GIUSTINO RONCELLA NATO BOGGIOLO, di Luigi Pirandello - pagina 3
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Aveva spiccato dalla natura e dalla storia il fiore d'una bella immagine, in grazia della quale poteva non pentirsi piú, ora, d'essersi abbassata a fare onore a quella Silvia Roncella, tanto piú giovine di lei, ancor quasi principiante, inculta e digiuna affatto di poesia.
Volse, cosí pensando, con atto di sdegno la faccia ruvida, in cui spiccavano violentemente le tumide labbra dipinte, verso quei quattro che non si curavano di lei; eresse il busto e sollevò una mano sovraccarica d'anelli per palparsi lievemente su la fronte il crine che pareva di capecchio.
Forse lo Zago meditava anche lui una poesia, pinzandosi con le dita gl'ispidi peluzzi neri sparsi sul labbro.
Ma per comporre aveva bisogno di saper prima tante cose, lui, che non voleva piú domandare a uno che dichiarava d'aver fame davanti a uno spettacolo come quello.
Sopravvenne, saltellando secondo il solito suo, il giovine giornalista Tito Lampini, Ciceroncino come lo chiamavano, autore anche lui di un volumetto di versi; smilzo, dalla testa secca, quasi calva, su un collo stralungo riparato da un solino alto per lo meno otto dita.
La Morlacchi lo investí con voce stridula:
- Ma che modo è codesto, Lampini? Si dice per mezzodí; a momenti è il tocco; non si vede nessuno...
Il Lampini s'inchinò, aprí le braccia, si volse sorridendo agli altri quattro e disse:
- Scusi, ma che c'entro io, signora mia?
- Voi non centrate, lo so, - riprese la Morlacchi.
- Ma il Raceni, almeno, come ordinatore del banchetto...
- Ar...archi...architriclino, già, - corresse timidamente con la lingua imbrogliata, ponendosi una mano davanti la bocca, il Lampini, e guardando l'archeologo professor Litti per fargli vedere che lo sapeva.
- Già, va bene; ma avrebbe dovuto trovarsi qua, mi sembra.
Non è piacevole, ecco.
- Ha ragione, non è piacevole; ma io sono qua un invitato come lei, signora.
Permette?
E il Lampini, tornando a inchinarsi frettolosamente, andò a stringere la mano al Litti, al Toronti, al Jàcono.
Non conosceva lo Zago.
- Sono venuto in vettura, io, anzi, temendo di far tardi, - annunziò.
- Ma già viene qualche altro.
Ho visto per la salita donna Francesca Lampugnani e il Betti e anche la Barmis con Casimiro Luna.
Guardò nella sala vetrata, dov'era già apparecchiata la lunga tavola adorna di molti fiori e con una fronda d'edera serpeggiante tutt'in giro; poi si rivolse alla Morlacchi, dolente ch'ella se ne stésse là in disparte, e disse:
- Ma la signora, scusi, non potrebbe?...
Raimondo Jàcono lo interruppe a tempo:
- Di', Lampini, tu che ti ficchi da per tutto: la hai già veduta, codesta Roncella?
- No.
Tant'è vero che non mi ficco affatto.
Non ho avuto ancora il piacere e l'onore...
E il Lampini, inchinandosi una terza volta, mandò un sorriso gentile alla Morlacchi.
- Molto giovane? - domandò Filiberto Litti, stirandosi e guardandosi sottecchi uno dei lunghissimi baffi bianchi, che parevano finti, appiccicati nella faccia legnosa.
- Ventiquattr'anni, dicono, - rispose Faustino Toronti.
- Fa anche versi? - tornò a domandare il Litti, stirandosi e guardandosi l'altro baffo, adesso.
- No, per fortuna! - gridò il Jàcono.
- Professore, voi ci volete tutti morti! Un'altra poetessa in Italia? Di' di', Lampini, e il marito?
- Sí, il marito sí, - disse il Lampini.
- È venuto la settimana scorsa in redazione per avere una copia del giornale con l'articolo di Betti su La casa dei nani.
- E come si chiama?
- Il marito? Non lo so.
- Mi par d'aver inteso Bòggiolo, - disse il Toronti.- O Boggiòlo.
Qualcosa cosí.
- Grassottino, belloccio, - aggiunse il Lampini, - occhiali d'oro, barbetta bionda, quadra.
E deve avere una bellissima calligrafia.
Si vede dai baffi.
I quattro risero.
Sorrise anche di là, senza volerlo, la Morlacchi.
Vennero sul terrazzo, tirando un gran sospiro di soddisfazione, la marchesa donna Francesca Lampugnani, alta, dall'incesso maestoso, come se recasse sul seno magnifico un cartellino con la scritta: Presidentessa del circolo di coltura feminile, e il suo bel paladino Riccardo Betti, che nello sguardo un po' languido, nei mezzi sorrisi sotto gli sparsi baffi biondissimi e nei gesti e nell'abito, come nella prosa de suoi articoli, affettava la dignità, la misura, la correttezza, le maniere tutte insomma del...
no, du vrai monde.
Tanto il Betti quanto Casimiro Luna erano venuti unicamente per far piacere a donna Francesca che, in qualità di presidentessa del Circolo di coltura femminile, proprio non poteva mancare a quel banchetto.
