GIUSTINO RONCELLA NATO BOGGIOLO, di Luigi Pirandello - pagina 28
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Ora la scalinata e il ponte di legno, le sponde naturali e quelle maestose querci erano sparite: un nuovo grande quartiere sorgeva di là dal fiume incassato tra grige dighe.
E come il fiume tra quelle dighe, come i Prati di Castello con quelle vie diritte e lunghe, ancor senza colore di tempo, la sua vita in venti anni s'era disciplinata, scolorita, ammiserita, irrigidita.
Per le due grandi finestre dello studio austero, che pareva piuttosto una sala di biblioteca, senza un quadro, senza gingilli d'arte, dalle pareti occupate tutte da alti scaffali sovraccarichi di libri, entrava l'ultimo abbagliamento purpureo del crepuscolo fiammeggiante dietro i cipressi di Monte Mario.
Sprofondato nel seggiolone di cuojo innanzi alla grande antica scrivania massiccia, Maurizio Gueli rimase un pezzo accigliato e torbido a guatar quell'ometto che quasi vaporava innanzi a lui nel purpureo abbagliamento; quell'ometto che veniva, cosí sorridente e sicuro, a cimentare il destino di due vite.
Già in due occasioni egli aveva manifestato alla Roncella la stima e la simpatia per l'opera e per l'ingegno di lei, partecipando al banchetto in suo onore, quando da poco ella era arrivata a Roma, e andando a salutarla alla stazione dopo il trionfo del dramma; le aveva poi scritto una prima volta a Cargiore, e di recente era stato a visitarla nel villino di via Plinio.
Tutte queste attestazioni di stima e di simpatia avevano potuto aver luogo durante l'una o l'altra separazione dalla Frezzi; e per esse egli aveva provato tanto piú forte il turbamento, quell'impressione di trasgredire e di far male, in quanto che subito aveva intravveduto in quella giovine, dallo spirito cosí simile al suo, per quanto ancor selvatico e inculto, quella che avrebbe potuto liberarlo dalla soggezione della Frezzi, se la troppa distanza dell'età, il dovere di lei se non verso quell'indegno marito, certamente verso il figlio, non gli avessero fatto considerare come un vero e proprio delitto il solo pensarlo.
Eppure, nella lettera che le aveva diretto a Cargiore si era lasciato andare a dirle piú che non dovesse, e ultimamente, nella visita al villino, a farle intendere assai piú che non dicesse.
Le aveva letto negli occhi lo stesso orrore che egli aveva del proprio stato e, insieme, lo stesso terrore di strapparsene; e aveva ammirato lo sforzo con cui a un tratto era riuscita a riprendersi di fronte a lui, quasi scacciandolo.
Doveva ora credere a quel che gli diceva il marito, che ella cioè lo aspettava con impazienza? Voleva dire, senza dubbio, che aveva preso una violenta, disperata risoluzione, da cui non si tornava piú indietro.
E aveva mandato proprio il marito, a invitarlo? No: questo gli parve troppo, e non da lei.
L'invito seguiva certamente al biglietto di congratulazione ch'egli le aveva scritto dopo la lettura della novella su la Vita Italiana; e quell'impazienza era forse un'aggiunta del marito.
Maurizio Gueli non avrebbe voluto riconoscerlo; ma pur vedeva chiaramente che istigatore era stato lui, due volte: con la sua visita, prima; con quel biglietto, poi.
E avendo ella resistito alla prima istigazione, quasi offendendolo, era naturale che ora, dopo quel biglietto, lo invitasse.
Doveva andare? Poteva rifiutarsi; addurre una scusa, un pretesto.
Ah, la violenza continua, in cui da venti anni era tenuta la sua vita, la continua esasperazione dell'animo lo traevano, appena solo, a eccedere inevitabilmente, a commettere atti inconsulti, a compromettere e a compromettersi.
Era infatti per lui eccesso, atto inconsulto, compromissione grave ciò che per ogni altro sarebbe stato innocuo e comunissimo atto senza conseguenze: una visita, un biglietto di congratulazione...
Egli doveva considerarli delitti, e tali in fondo ritenerli veramente nella mostruosa coscienza che quella donna gli aveva fatto, per cui avevan peso di piombo anche i piú lievi e innocenti atti della vita: uno sguardo, un sorriso, una parola...
Maurizio Gueli si sentí sollevare da un impeto di ribellione, da una prepotente foga d'orgoglio; ritorse contro la Frezzi l'irritazione che in quel momento provava per la coscienza del male che in verità credeva d'aver fatto con quella visita prima, con quel biglietto poi; e per togliersi dalla vista quel figuro là in attesa della risposta, promise che presto sarebbe venuto.
- La incoraggi, sa! - gli diceva ora Giustino, accomiatandosi, davanti alla porta.
- La spinga, la spinga anche con forza...
Questo benedetto dramma! È già alla fine del secondo atto; le manca il terzo; ma l'ha già tutto pensato; e creda che...
a me par bello, ecco; e anche...
anche il Baldani che l'ha sentito, dice che...
- Il Baldani?
Dal tono con cui il Gueli fece questa domanda, Giustino comprese d'aver toccato un tasto che non doveva toccare.
Ignorava che Paolo Baldani s'era scagliato in quei giorni con furia demolitrice, in una serie d'articoli su un giornale fiorentino, contro tutta l'opera letteraria e filosofica del Gueli, dal Socrate demente alle Favole di Roma.
- Già...
sí, è venuto a visitare Silvia, e...
- rispose impacciato, esitante.
- Silvia veramente non voleva; sono stato io...
sa? per...
per spingerla...
- Dica alla Roncella ch'io verrò da lei questa sera stessa, - troncò il Gueli, allontanandolo da sé con una quasi opaca durezza di sguardo.
Giustino si profuse in inchini e in ringraziamenti.
- Perché io parto domani per Parigi, - volle aggiungere, già sul pianerottolo, - per assistere a...
Ma il Gueli non gli diede tempo di finire: chinò appena il capo e chiuse l'uscio.
La sera andò a Villa Silvia.
Vi ritornò il giorno appresso, quando già Giustino Boggiòlo era partito per Parigi; e d'allora in poi ogni giorno, o di mattina o nel pomeriggio.
Era in entrambi la stessa coscienza, che un minimo atto, una minima concessione, un minimo abbandono, avrebbe determinato un rivolgimento assoluto e intero della loro esistenza.
Ma come sarebbe stato a lungo possibile impedirlo, se tanta era l'esasperazione delle loro anime e cosí chiaramente l'uno la avvertiva nell'altra? se i loro occhi, incontrandosi, s'abbagliavano a vicenda, le loro mani tremavano al pensiero d'un fortuito contatto, e quella ritenutezza li manteneva in uno stato di cosí angosciosa, insostenibile sospensione, da far loro considerare come un riposo, come una liberazione ciò che piú temevano e a cui volevano sfuggire?
Il solo fatto che egli veniva lí e che ella lo accoglieva e tutti e due stavano insieme e soli, pur quasi senza guardarsi e senz'affatto toccarsi, era già concessione peccaminosa per l'uno e per l'altra, una compromissione che sentivano a mano a mano irreparabile.
Avvertivano entrambi di cedere sempre piú, inevitabilmente, a una violenza non già d'un interno sentimento reciproco che li attraesse; ma, al contrario, a una violenza esterna che li premesse e li spingesse a unirsi contro lo sforzo che essi anzi facevano per resistere e tenersi discosti, sentendo che la loro unione sarebbe per forza quale essi in fondo non avrebbero voluto.
Ah, potersi liberare a vicenda da quelle condizioni odiose, senza che la loro unione fosse possibile solo a costo d'una colpa che incuteva a lei ribrezzo e orrore, a lui sgomento e rimorso!
La violenza che avvertivano era appunto questa: di dover commettere quella colpa piú forte di loro, ma necessaria, inevitabile, se volevano liberarsi.
Ed ecco, eran lí, messi insieme, per commetterla, tremanti, disposti e restii.
Egli aveva dietro di sé la fiera ombra di quella donna rigida livida irsuta, che già gli fischiava negli orecchi di non poter piú ritornare a lei, di non poter piú mentire, adesso, negare che della libertà aveva profittato per avvicinarsi a un'altra donna: eccola lí, quella! onesta, è vero? onesta come lui, simile in tutto a lui; ah quella sí! e lo avrebbe ricondotto all'arte, quella, prendendolo per mano, a viver di poesia; e gli avrebbe riacceso col fuoco della gioventú il sangue intorpidito...
Ma via, perché cosí timido? Sú, sú, coraggio! Ah, forse l'amore...
già! l'amore lo rimbamboliva...
Che bella manina, eh? con quella venuccia azzurra che si diramava...
Posarsela su la fronte, passarsela su gli occhi, quella manina...
e baciarla, baciarla lí su le unghie rosee...
Quelle, no, non sgraffiavano.
Gattina mansa, gattina mansa..: Sú, provarsi a strisciarle la groppa! Miagolío o belato? Povera pecorella, che un marito infame voleva mungere e tosare...
Come andar di nuovo incontro a un simile dileggio? Sentiva quelle parole, come se la Frezzi veramente gliele fischiasse dietro le spalle.
E dietro, a spingerla, ella si sentiva il marito che appunto la aveva messa e lasciata lí col Gueli e se n'era partito per Parigi, a dar spettacolo anche là delle sue bravure, a convertire in denari anche là lo spasso che avrebbe offerto ad attori, attrici e scrittori e giornalisti francesi, sicuro che intanto qua ella col Gueli gli apparecchiava il nuovo dramma.
Lo voleva! non voleva altro! E come non gli era importato di tutte le risa, cosí non gl'importava ora che la moglie fosse sospettata da tutti i pettegoli che, durante la sua assenza, vedevano andar lí il Gueli già libero della Frezzi, il Gueli su la cui simpatia per lei s'era già tanto malignato.
Stavano entrambi, con quella loro tempesta compressa a stento in petto, saggi e discosti ancora, là, fermi al posto e al cómpito assegnato: intenti a quel nuovo dramma che pareva, col titolo, li irridesse e li aizzasse: - Se non cosí...
Le propose egli forse perciò di mutare quel titolo? L'atto della protagonista, di quella Ersilia Arciani, quel suo andare in casa dell'amante del marito a prendersi la bimba, gli suggeriva l'immagine del nibbio che piomba in un nido a ghermirvi il pulcino.
Ecco, forse il dramma poteva intitolarsi cosí: Nibbio.
Ma conveniva all'indole di Ersilia Arciani, alla ragione e al sentimento ond'era mossa a quell'atto l'idea di rapacità crudele che il nibbio richiama? Non conveniva, secondo lei.
Ma Silvia intendeva perché egli, con quella proposta di mutare il titolo, tendeva ad alterar l'indole della protagonista, a dare una ragione di vendetta e un intento aggressivo a quell'atto di lei: egli certo in quell'indole chiusa, in quella rigidezza austera di Ersilia Arciani vedeva alcunché della Frezzi e non sapeva tollerar che quella fosse e si dimostrasse cosí nobile, cosí indulgente alla colpa, e la voleva snaturare.
Snaturandola però cosí, non sarebbe stato tutt'altro il dramma? Bisognava riprenderlo, ripensarlo tutto daccapo.
Egli restava in apparenza assorto a quelle sagge osservazioni che ella gli faceva in un tono che chiaramente lasciava intendere d'avere inteso e di non volere insistere per non toccare una piaga ancor viva e dolorosa.
Erano già apparse sui giornali di Roma, di Milano, di Torino lunghe conversazioni del marito coi corrispondenti da Parigi, i quali, pur parlando seriamente del dramma e della viva ansia con cui il pubblico parigino ne attendeva la rappresentazione, con un tono poi che lasciava chiaramente sottintendere un'intenzione di burla, decantavano la prodigiosa attività, lo zelo, il fervore ammirevole di quell'ometto "che talmente considerava come sua l'opera della moglie, che quasi era debito ne venisse gloria anche a lui".
Venne alla fine il telegramma di Giustino annunziante il trionfo, e seguirono il telegramma giornali e giornali e giornali col giudizio dei critici piú autorevoli tutti in gran parte benigni.
Silvia impedí al Gueli d'indugiarsi a leggere innanzi a lei, anche per conto suo, quei giornali.
- No, per carità, per carità! Non posso piú sentirne parlare! Le giuro che darei...
non so, mi par poco ogni cosa, tutto, tutto darei, per non averlo scritto, quel dramma!
Èmere, intanto, quasi a ogni ora veniva ad annunziare una nuova visita.
Silvia avrebbe voluto far dire a tutti che non era in casa.
Ma il Gueli le fece intendere che avrebbe fatto male.
Ella scendeva giú nel salotto, e lui rimaneva lí, nascosto nello studio, ad aspettarla, scorrendo quei giornali, o piuttosto, pensando.
Giú, intanto, con lei erano o il Baldani o il Luna o il Betti.
- Ah, gioventú! - sospirò una volta il Gueli nel vederla rientrar nello studio col volto acceso.
- No! che dice? - scattò ella pronta e fiera.
- Io ne ho schifo! ne ho schifo! Ah, deve finire, deve finire, deve finire...
Se sapesse come li tratto! Già qualche silenzio d'una gravezza enorme cadeva tra i loro discorsi stanchi e trascinati a forza; qualche silenzio, durante il quale sentivano il loro sangue fremere e frizzare e le loro anime angosciarsi nell'ansia d'una tremenda attesa.
Ecco, bastava che in uno di quei momenti egli stendesse una mano su la mano di lei: ella gliel'avrebbe lasciata, e irresistibilmente avrebbe appoggiato il capo, nascosto il viso sul petto di lui; e il loro destino, ormai inevitabile, si sarebbe compiuto.
Perché dunque ritardarlo ancora? Ah, perché! perché ancora l'uno e l'altra potevano pensare questo loro abbandono e perciò tenersi ancora, quantunque già dentro di sé abbandonati l'uno all'altra perdutamente.
Doveva pur venire l'istante che non l'avrebbero piú pensato!
Si vedevano arrivati al limite estremo d'un atto che avrebbe segnato la fine della loro prima vita, senz'essersi ancora detta una parola d'amore, parlando d'arte, come un'alunna può parlarne al suo maestro; si sarebbero a un tratto ritrovati di là, smarriti, angosciati, sconvolti, all'inizio d'una nuova vita, non sapendo neppure come dirsi, come intendersi su la via da prendere subito, subito, perché ella a ogni modo si allontanasse di là.
Sentivano cosí assolutamente il bisogno di fuggire, piú per pietà di sé che per amore, che il disgusto d'indugiarsi nei particolari del modo bastava a trattenerli ancora.
Certo, avrebbe dovuto anch'egli lasciar la sua casa tutta piena dei ricordi di colei.
Dove andare? Bisognava trovar qualche rifugio, almeno per il primo momento, un ricovero per sottrarsi allo scoppio dello scandalo inevitabile.
Anche questo li avviliva profondamente e li disgustava.
Non avevano essi il diritto di vivere in pace, alla fine, e umanamente, nella pienezza incontaminata della loro dignità? Perché avvilirsi? perché nascondersi? Ma perché né il marito né colei avrebbero accettato in silenzio le ragioni che essi, prima ancora di venir meno al loro debito di lealtà verso l'uno e verso l'altra, potevano gittar loro in faccia, affermando quel diritto cosí a lungo e in tanti modi calpestato; avrebbero gridato, cercato d'impedire...
