GIUSTINO RONCELLA NATO BOGGIOLO, di Luigi Pirandello - pagina 16
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Era davvero cosí quella tal cosa? No, non era forse neanche cosí! Forse, chi sa come la vedevano gli altri...
se pur la vedevano! E quell'aria di sogno le si ricomponeva.
Una sera, la mamma s'era ritirata nella sua cameretta, perché le faceva male il capo.
Ella era entrata con Graziella a sentir come stésse.
Nella cameretta linda e modesta ardeva solo un lampadino votivo su una mensola innanzi a un antico crocefisso d'avorio; ma il plenilunio la inalbava tutta, dolcemente.
Graziella, appena entrata, s'era messa a guardar dietro i vetri della finestra i prati verdi inondati di lume, e a un tratto aveva sospirato:
- Che luna, madama! Dio, par che faccia giorno di nuovo.
La mamma allora aveva voluto ch'ella aprisse la mezza imposta.
Ah che solennità d'attonito incanto! In qual sogno erano assorti quegli alti pioppi sorgenti dai prati, che la luna inondava di limpido silenzio? E a Silvia era parso che quel silenzio si raffondasse nel tempo, e aveva pensato a notti assai remote, vegliate come questa dalla Luna, e tutta quella pace attorno aveva allora acquistato agli occhi suoi un senso arcano.
Da lungi, continuo, profondo, come un cupo ammonimento, il borboglío del Sangone, ne la valle.
Là presso, di tratto in tratto, un curioso stridore.
- Che stride cosí, Graziella? - aveva domandato la mamma.
E Graziella, affacciata alla finestra, nell'aria chiara, aveva risposto lietamente:
- Un contadino.
Falcia il suo fieno, sotto la luna.
Sta a raffilare la falce.
Donde aveva parlato Graziella? A Silvia era parso ch'ella avesse parlato dalla Luna.
Poco dopo, da un lontano ceppo di case s'era levato un canto dolcissimo di donne.
E Graziella, parlando ancor quasi dalla Luna, aveva annunziato:
- Cantano a Rufinera...
Non una parola aveva potuto ella proferire.
Dacché s'era mossa da Roma e, con quel viaggio, tante e tante immagini nuove le avevano invaso in tumulto lo spirito, da cui già appena appena si diradavano le tenebre della morte, ella notava in sé con sgomento un distacco irreparabile da tutta la sua prima vita.
Non poteva piú parlare né comunicar con gli altri, con tutti quelli che volevano seguitare ad aver con lei le relazioni solite finora.
Le sentiva spezzate irrimediabilmente da quel distacco.
Sentiva che ormai ella non apparteneva piú a se stessa.
Quel che doveva avvenire, era avvenuto.
Forse perché lassú, dove l'avevano portata, le eran mancate attorno quelle umili cose consuete, alle quali ella prima si aggrappava, nelle quali soleva trovar rifugio?
S'era trovata come sperduta lassú, e il suo dèmone ne aveva profittato.
Le veniva da lui quella specie d'ebbrezza sonora in cui vaneggiava, accesa e stupita, poiché le trasformava con quei vapori di sogno tutte le cose.
E lui, lui faceva sí che di tratto in tratto la stupidità di esse le s'avventasse agli occhi, squarciando quei vapori.
Era un dispetto atroce.
Specialmente di tutte quelle cose ch'ella aveva voluto e avrebbe ancora voluto aver piú care e sacre, esso si divertiva ad avventarle agli occhi la stupidità e non rispettava neppure il suo bambino, la sua maternità! Le suggeriva che stupidi l'una e l'altro non sarebbero piú stati solo a patto ch'ella, mercé lui, ne facesse una bella creazione.
E che cosí era di quelle cose, come di tutte le altre.
E che soltanto per creare ella era nata, e non già per produrre materialmente stupide cose, né per impacciarsi e perdersi tra esse.
Là, nella vallata dell'Indritto, che c'era? L'acqua incanalata, saggia, buona massaja, e l'acqua libera, fragorosa, spumante.
Ella doveva esser questa, e non già quella.
Ecco: sonava l'ora...
Come diceva l'orologio del campanile? OGNVNO A SVO MODO.
Verrà tra poco, senza fin, la neve,
e case e prati, tutto sarà bianco,
il tetto, il campanil di quella pieve,
donde ora, all'alba, qual dal chiuso un branco
di pecorelle, escono per due porte
le borghigiane, ed hanno il damo a fianco.
Hanno pensato all'anima, alla morte
(qua presso è il cimiter pieno di croci),
le riprende or la vita, e parlan forte
liete di riudir le loro voci
nell'aria nuova del festivo giorno,
tra i rivoli che corrono veloci,
tra i prato che verdeggiano d'intorno.
Ecco ecco, cosí! A SUO MODO.
Ma no! Ma che! Ella finora non aveva mai scritto un verso! Non sapeva neppure come si facesse a scriverne...
- Come? Oh bella! Ma cosí, come aveva fatto! Cosí come cantavano dentro...
Non i versi, le cose.
Veramente le cantavano dentro tutte le cose, e tutte le si trasfiguravano, le si rivelavano in nuovi improvvisi aspetti fantastici.
Ed ella godeva d'una gioja quasi divina.
Quelle nuvole e quei monti...
Spesso i monti parevano nuvoloni lontani impietrati, e le nuvole montagne d'aria nere grevi cupe.
Avevano le nuvole verso quei monti un gran da fare! Ora tonando e lampeggiando li assalivano con furibondi impeti di rabbia; ora languide, morbide si sdrajavano su i loro fianchi e li avvolgevano carezzose.
Ma né di quelle furie né di questi languori pareva che essi si curassero levati, con le azzurre fronti al cielo, assorti nel mistero dei piú remoti evi racchiuso in loro.
Femmine, e nuvole! I monti amavano la neve.
E quel prato lassú, di quella stagione, coperto di margherite? S'era sognato? O aveva voluto la terra fare uno scherzo al cielo, imbiancando di fiori quel lembo, prima che esso di neve? No, no: in certi profondi, umidi recessi del bosco ancora spuntavano fiori; e di tanta vita recondita ella aveva provato quasi uno strano stupor religioso...
Ah, l'uomo che prende tutto alla terra e tutto crede sia fatto per lui! Anche quella vita? No.
Lí, ecco, era signore assoluto un grosso calabrone ronzante, che s'arrestava a bere con vorace violenza nei teneri e delicati calici dei fiori, che si piegavano sotto di lui.
E la brutalità di quella bestia bruna, rombante, vellutata e striata d'oro offendeva come alcunché d'osceno, e faceva quasi dispetto la sommissione con cui quelle campanule tremule gracili subivan l'oltraggio di essa e restavano poi a tentennar lievi un tratto sul gambo, dopo che quella, sazia e ingorda tuttavia, se n'era oziando allontanata.
Di ritorno alla quieta casetta, soffriva di non poter piú essere o almeno apparire a quella cara vecchina della suocera qual'era prima.
In verità, forse perché non era mai riuscita a tenersi, a comporsi, a fissarsi in un solido e stabile concetto di sé, ella aveva sempre avvertito con viva inquietudine la straordinaria disordinata mobilità del suo essere interiore, e spesso con una meraviglia subito cancellata in sé come una vergogna, aveva sorpreso tanti moti incoscienti, spontanei cosí del suo spirito, come del suo corpo, strani, curiosissimi, quasi di guizzante bestiola incorreggibile; sempre aveva avuto una certa paura di sé e insieme una certa curiosità quasi nata dal sospetto non ci fosse in lei anche un'estranea che potesse far cose ch'ella non sapeva e non voleva, smorfie, atti anche illeciti, e altre pensarne, che non stavano proprio né in cielo né in terra; ma sí! cose orride, talvolta, addirittura incredibili, che la riempivano di stupore e di raccapriccio.
Lei! lei cosí desiderosa di non prender mai troppo posto e di non farsi notare, anche per non avere il fastidio di molti occhi addosso! Temeva ora che la suocera non le scorgesse negli occhi quel riso che si sentiva fremere dentro ogni qualvolta nella saletta da pranzo trovava aggrondato e con le ciglia irsute, gonfio di cupa ferocia quel bravo, innocuo signor Martino Prever, geloso come un tigre dello zio Ippolito, il quale, seguitando quietamente a lisciarsi anche lí il fiocco del berretto da bersagliere e a fumar da mane a sera la lunghissima pipa, si divertiva un mondo a farlo arrabbiare.
Era anche lui, monsú Prever, un bel vecchione con una barba anche piú lunga di quella dello zio Ippolito, ma incolta e arruffata, con un pajo d'occhi ceruli chiari da fanciullo, non ostante la ferma intenzione di farli apparire spesso feroci.
Portava sempre in capo un berretto bianco di tela, con una larga visiera di cuojo.
Molto ricco, cercava soltanto la compagnia della gente piú umile, e la beneficava nascostamente; aveva anche edificato e dotato un asilo d'infanzia.
Possedeva a Cargiore un bel villino, e su la vetta del Colle di Bràida in Valgioje una grande villa solitaria, donde si scopriva tra i castagni i faggi e le betulle tutta l'ampia, magnifica Valsusa, azzurra di vapori.
In compenso dei tanti beneficii ricevuti, il paesello di Cargiore non l'aveva rieletto sindaco; e forse perciò egli schivava la compagnia delle poche persone cosí dette per bene.
Tuttavia, non abbandonava mai il paese, neppure d'inverno.
La ragione c'era, e la sapevano tutti lí a Cargiore: quel persistente cocciuto amore per madama Velia Boggiòlo.
Non poteva stare, povero monsú Martino, non poteva vivere senza vederla, quella sua madamina.
Tutti a Cargiore conoscevano madama Velia, e però nessuno malignava, anche sapendo che monsú Martino passava quasi tutto il giorno in casa di lei.
Egli avrebbe voluto sposarla; non voleva lei; e non voleva perché...
oh Dio, perché sarebbe stato ormai inutile, all'età loro.
Sposare per ridere? Non stava egli là, a casa sua, tutto il giorno da padrone? E dunque! Poteva ormai bastargli...
La ricchezza? Ma era noto a tutti che, essendo il Prever senza parenti né prossimi né lontani, tutto il suo, tranne forse qualche piccolo legato ai servi, sarebbe andato un giorno, lo stesso, a madama Velia, se fosse morta dopo di lui.
Era una specie di fascino, un'attrazione misteriosa che monsú Martino aveva sentito tardi verso quella donnetta, che pure era stata sempre cosí quieta, umile, timida, al suo posto.
Tardi lui, il signor Martino; ma un suo fratello, invece, troppo presto e con tanta violenza che, un giorno, sapendo ch'ella era già fidanzata, zitto zitto, povero ragazzo, s'era ucciso.
Eran passati piú di quarant'anni, e ancora nel cuore di madama Velia ne durava, se non il rimorso, uno sbigottimento doloroso; e anche perciò, forse, pur sentendosi qualche volta imbarazzata - ecco - non diceva proprio infastidita dalla continua presenza del Prever in casa, la sopportava con rassegnazione.
Graziella anzi aveva detto a Silvia in un orecchio che madama la sopportava per timore che anche lui, monsú Martino - se ella niente niente si fosse provata ad allontanarlo un po' - non facesse, Dio liberi, come quel suo fratellino.
Ma sí, ma sí, perché...
- rideva? oh non c'era mica da ridere: un filettino di pazzia dovevano proprio averlo quei Prever là, lo dicevano tutti a Cargiore, un filettino di pazzia.
Bisognava sentire come parlava solo, forte, per ore e ore, Monsú forse lo zio, il signor Ippolito, ecco, avrebbe fatto bene a non insister tanto su quello scherzo di volerla sposar lui Madama.
E Graziella aveva consigliato a Silvia d'indurre lo zio a dar la baja invece a don Buti, il curato, che veniva qualche volta in casa anche lui.
- Ecco, a chiel là sí a chiel là!
Ah, quel Don Buti, che disillusione! In quella bianca canonica, con quell'orto accanto, Silvia s'era immaginato un ben altro uomo di Dio.
Vi aveva trovato invece un lungo prete magro e curvo, tutto aguzzo, nel naso, negli zigomi, nel mento, e con un pajo d'occhietti tondi, sempre fissi e spaventati.
Disillusione, da un canto; ma, dall'altro, che gusto aveva provato nel sentir parlare quel brav'uomo dei prodigi d'un suo vecchio cannocchiale adoperato come strumento efficacissimo di religione e però sacro a lui quasi quanto il calice dell'altar maggiore.
Gli uomini, pensava Don Buti, sono peccatori perché vedon bene e belle grandi le cose vicine, quelle della terra; le cose del cielo, a cui dovrebbero pensare sopra tutto, le stelle, le vedono male, invece, e piccoline, perché Dio le volle mettere troppo alte e lontane.
La gente ignorante le guarda, e sí, a dis magara ch'a son bele; ma cosí piccoline come pajono, non le calcola, non le sa calcolare, ed ecco che tanta parte della potenza di Dio resta loro sconosciuta.
Bisogna far vedere agli ignoranti che la vera grandezza è lassú.
Onde, il canucial.
E nelle belle serate don Buti lo armava sul sagrato, quel suo cannocchiale, e chiamava attorno ad esso tutti i suoi parrocchiani che scendevano anche da Rufinera e da Pian del Viermo le giovani cantando, i vecchi appoggiati al bastone, i bimbi trascinati dalle mamme, a vedere le "gran montagne" della Luna.
Che risate ne facevan le rane in fondo ai botri! E pareva che anche le stelle avessero guizzi d'ilarità in cielo.
Allungando, accorciando lo strumento per adattarlo alla vista di chi si chinava a guardare, don Buti regolava il turno, e si udivano da lontano, tra la confusione, i suoi strilli:
- Con un euj soul! con un euj soul!
Ma sí! specialmente le donne e i ragazzi aprivano tanto di bocca e storcevano in mille smorfie le labbra per riuscire a tener chiuso l'occhio manco e aperto il diritto, e sbuffavano e appannavan la lente del cannocchiale, mentre don Buti, credendo che già stessero a guardare, scoteva in aria le mani col pollice e l'indice congiunti ed esclamava:
- La gran potensa 'd Nosgnour, eh? la gran potensa 'd Nosgnour!
Che scenette gustose quando veniva a parlarne con lo zio Ippolito e con monsú Martino in quel caro tepido nido tra i monti, pieno di quel sicuro conforto familiare che spirava da tutti gli oggetti ormai quasi animati dagli antichi ricordi della casa, santificati dalle sante oneste cure amorose; che scenette specialmente nei giorni che pioveva e non si poteva andar fuori neanche un momento!
Ma proprio in quei giorni, appena Silvia cominciava a riassaporar la pace della vita domestica, ecco sopravvenire il procaccia carico di posta per lei, e ventate di gloria irrompevano allora là dentro a investirla, a sconvolgerla tutta, da quei fasci di giornali che il marito le spediva da questa e da quella città.
Trionfava da per tutto L'isola nuova.
E la trionfatrice, la acclamata da tutte le folle, ecco, era là, in quella casettina ignorata, perduta in quel verde pianoro su le Prealpi.
Era lei, davvero? o non piuttosto un momento di lei, che era stato? Un subitaneo lume nello spirito e, nello sprazzo, là, una visione, di cui poi ella stessa provava stupore...