Appartenevano al fior fiore del giornalismo, tra diplomatico e mondano, genere particolare, e non avrebbero mai degnato della loro presenza quella riunione di letterati.
Il Betti lo dava a divedere chiaramente; Casimiro Luna, invece, piú gajo, irruppe romorosamente nel terrazzo con Dora Barmis.
Passando per l'andito, aveva dato della gran toppa del Castello di Costantino e dell'enorme chiave di cartone, esposte lí per burla, una spiegazione di cui la Barmis, ridendo, si fingeva scandalizzata, e aveva già chiesto ajuto alla Marchesa, e ora, in quel suo italiano che voleva a tutti i costi parer francese:
- Ma io vi trovo abominevole, - protestava, - abominevole, Luna! Che è questo continuo, odioso persifflage?
Lei sola, dei quattro nuovi venuti, s'accostò dopo quello sfogo alla Morlacchi e la trasse a forza con sé nel gruppo, non volendo perdere le altre salaci arguzie del "terribile" Luna.
Il Litti, seguitando a stirarsi ora questo ora quel baffo e ora il collo, come se non riuscisse mai ad assettarsi bene la testa sul busto, guardava adesso quella gente, ne ascoltava la chiacchiera volubile, e sentiva a mano a mano infocarsi vieppiú le grosse orecchie carnose.
Pensava che tutti costoro vivevano a Roma come avrebbero potuto vivere in qualunque altra città moderna, e che la nuova popolazione di Roma era composta di gente come quella, fatua e bastarda.
Che sapevano di Roma tutti costoro? Tre o quattro frasucce retoriche.
Che visione ne avevano? Il Corso, il Pincio, i caffè, i salotti dei palazzi o i saloni dei grandi alberghi, le sale da tè, le redazioni dei giornali.
Erano come le vie nuove, le case nuove, senza storia, senza carattere; vie e case che avevano allargato la città solo materialmente, e svisandola.
Quando piú angusta era la cerchia delle mura, la grandezza di Roma spaziava e sconfinava nel mondo; ora, allargata la cerchia, eccola là, la nuova Roma.
E Filiberto Litti si stirava il collo.
Parecchi altri, intanto, erano venuti: marmaglia, che cominciava a impicciare i camerieri che recavano i serviti alle due o tre coppie di forestieri che desinavano nella sala vetrata.
Tra questi giovani, piú o men chiomati, aspiranti alla gloria, erano tre fanciulle, evidentemente studentesse di lettere: due con gli occhiali, patite e taciturne; la terza, invece, vivacissima, dai capelli rossi, tagliati a tondo maschilmente, dal visetto vispo, lentigginoso, dagli occhietti grigi, in cui la malizia pareva vermicasse: rideva, rideva, si buttava via dalle risa, e promoveva una smorfia tra di sdegno e di pietà in un uomo grave, anziano, che s'aggirava tra tanta gioventú non curato.
Era Mario Puglia, che in altri tempi aveva cantato con un certo impeto artificiale e con volgare abbondanza.
Ora si sentiva già entrato nella storia, e non cantava piú.
Era però rimasto zazzeruto e con molta forfora sul bavero della vecchia redengote.
Casimiro Luna, che lo contemplava da un pezzo, accigliato, a un certo punto sospirò e disse piano:
- Chi sa dov'ha lasciato la chitarra...
- Cariolin Cariolin! - gridarono alcuni in quel momento, facendo largo a un omettino profumato, elegantissimo, che pareva fatto e messo in piedi per ischerzo, con una ventina di capelli lunghi, raffilati sul capo calvo, due violette all'occhiello e la caramella.
Momo Cariolin, sorridendo e inchinandosi, salutò tutti con ambo le mani inanellate e corse a baciar la mano a donna Francesca Lampugnani.
Conosceva tutti; non sapeva far altro che strisciar riverenze, baciare la mano alle signore, dir barzellette in veneziano; ed entrava da per tutto, in tutti i salotti piú in vista, in tutte le redazioni dei giornali, da per tutto accolto con festa; non si sapeva perché.
Non rappresentava nulla, e tuttavia riusciva a dare un certo tono alle radunanze, ai banchetti, ai convegni, forse per quel suo garbo inappuntabile, complimentoso, per quella sua cert'aria diplomatica.
Vennero con la vecchia poetessa donna Maria Rosa Bornè-Laturzi il deputato conferenziere Silvestro Carpi e il romanziere lombardo Carlino Sanna di passaggio per Roma.
La Bornè-Laturzi, come poetessa (diceva Casimiro Luna) era un'ottima madre di famiglia.
Non ammetteva che la poesia, l'arte in genere, dovesse servire di scusa al mal costume.
Per cui non salutò né la Barmis né la Morlacchi, salutò soltanto la marchesa Lampugnani perché marchesa e perché presidentessa, Filiberto Litti perché archeologo, e si lasciò baciare la mano da Cariolin, perché Cariolin la baciava soltanto alle vere dame.
Si erano formati intanto parecchi gruppi; ma la conversazione languiva.
Ciascuno era geloso di sé, costernato di sé soltanto; e questa costernazione gli impediva di pensare.