Altro disgusto, piú forte del primo.
Tra questi pensieri stavan sospesi e trattenuti, quand'egli alla vigilia appunto del ritorno di Giustino da Parigi - avviò un discorso nel quale subito ella sottintese una proposta risolutiva di quel loro stato di pena.
Pesava su loro come una condanna quel dramma stento e duro, ch'ella aveva cominciato e non riusciva a condurre a fine; nella discussione su i personaggi e le scene di esso s'era impigliata finora l'ambascia della loro irresoluzione.
Ora, la proposta di lui di metter da canto e lasciar lí quel dramma e il suggerimento improvviso di un altro da comporre insieme, fondato su una visione ch'egli aveva avuto tant'anni addietro della Campagna romana, presso Ostia, tra la gente di Sabina, che scende a svernar colà in orride capanne, significarono chiaramente per lei la fine della irresoluzione; e piú chiaramente ancora ella scoprí in lui, il proposito di troncare ogni indugio e d'affrontar la loro vita nuova, nobile e operosa, nell'invito che le fece per il giorno appresso - il giorno appunto che doveva arrivare il marito - d'andare insieme a veder quei luoghi presso Ostia, luoghi minacciosi, dalla parte verso il mare, ove giganteggia una torre solitaria, Tor Boacciana, con a' piedi il fiume traversato da un'alzaja, lungo la quale passa una barcaccia per il tragitto di qualche pescatore silenzioso, di qualche cacciatore...
- Domani? - chiese ella; e l'aria e la voce espressero una totale remissione.
- Sí, domani, domani stesso.
A che ora arriverà?
Ella intese subito chi, e rispose:
- Alle nove.
- Bene.
Sarò qui alle nove e mezzo.
Non bisognerà dir nulla.
Parlerò io.
Partiremo subito dopo.
Non si dissero altro.
Egli andò via in fretta; ella rimase tutta vibrante sotto l'oscura imminenza del suo nuovo destino.
La torre...
il fiume traversato dall'alzaja...
la barca che traghetta i rari passanti per quei luoghi minacciosi...
Aveva sognato?
Là, dunque, il ricovero? A Ostia...
Non bisognava dir nulla...
Domani!
Ella avrebbe lasciato tutto qui; sí, tutto, tutto.
Gli avrebbe scritto.
Fino all'ultimo non avrebbe mentito.
Di questo sopra tutto era grata al Gueli.
Anche partendo, il giorno appresso, non avrebbe mentito.
In quel dramma, con quel dramma da lui proposto sarebbe entrata nella vita nuova, con l'arte e dentro l'arte, nobilmente.
Era la via; non era un mezzo o un pretesto d'inganno: la via per uscire, senza menzogna e senza vergogna, da quella casa odiosa, non piú sua.
- Via, via, fate presto, fate presto: non arriverete a tempo!
Giustino gridò dal cancello del villino quest'ultima raccomandazione ai due che s'allontanavano in carrozza, e aspettò che Silvia almeno, se non il Gueli, si voltasse a salutarlo con la mano.
Non si voltò.
E Giustino, seccato di quella mutria persistente della moglie, scrollò le spalle e risalì in camera ad aspettare che Èmere venisse ad annunziargli che il bagno era pronto.
- Che donna! - pensava.
- Far quel viso disgustato anche a un invito cosí gentile...
Il duomo d'Orvieto: bello! Arte antica...
roba da studiare...
Veramente, tanto tanto non era piaciuto neanche a lui, che proprio nel giorno, anzi quasi nel punto stesso del suo arrivo da Parigi, il Gueli fosse venuto a invitar la moglie a quella gita artistica.
Ma se il Gueli non sapeva che egli sarebbe arrivato quella mattina! Ne aveva mostrato tanto dispiacere, anche perché il giorno appresso doveva partire per Milano e non avrebbe avuto piú il tempo di mostrare a Silvia tutte le meraviglie d'arte racchiuse là - nel duomo d'Orvieto.
Bello, bello, il duomo d'Orvieto: lo aveva sentito dire...
Certo, non avrebbe potuto fare una grande impressione a lui che veniva da Parigi, ma...
arte antica, roba da studiare...
Proprio urtante, ecco, quel viso disgustato.
Tanto piú che il Gueli, santo Dio, s'era prestato cosí gentilmente a tenerle compagnia in quei giorni, e con tanta grazia la esortava a non farsi scrupolo dell'arrivo del marito, il quale, essendosi certamente divertito a Parigi, non poteva aversi a male che la moglie si pigliasse qualche svago per poche ore, fino alla sera...
Ma già, quando lui stesso, perbacco, le aveva detto: - "Va' pure, ti prego, mi fai piacere!".
Giustino si picchiò due volte la fronte con un dito, fece una smusata e canterellò:
- Non mi piaaàce...
non mi piaaàce...
Èmere venne ad annunziargli che il bagno era bell'e pronto.
- Eccomi!
Steso poco dopo, deliziosamente, nella bianca vasca smaltata, in cui l'acqua assumeva una dolcissima tinta azzurrina; ripensando al fragoroso turbinío degli splendori di Parigi nella nitida quiete di quel luminoso stanzino da bagno, suo, si sentí beato.
Sentí che quello alla fine era veramente il riposo del trionfatore.
Deliziosa lí, in quel tepido bagno, anche la sensazione della stanchezza, che gli ricordava quanto aveva lavorato per vincere a quel modo.
Ah, questa vittoria di Parigi, questa vittoria di Parigi era stata il vero coronamento di tutta l'opera sua! Ora si poteva dire appieno soddisfatto: felice, ecco.
Tutto sommato, era anche bene che Silvia si fosse recata a quella gita.
Con la stanchezza e nella prima foga dell'arrivo egli avrebbe forse sciupato l'effetto del racconto e delle descrizioni che voleva farle.
Ora, dopo il bagno, prenderebbe un ristoro, poi andrebbe a dormire.
Riposatamente, la sera, il racconto e le descrizioni alla moglie e al Gueli delle "gran cose" di Parigi.
Gli sarebbe piaciuto che fosse presente qualche giornalista, da riferirli poi al pubblico, magari in forma d'intervista.
Ma domani, eh! ne avrebbe trovato uno, cento ne avrebbe trovati, felicissimi di contentarlo.
Si svegliò verso le otto di sera, e per prima cosa pensò ai regali ch'aveva portato da Parigi alla moglie: una magnifica vestaglia, tutta una spuma di merletti; un'elegantissima borsa da passeggio d'ultimo modello; tre pettini e un ferma-capelli di tartaruga chiara, finissimi, e poi un arredo d'argento artisticamente lavorato per la scrivania.
Volle trarli dalle valige perché la moglie, subito com'entrava, s'empisse gli occhi di meraviglia e di piacere: i pettini e la borsa su la specchiera; la vestaglia, sul letto.
Si fece ajutar da Èmere a portare i pezzi dell'altro regalo su la scrivania; ve li depose, e rimase lí nello studio per vedere che cosa avesse fatto la moglie durante la sua assenza.
Come, come? Niente! Possibile? Il dramma...
oh, che! ancora alla fine del secondo atto...
Su la prima cartella il titolo era cancellato e accanto alla cancellatura era scritto tra parentesi Nibbio seguíto da un punto interrogativo.
Che voleva dire?
Ma come! Niente? Neanche un rigo, in tanti giorni! Possibile?
Frugò nei cassetti: niente!
Di mezzo alle cartelle grandi del dramma scivolò una cartellina staccata.
La prese: vi erano scritte qua e là di minutissimo carattere alcune parole: fugacità lucida...
poi, piú sotto: fredde difficoltà amare...
piú sotto ancora: tra tanto prosperar di menzogne...
e poi: Quante salde opinioni che traballano come ubriachi...
e infine: campane, gocce d'acqua in fila su la ringhiera del ballatojo...
alberi pazzi e pensieri pazzi...
le tendine bianche della canonica, l'orlo sbrindellato d'una veste su una scarpa scalcagnata...
Uhm! Giustino fece un viso lungo lungo.
Rivoltò la cartellina.
Niente.
Non c'era altro.
Eccolo là tutto quello che aveva scritto la moglie in circa venti giorni! Non era valso a nulla dunque, neppure il consiglio del Gueli...
Che significavano quelle frasi staccate?
Si posò le mani su le guance e ve le tenne un pezzo.
Gli occhi gli andarono su la seconda frase: fredde difficoltà amare...
- Ma perché? disse forte, scrollando le spalle.
E si mise a passeggiare per lo studio, ancora con le mani su le guance.
Perché e quali difficoltà ora che tutto, mercé lui, era facile e piano: aperta la via, e che via! un vialone senza piú né sassi né sterpi, da correre di trionfo in trionfo?
- Difficoltà amare.
Fredde difficoltà amare.
Fredde e amare...
Uhm! Ma quali? perché?
E seguitava a passeggiare, con le mani, ora, afferrate dietro la schiena.
Si fermava un tratto, piú assorto, con gli occhi chiusi, e riprendeva ad andare per rifermarsi poco dopo, ripetendo a ogni fermata, adesso, con un lungo stiramento del viso:
- Alberi pazzi e pensieri pazzi...
E lui che s'aspettava il dramma finito e che contava di cominciar domani stesso a intercalare le prime "indiscrezioni"
Entrò Èmere a recargli i giornali della sera
- E come? - gli domandò Giustino - Già cosí tardi?
- Passate le dieci, - rispose Èmere.
- Ah sí? E come? - ripeté Giustino che, avendo dormito fino a tardi, aveva perduto l'esatta percezione del tempo - Che hanno fatto? Avrebbero dovuto esser qui alle nove e mezzo al piú tardi...
Il treno arriva alle nove meno dieci...
Èmere aspettò, impalato, che il padrone finisse quelle sue considerazioni, e poi disse:
- Giovanna voleva sapere se si deve aspettare la signora.
- Ma sicuro che si deve aspettare! - rispose irritato, Giustino.
- E anche il signor Gueli che cenerà con noi...
Forse qualche ritardo...
Se...
se...
ma no! se avessero perduto la corsa, avrebbero fatto un telegramma.
Sono già le dieci?
- Passate, - ripeté Èmere, sempre impalato, impassibile.
Giustino, guardandolo, sentí crescersi l'irritazione.
Aprí un giornale per guardar negli avvisi, se per caso ci fosse qualche cambiamento nell'orario delle ferrovie.
- Arrivi...
arrivi...
arrivi...
Ecco qua: da Chiusi ore 20 e 50.
- Sissignore, - disse Èmere.- La corsa è già arrivata.
- Come lo sai, imbecille?
- Lo so perché il signore, qua, del villino accanto che va e viene da Chiusi, giusto sarà arrivato da un tre quarti d'ora.
- Ah sí?
- Sissignore.
Anzi, sentendo il rumore della carrozza e immaginando che fosse la signora, io ero sceso ad aprire il cancello.
Ho visto invece il signore del villino accanto, che viene da Chiusi...
Se la signora è andata a Chiusi...
- È andata a Orvieto! - gridò Giustino.
- Ma è la stessa linea...
Vuol dire che hanno proprio perduto la corsa!
- Se il signore vuole che vada a domandare qui accanto...
- Che cosa?
- Se il signore è proprio arrivato da Chiusi...
- Sí, sí, va', e dí intanto alla Giovanna che aspetti.
Èmere andò, e Giustino, riprendendo concitatamente a passeggiare:
- Hanno perduto la corsa..
- hanno perduto la corsa...
hanno perduto la corsa...
- si mise a dire con gesti di rabbia.
- Orvieto!...
la gita a Orvieto!...
il duomo d'Orvieto!..
Giusto oggi, il duomo d'Orvieto! che c'entrava? Se hanno la testa!...
Certi bisogni precipitosi, irresistibili...
certe idee!...
Poi s'arrabbiano se sentono dire da quello...
come si chiama? che sono tutti quanti un'infunata di pazzi! Il duomo d'Orvieto...
Avesse lavorato, capivo la distrazione! Non ha fatto nulla, perdio! Alberi pazzi e pensieri pazzi...
ecco: lo dice lei stessa...
Èmere tornò a dire che il signore del villino accanto era proprio arrivato da Chiusi.
- E va bene! - gli gridò Giustino.
- Porta in tavola per me solo! Avrebbero potuto almeno spedire un telegramma, mi pare.
A tavola, la vista dei due coperti apparecchiati per la moglie e per il Gueli, a cui si riprometteva il piacere di raccontare le "gran cose" di Parigi, gli accrebbe il dispetto, e ordinò a Èmere che li sparecchiasse.
Èmere forse stava a guardarlo come lo aveva sempre guardato; ma a Giustino parve che quella sera lo guardasse in altro modo, e anche di questo provò stizza, e lo mandò in cucina.
- Quand'ho bisogno, ti chiamo.
La vista d'un marito, a cui avvenga che la moglie, per un caso impreveduto, resti la notte a dormir fuori in compagnia d'un altro uomo, dev'esser molto divertente per uno che non abbia moglie, specie poi se questo marito è arrivato quel giorno stesso in casa dopo venti giorni d'assenza e ha portato alla moglie tanti bei regali.
Bel regalo, in ricambio!
Giustino si sarebbe guardato bene dall'immaginare che il Gueli, gentiluomo austero, piú che maturo, potesse minimamente profittare d'un caso come quello...
Che! che! E poi, Silvia, il riserbo, l'onestà in persona! Ma un telegramma, perdio, un telegramma avrebbero potuto spedirlo, anzi dovuto, dovuto, ecco: un telegramma avrebbero dovuto spedirlo.
Questa mancanza del telegramma non spedito si fece a mano a mano piú grave agli occhi di Giustino, perché a mano a mano si gonfiò di tutta la stizza che egli provava per quella gita giusto nel giorno del suo arrivo, per il racconto delle "gran cose" di Parigi che gli era rimasto in gola e gl'impediva di mangiare, per i regali che la moglie non avrebbe visti e per il meritato compenso che aveva tutto il diritto d'aspettarsene dopo venti giorni d'assenza, perdio! Non spedire neanche un telegramma...
Il silenzio della casa, forse perché egli stava con l'orecchio in attesa della scampanellata d'un fattorino del telegrafo, gli fece a un tratto una sinistra impressione.
Si alzò da tavola; guardò di nuovo nel giornale l'orario della ferrovia per sapere a che ora il giorno appresso la moglie poteva esser di ritorno, e vide, che non prima del tocco: arrivava un'altra corsa di mattina, ma troppo presto per una signora.
Era sperabile che, se non durante la notte, la mattina per tempo arrivasse il telegramma, il telegramma, il telegramma.
E andò sú per leggersi a letto il giornale e aspettare il sonno che certamente per tante ragioni sarebbe tardato a venire.
Sporse il capo dall'uscio a guardar la camera vuota della moglie.
Che pena! Sul letto, come in attesa, era la bella vestaglia di merletti.
Per il riflesso della campana attorno alla lampadina di luce elettrica, il bianco dei merletti si coloriva d'una soave tenuissima tinta rosea.
