GIUSTINO RONCELLA NATO BOGGIOLO, di Luigi Pirandello - pagina 4
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Ma pareva a tutti che si fosse fatto troppo rumore intorno alla Casa dei nani che, sí, forse era un romanzo notevole, affermazione d'un ingegno non comune senza dubbio; ma non poi quel capolavoro che s'era voluto proclamare.
Strano, a ogni modo, che avesse potuto scriverlo una giovinetta vissuta finora quasi fuori d'ogni pratica del mondo, laggiú a Taranto.
C'era fantasia e anche pensiero; poca letteratura, ma vita, vita.
- Ha sposato da poco?
- Da uno o due anni, dicono.
Tutti i discorsi, a un tratto, furono interrotti, perché sul terrazzo si presentavano il senatore Romualdo Borghi, direttore della Vita Italiana, già ministro della pubblica istruzione, e Maurizio Gueli.
I due stavano male insieme.
Piccolo e tozzo, il Borghi, coi capelli lunghi e la faccia piatta, cuojacea, da vecchia serva pettegola; il Gueli, alto, dall'aria ancora giovanile, non ostanti i capelli bianchi che contrastavano col bruno caldo del volto maschio, austero.
Il banchetto assumeva ora, con l'intervento del Gueli e del Borghi, una grande importanza.
Non pochi si maravigliarono che il Maestro fosse venuto ad attestare di presenza alla Roncella la stima in cui già a qualcuno aveva dichiarato di tenerla.
Si sapeva ch'era molto affabile e amico dei giovani; ma questo suo intervento al banchetto pareva troppa degnazione, e molti ne soffrivano per invidia, prevedendo che la Roncella avrebbe avuto in quel giorno quasi una consacrazione ufficiale; altri si sentivano piú alleggeriti.
Essendo venuto il Gueli, via, potevano venire anche loro.
Ma come mai il Raceni tardava ancora? Era un'indecenza! Lasciar tutti cosí ad aspettare; e lí il Gueli e il Borghi smarriti fra gli altri, senza qualcuno che li accogliesse.
- Eccoli! eccoli! - annunziò accorrendo il Lampini ch'era sceso giú a vedere.
- Vengono! Sono arrivati in vettura! Salgono!
- C'è il Raceni?
- Sí, con la Roncella e il marito.
Eccoli!
Tutti si voltarono a guardare con vivissima curiosità verso l'entrata del terrazzo.
Silvia Roncella apparve, pallidissima, a braccio del Raceni, con la vista intorpidita dall'interna agitazione.
Subito tra i convenuti che si scostavano per farla passare si propagò un susurrío fitto fitto di commenti: - Quella? - Piccola! - Veste male...
- Begli occhi! - Dio che cappello! - Poverina, soffre! - Magrolina! - È proprio brutta! - No, perché? ora che sorride, è graziosa.
- Timida timida...
- Bellina, eh? - Pare impossibile! - Vestitela bene, pettinatela bene, e poi vedrete! - Oh, dire che sia bella, non si potrebbe dire! - È tanto impacciata, poverina! - Impacciata? Non pare...
- Che le dice il Gueli? - Ma il marito, signori! Guardate, guardate là il marito! - Dov'è? dov'è? - Là accanto al Gueli, guardatelo, guardatelo!
Tutti, come se la Roncella fosse improvvisamente scomparsa, non ebbero piú occhi, d'ora in poi, che per quel suo marito in marsina, lucido, quasi di porcellana smaltata; occhiali d'oro, barbetta d'oro a ventaglio; un bel pajo di baffi affilati; i capelli tagliati a spazzola, pari pari.
Attilio Raceni, per levarlo di tra i piedi al Gueli e al Borghi, lo trasse con sé; poi chiamò la Barmis.
- Ecco, l'affido a voi, Dora.
Giustino Boggiòlo, il marito.
Dora Barmis.
Io vado di là a vedere che si fa in cucina.
Intanto, vi prego, fate prender posto.
- Lei è cavaliere? - domandò per prima cosa Dora Barmis, offrendo il braccio a Giustino Boggiòlo.
- Sí, veramente...
Giova per l'ufficio, sa?
- Lei è l'uomo piú fortunato della terra! - esclamò allora con impeto la Barmis, stringendogli forte forte il braccio.
Giustino Boggiòlo diventò vermiglio, sorrise:
- Io?
- Lei, lei.
La invidio.
Vorrei esser uomo ed esser lei.
Sissignore.
Per avere in moglie Silvia Roncella.
Come dev'essere buona!
- Sí, tanto, veramente.
- E lei deve farla felice, badi! Obbligo sacrosanto.
Guaj a lei se non la fa felice! Mi guardi negli occhi.
Perché è venuto in frak?
- Mah, credevo...
- Di mezzogiorno, in frak? Non lo faccia mai piú!
La riprensione fece restare un po' male Giustino Boggiòlo.
Ma subito Dora Barmis chiamò Casimiro Luna.
- Vi presento, Luna, il cavalier Giustino Boggiòlo, il marito.
- Ah, benissimo! E si vede! Mi congratulo.
Giustino Boggiòlo si rifece vermiglio.
- Fortunatissimo, grazie! - esclamò.
- Desideravo tanto di conoscerla, signor Luna.
Sa perché?
- Qua il braccio! - gl'intimò Dora.
- Lei è affidato a me!
- Sissignora, grazie.
E, rivolto al Luna:
- Lei scrive nel Corriere, è vero? So che paga bene, il Corriere.
Glielo domando perché Silvia ha avuto richiesto un romanzo.
Sissignore, dal Corriere.
Ma forse non accetteremo.
Perché veramente in Italia...
- E terminò la frase in una smusata.
Riprese: - In Germania la Grundbau, cinquemila e cinquecento marchi, sa? per diritto di traduzione della Casa dei nani.
Anticipati, e pagando lei a parte la traduttrice.
Non so quanto, sissignore.
Si chiama...
aspetti, Sci...
Sci...
non mi ricordo bene, ah sí, Schweizer-Sidler.
Buona, buona.
Traduce bene, mi dicono.
In Italia conviene di piú il teatro.
- Ah, non c'è dubbio, - fece il Luna, incastrandosi il monocolo per goderselo meglio.
Giustino Boggiòlo seguitò:
- Io, prima, letteratura, non ne mangiavo, sa? A poco a poco, vedendo che qualche affaruccio si poteva fare...
- Sú, sú, a tavola! - lo interruppe a questo punto furiosamente la Barmis.
- Prendono posto! Starete accanto a noi, Luna?
- Ma certo, figuratevi!
- Con permesso, - pregò Giustino Boggiòlo.
- C'è là il signor Lifjeld che traduce in svedese La casa dei nani.
Debbo dirgli una parolina.
E, lasciando il braccio della Barmis, s'accostò a quel lanternone biondiccio che sconcertava tutti col màcabro aspetto.
- Fate presto! - gli gridò la Barmis.