Tutti ripetevano ciò che qualcuno, facendo un grande sforzo, era riuscito a dire o sul tempo o sul paesaggio.
Tito Lampini saltellava da un crocchio all'altro, per ridire, sorridendo con la mano davanti la bocca, qualche frasuccia che gli pareva graziosa, raccolta qua e là, come se fosse venuta a lui lí per lí.
C'erano i malinconici annojati e i romorosi come il Luna.
E quelli invidiavano questi, non perché ne avessero stima ma perché sapevano che alla fine la sfrontatezza trionfa.
Essi li avrebbero molto volentieri imitati; ma, essendo timidi, e per non confessare a se stessi la propria timidezza, preferivano credere che la serietà dei loro intenti li trattenesse dal fare altrettanto.
Sconcertava tutti un lanternone squallido, biondissimo, con gli occhiali azzurri a staffa, i capelli lunghi sul lunghissimo collo.
Portava sulla finanziera una mantelletta grigia; piegava quel collo di cicogna di qua e di là e si scarniva le unghie con le dita irrequiete.
Era evidentemente uno straniero: svedese o norvegese.
Nessuno lo conosceva, nessuno sapeva chi fosse, e tutti lo guardavano con stupore e ribrezzo.
Vedendosi guardato cosí, forse con l'intenzione di sorridere, mostrava certi lunghi denti da morto, spaventosi.
Era una vera sconcezza, tra tanta vanità, quella macabra apparizione.
Dove mai era andato a dissotterrarla il Raceni?
La Barmis domandò al Luna che cosa pensasse della Roncella.
- Amica mia, un gran bene! Non ho mai letto un rigo di lei.
- E avete torto, - disse donna Francesca Lampugnani sorridendo.- V'assicuro, Luna, avete torto.
- Ne...
neanch'io veramente, - soggiunse il Litti.
- Ma...
mi pare che tutta questa fama impro...
improvvisa...
Almeno per quel che n'ho sentito dire...
- Già, - fece il Betti, tirandosi fuori i polsini con una certa sprezzatura signorile.
- Le manca un pochino troppo la forma...
- Ignorantissima! - proruppe Raimondo Jàcono.
- Ecco, - disse allora Casimiro Luna.
- Io l'amo forse per questo.
Carlino Sanna, il romanziere lombardo di passaggio per Roma, sorrise nella grinta caprigna, lasciandosi cadere dall'occhio il monocolo; si passò una mano sui capelli grigi crespi e disse piano:
- Ma offrirle un banchetto, non vi pare un pochino troppo, via?
Come dire che a Milano non l'avrebbero fatto.
- Un banchetto, sí, Dio mio, che male c'è? - domandò donna Francesca Lampugnani.
- Intanto s'improvvisa una fama! - sbuffò di nuovo il Jàcono.
- Uhhh! - fecero tutti.
E il Jàcono, acceso:
- Ne parleranno tutti i giornali!
- E poi? - fece Dora Barmis, aprendo le braccia e stringendosi nelle spalle.
La conversazione tutta un tratto s'accese.
Si misero tutti a parlare della Roncella, come se ora soltanto si ricordassero d'essere convenuti là per lei.
Nessuno se ne dichiarava ammiratore convinto.
Qua e là qualcuno le riconosceva qualche qualità, una tal quale penetrazione strana, per la cura forse troppo minuziosa, miope anzi, dei particolari, e qualche atteggiamento nuovo e un certo sapore insolito nelle narrazioni.
Ma pareva a tutti che si fosse fatto troppo rumore intorno alla Casa dei nani che, sí, forse era un romanzo notevole, affermazione d'un ingegno non comune senza dubbio; ma non poi quel capolavoro che s'era voluto proclamare.
Strano, a ogni modo, che avesse potuto scriverlo una giovinetta vissuta finora quasi fuori d'ogni pratica del mondo, laggiú a Taranto.
C'era fantasia e anche pensiero; poca letteratura, ma vita, vita.
- Ha sposato da poco?
- Da uno o due anni, dicono.
Tutti i discorsi, a un tratto, furono interrotti, perché sul terrazzo si presentavano il senatore Romualdo Borghi, direttore della Vita Italiana, già ministro della pubblica istruzione, e Maurizio Gueli.
I due stavano male insieme.
Piccolo e tozzo, il Borghi, coi capelli lunghi e la faccia piatta, cuojacea, da vecchia serva pettegola; il Gueli, alto, dall'aria ancora giovanile, non ostanti i capelli bianchi che contrastavano col bruno caldo del volto maschio, austero.
Il banchetto assumeva ora, con l'intervento del Gueli e del Borghi, una grande importanza.
Non pochi si maravigliarono che il Maestro fosse venuto ad attestare di presenza alla Roncella la stima in cui già a qualcuno aveva dichiarato di tenerla.
Si sapeva ch'era molto affabile e amico dei giovani; ma questo suo intervento al banchetto pareva troppa degnazione, e molti ne soffrivano per invidia, prevedendo che la Roncella avrebbe avuto in quel giorno quasi una consacrazione ufficiale; altri si sentivano piú alleggeriti.
Essendo venuto il Gueli, via, potevano venire anche loro.