Davvero non sapeva piú lei stessa, ora, come e perché le fosse venuto in mente quel fatto, quell'isola, con quei marinaj...
Ah che ridere! Non lo sapeva lei; ma lo sapevano bene, benissimo lo sapevano tutti i critici drammatici e non drammatici di tutti i giornali quotidiani e non quotidiani d'Italia.
Quante ne dicevano! Quante cose scoprivano in quel suo dramma, a cui ella non si era mai neppur sognata di pensare! Oh, ma cose tutte, badiamo, che le recavano un gran piacere, perché erano la ragione appunto delle maggiori lodi; lodi che, in verità, piú che a lei, che quelle cose non aveva mai pensate, andavano diritte diritte ai signori critici che ve le avevano scoperte.
Ma forse, chi sa! c'erano veramente, se quelli cosí in prima ve le scoprivano...
Giustino nelle sue lettere frettolose si lasciava intravveder tra le righe soddisfatto, anzi contentissimo.
Si rappresentava, è vero, come rapito in un turbine, e non rifiniva di lamentarsi della stanchezza estrema e delle lotte che doveva sostenere con gli amministratori delle compagnie e con gl'impresarii, delle arrabbiature che si prendeva coi comici e coi giornalisti; ma poi parlava di teatroni rigurgitanti di spettatori, di penali a cui i capocomici si sobbarcavano volentieri pur di trattenersi ancora per qualche settimana oltre i limiti dei contratti in questa e in quella "piazza" a soddisfar la richiesta di nuove repliche da parte del pubblico, che non si stancava di accorrere e di acclamare in delirio.
Leggendo quei giornali e quelle lettere, da cui le vampava innanzi agli occhi la visione affascinante di quei teatri, di tanta e tanta moltitudine che la acclamava, che acclamava lei, lei l'autrice - Silvia si sentiva risollevare da quell'émpito tutto pungente di brividi già avvertito nella sala d'aspetto della stazione di Roma, allorché per la prima volta s'era trovata di fronte al suo trionfo, impreparata, prostrata, smarrita.
Risollevata da quell'émpito, e tutta accesa ora e vibrante, domandava a se stessa perché non doveva esser là, lei, dove la acclamavano con tanto calore, anziché qua, nascosta, appartata, messa da canto, come se non fosse lei!
Ma sí, se non lo diceva chiaramente, lo lasciava pure intender bene Giustino, che lei lí non c'entrava, che tutto doveva far lui, lí, lui che sapeva ormai a meraviglia come si dovesse fare ogni cosa.
Eh già, lui...
Se lo immaginava, lo vedeva or faccente, accaldato, or su le furie, ora esultante tra i comici, tra i giornalisti; e un senso le si destava, non d'invidia, né di gelosia, ma piuttosto di smanioso fastidio, un'irritazione ancora non ben definita, tra d'angustia, di pena e di dispetto.
Che doveva pensar mai di lei e di lui tutta quella gente? di lui in ispecie, nel vederlo cosí? ma anche di lei? che forse era una stupida? Stupida, no, se aveva potuto scrivere quel dramma...
Ma, via, una che non sapeva forse né muoversi né parlare; impresentabile?
Sí, era vero: senza di lui L'isola nuova forse non sarebbe neanche andata in iscena.
Egli aveva pensato a tutto; e di tutto ella doveva essergli grata.
Ma ecco, se stava bene o poteva almeno non saltar tanto agli occhi tutto quel gran da fare ch'egli s'era dato finché il nome di lei era ancor modesto, modesta la fama, e lei poteva starsene in ombra, chiusa, in disparte ora che il trionfo era venuto a coronare tutto quel suo fervido impegno, che figura ci faceva lui, lui solo là, in mezzo ad esso? Poteva piú ella starsene cosí in disparte, ora, e lasciar lí lui solo, esposto, come l'artefice di tutto, senza che il ridicolo investisse e coprisse insieme lui e lei? Ora che il trionfo era venuto, ora che egli alla fine - lei reluttante - era riuscito nel suo intento, a sospingerla, a lanciarla verso la luce abbagliante della gloria, ella - per forza - sí, anche contro voglia e facendosi violenza, doveva apparire, mostrarsi, farsi avanti; e lui - per forza - ritirarsi, ora, non esser piú cosí faccente, cosí accanito, sempre in mezzo: tutto lui!
La prima impressione del ridicolo, di cui già agli occhi suoi cominciava a vestirsi il marito, Silvia l'aveva avuta da una lettera della Barmis, nella quale si parlava del Gueli e della visita inconsulta che Giustino era andato a fargli per averne la prefazione al volume dell'Isola nuova.
Nelle sue lettere Giustino non gliene aveva mai fatto alcun cenno.
Alcune frasi della Barmis sul Gueli, non chiare, sinuose, la avevano spinta a strappare quella lettera con schifo.
Pochi giorni dopo, le pervenne del Gueli appunto una lettera, anch'essa non ben chiara, che le accrebbe il malumore e il turbamento.
Il Gueli si scusava con lei di non poter fare la prefazione alla stampa del dramma, con certi vaghi accenni a segrete ragioni che gli avevano impedito la prima sera di assistere all'intera rappresentazione di esso; parlava anche di certe miserie (senza dir quali) tragiche e ridicole a un tempo, che avviluppan le anime e sbarrano la via, quando non tolgano anche il respiro; e terminava con la preghiera che ella (se voleva rispondergli) anziché a casa indirizzasse la risposta presso gli ufficii di redazione della Vita Italiana, ov'egli di tanto in tanto si recava a parlar di lei col Borghi.
Silvia lacerò con dispetto anche questa lettera.
Quella preghiera in coda la offese.
Ma già tutta la lettera le parve un'offesa.
La miseria tragica e ridicola a un tempo, di cui egli le parlava, non doveva esser altro per lui che la Frezzi; ma egli ne parlava a lei come di cosa che ella dovesse intendere e conoscer bene per propria esperienza.
Ne resultava chiarissima, insomma, un'allusione al marito.
E di tale allusione Silvia si offese tanto piú, in quanto che già veramente cominciava a scorgere il ridicolo del marito.
L'inverno intanto s'era inoltrato, orribile su quelle alture.
Piogge continue e vento e neve e nebbia, nebbia che soffocava.
Se ella non avesse avuto in sé tante ragioni di smania e di oppressione, quel tempo gliele avrebbe date.
Sarebbe scappata via, sola, a raggiungere il marito, se il pensiero di lasciare il bambino prima del tempo non l'avesse trattenuta.
Aveva per quella sua creaturina momenti di tenerezza angosciosa, sentendo di non poter essere per lei una mamma quale avrebbe voluto.
E anche di quest'angoscia, che il pensiero del figlio le cagionava, incolpava con rancor sordo il marito che con quel suo testardo furore l'aveva tant'oltre spinta e disviata dai raccolti affetti, dalle modeste cure.
Ah forse egli se l'era già bell'e tracciato il suo piano: farla scrivere, là, come una macchina; e perché la macchina non avesse intoppi, via il figlio, isolarla; poi badare a tutto lui, fuori, gestir lui quella nuova grande azienda letteraria.
Ah, no! ah no! Se lei non doveva esser piú neanche madre...
Ma forse era ingiusta.
Il marito nelle ultime lettere le parlava della nuova casa che, tra poco, in primavera, avrebbero avuto a Roma, e le diceva di prepararsi a uscir finalmente dal guscio, intendendo che il suo salotto fosse domani il ritrovo del fior fiore dell'arte, delle lettere, del giornalismo.
Anche quest'altra idea però, di dover rappresentare una parte, la parte della "gran donna" in mezzo alla insulsa vanità di tanti letterati e giornalisti e signore cosí dette intellettuali, la sconcertava, le dava uggia e nausea in quei momenti.
Forse meglio, forse meglio rimaner lí nascosta, in quel nido tra i monti, accanto a quella cara vecchina e al suo bambino, lí tra il signor Prever e lo zio Ippolito, il quale anche lui diceva di non volere andar via mai piú, mai piú di lí, mai piú e strizzava un occhio furbescamente ammiccando a chièl, a monsú Martino, che si rodeva dentro nel sentirgli dir cosí.
Ah povero zio!...
Mai piú, mai piú davvero, povero zio! Davvero lui doveva rimanere per sempre lí a Cargiore!
Una sera, mentre si affannava a gridare contro a Giustino, di cui poc'anzi era arrivata una lettera, nella quale annunziava che, messo alle strette, s'era licenziato dall'impiego; e a gridar contro il signor Prever, il quale misteriosamente si ostinava a dire che alla fin fine non sarebbe stato un gran danno, perché...
perché...
un giorno...
chi sa! (alludeva senza dubbio alle sue disposizioni testamentarie) - tutta un tratto, aveva stravolto gli occhi, lo zio Ippolito, e storto la bocca come per uno sbadiglio mancato; un gran sussulto delle spalle poderose e del capo gli aveva fatto saltar su la faccia il fiocco del berretto da bersagliere; poi giú il capo sul petto, e l'estremo abbandono di tutte le membra.
Fulminato!
Quanto tempo, quante pene perdute invano dal signor Prever per andare a scovar con quel tempaccio il medico condotto il quale alla fine venne a dire tutto affannato quel che già si sapeva; e dalla povera Graziella per condurre il curato con l'olio santo!
"Piano! piano! Non gli guastate cosí la bella barba!" avrebbe voluto ella dire a tutti, scostandoli, per starselo a mirare ancora per poco lí sul letto, il suo povero zio, immobile e severo, con le braccia in croce.
" - Che fa, signor Ippolito?"
" - Il giardiniere..."
E, mirandolo, non riusciva a levarsi dagli occhi quel fiocco del berretto che nell'orrendo sussulto gli era saltato su la faccia, povero zio! povero zio! Tutta una pazzia per lui e quell'impegno testardo di Giustino e la letteratura, i libri, il teatro...
Ah sí; ma pazzia fors'anche tutta quanta la vita, ogni affanno, ogni cura, povero zio!
Voleva restar lí? Ed ecco, ci restava.
Lí, nel piccolo cimitero, presso la bianca cura.
Il suo rivale, il signor Prever che non sapeva consolarsi d'aver provato tanta stizza per la venuta di lui, ecco, gli dava ricetto nella sua gentilizia, ch'era la piú bella del cimitero di Cargiore...
I giorni che seguirono quell'improvvisa morte dello zio Ippolito furono pieni per Silvia d'una dura, ottusa, orrida tetraggine, in cui piú che mai le si rappresentò cruda la stupidità di tutte le cose e della vita.
Giustino seguitò a mandarle, prima da Genova, poi da Milano, poi da Venezia, fasci e fasci di giornali e lettere.
Ella non li aprí, non li toccò nemmeno.
La violenza di quella morte aveva spezzato il lieve superficiale accordo di sentimenti tra lei e le persone e anche le cose che la circondavano lí; accordo che si sarebbe potuto mantenere e per breve tempo, solo a patto che nulla di grave e d'inatteso fosse venuto a scoprir l'interno degli animi e la diversità degli affetti e delle nature.
Scomparso cosí d'un tratto dal suo lato colui che la confortava con la sua presenza, colui che aveva nelle vene il suo stesso sangue e rappresentava la sua famiglia, si sentí sola e come in esilio in quella casa, in quei luoghi, se non proprio tra nemici, fra estranei che non potevano comprenderla, né direttamente partecipare al suo dolore, e che, col modo onde la guardavano e seguivan taciti e come in attesa tutti i suoi movimenti e gli atti con cui esprimeva il suo cordoglio, le facevano intendere ancor piú e quasi vedere e toccare la sua solitudine, inasprendogliene di mano in mano la sensazione.
Si vide esclusa da tutte le parti: la suocera e la bàlia, poiché il suo bambino doveva rimaner lí affidato alle loro cure, la escludevano già fin d'ora dalla sua maternità; il marito, correndo di città in città, di teatro in teatro, la escludeva dal suo trionfo; e tutti cosí le strappavano le cose sue piú preziose e nessuno si curava di lei, lasciata lí in quel vuoto, sola.
Che doveva far lei? Non aveva piú nessuno della sua famiglia, morto il padre, morto ora anche lo zio; fuori e tanto lontana dal suo paese; distolta da tutte le sue abitudini; sbalzata lanciata in una via che rifuggiva dal percorrere cosí, non col suo passo, liberamente, ma quasi per violenza altrui, sospinta dietro da un altro...
E la suocera forse la accusava entro di sé d'aver fuorviato lei il marito, d'avergli riempito l'animo di fumo e acceso la testa fino al punto da fargli perdere l'impiego.
Ma sí! ma sí! aveva già scorto chiaramente quest'accusa in qualche obliqua occhiata di lei, colta all'improvviso.
Quegli occhietti vivi nel pallore del volto, che si volgevano sempre altrove, quasi a sperdere l'acume degli sguardi, dimostravano bene una certa sbigottita diffidenza di lei, un rammarico che si voleva celare, pieno d'ansie e di timori per il figliuolo.
Lo sdegno per questa ingiustizia però, anziché contro quella vecchina ignara, si ritorceva nel cuore di Silvia contro il marito lontano.
Era egli cagione di quella ingiustizia, egli, accecato cosí dal suo furore, che non vedeva piú né il male che faceva a lei, né quello che faceva a se stesso.
Bisognava arrestarlo, gridargli che la smettesse.
Ma come? era possibile ora che tant'oltre erano spinte le cose, ora che quel dramma, composto in silenzio, nell'ombra e nel segreto, aveva suscitato tanto fragore e acceso tanta luce attorno al suo nome? Come poteva giudicare ella, da quel cantuccio, senz'aver veduto ancor nulla, che cosa avrebbe dovuto o potuto fare? Avvertiva confusamente che non poteva e non doveva essere piú qual'era stata finora; che doveva buttar via per sempre quel che d'angusto e di primitivo aveva voluto serbare alla sua esistenza, e dar campo invece e abbandonarsi a quella segreta potenza che aveva in sé e che finora non aveva voluto conoscer bene.
Solo a pensarci, se ne sentiva turbare, rimescolar tutta dal profondo.
E questo le si affermava preciso innanzi agli occhi: che, cangiata lei, non poteva piú il marito restarle davanti, tra i piedi, cosí a cavallo della sua fama e con la tromba in bocca.
In che strani atteggiamenti da pazzi si storcevano i tronchi ischeletriti degli alberi affondati giú nelle neve, con viluppi, stracci, sbréndoli di nebbia impigliati tra gl'ispidi rami! Guardandoli dalla finestra, ella si passava macchinalmente la mano su la fronte e su gli occhi, quasi per levarseli, quegli sbréndoli di nebbia, anche dai pensieri ispidi, atteggiati pazzescamente, come quegli alberi là, nel gelo della sua anima.
Fissava su l'umida imporrita ringhiera di legno del ballatojo le gocce di pioggia in fila, pendule, lucenti su lo sfondo plumbeo del cielo.
Veniva un soffio d'aria; urtava quelle gocce abbrividenti; l'una traboccava nell'altra, e tutte insieme in un rivoletto scorrevano giú per la bacchetta della ringhiera.
Tra una bacchetta e l'altra ella allungava lo sguardo fino alla cura che sorgeva là dirimpetto, accanto alla chiesa; vedeva le cinque finestre verdi che guardavan l'orto solingo sotto la neve, guarnite di certe tendine, che col loro candore dicevano d'essere state lavate e stirate insieme coi mensali degli altari.
