GIUSTINO RONCELLA NATO BOGGIOLO, di Luigi Pirandello - pagina 9
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- Conciolescione? - ripeté con gli occhi pieni di lagrime.
- Veramente, conciolescione?
Questa volta ci restò brutto il signor Ippolito, invece.
- Ma no, sa! - disse irritato.
- Che diavolo ha capito? Abbiamo ricevuto da Cargiore un telegramma con cui la signora Velia Boggiòlo, che sarebbe la mamma di Giustino, sissignore, ci annunzia per oggi la sua venuta; e non c'è mica da stare allegri, perché viene per assistere Silvia, mia nipote, la quale finalmente...
siamo lí lí: tra pochi giorni, o maschio o femmina.
E speriamo tutti che sia maschio, perché, se nasce femmina e si mette a scrivere anche lei, Dio ne liberi e scampi, caro signore! Ha capito?
("Scommetto che non ha capito un corno!" borbottò tra sé, guardandolo.)
Il signor Crowell gli sorrise.
Il signor Ippolito, allora, sorrise anche lui al signor Crowell.
E tutti e due, cosí sorridenti, si guardarono un pezzo.
Che bella cosa, eh? Sicuro...
sicuro...
Bisognava riprendere daccapo la conversazione, adesso.
- Mi pare che lei tanto tanto non lo...
non lo...
mastichi, ecco, l'italiano, - disse bonariamente il signor Ippolito: - Scusi, part...
par-to-ri-re, almeno...
- Oh, sí, partorire, benissimo, - affermò il Crowell.
- Sia lodato Dio! - esclamò il Roncella.
- Ora, mia nipote...
faccia conto che ci siamo.
- Grande opera? dramma?
- Nossignore: figliuolo.
Figliuolo di carne.
Ih, com'è duro lei d'intendere certe cose! Io che voglio parlare con creanza.
Il dramma è già partorito.
Sono cominciate le prove l'altro jeri, a teatro.
E forse, sa? verranno alla luce tutte due insieme, dramma e figliuolo.
Due parti...
cioè, parti, sí, plurale di parto...
parti nel senso di...
di...
partori...
là, partorizioni, capisce?
Il signor Crowell diventò molto serio; s'eresse sulla vita; impallidí; disse:
- Molto interessante.
E, tratto di tasca un altro taccuino, prese frettolosamente l'appunto: Mrs Roncella two accouchements.
- Ma creda pure, - riprese il signor Ippolito, sollevato e contento, - che questo è nulla.
C'è ben altro! Lei crede che meriti tanta considerazione mia nipote Silvia? Non dico di no; sarà una grande scrittrice.
Ma c'è qualcuno molto piú grande di lei in questa casa, e che merita d'esser preso in maggiore considerazione dalla stampa internazionale.
- Veramente? Qua? In questa casa? - domandò, sbarrando gli occhi, il signor Crowell.
- Sissignore, - rispose il Roncella.
- Mica io, sa! Il marito, il marito di Silvia.
- Mister Bòggiolo?
- Se lei lo vuol chiamare Bòggiolo si serva pure, ma le ho detto che si chiama Boggiòlo.
Incommensurabilmente piú grande.
Sí.
Guardi, Silvia stessa, mia nipote, riconosce che lei non sarebbe nulla, o ben poco, senza di lui.
- Molto interessante, - ripeté con la stessa aria di prima il signor Crowell, ma un po' piú pallido.
- Sissignore.
E se lei vuole, potrei parlarle di lui fino a domattina, - seguitò il signor Ippolito.
- E lei mi ringrazierebbe.
- Oh, sí, io molto ringraziare, signore, - disse alzandosi e inchinandosi piú volte il signor Crowell.
- No, dicevo, - riprese il signor Ippolito, - segga, segga, per carità! Mi ringrazierebbe, dicevo, perché la sua...
come la chiama? intervista, già, già, intervista...
la sua intervista riuscirebbe molto piú...
piú...
saporita, diremo, che se riferisse notizie sul nuovo dramma di Silvia.
Già io poco potrei dargliene, perché la letteratura non è affar mio, e non ho mai letto un rigo, che si dice un rigo, di mia nipote.
Per principio, sa? e un po' anche per stabilire un certo equilibrio salutare in famiglia.
Ne legge tanti lui, mio nipote! E li leggesse soltanto...
Scusi, è vero che in America i letterati sono pagati a un tanto a parola?
Il signor Crowell s'affrettò a dir di sí e aggiunse che ogni parola degli scrittori piú famosi soleva esser pagata anche una lira, anche due e perfino due lire e cinquanta centesimi, in moneta nostrale.
- Gesú! Gesú! - esclamò il signor Ippolito.
- Scrivo, per esempio, ohibò, due lire e cinquanta? E allora, figuriamoci, gli Americani non scriveranno mai quasi, già, scriveranno sempre quasi quasi, già già...
Ora comprendo perché quel povero figliuolo...
Ah dev'essere uno strazio per lui contare tutte le parole che gli sgorbia la moglie e pensare quanto guadagnerebbe in America.
Per ciò dice sempre che l'Italia è un paese di straccioni e d'analfabeti...
Caro signore, da noi le parole vanno piú a buon mercato; anzi si può dire che siano l'unica cosa che vada a buon mercato; e per questo ci sfoghiamo tanto a chiacchierare e si può dire che non facciamo altro...
Chi sa dove sarebbe arrivato il signor Ippolito quella mattina, se non fosse sopravvenuto a precipizio Giustino a levargli dalle grinfie quella vittima innocente.
Giustino non tirava piú fiato: acceso in volto e in sudore, volse un'occhiata feroce allo zio e poi, tartagliando in inglese, si scusò del ritardo col signor Crowell e lo pregò che fosse contento di rimandare alla sera l'intervista, perché adesso egli doveva recarsi alla stazione a prendere la madre, poi al Valle per la prova del dramma, poi...
- Ma se lo stavo servendo io! - gli disse il signor Ippolito.
- Lei dovrebbe almeno farmi il piacere di non immischiarsi in queste faccende, - non poté tenersi di rispondergli Giustino.
- Pare che me lo faccia apposta, scusi!
Si volse di nuovo all'Americano; lo pregò di attenderlo un istante perché voleva vedere di là come stésse la moglie; sarebbero poi andati via insieme.
- Perde l'impiego, perde l'impiego, com'è vero Dio! - ripeté il signor Ippolito, stropicciandosi di nuovo le mani, contentone, appena Giustino varcò la soglia.
- Ha perduto la testa; ora perde l'impiego.
Il signor Crowell, per significargli che non capiva proprio nulla, seguitava a sorridergli simpaticamente.
Non rivedeva la madre da piú di quattro anni, da quando cioè lo avevano sbalestrato là a Taranto.
Quante cose erano avvenute in quei quattro anni, e come si sentiva cambiato, ora che l'imminente arrivo della madre lo richiamava alla vita che aveva vissuto con lei, agli umili e santi affetti rigorosamente custoditi, ai modesti pensieri, da cui per tante vicende imprevedute s'era staccato e poi, anche dentro se stesso, a poco a poco allontanato!
Quella vita quieta e romita, tra le nevi e il verde dei prati sonori d'acqua, tra i castagni del suo Cargiore lassú vegliato dal borboglío perenne del Sangone, quegli affetti, quei pensieri avrebbe riabbracciato tra breve in sua madre, ma con un penoso disagio interno, con non tranquilla coscienza.
Sposando, aveva nascosto alla madre che Silvia fosse una letterata; le aveva parlato a lungo, invece, nelle sue lettere, delle qualità di lei che alla madre sarebbero riuscite piú accette; vere, pertanto; ma appunto per ciò sentiva ora piú spinoso il disagio: ché proprio lui aveva indotto la moglie a trascurare quelle qualità; e se ora Silvia dal libro spiccava un salto sul palcoscenico, a questo salto la aveva spinta lui.
E se ne sarebbe accorta bene la madre in quel momento, trovando Silvia derelitta e bisognosa soltanto di cure materne, lontanissima da ogni pensiero che non si riferisse al suo stato; e trovando lui invece, là, tra i comici, in mezzo alle brighe d'una prima rappresentazione.
Non era piú un ragazzo, è vero; doveva ormai regolarsi con la propria testa; e non vedeva nulla di male, del resto, in ciò che faceva; tuttavia da buon figliuolo com'era sempre stato, obbediente e sottomesso alla volontà e incline ai desiderii, al modo di pensare e di sentire della sua buona mamma si turbava al pensiero di non avere l'approvazione di lei, di far cosa che a lei, anzi, certamente doveva dispiacere.
Tanto piú se ne turbava, in quanto prevedeva che la sua santa vecchierella, venuta per amor suo da cosí lontano a soffrire con la nuora, non gli avrebbe in alcun modo manifestato la sua riprovazione, né mosso il minimo rimprovero.
Molta gente attendeva con lui il treno da Torino, già in ritardo.
Per stornarsi da quei pensieri molesti, si sforzava d'attendere alla grammatica inglese, che portava sempre con sé, per mettere a profitto ogni ritaglio di tempo; e si mise ad andare sú e giú per la banchina.
A ogni fischio di treno, si voltava o si fermava.
Fu dato finalmente il segnale d'arrivo.
I numerosi aspettanti si affollarono, con gli occhi al convoglio che entrava sbuffante e strepitoso nella stazione.
Si schiusero i primi sportelli; la gente accorse, cercando da una vettura all'altra.
- Eccola! - disse Giustino, cacciandosi anche lui tra la ressa per raggiungere una delle ultime vetture di seconda classe, da cui s'era sporta con aria smarrita la testa d'una vecchina pallida, vestita di nero.
- Mamma! Mamma!
Questa si volse, alzò una mano e gli sorrise con gli occhi, la cui vivacità contrastava col pallore del volto già appassito dagli anni.
Nella gioja di rivedere il figliuolo la piccola signora Velia cercò quasi un rifugio dallo sbalordimento che la aveva oppressa durante tutto il lunghissimo viaggio.
Ma pur rimaneva come intronata; rispondeva a monosillabi, e guardava, guardava il figliuolo che le pareva diventato un altro, tra tanta gente e tanta confusione.
Anche il suono della voce, anche lo sguardo, Dio mio!
La stessa impressione aveva Giustino della vista della madre.
Sentivano entrambi che qualcosa tra loro s'era come allentata, disgiunta.
Quell'intimità naturale, che prima impediva loro di vedersi cosí come si vedevano adesso; non piú come un essere solo, ma due; non già diversi, ma staccati.
E non s'era egli difatti nutrito, lontano da lei - pensava la madre - d'una vita che le era ignota? non aveva egli adesso un'altra donna accanto, ch'ella non conosceva e che certo doveva essergli cara piú di lei?
Tuttavia, quando si vide sola, finalmente, con lui in vettura, e vide salvi la valigia e il sacchetto che aveva portati con sé, si sentí sollevata e confortata.
- Tua moglie? - domandò, dando a vedere nel tono della voce e nello sguardo, che ne aveva una gran soggezione.
- T'aspetta, - le rispose Giustino.
- Soffre molto!
- Eh, poverina...
- sospirò la signora Velia, socchiudendo gli occhi.
- Ho paura però, che poco io potrò fare...
perché forse per lei...
non sarò...
non sarò buona, ecco...
- Ma che! - la interruppe Giustino.
- Non ti mettere in capo codeste prevenzioni, mamma! Tu vedrai quanto la stimerai...
- Lo credo, lo so bene, - s'affrettò a dire la signora Velia.
- Dicevo per me...
- Perché ti figuri che una che scrive, - soggiunse Giustino, - debba essere per forza una smorfiosa? Nient'affatto.
Vedrai.
Troppo...
troppo modesta, anzi...
È la mia disperazione! E poi, sí, in quello stato...
Via, via, mammina, è come te, sai? Senza differenza.
La vecchietta approvò col capo.
Le ferirono il cuore quelle parole.
Era la mamma, lei; e un'altra donna, adesso, per il figliuolo era come lei, senza differenza.
Ma approvò, approvò col capo.
- Faccio tutto io! - seguitò Giustino.
- Gli affari li tratto io.
Del resto, ohé, a Roma, cara mamma, tutto il doppio, sai? Non te ne puoi fare neanche un'idea! E se non ci s'ajuta in tutti i modi! Lei lavora a casa; io faccio fruttare il suo lavoro fuori.
- E...
frutta, frutta? - domandò timidamente la madre, cercando di smorzare l'acume degli occhi.
- Perché ci sono io, che lo faccio fruttare! - rispose Giustino.
- Opera mia, non ti figurare! Sono io...
tutta opera mia...
Quello che fa lei sarebbe come niente, perché la cosa...
la...
la letteratura, capisci? è una cosa che...
puoi farla e puoi anche non farla, secondo i giorni.
Oggi ti viene un'idea; sai scriverla; la scrivi.
Che ti costa? Non ti costa niente! Per se stessa, la letteratura, è niente; non dà, non darebbe frutto, se non ci fosse chi la fa fruttare.
Io, ecco! E se lei ora è cosí conosciuta in Italia...
- Anche dalle nostre parti, conosciuta? - arrischiò la signora Velia.
- Ma anche fuori d'Italia! - esclamò Giustino.
- Tratto con la Francia, io! Con la Francia, con la Germania, con la Spagna.
Ora comincio con l'Inghilterra! Vedi? Studio l'inglese.
Ma è un affar serio, l'Inghilterra! Basta; l'anno scorso, sai quanto? Quasi sessantacinque mila lire, tra originali e traduzioni.
Piú, con le traduzioni.
- Oh Dio quanto! - esclamò la signora Velia, ricadendo nella costernazione.
- E che cosa sono? - sogghignò Giustino.
- Mi fai ridere...
Sapessi quanto si guadagna in America, in Inghilterra! Milioni, come niente.
Ma quest'anno, chi sa!
Invece d'attenuare, si sentiva ora spinto a esagerare da un'irritazione che, di fronte a se stesso, fingeva gli fosse cagionata dall'angustia mentale della madre, mentre gli era in fondo cagionata da quel disagio interno, da quel rimorso.
La madre lo guardò e abbassò subito gli occhi.
Ah, com'era tutto preso, infatuato, povero figliuolo, dalle idee della moglie! Che guadagni sognava! E non le aveva domandato nulla del loro paese; appena appena a lei della salute e se aveva viaggiato bene.
Sospirò, come tornando di lontano; disse:
- Ti saluta tanto la Graziella, sai?
- Ah, brava! - esclamò Giustino.
- Sta bene la Graziella?
- Comincia a essere stolida, come me, - gli rispose la madre.
- Ma, tu sai, è fidata.
Anche il Prever ti saluta.
- Sempre matto?
- Sempre, - fece la vecchietta, sorridendo.
- Ti vuole sposare ancora?
La signora Velia agitò una mano, come se cacciasse via una mosca, sorrise e ripeté:
- Matto...
matto...
Abbiamo già la neve a Cargiore, sai? La neve su Roccia Vrè e sul Rubinett!