Ma come mai il Raceni tardava ancora? Era un'indecenza! Lasciar tutti cosí ad aspettare; e lí il Gueli e il Borghi smarriti fra gli altri, senza qualcuno che li accogliesse.
- Eccoli! eccoli! - annunziò accorrendo il Lampini ch'era sceso giú a vedere.
- Vengono! Sono arrivati in vettura! Salgono!
- C'è il Raceni?
- Sí, con la Roncella e il marito.
Eccoli!
Tutti si voltarono a guardare con vivissima curiosità verso l'entrata del terrazzo.
Silvia Roncella apparve, pallidissima, a braccio del Raceni, con la vista intorpidita dall'interna agitazione.
Subito tra i convenuti che si scostavano per farla passare si propagò un susurrío fitto fitto di commenti: - Quella? - Piccola! - Veste male...
- Begli occhi! - Dio che cappello! - Poverina, soffre! - Magrolina! - È proprio brutta! - No, perché? ora che sorride, è graziosa.
- Timida timida...
- Bellina, eh? - Pare impossibile! - Vestitela bene, pettinatela bene, e poi vedrete! - Oh, dire che sia bella, non si potrebbe dire! - È tanto impacciata, poverina! - Impacciata? Non pare...
- Che le dice il Gueli? - Ma il marito, signori! Guardate, guardate là il marito! - Dov'è? dov'è? - Là accanto al Gueli, guardatelo, guardatelo!
Tutti, come se la Roncella fosse improvvisamente scomparsa, non ebbero piú occhi, d'ora in poi, che per quel suo marito in marsina, lucido, quasi di porcellana smaltata; occhiali d'oro, barbetta d'oro a ventaglio; un bel pajo di baffi affilati; i capelli tagliati a spazzola, pari pari.
Attilio Raceni, per levarlo di tra i piedi al Gueli e al Borghi, lo trasse con sé; poi chiamò la Barmis.
- Ecco, l'affido a voi, Dora.
Giustino Boggiòlo, il marito.
Dora Barmis.
Io vado di là a vedere che si fa in cucina.
Intanto, vi prego, fate prender posto.
- Lei è cavaliere? - domandò per prima cosa Dora Barmis, offrendo il braccio a Giustino Boggiòlo.
- Sí, veramente...
Giova per l'ufficio, sa?
- Lei è l'uomo piú fortunato della terra! - esclamò allora con impeto la Barmis, stringendogli forte forte il braccio.
Giustino Boggiòlo diventò vermiglio, sorrise:
- Io?
- Lei, lei.
La invidio.
Vorrei esser uomo ed esser lei.
Sissignore.
Per avere in moglie Silvia Roncella.
Come dev'essere buona!
- Sí, tanto, veramente.
- E lei deve farla felice, badi! Obbligo sacrosanto.
Guaj a lei se non la fa felice! Mi guardi negli occhi.
Perché è venuto in frak?
- Mah, credevo...
- Di mezzogiorno, in frak? Non lo faccia mai piú!
La riprensione fece restare un po' male Giustino Boggiòlo.
Ma subito Dora Barmis chiamò Casimiro Luna.
- Vi presento, Luna, il cavalier Giustino Boggiòlo, il marito.
- Ah, benissimo! E si vede! Mi congratulo.
Giustino Boggiòlo si rifece vermiglio.
- Fortunatissimo, grazie! - esclamò.
- Desideravo tanto di conoscerla, signor Luna.
Sa perché?
- Qua il braccio! - gl'intimò Dora.
- Lei è affidato a me!
- Sissignora, grazie.
E, rivolto al Luna:
- Lei scrive nel Corriere, è vero? So che paga bene, il Corriere.
Glielo domando perché Silvia ha avuto richiesto un romanzo.
Sissignore, dal Corriere.
Ma forse non accetteremo.
Perché veramente in Italia...
- E terminò la frase in una smusata.
Riprese: - In Germania la Grundbau, cinquemila e cinquecento marchi, sa? per diritto di traduzione della Casa dei nani.
Anticipati, e pagando lei a parte la traduttrice.
Non so quanto, sissignore.
Si chiama...
aspetti, Sci...
Sci...
non mi ricordo bene, ah sí, Schweizer-Sidler.
Buona, buona.
Traduce bene, mi dicono.
In Italia conviene di piú il teatro.
- Ah, non c'è dubbio, - fece il Luna, incastrandosi il monocolo per goderselo meglio.
Giustino Boggiòlo seguitò:
- Io, prima, letteratura, non ne mangiavo, sa? A poco a poco, vedendo che qualche affaruccio si poteva fare...
- Sú, sú, a tavola! - lo interruppe a questo punto furiosamente la Barmis.
- Prendono posto! Starete accanto a noi, Luna?
- Ma certo, figuratevi!
- Con permesso, - pregò Giustino Boggiòlo.
- C'è là il signor Lifjeld che traduce in svedese La casa dei nani.
Debbo dirgli una parolina.
E, lasciando il braccio della Barmis, s'accostò a quel lanternone biondiccio che sconcertava tutti col màcabro aspetto.
- Fate presto! - gli gridò la Barmis.
Silvia Roncella aveva già preso posto tra Maurizio Gueli e il senatore Romualdo Borghi.