Che dolcezza di pace in quella bianca cura! Lí presso, il cimitero...
Silvia s'alzava all'improvviso, s'avvolgeva lo scialle attorno al capo e usciva fuori, su la neve, diretta al cimitero, per fare una visita allo zio.
Dura e fredda come la morte era la tetraggine del suo spirito.
Cominciò a rompersi questa tetraggine col sopravvenire della primavera, allorché la suocera, che la aveva tanto pregata di non andar tutti i giorni con quella neve, con quel vento, con quella pioggia al cimitero, si mise invece a pregarla, or che venivano le belle giornate, ad andar con la bàlia e col piccino giú per la via di Giaveno, al sole.
Ed ella prese ad uscire col bambino.
Mandava innanzi per quella via la bàlia, dicendole che la aspettasse al primo tabernacolo; ed entrava nel cimitero per la visita consueta allo zio.
Una mattina, lí davanti al primo tabernacolo, trovò con la bàlia, impostato dietro una macchina fotografica, un giovane giornalista venuto sú da Torino proprio per lei, o, com'egli disse, "alla scoperta di Silvia Roncella e del suo romitorio".
Quanto la fece parlare e ridere quel grazioso matto, che volle saper tutto e veder tutto e tutto fotografare e sopra tutto lei in tutti gli atteggiamenti, con la bàlia e senza bàlia, col bambino e senza bambino, dichiarandosi felice addirittura di aver scoperto una miniera, una miniera affatto inesplorata, una miniera vergine, una miniera d'oro.
Quand'egli andò via, Silvia restò a lungo stupita di se stessa.
Anche lei, anche lei si era scoperta un'altra, or ora, di fronte a quel giornalista.
Si era sentita felice anche lei di parlare di parlare...
E non sapeva piú che cosa gli avesse detto.
Tante cose! Sciocchezze? Forse...
Ma aveva parlato, finalmente! Era stata lei, quale ormai doveva essere.
E godé senza fine il giorno appresso nel veder riprodotta la sua immagine in tanti diversi atteggiamenti sul giornale che quegli le mandò e nel leggere tutte le cose che le aveva fatto dire, ma sopra tutto per le espressioni di meraviglia e di entusiasmo che quel giornalista profondeva, piú che per l'artista ormai celebre, per lei donna ancora a tutti ignota.
Una copia di quel giornale Silvia a sua volta volle spedir subito al marito per dargli una prova che, via - a mettercisi - non lui soltanto, ma poteva far per benino le cose anche lei.
CAPITOLO SESTO
LA CRISALIDE E IL BRUCO
Disingannati, sempre; ma che si possa per giunta rimanere con avvilimento di rimorso anche dopo essere stati intesi e assorti in un'opera da cui ci aspettavamo lode e gratitudine, par troppo.
Eppure...
Voleva che volassero, Giustino, volassero le due carrozzelle per giungere presto a casa, ritornando dalla stazione ove, insieme con Dora Barmis e Attilio Raceni, era andato ad accogliere Silvia.
L'aspetto della moglie, all'arrivo, lo aveva sconcertato; piú che piú, poi, le poche parole e gli sguardi e i modi, nel breve tratto dall'interno della stazione all'uscita, finché non s'era messa con la Barmis in una vettura, e lui col Raceni non era saltato in un'altra.
- Il viaggio...
Sarà stanca...
Poi, cosí sola...
- disse a Giustino il Raceni, impressionato anche lui dal torbido volto e dal gelido tratto della Roncella.
- Eh già...
- riconobbe subito Giustino.
- Capisco.
Dovevo andar io lassú, a prenderla.
Ma come facevo? Qua, con la casa addosso, sossopra.
E poi, sa? La morte dello zio.
C'è anche questo.
L'ha sentita.
Eh, l'ha sentita, l'ha sentita troppo, quella morte...
Questa volta fu il Raceni a riconoscer subito:
- Ah già...
ah già...
- Capisce? - riprese Giustino.
- Nell'andar sú, era con lui; ora è ritornata sola...
L'ha lasciato là...
E mica lo zio solo! Ma già, sí! dovevo dovevo dovevo proprio andar io a prenderla a Cargiore...
C'è stato anche il distacco dal bambino, per dio! Lei capisce?
E il Raceni, di nuovo:
- Ah già...
ah già...
Sicuro...
sicuro...
A quante cose non avevano pensato, infervorati tutti e tre nei lavori d'addobbo della nuova casa!
Erano andati alla stazione festanti, con la soddisfazione di esser riusciti a costo d'incredibili fatiche a farle trovar tutto in ordine; ed ecco qua, d'un tratto ora s'accorgevano che, non solo non meritavano né ringraziamenti né gratitudine per tutto quello che avevano fatto, ma dovevano per giunta pentirsi di non aver pensato, non diciamo al lutto di quella morte recente, ma nemmeno allo strazio della madre nel distaccarsi dal suo bambino.
Ogni minuto a Giustino, adesso, sapeva un'ora.
Sperava che Silvia, appena entrata nella nuova casa, non avrebbe pensato piú a nulla, dallo stupore...
Non glien'aveva fatto apposta alcun cenno, nelle lettere.
Prodigi - ecco, questa era la parola - prodigi aveva operato, col consiglio e l'ajuto assiduo della Barmis e anche...
sí, anche del Raceni, poverino!
Diceva casa, ma cosí, tanto per dire.
Che casa! Non era casa.
Era...
- ma, zitti, per carità, che Silvia ancora non lo sappia! un villino era - zitti! - un villino in quella via nuova, tutta di villini, di là da ponte Margherita, ai Prati, in via Plinio; uno dei primi, con giardinetto attorno, cancellata e tutto.
Fuorimano? Che fuorimano! Due passi e si era al Corso.
Via signorile, silenziosa; la meglio che si potesse scegliere per una che doveva scrivere! Ma c'era di piú.
Non l'aveva mica preso in affitto, quel villino.
- zitti, per carità! - Lo aveva comperato.
Sissignori, comperato, per novantamila lire.
Sessantamila pagate là, sul tamburo; le altre trenta da pagare a respiro, in tre anni.
E - zitti! - circa venti altre mila lire aveva speso finora per l'arredo.
Meraviglioso! Con la sapienza della Barmis in materia...
Tutto arredo nuovo e di stile: semplice, sobrio, snello e solido: mobili del Ducrot! Bisognava vedere il salotto, a sinistra, subito come s'entrava; e poi l'altro salotto accanto; e poi la sala da pranzo che dava sul giardino.
Lo studio era sú, al piano di sopra, a cui si accedeva per un'ampia bella scala di marmo, dalla ringhiera a pilastrini, che cominciava poco piú oltre l'uscio del salotto.
Lo studio - sú - e le camere, due belle camere accanto, gemelle.
Veramente Giustino, non sapendo come Silvia la pensasse su questo punto, ma anche dal canto suo, ecco, avrebbe voluto una camera sola.
Dora Barmis se n'era mostrata indignata, inorridita:
- Ma per carità! Non lo dite neppure...
Volete guastar tutto? Divisi, divisi, divisi...
Imparate a vivere, caro! Mi avete detto che d'ora in poi prenderete sempre il tè...
Due camere.
E poi lo stanzino da bagno, e il lavabo, e il guardaroba...
Meraviglie! O pazzie? Ecco, a dir vero, pareva avesse perduto quel suo famoso taccuino il Boggiòlo in questa occasione.
S'era sbilanciato, e come! Ma aveva tanto denaro in mano! E la tentazione...
Per ogni oggetto che gli era stato presentato in parecchi esemplari di vario prezzo, aveva veduto soltanto quel pochino pochino che avrebbe speso di piú a scegliere il piú bello; e, sissignori, alla fine tutti quei pochini pochini di piú, sommati insieme, avevano arrotondato quella bellissima pancia di zeri alla spesa per l'arredo.
Della compera del villino, invece, non era pentito.
Che! Potendolo fare, avendo cioè tanto in mano da liberarsi della prepotente usura dei padroni di casa, sarebbe stata una pazzia non comperare, seguitare a buttar via da due a trecento lire al mese per un appartamentino appena appena decente.
Il villino rimaneva, e quei denari della pigione sarebbero invece volati in tasca dei padroni di casa.
È vero che, a non comperare il villino, anche il capitale sarebbe rimasto.
D'accordo! bisognava ora dunque fare il calcolo se col frutto d'un capitale di novantamila si sarebbe pagata una pigione mensile di trecento lire.
Non si sarebbe pagata! E intanto, invece d'un appartamentino appena appena decente, con novantamila lire si aveva quel villino là, quella reggia! Ma, e i pesi? Sí, è vero, le tasse, e poi tante altre spese in piú.
Manutenzione, illuminazione, servizio...
Con una casa messa sú a quel modo, certo non poteva bastare piú una servotta abruzzese; ci volevano a dir poco tre servi.
Giustino, per il momento, ne aveva presi due in prova; anzi, uno e mezzo; o piuttosto, due mezzi: ecco: una mezza cuoca e un mezzo cameriere (valet de chambre, valet de chambre, come gli suggeriva di chiamarlo la Barmis): ragazzo svelto, con la sua brava livrea, per la pulizia, per servire in tavola e aprir la torta.
Ecco, ora, subito appena le due carrozzelle arrivavano al cancello, Èmere (si chiamava Èmere)...
- Ohé, Èmere!...
Èmere!...- gridò Giustino, nella notte, smontando; e poi, rivolto al Raceni:- Ha visto?...
Non si trova al posto...
Che gli avevo detto?
Ah, eccolo: sta ad aprir la luce, prima sú, poi giú: ecco, tutto il villino appare dalle finestre illuminato, splendido, sotto il cielo stellato; sembra un incanto! Ma a Silvia, già smontata con la Barmis, tocca di aspettare dietro il cancello chiuso, e tocca al Raceni di tirar giú da cassetta le valige, mentre un cane abbaja da un villino accanto e Giustino paga in fretta i vetturini e corre subito alla moglie per mostrarle su uno dei pilastri che reggono il cancello la targa di marmo con l'iscrizione: Villa Silvia.
Le guardò gli occhi, prima.
Durante la corsa aveva supposto ch'ella, parlando nell'altra vettura con la Barmis dello zio morto e del bambino abbandonato, avesse pianto.
Purtroppo, no, non aveva pianto.
Conservava lo stesso aspetto che all'arrivo: torbido, rigido, gelido.
- Vedi? Nostro! - le disse.
- Tuo...
tuo...
Villa Silvia, vedi? Tuo...
L'ho comperato!
Silvia aggrottò le ciglia, guardò il marito; guardò le finestre illuminate.
- Un villino?
- Vedrà che bellezza, signora Silvia! - esclamò il Raceni.
Èmere accorse ad aprire il cancello e s'impostò, cavandosi e reggendo col braccio all'altezza del capo il berretto gallonato, senza scomporsi minimamente al rimprovero che gli gridò in faccia Giustino:
- Bella prontezza! bella puntualità!
L'irritazione di Giustino era accresciuta dalla mutria della Barmis.
Certo Silvia, in vettura, non si era mostrata gentile con lei.
E aveva faticato tanto, s'era affannata tanto con lui quella povera donna! Bel modo di ringraziar la gente!
- Vedi? - riprese, rivolto alla moglie, appena entrato nel vestibolo.
- Vedi, eh? Non sono venuto a Cargiore...
a prenderti, ma...
eh?...
vedi, eh? per prepararti qua questa sorpresa, eh, con l'ajuto di...
come dici? eh? che vestibolo! con l'ajuto di questa nostra cara amica e del Raceni...
- Ma no! ma che dite! statevi zitto! - cercò d'interromperlo subito la Barmis.
Protestò anche il Raceni.
- Ma nient'affatto! - insisté Giustino.
- Se non fosse stato per voi! Sí, infatti...
io solo...
Adesso - questo è niente! - adesso vedrai...
Abbiamo motivo, non solo di ringraziarvi, ma di restarvi grati eternamente...
- Oh Dio, com'esagerate! - sorrise la Barmis.
- Lasciate stare.
Badate piuttosto alla vostra signora che dev'essere molto stanca...
- Sí, ecco, proprio stanca...
- disse allora Silvia, con un sorriso dolce e freddo a un tempo.
- E chiedo scusa se non ringrazio come dovrei...
Questo viaggio interminabile...
- Già dev'essere a ordine la cena, - s'affrettò a dire il Raceni, tutto commosso da quel sorriso (finalmente!) e da quelle buone parole (ah che voce s'era fatta la Roncella! che dolcezza! Un'altra voce...
Già, tutta gli pareva un'altra!).
- Un piccolo ristoro; poi, subito il riposo!
- Ma prima, - disse Giustino, aprendo l'uscio del salotto, - prima...
come! almeno cosí, sopra sopra, bisogna che veda...
Avanti, avanti...
O meglio, ecco, faccio strada io...
E cominciò la spiegazione, interrotto di tratto in tratto dalla Barmis con tanti: "ma sí,...
ma andate innanzi...
ma questo poi lo vedrà", per ogni minuzia su cui lo vedeva indugiare ripetendo goffamente, con orribili stonature, tutto ciò che già gli aveva detto lei per spiegargliene la proprietà, la finezza, la convenienza, il gusto.
- Vedi? Di porcellana...
Sono del...
Di chi sono, signora? ah, già, del Lerche...
Lerche, norvegese...
Pajono niente; eppure, cara mia...
costano! costano! Ma che finezza, eh?...
questo gattino, eh? che amore! Sí, andiamo innanzi, andiamo innanzi...
Tutta roba del Ducrot!...
È il primo, sai? Adesso è il primo, è vero, signora? Non c'è che lui...
Mobili del Ducrot! tutti mobili del Ducrot...
Anche questo...
E guarda qua questa poltrona...
come la chiamano? tutta di pelle fina...
non so che pelle...
Ne hai due compagne sú nello studio...
pure del Ducrot! Vedrai che studio!
Se Silvia avesse detto una parola, o almeno avesse con lo sguardo, con un cenno anche lieve dimostrato curiosità, gradimento meraviglia, Dora Barmis avrebbe preso a parlar lei, a far lei brevemente e col debito tatto, il debito rilievo, le debite sfumature, l'illustrazione di tutte quelle squisitezze; tanto soffriva a quelle grottesche spiegazioni del Boggiòlo, che le pareva gualcissero, azzoppassero, spiegazzassero ogni cosa.
Ma Silvia soffriva piú di lei a vedere, a sentir parlare il marito cosí; per sé e per lui soffriva: e s'immaginava in quel momento quanto spasso doveva essersene preso quella donna, se non il Raceni, nell'arredar quella casa a suo modo coi denari di lui; e ne provava sdegno dispetto onta, per cui a mano a mano, procedendo, s'irrigidiva vieppiú; e pur tuttavia non troncava quel supplizio, rattenuta dalla curiosità, che si forzava a non mostrare, di veder quella casa, che non le pareva sua, ma estranea, fatta non piú per viverci come finora ella aveva vissuto, ma per rappresentarvi d'ora in poi, sempre e per forza, una commedia; anche davanti a se stessa; obbligata a trattar coi dovuti riguardi tutti quegli oggetti di squisita eleganza, che la avrebbero tenuta in continua suggezione; obbligata a ricordarsi sempre ella parte che doveva recitar tra loro.
E pensava che ormai, come non aveva piú il bambino, cosí neanche la casa - ecco - aveva piú, qual'essa la aveva finora intesa e amata.
