altro non sarebbero piú stati solo a patto ch'ella, mercé lui, ne facesse una bella creazione.
E che cosí era di quelle cose, come di tutte le altre.
E che soltanto per creare ella era nata, e non già per produrre materialmente stupide cose, né per impacciarsi e perdersi tra esse.
Là, nella vallata dell'Indritto, che c'era? L'acqua incanalata, saggia, buona massaja, e l'acqua libera, fragorosa, spumante.
Ella doveva esser questa, e non già quella.
Ecco: sonava l'ora...
Come diceva l'orologio del campanile? OGNVNO A SVO MODO.
Verrà tra poco, senza fin, la neve,
e case e prati, tutto sarà bianco,
il tetto, il campanil di quella pieve,
donde ora, all'alba, qual dal chiuso un branco
di pecorelle, escono per due porte
le borghigiane, ed hanno il damo a fianco.
Hanno pensato all'anima, alla morte
(qua presso è il cimiter pieno di croci),
le riprende or la vita, e parlan forte
liete di riudir le loro voci
nell'aria nuova del festivo giorno,
tra i rivoli che corrono veloci,
tra i prato che verdeggiano d'intorno.
Ecco ecco, cosí! A SUO MODO.
Ma no! Ma che! Ella finora non aveva mai scritto un verso! Non sapeva neppure come si facesse a scriverne...
- Come? Oh bella! Ma cosí, come aveva fatto! Cosí come cantavano dentro...
Non i versi, le cose.
Veramente le cantavano dentro tutte le cose, e tutte le si trasfiguravano, le si rivelavano in nuovi improvvisi aspetti fantastici.
Ed ella godeva d'una gioja quasi divina.
Quelle nuvole e quei monti...
Spesso i monti parevano nuvoloni lontani impietrati, e le nuvole montagne d'aria nere grevi cupe.
Avevano le nuvole verso quei monti un gran da fare! Ora tonando e lampeggiando li assalivano con furibondi impeti di rabbia; ora languide, morbide si sdrajavano su i loro fianchi e li avvolgevano carezzose.
Ma né di quelle furie né di questi languori pareva che essi si curassero levati, con le azzurre fronti al cielo, assorti nel mistero dei piú remoti evi racchiuso in loro.
Femmine, e nuvole! I monti amavano la neve.
E quel prato lassú, di quella stagione, coperto di margherite? S'era sognato? O aveva voluto la terra fare uno scherzo al cielo, imbiancando di fiori quel lembo, prima che esso di neve? No, no: in certi profondi, umidi recessi del bosco ancora spuntavano fiori; e di tanta vita recondita ella aveva provato quasi uno strano stupor religioso...
Ah, l'uomo che prende tutto alla terra e tutto crede sia fatto per lui! Anche quella vita? No.
Lí, ecco, era signore assoluto un grosso calabrone ronzante, che s'arrestava a bere con vorace violenza nei teneri e delicati calici dei fiori, che si piegavano sotto di lui.
E la brutalità di quella bestia bruna, rombante, vellutata e striata d'oro offendeva come alcunché d'osceno, e faceva quasi dispetto la sommissione con cui quelle campanule tremule gracili subivan l'oltraggio di essa e restavano poi a tentennar lievi un tratto sul gambo, dopo che quella, sazia e ingorda tuttavia, se n'era oziando allontanata.
Di ritorno alla quieta casetta, soffriva di non poter piú essere o almeno apparire a quella cara vecchina della suocera qual'era prima.
In verità, forse perché non era mai riuscita a tenersi, a comporsi, a fissarsi in un solido e stabile concetto di sé, ella aveva sempre avvertito con viva inquietudine la straordinaria disordinata mobilità del suo essere interiore, e spesso con una meraviglia subito cancellata in sé come una vergogna, aveva sorpreso tanti moti incoscienti, spontanei cosí del suo spirito, come del suo corpo, strani, curiosissimi, quasi di guizzante bestiola incorreggibile; sempre aveva avuto una certa paura di sé e insieme una certa curiosità quasi nata dal sospetto non ci fosse in lei anche un'estranea che potesse far cose ch'ella non sapeva e non voleva, smorfie, atti anche illeciti, e altre pensarne, che non stavano proprio né in cielo né in terra; ma sí! cose orride, talvolta, addirittura incredibili, che la riempivano di stupore e di raccapriccio.
Lei! lei cosí desiderosa di non prender mai troppo posto e di non farsi notare, anche per non avere il fastidio di molti occhi addosso! Temeva ora che la suocera non le scorgesse negli occhi quel riso che si sentiva fremere dentro ogni qualvolta nella saletta da pranzo trovava aggrondato e con le ciglia irsute, gonfio di cupa ferocia quel bravo, innocuo signor Martino Prever, geloso come un tigre dello zio Ippolito, il quale, seguitando quietamente a lisciarsi anche lí il fiocco del berretto da bersagliere e a fumar da mane a sera la lunghissima pipa, si divertiva un mondo a farlo arrabbiare.
Era anche lui, monsú Prever, un bel vecchione con una barba anche piú lunga di quella dello zio Ippolito, ma incolta e arruffata, con un pajo d'occhi ceruli chiari da fanciullo, non ostante la ferma intenzione di farli apparire spesso feroci.
Portava sempre in capo un berretto bianco di tela, con una larga visiera di cuojo.
Molto ricco, cercava soltanto la compagnia della gente piú umile, e la beneficava nascostamente; aveva anche edificato e dotato un asilo d'infanzia.
Possedeva a Cargiore un bel villino, e su la vetta del Colle di Bràida in Valgioje una grande villa solitaria, donde si scopriva tra i castagni i faggi e le betulle tutta l'ampia, magnifica Valsusa, azzurra di vapori.
In compenso dei tanti beneficii ricevuti, il paesello di Cargiore non l'aveva rieletto sindaco; e forse perciò egli schivava la compagnia delle poche persone cosí dette per bene.
Tuttavia, non abbandonava mai il paese, neppure d'inverno.
La ragione c'era, e la sapevano tutti lí a Cargiore: quel persistente cocciuto amore per madama Velia Boggiòlo.
Non poteva stare, povero monsú Martino, non poteva vivere senza vederla, quella sua madamina.
Tutti a Cargiore conoscevano madama Velia, e però nessuno malignava, anche sapendo che monsú Martino passava quasi tutto il giorno in casa di lei.
Egli avrebbe voluto sposarla; non voleva lei; e non voleva perché...
oh Dio, perché sarebbe stato ormai inutile, all'età loro.
Sposare per ridere? Non stava egli là, a casa sua, tutto il giorno da padrone? E dunque! Poteva ormai bastargli...
La ricchezza? Ma era noto a tutti che, essendo il Prever senza parenti né prossimi né lontani, tutto il suo, tranne forse qualche piccolo legato ai servi, sarebbe andato un giorno, lo stesso, a madama Velia, se fosse morta dopo di lui.
Era una specie di fascino, un'attrazione misteriosa che monsú Martino aveva sentito tardi verso quella donnetta, che pure era stata sempre cosí quieta, umile, timida, al suo posto.
Tardi lui, il signor Martino; ma un suo fratello, invece, troppo presto e con tanta violenza che, un giorno, sapendo ch'ella era già fidanzata, zitto zitto, povero ragazzo, s'era ucciso.
Eran passati piú di quarant'anni, e ancora nel cuore di madama Velia ne durava, se non il rimorso, uno sbigottimento doloroso; e anche perciò, forse, pur sentendosi qualche volta imbarazzata - ecco - non diceva proprio infastidita dalla continua presenza del Prever in casa, la sopportava con rassegnazione.
Graziella anzi aveva detto a Silvia in un orecchio che madama la sopportava per timore che anche lui, monsú Martino - se ella niente niente si fosse provata ad allontanarlo un po' - non facesse, Dio liberi, come quel suo fratellino.
Ma sí, ma sí, perché...
- rideva? oh non c'era mica da ridere: un filettino di pazzia dovevano proprio averlo quei Prever là, lo dicevano tutti a Cargiore, un filettino di pazzia.
Bisognava sentire come parlava solo, forte, per ore e ore, Monsú forse lo zio, il signor Ippolito, ecco, avrebbe fatto bene a non insister tanto su quello scherzo di volerla sposar lui Madama.
E Graziella aveva consigliato a Silvia d'indurre lo zio a dar la baja invece a don Buti, il curato, che veniva qualche volta in casa anche lui.
