GIUSTINO RONCELLA NATO BOGGIOLO, di Luigi Pirandello - pagina 2
...
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- Sedete.
Che posso offrirvi per sedarvi lo spirito esagitato?
E cosí gonfiando le parole, lo guardò con aria di benevola canzonatura, strizzando un poco gli occhi e piegando il capo sul collo nudo provocante.
- Nulla? Proprio nulla? Del resto, sapete? state bene cosí: un po' scomposto.
Ve l'ho sempre detto: una...
una nuance di brutalità v'andrebbe a maraviglia.
Ma giú, giú quella mano, in nome di Dio! Sempre tra i capelli.
L'avete bella, lo sappiamo!
- Per favore, Dora! - sbuffò il Raceni.- Non ne posso piú! Sono cosí esasperato!
Dora Barmis scoppiò di nuovo a ridere, poggiando le mani sulla scrivania e rovesciandosi indietro.
- Per il banchetto? - poi disse.
- Ma dunque proprio? Mentre i miei fratelli proletarii reclamano...
- Non scherziamo, vi prego, Dora, o me ne vado! - minacciò il Raceni.
La Barmis si levò in piedi.
- Vi pare ch'io scherzi? Vi dico sul serio.
Non mi affannerei tanto, se fossi in voi.
Silvia Roncella...
ma prima di tutto ditemi com'è: mi muojo dalla curiosità di conoscerla.
Ancora non riceve?
- Eh no! Non hanno ancora trovato casa, poverini.
La vedrete al banchetto.
- Datemi un po' di fuoco, e poi rispondetemi francamente.
Accese la sigaretta, chinandosi e scoprendo tutto il seno attraverso la scollatura, nel protendere il volto verso il fiammifero.
Poi, tra il fumo, domandò:
- Ne siete già innamorato?
- Siete matta? - scattò il Raceni.
- Non mi fate arrabbiare.
- Bruttina, allora?
Il Raceni non rispose.
Accavalciò una gamba su l'altra; alzò la faccia al soffitto; chiuse gli occhi.
- Ah no, caro!- esclamò la Barmis.- Cosí non ne facciamo niente.
Siete venuto da me per ajuto; dovete prima soddisfare la mia curiosità.
- Ma scusatemi! - tornò a sbuffare il Raceni, sgruppandosi.
- Mi fate certe domande!
- Ho capito, - disse allora la Barmis.
- Qui sta tra due: o ne siete davvero innamorato, o dev'essere bruttina sul serio.
Sú via, rispondete: come veste? Male, senza dubbio.
- Maluccio.
Inesperta, capirete.
- Capito, capito.
Diciamo, se non vi dispiace, un'anatroccola arruffata.
Aspettate, - aggiunse poi, accostandoglisi.
- Vi casca la spilla...
Uh, e come vi siete annodata codesta cravatta?
- Mah, - fece il Raceni.
- Tra quel...
S'interruppe.
Il volto di Dora gli stava troppo vicino.
Intenta a riannodargli la cravatta, si sentí guardata.
Quand'ebbe finito, gli diede un biscottino sul naso e, sorridendogli d'un sorriso indefinibile:
- Dunque? - gli domandò.
- Dicevamo...
ah, la Roncella! Non vi piace anatroccola? Scimmietta, allora.
- V'ingannate, - rispose il Raceni.
- È bellina, v'assicuro.
Poco appariscente, forse; ma ha certi occhi!
- Neri?
- No, chiari, soavissimi.
E un sorriso molto intelligente.
Dev'esser buona, tanto!
Dora Barmis lo investí:
- Buona avete detto? buona? Ma andate là! Chi ha scritto La casa dei nani non può essere buona, ve lo dico io.
- Eppure...
- Ve lo dico io! Quella lí, caro, dev'aver dentro uno spirito affilato come un pugnale.
No.
Piuttosto come un rasojo.
E dite un po', è vero che ha un porro peloso qua, sul labbro?
- Un porro?
- Peloso, qua.
- Non me ne sono accorto.
Ma no, chi ve l'ha detto?
- Me lo sono immaginato.