Ma doveva esser cosí, purtroppo.
E dunque presto, via, da brava attrice, si sarebbe impadronita di quelle stanze, di quei mobili là, da palcoscenico, donde ogni intimità familiare doveva esser bandita.
Quando vide, su, la sua camera divisa da quella del marito:
- Ah, sí, ecco, - disse.
- Bene, bene...
E fu la sola approvazione che le uscisse dalle labbra quella sera.
Giustino, che si sentiva come un macigno sul petto al pensiero di quest'altra novità forse non gradita, che Silvia avrebbe trovata nella nuova casa, e già in mente raggirava le maniere migliori per presentare e colorir la cosa senza offendere la moglie da un canto, né dall'altro promuovere il riso della Barmis; si sentí d'un tratto alleggerito e felicissimo, non intendendo affatto il perché del compiacimento della moglie.
- E io sto qua, vedi? qua accanto,- s'affrettò a spiegare.
- Qua, proprio qua...
Camere, come si chiamano? ah, gemelle, già...
camere gemelle, perché vedi? tal quale...
questa è la mia! E cos'hai tu di là? Il mio ritratto.
E cos'ho io, di qua? Il tuo ritratto.
Vedi? Camere gemelle.
Ti piacciono, eh? Eh già, ormai, tutti fanno cosí...
E va bene! Sono proprio contento...
La Barmis e il Raceni, vedendolo, quella sera, come un cagnolino appresso alla moglie, se ne meravigliavano, si guardavano tratto tratto negli occhi e sorridevano.
Ma Giustino quella sera era cosí sottomesso e desideroso dell'approvazione di Silvia non già perché, reduce da quel giro trionfale de L'isola nuova per le principali città della penisola, fosse cresciuta in lui la stima di lei, e questa ora gl'imponesse maggior rispetto e considerazione; né già perché dall'aspetto di lei indovinava, o intravvedeva almeno, mutato verso di lui l'animo della moglie.
La stima era quella stessa di prima.
Dell'effettivo merito artistico di lei egli in verità non si era mai riconosciuto buon giudice, e tuttora non se ne curava affatto, pago che questo merito fosse riconosciuto dagli altri e sinceramente convinto che cosí fosse - almeno in quella misura - per l'opera straordinaria ch'egli all'uopo aveva messa e seguitava a mettere.
Tutta opera sua, si sa, quel riconoscimento.
Quanto poi all'animo di lei, come avrebbe potuto dubitare che esso - ora piú che mai - fosse pieno di ammirazione e di gratitudine?
E dunque? Dunque altre ragioni dovevano esserci che né la Barmis né il Raceni si figuravano.
Era pentito Giustino d'aver troppo speso per l'arredo, e temeva da un canto che questo potesse farlo alcun poco scapitare appunto in quell'ammirazione e in quella gratitudine; dall'altro, desiderava l'approvazione come un balsamo che gli quietasse il rimorso.
Era poi davvero dolente d'aver fatto viaggiare sola per la prima volta la moglie senza aver pensato al distacco dal figlio e alla morte dello zio (uniche ragioni, queste, per lui del rigido contegno di Silvia).
E infine...
c'era un altro perché, intimo, particolarissimo, che aveva fondamento nella piú rigorosa, nella piú scrupolosa osservanza de' suoi doveri coniugali per sei lunghissimi mesi a un bell'incirca.
Almeno quest'ultima ragione Dora Barmis avrebbe potuto supporla.
Ella sorrideva, veramente, sotto sotto...
Ma sí, via! senza dubbio la aveva supposta...
Non per essa solamente, però, quando fu l'ora d'andare a cena, la quale era pure, fin da prima della loro partenza per la stazione, già ordinata e apparecchiata per quattro, non volle assolutamente cedere alle insistenti preghiere di Giustino, e andò via.
Il Raceni da un canto avvertiva che sarebbe stato sconveniente non seguire la Barmis; ma dall'altro era rimasto come abbagliato dalla Roncella fin dal primo rivederla; e non seppe risponder no appena ella con un sorriso gli disse:
- Resterete almeno voi...
E seguitò di proposito Silvia ad abbagliarlo, durante la cena, quella sera, con molto stupore e anche con molto dispetto di Giustino, che a un certo punto non poté piú reggere e sbuffò:
- Ma quella Barmis, perbacco! Quanto mi dispiace!
- Oh Dio! - esclamò Silvia.
- Se non ha voluto rimanere...
L'hai tanto pregata!
- Avresti dovuto pregarla anche tu! - rimbeccò allora Giustino.
E Silvia, freddamente:
- Gliel'ho detto, mi pare; come l'ho detto al Raceni...
- Ma non hai affatto insistito! Potevi insistere...
- Non insisto mai, - disse Silvia; e aggiunse, rivolgendosi sorridente al Raceni: - Ho insistito con voi? Mi pare di no.
Se la Barmis avesse avuto piacere di star con noi...
- Piacere! piacere! E se se ne fosse andata, - proruppe Giustino al colmo della stizza, - per non recarti disturbo dopo il viaggio?
- Giustino! - lo richiamò subito Silvia con tono di rimprovero, ma pur seguitando a sorridere.
- Ora tu fai uno sgarbo al Raceni che è rimasto.
Povero Raceni!
- Nient'affatto! nient'affatto! - si ribellò Giustino.
- Io difendo la Barmis dal tuo sospetto.
Il Raceni sa che ci reca piacere, se l'abbiamo trattenuto!
Veramente non parve punto al Raceni che ne recasse molto a lui; ma sí a lei, tanto; e non capiva piú nei panni, povero giovine: s'era invermigliato come un papavero, e tutto il sangue si sentiva scorrere per le vene come fuoco liquido, con tanta repenza, che n'era addirittura stordito.
Giustino, che lo vedeva cosí e udiva a quando a quando ripetere a Silvia tra i sorrisi: "Povero Raceni!...
Povero Raceni!", si sentiva intanto, a sua volta, divampar dentro un altro fuoco: fuoco di stizza, anzi d'ira, fomentato anche dal dispetto di non scorgere ancora nella moglie alcun segno di piacere, di meraviglia, d'ammirazione per quella sala da pranzo, per quella suppellettile da tavola, per quella splendida giardiniera in mezzo, tutta piena e fragrante di garofani bianchi, per il servizio inappuntabile di cui Èmere qua, in quella bella livrea, e di là la cuoca, davano il primo saggio.
Niente! nemmeno un segno! come se ella fosse sempre vissuta in mezzo a quegli splendori, abituata a vedersi servita cosí, a cenare cosí, ad aver di quei commensali a tavola; o come se, prima d'arrivare, fosse già a conoscenza di tutto e s'aspettasse di trovar quel villino di proprietà loro e arredato cosí, anzi come se, non lui, ma lei, lei solamente avesse pensato a tutto e tutto preparato.
Ma come? Glielo faceva apposta? E perché? Com'era? Proprio perché lui non era andato a prenderla a Cargiore? perché non aveva pensato al distacco dal bambino? Ma se non ne pareva afflitta né punto né poco! Eccola là, rideva...
Ma che modo di ridere era quello, adesso? E dàlli ancora con quel "povero Raceni!".
Intronò addirittura Giustino e si sentí strappar tutto internamente, dalle dita dei piedi sú sú alla radice dei capelli, quando Silvia annunziò al Raceni una grande novità: che aveva scritto versi, a Cargiore, tanti versi, e gli promise di regalargliene un saggio per Le Grazie.
- Versi? Che versi? Tu hai fatto versi? - esplose.
- Ma fa il piacere!
Silvia lo guardò come se non capisse affatto.
- Perché? - disse.
- Non potevo scriverne? Non ne avevo mai scritti, è vero.
Ma mi son venuti fatti da sé, creda Raceni.
Non so - questo sí - se siano belli o brutti.
Saranno brutti magari...
- E li vorresti pubblicare su Le Grazie? - domandò Giustino, con gli occhi piú che mai inveleniti dalla stizza.
- Ma, scusate, perché no, Boggiòlo? - si risentí il Raceni.
- Credete sul serio che possano esser brutti? Figuratevi con quale ansia saranno cercati e letti, come una nuova, inattesa manifestazione del talento di Silvia Roncella!
- No no, per carità, non dite cosí, Raceni, - s'affrettò a protestare Silvia.
- Non ve li do piú, altrimenti.
Sono versucci, a cui non dovete dare alcuna importanza.
Ve li do a questo patto, e soltanto per farvi un piacere.
- Sta bene, sta bene...
- masticò allora Giustino.
- Ma...
permetti?...
ti faccio osservare...
non per il Raceni che...
sta bene, gliel'hai promessi; basta.
Avevi promesso prima però al senatore Borghi una novella, e non gliel'hai fatta!
- Oh Dio, gliela farò, se mi verrà...
- rispose Silvia.
- Ecco...
io dico...
invece dei versi...
almeno avresti potuto far questa novella, a Cargiore! - non seppe tenersi di rimbrottare ancora Giustino.
- E intanto...
se ora non puoi dar piú codesti versi al senatore, avendoli promessi al Raceni...
direi di...
di aspettare almeno che abbi pronta la novella per il Borghi.
Tutto attraverso, tutto attraverso, quella sera per guastargli la festa della presa di possesso del villino, premio di tanti travagli! Ah, ora, anche tornare indietro voleva la moglie, ai bei tempi quando spargeva cosí, in regalo a tutti, i suoi lavori? voleva anche mettersi a far da sé, approfittando che lui quella sera non voleva proprio perdere del tutto quei necessarii tratti manierosi verso di lei?
Ahimè, avvertiva che li perdeva; e anche perciò di punto in punto sentiva crescersi l'orgasmo.
Ma sfido! per forza! Il disinganno della lode mancata, della mancata meraviglia, tutto il contegno di lei, quello sgarbo immeritato alla Barmis, ora quella promessa al Raceni...
Per sfogarsi, per farsi in certo modo svaporar le furie, scaraventò a questo, appena andato via, una filza d'improperie e d'ingiurie: - Stupido! imbecille! pulcinella!
Ma ecco qua Silvia prenderne le difese, sorridendo:
- E la gratitudine, Giustino? Se ti ha tanto ajutato?
- Lui? Impicciato mi ha! - scattò furente Giustino.
- Impicciato soltanto! come adesso! come sempre! La Barmis mi ha ajutato davvero, capisci? lei, sí! la Barmis, che tu invece hai fatto andar via a quel modo.
E a questo qua, sorrisi, complimenti, povero Raceni, povero Raceni, e anche...
anche il regalo dei versi, perdio!
- Ma non fanno insieme, tutti e due? - disse Silvia.
- Lui, direttore; lei, redattrice?...
Sarà meglio, credi, d'ora in poi, per tutto l'ajuto che t'hanno prestato, compensarli ogni tanto cosí, affinché non si prendano piú il piacere di servirci per...
non so bene perché...
- Ah no, cara, no, cara...
senti, cara...
- prese allora a dire Giustino, finendo di perdere ogni dominio di sé, punto cosí sul vivo.
- Mi devi fare il piacere di non immischiarti in queste cose, che sono affar mio! Ma hai veduto, di'? hai veduto tutto bene? Io non so...
Tutte queste cose qui...
È tutto nostro! Ed è frutto, dico, di lavoro mio, di tanti pensieri, di tante cure! Vuoi insegnarmi tu, ora, scusa, come si deve fare, quel che si deve dire?
Silvia troncò subito la discussione, dichiarandosi stanca sfinita dal lungo viaggio e bisognosa di riposo.
Comprese bene ch'egli non avrebbe mai ceduto su quel punto e che, a volergli impedire o anche per poco ostacolare quello che ormai considerava il suo ufficio, la sua professione, sarebbe accaduto inevitabilmente un tale urto tra loro da determinare una rottura insanabile.
Meglio lo comprese, allorché - respinto - egli nella camera accanto, spogliandosi, cominciò a dare sfogo senza piú alcun ritegno al disinganno, alla stizza acerrima, alla rabbia, con imprecazioni e rimbrotti e raffacci e pentimenti e scatti di maligno riso, che tanto piú la sdegnavano e la ferivano, quanto piú le accrescevano innanzi agli occhi la ormai scoperta e sfolgorante ridicolaggine di lui.
- Ma sí! aveva ragione quella! Ajutatela, Boggiòlo, ajutatela a vendicarsi! Stupido io che non l'ho fatto! Ecco il premio! ecco la ricompensa! Stupido...
stupido...
stupido...
Centomila occasioni...
E va bene! Questo è niente, signori! Non siamo ancora a niente! Quello che si vedrà adesso!...
Regaliamo, regaliamo...
Facciamo versi, e regaliamo...
La poesia, adesso!...
Scappa fuori la poesia...
Ma sí! cominciamo a vivere tra le nuvole, senza piú occhi per vedere qua tutte queste spese...
Prosa, prosa, questa da non calcolare...
Tante pene, tanto lavoro, tanti denari: ecco il ringraziamento! Lo sapevamo...
Ma sí, cose da niente...
Un villino? Buh, che cos'è? Mobili del Ducrot? Buh! li sapevamo...
Ah, eccoci a letto! Che bel letto di rose!...
Che delizia incignarlo cosí, caro signor Ducrot! Corri di qua, stupido! scappa di là! rómpiti il collo! pèrdici il fiato! pèrdici l'impiego! prega, minaccia, briga! Ecco il premio, signori! ecco il premio!
E seguitò cosí, al bujo, per piú di un'ora rigirandosi tra le smanie su per il letto, tossendo, sbuffando, sghignando...
Ella intanto di là, tutta ristretta in sé sotto le coperte, con la faccia affondata nel guanciale per non sentirlo, malediceva la fama, a cui con l'ajuto di lui, cioè a prezzo di tante risa e di tante beffe della gente, era salita.
Da tutte quelle risa, ora, da tutte quelle beffe si sentiva assalita, frustata, avviluppata, con la romba che le era rimasta negli orecchi per il frastuono del treno.
Ah come non se n'era accorta prima? Soltanto adesso, ecco, tutti gli spettacoli che egli aveva dato di sé, uno piú dell'altro ridicolo, le saltavano agli occhi, le si rappresentavano con tal cruda vivezza, che era uno strazio: tutti gli spettacoli, da quello primo del banchetto, quando al brindisi del Borghi s'era levato in piedi insieme con lei, come se quel brindisi dovesse riferirsi anche a lui perché suo marito; all'ultimo cui ella aveva assistito, là, alla stazione, prima della partenza per Cargiore, allorché, facendo da battistrada, s'era inchinato per conto di lei agli applausi ch'erano scoppiati nella sala di aspetto.
Ah, poter tornare indietro, rinchiudersi nel suo guscio a lavorar quieta e ignorata! Ma egli non avrebbe mai permesso che andasse cosí frustrata l'opera sua di tanti anni, ove riponeva ormai tutta la sua compiacenza.
Con quel villino, che riteneva, e forse a ragione, soltanto frutto del suo lavoro, s'era inteso di edificare quasi un tempio alla Fama, per officiarvi, per pontificarvi! Follia sperare che ora volesse rinunziarci! Vi aveva fitto il capo e là, là sarebbe rimasto per sempre e per forza attaccato a quella fama, di cui si riconosceva l'artefice! E sempre piú grande avrebbe cercato di renderla per apparirvi in mezzo sempre piú ridicolo.
Era il suo fato, ed era inevitabile.