- Ecco, a chiel là sí a chiel là!
Ah, quel Don Buti, che disillusione! In quella bianca canonica, con quell'orto accanto, Silvia s'era immaginato un ben altro uomo di Dio.
Vi aveva trovato invece un lungo prete magro e curvo, tutto aguzzo, nel naso, negli zigomi, nel mento, e con un pajo d'occhietti tondi, sempre fissi e spaventati.
Disillusione, da un canto; ma, dall'altro, che gusto aveva provato nel sentir parlare quel brav'uomo dei prodigi d'un suo vecchio cannocchiale adoperato come strumento efficacissimo di religione e però sacro a lui quasi quanto il calice dell'altar maggiore.
Gli uomini, pensava Don Buti, sono peccatori perché vedon bene e belle grandi le cose vicine, quelle della terra; le cose del cielo, a cui dovrebbero pensare sopra tutto, le stelle, le vedono male, invece, e piccoline, perché Dio le volle mettere troppo alte e lontane.
La gente ignorante le guarda, e sí, a dis magara ch'a son bele; ma cosí piccoline come pajono, non le calcola, non le sa calcolare, ed ecco che tanta parte della potenza di Dio resta loro sconosciuta.
Bisogna far vedere agli ignoranti che la vera grandezza è lassú.
Onde, il canucial.
E nelle belle serate don Buti lo armava sul sagrato, quel suo cannocchiale, e chiamava attorno ad esso tutti i suoi parrocchiani che scendevano anche da Rufinera e da Pian del Viermo le giovani cantando, i vecchi appoggiati al bastone, i bimbi trascinati dalle mamme, a vedere le "gran montagne" della Luna.
Che risate ne facevan le rane in fondo ai botri! E pareva che anche le stelle avessero guizzi d'ilarità in cielo.
Allungando, accorciando lo strumento per adattarlo alla vista di chi si chinava a guardare, don Buti regolava il turno, e si udivano da lontano, tra la confusione, i suoi strilli:
- Con un euj soul! con un euj soul!
Ma sí! specialmente le donne e i ragazzi aprivano tanto di bocca e storcevano in mille smorfie le labbra per riuscire a tener chiuso l'occhio manco e aperto il diritto, e sbuffavano e appannavan la lente del cannocchiale, mentre don Buti, credendo che già stessero a guardare, scoteva in aria le mani col pollice e l'indice congiunti ed esclamava:
- La gran potensa 'd Nosgnour, eh? la gran potensa 'd Nosgnour!
Che scenette gustose quando veniva a parlarne con lo zio Ippolito e con monsú Martino in quel caro tepido nido tra i monti, pieno di quel sicuro conforto familiare che spirava da tutti gli oggetti ormai quasi animati dagli antichi ricordi della casa, santificati dalle sante oneste cure amorose; che scenette specialmente nei giorni che pioveva e non si poteva andar fuori neanche un momento!
Ma proprio in quei giorni, appena Silvia cominciava a riassaporar la pace della vita domestica, ecco sopravvenire il procaccia carico di posta per lei, e ventate di gloria irrompevano allora là dentro a investirla, a sconvolgerla tutta, da quei fasci di giornali che il marito le spediva da questa e da quella città.
Trionfava da per tutto L'isola nuova.
E la trionfatrice, la acclamata da tutte le folle, ecco, era là, in quella casettina ignorata, perduta in quel verde pianoro su le Prealpi.
Era lei, davvero? o non piuttosto un momento di lei, che era stato? Un subitaneo lume nello spirito e, nello sprazzo, là, una visione, di cui poi ella stessa provava stupore...
Davvero non sapeva piú lei stessa, ora, come e perché le fosse venuto in mente quel fatto, quell'isola, con quei marinaj...
Ah che ridere! Non lo sapeva lei; ma lo sapevano bene, benissimo lo sapevano tutti i critici drammatici e non drammatici di tutti i giornali quotidiani e non quotidiani d'Italia.
Quante ne dicevano! Quante cose scoprivano in quel suo dramma, a cui ella non si era mai neppur sognata di pensare! Oh, ma cose tutte, badiamo, che le recavano un gran piacere, perché erano la ragione appunto delle maggiori lodi; lodi che, in verità, piú che a lei, che quelle cose non aveva mai pensate, andavano diritte diritte ai signori critici che ve le avevano scoperte.
Ma forse, chi sa! c'erano veramente, se quelli cosí in prima ve le scoprivano...
Giustino nelle sue lettere frettolose si lasciava intravveder tra le righe soddisfatto, anzi contentissimo.
Si rappresentava, è vero, come rapito in un turbine, e non rifiniva di lamentarsi della stanchezza estrema e delle lotte che doveva sostenere con gli amministratori delle compagnie e con gl'impresarii, delle arrabbiature che si prendeva coi comici e coi giornalisti; ma poi parlava di teatroni rigurgitanti di spettatori, di penali a cui i capocomici si sobbarcavano volentieri pur di trattenersi ancora per qualche settimana oltre i limiti dei contratti in questa e in quella "piazza" a soddisfar la richiesta di nuove repliche da parte del pubblico, che non si stancava di accorrere e di acclamare in delirio.
Leggendo quei giornali e quelle lettere, da cui le vampava innanzi agli occhi la visione affascinante di quei teatri, di tanta e tanta moltitudine che la acclamava, che acclamava lei, lei l'autrice - Silvia si sentiva risollevare da quell'émpito tutto pungente di brividi già avvertito nella sala d'aspetto della stazione di Roma, allorché per la prima volta s'era trovata di fronte al suo trionfo, impreparata, prostrata, smarrita.
Risollevata da quell'émpito, e tutta accesa ora e vibrante, domandava a se stessa perché non doveva esser là, lei, dove la acclamavano con tanto calore, anziché qua, nascosta, appartata, messa da canto, come se non fosse lei!
Ma sí, se non lo diceva chiaramente, lo lasciava pure intender bene Giustino, che lei lí non c'entrava, che tutto doveva far lui, lí, lui che sapeva ormai a meraviglia come si dovesse fare ogni cosa.
Eh già, lui...
Se lo immaginava, lo vedeva or faccente, accaldato, or su le furie, ora esultante tra i comici, tra i giornalisti; e un senso le si destava, non d'invidia, né di gelosia, ma piuttosto di smanioso fastidio, un'irritazione ancora non ben definita, tra d'angustia, di pena e di dispetto.
Che doveva pensar mai di lei e di lui tutta quella gente? di lui in ispecie, nel vederlo cosí? ma anche di lei? che forse era una stupida? Stupida, no, se aveva potuto scrivere quel dramma...
Ma, via, una che non sapeva forse né muoversi né parlare; impresentabile?
Sí, era vero: senza di lui L'isola nuova forse non sarebbe neanche andata in iscena.
Egli aveva pensato a tutto; e di tutto ella doveva essergli grata.
Ma ecco, se stava bene o poteva almeno non saltar tanto agli occhi tutto quel gran da fare ch'egli s'era dato finché il nome di lei era ancor modesto, modesta la fama, e lei poteva starsene in ombra, chiusa, in disparte ora che il trionfo era venuto a coronare tutto quel suo fervido impegno, che figura ci faceva lui, lui solo là, in mezzo ad esso? Poteva piú ella starsene cosí in disparte, ora, e lasciar lí lui solo, esposto, come l'artefice di tutto, senza che il ridicolo investisse e coprisse insieme lui e lei? Ora che il trionfo era venuto, ora che egli alla fine - lei reluttante - era riuscito nel suo intento, a sospingerla, a lanciarla verso la luce abbagliante della gloria, ella - per forza - sí, anche contro voglia e facendosi violenza, doveva apparire, mostrarsi, farsi avanti; e lui - per forza - ritirarsi, ora, non esser piú cosí faccente, cosí accanito, sempre in mezzo: tutto lui!
La prima impressione del ridicolo, di cui già agli occhi suoi cominciava a vestirsi il marito, Silvia l'aveva avuta da una lettera della Barmis, nella quale si parlava del Gueli e della visita inconsulta che Giustino era andato a fargli per averne la prefazione al volume dell'Isola nuova.
Nelle sue lettere Giustino non gliene aveva mai fatto alcun cenno.
Alcune frasi della Barmis sul Gueli, non chiare, sinuose, la avevano spinta a strappare quella lettera con schifo.