- Se tutto andrà bene, - disse Giustino, - dopo il parto chi sa che Silvia non venga sú con te, a Cargiore, per alcuni mesi.
- Sú, con la neve? - domandò, quasi sgomenta, la madre.
- Anzi! - esclamò Giustino.
- Le piacerà tanto: non l'ha mai veduta! Io dovrò muovermi per affari, forse...
Speriamo! Riparleremo poi di questo, a lungo.
Tu vedrai come t'accorderai subito con Silvia che, poverina, è cresciuta senza mamma...
Adesso ti presenterò.
Ti lascerò con lei, perché debbo scappar subito a teatro per le prove.
Non s'accorgeva che la madre lo guardava senza capire; come non s'accorgeva del male che faceva alla moglie parlandole in quei giorni del dramma, di ritorno da quelle prove, tutto acceso, anzi col volto qua e là pezzato di rosso, come se gli avessero dato tanti pizzicotti.
Ma non poteva proprio farne a meno.
Era rimasto gabbato nel computo dei giorni: aveva calcolato che per i primi di ottobre la moglie sarebbe stata libera, e invece...
invece, ecco qua, L'isola nuova andava proprio in iscena mentre Silvia si trovava ancora in quello stato.
La compagnia Carmi-Revelli, scritturata al teatro Valle giusto per quel mese, faceva assegnamento sopra tutto su quel lavoro nuovo, che s'era accaparrato da parecchi mesi.
Non era possibile rimandarne la rappresentazione.
Giustino era in uno stato da far pietà.
Non riusciva a intendere nulla da quelle prove, e veniva ad annunziarlo alla moglie avvilito e pur come ubriaco.
Quel palcoscenico bujo, intanfato di muffa e di polvere bagnata; quei macchinisti che martellavano sui telaj inchiodando le scene per la rappresentazione della sera; tutti i pettegolezzi e le piccinerie e la svogliatezza e la cascaggine di quei comici sparsi a gruppetti qua e là, quel suggeritore nella buca col copione davanti, pieno di tagli e di richiami; il direttore capocomico, sempre arcigno e sgarbato, seduto presso alla buca; quello che copiava lí su un tavolinetto le parti; il trovarobe in faccende tra i cassoni, tutto sudato e sbuffante, gli avevano cagionato un disinganno crudele.
S'era fatto mandare da Taranto parecchie fotografie di marinaj e popolane di Terra d'Otranto, per i figurini, e anche vesti e scialli e berretti, per modelli.
Perché il dramma si svolgeva in un'isoletta del Jonio, feracissima, già luogo di pena, abbandonata dopo un disastro tellurico, che aveva ridotto un mucchio di rovine la cittaduzza che vi sorgeva.
Sgombrata dai pochi superstiti, era rimasta deserta per anni, destinata probabilmente a scomparire un giorno dalle acque.
Ora la Roncella aveva immaginato che una prima colonia di marinaj d'Otranto, rozzi, primitivi, andata di nascosto ad annidarsi tra quelle rovine, non ostante la terribile minaccia incombente su l'isola, viva là, fuori d'ogni legge, quasi fuori del tempo.
Tra loro, una sola donna, la Spera, donna da trivio, ma ora lí onorata come una regina, venerata come una santa, e contesa ferocemente a colui che l'ha condotta con sé: un tal Currao, divenuto, per ciò solo, capo della colonia.
Ma Currao è anche il piú forte e col dominio di tutti mantiene a sé la donna, la quale in quella vita nuova, diventata un'altra, ha riacquistato le virtú native, custodisce per tutti il fuoco, è la dispensiera d'ogni conforto familiare, e ha dato a Currao un figliuolo ch'egli adora.
Un giorno, però, uno di quei marinaj, il rivale piú accanito di Currao, sorpreso da costui nell'atto di trarre a sé con la violenza la donna, e sopraffatto, sparisce dall'isola.
Si sarà forse buttato in mare su una tavola; avrà forse raggiunto a nuoto qualche nave che passava lontana.
Di lí a qualche tempo, una nuova colonia sbarca nell'isola, guidata da quel fuggiasco: altri marinaj che recano però con sé le loro donne, madri, mogli, figlie e sorelle.
Quando gli uomini della prima colonia s'accorgono di questo, smettono d'osteggiarne l'approdo sotto il comando di Currao.
Questi resta solo, perde d'un tratto ogni potestà; la Spera ridiventa subito per tutti quella di prima.
Ma ella non tanto se ne duole per sé, quanto per lui; s'avvede, sente che egli, prima cosí orgoglioso di lei, ora ne ha onta; ne sopporta in pace il disprezzo.
Alla fine la Spera s'accorge che Currao, per rialzarsi di fronte a se stesso e agli altri, medita d'abbandonarla.
Dileggiandola, alcuni giovani marinaj, quelli stessi che già spasimarono tanto per lei invano, vengono a dirle ch'egli non si cura piú di farle la guardia perché s'è messo a farla invece a Mita, figliuola d'un vecchio marinajo, Padron Dodo, che è come il capo della nuova colonia.
La Spera lo sa; e s'aggrappa ora al figliuolo, con la speranza di trattenere cosí l'uomo che le sfugge.
Ma il vecchio Padron Dodo, per consentire alle nozze, pretende che Currao abbia con sé il ragazzo.
La Spera prega, scongiura, si rivolge ad altri perché s'interpongano.
Nessuno vuol darle ascolto.
Allora si reca a supplicare il vecchio e la sposa; ma quegli le dimostra che dev'essere piú contenta che il figliuolo rimanga col padre; l'altra la assicura che il ragazzo sarà da lei ben trattato.
Disperata, la donna, per non abbandonare il figliuolo e per colpire nel cuore l'uomo che l'abbandona, in un impeto di rabbia furibonda abbraccia la sua creatura e in quel terribile abbraccio, ruggendo, la soffoca.
Cade un masso, dopo quel ruggito, e un altro, lugubremente, nel silenzio che segue al delitto; e altre grida lontane si levano dall'isola.
La Spera abita in cima a un poggio, tra le rovine d'una casa crollata al tempo del primo disastro.
Pare che non sia ben certa se lei stessa col suo ruggito abbia fatto crollare quei massi, abbia suscitato quelle grida d'orrore.
Ma no, no, è la terra! è la terra! Balza in piedi; sopravvengono urlanti, scontraffatti dal terrore, alcuni fuggiaschi, scampati all'estrema rovina.
S'è aperta la terra! È sprofondata la terra! La Spera sente chiamarsi, sente chiamare il figliuolo dalla voce del marito giú dalla costa del poggio; accorre, vacillando, con gli altri, si sporge di lassú a guardare, raccapricciata, e tra clamori che vengono dabbasso, grida: - Ti s'è aperta sotto i piedi la terra? T'ha inghiottito a metà? Il figlio? Te l'avevo ucciso io con le mie mani! Muori dannato!
La Carmi, prima attrice della compagnia, si dichiarava entusiasta della parte di Spera, e assicurava che ne avrebbe fatto una "creazione".
Ma non sapeva ancora neanche lei una parola della parte; passava davanti alla buca del suggeritore e ripeteva meccanicamente, come tutti gli altri, le battute che quello, vociando e dando le indicazioni secondo le didascalie, leggeva nel copione.
Solo il caratterista Adolfo Grimi cominciava a dare qualche rilievo, qualche espressione alla parte del vecchio Padron Dodo e il Revelli a quella di Currao; ma a Giustino pareva che cosí l'uno che l'altro le caricassero un po' troppo; il Grimi baritoneggiava addirittura.
In confidenza e con garbo Giustino glielo aveva fatto notare; ma al Revelli non s'arrischiava, e si struggeva dentro.
Avrebbe voluto domandare a questo e a quello come avrebbero fatto quel tal gesto, come avrebbero proferita quella tal frase.
Alla terza o alla quarta prova, il Revelli, piccato dell'entusiasmo ostentato dalla Carmi, s'era messo a interrompere tutti, di tratto in tratto, e sgarbatamente; interrompeva tante volte proprio per un nonnulla, sul piú bello, quando a Giustino pareva già che tutto andasse bene e la scena cominciasse a prender calore, ad assumere vita da sé, vincendo man mano l'indifferenza degli attori e costringendoli a colorire la voce e a muovere i primi gesti.
La Grassi, ad esempio, che faceva la parte di Mita per uno sgarbo del Revelli per poco non s'era messa a piangere.
Perdio! Almeno con le donne avrebbe dovuto essere un po' piú gentile, colui! Giustino s'era fatto in quattro per consolarla.
Non s'accorgeva che sul palcoscenico parecchi comici e sopra tutti il Grimi, lo pigliavano in giro.
Erano finanche arrivati, quando il Revelli non c'era, a fargli provare le "battute" piú difficili del dramma.
- Come direbbe lei questo?
E lui, subito! Sapeva, sapeva benissimo che avrebbe detto male; non prendeva mica sul serio gli applausi e gli urli di ammirazione di quei burloni scapati; ma almeno avrebbe fatto intravveder loro l'intenzione della moglie nello scrivere quelle...
come si chiamavano? ah, già, battute...
quelle battute, sicuro.
Cercava in tutti i modi d'infiammarli, d'averli cooperatori amorosi a quella suprema e decisiva impresa.
Gli pareva che alcuni comici fossero un po' sgomenti dell'arditezza di certe scene, della violenza di certe situazioni.
Egli stesso, per dire la verità, non era tranquillo su piú d'un punto, e qualche volta era assalito dallo sgomento anche lui, guardando dal palcoscenico la sala del teatro, tutte quelle file di poltrone e di sedie disposte lí, come in attesa, gli ordini dei palchi, tutte quelle bocche aperte in giro, nell'ombra, minacciose.
E poi le quinte sconnesse, le scene tirate sú a metà, il disordine del palcoscenico, in quella mezza luce umida e polverosa, i discorsi alieni dei comici che finivano di provare qualche scena e non prestavano ascolto ai compagni ch'erano in prova, le arrabbiature del Revelli, la voce fastidiosa del suggeritore, lo sconcertavano, gli scompigliavano l'animo, gl'impedivano di costruirsi l'idea di ciò che sarebbe stato fra poche sere lo spettacolo.
Laura Carmi veniva a scuoterlo da quei subitanei abbattimenti.
- Boggiòlo, ebbene? Non siamo contenti?
- Signora mia...
- sospirava Giustino, aprendo le braccia respirando con piacere il profumo dell'elegantissima attrice, dalle forme provocanti, dall'espressione voluttuosa, quantunque avesse il volto quasi tutto rifatto artificialmente, gli occhi allungati, le pàlpebre annerite, le labbra invermigliate, e sotto tanta biuta le s'intravvedessero i guasti dell'età e la stanchezza.
- Sú, caro! Sarà un successone, vedrete!
- Lei crede?
- Ma senza dubbio! Novità, potenza, poesia: c'è tutto! E non c'è teatro, - soggiungeva con una smorfia di disgusto.
- Né personaggi, né stile, né azione, qui sentent le "théâtre".
Voi comprendete?
Giustino si riconfortava.
- Senta, signora Carmi: lei dovrebbe farmi un piacere: dovrebbe farmi sentire il ruggito di Spera all'ultimo atto, quando soffoca il figlio.
- Ah, impossibile, caro! Quello deve nascere lí per lí.
Voi scherzate? Mi lacererebbe la gola...
E poi, se lo sento una volta, io stessa, anche fatto da me, addio! lo ricopio alla rappresentazione.
Mi verrebbe a freddo.
No, no! Deve nascere lí per lí.
Ah, sublime, quell'amplesso.
Rabbia d'amore e d'odio insieme.
La Spera, capite? vuole quasi far rientrare in sé, nel proprio seno, il figliuolo che le vogliono strappare dalle braccia, e lo strozza! Vedrete! Sentirete!
- Sarà il suo figliuolo? - le domandava, gongolante, Giustino.
- No, strozzo il figlio di Grimi, - gli rispondeva la Carmi.
- Mio figlio, caro Boggiòlo, per vostra norma, non metterà mai piede su un palcoscenico.
Che! Che!
Finita la prova, Giustino Boggiòlo scappava nelle redazioni dei giornali, a trovare qua il Lampini, Ciceroncino, là il Centanni o il Federici o il Mola, coi quali aveva stretto amicizia e per mezzo dei quali aveva già fatto conoscenza con quasi tutti i giornalisti cosí detti militanti della Capitale.
Anche costoro, è vero, se lo pigliavano a godere, apertamente.
Ma non se n'aveva per male.
Mirava alla mèta, lui.
Casimiro Luna aveva saputo che all'Archivio Notarile gli storpiavano il nome chiamandolo Giustino Roncello.
Indegnità! Volgarità! I cognomi si rispettano, i cognomi non si storpiano! E aveva aperto tra i colleghi una sottoscrizione a dieci centesimi per offrire al Boggiòlo cento biglietti da visita stampati cosí:
GIUSTINO RONCELLA
NATO BOGGIÒLO
Sí, sí, benissimo.
Ma lui, intanto, da Casimiro Luna aveva ottenuto un brillante articolo su tutta quanta l'opera della moglie, ed era riuscito a far rilevare da tutti i giornali la "vivissima attesa" del pubblico per il nuovo dramma L'isola nuova, stuzzicando la curiosità con "interviste" e "indiscrezioni".
La sera rincasava stanco morto e stralunato.
- La Carmi è grande! - annunziava.
- E quella piccola Grassi nella parte di Mita, un amore! Si sono già affissi per le vie i primi manifesti a strisce.
Stasera comincia la prenotazione dei posti.
È un vero e proprio avvenimento, sai? Dicono che verranno i maggiori critici teatrali di Milano, di Torino e di Bologna.
La sera della vigilia ritornò a casa com'ebbro addirittura.
Recava tre notizie: due luminose, come il sole; l'altra, nera, viscida e velenosa come una serpe.
Il teatro, tutto venduto; la prova generale, riuscita a meraviglia; i giornalisti e qualche letterato che vi avevano assistito, rimasti tutti quanti sbalorditi, a bocca aperta.
Solo il Betti, Riccardo Betti, quel frigido imbecille tutto leccato, aveva osato dire nientemeno che L'isola nuova era "La Medea tradotta in tarentino".
- La Medea, capisci? - diceva a Silvia.
- La Medea! Che sarà questa Medea? Dice che è una tragedia d'Euripide.
Fammi il piacere, cara! Domattina, appena arriva la signora Facelli da Catino, fattela prestare questa benedetta Medea: stúdiale, stúdiale queste benedette cose greche, mice...
non so come le chiamino...
micenàtiche...
stúdiale! Vanno tanto oggi! Capisci che con una frase, buttata cosí, ti possono stroncare? La Medea tradotta in tarentino...
Sono tanti imbecilli che non capiscono nulla, peggio di me! Li conosco adesso! Oh se li conosco! oh se li conosco!