Ma come avrebbe fatto ella a resistere a quel supplizio, ora che la benda le era caduta dagli occhi?
Pochi giorni dopo, Giustino volle dar principio con solennità all'istituzione dei "lunedí letterarii di Villa Silvia", come la Barmis gli aveva suggerito.
Per quel primo, estese gl'inviti a tutti i piú noti maestri di musica e critici musicali di Roma, perché pretesto all'inaugurazione era la lettura a pianoforte di alcune parti dell'opera L'isola nuova già compiuta dal giovine maestro Aldo di Marco.
Il nome del maestro era a tutti ignoto.
Si sapeva soltanto che questo di Marco era veneziano israelita e ricchissimo, e che per musicar L'isola nuova aveva fatto tali profferte, che Boggiòlo s'era affrettato a rompere le trattative già bene avviate con uno tra i piú insigni compositori.
Benché a Giustino non premesse tanto né poco il buon esito dell'opera, che anzi desiderava modesto perché non désse alcun'ombra al dramma, aveva tuttavia fatto annunziare dagli amici giornalisti che quell'opera avrebbe tra poco rivelato all'Italia, ecc.
ecc.; e aveva anche fatto riprodurre nei giornali l'esile e, ahimè, non ben chiomata immagine del giovine maestro veneziano, il quale ecc.
ecc.
L'annunzio gli era sembrato doveroso e opportuno, non solo in considerazione dell'ingente somma sborsata dal maestro per musicare il dramma fortunato (ridotto in versi da Cosimo Zago), ma anche per accrescer solennità all'inaugurazione.
Avrebbe potuto farne a meno.
Quella lettura a pianoforte e quel giovine maestro ignoto, dall'aspetto cosí poco promettente, rappresentavan per tutti un fastidio e un ingombro.
Era invece vivissima la curiosità di veder la Roncella in casa sua, donna, dopo il trionfo.
Silvia se l'aspettava; e, nell'orgasmo che le suscitava il pensiero di dover tra poco affrontare questa curiosità, vedendo il marito in grandi ambasce per i preparativi e pur con l'aria di chi sa tutto e non ha bisogno di nessuno, avrebbe voluto gridargli:
"Basta! Lascia star tutto; non affannarti piú! Vengono per me, per me soltanto! Tu non c'entri piú; tu non hai piú da far nulla, altro che da starti zitto, quieto, in un canto!".
L'orgasmo non era soltanto per la curiosità da affrontare; era anche per lui, anzi sopra tutto per lui.
Ricorse finanche all'astuzia di fingersi gelosa della Barmis e gl'impedí con ciò di ricorrere a costei per quei preparativi, con la speranza che, mancandogli questo ajuto, egli non si désse piú tanto da fare e si lasciasse persuadere che aveva già fatto abbastanza e non occorreva piú altra sua opera.
Giustino, all'idea che la moglie - venuta (fosse pure per lui) in tanta celebrità - cominciava a essere, quantunque a torto, un po' gelosa, provò un certo piacere, che gli fece manifestare come avvolta tutta in un roseo sorrisetto fatuo l'irritazione che questa gelosia gli cagionava in quel momento.
L'ajuto della Barmis gli era indispensabile.
Ma Silvia tenne duro.
- No, quella no! quella no!
- Ma, Dio...
Silvia, dici sul serio? Se io...
Silvia scosse il capo con rabbia e si nascose il volto tra le mani, per interromperlo.
Di quella sua finzione ebbe all'improvviso onta e ribrezzo, vedendo che egli in fondo se ne compiaceva: onta e ribrezzo, perché le parve che anche lei, ora, cominciasse a beffarsi di lui come tutti gli altri, per lo spettacolo anche di questa fatuità.
Subito, credendo di dargli uno scrollo poderoso, per salvarlo e salvarsi, facendo cadere anche a lui la benda dagli occhi, proruppe:
- Ma perché, perché vuoi far ridere? di te e di me? ancora? Non ti accorgi che la Barmis ride di te; ne ha sempre riso? e tutti con lei, tutti! Non te n'accorgi?
Giustino non tentennò minimamente a quest'impeto di rabbia della moglie; la guardò con un sorriso quasi di compassione e alzò una mano a un gesto, piú che di sdegno, di filosofica noncuranza.
- Ridono? Eh, da tanto...- disse.
- Ma tira la somma cara mia, e vedi se sono sciocchi quelli che ridono o io che...
ecco qua, ho fatto tutto questo e t'ho messa alla testa! Lasciali ridere.
Vedi? Essi ridono, e io me ne servo e ottengo da loro tutto quello che voglio.
Eccole qua, eccole qua, tutte le loro risa...
E agitò le mani guardando in giro la stanza, come per dire: "Vedi in quante belle cose si sono convertite?".
Silvia sentí cascarsi le braccia; restò a mirarlo a bocca aperta.
Ah, dunque, egli sapeva? se n'era già accorto? e aveva seguitato, senza curarsene, e voleva ancor seguitare? non gli importava affatto che tutti ridessero di lui e di lei? Oh Dio ma dunque...
- se era sicuro, sicurissimo che la fama di lei era opera sua unicamente, e che tutta quest'opera sua, in fondo, non era consistita in altro che nel far ridere di sé, per poi convertire queste risa in lauti guadagni, in quel villino là, ne' bei mobili che lo adornavano - che voleva dire? voleva dir forse che per lui era tutta una cosa da ridere la letteratura, una cosa di cui un uomo di sano criterio, sagace e accorto, non avrebbe potuto impacciarsi se non cosí, cioè a patto di trar profitto delle risa degli sciocchi che la prendevano sul serio?
Questo voleva dire? Ma no!
Seguitando a guardare il marito, Silvia riconobbe subito che ella, supponendo cosí, gli prestava una veduta che non era da lui.
No, no! Non poteva esser voluto da lui stesso il ridicolo di cui s'era valso.
Fin da quando, laggiú a Taranto, erano arrivati quei trecento marchi per la traduzione delle Procellarie, aveva cominciato a prender tanto sul serio la letteratura, che sciocchezza per lui era soltanto il non curarsi dei frutti ch'essa, come ogni altro lavoro - se amministrato bene - può rendere...
E s'era messo ad amministrare, ad amministrare con tal fervore, anzi con tanto accanimento da tirarsi addosso le risa di tutti.
Non le aveva provocate lui con intenzione, quelle risa, per farci sú bottega; ma era stato costretto a sopportarle; e le stimava ora da sciocchi solo perché egli, pur tra esse e con esse, era riuscito nell'intento.
Ma la saviezza sua aveva per piedistallo quelle risa e tutta da quelle risa era composta: non avrebbe dovuto piú muoversi ora: al minimo movimento, lo squarcio d'una risata! Quanto piú serio voleva ora apparire, tanto piú ridicolo sarebbe sembrato.
Ah quella serata dell'inaugurazione! Fin nel fruscío degli abiti, nel lieve sgrigliolío delle scarpe attutito dalla spessezza dei tappeti, in ogni rumore, fosse d'una seggiola smossa, d'un uscio aperto, d'un cucchiaino agitato nella tazza; e poi nel frastuono del pianoforte allorché il di Marco cominciò a sonare; sorrisetti, risatine, sghigni, scrosci di risa fragorose, sbardellate, squacquerate parve a Silvia d'avvertire, e le sembrò dileggio ogni sorriso di deferenza o di compiacimento per lei; il dileggio credette di scorgere in ogni sguardo, in ogni gesto, sotto ogni parola dei tanti convitati.
Si sforzò di non badare al marito; ma come, se lo aveva sempre davanti, là, piccolo, tutto aggiustato, irrequieto, raggiante, e sentiva che tutti da ogni parte lo chiamavano? Ecco, ora il Luna se lo prendeva a braccio, e altri quattro, cinque giornalisti gli correvano attorno, in frotta; ora lo chiamava la Lampugnani di là tra il crocchio delle piú spiritose signore.
Ella avrebbe voluto esser per tutto o trattener tutti attorno a sé; non potendo, nel ribollimento dello sdegno, aveva a quando a quando la tentazione di dire o far qualcosa inaudita, non mai veduta, da far passare a ognuno la voglia di ridere, di venir lí per mettere in burla il marito, e col marito, per conseguenza, anche lei.
Le toccava, invece, di sopportar la corte quasi sfacciata che tutti quei giovani letterati e giornalisti si permettevano di farle, come se ella, avendo per fortuna un marito di quella fatta, cosí felicemente disposto a esibirla a tutti, un marito che tanto s'adoperava a farla entrare nelle grazie d'ognuno, un marito che, via, non avrebbe potuto neanche lei in nessun modo prendere sul serio, non potesse, non dovesse rifiutarla, quella corte, anche per non dare a lui questo dispiacere.
E difatti, ecco, non le si accostava egli di tanto in tanto per raccomandarle di far buon viso ora all'uno, ora all'altro, e proprio ai piú sfrontati, a quelli che ella aveva allontanato da sé con duro e freddo sprezzo? Il Betti, il Betti, colui che aveva finora colto ogni occasione per scriver male di lei in parecchi giornali, e quel Paolo Baldani venuto da poco da Bologna, bellissimo giovine e critico eruditissimo, facitor di versi e giornalista, il quale con incredibile tracotanza le aveva bisbigliato una dichiarazione d'amore in piena regola?
Ah, non solamente le risa e le beffe, ma - pur di riuscire - anche questo? - si domandava Silvia, a quelle brevi, furtive raccomandazioni del marito, che non potevano parere a lei, com'eran per lui, innocenti.
- Anche questo?
E gelava di ribrezzo e avvampava sempre piú di sdegno.
Le piú strane idee le guizzavano intanto per la mente, incutendo a lei stessa sgomento, poiché le scoprivano sempre piú nel fondo dell'essere quelle parti di sé ancora inesplorate, tutto ciò che di sé ella finora non aveva voluto conoscere, ma di cui aveva già il presentimento che, se un giorno il suo dèmone se ne fosse impossessato, chi sa dove l'avrebbe trascinata.
Finiva di scomporsi nella sua coscienza ogni concetto che ella finora s'era sforzata di tener fermo, e intravvedeva che abbandonata a quella nuova sua sorte, o piuttosto, all'estro del caso, e ormai cosí senza piú alcuna voluta consistenza interiore, l'animo suo poteva cambiarsi in un punto, rivelarsi da un istante all'altro capace di tutto, delle piú impensate, inattese risoluzioni.
- Mi pare che...
dico...
mi pare che...
tutto bene, eh? benissimo, mi pare...
- s'affrettò a dirle Giustino, quando gli ultimi invitati se ne furono andati, per scuoterla dall'atteggiamento in cui era rimasta: rigida in piedi, con gli occhi acuti, intenti, e la bocca serrata.
Si sentiva ancora nella mano gelida la stretta di fuoco che le aveva dato il Baldani or ora, nell'accomiatarsi.
- Tutto bene, no?...
- ripeté Giustino.
- E, sai, passando di qua e di là, ho sentito che dicevano di te tante...
buone, buone cose...
sí...
Silvia si scosse e lo guardò con tali occhi, ch'egli restò un pezzo come smarrito, con su le labbra quel sorriso vano di chi s'accorge che uno sta a scoprirci un'altra faccia che ancora noi non ci conosciamo.
- Non credi? - poi chiese.
- Tutto bene, ti dico...
Soltanto quella musica del di Marco mi pare che...
hai sentito? dotta, sí...
sarà musica dotta, ma...
- Dobbiamo seguitare cosí?- domandò d'un tratto Silvia, con voce strana, come se la voce sola fosse lí, e tutta lei assente, in una lontananza infinita.
- Ti avverto che cosí io non posso fare piú nulla.
- Come...
perché?...
anzi, ora che...
ma come! - fece Giustino quasi a un tempo colpito da piú parti alla sprovvista.
- Con quello studio lassú...
Silvia strizzò gli occhi, contrasse tutto il volto e squassò la testa.
- Ma come? - ripeté Giustino.
- Puoi chiuderti lí...
Chi ti disturba?...
Con tanto silenzio...
Ecco, anzi ti volevo dire...
Tutti domandano che cosa prepari di nuovo.
Ho risposto: niente, per ora.
Nessuno ci vuol credere.
Certo un nuovo dramma, dicono.
Pagherebbero chi sa che cosa per un cenno, una notizia, un titolo...
Dovresti pensarci, ecco, rimetterti al lavoro adesso...
- Come? come? come? - gridò Silvia, scotendo le pugna, smaniosa, esasperata.
- Non posso pensare, non posso far piú nulla io! Per me, è finita! Potevo lavorare ignorata, quando non mi sapevo neanche io stessa! Ora non posso piú nulla! è finita! Non sono piú quella! non mi ritrovo piú in me! è finita! è finita!
Giustino la seguí con gli occhi in quelle smanie; poi, con una mossa del capo:
- Andiamo bene! - esclamò.
- Ora che si comincia, è finita? Ma che dici? Scusa, quando si lavora, perché si lavora? Per raggiungere un fine, mi pare! Tu volevi lavorare e restare ignorata? Lavorare, allora, perché? per niente?
- Per niente! per niente! per niente!- rispose Silvia con foga.
- Ecco, proprio cosí, per niente! Lavorare per lavorare, e nient'altro! senza sapere né come né quando, di nascosto a tutti e quasi di nascosto a me stessa!
- Ma codeste sono pazzie che ti vengono ora! - gridò Giustino, cominciando ad alterarsi anche lui.
- E allora io he ho fatto? ho fatto male a far valere il tuo lavoro, è vero? vuoi dir questo?
Silvia con le mani di nuovo sul volto accennò di sí, col capo, piú volte.
- Ah sí? - riprese Giustino.
- E allora perché mi hai lasciato fare sinora? Me lo dici per ringraziamento, adesso che ne raccogli il frutto a cui aspirano quanti lavorano come te: la gloria e l'agiatezza? Te ne lagni...
E non è pazzia? Ma va là, cara; saranno i nervi! Del resto, scusa, che c'entri tu? chi ti dice d'immischiarti in cose che non ti riguardano?
Silvia lo guardò sbalordita.
- Non mi riguardano?
- No, cara, che non ti riguardano! - replicò subito Giustino.
- Tu lavora per nulla, come prima; ritorna a lavorare come ti pare e piace; e lascia il pensiero a me del rimanente.
Eh, lo so bene...
che novità!...
lo so bene che, se fosse per te..
Ma, scusa, se il sugo ce lo cavo io, con l'opera mia, tu che n'hai da fare? che faccio carico a te anche di questo? Questo è affar mio! Tu mi dài carta scritta; scrivi per niente, come vuoi; búttala; io la prendo e te la cambio in denari ballanti e sonanti.
Me lo puoi impedire? È affar mio, e tu non c'entri.
Tu lavora com'hai lavorato fin adesso; lavora per lavorare...
ma lavora! Perché se tu non lavori piú, io...
io...
che faccio piú io? me lo dici? Io ho perduto l'impiego, cara mia, per attendere ai tuoi lavori.
Bisogna che a questo, ohé, tu ci pensi! La responsabilità ora è mia...
dico, del tuo lavoro.
Abbiamo guadagnato molto, è vero, e ancora ce ne sarà, con L'isola nuova.
Ma tu vedi qua come sono cresciute tutte le spese...
Ora è un altro piede di casa.
Trentamila lire si devono ancora pagare per il villino.