Pochi giorni dopo, le pervenne del Gueli appunto una lettera, anch'essa non ben chiara, che le accrebbe il malumore e il turbamento.
Il Gueli si scusava con lei di non poter fare la prefazione alla stampa del dramma, con certi vaghi accenni a segrete ragioni che gli avevano impedito la prima sera di assistere all'intera rappresentazione di esso; parlava anche di certe miserie (senza dir quali) tragiche e ridicole a un tempo, che avviluppan le anime e sbarrano la via, quando non tolgano anche il respiro; e terminava con la preghiera che ella (se voleva rispondergli) anziché a casa indirizzasse la risposta presso gli ufficii di redazione della Vita Italiana, ov'egli di tanto in tanto si recava a parlar di lei col Borghi.
Silvia lacerò con dispetto anche questa lettera.
Quella preghiera in coda la offese.
Ma già tutta la lettera le parve un'offesa.
La miseria tragica e ridicola a un tempo, di cui egli le parlava, non doveva esser altro per lui che la Frezzi; ma egli ne parlava a lei come di cosa che ella dovesse intendere e conoscer bene per propria esperienza.
Ne resultava chiarissima, insomma, un'allusione al marito.
E di tale allusione Silvia si offese tanto piú, in quanto che già veramente cominciava a scorgere il ridicolo del marito.
L'inverno intanto s'era inoltrato, orribile su quelle alture.
Piogge continue e vento e neve e nebbia, nebbia che soffocava.
Se ella non avesse avuto in sé tante ragioni di smania e di oppressione, quel tempo gliele avrebbe date.
Sarebbe scappata via, sola, a raggiungere il marito, se il pensiero di lasciare il bambino prima del tempo non l'avesse trattenuta.
Aveva per quella sua creaturina momenti di tenerezza angosciosa, sentendo di non poter essere per lei una mamma quale avrebbe voluto.
E anche di quest'angoscia, che il pensiero del figlio le cagionava, incolpava con rancor sordo il marito che con quel suo testardo furore l'aveva tant'oltre spinta e disviata dai raccolti affetti, dalle modeste cure.
Ah forse egli se l'era già bell'e tracciato il suo piano: farla scrivere, là, come una macchina; e perché la macchina non avesse intoppi, via il figlio, isolarla; poi badare a tutto lui, fuori, gestir lui quella nuova grande azienda letteraria.
Ah, no! ah no! Se lei non doveva esser piú neanche madre...
Ma forse era ingiusta.
Il marito nelle ultime lettere le parlava della nuova casa che, tra poco, in primavera, avrebbero avuto a Roma, e le diceva di prepararsi a uscir finalmente dal guscio, intendendo che il suo salotto fosse domani il ritrovo del fior fiore dell'arte, delle lettere, del giornalismo.
Anche quest'altra idea però, di dover rappresentare una parte, la parte della "gran donna" in mezzo alla insulsa vanità di tanti letterati e giornalisti e signore cosí dette intellettuali, la sconcertava, le dava uggia e nausea in quei momenti.
Forse meglio, forse meglio rimaner lí nascosta, in quel nido tra i monti, accanto a quella cara vecchina e al suo bambino, lí tra il signor Prever e lo zio Ippolito, il quale anche lui diceva di non volere andar via mai piú, mai piú di lí, mai piú e strizzava un occhio furbescamente ammiccando a chièl, a monsú Martino, che si rodeva dentro nel sentirgli dir cosí.
Ah povero zio!...
Mai piú, mai piú davvero, povero zio! Davvero lui doveva rimanere per sempre lí a Cargiore!
Una sera, mentre si affannava a gridare contro a Giustino, di cui poc'anzi era arrivata una lettera, nella quale annunziava che, messo alle strette, s'era licenziato dall'impiego; e a gridar contro il signor Prever, il quale misteriosamente si ostinava a dire che alla fin fine non sarebbe stato un gran danno, perché...
perché...
un giorno...
chi sa! (alludeva senza dubbio alle sue disposizioni testamentarie) - tutta un tratto, aveva stravolto gli occhi, lo zio Ippolito, e storto la bocca come per uno sbadiglio mancato; un gran sussulto delle spalle poderose e del capo gli aveva fatto saltar su la faccia il fiocco del berretto da bersagliere; poi giú il capo sul petto, e l'estremo abbandono di tutte le membra.
Fulminato!
Quanto tempo, quante pene perdute invano dal signor Prever per andare a scovar con quel tempaccio il medico condotto il quale alla fine venne a dire tutto affannato quel che già si sapeva; e dalla povera Graziella per condurre il curato con l'olio santo!
"Piano! piano! Non gli guastate cosí la bella barba!" avrebbe voluto ella dire a tutti, scostandoli, per starselo a mirare ancora per poco lí sul letto, il suo povero zio, immobile e severo, con le braccia in croce.
" - Che fa, signor Ippolito?"
" - Il giardiniere..."
E, mirandolo, non riusciva a levarsi dagli occhi quel fiocco del berretto che nell'orrendo sussulto gli era saltato su la faccia, povero zio! povero zio! Tutta una pazzia per lui e quell'impegno testardo di Giustino e la letteratura, i libri, il teatro...
Ah sí; ma pazzia fors'anche tutta quanta la vita, ogni affanno, ogni cura, povero zio!
Voleva restar lí? Ed ecco, ci restava.
Lí, nel piccolo cimitero, presso la bianca cura.
Il suo rivale, il signor Prever che non sapeva consolarsi d'aver provato tanta stizza per la venuta di lui, ecco, gli dava ricetto nella sua gentilizia, ch'era la piú bella del cimitero di Cargiore...
I giorni che seguirono quell'improvvisa morte dello zio Ippolito furono pieni per Silvia d'una dura, ottusa, orrida tetraggine, in cui piú che mai le si rappresentò cruda la stupidità di tutte le cose e della vita.
Giustino seguitò a mandarle, prima da Genova, poi da Milano, poi da Venezia, fasci e fasci di giornali e lettere.
Ella non li aprí, non li toccò nemmeno.
La violenza di quella morte aveva spezzato il lieve superficiale accordo di sentimenti tra lei e le persone e anche le cose che la circondavano lí; accordo che si sarebbe potuto mantenere e per breve tempo, solo a patto che nulla di grave e d'inatteso fosse venuto a scoprir l'interno degli animi e la diversità degli affetti e delle nature.
Scomparso cosí d'un tratto dal suo lato colui che la confortava con la sua presenza, colui che aveva nelle vene il suo stesso sangue e rappresentava la sua famiglia, si sentí sola e come in esilio in quella casa, in quei luoghi, se non proprio tra nemici, fra estranei che non potevano comprenderla, né direttamente partecipare al suo dolore, e che, col modo onde la guardavano e seguivan taciti e come in attesa tutti i suoi movimenti e gli atti con cui esprimeva il suo cordoglio, le facevano intendere ancor piú e quasi vedere e toccare la sua solitudine, inasprendogliene di mano in mano la sensazione.
Si vide esclusa da tutte le parti: la suocera e la bàlia, poiché il suo bambino doveva rimaner lí affidato alle loro cure, la escludevano già fin d'ora dalla sua maternità; il marito, correndo di città in città, di teatro in teatro, la escludeva dal suo trionfo; e tutti cosí le strappavano le cose sue piú preziose e nessuno si curava di lei, lasciata lí in quel vuoto, sola.
Che doveva far lei? Non aveva piú nessuno della sua famiglia, morto il padre, morto ora anche lo zio; fuori e tanto lontana dal suo paese; distolta da tutte le sue abitudini; sbalzata lanciata in una via che rifuggiva dal percorrere cosí, non col suo passo, liberamente, ma quasi per violenza altrui, sospinta dietro da un altro...
E la suocera forse la accusava entro di sé d'aver fuorviato lei il marito, d'avergli riempito l'animo di fumo e acceso la testa fino al punto da fargli perdere l'impiego.
Ma sí! ma sí! aveva già scorto chiaramente quest'accusa in qualche obliqua occhiata di lei, colta all'improvviso.
Quegli occhietti vivi nel pallore del volto, che si volgevano sempre altrove, quasi a sperdere l'acume degli sguardi, dimostravano bene una certa sbigottita diffidenza di lei, un rammarico che si voleva celare, pieno d'ansie e di timori per il figliuolo.