Silvia Roncella aveva già preso posto tra Maurizio Gueli e il senatore Romualdo Borghi.
Il Raceni che aveva disposto con molto accorgimento gl'invitati, vedendo Casimiro Luna sedere in un angolo presso la Barmis, corse ad avvertirlo che il suo posto non era lí, che diamine! Sú, sú, accanto alla marchesa Lampugnani.
- No, grazie, Raceni, - gli rispose il Luna.
- Mi lasci qua, la prego: abbiamo con noi il marito!
Come se avesse inteso, Silvia Roncella si volse a cercare con gli occhi Giustino.
Quello sguardo allungato in giro per la tavola e poi nella sala espresse un penosissimo sforzo, interrotto a un certo punto dalla vista d'una persona cara, a cui ella sorrise con dolcezza.
Era una vecchia signora, venuta in carrozza con lei, a cui nessuno badava, smarrita là in un cantuccio, poiché il Raceni non aveva piú pensato di presentarla almeno ai vicini di tavola, come aveva promesso.
La vecchia signora, che aveva un bellissimo parrucchino biondo sulla fronte e molta cipria in viso, fece alla Roncella un breve gesto vivace con la mano, come per dirle: "Sú! sú!"; e la Roncella tornò a sorriderle mestamente, chinando piú volte il capo, appena appena; poi si voltò verso il Gueli che le rivolgeva la parola.
Giustino Boggiòlo, rientrando con lo svedese nella sala vetrata, s'accostò al Raceni che aveva preso il posto del Luna accanto alla Lampugnani e gli disse piano che il Lifjeld, professore di psicologia all'Università di Upsala, dottissimo, non aveva dove sedere.
Subito il Raceni gli cedette il posto, presentandolo di qua alla Lampugnani, di là a donna Maria Rosa Bornè-Laturzi.
Erano le conseguenze della perdita della prima lista degli invitati: la tavola era apparecchiata per trenta e i commensali erano trentacinque.
Basta: egli, il Raceni, si sarebbe accomodato alla meglio in qualche angolo.
- Senta, - soggiunse pianissimo Giustino Boggiòlo, tirandolo per la manica e porgendogli di nascosto un pezzettino di carta arrotolato.
- C'è scritto il titolo del dramma di Silvia.
Sarebbe bene che il senatore Borghi, quando farà il brindisi lo annunziasse, che ne dice? Ci penserà lei.
I camerieri entrarono di corsa, recando il primo servito.
S'era fatto tardi, e il pasto imminente comandò subito a tutti un silenzio religioso.
Maurizio Gueli lo notò, si volse a guardare le rovine del Palatino e sorrise.
Poi si chinò verso Silvia Roncella e le disse piano:
- Vedrà che a un certo punto s'affacceranno di là a guardarci, soddisfatti, gli antichi Romani.
S'affacciarono davvero?
Nessuno dei commensali certo se n'accorse.
La realtà di quel banchetto, con le invidie segrete che aprivano le labbra di questo e di quello a falsi sorrisi e a complimenti avvelenati; con le gelosie mal nascoste che tiravano qua e là due a maldicenze sommesse; con le ambizioni insoddisfatte e le illusioni e le aspirazioni che non trovavano modo di manifestarsi teneva schiave tutte quelle anime irrequiete per lo sforzo che a ciascuna costava la simulazione e la difesa.
Come le lumache le quali, non potendo o non volendo ricacciarsi dentro il guscio, segregano a riparo la bava e se n'avvolgono e tra quel vano bollichío iridescente allungano i tentoni oculati, friggevano quelle anime nelle loro chiacchiere, tra cui la malizia di tratto in tratto drizzava le corna.
Chi poteva pensare alle rovine del Palatino e immaginarvi affacciate le anime degli antichi Romani a mirar soddisfatte quel moderno simposio?
Soltanto Maurizio Gueli, che nelle Favole di Roma aveva raggruppato e fuso, scoprendo le piú riposte e bizzarre analogie, la vita e le figure piú espressive delle tre Rome, chiamando per esempio Cicerone a difendere davanti al Senato il prefetto d'una provincia siciliana, prevaricatore, un gustosissimo prefetto clericale dei giorni nostri.
Davano quelle rovine, davanti alle fatue ambizioni di tutti quegli effimeri letterati a banchetto, un senso di infinita tristezza, per la vanità stessa che agguagliava alle fatue d'oggi le antichissime ambizioni di gloria e d'impero, destinate com'erano tutte a crollare nel vuoto ove ogni memoria necessariamente si perde: il vuoto che non consente nessun fondamento di certezza a nessuna gloria, a nessun impero, a nessuna ideale costruzione degli uomini, piccola o grande che sia.
Cosí che, alle piccole d'oggi, come potevano essere costituite da tutti quei banchettanti, veniva quasi un allegro diritto d'esser tenute in qualche considerazione, per il solo fatto che erano là per un momento in piedi, e quei banchettanti potevano godersi il bel sole e la bella vista di quella giornata, e gustar quei cibi su una tersa tovaglia tutta luccicante di cristalli e d'argenterie, mentre tutto di là era rovina e silenzio.
E ben dunque potevano con invidia affacciarsi da quella rovina gli antichi Romani a salutare con lungo svolazzío di bianche toghe questi banchettanti d'oggi, agli occhi di Maurizio Gueli.
Chi s'affacciò?
Molti senatori forse per raccomandare a Romualdo Borghi, loro venerando collega, di non mangiar altro che carne per la salute delle patrie lettere, lui diabetico.
E poi? Poi tutti i poeti e i prosatori di Roma: i comici e i lirici e gli storici e i romanzieri.
Tutti? Tutti no.
Lucrezio no, né Virgilio, né Tacito.
Forse Plauto e Catullo, forse Orazio, e certo uno che piú di tutti accennava di voler parteciparvi, non perché lo degnasse, ma per riderne, come già aveva fatto d'una cena famosa, a Cuma.
Ma c'era pure laggiú la campagna lontana che dai vetri della sala si scorgeva, verde e dorata nel vasto abbagliamento del sole.
Chi pensava ai fili d'erba che crescevano là, alle foglie che vi brillavano, agli uccelli per cui cominciava la stagione felice, alle lucertole acquattate al primo tepore del sole, alle righe nere delle formiche tra un solco e una breve radura?
Un villano passa e schiaccia con le scarpacce ferrate quei fili d'erba, schiaccia una moltitudine di quelle formiche.
Fissarne una fra tante e seguirla con gli occhi per un pezzo, immedesimandosi con essa cosí piccola e incerta tra il va e vieni delle altre.
Fissare tra tanti un filo d'erba, e tremare con esso a ogni lieve soffio d'aria.
Poi alzar gli occhi a guardare altrove; quindi riabbassarli a ricercar tra tanti quel filo d'erba, quella formichetta, e non poter piú ritrovare né l'uno né l'altra...
Mai piú.
Che cos'era?
Un improvviso silenzio nella tavolata.