Potevo pagarle; ma ho pensato di tenere qualche cosa da parte, perché tu avessi un certo respiro...
Adesso ti raccoglierai.
È stata una scossa troppo forte, un cangiamento troppo repentino...
Ti abituerai presto; ritroverai la calma...
Il piú è fatto, cara mia.
Abbiamo la casa...
la ho voluta apposta cosí; ho speso, ma...
per l'apparenza, sai?...
tutto fa! La tua firma vale, adesso, vale molto, per se stessa...
Senza regalare niente a nessuno! Se Raceni aspetta i versi che gli hai promessi per la sua rassegna, può star fresco! Io non glieli do.
Povero Raceni, povero Raceni, vedrai quanto frutteranno adesso quei versi...
Lascia fare a me! Basta che tu ti rimetta a scrivere...
Scrivi, e non pensare a nulla.
Lassú, perbacco, in quello studio magnifico...
Silvia non vide in questo lungo discorso di Giustino la buona intenzione di ricondurla alla calma e alla ragione, al riconoscimento e alla gratitudine di quanto aveva fatto e voleva ancor fare per lei; vide soltanto ciò che poteva, in quel momento d'esasperazione, porglielo di fronte, nemico e tiranno: che egli cioè le faceva ora un obbligo perentorio di lavorare, avendo perduto l'impiego: lavorare per dare ancora a lui una professione, la quale adesso, oltre che ridicola, sarebbe forse sembrata a tutti odiosa.
Non voleva egli vivere sul lavoro e del lavoro di lei, attribuendosi poi tutto il merito dei guadagni? Finché il lavoro a lei non era costato alcuno sforzo, ella poteva anche riconoscere che il merito di quei guadagni insperati fosse tutto o quasi tutto di lui; non piú ora che egli le faceva cosí espresso e preciso obbligo di lavorare; ora che il lavoro le costava un supplizio al solo pensiero di doverlo affidare a lui, tutto, senza poterne disporre neanche d'una minima parte a piacer suo; tutto, tutto, perché ancora tra le beffe e ora anche con la disistima degli altri ne facesse mercato, ecco; un capo d'entrata di tutto, pur di quei poveri, intimi e schivi versucci là...
Mercato, anche a costo della dignità di lei! Lo avvertiva egli, questo? Era mai possibile che il furore lo accecasse fino al punto da non farglielo vedere?
Insonne tutta la notte, Silvia stette a pensare, e a un certo punto, col favore del bujo e del silenzio, sorprese in sé, nel fondo del suo essere, come un rimescolío strano di sentimenti ch'era sicura di aver mai avuti: sentimenti remotissimi, da cui le saliva alla gola un'angoscia inattesa, quasi di nostalgia.
Ecco, vedeva sorgere chiare e precise le case della sua Taranto; vedeva entro quelle le sue buone, mansuete compaesane, le quali, use a vedersi custodite dall'uomo gelosamente e con lo scrupolo piú rigoroso, perché nessun sospetto potesse arrivar fino a loro; use a veder l'uomo rientrare ogni volta nella propria casa come in un tempio da tener chiuso a tutti gli estranei e anche ai parenti che non fossero i piú intimi, si turbavano, si offendevano come per una irriverenza al loro pudore, se l'uomo cominciava ad aprir quel tempio, quasi piú non importandogli della loro buona reputazione.
No no: ella non aveva mai avuto questi sentimenti: suo padre, laggiú, era stato sempre ospitale specialmente verso gl'impiegati subalterni, forestieri: ella anzi li aveva sdegnati questi sentimenti, sapendo che molti mormoravano su quell'ospitalità del padre, la quale senza dubbio avrebbe reso difficile un matrimonio di lei con qualcuno del paese.
Le pareva allora che la donna dovesse anzi offendersi di quella gelosa cura degli uomini come d'una mancanza di stima e di fiducia.
Come mai anche ella ora si offendeva del contrario, scopriva in sé quei sentimenti insospettati, simili in tutto a quelli delle donne di laggiú?
La ragione le apparve chiara a un tratto.
Quasi tutte le donne di laggiú erano sposate senz'amore, per calcoli di convenienza, per prendere uno stato; ed entravan soggette e obbedienti nella casa del marito, ch'era il padrone.
La loro obbedienza, la loro devozione non eran mosse da affetto, ma solo dalla stima per l'uomo che lavora e che mantiene; stima che poteva reggersi solo a patto che quest'uomo, con la laboriosità, se non in tutto con la buona condotta, certo a ogni modo col rigore sapesse conservare a sé il rispetto che si deve al padrone.
Ora, un uomo che allentava il rigore fino ad aprire agli altri la propria casa, scadeva subito nella stima anche di quei medesimi ch'erano ammessi, e la donna sentiva una vera e propria offesa al suo pudore perché si vedeva scoperta in quella sua intimità senz'amore, in quel suo stato di soggezione a un uomo che non se lo meritava piú per il solo fatto che permetteva una cosa che gli altri non avrebbero mai permessa.
Ebbene, anch'ella aveva sposato senz'amore, mossa dalla necessità di prendere uno stato e persuasa da un sentimento di stima e di gratitudine per colui che la toglieva in moglie senza adombrarsi di un'altra grave colpa, che avrebbe dato ombra ai compaesani, oltre all'ospitalità del padre: la sua letteratura.
Ma ecco, ora egli s'era messo a far bottega di quel segreto su cui era edificata la stima, la gratitudine di lei; s'era messo a vendere e a gridare con tanto baccano la merce, perché tutti entrassero nel vivo segreto di lei e vedessero e toccassero.
Qual rispetto potevano aver gli altri d'un tal uomo? Ne ridevano tutti, ed egli non se ne curava! Quale stima piú poteva averne lei e qual gratitudine, se egli ora, invertendo le parti, la costringeva anche al lavoro e voleva viver di esso?
Piú di tutto in quel momento la offendeva che gli altri potessero credere che ella amasse ancora un tal uomo o gli fosse peraltro devota.
Forse credeva questo anche lui? O la sicurezza sua riposava su la fiducia nell'onestà di lei? Ah, sí; ma onesta per se medesima; non già per lui! La sicurezza sua non poteva aver su lei altro effetto che quello di irritarla come una sfida, e offenderla e colmarla di sdegno.
No no: cosí non poteva piú seguitare a vivere, ella: lo vedeva.
Due giorni appresso, com'era da aspettarsi dopo quella stretta di mano, tornò al villino Paolo Baldani.
Giustino Boggiòlo lo accolse a braccia aperte.
- Disturbare, lei? Ma che dice! Onore, piacere...
- Piano, piano...
- disse sorridendo, ponendosi un dito su le labbra, il Baldani.
- La vostra signora è sú? Non vorrei farmi sentire.
Ho bisogno di voi.
- Di me? Eccomi...
Che posso?...
Entriamo qua, in salotto...
o se vuole, andiamo in giardino...
o nel salottino qui accanto.
Silvia è sú, nel suo studio.
- Grazie, basterà qui, - disse il Baldani, sedendo nel salotto; poi, protendendosi verso il Boggiòlo, aggiunse a bassa voce: - Debbo essere per forza indiscreto.
- Lei? ma no...
perché? anzi...
- È necessario, amico mio.
Ma quando l'indiscrezione è a fin di bene, un gentiluomo non deve ritrarsene.
Ecco, vi dirò.
Ho pronto uno studio esauriente su la personalità artistica di Silvia Roncella...
- Oh gra...
- Piano, aspettate! Son venuto per rivolgervi alcune domande...
dirò, intime, specialissime, a cui voi solamente siete in grado di rispondere.
Vorrei da voi, caro Boggiòlo, certi lumi...
dirò fisiologici.
Giustino dal tono basso, misterioso con cui il Baldani seguitava a parlare era quasi tirato per la punta del naso ad ascoltare a capo chino, con gli occhi intenti c la bocca aperta.
- Fisio?
- logici.
Mi spiego.
La critica, amico mio, ha oggi ben altri bisogni d'indagine, che non sentiva per lo innanzi.
Per l'intelligenza compiuta d'una personalità è necessaria la conoscenza profonda e precisa anche de' piú oscuri bisogni, dei bisogni piú segreti e piú riposti dell'organismo.
Sono indagini molto delicate.
Un uomo, capirete, vi si sottopone senza tanti scrupoli; ma una donna...
eh, una donna...
dico, una donna come la vostra signora, intendiamoci! ne conosco tante che si sottoporrebbero a queste indagini senz'alcuno scrupolo, anche piú apertamente degli uomini; per esempio...
là, non facciamo nomi! Ora, avventare un giudizio, come tanti fanno, fondato solamente su i tratti fisionomici apparenti, è da ciarlatani.
La forma d'un naso, Dio mio, può benissimo non corrispondere alla vera natura di colui che lo porta in faccia.
Il nasino cosí grazioso della vostra signora, ad esempio, ha tutti i caratteri della sensualità...
- Ah, sí? - domandò Giustino, meravigliato.
- Sí, sí, certo, - raffermò con gran serietà il Baldani.
- Eppure, forse...
Ecco, per compire il mio studio, io avrei bisogno da voi, caro Boggiòlo, di alcune notizie...
ripeto, intime, imprescindibili per la intelligenza compiuta della personalità della Roncella.
Se permettete, vi rivolgo una o due domande, non piú.
Ecco, vorrei sapere se la vostra signora...
E il Baldani, accostandoglisi ancor piú, ancor piú piano, con garbo e sempre serio, fece la prima domanda.
Giustino, curvo con gli occhi piú che mai intenti, diventò rosso rosso, ascoltando, alla fine, ponendosi le due mani sul petto e raddrizzandosi:
- Ah, nossignore! nossignore! - negò con vivacità.
- Questo glielo posso giurare!
- Proprio? - disse il Baldani, scrutandolo negli occhi.
- Glielo posso giurare! - ripeté con solennità Giustino.
- E allora, - riprese il Baldani, - abbiate la compiacenza di dirmi, se...
E pian piano, come prima, con garbo, sempre serio, fece la seconda domanda.
Questa volta Giustino, ascoltando, aggrottò un po' le ciglia, poi espresse una gran meraviglia, domandò:
- E perché?
- Come siete ingenuo! - sorrise il Baldani; e gli spiegò quel perché.
Giustino allora, diventando di nuovo rosso rosso come un papavero, dapprima appuntí le labbra come se volesse soffiare, poi le schiuse a un risolino vano e rispose, esitante:
- Questo...
ecco...
sí, qualche volta...
ma creda che...
- Per carità! - lo interruppe il Baldani.
- Non c'è bisogno che me lo diciate.
Chi può mai pensare che Silvia Roncella...
ma per carità! Basta, basta cosí.
Erano questi i due punti che piú mi premeva di chiarire.
Grazie di cuore, caro Boggiòlo, grazie!
Giustino, un po' sconcertato ma pur sorridente, si grattò un orecchio e domandò:
- Ma scusi, che forse nell'articolo?...
Paolo Baldani lo interruppe, negando col dito; poi disse:
- Prima di tutto non è un articolo; è uno studio, v'ho detto.
Vedrete! Le indagini restano segrete; servono a me, per farmi lume nella critica.
Poi, poi vedrete.
Se voleste ora aver la bontà d'annunziarmi alla vostra signora...
- Subito! - disse Giustino.
- Abbia la pazienza d'attendere un momentino...
E corse su allo studio di Silvia, ad annunziarglielo.
Era sicurissimo d'averla convinta col suo ultimo discorso, e non s'aspettava perciò che ella si rifiutasse fieramente di vedere il Baldani.
- Ma perché? - le domandò, restando.
Silvia ebbe la tentazione di gettargli in faccia la risposta vera, per scomporlo da quell'atteggiamento di attonita, dolente meraviglia; ma temette che egli le rifacesse quel gesto di filosofica noncuranza, come allorché gli aveva rinfacciato le risa e le beffe della gente.
- Perché non voglio! - gli disse.
- Perché mi secca! Vedi che sto qui a rompermi la testa!
- Eh via, cinque minuti...
- insistette Giustino.
- Ha pronto uno studio su tutta l'opera tua, sai! Oggi, una critica del Baldani, bada...
è il critico di moda...
critica, aspetta! come la chiamano? non so...
una critica nuova, che se ne parla tanto, adesso, cara mia! Cinque minuti...
Ti studia, e basta.
Lo faccio passare?
- Bella cosa, bella cosa, - diceva, poco dopo, Paolo Baldani lí nello studio, battendo lievemente la mano feminea sul bracciuolo della poltrona e rimirando con occhi un po' strizzati Giustino Boggiòlo.
- Bella cosa, signora, vedere un uomo cosí sollecito della vostra fama e del vostro lavoro, cosí interamente devoto a voi.
M'immagino come ne dovete esser lieta!
- Ma sa?...
perché...
se io...
- tentò subito d'interloquire Giustino, temendo che Silvia non gli volesse rispondere.
Il Baldani lo fermò con la mano.
Non aveva finito.
- Permettete? - disse; e seguitò: - Lo noto, perché tanta sollecitudine e tanta devozione debbono aver pure il loro peso nella valutazione dell'opera vostra, in quanto che, mercé di esse, voi certamente potete, senza veruna estranea cura, abbandonarvi tutta alla divina gioja di creare.
Pareva che parlasse cosí, ora, per ischerzo; che di quel suo parlar dipinto egli per il primo avvertisse l'affettazione e la accompagnasse con un lievissimo, appena percettibile risolino ironico, non già per attenuarla però, ma anzi per armarla del fascino d'una inquietante ambiguità.
- "Quello che ho dentro, lo so io solo" - pareva dicesse.
- "Per voi, per tutti, ho questo lusso di parole, ecco, e me ne vesto con signorile sprezzatura; ma posso anche, all'occorrenza, buttarlo via e spogliarmene, per mostrarmi a un tratto bello e forte nella mia nuda animalità".
Questa animalità Silvia gli scorgeva chiaramente nel fondo degli occhi: ne aveva avuto una prova nella sfrontata dichiarazione dell'altra sera; era certa che ne avrebbe avuto un nuovo e piú sfrontato assalto, se per poco il marito si fosse allontanato dallo scrittojo.
Intanto - oh schifo! - egli lodava e ammirava innanzi a lei Giustino, per farselo amico e, dopo averlo guardato, ecco, rivolgeva gli occhi a lei con incredibile impudenza.
Il Baldani, difatti, col suo sguardo le diceva: "Tu non ti sogni neppure di sospettare quel che so di te..."
- Gioja di creare? - proruppe Silvia.
- Non l'ho mai provata.
E sono proprio dolente di non poter piú attendere ora, come prima, a quelle che lei chiama cure estranee.
Erano le sole tra cui mi ritrovassi; che mi déssero qualche sicurezza.
Tutta la mia sapienza era in esse! Perché io non so nulla, proprio.
Non capisco nulla, io.
Se lei mi parla d'arte, io non capisco nulla di nulla.
Giustino si agitò, tutto scombussolato, su la seggiola.
Il Baldani lo notò, si voltò a guardarlo, sorrise e disse:
- Ma questa è una confessione preziosa...
preziosa.
- Vuol sapere, se le serve, che cosa stavo a fare io, - seguitò Silvia, - messa qua di proposito a scrivere? Ho contato sul mio braccio le righette bianche e nere di questo mio abito di mezzo lutto: centosettantatre nere e centosettantadue bianche, dal polso all'attaccatura della spalla.
E cosí soltanto so che ho un braccio e questa veste.