Lo sdegno per questa ingiustizia però, anziché contro quella vecchina ignara, si ritorceva nel cuore di Silvia contro il marito lontano.
Era egli cagione di quella ingiustizia, egli, accecato cosí dal suo furore, che non vedeva piú né il male che faceva a lei, né quello che faceva a se stesso.
Bisognava arrestarlo, gridargli che la smettesse.
Ma come? era possibile ora che tant'oltre erano spinte le cose, ora che quel dramma, composto in silenzio, nell'ombra e nel segreto, aveva suscitato tanto fragore e acceso tanta luce attorno al suo nome? Come poteva giudicare ella, da quel cantuccio, senz'aver veduto ancor nulla, che cosa avrebbe dovuto o potuto fare? Avvertiva confusamente che non poteva e non doveva essere piú qual'era stata finora; che doveva buttar via per sempre quel che d'angusto e di primitivo aveva voluto serbare alla sua esistenza, e dar campo invece e abbandonarsi a quella segreta potenza che aveva in sé e che finora non aveva voluto conoscer bene.
Solo a pensarci, se ne sentiva turbare, rimescolar tutta dal profondo.
E questo le si affermava preciso innanzi agli occhi: che, cangiata lei, non poteva piú il marito restarle davanti, tra i piedi, cosí a cavallo della sua fama e con la tromba in bocca.
In che strani atteggiamenti da pazzi si storcevano i tronchi ischeletriti degli alberi affondati giú nelle neve, con viluppi, stracci, sbréndoli di nebbia impigliati tra gl'ispidi rami! Guardandoli dalla finestra, ella si passava macchinalmente la mano su la fronte e su gli occhi, quasi per levarseli, quegli sbréndoli di nebbia, anche dai pensieri ispidi, atteggiati pazzescamente, come quegli alberi là, nel gelo della sua anima.
Fissava su l'umida imporrita ringhiera di legno del ballatojo le gocce di pioggia in fila, pendule, lucenti su lo sfondo plumbeo del cielo.
Veniva un soffio d'aria; urtava quelle gocce abbrividenti; l'una traboccava nell'altra, e tutte insieme in un rivoletto scorrevano giú per la bacchetta della ringhiera.
Tra una bacchetta e l'altra ella allungava lo sguardo fino alla cura che sorgeva là dirimpetto, accanto alla chiesa; vedeva le cinque finestre verdi che guardavan l'orto solingo sotto la neve, guarnite di certe tendine, che col loro candore dicevano d'essere state lavate e stirate insieme coi mensali degli altari.
Che dolcezza di pace in quella bianca cura! Lí presso, il cimitero...
Silvia s'alzava all'improvviso, s'avvolgeva lo scialle attorno al capo e usciva fuori, su la neve, diretta al cimitero, per fare una visita allo zio.
Dura e fredda come la morte era la tetraggine del suo spirito.
Cominciò a rompersi questa tetraggine col sopravvenire della primavera, allorché la suocera, che la aveva tanto pregata di non andar tutti i giorni con quella neve, con quel vento, con quella pioggia al cimitero, si mise invece a pregarla, or che venivano le belle giornate, ad andar con la bàlia e col piccino giú per la via di Giaveno, al sole.
Ed ella prese ad uscire col bambino.
Mandava innanzi per quella via la bàlia, dicendole che la aspettasse al primo tabernacolo; ed entrava nel cimitero per la visita consueta allo zio.
Una mattina, lí davanti al primo tabernacolo, trovò con la bàlia, impostato dietro una macchina fotografica, un giovane giornalista venuto sú da Torino proprio per lei, o, com'egli disse, "alla scoperta di Silvia Roncella e del suo romitorio".
Quanto la fece parlare e ridere quel grazioso matto, che volle saper tutto e veder tutto e tutto fotografare e sopra tutto lei in tutti gli atteggiamenti, con la bàlia e senza bàlia, col bambino e senza bambino, dichiarandosi felice addirittura di aver scoperto una miniera, una miniera affatto inesplorata, una miniera vergine, una miniera d'oro.
Quand'egli andò via, Silvia restò a lungo stupita di se stessa.
Anche lei, anche lei si era scoperta un'altra, or ora, di fronte a quel giornalista.
Si era sentita felice anche lei di parlare di parlare...
E non sapeva piú che cosa gli avesse detto.
Tante cose! Sciocchezze? Forse...
Ma aveva parlato, finalmente! Era stata lei, quale ormai doveva essere.
E godé senza fine il giorno appresso nel veder riprodotta la sua immagine in tanti diversi atteggiamenti sul giornale che quegli le mandò e nel leggere tutte le cose che le aveva fatto dire, ma sopra tutto per le espressioni di meraviglia e di entusiasmo che quel giornalista profondeva, piú che per l'artista ormai celebre, per lei donna ancora a tutti ignota.
Una copia di quel giornale Silvia a sua volta volle spedir subito al marito per dargli una prova che, via - a mettercisi - non lui soltanto, ma poteva far per benino le cose anche lei.
CAPITOLO SESTO
LA CRISALIDE E IL BRUCO
Disingannati, sempre; ma che si possa per giunta rimanere con avvilimento di rimorso anche dopo essere stati intesi e assorti in un'opera da cui ci aspettavamo lode e gratitudine, par troppo.
Eppure...
Voleva che volassero, Giustino, volassero le due carrozzelle per giungere presto a casa, ritornando dalla stazione ove, insieme con Dora Barmis e Attilio Raceni, era andato ad accogliere Silvia.
L'aspetto della moglie, all'arrivo, lo aveva sconcertato; piú che piú, poi, le poche parole e gli sguardi e i modi, nel breve tratto dall'interno della stazione all'uscita, finché non s'era messa con la Barmis in una vettura, e lui col Raceni non era saltato in un'altra.
- Il viaggio...
Sarà stanca...
Poi, cosí sola...
- disse a Giustino il Raceni, impressionato anche lui dal torbido volto e dal gelido tratto della Roncella.
- Eh già...
- riconobbe subito Giustino.
- Capisco.
Dovevo andar io lassú, a prenderla.
Ma come facevo? Qua, con la casa addosso, sossopra.
E poi, sa? La morte dello zio.
C'è anche questo.
L'ha sentita.
Eh, l'ha sentita, l'ha sentita troppo, quella morte...
Questa volta fu il Raceni a riconoscer subito:
- Ah già...
ah già...
- Capisce? - riprese Giustino.
- Nell'andar sú, era con lui; ora è ritornata sola...
L'ha lasciato là...
E mica lo zio solo! Ma già, sí! dovevo dovevo dovevo proprio andar io a prenderla a Cargiore...
C'è stato anche il distacco dal bambino, per dio! Lei capisce?
E il Raceni, di nuovo:
- Ah già...
ah già...
Sicuro...
sicuro...
A quante cose non avevano pensato, infervorati tutti e tre nei lavori d'addobbo della nuova casa!
Erano andati alla stazione festanti, con la soddisfazione di esser riusciti a costo d'incredibili fatiche a farle trovar tutto in ordine; ed ecco qua, d'un tratto ora s'accorgevano che, non solo non meritavano né ringraziamenti né gratitudine per tutto quello che avevano fatto, ma dovevano per giunta pentirsi di non aver pensato, non diciamo al lutto di quella morte recente, ma nemmeno allo strazio della madre nel distaccarsi dal suo bambino.
Ogni minuto a Giustino, adesso, sapeva un'ora.
Sperava che Silvia, appena entrata nella nuova casa, non avrebbe pensato piú a nulla, dallo stupore...
Non glien'aveva fatto apposta alcun cenno, nelle lettere.
Prodigi - ecco, questa era la parola - prodigi aveva operato, col consiglio e l'ajuto assiduo della Barmis e anche...
sí, anche del Raceni, poverino!
Diceva casa, ma cosí, tanto per dire.
Che casa! Non era casa.
Era...
- ma, zitti, per carità, che Silvia ancora non lo sappia! un villino era - zitti! - un villino in quella via nuova, tutta di villini, di là da ponte Margherita, ai Prati, in via Plinio; uno dei primi, con giardinetto attorno, cancellata e tutto.
Fuorimano? Che fuorimano! Due passi e si era al Corso.
Via signorile, silenziosa; la meglio che si potesse scegliere per una che doveva scrivere! Ma c'era di piú.
Non l'aveva mica preso in affitto, quel villino.