Romualdo Borghi s'era levato per il brindisi.
La Roncella guardava smarritamente il marito, il quale le faceva cenno d'alzarsi anche lei, subito.
Si alzava, turbata, con gli occhi bassi.
Ma che avveniva di là, nell'angolo ov'era seduto il marito?
Giustino Boggiòlo s'era voluto alzare, come se toccasse anche a lui il brindisi del Borghi.
Ritto in piedi, militarmente.
E invano Dora Barmis da un lato e Casimiro Luna dall'altro lo tiravano giú per le falde della marsina:
- Giú lei! Giú lei! Stia seduto! Che c'entra lei?
Non ci fu verso di farlo sedere.
Venuto in frak di mezzogiorno, volle riceversi anche lui, come marito, il brindisi del Borghi alla moglie.
- Gentili signore, signori cari! - aveva cominciato il Borghi col mento sul petto e gli occhi chiusi.
- È una bella e ricordevole ventura per noi tutti il poter dare su la soglia d'una nuova vita il benvenuto a questa giovine forte, già avviata e qua giunta con passo di gloria.
- Benissimo! - esclamarono due o tre.
Giustino Boggiòlo volse gli occhi lustri in giro e notò con piacere che tre dei giornalisti intervenuti prendevano appunti.
"Passo di gloria" - benissimo.
Poi guardò il Raceni per domandargli se aveva comunicato al Borghi il titolo del dramma di Silvia scritto in quel cartellino che gli aveva porto prima di sedere a tavola; ma il Raceni stava attentissimo al brindisi e non si voltava.
Giustino Boggiòlo cominciò a struggersi dentro.
- Che dirà Roma,- seguitava intanto il Borghi che aveva sollevato il capo e tentava d'aprire gli occhi, - che dirà Roma, l'immortale anima di Roma all'anima di questa giovine? Pare, o signori, che la grandezza di Roma ami piuttosto la severa maestà della Storia anziché gli estri immaginosi dell'Arte.
L'epopea di Roma, o signori, è nelle prime deche di Livio; negli Annali di Tacito è la tragedia.
(Bene! Bravo! Benissimo!).
Giustino Boggiòlo s'inchinò agli applausi, benché con gli occhi fissi sempre al Raceni che non si voltava ancora.
La Barmis tornò a tirargli le falde della marsina.
- La parola di Roma è la Storia: e questa voce sopraffà qualunque voce individuale...
Oh ecco, ecco, il Raceni si voltava, approvando col capo.
Subito Giustino Boggiòlo, con gli occhi che gli schizzavano dalle orbite per l'intenso sforzo d'attirar l'attenzione di lui, gli fece un segno.
Il Raceni non capiva.
- Ma il Giulio Cesare, o signori? ma il Coriolano? ma l'Antonio e Cleopatra? I grandi drammi romani dello Shakespeare...
"Quel rotoletto di carta che le ho dato..." dicevano intanto le dita di Giustino Boggiòlo, aprendosi e chiudendosi con stizzosa smania, poiché il Raceni non comprendeva ancora e lo guardava come sbigottito.
Scoppiarono applausi, e Giustino Boggiòlo tornò a inchinarsi meccanicamente.
- Scusi, è Shakespeare lei?- gli domandò sottovoce Casimiro Luna.
- Io? Nossignore.
- E dunque segga, segga! - gli disse Dora Barmis.
- Chi sa quanto durerà questo magnifico brindisi!
-...
per tutte le vicende, o signori, d'una evoluzione infinita! (Bene! Bravo! Benissimo!) Ora il tumulto della nuova vita vuole una voce nuova, una voce che...
Finalmente! aveva capito il Raceni; si cercava in tasca...
Sí, eccolo là il rotoletto di carta...
- Questo?- Sí, sí! -
Ma come piú darlo al Borghi ormai? Se n'era dimenticato...
Troppo tardi, adesso...
Ma via, stésse sicuro il Boggiòlo; avrebbe pensato lui a comunicare quel titolo ai giornalisti, dopo il pranzo.
Tutto questo discorso fu tenuto a furia di cenni, da un capo all'altro della tavola.
Nuovi applausi scoppiarono.
Il Borghi si voltava a toccare col calice il calice della festeggiata: il brindisi era finito, con gran sollievo di tutti.
E i commensali si levarono, anch'essi coi calici in mano, e s'accostarono in fretta alla Roncella.
- Io tocco con lei; tanto, è lo stesso! - disse Dora a Giustino.
- Sissignora, grazie! - rispose questi, stordito dalla stizza.
- Ma santo Dio, ha guastato tutto!
- Io? - domandò la Barmis.
- No, signora, il Raceni.
Gli avevo dato il titolo del coso...
del dramma, e ha visto che ha fatto? se l'è ficcato in tasca e se l'è dimenticato! Queste cose non si fanno! Il senatore, tanto buono...
Oh, ecco, scusi, signora, mi chiamano di là i giornalisti...
Grazie, Raceni.
Il titolo del dramma? Lei è il signor Mola? Sí, della Capitale, lo so.
Grazie, fortunatissimo.
Sono il marito, sissignore: da un anno e mezzo.
In quattro atti.
Il titolo? L'isola nuova.
Lei è Centanni? Fortunatissimo...
Suo marito, sissignore.
L'isola nuova, in quattro atti.
Già lo traducono in francese, sa? Lo traduce il Deriches, sissignore.
Deriches, sissignore, cosí.
Lei è Federici? Fortunatissimo...
Suo marito, sissignore: l'ho sposata da un anno e mezzo.
L'isola nuova.
Anzi, guardi, se volesse avere la bontà d'aggiungere che non è propriamente un dramma...
- Boggiòlo! Boggiòlo! - venne a chiamarlo di corsa il Raceni.
- Che cos'è?
- Venga! La sua signora si risente male.
Meglio andar via.
- Eh, - fece dolente il Boggiòlo tra i giornalisti, inarcando le ciglia e aprendo le braccia.
Lasciò intendere cosí di che genere fosse il male della mogliettina, e accorse.
- Lei è un gran birbante! - gli diceva poco dopo Dora Barmis, facendogli gli occhiacci e stringendogli le braccia.
- Lei si deve stare quieto, ha capito? quieto.
Ora vada! vada! Ma non si dimentichi di venire da me, presto.
Gliela farò io allora la ramanzina, malacarne!
E lo minacciò con un dito, mentr'egli, inchinandosi e sorridendo a tutti, vermiglio, confuso, felice, si ritraeva con la moglie e il Raceni dal terrazzo.
CAPITOLO SECONDO
SCUOLA DI GRANDEZZA
Nella cupa quiete del mattino cinereo quel profondo cortile di vecchia casa, umido e quasi bujo, pareva sussultasse di tratto in tratto alla domanda che, con voce cornea e un verso che accorava, vi lanciava un grosso pappagallo da una finestra a mezzanino.
- Che si fa?