Giustino se ne sentí turbato e angosciato, e volse gli occhi alla specchiera per vedere i pettini e la borsa appesa a uno dei bracci che reggevano in bilico lo specchio; vi si accostò e, notando un certo disordine lí sul piano della specchiera, certo per la fretta con cui Silvia la mattina, all'importuno invito del Gueli, s'era acconciata, Si mise a rassettare, pensando che doveva esser pure ben triste per la moglie, ormai abituata a dormire in una camera come quella, passar la notte chi sa in quale misero alberguccio d'Orvieto...
Si svegliò tardi, la mattina, e per prima cosa domandò a Èmere se non era arrivato il telegramma.
Non era arrivato.
Qualche disgrazia? Qualche incidente? Ma no! il Gueli, Silvia Roncella non erano due viaggiatori come gli altri.
Se qualche disgrazia fosse loro occorsa, si sarebbe subito saputo.
E poi, tanto piú, se mai, il Gueli o qualcun altro gli avrebbe telegrafato, per non tenerlo in piú gravi angustie con quel silenzio.
Pensò di telegrafar lui a Orvieto; ma dove indirizzare il telegramma? No, niente.
Meglio aspettare con pazienza l'arrivo del treno.
Intanto avrebbe atteso a sistemare i conti arretrati da tanti giorni, quello degli introiti e quello degli esiti.
Un bel da fare!
Era da circa tre ore tutto immerso nella sua minuziosissima contabilità, e però lontano ormai da ogni costernazione per la moglie, quando Èmere venne ad annunziargli che c'era giú una signora che gli voleva parlare.
- Una signora? Chi?
- Voleva vedere propriamente la signora.
Le ho detto che la signora non c'è.
- Ma chi è? - gridò Giustino.
- Signora...
signora...
signora...
È mai stata qui?
- Nossignore, mai.
- Forestiera?
- Nossignore, non pare.
- E chi può essere? - domandò a se stesso Giustino.
- Ecco, vengo.
E scese al salotto.
Restò su la soglia come basito al cospetto di Livia Frezzi, la quale, col viso scontraffatto, orribilmente macerato, quasi pinzato qua e là da rapidi guizzi nervosi, lo investí coi denti serrati e le labbra divaricate e gli occhi verdi fissi e scoloriti...
- Non è tornata? Non sono ancora tornati?
Giustino, nel vedersela addosso, irta cosí di furia dilaniatrice, ebbe paura e insieme compassione e sdegno.
- Ah, sa anche lei? - fece.
- Jersera...
jersera certo...
avranno perduto la...
la corsa...
ma...
ma forse a momenti...
La Frezzi gli si fece ancor piú addosso, proprio quasi ad aggredirlo:
- Dunque voi sapevate? voi avete permesso che andassero insieme? voi!
- Come...
signora mia...
ma perché? - rispose, traendosi indietro.
- Lei...
lei s'immagina...
io compatisco...
ma...
- Voi? - incalzò la Frezzi.
E allora Giustino, giungendo pietosamente le mani, quasi a raccogliere e a offrire con supplice atto la ragione a quella povera donna:
- Ma che ci può esser di male, scusi? Io la prego di credere che la mia signora...
Livia Frezzi non lo lasciò proseguire: serrò le mani artigliate accanto al volto contratto, quasi spremuto per fare uscir fuori dei denti serrati l'insulto imbevuto di tutto il suo fiele, di tutto il suo disprezzo e proruppe:
- Imbecille!
- Ah, perdio! - scattò Giustino.
- Lei m'insulta a casa mia! Insulta me e la mia signora col suo sospetto indegno!
- Ma se li hanno visti, - riprese quella, faccia contro faccia, con le labbra stirate ora da un orribile ghigno.
- Insieme, a braccetto, tra le rovine di Ostia...
cosí!
E sporse una mano per afferrargli il braccio.
Giustino si scansò.
- Ostia? ma che Ostia! Lei travede! Chi gliel'ha detto? Se sono andati a Orvieto!
- A Orvieto, è vero? - sghignò ancora la Frezzi.
- Ve l'hanno detto loro?
- Ma sissignora! Il signor Gueli! - affermò con forza Giustino.
- Una gita artistica, una visita al duomo d'Orvieto...
Arte antica, roba da...
- Imbecille! imbecille! imbecille! - proruppe di nuovo la Frezzi.
- Gli avete, cosí, tenuto mano?
Giustino, pallidissimo, levò un braccio e, contenendosi a stento, fremette:
- Ringrazii Dio, signora, d'esser donna, se no...
Piú torbida e piú fiera che mai, la Frezzi gli tenne testa interrompendolo:
- Voi, voi ringraziate Dio piuttosto, che non l'ho trovata qui! Ma saprò trovar lui, e sentirete!
Scappò via con questa minaccia, e Giustino rimase a guardarsi attorno, vibrante e stordito, movendo le dieci dita delle mani in aria come non sapesse che prendere e che toccare.
- È impazzita...
è impazzita...
è impazzita...
- bisbigliava.
- Capace di commettere un delitto...
Che doveva far lui? Uscire, correrle dietro? Uno scandalo per istrada...
Ma intanto?
Si sentiva come trascinato dalla furia di colei, e protendeva il corpo quasi per lanciarsi alla corsa, e subito lo arretrava trattenuto da una riflessione che non aveva tempo né modo d'affermarsi nel confuso sbigottimento, nella perplessità, tra tanti incerti, opposti consigli.
E vaneggiava:
- Ostia...
che Ostia!...
Sarebbero tornati...
A braccetto...
tra le rovine...
È pazza...
Li hanno visti...
Chi può averli visti?...
E sono andati a dirlo a lei?...
Qualcuno che la sa gelosa, e ci si spassa...
E intanto? Costei è capace d'andare alla stazione e di far chi sa che cosa...
Guardò l'orologio, senza pensare che la Frezzi non aveva alcuna ragione d'andare alla stazione a quell'ora, se supponeva che il Gueli e Silvia fossero andati a Ostia e non a Orvieto; e chiamò Èmere perché gli portasse giú il cappello e il bastone.
Mancava quasi mezz'ora al tocco; aveva appena il tempo di trovarsi presente all'arrivo del treno.
- Alla stazione, caccia! - gridò, montando su la prima vettura incontrata presso il Ponte Margherita.
Ma vi giunse pochi istanti dopo l'arrivo del treno da Chiusi.
Ne scendevano ancora gli ultimi passeggeri.
Guardò tra questi.
Non c'erano! Corse verso l'uscita, lanciando occhiate qua e là su tutti quelli che si lasciava indietro.
Non li vedeva! Possibile che non fossero arrivati neppure con quel treno? Forse erano già usciti, s'eran già messi in vettura...
Ma non li avrebbe incontrati, venendo, lí presso la stazione?
- Mi saranno sfuggiti!
E saltò in un'altra vettura per farsi riportare al villino, di furia.
Era quasi sicuro, quando vi giunse, che Èmere dovesse rispondergli che nessuno era arrivato.
Non poteva piú esser dubbio ormai che qualche cosa di grave doveva essere accaduto.
Si trovava fra la stranezza (che ora gli saltava agli occhi losca) di quella gita proposta giusto sul punto del suo arrivo, a cui, dopo il mancato ritorno, seguiva un cosí lungo, inesplicabile silenzio, e il sospetto oltraggioso di quella pazza.
Avrebbe voluto arrestarlo perché non riempisse quel vuoto e quel silenzio e non s'impadronisse anche di lui, quell'oltraggioso sospetto; e tentava di parargli contro, per sbigottirlo, l'enormità dell'inganno che quei due gli avrebbero fatto, incommensurabile per la sua coscienza di marito esemplare, che sempre e tutto si era speso per la moglie, fino a conquistarle quei trionfi e l'agiatezza; e la fama d'austerità di cui godeva il Gueli, e l'onestà, l'onestà di sua moglie, scontrosa e dura.
Strana, sí: ella era stata strana in quegli ultimi tempi, dopo il trionfo del dramma, ma appunto perché quella sua onestà scontrosa e dura, amante della semplicità e dell'ombra, non sapeva ancora acconciarsi al fasto e allo splendore della fama.
No, no, via! come dubitare dell'onestà di lei, che gli doveva, se non altro, tanta gratitudine, e della lealtà del Gueli, già vecchio, e poi cosí legato da tanti anni a quella donna, schiavo di lei?
Uno sprazzo...
Che forse al Gueli il servo avesse telegrafato a Orvieto l'improvviso arrivo della Frezzi da Monteporzio, e ora egli non osasse ritornare a Roma? Ma, perdio, doveva tenersi Silvia con sé, là, per la sua paura di ritornare? E Silvia prestarsi, senza capire che n'andava di mezzo la sua dignità? Ma che, no! Non era possibile! Avrebbe capito che, piú stavano a ritornare, piú sarebbero cresciuti i sospetti e le furie di quella pazza...
Tranne che il Gueli, persuaso da quella paura, perseguitato da quel sospetto, ora, fuori delle grinfie della Frezzi, non inducesse Silvia...
Quel silenzio, quel silenzio con lui, piú di tutto era grave!
Doveva egli andare a Orvieto? E se non c'erano piú? Se non c'erano mai stati? Ecco, già ne dubitava...
Forse erano andati altrove...
Gli sovvenne a un tratto che il Gueli aveva detto di dover partire per Milano.
Che si fosse portata seco Silvia fin lassú? Ma come? senza darne avviso? Se onestamente fosse nato loro il desiderio di visitare qualche altro luogo, glien'avrebbero dato notizia in qualche modo.
No, no...
Dov'erano andati?
Ah, ecco il campanello! Balzò allo squillo, non aspettò che Èmere corresse ad aprire il cancello, vi corse lui, si trovò di fronte il postino che gli porgeva una lettera.
Era di Silvia! Ah, finalmente...
Ma come? Su la busta, un francobollo di città...
Gli scriveva da Roma?
- Va'! va'! - gridò a Èmere, accorso, mostrandogli che aveva preso lui la lettera.
E strappò la busta, lí nel giardino stesso, innanzi al cancello.
La lettera, brevissima, d'una ventina di righe in tutto, era senza luogo di provenienza né data né intestazione.
Lette le prime parole, egli si provò a trarre, come trafitto, due volte invano il respiro; il volto gli si sbiancò; gli s'intorbidarono gli occhi; vi passò sopra una mano; poi strinse questa e l'altra che reggeva la lettera, e la lettera si spiegazzò.
Ma come?...
via?...
cosí?...
per non ingannarlo? E guardava fieramente un placido leoncino di terracotta là presso il cancello, che, con la testa allungata su le zampe anteriori, niente, seguitava a dormire.
- Ma come? e non l'aveva ingannato, con quel vecchio lí?...
non era andata via con lui? E gli lasciava tutto...
che voleva dir tutto? che era piú tutto, che era piú lui, se ella...
Ma come? Perché? Non una ragione! Niente...
Se ne andava via cosí, senza dire perché...
Perché egli aveva fatto tanto, troppo, per lei? Questo, il compenso? Gli buttava in faccia tutto...
Come se egli avesse lavorato per sé solo e non per lei insieme! E poteva piú star lí, egli, senza di lei? Era il crollo...
il crollo di tutta la sua vita...
il suo annientamento...
Ma come? Nulla, nulla, nulla di preciso, diceva quella lettera; non parlava affatto del Gueli; diceva di non volerlo ingannare e soltanto affermava recisamente il proposito di rompere la loro convivenza.
E proveniva da Roma! Era ella dunque a Roma? E dove? In casa del Gueli, no, non era possibile; c'era la Frezzi, e costei era venuta da lui quella mattina stessa.
Forse non era a Roma; e quella lettera era stata mandata a qualcuno perché la impostasse.
A chi? Forse al Raceni...
forse alla signorina Ely Facelli...
Qualche cosa all'uno o all'altra aveva dovuto scrivere e, se non altro, dalla busta si sarebbe scoperto il luogo di provenienza.
Egli doveva andare, rintracciarla a ogni costo, farla parlare, che gli spiegasse perché non poteva piú vivere con lui, e farle intendere la ragione.
Doveva essersi impazzita! Forse il Gueli...
No, egli non sapeva ancor credere che si fosse potuta mettere col Gueli! Ma forse questi, chi sa che le aveva istigato contro di lui, vessato com'era dalla Frezzi, impazzito anche lui...
Ah pazzi, pazzi tutti! E che cieco era stato lui ad andare a invitarlo contro la volontà di lei...
Chi sa che si figurava di lui il Gueli! Che egli volesse vessar la moglie come la Frezzi vessava lui? Ecco, sí, doveva averle messo in capo questa nequizia...
Perché egli la spingeva a lavorare? Ma per lei! per lei! per mantenerla nella fama, nell'altezza a cui la aveva inalzata con tante fatiche! Tutto, tutto per lei! Se egli aveva anche perduto l'impiego per lei? se per se stesso non era piú vissuto, come sospettar di lui una tale nequizia? Ella, se mai, ella, Silvia aveva sfruttato lui, s'era preso tutto il suo lavoro, tutto il suo tempo, tutta l'anima sua; ed ecco, ora lo abbandonava, ora lo buttava lí, via, come uno straccio inutile.
Poteva egli tenersi il villino, i guadagni fatti su i lavori di lei? Pazzie! Neanche a pensarci! Ed ecco, restava in mezzo a una strada, senza piú stato, senza professione, come un sacco vuoto...
No, no, perdio! Prima che scoppiasse lo scandalo, la avrebbe ritrovata! la avrebbe ritrovata!
S'avventò al cancello per correre alla casa della signorina Ely Facelli; ma non l'aveva ancora aperto tutto, che due cronisti, e subito dopo un terzo e un quarto, gli si pararono di fronte con visi alterati dalla corsa e dall'ansia.
- Che è stato?
- Il Gueli...
- disse uno, ansimante.
- È stato ferito il Gueli...
- E Silvia? - gridò Giustino.
- No, niente! - rispose un altro, che tirava appena il fiato.
- Stia tranquillo, non c'era!
- E dov'è? dov'è? - domandò Giustino, smaniando e cercando di scappare.
- Non è a Roma! non è a Roma! - gli gridarono quelli a coro, per trattenerlo.
- Se era col Gueli! - esclamò Giustino, fremendo, convulso.
- E la lettera...
la lettera è da Roma!
- Una lettera, ah...
una lettera della sua signora? L'ha ricevuta lei?
- Ma sí! Eccola qua...
Sarà un quarto d'ora...
Con francobollo di città...
- Si può vederla? chiese uno, timidamente.
Ma un altro s'affrettò a chiarire:
- No, sa! Non è possibile! È certo che la sua signora è a Ostia.
- A Ostia? Certo?
Giustino si portò le mani al volto e tornò a fremere:
- Ah, dunque è vero! dunque è vero! dunque è vero!
I quattro rimasero a guardarlo, impietositi; uno chiese:
- Lei sapeva che la sua signora era a Roma?
- No, jeri, - scattò Giustino, - col Gueli...
mi dissero che andavano a Orvieto...
- A Orvieto? No, che!
- Pretesto!
- Per metterla su una falsa traccia...
- Se il Gueli, guardi, tornava da Ostia...
- Scusi, - ripeté quello, allungando una mano, - si potrebbe vederla codesta lettera?
Giustino tirò indietro il braccio.
- No, niente...
dice che...
niente! Ma dove, dove è stato ferito il Gueli?
- Due ferite, gravissime!
- Al ventre, al braccio destro...