Il Raceni che aveva disposto con molto accorgimento gl'invitati, vedendo Casimiro Luna sedere in un angolo presso la Barmis, corse ad avvertirlo che il suo posto non era lí, che diamine! Sú, sú, accanto alla marchesa Lampugnani.
- No, grazie, Raceni, - gli rispose il Luna.
- Mi lasci qua, la prego: abbiamo con noi il marito!
Come se avesse inteso, Silvia Roncella si volse a cercare con gli occhi Giustino.
Quello sguardo allungato in giro per la tavola e poi nella sala espresse un penosissimo sforzo, interrotto a un certo punto dalla vista d'una persona cara, a cui ella sorrise con dolcezza.
Era una vecchia signora, venuta in carrozza con lei, a cui nessuno badava, smarrita là in un cantuccio, poiché il Raceni non aveva piú pensato di presentarla almeno ai vicini di tavola, come aveva promesso.
La vecchia signora, che aveva un bellissimo parrucchino biondo sulla fronte e molta cipria in viso, fece alla Roncella un breve gesto vivace con la mano, come per dirle: "Sú! sú!"; e la Roncella tornò a sorriderle mestamente, chinando piú volte il capo, appena appena; poi si voltò verso il Gueli che le rivolgeva la parola.
Giustino Boggiòlo, rientrando con lo svedese nella sala vetrata, s'accostò al Raceni che aveva preso il posto del Luna accanto alla Lampugnani e gli disse piano che il Lifjeld, professore di psicologia all'Università di Upsala, dottissimo, non aveva dove sedere.
Subito il Raceni gli cedette il posto, presentandolo di qua alla Lampugnani, di là a donna Maria Rosa Bornè-Laturzi.
Erano le conseguenze della perdita della prima lista degli invitati: la tavola era apparecchiata per trenta e i commensali erano trentacinque.
Basta: egli, il Raceni, si sarebbe accomodato alla meglio in qualche angolo.
- Senta, - soggiunse pianissimo Giustino Boggiòlo, tirandolo per la manica e porgendogli di nascosto un pezzettino di carta arrotolato.
- C'è scritto il titolo del dramma di Silvia.
Sarebbe bene che il senatore Borghi, quando farà il brindisi lo annunziasse, che ne dice? Ci penserà lei.
I camerieri entrarono di corsa, recando il primo servito.
S'era fatto tardi, e il pasto imminente comandò subito a tutti un silenzio religioso.
Maurizio Gueli lo notò, si volse a guardare le rovine del Palatino e sorrise.
Poi si chinò verso Silvia Roncella e le disse piano:
- Vedrà che a un certo punto s'affacceranno di là a guardarci, soddisfatti, gli antichi Romani.
S'affacciarono davvero?
Nessuno dei commensali certo se n'accorse.
La realtà di quel banchetto, con le invidie segrete che aprivano le labbra di questo e di quello a falsi sorrisi e a complimenti avvelenati; con le gelosie mal nascoste che tiravano qua e là due a maldicenze sommesse; con le ambizioni insoddisfatte e le illusioni e le aspirazioni che non trovavano modo di manifestarsi teneva schiave tutte quelle anime irrequiete per lo sforzo che a ciascuna costava la simulazione e la difesa.
Come le lumache le quali, non potendo o non volendo ricacciarsi dentro il guscio, segregano a riparo la bava e se n'avvolgono e tra quel vano bollichío iridescente allungano i tentoni oculati, friggevano quelle anime nelle loro chiacchiere, tra cui la malizia di tratto in tratto drizzava le corna.
Chi poteva pensare alle rovine del Palatino e immaginarvi affacciate le anime degli antichi Romani a mirar soddisfatte quel moderno simposio?
Soltanto Maurizio Gueli, che nelle Favole di Roma aveva raggruppato e fuso, scoprendo le piú riposte e bizzarre analogie, la vita e le figure piú espressive delle tre Rome, chiamando per esempio Cicerone a difendere davanti al Senato il prefetto d'una provincia siciliana, prevaricatore, un gustosissimo prefetto clericale dei giorni nostri.
Davano quelle rovine, davanti alle fatue ambizioni di tutti quegli effimeri letterati a banchetto, un senso di infinita tristezza, per la vanità stessa che agguagliava alle fatue d'oggi le antichissime ambizioni di gloria e d'impero, destinate com'erano tutte a crollare nel vuoto ove ogni memoria necessariamente si perde: il vuoto che non consente nessun fondamento di certezza a nessuna gloria, a nessun impero, a nessuna ideale costruzione degli uomini, piccola o grande che sia.
Cosí che, alle piccole d'oggi, come potevano essere costituite da tutti quei banchettanti, veniva quasi un allegro diritto d'esser tenute in qualche considerazione, per il solo fatto che erano là per un momento in piedi, e quei banchettanti potevano godersi il bel sole e la bella vista di quella giornata, e gustar quei cibi su una tersa tovaglia tutta luccicante di cristalli e d'argenterie, mentre tutto di là era rovina e silenzio.
E ben dunque potevano con invidia affacciarsi da quella rovina gli antichi Romani a salutare con lungo svolazzío di bianche toghe questi banchettanti d'oggi, agli occhi di Maurizio Gueli.