La sera della prima rappresentazione, fin dalla piazzetta di Sant'Eustachio la via del teatro era ingombra, ostruita dalle vetture, tra le quali la gente si cacciava impaziente e agitata.
Per non stare a far lí la coda, Giustino smontò dalla vettura e sguisciò tra i legni e la folla.
Su la meschina facciata del teatro le grosse lampade elettriche vibravano, ronzavano, quasi partecipassero al vivo fermento di quella serata memorabile.
Ecco Raceni su la soglia.
- Ebbene?
- Mi lasci stare! - sbuffò Giustino, con un gesto disperato.
- Ci siamo! Le doglie.
L'ho lasciata con le doglie!
- Santo Dio! Era da aspettarselo...
L'emozione...
- Il diavolo! dica il diavolo, mi faccia il piacere! - E Giustino, rigirando gli occhi come un pazzo, si provò ad accostarsi al botteghino, innanzi al quale si pigiava la gente per acquistare i biglietti d'ingresso.
Vide, levandosi su la punta dei piedi, il cartellino affisso su lo sportello del botteghino: - Tutto esaurito - e n'ebbe un certo rinfranco, quantunque se l'aspettasse.
Un signore lo urtò, di furia.
- Di niente...
Ma, è inutile, sa? Glielo dico io: non c'è piú posti! Torni domani sera.
Si replica.
- Venga, venga, Boggiòlo! - lo chiamò il Raceni.
- Meglio che si faccia vedere sul palcoscenico.
- Due...
quattro...
uno...
tre...
uno...
tre...
- gridavano intanto all'ingresso le maschere in livrea di gran gala, ritirando i biglietti.
- Ma dove si vuol ficcare tutta questa gente adesso? - domandò Giustino su le spine.
- Quanti biglietti d'ingresso avranno dato via? Sto in pensiero, creda, sto proprio in pensiero...
Ho un brutto presentimento...
- Ma non dica cosí! - gli diede sulla voce il Raceni.
- Per Silvia, dicevo...
- soggiunse Giustino, - per avere io il dramma...
L'ho lasciata, creda, molto, molto male...
Speriamo che tutto vada bene...
ma ho paura che...
E poi, guardi, tutta questa gente...
dove si ficcherà? Starà scomoda, sarà impaziente, turbolenta...
Ohé, paga, e vorrà godere...
Ma poteva venire la seconda sera, perdio! Si replica...
Andiamo, andiamo...
Tutto il teatro risonava d'un fragorío sommesso di gigantesco alveare.
Come saziare la brama di godimento, la curiosità, i gusti, l'aspettativa di tutto quel popolo, già per il suo stesso assembramento sollevato a una vita diversa dalla comune, piú vasta, piú calda, piú fusa?
Avvertí come uno smarrimento angoscioso, Giustino, guardando attraverso l'entrata della platea il vaso rigurgitante di spettatori.
Il volto, di solito rubicondo, gli era diventato paonazzo.
Sul palcoscenico stenebrato appena da alcune lampadine elettriche accese dietro i fondali, i macchinisti e il trovarobe davano gli ultimi tocchi.
Il direttore di scena, col campanello in mano, faceva fretta; voleva dar subito il primo segnale agli attori.
Alcuni di questi erano già pronti; la piccola Grassi parata da Mita e il Grimi da Padron Dodo, con la barba finta, grigia e corta, il volto affumicato come un presciutto, orribile a vedersi cosí da vicino, il berrettone marinaresco ripiegato su un orecchio, i calzoni rimboccati e i piedi che parevano scalzi in una maglia color carne, parlavano con Tito Lampini in marsina e col Centanni e il Mola.
Appena videro Giustino e il Raceni, vennero loro incontro, rumorosamente.
- Eccolo qua! - gridò il Grimi, levando le braccia.
- Ebbene, come va? come va?
- Teatrone! - esclamò il Centanni.
- Contento, eh? - aggiunse il Mola.
- Coraggio! - gli disse la Grassina, stringendogli forte forte la mano.
Il Lampini gli domandò:
- La sua signora?
- Male...
male...- prese a dire Giustino.
Ma il Raceni, sgranando gli occhi, gli fece un rapido cenno col capo.
Giustino comprese, abbassò le pàlpebre e aggiunse:
- Capiranno che...
tanto...
tanto bene non può stare...
- Ma starà bene! benone starà! benone! - fece il Grimi col suo vocione pastoso, dimenando il capo e sogghignando.
- La signora Carmi? - domandò Giustino.
- In camerino, - rispose la Grassi.
Si sentiva attraverso il sipario il rimescolío incessante degli spettatori in attesa.
Mille voci confuse, prossime, lontane, rombanti, e sbatacchiar d'usci e stridore di chiavi e scalpiccío di piedi.
Il mare nel fondo della scena, il Grimi vestito da marinajo, diedero a Giustino l'impressione che ci fosse un gran molo di là con tanti piroscafi in partenza.
Gli orecchi presero d'un tratto a gridargli e una densa oscurità gli occupò il cervello.
- Vediamo la sala! - gli disse il Raceni, prendendolo sotto il braccio e tirandolo verso la spia del telone.
- Non si lasci scappare, per carità! - aggiunse poi, piano, - che la signora è soprapparto.
- Ho capito, ho capito, rispose Giustino, che si sentiva morire le gambe accostandosi alla ribalta.
- Senta, Raceni, lei mi dovrebbe fare il piacere di correre a casa mia a ogni fin d'atto.
- Ma s'intende! - lo interruppe il Raceni, - non c'è bisogno che me lo dica.
- Per Silvia, dicevo...
- soggiunse Giustino, - per avere io notizie...
Capirà che a lei non si potrà dir nulla.
Ah che sciagurata combinazione! E meno male che ho avuto la ispirazione di far venire mia madre! Poi c'è lo zio...
E ho sacrificato anche quella povera signorina Facelli, che aveva tanto desiderio d'assistere allo spettacolo!
Mise l'occhio alla spia e restò sgomento a mirare prima giú nelle poltrone, in platea, poi in giro nei palchi e sú al loggione formicolante di teste.
Erano inquieti, impazienti lassú, vociavano, battevano le mani, pestavano i piedi.
Giustino sobbalzò a una scampanellata furiosa del buttafuori.
- Niente! - gli disse il Raceni, trattenendolo, - è il primo segnale.
Tutti, tutti i palchi erano straordinariamente affollati e non un posto vuoto in platea, e che ressa nel breve spazio dei posti all'in piedi! Giustino si sentí come arso dal soffio infocato della sala luminosa, dallo spettacolo di tanta moltitudine in attesa, che lo feriva, lo trafiggeva con gl'innumerevoli occhi.
Tutti, tutti quegli occhi col loro luccichío irrequieto rendevano terribile e mostruosa la folla compatta.
Cercò di distinguere, di riconoscere qualcuno lí nelle poltrone.
Ah ecco il Luna, che guardava nei palchi e inchinava il capo, sorridendo...
ecco là il Betti, che puntava il binocolo.
Chi sa a quanti e quante volte aveva ripetuto quella sua frase, con signorile sprezzatura:
- La Medea tradotta in tarentino.
- (Imbecille!).
Guardò di nuovo ai palchi e, seguendo le indicazioni del Raceni, cercò nel primo ordine il Gueli, nel secondo donna Francesca Lampugnani, la Bornè-Laturzi; ma non riuscí a scorgere né queste né quello.
Era gonfio d'orgoglio, ora, pensando che già era uno splendido e magnifico spettacolo per se stesso quel teatro cosí pieno, e che si doveva a lui: opera sua, frutto del suo costante, indefesso lavoro, la considerazione di cui godeva la moglie, la fama di lei.
L'autore, il vero autore di tutto, si sentiva lui.
- Boggiòlo! Boggiòlo!
Si volse: gli stava davanti Dora Barmis, raggiante.
- Che magnificenza! Non ho mai visto un teatro simile! Un mago, siete un mago, Boggiòlo! Una vera magnificenza, à ne voir que les dehors.
E che miracolo, avete visto? E in teatro Livia Frezzi! Dicono che sia già terribilmente gelosa di vostra moglie.
- Di mia moglie? - esclamò Giustino, stordito.
- E perché?
Era cosí infatuato in quel momento, che se la Barmis gli avesse detto che l'amica del Gueli e tutte le donne ch'erano in teatro deliravano per lui, lo avrebbe compreso e creduto facilmente.
Ma sua moglie...
- che c'entrava sua moglie? Livia Frezzi gelosa di Silvia? E perché?
- Perché? - soggiunse la Barmis.
- Ma chi sa quante donne saranno tra poco gelose di Silvia Roncella! Che peccato ch'ella non sia qui! Come sta? come sta?
Giustino non ebbe tempo di risponderle.
Squillarono i campanelli.
Dora Barmis gli strinse forte forte la mano e scappò via.
Il Raceni lo trascinò tra le quinte di destra.
Si levò il sipario, e a Giustino Boggiòlo parve che gli scoperchiassero l'anima e che tutta quella moltitudine d'un tratto silenziosa s'apparecchiasse al feroce godimento del supplizio di lui.
Supplizio inaudito, quasi di vivisezione.
Con un che di vergognoso; come se egli fosse tutto una nudità esposta, che da un momento all'altro, per qualche falsa mossa impreveduta, potesse apparire atrocemente ridicola e sconcia.
Sapeva a memoria da capo a fondo il dramma, le parti di tutti gli attori dalla prima all'ultima battuta, e involontariamente per poco non le ripeteva ad alta voce, mentre quasi in preda a continue scosse elettriche si voltava a scatti di qua e di là con gli occhi brillanti spasimosi, i pomelli accesi, straziato dalla lentezza dei comici, che gli pareva s'indugiassero apposta su ogni battuta per prolungargli il supplizio, come se anch'essi ci si divertissero.
Il Raceni, caritatevolmente, a un certo punto tentò di strapparlo di là, di condurlo nel camerino del Revelli, non ancora entrato in scena; ma non riuscí a smuoverlo.
Man mano che la rappresentazione procedeva, una violenza strana, un fascino teneva e legava lí Giustino, sgomento, come al cospetto d'un fenomeno mostruoso.
Il dramma che sua moglie aveva scritto, ch'egli sapeva a memoria parola per parola, finora quasi covato da lui - ecco, si staccava, si staccava da tutti, s'inalzava, s'inalzava come un pallone di carta ch'egli avesse diligentemente portato lí, in quella sera di festa, tra la folla, e che avesse a lungo e con cura trepidante sorretto su le fiamme da lui stesso suscitate perché si gonfiasse; a cui ora infine egli avesse acceso lo stoppaccio; si staccava da lui, si liberava palpitante e luminoso, si inalzava, si inalzava nel cielo, traendosi seco tutta la sua anima pericolante e quasi tirandogli le viscere, il cuore, il respiro, nell'attesa angosciosa che da un istante all'altro un buffo d'aria, una scossa di vento, non lo abbattesse da un lato, ed esso non s'incendiasse, non fosse divorato lí nell'alto dallo stesso fuoco ch'egli vi aveva acceso.
Ma dov'era il clamore della folla per quell'inalzamento?
Ecco: la mostruosità del fenomeno era questo silenzio terribile in mezzo al quale il dramma s'inalzava.
Esso solo, lí, da sé e per conto suo viveva, sospendendo, anzi assorbendo la vita di tutti, strappando a lui le parole di bocca, e con le parole il fiato.
E quella vita là, di cui egli ormai sentiva l'indipendenza prodigiosa, quella vita che si svolgeva ora calma e possente, ora rapida e tumultuosa in mezzo a tanto silenzio, gl'incuteva sgomento e quasi orrore, misti a un dispetto a mano a mano crescente; come se il dramma, godendo di se stesso, godendo di vivere in sé e per sé solo, sdegnasse di piacere altrui, impedisse che gli altri manifestassero il loro compiacimento, si assumesse insomma una parte troppo preponderante e troppo seria, trascurando e rimpiccolendo le cure innumerevoli ch'egli se n'era dato sinora, fino a farle apparire inutili e meschine, e compromettendo quegli interessi materiali a cui egli doveva attendere sopra tutto.
Se non scoppiavano applausi...
se tutti restavano cosí sino alla fine, sospesi e intontiti...
Ma com'era? che cos'era avvenuto? Tra poco il primo atto sarebbe terminato...
Non un applauso...
non un segno d'approvazione...
niente!
Gli pareva d'impazzire...
apriva e chiudeva le mani, affondandosi le unghie nelle palme, e si grattava la fronte ardente e pur bagnata di sudor freddo.
Figgeva gli occhi nel viso alterato del Raceni tutto intento allo spettacolo, e gli pareva di leggervi il suo stesso sgomento...
no, uno sgomento nuovo, quasi uno sbalordimento...
forse quello stesso che teneva tutti gli spettatori...
Per un momento temette non fosse una cosa atroce e orribile, non mai finora perpetrata, quel dramma, e che tra poco, da un istante all'altro non scoppiasse una feroce insurrezione di tutti gli spettatori sdegnati, adontati.
Ah era veramente una cosa terribile quel silenzio! Com'era? com'era? si soffriva? si godeva? Nessuno fiatava...
E le grida dei comici sul palcoscenico, già all'ultima scena, rimbombavano.
Ecco, ora calava la tela...
Parve a Giustino che egli, egli solo, lí dal fondale, con l'ansia sua, con la sua brama, con tutta l'anima in un tremendo sforzo supremo strappasse dalla sala, dopo un attimo eterno di voraginosa aspettazione, gli applausi, i primi applausi, secchi, stentati, come un crepitío di sterpi, di stoppie bruciate, poi una vampata, un incendio: applausi pieni, caldi, lunghi, lunghi, strepitosi, assordanti...
- e allora si sentí rilassare tutte le membra e venir meno, quasi cadendo, affogando in mezzo a quello scroscio frenetico, che durava, ecco, durava, durava ancora, incessante, crescente, senza fine.
Il Raceni lo aveva raccolto tra le braccia, sul petto, singhiozzante e lo sorreggeva, mentre quattro, cinque, sette, dieci volte gli attori si presentavano alla ribalta, a quell'incendio là.
Egli singhiozzava, rideva e singhiozzava e tremava tutto di gioja.
Dalle braccia del Raceni cadde tra quelle della Carmi e poi del Revelli, e poi del Grimi che gli stampò sulle labbra, sulla punta del naso e sulla guancia i colori della truccatura perché in un impeto di commozione egli volle baciarlo a ogni costo, non ostante che quegli, sapendo il guajo che ne sarebbe venuto, si schermisse.
E col volto cosí impiastricciato, seguitò a cadere tra le braccia dei giornalisti e di tutti i conoscenti accorsi sul palcoscenico a congratularsi; non sapeva far altro; era cosí esausto, spossato, sfinito, che solo in quell'abbandono trovava sollievo; e ormai s'abbandonava a tutti, quasi meccanicamente, si sarebbe abbandonato anche tra le braccia dei pompieri di guardia, dei macchinisti, dei servi di scena, se finalmente a distoglierlo da quel gesto comico e compassionevole, a scuoterlo con una forte scrollatina di braccia non fosse sopravvenuta la Barmis, che lo guidò nel camerino della Carmi per fargli ripulire la faccia.