Era il pappagallo della signorina Ely Facelli, di quella vecchina molto incipriata e col parrucchino biondo che aveva assistito al banchetto in onore della Roncella.
Locataria d'un appartamento di quella casa, ne aveva ceduto alcune stanze in subaffitto a Giustino Boggiòlo, per intercessione del Raceni.
Poste lí sul cortile, quelle stanze non erano allegre.
E c'era poi la delizia di questo pappagallo a cui d'ora in ora la signorina Ely, stropicciandosi le manine fredde e ben curate, veniva a dimostrare con quella domanda la sua premura quasi materna:
- Che si fa?
Naturalmente la stupidissima bestia ne aveva preso il vezzo, e quella domanda pareva rivolgesse per suo conto quant'era lunga la giornata, a tutti gl'inquilini della casa:
- Che si fa?
Da tutti i quattro piani gl'inquilini gli rispondevano, ciascuno a suo modo, sbuffando, secondo la qualità e il fastidio delle proprie occupazioni in quel momento:
- Mi lavo!
- Accendo il fuoco!
- Sudo!
- Mi soffio il naso!
E qualcuno, anche peggio: piano, tra sé, non potendo forte, da certi posti.
Una voce baritonale gli rispondeva sempre a un modo, costantemente, a tutte le ore del giorno:
- M'annòòòjo!
Era la voce del signor Ippolito Roncella, zio della scrittrice.
Impiegato a riposo, invece di ritirarsi a Taranto sua città natale, dove, morto il fratello, non avrebbe trovato piú nessuno della sua famiglia, era rimasto a Roma per ajutare (diceva) con la sua pensione la nipote venuta da circa tre mesi a stabilirsi nella Capitale col marito.
Ma già se n'era pentito, e come!
Non poteva soffrire quel suo nuovo nipote, Giustino Boggiòlo.
- Afa! Afa! - sbuffava, appena qualcuno glielo nominava.
Che è l'afa? Ristagno di luce in basso, che snerva l'elasticità dell'aria.
Quel suo nuovo nipote era come l'afa: s'indugiava a far luce, la piú inutile luce, terra terra; vale a dire a spiegare le cose piú ovvie, piú chiare, come se le vedesse lui solo e gli altri, senza il suo lume, non le potessero vedere.
Soffiava, il signor Ippolito, soffiava piano piano prima, per non offenderlo; alla fine, non potendone piú, sbuffava e sbatteva anche le mani per restituire l'elasticità all'aria da respirare.
Per fargli dispetto, intanto, invece di starsene nella sua stanza ch'era forse la migliore dell'appartamentino, se ne stava quasi tutto il giorno nello studiolo arredato di vecchi mobili, se non meschini, certo molto comuni; e lí dàgli a fumare, non ostante che il medico lo avesse ammonito piú volte di smettere, se non voleva incorrere in qualche serio malanno.
Ma sapeva che Giustino non poteva soffrire il fumo.
A certi terribili assalti di tosse per l'intossicamento dei bronchi, strozzato, paonazzo in volto, con gli occhi schizzanti dalle orbite, tempestava coi pugni, coi piedi, si convelleva; ma seguitava a fumare perché Giustino non poteva soffrire il fumo.
E fumando, si lisciava con una mano su la spalla il fiocco d'un berretto da bersagliere che teneva sempre in capo.
Come un poppante la poppa della mamma, cosí egli, fumando in quella sua grossa pipa di schiuma, aveva bisogno di lisciare qualcosa, e non volendo la magnifica barba grigia ricciuta, lavata e pettinata ogni mattina con grandissima cura, si faceva venire su la spalla con una mossa del collo il fiocco di quel berretto da bersagliere e si metteva a lisciar quello.
Fumando e lisciando, pensava.
Pensava che sua nipote Silvia l'aveva fin da ragazza, quel viziaccio di scribacchiare.
Quattro, cinque libri aveva stampato, e forse piú.
Ma non s'aspettava dovesse arrivargli a Roma letterata già famosa.
Uh, il giorno avanti, le avevano offerto finanche un banchetto tant'altri pazzi scribacchiatori, come lei.
Non era però cattiva, in fondo, no; anzi non pareva nemmeno che avesse, povera figliuola, quella specie di bacamento cerebrale.
Ma c'era il marito, quell'afoso, insoffribile marito che glielo stuzzicava e fomentava in tutti i modi.
Aveva comperato di seconda mano una macchina da scrivere e ogni sera dopo cena stava fino a mezzanotte, fino al tocco, fino alle tre, a sonare su quel pianofortino lí, per ricopiare tutto quello che la moglie aveva scombiccherato durante giornata: il materiale, come lo chiamava, da mandare il giorno appresso alle rassegne, agli editori, ai traduttori, coi quali era in continua corrispondenza.
Ecco là lo scaffale a casellario; e poi registri, copialettere.
Commercio, con tutti i sagramenti.
Di che? Di fumo.
Ma pareva si cominciasse davvero a smerciare oh, quel fumo; e dallo smercio, a cavar qualche profitto.
Segno che il numero dei pazzi al mondo è in continuo aumento.
C'è la vita, piena di infinite assurdità, le quali non han neppur bisogno di parere verosimili, perché sono vere.
Ebbene, nossignori.
Sforzarsi d'inventarne di verosimili, perché pajano vere.
Quelle vere della vita non bastano.
Anche verosimili! E un uomo, Signore Iddio, un uomo che ci faceva sú bottega!
E anche, per giunta, quella signorina Facelli, che ormai alla sua età, avrebbe dovuto vergognarsi e sentire il dovere d'esser seria! Bacata anche lei, non del verme solitario della letteratura, ma del tarlo dell'erudizione e della tignola della storia.
Aveva scoperto questa sciagurata, villeggiando a Catino presso Farfa, una certa lapide latina nella chiesetta di Sant'Eustachio, e aveva composto (lei cosí piccolina) una mastodontica opera Dell'ultima dinastia longobarda e dell'origine del potere temporale dei Papi (con documenti inediti), nella quale aveva dimostrato, contro il Gregorovius nientedimeno, che Adelchi non era morto in Calabria, ma nel catino; cioè lí a Catino, sissignori, presso Farfa; e ora s'aspettava che il suo caro inquilino Boggiòlo facesse, come aveva promesso, il miracolo di trovarle un editore e, chi sa, fors'anche poi un traduttore (tedesco, s'intende) per quella sua mastodontica opera ancora inedita.
Intanto gli stava attorno premurosa a fargli continue e pressanti esibizioni d'ogni servizio.
Eccola qua.
- S'accomodi, s'accomodi, - brontolò il signor Ippolito senza scomporsi, udendo dietro l'uscio dello studiolo la vocina dolce dolce che chiedeva:
- Si può?
Veniva, com'al solito, a dar lezione d'inglese a Giustino, dalle otto alle nove.
Gratis.
Perché, come si poteva argomentare dal parrucchino biondo arricciolato che teneva sulla fronte dentro una reticella invisibile, era mezzo inglese, inglese per parte di madre, la signorina Ely Facelli.