Per me, la Roncella deve avere un porro peloso sul labbro.
Mi è parso di vederglielo sempre, leggendo le sue cose.
E dite: il marito? Com'è il marito?
- Lasciatelo perdere! - rispose impaziente il Raceni.
- Parliamo sul serio, adesso, vi prego.
- Del banchetto? Sentite: la Roncella, caro, non è piú per noi.
Troppo, troppo alto ormai ha spiccato il volo la vostra colombella: ha valicato le Alpi e il mare; andrà a farsi il nido lontano lontano, con molte pagliuzze d'oro, nelle grandi riviste di Francia, di Germania, d'Inghilterra.
Come volete che deponga piú qualche ovetto azzurro, sia pur piccolo piccolo cosí, su l'ara delle nostre povere Grazie?
- Ma che ovetti! che ovetti! - fece, scrollandosi, il Raceni.- Né ovetti di colomba, né uova di struzzo.
Non scriverà piú per nessuna rivista, la Roncella.
Si darà tutta al teatro.
- Al teatro? Ah sí? - esclamò la Barmis, incuriosita.
- Mica a recitare! Non ci mancherebbe altro! A scrivere.
- Per il teatro?
- Già.
Perché il marito...
- Ah giusto! il marito! Come si chiama?
- Boggiòlo.
- Sí sí, ricordo, Boggiòlo.
E scrive anche lui, Boggiòlo?
- Eh altro! All'archivio notarile.
- Oh Dio! Notajo?
- Archivista.
Bravo giovane.
Basta, vi prego.
Voglio uscire al piú presto da questa briga.
Avevo con me la lista degli invitati, e quei cani...
Ma vediamo un po' di rifarla.
Scrivete.
Oh, sapete che il Gueli ha aderito? È la prova piú certa ch'egli stima davvero la Roncella, come dicevano.
Dora Barmis rimase un po' assorta a pensare; poi disse:
- Non capisco.
Il Gueli...
Mi pare cosí diverso!
- Non discutiamo, - troncò il Raceni.
- Scrivete: Maurizio Gueli.
- Aggiungo tra parentesi, se non vi dispiace, permettendo la Frezzi.
Poi?
- Il senatore Borghi.
- Ha accettato?
- Eh, perbacco, presiederà! Scrivete: donna Francesca Lampugnani.
- La mia simpatica presidentessa, sí, sí.
Cara, cara, cara!
- Donna Maria Rosa Borné-Laturzi, - seguitò a dettare il Raceni.
- Oh Dio! - sbuffò la Barmis.
- Quell'onesta gallina faraona?
- È decorativa, scrivete.
Poi: Filiberto Litti.
- Di bene in meglio! - approvò la Barmis.
- L'archeologia accanto all'antichità! E dite, Raceni: il banchetto lo faremo tra le rovine del Foro?
- Già, a proposito! - esclamò il Raceni.
- Dobbiamo ancora stabilire il luogo, e se di sera o di mattina.
- Di sera? No! Siamo in primavera.
Bisogna farlo di giorno, in un bel posto, fuori.
Aspettate: al Castello di Costantino.
Ecco.
Delizioso.
Nella sala vetrata, con tutta la campagna davanti...
i monti Albani...
i Castelli...
e poi, di fronte, il Palatino...
Sí, sí, là! Sarà un incanto! Senz'altro!
- Vada per il Castello di Costantino, - disse il Raceni.
- Andremo insieme domani, se non vi dispiace, a dare le ordinazioni.
Saremo, credo, una trentina.
Sentite, Giustino mi si è tanto raccomandato...
- Chi è Giustino?
- Ma il marito, ve l'ho detto, Giustino Boggiòlo, santo cielo! Mi si è tanto raccomandato per la stampa.
Vorrebbe molti giornalisti.
Ho invitato il Lampini.
- Ah, Ciceroncino, bravo!
- E, mi pare, altri quattro o cinque, non so: Barduzzi, Centanni, Federici e quello...
come si chiama? della Capitale...
- Mola?
- Mola.
Segnateli.
Ci vorrebbe qualche altro un po' piú...
un po' piú...