Il Raceni era scappato a casa a prendere notizie della moglie.
Nei corridoj, nei palchi era un gridío, un'esagitazione, un subbuglio.
Tutti gli spettatori, per tre quarti d'ora soggiogati dal fascino possente di quella creazione cosí nuova e straordinaria, cosí viva da capo a fondo d'una vita che non dava respiro, rapida, violenta, tutta lampeggiante di guizzi impreveduti, s'erano come liberati con quell'applauso frenetico, interminabile, dallo stupore che li aveva oppressi.
Era in tutti adesso una gioja tumultuosa, la certezza assoluta che quella vita, la quale, nella sua novità d'atteggiamenti e d'espressioni, si dimostrava d'una saldezza cosí adamantina, non avrebbe potuto piú frangersi per alcun urto di casi, poiché ogni arbitrio ormai, come nella stessa realtà, sarebbe apparso necessario, dominato e reso logico dalla fatalità dell'azione.
Consisteva appunto in questo il miracolo d'arte, a cui quella sera quasi con sgomento si assisteva.
Pareva non ci fosse la premeditata concezione d'un autore, ma che l'azione nascesse lí per lí, di minuto in minuto, incerta, imprevedibile, dall'urto di selvagge passioni, nella libertà d'una vita fuori d'ogni legge e quasi fuori del tempo, nell'arbitrio assoluto di tante volontà che si sopraffacevano a vicenda, di tanti esseri abbandonati a se stessi, che compivano la loro azione nella piena indipendenza della loro natura, cioè contro ogni fine che l'autore si fosse proposto.
Molti, tra i piú accesi e pur non di meno afflitti dal dubbio che la loro impressione potesse non collegare col giudizio dei competenti, cercavano con gli occhi nelle poltrone, nei palchi, i visi dei critici drammatici dei piú diffusi giornali quotidiani e si facevano indicare quelli venuti da fuori, e stavano a spiarli a lungo.
Segnatamente su un palco di prima fila si appuntavano gli occhi di costoro: nel palco di Zeta, terrore di tutti gli attori e autori che venivano ad affrontare il giudizio del pubblico romano.
Zeta discuteva animatamente con due altri critici, il Devicis venuto da Milano, il Còrica venuto da Napoli.
Approvava? Disapprovava? e che cosa? il dramma o l'interpretazione degli attori? Ecco, entrava nel palco un altro critico.
Chi era? Ah, il Fongia di Torino...
Come rideva! E fingeva di piangere e di abbandonarsi sul petto del Còrica e poi del Devicis.
Perché? Zeta scattava in piedi, con un gesto di fierissimo sdegno, e gridava qualcosa, per cui gli altri tre prorompevano in una fragorosa risata.
Nel palco accanto, una signora dal volto bruno, torbido, dagli occhi verdi profondamente cerchiati, dall'aria cupa, rigidamente altera, si levò e andò a sedere all'altro angolo del palco, mentre dal fondo un signore dai capelli grigi...
- ah, il Gueli! il Gueli! Maurizio Gueli! - sporgeva il capo a guardare nel palco dei critici.
- Maestro; perdonate, - gli disse allora Zeta, - e fatemi perdonare dalla signora.
Ma quello è un guajo, Maestro! Quello è la rovina della povera figliola! Se voi volete bene alla Roncella...
- Io? Per carità! - fece il Gueli, e si ritrasse col viso alterato, guardando negli occhi la sua amica.
Questa, con un fremito di riso tagliente sulle labbra nere e restringendo un po' le pàlpebre quasi a smorzare il lampo degli occhi verdi, chinò piú volte il capo e disse al giornalista:
- Eh, molto...
molto bene...
- Signora, con ragione! - esclamò allora quello.
- Genuina figliuola di Maurizio Gueli, la Roncella! Lo dico, l'ho detto e lo dirò.
Questa è una cosa grande, signora mia! Una cosa grande! La Roncella è grande! Ma chi la salverà da suo marito?
Livia Frezzi tornò a sorridere come prima e disse:
- Non abbia paura...
Non le mancherà l'ajuto...
Paterno, s'intende!
Poco dopo questa conversazione da un palco all'altro, mentre già si levava il sipario sul secondo atto, Maurizio Gueli e la Frezzi lasciavano il teatro come due che, non potendo piú oltre frenare in sé l'impeto dell'avversa passione, corressero fuori per non dare un laido e scandaloso spettacolo di sé.
Stavano per montare in vettura, quando da un'altra vettura arrivata di gran furia smontò, stravolto, Attilio Raceni.
- Ah, Maestro, che sventura!
- Che cos'è? - domandò con voce che voleva parer calma il Gueli.
- Muore...
muore...
La Roncella, forse, a quest'ora...
l'ho lasciata che...
vengo a prendere il marito...
E senza neanche salutare la signora, il Raceni s'avventò dentro il teatro.
CAPITOLO QUARTO
IL PADRONE DELL'ISOLA
I giornali avevano divulgato la notizia che la Roncella, per miracolo scampata alla morte proprio nel momento del trionfo del suo dramma, finalmente in grado di sopportare lo strapazzo d'un lungo viaggio, partiva quella mattina, ancora convalescente, per andare a recuperare le forze e la salute in Piemonte, nel paesello nativo del marito.
Giornalisti e letterati, ammiratori e ammiratrici erano accorsi alla stazione per vederla, per salutarla, e s'affollavano davanti la porta della sala d'aspetto, poiché il medico che la assisteva e che l'avrebbe accompagnata fino a Torino, non permetteva che molti le facessero ressa attorno.
- Cargiore? Dov'è Cargiore?
- Uhm! Presso Torino, dicono.
- Ci farà freddo!
- Eh, altro...
Mah!
Quelli intanto che erano ammessi a stringerle la mano, a congratularsi, non ostanti le proteste del medico, le preghiere del marito, non sapevano piú staccarsene per dar passo agli altri; e, seppur si allontanavano un poco dal divano ov'ella stava seduta tra la suocera e la bàlia, rimanevano nella sala a spiare con occhi intenti ogni minimo atto, ogni sguardo, ogni sorriso di lei.
Quelli di fuori picchiavano ai vetri, chiamavano, facevano cenni d'impazienza e d'irritazione; ma nessuno se ne dava per inteso; anzi qualcuno pareva si compiacesse di mostrarsi sfrontato fino al punto di guardare con dispettoso sorriso canzonatorio quello spettacolo d'impazienza e d'irritazione.
L'isola nuova aveva avuto veramente un trionfo.
La notizia della morte dell'autrice, diffusasi in un baleno nel teatro, durante la prima rappresentazione, alla fine del secondo atto, quando già tutto il pubblico era preso e affascinato dalla prepotente originalità del dramma, aveva suscitato una cosí nuova e solenne manifestazione di lutto e d'entusiasmo insieme, che ancora, dopo circa due mesi, ne durava un fremito di commozione in tutti coloro che avevano avuto la ventura di parteciparvi.
La mattina appresso tutti i giornali avevano descritto con colori cosí straordinarii quella serata memorabile che in tutte le città d'Italia s'era subito acceso il desiderio piú impaziente di vedere al piú presto rappresentato il dramma e d'avere intanto altre notizie dell'autrice e del suo stato, altre notizie del lavoro.
Bastava guardare Giustino Boggiòlo per farsi un'idea dell'enormità dell'avvenimento, della febbre di curiosità per tutto divampata.
Non la moglie, ma lui pareva uscito or ora dalle strette della morte.
Strappato, quella sera, dalle braccia dei comici che lo tenevano per le spalle, per le falde della giacca, a impedire che si presentasse, o piuttosto, si precipitasse alla ribalta, ad annunziare come un pazzo al pubblico l'imminente morte della moglie, era stato trascinato via, a casa, piangente, convulso da Attilio Raceni.
Balzato da una violenta, terribile emozione a un'altra opposta non meno terribile e violenta, ah Dio che nottata, che nottata aveva passato, là accanto alla moglie; e poi che giornate! che giornate!
Ora la moglie - bene o male - eccola là, s'era liberata di tutti i suoi affanni; quel che doveva fare, lo aveva fatto: eccolo là, tra i veli, quel caro gracile roseo cosino in braccio alla bàlia; e andava lontano, a riposarsi, a ristorarsi nella pace e nell'ozio.
Mentre lui...
Già prima di tutto, altro che quel cosino là, lui! Un gigante, un gigante aveva messo sú, lui; un gigante che ora, subito, voleva darsi a camminare a grandi gambate per tutta Italia, per tutta Europa e fors'anche poi per le Americhe, a mietere allori, a insaccar danari; e toccava a lui d'andargli dietro, a lui già stremato di forze, esausto per il parto gigantesco.
Perché veramente per Giustino Boggiòlo il gigante non era il dramma composto da sua moglie; il gigante era quel trionfo, di cui lui solamente si riconosceva autore.
Ma sí! se non ci fosse stato lui, se lui non avesse operato miracoli in tutti quei mesi di preparazione, ora difatti tanta gente sarebbe accorsa lí, alla stazione, a ossequiare la moglie, a felicitarla, ad augurarle il buon viaggio!
- Prego, prego...
Mi facciano la grazia, siano buoni...
Il medico, hanno sentito?...
E poi, guardino, ci sono tant'altri di là...
Sí, grazie, grazie...
Prego, per carità...
A turno, a turno, dice il medico...
Grazie, prego, per carità...- si rivolgeva intanto a questo e a quello, con le mani avanti, cercando di tenerne quanti piú poteva discosti dalla moglie, per regolare anche quel servizio nel modo piú lodevole, cosí che la stampa poi, quella sera stessa, ne potesse parlare come d'un altro avvenimento.
- Grazie, oh prego, per carità...
Oh signora Marchesa, quanta degnazione...
Sí, sí, vada, grazie...
Venga, venga avanti, Zago, ecco, le faccio stringere la mano, e poi via, mi raccomando.
Un po' di largo, prego, signori...
Grazie, grazie...
Oh signora Barmis, signora Barmis, mi dia ajuto, per carità...
Guardi, Raceni, se viene il senatore Borghi...
Largo, largo, per favore...
Sissignore, parte senz'avere assistito neanche a una rappresentazione del suo dramma...
Come dice? Ah sí...
purtroppo, sí, neanche una volta, neanche alle prove...
Eh, come si fa? deve partire, perché io...
Grazie, Centanni!...
Deve partire...
Ciao, Mola, ciao! E mi raccomando, sai?...
Deve partire, perché...
Come dice? Sissignora, quella è la Carmi, la prima attrice...
La Spera, sissignora! Perché io...
mi lasci stare, ah, mi lasci stare...
Non me ne parli! A Napoli, a Bologna, a Firenze, a Milano, a Torino, a Venezia...
non so come spartirmi...
sette, sette compagnie in giro, sissignore...
Cosí, una parola a questo, una a quello, per lasciar tutti contenti; e occhiatine e sorrisi d'intelligenza ai giornalisti; e tutte quelle notizie distribuite cosí, quasi per incidenza; e ora questo ora quel nome pronunziato forte a bella posta, perché i giornalisti ne prendessero nota.
- Meravigliosa! meravigliosa! - non rifiniva intanto di esclamare la Barmis tra il crocchio dei comici venuti anch'essi, come tanti altri, a vedere per la prima volta e a conoscere l'autrice del dramma.
Quelli, per non parere imbronciati, assentivano col capo.
Erano venuti, sicuri d'una calorosissima accoglienza da parte della Roncella al cospetto di tutti, d'una accoglienza quale si conveniva, se non proprio agli artefici primi di tanto trionfo, ai piú efficaci cooperatori di lei, non facilmente surrogabili o superabili, via! Erano stati accolti invece, come tutti gli altri, e subito allora s'erano immelensite le arie con cui erano entrati, e raggelati i modi.
- Sí, ma soffre, - osservava il Grimi, facendo boccacce con gravità baritonale.
- È chiaro che soffre, guardatela! Ve lo dico io che soffre quella poverina là...
- Tanto di donnetta, che forza! - diceva invece la Carmi, mordicchiandosi il labbro.
- Chi lo direbbe? Me la immaginavo tutt'altra! Negli occhi, sí...
forse negli occhi qualcosa c'è.
Certi lampi, sí...
Perché il grande della sua arte, non saprei, è in certi guizzi improvvisi, in certi bruschi arresti, che vi scuotono e vi stònano.
Noi siamo abituati a un solo tono; a quelli che ci dicono: la vita è questa; ad altri che ci dicono: la vita è quest'altra.
Ora la Roncella vi dipinge un lato, anch'essa della vita, ma poi tutta un tratto si volta e vi presenta anche l'altro lato, subito.
Ecco, questo mi pare!
E la Carmi volse gli occhi in giro come a raccogliere gli applausi, o almeno i segni del consenso di chi stava a sentirla, e vendicarsi cosí, cioè con vera superiorità, della freddezza e della ingratitudine della Roncella.
Non raccolse neanche il consenso del suo crocchio, perché tanto la Barmis quanto i suoi compagni di palcoscenico s'accorsero bene ch'essa piú che per loro aveva parlato per essere intesa dagli altri, e sopra tutto dalla Roncella.
Due soli, rincantucciati in un angolo, la vecchia signorina Ely Facelli e Cosimo Zago appoggiato alla stampella, approvarono col capo, e Laura Carmi li guatò con sdegno, come se essi con la loro approvazione la avessero insultata.
A un tratto, un vivo movimento di curiosità si propagò nella sala e molti, levandosi il cappello, inchinandosi, s'affrettarono a trarsi da canto per lasciare passare uno, cui evidentemente l'insospettata presenza di tanta gente cagionava, piú che fastidio e imbarazzo, un vero e profondo turbamento, quasi ira, stizza e vergogna insieme; un turbamento che saltava agli occhi di tutti e che non poteva affatto spiegarsi col solo sdegno ben noto in quell'uomo di darsi in pascolo alla gente.
Altro doveva esserci sotto; e altro c'era.
Lo diceva piano, in un orecchio del Raceni, Dora Barmis, con gioja feroce:
- Teme che i giornalisti questa sera, nel resoconto, facciano il suo nome! E sicuro che lo faranno! sfido io, se lo faranno! in prima! capolista! Chi sa, caro mio, dove avrà detto alla Frezzi che sarebbe andato; e invece, eccolo qua; è venuto qua...
E questa sera Livia Frezzi leggerà i giornali; leggerà in prima il nome di lui, e figuratevi che scenata gli farà! Gelosa pazza, ve l'ho già detto! gelosa pazza; ma - siamo giusti - con ragione, mi sembra...
Per me, via, non c'è piú dubbio!
- Ma statevi zitta! - le diede su la voce il Raceni.
- Che dite! Se le può esser padre!