Chi s'affacciò?
Molti senatori forse per raccomandare a Romualdo Borghi, loro venerando collega, di non mangiar altro che carne per la salute delle patrie lettere, lui diabetico.
E poi? Poi tutti i poeti e i prosatori di Roma: i comici e i lirici e gli storici e i romanzieri.
Tutti? Tutti no.
Lucrezio no, né Virgilio, né Tacito.
Forse Plauto e Catullo, forse Orazio, e certo uno che piú di tutti accennava di voler parteciparvi, non perché lo degnasse, ma per riderne, come già aveva fatto d'una cena famosa, a Cuma.
Ma c'era pure laggiú la campagna lontana che dai vetri della sala si scorgeva, verde e dorata nel vasto abbagliamento del sole.
Chi pensava ai fili d'erba che crescevano là, alle foglie che vi brillavano, agli uccelli per cui cominciava la stagione felice, alle lucertole acquattate al primo tepore del sole, alle righe nere delle formiche tra un solco e una breve radura?
Un villano passa e schiaccia con le scarpacce ferrate quei fili d'erba, schiaccia una moltitudine di quelle formiche.
Fissarne una fra tante e seguirla con gli occhi per un pezzo, immedesimandosi con essa cosí piccola e incerta tra il va e vieni delle altre.
Fissare tra tanti un filo d'erba, e tremare con esso a ogni lieve soffio d'aria.
Poi alzar gli occhi a guardare altrove; quindi riabbassarli a ricercar tra tanti quel filo d'erba, quella formichetta, e non poter piú ritrovare né l'uno né l'altra...
Mai piú.
Che cos'era?
Un improvviso silenzio nella tavolata.
Romualdo Borghi s'era levato per il brindisi.
La Roncella guardava smarritamente il marito, il quale le faceva cenno d'alzarsi anche lei, subito.
Si alzava, turbata, con gli occhi bassi.
Ma che avveniva di là, nell'angolo ov'era seduto il marito?
Giustino Boggiòlo s'era voluto alzare, come se toccasse anche a lui il brindisi del Borghi.
Ritto in piedi, militarmente.
E invano Dora Barmis da un lato e Casimiro Luna dall'altro lo tiravano giú per le falde della marsina:
- Giú lei! Giú lei! Stia seduto! Che c'entra lei?
Non ci fu verso di farlo sedere.
Venuto in frak di mezzogiorno, volle riceversi anche lui, come marito, il brindisi del Borghi alla moglie.
- Gentili signore, signori cari! - aveva cominciato il Borghi col mento sul petto e gli occhi chiusi.
- È una bella e ricordevole ventura per noi tutti il poter dare su la soglia d'una nuova vita il benvenuto a questa giovine forte, già avviata e qua giunta con passo di gloria.
- Benissimo! - esclamarono due o tre.
Giustino Boggiòlo volse gli occhi lustri in giro e notò con piacere che tre dei giornalisti intervenuti prendevano appunti.
"Passo di gloria" - benissimo.
Poi guardò il Raceni per domandargli se aveva comunicato al Borghi il titolo del dramma di Silvia scritto in quel cartellino che gli aveva porto prima di sedere a tavola; ma il Raceni stava attentissimo al brindisi e non si voltava.
Giustino Boggiòlo cominciò a struggersi dentro.
- Che dirà Roma,- seguitava intanto il Borghi che aveva sollevato il capo e tentava d'aprire gli occhi, - che dirà Roma, l'immortale anima di Roma all'anima di questa giovine? Pare, o signori, che la grandezza di Roma ami piuttosto la severa maestà della Storia anziché gli estri immaginosi dell'Arte.
L'epopea di Roma, o signori, è nelle prime deche di Livio; negli Annali di Tacito è la tragedia.
(Bene! Bravo! Benissimo!).
Giustino Boggiòlo s'inchinò agli applausi, benché con gli occhi fissi sempre al Raceni che non si voltava ancora.
La Barmis tornò a tirargli le falde della marsina.
- La parola di Roma è la Storia: e questa voce sopraffà qualunque voce individuale...
Oh ecco, ecco, il Raceni si voltava, approvando col capo.
Subito Giustino Boggiòlo, con gli occhi che gli schizzavano dalle orbite per l'intenso sforzo d'attirar l'attenzione di lui, gli fece un segno.
Il Raceni non capiva.
- Ma il Giulio Cesare, o signori? ma il Coriolano? ma l'Antonio e Cleopatra? I grandi drammi romani dello Shakespeare...
"Quel rotoletto di carta che le ho dato..." dicevano intanto le dita di Giustino Boggiòlo, aprendosi e chiudendosi con stizzosa smania, poiché il Raceni non comprendeva ancora e lo guardava come sbigottito.
Scoppiarono applausi, e Giustino Boggiòlo tornò a inchinarsi meccanicamente.
- Scusi, è Shakespeare lei?- gli domandò sottovoce Casimiro Luna.
- Io? Nossignore.
- E dunque segga, segga! - gli disse Dora Barmis.
- Chi sa quanto durerà questo magnifico brindisi!
-...
per tutte le vicende, o signori, d'una evoluzione infinita! (Bene! Bravo! Benissimo!) Ora il tumulto della nuova vita vuole una voce nuova, una voce che...