Venendo il Gueli, capirete...
Per esempio, Casimiro Luna.
- Aspettate, - disse la Barmis.
- Se viene donna Francesca Lampugnani, non sarà difficile trascinare il Betti.
- Ma ha scritto male della Casa dei nani, il Betti, non avete visto?
- Meglio, anzi! Invitatelo.
Ne parlerò poi io a donna Francesca.
Quanto a Miro Luna non dispero di trascinarlo con me.
- Fareste felice il Boggiòlo, felice addirittura! Oh, segnate intanto l'onorevole Carpi, e quello zoppetto, il poeta...
- Ah, Zago, sí! Carino, poveretto! Che bei versi sa fare! L'amo, sapete? Guardate lí il ritratto.
Me lo son fatto dare.
Non vi sembra Leopardi con gli occhiali?
- Faustino Toronti, - seguitò a dettare il Raceni.- E il Jàcono...
- No!- gridò Dora Barmis, scaraventando la penna.- Avete invitato anche Raimondo Jàcono, quell'odiosissimo napoletanaccio? Non vengo piú io, allora! Jettatore! Jettatore! Toccate ferro, per carità!
- Abbiate pazienza, non ho potuto farne a meno, - rispose dolente il Raceni.
- Era con lo Zago...
Invitando l'uno, ho dovuto invitare anche l'altro.
- E allora io vi impongo Flavia Morlacchi, - disse la Barmis.
- Qua: Fla-vi-a Morlacchi.
Staranno bene insieme.
Il cane e la gatta.
- Speriamo che non tornino a mordersi e a sgraffiarsi!
Rileggendo, poco dopo, la lista, s'indugiarono tutte due a far girare come una mola d'arrotino questo o quel nome per il gusto di affilare il taglio, ancora un po', alla loro lingua che non ne aveva bisogno.
Tanto che alla fine un moscone, che se ne stava quieto a dormire tra le pieghe d'una portiera, si destò e con molto slancio volle entrar terzo nella conversazione.
Ma Dora mostrò d'averne terrore, piú che ribrezzo, e prima s'aggrappò al Raceni, stringendoglisi forte contro il petto, cacciandogli i capelli odorosi sotto il mento; poi scappò a chiudersi nell'alcova, gridando dietro l'uscio che non sarebbe rientrata, se lui prima non faceva andar via per la finestra o non uccideva quell'orribile bestia.
- Ve la lascio qua, e me ne vado - le disse placidamente il Raceni, prendendo la nuova lista dalla scrivania.
- No, per carità, Raceni! - scongiurò Dora di là.
- E allora aprite!
- Ecco, apro, ma voi...
oh! che fate? No! Entra il moscone, Dio, Raceni!
- E fate presto!
Attraverso lo spiraglio le due bocche s'erano congiunte e lo spiraglio a mano a mano s'allargava, quando dalla via s'intesero gli strilli di parecchi giornalai:
- Terza edizioneee! Quattro morti e venti feritííí! Lo scontro con la truppààà! L'eccidio di Piazza Navonààà!
Attilio Raceni si staccò, pallido, dal bacio:
- Sentite? Quattro morti...
Ma perdio! non hanno proprio da fare costoro? E ci potevo essere anch'io là in mezzo, pensate!
Dei trenta che dovevano partecipare al banchetto sú al Castello di Costantino solo cinque a mezzogiorno erano venuti, che si pentivano in segreto della loro puntualità, temendo potesse parere soverchia premura o troppa degnazione.
Prima fra tutti era venuta Flavia Morlacchi, poetessa, romanziera e anche drammaturga.
Gli altri quattro, sopraggiunti, la avevano lasciata in disparte.
Erano il vecchio professore d'archeologia e poeta dimenticato Filiberto Litti, il novelliere piacentino Faustino Toronti, lezioso e casto, il grasso romanziere napoletano Raimondo Jàcono e il poeta veneziano Cosimo Zago, rachitico e zoppo d'un piede.
Stavano tutte cinque nel terrazzo, davanti la sala vetrata.