- Bambino! - esclamò allora la Barmis con un sorriso di commiserazione.
Non poté aggiunger altro, perché, imminente ormai la partenza, la Roncella tra Maurizio Gueli e il senatore Romualdo Borghi, col marito davanti, battistrada, si disponeva a uscire dalla sala per prendere posto sul treno.
Tutti si scoprirono il capo; si levò qua e là qualche grido d'evviva, a cui rispose tutta un tratto un lungo scroscio di applausi, e Giustino Boggiòlo, già preparato, in attesa, guardando di qua e di là, sorridente, raggiante, con gli occhi lustri e i pomelli accesi, s'inchinò a ringraziare piú volte, invece della moglie.
Nella sala, dietro la porta vetrata, rimase sola a singhiozzare dentro il moccichino profumato la signorina Ely Facelli, dimenticata e inconsolabile.
Guardando cauto, obliquo, lo zoppetto Cosimo Zago balzò con la stampella a quel posto del divano ove poc'anzi stava seduta la Roncella, ghermí una piccola piuma che s'era staccata dai boa di lei e se la cacciò in tasca appena in tempo da non essere scoperto dal romanziere napoletano Raimondo Jàcono, il quale riattraversava sbuffante la sala per andar via, stomacato.
- Ohé, tu? che fai? Mi sembri un cane sperduto, caro mio...
Senti, senti che grida? Gli osanna! È la santa del giorno! Buffoni, peggio di quel suo marito! Sú, sú, coraggio, figlio mio! È la cosa piú facile del mondo, non t'avvilire.
Quella ha preso Medea e l'ha rifatta stracciona di Taranto; tu piglia Ulisse e rifallo gondoliere veneziano.
Un trionfo! Te l'assicuro io! E vedrai che quella mo' si fa ricca, oh! Seicento, settecento mila lire, come niente! Balla, comare, che fortuna suona!
Ritornando a casa in vettura con la signorina Facelli (la poverina non sapeva staccarsi i fazzoletto dagli occhi, ma ormai non tanto piú per il cordoglio della partenza di Silvia, quanto per non scoprire i guasti che le lagrime avevano cagionato, lunghi e profondi, alla sua chimica), Giustino Boggiòlo scoteva le spalle, arricciava il naso, friggeva, pareva che ce l'avesse proprio con lei.
Ma no, povera signorina Ely, no; lei non c'entrava per nulla.
Tre minuti prima della partenza del treno, s'era attaccato a Giustino un nuovo fastidio; ne aveva pochi! quasi un pezzo di carta, uno straccio, un vilucchio, che s'attacchi al piede d'un corridore tutto compreso della gara in una pista assiepata di popolo.
Il senatore Borghi, parlando con Silvia affacciata al finestrino della vettura, le aveva chiesto nientemeno il copione de L'isola nuova per pubblicarlo nella sua rassegna.
Per fortuna aveva fatto in tempo a intromettersi, a dimostrargli che non era possibile: già tre editori, tra i primi, gli avevano fatto ricchissime profferte e ancora egli li teneva a bada tutti e tre, temendo che la diffusione del libro potesse scemare la curiosità del pubblico in tutte quelle città che aspettavano con febbrile impazienza la rappresentazione del dramma.
Ebbene, il Borghi allora, in cambio, s'era fatto promettere da Silvia una novella - lunghetta, lunghetta - per la Vita Italiana.
- Ma a quali patti, scusi? - cominciò a dire Giustino, come se avesse accanto nella vettura il senatore direttore e già ministro, e non quella sconsolata signorina Ely.
- A quali patti? Bisogna vedere; bisogna intenderci, ora...
Non sono piú i tempi della Casa dei nani, caro signor senatore! Gratitudine, va bene! Ma la gratitudine, prima di tutto, non bisogna sfruttarla, ecco! Come dice?
Approvò, approvò piú volte col capo, dentro il moccichino, la signorina Ely; ma per Giustino fu come se avesse invece disapprovato.
Difatti incalzò:
- Sicuro! Perché al mio paese, chi sfrutta la gratitudine non solo perde ogni merito del beneficio, ma si regola...
no, che dico? peggio! si regola peggio di chi nega con crudeltà un ajuto che potrebbe prestare.
Questo me lo conservo, guardi! proprio per il primo album che mi manderà lui, il signor senatore.
Ah, signorina mia, - seguitò.
- Cento teste dovrei avere, cento, e sarebbero poche! Se penso a tutto quello che devo fare, mi prende la vertigine! Ora vado all'ufficio e domando sei mesi d'aspettativa.
Non posso farne a meno.
E se non me l'accordano? Mi dica lei...
Se non me l'accordano? Sarà un affar serio; mi vedrò costretto a...
a...
Come dice?
Nulla.
Oh santo Dio, perché insistere cosí, se proprio non fiatava la signorina Ely! Alzò un dito per far segno di no, che non aveva parlato.
E allora Giustino:
- Ma veda, per forza...
Vedrà che per forza mi costringeranno a dare un calcio all'ufficio! E poi cominceranno a dire, uh, ne sono sicuro!, cominceranno a dire che vivo alle spalle di mia moglie.
Io, già! alle spalle di mia moglie! Come se mia moglie senza di me...
roba da ridere, via! Già si vede: eccola là: dove se n'è andata? In villeggiatura.
E chi resta qua, a lavorare, a far la guerra? Guerra, sa? guerra davvero, guerra...
Si entra ora in campo! Sette eserciti e cento città! Se ci resisto...
Andate a pensare all'ufficio! Se domani lo perdo, per chi lo perdo? lo perdo per lei...
Bah, non ci pensiamo piú!
Aveva tante cose per il capo, che piú di qualche minuto di sfogo non poteva concedere al dispiacere anche grave che qualcuna gli cagionava.
Tuttavia non poté fare a meno di ripensare, prima d'arrivare a casa, a quella tal richiesta a tradimento del senatore Borghi.
Gli aveva fatto troppa stizza, ecco; anche perché, se mai, gli pareva che non alla moglie, ma a lui avrebbe dovuto rivolgersi il signor senatore.
Ma, poi, Cristo santo! un po' di discrezione! Quella poverina partiva per rimettersi in salute, per riposarsi.
Se a qualche cosa poi, là a Cargiore, le fosse venuto voglia di pensare, ma avrebbe pensato a un nuovo dramma, perbacco! non a cosettine che portan via tanto tempo, e non fruttano nulla.
Un po' di discrezione, Cristo santo!
Appena arrivato a casa - paf! un altro inciampo, un altro grattacapo, un'altra ragione di stizza.
Ma questa, assai piú grave!
Trovò nello studiolo un giovinotto lungo lungo, smilzo smilzo, con una selva di capelli riccioluti indiavolati, pizzo ad uncino, baffi all'erta, un vecchio fazzoletto verde di seta al collo, che forse nascondeva la mancanza della camicia, un farsettino nero inverdito, le cui maniche, sdrucite ai gomiti, gli lasciavano scoperti i polsi ossuti e pelosi e gli facevano apparire sperticate le braccia e le mani.
Lo trovò come padrone del campo, in mezzo a una mostra di venticinque pastelli disposti giro giro per la stanza, sulle seggiole, sulle poltrone, sulla scrivania, da per tutto: venticinque pastelli tratti dalle scene culminanti de L'isola nuova.
- E scusi...
e scusi...
e scusi...
- si mise a dire Giustino Boggiòlo, entrando, stordito e sperduto, tra tutto quell'apparato.
- Chi è lei, scusi?
- Io? - disse il giovinotto, sorridendo con aria di trionfo.
- Chi sono io? Nino Pirino.
Sono Nino Pirino, pittorino tarentino, dunque compatriottino di Silvia Roncella.
Lei è il marito, è vero? Piacere! Ecco, io ho fatto questa roba qua, e sono venuto a mostrarla a Silvia Roncella, mia celebre compatriota.
- E dov'è? - fece Giustino.
Il giovinotto lo guardò, stordito.
- Dov'è? chi? come?
- Ma se è partita, caro signore! Se è partita poco fa!
- Partita? La Roncella?
- Ma se lo sa tutta Roma, perbacco! C'era tutta Roma alla stazione, e lei non lo sa! Ho tanto poco tempo da perdere, io, scusi...
Ma già...
aspetti un momento...
Scusi, queste sono scene de L'isola nuova, se non sbaglio?
- Sissignore.
- E che è, roba di tutti L'isola nuova, scusi? Lei prende cosí le scene e...
e se le appropria...
Come? con qual diritto?
- Io? che dice? ma no! - fece il giovinotto.
- Io sono un artista! Io ho veduto e...
- Ma nossignore! - esclamò con forza Giustino.
- Che ha veduto? Lei non ha veduto niente.
Lei ha veduto L'isola nuova...
- Sissignore.
- E questa è l'isola abbandonata, è vero?
- Sissignore.
- E dove l'ha mai veduta lei? esiste forse nella carta geografica, quest'isola? Lei non ha potuto vederla!
Il giovinotto credeva propriamente che il caso fosse da ridere; e in verità a ridere aveva disposto lo spirito.
Cosí investito contro ogni sua aspettazione, ora si sentiva rassegare il riso sulle labbra.
Piú che mai stordito, disse:
- Eh, con gli occhi no.
Con gli occhi no, di certo! non l'ho veduta.
Ma l'ho immaginata, ecco!
- Lei? Ma nossignore! - incalzò Giustino.
- Mia moglie! soltanto mia moglie.
L'ha immaginata soltanto mia moglie, non lei! E se mia moglie non l'avesse immaginata, lei non avrebbe dipinto lí un bel corno, glielo dico io! La proprietà...
A questo punto Nino Pirino non riuscí a tenere piú in freno la risata che gli gorgogliava dentro da un pezzo.
- La proprietà? ah sí? quale? quella dell'isola? Oh bella! oh bella! oh bella! Vuol essere lei soltanto il proprietario dell'isola? il proprietario d'un'isola che non esiste?
Giustino Boggiòlo, sentendo ridere cosí, s'intorbidò tutto dall'ira e gridò, fremente:
- Ah, non esiste? Lo dice lei che non esiste! Esiste, esiste, esiste, caro signore! E glielo farò vedere io, se esiste!
- L'isola?
- La proprietà! Il mio diritto di proprietà letteraria! Il mio diritto, il mio diritto esiste! e lei vedrà se saprò farlo rispettare e valere! Ci sono qua io, per questo! Tutti ormai sono avvezzi a violarlo, questo diritto, che pure emana da una legge dello Stato, perdio, sacrosanta! Ma ripeto che ci sono qua io, ora; e glielo farò vedere!
- Va bene...
ma guardi...
sissignore...
si calmi, guardi...
- gli diceva intanto il giovinotto, angustiato di vederlo in quelle furie.
- Guardi, io...
io non ho voluto usurpare nessun diritto, nessuna proprietà...
Se lei s'arrabbia cosí, guardi, io sono pronto a lasciarle qua tutti i miei pastelli; e me ne vado.
Glieli regalo e me ne vado.
Mi sono inteso di fare un piacere, di fare onore alla mia illustre compaesana...
Sí, volevo anche pregarla di...
di...
ajutarmi col prestigio del suo nome, perché credo, via, di meritarmi qualche ajuto...
Sono belli, sa? Li degni almeno d'uno sguardo, questi miei pastellini...
Non c'è male, creda! Glieli regalo, e me ne vado.
Giustino Boggiòlo si trovò d'un tratto tutto disarmato e restò brutto di fronte alla generosità di quel ricchissimo straccione.
- No, nient'affatto...
grazie...
scusi...
dicevo, discutevo per il...
la...
il...
diritto, la proprietà, ecco.
Creda che è un affar serio...
come se non esistesse...
Una pirateria continua nel campo letterario...
Mi sono riscaldato, perché, veda...
in questo momento, mi...
mi riscaldo facilmente: sono stanco, stanco da morirne; e non c'è peggio della stanchezza! Ma io devo guardarmi davanti e dietro, caro signore; devo difendere i miei interessi, lei lo capisce bene.
- Ma certo! ma naturalmente! - esclamò Nino Pirino, rifiatando.
- Però, senta...
Non s'arrabbi di nuovo, per carità! Crede che io non possa fare un quadro, poniamo, sui Promessi sposi? Ecco: poniamo, leggo i Promessi sposi; ho l'impressione d'una scena; non posso dipingerla?
Giustino Boggiòlo si concentrò con grande sforzo; rimase un po' a stirarsi con due dita la moschetta della barba a ventaglio:
- Eh, - poi disse.
- Veramente non saprei...
Forse, trattandosi dell'opera d'un autore morto, già caduta da un pezzo in pubblico dominio...
Non so.
Bisogna che studii la questione.
Qui il suo caso, a ogni modo, è diverso.
Guardi! Sta di fatto che se un musicista domani mi chiede di musicare L'isola nuova - (glielo dico perché sono già in trattative con due compositori, tra i primi) - anche facendosene cavare il libretto da altri, deve pagare a me quel che io pretendo, e non poco, sa? Ora, se non sbaglio, il suo caso è lo stesso: lei per la pittura, quello per la musica.
- Veramente...
già...
- cominciò a dire Nino Pirino, uncinandosi vieppiú il pizzo; ma poi, d'un balzo, ricredendosi.
- Ma no! sbaglia, sa! Veda...
il caso è un altro! Il musicista paga perché, per il melodramma, prende le parole; ma se non prende piú le parole, se riesprime solo musicalmente in una sinfonia, o che so io, le impressioni, i sentimenti suscitati in lui dal dramma della sua signora, non paga piú, sa? ne può stare sicuro; non paga piú nulla!
Giustino Boggiòlo parò le mani come ad arrestare subito un pericolo o una minaccia.
- Parlo accademicamente, - s'affrettò allora a soggiungere il giovinotto.
- Io le ho già detto perché sono venuto, e, ripeto, sono pronto a lasciarle qua i miei pastelli e ad andarmene.
Un'idea balenò in quel momento a Giustino.
Il dramma prima o poi, doveva andare a stampa.
Farne un'edizione ricchissima, illustrata, con la riproduzione a colori di quei venticinque pastelli là...
Ecco, il libro cosí non sarebbe andato per le mani di tutti; cosí egli avrebbe anche impedito lo sfruttamento dell'opera della moglie da parte di quel pittore; e avrebbe anche prestato a questo l'ajuto richiesto, morale e materiale, perché avrebbe imposto all'editore un adeguato compenso per quei pastelli là.
Nino Pirino si dichiarò entusiasta dell'idea e per poco non baciò le mani al suo benefattore, il quale intanto aveva avuto un altro lampo e gli faceva cenno d'aspettare che la luce gli si facesse intera.
- Ecco.
Una prefazione del Gueli, al volume...
Cosí, tutti i maligni che vanno gracchiando che al Gueli il dramma non è piaciuto...
Egli è venuto questa mattina a ossequiare la mia signora alla stazione, sa? Ma possono ancora dire (li conosco bene, io) che è stato per mera cortesia.