Finalmente! aveva capito il Raceni; si cercava in tasca...
Sí, eccolo là il rotoletto di carta...
- Questo?- Sí, sí! -
Ma come piú darlo al Borghi ormai? Se n'era dimenticato...
Troppo tardi, adesso...
Ma via, stésse sicuro il Boggiòlo; avrebbe pensato lui a comunicare quel titolo ai giornalisti, dopo il pranzo.
Tutto questo discorso fu tenuto a furia di cenni, da un capo all'altro della tavola.
Nuovi applausi scoppiarono.
Il Borghi si voltava a toccare col calice il calice della festeggiata: il brindisi era finito, con gran sollievo di tutti.
E i commensali si levarono, anch'essi coi calici in mano, e s'accostarono in fretta alla Roncella.
- Io tocco con lei; tanto, è lo stesso! - disse Dora a Giustino.
- Sissignora, grazie! - rispose questi, stordito dalla stizza.
- Ma santo Dio, ha guastato tutto!
- Io? - domandò la Barmis.
- No, signora, il Raceni.
Gli avevo dato il titolo del coso...
del dramma, e ha visto che ha fatto? se l'è ficcato in tasca e se l'è dimenticato! Queste cose non si fanno! Il senatore, tanto buono...
Oh, ecco, scusi, signora, mi chiamano di là i giornalisti...
Grazie, Raceni.
Il titolo del dramma? Lei è il signor Mola? Sí, della Capitale, lo so.
Grazie, fortunatissimo.
Sono il marito, sissignore: da un anno e mezzo.
In quattro atti.
Il titolo? L'isola nuova.
Lei è Centanni? Fortunatissimo...
Suo marito, sissignore.
L'isola nuova, in quattro atti.
Già lo traducono in francese, sa? Lo traduce il Deriches, sissignore.
Deriches, sissignore, cosí.
Lei è Federici? Fortunatissimo...
Suo marito, sissignore: l'ho sposata da un anno e mezzo.
L'isola nuova.
Anzi, guardi, se volesse avere la bontà d'aggiungere che non è propriamente un dramma...
- Boggiòlo! Boggiòlo! - venne a chiamarlo di corsa il Raceni.
- Che cos'è?
- Venga! La sua signora si risente male.
Meglio andar via.
- Eh, - fece dolente il Boggiòlo tra i giornalisti, inarcando le ciglia e aprendo le braccia.
Lasciò intendere cosí di che genere fosse il male della mogliettina, e accorse.
- Lei è un gran birbante! - gli diceva poco dopo Dora Barmis, facendogli gli occhiacci e stringendogli le braccia.
- Lei si deve stare quieto, ha capito? quieto.
Ora vada! vada! Ma non si dimentichi di venire da me, presto.
Gliela farò io allora la ramanzina, malacarne!
E lo minacciò con un dito, mentr'egli, inchinandosi e sorridendo a tutti, vermiglio, confuso, felice, si ritraeva con la moglie e il Raceni dal terrazzo.
CAPITOLO SECONDO
SCUOLA DI GRANDEZZA
Nella cupa quiete del mattino cinereo quel profondo cortile di vecchia casa, umido e quasi bujo, pareva sussultasse di tratto in tratto alla domanda che, con voce cornea e un verso che accorava, vi lanciava un grosso pappagallo da una finestra a mezzanino.
- Che si fa?
Era il pappagallo della signorina Ely Facelli, di quella vecchina molto incipriata e col parrucchino biondo che aveva assistito al banchetto in onore della Roncella.
Locataria d'un appartamento di quella casa, ne aveva ceduto alcune stanze in subaffitto a Giustino Boggiòlo, per intercessione del Raceni.
Poste lí sul cortile, quelle stanze non erano allegre.
E c'era poi la delizia di questo pappagallo a cui d'ora in ora la signorina Ely, stropicciandosi le manine fredde e ben curate, veniva a dimostrare con quella domanda la sua premura quasi materna:
- Che si fa?
Naturalmente la stupidissima bestia ne aveva preso il vezzo, e quella domanda pareva rivolgesse per suo conto quant'era lunga la giornata, a tutti gl'inquilini della casa:
- Che si fa?
Da tutti i quattro piani gl'inquilini gli rispondevano, ciascuno a suo modo, sbuffando, secondo la qualità e il fastidio delle proprie occupazioni in quel momento:
- Mi lavo!
- Accendo il fuoco!
- Sudo!
- Mi soffio il naso!
E qualcuno, anche peggio: piano, tra sé, non potendo forte, da certi posti.
Una voce baritonale gli rispondeva sempre a un modo, costantemente, a tutte le ore del giorno:
- M'annòòòjo!
Era la voce del signor Ippolito Roncella, zio della scrittrice.
Impiegato a riposo, invece di ritirarsi a Taranto sua città natale, dove, morto il fratello, non avrebbe trovato piú nessuno della sua famiglia, era rimasto a Roma per ajutare (diceva) con la sua pensione la nipote venuta da circa tre mesi a stabilirsi nella Capitale col marito.
Ma già se n'era pentito, e come!
Non poteva soffrire quel suo nuovo nipote, Giustino Boggiòlo.