Filiberto Litti, lungo asciutto legnoso, con baffoni bianchi e moschetta, un pajo d'enormi orecchie carnose e paonazze parlava, balbutendo un po', delle rovine del Palatino come di cosa sua.
Faustino Toronti ormai vecchiotto anche lui, cosí che non pareva, sarchiati i capelli su gli orecchi e i baffetti ritinti, fingeva d'ascoltarlo.
Raimondo Jàcono voltava le spalle alla Morlacchi e guardava compassionevolmente lo Zago, il quale ammirava nella fresca limpidezza di quel dolcissimo giorno d'aprile tutto il verde paese che si scopriva di là.
Arrivava appena al parapetto del terrazzo, il poverino; ancora con un vecchio pastrano inverdito che gli sgonfiava da collo; aveva posato su la cimasa una mano nocchieruta, dalle unghie rose, deformata dallo sforzo continuo di spingere la stampella, e ora, socchiudendo gli occhi dolenti dietro gli occhiali, ripeteva come se non avesse mai goduto in vita sua di tanta festa di luce e di colori:
- Che incanto! Come è bello questo sole! Che vista!
- Già...
già...
- masticò il Jàcono.
- Molto bello.
Non svenire.
Peccato che...
- Quei monti là...
guarda, fragili, quasi...
sono ancora gli Albani?
- Gli Appennini o gli Albani...
domandalo al professor Litti, che è archeologo.
- E...
e che ci han da fare, scusi, i monti, scusi, con...
con l'archeologia? - domandò un po' risentito il Litti.
- Professore, voi che dite!- esclamò il napoletanaccio.
- Monumenti della natura, della piú venerabile antichità.
Altro che le fesseríe degli uomini andate a male! Peccato che...
dicevo...
sono le dodici e mezzo, ohé! Ho fame io.
La Morlacchi, di là, fece una smorfia di disgusto.
Gonfiava in silenzio, ma si fingeva incantata anche lei, come lo Zago, dello stupendo paesaggio.
Gli Appennini o gli Albani? Non lo sapeva neanche lei.
Ma che importava il nome? Nessuno come lei, piú di lei, sapeva intenderne l'"azzurra" poesia.
E domandò a se stessa se la parola colombario...
austero colombario, avrebbe reso bene l'immagine di quelle rovine del Palatino: occhi ciechi, occhi d'ombra dello spettro romano feroce e glorioso, indarno aperti ancora là, sul colle, allo spettacolo della verde vita maliosa di questo Aprile d'un tempo lontano.
Di questo Aprile d'un tempo lontano...
Bel verso! Languido...
E abbassò su gli occhi torbidi e scialbi le grosse pàlpebre.
Aveva spiccato dalla natura e dalla storia il fiore d'una bella immagine, in grazia della quale poteva non pentirsi piú, ora, d'essersi abbassata a fare onore a quella Silvia Roncella, tanto piú giovine di lei, ancor quasi principiante, inculta e digiuna affatto di poesia.
Volse, cosí pensando, con atto di sdegno la faccia ruvida, in cui spiccavano violentemente le tumide labbra dipinte, verso quei quattro che non si curavano di lei; eresse il busto e sollevò una mano sovraccarica d'anelli per palparsi lievemente su la fronte il crine che pareva di capecchio.
Forse lo Zago meditava anche lui una poesia, pinzandosi con le dita gl'ispidi peluzzi neri sparsi sul labbro.
Ma per comporre aveva bisogno di saper prima tante cose, lui, che non voleva piú domandare a uno che dichiarava d'aver fame davanti a uno spettacolo come quello.
Sopravvenne, saltellando secondo il solito suo, il giovine giornalista Tito Lampini, Ciceroncino come lo chiamavano, autore anche lui di un volumetto di versi; smilzo, dalla testa secca, quasi calva, su un collo stralungo riparato da un solino alto per lo meno otto dita.
La Morlacchi lo investí con voce stridula:
- Ma che modo è codesto, Lampini? Si dice per mezzodí; a momenti è il tocco; non si vede nessuno...
Il Lampini s'inchinò, aprí le braccia, si volse sorridendo agli altri quattro e disse:
- Scusi, ma che c'entro io, signora mia?