Se il Gueli fa la prefazione...
Benissimo, sí sí, benissimo.
Ci andrò oggi stesso, subito com'esco dall'ufficio.
Ma vede quant'altri pensieri, quant'altro da fare mi dà lei adesso? E ho i minuti contati! Debbo partire stasera per Bologna.
Basta, basta...
Vedrò di pensare a tutto.
Lei mi lasci qua i pastelli.
Le prometto che appena passo da Milano...
Dica, il suo indirizzo?
Nino Pirino si strinse i gomiti alla vita e domandò, tirando sú il busto, impacciato:
- Ecco...
quando...
quando passerà, lei, da Milano?
- Non so, - disse il Boggiòlo.
- Fra due, tre mesi al massimo...
- E allora, - sorrise Pirino, - è inutile, sa! Di qui a tre mesi, ne avrò cangiati otto per lo meno, di indirizzi.
Nino Pirino, ferma in posta: ecco, mi scriva cosí.
Quando, sul tardi, Giustino Boggiòlo rientrò in casa (aveva appena il tempo di fare in fretta in furia le valige) era cosí stanco, in tale vana fissità di stordimento, che, appena entrato nella cupa ombra dello studiolo, trovandosi, senza saper come né perché, tra le braccia d'una donna, sul seno d'una donna che lo sorreggeva in piedi e gli carezzava la guancia pian pianino con una tepida profumata mano e gli diceva con dolce voce materna: "Poverino...
poverino...
ma si sa!...
ma cosí voi vi distruggerete, caro!...
oh poverino...
poverino...", abbandonato, senza volontà, rinunziando affatto a indovinare come mai Dora Barmis fosse là, nella sua casa, al bujo, e potesse sapere ch'egli per tutte le fatiche sostenute, per i dispiaceri incontrati e la stanchezza enorme aveva quello strapotente bisogno di conforto e di riposo, la lasciava fare e si lasciava carezzare e lisciare e coccolare come un bambino malato.
Forse era entrato nello studiolo vagellando e lamentandosi.
Non ne poteva piú, davvero! All'ufficio il capo lo aveva accolto a modo d'un cane, e gli aveva giurato che la domanda di sei mesi d'aspettativa non si sarebbe chiamato piú il commendator Riccardo Ricoglia se non gliela faceva respingere, respingere, respingere.
In casa del Gueli, poi...
Oh Dio, che cos'era accaduto in casa del Gueli? Non sapeva raccapezzarsi piú...
Aveva sognato? Ma come? Non era andato il Gueli quella mattina alla stazione? Doveva essersi impazzito.
O impazzito lui, o il Gueli.
Ma forse, ecco, in mezzo a tutto quel tramenío vertiginoso, qualche cosa doveva essere accaduta, a cui non aveva fatto caso, e per cui ora non poteva capire piú nulla; neanche perché la Barmis fosse là...
Forse era giusto, era naturale che fosse là...
e quel conforto pietoso era anche opportuno, sí, e meritato...
ma ora...
ma ora basta, ecco.
E fece per staccarsi.
Dora gli trattenne con la mano il capo sul seno:
- No, perché? Aspettate...
- Devo...
le...
le valige...
- balbettò Giustino.
- Ma no! che dite! - gli diede su la voce Dora.
- Volete partire in questo stato? No, caro! no, caro! Qua, qua...
Voi non potete, caro, non potete! E io ve l'impedirò.
Giustino resisté alla pressione della mano parendogli ormai troppo quel conforto e un poco strano, benché sapesse che la Barmis spesso non si ricordava piú, proprio, d'essere donna.
- Ma...
ma come?...
- seguitò a balbettare, - senza...
senza lume qui? Che ha fatto la serva della signorina Ely.
- Il lume? Non l'ho voluto io, - disse Dora.
- L'avevano portato.
Qua, qua, sedete con me, qua.
Si sta bene al bujo...
qua...
- E le valige? Chi me le fa? - domandò Giustino pietosamente.
- Volete partire per forza?
- Signora mia...
- E se io ve l'impedissi?
Giustino, nel bujo, si sentí stringere con violenza un braccio.
Piú che mai sbalordito, sgomento, tremante, ripeté:
- Signora mia...
- Ma stupido! - scattò allora quella con un fremito di riso convulso, afferrandolo per l'altro braccio e scotendolo.
- Stupido! stupido! Che fate? Non vedete? È stupido...
sí, stupido che voi partiate cosi...
Dove sono le valige? Saranno nella vostra camera.
Dov'è la vostra camera? Sú, andiamo, v'ajuterò io!
E Giustino si sentí trascinare, strappare.
Reluttò, perduto, balbettando:
- Ma...
ma se...
se non ci portano un lume...
Una stridula risata squarciò a questo punto il bujo e parve facesse traballare tutta la casa silenziosa.
Giustino era ormai avvezzo a quei súbiti prorompimenti d'ilarità folle nella Barmis.
Trattando con lei era sempre tra perplessità angosciose, non riuscendo mai a sapere come dovesse interpretare certi atti, certi sguardi, certi sorrisi, certe parole di lei.
In quel momento, sí, in verità gli pareva chiaro che...
- Già, ma se poi avesse sbagliato? E poi...
ma che! A parte lo stato in cui si trovava, sarebbe stata una profanazione bell'e buona, una vera infamia, sul letto coniugale...
Cosí trovò il coraggio di accendere risolutamente, e anche con un certo sdegno, un fiammifero.
Una nuova piú stridula, piú folle risata assalí e scontorse la Barmis alla vista di lui con quel fiammifero acceso tra le dita.
- Ma perché? - domandò Giustino con stizza.
- Al bujo...
certo che...
Ci volle un bel pezzo prima che Dora si riavesse da quella convulsione di riso e prendesse a ricomporsi, ad asciugarsi le lagrime.
Intanto egli aveva acceso una candela trovata di là su la scrivania, dopo aver fatto volare tre dei pastelli del Pirino.
- Ah, vent'anni! vent'anni! vent'anni! - fremette Dora alla fine.
- Sapete, gli uomini? stecchini mi parevano! Qua, tra i denti, spezzati, e buttati via! Sciocchezze! sciocchezze! L'anima, adesso, l'anima, l'anima...
Dov'è l'anima? Dio! Dio! Ah, come fa bene respirare..
Dite, Boggiòlo: per voi dov'è? dentro o fuori? dico l'anima.
Dentro di noi o fuori di noi? Sta tutto qui! Voi dite dentro? Io dico fuori.
L'anima è fuori, caro.
L'anima è tutto.
E noi, morti, non saremo piú nulla, caro.
Piú nulla, piú nulla...
Sú, fate lume! Queste valige subito...
V'ajuterò io...
Sul serio!
- Troppo buona - disse Giustino, mogio mogio, sbigottito.
Dora, seduta sul letto a due, guardò in giro i mobili della cameretta, modesti.
- Ah, qua...
- disse.
- Bene, sí...
Che buono odor di casa, di famiglia, di provincia...
Sí, sí...
bene, bene...
Beato voi, caro! Sempre cosí! Ma dovete far presto.
A che ora parte la corsa? Ih, subito...
Sú, sú, senza perder tempo...
E prese a disporre con sveltezza e maestria nelle due valige aperte sul letto le robe che Giustino cavava dal cassettone e le porgeva.
Frattanto:
- Sapete perché sono venuta? Volevo avvertirvi che la Carmi...
tutti gli attori della Compagnia...
ma specialmente la Carmi, caro mio, sono feroci contro di voi!
- E perché? - domandò Giustino, restando.
- Ma per vostra moglie, caro! Non ve ne siete accorto? - rispose Dora, facendogli cenno con le mani di non arrestarsi.
- Vostra moglie...
forse, poverina, perché ancora cosí...
li ha accolti male, male, male..
Giustino, inghiottendo amaro, chinò piú volte il capo, per significare che se n'era accorto e doluto tanto.
- Bisogna riparare! - riprese la Barmis.
- E dovete riparare appena da Bologna raggiungerete a Napoli la Compagnia...
Ecco, la Carmi si vuole vendicare a tutti i costi.
E voi dovete assolutamente ajutarla a vendicarsi.
- Io? e come?- domandò Giustino, di nuovo stordito
- Oh Dio mio! - esclamò la Barmis, stringendosi nelle spalle.
- Non pretenderete che ve l'insegni io, come! È difficile con voi! Ma quando una donna si vuole vendicare di un'altra...
Guardate, la donna può essere anche buona verso un uomo, specialmente se egli le si dà come un fanciullo.
Ma verso un'altra donna la donna è perfida, caro mio, capace di tutto poi, se crede d'averne ricevuto uno sgarbo, un affronto.
E poi l'invidia! Sapeste quanta invidia tra le donne, e come le rende cattive! Voi siete un bravo figliuolo, un gran brav'uomo...
enormemente bravo, capisco, ma, se volete fare i vostri interessi, ecco...
dovete...
dovete sforzarvi...
farvi un po' di violenza magari...
Del resto, starete parecchi mesi lontano da vostra moglie, è vero? Ora, via, non mi darete a intendere...
- Ma no! ma no, creda, signora mia! - esclamò candidamente Giustino.
- Io non ci penso! Non ho neanche il tempo di pensarci! Per me, ho preso moglie, e basta!
- Come dire che siete appadronato?
- No, - fece serio serio Giustino, - è che proprio non ci penso piú! Tutte le donne per me sono...
sono...
come se fossero uomini, ecco! Non ci faccio piú differenza.
Donna per me è mia moglie, e basta.
Forse per le donne è un'altra cosa.
Ma per gli uomini, creda pure, almeno per me...
L'uomo ha tant'altre cose a cui pensare...
Si figuri se io, tra tanti pensieri, con tanto da fare...
- Oh Dio, lo so! ma io dico nel vostro stesso interesse non volete capirlo? - riprese la Barmis, trattenendosi a stento di ridere e affondando il capo nelle valige.
- Se voi volete fare i vostri interessi, caro mio! Per voi, sta bene; ma dovete trattare con donne per forza: attrici, giornaliste...
E se non fate come vogliono loro? Se non le seguite nel loro istinto? sia pur malvagio, d'accordo! Se queste donne invidiano vostra moglie? se vogliono vendicarsi...
capite? Vendicarsi cosí, non tanto perché desiderino voi, ma per fare un dispetto a vostra moglie? Dico nel vostro stesso interesse...
Sono necessità, caro, che volete farci? necessità della vita! Sú, sú, ecco fatto; chiudete e partiamo subito.
Vi accompagnerò fino alla stazione.
In vettura, istintivamente gli prese una mano; subito si ricordò; fu lí lí per lasciargliela; ma poi...
tanto, dacché c'era...
Giustino non si ribellò.
Pensava a quel che gli era accaduto in casa del Gueli.
- Mi spieghi un po' lei, signora: io non so - disse a Dora.
- Sono andato dal Gueli...
- In casa? - domandò Dora, e subito esclamò: - Oh Dio, che avete fatto?
Ma perché? - replicò Giustino.
- Sono andato per...
per chiedergli un favore...
Bene.
Lo crederebbe? Mi...
mi ha accolto come se non mi avesse mai conosciuto...
- La Frezzi era presente?- domandò la Barmis.
- Sissignora, c'era...
- E allora, che meraviglia? - disse Dora.
- Non lo sapete?
- Mi scusi! - riprese Giustino.
- C'è da cascar dalle nuvole! Fingere finanche di non ricordarsi piú che questa mattina era stato alla stazione!
- Anche questo avete detto? lí, voi, in presenza della Frezzi? - proruppe Dora, ridendo.
- Oh povero Gueli, povero Gueli! Che avete fatto, caro Boggiòlo!
- Ma perché? - tornò a replicar Giustino.
- Scusi, sa! io non posso ammettere che...
- Voi! e già, siamo sempre lí! - esclamò la Barmis.
- Volete fare i conti senza la donna, voi! Ve lo dovete levar dal capo, caro mio! Volete ottenere un favore dal Gueli? che egli abbia amicizia per la vostra signora? Provatevi a fare un po' di corte a quella sua nemica; e allora...
- Anche a quella?
- Non è mica brutta, vi prego di credere, Livia Frezzi! Non sarà piú una giovinetta, ma...
- Via, non lo dica neanche per ischerzo, - fece Giustino.
- Ma io ve lo dico proprio sul serio, caro, sul serio, sul serio, - ribatté Dora.
- Se non mutate registro, non concluderete nulla!
E ancora, fino al momento che il treno si scrollò per partire, Dora Barmis seguitò a battere su quel chiodo:
- Ricordatevi! Sí, sí, la Carmi! la Carmi! Ajutatela a vendicarsi.
Pazienza, caro...
Addio! Sforzatevi...
Nel vostro interesse...
Fatevi un po' di violenza...
Addio, caro, buone cose! addio! addio!
CAPITOLO QUINTO
LA SCIMMIA SULL'ELEFANTE
L'immagine della scimmia su l'elefante sorse spontanea nelle redazioni dei giornali di Roma alla notizia dei rinnovati trionfi de L'isola nuova nelle altre città; seppure non fu portata da qualche giornalista di Milano o di Bologna o di Torino che riferiva l'impressione che avevano avuto tutti in quelle città alla vista di quell'ometto che si dava l'aria di guidare il colossale successo di quel dramma della moglie.
Non si poteva negare che, senza di lui, L'isola nuova forse non sarebbe neanche andata in iscena, né per conseguenza passata, come ora passava, di trionfo in trionfo per tutte le città d'Italia.
Ma, se poteva essere in certo qual modo scusabile, pur saltando agli occhi goffamente, tutto quel gran da fare ch'egli s'era dato finché la fama della moglie era ancora modesta, ora che il trionfo era venuto, non poteva non parere ridicolissimo il veder lui solo in giro con esso, tutto faccente messa da parte la moglie, come se veramente non c'entrasse per nulla: quella moglie che pochissimi avevano appena intravveduta, di cui nessuno quasi aveva notizia: chi fosse, co......
[A questo punto s'arresta il testo rielaborato dell'A.
Diamo da qui innanzi il testo della prima edizione riprendendo la narrazione dalla fine della scena tra Giustino e la Barmis, con la quale terminava non il Cap.
IV ("Dopo il Trionfo"), ma il terzo dei quattro capitoletti in cui esso era suddiviso.
Il seguente è dunque l'ultimo di questi capitoletti.
(S.
P.)]
Dov'era?
Sí, dirimpetto, oltre il prato, di là dal sentiero, sorgeva nello spiazzo erboso la chiesa antica, dedicata alla Vergine sidera scandenti, col lungo campanile dalla cuspide ottagonale e le finestre bifore e l'orologio che recava una leggenda assai strana per una chiesa: OGNVNO A SVO MODO; e accanto alla chiesa era la bianca cura con l'orto solingo, e piú là, recinto da muri, il piccolo cimitero.
All'alba la voce delle campane su quelle povere tombe.