Rimasta nubile per aver fatto con l'occhialino analisi troppo sottili in gioventú sul naso un tantino storto o sulle mani un tantino grosse di questo o di quel pretendente, pentita troppo tardi di tanta schifiltà, era adesso tutta miele per gli uomini; ma non pericolosa.
Il signor Ippolito s'ostinava a chiamarla La Longobarda.
- Ben levato, buon giorno, signor Ippolito, - disse entrando con molti inchini e spremendo dagli occhi e dal bocchino un sorrisetto di cui avrebbe potuto fare a meno, poiché il signor Ippolito aveva abbassato subito gli occhi per non vederla, brontolando:
- Bene a lei, signorina.
Tengo in capo, al solito, e non mi alzo, perché già lei qua è come di casa, si sa.- Ma sí, grazie, stia comodo, per carità! - s'affrettò a dire la signorina Ely, protendendo le manine piene di giornali.
Poi domandò: - È forse ancora a letto il signor Boggiòlo? Sono venuta di furia perché ho letto...
ah sapesse quante belle cose della festa di jeri in questi giornali! Riportano il magnifico brindisi del senatore Borghi, annunziano con tanti augurii il dramma della signora Silvia! Chi sa quanto dev'esserne contento il signor Giustino!
- Piove, no?
- Come dice?
- Non piove? Mi pareva che piovesse.
La signorina Ely conosceva il vizio del signor Ippolito di dare quelle brusche giratine al discorso, quando non gli garbava; pur non di meno, questa volta, restò un po' confusetta: raccapezzatasi, rispose frettolosamente:
- No no; ma sa? starà poco forse.
È nuvolo.
Tanto bello jeri, e oggi...
Ah jeri, jeri, una giornata che mai piú! Una giornata...
Come dice?
- Doni, - muggí il signor Ippolito, - doni, dico, del Padreterno, signora mia, messo di buon umore dall'allegria degli uomini.
Be', come vanno, come vanno codeste lezioni d'inglese?
- Ah, benissimo! - esclamò la vecchia signorina.
- Dimostra un'attitudine, il signor Giustino, a imparare le lingue un'attitudine che mai piú! Già il francese, proprio bene; l'inglese fra quattro o cinque mesi (forse prima) lo parlerà discretamente.
Attaccheremo poi subito col tedesco.
- Anche il tedesco?
- Eh sí, non potrebbe farne a meno.
Serve, serve tanto, sa?
- Per i suoi Longobardi?
- Lei scherza sempre coi miei Longobardi, cattivo! - disse la signorina Ely.
- Gli serve per veder chiaro nei contratti che fa, per sapere a chi affida le traduzioni, e poi per rendersi conto del movimento letterario; per leggere gli articoli, le critiche dei giornali.
- E per morire? non gli serve? dica un po'!
- Come sarebbe, per morire?
- Che deve morire, scusi, non ci pensa mai, il signor Giustino?
La signorina Ely parò le manine, inorridita.
- Oh! Che dice mai, signor Ippolito!
- Mah! - esclamò, scrollandosi, il signor Ippolito.
- Quando vedo fare (anche a lei, scusi) certe cose che mi sembra possano esser fatte soltanto per ischerzo...
Sa che cosa è questa?
E con la mano sotto il mento sollevò delicatamente la magnifica barba.
La signorina Ely guardò con tanto d'occhi.
- Eh, una barba...
- Barba.
Appunto.
E questa è una manica.
Manica di giacca.
Stoffa di lana.
Un po' pelosa.
E questo sa cos'è? Un fiocco di berretto da bersagliere.
Ecco.
Non so se mi sono spiegato.
Cose tutte, cara signorina, che si possono toccare.
Toccare.
Ha capito? Aspetti.
Si tirò, con uno strappo netto, un pelo della barba, piú per dare uno sfogo alla stizza che man mano parlando gli cresceva, che per dare un altro esempio, e mise quel pelo sulla mano della signorina Ely che guardava imbalordita.
- Prenda.
Pelo di barba.
Vero.
Non so se mi sono spiegato.
E guardi adesso tutta la sua letteratura.
Trasse dalla pipa una grossa boccata di fumo, e la soffiò.
- Non so se mi sono spiegato.
Ma ecco qua il signor Giustino, - s'interruppe improvvisamente, balzando in piedi.
- Lo riconosco al passo!
Difatti il nipote entrava per prendere la lezione d'inglese, prima di recarsi all'ufficio.
Doveva aver dormito male.
Era molto accigliato.
Diede due diversi "Buon giorno" alla signorina Ely e allo zio che si disponeva a uscire dallo studiolo appestato dal fumo; appena lo vide uscire, corse a spalancare la finestra, stronfiando.
- Ha veduto i giornali? - gli domandò subito per richiamarlo a una cosa piacevole, la signorina Ely.
- Sissignora, li ho di là, - rispose, brusco, Giustino.
- Li aveva portati anche lei? Grazie.
Eh, devo comperarne ancora tanti! Bisognerà mandarne via parecchi.
Ma ha visto che razza di pasticcioni codesti signori giornalisti?
- Mi pareva che...
- arrischiò la signorina Ely.
- Quando le cose non si sanno, - la interruppe, brusco, Giustino - non si dicono, o, se si vogliono dire, si domandano prima a chi le sa, come stanno e come non stanno.
Non fossi stato là! Ero là, pronto a dare tutte le spiegazioni possibili e immaginabili, tutti i chiarimenti; che c'entrava cavarsi dalla manica certe fandonie? Il Lifjeld qua...
no, dov'è? su la Tribuna, diventato un editore tedesco.
E poi, guardi: Deloche...
qua, Deloche invece di Deriches.
Non sanno neanche il francese; e fanno i giornalisti! Deloche...
Mi dispiace perché debbo mandare i giornali anche in Francia; e cosí, con la correzione a penna, bella figura ci facciamo!
- Come sta, come sta la signora Silvia?- domandò la Facelli, per non insistere su quel tasto che sonava male.
Sonò peggio quest'altro.
- Mi lasci stare! - sbuffò Giustino, buttando sulla scrivania i giornali.
- Una nottataccia!
- Eh, l'emozione...
- Ma che emozione! Quella, emozione? Perché lei lo sappia, è una donna, quella, che non la smuove neanche il Padre eterno! Tanta gente convenuta là per lei, il fior fiore della letteratura e del giornalismo, il Gueli, il Borghi: crede che le abbia fatto piacere? Nemmen per sogno.
Già, ha visto? ho dovuto trascinarla per forza.
E le giuro su l'anima di mio padre Signorina, che questo banchetto è venuto da sé, voglio dire in mente al Raceni, a lui soltanto; io non ci sono entrato per nulla.
Mi pare che, dopo tutto, sia riuscito bene.
- Benissimo, come no? - approvò subito la signorina Ely.
- Una festa che mai piú!