- Voi non centrate, lo so, - riprese la Morlacchi.
- Ma il Raceni, almeno, come ordinatore del banchetto...
- Ar...archi...architriclino, già, - corresse timidamente con la lingua imbrogliata, ponendosi una mano davanti la bocca, il Lampini, e guardando l'archeologo professor Litti per fargli vedere che lo sapeva.
- Già, va bene; ma avrebbe dovuto trovarsi qua, mi sembra.
Non è piacevole, ecco.
- Ha ragione, non è piacevole; ma io sono qua un invitato come lei, signora.
Permette?
E il Lampini, tornando a inchinarsi frettolosamente, andò a stringere la mano al Litti, al Toronti, al Jàcono.
Non conosceva lo Zago.
- Sono venuto in vettura, io, anzi, temendo di far tardi, - annunziò.
- Ma già viene qualche altro.
Ho visto per la salita donna Francesca Lampugnani e il Betti e anche la Barmis con Casimiro Luna.
Guardò nella sala vetrata, dov'era già apparecchiata la lunga tavola adorna di molti fiori e con una fronda d'edera serpeggiante tutt'in giro; poi si rivolse alla Morlacchi, dolente ch'ella se ne stésse là in disparte, e disse:
- Ma la signora, scusi, non potrebbe?...
Raimondo Jàcono lo interruppe a tempo:
- Di', Lampini, tu che ti ficchi da per tutto: la hai già veduta, codesta Roncella?
- No.
Tant'è vero che non mi ficco affatto.
Non ho avuto ancora il piacere e l'onore...
E il Lampini, inchinandosi una terza volta, mandò un sorriso gentile alla Morlacchi.
- Molto giovane? - domandò Filiberto Litti, stirandosi e guardandosi sottecchi uno dei lunghissimi baffi bianchi, che parevano finti, appiccicati nella faccia legnosa.
- Ventiquattr'anni, dicono, - rispose Faustino Toronti.
- Fa anche versi? - tornò a domandare il Litti, stirandosi e guardandosi l'altro baffo, adesso.
- No, per fortuna! - gridò il Jàcono.
- Professore, voi ci volete tutti morti! Un'altra poetessa in Italia? Di' di', Lampini, e il marito?
- Sí, il marito sí, - disse il Lampini.
- È venuto la settimana scorsa in redazione per avere una copia del giornale con l'articolo di Betti su La casa dei nani.
- E come si chiama?
- Il marito? Non lo so.
- Mi par d'aver inteso Bòggiolo, - disse il Toronti.- O Boggiòlo.
Qualcosa cosí.
- Grassottino, belloccio, - aggiunse il Lampini, - occhiali d'oro, barbetta bionda, quadra.
E deve avere una bellissima calligrafia.
Si vede dai baffi.
I quattro risero.
Sorrise anche di là, senza volerlo, la Morlacchi.
Vennero sul terrazzo, tirando un gran sospiro di soddisfazione, la marchesa donna Francesca Lampugnani, alta, dall'incesso maestoso, come se recasse sul seno magnifico un cartellino con la scritta: Presidentessa del circolo di coltura feminile, e il suo bel paladino Riccardo Betti, che nello sguardo un po' languido, nei mezzi sorrisi sotto gli sparsi baffi biondissimi e nei gesti e nell'abito, come nella prosa de suoi articoli, affettava la dignità, la misura, la correttezza, le maniere tutte insomma del...
no, du vrai monde.
Tanto il Betti quanto Casimiro Luna erano venuti unicamente per far piacere a donna Francesca che, in qualità di presidentessa del Circolo di coltura femminile, proprio non poteva mancare a quel banchetto.
Appartenevano al fior fiore del giornalismo, tra diplomatico e mondano, genere particolare, e non avrebbero mai degnato della loro presenza quella riunione di letterati.
Il Betti lo dava a divedere chiaramente; Casimiro Luna, invece, piú gajo, irruppe romorosamente nel terrazzo con Dora Barmis.