Giustino squassò la testa:
- No! dico, dove? dove? a casa? per istrada?
- A casa, a casa...
Dalla Frezzi...
Ritornava da Ostia e...
appena giunto a casa...
- Da Ostia? Dunque, l'avrà impostata lui, la lettera...
- Ah, ecco...
già...
è probabile...
Giustino tornò a coprirsi il volto con le mani, gemendo: - È finita! è finita! è finita!
Poi domandò con rabbia:
- È stata arrestata la Frezzi?
- Sí, subito!
- Io lo sapevo, che avrebbe commesso un delitto! È stata qua questa mattina!
- La Frezzi?
- Sí, qua, a cercar di mia moglie! E non le son corso dietro! - Ah, amici miei! amici miei! amici miei! - soggiunse, tendendo le braccia a Dora Barmis, al Raceni, al Lampini, al Centanni, al Mola, al Federici, che, appena volata la notizia del delitto, erano accorsi prima alla casa del Gueli, e avevano ancora nei volti l'orrore del sangue sparso là nelle stanze e nella scala invase dai curiosi, e la febbre dello scandalo enorme.
Dora Barmis, rompendo in lagrime, gli buttò le braccia al collo; tutti gli altri gli si fecero intorno, premurosi e commossi; ed entrarono cosí a gruppo nel salotto del villino.
Qua, Dora Barmis, che gli teneva ancora un braccio intorno al collo, per poco non se lo fece sedere su le ginocchia.
Non rifiniva dal gemere tra le lagrime abbondanti:
- Poverino...
poverino...
poverino...
Intenerito da questo compianto e sentendosi a poco a poco racconsolare, riscaldare il cuore da quell'attestato di stima e d'affetto di tutti quegli amici letterati e giornalisti:
- Che infamia! - prese a dire Giustino guardandoli a uno a uno in faccia, pietosamente.
- Oh, amici miei, che infamia! A me, a me questo tradimento! Mi siete tutti testimonii di quello che io ho fatto per questa donna! Qua, qua, tutt'intorno, anche le cose parlano! Io, tutto, per lei! Ed ecco, ecco il compenso! Torno jeri da Parigi...
anche lí, la gloria, in uno dei primi teatri di Francia...
feste, banchetti, ricevimenti...
tutti, cosí, attorno a me, a sentir le notizie che davo di lei, della sua vita, dei suoi lavori...
torno qua, sissignori! oh che infamia, amico mio, amico mio, caro Baldani, grazie! Che infamia, sí! che indegnità, grazie! Caro Luna, anche lei! grazie...
Caro Betti, grazie; grazie a tutti, amici miei...
Anche lei, Jàcono? Sí, una vera perfidia, grazie! Oh, caro Zago, povero Zago...
vede? vede - No! - gridò a un tratto, scorgendo i quattro cronisti intenti a ricopiar la lettera della moglie, che gli doveva esser caduta di mano.- No! Lo dicano a tutti, lo sappia la stampa e l'oda tutta l'Italia! E sappiatelo anche voi, e lo sappiano anche tutti i miei amici di Francia: Qua, ella, in questa lettera, sissignori, dice che mi lascia tutto! Ma lascio tutto io, io a lei! Ne ho schifo! A lei, io, io ho dato tutto, io a lei...
e mi sono rovinato! Lascio tutto qua...
casa, titoli, danaro...
tutto tutto...
e me ne ritorno dal mio figliuolo, io, senza nulla, rovinato.
Dal mio figliuolo...
Non ho mai pensato neanche al mio figliuolo...
io, per lei! per lei!
A questo punto la Barmis non poté piú reggere, balzò in piedi e l'abbracciò freneticamente.
Giustino, tra lo stordimento e la commozione di tutti, scoppiò in dirottissimo pianto, nascondendo il volto su la spalla di quella sua consolatrice.
- Sublime, sublime, - diceva piano il Luna al Baldani, uscendo dal salotto.
- Sublime! Ah, bisognerebbe assolutamente, poverino, che subito qualche altra scrittrice, subito se lo prendesse per segretario! Peccato, peccato, che quella Barmis là non sappia scrivere...
È proprio sublime, poverino!
CAPITOLO OTTAVO
LUME SPENTO
- E 'l giudisi? douva t' l'as 'l giudisi, martuf?
Il bimbo, a cavalcioni su le gambe di nonno Prever, lo guardava con gli occhioni intenti e ridenti, frenandosi; poi subito alzava una manina e con l'indice teso si toccava la fronte.
- Bel e si.
- L'è nen vera! - gli gridava allora il vecchione, afferrandogli con le grosse mani e fingendo di volergli strappar la pancina: - T' l'as anvece sí, sí, sí...
E il bimbo, a questo scherzo tante volte ripetuto, si buttava via dalle risa.
La nonna, allo scatto di quelle fresche risa infantili, si voltava a guardare la testolina rovesciata del nipotino.
Non rideva troppo? E c'era una maledetta mosca che ronzava, cosí urtante, malaugurosa, nella camera.
La cercava nel vano; quindi tornava con occhi dolenti a rimirare il figliuolo che se ne stava presso la finestra a guardar fuori, col capo insaccato nelle spalle e le mani in tasca, taciturno e scuro.
Già da circa nove mesi le era ritornato da Roma, cosí, quasi ignudo, con quegli abiti che aveva indosso e la poca biancheria.
Ma avesse perduto soltanto la roba e l'impiego! Il cuore, il cervello, la vita, tutto, tutto aveva perduto, dietro a quella donna là, che per forza doveva esser cattiva.
Sessanta e piú anni aveva ella vissuto, la signora Velia, e non aveva mai veduto alcun uomo ridursi in quello stato per una donna onesta e buona.
Dio, non piú neanche un filo d'amore per quel piccino, per lei! Eccolo là: non voleva pensare piú a niente; guardava e pareva non vedesse e non udisse, alienato da ogni senso, vuoto, distrutto, spento.
Solo per qualche traccia rimasta del soggiorno di colei nella casa accennava di rianimarsi un po', e come un cane che si sdraj su le vestigia del padrone morto, quasi a covarne l'ultimo sentore, che non se ne vada via anche quello, stava lí e non c'era verso di mandarlo fuori a distrarsi.
Già piú volte il Prever gli aveva proposto di andare con la Graziella, per qualche mese, per una settimana, per un giorno almeno, alla villa sul colle di Bràida; e poi, che lo ajutasse un po' - essendo egli ormai vecchio - nell'amministrazione dei beni.
A quest'ultima proposta, s'era un po' scosso, ma come per il peso di un obbligo, col quale gli si volesse rendere crudelmente piú grave l'infelicità.
Tanto che il Prever, subito, lo aveva esonerato, non ostante che don Buti, il curato, sostenesse che bisognava persistere, anche lasciandogli credere che gli si facesse quel carico per obbligo e con crudeltà.
Meisiña, - diceva, - avei nen paura ch'a la treuva amera.
Medicina il signor Prever non voleva essere; o, se mai, dolce; cosí amara, no.
- Grazious! - diceva a madama Velia, appena don Buti se n'andava.
- Chiel a ven con so canucial për meisiña, e mi i dovria vení sí con i me count 'd cassa...
Don Buti, infatti, visto che Giustino non s'era voluto arrendere a fargli una visitina lí nella canonica a due passi, una sera aveva portato con sé sotto il tabarro il suo vecchio famoso cannocchiale per fargli ammirare la gran potensa 'd Nosgnour come quand'era piccolino e per tener chiuso l'occhio manco faceva tante smorfie con la bocca:
- Ratoujin, cosí!
Ma Giustino non s'era commosso alla vista del vecchio cannocchiale; per non far dispiacere al brav'uomo aveva guardato con esso "le gran montagne" della Luna e aveva scosso appena appena il capo, con gli occhi aggrondati, quando don Buti aveva ripetuto col solito gesto il solito ritornello:
- La gran potensa 'd Nosgnour, eh? la gran potensa 'd Nosgnour!
Al ritornello era seguíto un lungo predicozzo pieno di oh! e di eh! perché da quel tentennar del capo con gli occhi aggrondati la gran potenza di Dio era parsa a don Buti, se non propriamente messa in dubbio, riconosciuta però anche capace di permettere che si facesse tanto male a un povero innocente.
Ma al predicozzo Giustino era rimasto impassibile, come per una cosa che don Buti, nella sua qualità di sacerdote, dovesse fare, e nella quale lui non avesse nulla da vedere, fuori com'era di quel dovere sacerdotale e padrone di pensarla a suo modo, come stava scritto sul campanile della chiesa.
Da quel cupo torpore di spirito lo aveva un po' scosso, invece, il nuovo medico condotto, venuto da poco a Cargiore con una signora che non si sapeva ancor bene se gli fosse moglie oppur no.
Doveva esser ricca madama, perché il dottor Lais aveva preso in affitto un bel villinetto di certi signori di Torino e diceva di volerlo comperare.
Alto, asciutto, rigido e preciso come un inglese, coi baffetti ancora biondi e i capelli già canuti, fitti, corti corti, si dava l'aria di esercitar la professione tanto per fare qualche cosa; vestiva con ricca e semplice eleganza e portava sempre un pajo di splendidi gambali di cuojo, di cui pareva ogni volta si dimenticasse apposta a casa d'affibbiar qualche stringa, per affibbiarsela fuori, per istrada o nelle visite, e richiamar cosí su essi l'attenzione.
Si dilettava molto di letteratura, il dottor Lais.
Chiamato per un lieve disturbo del bimbo e saputo che il Boggiòlo era marito della celebre scrittrice Silvia Roncella e per tanti anni era stato in mezzo alla letteratura, lo aveva assediato di domande e invitato al suo villino, ove la sua signora avrebbe avuto certamente tanto piacere di sentirlo parlare, amante appassionata com'era anch'ella delle belle lettere e insaziabile divoratrice di libri.
- Se lei non viene, badi! - gli aveva detto.
- Son capace di portarla io qua, la mia signora.
E l'aveva portata, difatti.
E tutti e due, egli che pareva un inglese, ella che pareva una spagnuola (era venezianina), tutta fiocchi e nastri, tutta cascante di vezzi, bruna, con due occhietti vivaci neri neri e due labbra carnute rosse rosse, il nasino ritto fiero e impertinente, avevano fatto parlar Giustino per una intera serata, ammirati da un canto, dall'altro irritati da certe notizie, da certi giudizii contrarii alle loro sviscerate simpatie di dilettanti ammiratori di provincia.
- Me schiopa el fiel! - protestava lei.
- Ma come? la Morlacchi...
Flavia Morlacchi!...
nessuno davvero la calcolava a Roma? Ma il suo romanzo La vittima...
tanto bello!...
Ma Fiocchi di neve...
versi meravigliosi!...
E il dramma...
com'era intitolato?...
Discordia, già già, no, La Discordia...
perdio, applauditissimo a Como, quattr'anni fa!
Il signor Martino e don Buti stavano a sentire e a guardare con occhi spalancati, a bocca aperta, e la signora Velia mirava costernata il suo Giustino che, pur senza volerlo, tirato da quei due, ecco ricascava a parlar di quelle cose e si riscaldava, si riscaldava...
Oh Dio, no: preferiva vederlo scuro taciturno, sprofondato nel cordoglio, la signora Velia, anziché rianimato cosí, per quei discorsi.
Via, via, quella tentazione! E si sentí piú tranquilla quando, alcuni giorni dopo, a quei due che ebbero la sfrontatezza di mandargli a chiedere per la servetta un certo libro della moglie e d'invitarlo a colezione, Giustino rispose che non aveva il libro e che non poteva andare.
Se li era levati, cosí, d'attorno.
- Che avrà intanto, quest'oggi? - pensava la piccola signora Velia, seguitando a mirare il figliuolo innanzi alla vetrata della finestra, mentre Vittorino faceva il diavoletto su le ginocchia del Prever.
Forse quel giorno era piú raffagottato del solito perché la mattina - per una disattenzione di quella stolida di Graziella - aveva scoperto una lettera arrivata parecchi giorni addietro e non distrutta come tutte le altre, quando si poteva, di nascosto a lui.
Tante e tante lettere gli arrivavano ancora, respinte da Roma, anche dalla Francia, anche dalla Germania...
E la signora Velia, all'arrivo di esse, tentennava il capo, come se dalla distanza da cui arrivavano misurasse l'estensione del male che colei aveva fatto al suo figliuolo.
Egli si buttava su quelle lettere come un affamato; andava a chiudersi in camera e si metteva a rispondere.
Ma non rimandava poi quelle lettere con la risposta direttamente alla moglie.
Per mezzo del signor Martino la signora Velia aveva saputo da monsú Gariola, il quale aveva in appalto l'ufficio postale, che il figliuolo le indirizzava a un tal Raceni, a Roma.
Forse per il tramite di questo amico consigliava alla moglie come avrebbe dovuto regolarsi.
Era veramente cosí.
Dalla Barmis e dal Raceni, dopo il suo ritorno a Cargiore, Giustino aveva ricevuto fino a pochi mesi addietro frequenti lettere, dalle quali con strazio indicibile aveva saputo in quale disordine vivesse a Roma la moglie.
Ora egli era piú che mai convinto che tra Silvia e il Gueli non fosse avvenuto nulla di male; e credeva d'averne la prova nel fatto che il Gueli, quasi miracolosamente guarito dalle due ferite, sebbene col braccio destro amputato, era ritornato a vivere con la Frezzi, liberata come incosciente dopo circa cinque mesi di carcere preventivo, appunto per le aderenze e le brighe del Gueli stesso.
Ah, se egli allora, nel primo momento, non si fosse lasciato sopraffare dallo scandalo e fosse corso a Ostia a rilevar la moglie ancora senz'altra colpa che quella d'aver voluto fuggire da lui! No, no, no: egli non doveva credere, non ostante quell'inganno della gita a Orvieto, non doveva credere che ella si fosse potuta mettere col Gueli.
Avrebbe dovuto correre a Ostia e ricondurre con sé la moglie, la quale certamente, allora, non si sarebbe cosí perduta...
Con chi viveva ella ora? La Barmis diceva col Baldani; il Raceni invece sospettava una relazione col Luna.
Viveva sola, in apparenza.
Il villino, tutti i mobili venduti.
E nelle ultime lettere il Raceni lasciava intendere che ella dovesse trovarsi in qualche imbarazzo finanziario.
Ma sfido! Senza di lui...
Chi sa come la rubavano tutti! Forse ella ora riconosceva che cosa volesse dire avere accanto un uomo come lui! Tutto venduto...
Peccato!...
Quel villino...
quei mobili del Ducrot...
Da circa due mesi né la Barmis né il Raceni gli scrivevano piú, né alcun altro amico da Roma.
Che era accaduto? Forse non avevano veduto piú la ragione di seguitare ancora la corrispondenza con uno ormai quasi sparito dalla vita.
S'era prima stancata la Barmis, ora non rispondeva piú neanche il Raceni.
Ma quel giorno egli non era né per questo silenzio né per la ragione supposta dalla madre piú fosco del solito.
In casa, dacché era ritornato, non entravano piú giornali per la promessa da lui fatta alla madre di non leggerne piú.
S'era poi pentito, e come! di questa promessa; ma non aveva osato manifestare il desiderio di leggere almeno quelli di Torino per timore che la madre non lo credesse ancor fisso col pensiero a quella donna.