- Be', a sentir lei, - fece Giustino, - dice e sostiene che ha fatto una pessima figura.
- Chi? - esclamò la signorina Ely battendo le mani.
- La signora Silvia? Ma chi lo dice?
- Chi lo dice? Lo dice lei! Ridendo, lo dice.
Perché non gliene importa nulla, dice.
Ora, si deve stare o non si deve stare sulla breccia? Per prima cosa io voglio saper questo.
Perché io faccio, io faccio; ma se poi lei invece di secondarmi, di ajutarmi, vuol tirarsi indietro e mettermi come si dice i bastoni tra le ruote...
Insomma, chi scrive? Scrive lei; mica scrivo io! E se la cosa va, domando e dico perché non dobbiamo fare in modo che vada il meglio possibile?
- Ma sicuro! - approvò di nuovo, convintissima, la signorina Ely.
Giustino stette un po' a guardarla; poi le si accostò e le fece, piano, questa confidenza:
- Avrà ingegno; saprà magari scrivere; ma certe cose, creda pure, non le capisce.
E non parlo d'inesperienza, badi.
Due volumi, buttati via cosí, prima di sposare me, senza contratto.
Una cosa incredibile! Appena posso farò di tutto per riscattarli, quantunque per i libri ormai illusioni non me ne faccia piú.
Il romanzo sí, il romanzo va; ma non siamo in Inghilterra e nemmeno in Francia.
Ora ha fatto il dramma - si è lasciata persuadere.
Io non me n'intendo.
L'ha letto il senatore Borghi e dice che...
sí, l'esito non si può prevedere, ma gli piace; è una cosa...
non so com'ha detto...
classica, mi pare...
sí, e poi un'altra cosa, classica e...
non ricordo piú.
Ora, se l'imbrocchiamo col teatro, capirà, signora mia, può essere la nostra fortuna.
- Eh altro! - esclamò la signorina Ely.
- Ma dobbiamo prepararci, - soggiunse con stizza Giustino, giungendo le mani - C'è aspettativa, curiosità.
Ora c'è stato questo banchetto.
Io ho potuto vedere che è piaciuta.
- Moltissimo!
- Guardi, l'ha invitata la marchesa Lampugnani, che ho sentito dire è tra le prime di Roma; l'ha invitata anche quell'altra, che ha pure un salotto molto ricercato...
come si chiama? la Bornè-Laturzi.
Bisogna andare, non è vero? Mostrarsi.
Ci vanno tanti giornalisti.
Sarà utile che lei li veda, parli con loro, si faccia conoscere, apprezzare.
Ebbene, chi sa quanto mi farà penare per persuaderla!
- Forse perché, - arrischiò impacciata la signorina Ely, - forse perché si trova in quello stato...
- Ma no! - negò subito Giustino.
- Ancora per due o tre mesi non parrà neppure; potrà presentarsi benissimo! Le ho detto che le farò un abito nuovo.
Anzi, ecco, volevo dirle appunto questo, Signorina, se lei mi sapesse indicare una buona sarta, senza troppe pretese, perché...
aspetti, scusi; e se poi mi volesse accompagnare per la scelta di quest'abito e...
e anche, sí, a persuadere Silvia che, santo cielo, si lasci guidare e faccia quello che deve.
Il dramma andrà in scena verso i primi di novembre.
- Ah, cosí tardi?
- No, anzi è presto.
La buona stagione per i teatri comincia sempre a novembre.
E aspettare non mi dispiace.
Il terreno non è ancora preparato come vorrei.
Conosco pochi.
Il vero chiodo è Silvia, Silvia ancora cosí impacciata.
Abbiamo ancora davanti a noi parecchi mesi.
Vorrei concertare un programmino.
Per me, non ce ne sarebbe bisogno; ma per Silvia...
Mi fa stizza, creda.
non che si ribelli ai consigli; ma non vuole forzarsi per nulla a investirsi della sua parte, a vincere insomma la propria indole...
- Schiva, già!
- Come dice?
- Indole schiva, dicevo.
- Sí; le mancano le maniere, ecco.
Schiva; mi piace questa parola; bisogna che me la tenga a mente.
Sí, schiva.
Un po' di scuola, di quella che intendo io, le sarebbe piú necessaria del pane.
Mi sono accorto, cara signorina, che c'è come una tacita intesa tra tanti che si riconoscono all'aria: basta che pronunzino un nome, il nome...
aspetti, com'è?...
di quel poeta inglese di Piazza di Spagna, morto giovane...
- Keats! Keats! - gridò la signorina Ely, come toccata nel cuore.
- Chizzi, già...
questo! Appena dicono Chizzi, hanno detto tutto: non c'è piú bisogno di niente: si sono capiti.
Oppure dicono, non so, il nome d'un pittore olandese, com'è?
- Van Gogh?
- Questo, già: sono quattro, cinque di questi nomi difficili; li pronunziano scambiandosi uno sguardo d'intelligenza, e fanno una figurona! Lei ch'è tanto dotta, signorina, mi dovrebbe far questo piacere: insegnarli a Silvia.
E come no? Promise, felicissima, la signorina Ely; e aveva la sarta, intanto, e per l'abito (un bell'abito nero, no? di stoffa lucida) bisognava farlo in modo...
- naturalmente!
-...sí, che si possa, insomma...
- Naturalmente!
-...a mano a mano...
- naturalmente, allargare.
Vorrei che si andasse domani insieme a comperarlo.
Stabilito questo, Giustino trasse dal cassetto della scrivania alcuni albums e li mostrò, sbuffando.
- Guardi, quattro, oggi!
Un affar serio, quegli albums.
Ne piovevano da tutte le parti.
Ammiratrici, ammiratori che, direttamente o per mezzo del Raceni o anche del senatore Borghi, chiedevano un pensiero o la semplice apposizione della firma.
A dar retta a tutti, Silvia avrebbe perduto chi sa quanto tempo.
È vero che, per ora, faceva poco, in considerazione dello stato in cui si trovava; ma a qualche lavorino leggero tuttavia attendeva.
La seccatura di quegli albums se l'era perciò accollata lui: vi scriveva lui i pensieri invece della moglie.
Non se ne sarebbe accorto nessuno, perché sapeva imitare appuntino la scrittura e la firma di Silvia.
I pensieri li traeva dai libri di lei già stampati; anzi, per non star lí ogni volta a sfogliare e cercare, se n'era ricopiati una filza in un quadernetto, e qua e là ne aveva anche inserito qualcuno suo, che poteva passare.
In quelli della moglie s'era arrischiato a far di nascosto qualche correzioncina ortografica, perché, leggendo nei giornali gli articoli di scrittori raffinati (come per esempio il Betti, che aveva trovato tanto da ridire sulla prosa di Silvia) s'era accorto che costoro scrivevano, chi sa perché, con lettera majuscola certe parole.
Ebbene, anche lui, ogni qualvolta nei pensieri di Silvia ne trovava qualcuna majuscolabile, là, una bella majuscola! Santo cielo, se si poteva fare con cosí poca spesa una migliore figura...