Passando per l'andito, aveva dato della gran toppa del Castello di Costantino e dell'enorme chiave di cartone, esposte lí per burla, una spiegazione di cui la Barmis, ridendo, si fingeva scandalizzata, e aveva già chiesto ajuto alla Marchesa, e ora, in quel suo italiano che voleva a tutti i costi parer francese:
- Ma io vi trovo abominevole, - protestava, - abominevole, Luna! Che è questo continuo, odioso persifflage?
Lei sola, dei quattro nuovi venuti, s'accostò dopo quello sfogo alla Morlacchi e la trasse a forza con sé nel gruppo, non volendo perdere le altre salaci arguzie del "terribile" Luna.
Il Litti, seguitando a stirarsi ora questo ora quel baffo e ora il collo, come se non riuscisse mai ad assettarsi bene la testa sul busto, guardava adesso quella gente, ne ascoltava la chiacchiera volubile, e sentiva a mano a mano infocarsi vieppiú le grosse orecchie carnose.
Pensava che tutti costoro vivevano a Roma come avrebbero potuto vivere in qualunque altra città moderna, e che la nuova popolazione di Roma era composta di gente come quella, fatua e bastarda.
Che sapevano di Roma tutti costoro? Tre o quattro frasucce retoriche.
Che visione ne avevano? Il Corso, il Pincio, i caffè, i salotti dei palazzi o i saloni dei grandi alberghi, le sale da tè, le redazioni dei giornali.
Erano come le vie nuove, le case nuove, senza storia, senza carattere; vie e case che avevano allargato la città solo materialmente, e svisandola.
Quando piú angusta era la cerchia delle mura, la grandezza di Roma spaziava e sconfinava nel mondo; ora, allargata la cerchia, eccola là, la nuova Roma.
E Filiberto Litti si stirava il collo.
Parecchi altri, intanto, erano venuti: marmaglia, che cominciava a impicciare i camerieri che recavano i serviti alle due o tre coppie di forestieri che desinavano nella sala vetrata.
Tra questi giovani, piú o men chiomati, aspiranti alla gloria, erano tre fanciulle, evidentemente studentesse di lettere: due con gli occhiali, patite e taciturne; la terza, invece, vivacissima, dai capelli rossi, tagliati a tondo maschilmente, dal visetto vispo, lentigginoso, dagli occhietti grigi, in cui la malizia pareva vermicasse: rideva, rideva, si buttava via dalle risa, e promoveva una smorfia tra di sdegno e di pietà in un uomo grave, anziano, che s'aggirava tra tanta gioventú non curato.
Era Mario Puglia, che in altri tempi aveva cantato con un certo impeto artificiale e con volgare abbondanza.
Ora si sentiva già entrato nella storia, e non cantava piú.
Era però rimasto zazzeruto e con molta forfora sul bavero della vecchia redengote.
Casimiro Luna, che lo contemplava da un pezzo, accigliato, a un certo punto sospirò e disse piano:
- Chi sa dov'ha lasciato la chitarra...
- Cariolin Cariolin! - gridarono alcuni in quel momento, facendo largo a un omettino profumato, elegantissimo, che pareva fatto e messo in piedi per ischerzo, con una ventina di capelli lunghi, raffilati sul capo calvo, due violette all'occhiello e la caramella.
Momo Cariolin, sorridendo e inchinandosi, salutò tutti con ambo le mani inanellate e corse a baciar la mano a donna Francesca Lampugnani.
Conosceva tutti; non sapeva far altro che strisciar riverenze, baciare la mano alle signore, dir barzellette in veneziano; ed entrava da per tutto, in tutti i salotti piú in vista, in tutte le redazioni dei giornali, da per tutto accolto con festa; non si sapeva perché.
Non rappresentava nulla, e tuttavia riusciva a dare un certo tono alle radunanze, ai banchetti, ai convegni, forse per quel suo garbo inappuntabile, complimentoso, per quella sua cert'aria diplomatica.
Vennero con la vecchia poetessa donna Maria Rosa Bornè-Laturzi il deputato conferenziere Silvestro Carpi e il romanziere lombardo Carlino Sanna di passaggio per Roma.