- zitti, per carità! - Lo aveva comperato.
Sissignori, comperato, per novantamila lire.
Sessantamila pagate là, sul tamburo; le altre trenta da pagare a respiro, in tre anni.
E - zitti! - circa venti altre mila lire aveva speso finora per l'arredo.
Meraviglioso! Con la sapienza della Barmis in materia...
Tutto arredo nuovo e di stile: semplice, sobrio, snello e solido: mobili del Ducrot! Bisognava vedere il salotto, a sinistra, subito come s'entrava; e poi l'altro salotto accanto; e poi la sala da pranzo che dava sul giardino.
Lo studio era sú, al piano di sopra, a cui si accedeva per un'ampia bella scala di marmo, dalla ringhiera a pilastrini, che cominciava poco piú oltre l'uscio del salotto.
Lo studio - sú - e le camere, due belle camere accanto, gemelle.
Veramente Giustino, non sapendo come Silvia la pensasse su questo punto, ma anche dal canto suo, ecco, avrebbe voluto una camera sola.
Dora Barmis se n'era mostrata indignata, inorridita:
- Ma per carità! Non lo dite neppure...
Volete guastar tutto? Divisi, divisi, divisi...
Imparate a vivere, caro! Mi avete detto che d'ora in poi prenderete sempre il tè...
Due camere.
E poi lo stanzino da bagno, e il lavabo, e il guardaroba...
Meraviglie! O pazzie? Ecco, a dir vero, pareva avesse perduto quel suo famoso taccuino il Boggiòlo in questa occasione.
S'era sbilanciato, e come! Ma aveva tanto denaro in mano! E la tentazione...
Per ogni oggetto che gli era stato presentato in parecchi esemplari di vario prezzo, aveva veduto soltanto quel pochino pochino che avrebbe speso di piú a scegliere il piú bello; e, sissignori, alla fine tutti quei pochini pochini di piú, sommati insieme, avevano arrotondato quella bellissima pancia di zeri alla spesa per l'arredo.
Della compera del villino, invece, non era pentito.
Che! Potendolo fare, avendo cioè tanto in mano da liberarsi della prepotente usura dei padroni di casa, sarebbe stata una pazzia non comperare, seguitare a buttar via da due a trecento lire al mese per un appartamentino appena appena decente.
Il villino rimaneva, e quei denari della pigione sarebbero invece volati in tasca dei padroni di casa.
È vero che, a non comperare il villino, anche il capitale sarebbe rimasto.
D'accordo! bisognava ora dunque fare il calcolo se col frutto d'un capitale di novantamila si sarebbe pagata una pigione mensile di trecento lire.
Non si sarebbe pagata! E intanto, invece d'un appartamentino appena appena decente, con novantamila lire si aveva quel villino là, quella reggia! Ma, e i pesi? Sí, è vero, le tasse, e poi tante altre spese in piú.
Manutenzione, illuminazione, servizio...
Con una casa messa sú a quel modo, certo non poteva bastare piú una servotta abruzzese; ci volevano a dir poco tre servi.
Giustino, per il momento, ne aveva presi due in prova; anzi, uno e mezzo; o piuttosto, due mezzi: ecco: una mezza cuoca e un mezzo cameriere (valet de chambre, valet de chambre, come gli suggeriva di chiamarlo la Barmis): ragazzo svelto, con la sua brava livrea, per la pulizia, per servire in tavola e aprir la torta.
Ecco, ora, subito appena le due carrozzelle arrivavano al cancello, Èmere (si chiamava Èmere)...
- Ohé, Èmere!...
Èmere!...- gridò Giustino, nella notte, smontando; e poi, rivolto al Raceni:- Ha visto?...
Non si trova al posto...
Che gli avevo detto?
Ah, eccolo: sta ad aprir la luce, prima sú, poi giú: ecco, tutto il villino appare dalle finestre illuminato, splendido, sotto il cielo stellato; sembra un incanto! Ma a Silvia, già smontata con la Barmis, tocca di aspettare dietro il cancello chiuso, e tocca al Raceni di tirar giú da cassetta le valige, mentre un cane abbaja da un villino accanto e Giustino paga in fretta i vetturini e corre subito alla moglie per mostrarle su uno dei pilastri che reggono il cancello la targa di marmo con l'iscrizione: Villa Silvia.
Le guardò gli occhi, prima.
Durante la corsa aveva supposto ch'ella, parlando nell'altra vettura con la Barmis dello zio morto e del bambino abbandonato, avesse pianto.
Purtroppo, no, non aveva pianto.
Conservava lo stesso aspetto che all'arrivo: torbido, rigido, gelido.
- Vedi? Nostro! - le disse.
- Tuo...
tuo...
Villa Silvia, vedi? Tuo...
L'ho comperato!
Silvia aggrottò le ciglia, guardò il marito; guardò le finestre illuminate.
- Un villino?
- Vedrà che bellezza, signora Silvia! - esclamò il Raceni.
Èmere accorse ad aprire il cancello e s'impostò, cavandosi e reggendo col braccio all'altezza del capo il berretto gallonato, senza scomporsi minimamente al rimprovero che gli gridò in faccia Giustino:
- Bella prontezza! bella puntualità!
L'irritazione di Giustino era accresciuta dalla mutria della Barmis.
Certo Silvia, in vettura, non si era mostrata gentile con lei.
E aveva faticato tanto, s'era affannata tanto con lui quella povera donna! Bel modo di ringraziar la gente!
- Vedi? - riprese, rivolto alla moglie, appena entrato nel vestibolo.
- Vedi, eh? Non sono venuto a Cargiore...
a prenderti, ma...
eh?...
vedi, eh? per prepararti qua questa sorpresa, eh, con l'ajuto di...
come dici? eh? che vestibolo! con l'ajuto di questa nostra cara amica e del Raceni...
- Ma no! ma che dite! statevi zitto! - cercò d'interromperlo subito la Barmis.
Protestò anche il Raceni.
- Ma nient'affatto! - insisté Giustino.
- Se non fosse stato per voi! Sí, infatti...
io solo...
Adesso - questo è niente! - adesso vedrai...
Abbiamo motivo, non solo di ringraziarvi, ma di restarvi grati eternamente...
- Oh Dio, com'esagerate! - sorrise la Barmis.
- Lasciate stare.
Badate piuttosto alla vostra signora che dev'essere molto stanca...
- Sí, ecco, proprio stanca...
- disse allora Silvia, con un sorriso dolce e freddo a un tempo.
- E chiedo scusa se non ringrazio come dovrei...
Questo viaggio interminabile...
- Già dev'essere a ordine la cena, - s'affrettò a dire il Raceni, tutto commosso da quel sorriso (finalmente!) e da quelle buone parole (ah che voce s'era fatta la Roncella! che dolcezza! Un'altra voce...
Già, tutta gli pareva un'altra!).
- Un piccolo ristoro; poi, subito il riposo!
- Ma prima, - disse Giustino, aprendo l'uscio del salotto, - prima...
come! almeno cosí, sopra sopra, bisogna che veda...
Avanti, avanti...
O meglio, ecco, faccio strada io...
E cominciò la spiegazione, interrotto di tratto in tratto dalla Barmis con tanti: "ma sí,...
ma andate innanzi...
ma questo poi lo vedrà", per ogni minuzia su cui lo vedeva indugiare ripetendo goffamente, con orribili stonature, tutto ciò che già gli aveva detto lei per spiegargliene la proprietà, la finezza, la convenienza, il gusto.
- Vedi? Di porcellana...
Sono del...
Di chi sono, signora? ah, già, del Lerche...
Lerche, norvegese...
Pajono niente; eppure, cara mia...
costano! costano! Ma che finezza, eh?...
questo gattino, eh? che amore! Sí, andiamo innanzi, andiamo innanzi...
Tutta roba del Ducrot!...
È il primo, sai? Adesso è il primo, è vero, signora? Non c'è che lui...
Mobili del Ducrot! tutti mobili del Ducrot...
Anche questo...
E guarda qua questa poltrona...
come la chiamano? tutta di pelle fina...
non so che pelle...
Ne hai due compagne sú nello studio...
pure del Ducrot! Vedrai che studio!