Finché la Barmis e il Raceni gli scrivevano, non aveva sofferto tanto di quella privazione; ma ora...
Ebbene, quella mattina, in un giornale vecchio d'una ventina di giorni, nel quale Graziella gli aveva portati avvolti in camera i colletti e i polsini stirati, aveva letto due notizie sotto la rubrica dei teatri, che lo avevano tutto sconvolto.
Una era di Roma: l'imminente rappresentazione al teatro Argentina del nuovo dramma della moglie, quello, quello stesso ch'egli aveva lasciato incompiuto, Se non cosí...
L'altra che a Torino, all'Alfieri, recitava la Compagnia Carmi-Revelli.
Divorato dalla brama di saper l'esito di quel nuovo dramma a Roma e forse in altre città, fors'anche a Torino, se c'era la Compagnia Carmi-Revelli; e di parlarne o con la signora Laura o col Grimi, con qualcuno insomma; non sapeva come dire alla madre che la mattina appresso desiderava di scendere a Torino.
Temeva che il signor Prever lo volesse accompagnare.
Sapeva in quale costernazione viveva la madre per lui.
A dirle che voleva andar solo cosí lontano, all'improvviso, quando s'era rifiutato fino al giorno addietro anche di far due passi fuor di casa, chi sa che pensieri ella avrebbe fatto...
E poi, non aveva piú che pochi soldi con sé, residuo dello stretto costo del viaggio prelevato dai denari recati da Parigi; si vergognava a dirlo quasi a se stesso, figuriamoci poi a chiederne per quella ragione alla madre, la quale non aveva altro che quel po' di pensioncina lasciatale dal marito, e ora, con addosso anche il peso di lui, stentava piú che mai a tirare avanti, poveretta.
Il signor Prever, sí, porgeva qualche soccorso di tanto in tanto, sottomano, or con una scusa, or con un'altra.
Ma se in quel momento la madre era agli sgoccioli e doveva chiedere ajuto al signor Martino, ecco che questi avrebbe saputo e certamente si sarebbe profferto d'accompagnarlo.
Aspettò che il Prever, dopo cena, se n'andasse al suo villino e, per provocare un nuovo e piú pressante invito della madre a procacciarsi qualche distrazione, si lamentò d'una enorme gravezza al capo.
Sollecito, come s'aspettava, venne l'invito:
- Va' a Bràida, domani...
- No, piuttosto vorrei...
vorrei veder gente ecco.
Questa solitudine, forse, mi fa male...
- Vuoi andare a Torino?
- Ecco, piuttosto...
- Ma sí, subito, domani stesso! - s'affrettò a dire la madre.
- Mando Graziella a fissarti un posto in vettura da monsú Gariola.
- No no, - disse Giustino.
- Lascia.
Scendo a piedi fino a Giaveno.
- Ma perché?
- Perché...
Lascia! Mi farà bene camminare...
sto in casa da tanto tempo.
Piuttosto...
per il tram a vapore da Giaveno...
mamma, io...
La signora Velia capí a volo, e subito alzò una mano verso la fronte e chiuse gli occhi, come per dire: - Non ci pensare!
Quando entrò nella sua camera, accompagnato dalla mamma che gli faceva lume, s'accorse che questa sul piano del cassettone aveva posato tre carte da dieci lire.
- Oh, no! - esclamò.
- Che vuoi che me ne faccia di tante? Prendi, prendi...
Basterà una!
La vecchia mamma si scostò parando le mani, e con un sorriso a un tempo mesto e maliziosetto su le labbra e negli occhi:
- Ma credi davvero, - gli disse, - che la tua vita sia finita, figliuolo mio?...
Tu sei ancor quasi ragazzo...
Va'! Va'!
E richiuse l'uscio.
Sceso dalla tramvia a vapore, la prima impressione che provò nel rimetter piede in città dopo nove mesi d'oscuro e profondo silenzio interiore, di seppellimento nel cordoglio, fu quella di non saper piú camminare tra il rumore e la confusione.
N'ebbe subito un intronamento quasi di greve e cupa ubriachezza, quell'irritazione, quell'uggia, quell'astio che prova un malato costretto a muoversi col ronzo della medicina negli orecchi in mezzo a sani àlacri e indifferenti.
Volgeva di qua, di là rapide occhiate oblique, per timore che qualcuno dei conoscenti antichi, non letterati, lo riconoscesse, e per un altro timore opposto, che fingesse cioè di non riconoscerlo qualcuno dei conoscenti nuovi, giornalisti e letterati.
Assai piú crudele della commiserazione derisoria di quelli gli sarebbe stata la noncuranza sdegnosa di questi, ora che egli non era piú neanche l'ombra di quel che era stato.
Ah, se un giornalista amico, passando, gli avesse introdotto un braccio sotto il braccio, festosamente, come a bei tempi, e gli avesse detto:
- Oh, caro Boggiòlo, ebbene, che notizie?
E gli avesse fatto raccontare il trionfo di Parigi, che non aveva potuto raccontare a nessuno e gli era rimasto in gola, nodo d'angoscia che non si sarebbe sciolto mai piú!
- E la vostra signora? A che lavori attendiamo? Un nuovo dramma, eh? Sú, ditemi qualche cosa...
Non sapeva neppure se fosse stato rappresentato il nuovo dramma, lui, e che esito avesse avuto...
Andò a un'edicola e comperò i giornali di Roma, di Milano e quelli cittadini.
Non se ne parlava.
Ma negli annunzii degli spettacoli nei giornali di Roma, ecco, al teatro Argentina: Se non cosí...
Ah, dunque, era stato rappresentato! Dunque aveva avuto un buon successo! Se si replicava...
Chi sa da quante sere? Buon successo...
E si diede a immaginare che, questa volta, doveva essere andata lei, Silvia, a metterlo in iscena.
Vide subito col pensiero il palcoscenico, di giorno, durante le prove; s'immaginò l'impressione che aveva dovuto provarne Silvia che non vi era mai stata e si vide lí con lei, sua guida, tra i comici, ella incerta, smarrita; lui invece ormai pratico, sicuro; ed ecco le dimostrava tutta la sua sicurezza, la padronanza che aveva del luogo e d'ogni cosa, e la esortava a non disperarsi della svogliatezza e della cascaggine di quelli, dei tagli che si facevano al copione, delle sfuriate del direttore capocomico...
Eh non era mica facile combattere con quei tipi! Bisognava prenderli per il loro verso e aver pazienza se fino all'ultimo mostravano di non saper la parte...
A un tratto, s'infoscò in volto.
Pensò che forse ella si era fatta ajutare, accompagnare a quelle prove da qualcuno, forse dal Baldani, forse dal Luna o dal Betti...
Chi era in quel momento il suo amante? E a questo pensiero, diventò subito una cosa facilissima mettere in iscena quel dramma, assistere alle prove, combattere con gli attori.
Ma sí, certo, bella forza, ora che ella, mercé lui, s'era fatto tanto nome e tutte le porte le erano aperte e tutti gli attori pendevano dalle labbra di lei, tra ossequii e sorrisi; bella forza!
- Ai conti però ti voglio! ai conti! ai conti! - esclamò tra sé.
- Ossequii, sorrisi...
sfido! una donna...
e poi, ora...
senza marito...
Ma ai conti, chi ci bada? Ci baderà lei? Con la bella pratica che ne ha! Ci baderà lui, il bello...
Se la mangeranno viva! Sí sí, va' che potrai arrivare a rifarti un villino adesso, come quello! Aspetta, aspetta...
Aprí un giornale di Torino e vide che al teatro Alfieri la Compagnia Carmi-Revelli era alle ultime recite.
Rimase un pezzo col giornale aperto innanzi agli occhi, perplesso se andare o no.
La brama di saper notizie del dramma, di parlar di lei, di sentirne parlare, lo spingeva; lo tratteneva il pensiero d'affrontar la vista, le domande di tutti quegli attori.
Come lo avrebbero accolto? Si burlavano di lui un tempo; ma egli allora aveva il cappio in mano, con cui, dopo aver permesso che essi braveggiassero un pezzo come tanti cavallini scapati attorno a lui, poteva in un momento dare una stratta e legarli addomesticati al carro del trionfo.
Ora, invece...
Si mosse, immerso nei ricordi ch'erano ormai tutta la sua vita, e dopo un lungo giro si ritrovò, guidato inconsciamente da essi, innanzi al teatro Alfieri.
Forse a quell'ora c'era prova.
S'appressò titubante all'entrata e finse di leggere nel manifesto il titolo del dramma che si rappresentava quella sera, poi l'elenco dei personaggi; alla fine, facendosi animo, come un autor novellino chiese rispettosamente a uno lí di guardia, che non conosceva, se la signora Carmi era in teatro.
- Non ancora, - gli rispose quello.
E Giustino rimase innanzi al manifesto senz'ardire di chieder altro.
In altri tempi sarebbe entrato da padrone nel teatro, senza neppur degnare d'uno sguardo quel cerbero là!
- E il cavalier Revelli? - chiese dopo un pezzo.
- È entrato or ora.
- C'è prova, è vero?
- Prova, prova...
- Sapeva che il Revelli era rigorosissimo nel concedere l'entrata a estranei durante la prova.
Certo, se avesse porto a quell'uomo un biglietto da visita da presentare al Revelli, questi lo avrebbe fatto entrare; ma si sarebbe allora trovato esposto alla curiosità indiscreta e irriverente di tutti.
Non volle.
Meglio rimaner lí come un mendico ad attendere la Carmi, che non poteva tardar molto, se gli altri erano già venuti.
Difatti, la Carmi arrivò poco dopo, in carrozza.
Non s'aspettava di trovar lui lí innanzi alla porta e, nel vedersi salutata, chinò appena il capo e passò oltre, senza riconoscerlo.
- Signora...
- chiamò allora Giustino, trafitto.
La Carmi si volse, strizzando un po' gli occhi miopi, e subito allungò il viso in un oooh di meraviglia.
- Voi, Boggiòlo? E come mai qui? come mai?
- Eh...
- fece Giustino, aprendo appena appena le braccia.
- Ho saputo, ho saputo, - riprese la Carmi con ansia pietosa.
- Povero amico mio! Che azionaccia vile! Non me la sarei mai aspettata, credete.
Non per lei, badiamo! Ah, ne so qualche cosa io, dell'ingratitudine di quella donna! Ma per voi, caro.
Sú, sú, venite con me.
Sono in ritardo!
Giustino esitò, poi disse con voce tremante e gli occhi invetrati di lagrime:
- La prego, signora, non...
non vorrei farmi vedere...
- Avete ragione, - riconobbe la Carmi.
- Aspettate; prendiamo di qua.
Entrarono nel teatro quasi bujo; attraversarono il corridojo del primo ordine dei palchi; là in fondo la Carmi aprí l'usciolino dell'ultimo palco e disse al Boggiòlo, sotto voce:
- Ecco, aspettatemi qua.
Vado su in palcoscenico e ritorno subito.
Giustino si rannicchiò in fondo al palco, nel bujo con le spalle alla parete attigua al palcoscenico, per non farsi scorgere dagli attori, di cui rimbombavano le voci nel teatro vuoto.
- Oh signora, oh signora, - baritoneggiava al solito suo il Grimi, coprendo la voce fastidiosa del suggeritore, - e vi par troppa grazia codesta?
- Ma no, nessuna grazia, caro signore, - sorrideva la piccola Grassi con la sua vocetta tenera.
E il Revelli gridava:
- Piú strascicato! piú strascicato! Ma nooo, ma nessuna grazia, amico...
- Il secondo ma non c'è!
- E lei ce lo metta, oh perdio! È naturale!
Giustino stava a udire quelle voci note che, pur senza volere, si alteravano nel dar vita al personaggio della scena; guardava l'ampia vacuità sonora del teatro in ombra; ne aspirava quel particolare odor misto d'umido, di polvere e di fiati umani ristagnati, e si sentiva a mano a mano crescer l'angoscia, come se lo assaltasse alla gola il ricordo preciso d'una vita che non poteva piú esser sua, a cui non poteva accostarsi piú, se non cosí, nascosto, quasi di furto, o commiserato come dianzi.
La Carmi aveva riconosciuto, e tutti con lei, certo avrebbero riconosciuto ch'egli non meritava d'esser trattato a quel modo; e questa pietà degli altri, se da un canto gli faceva sentire piú profonda e piú amara la sua miseria, gliela rendeva dall'altro piú cara, perché era quasi l'ombra superstite di ciò che egli era stato.
Aspettò un bel pezzo la Carmi, che doveva provare una lunga scena col Revelli.
Quando alla fine ella venne, lo trovò che piangeva, seduto, coi gomiti su le ginocchia e la faccia tra le mani.
In silenzio piangeva, ma con calde lagrime abbondanti e sussulti di singhiozzi raffrenati.
- Sú, sú, - gli disse, posandogli una mano su la spalla.
- Capisco, sí, povero amico; ma via, sú! Cosí non mi sembrate piú voi, caro Boggiòlo! Lo so, consacrato tutto, anima e corpo a quella donna; ora...
- La rovina, capisce? - proruppe, soffocando la voce e le lagrime, Giustino, - la rovina, la rovina di tutto un edificio, signora, messo sú da me, a pietra a pietra! da me, da me soltanto! Sul piú bello, quando già tutto era a posto, e mi toccava di goder la soddisfazione di quanto avevo fatto, una ventata a tradimento, una ventata di pazzia, creda, di pazzia, con quel vecchio là, con quel vecchio pazzo, che si è prestato vilmente, forse per vendicarsi, distruggendo un'altra vita com'era stata distrutta la sua; giú tutto, giú tutto, giú tutto!
- Piano, sí, piano, calmatevi! - lo esortava anche col gesto la Carmi.
- Mi lasci sfogare, per carità! Non parlo e non piango da nove mesi! Mi hanno distrutto, signora mia! Io non sono piú niente, ora! Mi ero messo tutto in quell'opera che potevo fare io solo, io solo, lo dico con orgoglio, signora mia, io solo perché non badavo a tutte le sciocchezze, a tutte le fisime, a tutti i grilli che saltano in mente a questi letterati; non mi scaldavo mai la testa, io, e li lasciavo ridere, se volevano ridere; ha riso anche lei di me, è vero? tutti hanno riso di me; ma che me n'importava? io dovevo edificare! E c'ero riuscito! E ora...
e ora, capisce?
Mentre il Boggiòlo qua, nel bujo del palchetto, parlava e piangeva cosí, strozzato dall'angoscia, seguitava di là, sul palcoscenico, la prova.
La Carmi notò a un tratto, con un brivido, la strana contemporaneità di quei due drammi, uno vero, qua, d'un uomo che si struggeva in lagrime, con le spalle addossate alla parete verso il palcoscenico, donde sonavan false le voci dell'altro dramma finto, che al paragone immediato stancava e nauseava come un vano petulante irriverente giuoco.
Ebbe la tentazione di sporgersi dal palchetto e di far cenno agli attori che smettessero e venissero qui, qui, a vedere, ad assistere a quest'altro dramma vero.
S'accostò invece al Boggiòlo e di nuovo lo pregò di calmarsi con buone parole e battendogli ancora la mano su la spalla.
- Sí, sí, grazie, signora...
mi calmo, mi calmo, - disse Giustino, tranghiottendo le lagrime e asciugandosi gli occhi.