- Afa! Afa! - sbuffava, appena qualcuno glielo nominava.
Che è l'afa? Ristagno di luce in basso, che snerva l'elasticità dell'aria.
Quel suo nuovo nipote era come l'afa: s'indugiava a far luce, la piú inutile luce, terra terra; vale a dire a spiegare le cose piú ovvie, piú chiare, come se le vedesse lui solo e gli altri, senza il suo lume, non le potessero vedere.
Soffiava, il signor Ippolito, soffiava piano piano prima, per non offenderlo; alla fine, non potendone piú, sbuffava e sbatteva anche le mani per restituire l'elasticità all'aria da respirare.
Per fargli dispetto, intanto, invece di starsene nella sua stanza ch'era forse la migliore dell'appartamentino, se ne stava quasi tutto il giorno nello studiolo arredato di vecchi mobili, se non meschini, certo molto comuni; e lí dàgli a fumare, non ostante che il medico lo avesse ammonito piú volte di smettere, se non voleva incorrere in qualche serio malanno.
Ma sapeva che Giustino non poteva soffrire il fumo.
A certi terribili assalti di tosse per l'intossicamento dei bronchi, strozzato, paonazzo in volto, con gli occhi schizzanti dalle orbite, tempestava coi pugni, coi piedi, si convelleva; ma seguitava a fumare perché Giustino non poteva soffrire il fumo.
E fumando, si lisciava con una mano su la spalla il fiocco d'un berretto da bersagliere che teneva sempre in capo.
Come un poppante la poppa della mamma, cosí egli, fumando in quella sua grossa pipa di schiuma, aveva bisogno di lisciare qualcosa, e non volendo la magnifica barba grigia ricciuta, lavata e pettinata ogni mattina con grandissima cura, si faceva venire su la spalla con una mossa del collo il fiocco di quel berretto da bersagliere e si metteva a lisciar quello.
Fumando e lisciando, pensava.
Pensava che sua nipote Silvia l'aveva fin da ragazza, quel viziaccio di scribacchiare.
Quattro, cinque libri aveva stampato, e forse piú.
Ma non s'aspettava dovesse arrivargli a Roma letterata già famosa.
Uh, il giorno avanti, le avevano offerto finanche un banchetto tant'altri pazzi scribacchiatori, come lei.
Non era però cattiva, in fondo, no; anzi non pareva nemmeno che avesse, povera figliuola, quella specie di bacamento cerebrale.
Ma c'era il marito, quell'afoso, insoffribile marito che glielo stuzzicava e fomentava in tutti i modi.
Aveva comperato di seconda mano una macchina da scrivere e ogni sera dopo cena stava fino a mezzanotte, fino al tocco, fino alle tre, a sonare su quel pianofortino lí, per ricopiare tutto quello che la moglie aveva scombiccherato durante giornata: il materiale, come lo chiamava, da mandare il giorno appresso alle rassegne, agli editori, ai traduttori, coi quali era in continua corrispondenza.
Ecco là lo scaffale a casellario; e poi registri, copialettere.
Commercio, con tutti i sagramenti.
Di che? Di fumo.
Ma pareva si cominciasse davvero a smerciare oh, quel fumo; e dallo smercio, a cavar qualche profitto.
Segno che il numero dei pazzi al mondo è in continuo aumento.
C'è la vita, piena di infinite assurdità, le quali non han neppur bisogno di parere verosimili, perché sono vere.
Ebbene, nossignori.
Sforzarsi d'inventarne di verosimili, perché pajano vere.
Quelle vere della vita non bastano.
Anche verosimili! E un uomo, Signore Iddio, un uomo che ci faceva sú bottega!
E anche, per giunta, quella signorina Facelli, che ormai alla sua età, avrebbe dovuto vergognarsi e sentire il dovere d'esser seria! Bacata anche lei, non del verme solitario della letteratura, ma del tarlo dell'erudizione e della tignola della storia.
Aveva scoperto questa sciagurata, villeggiando a Catino presso Farfa, una certa lapide latina nella chiesetta di Sant'Eustachio, e aveva composto (lei cosí piccolina) una mastodontica opera Dell'ultima dinastia longobarda e dell'origine del potere temporale dei Papi (con documenti inediti), nella quale aveva dimostrato, contro il Gregorovius nientedimeno, che Adelchi non era morto in Calabria, ma nel catino; cioè lí a Catino, sissignori, presso Farfa; e ora s'aspettava che il suo caro inquilino Boggiòlo facesse, come aveva promesso, il miracolo di trovarle un editore e, chi sa, fors'anche poi un traduttore (tedesco, s'intende) per quella sua mastodontica opera ancora inedita.
Intanto gli stava attorno premurosa a fargli continue e pressanti esibizioni d'ogni servizio.
Eccola qua.
- S'accomodi, s'accomodi, - brontolò il signor Ippolito senza scomporsi, udendo dietro l'uscio dello studiolo la vocina dolce dolce che chiedeva:
- Si può?
Veniva, com'al solito, a dar lezione d'inglese a Giustino, dalle otto alle nove.
Gratis.
Perché, come si poteva argomentare dal parrucchino biondo arricciolato che teneva sulla fronte dentro u
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