Ma forse la voce, no: il cupo ronzo che si propaga quando han finito di sonare, penetra in quelle tombe e desta un fremito nei morti, d'angoscioso desiderio.
Oh donne dei casali sparsi, lasciate, donne di Villareto e di Galleana, donne di Rufinera e di Pian del Viermo, donne di Brando e di Fornello, lasciate che a questa messa dell'alba vadano per una volta tanto esse sole le vostre antiche nonne divote, dal cimitero; e officii il loro vecchio curato da tant'anni anch'esso sepolto, il quale forse, appena finita la messa, prima d'andare a riporsi sotterra, s'indugerà a spiare attraverso il cancelletto l'orto solingo della Cura, per vedere se al nuovo curato esso sta tanto a cuore quanto stette a lui.
No, ecco...
Dov'era? dov'era?
Sapeva ormai tanti luoghi e il loro nome; luoghi anche lontani da Cargiore.
Era stata su Roccia Corba; sul colle di Bràida, a veder tutta la Valsusa immensa.
Sapeva che il viale, qua, oltre la chiesa, scende tra i castagni e i cerri a Giaveno, ov'era anche stata, attraversando giú quella curiosa Via della Buffa, larga, a bastorovescio, tutta sonora d'acque scorrenti nel mezzo.
Sapeva ch'era la voce del Sangone quella che s'udiva sempre, e piú la notte, e le impediva il sonno tra tante smanie con l'immagine di tanta acqua in corsa perenne, senza requie.
Sapeva che piú sú, per la vallata dell'Indritto, si precipita fragoroso il Sangonetto: era stata in mezzo al fragore, tra le rocce, e aveva visto gran parte delle acque devolvere incanalata nei lavori di presa: lí, romorosa, libera, vorticosa, spumante, sfrenata; qui, placida pei canali, domata, assoggettata all'industria dell'uomo.
Aveva visitato tutte le frazioni di Cargiore, quei ceppi di case sparse tra i castagni e gli ontani e i pioppi e ne sapeva il nome.
Sapeva che quella a levante, lontana lontana, alta sul colle, era la Sacra di Superga.
Sapeva i nomi dei monti attorno, già coperti di neve: Monte Luzera e Monte Uja e la Costa del Pagliajo e il Cugno dell'Alpet, Monte Brunello e Roccia Vrè.
Quello di fronte, a mezzodí, era il monte Bocciarda; quello di là, il Rubinett.
Sapeva tutto; la avevano già informata di tutto la mamma (madama Velia, come lí la chiamavano) e la Graziella e quel caro signor Martino Prever, il pretendente.
Sí, di tutto.
Ma ella...
dov'era? dov'era?
Si sentiva gli occhi pieni di uno splendor vago, innaturale; aveva negli orecchi come una perenne onda musicale, ch'era a un tempo voce e lume, in cui l'anima si cullava serena, con una levità prodigiosa, ma a patto che non fosse tanto indiscreta da volere intendere quella voce e fissar quel lume.
Era veramente cosí pieno di fremiti, come a lei pareva, il silenzio di quelle verdi alture? trapunto, quasi pinzato a tratti da zighi lunghi, esilissimi, da acuti fili di suono, da fritinníi? Era quel fremito perenne il riso dei tanti rivoli scorrenti per borri, per zane, per botri scoscesi e cupi all'ombra di bassi ontani; rivoli che s'affrettano, in cascatelle garrule spumose, dopo avere irrigato un prato, benedetti, a far del bene altrove, a un altro campo che li aspetta, dove par che tutte le foglie li chiamino, ballando festose?
No, no, attorno a tutto - luoghi e cose e persone - ella vedeva soffusa come una vaporosa aria di sogno, per cui anche gli aspetti piú vicini le sembravan lontani e quasi irreali.
Certe volte, è vero, quell'aria di sogno le si squarciava d'un tratto, e allora certi aspetti pareva le si avventassero agli occhi diversi, nella loro nuda realtà.
Turbata, urtata da quella dura fredda impassibile stupidità inanimata, che la assaltava con precisa violenza, chiudeva gli occhi e si premeva forte le mani su le tempie.
Era davvero cosí quella tal cosa? No, non era forse neanche cosí! Forse, chi sa come la vedevano gli altri...
se pur la vedevano! E quell'aria di sogno le si ricomponeva.
Una sera, la mamma s'era ritirata nella sua cameretta, perché le faceva male il capo.
Ella era entrata con Graziella a sentir come stésse.
Nella cameretta linda e modesta ardeva solo un lampadino votivo su una mensola innanzi a un antico crocefisso d'avorio; ma il plenilunio la inalbava tutta, dolcemente.
Graziella, appena entrata, s'era messa a guardar dietro i vetri della finestra i prati verdi inondati di lume, e a un tratto aveva sospirato:
- Che luna, madama! Dio, par che faccia giorno di nuovo.
La mamma allora aveva voluto ch'ella aprisse la mezza imposta.
Ah che solennità d'attonito incanto! In qual sogno erano assorti quegli alti pioppi sorgenti dai prati, che la luna inondava di limpido silenzio? E a Silvia era parso che quel silenzio si raffondasse nel tempo, e aveva pensato a notti assai remote, vegliate come questa dalla Luna, e tutta quella pace attorno aveva allora acquistato agli occhi suoi un senso arcano.
Da lungi, continuo, profondo, come un cupo ammonimento, il borboglío del Sangone, ne la valle.
Là presso, di tratto in tratto, un curioso stridore.
- Che stride cosí, Graziella? - aveva domandato la mamma.
E Graziella, affacciata alla finestra, nell'aria chiara, aveva risposto lietamente:
- Un contadino.
Falcia il suo fieno, sotto la luna.
Sta a raffilare la falce.
Donde aveva parlato Graziella? A Silvia era parso ch'ella avesse parlato dalla Luna.
Poco dopo, da un lontano ceppo di case s'era levato un canto dolcissimo di donne.
E Graziella, parlando ancor quasi dalla Luna, aveva annunziato:
- Cantano a Rufinera...
Non una parola aveva potuto ella proferire.
Dacché s'era mossa da Roma e, con quel viaggio, tante e tante immagini nuove le avevano invaso in tumulto lo spirito, da cui già appena appena si diradavano le tenebre della morte, ella notava in sé con sgomento un distacco irreparabile da tutta la sua prima vita.
Non poteva piú parlare né comunicar con gli altri, con tutti quelli che volevano seguitare ad aver con lei le relazioni solite finora.
Le sentiva spezzate irrimediabilmente da quel distacco.
Sentiva che ormai ella non apparteneva piú a se stessa.
Quel che doveva avvenire, era avvenuto.
Forse perché lassú, dove l'avevano portata, le eran mancate attorno quelle umili cose consuete, alle quali ella prima si aggrappava, nelle quali soleva trovar rifugio?
S'era trovata come sperduta lassú, e il suo dèmone ne aveva profittato.
Le veniva da lui quella specie d'ebbrezza sonora in cui vaneggiava, accesa e stupita, poiché le trasformava con quei vapori di sogno tutte le cose.
E lui, lui faceva sí che di tratto in tratto la stupidità di esse le s'avventasse agli occhi, squarciando quei vapori.
Era un dispetto atroce.
Specialmente di tutte quelle cose ch'ella aveva voluto e avrebbe ancora voluto aver piú care e sacre, esso si divertiva ad avventarle agli occhi la stupidità e non rispettava neppure il suo bambino, la sua maternità! Le suggeriva che stupidi l'una e l'altro non sarebbero piú stati solo a patto ch'ella, mercé lui, ne facesse una bella creazione.
E che cosí era di quelle cose, come di tutte le altre.
E che soltanto per creare ella era nata, e non già per produrre materialmente stupide cose, né per impacciarsi e perdersi tra esse.
Là, nella vallata dell'Indritto, che c'era? L'acqua incanalata, saggia, buona massaja, e l'acqua libera, fragorosa, spumante.
Ella doveva esser questa, e non già quella.
Ecco: sonava l'ora...
Come diceva l'orologio del campanile? OGNVNO A SVO MODO.
Verrà tra poco, senza fin, la neve,
e case e prati, tutto sarà bianco,
il tetto, il campanil di quella pieve,
donde ora, all'alba, qual dal chiuso un branco
di pecorelle, escono per due porte
le borghigiane, ed hanno il damo a fianco.
Hanno pensato all'anima, alla morte
(qua presso è il cimiter pieno di croci),
le riprende or la vita, e parlan forte
liete di riudir le loro voci
nell'aria nuova del festivo giorno,
tra i rivoli che corrono veloci,
tra i prato che verdeggiano d'intorno.
Ecco ecco, cosí! A SUO MODO.
Ma no! Ma che! Ella finora non aveva mai scritto un verso! Non sapeva neppure come si facesse a scriverne...
- Come? Oh bella! Ma cosí, come aveva fatto! Cosí come cantavano dentro...
Non i versi, le cose.
Veramente le cantavano dentro tutte le cose, e tutte le si trasfiguravano, le si rivelavano in nuovi improvvisi aspetti fantastici.
Ed ella godeva d'una gioja quasi divina.
Quelle nuvole e quei monti...
Spesso i monti parevano nuvoloni lontani impietrati, e le nuvole montagne d'aria nere grevi cupe.
Avevano le nuvole verso quei monti un gran da fare! Ora tonando e lampeggiando li assalivano con furibondi impeti di rabbia; ora languide, morbide si sdrajavano su i loro fianchi e li avvolgevano carezzose.
Ma né di quelle furie né di questi languori pareva che essi si curassero levati, con le azzurre fronti al cielo, assorti nel mistero dei piú remoti evi racchiuso in loro.
Femmine, e nuvole! I monti amavano la neve.
E quel prato lassú, di quella stagione, coperto di margherite? S'era sognato? O aveva voluto la terra fare uno scherzo al cielo, imbiancando di fiori quel lembo, prima che esso di neve? No, no: in certi profondi, umidi recessi del bosco ancora spuntavano fiori; e di tanta vita recondita ella aveva provato quasi uno strano stupor religioso...
Ah, l'uomo che prende tutto alla terra e tutto crede sia fatto per lui! Anche quella vita? No.
Lí, ecco, era signore assoluto un grosso calabrone ronzante, che s'arrestava a bere con vorace violenza nei teneri e delicati calici dei fiori, che si piegavano sotto di lui.
E la brutalità di quella bestia bruna, rombante, vellutata e striata d'oro offendeva come alcunché d'osceno, e faceva quasi dispetto la sommissione con cui quelle campanule tremule gracili subivan l'oltraggio di essa e restavano poi a tentennar lievi un tratto sul gambo, dopo che quella, sazia e ingorda tuttavia, se n'era oziando allontanata.
Di ritorno alla quieta casetta, soffriva di non poter piú essere o almeno apparire a quella cara vecchina della suocera qual'era prima.
In verità, forse perché non era mai riuscita a tenersi, a comporsi, a fissarsi in un solido e stabile concetto di sé, ella aveva sempre avvertito con viva inquietudine la straordinaria disordinata mobilità del suo essere interiore, e spesso con una meraviglia subito cancellata in sé come una vergogna, aveva sorpreso tanti moti incoscienti, spontanei cosí del suo spirito, come del suo corpo, strani, curiosissimi, quasi di guizzante bestiola incorreggibile; sempre aveva avuto una certa paura di sé e insieme una certa curiosità quasi nata dal sospetto non ci fosse in lei anche un'estranea che potesse far cose ch'ella non sapeva e non voleva, smorfie, atti anche illeciti, e altre pensarne, che non stavano proprio né in cielo né in terra; ma sí! cose orride, talvolta, addirittura incredibili, che la riempivano di stupore e di raccapriccio.
Lei! lei cosí desiderosa di non prender mai troppo posto e di non farsi notare, anche per non avere il fastidio di molti occhi addosso! Temeva ora che la suocera non le scorgesse negli occhi quel riso che si sentiva fremere dentro ogni qualvolta nella saletta da pranzo trovava aggrondato e con le ciglia irsute, gonfio di cupa ferocia quel bravo, innocuo signor Martino Prever, geloso come un tigre dello zio Ippolito, il quale, seguitando quietamente a lisciarsi anche lí il fiocco del berretto da bersagliere e a fumar da mane a sera la lunghissima pipa, si divertiva un mondo a farlo arrabbiare.
Era anche lui, monsú Prever, un bel vecchione con una barba anche piú lunga di quella dello zio Ippolito, ma incolta e arruffata, con un pajo d'occhi ceruli chiari da fanciullo, non ostante la ferma intenzione di farli apparire spesso feroci.
Portava sempre in capo un berretto bianco di tela, con una larga visiera di cuojo.
Molto ricco, cercava soltanto la compagnia della gente piú umile, e la beneficava nascostamente; aveva anche edificato e dotato un asilo d'infanzia.
Possedeva a Cargiore un bel villino, e su la vetta del Colle di Bràida in Valgioje una grande villa solitaria, donde si scopriva tra i castagni i faggi e le betulle tutta l'ampia, magnifica Valsusa, azzurra di vapori.
In compenso dei tanti beneficii ricevuti, il paesello di Cargiore non l'aveva rieletto sindaco; e forse perciò egli schivava la compagnia delle poche persone cosí dette per bene.
Tuttavia, non abbandonava mai il paese, neppure d'inverno.
La ragione c'era, e la sapevano tutti lí a Cargiore: quel persistente cocciuto amore per madama Velia Boggiòlo.
Non poteva stare, povero monsú Martino, non poteva vivere senza vederla, quella sua madamina.
Tutti a Cargiore conoscevano madama Velia, e però nessuno malignava, anche sapendo che monsú Martino passava quasi tutto il giorno in casa di lei.
Egli avrebbe voluto sposarla; non voleva lei; e non voleva perché...
oh Dio, perché sarebbe stato ormai inutile, all'età loro.
Sposare per ridere? Non stava egli là, a casa sua, tutto il giorno da padrone? E dunque! Poteva ormai bastargli...
La ricchezza? Ma era noto a tutti che, essendo il Prever senza parenti né prossimi né lontani, tutto il suo, tranne forse qualche piccolo legato ai servi, sarebbe andato un giorno, lo stesso, a madama Velia, se fosse morta dopo di lui.
Era una specie di fascino, un'attrazione misteriosa che monsú Martino aveva sentito tardi verso quella donnetta, che pure era stata sempre cosí quieta, umile, timida, al suo posto.
Tardi lui, il signor Martino; ma un suo fratello, invece, troppo presto e con tanta violenza che, un giorno, sapendo ch'ella era già fidanzata, zitto zitto, povero ragazzo, s'era ucciso.
Eran passati piú di quarant'anni, e ancora nel cuore di madama Velia ne durava, se non il rimorso, uno sbigottimento doloroso; e anche perciò, forse, pur sentendosi qualche volta imbarazzata - ecco - non diceva proprio infastidita dalla continua presenza del Prever in casa, la sopportava con rassegnazione.