- Mi perdoni, signora.
Avevo bisogno, proprio bisogno di questo sfogo.
Mi perdoni.
Ecco, ora sono calmo.
Dica un po', questo dramma...
questo dramma nuovo, Se non cosí...
è andato, eh?...
com'è andato?
- Ah, non me ne parlate! - protestò la Carmi.
- È la stessa azione, caro, la stessa azionaccia che ha fatto a voi! Non me ne parlate, lasciamo andare...
- Volevo saper l'esito...
- insisté, con timidezza, Giustino, avvilito della sua stessa pena.
- Silvia Roncella, amico mio, è l'ingratitudine fatta persona! - sentenziò allora la Carmi.
- Chi la portò al trionfo? Ditelo voi, Boggiòlo! Non credetti io sola, io sola, mentre tutti ridevano o dubitavano, nella potenza del suo ingegno e del suo lavoro? Ebbene, ecco qua: ha pensato a tutte le altre, tranne che a me, per il nuovo dramma! Badate, questo lo dico a voi, perché so ciò che anche voi ne avete ricevuto.
Agli altri - ah, perbacco, io tengo alla mia dignità - agli altri dico che sono stata io a non volerne sapere.
E non recito piú neanche L'isola nuova, adesso.
Per grazia di Dio, la gente viene a teatro per me, a sentir me, qualunque cosa io faccia: non ho bisogno di lei! Ne parlo soltanto perché l'ingratitudine, si sa, fa sdegno a tutti, e voi potete comprendermi.
Giustino rimase un pezzo in silenzio a tentennare il capo; poi disse:
- Tutti, sa? tutti gli amici che m'ajutarono, furono trattati cosí da lei...
Ricordo la Barmis, anch'essa...
Dunque, questo nuovo dramma...
cosí...
com'è andato?
- Mah! - fece la Carmi.
- Pare che...
niente di straordinario...
Quel che si dice un successo di stima.
Qualche scena, qua e là, pare che sia buona...
il finale dell'ultimo atto, specialmente, sí, quello...
quello ha salvato il lavoro...
Non avete letto i giornali?
- Nossignora.
Da nove mesi.
Sono stato chiuso in casa...
Scendo ora per la prima volta a Torino.
Io sto qua, sopra Giaveno, nel mio paesello, con mia madre e il mio bambino...
- Ah, ve lo siete tenuto con voi, il figliuolo?
- Certo! Con me..
È stato sempre qua, veramente, con mia madre.
- Bravo, bravo, - approvò la Carmi.
- E cosí, voi non ne avete piú notizia dunque?
- No, nessuna piú.
Per caso ho saputo che il nuovo dramma è stato rappresentato.
Ho comperato i giornali, oggi, e ho visto che a Roma si replica...
- Anche a Milano, per questo...
- disse la Carmi.
- Ah, si è dato anche a Milano?
- Sí sí, con lo stesso successo.
- Al Manzoni?
- Al Manzoni, già.
E tra poco...
aspettate, fra tre giorni, da Milano verrà la Compagnia Fresi a metterlo in iscena qua, in questo teatro.
E lei, la Roncella, è a Milano adesso, e verrà qua ad assistere alla rappresentazione.
Giustino alla notizia balzò in piedi, anelante.
- Lo sa sicuro?
- Ma sí, mi par d'avere inteso cosi...
Che?...
Vi fa...
vi fa un certo effetto, eh? Capisco...
La Carmi s'era alzata anche lei e lo guardava pietosamente.
- Verrà?
- Dicono! E io lo credo.
La sua presenza, dopo tanto chiasso che si è fatto attorno a lei, può giovar molto, essendo il dramma anche un po' scadente.
Il pubblico poi non la conosce ancora e vuol conoscerla.
- Già già...
- disse Giustino, smanioso.
- È naturale...
questo è come il primo lavoro per lei...
Forse gliel'avranno anche imposto...
Verrà fra tre giorni la Compagnia Fresi?
- Sí, fra tre giorni.
C'è giú nell'atrio il cartello, non l'avete veduto?
Giustino non poté piú stare alle mosse; ringraziò la Carmi dell'affettuosa accoglienza e andò via, sentendosi già soffocare in quell'ombra fitta del teatro, tutto stravolto com'era dalla tremenda notizia che quella gli aveva dato.
Silvia, a Torino! La avrebbero chiamata fuori, lí, a teatro, ed egli la avrebbe riveduta!
Si sentí mancare le gambe uscendo all'aperto; ebbe come una vertigine e si portò le mani al volto.
Tutto il sangue gli era balzato alla testa e il cuore gli martellava in petto.
La avrebbe riveduta! Ah, chi sa come s'era fatta, adesso, in quel disordine di vita, sbattuta da quella tempesta! Chi sa com'era cangiata! Forse non sussisteva piú nulla in lei di quella Silvia ch'egli aveva conosciuta!
Ma no: forse non sarebbe venuta, sapendo che lui poteva scendere da Cargiore a Torino, e...
E se veniva appunto per questo? per riaccostarsi a lui? Oh Dio, oh Dio...
E come poteva piú perdonarla, lui, dopo tanto scandalo? come riprendere a vivere con lei, ora? No, no...
Egli non aveva piú alcuno stato; si sarebbe coperto di vergogna; tutti avrebbero creduto ch'egli si riuniva con lei per viver di lei, su lei, ancora, turpemente.
No, no! Non era piú possibile, ormai...
Ella doveva intenderlo.
Ma non le aveva lasciato tutto, partendo? Anche gli altri da questo suo atto avevano potuto argomentare ch'egli non era un vile sfruttatore.
Aveva dato a tutti la prova che non era capace di vivere con vergogna, lui, d'un denaro ch'era pur suo in gran parte, frutto del suo lavoro, sangue suo; e glielo aveva lasciato! Chi poteva accusarlo?
Questa protesta di fierezza, in cui s'indugiava con crescente soddisfazione, era la scusa con cui, tergiversando, la sua coscienza accoglieva la segreta speranza che Silvia venisse a Torino per farsi riprendere da lui.
Ma se ella veniva, invece, perché non poteva farne a meno, per impegno contratto con la Compagnia Fresi? E forse...
chi sa?...
non era sola; forse qualcuno la accompagnava, la sosteneva in quel viaggio penoso...
No, no: egli non poteva, non doveva far nulla.
Solo, a ogni costo, voleva ritornare a Torino fra poche sere per assistere, di nascosto, alla rappresentazione del dramma, per rivederla da lontano un'ultima volta...
Di nascosto! da lontano!
Un fiume di gente, in quella dolcissima sera di maggio entrava nel teatro illuminato a festa, le vetture accorrevano rombanti e facevan ressa lí innanzi alle porte, fra il contrasto delle luci, il brusío della folla agitata.
Di nascosto, da lontano, egli assisteva a quello spettacolo.
Ma non era ancor l'opera sua, quella, che aveva preso corpo e seguitava ora ad andare da sé, senza piú curarsi di lui?
Sí, era l'opera sua, l'opera che gli aveva assorbito, succhiato tutta la vita, fino a lasciarlo cosí, vuoto, spento.
E gli toccava di vederla proseguire, là, ecco, in quella fiumana di gente ansiosa, a cui non poteva piú neanche accostarsi, mescolarsi; espulso, respinto, egli, egli per cui la prima volta quella fiumana s'era mossa, egli che primo la aveva raccolta e guidata, in quella serata memorabile al teatro Valle di Roma!
Ora doveva aspettare cosí, di nascosto, da lontano, ch'essa, fragorosa, impaziente, invadesse e riempisse tutto il teatro, dov'egli si sarebbe cacciato furtivamente e per ultimo, vergognoso.
Straziato da questo esilio, ch'era d'un passo e infinito, dalla sua stessa vita, la quale, ecco, viveva là, fuori di lui, innanzi a lui, e lo lasciava spettatore inerte della sua propria miseria, della sua nullità adesso, Giustino ebbe un impeto d'orgoglio e pensò che - sí - seguitava ad andare da sé l'opera sua; ma come? non certo come se ci fosse lui ancora, a dirigerla, a sorvegliarla, a governarla, a sorreggerla da tutte le parti! Davvicino avrebbe voluto vedere com'essa seguitava ad andare senza di lui! Che preparazione aveva avuto quella prima del nuovo dramma? Appena appena ne avevano parlato i giornali della sera avanti e della mattina...
Se ci fosse stato lui, invece! Sí, affluiva, seguitava ad affluire la gente; ma perché? per la memoria dell'Isola nuova, del trionfo procurato da lui; e per vedere, per conoscere l'autrice, quella timida, scontrosa, inesperta ragazzetta di Taranto ch'egli, con l'opera sua, aveva messo avanti a tutti e reso celebre: egli che se ne stava qui, ora, abbandonato, nascosto nel bujo, mentr'ella di là, nella luce della gloria, era circondata dall'ammirazione di tutti.
Doveva esser là, certo, sul palcoscenico, a quell'ora.
Chi sa com'era! Che diceva? Possibile che non pensasse ch'egli da Cargiore, cosí vicino, sarebbe venuto ad assistere alla rappresentazione del dramma? Oh Dio, oh Dio...
lo riassaliva, a farlo tremar tutto, il pensiero che gli era sorto al primo annunzio ch'ella sarebbe venuta a Torino: che fosse venuta appunto per riaccostarsi a lui; che si aspettasse, dopo i primi applausi, una furiosa irruzione di lui sul palcoscenico e un abbraccio frenetico innanzi a tutti gli attori commossi; e poi, e poi...
oh Dio - si sentiva aprir le reni dai brividi, un formicolío per tutta la persona - ecco, si scostava da una parte e dall'altra la tenda, e tutti e due, lei e lui, presi per mano si mostravano, s'inchinavano, riconciliati e felici, a tutto il popolo acclamante in delirio.
Follie! follie! Ma, d'altra parte, non passava anche ogni limite l'improntitudine di lei, di venir là a Torino, fin sotto gli occhi di lui?
Si struggeva di sapere, di vedere...
Ma come poteva da quel palchetto d'ultima fila, nel centro, che era riuscito ad accaparrarsi dal giorno avanti?
Vi era entrato or ora, di furia, salendo a quattro a quattro le scale.
Si teneva in fondo, per non farsi scorgere.
Sul suo capo già la piccionaja strepitava; veniva dal basso, dai palchi, dalla platea, il fragorìo, il fermento delle grandi serate.
Il teatro doveva esser pieno e splendido.
Ancora anelante, piú dall'emozione che dalla corsa, egli guardava il telone e avrebbe voluto trapanarlo con gli occhi.
Ah che avrebbe pagato per riudire il suono della voce di lei! Credeva di non ricordarselo piú! Come parlava ella adesso? come vestiva? che diceva?
Sobbalzò a uno squillo prolungato d'un campanello, che rispondeva al chiasso cresciuto nel loggione.
Ed ecco s'apriva la tela!
Istintivamente, nell'improvviso silenzio, egli si fece innanzi, guardò la scena, che fingeva la sala di redazione d'un giornale.
Conosceva il primo atto e anche il secondo del dramma, e sapeva che ella non ne era contenta.
Forse li aveva rifatti, o forse, se il successo del dramma era stato mediocre, li aveva lasciati cosí com'erano, costretta a metter subito in iscena il lavoro per provvedere a difficoltà finanziarie.
La prima scena, tra Ersilia Arciani e il direttore del giornale Cesare D'Albis, era tal quale.
Ma la Fresi non rappresentava la parte d'Ersilia con quella rigidezza che Silvia aveva dato al carattere della protagonista.
Forse ella stessa, Silvia, aveva attenuato quella rigidezza per rendere il personaggio men duro e piú simpatico.
Ma, evidentemente, non bastava.
In tutto il teatro s'era già, fin dalle prime battute, diffuso il gelo d'una disillusione.
Giustino lo avvertiva, e da tutto quel gelo si sentiva venire un gran caldo alla testa, e sudava e s'agitava, smanioso.
Per Dio! esporsi cosí al cimento terribile d'un nuovo dramma, dopo il trionfo clamoroso del primo, senza un'adeguata preparazione alla stampa, senza prevenire il pubblico che quel nuovo dramma sarebbe stato diverso in tutto dal primo, la rivelazione d'un nuovo aspetto dell'ingegno di Silvia Roncella.
Ecco qua le conseguenze: il pubblico s'aspettava la poesia selvaggia dell'Isola nuova, la rappresentazione di strani costumi, di personaggi insoliti; si trovava invece davanti aspetti consueti della vita, prosa, prosa, e restava freddo, disingannato, scontento.
Avrebbe dovuto goderne, egli; ma no, no! perché quant'era ancora di vivo in lui era tutto in quell'opera che vedeva cascare, e sentiva ch'era un peccato ch'egli non ci potesse piú metter le mani per sorreggerla, rialzarla, farla di nuovo trionfare; un peccato per l'opera e una crudeltà feroce per sé!
Scattò in piedi a uno zittío prolungato che si levò a un tratto dalla platea, come un vento ad agitare tutto il teatro, e arretrò fino in fondo al palchetto con le mani sul volto in fiamme, quasi gliel'avessero sferzato.
L'ostinazione con cui Leonardo Arciani si rifiutava di ragionare col suocero urtava gli spettatori.
Ma forse infine il grido di Ersilia, che spiegava quell'ostinazione: - Babbo, ha la figlia, la figlia: non può ragionare! - avrebbe salvato l'atto.
Ecco, entrava la Fresi.
Si faceva silenzio.
Guglielmo Groa e il genero venivano quasi alle mani.
Il pubblico, non comprendendo ancora, s'agitava vieppiú.
E Giustino, fremente, avrebbe voluto gridar lui dal suo palchetto d'ultima fila:
- Idioti, non può ragionare! ha la figlia!
Ma ecco, ecco, lo gridava la Fresi...
brava! cosí...
forte, con tutta l'anima, come una scudisciata...
Il pubblico rompeva in un aaahhh prolungato...
Come?...
non piaceva? No...
Molti applaudivano...
Ecco, il sipario calava fra gli applausi; ma erano applausi contrastati; molti anche zittivano...
Oh Dio un fischio acuto, lacerante, dalla piccionaja benedetto, benedetto fischio! in reazione, infittivano ora gli applausi nelle poltrone, nei palchi...
Giustino, col volto inondato di lagrime, convulso, si storceva le mani, tentato d'applaudire anche lui furiosamente, e pur non di meno impedito dall'attesa angosciosa che gli concentrava tutta l'anima negli occhi.
Venivano fuori gli attori...
No, ella non c'era...
Silvia non c'era...
Fuori! fuori ancora una volta! Oh Dio...
C'era? No...
neanche questa volta...
Gli applausi cadevano, e con gli applausi cadeva anche Giustino su una seggiola del palchetto, sfinito, ansimante, come se avesse fatto una corsa d'un'ora.
Dal fuoco che gli bruciava la fronte venivano fuori gocce di sudore grosse come lagrime.
Tutto ristretto in sé, cercava di dar requie alle viscere contratte, al cuore tumultuante, e un gemito gli usciva dalla gola tra l'ansito, come per la crudeltà d'un tormento che non si possa piú sopportare.
Ma non poteva star fermo un istante; s'alzava, s'appoggiava alla parete del palchetto con le braccia abbandonate, il fazzoletto in mano, il capo ciondoloni...
guardava l'usciolino...
si portava il fazzoletto alla bocca e lo strappava...