La Bornè-Laturzi, come poetessa (diceva Casimiro Luna) era un'ottima madre di famiglia.
Non ammetteva che la poesia, l'arte in genere, dovesse servire di scusa al mal costume.
Per cui non salutò né la Barmis né la Morlacchi, salutò soltanto la marchesa Lampugnani perché marchesa e perché presidentessa, Filiberto Litti perché archeologo, e si lasciò baciare la mano da Cariolin, perché Cariolin la baciava soltanto alle vere dame.
Si erano formati intanto parecchi gruppi; ma la conversazione languiva.
Ciascuno era geloso di sé, costernato di sé soltanto; e questa costernazione gli impediva di pensare.
Tutti ripetevano ciò che qualcuno, facendo un grande sforzo, era riuscito a dire o sul tempo o sul paesaggio.
Tito Lampini saltellava da un crocchio all'altro, per ridire, sorridendo con la mano davanti la bocca, qualche frasuccia che gli pareva graziosa, raccolta qua e là, come se fosse venuta a lui lí per lí.
C'erano i malinconici annojati e i romorosi come il Luna.
E quelli invidiavano questi, non perché ne avessero stima ma perché sapevano che alla fine la sfrontatezza trionfa.
Essi li avrebbero molto volentieri imitati; ma, essendo timidi, e per non confessare a se stessi la propria timidezza, preferivano credere che la serietà dei loro intenti li trattenesse dal fare altrettanto.
Sconcertava tutti un lanternone squallido, biondissimo, con gli occhiali azzurri a staffa, i capelli lunghi sul lunghissimo collo.
Portava sulla finanziera una mantelletta grigia; piegava quel collo di cicogna di qua e di là e si scarniva le unghie con le dita irrequiete.
Era evidentemente uno straniero: svedese o norvegese.
Nessuno lo conosceva, nessuno sapeva chi fosse, e tutti lo guardavano con stupore e ribrezzo.
Vedendosi guardato cosí, forse con l'intenzione di sorridere, mostrava certi lunghi denti da morto, spaventosi.
Era una vera sconcezza, tra tanta vanità, quella macabra apparizione.
Dove mai era andato a dissotterrarla il Raceni?
La Barmis domandò al Luna che cosa pensasse della Roncella.
- Amica mia, un gran bene! Non ho mai letto un rigo di lei.
- E avete torto, - disse donna Francesca Lampugnani sorridendo.- V'assicuro, Luna, avete torto.
- Ne...
neanch'io veramente, - soggiunse il Litti.
- Ma...
mi pare che tutta questa fama impro...
improvvisa...
Almeno per quel che n'ho sentito dire...
- Già, - fece il Betti, tirandosi fuori i polsini con una certa sprezzatura signorile.
- Le manca un pochino troppo la forma...
- Ignorantissima! - proruppe Raimondo Jàcono.
- Ecco, - disse allora Casimiro Luna.
- Io l'amo forse per questo.
Carlino Sanna, il romanziere lombardo di passaggio per Roma, sorrise nella grinta caprigna, lasciandosi cadere dall'occhio il monocolo; si passò una mano sui capelli grigi crespi e disse piano:
- Ma offrirle un banchetto, non vi pare un pochino troppo, via?
Come dire che a Milano non l'avrebbero fatto.
- Un banchetto, sí, Dio mio, che male c'è? - domandò donna Francesca Lampugnani.
- Intanto s'improvvisa una fama! - sbuffò di nuovo il Jàcono.
- Uhhh! - fecero tutti.
E il Jàcono, acceso:
- Ne parleranno tutti i giornali!
- E poi? - fece Dora Barmis, aprendo le braccia e stringendosi nelle spalle.
La conversazione tutta un tratto s'accese.
Si misero tutti a parlare della Roncella, come se ora soltanto si ricordassero d'essere convenuti là per lei.
Nessuno se ne dichiarava ammiratore convinto.
Qua e là qualcuno le riconosceva qualche qualità, una tal quale penetrazione strana, per la cura forse troppo minuziosa, miope anzi, dei particolari, e qualche atteggiamento nu
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