Altrimenti, non so nulla; nulla, nulla, proprio nulla.
- E questo spiega tutto! - esclamò allora il Baldani, come se proprio lí la aspettasse.
- Tutta la vostra arte è qui, signora mia.
- Nelle righette bianche e nere? - domandò Silvia, fingendo quasi sgomento.
- No, - sorrise il Baldani.
- Nella vostra meravigliosa incoscienza, la quale spiega la non meno meravigliosa natività spontanea dell'opera vostra.
Voi siete una vera forza della natura; dirò meglio, siete la natura stessa che si serve dello strumento della vostra fantasia per creare opere sopra le comuni.
La vostra logica, intanto, è quella della vita, e voi non potete averne coscienza, perché logica ingenita, logica mobile e complessa.
Vedete, signora mia: gli elementi che costituiscono il vostro spirito sono straordinariamente numerosi, e voi li ignorate; essi si aggregano, si disgregano con una facilità, con una rapidità prodigiosa, e questo non dipende dalla vostra volontà; essi non si lasciano fissar da voi in alcuna forma stabile: si mantengono, dirò cosí, in uno stato di perpetua fusione, senza mai rapprendersi; duttili, plastici, fluidi; e voi potete assumere tutte le forme senza che lo sappiate, senza che lo vogliate per riflessione.
- Ecco! ecco! ecco! - cominciò a dire Giustino, scattando, tutto esultante e gongolante.
- Questo è! questo è! Glielo dica, glielo ripeta, glielo faccia entrar bene in mente, caro Baldani! Lei sta facendo in questo momento opera di vero amico.
È un po' confusetta, veda...
un po' incerta, dopo questo trionfo.
- Ma no! - gridò Silvia su le brage, cercando d'interromperlo.
- Sí, sí, sí! - incalzò invece Giustino, levandosi in piedi e facendosi in mezzo, quasi per impedire che gli sfuggisse quell'occasione propizia, ora che la teneva acciuffata.
- Santo Dio, te l'ha spiegato cosí bene, qua, il Baldani! È proprio cosí com'ha detto lei, Baldani! Non trova, non trova l'argomento del nuovo dramma, e...
- Non trova? Ma se già ce l'ha! - esclamò il Baldani sorridendo.
- Posso permettermi un suggerimento per l'affetto che vi porto? Il dramma ce l'avete già! Credono gli sciocchi (e lo van dicendo) che sia piú agevole creare fuori delle esperienze quotidiane, ponendo cose e persone in luoghi immaginarii, in tempi indeterminati, quasi che l'arte abbia da impacciarsi della cosí detta realtà comune, e non crei essa una realtà sua propria e superiore.
Ma io so le vostre forze e so che voi potete confondere questi beoti e ridurli al silenzio e costringerli all'ammirazione, affrontando e dominando una materia affatto diversa da quella de L'isola nuova.
Un dramma d'anime, e nel mezzo nostro, cittadino.
Voi avete nel vostro volume delle Procellarie una novella, la terza, se ben ricordo, intitolata Se non cosí...
Ecco il dramma nuovo! Pensateci.
Io mi stimerò felice di avervelo additato; se potrò dire un giorno: Questo dramma ella lo ha scritto per me; ho insinuato io nella matrice della sua fantasia, per la fecondazione, questo nuovo germe vitale!
Si alzò; disse a Giustino quasi con solennità:
- Lasciamola sola.
Le si fece innanzi; le prese la mano, inchinandosi; vi depose un bacio; uscí.
Silvia, appena sola, fu assalita da quella fiera stizza che si prova allorché, dibattuti in una tempesta da cui non scorgevamo piú né quasi piú speravamo salvezza, d'un tratto e con tranquillo gesto ci vediamo offrire da chi meno avremmo voluto - ecco qua, una tavola, una fune.
Vorremmo piuttosto affogare, che servircene, per non riconoscere di dover la nostra salvezza a uno che con tanta facilità ce l'ha offerta.
Questa facilità, che vuol quasi dimostrarci sciocca e vana la disperazione nostra di poc'anzi, ci sembra un insulto, e vorremmo subito dimostrare invece a nostra volta sciocco e vano l'ajuto cosí facilmente offerto; ma avvertiamo intanto che, contro la nostra volontà, già ci siamo aggrappati ad esso.
Silvia smaniava di rimettersi al lavoro, a un lavoro che la prendesse tutta e le impedisse di vedere, di pensare a se stessa e di sentirsi.
Ma cercava e non trovava; e si struggeva nella smania, sempre piú convincendosi che veramente ormai ella non poteva piú far nulla.
Ora, non volle andare a prendere dallo scaffale il libro delle Procellarie; ma già vi era dentro con lo spirito, già si sforzava di vedere il dramma in quella terza novella indicata dal Baldani.
C'era? Sí, c'era veramente.
Il dramma d'una moglie sterile.
Ersilia Groa, ricca provinciale, non bella, di cuore ardente e profondo, ma rigida e dura d'aspetto e di maniere, ha sposato da sei anni Leonardo Arciani, letterato senza piú voglia dopo le nozze - né di scrivere né d'attendere a libri, pur avendo destato con un suo romanzo grandi speranze e viva attesa nel pubblico.
Quegli anni di matrimonio son passati in apparenza tranquilli.
Ersilia non sa offrire da sé quel tesoro d'affetti che chiude in cuore; forse teme che esso non abbia alcun valore per il marito.
Poco egli le chiede e poco ella gli dà; gli darebbe tutto se egli volesse.
Sotto quella apparente tranquillità, dunque, il vuoto.
Solo un figlio potrebbe riempirlo; ma ormai, dopo sei anni, ella dispera d'averne.
Arriva un giorno al marito una lettera.
Leonardo non ha segreti per lei: leggono quella lettera insieme.
È di una cugina di lui, Elena Orgera, che un tempo gli fu fidanzata: le è morto il marito; è rimasta povera e senza assegnamenti, con un figliuolo che vorrebbe fosse ammesso in un collegio di orfani; gli chiede un soccorso.
Leonardo se ne sdegna; ma Ersilia stessa lo persuade a mandare quel soccorso.
Ivi a poco, improvvisamente, egli ritorna al lavoro.
Ersilia non ha mai veduto lavorare il marito; ignara affatto di lettere, non sa spiegarsi quel nuovo improvviso fervore; vede ch'egli deperisce di giorno in giorno; teme che si ammali; vorrebbe almeno che non si affannasse tanto.
Ma egli le dice che l'estro gli si è ridestato, che ella non può comprendere che sia.
E cosí, per circa un anno, riesce a ingannarla.
Quando Ersilia alla fine scopre il tradimento, il marito ha già una bambina da Elena Orgera.
Duplice tradimento: ed Ersilia non sa se piú le sanguini il cuore per il marito che colei le ha tolto o per la figlia che ha potuto dargli.
Veramente la coscienza ha curiosi pudori: Leonardo Arciani strappa il cuore alla moglie, le ruba l'amore, la pace: si fa scrupolo del denaro.
Eh! col denaro della moglie, no, da galantuomo non vuol mantenere un nido fuori della casa.
Ma gli scarsi e incerti proventi del suo lavoro affannato non possono bastare a sopperire ai bisogni, che presto cominciano a riempir di spine quel nido.
Ersilia, appena scoperto il tradimento, s'è chiusa in sé ermeticamente, senza lasciar trapelare al marito né lo sdegno né il cordoglio: ha solo preteso che egli seguitasse a vivere in casa, per non dare scandalo; ma separato affatto da lei.
E non gli rivolge piú né uno sguardo né una parola.
Leonardo, oppresso da un peso che non può sopportare, resta profondamente ammirato del dignitoso, austero contegno della moglie, la quale forse comprende che, oltre e sopra ogni suo diritto, c'è per lui ormai un dovere piú imperioso: quello verso la figlia.
Sí, difatti, Ersilia comprende questo dovere: lo comprende perché sa quel che le manca; lo comprende tanto che, se egli ora, stremato e avvilito com'è, ritornasse a lei, abbandonando con l'amante la figlia, ella ne avrebbe orrore.
Di questo tacito sublime compatimento di lei egli ha una prova nel silenzio, nella pace, in tante cure pudicamente dissimulate che ritrova in casa.
E l'ammirazione diviene a mano a mano gratitudine; la gratitudine, amore.
Lí, in quel nido di spine, egli non va piú, ora, che per la figlia.
Ed Ersilia lo sa.
Che aspetta? Lo ignora ella stessa; e intanto si nutre in segreto dell'amore che già sente nato in lui.
Sopravviene, a rompere questo stato di cose, il padre di lei, Guglielmo Groa, grosso mercante di campagna, ruvido, inculto, ma pieno d'arguto buon senso.
Ecco, il dramma poteva aver principio qui, con l'arrivo del padre.
Ersilia, che da tre anni non rivolge la parola al marito, si reca a trovarlo nella sede d'un giornale quotidiano, dov'egli è sopportato come redattore artistico, per prevenirlo che il padre, a cui ella ha tutto nascosto, è già in sospetto e verrà quella mattina stessa a provocare una spiegazione.
Vuole che gli sappia fingere per risparmiare almeno al padre quel cordoglio.
È una scusa; teme in realtà che il padre, per venire a una soluzione impossibile, infranga irrimediabilmente quel tacito accordo di sentimenti ch'ella ha penato tanto a stabilire tra lei e il marito, e che le è cagione d'ineffabile spasimo segreto e insieme d'ineffabile segreta dolcezza.
Ersilia non trova il marito nella redazione del giornale e gli lascia un biglietto, promettendo che ritornerà presto per ajutarlo a fingere, quando il padre, che si è recato ad assistere a una seduta mattutina della Camera, verrà lí per parlargli.
Leonardo trova il biglietto della moglie e sa dall'usciere che è venuta poc'anzi a cercar di lui anche un'altra signora.
È la Orgera, da cui egli non è piú andato da una settimana, sentendosi spiato dagli occhi sospettosi del suocero.
Ella ritorna difatti poco dopo, in quel momento cosí poco opportuno, e invano Leonardo le spiega perché non è venuto e in prova le dà a leggere quel biglietto della moglie.
Ella deride l'abnegazione di Ersilia, che vuol risparmiare noje e amarezze al marito, mentre lei...
eh, lei rappresenta il bisogno, la crudezza d'una realtà non piú sostenibile: i fornitori che vogliono esser pagati, il padrone di casa che minaccia lo sfratto.
Meglio finirla! Già tutto è finito tra loro.
Egli ama la moglie, quella sublime silenziosa: ebbene, ritorni a lei, e basta cosí! Leonardo le risponde che se potesse la soluzione esser cosí semplice, già da un pezzo egli ci sarebbe venuto; ma purtroppo non può esser quella la soluzione, legati come sono l'uno all'altra; e dunque, via, se ne vada per ora; le promette che verrà a trovarla appena potrà.
In mal punto per Leonardo, cosí amareggiato, sopravviene il suocero prima del tempo, seccato delle chiacchiere parlamentari.
Guglielmo Groa non sa d'aver di fronte nel genero un altro padre che al par di lui deve difendere la propria figlia; crede a un traviamento del genero, riparabile con un po' di tatto e di denaro, e gli profferisce ajuto e lo invita a confidarsi a lui.
Leonardo è stanco di mentire; confessa la sua colpa, ma dice che ne ha già avuto la punizione piú grave che potesse aspettarsene, e rifiuta come inutile l'ajuto del suocero e anche di ragionare con lui.
Il Groa crede che la punizione di cui parla Leonardo sia quel lavoro a cui s'è condannato, e lo rimbrotta aspramente.
Quando Ersilia, troppo tardi, sopraggiunge, il padre e il marito stan quasi per venire alle mani.
Vedendo Ersilia, Leonardo, sovreccitato, fremente, s'affretta a raccogliere le carte dalla scrivania e scappa; il Groa allora fa per lanciarglisi addosso, ruggendo: "Ah, non vuoi ragionare?", ma Ersilia lo arresta col grido: "Ha la figlia, babbo ha la figlia! Come vuoi che ragioni?".
Con questo grido poteva esser chiuso il primo atto.
A principio del secondo, una scena tra il padre e la figlia.
Tutte due hanno atteso invano, la notte, che Leonardo rincasasse.
Ora Ersilia svela al padre tutto il suo martirio, e come fu ingannata, e come e perché s'era acconciata in silenzio a quella pena.
Ella quasi difende il marito, perché - messo tra lei e la figlia - è corso da questa.
Dove sono i figli è la casa! Il padre se ne indigna; si ribella; vuole subito ripartirsene; e, come Leonardo sopravviene per poco, a prendersi i libri e le carte, gli va innanzi e gli dice che rimanga pur lí; andrà via lui, or ora.
Leonardo resta perplesso, non sapendo come interpretare quell'improvviso invito del suocero a rimanere.
Ma ecco Ersilia.
Ella entra per dirgli che non parte da lei quell'invito e che anzi egli, se vuole, può andare.
E allora Leonardo piange e dice alla moglie il suo tormento e il pentimento e l'ammirazione per lei e la gratitudine.
Ersilia gli domanda perché soffre, se ha con sé la figlia; e Leonardo le risponde che quella donna gliela vorrebbe togliere, perché egli non basta a mantenerla e perché non vuol piú vederlo in quelle smanie.
"Ah, sí?" grida Ersilia.
"Questo vorrebbe? E allora...".
Il suo piano è fatto.
Ella comprende che non può riavere il marito se non cosí, cioè a patto d'avere insieme la figlia Non gliene dice nulla; e, poiché egli chiede il perdono, glielo accorda, ma nello stesso tempo si svincola dalle braccia di lui e lo costringe ad andar via: "No, no", gli dice.
"Ora tu non puoi piú rimanere qui! Due case, no; qua io e là tua figlia, no! Va' va': so quello che tu desideri: va'!".
E lo manda via a forza, e subito com'egli esce, scoppia in un pianto di gioja.
Il terzo atto doveva svolgersi nel nido di spine, in casa di Elena Orgera.
Leonardo è venuto a trovar la bambina, ma si è dimenticato di portarle un regaluccio che le aveva promesso.
La bambina, Dinuccia, ha pianto molto aspettandolo; ora si è addormentata di là.
Leonardo dice che tornerà presto col giocattolo e va via.
La bimba, che ha ormai cinque anni, si sveglia; viene in iscena, domanda del babbo e vuole che la mamma le parli del regalo ch'egli le porterà: una campagna con tanti alberetti e le pecorelle e il cane e il pastore.
Si sente sonare alla porta.
(Eccolo!) dice la madre.
E la bimba vuole andar lei ad aprire.
Si ripresenta poco dopo su la soglia, tutta confusa, con una signora velata.
È Ersilia Arciani, che ha veduto andar via dalla casa il marito e non sospetta ch'egli debba tra poco ritornare.
Sospetta Elena, invece, una congiura tra la moglie e il marito per portarle via la figlia; e grida, minaccia di chiamar ajuto, inveisce, smania.
Invano Ersilia tenta di calmarla, di dimostrarle che il suo sospetto è infondato, ch'ella non vuole né può farle alcuna violenza; che è venuta a parlare al suo cuore di madre, per il bene della sua bambina, la quale sarebbe adottata, uscirebbe dall'ombra della colpa, sarebbe ricca e felice; invano poi le grida ch'ella non ha il diritto di pretendere ch'egli abbandoni la figlia, se lei non vuol cederla.