Sedettero alla fine, maestra e scolaro, davanti la scrivania.
- Perché faccio tutto questo io? - sospirò Giustino.
- Me lo sa dire lei?
Aprí la grammatica inglese e la porse alla signorina Ely.
- Forma negativa, - cominciò poi a recitare con gli occhi chiusi.
- Present tense: I do not go, io non vado; thou dost not go, tu non vai; he does not go, egli non va...
Ma per la scuola di grandezza a cui intendeva assoggettar la moglie selvatica e riluttante, per quanto timida e docile in apparenza, Giustino vedeva che quella brava signorina Facelli non poteva bastare, e che c'era bisogno di ben altra maestra.
Piemontese montanaro testardo, voleva a qualunque costo superar tutti gli ostacoli di quella via per cui s'era messo a caso e del tutto impreparato; e arrivare fino a dare alla moglie, se non proprio la ricchezza, che non gli pareva possibile, almeno tutti quei maggiori profitti finanziarii che si potevano cavare speculando sulla fama di lei.
Certo, non era una buona partita da trattare, né facile.
Bisognava prenderci un po' di gusto.
E lui a poco a poco ce l'aveva preso; se n'era anzi infervorato tanto che il cuore, si può dire, non gli batteva piú per altro.
Gli premeva il guadagno, ma non per il guadagno, bensí perché era la prova, lí ballante e sonante, di quel che voleva dimostrare a quella sua moglie troppo sulle nuvole e inesperta, cioè che accanto a lei c'era un uomo.
Il ritegno di Silvia lo irritava sopra tutto perché non gli pareva logico.
Se seguitava a scrivere, santo cielo, che c'entrava poi tutto quel ritegno, quel farsi quasi strappar di mano ciò che aveva scritto, perché lui glielo facesse fruttare in fama e denaro?
- Le cose si fanno o non si fanno.
Aveva ancora bisogno anche lui di un po' di pratica e fors'anche di qualche consiglio; ragion per cui, quel giorno stesso, all'uscita dall'Archivio Notarile, decise di recarsi in casa di Dora Barmis, maestra ben piú sapiente della signorina Ely Facelli.
Appoggiata alla cassapanca della saletta d'ingresso trovò una stampella, su la stampella un cappello a cencio.
La bussola che metteva nel salotto, chiusa.
Soffuso nella penombra il color verde giallino della carta a scacchi applicata ai vetri.
- Ma no, no, no! v'ho detto no, dunque basta! - s'intese gridare di dentro, irosamente.
La servetta, venuta ad aprirgli, restò a questo grido un po' perplessa se entrare in quel momento ad annunziarlo.
- Disturbo? - domandò Giustino, un po' sbigottito.
La servetta si strinse nelle spalle, poi si fece coraggio, picchiò sul vetro della bussola, aprí.
- Ah, voi Boggiòlo? Che piacere! Entrate, entrate, - esclamò Dora Barmis protendendo il capo e sforzandosi di comporre subito a un'aria sorridente il volto alterato dallo sdegno e dal dispetto.
Giustino Boggiòlo entrò un po' titubante, inchinando il capo anche a Cosimo Zago che, pallidissimo, s'era levato su un piede e si reggeva penosamente su la spalliera d'una seggiola, spenzolando l'altra gambina rattratta.
- A rivederla,- disse lo Zago alla Barmis, con voce che voleva parer calma.
- Addio, - gli rispose subito Dora, sprezzante, senza guardarlo; e tornò a sorridere a Giustino.
- Sedete, sedete, Boggiòlo.
Come siete stato bravo...
Ma tardi, eh?
Appena lo Zago, zoppicando malamente, fu uscito, fece un balzo sulla seggiola, con le braccia levate, sbuffò, poi prese a dire precipitosamente:
- Non ne potevo piú! ah caro amico, non ne potevo piú, grazie, grazie d'esser venuto a liberarmi, non ne potevo piú! - E seguitò, tirando un gran respiro: - Ah, come vi fa pentire la gente d'avere un po' di cuore! Ma se un uomo disgraziato viene a dirvi: "Sono brutto, sono storpio", che gli rispondete voi? "No, caro, perché? Pensate che la natura v'ha poi compensato con altri doni".
È la verità.
Sapeste che bei versi sa fare quel poverino! Lo dico a tutti; l'ho detto anche a lui; ma cosí, tout bonnement, come si può dire a un collega.
Ora me ne fa pentire.
È inutile, c'est toujours ainsi.
Non dovevo dirglielo; sapete perché? perché sono donna.
Non ci penso neppure, tante volte, che sono donna, ve l'assicuro.
Me ne dimentico, me ne dimentico cosí facilmente! Sapete come me ne ricordo? Vedendo certuni che mi guardano in un certo modo...
Oh Dio! Scoppio a ridere.
Ma già, dico tra me, davvero! sono donna! Che cosa triste...
E poi, ormai vecchia, no? Sú...
eh perbacco! fatemi un complimento, dite che non sono vecchia!
- Non c'è mica bisogno di dirlo, - fece Giustino, arrossendo.
Dora Barmis scoppiò a ridere al suo solito.
- Caro! Caro! Vi vergognate? Ma no, via, non ci pensate! Prendete il tè? un vermouth? Ecco, fumate.
E gli porse con una mano la scatola delle sigarette, mentre con l'altra premeva il bottone del campanello elettrico sotto il palco che reggeva tanti libri e ninnoli e statuette e ritratti, sospeso là su l'ampio divano ad angolo, ricoperto di stoffe antiche.
- Grazie, non fumo, - disse Giustino.
Dora posò la scatola delle sigarette sul tavolino basso, a due piani, che stava davanti al divano.
Entrò la servetta.
- Porta il vermouth.
A me, il tè.
Qua, Nina; preparo io.
Poco dopo, la servetta rientrò con la tejera, col vermouth e le paste in una coppa argentata.
Dora versò il vermouth a Giustino e gli disse:
- Di ben altro, ora che ci ripenso, dovreste vergognarvi voi, bel tomo! E questo, badate, ve lo dico ora sul serio.
- Di che? - domandò Giustino, che già aveva capito: tanto vero che schiuse le labbra sotto i baffi a un sorrisino fatuo.
Dora ripigliò, agitando un dito e con un tono di minaccia e di severo ammonimento:
- Voi avete dalla natura un sacro deposito, Boggiòlo! (Prendete questo fondant).
Vostra moglie non appartiene solamente a voi.
I vostri diritti, caro, devono essere limitati.
Voi magari, se vostra moglie non ne soffre...
Dite un po', è gelosa di voi, vostra moglie?
- Ma no.
Del resto, non posso dirlo, perché...
-...non le avete mai fatto il piú piccolo torto, non è vero? Siete dunque davvero un bravo figliuolo.
Si vede.
Ma troppo bravo forse, eh? Dite la verità.