Se Silvia avesse detto una parola, o almeno avesse con lo sguardo, con un cenno anche lieve dimostrato curiosità, gradimento meraviglia, Dora Barmis avrebbe preso a parlar lei, a far lei brevemente e col debito tatto, il debito rilievo, le debite sfumature, l'illustrazione di tutte quelle squisitezze; tanto soffriva a quelle grottesche spiegazioni del Boggiòlo, che le pareva gualcissero, azzoppassero, spiegazzassero ogni cosa.
Ma Silvia soffriva piú di lei a vedere, a sentir parlare il marito cosí; per sé e per lui soffriva: e s'immaginava in quel momento quanto spasso doveva essersene preso quella donna, se non il Raceni, nell'arredar quella casa a suo modo coi denari di lui; e ne provava sdegno dispetto onta, per cui a mano a mano, procedendo, s'irrigidiva vieppiú; e pur tuttavia non troncava quel supplizio, rattenuta dalla curiosità, che si forzava a non mostrare, di veder quella casa, che non le pareva sua, ma estranea, fatta non piú per viverci come finora ella aveva vissuto, ma per rappresentarvi d'ora in poi, sempre e per forza, una commedia; anche davanti a se stessa; obbligata a trattar coi dovuti riguardi tutti quegli oggetti di squisita eleganza, che la avrebbero tenuta in continua suggezione; obbligata a ricordarsi sempre ella parte che doveva recitar tra loro.
E pensava che ormai, come non aveva piú il bambino, cosí neanche la casa - ecco - aveva piú, qual'essa la aveva finora intesa e amata.
Ma doveva esser cosí, purtroppo.
E dunque presto, via, da brava attrice, si sarebbe impadronita di quelle stanze, di quei mobili là, da palcoscenico, donde ogni intimità familiare doveva esser bandita.
Quando vide, su, la sua camera divisa da quella del marito:
- Ah, sí, ecco, - disse.
- Bene, bene...
E fu la sola approvazione che le uscisse dalle labbra quella sera.
Giustino, che si sentiva come un macigno sul petto al pensiero di quest'altra novità forse non gradita, che Silvia avrebbe trovata nella nuova casa, e già in mente raggirava le maniere migliori per presentare e colorir la cosa senza offendere la moglie da un canto, né dall'altro promuovere il riso della Barmis; si sentí d'un tratto alleggerito e felicissimo, non intendendo affatto il perché del compiacimento della moglie.
- E io sto qua, vedi? qua accanto,- s'affrettò a spiegare.
- Qua, proprio qua...
Camere, come si chiamano? ah, gemelle, già...
camere gemelle, perché vedi? tal quale...
questa è la mia! E cos'hai tu di là? Il mio ritratto.
E cos'ho io, di qua? Il tuo ritratto.
Vedi? Camere gemelle.
Ti piacciono, eh? Eh già, ormai, tutti fanno cosí...
E va bene! Sono proprio contento...
La Barmis e il Raceni, vedendolo, quella sera, come un cagnolino appresso alla moglie, se ne meravigliavano, si guardavano tratto tratto negli occhi e sorridevano.
Ma Giustino quella sera era cosí sottomesso e desideroso dell'approvazione di Silvia non già perché, reduce da quel giro trionfale de L'isola nuova per le principali città della penisola, fosse cresciuta in lui la stima di lei, e questa ora gl'imponesse maggior rispetto e considerazione; né già perché dall'aspetto di lei indovinava, o intravvedeva almeno, mutato verso di lui l'animo della moglie.
La stima era quella stessa di prima.
Dell'effettivo merito artistico di lei egli in verità non si era mai riconosciuto buon giudice, e tuttora non se ne curava affatto, pago che questo merito fosse riconosciuto dagli altri e sinceramente convinto che cosí fosse - almeno in quella misura - per l'opera straordinaria ch'egli all'uopo aveva messa e seguitava a mettere.
Tutta opera sua, si sa, quel riconoscimento.
Quanto poi all'animo di lei, come avrebbe potuto dubitare che esso - ora piú che mai - fosse pieno di ammirazione e di gratitudine?
E dunque? Dunque altre ragioni dovevano esserci che né la Barmis né il Raceni si figuravano.
Era pentito Giustino d'aver troppo speso per l'arredo, e temeva da un canto che questo potesse farlo alcun poco scapitare appunto in quell'ammirazione e in quella gratitudine; dall'altro, desiderava l'approvazione come un balsamo che gli quietasse il rimorso.
Era poi davvero dolente d'aver fatto viaggiare sola per la prima volta la moglie senza aver pensato al distacco dal figlio e alla morte dello zio (uniche ragioni, queste, per lui del rigido contegno di Silvia).
E infine...
c'era un altro perché, intimo, particolarissimo, che aveva fondamento nella piú rigorosa, nella piú scrupolosa osservanza de' suoi doveri coniugali per sei lunghissimi mesi a un bell'incirca.
Almeno quest'ultima ragione Dora Barmis avrebbe potuto supporla.
Ella sorrideva, veramente, sotto sotto...
Ma sí, via! senza dubbio la aveva supposta...
Non per essa solamente, però, quando fu l'ora d'andare a cena, la quale era pure, fin da prima della loro partenza per la stazione, già ordinata e apparecchiata per quattro, non volle assolutamente cedere alle insistenti preghiere di Giustino, e andò via.
Il Raceni da un canto avvertiva che sarebbe stato sconveniente non seguire la Barmis; ma dall'altro era rimasto come abbagliato dalla Roncella fin dal primo rivederla; e non seppe risponder no appena ella con un sorriso gli disse:
- Resterete almeno voi...
E seguitò di proposito Silvia ad abbagliarlo, durante la cena, quella sera, con molto stupore e anche con molto dispetto di Giustino, che a un certo punto non poté piú reggere e sbuffò:
- Ma quella Barmis, perbacco! Quanto mi dispiace!
- Oh Dio! - esclamò Silvia.
- Se non ha voluto rimanere...
L'hai tanto pregata!
- Avresti dovuto pregarla anche tu! - rimbeccò allora Giustino.
E Silvia, freddamente:
- Gliel'ho detto, mi pare; come l'ho detto al Raceni...
- Ma non hai affatto insistito! Potevi insistere...
- Non insisto mai, - disse Silvia; e aggiunse, rivolgendosi sorridente al Raceni: - Ho insistito con voi? Mi pare di no.
Se la Barmis avesse avuto piacere di star con noi...
- Piacere! piacere! E se se ne fosse andata, - proruppe Giustino al colmo della stizza, - per non recarti disturbo dopo il viaggio?
- Giustino! - lo richiamò subito Silvia con tono di rimprovero, ma pur seguitando a sorridere.
- Ora tu fai uno sgarbo al Raceni che è rimasto.
Povero Raceni!
- Nient'affatto! nient'affatto! - si ribellò Giustino.
- Io difendo la Barmis dal tuo sospetto.
Il Raceni sa che ci reca piacere, se l'abbiamo trattenuto!
Veramente non parve punto al Raceni che ne recasse molto a lui; ma sí a lei, tanto; e non capiva piú nei panni, povero giovine: s'era invermigliato come un papavero, e tutto il sangue si sentiva scorrere per le vene come fuoco liquido, con tanta repenza, che n'era addirittura stordito.
Giustino, che lo vedeva cosí e udiva a quando a quando ripetere a Silvia tra i sorrisi: "Povero Raceni!...
Povero Raceni!", si sentiva intanto, a sua volta, divampar dentro un altro fuoco: fuoco di stizza, anzi d'ira, fomentato anche dal dispetto di non scorgere ancora nella moglie alcun segno di piacere, di meraviglia, d'ammirazione per quella sala da pranzo, per quella suppellettile da tavola, per quella splendida giardiniera in mezzo, tutta piena e fragrante di garofani bianchi, per il servizio inappuntabile di cui Èmere qua, in quella bella livrea, e di là la cuoca, davano il primo saggio.
Niente! nemmeno un segno! come se ella fosse sempre vissuta in mezzo a quegli splendori, abituata a vedersi servita cosí, a cenare cosí, ad aver di quei commensali a tavola; o come se, prima d'arrivare, fosse già a conoscenza di tutto e s'aspettasse di trovar quel villino di proprietà loro e arredato cosí, anzi come se, non lui, ma lei, lei solamente avesse pensato a tutto e tutto preparato.
Ma come? Glielo faceva apposta? E perché? Com'era? Proprio perché lui non era andato a prenderla a Cargiore? perché non aveva pensato al distacco dal bambino? Ma se non ne pareva afflitta né punto né poco! Eccola là, rideva...