Era prigioniero lí...
Non poteva farsi vedere...
Avrebbe voluto udire almeno i commenti che si facevano su quel primo atto; accostarsi al palcoscenico, vedere quelli che vi entravano a confortar l'autrice...
Ah, in quel momento ella di certo non pensava a lui; non esisteva egli per lei: era uno lí della folla, confuso con tutti...
eh no, no, neppure questo: neanche della folla egli poteva piú far parte: egli non doveva esserci, ecco; e non c'era, difatti: chiuso, nascosto lí in un palchetto che tutti dovevano creder vuoto, l'unico vuoto, perché c'era uno che non doveva esserci...
Che tentazione, intanto, di correre al palcoscenico, farsi largo, da padrone, riprendere il suo posto, la bacchetta del comando! Un furore eroico lo sollevava, di far cose inaudite, non mai vedute, per cangiar di punto in bianco le sorti di quella serata, sotto gli occhi attoniti di tutto il pubblico; dimostrare che c'era lui, adesso, lui, l'autore del trionfo dell'Isola nuova...
Ecco, squillavano i campanelli per il secondo atto.
Ricominciava la battaglia.
Oh Dio, come avrebbe fatto ad assistervi, cosí stremato di forze?
Il pubblico rientrava nella sala agitato, turbolento.
Se la prima scena del secondo atto, tra il padre e la figlia, non piaceva, il lavoro sarebbe caduto irreparabilmente.
Si alzò la tela.
La scena rappresentava lo studio di Leonardo Arciani.
Era giorno, e il lume rimasto acceso tutta la notte, ardeva ancora su la scrivania.
Guglielmo Groa dormiva, sdrajato su una poltrona, con un giornale su la faccia.
Entrava Ersilia, spegneva il lume, svegliava il padre e gli annunziava che il marito non era rincasato; alle domande aspre e recise di quello, come martellate su la roccia, si rompeva la durezza di Ersilia, e la sua passione chiusa cominciava a fluire; ella parlava con languida calma accorata e difendeva il marito, il quale, posto tra lei e la figlia, se n'era andato da questa: - "Dove sono i figli è la casa!".
Giustino, preso, affascinato anche lui dalla profonda bellezza di quella scena rappresentata con arte mirabile dalla Fresi, non avvertiva che il pubblico s'era fatto, ora, attentissimo.
Quando, alla fine, scoppiò un applauso caldo, lungo, unanime, sentí tutto il sangue d'un tratto piombargli al cuore e d'un tratto rimontargli alla testa.
La battaglia era vinta; ma lui, lui si vide perduto; se Silvia a quegli applausi insistenti si presentava a ringraziare il pubblico, non la avrebbe veduta: gli era calato come un velo davanti agli occhi.
No, no, per fortuna! La rappresentazione seguitava.
Egli però non poté piú prestare attenzione.
L'ansia, l'angoscia, la smania gli crebbero di punto in punto, progredendo l'atto, approssimandosi alla fine, alla scena stupenda tra il marito e la moglie, allorché Ersilia, perdonando a Leonardo, lo allontana da sé: - "Tu non puoi piú rimanere qua, ora.
Due case, no; io qua e tua figlia là, no.
Non è piú possibile, vattene! So quello che tu desideri!".
- Ah, come lo diceva la Fresi! Ecco, Leonardo andava via; ella rompeva in un pianto di gioja, e calava la tela tra applausi fragorosi.
- L'autrice! l'autrice!
Giustino con le braccia strette, incrociate sul petto e le mani aggrappate agli omeri, quasi a impedire che il cuore gli balzasse fuori, aspettò mugolando che Silvia comparisse alla ribalta.
Lo spasimo dell'attesa gli rendeva quasi feroce il viso.
Eccola! No.
Erano gli attori.
Gli applausi seguitavano scroscianti.
- L'autrice! Fuori l'autrice!
Eccola! Eccola! Quella? Sí, eccola là tra i due attori.
Ma si distingueva appena, cosí dall'alto: la distanza era troppa e troppo la commozione gl'intorbidava la vista! Ma ecco, la chiamavano ancora una volta fuori; eccola, eccola di nuovo: i due attori si traevano indietro e la lasciavano sola alla ribalta, là, esposta, a lungo, a lungo, alla dimostrazione solenne del pubblico acclamante in piedi.
Questa volta Giustino la poté scorgere bene: stava diritta, pallida, e non sorrideva; inchinava appena il capo, lentamente, con una dignità non fredda, ma piena d'una invincibile tristezza.
Non pensò piú a nascondersi, Giustino, appena ella si ritrasse dalla ribalta, scappò fuori del palchetto come un forsennato; si precipitò giú per le scale, incontro alla folla che usciva dalla sala e ingombrava i corridoi; si fece largo con gesti furiosi, tra lo stupore di quanti si videro strappati indietro; udí grida e risa alle sue spalle; trovò l'uscita del teatro, e via, via quasi di corsa, con una sola sensazione in sé nella tenebra vorticosa che gli occupava il cervello, tutta trafitta da sprazzi di luce; quella d'un fuoco che gli divorasse le viscere e gli désse alla gola un'arsura atroce.
Come un cane battuto, si cacciò dalla piazza nella prima via che gli s'aprí davanti, lunga, diritta, deserta; e prese ad andare senza saper dove, con gli occhi chiusi, grattandosi con ambo le mani i capelli su le tempie e dicendosi senza voce entro la bocca arida, come di sughero:
- È finita...
è finita...
è finita...
Questo, dalla vista di lei, gli era penetrato, gli s'era imposto come una convinzione assoluta: che tutto per lui era finito, perché quella non era piú Silvia, no, no, quella non era piú Silvia; era un'altra, a cui egli non poteva piú accostarsi, lontana, irraggiungibilmente lontana, sopra di lui, sopra di tutti, per quella tristezza ond'era tutta avvolta, isolata, inalzata, cosí diritta e austera, com'era uscita dalla tempesta attraversata; un'altra, per cui egli non aveva piú alcuna ragione d'esistere.
Dove andava? Dove s'era cacciato? Guardò smarrito le case tacite, buje; guardò i fanali veglianti tristi nel silenzio; si fermò; fu per cascare; s'appoggiò al muro, con gli occhi a uno di quei fanali; osservò come un insensato la fiamma immota, poi, sotto, il cerchio di luce sul marciapiede; allungò lo sguardo nella via; ma perché cercare di raccapezzarsi, se tutto era finito? Dove doveva andare? a casa? e perché? doveva seguitare a vivere, è vero? e perché? Lí, nel vuoto, in ozio, a Cargiore, per anni e anni e anni...
Che gli restava piú, che potesse dare un qualche senso, un qualche valore alla sua vita? Nessun affetto, che non rappresentasse ormai un dovere insopportabile: quello per il figlio, quello per la madre.
Egli non ne sentiva piú bisogno, di questi affetti; ne sentivano il bisogno gli altri, il figlio, la madre; ma che poteva piú fare per loro? Vivere, è vero? Vivere per non far morire di dolore la sua vecchia mamma...
Quanto al figlio, se egli fosse morto e morta la nonna, restava la madre, e sarebbe stato meglio per lui e meglio anche per lei.
Col bambino accanto, ella avrebbe dovuto per forza pensare a lui, al padre, a quello ch'era stato suo marito, e cosí egli avrebbe seguitato a esistere per lei, col figlio, nel figlio.
Ah, come ridursi a piedi, cosí sfinito, da Giaveno a Cargiore? Certo sua madre stava ad aspettarlo, chi sa fra quali tristi pensieri per quella sua scomparsa...
Era stato come pazzo tutti quei giorni, da che aveva saputo che Silvia sarebbe venuta a Torino.
Lo aveva saputo anche la madre per mezzo del Prever, a cui forse qualcuno lo aveva detto in paese, il dottor Lais probabilmente, che aveva letto la notizia nei giornali.
E gli era entrata in camera, la madre, a scongiurarlo di non scendere piú in città in quei giorni.
Ah, poverina! poverina! che spettacolo le aveva dato! S'era messo a gridare, proprio come un pazzo, che voleva essere lasciato stare, che non aveva bisogno della tutela d'alcuno, che non voleva essere soffocato da tutte quelle premure e paure, né accoppato da tutti quei consigli.
E per tre giorni non era piú sceso neanche a desinare e a cenare, tappato in camera, senza voler vedere nessuno né sentir nulla.
Basta, ora.
La aveva riveduta, s'era tolta ogni speranza, che piú gli restava da fare? Ritornare al suo figliuolo, alla sua mamma, e basta...
basta per sempre!
S'avviò, si raccapezzò, si diresse alla stazione della tramvia a vapore che doveva condurlo a Giaveno; vi giunse appena in tempo per l'ultima corsa.
Sceso a Giaveno circa a mezzanotte, si mise in via per Cargiore.
Tutto era silenzio, sotto la luna, nella fresca dolcissima notte di maggio.
Provò, piú che sgomento della solitudine attonita e quasi stupefatta nel blando chiaror lunare, una guardinga ambascia della misteriosa affascinante bellezza della notte tutta pezzata d'ombre di luna e sonora di trilli argentini.
A tratti, certi segreti mormoríi d'acque e di fronde gli rendevano piú cupa e piú vigile l'ambascia.
Gli pareva che quei mormoríi non volessero essere uditi né udire il suono dei suoi passi; ed egli camminava piú lieve.
All'improvviso, dietro un cancello un cane gli abbajò ferocemente e lo fece sobbalzare e tremare e gelar di spavento.
Subito, tant'altri cani presero ad abbajare da presso, da lontano, protestando contro quel suo passare a quell'ora.
Cessato il tremito, avvertí maggiormente l'estrema stanchezza che gli aggravava le membra; pensò a che doveva quella stanchezza, pensò alla via interminabile che aveva davanti, e subito gli s'oscurò la bellezza della notte, gli svaní il fascino di essa, e si sprofondò nel vuoto tenebroso del suo dolore.
Andò, andò per piú di un'ora, senza voler sostare un momento a riprender fiato; alla fine non ne poté piú e sedette sul ciglio del viale: proprio cascava a pezzi; non aveva neanche piú forza di reggere il capo.
Gli si fece distinto, a poco a poco, il fragorío profondo del Sangone giú nella valle, poi anche il fruscio delle foglie nuove dei castagni e la frescura densa della vallata boscosa, infine il riso d'un rivoletto di là, e risentí l'arsura della bocca.
Si lagnò per far pietà a se stesso, al suo animo cupo e incrudelito; si vide cosí solo, per via, nella notte e cosí stanco e disperato, e provò un cocente bisogno di conforto.
Si rialzò per giunger piú presto a colei che sola ormai poteva darglielo.
Ma dovette andare per un'altra ora buona, prima di scorgere la cuspide ottagonale della chiesa, appuntata come un dito minaccioso al cielo.
Quando vi giunse e volse gli occhi alla sua casa, vi vide con stupore accesi i lumi a tre finestre.
Uno, sí, se lo aspettava; ma tanti perché?
Al bujo, seduto su lo scalino innanzi alla porta, trovò il Prever che piangeva dirottamente.
- La mamma? - gli gridò.
Il Prever si levò e con la testa bassa gli tese le braccia:
- Rino...
Rino...
- gemette, tra i singhiozzi, entro il barbone abbatuffolato.
- Rino?...
Ma come?...
Che ha?
E, sciogliendosi con rabbia dalle braccia del vecchio, Giustino corse sú alla camera del bimbo gridando ancora:
- Che ha? che ha?
Restò, su la soglia, davanti allo scompiglio della camera.
Il bimbo era stato tratto or ora da un bagno freddo, e la nonna lo teneva su le ginocchia, avvolto nel lenzuolo.
C'era il dottor Lais.
Graziella e la bàlia piangevano.
Il bimbo non piangeva; tremava tutto, con la testina ricciuta inzuppata d'acqua, gli occhi serrati, il visino avvampato, quasi paonazzo, già gonfio.
La madre alzò appena gli occhi, e Giustino si sentí trafiggere da quello sguardo.
- Che ha? che ha? - chiese con voce tremante al dottore.
- Che è accaduto? Cosí...
d'un colpo?
- Eh, da due giorni...
- fece il dottore.
- Due giorni?
La madre tornò a sogguatarlo.
- Io non so...
non so nulla - balbettò allora Giustino al medico, come a scusarsi.
- Ma come? Che ha, dottore! Mi dica! Che è stato? che è stato?
Il Lais lo prese per un braccio, gli fece un cenno col capo, e se lo portò nella stanza accanto.
- Lei viene da Torino, è vero? È stato a teatro?
- Sí, - bisbigliò Giustino, guardandolo, intronato.
- Ebbene, - riprese il Lais, esitante.
- Se la madre è qua...
- Che cosa?
- Penso che...
sarà bene, forse, avvertirla...
- Ma dunque, - gridò Giustino, - dunque Rino...
il mio bimbo...
Gli risposero tre scoppi di pianto dalla stanza attigua, e un quarto alle spalle, del Prever ch'era risalito.
Giustino si volse, si abbandonò tra le braccia del vecchio e ruppe in pianto anche lui.Il Lais rientrò nella stanza del bimbo, che, riposto sul letto, pure sprofondato nel letargo, pareva désse gli ultimi tratti.
Già scottava di nuovo.
Sopravvenne Giustino, invano trattenuto dal Prever.
- Voglio sapere che ha! voglio sapere che ha! - gridò al dottore, in preda a una rabbia feroce.
Il Lais se ne irritò, e gli gridò a sua volta:
- Che ha? Una perniciosa!
E il tono e il cipiglio dicevano: - "Lei se ne viene dal teatro, e ha il coraggio di domandare a me a codesto modo che cos'ha il suo figliuolo!".
- Ma come! In tre giorni?
- In tre giorni, sicuro! Che meraviglia? È ben per questo una perniciosa!...
S'è fatto di tutto...
ho tentato...
- Rino mio...
Rino mio...
Oh Dio, dottore...
Rirí mio!
E Giustino si buttò in ginocchio accanto al lettuccio, a toccare con la fronte la manina bruciante del bimbo, e tra i singhiozzi pensò che non aveva dato mai, mai tutto il suo cuore a quell'esseruccio che se n'andava, ch'era vissuto circa due anni quasi fuori dell'anima sua, fuori di quella della madre, povero bimbo, e aveva trovato rifugio soltanto nell'amor della nonna...
Ed egli poc'anzi aveva pensato di darlo alla madre! Ma non se lo meritava neanche lei, come non se lo meritava lui! Ed ecco, perciò il bimbo se ne andava...
Non se lo meritavano nessuno dei due.
Il dottor Lais lo fece alzare da terra e con dolce violenza se lo portò di nuovo nella camera accanto.
- Ritornerò appena sarà giorno, - gli disse qua.
- Se vuole fare il telegramma alla madre...
Mi sembra giusto...
Posso, se vuole, incaricarmi io di passarlo, prima di ritornare.
Ecco, scriva qua.
E gli porse un biglietto del suo taccuino e la penna.
Egli vi scrisse: - Vieni subito.
Tuo figlio muore.
- Giustino.