L'uscio di casa è rimasto aperto per la confusione della bambina nel vedersi innanzi quella signora invece del babbo; e Leonardo, entrando in quel punto, si trova in mezzo alla contesa delle due donne, stupito di veder lí la moglie.
La bambina ode la voce del padre e picchia all'uscio della camera ove Elena è corsa a rinchiuderla appena Ersilia Arciani sè svelata.
Ora ella apre di furia quell'uscio, si toglie in braccio la piccina e grida ai due d'andar via, subito, via! A questo scatto, Leonardo, percosso, si rivolge alla moglie e la spinge ad abbandonare quell'impresa disumana e a ritrarsi.
Ersilia se ne va.
E allora nell'animo di Elena, che ha veduto in sua presenza scacciata la moglie, segue all'orgasmo la confusione, lo smarrimento, e vorrebbe che Leonardo subito corresse a raggiunger la moglie e andasse via per sempre con lei.
Ma Leonardo, al colmo dell'esasperazione, le grida: "No!" e si prende tra le gambe la piccina e le dà il regaluccio e comincia a disporre, nella scatola, la cascina, gli alberetti, le pecorelle, il pastore, il cane, tra le risa, i gridi di gioja, le liete domande infantili di Dinuccia.
Elena, ascoltando quelle domande della bimba e le rispose del padre angosciato, ripensa a tutto ciò che le ha detto colei che se n'è andata, su l'avvenire della sua piccina, e tra le lagrime comincia a rivolgere a Leonardo, tutto intento alla gioja della figliuola, qualche domanda: "Diceva, l'adozione...
ma è possibile?" e Leonardo non le risponde e seguita a parlare delle pecorelle e del cane con la bambina.
Ivi a poco, un'altra domanda di Elena, o una considerazione amara su lei o su Dinuccia, se mai ella...
Leonardo non ne può piú; balza in piedi; prende in braccio la figlia e le grida: "Me la dài?" ("No! no! no!" risponde a precipizio Elena, strappandogliela e cadendo in ginocchio innanzi alla piccina abbracciata: "Non è possibile, no! ora non posso, ora non posso! Vattene! vattene! Poi...
chi sa! se ne avrò la forza, per lei! Ma ora vattene! vattene! vattene!".
Ecco, sí, poteva esser questo il dramma.
Ella lo vedeva chiaro innanzi a sé, tutto, fin nei particolari dell'architettura scenica.
Ma che lo dovesse al suggerimento del Baldani, la irritava.
E non si sentiva attratta da esso minimamente.
Non aveva mai lavorato cosí, volendo e costruendo la sua opera.
L'opera, appena intuita, s'era sempre voluta invece lei stessa prepotentemente, senza che ella provocasse nel suo spirito alcun movimento atto a effettuarla.
Ogni opera in lei s'era sempre mossa da sé, perché da sé soltanto s'era voluta; ed ella non aveva mai fatto altro che obbedire docile e con amor seguace a questa volontà di vita, a ogni suo spontaneo movimento interiore.
Or che la voleva lei e doveva darle lei il movimento, non sapeva piú come cominciare, da che parte rifarsi.
Si sentiva arida e vuota, e in quell'aridità e in quel vuoto smaniava.
La vista di Giustino, il quale non osava chiederle notizia del lavoro, a cui fingeva di saperla ritornata, e faceva di tutto perché ella credesse che di questo egli fosse certo, appartandola, imponendo a Èmere silenzio, allontanando da lei ogni cura della casa, le suscitava ogni volta tale stizza, che sarebbe trascesa in escandescenze, se la nausea di altre piú volgari da parte di lui non l'avesse trattenuta.
Avrebbe voluto gridargli:
- Smettila! Rispàrmiati codeste finzioni! Io non fo nulla, e tu lo sai! Non posso e non so piú far nulla, cosí, già te l'ho detto! Èmere può anche fischiare, in maniche di camicia, lavorando, e rovesciar seggiole e romperti tutti codesti famosi mobili del Ducrot: io ne godrei tanto, caro mio! Mi metterei io a romper tutto, tutto, tutto qua dentro, e anche le mura se potessi!
Quel che aveva avvertito tanti e tanti anni fa, a Taranto, per una causa molto minore, allorché il padre aveva voluto mandare a stampa le prime sue novelle, che cioè il pensiero della lode, con cui queste erano state accolte, s'era interposto tra lei e le nuove cose che avrebbe voluto descrivere e rappresentare, turbandola cosí che per circa un anno non aveva potuto piú toccar la penna, avvertiva adesso, la stessa confusione, la stessa ambascia, la stessa costernazione, ma centuplicate.
Anziché infiammarla, il recente trionfo la assiderava; anziché sollevarla, la schiacciava, la annientava.
E se cercava di riscaldarsi, sentiva subito che il calore che si dava era artificiale; e se cercava di rilevarsi da quell'avvilimento, da quella prostrazione, sentiva nello sforzo irrigidirsi, vanamente impettita.
Quasi inevitabilmente quel trionfo la induceva a strafare.
E ora, per non strafare, ecco l'eccesso opposto: l'arido stento, la rigida nudità scheletrica.
Cosí, come uno scheletro, nell'arido stento di quel lavoro forzato, le veniva fuori penosamente il nuovo dramma, rigido, nudo.
- Ma no, perché? Ma se va benissimo! - le disse il Baldani, quand'ella, per far tacere il marito, gli lesse il primo atto e parte del secondo.
- È del carattere di questa vostra stupenda creatura, di Ersilia Arciani, tanta sostenutezza austera, questa che a voi sembra rigidità.
Va benissimo, vi assicuro.
L'anima e i modi di Ersilia Arciani, debbono governare cosí tutta l'opera, per necessità.
Seguitate, seguitate.
D'altra guida, d'altro consiglio, in difetto dell'estro, Silvia sentiva bisogno in quel momento.
Era stata notata da tutti l'assenza di Maurizio Gueli, la sera dell'inaugurazione.
Molti, e certo non senza malignità, avevano domandato quella sera a Giustino:
- E il Gueli? non viene?
E Giustino di rimando:
- Ma è a Roma? Mi hanno detto che è in villa, a Monteporzio.
Anche da Silvia, specialmente alcune signore, cosí senza parere, avevano voluto notizie del Gueli.
Silvia sapeva che, o per gelosia o per invidia o, a ogni modo, per ferirla, donne e letterati si sarebbero messi o prima o poi a malignar su lei.
Il marito stesso, del resto, era il primo a dare, senza bisogno, pretesto e materia alla malignità.
E con un siffatto marito ella stessa ormai riconosceva che sarebbe stato quasi impossibile rimanere insospettata.
Il suo stesso amor proprio, irresistibilmente, l'avrebbe tratta per tanti segni a far nascere sospetti, perché ella non poteva sottostare piú, innanzi agli occhi di tutti, al ridicolo di cui egli la copriva, fingendo di non accorgersene ancora.
Doveva per forza, in qualche modo, dimostrare di provarne o dolore e dispetto, e forse avrebbe fatto peggio, perché si sarebbe troppo avvilita e tutti allora ne avrebbero approfittato per addolorarla e indispettirla ancor piú; o lo stesso piacere degli altri, e allora, se da un canto si sarebbe in parte salvata dall'avvilimento, non poteva piú lei stessa dall'altro pretendere che si francasse dai piú tristi giudizii della gente.
Può, impune, una donna deridere apertamente il proprio marito? Né ella, del resto, con intenzione o per finzione avrebbe saputo farlo.
Ma temeva lo facesse, contro la sua volontà, per irresistibile reazione, il suo stesso amor proprio.
Ed ecco inevitabili i sospetti e le malignità.
No no, davvero, ella non poteva piú in alcun modo durare, schietta e onesta, in quelle condizioni.
Fu lieta dell'assenza del Gueli, la sera dell'inaugurazione.
Lieta, non tanto perché veniva meno una ragione di malignare piú forte delle altre, essendo già nota a tutti la simpatia del Gueli per lei, quanto perché, dopo quella lettera ch'egli le aveva inviato a Cargiore, non lo avrebbe ella stessa veduto volentieri.
Non ne sapeva ancor bene il perché.
Ma il pensiero che la simpatia del Gueli, ben nota a lei anche per via segreta e per una ragione di cui in principio s'era sdegnata, désse pretesto a malignità, la feriva molto piú che ogn'altro sospetto che potesse sorgere o per il Betti o per il Luna o per il Baldani, per chiunque altro.
Ella non avrebbe mai, con nessuno, ingannato il marito.
Per quanto si fosse franta al tumulto di tanti nuovi pensieri e sentimenti la compagine della sua prima coscienza, per quanto l'ira, il dispetto, che la condotta del marito le suscitava, potessero incitarla a vendicarsi, questo credeva ancora di poter sicuramente affermare a se stessa: che nessuna passione, nessun impeto di ribellione la avrebbero mai travolta fino al punto di venir meno al suo debito di lealtà.
Se domani non avesse piú saputo resistere a convivere in quelle condizioni col marito; se, non pure indifesa, ma quasi indotta e spinta, col cuore ormai non solamente vuoto d'affetto per lui, ma anche repugnante ed affogato di nausea e di tristezza, si fosse sentita avviluppare e trascinare da qualche disperata passione, ella no, non avrebbe ingannato a tradimento, mai.
Lo avrebbe detto al marito, e a qualunque costo avrebbe salvato la sua lealtà.
Purtroppo nulla piú in quella casa aveva potere di trattenerla con la voce degli antichi ricordi.
Quella era per lei una casa quasi estranea, da cui le poteva esser facile andar via; le destava attorno di continuo l'immagine d'una vita falsa artificiale, vacua, insulsa, alla quale, non persuasa piú da alcun affetto, non riusciva ad accostumarsi, e che anzi l'obbligo ormai imprescindibile del suo lavoro le rendeva odiosa.
E neppure da quel lavoro forzato le era concesso di trar la soddisfazione ch'esso, se non a lei, serviva almeno a far piacere a un altro che gliene restasse grato.
Grata doveva restar lei, per giunta, al marito che la trattava come il villano tratta il bue che tira l'aratro, come il cocchiere tratta la cavalla che tira la vettura, che l'uno e l'altro si prendono il merito della buona aratura e della bella corsa e vogliono esser poi ringraziati del fieno e della stalla.
Ora, della simpatia piú o meno sincera che le dimostravano i Baldani, i Luna, adesso anche il Betti, tutti quei giovani letterati e giornalisti chiomati e vestiti di soperchio, ella poteva non fare alcun caso né apprensionirsi affatto; paura aveva invece di quella del Gueli, che come lei sapeva avviluppato da una miseria tragica e ridicola a un tempo, che gli toglieva il respiro (cosí le aveva scritto); paura aveva del Gueli, perché piú d'ogni altro poteva leggerle in cuore; perché della presenza e del consiglio di lui ella in quel momento infastidita, urtata dalla frigida e spavalda saccenteria del Baldani, sentiva cosí acuto e urgente bisogno.
Chiusa lí nello studio, si sorprendeva con gli occhi attoniti e lo spirito sospeso, tutta intenta a seguir pensieri, da cui si riscoteva con orrore.
Erano quei pensieri come una scala agevole, per cui ella - ecco - poteva scendere anche alla sua perdizione; erano una sequela di scuse per tranquillare la coscienza antica, per mascherar l'aspetto odioso di un'azione che quella coscienza antica le rappresentava ancora come una colpa, e attenuar la condanna della gente.
La serietà austera, l'età del Gueli non farebbero sospettare ch'ella per basso pervertimento cercasse in lui l'amante, anziché una guida degna e quasi paterna, un nobile compagno ideale.
E parimenti forse il Gueli in lei soltanto e per lei troverebbe la forza di rompere il tristo legame con quella donna che da tanti anni lo opprimeva.
E il figlio?
Per un momento, questo nome, gittandosi attraverso quel torbido immaginare, lo disperdeva.
Ma subito l'idea del figlio le richiamava con angoscia alla memoria un ordine di vita una castità di cure, un'intimità santa, che altri e non lei aveva voluto violentemente spezzare.
Se ella avesse potuto aggrapparsi al figlio che le era stato strappato e non pensare né attender piú a nulla, avrebbe trovato certamente nel suo bambino la forza di chiudersi tutta nell'ufficio della maternità e di non esser piú altro che madre, la forza di resistere a ogni tentazione d'arte per non dar piú pretesto al marito d'offenderla e di ridurla alla disperazione con quel furor di guadagni e quello spettacolo di bravure.
A un solo patto avrebbe potuto seguitare a convivere col marito, cioè a patto di rinunziare all'arte.
Ma poteva piú ora? Non poteva piú.
Egli ormai non aveva altro impiego che quello d'agente del suo lavoro, ed ella doveva lavorare per forza e non poteva piú, cosí: né esser madre né lavorare poteva piú.
Doveva per forza? E allora, via, via di là! via da lui.
Gli avrebbe lasciato la casa e tutto.
Cosí non poteva piú reggere.
Ma che sarebbe avvenuto di lei?
A questa domanda, tutto lo spirito le si scombujava e le si arretrava con orrore.
Ma qual gioja poteva darle il riconoscere di non aver fatto altro che immaginare? Poco dopo, ricadeva in quelle torbide immaginazioni, e, purtroppo, con minor rimorso per la stolida petulanza del marito che seguitava a importunarla quanto piú la vedeva disviata dal lavoro e smaniosa.
Per questo, quando alla fine Maurizio Gueli, inatteso, all'improvviso, si presentò nel villino con uno strano aspetto risoluto, con insoliti modi, e la guardò negli occhi e con evidente sdegno accolse tutti gl'inchini e le cerimonie e le feste di Giustino, ella si vide a un tratto perduta.
Per fortuna, sentendo il marito sfogarsi col Gueli senza nulla comprendere, a un certo punto ebbe cosí viva e forte l'impressione d'esser cacciata quasi a urtoni e a percosse e tirata per i capelli a commettere una follia, ebbe tanta vergogna del suo stato e tale onta ne provò, che poté avere contro il Gueli uno scatto di fierezza, allorché questi, prendendo ardire dall'aspetto scombujato di lei, si rivoltò aspramente contro il marito e per poco non lo trattò in sua presenza da volgare sfruttatore.
Allo scatto impreveduto, il Gueli restò come percosso in capo.
- Comprendo...
comprendo...
comprendo...
- disse, chiudendo gli occhi, con un tono e un'aria di cosí intensa profonda disperata amarezza, che apparve subito chiaro agli occhi di Silvia che cosa egli avesse compreso senza né sdegno né offesa.
E se ne andò.
Giustino, stordito e stizzito da un canto, mortificato dall'altro per il modo com'il Gueli era andato via, non volendo dire né in sua difesa né contro quello, pensò bene di togliersi di perplessità rimproverando alla moglie la violenza con cui...
- ma potè appena accennare il rimprovero: Silvia gli si fece innanzi, a petto, tutta vibrante e stravolta, gridando:
- Va' via! taci! O mi butto dalla finestra!
Comando e minaccia furon cosí fieri e perentorii, l'aspetto e la voce cosí alterati, che Giustino s'insaccò nelle spalle e uscí cucciolo cucciolo dallo studio.
Gli parve che la moglie volesse impazzire.
O che le era accaduto? Non la riconosceva piú! - Mi butto dalla finestra...
taci!...
va' via!- Non si era mai permessa di parlargli co