Graziella anzi aveva detto a Silvia in un orecchio che madama la sopportava per timore che anche lui, monsú Martino - se ella niente niente si fosse provata ad allontanarlo un po' - non facesse, Dio liberi, come quel suo fratellino.
Ma sí, ma sí, perché...
- rideva? oh non c'era mica da ridere: un filettino di pazzia dovevano proprio averlo quei Prever là, lo dicevano tutti a Cargiore, un filettino di pazzia.
Bisognava sentire come parlava solo, forte, per ore e ore, Monsú forse lo zio, il signor Ippolito, ecco, avrebbe fatto bene a non insister tanto su quello scherzo di volerla sposar lui Madama.
E Graziella aveva consigliato a Silvia d'indurre lo zio a dar la baja invece a don Buti, il curato, che veniva qualche volta in casa anche lui.
- Ecco, a chiel là sí a chiel là!
Ah, quel Don Buti, che disillusione! In quella bianca canonica, con quell'orto accanto, Silvia s'era immaginato un ben altro uomo di Dio.
Vi aveva trovato invece un lungo prete magro e curvo, tutto aguzzo, nel naso, negli zigomi, nel mento, e con un pajo d'occhietti tondi, sempre fissi e spaventati.
Disillusione, da un canto; ma, dall'altro, che gusto aveva provato nel sentir parlare quel brav'uomo dei prodigi d'un suo vecchio cannocchiale adoperato come strumento efficacissimo di religione e però sacro a lui quasi quanto il calice dell'altar maggiore.
Gli uomini, pensava Don Buti, sono peccatori perché vedon bene e belle grandi le cose vicine, quelle della terra; le cose del cielo, a cui dovrebbero pensare sopra tutto, le stelle, le vedono male, invece, e piccoline, perché Dio le volle mettere troppo alte e lontane.
La gente ignorante le guarda, e sí, a dis magara ch'a son bele; ma cosí piccoline come pajono, non le calcola, non le sa calcolare, ed ecco che tanta parte della potenza di Dio resta loro sconosciuta.
Bisogna far vedere agli ignoranti che la vera grandezza è lassú.
Onde, il canucial.
E nelle belle serate don Buti lo armava sul sagrato, quel suo cannocchiale, e chiamava attorno ad esso tutti i suoi parrocchiani che scendevano anche da Rufinera e da Pian del Viermo le giovani cantando, i vecchi appoggiati al bastone, i bimbi trascinati dalle mamme, a vedere le "gran montagne" della Luna.
Che risate ne facevan le rane in fondo ai botri! E pareva che anche le stelle avessero guizzi d'ilarità in cielo.
Allungando, accorciando lo strumento per adattarlo alla vista di chi si chinava a guardare, don Buti regolava il turno, e si udivano da lontano, tra la confusione, i suoi strilli:
- Con un euj soul! con un euj soul!
Ma sí! specialmente le donne e i ragazzi aprivano tanto di bocca e storcevano in mille smorfie le labbra per riuscire a tener chiuso l'occhio manco e aperto il diritto, e sbuffavano e appannavan la lente del cannocchiale, mentre don Buti, credendo che già stessero a guardare, scoteva in aria le mani col pollice e l'indice congiunti ed esclamava:
- La gran potensa 'd Nosgnour, eh? la gran potensa 'd Nosgnour!
Che scenette gustose quando veniva a parlarne con lo zio Ippolito e con monsú Martino in quel caro tepido nido tra i monti, pieno di quel sicuro conforto familiare che spirava da tutti gli oggetti ormai quasi animati dagli antichi ricordi della casa, santificati dalle sante oneste cure amorose; che scenette specialmente nei giorni che pioveva e non si poteva andar fuori neanche un momento!
Ma proprio in quei giorni, appena Silvia cominciava a riassaporar la pace della vita domestica, ecco sopravvenire il procaccia carico di posta per lei, e ventate di gloria irrompevano allora là dentro a investirla, a sconvolgerla tutta, da quei fasci di giornali che il marito le spediva da questa e da quella città.
Trionfava da per tutto L'isola nuova.
E la trionfatrice, la acclamata da tutte le folle, ecco, era là, in quella casettina ignorata, perduta in quel verde pianoro su le Prealpi.
Era lei, davvero? o non piuttosto un momento di lei, che era stato? Un subitaneo lume nello spirito e, nello sprazzo, là, una visione, di cui poi ella stessa provava stupore...
Davvero non sapeva piú lei stessa, ora, come e perché le fosse venuto in mente quel fatto, quell'isola, con quei marinaj...
Ah che ridere! Non lo sapeva lei; ma lo sapevano bene, benissimo lo sapevano tutti i critici drammatici e non drammatici di tutti i giornali quotidiani e non quotidiani d'Italia.
Quante ne dicevano! Quante cose scoprivano in quel suo dramma, a cui ella non si era mai neppur sognata di pensare! Oh, ma cose tutte, badiamo, che le recavano un gran piacere, perché erano la ragione appunto delle maggiori lodi; lodi che, in verità, piú che a lei, che quelle cose non aveva mai pensate, andavano diritte diritte ai signori critici che ve le avevano scoperte.
Ma forse, chi sa! c'erano veramente, se quelli cosí in prima ve le scoprivano...
Giustino nelle sue lettere frettolose si lasciava intravveder tra le righe soddisfatto, anzi contentissimo.
Si rappresentava, è vero, come rapito in un turbine, e non rifiniva di lamentarsi della stanchezza estrema e delle lotte che doveva sostenere con gli amministratori delle compagnie e con gl'impresarii, delle arrabbiature che si prendeva coi comici e coi giornalisti; ma poi parlava di teatroni rigurgitanti di spettatori, di penali a cui i capocomici si sobbarcavano volentieri pur di trattenersi ancora per qualche settimana oltre i limiti dei contratti in questa e in quella "piazza" a soddisfar la richiesta di nuove repliche da parte del pubblico, che non si stancava di accorrere e di acclamare in delirio.
Leggendo quei giornali e quelle lettere, da cui le vampava innanzi agli occhi la visione affascinante di quei teatri, di tanta e tanta moltitudine che la acclamava, che acclamava lei, lei l'autrice - Silvia si sentiva risollevare da quell'émpito tutto pungente di brividi già avvertito nella sala d'aspetto della stazione di Roma, allorché per la prima volta s'era trovata di fronte al suo trionfo, impreparata, prostrata, smarrita.
Risollevata da quell'émpito, e tutta accesa ora e vibrante, domandava a se stessa perché non doveva esser là, lei, dove la acclamavano con tanto calore, anziché qua, nascosta, appartata, messa da canto, come se non fosse lei!
Ma sí, se non lo diceva chiaramente, lo lasciava pure intender bene Giustino, che lei lí non c'entrava, che tutto doveva far lui, lí, lui che sapeva ormai a meraviglia come si dovesse fare ogni cosa.
Eh già, lui...
Se lo immaginava, lo vedeva or faccente, accaldato, or su le furie, ora esultante tra i comici, tra i giornalisti; e un senso le si destava, non d'invidia, né di gelosia, ma piuttosto di smanioso fastidio, un'irritazione ancora non ben definita, tra d'angustia, di pena e di dispetto.
Che doveva pensar mai di lei e di lui tutta quella gente? di lui in ispecie, nel vederlo cosí? ma anche di lei? che forse era una stupida? Stupida, no, se aveva potuto scrivere quel dramma...
Ma, via, una che non sapeva forse né muoversi né parlare; impresentabile?
Sí, era vero: senza di lui L'isola nuova forse non sarebbe neanche andata in iscena.
Egli aveva pensato a tutto; e di tutto ella doveva essergli grata.
Ma ecco, se stava bene o poteva almeno non saltar tanto agli occhi tutto quel gran da fare ch'egli s'era dato finché il nome di lei era ancor modesto, modesta la fama, e lei poteva starsene in ombra, chiusa, in disparte ora che il trionfo era venuto a coronare tutto quel suo fervido impegno, che figura ci faceva lui, lui solo là, in mezzo ad esso? Poteva piú ella starsene cosí in disparte, ora, e lasciar lí lui solo, esposto, come l'artefice di tutto, senza che il ridicolo investisse e coprisse insieme lui e lei? Ora che il trionfo era venuto, ora che egli alla fine - lei reluttante - era riuscito nel suo intento, a sospingerla, a lanciarla verso la luce abbagliante della gloria, ella - per forza - sí, anche contro voglia e facendosi violenza, doveva apparire, mostrarsi, farsi avanti; e lui - per forza - ritirarsi, ora, non esser piú cosí faccente, cosí accanito, sempre in mezzo: tutto lui!
La prima impressione del ridicolo, di cui già agli occhi suoi cominciava a vestirsi il marito, Silvia l'aveva avuta da una lettera della Barmis, nella quale si parlava del Gueli e della visita inconsulta che Giustino era andato a fargli per averne la prefazione al volume dell'Isola nuova.
Nelle sue lettere Giustino non gliene aveva mai fatto alcun cenno.
Alcune frasi della Barmis sul Gueli, non chiare, sinuose, la avevano spinta a strappare quella lettera con schifo.
Pochi giorni dopo, le pervenne del Gueli appunto una lettera, anch'essa non ben chiara, che le accrebbe il malumore e il turbamento.
Il Gueli si scusava con lei di non poter fare la prefazione alla stampa del dramma, con certi vaghi accenni a segrete ragioni che gli avevano impedito la prima sera di assistere all'intera rappresentazione di esso; parlava anche di certe miserie (senza dir quali) tragiche e ridicole a un tempo, che avviluppan le anime e sbarrano la via, quando non tolgano anche il respiro; e terminava con la preghiera che ella (se voleva rispondergli) anziché a casa indirizzasse la risposta presso gli ufficii di redazione della Vita Italiana, ov'egli di tanto in tanto si recava a parlar di lei col Borghi.
Silvia lacerò con dispetto anche questa lettera.
Quella preghiera in coda la offese.
Ma già tutta la lettera le parve un'offesa.
La miseria tragica e ridicola a un tempo, di cui egli le parlava, non doveva esser altro per lui che la Frezzi; ma egli ne parlava a lei come di cosa che ella dovesse intendere e conoscer bene per propria esperienza.
Ne resultava chiarissima, insomma, un'allusione al marito.
E di tale allusione Silvia si offese tanto piú, in quanto che già veramente cominciava a scorgere il ridicolo del marito.
L'inverno intanto s'era inoltrato, orribile su quelle alture.
Piogge continue e vento e neve e nebbia, nebbia che soffocava.
Se ella non avesse avuto in sé tante ragioni di smania e di oppressione, quel tempo gliele avrebbe date.
Sarebbe scappata via, sola, a raggiungere il marito, se il pensiero di lasciare il bambino prima del tempo non l'avesse trattenuta.
Aveva per quella sua creaturina momenti di tenerezza angosciosa, sentendo di non poter essere per lei una mamma quale avrebbe voluto.
E anche di quest'angoscia, che il pensiero del figlio le cagionava, incolpava con rancor sordo il marito che con quel suo testardo furore l'aveva tant'oltre spinta e disviata dai raccolti affetti, dalle modeste cure.
Ah forse egli se l'era già bell'e tracciato il suo piano: farla scrivere, là, come una macchina; e perché la macchina non avesse intoppi, via il figlio, isolarla; poi badare a tutto lui, fuori, gestir lui quella nuova grande azienda letteraria.
Ah, no! ah no! Se lei non doveva esser piú neanche madre...
Ma forse era ingiusta.
Il marito nelle ultime lettere le parlava della nuova casa che, tra poco, in primavera, avrebbero avuto a Roma, e le diceva di prepararsi a uscir finalmente dal guscio, intendendo che il suo salotto fosse domani il ritrovo del fior fiore dell'arte, delle lettere, del giornalismo.
Anche quest'altra idea però, di dover rappresentare una parte, la parte della "gran donna" in mezzo alla insulsa vanità di tanti letterati e giornalisti e signore cosí dette intellettuali, la sconcertava, le dava uggia e nausea in quei momenti.
Forse meglio, forse meglio rimaner lí nascosta, in quel nido tra i monti, accanto a quella cara vecchina e al suo bambino, lí tra il signor Prever e lo zio Ippolito, il quale anche lui diceva di non volere andar via mai piú, mai piú di lí, mai piú e strizzava un occhio furbescamente ammiccando a chièl, a monsú Martino, che si rodeva dentro nel sentirgli dir cosí.
Ah povero zio!...
Mai piú, mai piú davvero, povero zio! Davvero lui doveva rimanere per sempre lí a Cargiore!
Una sera, mentre si affannava a gridare contro a Giustino, di cui poc'anzi era arrivata una lettera, nella quale annunziava che, messo alle strette, s'era licenziato dall'impiego; e a gridar contro il signor Prever, il quale misteriosamente si ostinava a dire che alla fin fine non sarebbe stato un gran danno, perché...
perché...
un giorno...
chi sa! (alludeva senza dubbio alle sue disposizioni testamentarie) - tutta un tratto, aveva stravolto gli occhi, lo zio Ippolito, e storto la bocca come per uno sbadiglio mancato; un gran sussulto delle spalle poderose e del capo gli aveva fatto saltar su la faccia il fiocco del berretto da bersagliere; poi giú il capo sul petto, e l'estremo abbandono di tutte le membra.
Fulminato!
Quanto tempo, quante pene perdute invano dal signor Prever per andare a scovar con quel tempaccio il medico condotto il quale alla fine venne a dire tutto affannato quel che già si sapeva; e dalla povera Graziella per condurre il curato con l'olio santo!
"Piano! piano! Non gli guastate cosí la bella barba!" avrebbe voluto ella dire a tutti, scostandoli, per starselo a mirare ancora per poco lí sul letto, il suo povero zio, immobile e severo, con le braccia in croce.
" - Che fa, signor Ippolito?"
" - Il giardiniere..."
E, mirandolo, non riusciva a levarsi dagli occhi quel fiocco del berretto che nell'orrendo sussulto gli era saltato su la faccia, povero zio! povero zio! Tutta una pazzia per lui e quell'impegno testardo di Giustino e la letteratura, i libri, il teatro...
Ah sí; ma pazzia fors'anche tutta quanta la vita, ogni affanno, ogni cura, povero zio!
Voleva restar lí? Ed ecco, ci restava.
Lí, nel piccolo cimitero, presso la bianca cura.
Il suo rivale, il signor Prever che non sapeva consolarsi d'aver provato tanta stizza per la venuta di lui, ecco, gli dava ricetto nella sua gentilizia, ch'era la piú bella del cimitero di Cargiore...
I giorni che seguirono quell'improvvisa morte dello zio Ippolito furono pieni per Silvia d'una dura, ottusa, orrida tetraggine, in cui piú che mai le si rappresentò cruda la stupidità di tutte le cose e della vita.
Giustino seguitò a mandarle, prima da Genova, poi da Milano, poi da Venezia, fasci e fasci di giornali e lettere.
Ella non li aprí, non li toccò nemmeno.
La violenza di quella morte aveva spezzato il
...
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