Ma che modo di ridere era quello, adesso? E dàlli ancora con quel "povero Raceni!".
Intronò addirittura Giustino e si sentí strappar tutto internamente, dalle dita dei piedi sú sú alla radice dei capelli, quando Silvia annunziò al Raceni una grande novità: che aveva scritto versi, a Cargiore, tanti versi, e gli promise di regalargliene un saggio per Le Grazie.
- Versi? Che versi? Tu hai fatto versi? - esplose.
- Ma fa il piacere!
Silvia lo guardò come se non capisse affatto.
- Perché? - disse.
- Non potevo scriverne? Non ne avevo mai scritti, è vero.
Ma mi son venuti fatti da sé, creda Raceni.
Non so - questo sí - se siano belli o brutti.
Saranno brutti magari...
- E li vorresti pubblicare su Le Grazie? - domandò Giustino, con gli occhi piú che mai inveleniti dalla stizza.
- Ma, scusate, perché no, Boggiòlo? - si risentí il Raceni.
- Credete sul serio che possano esser brutti? Figuratevi con quale ansia saranno cercati e letti, come una nuova, inattesa manifestazione del talento di Silvia Roncella!
- No no, per carità, non dite cosí, Raceni, - s'affrettò a protestare Silvia.
- Non ve li do piú, altrimenti.
Sono versucci, a cui non dovete dare alcuna importanza.
Ve li do a questo patto, e soltanto per farvi un piacere.
- Sta bene, sta bene...
- masticò allora Giustino.
- Ma...
permetti?...
ti faccio osservare...
non per il Raceni che...
sta bene, gliel'hai promessi; basta.
Avevi promesso prima però al senatore Borghi una novella, e non gliel'hai fatta!
- Oh Dio, gliela farò, se mi verrà...
- rispose Silvia.
- Ecco...
io dico...
invece dei versi...
almeno avresti potuto far questa novella, a Cargiore! - non seppe tenersi di rimbrottare ancora Giustino.
- E intanto...
se ora non puoi dar piú codesti versi al senatore, avendoli promessi al Raceni...
direi di...
di aspettare almeno che abbi pronta la novella per il Borghi.
Tutto attraverso, tutto attraverso, quella sera per guastargli la festa della presa di possesso del villino, premio di tanti travagli! Ah, ora, anche tornare indietro voleva la moglie, ai bei tempi quando spargeva cosí, in regalo a tutti, i suoi lavori? voleva anche mettersi a far da sé, approfittando che lui quella sera non voleva proprio perdere del tutto quei necessarii tratti manierosi verso di lei?
Ahimè, avvertiva che li perdeva; e anche perciò di punto in punto sentiva crescersi l'orgasmo.
Ma sfido! per forza! Il disinganno della lode mancata, della mancata meraviglia, tutto il contegno di lei, quello sgarbo immeritato alla Barmis, ora quella promessa al Raceni...
Per sfogarsi, per farsi in certo modo svaporar le furie, scaraventò a questo, appena andato via, una filza d'improperie e d'ingiurie: - Stupido! imbecille! pulcinella!
Ma ecco qua Silvia prenderne le difese, sorridendo:
- E la gratitudine, Giustino? Se ti ha tanto ajutato?
- Lui? Impicciato mi ha! - scattò furente Giustino.
- Impicciato soltanto! come adesso! come sempre! La Barmis mi ha ajutato davvero, capisci? lei, sí! la Barmis, che tu invece hai fatto andar via a quel modo.
E a questo qua, sorrisi, complimenti, povero Raceni, povero Raceni, e anche...
anche il regalo dei versi, perdio!
- Ma non fanno insieme, tutti e due? - disse Silvia.
- Lui, direttore; lei, redattrice?...
Sarà meglio, credi, d'ora in poi, per tutto l'ajuto che t'hanno prestato, compensarli ogni tanto cosí, affinché non si prendano piú il piacere di servirci per...
non so bene perché...
- Ah no, cara, no, cara...
senti, cara...
- prese allora a dire Giustino, finendo di perdere ogni dominio di sé, punto cosí sul vivo.
- Mi devi fare il piacere di non immischiarti in queste cose, che sono affar mio! Ma hai veduto, di'? hai veduto tutto bene? Io non so...
Tutte queste cose qui...
È tutto nostro! Ed è frutto, dico, di lavoro mio, di tanti pensieri, di tante cure! Vuoi insegnarmi tu, ora, scusa, come si deve fare, quel che si deve dire?
Silvia troncò subito la discussione, dichiarandosi stanca sfinita dal lungo viaggio e bisognosa di riposo.
Comprese bene ch'egli non avrebbe mai ceduto su quel punto e che, a volergli impedire o anche per poco ostacolare quello che ormai considerava il suo ufficio, la sua professione, sarebbe accaduto inevitabilmente un tale urto tra loro da determinare una rottura insanabile.
Meglio lo comprese, allorché - respinto - egli nella camera accanto, spogliandosi, cominciò a dare sfogo senza piú alcun ritegno al disinganno, alla stizza acerrima, alla rabbia, con imprecazioni e rimbrotti e raffacci e pentimenti e scatti di maligno riso, che tanto piú la sdegnavano e la ferivano, quanto piú le accrescevano innanzi agli occhi la ormai scoperta e sfolgorante ridicolaggine di lui.
- Ma sí! aveva ragione quella! Ajutatela, Boggiòlo, ajutatela a vendicarsi! Stupido io che non l'ho fatto! Ecco il premio! ecco la ricompensa! Stupido...
stupido...
stupido...
Centomila occasioni...
E va bene! Questo è niente, signori! Non siamo ancora a niente! Quello che si vedrà adesso!...
Regaliamo, regaliamo...
Facciamo versi, e regaliamo...
La poesia, adesso!...
Scappa fuori la poesia...
Ma sí! cominciamo a vivere tra le nuvole, senza piú occhi per vedere qua tutte queste spese...
Prosa, prosa, questa da non calcolare...
Tante pene, tanto lavoro, tanti denari: ecco il ringraziamento! Lo sapevamo...
Ma sí, cose da niente...
Un villino? Buh, che cos'è? Mobili del Ducrot? Buh! li sapevamo...
Ah, eccoci a letto! Che bel letto di rose!...
Che delizia incignarlo cosí, caro signor Ducrot! Corri di qua, stupido! scappa di là! rómpiti il collo! pèrdici il fiato! pèrdici l'impiego! prega, minaccia, briga! Ecco il premio, signori! ecco il premio!
E seguitò cosí, al bujo, per piú di un'ora rigirandosi tra le smanie su per il letto, tossendo, sbuffando, sghignando...
Ella intanto di là, tutta ristretta in sé sotto le coperte, con la faccia affondata nel guanciale per non sentirlo, malediceva la fama, a cui con l'ajuto di lui, cioè a prezzo di tante risa e di tante beffe della gente, era salita.
Da tutte quelle risa, ora, da tutte quelle beffe si sentiva assalita, frustata, avviluppata, con la romba che le era rimasta negli orecchi per il frastuono del treno.
Ah come non se n'era accorta prima? Soltanto adesso, ecco, tutti gli spettacoli che egli aveva dato di sé, uno piú dell'altro ridicolo, le saltavano agli occhi, le si rappresentavano con tal cruda vivezza, che era uno strazio: tutti gli spettacoli, da quello primo del banchetto, quando al brindisi del Borghi s'era levato in piedi insieme con lei, come se quel brindisi dovesse riferirsi anche a lui perché suo marito; all'ultimo cui ella aveva assistito, là, alla stazione, prima della partenza per Cargiore, allorché, facendo da battistrada, s'era inchinato per conto di lei agli applausi ch'erano scoppiati nella sala di aspetto.
Ah, poter tornare indietro, rinchiudersi nel suo guscio a lavorar quieta e ignorata! Ma egli non avrebbe mai permesso che andasse cosí frustrata l'opera sua di tanti anni, ove riponeva ormai tutta la sua compiacenza.
Con quel villino, che riteneva, e forse a ragione, soltanto frutto del suo lavoro, s'era inteso di edificare quasi un tempio alla Fama, per officiarvi, per pontificarvi! Follia sperare che ora volesse rinunziarci! Vi aveva fitto il capo e là, là sarebbe rimasto per sempre e per forza attaccato a quella fama, di cui si riconosceva l'artefice! E sempre piú grande avrebbe cercato di renderla per apparirvi in mezzo sempre piú ridicolo.