No, no, voi dovreste risparmiarla, Boggiòlo.
Del resto, gli uomini dànno un brutto nome alla cosa...
Chiuse il medio e l'anulare d'una mano e mostrò a Giustino graziosamente le corna.
Rise, e aggiunse:
- Pesano sulla testa degli uomini.
Una donna di spirito non dovrebbe curarsene.
Le hanno anche le farfalle...
E sapete come si chiamano quelle delle farfalle? Antenne, caro.
Si chiamano antenne.
Un uomo può avere, spesso di nascosto, le corna.
La donna porta sempre sperticatissime antenne (di farfalla, s'intende!).
Sú, caro.
Sú, gli occhi.
Perché non mi guardate? Vi sembro molto curiosa? Oh, bravo: cosí.
Vi dico sul serio.
Non si dev'essere troppo bravo marito, quando si ha una moglie come la vostra.
Conoscete la poetessa Bertolè Viazzi? Non è venuta al banchetto, perché, povera donna...
- Anche lei? - domandò Giustino, afflitto.
- Eh, ma molto piú grave! - esclamò Dora.
- Ha un marito addirittura terribile quella lí!
Giustino si strinse nelle spalle:
- D'altra parte...
- Ma che d'altra parte! - scattò Dora.
- Bisogna che il marito in certi casi abbia considerazione.
Pensate: da quattro anni la Bertolè lavora a un poema.
Lo sappiamo tutti.
Ebbene, saperla, povera donna, con una gestazione come quella nella testa, un poema, vi dico! e poi, nello stesso tempo, vederla deformata nel ventre da un'altra gestazione, no via! è una soperchieria crudele! crudele!
- Capisco, - fece Giustino angustiato.
- E creda che è seccato molto anche a me.
Ma Silvia durante tutto questo tempo non farà nulla.
- E sarà un tempo prezioso sprecato!
- Lo dice a me? Sprecato; non solo, ma la famiglia che cresce; e chi sa poi quante spese...
e poi la lontananza, perché il bambino dovremo mandarlo via, a bàlia, dalla nonna...
- A Taranto?
- No, a Taranto.
La mamma di Silvia è morta da tanti anni.
Da mia madre, a Cargiore.
- Cargiore? - domandò Dora, sdrajandosi tutta sul divano.
- Dov'è Cargiore?
- In Piemonte, signora.
Oh, un villaggetto sparso, di poche case, sopra Giaveno.
- Perché voi siete piemontese, già.
E come mai avete sposata la Roncella meridionale?
- Mah! Mi mandarono a Taranto, dopo il concorso...
- Uh, poverino.
- Un anno e mezzo d'esilio, creda!
- Non dovreste rimpiangerlo piú...
- Ah, certo! Fortuna per me, che il padre di Silvia, allora mio capo...
- All'Archivio?
- Capo-archivista, sissignora.
Oh, un buon impiego, per questo! Mi prese subito a benvolere...
- E voi, birbante, gl'innamoraste la figliuola letterata?
- Eh, per forza...
- sorrise Giustino.
- Come, per forza?
- Dico per forza, perché, vacci oggi vacci domani: un povero giovane, là solo...
Lei non può capire che cosa sia.
Vissuto sempre con la mamma, abituato alle cure di lei...
L'onorevole Datti, deputato del mio collegio, m'aveva promesso che presto m'avrebbe fatto chiamare a Roma, all'archivio del Consiglio di Stato.
Ma sí, le promesse dei deputati! E poi, anche se il Datti avesse mantenuto la promessa, mia madre non avrebbe potuto raggiungermi a Roma.
Dovevo prender moglie.
- Ed ecco, caro Boggiòlo, perché le mogli ingannano i mariti! - sospirò Dora.
Giustino ne fu stordito.
- Non capisco...
- Ma sí, caro! Perché gli uomini che ragionano cosí, son proprio quelli che una donna non vorrebbe avere.
- Silvia, veramente...
- si provò a obbiettare Giustino.
- Oh, lo so bene, ne sono convinta, - lo interruppe subito Dora.
- Ma il vostro errore è nel credere che vostra moglie sia una donna.
- Non è una donna?
- No, caro.
- E che è allora?
- È Silvia Roncella.
- Ma io, sa? non m'innamorai di Silvia perché letterata.
Tutt'altro! Non ci pensavo neppure, allora, alla letteratura.
Sapevo, sí, che Silvia aveva stampato due libri; ma questo anzi per me...
Basta!
- No no, raccontate, raccontate, - lo incitò Dora.
- Mi fate tanto piacere.
- C'è poco da raccontare, - disse Giustino.
- Quando andai la prima volta in casa di lei, m'immaginavo di trovare...
non so, una giovine con la testa accesa.
Ma che! Già lei l'ha veduta!
- Ah sí, un amore!
- Il padre, mio suocero, buon'anima...
- Le è morto anche il padre?
- Sissignora, di colpo.
Un mese appena dopo il nostro matrimonio, poverino.
Eh, n'era fanatico, lui.
Dava a leggere a tutti gl'impiegati i libri della figlia, e anche i giornali che ne parlavano.
Se ne compiaceva, si sa.
Li diede a leggere anche a me...
- E voi li leggeste, come per dovere d'ufficio?
- Capirà! Silvia però ne soffriva, ne soffriva proprio e non permetteva mai che se ne parlasse in sua presenza.
Quieta quieta, modesta, attendeva alle cure domestiche; faceva tutto lei in casa.
Quando sposammo, mi fece perfino ridere, dicendomi che aveva quel vizio di scrivere.
Lo chiamava vizio.
E volle che le promettessi di non farci caso.
In compenso, non mi sarei mai accorto né di quando scriveva né di come avrebbe fatto a scrivere tra le faccende di casa.
- E voi?
- Eh, promisi.
Poi però, pochi mesi dopo il matrimonio arrivò dalla Germania un vaglia di mille marchi per diritto di traduzione.
Non se l'aspettava nemmeno lei.
Tutta contenta che in quei libri fosse riconosciuto un merito, che forse nemmeno lei stessa supponeva d'avere, aveva ceduto...
cosí, senza pretendere nulla, il diritto di traduzione.
- E allora subito, voi...
- Eh, aprii gli occhi! Venivano altre richieste da rassegne, da giornali.
Silvia mi confessò che nel cassetto aveva tant'altri manoscritti, l'abbozzo d'un romanzo, La casa dei nani.
Gratis? Come, gratis? Non è lavoro? E il lavoro non deve fruttare? Loro letterati stessi, per questa parte, non sanno farsi valere.
Ci vuole uno che le sappia queste cose, e ci badi.
Io, guardi, appena capii che c'era da cavarne qualche cosa, cominciai a prender subito le debite informazioni.
Mi misi in corrispondenza con un mio amico librajo di Torino per avere notizie del commercio librario; con parecchi redattori di rassegne e giornali che avevano scritto bene dei libri di Silvia; scrissi, mi ricordo, anche al Racen
...
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