Tutta la cameretta era piena di fiori; pieno di fiori il lettuccio su cui giaceva il cadaverino sotto un velo azzurro; quattro ceri ardevano agli angoli, quasi a stento, come se le fiammelle penassero a respirare in quell'aria troppo gravata di profumi.
Anche il morticino ne pareva oppresso: cereo coi globi degli occhietti induriti sotto le pàlpebre livide.
Tutti quei fiori insieme non facevano piú odore: avevano ammorbato l'aria chiusa di quella cameretta; stordivano e nauseavano.
E il bimbo sotto il velo azzurro, irremovibilmente abbandonato a quel profumo ammorbante, sprofondato in esso, prigioniero di esso, ecco, non poteva esser piú guardato se non da lontano, al lume di quei quattro ceri, il cui giallor caldo rendeva quasi visibile e impenetrabile il graveolente ristagno di tutti quegli odori.
Soltanto Graziella stava presso l'uscio a mirare con occhi disfatti dal pianto il cadaverino, allorché, verso le undici, come in un vento improvviso sú per la scala, tra gemiti e fruscíi d'abiti e singhiozzi rinnovati giú a pianterreno, Silvia, sorretta dal dottor Lais, fece per irrompere nella cameretta e subito s'arrestò poco oltre la soglia, levando le mani, come a ripararsi da quello spettacolo, e aprendo la bocca a un grido, a un altro, a un altro, che non poterono romperle dalla gola.
Il dottor Lais se la sentí mancare tra le braccia, gridò:
- Una sedia!
Graziella la porse; entrambi, sorreggendola, la fecero sedere, e subito il Lais balzò alla finestra, esclamando:
- Ma, dico, come si fa a star cosí? Qua dentro non si respira! Aria, aria!
E ritornò sollecito a Silvia, la quale ora, seduta, con le mani sul volto, il capo piegato come sotto una condanna, che oltre al peso del cordoglio avesse quello del rimorso e della vergogna, piangeva scossa da violenti singulti.
Pianse cosí un pezzo; poi levò il capo, sorreggendoselo con le mani allargate di qua e di là dagli occhi, e guardò il lettuccio; si alzò, vi s'accostò, dicendo al dottore che voleva impedirglielo:
- No...
no...
mi lasci...
me lo lasci vedere...
E dapprima lo mirò attraverso il velo, poi senza il velo, soffocando i singhiozzi, rattenendo il respiro per provare in sé la morte del figlio, che non riconosceva piú; e come non poté regger piú oltre a quell'arresto di vita in sé, si chinò a baciare la fronte del cadaverino e vi gemette sopra:
- Ah, come sei freddo...
come sei freddo...
E dentro sé piangeva: - "Perché il mio amore non ha potuto riscaldarti...".
- Freddo...
freddo...
E gli carezzò sul capo, lievemente, i riccioletti biondi.
Il dottor Lais la costrinse a staccarsi dal lettuccio.
Ella guardò Graziella che piangeva, ma le scorse dietro le lagrime per il bimbo uno sguardo ostile per lei; non ne provò sdegno, anzi amò l'odio di quella vecchia ch'era un atto d'amore per il suo bimbo, e si rivolse al dottore:
- Com'è stato? com'è stato?
Il Lais la condusse nella stanza attigua, in quella stessa ov'ella aveva dormito nei mesi del suo soggiorno là.
Il pianto, allora, che nella cameretta del bimbo le era venuto agli occhi se non propriamente sforzato, quasi strappato dalla violenza di quella vista, qua le sgorgò spontaneo e impetuoso: qua si sentí lacerare il cuore dai ricordi vivi della sua creaturina, qua si risentí madre veramente, col cuore d'allora, quando la bàlia ogni mattina le recava a letto il piccino roseo ignudo levato or ora dal bagno, ed ella, stringendoselo al seno, pensava che presto le sarebbe toccato di separarsi da lui...
Intanto il Lais le parlava della malattia improvvisa, di quanto aveva fatto per salvarlo, e le raccontava che anche per il padre quella sciagura era stata uno schianto inatteso, perché la sera avanti egli era a teatro ad assistere al dramma di lei, senza sapere che il bambino fosse cosí gravemente malato.
Silvia levò il capo, percorsa da un brivido, a questa notizia:
- Jersera? a teatro? Ma come non sapeva?...
- Eh, signora, - rispose il Lais.
- Con la notizia che lei sarebbe venuta a Torino...
E con la mano fece un gesto che significava: parve si levasse di cervello.
- La madre non gliene disse nulla, vedendolo cosí, aggiunse.
- Non suppose veramente che si trattasse d'un caso cosí grave...
Fa pietà, creda, fa pietà! Appena arrivato jeri notte, verso le due, a piedi da Giaveno, trovò qua il bimbo moribondo.
Sono stato io a suggerirgli di avvisar lei per telegramma, anzi l'ho passato io stesso il telegramma, quando già il bimbo purtroppo...
È spirato verso le sei...
Sente? sente?
Sú per la scaletta, all'improvviso, sonarono i singhiozzi di Giustino tra uno scalpiccío confuso e le grida di altri che forse cercavano di trattenerlo.
Silvia balzò in piedi, sconvolta, e si ritrasse in un angolo, come se volesse nascondersi.
Sorretto da don Buti, dal Prever e dalla madre, Giustino apparve su la soglia come smemorato, scomposto negli abiti, nei capelli, il volto bagnato di lagrime; guardò truce il dottor Lais, disse:
- Dov'è?
Appena la vide, il ventre, il petto gli si misero a sussultare e le gambe e il mento a tremar d'un lieve e fitto tremito crescente, finché il pianto, scomponendogli a mano a mano i tratti del viso, non gli gorgogliò in gola convulso; ma come il Prever e don Buti cercarono di trarlo via, si strappò da loro ferocemente:
- No, qua! - gridò.
E stette un istante cosí, sciolto, perplesso, poi, arrangolando, si precipitò su Silvia e l'abbracciò furiosamente.
Silvia non mosse un braccio; s'interí per resistere allo strazio che quell'impeto disperato le cagionava, serrò gli occhi per pietà, poi li riaprí per rassicurar la madre che non temesse di lei, che - ecco - non abbracciava, si lasciava abbracciare per pietà, e quella pietà avrebbe saputo contenere.
- Hai veduto? hai veduto? - le singhiozzava intanto Giustino, sul seno, stringendola sempre piú.
- Se n'è andato...
Rirí se n'è andato, perché noi non c'eravamo...
tu non c'eri...
e neanche io c'ero piú...
e allora il povero piccino ha detto: - E che ci faccio piú io qua? - e se n'è andato...
Se ti vedesse qua ora...
Vieni! vieni! Se ti vedesse qua...
E la trascinò per mano alla camera del bimbo, come se la venuta di lei e la gioja ch'egli ne provava potessero fare il miracolo di richiamare in vita il bambino...
- Rirí!...
Ah, Rirí...
ah, Rirí mio...
E cadde di nuovo in ginocchio innanzi al letto, affondando la faccia tra i fiori.
Silvia si sentí venir meno; il dottor Lais accorse, la sorresse, la riportò nella camera attigua.
Anche Giustino fu strappato dal lettuccio da don Buti e dal Prever e ricondotto giú a pianterreno.
- Silvia! Silvia! - seguitava a chiamare, subendo la violenza di quei due senza piú coraggio di ribellarsi ora che aveva riveduto morto il suo bambino.
Al suono del suo nome che s'allontanava, Silvia si sentí come chiamata dal fondo della vita trascorsa lí un anno addietro: era tra la letizia d'allora il presentimento oscuro di questa sciagura; e quel presentimento ora la chiamava cosí tra il pianto: - Silvia!...
Silvia!...
- da lontano.
Ah, se avesse potuto sentire allora il suo nome gridato cosí, ella avrebbe trovato la forza di resistere a ogni tentazione; sarebbe rimasta lí col suo piccino, in quel nido di pace tra i monti, e il suo piccino non sarebbe morto, e nessuna delle cose orrende che erano avvenute, sarebbe avvenuta.
Quella piú orrenda fra tutte...
ah, quella! Ancora, tra vampe di soffocanti immaginazioni, ella si sentiva bruciar le carni dalla vergogna d'un unico amplesso, tentato quasi a freddo, per un'orrida necessità ineluttabile, là a Ostia, e rimasto disperatamente incompiuto; si sentiva da esso insozzata per sempre, piú che se si fosse resa colpevole mille e mille volte con tutti quei giovani che la voce pubblica le aveva affibbiati e le affibbiava ancora per amanti.
La memoria viscida di quell'unico amplesso mancato le aveva incusso una nausea invincibile, un'abominazione, nella quale si sarebbe ormai sempre affogato ogni desiderio d'amore.
Era sicura che Giustino, se ella avesse voluto, si sarebbe strappato dalle braccia della madre, da ogni ritegno d'amor proprio, per ritornare a lei.
Ma no: ella non voleva; per lui e per sé non doveva! Ora anche l'ultimo vincolo tra loro era stato spezzato dalla morte; e invano egli laggiú si dibatteva tra le braccia che volevano trattenerlo.
Il dottor Lais era stato chiamato in ajuto.
Di là giaceva tra i fiori il suo bambino morto.
Saliva gente a vederlo: donne del paese, vecchi, ragazzi, e recavano tutti altri fiori, altri fiori...
Poco dopo il dottor Lais, tutto accaldato e sbuffante, risalí da lei con un foglio di carta in mano, la bozza d'un telegramma, che il marito giú, gridando e dibattendosi, aveva voluto scrivere per forza.
E voleva che lui, il dottor Lais, andasse subito a passarlo, dopo averlo fatto vedere a lei.
- Un telegramma? - domandò Silvia, stordita.
- Già, eccolo.
E il Lais glielo porse.
Era un telegramma alla Compagnia Fresi.
Parecchie parole erano rese quasi illeggibili dalle lagrime che vi erano cadute sopra.
Vi si annunziava la morte del bambino, chiedendo che fossero sospese le repliche del dramma, previo annunzio al pubblico del grave lutto dell'autrice.
Era firmato Boggiòlo.
Silvia lo lesse e restò, sotto gli occhi del dottore in attesa, assorta stupita e perplessa.
- Si deve passare?
Ecco: dopo l'abbraccio, egli si sentiva già ridiventato suo marito.
- Cosí, no, - rispose al dottore.
- Levi l'annunzio al pubblico e, se vuole incomodarsi, lo passi pure, ma sotto il mio nome, prego...
Il dottor Lais s'inchinò.
- Comprendo bene, - disse.
- Non dubiti, sarà fatto.
E andò via.
Ma dopo circa mezz'ora, ecco Giustino sú di nuovo, con un'aria da folle, insieme con un giornalista, con quello stesso giovine giornalista venuto da Torino un anno addietro alla scoperta dell'autrice dell'Isola nuova.
- Eccola qua! eccola qua! - disse, facendolo entrare nella camera; e, rivolto a Silvia: - Tu lo conosci, è vero?
Il giovine, mortificato da quell'ansia scomposta, quasi ilare, del Boggiòlo, che avventava in mezzo al luttuoso momento, benché il pover'uomo mostrasse pure il volto bruciato dalle lagrime, s'inchinò e stese la mano a Silvia, dicendo:
- Mi duole, signora, di ritrovarla qui in un animo cosí diverso dalla prima volta.
Ho saputo in teatro, ch'ella era corsa qui...
Non m'aspettavo, che già...
Giustino lo interruppe, afferrandolo per un braccio:
- Mentre jersera giú a Torino si rappresentava il dramma, - prese a dirgli con un gran tremore nella voce e nelle mani, ma pur con gli occhi fissi in quelli di lui, come se volesse fargli la lezione, - qua il bambino moriva, e non lo sapevamo né io né lei, capisce? E lei, - seguitò, additando Silvia, - lei qua, la prima volta, sa perché ci venne? Per la nascita del nostro bimbo! E sa quando nacque il nostro bimbo? La sera stessa del trionfo dell'Isola nuova, proprio la stessa sera, per cui lo chiamammo Vittorio, Vittorino...
Ora è ritornata qua per la sua morte! E quando avviene questa morte? Proprio mentre a Torino si rappresenta il nuovo dramma! Veda un po'! veda un po' la fatalità...
Nasce e muore cosí...
Venga, venga qua, glielo faccio vedere...
Cosí ripreso dalla foga della sua professione, in quello stato, faceva quasi spavento.
Il giovine giornalista lo guatava, sbalordito.
- Eccolo! eccolo qua, il nostro angioletto! Vede com'è bello tra tanti fiori? Queste sono le tragedie della vita, caro signore.
Non c'è mica bisogno di andarle a cercare nelle isole lontane, tra gente selvaggia, le tragedie della vita! Lo dico per il pubblico, sa? che certe cose non le vuole capire...
Loro, loro giornalisti dovrebbero spiegarlo bene al pubblico, che se oggi una scrittrice si può cavare una tragedia...
cosí, dalla testa, una tragedia selvaggia, che per la novità piace subito a tutti, domani lei stessa, la scrittrice, può essere afferrata da una di queste tragedie qua, della vita, che stritolano un povero bambino, il cuore d'un padre e d'una madre, capisce? Questo, questo dovrebbero loro spiegare al pubblico che resta freddo davanti alla tragedia d'un padre che ha una figlia fuori di casa, d'una moglie che sa di non poter riavere il marito se non a patto di prendersi con sé la figlia di lui, e va' là, va' dall'amante del marito a farsela dare! Queste sono tragedie...
le tragedie della vita, caro signore...
Questa povera donna qua, creda, non può far nulla...
non...
non le sa far valere, le cose sue...
Io, io ci voglio, io che so bene queste cose...
ma la testa in questo momento mi...
mi fa male assai, creda...
mi fa male assai...
Troppe emozioni...
troppe...
e ho bisogno di dormire...
E la stanchezza, sa? che mi fa parlare cosí...
Bisogna proprio che vada a dormire...
non mi reggo piú...
non mi reggo piú...
E se n'andò, curvo, con la testa tra le mani, ripetendo: - Non mi reggo piú...
non mi reggo piú...
- Oh poverino! - sospirò il giornalista, rientrando con Silvia nell'altra camera.
- In che stato si trova!...
- Per carità, - s'affrettò a pregar Silvia, - non dica, non riferisca nulla nel giornale...
- Signora mia! che crede? - la interruppe quello, parando le mani.
- È un doppio strazio per me! - riprese Silvia quasi soffocata.
- È stato come un fulmine! E ora...
quest'altro strazio...
- Fa veramente pietà!
- Sí, e proprio per la pietà che ne sento, io voglio andarmene, voglio andarmene...
- Se vuole, signora, ho qui con me...
- No, no: domani, domani.
Finché il mio bimbo è qua, starò qua.
Qua è sepolto anche mio zio.
E mi faceva tanto male il pensiero che quel mio caro vecchio fosse qua, in una tomba non sua.
I morti, capisco, non sono tra loro né amici né nemici.
Ma io lo pensavo tra morti non amici.
Ora avrà con sé il nipotino e non sarà piú solo nella tomba straniera.
Gli darò domani il mio piccino e, appena sarà finito tutto, me ne scenderò...
- Vuole che venga io domani a rilevarla? Sarebbe per me una fortuna.
- Grazie,- disse Silvia.
- Ma io non so ancor quando...
- M'informerò, non dubiti.
A domani!
E il giovane giornalista andò via, tutto contento.
Silv