Era il suo fato, ed era inevitabile.
Ma come avrebbe fatto ella a resistere a quel supplizio, ora che la benda le era caduta dagli occhi?
Pochi giorni dopo, Giustino volle dar principio con solennità all'istituzione dei "lunedí letterarii di Villa Silvia", come la Barmis gli aveva suggerito.
Per quel primo, estese gl'inviti a tutti i piú noti maestri di musica e critici musicali di Roma, perché pretesto all'inaugurazione era la lettura a pianoforte di alcune parti dell'opera L'isola nuova già compiuta dal giovine maestro Aldo di Marco.
Il nome del maestro era a tutti ignoto.
Si sapeva soltanto che questo di Marco era veneziano israelita e ricchissimo, e che per musicar L'isola nuova aveva fatto tali profferte, che Boggiòlo s'era affrettato a rompere le trattative già bene avviate con uno tra i piú insigni compositori.
Benché a Giustino non premesse tanto né poco il buon esito dell'opera, che anzi desiderava modesto perché non désse alcun'ombra al dramma, aveva tuttavia fatto annunziare dagli amici giornalisti che quell'opera avrebbe tra poco rivelato all'Italia, ecc.
ecc.; e aveva anche fatto riprodurre nei giornali l'esile e, ahimè, non ben chiomata immagine del giovine maestro veneziano, il quale ecc.
ecc.
L'annunzio gli era sembrato doveroso e opportuno, non solo in considerazione dell'ingente somma sborsata dal maestro per musicare il dramma fortunato (ridotto in versi da Cosimo Zago), ma anche per accrescer solennità all'inaugurazione.
Avrebbe potuto farne a meno.
Quella lettura a pianoforte e quel giovine maestro ignoto, dall'aspetto cosí poco promettente, rappresentavan per tutti un fastidio e un ingombro.
Era invece vivissima la curiosità di veder la Roncella in casa sua, donna, dopo il trionfo.
Silvia se l'aspettava; e, nell'orgasmo che le suscitava il pensiero di dover tra poco affrontare questa curiosità, vedendo il marito in grandi ambasce per i preparativi e pur con l'aria di chi sa tutto e non ha bisogno di nessuno, avrebbe voluto gridargli:
"Basta! Lascia star tutto; non affannarti piú! Vengono per me, per me soltanto! Tu non c'entri piú; tu non hai piú da far nulla, altro che da starti zitto, quieto, in un canto!".
L'orgasmo non era soltanto per la curiosità da affrontare; era anche per lui, anzi sopra tutto per lui.
Ricorse finanche all'astuzia di fingersi gelosa della Barmis e gl'impedí con ciò di ricorrere a costei per quei preparativi, con la speranza che, mancandogli questo ajuto, egli non si désse piú tanto da fare e si lasciasse persuadere che aveva già fatto abbastanza e non occorreva piú altra sua opera.
Giustino, all'idea che la moglie - venuta (fosse pure per lui) in tanta celebrità - cominciava a essere, quantunque a torto, un po' gelosa, provò un certo piacere, che gli fece manifestare come avvolta tutta in un roseo sorrisetto fatuo l'irritazione che questa gelosia gli cagionava in quel momento.
L'ajuto della Barmis gli era indispensabile.
Ma Silvia tenne duro.
- No, quella no! quella no!
- Ma, Dio...
Silvia, dici sul serio? Se io...
Silvia scosse il capo con rabbia e si nascose il volto tra le mani, per interromperlo.
Di quella sua finzione ebbe all'improvviso onta e ribrezzo, vedendo che egli in fondo se ne compiaceva: onta e ribrezzo, perché le parve che anche lei, ora, cominciasse a beffarsi di lui come tutti gli altri, per lo spettacolo anche di questa fatuità.
Subito, credendo di dargli uno scrollo poderoso, per salvarlo e salvarsi, facendo cadere anche a lui la benda dagli occhi, proruppe:
- Ma perché, perché vuoi far ridere? di te e di me? ancora? Non ti accorgi che la Barmis ride di te; ne ha sempre riso? e tutti con lei, tutti! Non te n'accorgi?
Giustino non tentennò minimamente a quest'impeto di rabbia della moglie; la guardò con un sorriso quasi di compassione e alzò una mano a un gesto, piú che di sdegno, di filosofica noncuranza.
- Ridono? Eh, da tanto...- disse.
- Ma tira la somma cara mia, e vedi se sono sciocchi quelli che ridono o io che...
ecco qua, ho fatto tutto questo e t'ho messa alla testa! Lasciali ridere.
Vedi? Essi ridono, e io me ne servo e ottengo da loro tutto quello che voglio.
Eccole qua, eccole qua, tutte le loro risa...
E agitò le mani guardando in giro la stanza, come per dire: "Vedi in quante belle cose si sono convertite?".
Silvia sentí cascarsi le braccia; restò a mirarlo a bocca aperta.
Ah, dunque, egli sapeva? se n'era già accorto? e aveva seguitato, senza curarsene, e voleva ancor seguitare? non gli importava affatto che tutti ridessero di lui e di lei? Oh Dio ma dunque...
- se era sicuro, sicurissimo che la fama di lei era opera sua unicamente, e che tutta quest'opera sua, in fondo, non era consistita in altro che nel far ridere di sé, per poi convertire queste risa in lauti guadagni, in quel villino là, ne' bei mobili che lo adornavano - che voleva dire? voleva dir forse che per lui era tutta una cosa da ridere la letteratura, una cosa di cui un uomo di sano criterio, sagace e accorto, non avrebbe potuto impacciarsi se non cosí, cioè a patto di trar profitto delle risa degli sciocchi che la prendevano sul serio?
Questo voleva dire? Ma no!
Seguitando a guardare il marito, Silvia riconobbe subito che ella, supponendo cosí, gli prestava una veduta che non era da lui.
No, no! Non poteva esser voluto da lui stesso il ridicolo di cui s'era valso.
Fin da quando, laggiú a Taranto, erano arrivati quei trecento marchi per la traduzione delle Procellarie, aveva cominciato a prender tanto sul serio la letteratura, che sciocchezza per lui era soltanto il non curarsi dei frutti ch'essa, come ogni altro lavoro - se amministrato bene - può rendere...
E s'era messo ad amministrare, ad amministrare con tal fervore, anzi con tanto accanimento da tirarsi addosso le risa di tutti.
Non le aveva provocate lui con intenzione, quelle risa, per farci sú bottega; ma era stato costretto a sopportarle; e le stimava ora da sciocchi solo perché egli, pur tra esse e con esse, era riuscito nell'intento.
Ma la saviezza sua aveva per piedistallo quelle risa e tutta da quelle risa era composta: non avrebbe dovuto piú muoversi ora: al minimo movimento, lo squarcio d'una risata! Quanto piú serio voleva ora apparire, tanto piú ridicolo sarebbe sembrato.
Ah quella serata dell'inaugurazione! Fin nel fruscío degli abiti, nel lieve sgrigliolío delle scarpe attutito dalla spessezza dei tappeti, in ogni rumore, fosse d'una seggiola smossa, d'un uscio aperto, d'un cucchiaino agitato nella tazza; e poi nel frastuono del pianoforte allorché il di Marco cominciò a sonare; sorrisetti, risatine, sghigni, scrosci di risa fragorose, sbardellate, squacquerate parve a Silvia d'avvertire, e le sembrò dileggio ogni sorriso di deferenza o di compiacimento per lei; il dileggio credette di scorgere in ogni sguardo, in ogni gesto, sotto ogni parola dei tanti convitati.
Si sforzò di non badare al marito; ma come, se lo aveva sempre davanti, là, piccolo, tutto aggiustato, irrequieto, raggiante, e sentiva che tutti da ogni parte lo chiamavano? Ecco, ora il Luna se lo prendeva a braccio, e altri quattro, cinque giornalisti gli correvano attorno, in frotta; ora lo chiamava la Lampugnani di là tra il crocchio delle piú spiritose signore.
Ella avrebbe voluto esser per tutto o trattener tutti attorno a sé; non potendo, nel ribollimento dello sdegno, aveva a quando a quando la tentazione di dire o far qualcosa inaudita, non mai veduta, da far passare a ognuno la voglia di ridere, di venir lí per mettere in bur